Sussurri di Rovina by Caladan Brood
Summary: È un dono che mi ha accompagnato per tutta la vita. La capacità di individuare degli schemi. Ricondurre un insieme di azioni solo in apparenza scorrelate tra loro a un disegno preciso e ordinato. Concepire una strategia a partire da un obiettivo. Intuire un pericolo basandosi su dettagli che a una prima occhiata sembrano insignificanti.
Un’abilità che ho sempre avuto, di cui mi sono sempre fidato, che non mi ha mai tradito. Finora, almeno.
Forse per la prima volta vedo uno schema che non può esistere. Uno schema sottile, ingegnoso, pericoloso, ma tuttavia uno schema del tutto assurdo, uno schema che non vedo come possa esistere.
Eppure io i segni li vedo. Non li vedevo fino a poco tempo fa, è vero, ma risulta difficile ipotizzare l’inconcepibile. E i segni, una volta individuato il primo, ora sembrano ovunque. L’intero evolversi di questa guerra, ora, comincia a sembrarmi un frammento dello schema, questa stazione spaziale comincia a sembrarmi un frammento dello schema, le variazioni di attività che abbiamo registrato cominciano a sembrarmi un frammento dello schema. Tutto comincia a sembrarmi parte di uno schema più grande, per quanto possa sembrare assurdo anche i nostri nemici, quelli che per così tanto tempo sono stati nostri avversari, ora iniziano a sembrarmi parte dello schema.
Uno schema che nel caso fosse reale sarebbe l’ennesima prova di quanto la nostra situazione sia grave, uno schema che nessuno crederà vero per il semplice fatto che, sotto sotto, non ci credo neanch’io. Uno schema che mi trovo sempre più spesso a sperare sia frutto della mia immaginazione.
Eppure io vedo sempre più nettamente i fili che ci manovrano tutti.
Categories: Saghe Characters: Nessuno
Genere: Azione, Commedia, Mistero
Warnings: Nessuno
Challenges:
Series: Nessuno
Chapters: 66 Completed: No Word count: 414015 Read: 26534 Published: 09 Feb 2010 Updated: 28 Jul 2016

1. Prologo by Caladan Brood

2. Capitolo 1 by Caladan Brood

3. Capitolo 2 by Caladan Brood

4. Capitolo 3 by Caladan Brood

5. Capitolo 4 by Caladan Brood

6. Capitolo 5 by Caladan Brood

7. Capitolo 6 by Caladan Brood

8. Capitolo 7 - 1 by Caladan Brood

9. Capitolo 7 - 2 by Caladan Brood

10. Capitolo 8 by Caladan Brood

11. Capitolo 9 by Caladan Brood

12. Capitolo 10 - 1 by Caladan Brood

13. Capitolo 10 - 2 by Caladan Brood

14. Capitolo 11 by Caladan Brood

15. Capitolo 12 by Caladan Brood

16. Capitolo 13 by Caladan Brood

17. Capitolo 14 by Caladan Brood

18. Capitolo 15 by Caladan Brood

19. Capitolo 16 by Caladan Brood

20. Capitolo 17 by Caladan Brood

21. Capitolo 18 by Caladan Brood

22. Capitolo 19 - 1 by Caladan Brood

23. Capitolo 19-2 by Caladan Brood

24. Capitolo 20 - 1 by Caladan Brood

25. Capitolo 20 - 2 by Caladan Brood

26. Capitolo 21 by Caladan Brood

27. Capitolo 22 by Caladan Brood

28. Capitolo 23 by Caladan Brood

29. Capitolo 24 by Caladan Brood

30. Capitolo 25 - 1 by Caladan Brood

31. Capitolo 25 - 2 by Caladan Brood

32. Capitolo 26 - 1 by Caladan Brood

33. Capitolo 26 - 2 by Caladan Brood

34. Capitolo 27 - 1 by Caladan Brood

35. Capitolo 27 - 2 by Caladan Brood

36. Capitolo 28 by Caladan Brood

37. Capitolo 29 - 1 by Caladan Brood

38. Capitolo 29 - 2 by Caladan Brood

39. Capitolo 30 by Caladan Brood

40. Capitolo 31 by Caladan Brood

41. Capitolo 32 by Caladan Brood

42. Capitolo 33 - 1 by Caladan Brood

43. Capitolo 33 - 2 by Caladan Brood

44. Capitolo 33 - 3 by Caladan Brood

45. Capitolo 34 - 1 by Caladan Brood

46. Capitolo 34 - 2 by Caladan Brood

47. Capitolo 34 - 3 by Caladan Brood

48. Capitolo 35 - 1 by Caladan Brood

49. Capitolo 35 - 2 by Caladan Brood

50. Capitolo 36 - 1 by Caladan Brood

51. Capitolo 36 - 2 by Caladan Brood

52. Capitolo 37 - 1 by Caladan Brood

53. Capitolo 37 - 2 by Caladan Brood

54. Capitolo 37 - 3 by Caladan Brood

55. Capitolo 38 by Caladan Brood

56. Capitolo 39 by Caladan Brood

57. Capitolo 40 by Caladan Brood

58. Capitolo 41 - 1 by Caladan Brood

59. Capitolo 41 - 2 by Caladan Brood

60. Capitolo 41 - 3 by Caladan Brood

61. Capitolo 42 - 1 by Caladan Brood

62. Capitolo 42 - 2 by Caladan Brood

63. Capitolo 43 - 1 by Caladan Brood

64. Capitolo 43 - 2 by Caladan Brood

65. Capitolo 44 - 1 by Caladan Brood

66. Capitolo 44 - 2 by Caladan Brood

Prologo by Caladan Brood
Author's Notes:
ok, vi presento l'inutilità fatta capitolo. nato solo e unicamente perché volevo scriverlo, per il resto latita sia in senso che soprattutto, come detto, in utilità.
ovviamente (ormai ne faccio un punto d'onore :P) collegato a tutta la storia principale, ieri notte quando l'idea mi è venuta in mente mi sembrava una figata micidiale, adesso che è ora di postarlo giustamente mi sembra una vaccata :D.
vabbè, mille ringraziamenti se lo leggete, sennò lasciate pure perdere che fa lo stesso :D.
in teoria questo dovrebbe essere il prologo di un'altra saga ancora, ma questa giuro che non andrà in nessun posto per tutta una serie di problemi :P.
di suo non si capisce molto perchè appunto non dovrebbe essere un racconto autoconclusivo ma in fase di commento ed eventualmente nelle note finali farò ogni tipo di spoiler possibile, non abbiate paura :P
in ogni caso cento punti a chi mi indovina cosa è successo in queste 4000 e passa parole :D
Prologo

In oltre un decennio, sono stati tanti i cosiddetti “ripescati”, centinaia. Tutti validi aiuti, tutti hanno fatto la loro parte, tutti hanno contribuito nel limite delle loro possibilità, andando a combattere una guerra che, a rigor di logica, potevano anche considerare non loro. Tutti si sono resi utili.
Un solo elemento si è rivelato determinante.


17 maggio, anno KL302
 
Un suono lacerante gli stava perforando le orecchie, una cosa pressoché insopportabile. Sollevò di poco la testa dal cuscino, il tempo necessario per escludere l’apparato uditivo, poi si rituffò nel letto. Sbarrò subito gli occhi nel rendersi conto che quel suono micidiale non se n’era andato, e adesso che era abbastanza vigile per connettere cominciava a capire anche perché quel casino mostruoso fosse in effetti così mostruoso. Il sistema di comunicazione d’emergenza.
Si mise a sedere mentre già rispondeva: «Adesso vengo lì e ti stacco la testa»
«Faccio notare che hai perso a braccio di ferro anche ieri sera, Huk» nella sa testa udì forte e chiara la voce del comandante.
«Grazie tante, hai barato»
«Non ho ricevuto aiuti esterni»
«Questa è una pesante forzatura della realtà»
«Hai visto qualcuno che mi aiutava?»
«La prossima volta ti piazzo a fianco un soppressore di campo»
«Ho chiamato all’auricolare ma non rispondevi»
«Avevo tre ore libere» già del tutto sveglio Huk si alzò in piedi, agitò la mano destra ottenendo come risultato che le luci si accendessero «l’ho spento»
«Vieni in sala comando»
«Spero sia per una questione di estrema importanza»
«E anche se ti avessi svegliato per capriccio?»
«Potrei cominciare a staccare braccia per capriccio»
«Abbiamo una traccia, serve anche il comandante in seconda per il cambio di rotta»
«Sono certi almeno?» Huk afferrò la divisa d’ordinanza.
«E il bello è che dei due dovresti essere quello intelligente»
«Risolvo gli integrali sui residui a mente, tu?»
«Non mi si arrugginiscono le giunture se faccio un bagno»
«Queste sono leggende metropolitane»
«Figurati se c’è qualcuno che ha coraggio di venire a cercare conferma»
«Mi sono messo la maglia al contrario» Huk rimase a fissare la parte alta dell’uniforme, non vedeva i gradi affissi sul petto.
«Se ci metti ancora un po’ ci tocca spegnere il reattore» il comandante alzò a malapena il tono.
«Si si» l’altro stava già riparando al danno mentre si avviava all’uscita della camera «Arrivo»

 
Due minuti dopo
 
«Comandante in seconda Huk Tascher» varcò la porta della sala già pronunciando l’ordine «Vai dove vuole quell’essere al centro della sala»
«Era ora» il comandante rimase un attimo ad ascoltare il computer centrale che confermava l’inizio della procedura per il cambio di rotta «Dici che se ti riporto al negozio mi danno in cambio un aggeggio che funziona?»
«Quand’è che ripartono a sterminarvi di nuovo?»
«Finché siamo così pochi non c’è gusto»
«Cos’è che hanno trovato?»
«Jin» il comandante fece cenno a uno dei tecnici di procedere. Rimase fermo a guardarsi intorno mentre l’intera sala scivolava in una leggera penombra. Vedendo un punto luminoso comparire sulla destra, circa all’altezza dei suoi occhi, vi si diresse mentre la mappa tridimensionale dello spazio circostante la loro nave cominciava a farsi sempre più nitida «Eccolo qui» si fermò a un passo di distanza indicando il punto preciso con l’indice.
«Vabbé, passiamo alle cose serie» Huk andò ad affiancare il compagno.
«Spettro d’interazione» lo assecondò il comandante.
Le immagini olografiche tutto intorno a loro sfumarono per lasciar posto a un uniforme colore azzurro, l’unico zona con tonalità rossa appariva nelle immediate circostanze del punto che entrambi stavano guardando.
«Stima?» Huk si avvicinò ancora di un passo.
«Cento milioni» rispose subito il comandante
«Per… la miseria» l’altro rimase ancora a fissare la zona evidenziata in rosso. Voltandosi a malapena verso destra si concentrò sulla zona centrale della sala comando, al puntino verde che indicava la loro posizione «A quanto saremo?»
«Jin?» il comandante chiese conferma.
«203 parsec» arrivò subito la risposta «e spiccioli»
«E tanti saluti alle mie tre ore di sonno» Huk si lasciò sfuggire una smorfia di disgusto, nemmeno aveva il tempo di tornare a dormire. Si diresse verso l’uscita «Vado in mensa, chiamami tra venti minuti»

 
Quaranta minuti dopo
 
«Allora? E quanto ci vuole?» con una spinta Huk si lanciò verso il tecnico più vicino a lui. Fermò il fluttuare della poltroncina contro la postazione di Jin «Che stanno facendo al centro elaborazione?»
Jin rimase concentrato avanti a se, le mani che scorrevano a sfiorare in apparenza solo l’aria, la testa completamente avvolta dal casco di proiezione: «Il segnale ha una pessima risoluzione»
L’altro si limitò a sollevare le sopracciglia. Strano: «Ed è un segnale così forte?»
«Deve essere in giro da un pezzo»
«Ne sta uscendo qualcosa almeno, o abbiamo buttato giù per il cesso diecimila tonnellate di carburante?» senza nemmeno aver bisogno di voltarsi Huk sentì il comandante che gli si piazzava a fianco.
«Gli algoritmi correttivi stanno funzionando, a furia di iterazioni»
«Sappiamo la posizione esatta?» continuò Huk.
«A momenti» il tecnico afferrò il nulla avanti a lui e riportò il braccio verso di sé.
«Pronti per far rotta sulle coordinate esatte, arresto totale e sovrapposizione completa della zona di interesse con la camera di soppressione» il comandante parlò rivolgendosi a nessuno in particolare.
«Si si» Huk confermò «come dice lui» rimase ad ascoltare gli altoparlanti della nave che andavano a confermare la ricezione dell’ordine «Come sta il moderatore?»
«Se può esserti di consolazione» valutò il comandante «A che mi hanno detto in sala macchine cede prima il generatore di fascio del moderatore»
«Mio Dio che cesso di reattore» Huk si portò una mano alla fronte «Sala macchine» chiamò.
«Sì signore» una voce si fece strada tra gli altoparlanti.
«State pronti a diminuire la potenza»
«Di quanto signore?»
«Fino all’arresto. Se possibile cercate di tenere in vita quella baracca di generatore di fascio»
«Nessun problema» confermò sempre la solita voce «Almeno spero»
«Oh, questo sì che è rassicurante» Huk tornò su Jin «Diamo una faccia a questo tizio prima possibile, con un reattore del genere meno stiamo fermi meglio è»

 
Due ore dopo
 
«E quanto manca?» camminando avanti e indietro alle spalle del tecnico Huk ripose la domanda per la ventesima volta nel giro di neanche dieci minuti «Siamo fermi da un’ora» si rivolse al comandante stravaccato sulla sua poltrona al centro della sala comando «Se il generatore di fascio chiude i battenti al riavvio lo sai che è colpa tua vero?»
«Mia adesso?» l’altro non fece una piega, rimase immobile nella sua posizione, con gli occhi chiusi «Ha passato la revisione prima della partenza. Mi hanno detto che tecnicamente potevo cambiarlo, ma anche che tecnicamente avrebbero retto per un bel po’ di strada. Che ne sapevo io che un mese dopo ci mandavano a pesca in alto mare?»
«Colpa tua comunque»
«Le informazioni sono frammentarie» Jin rispose con un certo ritardo alla domanda rivolta a lui «In buona parte contraddittorie, la risoluzione dei dati di partenza è troppo bassa»
Huk si bloccò sul posto. Sempre belle notizie, di continuo: «Abbiamo un’impronta genetica anche solo vagamente precisa?»
«Molto vagamente»
«Se al centro elaborazione si prendono più tempo c’è qualche possibilità che ne esca fuori qualcosa di buono?»
«A giudicare dagli spettri in entrata?»
«Ma che dici? A giudicare dal tuo buonumore»
«Qualche informazione in più con un’acquisizione da minimo cinque ore penso»
Sempre più disgustato dalla situazione Huk si voltò a fissarsi in direzione del comandante che finalmente aveva riaperto gli occhi per tornare a ricambiare il suo sguardo. Gli vide accennare un segno di assenso.
«Se ci fermiamo ai dati che abbiamo quanto sarebbe il tempo di rigetto?»
Jin armeggiò con il nulla avanti a lui qualche attimo: «Due giorni, probabilmente»
«Lo rimettiamo a nuovo quando lo abbiamo tirato giù»
«LA abbiamo tirata giù» precisò il tecnico.
«È una femmina?» Huk tornò a camminare avanti e indietro «Buon per lei. Datele un corpo, tappate la sequenza genetica con stringhe a random qua e là. Bionda, occhi azzurri, un bel culo da modella, il solito insomma»
«Ma voi lattine non giudicate la bellezza in base al numero di impedenze?» il comandante tornò a farsi sentire.
«Tu vaffanculo» voltandosi verso il suo superiore Huk lo liquidò in un attimo, poi tornò su Jin «Dove non ci sono informazioni inventate»
«Si signore»
«Il picco dello spettro d’interazione è centrato sulla camera di soppressione?»
«Con un errore stimato dello 0,01%»
«Diamo un corpo a questo tizio»

 
Cinque ore dopo
 
«Per la miseria» il comandante guardò attraverso gli schermi l’interno della camera di soppressione «Gnocca sul serio l’hanno fatta»
«Non sbavare sugli ologrammi, per favore» Huk rimase in piedi alle spalle di Jin.
«È così sul serio?»
«Ma neanche lontanamente. Le informazioni sull’aspetto fisico erano praticamente assenti, la carrozzeria è tutta inventata»
«Unici valori veri?»
«L’altezza, 1 metro e 82. Per il resto immagino abbiano preso la foto di una spogliarellista a caso. Sti porci della sezione genetica»
«Non ha abbastanza transistor per i tuoi gusti, dì la verità»
«Almeno non verso litri di bava su poco più di una bambola»
«Abbiamo una stima del livello di forza?»
«Tra 0,9 e 1,2» il tecnico in fianco a Jin rispose per primo.
Il comandante si avviò all’uscita: «Una bella differenza. L’errore quant’è?»
«È già tanto aver ottenuto le cifre signore» quella volta rispose Jin.
«Non è una bella notizia, lattina, vero?»
«Ce ne sono di migliori» Huk lo sopravanzò per precederlo alla porta.
«Preriscaldamento dei soppressori di campo, quant’è il massimo livello che tengono i catorci?»
«1,5» Huk era già un passo oltre l’uscita, diretto alla camera di soppressione.
«Piazzatelo al massimo, probabilmente la signorina non sarà di buonumore, di sicuro si sentirà minacciata»
«Attaccherà di sicuro» Huk proseguiva lungo il corridoio.
«E non per sminuirmi ma io uno 0,9 me lo sogno di notte» il comandante varcò la porta a scomparsa per voltarsi un’ultima volta verso Jin «Tiratela giù»

 
Un’ora dopo
 
«Jin, parlami» sussurrando all’auricolare il comandante chiese aggiornamenti.
«Difficile che la signorina ti senta attraverso quindici metri d’acciaio, Mairen» Huk incrociò le braccia al petto, gli occhi fissi sulle immagini che si sprigionavano dall’uniforme muro di metallo di fronte a loro.
«Processo completo al 98%» la voce di Jin si fece strada nelle sue orecchie
«I soppressori?» Mairen chiese immediatamente
«Pronti all’attivazione»
«Fateli partire appena il processo è ultimato» il comandante ribadì l’ordine che aveva già dato due minuti prima «E pronti a metterla a nanna»
«Nervoso?» Huk attese che l’altro chiudesse la comunicazione.
«Ci tieni alla pelle?»
«Moderatamente»
«Non per fare l’avvocato del diavolo ma il nostro prima categoria è momentaneamente assente»
«Mai esistito è il termine più appropriato»
«È che non ne hanno abbastanza, poverini» il comandante trattenne una smorfia di disappunto.
«Verissimo per quella»
«Porca puttana, non mi risulta che il capo si sia scomodato più di tanto alla luce di questa drammatica carenza»
«Il soppressore di campo è più che sufficiente»
«La fai facile te» bofonchiò il comandante «Liquidi la questione con un paio di conti di probabilità»
«99%» dall’auricolare sentì Jin che lo aggiornava sull’avanzamento
«Ok, comincia la giostra. Sala macchine» il comandante si tirò in piedi cominciando a camminare.
«Sì, signore»
«Qualunque cosa succeda, e dico qualunque» cominciò Mairen «E ripeto qualunque, il reattore secondario non deve azzardarsi anche solo ad avere un calo di potenza»
«Funziona alla perfezione signore, almeno quello»
«Una bella notizia finalmente» il comandante chiuse la comunicazione andando ad appoggiarsi alla sedia su cui era accomodato un attimo prima.
«100%, ce l’abbiamo» Jin parlò ancora attraverso l’auricolare.
«Togliere potenza agli altri dispositivi, convogliare tutto ai soppressori. Sala macchine, fammi vedere quanto pesta il reattore secondario»

 
Due minuti dopo
 
«Mi sentite?» Huk parlò ancora, si assicurò che la voce venisse riprodotta nella camera di soppressione «Che le do? Del voi, del lei, del tu?»
«È l’ultimo dei problemi» Mairen rimaneva immobile nella sua posizione, in piedi, le mani ancorate alla sedia avanti a lui.
«La forma di cortesia mi pare d’obbligo, senza contare che è più rassicurante»
«È l’ultimo dei problemi»
«Mi sa che hai ragione, questa non si sveglia»
«C’è battito cardiaco, il cervello è attivo»
«Tracce di campo di Clover?»
«Se ci sono, i soppressori le stanno smantellando, o assenti o troppo deboli»
«Quella sarebbe una prova definitiva»
«Non ti azzardare nemmeno a pensare una coglionata del genere»
«Paranoico» Huk scosse la testa un paio di volte prima di proseguire nel tentativo di svegliare la donna.
Alzando lo sguardo alle immagini avanti a lui Mairen rimase a fissare il lettino in mezzo all’immensa camera di soppressione. Con un’occhiata alla sua destra si fissò sull’ologramma che dava la panoramica globale dell’ambiente visto dall’alto. Da lì il corpo della ragazza era ridotto a una forma semi indefinita in lontananza, immersa in un oceano d’acciaio.
«Signorina, mi sente?» Huk continuò nella sua impresa «Signorina?»
Alzò a malapena il tono di voce, i rivelatori di movimento cominciarono a dar segni di vita.
«Che ha fatto?» Mairen si drizzò ancora di più nella sua posizione
«Ha mosso un dito, pare» Huk passò una mano a mezz’aria a disattivare i primi segnali d’allarme movimento, un attimo dopo ne scattarono altri «E adesso anche gli occhi»
«Falla svegliare in pace, per carità, non allarmarla più del necessario»
«Perché svegliarsi in mezzo a due milioni di metri cubi di nulla invece concilia lo spirito» Huk nemmeno lo ascoltò «Signorina, mi sente?»
I rivelatori di movimento indicarono un impercettibile cenno del capo.
«Almeno mi capisce, son risultati» continuò lui.
«Estremamente rassicurante» il comandante passò all’auricolare «Operatore»
«Sì, signore?»
«I soppressori sono a regime?»
«Al massimo signore, non può succedere niente»
«Bene» facendo cadere la comunicazione Mairen si accertò che almeno in parte quanto sentito fosse vero. Cercando di attingere al suo dominio non ottenne il minimo risultato, come se non rispondesse, come se non esistesse. Un allarme suonò con violenza.
«Segnalato campo di Clover» Huk spense l’allarme «Ma non nella camera di soppressione. Quando fai prove idiote fammi un fischio in anticipo»
«Non che voglia dire molto che non ci sia riuscito io»
«Quantomeno vuol dire che i soppressori sono attivi» Huk tornò a rivolgersi alla donna «Provi ad aprire gli occhi, lentamente»
In attesa il comandante rimase sui monitor che mostravano la camera. La ragazza dava cenno di voler sollevare le palpebre.
«Qualunque cosa vedrà non c’è motivo di allarmarsi, le dimensioni della stanza e la sua costituzione sono funzionali al processo che è appena avvenuto» continuò Huk, cercando di tenere il tono di voce più rassicurante possibile.
«State pronti, tutti quanti» Mairen inviò il messaggio audio a tutta la nave «Non me ne frega niente se non c’è pericolo. Qualunque cosa mi salti in mente di ordinarvi voglio che sia fatta all’istante»
In risposta ottenne un coro di conferme. Tornò a rivolgersi al compagno accanto a lui «Sta pronto coi sedativi appena dà segno di essere cosciente e vigile»
«Deve anche parlare» precisò Huk.
«Fan culo, facciamogli dire anche una mezza parola. Alla prima sillaba stendila» Mairen riportò lo sguardo sulla camera di soppressione. La ragazza stava aprendo gli occhi. Sul serio l’avevano fatta bionda con gli occhi azzurri. Quando si dice obbedire ciecamente agli ordini dei capi.
«Ok, è cosciente. E la prima è andata»
«Riesce a vedere?» Huk proseguì a rivolgersi alla donna.
Un impercettibile cenno di assenso.
«Disattiva i rivelatori di movimento» ordinò il comandante «Ormai sono inutili»
«Provi ad alzarsi in piedi» l’altro disattivò con un cenno della mano gli allarmi e rimase sulla ragazza «Con calma, potrebbe essere difficoltoso all’inizio»
Nel tentativo quantomeno di alzare il busto la donna riuscì a sollevare la schiena dal lettino di qualche centimetro già al primo tentativo. Al secondo si era già messa a sedere.
«Non mi piace» sussurrò Mairen «Miglioramento troppo rapido»
«Ma sta un po’ zitto» Huk si preparò a parlare ancora con la ragazza «Molto bene. Riesce e mettersi in piedi?»
Fisso su di lei il comandante la studiò a occhi sbarrati. Sarà stata anche paranoia ma sentiva che c’era qualcosa che non andava. Infilò una mano nell’ologramma che riprendeva il lettino e la donna in primo piano, andò a zoommare sulla sua faccia. Si stava guardando intorno, gli occhi cominciavano a spaziare da una parte all’altra della camera e, Mairen si rese conto non senza una certa apprensione, sempre più in fretta. Scoccò un’occhiata all’encefalogramma: «Si sta spaventando, e con che velocità anche»
«Non c’è il minimo pericolo, si può tranquillizzare» Huk si rivolse ancora a lei
Un nuovo allarme si fece sentire nella sala di controllo. Ancora concentrato sull’encefalogramma Mairen lo vede schizzare alle stelle: «Quello che hai detto non è stato d’aiuto»
«Fatemi…» la ragazza cominciò a parlare, tentava di mettersi in piedi «uscire… di qui»
«Tra un momento, non faccia sforzi eccessivi» Huk tornò a far sentire la sua voce nella camera di soppressione «Tenti di mettersi in piedi, con calma»
Senza ascoltarlo la ragazza praticamente scattò in posizione eretta, dandosi lo slancio sul bordo del letto. Riuscì a reggersi in equilibrio solo qualche attimo prima di crollare a terra.
«Ok, tutti i requisiti soddisfatti» il comandante reagì subito «A nanna»
Limitandosi ad annuire Huk sfiorò un punto imprecisato nell’aria avanti a lui. Gli altoparlanti confermarono l’espulsione delle capsule soporifere con un leggero sibilo.
Dai monitor della sala controllo Mairen riuscì a identificare il momento in cui le capsule colpivano il bersaglio al solo vedere la ragazza che compiva un salto di riflesso all’indietro. Un secondo allarme, più insistente di quello appena ricevuto, andò a inondare la stanza. Gli indici dell’encefalogramma erano di colpo impazziti.
«Ok, adesso è pure incazzata. Quanto ci mette questa merda a fare effetto?»
«Cinque secondi di norma» Huk rispose immediatamente.
«Perché non è ancora svenuta allora?» Mairen si sentì improvvisamente sbiancare. Un nuovo segnale acustico andò a lacerare l’aria, quasi straziante da quanto forte rimbombava nelle orecchie.
«Rivelata coesione di campo» Huk riuscì a malapena a sussurrare.
«Un’altra dose, subito» il comandante nemmeno si pose il dubbio.
«La mandiamo in coma»
«Fan culo, fallo. I dottori esistono per qualcosa»
Con una smorfia di disapprovazione Huk diede l’ordine una seconda volta. Le capsule impattarono sul corpo della donna sfondando il camice che portava in due minuscoli fori, penetrando nella pelle all’altezza del collo.
Col cuore in gola Mairen cominciò a contare fino a cinque mentre andava a fissare il grafico di coesione. Si fermò all’uno. Il grafico aveva cominciato a salire in verticale: «Dimmi che non è un’esponenziale»
Huk rispose un attimo dopo: «Lo è»
«Altre capsule» ordinò il comandante.
Senza eccessive obiezioni l’altro andò a dare l’ordine. Un attimo prima di confermarlo il segnale acustico divenne più insistente nella sua intermittenza.
«E muoviti» Mairen andò a confermare di persona l’espulsione delle capsule mentre leggeva la scritta a caratteri cubitali proiettata ovunque nella stanza. Soglia di coesione raggiunta. Nemmeno rimase a guardare le capsule che deviavano a mezz’aria per andare a schiantarsi sul pavimento: «Operatore»
«Sì, signore?»
«Avevo detto di impostare i soppressori al massimo» Mairen si trattenne dal’urlare.
«Sono al massimo signore»
«Che cazzo sta succedendo allora?»
«Non ne ho idea signore»
Il comandante chiuse la comunicazione e si fiondò sullo schermo di comando, selezionò lo spettro di campo. L’operatore aveva ragione, i soppressori erano al massimo, i valori calavano solo in vicinanza della donna. Interferenza distruttiva.
«Ma porca puttana» imprecò tra sé e sé «Operatore»
«Sì signore, lo so»
«Aumentate la potenza, subito»
«I soppressori potrebbero cedere»
«Fallo» troncò la discussione.
«Ci bastano cinque secondi in fin dei conti» Huk quasi gli lesse nel pensiero.
Tornando sulla ragazza Mairen la vide che si metteva in piedi: «Si regge in piedi sulle sue gambe?»
«Telecinesi»
«Ma porca puttana» il comandante imprecò ancora «Prepara il laser»
«Non è un’idea brillante»
«Ne hai di migliori?»
«Ogni volta che si è sentita in pericolo ha reagito»
«Caricalo senza farlo uscire. Se non riusciamo a risolverla pacificamente la friggiamo»
Senza altre repliche Huk cominciò a impartire le istruzioni necessarie. Un sordo ronzio diventò udibile anche senza bisogno degli altoparlanti.
L’allarme da intermittente passò a continuo. Un nuovo messaggio d’allarme sfrecciò in tutte le direzioni. Nemmeno si disturbò a leggere la scritta, già la sapeva: Raggiunto il primo punto di Essner.
«Spara» il comandante non ebbe dubbi, mentre osservava la luminosità nella camera che andava via via scemando «E arma tutti gli altri»
Huk non azzardò la minima protesta. Inviò l’ordine di fuoco. Una porzione ristretta del muro laterale destro della camera si fuse. Il lettino seguì la stessa sorte nello stesso istante. In contemporanea un sordo rimbombo venne agli altoparlanti. La ragazza era andata a schiantarsi contro il muro di sinistra.
«Cazzo!» Mairen non seppe dire altro per un attimo «A che velocità è scappata?»
«1,2 km/s»
Un secondo rimbombo venne dagli altoparlanti. Impegnato a scoprire cosa fosse successo in un solo attimo il comandante si rese conto che il cannone laser non esisteva più: «Come l’ha abbattuto?»
«Ci è andata addosso pare»
«Appena gli altri sono pronti spara contemporaneamente con tutti, fa a pezzi la camera se necessario» Mairen aprì di nuovo la comunicazione, nemmeno si disturbò a chiamare l’operatore: «Che cazzo state facendo con quei soppressori?»
«Sono al 150% di operatività signore, il reattore secondario è al massimo»
«Ma com’è possibile!?» rimase per un momento immobile ad osservare la donna che si lanciava alla massima velocità contro di loro andando a impattare contro il muro di metallo.
«Incrinatura del 4% della prima lastra» comunicò Huk.
«Di acciaio polarizzato» Mairen faticò per non perdere tempo a sorprendersi. Nell’andare a fissarsi sullo spettro di campo trovò la stessa interferenza di prima. Maledetto schifosissimo reattore secondario, anche quello perdeva colpi.
Si paralizzò sul posto a leggere i valori di soppressione nelle immediate vicinanze della ragazza. 1,4903.
«Oh… mio… Dio» fece scivolare lo sguardo sul grafico di coesione trovandolo in costante ascesa. L’ultimo allarme entrò in funzione. Raggiunto il secondo punto di Essner.
«Di tutti quelli che c’erano da pescare…» imprecò tra sé e sé mentre andava a osservare la donna che evidentemente si era già accorta di aver superato la seconda soglia. Una sfera d’ombra cominciava a raccogliersi tra le sue mani «Spara»
Fondendo le pareti perimetrali in quindici punti diversi i cannoni laser si fecero strada all’esterno. Un nuovo rimbombo udibile anche senza altoparlanti diede la conferma che la ragazza era riuscita a spostarsi di nuovo.
Mairen mise mano all’auricolare. Misure di contrasto insufficienti, sistemi di puntamento troppo lenti.
«Sala macchine»
«Dica signore»
«Avviate il reattore principale al 5%, canalizzate tutta la potenza ai soppressori di campo»
La voce del capo meccanico si fece attendere più del necessario.
«Fallo subito»
«Ci giochiamo il generatore di fascio senza preriscaldamento»
Con un’occhiata al grafico di coesione Mairen si prese un attimo per una stima precisa: «Hai penso meno di un minuto Roth, poi questa passa in tempo primario»
L’altro non rispose.
«Fondi il generatore di gluoni e tutto quello che serve. Voglio un livello di soppressione 3» chiuse la comunicazione senza nemmeno curarsi di cosa fossero i rimbombi che provenivano dalla camera. I cannoni venivano distrutti uno dopo l’altro, facile da capire.
«Bastava anche meno» valutò Huk.
«Fan culo il reattore principale, le linee di alimentazione si fonderebbero anche con meno, e la stessa fine la fanno i soppressori di campo. Abbiamo una sola possibilità, voglio essere sicuro che funzioni»
Uno tremore sempre più violento si fece strada in tutta la sala controllo. Dalle prese d’aria a ridosso del soffitto cominciò subito a salire un intenso odore di gomma e metallo fuso. In una sorda esplosione i quattro vertici superiori della camera di soppressione si dilatarono fino quasi a scoppiare. La ragazza, impegnata a schizzare da una parte all’altra della stanza, alla ricerca degli ultimi cannoni da abbattere, crollò di colpo a terra. Si schiantò dopo una caduta di oltre 30 metri. Quando la vide rialzarsi Mairen notò un rivolo di sangue che le usciva dalla bocca. Grazie a Dio.
Impegnato a contare fino a cinque facendo di tutto per rispecchiare l’effettivo scorrere dei secondi si ritrovò a pregare che funzionasse. Doveva funzionare, non poteva essere altrimenti.
Nel vedere la ragazza che crollava a terra priva di sensi si lasciò cadere sul pavimento, le gambe che non lo reggevano più.
«Chiama i dottori» riuscì a malapena a sussurrare «Che non si svegli per nessun motivo al mondo»
«Era dall’altra parte?» Huk fece una domanda che in quel momento gli sembrò oltre l’idiota.
«Secondo te?» nemmeno tentò di nascondere un certo sarcasmo.
«Dobbiamo portarla alla base subito, non penso che con quello che abbiamo qui la riabilitazione vada a buon fine»
«Chiama i rincoglioniti che ci hanno mandato a pesca di squali con una fiocina da granchi» Mairen andò a poggiare le mani sul pavimento «Digli che ci serve come minimo un generatore di fascio, con ogni probabilità anche un moderatore quantico e porca puttana voglio il mio mago di prima categoria qui entro domani. Nel frattempo la voglio nel coma più profondo che vi riesce»
Huk perse pochi secondi a impartire gli ordini necessari, sembrava aver passato il momento di crisi come se gli fosse scivolato addosso: «Altro?»
«No» Mairen si mise in piedi «Se non ti dispiace torno in sala comando a farmi venire un infarto»
«Non è stata così brutta, dai»
Il comandante continuò verso l’uscita: «Di fatto non poteva andare peggio»
Uscì dalla stanza lasciando che la porta a scomparsa si richiudesse, poi cominciò a percorrere il corridoio diretto alle navette.
Di tutti quelli che c’erano da pescare…
Capitolo 1 by Caladan Brood
Author's Notes:
ecco ehm, quando ho detto che non l'avrei continuata forse sono stato un pò precipitoso :D. la verità è che questa storia a livello di trama ancora non esiste o comunque esiste a linee ENORMI, però i primi capitoli li ho in mente e nonostante mi renda conto di quanto sia inutile scriverli dall'altra parte ho il problema che nel fuoco sta arrivando il set di orrendi capitoli che sarà un'agonia scrivere. e da bravo lavativo quale sono piuttosto del difficile preferisco l'inutile :D. tanto di questa storia ho ancora un paio di capitoli, massimo 3, poi mi ritrovo col culo per terra, dunque abbiate fede che sta trama non va da nessuna parte :D.
per quanto riguarda il capitolo in sè... non so bene come giudicarlo. un paio di idee carine secondo me anche ci sono, nonostante siano appena abbozzate, ma boh, vedete un pò voi, se avete una mezz'ora della vostra vita da buttare dateci un occhio :P.
buona lettura ^_^
Capitolo 1

Il nemico peggiore che si possa immaginare è quello che agisce con rapidità, con violenza, con precisa e determinata efficienza, che si prefigge un obiettivo e subito dopo si muove attivamente per ottenerlo. Perché quello è un nemico che non ti da respiro, che non ti lascia il tempo di riprenderti, di ragionare, di contrattaccare.
L’ho sentito dire molte volte, anche da persone per cui nutrivo e nutro profonda stima.
Ma la verità è che il nemico peggiore che ci si possa trovare ad affrontare è un nemico cauto, calcolatore, che non compie mai un passo prima di aver studiato ogni possibile alternativa, che non si muove prima di saper per certo di avere ogni cosa sotto controllo. Un nemico che non ha paura di prendersi tutto il tempo che serve, che sembra non dar peso a quanto tempo ti stia fornendo per prepararti a respingere l’attacco decisivo, che non sembra vedere quante possibilità di salvezza ti stia fornendo.
Perché questo nemico sa che quando affonderà il colpo tu non avrai speranze.


17 maggio
Ore 15:00

 
Rifilando solo un’occhiata alla carta che la compagna di fronte a lui aveva appena lanciato l’uomo si portò subito una mano al volto: «Eh ma allora dillo che vuoi perdere»
«Sta zitto imbecille» la ragazza smise di prestare attenzione al mazzetto di carte disposte a ventaglio nella sua mano. Le raccolse con un gesto e le lasciò cadere sul tavolino in acciaio «Non hai contato bene le carte»
«Ma fammi pisciare addosso» l’altro non desisté «C’è almeno ancora un sei fuori, gli hai dato scala»
«Quante volte ti ho toccato il piede due secondi fa?»
«Pensavo fossi felice di vedermi»
«Ma che porco» sbottò la ragazza.
«Parla madre castità»
«Sei volte ti ho toccato il piede, vorrà pur dire qualcosa»
«Ehi» un’altra ragazza, seduta a occupare il terzo lato del tavolino quadrato scattò come una molla «Si era detto niente trucchi»
«Inteso come niente trucchi con la T maiuscola» l’altro le rispose subito.
«Ma io avevo capito…»
«Avevi capito male, Hazel cara»
«Oh beh» Hazel assunse per un momento un’aria imbronciata, si soffiò via dalla faccia una ciocca di capelli neri che gli ballonzolava davanti agli occhi «Questa è guerra»
«Se mi viene anche solo il sospetto che vi dite le carte per via telepatica scattano le contromisure» l’uomo guardò il quarto presente nella stanza, un ragazzo che dimostrava forse vent’anni, capelli biondi impomatati, gli occhi verdi fissi sulle carte «E parlo soprattutto con te, lampadina»
«Questa è discriminazione» l’altro non fece una piega, ancora intento a studiare le sue carte.
«Non sono io quello col dominio più carogna disponibile»
«Hai lanciato tu la sfida a coppie in base al dominio» Hazel prese la parola al posto del compagno di squadra
«Per dimostrare al di là di ogni ragionevole dubbio che il nostro è il migliore» l’uomo indicò se stesso e la ragazza che aveva di fronte «Vero, zucchero?»
«Adesso ci aprono in due, imbecille» soffiò la diretta interessata.
«A costo di far attivare i soppressori di campo, sia mai che barino in modo così vergognoso»
«Voglio proprio vederti farlo» si intromise Hazel
«L’ammiraglio pende dalle mie labbra» l’uomo alzò una mano in un cenno annoiato «Meglio del controllo mentale»
«Se non gli fossi più indispensabile dell’acqua nel deserto l’ammiraglio ti avrebbe già sparato fuori bordo» precisò Hazel.
«Comunque penderebbe dalle mie labbra, e in ogni caso sono solo malignità sul mio conto» l’uomo si rivolse ancora alla compagna di squadra «Dico bene tesoro?»
«Voci infondate e del tutto false» la ragazza annuì convinta «Non è che lo farebbe se potesse, lo ha fatto sul serio»
«Uno scherzo in amicizia» l’uomo agitò ancora la mano a mezz’aria «È un simpaticone»
«Ero con lui quando ti ha chiuso fuori, cos’è che ha detto? La corte marziale vale la soddisfazione di lasciarlo a 600 parsec dalla stella più vicina?»
«Alla fine non l’ha fatto, vedi che gli sono simpatico?» l’uomo annuì convinto.
«Solo perché rischiava di essere usato come propellente della nave che veniva a riprenderti» la sua compagna di squadra quasi non gli lasciò il tempo di parlare.
«Certo che così non mi fai fare una bella figura con i novellini»
«Ma vaffanculo, praticamente abbiamo la stessa età» il compagno di Hazel scattò subito.
«Desolato di aver ferito i tuoi sentimenti, Nethy»
«Non chiamarmi Nethy»
«Scusa Nethy»
«Mi ero dimenticato quanto fossi irritante»
«Generale Rakis» dagli altoparlanti della nave si fece largo una voce.
«Sono estremamente impegnato» l’uomo lasciò Nethy al suo rodimento di fegato e si concentrò sulla voce.
«L’ammiraglio vuole vederla signore»
«Sono faccende di vitale importanza, l’ammiraglio capirà, ne sono sicuro»
Gli altoparlanti rimasero muti ancora un attimo prima di ripartire: «L’ammiraglio vuole farle notare che ogni stanza di questa nave ha più di una videocamera e che lei non le ha oscurate tutte nella sua, un’ora fa»
«Complimenti Veis» l’uomo con una scatto di braccia l’uomo si allontanò dal tavolo, la sua sedia continuò a fluttuare a mezz’aria fino a fermarsi un paio di metri più in là «La tua inutilità con questa performance ha raggiunto livelli mai esplorati finora dall’uomo»
«Che ne so io che in questa nave aggiungo videocamere a tradimento» la sua compagna di squadra provò quantomeno a difendersi.
«Searl, schifoso lavativo» dall’altoparlante si udì la voce dell’ammiraglio «Ti voglio qui immediatamente»
«Sto facendo il mio lavoro nonno» Searl fece per alzarsi dalla sedia «Addestro le reclute»
«Subito» l’ammiraglio attaccò il telefono.
Ancora seduto al suo posto Searl abbozzò un cenno della mano. Il mazzo di carte di Nethy sfuggì dalle mani del proprietario per finire nelle sue.
«E per fortuna che si era detto niente trucchi» sbuffò Nethy.
Impegnato a studiare ancora un attimo le carte Searl si alzò dalla sedia «Per la puttana, aveva ragione, non ci sono sei in questo mazzo. Sei un filo meno inutile di quel che credevo, zucchero»
«Ma va a finire sotto un treno»
«Un po’ difficile su un’astronave, non trovi?»

 
Cinque minuti dopo
 
«Che vuoi nonno?» transitando oltre l’entrata Searl arrivò subito faccia a faccia con la barba brizzolata dell’ammiraglio, gli occhi azzurri che lo guardavano con la voglia spasmodica di squartarlo con un unico taglio da capo a piedi. Ma a conti fatti si rendeva conto che già quello era sinonimo di un autocontrollo non indifferente, pressoché chiunque altro in una situazione simile gli sarebbe saltato alla carotide.
«Se non avessi escluso gli allarmi nella tua bisca quantomeno sapresti cosa sta succedendo» l’ammiraglio indicò con un cenno del capo gli schermi olografici dietro di lui.
Rivolgendo l’attenzione dove gli veniva suggerito Searl notò subito cosa non andava, quattro rilevamenti di navi nemiche. Non un buon segno: «A che distanza sono?»
«Quattro incrociatori di seconda classe, a 220000 chilometri»
«Sono soli?»
«A quanto pare sì»
Ancora fermo sui quattro punti rossi segnati sulla mappa olografica Searl storse la bocca. Senza una logica, gli incrociatori non se ne andavano in giro da soli a pascolare per lo spazio, e di certo non si spingevano tanto vicini a una flotta nemica: «Non ha senso»
«Almeno su questo siamo d’accordo»
«Avanzano o sono fermi?»
«Immobili»
Searl tornò a fare silenzio. L’ammiraglio non lo lasciò riflettere a lungo: «Può essere solo una trappola, ma una trappola fatta così da cani è fuori discussione»
«Hai appena detto che non c’è nessun altro»
«Ho detto che a quanto pare sono soli»
«Il che equivale a dire che non ne hai idea»
«Sensori» l’ammiraglio schioccò le dita.
Uno dei tecnici presenti nella sala comando riferì subito: «Esito negativo per le scansioni su tutte le bande, non si registra nessun tunnel attivo o in apertura, non c’è nessuno lì»
«E sono troppo lontani per attaccare» concluse l’ammiraglio ritornando su Searl «Suggerimenti?»
«Tanto comunque poi fai di testa tua »
«Inizializzazione dei sistemi d’arma, messa a regime dei reattori ausiliari, i caccia pronti a uscire, preriscaldamento dei soppressori di campo. E tu sta pronto coi tuoi saltimbanco»
Searl annuì.
«Lanciate i droni, voglio sapere che succede» l’ammiraglio tornò per un attimo a rivolgersi ai tecnici della sala comando. Continuò a parlare col mago dandogli le spalle «Come sono le nuove reclute?»
«Hanno fatto più guerra di tutti gli uomini presenti in questa nave messi assieme»
«Sono a un buon livello come ho letto nel rapporto?»
«Dal punto di vista militare di sicuro, sugli altri fronti… stiamo per scoprirlo»
«Non mandarli in giro da soli, se possibile falli semplicemente osservare»
«Sì, quello era scontato»

 
Venti minuti dopo
 
«Laser operatività 96%, cannoni al plasma operatività 91%, cannoni antimateria operatività 65%» l’ammiraglio udì in auricolare il resoconto dell’armeria «Scudi all’81%, il resto completamente operativo»
«Le altre navi?»
«Sono già pronte, signore» uno dei tecnici della sala comando rispose subito.
«Armeria»
«Sì, signore»
«Quanto alla completa operatività di tutti i sistemi?»
«Cinque minuti per i cannoni antimateria, signore, due per tutto il resto»
«Pronti a far fuoco a mio ordine»
«Sì, signore»
L’ammiraglio chiuse la comunicazione per tornare a concentrarsi sulla mappa olografica. I cinque droni esplorativi finalmente stavano arrivando a destinazione: «Problemi di comunicazione?»
«Nessuno, signore» confermò un tecnico.
«Priorità all’analisi della zona, voglio sapere se ci sono solo loro»
«Sì signore» i due addetti alle comunicazioni parlarono all’unisono.
In silenzio l’ammiraglio rimase a fissare i cinque puntini verdi che si avvicinavano a bassa velocità ai bersagli, sperando che riuscissero a raccogliere le informazioni di cui aveva bisogno.
La situazione non gli piaceva. Sembrava talmente priva di pericoli da essere raccapricciante. Quattro incrociatori di seconda classe erano uno spiegamento di forze pressoché nullo in confronto alla potenza di fuoco di quella flotta, per il nemico non ci sarebbe stata la minima possibilità di vittoria. Eppure se quelle quattro navi erano lì un motivo ci doveva essere.
«Aggiornamento» riprese.
«I radar stanno scansionando tutte le lunghezze d’onda, oltre a quelle quattro navi non c’è nessuno»
«Continuate» si limitò ad aggiungere, e rimase ancora in attesa. Impossibile fossero solo quei quattro. Uno spiegamento di forze così piccolo era poco più che una squadra esplorativa, ma mandare degli incrociatori in esplorazione era da idioti. Non poteva essere.
«Nessun tunnel formato o in formazione, analisi delle navi in corso» continuò uno dei due tecnici addetto alle comunicazioni «Droni 1 3 e 4 abbattuti»
«Continuare» l’ammiraglio specificò quanto gli sembrava pressoché ovvio.
«Analisi completa all’80%, 90%» continuò l’altro tecnico «Droni 2 e 5 abbattuti»
«A quanto eravamo?»
«93%, signore»
«Rapporto» l’ammiraglio rimase in attesa di una risposta. Quei programmi di elaborazione dati erano schifosamente lenti.
«I generatori gravitazionali di tutte e quattro le navi sono a piena potenza»
«Confermare che le navi sono immobili?»
«Sì, signore, immobili»
«Col cazzo che sono incrociatori» l’ammiraglio tornò all’auricolare «Searl»
«Non mettermi fretta» l’altro questa volta rispose immediatamente «Tanto se entriamo in scena noi non sarà prima di un’ora»
«Sono navi da teletrasporto»

 
Stesso istante
 
«Ma sì può sapere come cazzo avete fatto a confonderle?» Searl si trattenne dall’urlare.
«Hai meno di due minuti» l’ammiraglio chiuse la comunicazione.
«Che succede?» Hazel, un passo dietro a lui, chiese informazioni.
«Apriranno un tunnel tra meno di due minuti» in un primo momento Searl non poté far altro che ignorarla, c’erano cose più urgenti «Due per nave, di questa e il Ners ci occupiamo noi»
In risposta ricevette un coro di assensi prima che i quasi duecento maghi di fronte a lui scomparissero nel nulla.
«Che succede?» Hazel tornò a farsi sentire.
«Stanno per aprire un tunnel di teletrasporto che va da dove sono loro a qui»
«E cosa ne faranno uscire?»
«Piccole astronavi da trasporto di norma» continuò Searl «Che verranno disintegrate nel momento stesso in cui metteranno il naso fuori dal tunnel»
Hazel abbozzò una smorfia: «Piene di maghi»
«Precisamente» confermò l’altro «Tu vai con Veis sull’incrociatore Ners. Io e Nethaniel stiamo sull’ammiraglia»
«E Ners sia» Hazel si limitò ad annuire mentre andava a posare un braccio su quello di Veis «Non ho nemmeno una vaga idea di dove dobbiamo andare»
Le due scomparvero esattamente come tutti gli altri, una serie di piccoli cristalli di ghiaccio andò a cadere verso terra.
«Ti ci voleva lo stato d’emergenza per convincerti a chiamarmi per nome» Nethaniel gli si affiancò.
«Non farci l’abitudine»
«Mi sento un po’ offeso ad avere la balia»
«Non hai mai affrontato un vero scontro con i soppressori di campo attivi»
«Mi sembra ti sfugga in buona parte che razza di casino è successo dopo che sei partito per il viaggio turistico dell’universo»
«E in ogni caso non mi ispiri fiducia»
Nethaniel sbuffò: «Che faccio? Osservo?»
«Io osservo» l’altro si preparò al teletrasporto.
«Mi piace il tuo metodo di insegnamento»
«In sala comando» Searl fornì la destinazione. Quell’ultima frase non era detta con ironia né sarcasmo. Prevedeva problemi.

 
Un attimo prima
 
«Sensori» l’ammiraglio tornò a rivolgersi ai cinque tecnici dedicati a quell’unica funzione «Abbiamo il punto d’uscita?»
«Si signore»
«Dove?»
«600 chilometri a babordo»
«Armeria» tornò all’auricolare «Cannoni al plasma al 50%, pronti a sparare»
«Sì, signore»
L’ammiraglio chiuse la comunicazione. Nel sentire una lieve sensazione di freddo sulla pelle nemmeno si chiese a cosa fosse dovuto. Rimase a fissare un momento uno dei due nuovi, Nethaniel o qualcosa di simile, poi andò su Searl: «Non mandare in giro da solo il novellino»
«Questa storia del novellino comincia a essere scocciante» Nethaniel accennò a battere un piede sul pavimento in acciaio della sala comando «Lo sai quanti anni ho?»
«Da come parli ne dimostri quindici» lo zittì l’altro disinteressandosi di lui «Sensori, quanto manca?»
«102 secondi»
«Armeria, state pronti» l’ammiraglio rimase fisso sul conto alla rovescia apparso sullo schermo olografico al centro della sala comando. Si rivolse a Searl: «Tutti i saltimbanco sono in posizione?»
«Tutto a posto» il diretto interessato rispose subito.
«A tutte le navi, attivare i soppressori di campo»
«Ordine comunicato» confermò uno dei tecnici «Soppressori attivi tra 5 secondi»
«Ners» l’ammiraglio si mise in comunicazione con l’incrociatore.
«Sì, ammiraglio»
«Pronti a colpire la zona d’uscita»
«Sì, signore»
«Sensori. Filtro alta energia sugli schermi, e voglio sapere quanti e che tipo di maghi escono da quel buco»
«Sì signore»
Senza aggiungere altro l’ammiraglio rimase a fissare gli schermi a cui veniva applicato il filtro. Si ritrovò a guardare il nulla in cui era prevista l’apertura del tunnel venire coperto da un velo arancione. Ritornò sul novellino: «Ti chiami Nethaniel vero?»
«Finalmente uno che mi chiama per nome»
«Dubito che ti troverai ad affrontare qualcuno del tuo livello, dunque non dovresti aver eccessivi problemi per portare a casa la pelle. Comportati come hai fatto in tutte le altre battaglie»
«Non un gran consiglio visto che nell’ultima ci sono rimasto secco» Nethaniel rispose con una leggerezza che riuscì a far correre un brivido lungo la schiena all’ammiraglio. Questo era completamente suonato.
«Fa in modo che arrivi vivo a fine giornata, Searl» per quanto assurdo, tutt’a un tratto fu felice di avere con sé quello schifoso maledetto rompicoglioni del suo comandante per le forze magiche «E magari evita che sia lui a far saltare la nave»
«Non farà più danni del necessario» rispose Searl.
«Dieci secondi» gli altoparlanti della sala comando cominciarono a scandire il conto alla rovescia.
«Fuoco appena il varco si apre e continuare fino a nuovo ordine»
«Otto»
«E tu novellino non fare cazzate, questa nave costa molto più di te»
«Sei»
Da dietro la schiena l’ammiraglio sentì Nethaniel che accennava una risposta che subito veniva soffocata in una serie di mugugni. Con ogni probabilità Searl gli aveva tappato la bocca. Portò lo sguardo agli schermi che davano una panoramica della spazio esterno la nave, il filtro era ancora attivo. Ora non gli restava che guardare.
«Cinque»
«Quattro»
«Tre»
«Due»
«Uno»
I cannoni fecero fuoco un attimo dopo, nemmeno riuscì a notare una minima differenza nella zona interessata. Attraverso gli schermi filtrati riuscì a vedere venti fasci che convergevano sullo stesso punto. Per un momento lo oltrepassarono andando a intrecciarsi tra loro, assumendo traiettorie del tutto casuali, l’attimo dopo ci fu l’esplosione visibile anche dagli schermi senza filtro. Qualunque cosa fosse uscita dal tunnel era esplosa o stava esplodendo.
«Rivelate coesioni di campo» la notizia data da uno dei tecnici gli sembrò quantomeno scontata. Quello che doveva succedere in fin dei conti.
«Quanti sono?»
«Centodue»
«Dove sono…» senza nemmeno disturbarsi a chiedere ulteriori informazioni l’ammiraglio vide con i suoi occhi che erano diretti tutti verso il Ners.
«Vedete di darvi una mossa» si limitò a dire, senza nemmeno voltarsi in direzione dei due maghi.
«Tutte le unità si dirigano sul Ners» Searl passò all’auricolare «Abbandonare le precedenti posizioni»
«E noi?» Nethaniel, in fianco a lui, pose subito la domanda, probabilmente non vedendo il minimo cenno di voler partire da parte dell’altro.
«L’ammiraglia non può restare incustodita» Searl chiuse le comunicazioni.
«Ma noi siamo i più vicini»
A sentire le ultime parole del novellino l’ammiraglio si voltò a fissarlo, indicava un punto preciso negli schermi mentre continuava: «È quello il Ners no?»
«Non c’è pericolo, succedono spesso cose del genere»
«E noi stiamo inchiodati qui?»
«Io non posso muovermi e tu stai con me»
«Bah, basti tu a presidiare questa bagnarola» con un’alzata di spalle Nethaniel si lanciò in avanti.
Sbalzato di lato dal solo spostamento d’aria l’ammiraglio guardò il novellino accelerare di colpo scomparendo ai suoi occhi, seguito immediatamente da Searl. Non vedendoli più nella sala comando ne trasse l’ovvia conclusione che fossero passati attraverso le pareti per uscire all’esterno. Con un’occhiata al grafico di interazione vide una scia rossa che si dirigeva verso l’incrociatore Ners con una seconda che a corrergli dietro. Tempo un attimo e quella all’inseguimento era arrivata a prendere l’altra.
In attesa che ritornassero l’ammiraglio quantomeno cercò di mascherare un certo disappunto.
Quei nuovi maghi sarebbero stati più un pericolo che altro se erano tutti così.


Stesso istante
Primo incrociatore della flotta, Ners


«Tutte le sfighe a me» Veis continuò a fissare i grafici d’interazione. Per poco tempo ma comunque si sarebbero trovati in condizioni di inferiorità numerica.
«Nessuno di loro è un granchè» Hazel continuava a fissare in direzione dei maghi nemici in avvicinamento, senza degnare i monitor nemmeno di uno sguardo.
«Sono più di cento»
«Non ci avete mai parlato di un’eventualità del genere»
«Non mi sembra il momento giusto» Veis si disinteressò di lei per un momento «Tra quanto saranno qui?»
«I soppressori di campo sono al 130%» il tecnico rispose «54 secondi»
«I nostri?»
«Tempo che arrivino i maghi nemici ne avremmo qui 63»
«Con me 64» aggiunse Veis «Non va tanto bene»
«A quel punto, tempo altri 4 secondi e saremo in superiorità numerica»
«Io resto con te?» si intromise Hazel.
«In sala macchine» Veis si voltò verso di lei
«Il più forte è a malapena un Alto Ufficiale» l’altra rimase a fissare la parete di fronte a lei «Non penso sia necessario farti perdere tempo a starmi dietro»
«Meglio stare insieme» Veis si preparò al tragitto verso la meta «Seguimi»

Trenta secondi dopo
Quel diavolo di aggeggio piantato nell’orecchio era quantomeno fastidioso, ma a quanto pareva era l’unico modo per stare in contatto con gli altri. Quello schifo di soppressori di campo erano come andare in giro con una palla di cemento legata a un piede. Ogni movimento le sembrava lento, impacciato. La sua percezione ne risentiva più di quanto amasse ammettere, non era assolutamente in grado di portarsi a un’accelerazione temporale degna di quel nome.
Fluttuando a mezz’aria nel mezzo di quell’enormità Hazel alzò lo sguardo agli aspiratori qualche decina di metri sopra di lei. Un impianto così gigantesco non poteva aver ventole con un movimento rotatorio molto elevato, eppure continuava a vedere le pale muoversi, a dimostrazione che la sua percezione dello scorrere del tempo era praticamente quella normale.
Di fatto si sentiva menomata, menomata di un potere su cui aveva sempre potuto contare, sospesa quasi alla sommità di uno spazio completamente sgombro senza nemmeno avere assoluta certezza che da un momento all’altro non sarebbe caduta, circondata da pareti d’acciaio che andavano a curvare fino a chiudersi in una sfera che a rigor di logica non avrebbero dovuto lasciarla tranquilla.
Nulla in quel posto, né in quella situazione, avrebbe dovuto lasciarla tranquilla, eppure non sentiva nemmeno un minimo di agitazione. C’era una battaglia imminente e lei stava perdendo tempo a osservare quanto la circondava. Era come se il pericolo riguardasse qualcun altro, come se qualcun altro stesse per prendere parte allo scontro. Anche sforzandosi non riusciva a sentire nemmeno un minimo di paura.
«Sono dentro» all’auricolare qualcuno comunicò la notizia. Come se non riuscisse da sola a sentire cosa stesse succedendo. Percepiva con chiarezza sia le aure dei nemici che dei suoi presunti compagni, nonostante in entrambi i casi non li avesse pressoché mai visti in faccia. Buona parte degli invasori era stata bloccata non appena penetrata nello scafo della nave, solo una minima quota era sfuggita al cordone di contenimento. Due di loro si stavano dirigendo alla sala comando, tutti gli altri erano diretti verso di lei. Non propriamente delle nullità in senso generale, ma di sicuro delle nullità se confrontati con lei. Sul serio c’era da chiedersi che senso avesse un simile attacco.
«Quanto ti devo stare vicina?» senza nemmeno pensarci inviò la domanda per via telepatica alla compagna.
L’altra le rispose tramite auricolare: «Basta che ci possiamo vedere»
«Dove punteranno?»
«Quasi di sicuro agli impianti sopra il reattore principale»
Si astenne dal porre la successiva domanda sentendo che ormai i maghi avversari erano arrivati a destinazione. In effetti puntavano agli impianti sopra le loro teste. Cominciò a spingersi verso l’alto sempre più in fretta. Finalmente erano abbastanza vicini da permetterle di valutarli con precisione.
Si ritrovò a confermare il giudizio che aveva già dato, del tutto gestibili. In fin dei conti perché arrivare addirittura a correre il rischio di farli accedere alle zone nevralgiche della nave, non aveva senso. La strategia migliore era mandare una delle due in avanscoperta e lasciare l’altra sul bersaglio nel caso qualcuno fosse riuscito a filtrare.
Farlo però avrebbe voluto dire disobbedire agli ordini.
Ci pensò un solo attimo prima di curvare e cominciare a spingersi in avanti. Comunicò le sue intenzioni alla compagna ancora per via telepatica: «Io vado avanti, tu blocca quelli che riescono a passare»
«Avevamo detto…» senza ascoltare altro Hazel si sfilò l’auricolare dall’orecchio lasciandola cadere. Passò attraverso le pareti sferiche che l’attorniavano e puntò dritto sugli avversari.
«Hazel, cazzo, torna indietro» la voce di Veis quella volta le arrivò per via telepatica. Ma ormai era tardi. Sgusciando attraverso l’ennesima parete entrò in contatto con i primi due maghi. In un gesto istintivo portò la mano al fianco alla ricerca della spada. Si accorse solo in un secondo momento dell’inutilità del gesto, non c’era nulla.
Continuò ad avanzare mentre a malapena abbozzava un cenno della mano. L’ondata di luce colpì entrambi i maghi allo stesso tempo, scaraventandoli verso le pareti della stanza in cui si trovavano. Non rimase nemmeno a sincerarsi del fatto che fossero morti, salì in verticale per andare a intercettare il gruppo da tre che procedeva pochi metri sopra la sua testa. Passò attraverso il soffitto che gli si parava davanti senza difficoltà, penetrando nell’acciaio come se il suo corpo non esistesse. Sbucò giusto di fronte ai suoi avversari che avanzavano a tutta velocità verso di lei.
Nemmeno perse tempo a curarsi dell’offensiva che gli veniva lanciata contro. Lasciò che il suo scudo la assorbisse e stese le braccia in avanti. Sentì il suo corpo che riprendeva la consueta consistenza mentre lasciava partire le due sfere di luce. Due colpi appena abbozzati che andarono a schiantare due nemici. Si lanciò contro il terzo investendolo, lo afferrò per il collo ancora prima che questi potesse reagire, spingendolo verso l’alto gli fece sfondare la lastra d’acciaio che faceva da pavimento a una stanza di cui non si soffermò ad afferrare i particolari. Portò la mano sinistra al petto dell’avversario lasciando che la luce vi scorresse senza freni. Allentò la presa sul collo e si voltò per tornare verso la compagna
Qualcosa non andava. Quelle che aveva affrontato era autentiche nullità, anche molto meno potenti di quanto avesse percepito prima di incontrarle. Accelerò l’andatura ma di fatto finché si trovava costretta a passare attraverso decine di pareti, paratie, tubature e collegamenti elettrici senza poter danneggiare nulla, la sua velocità sarebbe sempre stata pressoché ridicola. Eppure anche in quel modo era in grado di recuperare terreno sui suoi obiettivi. Era evidente che c’era qualcosa che le sfuggiva.
Raggiunse l’ultimo della fila spazzandolo via con un gesto. Attraversando l’ultima parete si ritrovò in un’altra immensa stanza. E lo scontro tra Veis e i quattro rimasti era già finito.
Rallentando di colpo Hazel cominciò a perdere quota per andare a raggiungere la compagna che stava a sua volta andando verso il pavimento. Atterrò in fianco a lei che già stava chiedendo aggiornamenti: «Quanti ne sono rimasti?»
«Che dicono?» Hazel non poté sentire la risposta.
«Se non avessi buttato l’auricolare» Veis gli diede attenzione un solo istante prima di tornare a conversare in apparenza da sola.
L’altra si limitò a un’alzata di spalle: «Mi dava fastidio»
Compì qualche passo verso il corpo riverso a terra di uno dei quattro maghi abbattuti dalla compagna. Ammesso che mago fosse il termine da adottare, certo.
Nonostante l’avessero già informata la vista la lasciò comunque perplessa. Quella che aveva davanti era una macchina. Dal corpo pressoché tranciato in due colava un liquido biancastro che tutto poteva essere meno che sangue. Dallo squarcio era fin troppo visibile l’endoscheletro metallico che faceva le veci di un’ossatura vera e propria. Sotto la pelle della faccia, per buona parte mancante, c’era solo acciaio.
«Cosa non ti era chiaro di “Stai con me”?» ancora fissa sul corpo Hazel sentì la compagna che finalmente tornava a rivolgersi a lei.
«Era la strategia migliore. Uno a intercettarli mentre un secondo presidiava la zona bersaglio»
«Ma non era quello il piano» Veis alzò appena il tono di voce.
«Allarme rientrato?» Hazel non rimase oltre in argomento, non le sembrava di alcuna utilità. Si rendeva conto di aver contravvenuto a un ordine, sia di quanto avesse sbagliato a fare di testa sua, eppure era come se non le importasse. Ma che diavolo le stava succedendo?
«A quanto pare sì» Veis sospirò «A quanto pare sì»

Stesso istante
«Allarme rientrato, signore» dall’auricolare gli giunse la conferma di quanto già sospettava
«Nessun cambiamento» nonostante fosse pressoché sicuro che in effetti così fosse l’ammiraglio decise quantomeno di essere prudente «Il tunnel è ancora aperto, continuate a sparare»
«Sì signore»
«E il mago rimasto vicino al tunnel?» Searl, in fianco lui, pose la domanda che più gli dava da pensare.
«Ci vado io» Nethaniel, alle loro spalle, aveva lo stesso tono di voce di un bambino che chiede al padre di poter rimanere alzato fino a tardi. Era… raggelante.
«Non ti muovere di qui» gli ordinò l’ammiraglio «Se c’è una cosa di cui sono sicuro è che quello non è una mezza tacca come gli altri»
«La vedo dura che sia meglio di me»
«In ogni caso lascialo dov’è»
«E che palle»
L’ammiraglio si voltò giusto il tempo necessario per assicurarsi che il novellino facesse quanto gli veniva chiesto, poi tornò sul grafico di interazione.
Il mago era ancora lì, sospeso nel nulla più assoluto, a qualche chilometro di distanza dall’uscita del tunnel che continuava a essere bersagliata dai cannoni. Se ne stava immobile, con l’aura al minimo, a oltre 400 chilometri dalla nave più vicina, non avrebbe potuto costituire una minaccia nemmeno volendo. Ma allora che ci faceva lì? Ogni singolo evento capitato nell’ultima ora sembrava non avere il minimo senso.
«Il mago si muove, signore» uno dei due tecnici addetti ai sensori si fece sentire.
«Sì, lo vedo» ancora fisso sul grafico d’interazione l’ammiraglio vide il mago che ritornava verso il tunnel, passava attraverso il fuoco dei cannoni come non esistesse e scompariva da ogni sistema di rivelazione a disposizione.
«E va a capirlo tu che diavolo è successo» borbottò mentre si rivolgeva a Searl.
Il diretto interessato scosse la testa.


Ore 19:00

«Allora Waly, ne è saltato fuori qualcosa di buono dal convegno di pezzi grossi?» nella minuscola stanza per riunioni c’erano a malapena sei poltrone. Andando a prendere posto Searl si ritrovò di fronte all’unico presente.
L’ammiraglio cominciò da subito a massaggiarsi le tempie, ripeté il concetto forse per la quattro millesima volta: «Walent, se possibile»
«Che si è detto?»
«Se ti fossi degnato di venire magari ne sapresti qualcosa»
«Se permetti avevo da impiccare due insubordinati»
«Hanno imparato la lezione almeno?» l’ammiraglio rimase con una mano alla faccia.
«La verità?»
«No, una barzelletta»
«Tutto quello che ho detto è entrato per un orecchio e uscito per l’altro»
«Dunque lo rifaranno ancora»
«Nemmeno c’è da porsi il dubbio»
Walent per un momento si portò anche l’altra mano al volto, coprendoselo completamente, ritornò a parlare solo dopo averle riabbassate: «Erano tutti così fulminati i primi categoria dell’epoca?»
«Magari!»
«Parlando seriamente»
«No» Searl riprese un certo contegno «Non si comportavano così una volta. Ho fatto in tempo a conoscere entrambi prima di partire»
«Forse abbiamo sottovalutato l’entità degli effetti collaterali»
«Hazel non è ai livelli di Nethaniel»
«Nethaniel è da camicia di forza, non è un granché essere meglio di lui»
«Almeno è qualcosa»
«Anche l’altra ha disubbidito agli ordini comunque»
«Per adottare una strategia migliore»
«Se ne ha una migliore la dica prima, porca troia» l’ammiraglio alzò di poco la voce.
«Prima di sparare un colpo in testa a entrambi vuoi sentire la mia teoria?»
«Non che abbia altra scelta»
«Dobbiamo avere pazienza»
L’ammiraglio lo guardò indeciso se ridere o piangere: «Tu sì che sai rassicurare la gente. E mentre porto pazienza in attesa del miracolo quante navi mi gioco con quei due?»
«I cervelloni della base non sono rimasti più di tanto sorpresi al loro comportamento, il che mi sembra quantomeno confortante. Non si può pretendere di distaccarli così tanto dai loro ricordi e aspettarsi che ne escano uguali a prima»
«Nethaniel è matto da legare»
Searl quantomeno evitò di rispondere subito, per un momento rimase a fissare l’ammiraglio: «Non stiamo parlando di maghi normali. Non stiamo nemmeno parlando di semplici prima categoria. Essere come loro di fatto… vuol dire essere pressoché invincibili. Ricordano alla perfezione ogni singolo scontro di cui hanno fatto parte e non sono in grado di associarlo alle emozioni che hanno provato in quei momenti. È come se non avessero un solo momento della loro vita in cui hanno provato paura, per contro sanno per certo quanto siano inferiori rispetto a loro la quasi totalità dei maghi»
L’ammiraglio rimase in silenzio.
«Penso che basti dargli tempo»
«Un po’ come aspettare che crescano» Walent abbozzò una smorfia di disappunto.
«La verità di fatto»
«Da questa giornata è uscita una buona notizia?»
«Il consiglio dei pezzi grossi ha capito tutto ne deduco»
«Ci vuoi provare tu?»
«Ammetto che non sia elementare»
«Solo mia nonna avrebbe progettato un attacco peggiore di quello che abbiamo ricevuto» proseguì l’ammiraglio.
«È proprio di famiglia allora»
L’ammiraglio assunse un’espressione pressoché disgustata «Stai tornando in te vedo»
«Scusa» Searl alzò una mano «Qualcuno tra tutto l’albero genealogico sono sicuro avrebbe fatto meglio»
«Un attacco solo magico e portato da elementi inutili. Che cosa pretendevano di poter fare?»
«Sono l’unico a chiedersi per quale oscuro motivo hanno fatto di tutto per mascherare un centinaio di autentici incapaci in modo che sembrassero un attacco semiserio?»
«A quella proprio non saprei dare una spiegazione nemmeno lavorando di fantasia. Senza dimenticare quello che se n’è stato a guardare mentre l’altro centinaio venivano demoliti»
«Uno che da solo valeva più di tutti i ferrivecchi che i nostri hanno schiantato sul Ners, tra l’altro»
«Difficile trovare un senso a qualcosa che non ne ha»
«Magari ai tostapane finalmente è saltata una valvola»
L’ammiraglio alzò lo sguardo a fissare il soffitto della sala riunioni «Stranamente, faccio fatica a crederci»


Ore 21:00

«Generale Rakis» uno dei soldati si fece strada attraverso l’entrata dell’ufficio che si era appena spalancata.
Lasciando cadere la pedina sul tabellone Searl andò a incrociare le braccia: «Eh ma allora ci godi a farmi fare figure di merda. Ti avevo detto di chiudere la porta a chiave»
«Il pulsante di chiusura è alla tua destra, cretino» Veis continuò a fissare il tabellone, alla disperata ricerca di un modo per evitare la disfatta probabilmente.
«Devi andare in bagno ogni tre minuti, porca eva, mica posso ricordarmi ogni volta»
«La tua figura di merda sta peggiorando»
Accennando un motto di stizza Searl andò a rivolgersi al soldato in uniforme nera a un passo dalla porta: «Consegna pizza a domicilio?»
«Una comunicazione urgente per lei, signore» l’altro avanzò verso la scrivania.
«Ti ha mandato l’ammiraglio per vedere cosa stavo facendo, dì la verità»
«In effetti…» il soldato si fermò a un passo dalla scrivania porgendo i fogli elettronici «Sì, signore»
«E quanto vale la tua lealtà all’ammiraglio?» Searl si sporse verso di lui, il sorriso più rassicurante del repertorio stampato in faccia.
«Ehm…» abbozzò il soldato.
«Ma che farà il vecchio a questa gente, son misteri» Searl strappò di mano i fogli al nuovo arrivato «Sparisci va»
Cominciò a scorrere le prime righe del documento: «Perché non sono così affezionati a me, zucchero?»
«Perché ti odiano?»
«Mi amano in modo alternativo, prego» Searl continuò a leggere.
«Che c’è scritto?» Veis posò anche la sua pedina sul tabellone.
«Una delle navi di ricerca a momenti si è giocata anche lo scafo per riuscire a mettere a nanna una dolce pulzella»
«Idioti?»
«Non vedo altre spiegazioni»
«E noi che c’entriamo?»
«Vogliono» Searl ripeté le parole che stava leggendo giusto in quel momento «Anzi no, pretendono, un mago di prima categoria nel caso la signorina si svegli»
«Risposta standard immagino»
«Fottetevi, tra un giorno vi arrivano i soppressori di campo nuovi, arrangiatevi con quelli? Precisamente»
«Magari cura di più la forma»
«Ma così si capisce meglio il concetto» Searl cominciò a leggere una riga sì e una riga no. Irrilevante che gli venissero a dire che il soggetto si era ribellato, che aveva distrutto quasi tutti i cannoni laser nella camera di soppressione «Ma che razza di rimbambiti abbiamo mandato a far pesca d’altura?»
«Li hai scelti tu» precisò Veis.
«Ho fatto proprio un lavoro di merda pare»
«Perché di solito fai di meglio?»
«E tu dov’eri quando io selezionavo cerebrolesi, tesoro?»
«A darti che stavi facendo schifo probabilmente»
«Se dalla mattina alla sera non dici altro difficile che mi accorga quando faccio davvero schifo» Searl cominciò a saltare due righe ogni tre. Pure il rapporto completo di quanto successo gli avevano mandato, ma che imbecilli.
Si fermò su un punto in particolare. Tornò indietro per leggere la frase completa: «Ma a quegli incapaci non avevamo dato soppressori di campo seri?»
«A meno che tu non abbia deciso di colpo di guardare il bilancio»
«Lo escludo» Searl ricominciò a leggere ogni riga come si doveva «Finchè sono soldi degli altri non può fregarmene di meno»
«Perché dici?»
«Hanno steso la signorina trenta secondi prima che andasse in tempo primario»
Veis tardò nella risposta: «Ecco, questo è strano»
«Soppressori difettosi probabilmente» Searl andò alla ricerca della risposta più ovvia. Voltò l’ultima pagina arrivando a leggere l’ultimo allegato del rapporto. Nel leggere “Forza stimata: 1,5” saltò sulla sedia.
«Porca puttana!» lesse ancora una volta per sicurezza.
«E adesso che è successo?»
Searl si alzò in piedi: «Dì a lor signori della nave di ricerca che il mago di prima categoria sta arrivando più in fretta che gli riesce»
«E chi pensi di mandare, sentiamo?» la ragazza andò ad appoggiarsi con un gomito alla scrivania «Nethaniel che come prima cosa appena arrivato chiederà se è possibile svegliarla?»
«Potrebbe chiederle la rivincita quantomeno» Searl cominciò a rovistare sulla scrivania. Dove cazzo l’aveva messa la tessera di riconoscimento?
«No calma» Veis scattò sulla sedia con un attimo di ritardo «Vorrai mica dire…»
«L’importante è arrivarci»
«Ma sei sicuro almeno?»
«1,5. Non ce ne sono tanti altri in giro»
«Oh ma tu pensa» la ragazza afferrò i fogli elettronici abbandonati sul tavolo e gli diede una scorsa «Vengo anch’io»
Voltandosi a darle un minimo più di attenzione Searl notò senza ombra di dubbio un sorriso malcelato.
«Tu resti qui, Veis» ritornò alla ricerca arrivando finalmente a pescare il maledetto tesserino.
«Non pensare di poter darmi ordini» la ragazza era già in piedi.
Appoggiandole una mano sulla spalla Searl la costrinse a sedersi ancora: «Hai due ragazzini troppo cresciuti affetti da manie di onnipotenza da tener d’occhio»
«Allora facciamo cambio, vado io e tu resti » Veis si rimise subito in piedi.
«Non è una vecchia amica da andare a trovare» l’altro era già sulla porta «Tu resti qui»
Uscì dalla stanza senza nemmeno aspettare una risposta.
Capitolo 2 by Caladan Brood
Author's Notes:
altro inutilissimo capitolo di questa storia. la buona notizia è che ne ho solo altri 3 al massimo e poi ho chiuso :P.
ammetto che pensavo non ne sarebbe uscito qualcosa di malvagio, ma il risultato è un pò così.
vabbè, buona lettura ^_^
Capitolo 2

Posso anche essere d’accordo con i più. Quel modo di agire è stato avventato, è stato stupido, è stato sconsiderato. Rischiare un’intera nave e la propria stessa vita nella speranza di ottenere un alleato che forse sarebbe stato troppo pericoloso da utilizzare, è stato un azzardo pressoché folle.
Si può solo ringraziare la sorte che ci sia stato qualcuno tanto pazzo da compiere una scelta simile.


19 maggio
Ore 14:00

 
«Generale» impegnato a farsi scorrere da una mano all’altra una pallina di gomma, Searl udì la voce all’altoparlante come fosse distante, ovattata. Sulle prime non rispose.
«Generale» la voce lo chiamò ancora.
«Il tuo lavoro è rompermi i coglioni, soldato?» continuò a passarsi la palla da una mano all’altra, senza distogliere lo sguardo.
«No signore»
«Congratulazioni, a quanto pare ti hanno promosso»
La voce all’altoparlante tardò un istante prima di rispondere: «Siamo quasi arrivati signore, dieci minuti»
«Fate quello che dovete fare. Rallentate, riducete la potenza dei motori, correggete la rotta, boiate di questo tipo»
«Sì, signore»
Gli altoparlanti finalmente tornarono muti. Da solo in quella che con ogni probabilità era un alloggio non utilizzato adibito in tutta fretta a magazzino, Searl rimase seduto al piccolo tavolo che qualche ora prima aveva rimesso in piedi, trovandolo con le gambe appoggiate a una delle pareti laterali della stanza. Roba da matti, erano riusciti a scovarlo anche in quel buco di cui forse solo il progettista della nave aveva memoria. A giudicare anche solo dallo strato di polvere che rivestiva pressoché qualunque cosa in quell’ambiente c’era da giurare che lì dentro non entrasse nessuno da mesi.
Forse lo avevano fregato con i rivelatori di movimento o, più probabile, una stanza con tutte le videocamere oscurate aveva fatto sorgere il sospetto.
In ogni caso mancavano dieci minuti all’ora X.
Continuò a farsi passare la pallina da una mano all’altra.
Quand’era stata l’ultima volta in cui l’aveva vista dal vivo? Quando ci aveva parlato l’ultima volta? Quand’era stato il loro ultimo incontro? Qualche anno prima di partire forse.
No. Scosse appena la testa tra sé e sé. Qualche decennio prima di partire, un inutile incontro che non aveva fatto altro che confermargli quanto per lui era già una certezza da parecchio. La ragazza era del tutto partita, pazza sotto ogni possibile aspetto, clinico e non, ma in fin dei conti solo un pochino più ammattita della manica di squilibrati che le andavano dietro. Una tale quantità di persone che all’epoca lui nemmeno si sognava di considerare possibile, talmente tante che anche in quel momento il numero gli sembrava gonfiato.
Non poteva dire che andarsene prima che scoppiasse l’inferno fosse stata una sfortuna. Tra lui e El di sicuro la peggio l’aveva avuta El, che era rimasto a gestire una situazione insopportabile, a condurre una guerra che poteva solo perdere. Partendo come avevano fatto lui e Veis di certo non avrebbe avuto giorni meravigliosi, soprattutto all’inizio, ma comunque una vacanza rispetto a quanto successo dall’altra parte. Ci se ne rendeva conto anche solo stando a quello che aveva raccontato Nethaniel, resoconto fatto con la stessa leggerezza che si addiceva al riassunto di un film visto il giorno prima ma che comunque dava un’idea della situazione.
A parti invertite cosa sarebbe successo? El probabilmente se ne sarebbe stato in quella precisa stanza ad aspettare un nuovo incontro con lei, era pressoché una certezza, ma per quanto riguardava se stesso? Sarebbe stato in grado di gestire una situazione che invece, nella realtà, si era lasciato alle spalle? Sarebbe stato in grado di fermare la ragazza, come alla fine El era riuscito a fare? O gli sarebbe risultato pressoché impossibile vedere in lei un nemico come gli stava capitando in quel momento.
Perché di fatto proprio non riusciva a vederla diversamente. Nonostante l’evidenza gli sembrava di andare a recuperare una persona gradita, non quella che dal loro ultimo incontro era diventata forse l’essere più pericoloso mai esistito.
Scosse ancora la testa. Aveva lasciato a casa Veis per paura che commettesse l’errore che lui stava facendo. Difficile essere più idioti.

 
Qualche minuto dopo
 
«Comandante» la voce all’auricolare lo fece sobbalzare. Avrebbe pagato per non sentire la comunicazione che stava per arrivare.
«Si» Mairen valutò per un momento la possibilità di non rispondere, ma non avrebbe avuto molto senso. Tanto valeva avviarsi a testa alta verso il patibolo.
«La nave da soccorso ha chiesto il via libera per iniziare le procedure d’attracco»
Tirò un respiro profondo: «Permesso accordato»
«Si signore»
Con una smorfia Mairen chiuse la comunicazione tornando a fissare, oltre il vetro avanti a lui, il lettino su cui giaceva la ragazza. Con una minima occhiata all’elettrocardiogramma assunse un’espressione disgustata. 140 battiti al minuto, ma si poteva sapere, porca di quella puttana, come aveva fatto il dettaglio a passare inosservato?
«Tutto confermato» udì Huk parlare un attimo dopo che la porta della stanza si era aperta «La signorina non arriva a domani»
«Lo vedo» Mairen rimase sull’elettrocardiogramma «il cuore è già da buttare»
«Quello non arriva a stasera»
«A chi devo strappare il fegato per questo problemino?»
«Si sono accorti che qualcosa non andava nel momento stesso in cui la situazione è uscita dall’ordinario»
«Dunque non è colpa di nessuno?»
«In parole povere»
«L’unico a venir crocifisso in sala mensa sono io dunque?»
«Non è di gran conforto vero?»
Mairen riservò un’ultima occhiata alla ragazza distesa sul lettino prima di voltarsi: «Sono moderatamente convinto che Rakis vorrà anche la testa del comandante in seconda»
«Tra l’altro è quasi arrivato» uscito nel corridoio, Huk andò ad affiancare il compagno.
«Abbiamo un quarto d’ora per inventare una scusa geniale»
«Scarichiamo la colpa sul primo che capita?»
«Ho come idea che la nostra situazione potrebbe solo peggiorare in quel modo»
«Affrontiamo la morte con onore?»
«Non ci sono alternative» Mairen continuò a camminare verso la navetta.
«Vedi il lato positivo» Huk gli rimase a fianco «Magari ci crocifiggono abbastanza vicini da far due chiacchiere»

 
Quindici minuti dopo
 
Il boccaporto per i passeggeri cominciò ad aprirsi senza rumore, solo un lieve ronzio a testimoniare il funzionamento dei motori elettrici. In piedi in mezzo al corridoio, con il suo vice un passo indietro, Mairen rimase a qualche passo dalla porta stagna in fase d’apertura. Ormai si era creato uno spiraglio largo una cinquantina di centimetri, guardandoci attraverso riuscì a scorgere già una persona pronta a uscire, ne vedeva l’uniforme nera anche se ridotta a una sezione che si limitava al busto. Un’uniforme senza decorazioni, strano che il primo a uscire fosse un soldato semplice. Capì chi fosse quando l’apertura del boccaporto arrivò a metà. L’uniforme proseguiva sotto la cintola andando ad allargarsi per avvolgere entrambe le gambe, con una spaccatura centrale a rendere agevole la camminata. La divisa d’ordinanza delle forze magiche, e che lui sapesse c’era solo un mago presente nella nave di soccorso.
Rimase immobile in attesa che il boccaporto si aprisse del tutto. Ora riusciva a vedere anche il volto. All’apparenza un uomo sulla trentina, capelli neri tagliati corti, occhi castani, un volto di fatto senza una ruga.
Evitò di perdere altro tempo a fissarlo, impegnato più che altro a cercare le parole per informarlo su quanto accaduto. Come andava a dire a uno dei tre prima categoria effettivamente utilizzabili dalle forze armate che si era allontanato dalla sua flotta per niente?
Lo avrebbe scoperto presto con ogni probabilità. Rakis non aveva nemmeno aspettato che il boccaporto fosse aperto del tutto per cominciare ad avanzare nel corridoio. Lo sentì parlare rivolgendosi a lui ancora prima di incrociarlo:
«Sostituite i soppressori di campo e rimettete insieme quel catorcio di reattore principale che vi ritrovate, vediamo di non morirci qui. Dov’è lei?»
Mairen perse un attimo a schiarirsi la voce nel tempo in cui l’altro gli si affiancava per poi oltrepassarlo: «Signore, c’è una cosa di cui dovrebbe…»
«Non me ne frega niente. Dove?»
«Sottolivello due» accennò Mairen «Signore, deve sapere…»
«Non venirmi a dire che hai sbagliato a scrivere 1,5 e in verità volevi scrivere 0,5, c’è un limite anche all’idiozia»
«La situazione è più… complicata»
«Sento puzza di problemi, comandante. Sto sbagliando?»
«No, signore» Mairen non vide motivo di mentire.
L’altro continuò a camminare: «Portatemi da lei intanto»

 
Dieci minuti dopo
 
«Fatemi capire bene» Searl distolse lo sguardo dalla vetrata di fronte a lui per tornare sul comandante della nave e il suo vice «Avete richiesto la presenza di un prima categoria e adesso mi state dicendo che sono venuto per niente?»
Il comandante si schiarì la voce, tardò nella risposta abbastanza da lasciare intendere benissimo quale sarebbe stata la risposta: «Sì signore»
Searl rimase ancora su di loro un attimo. No, non potevano dire sul serio: «Ok, vi do una seconda possibilità. Mi state dicendo che sono venuto qui per niente?»
«Quando abbiamo inoltrato la richiesta c’erano due possibili fonti di rischio, che dato il soggetto in questione erano rilevanti» il comandante quella volta rispose all’istante. Quando era ora di addurre giustificazioni erano tutti pronti a scattare «Rischio che la ragazza si svegliasse inavvertitamente dal coma e rischio che andasse fuori controllo nel passaggio dal corpo di transizione a quello formato a partire dall’impronta genetica esatta»
«E adesso siete sicuri di poterla gestire in entrambe le situazioni» Searl completò la frase per loro. Si passò una mano sul volto «Mi avete fatto passare attraverso dodici tunnel, mi sono sparato una cosa come seimila parsec in meno di due giorni… Io vi mangio vivi» il fatto che avessero privato la flotta di Walent del prima categoria al comando, in quel momento gli sembrò irrilevante.
«La fase di rigetto si è sviluppata molto più in fretta e con molta più violenza di quanto ci aspettassimo» quella volta intervenne il vicecomandante «Purtroppo non c’era modo di saperlo»
«Non cercate di salvar…» Searl si fermò a metà della frase. Arrivò a capire che quanto gli veniva detto non era la solita scusa campata in aria con un attimo di ritardo: «No calma, e questo che vorrebbe dire?»
«Il corpo che la ospita è stato generato a partire da un’impronta genetica imprecisa» il comandante riprese a parlare.
«Sì, questo lo vedo» Searl tornò sulla ragazza oltre il vetro. A dirla tutta proprio non potevano sbagliarsi in modo più clamoroso per quanto riguardava l’aspetto fisico.
«Anche così, stando alle previsioni, la fase di rigetto sarebbe cominciata non prima di quarantaquattro ore e non sarebbe arrivata alla fase critica prima di sessanta»
«Arriva al dunque»
«Presumibilmente è entrata in fase di rigetto tre ore fa e sta peggiorando due volte più velocemente di quanto ci si aspettasse»
«Al dunque ho detto» Searl tornò sui due presenti nella stanza insieme a lui.
«Sta morendo, signore» il comandante si decise a smettere di girare intorno al concetto «Il cuore sarà il primo a cedere entro dieci ore ma di fatto è già in insufficienza multi organo. Il corpo strutturato sul codice genetico specifico per lei è pronto ma comunque passarla a quel corpo prima di quarantotto ore da quando l’abbiamo riportata in vita vorrebbe dire ucciderla quasi di sicuro»
Searl cercò quantomeno di raccapezzarsi in mezzo a quell’ondata di informazioni che gli sembravano senza nesso logico. Alla fin fine non era stata una così brillante idea lasciare a Veis l’onore di occuparsi di queste porcherie. L’unica cosa certa era che senza far niente la ragazza sarebbe morta. Una possibilità che nemmeno si degnò di prendere in considerazione: «Quanto manca alle quarantotto ore?»
«Sei ore»
«Dov’è il problema allora?»
«Tra sei ore non sarà in condizione di sopravvivere al passaggio» precisò il comandante.
Limitandosi a far silenzio per un momento Searl tornò a voltarsi verso la donna addormentata sul lettino di fronte a lui, oltre la vetrata: «I dottori che dicono?»
«Quello che le ho appena detto io»
«Chiamatene uno che sappia qualcosa di questo caso»

 
Mezz’ora dopo
 
«Ok, vediamo se ho capito» seduto sul lettino della sala visite in cui erano rinchiusi ormai da venti minuti, Searl rimase sul dottore fermo di fianco allo schermo olografico «Vi siete imbattuti nel segnale che vi dava conferma di aver trovato l’anima di un primo categoria che fluttuava allegramente nello spazio. Un segnale che faceva troppo schifo per poterne tirar fuori abbastanza informazioni per dare al primo categoria in questione un corpo formato a partire dal corredo genetico che gli era proprio. Dunque avete sparato a caso, sapendo che quello che poi è capitato sarebbe successo, la fase di rigetto»
«Esattamente» il medico si limitò ad annuire.
«E da dove salta fuori questa fase di rigetto?»
Il dottore rimase a fissarlo come fosse un alieno.
«Sì, non so un cazzo di quel che succede in questa nave» Searl lo ammise senza problemi «C’è un motivo se in calce al regolamento per queste vaccate non c’è il mio nome»
«Noi pensavamo…» il comandante della nave abbozzò una risposta.
«Pensavate male» Searl gli troncò le parole in gola «E qui abbiamo già buttato mezz’ora. Avrei interesse che domani la signorina sia ancora viva»
«Ma non…»
«Sì, me l’hai già detto» Searl lo fermò ancora «Dottore, avanti con la spiegazione»
Il medico ci pensò un attimo prima di partire: «Lei non invecchia, signor Rakis. Nessun mago invecchia, o quantomeno il processo di invecchiamento fa a malapena in tempo a cominciare prima di venire troncato»
«Arriviamo alla parte che non so» con un cenno della mano Searl lo invitò a soprassedere.
«È il vostro dominio che vi tiene in vita, riparando i danni del tempo mano a mano che si formano»
«Ho detto la parte che non so»
«Senza il minimo controllo il potere magico distrugge, di certo non è in grado di conservare, tantomeno di riparare. Se lei è ancora vivo dopo tutto questo tempo è solo perché utilizza a livello involontario il suo dominio per rigenerarsi. E questa non è una cosa che si impara, è solo genetica. Il suo corpo va d’accordo con il potere che è dentro di lei. Se così non fosse la magia farebbe quello che sa fare meglio…»
«Mi farebbe a pezzi» Searl finì la frase per lui.
«Dall’interno, poco per volta, un processo tanto più rapido quanto più il mago in questione è forte»
«E per mettere le cose a posto bisogna darle un corpo col codice genetico giusto»
«Precisamente» il dottore continuò «A quel punto rientrerebbe tutto nella norma»
«Ma…?»
«Passarla da un corpo all’altro è un processo… traumatico quantomeno, procedere su un corpo ridotto così male vorrebbe dire ucciderla»
«Oh ma che bello» Searl si fece scorrere una mano sulla faccia prima di tornare su di lui «Quante speranze avrebbe?»
«Nulle, probabilmente» il dottore nemmeno rimase a pensarci «Dobbiamo aspettare ancora come minimo cinque ore o la uccidiamo di sicuro, viste anche le condizioni in cui si trova. E tra cinque ore tra il suo stato e il coma indotto sarà come fosse quasi morta. Appena iniziamo la procedura la uccidiamo»
Searl rimase in silenzio un momento, prima di riprendere: «Trapiantarle tutto il trapiantabile immagino non avrebbe grossi effetti»
Il dottore scosse la testa.
«Quante possibilità se ci proviamo lo stesso?»
Il medico nonostante tutto rimase a pensarci: «Difficile dirlo. Tra lo stato in cui si trova e il coma indotto è già…»
«Diciamo che togliamo il coma» Searl lo interruppe ancora, si mise più dritto sulla schiena, le mani appoggiate al lettino.
Il dottore scosse ancora la testa: «Sarebbe cosciente, per quanto ridotta male dubito sarebbe sotto la metà della sua forza totale»
«Irrilevante per il momento» Searl replicò all’istante «Se il coma non ci fosse cosa succederebbe?»
«Passerebbe in tempo primario nel momento stesso in cui si svegliasse» il vicecomandante della nave si intromise «Ci ritroveremmo tutti morti nel giro di mezzo secondo»
«Molto meno a dir la verità» Searl non fece una piega «Ma non stiamo parlando di questo. Se fosse sveglia sopravvivrebbe al passaggio di corpo?»
«Distruggerebbe gli strumenti, non ha nemmeno senso…» accennò il dottore.
«Rispondi alla domanda e basta»
Il medico richiuse la bocca senza aver potuto ultimare la frase. Rimase in silenzio un attimo: «Non ne ho idea»
«Più possibilità …» Searl continuò imperterrito «o meno?»
«Una cosa del genere nemmeno è stata mai pensata» si giustificò il dottore
«È facile. Non mi occorre il numero preciso» l’altro insisté «Di più o di meno?»
«Di più, ma nemmeno saprei quanto»
«L’importante è che siano di più» Searl si prese un momento per pensare, ma nonostante tutto si ritrovava ad aver già deciso, per quanto forse fosse la decisione sbagliata: «Ok, accertatevi che siano parecchie di più. Lo facciamo»
«Ma…» il comandante della nave azzardò una protesta.
«Non si muoverà, non passerà in tempo primario, non farà niente di niente» Searl proseguì imperterrito «E la nave non correrà alcun pericolo. Non vedo dove sia il problema»

 
Due ore dopo
 
Attraverso lo schermo olografico avanti a lui Mairen rimase sulle immagini bidimensionali che scorrevano a formare un filmato che aveva visto l’ultima volta forse trent’anni prima.
La ragazza sedeva a un tavolo bianco con le mani avvolte in un paio di guanti neri appoggiate al pianale, i pugni chiusi. Guardava dritta verso la telecamera. Sul suo volto, almeno a prima vista, non vi era traccia della minima espressione mentre annunciava la futura l’estinzione del genere umano.
Una ragazza come ce n’erano a milioni. Alta come ce n’erano tante, magra come ce n’erano tante, capelli castani leggermente mossi che andavano a perdersi oltre le spalle, nulla in lei si poteva considerare fuori dall’ordinario, almeno stando all’aspetto esteriore.
Stavano per fornire la possibilità di far pieno uso del suo dominio a un essere che aveva progettato, annunciato e portato a termine la quasi totale soppressione di un’intera specie, forse il primo categoria più potente mai esistito, di certo uno dei più pericolosi.
Abbassando lo sguardo sui fogli elettronici appoggiati sul tavolo di fronte a lui Mairen rimase a fissarli ancora una volta.
Quella donna aveva ucciso di persona due prima categoria ben superiori a Rakis, era andata a un passo dall’eliminarne altrettanti, anche solo l’elenco dei seconda categoria che aveva tolto di mezzo sembrava una lista di invitati a un matrimonio. Il mago che l’aveva fermata veniva visto come una specie di divinità da pressoché chiunque fosse stato riportato in vita fino ad allora.
«Voglia di solitudine?» il rumore appena percettibile della porta a scomparsa che si apriva preannunciò di un attimo l’entrata di Huk nella stanza, riuscì a riconoscerlo anche solo dalla voce.
In silenzio Mairen rimase a guardare i fogli che teneva tra le mani.
«Sì» l’altro andò a prendere posto su una sedia in fianco a lui, impegnato a fissare lo schermo «Noto una certa somiglianza»
«La tizia del filmato è spiccicata al nuovo corpo che dobbiamo dare alla ragazza» specificò Mairen
«Ormai non c’erano comunque dubbi su chi fosse»
«Fosse per te, ridaresti in mano a qualcuno l’arma con cui ha fatto trenta miliardi di morti?»
«La decisione di Rakis non è così folle alla fine»
«Rischiare di farci crepare tutti per avere un possibilità su mille in più di collezionare un altro primo categoria?»
«L’hai sentito anche tu, se togli il coma indotto la ragazza sopravvive al passaggio di corpo quasi di sicuro»
«Ah beh, allora sì che il rischio è giustificato»
«Ha anche detto che la nave non correrà nessun rischio»
Mairen si lasciò cadere i fogli di mano, per un momento tornò a fissare il monitor. La ragazza nel video si era appena sfilata il guanto sinistro, nella mano aperta stava già cominciando ad addensarsi una sfera d’ombra: «Searl è un arrogante, forse abbastanza arrogante da non rendersi conto che l’avversario è al di là delle sue possibilità»
«Sa quello che sta facendo»
«Ne sembri convinto»
Huk si strinse nelle spalle: «Mi piace pensarlo»
«Il fatto che tu sia tanto tranquillo è segno che la tua immancabile stima di probabilità ha dato buon esisto immagino»
«In quelle condizioni pietose la ragazza sarà forte al massimo la metà di quel che è in realtà, non saprà quel che succede, di sicuro sarà spiazzata dalla situazione, qualche secondo lo perderà a cercare di capirci qualcosa, per il tempo restante avrà a che fare con qualcuno più forte di lei e con il dominio giusto per tenerla ferma, senza contare che è il dominio giusto anche per impedirle di passare in tempo primario. Di fatto Searl non può fallire»
«Se in effetti sarà forte la metà di quel che è in realtà»
«È una stima realistica» valutò Huk.
Mairen scosse la testa «Finora con lei non abbiamo imbroccato una sola previsione. Cosa ti fa pensare che stavolta avremo più fortuna?»

 
Un’ora dopo
 
Era un errore, anzi di più, era un follia. Un inutile rischio, una cosa da pazzi. Non si stava parlando di un cagnolino da svegliare subito dopo l’intervento per vedere se sta bene e poi riaddormentarlo.
La cosa migliore era lasciare che la natura, se di natura si poteva parlare, facesse il suo corso, lasciare che morisse un’altra volta e se ne andasse. Probabilmente non l’avrebbero mai più ritrovata e forse quello era solo un bene.
Una mina vagante così grossa, ma soprattutto così pericolosa, sarebbe stata un problema costante, forse addirittura più un problema che un vantaggio. E come se non bastasse rischiare di svegliarla forse non solo avrebbe significato condannare a morte se stesso, ma anche sacrificare l’intera nave, con tutti i suoi occupanti.
Ma che diavolo si era fatto venire in mente?
A passo lento Searl continuò a camminare intorno al lettino rivestito da quella che nulla sembrava più di una teca di vetro trasparente. Il corpo all’interno non si muoveva, non respirava, clinicamente era morto. Il nuovo corpo per la ragazza era pronto, e stavolta era quello giusto. Avrebbe potuto confermarlo anche solo stando a quanto poteva vedere. L’unica differenza che sussisteva tra ciò che vedeva davanti a lui e quanto si ricordava era la lunghezza dei capelli, l’ultima volta in cui l’aveva vista erano più lunghi, il resto era identico. Stessa corporatura, stessa carnagione, stessi lineamenti del volto.
Quella era Fern, in tutto e per tutto, e lui stava per fare l’enorme sbaglio di risvegliarla.
Se anche Nethaniel, dall’alto delle sue attuali manie di onnipotenza, era arrivato a definirla un problema, la cosa già di suo assumeva una certa gravità, se poi si andava a leggere le testimonianze di quanto successo in quella guerra il quadro diveniva completo.
Un simile pericolo andava evitato, anzi, si doveva essere contenti che fosse stata la sorte ad alleggerire tutti loro di un simile problema sul nascere.
Era ancora in tempo per salvare la situazione. Bastava semplicemente non far niente. Ordinare che non intervenissero, ritornare alla nave di soccorso e tornarsene alla sua flotta. Tutto come prima e tutti contenti.
Una possibilità che di fatto nemmeno prendeva in considerazione.
La ragazza era pericolosa? Di sicuro. Da lei sarebbero venuti più guai che altro? Probabile. Se fosse sfuggita al suo controllo avrebbe distrutto quella nave? Certo al di là di ogni dubbio. Ma nonostante tutto correre quel rischio era la scelta giusta. Fosse stato anche solo per cercare di dare a quella donna la vita che non aveva mai avuto e che, da un certo punto di vista, tutti loro le dovevano.
Era stato l’esercito, i militari, quelli che col passare del tempo erano diventati le forze armate intergalattiche della repubblica, a creare quel nemico. Loro avevano fatto di quella donna ciò che era diventata, loro l’avevano condannata a una vita menomata, loro l’avevano definitivamente scatenata. Era giusto che proprio loro contribuissero a tentare di rimediare.
Un’altra serie di considerazioni che di fatto non avevano senso. Ognuno dei presenti in quella nave ai tempi in cui si erano svolti i fatti era talmente lontano anche solo dal nascere da far spavento, ma ciò non toglieva il risultato. Era giusto tentare, anche e soprattutto perché nessuno di loro sarebbe stato davvero in pericolo.
Sia la nave che il suo equipaggio non si sarebbero trovati a rischio. Anche nel caso la ragazza fosse riuscita a liberarsi non ci sarebbe mai riuscita prima quantomeno di dare chiari segnali di esserne in grado. Prima che accadesse il peggio sarebbe riuscito quantomeno a teletrasportarla con sé fuori dalla nave. A quel punto l’unico che se la sarebbe dovuta vedere con la ragazza sarebbe stato lui.
Un rischio che se la sentiva di correre. Era giusto che lei vivesse.

 
Tre ore dopo
 
In piedi nel bel mezzo della camera di soppressione Searl perse un attimo a guardarsi intorno per valutarne le condizioni. A giudicare dal rapporto che aveva letto si aspettava anche di peggio.
I vertici superiori della camera erano stati danneggiati dall’esplosione dei soppressori di campo, l’acciaio di una delle pareti era a malapena incrinato in una sezione ristretta, le torrette di cannoni laser erano pressoché tutte fuori uso, ma quello non aveva la minima importanza, nel caso specifico non sarebbero servite a nulla.
Andò a concentrarsi sul lettino piazzato nel mezzo della sala. Un unico pezzo d’acciaio fuso con il pavimento, probabilmente senza incavi interni, il massimo della robustezza in pratica, ma non sarebbe stato sufficiente.
«Posate i corpi a terra» rimanendo voltato si rivolse alla piccola folla alle sue spalle.
«Mettere il corpo di destinazione sul lettino favorirebbe il processo» azzardò uno dei tecnici «Se vogliamo ottimizzare…»
«È una postazione troppo vulnerabile» Searl rimase a saggiare il lettino ancora un attimo «Cederebbe alla minima pressione»
«È un unico elemento in acciaio polarizzato pieno, dovrebbe…»
«È indispensabile che il corpo di destinazione sia appoggiato qui?» Searl tagliò corto.
«Comunque dovrebbe…» il tecnico abbozzò ancora una risposta.
Senza nemmeno perdere tempo ad ascoltarlo Searl rilasciò il suo dominio il tempo di un attimo. Con il palmo della mano destra appoggiato al piano d’acciaio spinse appena verso il basso. L’intera struttura in acciaio collassò su se stessa fino ad arrivare quasi a livello del pavimento.
«Sì, sei un coglione» rispose ancora prima che il tecnico potesse aprir bocca «Vedi di sparire da qui di volata, voglio gente che abbia un’idea di quel che sta per succedere»
Si voltò verso la piccola folla alle sue spalle arrivando a vedere un uomo che si allontanava diretto all’uscita. Si concentrò sui due corpi adagiati su altrettante barelle:
«Mettete la bionda vicina al lettino, l’altra sopra»
«Quando vuole…» il dottore si interruppe a prendere fiato, probabilmente nemmeno credeva a quanto stava per dire «che si svegli?»
Nonostante tutto Searl nemmeno prese in considerazione la possibilità di tirarsi indietro «Mezz’ora va bene»
Il dottore regolò il timer inserito in un braccialetto da polso e lo fece indossare alla ragazza bionda distesa sulla barella, in apparenza solo addormentata.
«Comandante» Searl passò all’auricolare mentre davanti a lui i dottori cominciavano a prepararsi per spostare i corpi.
«Sì signore» Mairen rispose subito.
«Mezz’ora»
«Ho sentito signore»
«La nave è di nuovo operativa?»
«Il reattore principale è di nuovo operativo, i soppressori di campo sono pronti a entrare in funzione»
«Mettete il reattore principale in preriscaldamento, se le cose vanno male la teletrasporto fuori di qui. Nel momento stesso in cui mi vedete sparire partite»
All’altro capo dell’auricolare ci fu una lunga pausa prima che il comandante della nave riprendesse a parlare: «Come faccio a sapere quando è ora di tornare a prenderla?»
«Fermatevi a una distanza di sicurezza» Searl rimase sulla ragazza bionda che veniva postata dalla barella «E tenete d’occhio lo schermo d’interazione. Quando l’aura della ragazza scompare venite a prendermi»
«E se scompare la sua, signore?»
«Partite per tornare alla base»
Il comandante tardò ancora una volta nella replica molto più del necessario: «Sì, signore»

 
Mezz’ora dopo
 
«Niente» Huk, in fianco a lui, rimase un attimo ad ascoltare quanto gli comunicavano all’auricolare «Non c’è modo di parlare direttamente con Walent, dovremmo accontentarci del viceammiraglio»
«Che è un parigrado di Rakis» Mairen rimase sugli schermi olografici della sala di controllo «dunque non me ne faccio niente»
«Se ti può consolare ho la vaga impressione che disubbidirebbe anche a un ordine diretto di Walent»
«Non molto in verità» con un’occhiata al conto alla rovescia impresso a caratteri cubitali sulla parete Mairen constatò che mancava un minuto «Già non sguazziamo nei primi categoria e questo ha deciso di suicidarsi»
«Sarà in condizione di netto vantaggio» Huk tentò quantomeno di minimizzare «E comunque deve tenerla sotto controllo nemmeno tre minuti, poi la ragazza perde conoscenza un’altra volta»
L’altro nemmeno rispose, accese l’auricolare: «Sala macchine»
«Sì signore» arrivò subito risposta.
«Pronti a partire a mio ordine»
«Quando vuole signore»
«Operatore» Mairen chiamò ancora «Soppressori di campo operativi?»
«Fase di preriscaldamento ultimata signore» la voce all’altro capo della linea confermò «Siamo pronti»
«Bene» il comandante fece cadere la comunicazione sempre con gli occhi fissi sul conto alla rovescia. Si rivolse al tecnico presente nella sala: «Spettro d’interazione»
Il tecnico fece scorrere le dita nell’aria qualche istante prima che innanzi a lui apparisse un grafico tridimensionale, composto da due soli punti sospesi nell’aria, uno nero, uno azzurro.
«Generale» Mairen tornò all’auricolare per rivolgersi a Rakis «Mancano dieci secondi»
«Lo so» la risposta arrivò ridotta a un sussurro.
«A giudicare dallo spettro d’interazione non si direbbe» Huk si premurò di non accendere la propria auricolare.
Un allarme acustico invase la sala controllo passando immediatamente da intermittente a continuo. Mairen nemmeno perse tempo a leggere il messaggio d’allarme che comunicava il raggiungimento del terzo punto di Essner da parte di Searl. Si limitò a ordinare al tecnico: «Disattiva gli allarmi»
«Nemmeno adesso sembrerebbe sapere che tra tre secondi questa si sveglia» continuò Huk.
Mairen nemmeno si disturbò a seguire lo spettro d’interazione, lo sentiva. Searl aveva liberato una parte infinitesima del suo potere, quasi niente. Rimase a fissare il conto alla rovescia che arrivava a zero per poi andare sui monitor che davano l’immagine in tempo reale della camera di soppressione. Si concentrò sulla ragazza, si premurò di preparare ogni cosa: «Operatore, pronto ad avviare il processo»
«Quando vuole signore»
Immobile Mairen attese di individuare il minimo movimento, nel notare una minima contrattura nel viso della ragazza diede l’ordine: «Via»
Adesso non restava che sperare quei tre minuti passassero più in fretta possibile, che la ragazza stesse in stato di semi incoscienza per tutto il tempo, che per qualche oscuro motivo non reagisse. Tutte vane speranze in ogni probabilità.
Sempre fisso sulle videocamere della camera di soppressione vide la donna che sbarrava gli occhi nel momento stesso in cui la tripla dose di stimolanti arrivava a fare davvero effetto. A quel punto era solo questione di attimi. Sollevandosi a sedere di scatto lei si guardò attorno il tempo di un secondo, probabilmente reagì nel momento stesso in cui riconobbe la stanza.
Ancora prima di osservare l’immagine sullo schermo che si oscurava fino quasi a scomparire percepì l’aura della ragazza che si espandeva a una velocità impressionante. Nonostante attraverso i monitor quasi non si riuscisse a vedere niente la distinse comunque mentre faceva per sollevarsi in aria. Un attimo dopo la vide schiantarsi contro il pavimento affondando con i gomiti nell’acciaio per una decina di centimetri, incrinando la superficie metallica in un’ampia zona. L’aura di Searl era salita ai massimi livelli tanto in fretta che nemmeno si era reso conto fosse successo.
«Ecco» Huk tornò a farsi sentire «Adesso sì che ci sta mettendo impegno»
«Il pavimento regge?» Mairen chiese subito.
«600000 tonnellate per metro quadro all’impatto, adesso è calato alla metà, entro i limiti di tolleranza» il tecnico arrivò a rispondere dopo aver sfiorato l’aria avanti a lui un paio di volte
«Operatore»
«Processo allo 0,1%, inizio della fase di transizione tra 164 secondi»
164 secondi che sarebbero stati eterni. Tornando allo schermo che dava l’immagine sulla camera di soppressione il comandante non riuscì a vedere quasi nulla: «Filtro notturno»
L’attimo dopo, per quanto meno definita rispetto a prima, l’immagine riapparve sui monitor. La donna era ancora schiantata a terra, avvolta da una cortina d’oscurità che anche con il filtro attivo risultava quasi impenetrabile, ricominciava ad affondare nel pavimento. Le incrinature del metallo si facevano più profonde.
«1140000 tonnellate, in aumento» il tecnico aggiornò la situazione «Il pavimento sta cedendo»
«La polarizzazione è già al massimo?» Mairen parlò tanto in fretta da rendere le parole confuse, rimase sugli schermi.
«110%»
Il comandante perse un attimo a pensare. Trenta lastre d’acciaio polarizzato, un pavimento spesso venti metri si stava sfaldando come burro, e quella era solo una minima parte della pressione che Rakis stava esercitando. Non si poteva andare avanti per quella strada.
«Signore» si mise in comunicazione con Searl. Restando sugli schermi andò a concentrarsi su di lui, fermo a una decina di metri dalla ragazza, sospeso a qualche palmo da terra, circondato da una coltre di cristalli di ghiaccio tanto fitta che a fatica si poteva vedere attraverso.
«Sì» nonostante tutto l’altro rispose senza apparente difficoltà.
«Il pavimento sta cedendo»
«Quanto manca?»
«Poco»
«Speravo reggesse più tempo»
La comunicazione venne interrotta da Rakis stesso.
«E mancano ancora 118 secondi» valutò Huk «Ci sarà da divertirsi»
Mairen evitò di replicare. Come al solito lui era quello che si preoccupava e il suo vicecomandante era quello pressoché certo che tutto sarebbe andato per il meglio. Rimase sui monitor a fissare la ragazza, ridotta ancora alla pressoché totale immobilità che si alzava da terra per cominciare a fluttuare a mezz’aria. A quel punto bastava tenere la situazione stabile per ancora 106 secondi, nient’altro. Se ne sincerò controllando un solo secondo il timer col conto alla rovescia. Non ebbe nemmeno il tempo di ritornare sui monitor.
Lo avvertì nella sua mente e lo vide nello spettro di interazione. Il livello di forza della ragazza era schizzato da 0,6 a 0,9 di colpo, e continuava a salire.
«Ma porca troia» Mairen perse un solo istante a vedere la donna che già cominciava a ribellarsi con successo alla morsa che la teneva prigioniera, l’oscurità attorno a lei si faceva sempre più fitta.
«Sala macchine, pronti a partire» diede l’ordine nel momento stesso in cui vide Searl che cominciava a prendere quota. Ormai le due auree erano del tutto paragonabili, con una minima occhiata allo spettro di interazione si assicurò che effettivamente fosse la verità. 1 contro 0,95. Rakis non l’avrebbe tenuta ferma ancora a lungo e lo sapeva, stava andando da lei per teletrasportarla fuori.
Lo vide fermarsi a una decina di metri da terra.
«Sì signore» andando ad appoggiare entrambe le mani al tavolo avanti a lui Mairen a stento avvertì la risposta. La ragazza era riuscita ad alzare un braccio avanti a sé. La velocità con cui l’oscurità si raccoglieva tra le sue dita era sconcertante. Lanciò l’offensiva dopo una preparazione da meno di un secondo.
Immobile il comandante quantomeno tentò di individuare un ordine da impartire in quella situazione, ma di fatto non c’era niente da fare. L’offensiva avrebbe squarciato la parete laterale praticamente come non fosse mai esistita, avrebbe proseguito fino a divorare lo scafo, avrebbe danneggiato in modo irreparabile la nave, avrebbe ridotto a brandelli la camera di soppressione rendendo inattuabile il processo di transizione.
Rimase sul monitor ad osservare la sfera che si dirigeva verso il muro d’acciaio. Un attimo prima dell’impatto riuscì a distinguere a malapena l’obiettivo della videocamera che si cristallizzava prima di esplodere.
Non riuscì ad avvertire nulla che desse a pensare la sfera d’ombra avesse impattato. Con ritardo si rese conto di quanto confermò andando a fissarsi sullo spettro d’interazione. La sfera d’ombra tornava al mittente.
«Videocamere ausiliarie» ordinò.
«La temperatura della camera è -150 gradi» riferì il tecnico «Non reggeranno a lungo»
«Finché tengono tengono, falle uscire»
Le immagini ritornarono un istante dopo. Della sfera d’ombra non v’era più traccia, e metà del camice della ragazza era scomparso, il braccio destro era del tutto esposto e per buona parte privo di pelle, il volto era ridotto altrettanto male, buona parte della capigliatura bionda si era consumata. Ma non erano altro che ferite superficiali.
Con gli occhi ridotti a voragini nere la donna si era rivolta a quello che aveva identificato come il suo nemico. Con un cenno arrivò a richiamare nella mano sinistra tutta l’oscurità che si condensava attorno a lei, un secondo cenno e lanciò il colpo, con ogni probabilità abbastanza potente da sfasciare la camera di soppressione anche solo con la poca energia che il corpo di Rakis non avrebbe assorbito.
Di fatto non restava che pregare.
L’offensiva si schiantò su Searl sbalzandolo all’indietro di un passo, senza lasciare la minima traccia sul suo corpo. L’oscurità residua dopo l’impatto cominciò appena ad allontanarsi da lui prima di venir richiamata per andare a concentrarsi in un unico punto, un attimo dopo era sparita.
Senza nemmeno il tempo di tirare un minimo sospiro di sollievo Mairen avvertì che la ragazza stava già preparando una nuova offensiva ancora prima di tornare su di lei. La vide con la mano sollevata il minimo necessario verso il suo nemico, mentre accumulava tutta l’oscurità di cui era capace, a una velocità fin troppo elevata.
«È in tempo primario?»
«Accelerazione temporale: 2,3» rispose subito il tecnico.
«Rakis?»
«3,4»
Il colpo si lanciò su Searl senza che lui si muovesse di un passo, una seconda offensiva lo colpì subito dopo. L’oscurità che non venne assorbita dal suo corpo si ritrovò a rimbalzare e tornare indietro dopo aver percorso appena un paio di metri.
Sbalzato all’indietro Searl arrivò quasi a contatto con la parete in metallo alle sue spalle, della coltre di ghiaccio che lo attorniava non era rimasto nulla. Una terza offensiva a distanza di un attimo lo mandò a schiantarsi contro il muro, affondandoci fino a scomparire.
Sbattendo le palpebre un paio di volte Mairen cercò quantomeno di capire dove la ragazza avesse trovato il tempo per caricare un’offensiva del genere in così poco tempo.
«10 lastre perforate, undicesima danneggiata all’80%» il tecnico si trattenne dall’urlare.
Mairen non si mosse. Il processo cominciava ad essere a rischio. L’unica nota positiva era che l’aura di Searl era rimasta invariata.
Non lo vide uscire da quella specie di tunnel scavato nel metallo. La raffica d’aria fu tanto violenta da essere quasi palpabile. Abbondanti porzioni d’acciaio che costituivano i contorni dell’apertura sulla parete vennero proiettati in avanti. Scaraventata all’indietro la ragazza andò a schiantarsi contro il muro di fronte a quello in cui era Rakis. Pressoché allo stesso istante cominciò a ritornare verso il centro della sala, imprigionata in una morsa che si era fatta ancora più forte.
«Operatore» chiamò Mairen.
«Signore?»
«Il processo è ancora in atto?»
«Ancora 4 secondi signore»
«È finita finalmente» tirando un sospiro di sollievo il comandante rimase a guardare la scena esattamente come doveva svolgersi. Ancora stretta in quella morsa invisibile che la teneva prigioniera la ragazza di colpo iniziò a fare meno resistenza, la sua aura cominciò a crollare sempre più in fretta, nel giro di un attimo scomparve.
Ritornando visibile agli occhi delle telecamere dopo essere uscito dalla voragine che lui stesso aveva scavato nella parete Searl andò ad adagiare il corpo svenuto sul pavimento. Nel posare un piede nudo a terra allargò appena le braccia scoperte, prive di pelle in ampi tratti. Anche le telecamere ausiliare esplosero.
«Temperatura della camera?» si informò Mairen.
«15 gradi adesso»
Il comandante perse un momento a capire dove Searl si fosse teletrasportato lasciando la camera di soppressione, poi andò a rivolgersi a Huk: «Dì ai dottori di andarlo a prendere»
L’altro annuì mentre impartiva gli ordini: «È arrivata a 1,10, da non credere»
Consultando i dati dello spettro d’interazione Mairen si assicurò di quanto aveva già percepito per conto proprio. Come da programma, avevano sbagliato alla grande anche quella previsione, gli eventi erano precipitati come peggio non poteva andare.
Eppure erano ancora vivi. Non solo, erano ancora vivi, la camera di soppressione aveva subito danni a dir poco marginali considerate le forze in gioco e il processo di transizione era ancora in corso, con il corpo di destinazione della ragazza che per tutto il tempo se n’era rimasto al centro della camera, senza che niente fosse arrivato a intaccarlo.
Pressoché assurdo.
Capitolo 3 by Caladan Brood
Author's Notes:
e avanti con un altro capitolo. e giuro che non ho un'idea del perchè l'ho scritto :S. quelli prima quantomeno erano movimentati, qui succede proprio un tubo, oltre al fatto che sta sbobba mi convince proprio poco :S.
vabbè, poco male. un altro capitolo, massimo due e esaurisco la scorta di roba da scrivere per sta storia :P.
buona lettura
PS: oh sì, una cosa importante (vabbè, importante... si fa per dire :P). nel principe, e anche nel prologo del fuoco dell'anima, si è visto che i maghi hanno il colore degli occhi condizionato dal dominio. ora, questa era simpaticamente una cosa che all'epoca avevo inserito giusto per fare un pò di coreografia, senza una vera spiegazione. adesso che la spiegazione ce l'ho ci saranno un paio di correzioni. nello specifico: 1) in questa storia i maghi hanno gli occhi del loro colore naturale e via andare (mi sembra che a capitolo 2 ci sia un accenno al colore degli occhi di searl che tendevano all'azzuro, adesso vado a correggere perchè sono semplicemente castani :P). 2) nel prologo del fuoco dell'anima, anche lì, el e company hanno gli occhi del loro colore naturale (anche lì andrò a correggere quanto prima :P). non ve ne può fregar di meno, lo so, ma l'ho detto per amor di precisione :P.
Capitolo 3

Uno su duecento. In fin dei conti non è molto. 0,5%. È più facile tirare una moneta e ottenere per otto volte la stessa faccia. Basta provarci, di solito ci si stanca molto prima di riuscirci.
Ma una percentuale, anche molto molto piccola, sarà sempre abissalmente diversa da zero. Il rischio si compone di due fattori, probabilità e danno. Una probabilità bassa associata a un danno catastrofico costituirà comunque un rischio inaccettabile.
Si sapeva quale sarebbe stato il danno, il problema era la possibilità che l’evento si verificasse.


21 maggio
Ore 16:00

 
Idiota, imbecille, cretino. Doveva prendere un appunto mentale, uccidere il comandante Mairen, una morte lenta e dolorosa.
Dubitare delle decisioni di un superiore era capibile, considerarlo in errore pure, arrivare a pensare che stia per causare la distruzione di una nave e la morte dei suoi passeggeri era legittimo. Una mancanza di fiducia, data la situazione, non era fuori luogo, però da lì a tentare di spifferare tutto a Walent ce ne correva.
Quel cane di un comandante ci aveva provato, per poco non ci era riuscito, ma in fin dei conti nemmeno era quello il problema. No, la vera tragedia era stata l’idea di fare il nome del primo categoria recuperato dalla nave di ricerca. Il signorino si era premurato di specificare quanto non potesse esserne ancora certo al 100%, ma era stato sufficiente.
Dire che il damerino gli aveva mandato a puttane tutti i piani era riduttivo, era riuscito a far avverare la situazione peggiore.
Impegnato a percorrere in larghezza il corridoio nei pressi del boccaporto della nave da soccorso Searl pestò i piedi a terra sul pavimento metallico. Ad avere Mairen sotto mano in quel momento lo avrebbe strangolato sul posto.
Il piano che si era figurato per risolvere il problema si poteva definire perfetto, un’opera d’arte, e non avrebbe avuto il minimo intoppo nella sua semplicità. Non avrebbe detto niente a nessuno sull’identità della ragazza, lasciando che venisse trattata secondo la procedura standard, che fosse sottoposta alla procedura di riabilitazione in tutta tranquillità, da quel punto in avanti non ci sarebbero stati problemi, ne era convinto. Anche dopo che tutti avessero scoperto chi in realtà fosse non sarebbero sorte conseguenze, anche quell’emerito coglione del ministro della difesa non avrebbe potuto ignorare i vantaggi nell’accettare un simile primo categoria, anzi, il primo categoria.
Adesso era andato tutto a puttane, e la cosa peggiore era che da quella bagnarola lui non era in grado di opporsi come si doveva a quanto si era messo in moto. Si era visto costretto a far totale affidamento su Veis, che senza dubbio stava facendo tutto quel che poteva per rimediare alla situazione, ma non sarebbe stato sufficiente. Era questione di metodo, a trattare con certa gente arroganza a palate, la delicatezza di un treno merci, una totale insensibilità e una buona quota di intimidazione pagavano molto di più della diplomazia. C’era poco da fare, Veis per quelle cose non c’era tagliata, o in ogni caso c’era tagliata molto meno di lui. L’ultima volta che l’aveva sentita le cose non stavano andando molto bene o meglio, stavano andando proprio di merda. Di fatto l’unica nota positiva era l’essere finalmente arrivato a destinazione.
La nave era entrata nella darsena da almeno dieci minuti, le procedure d’attracco con ogni probabilità erano finite, il boccaporto si sarebbe aperto da un momento all’altro, molto presto. Riusciva a sentire la presenza di Veis, si stava facendo strada lungo i corridoi d’attracco mentre la nave veniva ormeggiata.
Un sordo rumore metallico gli diede la conferma che il corridoio si era agganciato allo scafo con successo, subito dopo il boccaporto iniziò ad aprirsi, con una lentezza che gli sembrò a dir poco disarmante.
Nemmeno perse tempo a rendersi conto se la fisionomia che cominciava a delinearsi attraverso l’apertura in formazione fosse quella della compagna, cominciò a parlare subito: «Dammi buone notizie o ti licenzio»
«Hai praticamente disintegrato la camera di soppressione, idiota» la ragazza rispose quando ancora lui non riusciva a vederla in faccia, attraverso lo spiraglio sempre più grande lasciato dall’apertura del boccaporto «Potevi quantomeno tentare di salvare le apparenze. A momenti al posto di quei tre minuti di filmato in cui tentavi di fermarla potevi spedire un bel messaggio cifrato con scritto “È pericolosa, toglietela di mezzo”»
«Ho fatto a pezzi tutti i ripetitori quantici della nave di ricerca ma mica potevo togliere di mezzo anche quelli dell’altra nave»
«Imbecille»
«E, per la cronaca, ho anche provato a far sparire la registrazione» con il boccaporto finalmente aperto Searl andò a mettere piedi sul corridoio d’attracco, si lasciò alle spalle la compagna che subito andò a seguirlo «Ma mi sono ritrovato sommerso dalle copie di backup»
«Cretino»
«Tu hai fatto miracoli invece»
«Il massimo che potessi ottenere, il ministro stava per alzare la cornetta e ordinarvi di spararla fuori bordo»
«Non mi sorprende considerato l’imbecille in questione»
«Walent era d’accordo»
«Il tuo considerevole grado di inutilità è in aumento»
«Ci sarà una riunione tra quattro ore, è il massimo che si poteva ottenere»
«Cambio di ruoli, hai già fatto abbastanza danni. Tu ti occupati di lei, io vado alla riunione a potare scalpi»
«Vedi di farne una giusta, tanto per cambiare» in fianco a lui la ragazza continuò a camminare lungo il corridoio.

 
Un’ora dopo
 
«Allora» Searl rimase impegnato a fissare il soffitto della sala comunicazioni più che lo schermo di fronte a lui «Quanti ne abbiamo dalla nostra parte?»
«Dalla tua parte, vorrai dire?» la voce in risposta arrivò alle sue orecchie forte e chiara.
«Sento un leggero prurito tra le scapole» Searl quantomeno spostò lo sguardo per concentrarsi sullo schermo, pur rimanendo immobile nella sua posizione. L’ologramma riproduceva con fedeltà la fisionomia fin troppo magra di un uomo sui trent’anni, seduto a una scrivania. Capelli castani che scendevano lisci oltre le spalle, occhi dello stesso colore fissi avanti a lui «Non è che ci stai piantando un coltello, vero Dan?»
«Posso quantomeno dire che l’idea non mi fa impazzire?»
«Puoi dirlo, basta che tu non lo ripeta alla riunione»
«Se me ne sto zitto va bene lo stesso?» chiese Dan «Non penso di essere realmente in grado di avvallare una cosa del genere»
«C’è da ringraziare tutta una serie di divinità che il voto finale sia per alzata di mano allora»
«È come tenere una bomba innescata in mano»
«Che tragico mi sei diventato»
«A essere sinceri, sono moderatamente convinto che se me la trovassi davanti mi farebbe a pezzi»
«Ti sottovaluti, Dan caro»
«In fin dei conti è solo una volta e mezzo me» precisò Dan «Abbondante, che vuoi che sia?»
«Sarebbe solo più pericolosa di altri» Searl cercò di minimizzare «E questo solo nell’eventualità che ci si presenti un regresso. In caso contrario avremo a che fare con un agnellino. Alleggerita di una certa quota di ricordi poco felici e con una revisionata psichiatrica come si deve quel che resta è una ragazza che a star troppo in sua compagnia ti caria i denti»
«In caso contrario, appunto»
«C’è una possibilità su duecento, per la puttana. Vuoi che siamo così sfigati?»
«Almeno hai pensato all’eventualità che succeda?»
«La prendiamo in consegna io e Veis, ce la gestiamo noi»
Dan sospirò prima di rispondere finalmente alla domanda: «Il ministro ce l’hai contro, a quel che ho capito Walent pure, Tunyl non so, ma in teoria rimettere in sesto gente del genere è il suo lavoro, il mio voto ce l’hai»
«Sephet invece?» continuò Searl.
«Giuro che non ho idea» Dan alzò le mani in segno di resa «Ieri mi sembrava contrario, oggi a favore. E chiedergli direttamente servirebbe a poco, tanto non risponderebbe»
«Due a favore, due contro e due incognite» Searl tirò lo somme, con una smorfia «C’è di meglio, diciamocelo»
«Visto quale sarà l’argomento di discussione» Dan tirò l’ovvia conclusione «Considera un miracolo di avere anche solo delle possibilità di successo»

 
Tre ore dopo
 
Appoggiato allo schienale della sedia Searl si mantenne in posizione perfettamente eretta, le mani aperte appoggiate alla scrivania avanti a lui. Nonostante la tentazione di interrompere il farneticare del povero scemo fosse forte e nonostante fosse anche più forte la voglia di smettere di ascoltarlo rimase comunque concentrato. A quanto pareva era giunto il giorno di farsi un nuovo nemico.
Se era il ministro della difesa a volere la testa della ragazza la condizione primaria per invertire la tendenza in quella riunione era masticarlo e sputare le sue ossa tritate.
Rimase ancora un momento fisso sullo schermo olografico che riprendeva direttamente la sua futura vittima, si concesse un breve sguardo agli altri componenti di quella riunione d’emergenza, a cominciare dal primo schermo sulla sua sinistra.
L’ammiraglio Walent, con cui non aveva quello che si poteva definire un rapporto propriamente rose e fiori ma che per fortuna era una persona intelligente. Caratteristica che più di qualche volta si era rivelata una spina nel fianco ma che nel caso specifico sarebbe stata utile. Al vedere gli effettivi vantaggi nell’utilizzare la ragazza non si sarebbe opposto.
Proseguì al prossimo schermo, fissandosi sull’ammiraglio della seconda flotta, Sephet. Lui, porca puttana, poteva essere un problema. Ne sapeva troppo poco, non ci aveva pressoché mai avuto a che fare. Dopo aver sbrindellato il ministro lo avrebbe avuto dalla sua parte?
Un’incognita poco piacevole data la situazione, cui seguiva l’unica vera certezza. Passando allo schermo successivo incrociò lo sguardo di Dantalian. Per quanto riguardava lui sapeva già per certo di averlo dalla sua parte, almeno una buona notizia.
Passò oltre il monitor che riprendeva il ministro della difesa che ancora stava parlando e arrivò a fissarsi sull’ultimo. Tunyl, primario del centro riabilitazione. Rimettere in piedi gente presa da schifo si presumeva fosse il suo lavoro, aveva ragione Dan. Doveva essere a favore di salvarla per definizione. O se no se lo sarebbe mangiato vivo.
Ritornò a concentrarsi sul ministro che, grazie a Dio, stava per finire il suo riassunto mostruosamente prolisso su quanto successo fino ad allora. Come se tutti i presenti già non sapessero per filo e per segno quel che era capitato.
Si assicurò che il cretino avesse concluso prima di prendere la parola lui stesso: «È stata una gioia scoprire che stavate per prendere una decisione del genere senza prima consultare né me né il mio corrispettivo dell’altra flotta. In fin dei conti stiamo parlando di un mago, a cosa servirà mai il parere di almeno uno dei comandanti per le forze magiche?»
«Il suo parere in particolare era quantomeno superfluo» fece notare il ministro «Se non inutile. Ha rischiato di far distruggere una nave di ricerca nel tentativo di salvare il… mago in questione»
La pausa prima di ultimare la frase era quantomeno significativa, ma l’idiota purtroppo non aveva commesso l’errore di passare ai termini dispregiativi fin da subito. Un vero peccato. Con gli occhi fissi sulla preda Searl non si scompose: «Non mi pare sia morto nessuno»
«Ha avuto solo fortuna, la situazione poteva sfuggirle di mano in qualunque momento»
«Mi sembra…» Searl sorrise appena. Ed ecco il primo errore del cretino «quantomeno presuntuoso asserire di comprendere un duello magico meglio del mago che l’ha disputato»
«Ciò non toglie che la nave abbia corso un rischio evitabile» il ministro non tardò nella risposta che pochi attimi.
«Come del resto si corre un rischio a mandare le navi nello spazio aperto» l’altro non fece una piega «eppure ce le mandiamo lo stesso»
«Arriva al punto, Searl» come suo solito Walent arrivò a guastargli i piani.
L’assalto al ministro era rimandato: «Ho fatto quanto era in mio potere affinché il mago di prima categoria in questione restasse in vita. Ne sono derivati danni a dir poco marginali e circoscritti alla sola camera di soppressione, non capisco cosa ci sia di tanto grave»
«Qual è il suo fattore di forza, generale Rakis?» ed ecco che arrivava a prendere la parola l’altro ammiraglio, Sephet. Come doveva comportarsi con lui?
Seppur allettato dall’idea di prenderlo a pesci in faccia Searl optò per una più saggia tattica di conservazione. Rispose, già sapendo per certo dove sarebbe andato a parare il discorso: «1,01»
«Esattamente questo è il problema, considerata la situazione la donna doveva trovarsi soverchiata, in quella camera di soppressione non sarebbe dovuto succedere proprio niente» Sephet spiegò quella che sembrava essere anche l’opinione di Walent.
«Ha detto bene, ammiraglio» Searl si limitò a recitare la risposta che si era preparato prima ancora di sentire la domanda «Il tutto si è sviluppato in quel modo proprio perché eravamo in quella determinata situazione. Se avessi voluto ucciderla sarebbe stato tutto più facile, il mio obiettivo era più complicato»
«Tenerla all’interno della camera di soppressione fino all’inizio della fase di transizione. Sì, questo si sapeva» Sephet completò la frase per lui «Ma comunque stando al rapporto del comandante della nave la situazione non era previsto precipitasse in quel modo»
Stringendo le mani a pugno sulla scrivania Searl immaginò di serrarle sul collo di Mairen. Pure il rapporto aveva trovato il tempo di fare, la carogna.
Prese un respiro profondo. Ok, tanto prima o dopo l’argomento sarebbe saltato fuori, tanto valeva affrontarlo subito: «Si prevedeva che il soggetto in questione fosse di molto menomata dall’avanzata fase di rigetto. I medici avevano stimato un fattore di forza al massimo di 0,8, in realtà è arrivata a 1,10»
«E se si svegliasse ora sarebbe a 1,5» continuò Sephet.
«Probabilmente»
«Le sarebbe superiore del 50%, generale Rakis»
Searl non poté far altro che assentire: «In condizioni ottimali di sicuro vero. La ragazza…»
«Chiamiamola per nome» il ministro tornò a parlare «Fern»
«Non vedo che attinenza possa avere l’identità del soggetto con la discussione in corso» tornando sul suo bersaglio Searl si sentì di nuovo in terreni conosciuti. Questa sì che era una parte della riunione che aveva previsto «C’è una delibera firmata da lei, ministro, che autorizza l’inizio della campagna di ricerca, e che specifica come si sarebbe applicato la stessa procedura a chiunque si fosse trovato, a prescindere che si trattasse di un mago appartenente alle schiere di El o a quelle di Fern»
Il ministro tardò nel rispondere, anche se di poco. Solo guardandolo Searl riuscì praticamente a leggergli in faccia la risposta che si stava trattenendo dal dire: “Non mi aspettavo che pescaste proprio Fern”.
Alla fine la risposta arrivò: «La situazione non rientra nell’ordinario»
«Sono passati…» indeciso su come interpretare le parole del ministro, Searl si premunì subito. Se la stessa frase l’avesse detta Walent nemmeno si sarebbe posto il dubbio, arrivando a concludere che si stesse parlando di quel fattore di forza pari a 1,5, ma trattandosi del coglione non si poteva mai sapere «298302 anni, ministro, e per quanto mi riguarda riesco a tenere il conto solo perché vedo il numero sul calendario. A nessuno di voi può fregare niente che quella donna abbia guidato un esercito che ha quasi sterminato la specie umana. E non lo dico perché ho una bassa considerazione di voi, ma semplicemente perché non può essere altrimenti. Nessuno di voi sente la mancanza di quanto lei ha distrutto, né di qualcuno che lei abbia ucciso. Per voi non è altro che un nome, un nome che una volta la gente pronunciava con terrore e che adesso è semplicemente un appellativo come un altro. Un personaggio su cui i professori di storia si soffermano per non più di due minuti prima di proseguire, giusto il tempo di giustificare l’allontanamento del genere umano dalla Terra»
«Non che questo tolga la colpa» riprese la parola Sephet.
«Non l’ho mai detto» Searl gli diede ragione «Indipendentemente da tutto lei resta colpevole. Ma un mago morto non serve a niente, e il nemico sta aumentando i suoi effettivi tra i primi categoria» si interruppe ancora un attimo «Forse vale la pena riflettere se sia conveniente privarci del mago più forte che potremmo mai trovare solo per vendicarci di lei»
«Non penso il ministro si riferisse a questo» Walent si fece sentire di nuovo «Quell’1,5 non rientra nell’ordinario»
«Dopo la riabilitazione sarà solo un vantaggio» Searl rimase sul vago, del tutto consapevole che non sarebbe scappato a quanto sarebbe successo di lì a un attimo. Walent del resto sapeva esattamente le stesse cose che sapeva lui sull’argomento.
«Primario…» l’ammiraglio invitò il medico a parlare.
«Mediamente un caso su duecento» Tunyl si schiarì la voce «tra quelli trattati finora, ha manifestato una regressione allo stadio originale»
«Se capitasse a Nethaniel o Hazel sarebbe un problema relativo» continuò Walent «Li troveremo a piangere in qualche angolo ripensando a quello a cui hanno assistito, agli amici persi, ma non sarebbero davvero pericolosi. Se invece una bella notte capitasse a Fern cosa succederebbe?»
«Mi assumerei la responsabilità di sorvegliarla personalmente» Searl nemmeno esitò nella risposta.
«Ventiquattr’ore su ventiquattro?»
«A costo di dormire in camera con lei, in due saremmo in grado di tenerla sotto controllo costantemente»
«Sarebbe in grado di uccidere Veis sul colpo» insisté l’ammiraglio «E certo non possiamo tenere tutti i maghi della nostra flotta su di lei a tempo a pieno, su Nethaniel e Hazel ancora non puoi fare affidamento. È possibile che dovresti cavartela da solo»
«Ne sarei in grado»
Walent si interruppe un attimo. Sentiva puzza di menzogne, era evidente: «Ne sei sicuro?»
Searl cercò quantomeno di rispondere subito: «È stato El a fermarla»
«Ti consideri all’altezza di El?»
«Nell’ultimo confronto diretto ho vinto io» si diede dell’imbecille ancora prima di finire la frase. Una cosa più stupida non poteva dirla.
«Ti consideri alla sua altezza?» Walent evidentemente decise di non rigirare il coltello nella piaga facendo notare che un riferimento risalente a trecentomila anni prima valeva meno di niente.
In silenzio, Searl si ritrovò a pensare forse l’unica cosa sensata che potesse pensare. No, con ogni probabilità non era più alla sua altezza. Ma se c’era un momento giusto per mentire era quello: «Sì»
Walent rimase a fissarlo ancora un momento: «Anche così fosse sarebbe troppo pericoloso per la nave in cui sarà imbarcata»
«Coi soppressori di campo attivi farebbe danni irrilevanti»
«Finché non saprà quali sono le zone nevralgiche della nave»
«Nel caso, non ci arriverà»
«L’ammiraglio Walent ha ragione» Sephet si unì all’altro «Sarebbe un rischio troppo grande»
«Non più grande di quello che costituirà Rein quando avrà ultimato il processo di riabilitazione»
«Rein è un 1,04» Sephet rispose all’istante «Dantalian potrà gestirlo senza problemi quando uno tra Nethaniel e Hazel saranno affidabili. Non è abbastanza forte da danneggiare seriamente nessuno di loro al primo attacco. Fern potrebbe ferire in modo grave chiunque decidesse di assalire»
In silenzio Searl si voltò verso Sephet. E se doveva andare anche contro di lui che così fosse: «È un errore comune. Considerare il fattore di forza come unica variabile significativa»
«Non cerchi di…»
«L’abilità di Simeon Rein era risaputa già prima che partissi. Col tempo, a sentire quelli che abbiamo ripescato, è diventata leggendaria. Nel caso specifico stiamo parlando di un detentore del dominio dell’oscurità. Se veramente desse di matto forse nemmeno io sarei abbastanza veloce da impedire che arrivi in sala macchine» Searl rimase fisso sull’ammiraglio «Se parliamo di pericolosità per le navi, Rein è forse anche più pericoloso di Fern»
Vide Sephet contrarre appena la mascella. Ottimo, un nuovo amico. Non sarebbe servito a molto uscire nel complesso vincitore da ogni scaramuccia se come unico risultato avrebbe ottenuto di fare incazzare tutti: «Sono tutte questioni che si sono già prese in considerazione quando il ministro ha approvato la campagna di ricerca. Sapevamo che ci sarebbero stati dei rischi. Sto solo dicendo che Fern non sarebbe molto più pericolosa di altri»
«A prescindere da quanto detto finora» il ministro tornò a prendere la parola «non dobbiamo dimenticare di chi stiamo parlando»
Ed ecco che ripartiva alla carica l’idiota. C’era solo da chiedersi con quale altra stupidata se ne sarebbe saltato fuori.
«Ha guidato l’esercito che ci ha sterminato» si ripetè Searl «Mi pare si fosse già detto ques…»
«Stiamo parlando di un leader naturale, pressoché idolatrato dai suoi sottoposti» il ministro continuò come se nessuno si fosse intromesso «Finora tutti avete dato per scontato che un’eventuale regressione si manifesterebbe in modo violento. Ma se in invece la regressione avvenisse senza che nessuno se ne accorgesse? A quel punto se anche fosse sola e decidesse di ordire un attentato potrebbe come minimo distruggere l’ammiraglia della flotta in cui si trova. Se invece riuscisse a portare qualcuno dalla sua… potrebbe fare danni ben più seri»
Searl rimase a fissarlo pressoché a bocca aperta. Il membro della riunione che considerava in assoluto il più coglione aveva tirato fuori un’argomentazione per cui di fatto non aveva replica. O meglio, per cui non c’era replica.
Si stava parlando di un’evenienza con una probabilità di avverarsi pressoché nulla, quello di sicuro, ma un’evenienza che avrebbe messo a rischio un’intera flotta. Le possibilità per un simile pericolo potevano anche essere di un miliardo a uno, i due ammiragli presenti non ne avrebbero voluto sapere comunque.
Doveva pensare a una contromisura, e pure di volata.
«Se posso permettermi, signori» il primario Tunyl prese la parola quando ancora lui era impegnato a cercare qualcosa da controbattere al ministro. Da un certo punto il dottorone capitava a proposito, gli dava tempo «Mi sembra di capire che il vero problema non sia quanto il paziente ha fatto in passato, ma più che altro il pericolo che costituirebbe in caso di una regressione»
«I rischi sarebbero insostenibili» confermò Walent.
Il primario annuì: «Prima che optassimo per il distacco dai ricordi come tecnica primaria di riabilitazione se n’era presa in considerazione un’altra. Un intervento esteso di alterazione della memoria con susseguente propagazione degli effetti alla sfera caratteriale…»
«Percentuale di regresso?» Walent nemmeno lo lasciò finire.
«Non può esserci fase di regressione»
«Dunque immagino ci sia un problema fin troppo grave nella procedura» l’altro ammiraglio, Sephet, trasse l’ovvia conclusione.
«Abbiamo perso tutti e tre i pazienti sottoposti al processo, il progetto è stato abbandonato» spiegò il primario.
«Non ci serve un modo alternativo di accopparla» sibilò Searl in direzione dello schermo olografico che raffigurava il medico.
Tunyl non parve fare una piega: «Non eravamo in grado di gestire una simile quantità di ricordi»
«C’è una minima possibilità di sopravvivenza?» Walent riprese la parola.
«Per il processo come è ora probabilmente no…»
«Allora ha ragione Searl, non c’è d’aiuto» l’ammiraglio continuò.
«C’è da considerare però…» Tunyl ancora una volta non si scompose «che all’epoca non avevamo a disposizione due maghi di prima categoria con dominio della luce»
«Sta dicendo» Searl osservò il medico con tutt’altri occhi «Che con Nethaniel e Hazel il processo potrebbe andare a buon fine?»
Il primario evitò di sbilanciarsi: «È solo una teoria»
Tamburellando con le dita sul tavolo avanti a lui Searl rimase a pensare.
Non c’era un’altra via d’uscita. L’evenienza sollevata dal ministro era… inattaccabile. Contro di quella non poteva fare nulla. Non gli serviva a niente avere Dantalian dalla sua parte se gli altri quattro sarebbero stati contro. La possibilità che gli offriva Tunyl era l’unica: «Qualcuno ha ancora qualche problema al procedere con la riabilitazione se facciamo come dice il dottore?»

 
Due ore dopo
 
«No» Veis camminava avanti e indietro per la stanza di controllo, senza pace «Devi esserci un altro modo, fatti venire un’idea brillante»
«Hai un’idea di quanto costi un’ammiraglia?» seduto a ridosso del muro Searl teneva i piedi poggiati a terra, lo sguardo fisso sulla vetrata che dava sulla camera dove avevano riposto la ragazza.
«Sai quanto dura la loro ammiraglia senza prima categoria a difesa?»
«Ne possono pescare altri dieci e ancora non arriverebbero a nemmeno la metà delle spese» Searl replicò, seppur di malavoglia «Dieci sicuramente più gestibili, di certo meno pericolosi, e che non abbiano nella fedina penale l’aver guidato a compimento uno sterminio di massa»
Voltandosi verso di lui Veis lo fulminò con un’occhiata d’accusa: «Si può sapere da che parte stai?»
«Hanno ragione Veis, porca puttana» l’altro alzò a malapena il tono di voce «Ho provato a dimostrare il contrario ma non potevo riuscirci sul serio. Ogni singolo rischio sollevato in quella riunione era reale, dal primo all’ultimo. In caso di regresso ci si rivolterebbe contro, c’è solo da stabilire se sarebbe un attacco immediato o premeditato. Nel secondo caso sarebbe un macello, nel primo probabilmente lo sarebbe comunque. Ho detto il contrario alla riunione ma non so se sarei davvero in grado di fermarla. Non c’è scopo a correre un rischio del genere»
«Ne ripescheranno altri» Veis rimase su di lui «Anche solo in due contro una sarebbe una situazione più gestibile»
«A quel punto i potenziali danni che potrebbe fare con un attacco premeditato aumenterebbero. Pensa cosa potrebbe succedere se anche solo riuscisse a portare Rein di nuovo dalla sua» Searl andò ad appoggiare la testa al muro dietro di lui «Hanno ragione loro, un rischio del genere non vale la pena di correrlo»
«E così hanno deciso di ucciderla»
«Nethaniel e Hazel sono già in viaggio, e hanno già accettato. Tunyl mi ha garantito che secondo lui le probabilità di sopravvivenza sono molto alte, non mi sembra che la stiano…»
«Proprio non c’arrivi, vero?»
Searl si bloccò senza proseguire oltre. Veis aveva ripreso a camminare avanti e indietro. La sua voce era… incerta: «A cosa?»
«Processo con alte probabilità di sopravvivenza senza possibilità di regresso. Perché a Tunyl non è venuta l’idea di applicarlo anche a Rein allora?»
«Per paura che morisse immagino»
«Tu riusciresti a convivere con la consapevolezza di essere diretto responsabile della morte di trenta miliardi di persone?» la domanda della compagna lo investì.
«Non vedo cosa possa…»
«Rispondi»
«Non lo so»
«Il processo che propone Tunyl non prevede nessuna possibilità di regresso perché non c’è nessun distacco dai ricordi» Veis si fermò davanti al vetro che dava sulla stanza vicina, rimase sulla ragazza stesa sul letto «Quando si sveglierà, perfettamente sana ed equilibrata, la prima cosa che arriverà a collegare è quello che ha fatto, e sarà un ricordo in prima persona, non la versione soft di cui avrà memoria Rein» si interruppe un lungo momento prima di procedere «Io non durerei cinque minuti, non so tu»
Capitolo 4 by Caladan Brood
Author's Notes:
vabbè, stendiamo un velo pietoso su questo capitolo, per l'amor del cielo :S. succede poco e la piega che sta prendendo l'intera faccenda comincia a piacermi pochissimo.
i prossimi due capitoli dovrebbero essere definitivamente gli ultimi prima dello stallo, si spera siano meglio :S.
per quel che vale, buona lettura :S
Capitolo 4

Il processo standard di riabilitazione, quello che poi, per ovvi motivi, è stato abbandonato era molto semplice, nel complesso. Un distacco totale tra ogni ricordo il paziente avesse e le emozioni collegate a tali ricordi. A quel punto, con le giuste modifiche all’area caratteriale si poteva riportare il paziente a come era prima di tutte le esperienze da cui era stato distaccato o, nel caso di alcuni, come avrebbe dovuto essere. Il procedimento aveva come blando effetto collaterale quello di una parziale perdita del senso di responsabilità, del pericolo, della misura. Tutte conquiste che si ottengono con l’esperienza accumulata e che il processo di riabilitazione, per sua stessa natura, tendeva a minare. Ma il vero rischio del processo stava nella regressione, la possibilità che da un momento all’altro, nel giro di pochi secondi, il distacco tra ricordi ed emozioni collegate venisse meno, il che di fatto avrebbe determinato che il paziente sarebbe tornato quello che era con estrema rapidità.
Un rischio più che rilevante, quando si aveva a che fare con individui che prima della riabilitazione erano del tutto convinti che ogni essere umano fosse una bestia da macellare.


22 maggio
Ore 15:00

 
Avvicinandosi all’ufficio del primario Searl si fermò giusto davanti all’entrata su cui era impressa la targhetta di riconoscimento. Sentiva delle voci dall’interno, e una la riconosceva con fastidiosa certezza.
Si passò una mano sulla faccia nel tentativo di reprimere la voglia di fare irruzione e prendere la compagna a sberle. Non era una tattica molto intelligente andare a rompere le palle all’unico amico che avevano.
Si accontentò di rimanere sull’entrata tentando di afferrare almeno qualche brandello di quella discussione, ma subito si rese conto che non aveva speranza. Per quanto di sicuro Veis stesse sforando negli ultrasuoni comunque la sua voce giungeva ovattata, quella di Tunyl nemmeno la si sentiva da lì.
Con qualche passo indietro andò a posarsi alla parete del corridoio pronto a quella che sarebbe stata con ogni probabilità una lunga attesa. Al vedere la porta a scomparsa che si apriva di scatto ne rimase in parte sorpreso. Strano che la signorina ci avesse messo così poco ad ammazzare di urla il poveraccio.
Rimanendo con lo sguardo sull’uscio incrociò subito quello di Veis: «E poi hai anche il coraggio di lamentarti se ti rimando da Walent col primo convoglio»
«Che fai? Mi segui?» lei avanzò di un passo, fermandosi poco oltre la porta.
«Sei tu che vai ad attentare alla vita del primario giusto quando ho appuntamento con lui»
«Dovevamo fare due chiacchiere»
«Estremamente furbo andare a rompere le palle all’unico che è dalla nostra parte»
«Ma sta zitto»
«Se non ti muovi ti tocca tornare all’ammiraglia piedi. Ed è parecchia strada»
«Non fare cazzate» con un’ultima occhiata Veis cominciò a incamminarsi lungo il corridoio.
«Visti i tuoi standard attuali non riuscirei a far peggio nemmeno volendo»
«Quand’è che muori?»
«Prima le signore, cara» restando fisso sulla porta a scomparsa Searl vide il primario che usciva, sulla guancia destra erano fin troppo visibili i segni di uno schiaffo. Non ci voleva un genio a capire chi fosse stato il geniale artefice del capolavoro.
«Spero che lei sia più aperto alla discussione del suo vice, generale» con un passo Tunyl si lasciò alla spalle la porta che subito si chiuse automaticamente. Iniziò a percorrere il corridoio nella direzione opposta a quella che aveva imboccato Veis.
«La scusi» Searl andò ad affiancarglisi «Non era sua intenzione»
«Ho la vaga impressione che lo fosse invece» Tunyl si passò ancora il dorso della mano sulla guancia «Praticamente non mi ha lasciato nemmeno il tempo di parlare»
«Pensava di sapere cosa lei avrebbe detto»
«Ecco sì, questo probabilmente è vero»
«Non succederà più, comunque»
«Perché ha voluto vedermi, generale?»
Invitato ad arrivare subito al punto Searl non vide motivo di girarci intorno, tanto con ogni probabilità non l’avrebbe fatto comunque: «Quante, effettive, probabilità di riuscita pensa ci siano?»
«Quanto ci sanno fare i due primi categoria in questione?»
«Hazel molto. Nethaniel sicuramente meno, ammesso che lei non sia interessato al tempo che ci metterebbe a sfaldare una lastra d’acciaio»
«Telepatia e manipolazione del pensiero, ovviamente» precisò Tunyl fermandosi di fronte a una porta in particolare, che si aprì immediatamente.
«In ogni caso dovrebbero cavarsela egregiamente» varcando la porta Searl si ritrovò in un altro corridoio. Si lasciò guidare dal suo accompagnatore.
«Eviterei di sbilanciarmi fino a che non avrò il quadro completo, ma anche solo stando al dossier che ho letto, riguardante il paziente, l’intervento dovrà essere… fin troppo radicale. Se fossimo in situazioni standard direi che il processo andrà a buon fine di sicuro, dato il caso specifico la certezza non penso di poterla dare, ma sono ottimista»
«Se sopravvivesse?»
«Ha intenzione di schiaffeggiarmi anche lei?»
«No»
«Sono bravo in quello che faccio, signor Rakis, molto bravo» Tunyl finalmente si staccò la mano dalla guancia, continuando a camminare lungo il corridoio «So quali saranno le conseguenze. I ricordi che ne hanno deviato la personalità saranno eliminati, insieme a tutti quelli più potenzialmente deleteri per il risultato finale. Ma quanto potremo eliminare è comunque molto poco rispetto al totale. A livello psicologico verrà del tutto recuperata, ma i ricordi che le rimarranno saranno ricordi effettivi»
«Difficili da digerire per una persona sana di mente» Searl si limitò a proseguire il ragionamento del primario.
«Non abbiamo ancora un’analisi caratteriale completa ma senza adottare adeguate contromisure dubito fortemente potrebbe reggere» concordò l’altro «Purtroppo non è escluso che potrebbe cedere in ogni caso»
«Che contromisure?»
«Amnesia parziale indotta» continuò Tunyl «Una serie di amnesie per la verità. Ricorderà tutto poco per volta, a intervalli su per giù regolari. Se siamo fortunati e cercando di rimettere insieme i pezzi a ogni tappa forse riuscirà a reggere»
Searl continuò a seguirlo lungo il corridoio: «Immagino non ci siano alternative»
«Considerate le premesse non direi sia andata male» il primario iniziò a guardare i numeri di stanza impressi sulle porte a scomparsa, non modificò l’andatura «Conclusa l’analisi preliminare potremmo avere il quadro di partenza iniziale della paziente, da lì si potrà cominciare subito con il programma di riabilitazione vero e proprio. Tra tre giorni sapremo»
«L’analisi preliminare tra quanto comincerà?»
«La prima fase di studio comportamentale è cominciata un’ora fa»
«Vuole dire… che è sveglia»
Tunyl allargò appena le braccia «Soprattutto nel caso specifico avrei evitato se possibile, ma è indispensabile conoscere lo stato psicologico di partenza»
«Questo posto non sta cadendo a pezzi, immagino l’abbiate messa nelle condizioni di non nuocere»
«La camera ha un livello di soppressione 3, tutte le sue facoltà sono completamente annullate al momento»
«Chiusa in una stanza e completamente indifesa» Searl non poté evitare di storcere un angolo della bocca.
«Non c’è altro modo»
«Pensavo avesse letto il dossier»
«Non c’è alternativa» il primario allargò ancora le braccia, quasi in segno di scusa «Per la ragazza è una tortura. Lo sapevo prima di dare ordine di svegliarla e ne ho avuto conferma subito dopo, ma i dati che stiamo raccogliendo sono fondamentali. Non si può approntare una cura se non si sa le condizioni di partenza del paziente»
Searl si limitò ad annuire. Per quanto lo riguardava ormai era una certezza, l’unico obiettivo di Tunyl era rimetterla in piedi, senza nessun secondo fine. Se stava agendo a quel modo era sul serio necessario: «Se ne ricorderà?»
Il primario rispose all’istante: «Ovviamente no»

 
Ore 15:30
 
«Voglio che ritorni indietro immediatamente» l’ammiraglio sembrava l’emblema della risolutezza nell’impartire l’ordine. A guardarlo attraverso gli schermi olografici Searl si rese comunque conto che sapeva l’ordine non sarebbe stato eseguito.
«Potevi pensarci prima di rompere così tanto i coglioni alla riunione. Io da qui non mi muovo»
«Subito» Walent ribadì il concetto «Il convoglio parte tra mezz’ora»
«Proprio quello che sta per prendere Veis»
«Vedi di muoverti»
«Hai retrocesso la linea di stazionamento, hai richiamato l’ottava flotta, adesso hai all’attivo una cosa come duecento navi e cinquecento maghi. Nessuno sano di mente ti attaccherebbe se non per suicidarsi. Non hai bisogno di me per il momento»
«Nel caso non si sia capito» l’ammiraglio precisò l’ovvio «Questa non è una proposta»
«E nemmeno una trattativa» l’altro iniziò a impostare i comandi per chiudere la comunicazione «Il processo di riabilitazione durerà tre giorni a quanto pare, un altro paio di giorni per vedere se c’è qualche casino extra e poi ritorno, con lei»
«Se ne esce viva»
«In caso contrario potrei essere molto indisposto nei tuoi confronti»
«Si può sapere, porca puttana, perché ci tieni così tanto?»
«Scommetti che un giorno mi ringrazi in ginocchio per averlo fatto?»
«Non è una risposta»
«Ci si vede tra cinque giorni, ammiraglio» con un cenno della mano Searl chiuse la comunicazione.

 
Ore 17:00
 
Entrando nella sala di osservazione sulle prime non riuscì a vedere quasi nulla, il contrasto tra l’illuminazione a giorno del corridoio e la semioscurità della camera era troppo forte.
Lasciò che la porta gli si chiudesse alle spalle e concesse agli occhi qualche attimo per abituarsi. Poco per volta quantomeno ritornò a vedere qualcosa. Gli venne istintivo accendere le luci della stanza ma subito valutò che forse non era il caso. Strano che ci fossero condizioni di illuminazione così scarse ma chissà per quale misterioso motivo medico la luce era quella attuale.
Con una semplice alzata di spalle avanzò verso la vetrata che per intero occupava la parte di fronte all’entrata, giusto sotto le consolle dei comandi che si estendevano per tutta la lunghezza della camera, con quattro sedie a identificare le varie postazioni di controllo. Ignorò il tecnico seduto vicino alla parete di sinistra e si prese posto in una delle sedie centrali.
Tenne deliberatamente le braccia incrociate onde evitare di toccare qualcosa che non andasse. Se aveva capito qualcosa stando mezza giornata in quei posti era che pressoché qualunque pulsante fosse potenzialmente letale per qualcuno.
Per quanto strano valutò come il tecnico fosse di fatto nella sua stessa posizione, braccia incrociate mentre era intento a fissare oltre il vetro, immobile. Sembrava molto interessato a quanto stava vedendo. Forse era addirittura uno dei medici che era venuto di persona a farsi un’idea del comportamento della ragazza, e per quanto al momento non vi fosse molto da vedere il quadro che ne usciva era anche peggio di quanto si aspettasse.
Gli bastò una semplice occhiata oltre la vetrata per rendersene conto. La porta era incrostata di sangue in un’ampia zona. Una serie di rivoli sottili scendevano fino ad andare a imbrattare il pavimento sottostante. Da lì partivano una serie di impronte di mani che attraversavano in diagonale la camera fino all’angolo più lontano dall’entrata.
Lì c’era lei. Rannicchiata su se stessa con la fronte che andava toccare le ginocchia, le mani scorticate tra i capelli incrostati di sangue rappreso. Si dondolava avanti e indietro facendo leva sulle punte dei piedi scalzi. Stando agli altoparlanti non stava emettendo un suono.
Probabilmente nemmeno si poteva… immaginare cosa stesse provando in quel momento, quanto quella situazione, tranquilla sotto ogni punto di vista, la terrorizzasse.
Cercando inutilmente una posizione più comoda sulla sedia Searl faticò a mantenere lo sguardo. Una voglia crescente di andarsene cominciava ad attanagliarlo.
Nonostante tutto quanto stava succedendo continuava a sembrargli fin troppo crudele, un trattamento che la ragazza non meritava, anche se tanti, anzi tantissimi, a vedere una simile scena avrebbero convenuto che si trattasse di una punizione a dir poco minima considerato il soggetto. E di punizione nemmeno si poteva parlare a conti fatti.
Tunyl aveva assicurato che un’analisi psichiatrica preliminare fosse indispensabile, e considerato il soggetto non c’era motivo di dubitarne. Chiunque avesse messo quell’uomo a capo della baracca aveva fatto bene i suoi conti, il primario sul serio aveva come unico obiettivo rimettere in piedi la sua paziente, senza dare la minima importanza a chi fosse. Un atteggiamento che forse non era così diffuso come c’era da pensare.
«Io so chi sei»
A sentire quella voce Searl trasalì per un momento. Non si aspettava che il medico gli avrebbe parlato. A dire il vero fino a un momento prima c’era da chiedersi se si fosse accorto della sua presenza. In ogni caso poteva venirsene fuori con un approccio più originale: «Stupefacente. E dire che siamo addirittura tre prima categoria in tutto»
«A quanto pare adesso siete di più» con un cenno del capo il medicò indicò oltre il vetro «Non ha un’aria molto felice, vero?»
«Fa il tuo lavoro e sta zitto» Searl quantomeno tentò di nascondere una certa nota di irritazione. A sentirlo parlare sembrava che il medico si riferisse a un gattino trovato per strada.
«A dire la verità ho ancora qualche difficoltà in quel senso» l’altro sembrò davvero dubbioso.
«Allora sta zitto e basta»
«Ne dovrei concludere che non ti sono simpatico?»
«Ti hanno assunto per la perspicacia immagino» ormai solo infastidito Searl tornò a voltarsi verso la ragazza nella stanza a fianco. Ma si poteva sapere chi li assumeva simili cerebrolesi?
«Ah, sì» il medico continuò comunque «Sarcasmo. Lo riconosco»
«Mi meni per il culo o…» tornando su di lui Searl si fermò sul posto. La bocca ancora aperta, nemmeno si premurò di portare a termine la frase. Quel tipo l’aveva già visto da qualche parte.
«Non sei il primo che me lo chiede di recente. Deve essere qualcosa in quello che dico»
«Chi sei?»
Quello che fino a poco prima era pressoché certo fosse un medico si voltò a ricambiare lo sguardo. Nella penombra della camera Searl non riuscì a vedere abbastanza da poterlo riconoscere con certezza. Nonostante fosse del tutto privo di senso un brivido gli scese lungo la schiena.
«Fa un certo effetto vero?» l’altro non cambiò di una virgola il suo tono di voce, come se scendesse dalle nuvole a ogni intervento «Essere in un ambiente in penombra e vedere così poco»
«Lu…» Searl abbozzò l’ordine per accendere le luci della camera.
«No no» il suo interlocutore lo fermò «Va bene così. Mi piace il buio»
Trovando quantomeno inutile precisare che stava per aumentare l’illuminazione nella stanza per vederlo in faccia e non per metterlo a suo agio, Searl, nonostante non ne avesse avuto la prova, si trovò pressoché certo di sapere chi gli stesse di fronte. Non sapendo nemmeno perché evitò di dire il nome: «Perché sei qui?»
L’altro rimase a pensarci un lungo attimo: «Non penso di saperlo» indicò la ragazza nella stanza a fianco «Mi ricordo di lei, molto bene anche. Eppure…»
«È come se non la conoscessi» Searl finì la frase per lui.
«Sì, così pare»
«Non sapevo ti permettessero di uscire dalla tua camera» Searl si ritrovò a esitare prima di pronunciare il nome. Ecco cosa si provava di fronte a quello che ancora si considerava un nemico «Rein»
«Preferisco Simeon, se non ti dispiace. Pare ci sia qualcuno che non gradisce il mio cognome»
«Sanno che sei qui?»
«A che ho capito» Simeon almeno sulle prime sembrò ignorare la domanda «Quello che non posso assolutamente fare è allontanarmi dal raggio d’azione dei soppressori di campo. Dunque immagino di poter stare qui» si interruppe un momento «Non credo si fidino di me»
«Lo consideri strano?» ancora una volta Searl lottò per reprimere quel brivido lungo la schiena. Il ricordo riaffiorava alla mente con sempre maggior chiarezza. Un fantasma che continuava a svanire sotto i suoi occhi, avvolto da un gorgo d’oscurità pressoché impenetrabile, tanto rapido negli spostamenti da sembrare irreale. Sovrapporre quell’immagine al ragazzo di fronte a lui, che gli parlava come se nulla fosse, gli dava un effetto quantomeno inquietante.
«Penso» Simeon rimase a pensarci «di no. Quello di cui mi si accusa è vero, questo lo so. Credo sia naturale pensare che potrei farlo ancora e premunirsi di conseguenza. Lo accetto, nonostante sia una cautela del tutto inutile» si interruppe ancora, prima di proseguire «Tu perché sei qui?»
Searl tornò a guardare oltre il vetro. Faceva un effetto molto strano parlare in tutta tranquillità con lui. Nemmeno tentò di articolare una risposta più completa: «Aspetto»

 
23 maggio
Ore 11:00

 
«Che livello di soppressione pensi ci sia?» appoggiato contro la parete in vetro che spaccava esattamente a metà la sala centrale, Nethaniel andò a porre quella che forse era la prima domanda che gli passava per la mente, come se stesse parlando col primo che incontrava per strada. E il bello era che per quello con cui stava parlando sembrava valere esattamente lo stesso.
«A occhio» a nemmeno mezzo metro da Nethaniel, esattamente nella stessa posizione, Rein alzò la mano destra rivolgendo il palmo verso l’alto. Nonostante a prima vista non fosse successo niente agli altoparlanti divenne subito udibile il segnale d’allarme «2, come minimo»
«Simeon» appoggiato alle consolle centrali della sala Tunyl nemmeno si voltò nel richiamare il ragazzo, il suo tono era esattamente quello che avrebbe usato con un dodicenne.
«Colpa mia» Simeon alzò entrambe le mani per scusarsi «Non lo faccio più»
A qualche passo di distanza Searl rimase sulla scena sempre più sconcertato, quantomeno cercando di dissimulare lo stato d’allarme che lo aveva attanagliato nel momento in cui aveva percepito l’aura di Rein. Faceva fatica a credere a quel che vedeva nonostante l’avesse davanti agli occhi. Nethaniel di fronte a quel tentativo da parte di Simeon di far uso del suo potere non aveva fatto una piega, nemmeno si era posto il problema.
Quelli che una volta erano nemici, forse addirittura nemici giurati, adesso se ne stavano l’uno accanto all’altro a parlare delle prime fesserie che venissero loro in mente.
«Ma tu non dovresti essere al lavoro con la tua amica?» con un lieve cenno del capo Rein indicò l’enorme schermo olografico piazzato a una decina di passi di distanza, oltre le consolle dei comandi che andavano a circondarlo completamente. Hazel stava in piedi in fianco al lettino su cui giaceva la ragazza. L’aura di luce che attorniava entrambe richiedeva due filtri per poter distinguere qualcosa in mezzo a tutto quel bianco.
«Se la cava bene da sola» Nethaniel si limitò a un’alzata di spalle.
«Ahn, non sei tipo da cose di fino» Simeon annuì «Mi pareva di ricordare»
«Sono un 1,23, che t’aspettavi?»
«Dovrei compatirti?»
«Se non ci si aiuta tra colleghi…»
«Sono costernato per le tue sfortune»
«Certo che sei un bugiardo vomitevole»
«Se ci aggiungo una lacrimuccia dici che andrebbe meglio?» Rein pose la domanda senza nessuna apparente nota di ironia. A guardarlo Searl rimase interdetto. No, non poteva essere così partito.
«Quasi quasi era meglio El che mi dava del lavativo ogni santo giorno»
«Allora eri proprio tu che non ci mettevi impegno»
«Controllo mentale, manipolazione dei ricordi, telepatia eccetera eccetera. Ci sono cose più divertenti, diciamocelo»
«Questi fabbri che non sanno apprezzare il lavoro del cesellatore»
«Faccio notare» Nethaniel indicò l’immagine tridimensionale della ragazza distesa sul lettino «che il tuo capo era il mastro fabbro»
«Tu ne sai qualcosa vero?» Rein non si disturbò a guardare nella direzione che gli era stata indicata, rimase a guardarsi in giro, come se fosse la prima volta che vedeva quel posto.
«Mi ha lasciato un po’ deluso, devo dire»
«Anche un po’ cadavere, se è per questo»
«C’erano tutta una serie di circostanze attenuanti»
«E quando mai non ce ne sono?»
«Porto alla tua attenzione il particolare non irrilevante» Nethaniel rimase sullo schermo olografico, parlando come se nulla fosse «che se sei qui vuol dire che pure tu hai tirato le cuoia»
«Non contro un fabbro»
«Ah sì, me l’hanno detto. Difatti hai perso contro uno con cui avevo un parziale di 14 a 2 in allenamento»
«Uno che il mastro fabbro lo ha quasi intombato. C’eri anche tu quando è successo no?» Rein finalmente andò a fermare lo sguardo sul suo interlocutore «Ah scusa, eri morto quando è successo»
«Dunque, per la proprietà transitiva, se lei ha seccato me e lui ha seccato te ma lui non ci è rimasto contro di lei » Nethaniel gli resse il gioco «Vuol dire che tu sei meglio di me?»
«Perspicace»
«C’è un punto senza soppressori di campo in questo postaccio?»
«Fuori dalla stazione spaziale immagino»
«Un centinaio di chilometri di distanza e nemmeno dobbiamo stare attenti a questo ippopotamo orbitante» Nethaniel si staccò dal vetro che l’aveva sostenuto fino a quel momento «Io e Simon andiamo a discutere di una certa faccenda»
«Simeon» lo corresse l’altro, mentre già accennava a volerlo seguire.
«Fermi dove siete o vi inchiodo al muro» Searl li fermò ancora prima che riuscissero a fare un passo verso l’uscita. Quei due erano sul serio matti da legare. Appunto importante: provvedere affinché non si trovassero possibilmente mai anche solo nella stessa galassia.
«Con te non si può mai far niente» tornando ad appoggiarsi dov’era prima Nethaniel incrociò le braccia al petto con fare offeso «Non vorrai mica che se ne vada in giro a dire che, per la proprietà transitiva, è matematicamente meglio di me, vero?»
«Dovrai convivere con questo disonore» con la crescente voglia di andare a prenderlo per la gola Searl si voltò di nuovo verso lo schermo olografico. Non vederlo lo aiutava ad accantonare l’idea.
«Prima o poi un incontro di allenamento con queste schifezze di soppressori accese ce lo fanno fare» convinto di parlare a voce abbastanza bassa da non farsi sentire da nessuno Nethaniel tornò a rivolgersi a Rein «Io butto giù i due di destra, tu i due di sinistra e poi ci teletrasportiamo fuori dalla stanza. Un piano che non può fallire»
«Mi hanno fatto vedere la camera degli allenamenti» in un tentativo ancora più patetico di abbassare la voce Simeon rispose, e la cosa tragica, o divertente a seconda dei punti di vista, era che stava prendendo sul serio i propositi del compagno «Ci saranno trenta metri di acciaio polarizzato in ogni parete»
«Sei bravo a passare attraverso le cose vero?»
«Stai cercando di scoprire la mia tattica?»
«Io faccio un po’ di giochi pirotecnici e faccio svalvolare le videocamere mentre tu ti occupi dei soppressori»
«Mi piace il tuo modo di pensare»
«Nel caso non l’abbiate capito da soli» Searl intervenne ancora «Vi ho sentito»
«Ma noi stavamo scherzando» Nethaniel si esibì nella voce più innocente che gli riusciva «Vero Simon?»
«Simeon» il diretto interessato lo corresse ancora una volta.
«Sei tu quello che non vuole farsi chiamare Rein» sbuffò l’altro «Ci sono conseguenze da pagare»
«Tipo te che sbagli il nome ogni due minuti?»
«Penso di aver trovato quello che le serve, signor Tunyl» la voce di Hazel si fece strada nella sala attraverso gli altoparlanti.
«Vorrei controllare» il primario fece cenno ai due scemi di star zitti «Se non ti dispiace»
«Come vuole»
«Passa la locazione esatta del ricordo al sistema»
«Già fatto» con tono quasi annoiato Hazel rispose dopo una frazione di secondo.
«Vero» il tecnico più vicino a Tunyl confermò.
«Danni cerebrali finora?» il primario si avvicinò ulteriormente al suo subordinato.
«Nessuno»
«Ci sa fare sul serio, la ragazza. Vediamo se salta fuori l’uomo che cerchiamo»
Subito al di sopra dell’immagine tridimensionale che riprendeva la stanza al cui interno c’erano Hazel e Fern andò a formarsene un’altra, dapprima sbiadita, confusa.
«Phil» con una minima occhiata al poco che si poteva vedere il primario richiamò subito sul tecnico accanto a lui.
«Siamo quasi in fase con le armoniche» Phil continuò a far scorrere le dita apparentemente nel nulla, senza fare una piega «Ormai ci siamo»
«Cosa state cercando?» nonostante fosse abbastanza convinto che starsene zitti di certo sarebbe stata la cosa migliore Searl comunque non si trattenne dal chiedere. Vide Tunyl che gli faceva cenno di attendere, un attimo dopo si rese conto che una spiegazione non gli sarebbe servita.
L’immagine era sempre più definita, ormai del tutto distinguibile, ed era in movimento. Di fatto stava osservando un filmato, con alcuni particolari non chiarissimi, come le pareti che andavano a costituire la stanza in cui si svolgevano i fatti, ma altri erano incredibilmente definiti, soprattutto l’uomo che avanzava lungo quello che ormai si poteva identificare senza fatica con un corridoio, fermandosi a intervalli regolari di fronte a dei ragazzini messi in fila lungo il muro. Non riuscì a riconoscere i ragazzi, erano come sfumati, indistinti, ma l’uomo lo riconobbe al di là di ogni dubbio. Lurido schifoso verme.
«E quello chi è?» Nethaniel se ne risaltò fuori con una delle sue domande a caso.
«Uno degli infermieri con vocazione da secondino che ci siamo ritrovati tra i piedi alla base aerea di Clark» Simeon non esitò a replicare, in tutta tranquillità.
«Dove?»
«Ah giusto, dimenticavo che sei un poppante»
«Un tipo non molto simpatico» Nethaniel non raccolse la provocazione del compagno «Così, a prima vista»
«Violento, sadico e già che c’era pure pedofilo» Rein rispose con una naturalezza pressoché raggelante.
«Il tipico gentiluomo insomma»
«Non esattamente»
«Ero sarcastico»
«Sì» Simeon annuì convinto «Mi sembrava difatti»
«Non ho mai visto questo tizio» inclinando la testa Nethaniel tenne gli occhi fissi sull’immagine che raffigurava quell’uomo.
«Non eravate propriamente contemporanei»
«Dunque non era un mago?»
«No, certo che no»
«Ah beh» sbottò Netahniel «Persona di vitale importanza per il corso dell’umanità allora»
«Più di quanto sembri» impietrito a fissare l’immagine di quell’animale che giusto allora si stava fermando di fronte a una ragazzina con i capelli castani Searl evitò di fare altri commenti, difficilmente avrebbe trovato qualcosa da dire che non fosse scontato, od offensivo.
«Ok» alzando lo sguardo da un plico di fogli elettronici tra le mani, tenuti insieme alla meglio, Tunyl andò a dare conferma «È lui. Hazel, trova tutto quello che c’è su quest’uomo»
«Sbaglio o avevate detto che sarebbe stata una cosa impegnativa» nel rispondere attraverso gli altoparlanti la ragazza sembrò quantomeno infastidita «Qui mi sto solo annoiando»
«La parte complicata arriva poi» il primario cercò di essere accondiscendente, a quanto pareva c’era abituato a trattare con simili adolescenti di ritorno «Questo consideralo un riscaldamento»
«Sto facendo» lo rassicurò Hazel.

 
24 maggio
Ore 2:00

 
Con un minimo sguardo al camice lo trovò ridotto a un ammasso di pieghe, nemmeno voleva sapere in che stato avesse i capelli, e l’ultima volta che era andato in bagno si era ritrovato un paio d’occhiaie da record. Ventiquattrore di lavoro filate non erano mai una buona idea.
Attraverso la porta a scomparsa che si era appena aperta per farlo passare. Alla sue spalle, l’apertura nella parete tornò a chiudersi lasciando una sezione di parete apparentemente come tutte le altre, solo il diverso colore testimoniava la presenza di un passaggio in quel punto.
«Procede anche meglio di quanto pensassi» vedendo Rakis seduto su una delle sedie posizionate lungo l’altra parete del corridoio compì i pochi passi che li dividevano «Hazel è un fenomeno»
«È un bene direi» rizzandosi per un momento dalla sua posizione semisdraiata Searl andò ad appoggiarsi alle ginocchia.
«Tanto un bene che nemmeno ci speravo» annuendo con un impercettibile cenno del capo, lui andò a sederglisi accanto.
«Le probabilità di successo aumentano?»
«Se avessimo fatto noi a quest’ora avremmo causato alla paziente danni cerebrali abbastanza seri da rendere necessario un intervento di riparazione prima di proseguire» Tunyl andò ad appoggiarsi allo schienale, con la nuca si posò contro il muro «La sua amica ha fatto quello che avremmo fatto noi lasciando tutto com’era prima» chiuse gli occhi «La stessa differenza che passa tra un elefante che attraversa una vetreria e un gatto che fa lo stesso percorso»
«Ce la farà?» insisté Searl.
«Per oggi abbiamo finito» spiegò Tunyl, ancora fermo nella sua posizione, riaprì gli occhi «Ma quello che dicevo stamattina era vero, abbiamo finito la fase di riscaldamento. I prossimi due passi sono quelli più invasivi, e per quanto brava sia Hazel col terzo passo faremo comunque gli stessi danni di una fucilata in testa»
Searl andò a concentrarsi sulle lastre metalliche incastrate l’una nell’altra che andavano a costituire il pavimento sotto di lui: «Mi dica una balla, dottore»
«Sta andando bene» specificò l’altro «Ed è la verità. I danni che deriveranno dal terzo passo sono inevitabili, ed erano previsti. Se Hazel riesce a portare a termine il secondo passo senza troppi casini la ragazza se la cava»
«E il secondo passo sarebbe…?»
«La cancellazione» gli ricordò il primario.
«Non la trattengo oltre, dottore»
Sollevandosi appena dalla sua posizione Tunyl non poté fare a meno di restare sorpreso, probabilmente per la decima volta nella stessa giornata. Era pressoché assurdo.
Dell’uomo che gli stava a fianco aveva ricevuto tutta una serie di descrizioni, ognuna delle quali peggio dell’altro. A che aveva sentito Rakis era un arrogante, irritante, pomposo e schifoso bastardo, menefreghista oltre ogni decenza, messo a capo delle forze magiche della prima flotta solo perché Walent era l’unico tra gli ammiragli in grado di sopportarlo.
Era difficile adattare quella descrizione a quanto vedeva. Non arrogante, non irritante e decisamente non menefreghista. Non ci voleva un genio a capire che teneva alla remissione della paziente. Ci teneva, forse anche troppo. Si era presentato alla riunione di due giorni prima con la precisa intenzione garantire che rimanesse viva e adesso volteggiava come un avvoltoio a tenere sotto controllo ogni singola fase del processo di riabilitazione. C’era inevitabilmente da chiedersi perché.
Perché lo stava facendo?
Davvero non ne aveva idea.
«Sono talmente stanco» decise di restare lì ancora un altro po’ «che con ogni probabilità nemmeno riuscirei a dormire»

 
Poco dopo
 
«Ne sei sicuro?» la voce arrivò roca alle sue orecchie, attraverso il trasmettitore, distorta dall’esigua banda di comunicazione e dalla traduzione simultanea automatica.
Seduto a gambe incrociate sul suo letto l’altro rispose: «Sì, signore»
«È un 1,5?»
«1,49, signore»
«E il programma di riabilitazione sta andando a buon fine»
«Per il momento non c’è motivo di pensare altrimenti, signore»
«C’è qualcosa che tu possa fare a riguardo?»
«Non senza compromettere la mia posizione»
La voce rimase in silenzio. Dopo forse un minuto l’altro insisté: «Quali sono gli ordini, signore?»
«Per un singolo mago non vale la pena» finalmente arrivò la replica «Attieniti al piano»
Capitolo 5 by Caladan Brood
Author's Notes:
e, non poteva essere altrimenti, la storia più inutile arriva alla ribalta con il capitolo più lungo che abbia scritto da un bel pò di tempo.
pensavo sinceramente ne sarebbe uscito qualcosa di buono, ma l'effetto globale che mi fa il tutto è... insomma :S. per quanto mi riguarda vedo un problema su tutti, e non poco grande. se trovate qualcosa che non vi quadra ditemelo, che se la cosa combacia con quel che penso io son problemi :S.
buona lettura comunque :P
Capitolo 5

Quanto accaduto alla seconda flotta è stata una prova di eccezionale, monumentale intelligenza. Ancora adesso giudico del tutto impossibile arrivare anche solo a concepire la possibilità che l’intento nemico fosse proprio quello.
Forse non tutti riescono ad afferrarne la portata, ma al solo ripensarci non posso far altro che sperare una trovata simile sia stata frutto del caso. Che sia stata voluta, certo, ma che quella specifica idea sia venuta per pura fortuna. Voglio credere che non ci sia stato un individuo in grado di stabilire quale risultato volesse ottenere per poi andare a determinare con cognizione di causa come ottenerlo, prestabilendo una serie di eventi a catena che si sarebbero verificati in sequenza una volta scatenato il primo e che avrebbero portato la situazione esattamente dove lui voleva.
Perché in caso contrario non so se tra le nostre fila ci sia qualcuno in grado di contrastarlo.


25 maggio
Ore 23:00

 
«Allora come procede nella gabbia di matti?» impegnato a stiracchiarsi Dantalian non si fece nessuno scrupolo ad aggiungerci uno sbadiglio colossale. I vantaggi di far conversazione con i propri pari, potersi comportare con le stesse remore da soldati semplici.
Tenne lo sguardo su Searl avanti a lui, riprodotto con fedeltà dallo schermo della sua camera. Stando semisdraiato sul letto si ritrovava il tavolo al centro della stanza giusto di fronte al proiettore di ologrammi. Se non ci si faceva molto caso sembrava quasi che il compagno fosse seduto comodamente a una delle sedie.
«Come mai mi sei diventato improvvisamente così interessato?» Searl, cosa pressoché sconcertante dato il soggetto, ritardò la risposta addirittura di forse tre secondi. Un evento più unico che raro.
«C'è una bella differenza tra un 1,5 che potrebbe friggermi da un momento all'altro e un 1,5 che mi guarda le spalle»
«Oh, ma pensa, adesso ti va bene»
«Le cose vanno così male?» Dantalian rimase a valutare il suo interlocutore ancora un momento. Sembrava… strano, non avrebbe saputo dire con certezza cosa non andasse in lui.
«La seconda fase del processo è ultimata»
«Non hai risposto»
«Grandi capacità d'osservazione»
Dan si limitò a un sospiro: «Ti richiamo domani che è meglio»
«Ecco, bravo» Searl chiuse la comunicazione tanto in fretta che c'era da pensare fosse già pronto a far cadere la linea. Comportamento singolare da parte del compagno, si trattava pur sempre di un soggetto che ai suoi obblighi preferiva qualunque altra cosa, se non costretto dalle circostanze. E fare il cialtrone con lui e Veis era una delle pratiche preferite del collega a che sapesse.
Il fatto che Searl prendesse così a cuore quella faccenda era capibile nel complesso, ma non del tutto capibile era che la prendesse così tanto a cuore. La ragazza con ogni probabilità ci stava lasciando le penne e lui stava accusando il colpo, il motivo però era un vero mistero. Va bene che la conosceva, ma si stava pur sempre parlando di una pazza assassina scatenata, un comportamento del genere non era spiegabile.
Spostandosi a malapena sul letto vi si lasciò cadere senza far più niente per reggersi in posizione anche solo vagamente eretta. Aveva bisogno di dormire, per un mese se possibile.
Un ronzio a malapena impercettibile gli strappò un'imprecazione. Era pressoché ovvio, lui era pronto a dormire e qualcuno veniva a rompergli le palle. Gli altoparlanti della stanza si erano attivati.
«Dan»
Al sentire la voce dell'ammiraglio Dantalian si mise subito a sedere sul letto. Se lo stava contattando di persona c'era qualcosa che non andava.
«Che succede?»
«Vieni qui»
«Che succede?»
«Subito»

 
Due minuti dopo
 
Transitando attraverso l'entrata che scomparve alle sue spalle Dantalian si fece strada nella sala comandi: «Spero ci sia una buona ragione»
Sephet nemmeno si disturbò a voltarsi: «Abbiamo visite»
«Che tipo di visite?» spostando subito lo sguardo sullo schermo al centro della sala si concentrò sul modello in scala di una galassia ellittica, grande abbastanza da occupare diversi metri in tutte le direzioni. Tutta una serie di minuscoli puntini azzurri stavano a rappresentare le sonde di rilevazione sparse dappertutto, solo una lampeggiava in rosso.
«Più gente di quanta non mi piaccia tollerarne» rispose Sephet.
«Una flotta intera?»
«Mezza di sicuro»
«Siamo lontani» Dantalian andò a stimare anche solo a occhio la distanza che c'era, nel modello in scala, tra il punto rosso e un puntino verde posizionato ad almeno un metro di distanza «Pare»
«7000 parsec»
«Stiamo andando a prenderli?»
«Come minimo a mostrargli l'uscita» Sephet annuì «Sala macchine»
«Sì signore» anche attraverso la sua auricolare Dan riuscì a sentire la voce in risposta.
«Quanto alla partenza?»
«Dieci minuti, signore»
«Prima possibile» l'ammiraglio chiuse la comunicazione.
«Che direzione hanno preso?» Dantalian tornò a parlare.
«Quella è la parte più divertente. Stanno andando verso il nulla»
«Dunque si fermeranno per cambiare direzione appena oltrepassato il perimetro di rilevazione»
«O li intercettiamo noi o li intercetta la sesta flotta» Sephet andò ad appoggiarsi al corrimano che attorniava lo schermo olografico, al centro della sala.
«Se sono furbi fanno retromarcia e tornano a casa»
«Sarà il solito test dei nostri tempi di reazione. Ormai si presume l'abbiano capita che qui non possono entrare»

 
Sei ore dopo
 
Usando i piedi per spingersi avanti e indietro per la sala comando Dantalian passò giusto alle spalle di due dei navigatori, con la testa del tutto inglobata in un casco rivestito da una sottile lamina metallica, che lasciava scoperto solo la parte del volto al di sotto del naso. A ben pensarci era una manna che pressoché nessuno in quella camera potesse veramente vedere cosa vi succedeva, la cosa lo lasciava più libero di comportarsi come gli pareva, al riparo da occhi indiscreti.
Oltrepassò l'ultimo dei navigatori e scartò a sinistra per dirigersi verso il centro della sala, sempre seduto sulla poltroncina in pelle bianca che fluttuava a mezz'aria, la qual cosa gli toglieva il minimo scrupolo che avrebbe potuto sorgergli al pensiero di far rumori potenzialmente in grado di disturbare il lavoro dei tecnici. La poltrona scivolava via in perfetto silenzio, l'unico suono era quello delle suole di gomma sul pavimento in acciaio.
«Vuoi stare fermo?» immobile nei pressi dello schermo centrale Sephet teneva ancora le mani appoggiate al corrimano che faceva da protezione, impegnato a fissare le inutili immagini che le videocamere esterne riuscivano a cogliere. Il nulla più assoluto, un nero profondo, intervallato di tanto in tanto da qualche attimo in cui gli ologrammi tornavano a mostrare lo spazio puntato di stelle, il tempo necessario alla nave per analizzare la zona circostante e aprire il tunnel successivo.
«Gli schermi neri non sono mai stati la mia passione» fermandosi a pochi passi dal corrimano cui era appoggiato l'ammiraglio, Dantalian si diede una spinta all'indietro con il piede destro, ritrovandosi lanciato verso le postazioni di controllo dei sensori.
«Mi fai venire mal di testa» l'ammiraglio rimase sulla sua visuale.
«Ma se nemmeno mi stai guardando»
«Ti preferivo prima che finissi sotto i ferri di Tunyl»
«Ci credo» posando entrambi i piedi a terra Dan andò a fermarsi a nemmeno un metro dalle postazioni dei tecnici «Stavo diventando la tua fotocopia»
«Almeno davi una mezza idea di professionalità»
«Io sono professionale»
«Si, difatti si vede»
«Con quei caschi cosa vuoi che vedano?»
«Però ci sentono»
«Sempre a cavillare»
«Dovevo lasciarti dormire»
«Ecco, finalmente una cosa int…»
«Rilevamento» con un tono di voce appena superiore al normale uno dei due tecnici giusto alle spalle di Dantalian richiamò l'attenzione.
«Balle» il mago lasciò cadere il precedente argomento di discussione «Siamo ancora troppo lontani. Controlla meglio, i rivelatori d'onda avranno fatto casino con quello che stiamo smuovendo noi»
«Ho ricontrollato, signore» l'altro tecnico prese la parola «Rilevamento confermato. 820 parsec su tre uno zero zero tre due»
«Ci sono venuti incontro» tagliò corto Sephet «Navigatore»
«Sì signore»
«Rotta di intercettazione»
«Subito, signore» il tecnico addetto alla navigazione che occupava il posto centrale tra i suoi compagni iniziò subito a far strisciare nel dita nell'aria avanti a lui, seguito subito dagli altri.
«E adesso la domanda è» Sephet tornò a rivolgersi verso Dantalian «Ci sono venuti incontro perché siamo per strada ma hanno un'altra destinazione, o siamo noi il loro obiettivo?»
«La seconda flotta il loro obiettivo?» ancora seduto sulla sua poltrona Dan si avvicinò ai due tecnici addetti ai sensori fino ad andare a posarsi sugli schienali delle loro postazioni, controllò i loro schermi per qualche attimo «È gente che ama la competizione»
«Dipende da quanta roba si sono portati dietro» precisò l'ammiraglio. Parlò a voce più alta «Sensori»
«Sì signore»
«Abbiamo un'idea di quanti siano?»
«Tra le 50 e le 150 navi» uno dei due tecnici rispose subito.
«C'è una certa differenza tra i due scenari» continuò Sephet.
«L'analisi della funzione d'onda dà il 71% di probabilità che il numero sia tra 90 e 110»
«La sesta flotta dov'è?»
L'altro dei due tecnici perse qualche attimo a cercare l'informazione «5123 parsec su tre cinque uno zero due quattro»
«Troppo lontani» ancora impegnato a seguire le mosse degli addetti ai sensori Dantalian riprese la parola.
In silenzio per un attimo l'ammiraglio con ogni probabilità rimase a valutare se fosse il caso di aspettare, ma la scelta era obbligata: «Cambio di rotta confermato»

 
Due ore dopo
 
«Conferma» fermo sempre nello stesso metro quadro di sala comando l'ammiraglio continuava a seguire la mappa tracciata dai rivelatori d'onda sullo schermo principale. Di qualunque natura fosse la flotta nemica pareva essersi fermata.
«Abbiamo perso il contatto, signore» precisò il tecnico «Sono fermi, o procedono a velocità trascurabile»
«Tempo di intercettazione?»
«Venti minuti»
«Siamo noi l'obiettivo» ancora fisso sullo schermo centrale Sephet si concentrò a valutare quale fosse la distanza tra loro e la flotta nemica.
«Potrebbero semplicemente aver deciso che non vale più la pena scappare» giusto di fronte a lui, dall'altra parte dello schermo, Dantalian espose quella che probabilmente era l'unica altra possibile interpretazione.
«Sappiamo quanti sono?» l'ammiraglio tornò a rivolgersi ai tecnici.
«Numero di navi compreso tra 92 e 103, 93% di possibilità»
«Tutta una flotta»
«Questo lo sapevamo già» gli fece notare Dantalian.
Sephet annuì senza aggiungere altro. Vero, a conti fatti quello già lo sapevano, ma ora ne avevano l'assoluta certezza, e per quanto lo riguardava ora avevano anche la certezza che quella flotta fosse lì per loro. Nonostante non avesse senso: «Allarme di primo livello. Fermarsi a distanza d'ingaggio, accensione dei reattori ausiliari, inizializzazione dei sistemi d'arma, preriscaldamento dei soppressori di campo, avviare le procedure di polarizzazione. Tutti gli uomini ai posti di combattimento»
«Accensione e messa a regime dei reattori ausiliari…» l'addetto alle comunicazioni iniziò ripetere le disposizione all'auricolare.
«Dì a Rensold di venire qui subito»
L'addetto annuì mentre finiva di impartire gli ordini ricevuti a tutte le navi.
«Vai» Sephet si rivolse a Dantalian.
Senza una parola l'altro si voltò verso l'uscita.

 
Mezz'ora dopo
 
«Dan che dice?» giusto al centro della sala comando Sephet fece scorrere lo sguardo lungo la parete semicircolare che attorniava l'intero ambiente. La superficie metallica riproduceva fedelmente le immagini dello spazio esterno alla nave ammiraglia. Nonostante la distanza, leggermente alla sua sinistra, riusciva a vedere decine di piccole forme disperse nel nulla, disposte già in formazione da battaglia.
«Ha appena ordinato ai suoi di raggiungere le rispettive posizioni» il colonnello Rensold rispose stava in fianco a uno degli addetti ai sensori.
«Le hanno raggiunte?»
La risposta di Rensold arrivò con un attimo di ritardo: «Sì, confermato»
«Attivare i soppressori di campo» ordinò l'ammiraglio.
«Soppressori di campo a regime entro 10 secondi, signore» il tecnico addetto ai sistemi di difesa rispose immediatamente.
«Sensori» l'ammiraglio indicò gli schermi che davano la visuale sull'esterno, avanti a lui «Filtro per alte energie»
Rimase a guardare le immagini che scaturivano dalla superficie in acciaio venire ricoperte da una velo arancione, si voltò verso sinistra concentrandosi su un punto in particolare.
«Quanto manca?»
«Tunnel in apertura tra 17 secondi» l'addetto ai sensori diede conferma.
«Il punto d'uscita è definitivo?»
«Definitivo, signore»
«Tutti gli incrociatori pesanti hanno già il dito sul grilletto spero» Sephet tornò a rivolgersi verso Rensold.
«Pronti al fuoco»
«Dieci» l'addetto ai sensori iniziò il conto alla rovescio che subito passò agli altoparlanti.
«Nove»
«Otto»
«Sette»
«Sei»
«Cinque»
«Quattro»

«Fuoco» in contemporanea con il tre Sephet ordinò di attaccare.
«Due»
Non si disturbò nemmeno a chiedere conferma che l'ordine fosse stato eseguito. Attraverso gli schermi filtrati vide subito i trentadue fasci di particelle che era previsto venissero utilizzati arrivare sulla zona bersaglio all'istante e oltrepassarla, intrecciandosi in modo del tutto imprevedibile.
«Uno»
Tutto ciò che vide fu un lampo di luce a dir poco insostenibile. Si vide costretto a chiudere gli occhi. Di colpo incapacitato anche solo a stare in piedi venne sbalzato verso sinistra, con violenza. Troppa violenza. I compensatori non erano riusciti a controbilanciare l'impatto.
Semplicemente assurdo.
Riprese l'equilibrio con una certa difficoltà, l'intera illuminazione della sala comando venne meno di colpo. Nel più completo silenzio l'unico rumore udibile era il gemere dello scafo sotto la potenza dell'urto, un suono che nonostante tutto pareva fin troppo forte.
La corrente elettrica ritornò forse a due secondi di distanza dall'inizio del blackout, ma in ogni caso gli erano sembrati un'eternità.
Che diavolo li aveva colpiti? Domanda che in quel momento era del tutto inutile: «Situazione»
Una vampata di calore alle sue spalle gli diede quantomeno a intendere chi fosse arrivato. Nemmeno si disturbò a voltarsi.
«Riportate i soppressori di campo a regime subito» Dantalian si fermò in fianco all'ammiraglio «Tutto il resto non ha importanza»
«Quanti sono?» l'ammiraglio nemmeno perse tempo a chiedere conferma. Stava arrivando uno squadrone di maghi, non poteva essere altrimenti. Era la strategia che avrebbe adottato lui in una situazione del genere. Finire l'avversario quand'è ferito, e anche se non ne aveva ancora conferma, quella nave forse era già addirittura agonizzante. Un contraccolpo del genere per uno scafo così grande nemmeno era concepibile, di certo era molto oltre i limiti di funzionalità. C'era quasi quasi da chiedersi perché fossero ancora vivi.
«Centoventi» nel rispondere Dantalian rimaneva voltato verso sinistra, probabilmente impegnato a seguire l'avvicinamento dei maghi nemici. Un attimo dopo era già pronto ad andarsene «Rimetti in piedi questo bestione, in meno di cinque secondi»
Il mago partì in un'altra vampata di fuoco per andare a tuffarsi nella parete di sinistra della sala comando. Ancora fermo dove si trovava Sephet si ritrovò in parte sbilanciato anche solo dallo spostamento d'aria.
«Sovraccaricare i soppressori di campo» ora alle spalle del tecnico per i sistemi di difesa il colonnello Rensold pronunciò l'ordine fin troppo in fretta.
«Ma…» il tecnico azzardò una minima protesta.
«Fallo» Sephet nemmeno lo lasciò finire. Se Rensold aveva dato l'ordine voleva dire che i soppressori probabilmente non erano nemmeno a metà della funzionalità. Un attacco alla nave in quelle condizioni voleva dire perderla «E riportate i sistemi di difesa operativi»
Non gli restava che sperare Dantalian avesse la situazione sotto controllo.

 
Stesso istante
 
Centoventi maghi, almeno cinque seconda categoria, uno sicuramente di prima, e dal poco che poteva percepire ben più forte di quel che voleva far sembrare. Semplicemente troppi, al di là delle sue possibilità, con ogni probabilità al di là delle possibilità di chiunque.
Riuscire anche solo a rallentarli sarebbe stata un'impresa a dir poco folle. O meglio, lo sarebbe stata pressoché da subito. Non sarebbe resistito a lungo, ma in fin dei conti nemmeno gli serviva troppo tempo.
Li sentiva, non riusciva ancora a vederli, ma li percepiva. I suoi compagni stavano arrivando. Non era riuscito a impartire di persona l'ordine di rientrare ma a quanto pareva ci aveva pensato Allister.
Stava arrivando anche lei, ma anche lei non abbastanza in fretta. Se non fosse successo qualcosa a modificare la situazione si sarebbero ritrovati in nemmeno una trentina contro centoventi maghi nemici. Serviva più tempo, anche qualche secondo sarebbe stato sufficiente.
Ormai a poche decine di chilometri dall'ammiraglia Dantalian si arrestò in pochi metri. Allargando le braccia per un momento lasciò che il suo dominio si espandesse in ogni direzione. Avanti a lui continuò a rimanere concentrato sugli avversari in costante avvicinamento, senza nemmeno doversi preoccupare di guardare attraverso lo spesso strato di fiamme che così tanto gli era familiare, un particolare a cui forse non si sarebbe mai abituato in un combattimento nel vuoto.
Spostando le mani in avanti continuò ad attingere senza freni al suo dominio mentre percepiva che l'incantesimo stava andando a buon fine. Il non poter vedere con gli occhi il muro di fiamme che andava a crearsi davanti a lui non era un problema, la percezione era più che sufficiente.
Rimase in attesa, le braccia tese, aspettando del momento giusto. Erano ancora troppo lontani, con ogni probabilità ancora non avevano capito cosa lui stesse facendo ma nel momento in cui avesse lanciato l'offensiva se ne sarebbe accorti, e avrebbero fatto in tempo a schivarla senza il minimo problema.
Quando valutò che i suoi avversari fossero a nemmeno un paio di chilometri con un ultimo movimento arrivò a far toccare le mani, fece partire il colpo. Un buon tempismo.
Con la sola percezione riuscì a seguire l'offensiva che avanzava investendo una superficie sufficiente a inglobare tutta la squadra nemica in avvicinamento. Ma ormai anche loro si erano accorti di quel che stava succedendo. Li vide agire subito per far fronte all'ondata di calore che li stava per investire. Una buona parte arrivò a fermarsi per poi schizzare di lato nel tentativo di togliersi dalla traiettoria del colpo, meno di quanti sperasse non riuscirono nell'intento venendo investiti, una decina continuarono indisturbati nel loro percorso come se nulla fosse. Passarono attraverso il muro senza subire danni rilevanti, per quanto riguardava i cinque maghi davvero pericolosi dello schieramento riuscì a malapena a distinguere il loro scudo che reagiva all'urto dell'offensiva.
Distogliendo per un solo attimo lo sguardo da quei cinque Dantalian si assicurò che tutti gli altri fossero quantomeno rimasti indietro. Nel constatare che solo in quel momento stavano per riprendere la loro corsa di avvicinamento si considerò quantomeno soddisfatto, addirittura qualcuno era rimasto immobile a fluttuare nel nulla. Era andata meglio di quanto sperasse.
L'obiettivo a quel punto era fermare almeno uno di quei cinque, la parte più facile del lavoro nel complesso.
Si spostò verso il basso per lasciarli passare, individuò subito quello che sarebbe stato in grado di abbattere con un solo colpo. Alzando il braccio caricò l'offensiva il tempo di un attimo.
Fece a malapena in tempo ad accorgersi di uno dei cinque che virava di colpo per dirigersi verso di lui, incrementando la velocità in modo allucinante.
Non solo un prima categoria, quello era anche più forte di lui.
Inglobò l'offensiva che stava preparando nello scudo e andò a rinsaldare il più possibile la sua protezione. Di provare a schivarlo non se parlava nemmeno. Non aveva mai visto niente di più veloce, non con i soppressori di campo attivi.

 
Stesso istante
 
«Fughe di plasma in tre reattori ausiliari, abbiamo perso anche il reattore principale» continuando a spostarsi dallo schermo di una postazione di controllo all'altro, Rensold nemmeno si disturbava a chiedere le informazioni che gli servivano, le leggeva direttamente dai monitor «C'è un solo reattore ancora attivo per modo di dire e sta alimentando i soppressori campo. La nave sta in piedi con le batterie praticamente»
«Quanto tempo abbiamo?» Sephet ritornò ad appoggiarsi con le mani allo schienale della poltrona di un addetto ai sensori. Finalmente lo spettro d'interazione era di nuovo vivo.
«Se proviamo a togliere di mezzo la nave le batterie non durano cinque secondi»
«Il reattore principale deve ripartire, gli ausiliari si fottano»
«Moderatori in arresto operativo, il generatore di fascio è andato fuori fase»
«Non mi interessa come» l'ammiraglio alzò appena la voce «Se stiamo qui siamo morti»
«Sala macchine…» Rensold andò a comunicare l'ordine immediatamente.
Passando a passo rapido alla postazione per i sistemi di difesa, Sephet andò anche lì a fissarsi sullo schermo: «Gli scudi»
«Tutti i generatori esplosi» il tecnico nemmeno cercava di nascondere una chiara nota di agitazione «Quattro potenziali incendi in formazione»
«C'è nessuno lì dentro?»
Il tecnico non rispose.
«Tenente!» quasi in un urlo Sephet lo richiamò.
«Sì, signore, 47 persone»
«Comunicazioni» l'ammiraglio si rivolse all'addetto dall'altra parte della camera, alzò ancora di più il tono di voce «Far allontanare tutti dagli incendi, isolare le sezioni e depressurizzare»
«Sì, signore»
«Ripristinate le comunicazioni con il resto della flotta» si rivolse a tutta la sala comando, poi chiamò «Sensori»
«Sì, signore»
«Che sta succedendo coi maghi?»
«Cinque entrati, gli altri stanno penetrando adesso. Saremo in inferiorità numerica per altri 5 secondi»
Sephet annuì senza aggiungere altro, su quel frangente non poteva far nulla di concreto, il suo compito era un altro. Tornò sul tecnico dei sistemi di difesa «Dimmi che abbiamo almeno i magneti»
L'altro impiegò un momento a rispondere: «La diagnostica di sistema conferma un danneggiamento»
«Sono vivi o morti?»
«Vivi» precisò l'addetto «Ma a meno del 50%»
«Dunque inutili» l'ammiraglio arrivò a un passo dal ringhiare «Riavviali, sempre meglio di niente»

 
Poco prima
 
Il braccio dell'avversario penetrò il suo scudo con una facilità a dir poco sorprendente. Il pugno lo colpì al petto con violenza, lo sbalzò all'indietro di almeno una ventina di metri prima che riuscisse a fermarsi. Nel tempo che impiegò a ripartire vide il mago che l'aveva colpito che era già andato a raggiungere i compagni.
E pure quella non ci voleva.
Alla massima velocità di cui era capace si lanciò all'inseguimento. Il dolore alle costole era straziante, e coi soppressori di campo la guarigione durava un'eternità. Cercò di non pensarci mentre tentava in tutti i modi di ridurre le distanze dai cinque che stava inseguendo, ma ormai erano troppo vicini alla nave.
In quello stesso istante li vide dividersi prendendo cinque direzioni diverse, come da programma. A quel punto poteva andare a fermarne solo uno, e nemmeno aveva bisogno di scegliere quale.
Scartò appena verso destra andando a inseguire il primo categoria, che una volta lasciati i suoi compagni aveva accelerato di colpo, con ogni probabilità sfruttando la sua massima velocità.
La distanza tra loro aumentava, e come se non bastasse la sua preda non era nemmeno l'unico prima categoria del gruppo. Quello dei cinque che si stava dirigendo tutto verso sinistra lo era, forse non di molto, ma nel momento in cui aveva cambiato direzione non era riuscito a nascondere del tutto il suo vero potere.
«Ally» avviò la comunicazione, ma non ottenne cenni di vita.
«Ally» tentò ancora, ma niente.
In un gesto stizzito si sfilò l'auricolare dall'orecchio e la stritolò nella mano destra, continuò a seguire il suo uomo.
«Ally» a quel punto non aveva alternativa se non parlare per via telepatica.
«Che c'è?»
«C'è un altro prima categoria che va verso il ponte uno»
«Vedi di finire in fretta con quello che hai tra le mani adesso» la ragazza non aggiunse altro, nemmeno si disturbò a dire che sarebbe andata.
Da dove si trovava Dan avvertì l'aura della compagna che si lanciava verso la destinazione staccandosi dal gruppo che stava guidando il quel momento.
Sarebbe andato ad aiutarla il prima possibile, ma probabilmente nemmeno sarebbe stato necessario. Quel primo categoria non era come la mostruosità a cui stava andando dietro lui.
In ogni caso era ora di finirla, gli era corso appresso anche troppo. Incrementò il più possibile la velocità rimanendo a osservare lo scafo dell'ammiraglia che si avvicinava in modo preoccupante. Caricò il colpo nella mano destra lasciandolo partire un attimo dopo.
L'avversario nemmeno si disturbò a schivarlo. Il suo scudo lo assorbì del tutto. Vide la sua preda scomparire inghiottita dallo scafo della nave.
Forse andarlo a riprendere sarebbe stato più difficile del previsto. Stramaledettissimo dominio del gelo.

 
Pochi istanti dopo
 
«Possono far ripartire il reattore principale» Rensold ripeté pressoché in tempo reale quanto gli comunicava la sala macchine «Con una perdita di potenza del 90%»
«Fatelo» Sephet diede subito il via libera «Basta a levarci di qui» lasciando il colonnello a impartire l'ordine si rivolse a tutta la sala «Dove sono le comunicazioni con l'esterno?»
«La trasmissione dati primaria è saltata» uno dei due addetti ai sensori finalmente seppe dire qual era il problema «Il tempo di avviare la secondaria»
«Quanto?»
«Un minuto»
«Non ce l'abbiamo un minuto» Sephet si stava già dirigendo altrove.
«Faccio il possibile, signore» il tecnico cominciò a far volare le dita nell'aria di fronte a lui, il collega di fianco fece altrettanto.
«Difesa» l'ammiraglio compì un paio di passi verso la sua destra «I magneti?»
«Di nuovo operativi tra dieci secondi» l'addetto ai sistemi difensivi non perse nemmeno tempo a controllare l'informazione «Ma si stanno alimentando dagli accumulatori»
«Di questo passo le batterie non durano sei minuti» precisò Rensold.
«Tanto sei minuti qui non resistiamo» Sephet continuò a dar le spalle al colonnello «A che punto sono col reattore principale?»
«Ci stanno lavorando»
Sephet si limitò a un cenno del capo, passò all'auricolare «Armeria, rapporto»
«Tutti i sistemi integri» nonostante qualche interferenza nella linea la voce all'auricolare arrivò quantomeno capibile «Ma non operativi, a meno che non ci agganciamo agli accumulatori»
«Riattivate almeno i laser» fece cadere la comunicazione un attimo dopo aver sentito la conferma.
«Così le batterie durano anche meno» riprese Rensold.
«Hai idee migliori?» l'ammiraglio attese solo un attimo la risposta del suo colonnello. Passò ad altro «Sensori, rapporto sui maghi»

 
Stesso istante
 
Quell'essere costretto a rincorrerlo senza avere reali possibilità di prenderlo cominciava a essere seccante. Ma del resto il suo avversario mica poteva continuare a correre per sempre, per quanto grande la nave non era infinita, e a ben vedere poteva avere una sola destinazione.
Senza nemmeno star tanto a pensarci Dan cominciò subito a spostarsi verso destra. Il signorino avrebbe virato entro breve, non c'era alternativa. In caso contrario avrebbe mancato la sala macchine, ed era pressoché impossibile che la destinazione di una bestia simile non fosse il punto da cui era possibile far saltare tutta la nave. E una volta arrivato a destinazione lui sarebbe andato a prenderlo al primo cenno di calo nella velocità, calo che ci sarebbe stato di sicuro. Non gli sarebbe sfuggito a lungo.
«Dan» Ally andò a contattarlo per via telepatica.
«Sto andando a prenderlo»
«Non deve arrivare in sala macchine»
«Mi spieghi come faccio se è più veloce di me?» per quanto gli fosse possibile Dantalian tentò di aumentare la velocità, ma in ogni caso l'altro restava più veloce. La sua unica fortuna era che l'avversario fosse più lento di lui nel passare attraverso le pareti.
«Ordini del capo»
«È assolutamente necessario che non faccia danni in sala macchine?»
«Non me l'avrebbe chiesto sennò»
Dan rimase un attimo a pensarci. Non che ci fossero molte possibilità per ottenere il risultato: «Dì a Sephet di disattivare i soppressori di campo della sala macchine nel momento in cui arrivo a contatto con lui»
«Sei scemo?»
«E di riattivarli appena l'ho portato fuori di qui» evitò di aggiungere altro ritornando a concentrarsi sul suo uomo.
Era l'unica idea che gli fosse venuta in mente, ma sarebbe funzionata. In fin dei conti non aveva a che fare con un dominio dell'oscurità e in ogni caso si vedeva lontano un chilometro che quel tipo in quanto ad abilità non era Searl. E nessun mago nemico sarebbe riuscito a entrare nella zona non soppressa nell'arco di tempo utile, non ci sarebbero stati problemi.

 
Stesso istante
 
«Vuole che disattiviate i soppressori nella sala macchine» le parole di Allister arrivarono alla sua auricolare distorte da chissà che problema di comunicazione, oltre che pronunciate ad almeno tre volte la velocità normale, le afferrò a fatica «Appena arriva a contatto con l'altro»
Sephet non fece nemmeno in tempo ad afferrare il senso di quanto sentito, Allyster riprese: «In fretta»
Nonostante tutto l'ammiraglio si prese quantomeno un attimo.
Disattivare i soppressori nella zona più pericolosa della nave con un centinaio di maghi nemici a bordo era una cosa da pazzi. A quel punto sì che avrebbero corso il rischio di saltare in aria tutti da un momento all'altro. Ma del resto era il rischio che stavano correndo da quando la nave era stata colpita. Altri danni al reattore principale probabilmente ne avrebbero pregiudicato del tutto il funzionamento, e se c'era una cosa sicura era che stando dove si trovavano sarebbero saltati in aria di sicuro.
Non gli restava che affidarsi a Dan.
«Attivare gli inversori di campo della sala macchine» si decise «Impostare come condizione di attivazione il contatto tra le posizioni di Dantalian e del nemico, come condizione di spegnimento la scomparsa delle due auree dalla nave»
Vide che l'addetto ai sistemi di difesa non si muoveva: «Subito!»
«S… Sì, signore» finalmente il tecnico si mise all'opera.

 
Stesso istante
 
Vedendo il nemico che scartava verso destra, Dantalian gli andò dietro. Passò attraverso una serie di paratie molto più ravvicinate di quanto non gli fosse gradito, non gli permettevano di avere un contatto visivo col bersaglio. Arrivato all'ultima immensa camera prima della destinazione riuscì di nuovo a scorgerlo. La distanza tra loro era aumentata ancora, ma ormai aveva poca importanza.
Calò la velocità per lasciarsi il tempo di preparare l'incantesimo per attraversare l'ultima parete che gli si parava davanti. Sgusciò nell'immensa camera di combustione, del tutto immersa nel buio, con gli occhi fissi sul bersaglio che stava continuando dritto verso la parete opposta. Com'era prevedibile del resto. Per quanto poco tanto valeva infliggere danni al reattore anche solo per fermarsi.
L'importante era che si fermasse.
Continuò a fissare la sua preda mentre andava a schiantarsi contro una sezione ristretta della gigantesca parete sferica che andava a delimitare la camera di combustione. Nella zona dell'impatto la superficie si incrinò vistosamente, ma non diede il minimo cenno di cedimento.
Senza nemmeno accennare una decelerazione Dan si fiondò sul bersaglio che dopo essersi arrestato tentava di riprendere velocità. Ma era ancora troppo lento. Impattò con lui andando a schiantarlo contro i pannelli danneggiati, gli impedì di andarsene tenendolo fermo con entrambe le braccia. A quel punto non gli restava che sperare Sephet avesse deciso di fidarsi di lui.
Avvertì subito che gli effetti dei soppressori erano annullati, come del resto doveva essersene accorto il suo avversario, con l'unica differenza che l'altro non se l'aspettava.
Mantenne la presa mentre sentiva la sua percezione del tempo che aumentava a dismisura. Preparò l'incantesimo di teletrasporto ancora prima di percepire la possibilità di portarlo a termine. Nel momento in cui sentì di essere in grado di eseguirlo non perse un attimo.
La camera di combustione svanì tutto intorno a lui, da un momento all'altro si ritrovò immerso nello spazio profondo, esattamente dove aveva intenzione di arrivare. I profili delle navi erano quasi indistinguibili nell'oscurità più assoluta, la distanza anche solo dalla più vicina era sufficiente, di fatto erano solo loro due.
Attese ancora mantenendo la presa sull'avversario. Non sarebbe riuscito a tenerlo fermo ancora a lungo. La sensazione di gelo allo stare a contatto con lui cominciava a essere insopportabile, a ogni movimento del nemico sentiva le ossa delle braccia sul punto di spezzarsi, ma non poteva ancora lasciarlo libero, non finché fosse stato possibile riteletrasportarsi in sala macchine dell'ammiraglia. Per quanto veloci a disinserirsi anche gli inversori di campo avevano bisogno di tempo.
In un acuto dolore avvertì con chiarezza l'avambraccio sinistro che si spezzava, le costole non ancora del tutto rimarginate che cedevano di nuovo. Ancora un attimo.
Strinse di più la presa su quel corpo, ignorando i tentativi sempre più insistenti da parte dell'avversario di liberarsi. Quando ebbe la certezza che non ci fosse più pericolo lo lasciò andare, avendo cura di mettersi tra lui e le navi della flotta. Sempre meglio prevenire eventuali problemi.
Mosse a malapena il braccio sinistro ruotando il polso, la frattura si rigenerò all'istante, le costole si saldarono anche più in fretta. Espanse il suo dominio fino a livelli cui non aveva modo di accedere da molto tempo.
Con gli occhi fissi sull'avversario lo trovò pronto ad attaccare.
Sbaglio tipico delle reclute, non saper riconoscere quando uno scontro era perso in partenza. A quanto pareva il ragazzo era anche più forte di quanto si aspettasse. 1,2, forse addirittura 1,3. Coi soppressori di campo tra i piedi sarebbe stato un problema gestirlo, quello era indubbio, ma nelle condizioni attuali la situazione era cambiata. Adesso il poveraccio era spacciato.

 
Un attimo prima
 
Era stato stupido da parte sua non pensare a un'eventualità del genere. Far disattivare i soppressori di campo il tempo necessario per portarlo fuori dalla nave. Una mossa rischiosa ma che facendo affidamento sul fattore sorpresa poteva funzionare. E lui ci era caduto completamente, ritrovandosi ora in un terreno di scontro fatto di niente in tutte le direzioni, fin troppo lontano non solo dalla flotta nemica, ma anche da quella alleata, e senza soppressori di campo a limitare le capacità di entrambi.
Le parole del suo istruttore gli tornavano alla mente con fin troppa chiarezza: "A meno che non sia fin troppo inferiore a voi, contro un mago del nemico non avete speranze di vittoria in assenza di soppressori di campo".
Un concetto che nemmeno si azzardava a mettere in discussione, il solo motivo per cui era stato affidato a quella missione lo confermava. Del mago che aveva di fronte in quel momento non sapevano ancora niente. Prima categoria con dominio del fuoco, nient'altro. Nessuno che lo avesse affrontato per abbastanza tempo da poter azzardare più informazioni era riuscito a tornare con ulteriori dati, nessuno che lo avesse affrontato direttamente ne era uscito vivo.
Bisognava essere idioti per non rendersi conto della pericolosità del soggetto in questione. L'essere più forte di lui di quasi il 30% non sarebbe stato un vantaggio rilevante, con ogni probabilità nemmeno sarebbe stato un vantaggio. Ma comunque sarebbe riuscito a portare a termine la missione, non c'erano altri più adatti di lui.
Rimase sull'avversario, immobile, il tempo necessario per raggiungere il massimo del suo dominio. La tattica migliore sarebbe stata attendere forse, ma anche lasciare l'iniziativa poteva rivelarsi la mossa sbagliata. Di certo la scelta più giusta era affidarsi alla sua carta vincente, la velocità.
Scattò più rapido possibile, già pronto a colpire. Protese il pugno in avanti quando il nemico era ancora immobile. Un attimo prima di impattare lo vide alzare il braccio destro, un movimento veloce, forse fin troppo se si considerava il livello di forza del soggetto. Ancora a un passo di distanza percepì l'improvvisa ondata di calore. Un ulteriore problema era la totale assenza di fiamme attorno al corpo di quell'essere. Ogni colpo, ogni attacco, lo stesso scudo che l'attorniava sarebbe stato invisibile in quelle condizioni.
All'impatto delle nocche della mano destra con il polso dell'avversario percepì con chiarezza lo scricchiolio della proprie ossa, un lieve dolore andò a propagarsi fino alla spalla. Un contraccolpo tremendo.
Fece a malapena in tempo a concentrarsi sul braccio del nemico. Al posto della pelle vide solo metallo.
Non poteva essere vero.
L'ondata di calore si fece di colpo più intensa, insopportabile. Percepì lo scudo che si squarciava con un facilità disarmante, senza più freni la vampata andò a colpirlo al petto. Ignorando il dolore fece per ritirare il braccio trovando l'avversario pronto a colpirlo. Una ginocchiata. Per fortuna non tanto veloce da prenderlo di sorpresa. Usò l'altro mano per deviare la gamba prima che arrivasse a destinazione. Nello stesso istante avvertì una fitta nello stesso punto in cui lo aveva investito l'ondata di calore. Il dolore si fece straziante, con chiarezza avvertì la pelle che bruciava insieme all'uniforme. Si ritrovò sbalzato all'indietro arrivando a fermarsi il prima possibile.
Tornando sul suo avversario non lo vide, e nemmeno ebbe il tempo di percepire dove potesse essere. Una seconda ondata di calore divelse il suo scudo in formazione, lo investì in tutto il corpo, un vampata tanto violenta da far sembrare la precedente un'inezia di poco conto.
Percepì ogni singola parte del suo corpo andare in fiamme, pur senza vederla ebbe la certezza che la pelle del volto di fatto non ci fosse più. Dopo un attimo il calore andò diminuendo. Si levò di lì all'istante facendo il possibile per resistere al dolore che gli procurava ogni singola parte del corpo. Alla schiena, di lato, all'altezza dell'addome, sentì il pugno del nemico che quantomeno lo sfiorava. Un'altra fitta, trascurabile rispetto alle altre.
Come diavolo c'era arrivato alle sue spalle? Ma soprattutto con cosa lo aveva colpito subito prima?
Si sentiva… a pezzi. Continuando ad allontanarsi quantomeno perse un attimo ad osservarsi. Della sua uniforme di fatto non c'era più traccia, della pelle nemmeno, le ustioni erano dappertutto. Lo scontro era appena cominciato, e lui aveva già perso.
Continuando a spostarsi alla massima velocità che gli era possibile si voltò. E il nemico era scomparso un'altra volta. Del tutto assurdo, il dominio di quell'essere non era l'oscurità. Sapeva dove guardare, le sue percezioni parlavano chiaro. L'avversario era giusto di fronte a lui, in un punto dove non c'era nulla. Sempre più rapido arretrò ancora. Meglio mantenere le distanze.
Percepì subito il tentativo di teletrasporto senza poter far nulla per fermarlo. Non sapeva nemmeno dove colpire. La posizione del nemico passò da davanti a lui alle sue spalle nel giro di un attimo. Scartò subito verso destra, quantomeno voltò la testa nella presunta direzione dove avrebbe dovuto esserci il suo avversario.
A pochi passi da lui vide un'informe nube di pulviscolo, finissima, diradata, ogni granello emetteva un'impercettibile luce rossastra. Sbarrò gli occhi incapace di credere a quel che vedeva. No, non era possibile.
Del tutto simile alla precedente, l'ondata di calore lo investì in pieno con una violenza se possibile superiore a prima. Con chiarezza percepì che lembi di pelle andavano a staccarsi dal suo corpo. L'unico modo che vide per resistere al dolore che cominciava ad avvertire fu escluderne i recettori.
Era ora di andarsene. E se c'era un'unica cosa che quella mostruosità non poteva fare era eguagliare la sua velocità. Prese la prima direzione che gli capitò davanti e continuò ad accelerare. Facendo affidamento sulla sola percezione si rese conto che il nemico lo stava inseguendo, ma troppo lento. Aumentò le distanze da lui fino a che non si sentì sicuro, poi portò a termine il teletrasporto.
Riapparve giusto alle spalle delle navi della sua flotta. Senza nemmeno stare ad assicurarsi di essere seguito si diresse alla più vicina. Si considerò in salvo quando iniziò a percepire gli effetti dei soppressori di campo sul suo dominio.

 
Stesso istante
 
«Il mago nemico è fuggito» Rensold non lasciò all'addetto ai sensori davanti a lui nemmeno il tempo di parlare, fisso sullo schermo del tecnico lesse le informazioni che gli servivano in tempo reale «Dantalian sta tornando»
Alle spalle della postazione per le comunicazioni l'ammiraglio nemmeno riuscì a esserne davvero sorpreso. Quell'uomo era invincibile, non c'erano altri termini per definirlo.
Si concentrò sull'addetto alle comunicazioni che gli stava davanti. Non avevano ancora finito di ripristinare le linee di trasmissione, e chissà cosa stava preparando la flotta avversaria come colpo di grazia. Di fatto la nave era quasi morta, bastava un niente e non avrebbero più potuto recuperarla. Se fosse stato al posto dei suoi nemici avrebbe agito il prima possibile. In verità c'era da chiedersi perché non fossero già saltati in aria.
«I maghi?» si rivolse a Rensold.
«I primi hanno già cominciato a scappare, ne restano ancora una sessantina» riferì il colonnello «tutti sotto controllo e nessuno è riuscito ad arrivare in sala macchine»
«Fate ripartire il reattore principale»
«Fanno il possibile»
«Siamo di nuovo in linea, signore» l'addetto alle comunicazioni diede la notizia che gli sembrava di aspettare da un'eternità.
Davanti a suoi occhi Sephet vide gli schermi a parete che ritornavo a mostrare le immagini dell'esterno, i sensori che ripartivano a dare segni di vita.
Facendo scorrere lo sguardo tutto attorno notò subito la forma a mezzaluna di cinque fregate ferme a forse neanche due chilometri da loro, piazzate in modo tale da coprirgli la visuale sulla flotta nemica. Ed ecco spiegato il motivo per cui erano ancora vivi, Kimlor aveva voluto tentare di salvare l'ammiraglia.
Con uno sguardo alla sua sinistra si concentrò sui tre giganteschi incendi visibili anche da quella distanza. Qualunque cosa li avesse colpiti, la loro nave non erano l'unica vittima.
«Viceammiraglio» chiamò.
«Sparite da lì immediatamente» Kimlor non si fece scrupolo a urlare.
«Il reattore principale è fuori uso»
«Un bombardiere è quasi pronto al fuoco»
Ed ecco il colpo di grazia che nonostante tutto arrivava. Senza replicare Sephet chiuse gli occhi un attimo, lasciò cadere la comunicazione. Rimase fisso sulle tre navi in fiamme.
Con gli scudi abbassati e con i magneti ridotti in quello stato una simile potenza di fuoco avrebbe praticamente aperto in due la nave. A star fermi erano morti di sicuro, a muoversi probabilmente pure. L'unica differenza era che nella prima ipotesi la morte era una certezza.
«Comunicazioni, prepararsi all'impatto» riaprì gli occhi «Sensori, trovare il bombardiere pronto al fuoco e calcolare la traiettoria del colpo»
L'addetto ai sensori rispose pressoché all'istante, andando a coprire la conferma di quello per le comunicazioni: «Bombardiere su tre uno cinque zero uno zero, distanza 11385 chilometri, cannone al plasma di prima classe in fase di postiniezione. Traiettoria calcolata»
Voltandosi sullo schermo olografico al centro della sala, l'ammiraglio si concentrò sull'immagine in scala del bombardiere nemico, simile a una croce, con quattro enormi bracci che si dilungavano dal corpo centrale, uno dei quali era puntato dritto nella loro direzione. Una linea retta si prolungava dalla nave nemica attraversando l'intero schermo, fino ad arrivare a intercettare l'immagine dell'ammiraglia. Il colpo sarebbe passato nello spazio tra le fregate che di sicuro avevano i magneti disinseriti, erano troppo vicine. Ne avrebbe perforato gli scudi anche nel caso li avessero sovraccaricati. Guardando con più attenzione il punto esatto della loro nave in cui l'offensiva avrebbe impattato arrivò alla sua decisione.
«Collegare i motori gravitazionali agli accumulatori, accensione immediata, spostamento verticale verso il basso» si rivolse ai navigatori per poi andare all'addetto ai sistemi di difesa «Massima potenza possibile ai magneti, subito»
La risposta arrivò immediata da entrambi le zone di controllo: «Sì, signore»
Un istante dopo avvertì la nave che iniziava a muoversi. Troppo lenta.
«Sensori» riprese «Quanto al fuoco?»
«Poco…» l'altro rispose con voce quantomeno incerta «Signore»
«Quanto poco?»
«Tra i venti… e i venticinque secondi»
Poco sul serio.
«Rensold» l'ammiraglio andò a rivolgersi al suo comandante in seconda «Gli accumulatori?»
«Venti secondi di autonomia» il colonnello, come al solito, andò a cercarsi l'informazione desiderata passando da uno schermo all'altro, anche più rapido del solito.
«Aumentare la potenza ai motori, disattivare ogni altro sistema non necessario» Sephet non perse un attimo «Comunica alla sala macchine che devono attivare il reattore principale»
«Il generatore di fascio è di nuovo in linea, ma di fatto siamo senza moderatori» Rensold parlò più in fretta che gli era possibile mentre si spostava a un'altra postazione.
«Non c'è tempo, subito»
«Così facciamo a pezzi tutto il reattore» il colonnello si preparò a impartire le istruzioni necessarie.
Spostandosi alle spalle di uno degli addetti ai sensori Sephet evitò anche solo di confermare l'ovvio. Avrebbero distrutto il reattore principale, si. A un livello tale che sarebbe stato necessario sostituire ogni singola parte, camera di combustione inclusa.
Un danno irrisorio rispetto a perdere tutta la nave.
«Quanto?»
«Cinque secondi» il tecnico rimase sullo schermo con gli occhi sbarrati.
Con una minima occhiata allo schermo centrale l'ammiraglio si assicurò di dove fosse adesso la loro nave rispetto alla linea di tiro del cannone.
Non sarebbero mai riusciti a spostarsi in tempo.
«Aumentare la potenza ai magneti, immediatamente»
Non sentì nemmeno una risposta affermativa, né c'era più tempo per assicurarsi che l'ordine fosse stato eseguito.
Sullo schermo principale riuscì quasi a seguire la linea di traiettoria del cannone che si illuminava di rosso mano a mano che il colpo avanzava verso di loro.

 
Poco prima
 
Un avversario tosto. Difficile stimare quanto fosse effettivamente forte ma di certo era un prima categoria, nemmeno c'erano dubbi. E Dantalian aveva lasciato il problema da risolvere a lei per andare a giocare col suo nuovo amico.
Certo, stando a quel che aveva visto finora si trattava di un avversario che per lei non era realmente pericoloso, troppo prevedibile nelle sue mosse, troppo inesperto. Ma lei nemmeno aveva serie speranze di metterlo al tappeto. Affrontare un avversario col dominio del gelo così tanto più forte era come tirare pugni a una delle pareti d'acciaio che l'attorniavano.
Rimase a una certa distanza da lui riuscendo a seguirlo abbastanza bene nei suoi movimenti, nonostante tutto. Quando lo vide partire all'attacco di fatto riuscì a prevedere cosa avrebbe fatto all'istante. Si preparò con largo anticipo, si ritrovò addirittura costretta ad aspettare che l'altro la raggiungesse. Cominciò a ruotare su se stessa e lanciò l'incantesimo non appena lo vide arrivare a contatto, avvertì subito il suo corpo che perdeva consistenza. E per l'ennesima volta percepì il nemico che le passava attraverso senza poterla colpire.
Più in fretta possibile finì di voltarsi ritrovandosi di fronte al mago che si allontanava da lei, dandole le spalle. Lo afferrò per una gamba attirandolo verso di sé. Nell'altra mano aveva già cominciato ad addensare una sfera d'ombra. Lasciò partire il colpo non appena ebbe certezza di poterlo centrare. Come ogni altra volta precedente l'offensiva non riuscì a penetrare lo scudo dell'avversario.
Quello scontro cominciava ad avere del comico. Lui non l'aveva ancora sfiorata nemmeno una volta e di fatto valeva anche il contrario.
Erano quelli i momenti in cui odiava i soppressori di campo. Le sarebbero bastati due secondi di scontro a massime capacità per levarselo di torno.
Lasciò andare la presa sulla gamba dell'avversario ritrovando le dita pressoché congelate. Le mosse un paio di volte per attenuare la sensazione di torpore che le attanagliava.
Doveva farsi venire un'idea geniale. Non che il buffone che le stava di fronte avesse reali possibilità di scapparle, un incapace più grande nel passare attraverso gli oggetti era difficile trovarlo, ma comunque la situazione era quantomeno irritante.
Rimase a fluttuare al centro dell'immenso corridoio mentre l'avversario ritornava a girarle intorno come un avvoltoio. Incapace e pure senza fantasia.
«Ally» per via telepatica percepì con chiarezza la voce di uno dei suoi uomini. Perché non stava usando l'auricolare?
Non fece nemmeno in tempo a chiedere informazioni, l'altro riprese subito a parlare: «La nave sta per essere colpita» una breve pausa prima di proseguire «E l'impatto avverrà probabilmente nella tua zona»
«Quanto?» chiese subito lei.
«Molto poco» la voce nella sua mente rispose subito, poi lasciò cadere il contatto telepatico.
Con una minima occhiata al suo avversario Ally valutò che stesse ancora volteggiandole intorno senza un vero senso. Passò all'auricolare:
«Sephet»
Attese la risposta più di quanto non fosse necessario, cercando di tenere conto della sua percezione del tempo alterata anche in quelle condizioni. Non ricevette risposta.
Si ritrovò di nuovo il nemico che si scagliava su di lei. Nemmeno ebbe bisogno di ricorrere a mezzi più di tanto raffinati quella volta. Riuscì a spostarsi di lato con un certo agio, lo mandò a vuoto.
«Ammiraglio» riprovò.
Niente. L'auricolare era morta. E questo spiegava il perché le fosse arrivata la comunicazione così tardi e per via telepatica. Altro segno che la situazione di quella nave fosse anche peggio di quanto pensasse.
Qualunque cosa li avesse colpiti all'inizio aveva fatto una quantità di danni oltre il sostenibile, l'attacco che stava per arrivare forse sarebbe stato il colpo definitivo. E lei non poteva farci niente.
Strinse le mani a pugno. Dover assistere al disastro senza possibilità di impedirlo era frustrante, ma di fronte a quello che stava arrivando era impotente, non sarebbe stato nelle sue possibilità fermarlo nemmeno a pieni poteri. E la certezza che quella situazione le avesse regalato la vittoria non costituiva una consolazione.
L'avversario non sarebbe riuscito a scappare, né gli avrebbe lasciato la possibilità di prepararsi all'arrivo dell'esplosione. Per quanto poco potesse valere, un primo categoria in meno.
Continuò a fissare il suo avversario pronta a vedergli fare la prossima mossa che di sicuro avrebbe fatto. Se la nave stava sul serio per essere colpita in quel punto lui o lo sapeva già o ne sarebbe stato informato a breve, in ogni caso entro pochi attimi avrebbe provato a fuggire.
E non ci sarebbe riuscito.
Lo vide scattare verso la parete di destra per andare a penetrare più in profondità nella nave. Lo raggiunse senza il minimo sforzo prima che potesse attraversarla. Afferrandolo per una gamba lo scaraventò lontano.
Bloccandosi dopo nemmeno dieci metri l'avversario riprovò a fuggire in un'altra direzione, con gli stessi risultati. Al terzo tentativo a quanto pareva ci rinunciò.
Ferma nei pressi del lunghissimo muro che sorgeva alle sue spalle andando a costituire una delle pareti del ponte 1, rimase a fissare il suo avversario che con ogni probabilità solo allora cominciava a rendersi conto di essere spacciato. Senza possibilità di fuga e senza la possibilità di impostare l'incantesimo che lo avrebbe salvato dall'esplosione, non con lei a impedirglielo.
«Ora» sentì la stessa voce che l'aveva contattata per via telepatica poco prima farsi sentire di nuovo.
Impostò l'incantesimo necessario. Il suo corpo perse di nuovo consistenza. Un attimo dopo tutto intorno a lei esplose.

 
Stesso istante
 
Avvertì con chiarezza le vibrazioni dell'esplosione, ma molto meno di quanto pensasse.
Ogni monitor della sala comando sfarfallò perdendo per un attimo l'immagine, lo schermo olografico al centro della camera si dissolse in un tenue lampo azzurrino, le visuale che avevano appena recuperato sull'esterno della nave venne meno un'altra volta. Ma aveva ancora i piedi che poggiavano sul pavimento e l'illuminazione non era saltata. Tutti buoni segnale che sinceramente non si aspettava.
«Rapporto danni»
«I magneti hanno funzionato» Rensold quasi rubò il posto a un addetto ai sensori «Il fascio si è diviso in due, uno ci ha mancato, l'altro appena sfiorato. Diciotto sezioni del ponte 1, dodici del 2, cinque del 3 e due del 4 sono compromesse. L'esplosione ha penetrato 10 livelli, apparato sensoriale momentaneamente fuori uso, antenne gravitazionali 6 7 e 8 distrutte, e abbiamo perso un cannone al plasma di terza classe insieme a due batterie di cannoni laser. Scafo danneggiato per quaranta chilometri quadrati»
«Isolare le sezioni compromesse» Sephet si sentì di colpo più leggero. Non era andata bene, erano stati miracolati «Togliere potenza ai motori gravitazionali e a tutti i sistemi non vitali. Avviare reattore primario»
«Reattore pronto all'accensione tra dieci secondi» comunicò Rensold.
«Viceammiraglio» Sephet passò all'auricolare.
«Sì signore» rispose Kimlor
«Riuscite a coprirci per dieci secondi?»
«Basta che siano dieci sul serio»
L'ammiraglio annuì senza aggiungere altro, chiuse la comunicazione e ritornò a parlare rivolto ai suoi uomini: «Come stiamo messi coi maghi?»
«Se ne stanno andando pare» l'addetto ai sensori rispose dopo aver controllato le informazioni per un momento «Ancora cinque all'interno dello scafo, ma nessuno gli sta impendendo di fuggire»
«Dantalian?»
«Dovrebbe essere qui tra venti secondi»
«Troppo» l'ammiraglio si decise subito «Sala macchine, avviare reattore primario e date energia ai motori gravitazionali» si rivolse alla sua destra «Navigatore, portaci via di qui»
«Sì signore» il primo addetto alla navigazione confermò all'istante «Partenza tra tre, due uno…»
«Sensori» Sephet si limitò a chiamare.
«A questa velocità tre minuti per uscire dalla zona di interdizione»
«Viceammiraglio»
«Sì»
«Tra tre minuti leviamo il disturbo»
«Loro non tra molto di più a quanto pare»
Sephet perse un attimo a cercare un significato alternativo a quanto stava sentendo.
Non aveva il minimo senso: «Che cosa?»
«Tutta la flotta nemica sta entrando in formazione di ripiego, il fuoco è di copertura. Se ne stanno andando, lo capirebbe anche un idiota»
A bocca aperta l'ammiraglio nemmeno seppe che pensare. Che senso aveva ingaggiare battaglia per nemmeno due minuti e poi ritirarsi? Soprattutto che senso aveva una strategia simile quando non si aveva raggiunto nessun obiettivo e si era utilizzato nello scontro un'arma… semplicemente assurda.
«Assicuratevi che si stiano ritirando sul serio» nonostante tutto non poteva dare altro ordine «Noi ce ne andiamo»
Capitolo 6 by Caladan Brood
Author's Notes:
penultimo capitolo prima di mandare la storia a riposo :P. in due parole "un cesso", ma sta roba bisognava farla succedere e bisognava dargli almeno un minimo di spazio, poco da fare :S.
buona lettura comunque :S.
Capitolo 6

Il nuovo processo di riabilitazione era più complesso, più articolato, più rischioso anche, ma del tutto sicuro una volta eseguito. Non prevedeva il distacco totale da ogni ricordo, era molto più studiato, mirato.
Il paziente subiva un’attenta e minuziosa analisi, si andava a ricostruire con precisione quali fossero gli eventi più traumatici della sua vita, quelli che ne avevano determinato lo stato aberrante in cui era finito, quelli che di fatto lo avevano trasformato nel mostro che era stato. A quel punto i ricordi associati a quegli eventi venivano del tutto eliminati, cancellati, ottenendo come risultato che il paziente avrebbe avuto un vuoto di memoria totale nel ripensare ai giorni, o ai mesi, o agl’anni in cui gli eventi traumatici si erano verificati. Un processo lungo e complicato, ma che poi avrebbe garantito che le modifiche all’area caratteriale, alla personalità, il riportare il paziente a come avrebbe dovuto essere, sarebbero state modifiche permanenti. Un ricordo del tutto eliminato non può tornare, non può essere riportato alla memoria. Dopo un simile processo non poteva esserci regressione.
Un rischio considerevole che di colpo crollava a zero, una conquista fondamentale.

 
26 maggio
Ore 9:00

 
Trattenne uno sbadiglio a fatica mentre compiva gli ultimi passi nel corridoio. Con gli occhi socchiusi riuscì a malapena a evitare un’infermiera che gli veniva incontro del tutto impegnata a non farsi cadere dalle mani la pila di provette che stava portando chissà dove.
Con un altro paio di passi raggiunse la sezione di parete colorata in azzurro dove spiccava la scritta “Sala controllo centrale”. Andò a posare una mano sull’acciaio verniciato rimanendo in attesa pochi attimi. Ritirandosi con rapidità davanti ai suoi occhi il metallo scomparve nel nulla lasciando i contorni vuoti di un’entrata sull’enorme stanza che conosceva così bene.
Avanzò costeggiando la parete in vetro che sezionava in due esatte metà l’ambiente perdendo qualche istante a guardarsi intorno. Non pareva mancasse nessuno, incluso Rakis che, stando ai due giorni precedenti, era stato il primo ad arrivare o semplicemente non si era mai mosso di lì per tutta la notte.
Se non ci fosse stato il piccolo inconveniente che quella a conti fatti fosse pur sempre una struttura militare e Searl fosse ampiamente il più alto in grado presente, quasi quasi gli avrebbe chiesto quantomeno di aspettare fuori. Non era il massimo avere la netta impressione di lavorare sotto gli occhi dei familiari della paziente.
«Bene signori» Tunyl accantonò il pensiero andando a prendere il suo posto nei pressi delle consolle poste tutto attorno allo schermo principale «Siamo pronti per partire. Qualcuno sa dirmi dove sia Hazel?»
«Mi stanno spulciando prima di mandarmi dentro» una voce annoiata, al limite dell’infastidito, eruppe dagli altoparlanti della sala centrale.
«L’ambiente deve essere completamente asettico, porta pazienza» lui andò a spiegarle la situazione per la terza volta nel giro di tre giorni. Non si poteva mai sapere. Meglio evitare colpi di testa del tipo “Non ho voglia, non lo faccio”, di certo non quel giorno.
«Hanno quasi finito» Hazel rispose con una sbuffo «Mi auguro vivamente»
«Quando hai finito entra pure, fammi sapere quando sei pronta»
«Oggi sarà anche più divertente di ieri, giusto?» di colpo il tono di voce della ragazza passò dall’annoiato all’elettrizzato.
Limitandosi ad allargare le braccia in segno di resa il primario nemmeno valutò l’idea di farle notare come quello non fosse propriamente un gioco. Non sarebbe servito a molto: «Sarà più complicato. Pensi di riuscire a non fare errori?»
«Nemmeno uno, assolutamente sì» Hazel aveva di colpo recuperato tutto il suo buonumore «Tra poco entro»
«Chiama quando ci sei» Tunyl chiuse la comunicazione andando a rivolgersi a tutta la sala «Già mi basta lei come mina vagante, da voi non voglio nessun genere di problema di nessun tipo. Nonostante qualche casino più del necessario ieri abbiamo fatto quel che c’era in programma, eliminato in tronco una cinquantina d’anni di ricordi a cui pressoché tutti gli altri facevano riferimento. È il momento di evitare che il palazzo crolli dopo aver fatto saltare le fondamenta» fece un passo verso i capo tecnico «Phil?»
«Abbiamo una mappa cerebrale completa. Il computer procederà nell’avanzamento del processo finché il rischio di lesioni è trascurabile, se un particolare ricordo risulta problematico passiamo la palla ad Hazel»
«Vediamo che nelle prime tre ore la soglia di rischio resti a zero»
«Impostata a zero»
«E per il resto non ci resta che pregare» in un sussurro Tunyl si allontanò dal capo tecnico soffermandosi un momento su Rakis, immobile con la schiena appoggiata alla parete di vetro della sala.
Veramente c’era da chiedersi cosa ci fosse tra lui e la paziente.

 
Ore 11:00
 
Con una mano all’orecchio in cui era piazzata l’auricolare Sephet fece cenno al viceammiraglio di accomodarsi sulla poltrona giusto di fronte alla sua, in fianco a Dantalian che continuava a sbadigliare senza un ritegno.
Mentre ascoltava il breve rapporto della sala macchine gli riservò quantomeno una minima occhiata di rimprovero, che come da programma il diretto interessato accolse con un vago sorriso stampato in faccia.
La domanda sorgeva spontanea. Il vero Dantalian era quello che si trovava davanti in quel momento o quello che aveva conosciuto fino a due anni prima? Inutile dire che preferiva quello di due anni prima, quantomeno era una persona su cui poteva fare affidamento per tenere sotto controllo la situazione, non una persona da tenere sotto controllo. La differenza era la stessa che si aveva tra qualcuno all’età di settant’anni e quello stesso qualcuno ritornato di colpo ad averne venti.
Un paragone che forse era molto più vicino alla realtà di quanto potesse credere.
«Bene, tenente» si congedò per poi chiudere la comunicazione. Rispose a quella che sapeva per certo fosse la domanda di Kimlor ancora prima che potesse esporla. Gli lasciò a malapena il tempo di muovere la bocca: «Il reattore primario è da buttare, uno degli ausiliari pure, dei generatori di scudi non è rimasto praticamente niente. I magneti esterni non sono riparabili e lo scafo ha un buco che nel punto più stretto misura tre chilometri»
«Non c’è da lamentarsi» Kimlor attese un momento «Senza scudi, senza magneti e quasi senza polarizzatori avete retto il colpo di un cannone di prima classe»
«La nave non può muoversi» Sephet non poté far altro che annuire. Fin troppo vero «E la camera di combustione del reattore principale non riusciamo a sostituirla da soli nemmeno volendo. Dobbiamo portarla al porto più vicino»
«Visto dove siamo...» il viceammiraglio si passò una mano sulla barba castana «Direi Dredis»
«Il rimorchiatore sarà qui a prendere questo rottame stasera probabilmente» Sephet annuì «Se lo chiamiamo subito»
«Per un po’ dovremmo fare a meno dell’ammiraglia pare»
«Una settimana probabilmente»
«Meglio dire a quelli di Dredis che si diano una mossa» precisò Kimlor «Non mi piace la piega che stanno prendendo le cose ultimamente»
«Il nemico se n’è andato mi pareva di capire» Sephet chiese conferma.
«Sì beh, quello sicuro. La corvetta che abbiamo mandato a seguirli lo ha confermato, le sonde di rilevazione pure. Tutte le navi nemiche hanno abbandonato la galassia, e nemmeno hanno provato a rientrare»
«Abbiamo un minimo di tregua»
«Sufficiente a far riparare questa macinino?» appoggiando un dito sulla scrivania che lo divideva dal suo superiore Kimlor si riferì all’intera nave.
L’ammiraglio accennò appena ad allargare le braccia. Non ne aveva idea, non dopo gli ultimi avvenimenti: «Difficile prevedere le mosse dell’avversario quando sembrano del tutto illogiche»
«Abbiamo perso tre navi con lo scherzetto che ci hanno combinato. E l’ammiraglia non è propriamente una delle tante»
«Scoperto che cos’era?» Sephet pose la domanda pressoché nel momento in cui gli venne in mente. Anche solo per pura curiosità. Che cosa era riuscito a ridurre un simile mostro di nave in quello stato?
«L’energia stimata dell’esplosione probabilmente si aggirava sui due miliardi di gigatoni. Anche solo stando a questo penso si possa escludere una bomba termonucleare, troppo pesante per passare attraverso il tunnel che hanno usato per spedircela. E se fosse stata una bomba di quel tipo i magneti sarebbero entrati in funzione, senza contare che gli scudi hanno avuto una risposta all’attacco che non lascia molti dubbi» Kimlor si interruppe un attimo «Era una bomba di antimateria. Cento milioni di tonnellate probabilmente»
«E si sarebbero bruciati per niente quella che per la nostra flotta è la scorta di antimateria per un anno» nonostante quella fosse tutto sommato la risposta che si aspettava Sephet comunque rimase sorpreso. Una mossa del genere veramente aveva del folle.
«Assolutamente per niente» il viceammiraglio non poté che confermare «Hanno abbattuto tre navi che messe insieme forse non coprono nemmeno i costi della bomba. Sarebbero andati in guadagno solo facendo saltare anche questa, con ogni probabilità. Ma anche ci fossero riusciti comunque resterebbe una mossa senza senso. I loro reattori come li fanno partire adesso? A sputi?»
«Non che sappiamo molto di come funzionano i loro reattori, se è per quello»
«In verità» stiracchiandosi fino a raggiungere un allungamento invidiabile Dantalian a quanto pareva aveva deciso che era giunto il momento di intromettersi «Qualcuno l’ho fatto saltare, e così a occhio non mi pare le cose siano molto diverse rispetto a qui»
«Non ti si può propriamente definire un pozzo di scienza nel campo» Kimlor andò a rivolgersi al mago.
«Colpito e affondato» Dan nemmeno provò a opporre resistenza «Ne so il minimo indispensabile per farli saltare in aria, ma per quel che conta mi sembrano uguali»
«Non ha molta importaza in ogni caso» Sephet tornò a parlare «Qualunque utilizzo ne facciano, se hanno antimateria a bordo vuol dire che a qualcosa servirà. Se se la sono bruciata qui non ne hanno più per le navi»
«O ne avevano un po’ da buttare» Kimlor trasse la seconda, ovvia conclusione.
«Se ne avessero così tanta da buttare non sarebbe la prima volta che ci fanno uno scherzo del genere»
«Bah» dopo l’ennesimo sbadiglio Dantalian prese ancora la parola «Non vedo cosa ci sia di così tragico. La prossima volta basta allontanare le navi dalla zona del tunnel ed evitare di lasciare le navi più piccole nei paraggi. Se vi fa piacere siamo pessimisti e diciamo che la loro produzione di antimateria è più grossa della nostra. In ogni caso non può essere di tanto superiore, o sennò l’avrebbero già usata per farci molto molto male, e soprattutto non si sarebbero messi a sfornare primi categoria in quel modo, non ce ne sarebbe stato bisogno. Con bombe del genere potrebbero vincere senza tanto affannarsi per colmare la voragine di abilità che si ritrovano nei nostri confronti con prima categoria di forza imbarazzante»
«È proprio questo il punto» Sephet andò ad appoggiare la testa allo schienale della poltrona, rimase a fissare il soffitto del suo ufficio. Anche se pronunciata col tono di voce di una persona sul punto di cadere in coma per il sonno quell’intervento sì che era degno del Dantalian di due anni prima. Non che l’evento si verificasse così spesso come voleva, ma almeno era qualcosa «Può essere solo come dici tu, a conti fatti, e possiamo pur dare per scontato che il nemico non sia di colpo diventato idiota. Quello che sta facendo, quello che ha fatto qui e quello che ha fatto con Walent, ha uno scopo, ha una ragione, e soprattutto ha un obiettivo. Visto che in nessuno dei due casi l’obiettivo era vincere la battaglia, e che qui si sono giocati una bomba che sarà costata una fortuna, questo vuol dire che l’obiettivo che si sono prefissati stavolta deve essere... qualcosa di veramente grosso»
«E queste sono le fasi di preparazione» Kimlor di fatto gli tolse le parole di bocca.
L’ammiraglio annuì, per un momento in silenzio: «Stanno raccogliendo le informazioni di cui hanno bisogno. Il fatto che non abbiamo idea di che informazioni siano e soprattutto a che servano, questa è la cosa veramente preoccupante»

 
Ore 11:30
 
Del tutto immobile si limitò a osservare le decine di sottili bracci meccanici che sfrecciavano davanti ai suoi occhi, impegnati a riparare danni ai tessuti che a quanto pareva erano stati totali. Se anche l’endoscheletro cranico era stato pesantemente danneggiato dal calore voleva dire che della pelle sul serio non era rimasto niente.
E il tutto, di fatto, in due soli attacchi.
La magia della specie che si trovano ad affrontare era qualcosa di difficile anche solo da concepire. Una potenza che sembrava assurdo potesse essere prodotta da un corpo così piccolo, un’abilità nell’utilizzarlo che ora più che in altre situazioni gli sembrava del tutto irreale.
Un simile livello di destrezza non era nemmeno possibile, del tutto inconcepibile. Il mago che aveva affrontato era in grado di disintegrare e ricomporre il proprio corpo a suo piacimento, con una rapidità incredibile.
L’essere più forte non gli era servito a nulla, fin da quando era cominciato lo scontro non aveva avuto la minima possibilità di vincere, ed era andato più vicino alla morte di quanto amasse ammettere.
Ogni giorno di più la cosa gli sembrava evidente. L’intero corpo umano, la sua costituzione, la sua composizione, la forma, ogni cosa sembrava studiata appositamente per farne maghi devastanti.
Nonostante in principio ritenesse quella linea d’azione quantomeno eccessiva, ormai ne era convinto. Ricopiare con fedeltà i loro nemici nella creazione di nuovi maghi era stata la scelta giusta, giusta come nessun’altra. In caso contrario il divario a separarli dagli avversari sarebbe stato incolmabile, del tutto insostenibile. E in ogni caso, alla lunga, ci si poteva abituare a tutto.
Distogliendo lo sguardo dai bracci meccanici in continuo movimento attorno ai suoi occhi andò a concentrarsi sulla superficie a specchio che costituiva il corpo centrale del droide che lo stava curando. Fissò il suo volto, ormai del tutto ricomposto, riflesso sulla superficie metallica lucida. Con calma, sapeva perfettamente quel che avrebbe visto.
Nonostante fosse passato parecchio tempo dalla prima volta in cui si era svegliato con quelle sembianze comunque non riuscì a reprimere un brivido, ma ormai ci aveva fatto l’abitudine.
Non essere più sé stesso, essere imprigionato in un corpo semplicemente disgustoso con cui avrebbe dovuto convivere per sempre, da cui non si sarebbe mai liberato, essere del tutto impossibilitato a relazionarsi con le persone normali. Ma in fin dei conti già il poter stare in compagnia degli altri maghi come lui era parecchio. Tutte persone che condividevano il suo stesso sacrificio.
«Xanto» la voce invase la piccola saletta in cui il droide lo stava curando. Un’altra cosa a cui si era abituato. Non poter essere mai in presenza dei propri superiori.
«Sì, signore» Xanto attese che il droide si fermasse prima di azzardare a muovere la bocca, nel goffo tentativo di articolare le parole.
«Missione compiuta?»
«Completamente, signore. Ho archiviato ogni dettaglio»
«Il primo categoria?»
«Lo scontro è stato in assenza di soppressori di campo, signore»
«Una fortuna insperata, se ci si pensa bene» proseguì il comandante «Anche se non penso saranno buone notizie»
«È un mostro, signore, ed è solo uno 0,99. La nostra unica fortuna è che non ne abbiano di più forti»
«Purtroppo questo…» il comandante esitò un attimo nel rispondere «Non è più vero»

 
Ore 12:30
 
Tenendo una patata con due dita a qualche centimetro dalla bocca Nethaniel continuò a osservare la smisurata sala mensa intorno a lui. File di tavoli a perdita d’occhio in un ambiente che veramente non avrebbe saputo stabilire quante persone potesse contenere. E che adesso era pressoché pieno.
Era passato del tempo dall’ultima volta che aveva visto così tante persone tutte insieme. Una situazione che a ben vedere avrebbe dovuto sembrargli molto meno rilassata dell’attuale, ma che al pari di pressoché ogni ricordo di cui avesse memoria era come se ci fosse stato qualcosa che non tornava, qualcosa che nonostante tutto non riusciva a rammentare. Ma nemmeno valeva la pena darsene pensiero in fin dei conti.
Scrollò le spalle tornando a concentrarsi sui tavoli tutto intorno a lui. Con uno sguardo a quello giusto di fronte al loro notò subito come alcuni degli occupanti si stessero voltando giusto in quel momento per osservare nella sua direzione. Anzi, a ben vedere forse stavano guardando Simeon che gli stava di fronte. Non che questo avesse importanza comunque.
Ingoiò la patata intera senza quasi masticarla. Andando a tentoni sul piatto con la mano lo trovò vuoto. Con un’occhiata si assicurò della constatazione. E anche quella non ci voleva.
Figurarsi se il gendarme che lo aveva preso in custodia lo avrebbe lasciato tornare a prendersi la seconda porzione. A momenti non lo lasciava andare nemmeno in bagno da solo, di sicuro avrebbe voluto accompagnarlo, ma a quanto pareva adesso era occupato in una discussione. Troppo noiosa per seguirne il contenuto, troppo noiosa anche solo per arrivare a capire con chi stesse parlando.
Unica cosa certa era che Searl da quel tavolo non si sarebbe mosso e lui avrebbe dovuto fare altrettanto. Eppure a che si ricordava non gli sembrava quell’uomo fosse un così assoluto rompipalle, anzi.
A quanto pareva era invecchiato male.
Si accontentò di leccarsi le dita della mano destra, si rivolse a Simeon di fronte a lui: «Stavo pensando…»
«Addirittura» l’altro non fece una piega, ancora con la bocca piena.
«Ci sei nato così simpatico?»
«È ironia» Simeon quantomeno deglutì prima di riprendere a parlare «No?»
«Sembreresti meno idiota in effetti»
«Piano con le offese qui»
«Perché sennò che mi fai?»
«Cerchi guai?»
«Sarebbe un modo per passare il tempo quantomeno»
«Tu tiri una botta in testa al capo» Simeon ingurgitò un altro boccone «Io dico che è stato quello della tavola a fianco»
«Se solo fossi quantomeno passabile come bugiardo»
«Non ho mai fatto pratica di diplomazia»
«Nemmeno io» Nethaniel allungò la mano andando a rubargli una patata dal piatto «Ma almeno non faccio così schifo»
Con un movimento più rapido possibile Simeon cercò di intercettare la mano del compagno con la forchetta, senza successo: «Ladro»
«Sei di un lento patetico» lanciando la patata in aria Nethaniel andò a ingoiarla al volo.
«Mi sembra un’affermazione quantomeno azzardata»
«Tira tu una botta in testa al capo, che poi andiamo a parlarne fuori»
«C’è un tavolo tra me e lui» Simeon scoccò un’occhiata a Searl a forse un metro e mezzo di distanza.
«Ma sono io quello dei due che è un bugiardo accettabile»
«Ci scambiamo i posti?»
«Ma così secondo me poi se ne accorge»
«Me ne sono già accorto» Searl interruppe in via momentanea il discorso col suo interlocutore, arrivando a rovinare i loro piani, come sempre del resto.
«Colpa tua che non hai parlato a voce bassa» Simeon andò a incrociare le braccia al petto, la forchetta ancora nella mano destra.
«Non è il tuo problema più grave» con un movimento anche più rapido del precedente Nethaniel andò a rubargli un’altra patata «Devi avere un buco nel piatto, guarda bene»
«Secondo te» l’altro rimase a fissare la forchetta con aria pensierosa «Se lancio questa riesco a infilzarti quella mano ladra?»
«Io proverei col coltello fossi al tuo posto»
«Sarebbe troppo facile»
«Perderei la poca stima che ho di te in effetti»
«Se tu avessi stima di me» Simeon tenne la forchetta a mezz’aria, pronta a colpire, mentre con la mano libera andava ad afferrare un’altra patata «Lì sì mi preoccuperei»
«Dovresti fidarti del mio giudizio»
«A cosa stavi pensando?»
«A cosa stavo pensando?»
«Ecco, appunto»
«Ah già…» Nethaniel riprese subito «Prima o dopo ci manderanno in battaglia, no?»
«A quanto pare qui hanno deciso di vedere se prima riescono a farmi morire di vecchiaia»
«Saresti comunque nullo incapace come sei» Nethaniel precisò subito «Mi correggo, prima o poi mi manderanno in battaglia»
«Goditela bene perché non penso avrai il piacere di affrontarne una seconda»
«Ne riparliamo quando vengo a illustrarti quanti ne ho stesi»
«Sfinendoli per fame a furia di rubargli la roba dal piatto immagino»
«In effetti è proprio quello il problema» Nethaniel continuò per la sua strada «Mi manca un’arma. Questi trogloditi non hanno spade degne di questo nome»
«A che ho capito proprio non hanno spade»
«Magari per farle anche ci riescono, ma una che non mi si spezzi in mano al primo colpo?»
Simeon perse un momento a masticare: «Acciaio polarizzato?»
«Se non ci sono soppressori di campo dici che regge?»
«Dubito fortemente»
«Allora non me ne faccio niente»
«Uno col dominio del fuoco prima o poi lo tirano giù, è questione di tempo»
«E intanto me ne vado in giro disarmato»
«Paura?»
«L’invito ad andare a discutere fuori da questo trabiccolo orbitante è sempre aperto»
«Il primo passo è stendere il capo»
«Se non state zitti il capo stende voi» ringhiò Searl, interrompendosi in via momentanea nel discorso che stava portando avanti col suo interlocutore.
«Alleanza contro il capo?» Nethaniel porse la mano al compagno di fronte a lui.
Appoggiando la forchetta sul tavolo Simeon andò a stringergliela.
Con un movimento misurato l’altro andò a rubare un’altra patata dal piatto: «Tre volte su tre. Chi è il poppante?»
«Ok» Simeon riprese la forchetta «Vediamo di che colore è il sangue di quella mano ladra»

 
Ore 23:00
 
Praticamente c’era da non crederci. Le cose a quel punto erano due, o Hazel il giorno prima non ci si era messa d’impegno come poteva o lui aveva sbagliato le previsioni.
Quel terzo passaggio stava, in effetti, risultando il più invasivo dei tre, avevano già fatto ampiamente più danni di quanti non ne avessero fatti ieri, ma rispetto alle prospettive stavano facendo un capolavoro. Ormai alla fine mancava davvero poco, e visto lo stato delle cose un fallimento a quel punto nemmeno lo prendeva più in considerazione.
Di fatto non aveva già dato per scontato il successo solo per amor di scaramanzia. A meno di clamorosi, ma davvero clamorosi, strafalcioni il processo di riabilitazione sarebbe riuscito. Il che era un risultato a dir poco incredibile visto e considerato che le precedenti tre volte in cui era stato tentato non si era mai nemmeno arrivati al terzo giorno. Il paziente erano sempre morto nella fase di cancellazione, di fatto perché loro gli avevano fritto il cervello, nonostante in quelle circostanze si fossero sforzati per adottare tutti gli accorgimenti del caso.
C’era poco fare, l’abilità con cui Hazel si districava all’interno della memoria della paziente, il modo in cui riusciva a muoversi, a interagire con essa senza danneggiarla, erano risultati che nessuna tecnologia sarebbe mai riuscita a ottenere. Di certo erano risultati che per la loro tecnologia attuale erano inarrivabili.
«Il computer non avanza» Phil tornò a farsi sentire «Bisogna aumentare la soglia»
«Danni?»
«13% delle sinapsi cerebrali compromesse»
«Quanto manca alla fine?»
«Processo completo al 98,3%»
Tunyl si concesse un sorriso: «Sa cosa vuol dire questo, generale?»
Stando dietro a lui, fermo nella stessa posizione da pressoché tutto il giorno, Rakis rispose all’istante: «No»
«Che ce l’abbiamo fatta, può anche smettere di alitarmi sul collo, la sua amica si salverà»
«Veramente…» Phil azzardò una precisazione.
«Le probabilità di sopravvivenza ormai saranno sopra il 99%» Tunyl andò a levargli le parole di bocca.
«99,6 per l’esattezza» lo corresse l’altro «Ma non siamo ancora del tutto sicuri»
«Se anche solo i danni superano il 15% puoi cercarti un altro lavoro, Phil» arretrando di qualche passo dallo schermo centrale il primario si lasciò cadere sulla poltrona che non aveva mai toccato per tutto il giorno. Di colpo tutta la stanchezza che cominciava a farsi sentire «Finisci qui e propaga il capolavoro che abbiamo fatto alla personalità. Poi fa preparare una sala operatoria, un giro di nanomacchine e la rimettiamo a nuovo»
«Già preparata» lo rassicurò Phil.
«Mentre è sotto i ferri prepara i blocchi alla memoria, quando esce glieli applichiamo, e poi lasciamo che si svegli per i fatti suoi»
«Nella sua bella stanzetta a soppressione 3»
«Non ti fidi del tuo lavoro?» Tunyl si portò le mani alla nuca accennando a stiracchiarsi.
«Mi dispiacerebbe avere sulla coscienza tutti i presenti»
«Quantomeno date una pulita al pavimento, l’ultima volta che ci sono entrato era un macello»
«Immagino che siano già passati a far le pulizie»
«Con questi robottini con lo scopino non si sa mai»
«Dove li piazzo i blocchi?» Phil pose la domanda mentre nel contempo continuava a seguire ogni tappa nelle fasi finali del processo, come se nulla fosse «E quanti soprattutto»
Facendo perno sui piedi Tunyl si voltò trovandosi a pochi passi da Rakis, ancora immobile sempre nella stessa posizione. Quasi quasi c’era da chiedersi se l’avesse sentito annunciargli che era andato tutto bene: «Ha qualche preferenza, generale? E non venga a raccontarmi che non l’ha conosciuta perché non ci crede nessuno»
Rimanendo fisso su di lui non gli vide fare una mossa. Attese almeno una decina di secondi prima di insistere: «Mi ha sentito generale?»
Searl si riscosse di colpo «Sì, ho sentito» nel parlare rimase comunque concentrato sullo schermo olografico al centro della sala «Piazzate il primo blocco verso i quarant’anni. Per gli altri decidete voi»
«Sentito Phil?» il primario tornò sul capo tecnico.
«Gli altri li tiro a caso?»
«Ma perché no? Anzi, sai che ti dico? Perché non lasci solo quello a quarant’anni? Tanto gli altri a cosa vuoi che servano?»
«Detto fatto, capo»
«Con la lettera di raccomandazione che ti scrivo trovi posto al massimo come parcheggiatore»
«Senza di me questa baracca non dura cinque minuti»
Ritornando a voltarsi verso il collega Tunyl sorrise ancora. Era il momento di godersi il successo: «Quando è sotto i ferri ci pensiamo»

 
27 maggio
Ore 8:00

 
La ragazza dormiva. Non in coma, non sedata, semplicemente era addormentata. Anche solo chiamandola forse sarebbe riuscito a svegliarla, in una camera in cui non avrebbe potuto far nulla anche in caso si fosse messa in testa di attaccare, certo, ma in ogni caso era solo addormentata. Un particolare che gli sembrava quantomeno degno di nota, anche se forse non lo era.
Con la schiena appoggiata alla poltrona della stanza Searl passò lo sguardo dal letto in fianco a lui al soffitto intonacato di bianco. Tenne i piedi appoggiati a un angolo del materasso, senza una meta andò a concentrarsi sui bordi superiori delle pareti, stringendo appena gli occhi nel fissare la sottile striscia luminosa che andava a descrivere l’intero perimetro della camera, provvedendone a all’illuminazione.
Non aveva un vero motivo per stare lì, ammesso che mai ne avesse avuto uno per ronzare intorno a Tunyl per tre giorni di fila, ma in quel momento in particolare non aveva nulla da fare lì. Avrebbe potuto aspettare in qualunque altro posto che la ragazza si svegliasse, non sarebbe cambiato nulla. Ma forse la sua era solo curiosità. L’attesa in prima fila per constatare se effettivamente tutto era andato come previsto, nonostante non potesse essere che così. Se il primario aveva assicurato che il processo di riabilitazione era giunto a compimento con pieno successo così era, non c’erano possibilità di errore. Al massimo era lui che faceva una certa fatica a capacitarsi della cosa.
E in effetti non era immediato concepire che ora, per lei, era come se non fosse successo niente. Niente rapimenti, niente esperimenti, nessun trauma di nessun genere. Addirittura, nel caso Phil lo avesse ascoltato nel posizionare il primo blocco, la ragazza si sarebbe svegliata senza nemmeno avere un vago ricordo del disastro di qualche anno successivo all’interruzione nella sua memoria.
Quella era una seconda possibilità, non solo per lei, ma anche per lui. Il ritorno a una situazione conosciuta, anzi, migliore rispetto a quanto si ricordava, sapendo cosa era successo e sapendo esattamente quale fosse la cosa migliore da fare.
Probabilmente era proprio quello il vero motivo per cui era lì. Non farsi scappare la possibilità di ricominciare da quell’esatto punto nel passato a cui sarebbe ritornato all’istante se solo avesse potuto. Non farsi scappare l’opportunità di evitare errori madornali che potevano essere scongiurati. Un solo errore madornale in verità, ma una scelta che forse avrebbe potuto far la differenza. Come del resto avrebbe potuto non farla. Non aveva modo di sapere come si sarebbero evoluti i fatti in quel caso. Forse il suo non era stato un vero errore, non sarebbe cambiato nulla, e di certo la situazione attuale era molto diversa da quella dell’epoca, ma comunque non faceva la minima differenza.
Anche se adesso non sarebbe servito a niente non avrebbe fatto due volte lo stesso sbaglio. Finché non fosse stato del tutto sicuro di essere superfluo sarebbe stato esattamente dov’era in quel momento, assolvendo a quello stesso compito cui era venuto meno. Proteggerla.
Un incarico che almeno quella volta non avrebbe fallito.
Con lo sguardo ancora fisso al soffitto sentì sotto i piedi il materasso che accennava a muoversi. Non ci fece caso. Con ogni probabilità la ragazza si era girata nel letto, niente di più. Socchiuse gli occhi rimanendo concentrato sulla poca luce che filtrava tra le palpebre.
Un secondo movimento lo fece quasi sobbalzare.
Rizzandosi sulla poltrona ritornò subito sulla ragazza. La vide mentre si voltava nella sua direzione, ancora con gli occhi chiusi, portando la mano sinistra fuori dalle coperte alla ricerca di qualcosa che non c’era. La mano vagò a vuoto per qualche attimo prima di andare a penzolare oltre il bordo del letto.
A quanto pareva era arrivato il momento della verità. Scoprire se in effetti quel branco di cervelloni aveva fatto un lavoro quantomeno decente. Vedere se appena aperti gli occhi la ragazza gli sarebbe saltata alla gola. Un’eventualità che in quel momento non gli sembrò così tanto assurda come l’aveva valutata fino all’attimo prima.
Immobile rimase ad attendere, senza nemmeno azzardarsi ad accelerare gli eventi, limitandosi a osservare. Il braccio penzoloni oltre il bordo del letto tornò una seconda volta a muoversi alla ricerca di qualcosa che non aveva speranza di trovare. Accennando poco più di una smorfia la ragazza ritirò il braccio portandoselo alla fronte. Socchiuse a malapena le palpebre trovandosi investita da una quantità di luce che non riuscì a sopportare.
Senza spostare lo sguardo Searl abbozzò un vago cenno della mano, l’illuminazione della stanza andò attenuandosi in fretta. Evitò anche solo di farle notare che adesso poteva aprire gli occhi senza problemi, attese. La osservò riprovare a sollevare le palpebre e andare a guardare giusto nella sua direzione.
Sempre fermo nella sua posizione Searl rimase a fissarla mentre lei ricambiava il suo sguardo. Non era sobbalzata, non si era allarmata, non era rimasta sorpresa. Non sapeva se interpretarli come buoni o cattivi segnali.
Nel tornare a chiudere gli occhi la ragazza abbozzò un mezzo sorriso: «Ciao Searl»
Non sentì il bisogno di nessun’altra conferma. Si lasciò cadere contro lo schienale della poltrona andando a chiudere gli occhi a sua volta. Era andata bene sul serio.
«Ciao… Felien»
Capitolo 7 - 1 by Caladan Brood
Author's Notes:
confermo quel che ho detto, questo è l'ultimo prima dello stallo. ciò non vuol dire comunque che sia un capitolo che vale per due :D. talmente lungo che sono pressochè sicuro di non riuscire a postarlo tutto in una volta (e comunque sarebbe anche pesante da leggere un bolide da oltre 10000 parole :S). dunque, come facevo ai vecchi tempi lo spezzo in due, e questa è la prima parte. nel complesso succede proprio pochino ma quantomeno ho inserito due elementi di trama che nell'eventuale proseguo mi servirebbero. qui ce n'è uno e nella seconda parte del capitolo c'è l'altro.
nel complesso comunque il capitolo fa pena :P.
buona lettura comunque ^_^.
Capitolo 7

Ha quasi del divertente ora. Mentre si cercava di determinare quale fosse la strategia del nemico, c’era già qualcuno che, del tutto inconsapevolmente, compiva i passi necessari per poter respingere quella minaccia.

28 maggio
Ore 8:30

 
«Sei un idiota» la voce della compagna venne da tutte le direzioni, ripetuta dai quattro altoparlanti posizionati ai vertici superiori della stanza.
Seduto da solo nella piccola sala riunioni Searl si limitò a osservare l’immagine tridimensionale della ragazza che lo fissava con quello che si poteva definire sincero disappunto, o perfetta consapevolezza che una cosa del genere sarebbe successa. Probabilmente un misto delle due: «Ah beh, perché il tuo piano sì che era un colpo di genio»
«Di certo migliore del tuo»
«Rimandare il problema non è un piano»
«Fino a quando non ne avremmo avuto uno migliore»
«Il mio è migliore»
«Migliore di una scarpata in bocca» Veis andò a incrociare le braccia al petto «Forse»
«Sarai scioccata di sapere» Searl quasi non la lasciò finire «che una persona il cui ultimo ricordo è di un mondo dove la tecnologia era appena sufficiente per arrivare sulla Luna sputando sangue, sia un filino curiosa di sapere come mai, di colpo, si ritrovi a orbitare attorno a un pianeta che non è la Terra, e per giunta in una stazione spaziale grande come un satellite naturale»
«Adesso non venirmi a dire che ti ha obbligato a parlare sotto una pioggia di domande»
«Vedi che quando ci metti impegno anche il tuo cervello funziona?»
«Di solito te le inventi meglio le balle»
«Ma con te non ne vale la pena. Quelle buone sul serio me le tengo per Walent»
«Ma va a finire sotto un treno»
«Ho la linea 5 che mi passa giusto sotto la camera da letto»
«Vedi di farne buon uso»
«Se vuoi vado da lei a ritrattare tutto»
Veis assunse un’espressione che da parte sua avrebbe definito ai limiti dell’incazzato: «Mi meni per il culo?»
«È così evidente?»
«Tra quanto torni?»
«Ansiosa di saltarmi addosso?»
«E piantarti un coltello in mezzo agli occhi»
«Sentiamo genio» Searl si lasciò andare contro lo schienale di una delle tre poltrone imbottite presenti nella sala riunioni «Quale altro piano brillante avresti adottato tu?»
«Quantomeno mi sarei inventata una storia un filo più attinente alla verità»
Searl sollevò un sopracciglio: «Avrò tralasciato un particolare o due»
«Tipo che c’è stata una guerra con trenta miliardi di morti?»
«Ecco, per esempio»
«Ma quanto sei imbecille»
«È un piano che non può fallire» Searl andò a spiegare «Di quella guerra non frega niente a nessuno, dunque nessuno ne parla, dunque nessuno ne parlerà a lei per sbaglio, dunque non le serve saperlo»
«È abbastanza degna di nota anche l’emerita puttanata che ti sei inventato per spiegare perché sulla Terra non sappiamo più arrivarci e nemmeno abbiamo contatti»
«Quella dell’evento cosmico inaspettato che ha chiuso il tunnel per arrivare fin lì non era male. È la verità» Searl si portò una mano al mento con fare pensoso. Sì, la si poteva anche mettere così «Da un certo punto di vista»
«Il che non spiega perché non abbiamo più contatti»
«Stiamo parlando di una persona che a livello tecnologico è ferma… poco dopo l’invenzione della ruota. Cosa vuoi che ne sappia di comunicazioni quantiche?»
«Basta che chieda al primo che passa per strada»
«Ed è qui che entri in scena tu, tesoro. Starle attaccata in stile piovra non ti verrà difficile più di tanto, diciamocelo. Mentre la stringi forte al tuo cuoricino cerca anche di evitare che alle sue innocenti orecchie non arrivino le informazioni sbagliate»
«Tu fai i casini e io risolvo»
«Io ti vivacizzo la vita e tu nemmeno ringrazi. Chiamiamo le cose col loro nome»
«Peccato che i pugni non siano tra le informazioni che passano attraverso questi canali di comunicazione» Veis alzò la mano destra serrandola un paio di volte nell’aria.
«Dovrebbe essere il prossimo aggiornamento»
«Magari»
«Ho come l’impressione che tu non sia soddisfatta del mio operato»
«Ci sei arrivato tutto da solo o ti sei fatto aiutare?»
«L’altra ipotesi più accredita era che fosse tutta una complessa tattica di seduzione a distanza» Searl si portò un dito alla bocca «E ammetto che pure stava funzionando»
Chinando la testa la ragazza si portò una mano alla fronte, ritornò a fissare il generatore di ologrammi un attimo dopo: «Ok, tanto ormai è fatta, ti strangolo quando torni. Che cosa le hai detto, di preciso?»
«Walent ti ha già aggiornata per bene vedo»
«A dire il vero ha passato mezz’ora a insultarti accennando qualcosa qui e là»
«Fa sempre così ma sotto sotto mi vuole bene»
«Sì, dava proprio quell’impressione»
«Non si ricorda niente perché ha un’amnesia, il che a ben vederla è pure la verità» rispose Searl «Stava tritando una di quelle lavastoviglie con le gambe che ci ritroviamo come avversari e ha preso una bella botta in testa andando a schiantarsi contro una delle paratie della nave. Si è svegliata così»
«Se l’hai messa così immagino che dovremmo sorvolare anche sul particolare che al momento un’amnesia di quel tipo la curano in quattro minuti»
«Non sono sicuro sia un’informazione che giocherebbe a nostro favore, in effetti»
«Continua» Veis scosse il capo un paio di volte, lo invitò a proseguire con un cenno della mano.
«Per il resto basta unire i puntini. È sempre stata con noi fin dai tempi in cui ci hanno mandato “in esplorazione” per l’universo, insieme appassionatamente per tutto il tempo in cui io ho dovuto sopportare te. Poi, il quanto mai opportuno evento cosmico ci ha tagliato fuori e non siamo più potuti tornare sulla Terra. A quel punto ci siamo rassegnati a starcene per i fatti nostri, dopo anni e anni di tentativi per tornare a casa ovviamente, e nemmeno questo è del tutto falso, se proprio vogliamo essere pignoli»
«Praticamente hai detto una verità dietro l’altra»
«Ecco beh» nel portarsi una mano alla nuca Searl andò ad accarezzarsi i capelli «Su qualcosina magari c’ho marciato un po’»
«Non può essere peggio del resto»
«Diciamo che ho un po’ esagerato con l’idillio, ecco»
«Sputa il rospo»
«Sai che ti ho detto che lei è sempre rimasta con noi, da quando siamo partiti?»
«Si»
«Ecco, lei non è l’unica»
Continuando a fissare la ragazza attraverso gli schermi olografici Searl per un momento la vide non avere nessuna reazione particolare, poi di colpo sgranare gli occhi.
«Ma tu sei scemo!» quasi urlò Veis.
«Sì, ammetto che qui sono stato un po’ troppo sentimentale forse»
«Le hai detto che El è partito con noi!»
«Su per giù… il concetto era quello»
«No, mi stai menando per il culo»
«Come balla non mi sembra molto più grossa di dire che lei era partita con noi. Sono equivalenti alla fine»
«È uno scherzo» Veis continuò a scuotere la testa.
«Pensa alla scena. Dovevo dirle “No, guarda, ora come ora puoi aspettare fino alla fine dei tempi, tanto non lo rivedi”. Mi si metteva a piangere questa»
«Sarebbe stata la verità quantomeno» lei passò a massaggiarsi le tempie.
«A sentire Tunyl, il primo blocco sui ricordi le durerà qualche mese, non mi è sembrata una cattiva idea darle qualche settimana di vita rose e fiori» Searl quantomeno provò a giustificarsi «El è impegnato in una qualche cazzo di missione segreta, lascio a Walent il privilegio di inventarsi una balla che regga, e ha ordine tassativo di mantenere il più totale silenzio nelle comunicazioni fino al termine dell’operazione. Operazione che, guarda caso, dovrebbe arrivare al termine non prima di qualche mese»
«Dunque» impegnata a fissare il tavolo che le stava davanti, Veis continuò a massaggiarsi le tempie «Tecnicamente parlando, per quanto ne sa lei, El un giorno potrebbe ritornare»
«Ah beh, se la metti così, anche qui ho detto la verità allora» Searl precisò subito «Basta che il signorino si degni di crepare una buona volta, poi lo ripeschiamo»
Allontanando le mani dalle tempie Veis riprese a scuotere la testa: «Non ho parole»
«È un piano perfetto, non rompere le palle. Tu prepara tutto per quando torniamo, al resto penso io»
«È questo che mi preoccupa»
«Vedila dal lato positivo» Searl le sorrise «Altri danni su questo fronte non posso farne»

 
Ore 9:00
 
«Ok, l’emettitore gravitazionale è andato» ancora prima di entrare per intero nella stanza l’uomo stava già parlando, mentre con un dito della mano destra andava ad appuntare qualche riga di promemoria sul foglio elettronico che teneva nell’altra mano, adagiato su una cartellina di plastica «Per motivi che esulano dalla mia comprensione»
«Il primo ingegnere Gilok che non riesce a risolvere un problema?» con entrambe le mani completamente immerse nell’ologramma che gli stava di fronte uno dei presenti nemmeno si disturbò a interrompere la sua opera. Con un misurato movimento delle dita andò a ingrandire una sezione dell’immagine che era impegnato a osservare «Ma… ma… ma questo è inaccettabile»
«Tu sta zitto, elettricista» puntando l’indice su di lui Gilok gli passò a qualche metro di distanza aggirando una postazione di controllo. Lasciò cadere la cartella di plastica su una sedia e si diresse verso un uomo posizionato nei pressi dello schermo principale «Il resto come va?»
«C’è una risposta anomala agli impulsi elettrici di comando nell’arto inferiore sinistro» il diretto interessato richiamò i dati di cui stava parlando, andandoli a evidenziare sullo schermo.
«Quanto anomali?»
«Maggiori del 31,6% rispetto al comando d’origine»
Gilok con un passo si avvicinò all’immagine olografica che andava a riempire tutta la zona davanti a lui, valutò i dati per un momento. Si limitò sbuffare: «Ma che cesso di robot»
«Progetto tuo eh» precisò l’uomo accanto a lui.
«La rete elettroneurale è opera del pirla alle tue spalle» Gilok indicò dietro di lui «Vero elettricista?»
«Difatti non è quello il problema» il diretto interessato rispose immediatamente «È quel ferrovecchio di gamba che si ritrova. Le fibre di locomozione rispondono agli stimoli come vogliono»
«A quel che leggo qui non sembra»
«E da quando sai leggere?»
«Sta zitto, scemo» Gilok comunque non si staccò dai dati che stava osservando.
«Secondo ingegnere Bounit va bene lo stesso»
«Scemo è la qualifica»
«E io che pensavo fosse microelettronica» Bounit non fece una piega, sempre impegnato a maneggiare il suo ologramma.
«Ma fammi ridere»
«L’ampiezza del segnale non ha picchi, la propagazione è uniforme, la frequenza è costante, passa attraverso la rete elettroneurale senza la minima attenuazione, le armoniche sferiche delle linee di comunicazione restano ortogonali tra loro senza nemmeno protestare» Bounit recitò i pregi del suo sistema pressoché a memoria «Sono i parametri cinetici del ferrovecchio che oscillano come un sismografo»
«In risonanza con la frequenza del tuo segnale di merda»
«Ti avevo detto io che la frequenza di clock delle fibre locomotrici era troppo vicina a quella del trasporto dati»
«Se non è vicina non entrano in fase, coglione»
«Beh certo, molto meglio che la gamba si muova per i fatti suoi»
«Non può essere quello il problema» Gilok si avvicinò all’ologramma quasi fino a entrarci, rileggendo i dati forse per la quinta volta «Sennò tutte le fibre non risponderebbero come da programma»
«Fammi indovinare» Bounit non gli lasciò nemmeno il tempo di pensare «Continuiamo fregandocene dell’errore?»
«Hai una soluzione brillante, scemo?»
«Preferisco lasciarti il poco di autostima che ti rimane»
«Un modo come un altro per dire che non ne hai idea» Gilok tornò a sollevarsi, si voltò verso l’uomo al suo fianco «Pine»
«Riduco l’ampiezza del segnale di controllo alla gamba sinistra, escludo l’emettitore gravitazionale e procedo?»
«M’hai letto nel pensiero»
«Ce la fa anche il mio criceto se è per questo» Bounit si fece sentire ancora.
«Vieni qui, elettricista, stiamo per cominciare» Gilok alzò appena la voce. Con un movimento della mano andò a premere un punto preciso nello schermo olografico «Voi siete pronti?»
«Pronti a demolire il manichino»
«Non vedo perché no» Gilok portò il dito nello steso punto di un attimo prima, la comunicazione si interruppe «Vediamo se ne usciamo vivi, Pine»
«27 maggio 302, ore 9:12» Pine cominciò a recitare la sequela a memoria mentre impostava l’acquisizione dati del computer centrale «Centoventiduesimo test di stress funzionale volto alla valutazione della soglia operativa per la rete elttroneurale e il sistema di controllo principale…»
«Che ora come ora ha la stessa consistenza di un budino» Gilok parlò rivolto al secondo ingegnere che gli si era affiancato giusto in quel momento.
«Potrà sorprenderti» Bounit non fece una piega «Ma su un pezzo unico di acciaio polarizzato i circuiti tendono a fare contatto»
«Potrà sorprenderti» l’altro rispose all’istante «Ma 400000 circuiti primari forse sono un po’ tantini»
«Se ti basta che cammini e faccia l’inchino il numero scende a 3»
Abbozzando una smorfia Gilok evitò anche solo di rispondere. Si assicurò che Pine avesse finito di registrare l’introduzione all’esperimento «Ok, se siamo pronti fallo uscire» andò a ristabilire la comunicazione interrotta subito prima «Preparate il colpo. Partiamo leggeri, 10 MJ»
Con un paio di passi si avvicinò alla vetrata che costituiva per buona parte la parete della sala. Guardando verso il basso notò entrambe le estremità del corridoio sotto di lui che solo in quel momento si stavano schiudendo. All’estremità sinistra cominciava a scorgersi la bocca del cannone, andando a quella destra rimase sulla figura umanoide che avanza trascinandosi sulla gamba destra. Lo scheletro metallico era ancora visibile in più punti al di sotto della corazza esterna che riproduceva vagamente le forme di un corpo umano, le articolazioni di fatto erano ancora tutte esposte.
Un problema alla volta.
«Va bene, può anche fermarsi lì» ordinò. L’androide si arrestò un attimo dopo.
Riattivò la comunicazione: «Sparate»
Attraverso gli altoparlanti che ancora riproducevano quanto accadeva all’altro capo della linea Gilok udì il ronzio crescente dei magneti che caricavano il colpo. Un attimo dopo la canna dell’arma indietreggiò con forza. Sentì con chiarezza il rumore del proiettile che si disintegrava contro la corazza, il corpo dell’androide ricevette un contraccolpo all’indietro che lo fece arretrare di qualche metro, pur restando in posizione eretta.
«Diagnostica» si limitò a ordinare.
«Lastra corazzata incrinata del 12%, i polarizzatori adattivi non sono riusciti a calcolare in tempo il punto d’impatto. I polarizzatori di legame sono nella norma quantomeno»
«Ce n’è sempre una» Gilok andò a rivolgersi al secondo ingegnere «E questa sì che è colpa tua. Perché la tua matassa di cavi non ha calcolato la traiettoria in tempo?»
«Colpa dei tuoi sensori comprati all’ingrosso» Bounit si liberò del problema a velocità da record.
«Sono un anno del mio spipendio»
«Ma a te pagano il minimo sindacale»
«Vedi di tirarmi fuori una soluzione in tempi brevi»
«Il problema della gamba sinistra che va per i fatti suoi mi sembra moderatamente più pressante»
«Quello me lo gestisco io»
«Ah ah, allora lo ammetti anche tu che è quel rottame di gamba»
«Se lo lascio a te l’hanno prossimo siamo ancora qui» Gilok ritornò su Pine «Come sta il robottino per il resto?»
«Sistemi integri. Funzionalità della rete elettroneurale ancora al 100%, il sistema di controllo principale è totalmente operativo»
«Specificando che se andava in pezzi con un colpo del genere era una vergogna»
«Per colpa di chi la settimana scorsa l’androide ha perso la gamba destra mentre camminava?» Bounit partì di nuovo alla carica.
«Colpa delle tue armoniche del cazzo che non sono rimaste ortogonali»
«Sì, dicono tutti così»
«Ci vuole poco a dimostrare chi è l’anello debole del progetto» Gilok ristabilì la comunicazione con l’esterno «20 MJ, e su di dieci in dieci per le volte successive, puntate dieci centimetri più in basso questa volta» andò a rivolgersi a Pine «Comunica al ferrovecchio il punto d’impatto, senza polarizzatori adattivi la lastra non dura molto»
L’altro si limitò ad annuire mentre impostava un paio di comandi in tutta velocità: «Ok, è pronto»
«Vediamo fin dove arriva il tuo ammasso di circuiti, elettricista» Gilok ritornò a stabilire le comunicazioni «Fuoco»

 
Poco dopo
 
«Ma non si può avere semplicemente uno spazzolino?» buttato sul letto della ragazza Searl tenne gli occhi chiusi, nell’ascoltarla formulare la stessa domanda per forse per la quinta volta nel giro di nemmeno un giorno si ritrovò a sorridere. Poca fantasia o meno, sentire di nuovo quella voce era a dir poco stupendo.
«Ingoia senza far storie»
«Non mi ce le metto queste bestiacce in bocca» attraverso la porta del bagno semichiusa lei rispose all’istante.
«Fa finta che sia una gomma da masticare»
«Non è una gomma da masticare»
«Nel caso specifico puoi fare solo una cosa. Rassegnarti. Qui nemmeno più sanno che forma abbia uno spazzolino da denti»
«E si sono convertiti alle bestiacce» replicò la ragazza «Furbi»
«Dirti cosa c’era dentro quelle capsule non è stata una delle mie idee più geniali» dandosi appena uno slancio con le braccia Searl si mise a sedere sul letto «Lo ammetto»
«Sì, in effetti a star zitto non facevi uno sbaglio»
«Ce ne sono anche nel sapone che usi per lavarti le mani comunque»
«Oh cazzo» un rumore di plastica contro metallo si fece strada dal bagno verso la camera da letto «Adesso non posso nemmeno più lavarmi le mani»
«Meglio che cominci a farci l’abitudine»
«Ce ne saranno mica anche nello shampoo?»
«Ci sono nanomacchine anche nell’aria che respiri»
«È uno scherzo vero?»
«Perché? Se è la verità smetti di respirare?» al sentire la porta del bagno che si apriva completamente Searl si voltò in quella direzione. Ferma sull’uscio ancora in pigiama Felien si stava guardando attorno con aria circospetta, inspirando a piccole boccate e a denti stretti. Al vederla l’altro giudicò un miracolo non esserle scoppiato a ridere in faccia.
«Hai due possibilità» quantomeno cercò di darsi un contegno mentre parlava «O fai amicizia con le bestioline, o rinunci a vivere nella civiltà moderna»
«Sto respirando bestiacce» tra lo sconvolto e l’irritato la ragazza tornò a respirare normalmente.
«Quelle in aria sopra i trentacinque gradi smettono di funzionare, se ti consola»
«Bestiacce morte che mi girano per i polmoni, sai che felicità»
«Pensi di cominciare a lavarti i denti entro la fine della settimana?»
«Con questa?» lei mostrò la capsula che teneva nella mano sinistra.
«Meglio perderli uno a uno, hai ragione»
«No no no no» Felien si avvicinò al letto «Le cose sono due, o su di me le malattie non attaccano, e dunque non attaccano nemmeno le carie, o ieri mi hai detto una balla»
Mordendosi il labbro inferiore Searl rimase su di lei. Ecco perché odiava la gente intelligente.
«E nel caso specifico, nonostante tutto, credo sia vera la prima ipotesi» continuò Felien «Dunque le bestiacce non mi servono. Piuttosto uso un dito, in attesa di farmi uno spazzolino per i fatti miei»
«Stai forse insinuando che potrei averti detto balle?»
«Visto che stiamo parlando di te?» la ragazza tornò verso la porta del bagno, appoggiò una mano sul metallo aspettando che si ritirasse davanti a lei «Ne sono quasi certa»
«Proprio non capisco perché avete tutti una così bassa opinione del sottoscritto» nonostante tutto Searl continuò a comportarsi in modo naturale. Quello sì che era un problema, ma di quelli grossi anche. Non era nemmeno preventivato che la ragazza non credesse a qualcosa.
«Spararle un po’ meno grosse magari aiutava» Felien tornò al lavandino e cominciò a far scorrere l’acqua, lasciò cadere la capsula che teneva nella mano sinistra in un angolo «Non è che ci sono bestiacce anche nell’acqua vero?»
«Soprattutto nell’acqua»
Con un salto indietro la ragazza arrivò quasi a ridosso del muro alle sue spalle: «Eh ma allora ditelo che mi volete morta»
«Offendi i miei sentimenti a darmi del bugiardo»
«Ecco, questa sì che è una balla»
«E in effetti lo è» Searl si spostò andando a posare i piedi sul pavimento, rimase seduto sul letto «Ma il resto no»
«Tanto prima o dopo la memoria mi torna»
«Ah beh, allora sentiamo» nel pronunciare le parole Searl si augurò con tutto il cuore di non starsi scavando la fossa da solo. Se la discussione cadeva su Terra e affini poteva considerarsi un cadavere «Dimmi una cosa che ti sembra una balla»
Impegnata ad aggirare il lavandino premurandosi di stare il più lontano possibile dal getto d’acqua la ragazza continuò a muoversi a ridosso del muro: «La prima che mi viene in mente?»
«Anche la seconda, sono uno che si accontenta»
«Qual è la forza nominale, di un uno virgola… quello che sono io insomma»
«1,49» Searl a stento si trattenne dall’esultare. Di tutti i punti tragicamente traballanti della storia la signorina magari era anche andata a pescare il più a effetto, ma pure quello del tutto vero «Sui due megatoni, se non si considera il tempo primario»
«Ah sì, anche quella mi piace. Molto folkloristica»
«Ci si mette poco a dimostrarlo» Searl nemmeno provò a trattenere il ghigno che gli veniva spontaneo. Un’occasione simile non se la lasciava scappare nemmeno per idea.
«Speri che mi tiri indietro?»
«Spero che non ti tiri indietro» il ghignò mutò in un sorriso a trentadue denti.
Nell’allontanarsi dal lavandino ancora aperto la ragazza andò a recuperare l’elastico che aveva lasciato sul piano doccia. Uscì dal bagno guardando con espressione pressoché schifata, l’acqua che ancora continuava a scorrere, e ritornò in camera da letto impegnata a raccogliersi i capelli in una coda: «Fai strada, capitano»
Già in piedi Searl sentì il segnale di chiamata farsi strada nell’orecchio dov’era infilata l’auricolare. Ma chi cazzo rompeva le palle proprio in quel momento. Accettò la comunicazione:
«Che c’è?»
«Nethaniel è sveglio» la voce all’altro capo della linea arrivò subito al punto.
Searl si limitò a sbuffare. Quell’uomo aveva il raro dono di riuscire a rompergli le scatole in qualunque occasione: «Sto arrivando»
Si avviò verso l’uscita della stanza: «Trova il coraggio per chiudere il rubinetto. Torno subito»
«Ma guarda te che caso» l’altra si limitò a seguirlo con lo sguardo «Un impegno imprevisto che salta fuori al momento giusto»
«Abbi fede, figlia mia» Searl aveva già una mano sulla porta a scomparsa «A costo di dare buca al primo ministro, tra massimo dieci minuti sono di nuovo qui»

 
Stesso istante
 
«Momento della verità» Gilok alzò un dito al soffitto «Pronto a sentirti una nullità, elettricista?»
«Pronto al mio momento di gloria» Bounit diede la cosa pressoché per scontata.
«Scommettiamo?»
«Poi mi sentirei colpevole di averti lasciato sul lastrico»
«Nemmeno tu ci credi che quella matassa di circuiti regge il colpo»
«Regge di sicuro»
«Diagnostica di sistema» ordinò Gilok.
«Lastra corazzata integra al 100% nel punto d’impatto, Rete elettroneurale al 61% di funzionalità, sistema di controllo principale al 92%» Pine rispose dopo una ricerca informazioni di qualche attimo.
«150 MJ, fuoco» Gilok diede l’ordine ritornando sull’androide. Ancora una volta udì il rumore dell’impatto attraverso gli altoparlanti della sala mentre vedeva il robot che veniva sbalzato all’indietro con violenza. La gamba sinistra ebbe un cedimento compromettendo l’equilibratura. Con una certa sorpresa notò come l’androide, autonomamente, fosse andato a riprendere l’equilibrio per poi inginocchiarsi a terra fino al completo arresto.
«Ha retto il colpo?» nonostante tutto chiese conferma.
«Pare di sì» anche Pine sembrava perplesso dall’evidenza «Rete elettroneurale all’39% di funzionalità, sistema di controllo principale al 85%»
«Ed è record» Bounit alzò un braccio al cielo piegandosi appena sulle ginocchia «Chi è l’anello debole, imbecille?»
«La griglia di polarizzazione per quell’ammasso di circuiti è mia, cazzo esulti?»
«Ma sono io quello che ha dovuto girarci attorno mantenendo la funzionalità» Bounit alzò anche l’altro braccio «La griglia era il meno»
«Hai deviato il percorso di un paio di maglie. Capirai che impresa»
«Un milione duecentocinquemila quarantatre maglie prego» il secondo ingegnere passò a precisare «Ma che te lo dico a fare che tu sai contare a malapena fino a cinque»
«Il ferrovecchio è zoppo, non gli funziona l’emettitore gravitazionale e i polarizzatori adattivi fanno cilecca» elencò Gilok «Sì, è vero, nel riformare i circuiti non t’è scappato niente»
«Gamba zoppa tua, emettitore gravitazionale tuo e sensori di sesta scelta sempre tuoi»
«Tu sei infallibile ovviamente»
«Ovviamente» Bounit annuì convinto «E in ogni caso erano problemi che c’erano anche prima»
«Ah, adesso c’è una nuova versione. Erano problemi che c’erano anche prima»
«Ce la fate a smettere di scaricarvi il barile per due secondi?» Pine alla fine intervenne nella discussione, un tono di voce fin troppo esasperato.
«Imbecille» biascicò Bounit a denti stretti.
«Idiota» in un sussurro Gilok tornò all’esperimento «Alziamo il tiro. La lastra corrazzata ha retto?»
«Perfettamente. Polarizzatori adattivi e di legame in funzione, di fatto non ha sentito il colpo» Pine rispose subito, probabilmente nel timore che Bounit ripartisse con la sua tiritera.
«Scommetti che ti sfascio quell’ammasso di circuiti con un colpo solo?» Gilok si rivolse al secondo ingegnere in fianco a lui prima di riattivare le comunicazioni un’altra volta «300 MJ»
«Ottimisticamente parlando…» la voce dall’altro capo della linea parlò in tutta tranquillità «No, niente ottimismo, il sistema di controllo lo disintegriamo»
«Tanto pagano i contribuenti» Gilok fece spallucce «Sparate»
Fece cadere di nuovo la comunicazione in attesa che il proiettile venisse caricato. Fisso sull’androide riuscì a vedere solo schegge di metallo che venivano sparate in tutte le direzioni. Lanciato all’indietro, il robot nemmeno accennò a rallentare, quasi invisibile alla vista andò a schiantarsi contro la parete alle sue spalle, per poi ricadere immobile sul pavimento.
«Prototipo numero 39a» Pine perse un secondo a leggere la schermata dati appena apparsa sullo schermo «Da buttare»
«Era già la terza volta che lo usavamo per un test di stress funzionale, non potevamo più usarlo ancora in ogni caso » Gilok fece come per scacciare un mosca «La lastra corazzata?»
L’altro andò alla ricerca dell’informazione per un attimo: «Incrinatura del 9% nel punto d’impatto»
«Certo un’occhiatina alla rete elettroneurale gliel’avrei data volentieri» Bounit si avvicinò al vetro per osservare la carcassa immobile.
«La matassa di circuiti aveva perso il 22% di funzionalità periferica solo col penultimo colpo» Gilok gli rispose subito «Ti do io un giudizio unico sulla tua rete elettroneurale: Fa cagare»
«Lo dici perché io ho fatto il record» Bounit nemmeno valutò di accettare l’offesa «E tu hai fatto schifo come al solito»
«Il mio record è 4 volte il tuo»
«Grazie, anche mia sorella è capace di fare un pezzo d’acciaio un minimo resistente»
«Torna giù a recuperare il ferrovecchio, prenditi in mano il 39b, e dacci un’occhiata con i tuoi schiavetti» Gilok tornò a voltarsi verso lo schermo olografico, su cui saettavano la maggior parte dei dati salienti del test «Magari partendo dal presupposto che abbiate sbagliato qualcosa, una volta tanto»
«Partendo da un presupposto falso non si va molto lontano»
«150 MJ non è proprio un cesso comunque» Gilok evitò anche solo di dargli attenzione, si rivolse all’altro presente nella sala.
«Il colpo di un seconda categoria» precisò il diretto interessato «E nemmeno dei più brillanti»
«È solo una macchina in fin dei conti» il primo ingegnere rimase sui dati d’acquisizione appena elaborati «Non possiamo pretendere miracoli»
«Parla per te» Bounit si avvicinò a sua volta allo schermo, impegnato a fissare cifre che per lui probabilmente non volevano dire assolutamente nulla.
«Tu vedi che la matassa di circuiti regga un colpo a 300 senza perdere più del 10% di operatività, elettricista» Gilok infilò una mano nell’ologramma, richiamando a sé una serie di dati in particolare «A quel punto, se consideriamo che stiamo usando praticamente acciaio di scarto, per i limiti di funzionalità dovremmo esserci»

 
Poco dopo
 
«Domandina veloce, dottore» impegnato a consultare la cartella clinica che teneva tra le mani Tunyl si ritrovò di colpo quasi a sbattere contro il padrone di quella voce. Alzando lo sguardo vide Rakis fermo in mezzo al corridoio a nemmeno due passi da lui. Eppure l’unica volta che aveva guardato non c’era nessuno, da dove era sbucato fuori?
«Va tutto a meraviglia» rispose, di fatto intuendo quale sarebbe stata la domanda. Che altro avrebbe potuto chiedere alla fine, quell’uomo non faceva altro che tormentarlo da quattro giorni «La ragazza sta alla perfezione. A parte qualche piccola lesione cerebrale, del tutto marginale, è un fiore. Abbiamo rimediato praticamente ad ogni danno fatto per rimetterla in sesto»
«Il che è molto incoraggiante, ma non mi basta» Searl parlò fin troppo in fretta, mentre continuava a guardarsi alle spalle «Sta bene da ogni punto di vista?»
«Sotto tutti gli altri aspetti sta meglio di me praticamente, ha un corpo vecchio di meno di una settimana» Tunyl perse un solo attimo a chiedersi che diavolo avesse l’altro da voltarsi di continuo, ma ci rinunciò subito. Cominciava ad avere la netta impressione che quello visto fino a due giorni prima non fosse il vero Searl Rakis, ma una versione modificata da una certa dose di preoccupazione per la ragazza che forse non si sarebbe salvata. Da quando la sopravvivenza della paziente era diventata una certezza il mutamento si era cominciato a vedere a vista d’occhio. Tempo un paio di giorni e si sarebbe trovato davanti al proco bastardo di cui tutti decantavano le lodi.
«Eccezionale, mi serve giusto una prova per convincerla di tutte le balle che le ho detto» Searl si rivolse ancora a lui, ma gli occhi ormai erano fissi permanentemente sul corridoio alle sue spalle «Mi serve una sala per gli allenamenti magici, dove la trovo?»
«Non vorrà mica…»
«Mi dia retta dottore» l’altro nemmeno gli lasciò il tempo di finire «Meno sa, meglio è, soprattutto quando a inseguirti è un bambino di diec’anni, con l’esperienza di un vegliardo e con fin troppa empatia per i miei gusti»
«Secondo livello» Tunyl rinunciò anche solo a capirci qualcosa, in ogni caso era un’informazione che poteva sapere da chiunque in quella base «Zona E»
«Molto gentile. E adesso, se vuole scusarmi…» Searl andò a prenderlo per un braccio per poi cominciare a condurlo di peso verso la porta più vicino a loro.
«Si può sapere che sta facendo?» il primario nemmeno tentò di opporre resistenza, ma quantomeno chiese.
Rakis appoggiò una mano alla superficie metallica della porta a scomparsa e attese che l’acciaio si fosse ritirato del tutto a formare l’uscio: «Resti qui dentro un minuto, giusto il tempo perché non la veda, poi può andare dove vuole»
«Non mi veda chi?»
«Oh porca, sta arrivando» Searl non rispose, lasciò la presa su di lui e passò subito a chiudere la porta. Continuò a parlare quando l’uscio si stava serrando «Resti qui dentro un minuto, questione di vita o di morte»
Pressoché a bocca aperta Tunyl rimase immobile. Nel guardarsi intorno individuò subito il piccolo monitor che probabilmente dava su una videocamera posizionata subito all’esterno della porta. Pigiò sull’accensione ritrovandosi a guardare la sezione di corridoio davanti all’entrata di fronte a lui.
Vide Nethaniel che sfilava davanti all’obbiettivo a passo rapido, gli occhi fissi su Searl con ogni probabilità, mentre diceva: «Scappando peggiori solo le cose»
Capitolo 7 - 2 by Caladan Brood
Author's Notes:
su quest'ultima parte proprio stendiamo un velo :S. tra l'altro c'è proprio una cosa che mi convince niente (non che le altre mi rendano pazzo di gioia, intendiamoci), se trovate roba che non vi torna fate un fischio che mi fate un favore :P. comunque sia, per vostra massima gioia, con questo la storia va in pensione :).
qui, come detto, salta fuori il secondo elemento di trama che sarebbe utile in futuro, tutto il resto di fatto è inutile. un fottio di parole per spiegare un concetto che era riassumibile in mezza riga.
buona fortuna ^_^
Stesso istante
 
Incrementando sempre di più la forza che imprimeva nelle braccia continuò a battere sulla porta. O su una stramaledetta porzione d’acciaio che in tutto e per tutto sembrava identica a qualunque altro pezzo di corridoio.
Se non ci fossero state quelle diavolo di evidenziazioni azzurre a determinare dove fossero le porte, per quanto lo riguardava non sarebbe riuscito nemmeno ad arrivare al bagno dalla sua camera. Ma ci poteva sapere chi era il rincoglionito che si era inventato una porcheria del genere. Più che porte a scomparsa erano porte invisibili.
Iniziò a battere anche con i piedi mentre cominciava a salirgli alla mente un’altra domanda. Non era che stava tirando pugni alla porta sbagliata?
Si arrestò per andare a controllare il numero della camera, voltandosi tutto attorno individuò il numero del livello e la zona in cui si trovava, spostando lo sguardo sulla destra riuscì a risalire anche al numero del corridoio.
No, stando a quello che sapeva era nel posto giusto.
«E svegliati, porca puttana» tornò a battere sul metallo «Ti hanno accoppato mentre dormivi, dì la verità»
Continuò a battere: «E nemmeno gli è servito arrivare in punta di piedi»
Si fermò valutando che di fatto fosse inutile. Magari tra le altre, eccezionali peculiarità di quelle non-porte c’era anche l’insonorizzazione.
«Come odio la tecnologia moderna» battendo entrambe le mani sulla parete metallica andò ad appoggiarsi con tutto il peso del corpo. Con una breve occhiata a destra e a sinistra si assicurò che lungo il corridoio non ci fosse nessuno.
A mali estremi, estremi rimedi.
Si allontanò dalla porta mentre già nella sua mano destra cominciava a farsi sempre più luminosa, splendente. Rimase a fissarla con calma fino a che il colore della pelle lasciò il posto a un bianco candido. Si limitò a tamburellare sulla parete con le dita della sinistra e rimase in attesa. Certo che quella gente veramente non badava a spese con i soppressori di campo.
Nell’avvertire un lieve formicolio alla mano destra si rese conto che era il caso di fermarsi. Roba da matti, tutto quel tempo per caricare un colpo che avrebbe ucciso al massimo un micetto.
Avvicinò il palmo alla porta e lasciò che la scarica di luce si propagasse nel metallo. Pressoché senza il minimo rumore una sezione d’acciaio larga una decina di centimetri si fuse all’istante.
Si abbassò andando a posizionare la testa giusto davanti al buco, ci urlò attraverso: «CI VOGLIAMO SVEGLIARE!?»
«Cinque minuti» una voce ridotta a un borbottio impastato fu l’unica risposta.
«Come si apre questo cesso di porta?»
«Ci...» ancora più nel mondo dei sogni che in quello reale Simeon provò quantomeno a rispondere «appoggi una mano sopra»
«Fatto, non succede niente»
«Tienila sulla porta un paio di secondi, quando ti chiede il codice digiti zero zero zero» uno sbadiglio andò a coprire quasi del tutto l’ultimo numero «uno»
«Ah ma davvero?» aggrottando le sopracciglia Nethaniel tornò in posizione eretta. Così semplice? Appoggiò la mano a quella sezione di parete che in teoria doveva essere una porta e mantenne il contatto. Non successe niente. E a ben pensarci forse non era proprio del tutto colpa della moderna tecnologia.
Tornò ad abbassarsi verso il buco ancora fumante di acciaio fuso, premurandosi di starci a una certa distanza: «Mi sa che si è rotta, sai?»
«Nemmeno tu sei tanto stupido»
«No no, mi sa che è rotta sul serio»
«Ma non dire cazzate, per rompere quelle robe bisogna praticamente…» da fuori della stanza Nethaniel sentì le parole di Simeon che si interrompevano di colpo. Probabilmente aveva visto il suo piccolo capolavoro.
«Forarle fuori per fuori?» precisò «Direi che ci siamo»
«Ma come cazzo…» la voce di Simeon di colpo si era fatta più vicina, da un momento all’altro lo vide apparire con la faccia all’altezza del buco nella porta, l’illuminazione nella stanza finalmente si accese.
«Figo eh?» Nethaniel sorrise «L’ho scoperto ieri notte. Oltre a scoprire, con sommo gusto oserei aggiungere, che gli allarmi con me non suonano»
«E se ci provo io arriva la parata militare» l’altro abbozzò una smorfia «Se non sono ingiustizie queste»
«Se ci provi tu non strisci nemmeno la porta»
«Ecco bravo, rigira il coltello nella piaga»
«Ulteriore prova di chi è il migliore qui»
«Posso tornare a dormire adesso?»
«Non dai molto peso alle mie prove di superiorità vedo»
«Posso tornare a dormire» accennando un altro sbadiglio Simeon si allontanò dalla porta.
«Ehi ehi, mi servi»
«Se pensi di aver attirato la mia attenzione, devo darti una delusione»
«È una cosa importante»
«Buonanotte»
«Oggi a pranzo ti do il mio dolce» messo alle strette Nethaniel decise che era il caso di passare subito alle argomentazioni convincenti. Il non ricevere una risposta però non sapeva se interpretarlo come un buono e un cattivo segno. Rimase in attesa di sentire il russare dell’incapace, un attimo dopo se lo trovò davanti, la faccia posizionata all’altezza del buco sulla porta.
«Possiamo trattare»

 
Ore 9:30
 
Con una benda sugli occhi il bambino rimase seduto sulla panca mentre colpiva il pianale, alternativamente, prima con una mano e poi con l’altra.
Quella parte era una noia. Quasi quasi c’era da spostare quella benda per poter dare una sbirciatina a quanto succedeva. Si lasciò sfuggire un sorriso ma, nonostante tutto, ci ripensò subito. No, non poteva barare, se poi Taimis lo veniva a sapere sarebbe stato un problema, e in un modo o nell’altro Taimis veniva sempre a sapere le cose. Già se lo vedeva, a dire a tutti che aveva perso solo perché l’esploratore si era tolto la benda dagli occhi in anticipo.
No, bisognava vincere senza barare, dimostrargli che il più bravo non era lui.
Finalmente sentì il fischio che dava il via. Fece subito per portarsi le mani alla testa.
«Ancora un minuto, Perg» una vocina stridula arrivò alle sue orecchie da destra. Grande errore indicargli la direzione giusta.
«Tempo scaduto» urlò di rimando Perg mentre scioglieva il nodo alla benda ritornando a vedere il muro d’acciaio pitturato di giallo che gli sorgeva davanti. Andò a rivolgersi a un bambino non molto più alto di lui che ne stava con il fischietto ancora in mano: «Posso andare?»
L’altro si limitò ad annuire rimanendo immobile. Voltandosi verso destra Perg fece cadere la benda rimanendo a fissarla un solo attimo mentre schizzava verso terra, fin da subito troppo veloce per essere vista. Distolse lo sguardo cominciando a correre in direzione della voce. Anche se non avesse preso Taimis subito andava bene lo stesso, eliminare un po’ di gente sarebbe stato meglio anzi, anche se prendere lui per primo sarebbe stato meglio. Fargli vedere che avere un anno in più non voleva dire essere più bravi.
Costeggiando le due pareti che delimitavano il corridoio che stava percorrendo alzò lo sguardo verso l’alto, al cielo azzurro sopra di lui. Meglio controllare se qualcuno non stesse cercando di superarlo dall’alto usando i muri come passaggio sopraelevato. Era già successo. Facendosi schermo dal sole con la mano controllò entrambe le pareti. Niente.
Proseguì fino al primo corridoio che arrivava a incrociare quello in cui si trovava. Alle sue spalle un urlo divertito gli diede la conferma che qualcuno era arrivato dall’arbitro. Nemmeno si voltò a controllare, tanto non era Taimis.
Si fermò all’incrocio guardando a destra e a sinistra. Le pareti dell’altro corridoio erano pitturate di rosso. A prima vista non pareva esserci niente, di sicuro non c’era nessun nascondiglio. Fece un paio di passi per proseguire, poi si fermò un’altra volta.
Come non c’era nessun nascondiglio? Il turno prima si era nascosto in un’apertura del muro di sinistra, e il corridoio era quello rosso.
Passò lo sguardo dove sapeva doveva esserci il passaggio ma non vide niente. Sorrise mentre cominciava ad avvicinarsi. Il punto esatto in cui si trovava l’apertura non era molto lontano da lui, nemmeno dieci passi. Già al quinto cominciò a vedere che la porzione di muro su cui teneva gli occhi non era così perfetta come poteva sembrare, era diversa dalle altre. Quella era l’ulteriore conferma.
Fece un altro passo giusto quando la sezione di parete che stava fissando spariva per lasciar spazio al passaggio che ricordava. Riuscì a malapena a vedere una bambina coi capelli biondi che si dava lo slancio, quella che aveva chiesto più tempo. Un attimo dopo aveva già spiccato il volo per dirigersi verso l’arbitro.
Perg si inginocchiò a terra per partire quando vide una scia luminosa che schizzava lungo il corridoio giallo, in fianco a lui. Quello era Taimis. Ma che brutta idea metterla sulla velocità.
Si disinteressò della bambina e ruotò su se stesso lanciandosi in avanti. Ancora prima di arrivare all’incrocio era già alla massima velocità, compì la curva senza nemmeno rallentare, e Taimis era troppo lento. Lo raggiunse quando ancora all’arbitro non era nemmeno una macchiolina indistinta da dove si trovavano. Allungò la mano verso il compagno andando a stringerla sulla maglia. Non riuscì a prenderlo. Le dita si chiusero a pugno passandoci attraverso come non esistesse. Con un ulteriore accelerazione passò attraverso l’immagine di Taimis che sparì in un lampo di luce.
Continuando a volare a un palmo dal pavimento si guardò intorno.
Lo vide sopra il muro che correva, più avanti di… troppo. Nemmeno poteva azzardarsi a prendere quota, arrivare fin lassù voleva dire rallentare e quando Taimis avesse deciso di lanciarsi verso il basso sarebbe arrivato a essere anche più veloce di lui.
Continuò ad andare dritto, non aveva alternative. La sagoma dell’arbitro ormai era sempre più vicina quando vide che l’avversario si lanciava verso il pavimento. Praticamente sarebbero arrivati insieme.
Cercò di accelerare ancora di più mentre stendeva il braccio destro. A nemmeno un passo da lui Taimis gli sfrecciò davanti andando ad abbracciare l’arbitro per poi proseguire fino a schiantarsi contro il pavimento.
Ce l’aveva fatta un’altra volta.

 
Cinque minuti dopo
 
«E mi hai buttato giù dal letto perché non sai arrivare alla sala per gli allenamenti?» un passo indietro a lui Simeon sbadigliò ancora, stando al rumore anche senza tanto disturbarsi a portare una mano alla bocca «Voglio anche il contorno, sei troppo stupido»
«Ci sono arrivato davanti, al corridoio che porta alla sala»
«Che tra l’altro, nemmeno puoi sapere se effettivamente è lì»
«Tu non avresti potuto magari» Nethaniel precisò subito «Scarso come sei»
«Non s’è mai sentito di qualcuno che legge la mente di un comandan…»
«Non ti do anche l’antipasto, non se ne parla»
Simeon andò a fermarsi sul posto.
«Non ci vuole tanto» non sentendo più rumore di passi alle sue spalle Nethaniel si voltò.
Dopo un primo istante di stupore l’altro tornò impassibile, riprese a camminare: «Pure i soppressori di campo fanno discriminazione adesso»
«Un po’ è anche colpa tua» Nethaniel andò ad affiancarlo «Con uno scandaloso 1,04 io nemmeno mi azzarderei a mettere il naso fuori casa»
«Faccio notare che quella che ti ha mandato al camposanto c’è rimasta contro un 1,00»
«Quando è successo eri al camposanto come me»
«E dunque?»
«Magari è un balla, che ne sai?»
«Di più forti di in giro non ce n’erano comunque. O si è suicidata o c’è rimasta contro uno più scarso» Simeon si limitò a un’alzata di spalle «Il ragionamento non cambia»
«E da quando ragioni?»
«Guarda che torno a dormire»
«Mica ti pago profumatamente per godere della tua compagnia»
«Se sai dove devi andare che vuoi da me?»
Nethaniel svoltò nel corridoio che faceva da collegamento tra la zona F e la zona E, accelerò appena il passo: «Tu sei il mio diversivo»
«Come prego?»
«Ci sono tre guardie che bloccano il passaggio»
«Non mi pare»
«Se va tutto bene ce le avrà messe per l’occasione quel simpaticone di Searl»
«Previdente»
«Rompipalle è il termine che lo descrive meglio»
«E che vuoi che faccia? Le prendo a pugni?» Simeon si passò lo sguardo dalle mani magrissime al fisico degno di uno spaventapasseri «Che dici? Ho speranze?»
«Partiresti sfavorito anche contro una bambina di sette anni» Nethaniel continuò per la sua strada.
«Oddio» l’altro soppesò con cura le parole «Magari a quindici ci arriviamo»
«Vedo che continui a sopravalutarti»
«Li tengo impegnati finché posso?»
«Non duri due secondi»
«Che vuoi che faccia allora?»
«Fa scattare gli allarmi» Nethaniel si fermò all’intersezione di due corridoi, andò a sporgersi appena per vedere oltre l’angolo «Al resto penso io»
«Si certo, poi mica devi sorbirtela te la ramanzina di Tunyl»
«E va bene» ancor intento a fissare i tre uomini che presidiavano il corridoio una ventina di metri più avanti Nethaniel sbuffò «Ti do il dolce anche a cena, sanguisuga»
«Oh, adesso sì che si ragiona» con un passo avanti Simeon voltò l’angolo.
Continuando a sporgersi il meno possibile l’altro si limitò a osservare la scena. Il compagno avanzava in tranquillità verso le guardie. Nell’arrivare all’intersezione con un altro corridoio addirittura andò a salutare i soldati.
Da dove si trovava Nethaniel si trattenne dal portarsi una mano alla faccia. Ma quel tipo c’era nato idiota o c’era diventato? Tornando su di lui non lo vide più, probabilmente aveva svoltato nell’altro corridoio. Un secondo dopo udì con chiarezza gli altoparlanti che comunicavano l’allarme.
I soldati si misero subito in allerta mentre contemporaneamente alzavano tutti quanti il polso destro all’altezza degli occhi per poter avere più informazioni sulla natura dell’allarme. Due di loro si avviarono a passo rapido all’inseguimento di Simenon.
A quel punto ne restava solo uno. Gestibile.
Attingendo al suo dominio in modo che subito si ritrovò a definire oltraggioso data la facilità disarmante di quanto voleva fare, tentò di stabilire un contatto con la mente della guardia. Ci riuscì a malapena, e in ogni caso a quel punto non aveva la minima possibilità di fargli fare quel che voleva. Ecco, quelli erano problemi. E adesso come se la sbrigava?
Alla ricerca di una soluzione rimase a spiare da dietro l’angolo la guardia posizionata al centro del corridoio. Nel vederla portarsi una mano all’orecchio sulle prime nemmeno ci fece caso, alla ricerca di un’idea brillante. Quando notò che il soldato se ne stava andando a sua volta per seguire i compagni quasi non riuscì a crederci. La fortuna girava per il verso giusto una volta tanto.
Voltò l’angolo avviandosi verso il corridoio, ora sgombro.

 
Stesso istante
 
Impegnato a tenere salda nella mano destra l’oblunga valigetta nera che di fatto aveva rubato in armeria dieci minuti prima Searl si fermò a nemmeno tre metri dalla ragazza che in tutta tranquillità continuava a mangiare un biscotto dietro l’altro.
«Un bel camerone gigante» con gli occhi che spaziavano tutto l’ambiente circostante lei si limitò a portarsi alla bocca un altro biscotto «Certo che veramente sta gente non sa più cosa siano le mattonelle. Fino ad adesso ho visto solo metallo da tutte le parti»
«È una sala per allenamenti» l’altro si limitò a precisare.
«Sì, so leggere anch’io, era scritto all’entrata»
«Muri pavimento e soffitto» Searl indicò intorno a lui, sopra e sotto «In tutte le direzione venti metri di acciaio polarizzato»
«Dovrei essere impressionata?» senza fare una piega Felien andò a pescare dalla mano destra un altro biscotto.
«I muri spessi venti metri li facevano in serie ai tuoi tempi difatti»
«Un muro di venti metri contro una bomba atomica?» l’altra continuò a guardarsi in giro «Sarà una mia impressione, ma mi pare poco»
«È una tua impressione ed è pure sbagliata» Searl la smentì subito «Una bomba da due megatoni questa stanzetta la tiene senza problemi»
«Prove?» la ragazza non accennò a cambiare tono.
«Mica sono andato a rubare in armeria per niente» l’altro alzò la valigetta andando ad afferrarla anche con l’altra mano. Fece scattare la chiusura e l’aprì. Lasciandola cadere a terra afferrò nella mano destra l’impugnatura del fucile che vi era contenuto «Fucile d’ordinanza della fanteria leggera»
Felien smise di guardarsi intorno per andare a concentrarsi sull’arma, a prima vista perplessa: «E con ciò?»
«Se non ho capito male spara proiettili a 7 km/s. Se non mi credi ti porto a parlare col tipo a cui l’ho scippato dieci minuti fa»
«Diciamo che ti credo»
«Oh, ma che gentile» Searl imbracciò meglio il fucile andando a puntarlo una decina di metri a destra della ragazza. Nel togliere la sicura percepì il ronzio dei magneti che si caricavano. Al premere il grilletto sentì a malapena il contraccolpo.
In uno stridente rumore metallico il proiettile colpì il pavimento per poi allontanarsi da loro, rimbalzando sulle superfici metalliche un numero difficilmente quantificabile di volte.
«Notare che non ci sarà nemmeno un graffio» rimise la sicura mentre abbassava di nuovo il fucile.
«In verità» la ragazza strinse gli occhi mentre si avvicinava al primo punto d’impatto del proiettile «Ha lasciato una tacca»
«Al diavolo, se era acciaio normale scavava una voragine»
«Non ho mica ancora capito perché stai facendo tutto questo casino» l’altra distolse lo sguardo dal segno lasciato dal proiettile per tornare su di lui.
«Semplice comparazione, ragazza mia» Searl si inginocchiò a terra per rimettere nella valigetta il fucile. Chiuse la custodia e la riprese in mano «Il fucile ha fatto quello, adesso vediamo cosa fai tu»
«A che ne so sono capace di farti volare quella valigetta, se proprio insisti»
«Da queste parti ci tengono a tenersi la loro cameretta in buone condizioni dunque i soppressori di campo sono attivi»
«Ma guarda te le coincidenze della vita» la ragazza mangiò un altro biscotto, continuò a parlare con la bocca piena «Niente colpi da bomba atomica?»
«Attivi non vuol dire completamente funzionanti» Searl sorrise «Nel caso specifico sono quasi spenti, facoltà ridotte a un decimo. I colpi da bomba atomica li tiri lo stesso»
«Ripeto che se vuoi ti alzo la valigetta» lei addentò un altro biscotto.
«Sai qual è la cosa divertente, Felien?» ancora con la custodia del fucile in mano l’altro andò a liberare il suo dominio. Tra le dita della destra l’aria cristallizzò cominciando ad assumere un aspetto semiliquido. Cominciò ad allontanarsi da lei «Ci sono cose che non si dimenticano. Uno che nemmeno ricorda il suo nome comunque sa fare cose tipo camminare. Gli incantesimi sono come una qualunque altra abilità pratica. Col tempo diventano memoria procedurale»
«E quella che roba è?» ancora con la bocca piena la ragazza indicò la sfera in formazione.
«Aria liquida ormai»
«Dovrebbe impressionarmi?»
«-200 gradi» Searl accennò un’alzata di spalle mentre portava la mano avanti, pur senza lanciare il colpo. Ridotto a un diametro di qualche centimetro il globo era un’unica massa liquida vorticante «Si può far meglio, ma comunque ti consiglio di schivarla prima che ti prenda»
Felien si lasciò sfuggire l’ultimo biscotto, nemmeno ci prestò attenzione mentre cadeva sul pavimento: «Non ci scherziamo su queste cose»
«È quello il bello, io mica sto scherzando» l’altro si fermò dove si trovava, con un lieve movimento del polso lanciò la sfera che schizzò verso di lei. Tenne comunque il braccio in avanti pronto a bloccare l’offensiva nel caso non ci fosse stata una reazione, ma era pressoché una certezza che non sarebbe stato così. Nemmeno era possibile.
Quando ancora il colpo era a metà strada per arrivare al bersaglio distinse con chiarezza la luminosità della stanza che andava crollando. Ingoiata da uno scudo in formazione l’offensiva si consumò fino a sparire in nemmeno un metro. Praticamente nello stesso istante la ragazza alzò il braccio sinistro avvolto nell’oscurità. Senza rimanerne per niente sorpreso Searl guardò la sfera d’ombra che si dirigeva verso di lui. Si fece da parte lasciando che continuasse verso uno dei muri perimetrali. Richiamò il suo dominio, lasciò che il rimbombo alle sue spalle andasse diminuendo, quasi nemmeno avvertì le vibrazioni dovute al colpo che si schiantava contro la parete: «Memoria procedurale, appunto»
Attraverso lo strato d’oscurità in rapido dissipamento rimase a guardare Felien ancora ferma con il braccio alzato, un’espressione quantomeno stranita sul volto.
«Che dici?» facendosi ancora più da parte per lasciarle libera la visuale Searl indicò l’infossamento vagamente circolare apparso nella parete alle sue spalle, forse di dieci metri di diametro «È più grande della tacca del proiettile?»
Lei non accennò a cambiare espressione.
«Quel muro sarà lontano duecento metri e il buco si vede da qui. Non è una risposta difficile. Buttati»
Come unica reazione la ragazza aprì la bocca, più per la sorpresa che per rispondere probabilmente.
«Oh bene» una voce purtroppo familiare arrivò alle sue orecchie fin troppa chiara.
E lui che cazzo ci faceva lì? Accantonando la sorpresa Searl andò a voltarsi verso sinistra con propositi più che altro omicidi. In fin dei conti era una persona sola, chi se ne sarebbe accorto che mancava?
«È una vita che aspetto questo momento» pressoché correndo Nethaniel si era allontanato dal portone d’entrata alla camera per andare a raggiungerli «Vabbè, magari vita non è il termine giusto, ma l’importante è il concetto»
«Si può sapere come hai fatto a entrare?» Searl avanzò verso di lui impegnato a reprimere un improvviso prurito alle mani.
«Ho investito due porzioni di dolce, soldi ben spesi» si limitò a spiegare l’altro mentre portava lo sguardo su Felien «Rivincita signorina»
Ancora impegnata a guardare il cratere nella parete Felien si voltò verso il nuovo arrivato, com’era prevedibile senza capirci una parola: «Eh?»
«Niente storie, me la devi» Nethaniel si avvicinò di un passo.
«E tu mi hai seguito per mezza base» Searl si portò una mano alla faccia. No, non valeva la pena prenderlo a calci, quello era capace di considerarlo un incontro di riscaldamento «Per avere la rivincita?»
«Che rivincita?» la ragazza quella volta si rivolse a lui.
«Hai vinto solo perché quella cagna di Rangvald mi aveva cucinato cinque minuti prima» Nethaniel passò a spiegare «Non era un incontro alla pari»
«Eh?» Felien di attimo in attimo assumeva un’espressione sempre più stralunata.
Impegnato a far fronte alla voglia impellente di strangolare Nethaniel, Searl cercò quantomeno di andare alla ricerca di una soluzione, senza tanto soffermarsi a pensare alla valanga di balle che si sarebbe dovuto inventare per giustificare le due affermazioni sputate dall’adolescente di ritorno nel giro di dieci secondi.
In fin dei conti una botta in testa avrebbe risolto il problema no?
Meglio evitare, se non lo prendeva al primo colpo la faccenda cominciava a farsi complicata, soprattutto con i soppressori di campo quasi spenti com’erano in quel momento.
Abbozzò un vago sorriso al sopraggiungere di un’idea pressoché geniale: «Mi sembra giusto. Felien, gli devi la rivincita»
«Ma sei diventato scemo anche tu adesso?» la ragazza si girò a guardarlo di scatto.
«Niente di drammatico» Searl continuò cercando di sembrare più convincente possibile «Il primo che viene atterrato ha perso»
«Io ci sto» Nethaniel aveva già fatto un passo verso l’avversario.
«Lei non si ricorda niente però» già pronto ad attivare l’auricolare Searl lo fermò subito.
«E con ciò?» l’altro continuò ad avanzare.
«Non sarebbe corretto direi, le serve aiuto»
«Aiuto di che tipo?» Nethaniel si fermò sul posto, con aria sospettosa «Un due contro uno sì che non sarebbe corretto»
«Consulenza strategica» Searl gli fece cenno di voltarsi «Fatti un giro che noi dobbiamo parlare»
«E che palle!» l’altro si girò per poi cominciare ad allontanarsi «Un giro quanto lungo?»
«Trenta passi mi pare il giusto» impegnato a valutare quando fosse stato troppo lontano per sentirlo Searl attivò la comunicazione solo dopo il quindicesimo passo. Nonostante tutto sussurrò: «Soppressione totale della sala per gli allenamenti, di volata»
«Sì, signore»
«Ma si può sapere chi è?» Felien indicò con un cenno del capo il ragazzo biondo che si stava allontanando da lei.
«Un’idiota» sbuffò Searl.
«Si beh, quello era chiaro»
«Lo ammazzo poi, non temere»
«Che è questa storia della rivincita?» continuò lei.
«Ti sto salvando le chiappe, lasciami lavorare» l’altro, almeno per il momento, riuscì a sottrarsi alla domanda.
«Sono a trenta» urlò Nethaniel mentre si voltava.
«Non è vero, sei a ventisette» gridò di rimando Searl «Cammina»
«Eh che palle, pure i passi mi conta» l’altro compì i tre passi che gli mancavano.
«Fatto signore» la conferma che gli arrivò all’auricolare gli parve una benedizione. Tornò a urlare verso il suo personale adolescente di ritorno «Adesso puoi anche tornare indietro, stiamo andando via»
«Non se ne parla neanche» Nethaniel allargò appena le braccia per poi rimanere immobile in quella posizione. Con ogni probabilità si era accorto del livello di soppressione solo in quel momento.
Pestando i piedi si avviò verso l’uscita: «Io ODIO la tecnologia moderna»

 
Ore 10:00
 
In fianco al suo superiore il mago continuò ad avanzare verso l’unico passaggio presente nella recinzione metallica, alta almeno cinque metri. Il cancello era appena più basso, più massiccio, come la rete pitturato interamente di rosso. A distanze regolari di forse dieci metri lungo tutto il perimetro saltavano all’occhio i giganteschi cartelli quadrati, anch’essi rossi, con tre frecce nere rivolte verso il basso su una linea orizzontale dello stesso colore. Pur senza volerlo si ritrovò a leggere l’enorme scritta posta in tre righe al di sotto del simbolo.
 


Pericolo
Gravità artificiale
1000000 g



 
«Siete in anticipo pare» il generale, alla sua desta, finalmente parlò.
«Non di molto» precisò il mago, cercando quantomeno di mantenere un tono di voce cordiale, per quanto gli risultasse difficile «Il passaggio a una gravità un milione di volte quella normale era previsto tra tre mesi»
«È più di quanto c’era da aspettarsi»
«Non sono pronti, signore»
«Questo è fuor di dubbio» il generale continuò ad avanzare verso il cancello «Quanti anni hanno?»
«Il più vecchio dodici»
«Era uno dei tanti punti deboli del progetto…»
«Era l’unico punto debole del progetto» il mago andò a interromperlo. Al diavolo anche i gradi.
«Opinabile» con un paio di passi l’altro raggiunse il cancello fermandosi a pochi centimetri di distanza. Le due sentinelle nella postazione di guardia in fianco all’entrata scattarono sull’attenti «Ma in ogni caso è stato messo in conto. A che punto sono?»
Reprimendo la voglia crescente di mentire il mago si costrinse a dire il vero. Non avrebbe avuto senso: «Venticinque su trenta hanno raggiunto il massimo nominale. Per il momento tredici sono tra 0,1 e 0,2, dieci tra 0,2 e 0,3, cinque tra 0,3 e 0,4»
«Due oltre lo 0,4?» il generale andò a togliergli le parole di bocca.
«0,41 e 0,43»
«Notevole» il generale annuì, rimanendo un attimo in silenzio «Selezionate tre tra quelli che hanno raggiunto il massimo nominale»
«Ripeto signore…» il mago tentò con discreto successo a controllare il tono di voce.
«Non sono mai stato d’accordo con questo progetto, per un motivo molto semplice, tenente» il generale non lo lasciò parlare «Un bambino è inutile in una battaglia, se non dannoso. E questi sono poco più che lattanti» andò a dare le spalle al cancello puntando lo sguardo su di lui «Non può essere così idiota da credere che manderei sul serio gente simile in guerra»
Il mago aprì la bocca per rispondere, l’altro nemmeno gli diede il tempo: «I maghi a difesa delle flotte non possono abbandonare le loro posizioni per tempi lunghi, ma penso sia quantomeno il caso di valutare quanto questi bambini potrebbero imparare avendo loro come insegnanti»
«Ciò non toglie» il tenente quella volta cercò sul serio di essere più conciliante «che dovrebbero andare al fronte, signore»
«L’ammiraglia della prima flotta non è mai nemmeno andata vicina a essere abbattuta, comunque non ci sarebbero problemi» specificò il generale «Ma in ogni caso, se mai ci sarà una battaglia, loro non saranno presenti»
Capitolo 8 by Caladan Brood
Author's Notes:
Signore e signori, non ne sentivate MINIMAMENTE la mancanza, ma comunque ho deciso che è di nuovo ora di tormentarvi con questa storia :P.
E visto che la storia è ferma dalla notte dei tempi, ovviamente, vi devo un riassunto delle puntate precedenti (che grazie a dio riguarda solo 7 capitoli + prologo, dunque dovrei sbrigarmela relativamente in fretta :P).
Ordunque… la civiltà protagonista della storia è quella che fern e compagni non sono riusciti a distruggere del tutto. Difatti poco prima che sulla Terra le cose si mettessero davvero male il supercapo dell’epoca ha deciso che quantomeno qualcosa doveva salvarsi, e di conseguenza sono state approntate due diverse spedizioni spaziali che come unico obiettivo avevano di scappare il più lontano possibile e il più velocemente possibile. Una di queste due spedizioni ha dato vita alla civiltà della storia. Una civiltà con un livello tecnologico mostruoso e che, stavolta, con i maghi va d’amore e d’accordo (quantomeno hanno imparato dai loro errori :P). I maghi, anzi, sono un elemento indispensabile nella guerra che è in corso tra questa civiltà umana e una razza aliena non meglio identificata. Per poter aumentare i maghi tra le loro fila gli umani, già prima dell’inizio della storia, avevano deciso di adottare una tattica nel complesso nemmeno tanto da buttare: andare a cercare e riportare in vita i maghi morti del passato (nello specifico quelli morti nella guerra tra fern e el).
Nel prologo, appunto, una nave di ricerca riesce con successo a riportare in vita un mago in particolare, che si rivela essere non poco forte, e di cui il comandante della nave di ricerca riesce a riconoscere l’identità all’istante (Fern) provvedendo a far rapporto istantaneo ai suoi superiori. Il messaggio scala la catena di comando e arriva in cima, cioè da Searl. Questo appena scopre chi è il nuovo ripescato parte all’istante per andarla a prendere mollando la sua flotta che è appena stata vittima di un attacco abbastanza senza senso da parte del nemico (nel caso specifico gli alienucci avevano lanciato in battaglia un botto di maghi di forza pressoché nulla mentre un unico mago, decisamente forte, se ne stava a fare una mazza, pronto a squagliarsela. Una volta che la battaglia tra i maghi nemici e i maghi umani si era risolta con una vittoria completa a favore degli umani, il mago nemico che era sempre stato pronto a levare le tende, le ha levate sul serio).
Searl, comunque, parte per andare a prendere Fern e nel complesso riesce a riportarsela indietro senza tanti problemi. Unico problema è che la notizia di chi era stata appena ripescata aveva corso più di lui e di conseguenza, quando Searl arriva a destinazione scopre che c’è più di qualcuno intenzionato a prendere Fern e accopparla all’istante. Riesce a ottenere che la ragazza non venga fritta sul posto a patto che la sua riabilitazione sia fatta in un modo diverso dalla procedura standard (la procedura standard era quella che consisteva nel distacco emotivo dai ricordi. Funzionava ma aveva una probabilità dello 0,5% che, di punto in bianco, il soggetto ritornasse allo stadio originale. E parlando di Fern, lo stadio originale era quello di una che uccideva la gente a vista).
La procedura va di lusso e su questo fronte sono tutti contenti. Problemi più consistenti ci sono sul fronte nemico, dove gli alieni decidono di partire con un attacco alla seconda flotta (in totale le flotte sono dieci). L’attacco consisteva nello sganciare una bella bombetta ad antimateria di forza mostruosa con un successivo attacco di maghi all’ammiraglia della flotta (che dallo scoppio della bomba non era uscita bene). Il tutto condito con qualche scaramuccia tra le navi dei rispettivi schieramenti ma nel complesso niente di che. Dopo pochi minuti i nemici si ritirano e tanti saluti. Al netto di tutto l’ammiraglio della seconda flotta (Sephet) e i suoi arrivano alla conclusione che i nemici hanno sprecato una bomba che doveva aver avuto costi assurdi per ottenere un risultato trascurabile. Il che non sembra aver senso, o meglio, non sembra aver senso ai loro occhi. Il che li fa cagare non poco addosso in previsione di che razza di piano i nemici abbiano in cantiere.
Ok, e detto questo direi che il riassunto sia pure finito. Ultima cosa da ricordare… finora sono stati ripescati quattro maghi davvero davvero forti: fern (se n’è già parlato :P), nethaniel (uno che era dalla parte di el ed era un’autentica bestia in quanto forza), rein (e questo era dalle parte di fern, ed era forte sul serio :D) e hazel (dalla parte di el ma niente di eccezionale. Forte, vabbè, ma si può far meglio).
Sul capitolo che sta arrivando… mah, mi convince poco. Qualunque cosa abbiate da obiettare non fatevi scrupoli :P. buona lettura ^_^.

Capitolo 8

Come Essner e Clover di sicuro avrebbero detto, se mai fossero vissuti abbastanza per apprendere l’esistenza del dominio dell’oscurità, il teletrasporto è solamente questione di riuscire ad aprire un tunnel spaziotemporale nel modo corretto. In presenza di fattori limitanti, come i soppressori di campo, il processo diventa molto difficile, ma non impossibile. Per precludere del tutto l’incantesimo, il livello di soppressione deve essere davvero molto alto, in caso contrario la capacità di teletrasportarsi sarà preclusa a molti, magari quasi a tutti, ma qualcuno in grado di farcela resterà. Pochissimi individui, di sicuro, ma qualcuno.
Coloro con abbastanza potere o abbastanza controllo da sovrastare gli effetti di soppressione riusciranno comunque a portare a termine l’incantesimo.


30 maggio
Ore 8:00
Primo Incrociatore della Seconda Flotta


«Che avete scoperto?» Kimlor rimase seduto sulla sua poltrona, tenne i gomiti appoggiati alla scrivania senza tanto fare attenzione alla mezza montagna di fogli elettronici che stava schiacciando. Guardò con espressione del tutto neutra il capo ingegnere in piedi di fronte a lui, a nemmeno due passi dalla scrivania. Non ne aveva voluto sapere di sedersi, del resto, affari suoi.
«Il danno subito dalla nave era oltre le specifiche di progetto, signore» il diretto interessato cominciò subito. Una partenza talmente spedita che c’era da pensare si fosse preparato il discorso «I soppressori di campo non hanno avuto nessun malfunzionamento, anzi. Il fatto che abbiano mantenuto la loro funzionalità operativa anche dopo il colpo è da considerarsi un colpo di fortuna, era più probabile che andassero in arresto»
«Io la mando in cerca del guasto» Kimlor si mise più dritto sulla poltrona «E mi salta fuori dicendo che siamo fortunati che sia andata così?»
«Le specifiche di progetto imponevano che, con i compensatori in funzione, ogni dispositivo vitale fosse in grado di resistere a un contraccolpo causato da un’arma che, in una volta sola, capace liberare un’energia pari all’intera energia accumulata negli scudi. Il colpo in questione ha superato questo limite del 27% » il capo ingegnere passò a spiegare «In una situazione del genere non si poteva pretendere il funzionamento di nulla. L’unico apparato concepito con specifiche più restrittive sono gli accumulatori»
«Dunque immagino che…» Kimlor rimase un momento a ripensare a quanto sentito. Sì, nel complesso poteva anche sperare di aver capito giusto «Anche per quanto riguarda i reattori di potenza e le linee di comunicazione abbiate concluso la stessa cosa»
«Del tutto, sono sistemi vitali alla pari dei soppressori»
«Ne segue» Kimlor soppeso le parole «che questo buco nella sicurezza ce lo teniamo»
Il capo ingegnere per un momento assunse un’aria pensierosa. Non si riusciva a capire se stesse pensando al significato profondo della frase, o se semplicemente stesse cercando il tranello in una domanda tanto idiota. Molto più probabile la seconda.
«Dipende che cosa considera come falla nella sicurezza, signore» alla fine il capo ingegnere si decise «Un nostro missile antinave fa centomila gigatoni, per ottenere l’effetto che ha causato quella bomba ad antimateria ce ne vorrebbero una sessantina sparati tutti sulla stessa fiancata della nave e tutti nello stesso momento. In fase di progetto, evidentemente, la possibilità che si presentasse un evento del genere è stata considerata trascurabile. E, come opinione personale, mi trovo d’accordo con questa valutazione»
Kimlor rimase un momento in silenzio. Appunto, la seconda era quella giusta. Se qualcuno era tanto idiota da riuscire nell’impresa di prendersi sessanta missili antinave tutti in una volta, meritava di morire. I progettisti avevano perfettamente ragione, niente da eccepire: «Una nave con i reattori in panne può sopravvivere, una nave senza linee di comunicazione può tirare avanti se è fortunata, una nave con i soppressori di campo che si spengono è una nave morta, maggiore»
«Sono d’accordo, signore» il capo ingegnere rispose all’istante.
«Non possiamo far altro che sperare non ci ricapiti più una situazione simile?»
«La parziale perdita di potenza da parte dei soppressori di campo è stata dovuta al colpo ricevuto, signore, non c’è nessun dubbio. A seconda dei casi ognuno dei 734503 soppressori o è andato in arresto operativo, o ha avuto un calo di prestazioni, o ha continuato a funzionare indisturbato. E il tutto è successo nei due secondi successivi al colpo subito. Come conseguenza il campo di soppressione, dopo due secondi di sbalzi, si è riassestato a un valore insufficiente» il capo ingegnere, come al solito, passò a spiegare ogni cosa per filo e per segno. Quell’uomo non aveva un’idea di cosa fosse un riassunto «Operare delle modifiche alla nave che permettano ai soppressori di resistere a contraccolpi più forti sarebbe anche possibile, ma non consigliabile»
«In termini di tempo?»
«Soprattutto in termini di tempo, signore. Ma nel complesso anche in termini economici. Su questo punto ogni nave della flotta è progettata secondo le stesse specifiche»
Kimlor si limitò ad annuire. Quella sì che era una bella notizia. Sapere dov’è la falla e non aver la possibilità di chiuderla. Ammesso che di falla si potesse parlare, certo. Quello non era un buco nella sicurezza, erano gli effetti dati da un’arma tanto potente da rasentare i limiti di sopportazione di una nave progettata per resistere praticamente a tutto. Ma comunque restava il problema che in caso di un secondo attacco con una simile bomba, le loro navi avrebbero avuto gli stessi problemi dell’ultima battaglia.
Ovviamente c’era la contromisura molto semplice di aumentare la distanza tra le navi e il punto di apertura del tunnel, ma quello da solo non risolveva il problema. Se la prossima volta da quel buco fosse uscita una bomba ancora più potente? Difficile, d’accordo, magari ai limiti dell’impossibile. Il nemico, almeno in teoria, non poteva permettersi di sprecare in quel modo quantitativi simili di antimateria, ma comunque il problema restava. E per quanto lo riguardava l’unica spiegazione con un minimo di senso che trovava a quella bomba era che fosse un prototipo di prova testato sul campo.
Non se la sentiva di escludere ne sarebbero arrivate altre. Ma comunque fosse per risolvere il problema non potevano permettersi di alzare i limiti operativi dei soppressori di campo, e aveva la netta impressione che alzare i limiti operativi dei reattori di potenza sarebbe stato anche più difficile. Per le linee di comunicazione in teoria bastava velocizzare i tempi di entrata in funzione di quelle d’emergenza, ma la cosa era materialmente fattibile per un sistema così complesso? 
«Considerando una bomba due volte più potente di quella che il nemico ha usato» chiese «Lei che distanza minima consiglierebbe perché la nave non abbia problemi?» 

Ore 8:30
Stazione spaziale Mark 1


«E anche questo è sistemato» Searl seguì ancora per un momento l’emerito rompipalle che aveva ben deciso di venirgli a tranciare a metà la colazione senza un vero motivo. Difficile trovare una notizia più inutile da comunicargli. Lo aveva sentito per la prima volta già qualche minuto prima. L’aura di Rein era percepibile, ma che la cosa fosse controllata era lampante. Lo confermava anche solo il fatto che qualunque cosa stesse succedendo stava succedendo nella sala per gli allenamenti.
«Che voleva?» con la bocca piena di chissà che cosa, Felien gli pose subito la domanda. E del resto ci sarebbe stato quasi da preoccuparsi se non l’avesse fatta. Da quando si era risvegliata dopo il trattamento non faceva altro che fare domande. Il che non era proprio il massimo se si doveva inventarsi una balla una volta ogni tre.
Disinteressandosi del rompipalle Searl tornò a voltarsi verso di lei.
«Niente di import…» la trovò con qualcosa come mezzo toast infilato in bocca, del tutto concentrata nel provare a masticare senza soffocarsi «Ma la vuoi smettere di ingozzarti?»
«Ho fame» la ragazza articolò le parole per puro miracolo, tornò a fare attenzione a quale fosse il modo giusto per muovere le mandibole senza che gli scoppiasse la bocca.
«Non ci si può parlare con una ridotta in questo stato»
Felien smise di masticare per un momento, parlò ancora: «Tanto mi stavi annoiando»
«Hai deciso che il tuo nuovo peso forma è centotrenta chili?»
«Non che siano…» lei finalmente riuscì a mandar giù il boccone «cazzi tuoi»
«Linguaggio da vera signora»
«Senti chi parla»
«Il vantaggio di essere maschietti»
«Mi sto calando nella parte di futuro soldatino» la ragazza andò ad afferrare un altro pezzo di toast.
«Soldatino lo sei da un po’»
«L’importante è capirsi» Felien lo liquidò con un gesto annoiato della mano destra, addentò un pezzo più umanamente masticabile «Che voleva?»
«Dirmi che stanno cominciando a fare non so che prove prima di dare il via libera a Simeon di lasciare la stazione spaziale» Searl liquidò il riassunto in fretta «L’hanno portato nella sala allenamenti»
«Difatti mi pareva ci stesse succedendo qualcosa»
«Si chiama percezione, vedi di farci amicizia prima possibile»
«Riattaccherai mica con tutte quelle boiate sulla memoria procedurale, vero?»
«Non mi sento molto apprezzato nel mio nuovo ruolo di insegnate»
«Tu fai schifo come insegnante» la ragazza allungò la mano per afferrare il bicchiere, fece per portarselo alla bocca salvo fermarsi prima di portare a termine il movimento. Rimase a osservare con sospetto l’acqua all’interno «Nanomacchine?»
«L’alternativa è la disidratazione» Searl liquidò la questione in un attimo.
Abbozzando una smorfia di disgusto Felien mandò giù una rapida sorsata, riappoggiò il bicchiere sul tavolo, impegnata a soppesare quanto aveva appena bevuto. Abbozzò un’alzata di spalle e tornò a prendere il toast nella mano sinistra: «Dov’ero rimasta…? Ah sì, fai schifo»
«Non sai apprezzare la bravura quando la vedi»
«Se era per te e non c’era El ero ancora lì a provare ad alzare all’accendino»
«Se uno è scarso mica è colpa mia»
«Chi li fa i due megatoni?»
«E qui differenziamo. C’è una discreta differenza tra bravura e forza. Se adesso ti batto a braccio di ferro mica mi dicono “Wow, che abilità!”»
«A parte che non vinceresti comunque»
«Peso trenta chili più di te, non vorrai mica dirmi…» Searl si bloccò a guardare la ragazza che addentava l’ultimo pezzo di toast con la mano sinistra mentre alzava la destra rivolgendo l’indice al soffitto. Attorno al dito l’illuminazione della stanza si fece più fievole «Devo far alzare il livello di soppressione di questa baracca, quello che ci rimette sono sempre io»
«Far le cose senza nemmeno avere un’idea di come si facciano ha un suo fascino» lei riabbassò la mano «Lo ammetto»
«Appunto. Chiedi scusa al maestro»
«Chi è il tipo di cui parlavi prima?»
«Colpo di fulmine?»
«Speravo di tenerlo nascosto più a lungo»
«Simeon»
«Quello che mi hai presentato in due secondi e che nemmeno ho potuto aspettare parlasse prima di essere trascinata via?»
«Un giorno mi ringrazierai per questo»
«Almeno il tempo di dirgli ciao»
«Hai presente Nethaniel?»
«Il pazzoide che vuole la rivincita?»
«Non saprei dire chi sia peggio tra lui e Simeon»
Felien allontanò il piatto vuotò da sé e riprese in mano il bicchiere: «Un altro pazzoide che vuole la rivincita?»
«Perspicace»
«Quand’è che ce ne andiamo da qui?»
«Domani»
«Propongo di anticipare a oggi»
«Il tempo che ti facciano gli ultimi controlli…» si bloccò a sentire il segnale di chiamata che proveniva dall’auricolare «Rompere i coglioni all’ora di colazione è una malattia, vedo»
Accettò la comunicazione.
«Generale?»
Searl riconobbe la voce di Tunyl senza che l’altro nemmeno si presentasse: «Mi dica, dottore»
«Potrebbe venire qui un momento?»
«Dove?»
«All’entrata della Zona E, secondo livello»
Lui rimase un momento a pensarci. Il secondo livello della Zona E era quello dove si trovava la sala per gli allenamenti. Rispose: «Sto arrivando»
«Che è successo?» Felien partì subito con l’immancabile domanda.
«Va a saperlo» Searl si limitò ad allargare le braccia, si alzò dal tavolo «Finisci di bere le tue nanomacchine, ti riporto in camera e poi vado in sala allenamenti a quanto pare»
«Fan culo» borbottò lei, scoccò un’occhiataccia al bicchiere. Si mise subito in piedi «Non vengo con te?»
«In sala allenamenti c’è Simeon»
«Ok, come non detto» Felien si trovò subito d’accordo.

Poco dopo
Stazione spaziale Mark 1


«Cos’è c’è di tanto urgente?» Searl aspettò di essere a un paio di passi da Tunyl prima di cominciare a parlare «Dottore»
Il primario si avviò subito lungo il corridoio: «Giusto ieri le accennavo al fatto che ormai era ora di dimettere Simeon»
«Se pensa che sia ora non vedo quale sia il problema» Searl continuò a seguirlo. Il dottore non gli aveva ancora detto quale fosse la destinazione ma nel complesso la si poteva intuire. Quella sezione della stazione spaziale di fatto conteneva la sola sala per gli allenamenti. L’argomento di discussione era finito subito su Rein e giusto prima aveva avvertito l’aura di Rein venire da quella sala. Fare due più due non era difficile.
«Clinicamente parlando non ci sono problemi» Tunyl continuava a camminare «Dopo la prima settimana dal processo di riabilitazione le probabilità di regresso sono già scese al famoso uno su duecento. Di fatto solo i primi giorni sono problematici, e Simeon ormai è qui dentro da due mesi. È pronto per essere dimesso»
«Dunque immagino il problema sia un altro»
«Ecco, appunto» il dottore svoltò a destra per puntare dritto all’entrata della sala allenamenti «È il caso che lo veda da solo»
«Non è una bella premessa» Searl accelerò un minimo il passo per andare ad affiancare il primario. Più che una premessa non eccezionale era proprio orrenda. Che diavolo era successo?
«Niente di catastrofico» Tunyl si affrettò a precisare «Ma comunque non penso vi renderà molto felici»
Passarono in mezzo a due soldati posti all’imbocco di uno stretto corridoio. Poco prima di arrivare all’entrata vera e propria della sala allenamenti Tunyl lo invitò a infilare una porta sulla sinistra. La sala controllo.
Seguì il primario all’interno della stanza trovandosi di fronte ad altri quattro dottori che a stento lo degnarono di uno sguardo, troppo impegnati a parlare tra loro. C’era un solo operatore a manovrare le consolle dei comandi, poste a ridosso della parete di destra. Lo schermo olografico al centro della stanza ritraeva l’interno della sala allenamenti. Simeon era al centro dell’obiettivo, seduto a terra con le gambe incrociate. Si guardava attorno mentre era impegnato a masticarsi un’unghia della mano destra.
«Ok, direi che siamo pronti» Tunyl ripartì «Operatore»
«Sì, signore»
«Mi metta in comunicazione con la sala allenamenti»
«Si può sapere cosa c’è di così sconvolgente che devo vedere?» Searl si avvicinò ancora al primario, pose la domanda quasi a bassa voce.
«Ancora un momento» Tunyl evitò ancora la risposta.
«Parli pure, signore» l’operatore diede il via libera.
«Simeon» il primario lo chiamò.
«Sii» il diretto interessato continuò a guardarsi intorno, non si staccò la mano dalla bocca.
«Puoi farlo ancora?»
«Non vedo cosa ci sia di tanto eccezionale» l’altro si mise in piedi «Se non fossi capace di farlo sarebbe grave, non il contrario»
«Quando vuoi» lo incoraggiò il primario.
Allontanando la mano dalla bocca, Simeon represse uno sbadiglio. L’attimo dopo la sua aura cominciò a salire, molto molto in fretta.
Fermo in fianco a Tunyl, Searl come sempre sentì un brivido che gli correva lungo la schiena. Poco da fare, non si sarebbe mai abituato a sentire quella presenza senza mettersi in allarme. Nonostante tutto si trovò pronto ad attingere al suo potere. Non che ci fosse il minimo pericolo, ma era più forte di lui.
Quantomeno cercando di sembrare calmo si concentrò sull’immagine che forniva lo schermo olografico. Per il momento non c’era niente di anormale. Attorno al corpo di Simeon ormai non c’era la minima traccia di luce. L’illuminazione a giorno della sala allenamenti era ridotta a zero per mezzo metro tutto intorno a lui. Ordinaria amministrazione.
Quasi non riuscì a rendersene conto mentre succedeva. Da un attimo all’altro Simeon scomparve da dove si trovava per riapparire nella sala controllo, in mezzo a loro.
Capendo con un attimo di anticipo dove sarebbe riapparso, Searl si impose di non far niente, nonostante tutto si ritrovò ad aumentare l’aura. Un riflesso condizionato. Richiamò il suo potere all’istante.
«Ciao Searl» dopo essersi guardato attorno per un istante, Simeon si rivolse verso di lui. Alzò la mano in segno di saluto.
Searl nemmeno rispose. Non era possibile: «Che livello di soppressione c’era?»
«È questo quello che volevo farle vedere» Tunyl gli confermò quello che già sapeva per certo «Il livello è lo stesso che viene usato nelle navi della flotta»
«E riesce a teletrasportarsi?» Searl pose la domanda pur sapendo la risposta. L’aveva visto succedere, ma obiettivamente non poteva crederci. Con una simile soppressione nessuno era in grado di teletrasportarsi. Il livello era stato scelto apposta per rendere l’incantesimo impossibile.
«Non dico sia una passeggiata» Simeon rispose al posto del primario. Ne parlava come se fosse una banalità «Ma nel complesso non è poi così difficile»
Scomparve nel nulla per ritornare nella sala allenamenti. Alzò la mano in segno di saluto, rivolto verso l’obiettivo.
Searl rimase a guardarlo a bocca aperta.
«Immagino questo voglia dire» azzardò Tunyl «che per il momento è meglio tenerlo ancora qui»
Senza nemmeno disturbarsi a cercare le parole per rispondere, Searl annuì.

Ore 12:00
Stazione spaziale Mark 1


«Ne è sicuro, generale?» Sephet pose la domanda più idiota, ma nel complesso anche la più comprensibile. Non si poteva accettare al primo colpo una notizia del genere.
Searl non poté far altro che confermare l’evidenza. Seduto a un’estremità del piccolo tavolo ovale, rimase sull’ologramma generato al centro della stanza. L’immagine dell’ammiraglio ricambiava il suo sguardo: «L’ho visto con i miei occhi»
«È sicuro…»
«Sì» Searl gli troncò le parole in gola «In quella stanza c’era lo stesso livello di soppressione che c’è nelle navi della flotta, e gli indicatori non dicono balle. So cosa sono in grado di fare in presenza di quel livello di soppressione, e non era capace di fare altro. Rei…» si bloccò prima di terminare la pronuncia del nome. No, quello non era Rein «Simeon riusciva a teletrasportarsi allegramente dovunque gli venisse in mente»
L’ammiraglio rimase zitto per un momento. Forse alla ricerca di qualcosa più appropriato da dire, ma alla fine evidentemente si decise per la spontaneità: «Posso sapere come cazzo è possibile?»
«Non ne ho» Searl nemmeno tentò di nascondere la verità «la minima idea»
«Il mago qui è lei, se non sbaglio»
«Chieda anche a Dantalian, avrà la stessa risposta. Non c’è una spiegazione, o meglio, non la sappiamo»
«Si teletrasportava?» l’ammiraglio chiese conferma ancora una volta. 
«Le serve un disegnino, ammiraglio?» Searl non riuscì a trattenere la risposta. Va bene che fosse difficile da accettare ma adesso la faccenda cominciava a farsi ripetitiva.
«Spero semplicemente di aver capito male il problema, generale»
«Chiamiamola complicazione»
«Tutte le navi di tutte e dieci le flotte hanno soppressori in grado di erogare il livello di soppressione che a Rein non fa né caldo né freddo»
«Magari l’ultima parte della frase andrebbe rivista»
«Riesce a teletrasportarsi» Sephet liquidò la correzione con un cenno infastidito della mano «E le storie che m’hanno raccontato su cos’era quell’uomo non sono incoraggianti»
«Potrebbero essere meglio» Searl non andò oltre la semplice conferma. Aveva sentito abbastanza di quelle storie. In confronto alla realtà non erano niente. Nemmeno andavano vicino a dare un’idea di cosa fosse Rein, di quanto fosse pericoloso, di quanto fosse semplicemente letale. Solo chi se l’era trovato di fronte ed era riuscito nell’impresa di sopravvivere poteva averne un’effettiva idea.
«Stiamo parlando di un individuo che sembrava pazzo all’interno di un gruppo dove la pazzia era la condizione minima»
«Arrivi al punto, ammiraglio»
«Che cosa farebbe se regredisse?» Sephet partì subito.
«Ucciderebbe chiunque gli fosse possibile uccidere» Searl nemmeno tentò di nascondersi «Se anche solo avesse il dubbio che gli altri maghi stiano aiutando le sue vittime, ucciderebbe anche loro»
«Farebbe saltare in aria la nave in cui si trova e nessuno sarebbe in grado di fermarlo. Arriverebbe in sala macchine in un attimo, semplicemente con un teletrasporto. Una volta distrutta la nave passerebbe alle altre, e anche qui nessuno potrebbe fermarlo. Perderemmo tutta una flotta»
«Di sicuro più di una nave»
«Non lo prendo nella mia flotta, un pericolo del genere. Le possibilità di regressione potrebbero anche essere una su diecimila, non farebbe differenza»
«Su questo sono d’accordo» Searl gli diede ragione «Per come stanno adesso le cose sarebbe un rischio inaccettabile»
«Ma…»Sephet intuì subito che c’era dell’altro.
«C’è una soluzione per quanto mi riguarda» lui non si fece pregare.
L’ammiraglio non fu così pronto nella risposta come al solito. Il che quantomeno era un minimo segnale di buon auspicio.
«Distribuiti nelle varie flotte» Searl continuò subito «abbiamo diverse centinaia di maghi che sono stati ripescati. Una buona metà erano ex sottoposti di Fern. Li si tiene sotto controllo…»
«Mantenendo soppressa la parte della nave che li ospita» Sephet gli tolse le parole di bocca «Continui»
«Precisamente. In quella condizione, se qualcuno regredisse non potrebbe far troppi danni e sarebbe fermato dai compagni. Per noi l’importante è ridursi alla stessa situazione anche con Simeon»
«Anche così il problema non sarebbe risolto»
«Mi lasci finire» lo invitò Searl «La situazione non è brutta come sembra. La tipologia di soppressori che viene installata sulle navi fa una certa fatica per impedire a Simeon di teletrasportarsi ma ne è tecnicamente in grado, basta aumentare la potenza. Nel caso specifico basterebbe un aumento del 20%, a quanto pare»
«Non si può tenerli sovralimentati così tanto. Anche solo tenendoli…»
«Sì, lo so» Searl lo bloccò «I soppressori non reggono molto con sovraccarichi simili, sono in grado di sopportarli in caso d’emergenza però non per periodi lunghi. Ma si da il caso che per quanto vi riguarda abbiate l’ammiraglia in riparazione»
«Con questo che vorrebbe dire, generale?» Sephet ridusse gli occhi a una fessura. O aveva capito dove stava andando a parare il discorso, o comunque la direzione lo aveva messo in allerta
«La ricetta è semplice alla fin fine» Searl proseguì comunque «Basta una sola nave che abbia soppressori in grado di erogare quella potenza senza difficoltà, per le altre non ci sarebbero problemi. Saprebbero per tempo dell’eventuale regresso e avrebbero il tempo di sovraccaricare i loro soppressori. Basta solo installare dei soppressori modificati sull’ammiraglia, a quel punto Simeon non potrebbe più teletrasportarsi dove vuole»
In silenzio, Sephet quantomeno diede l’idea di star valutando l’idea. Rispose dopo un momento: «Sa quanti soppressori ci sono sulla nostra ammiraglia?»
«734503» Searl rispose all’istante «Potrebberovessere meno, lo so. Anche portandola a Helion ci vorrebbero due mesi per finire il lavoro, ma non vedo altri modi»
«Senza contare che, nonostante tutto, a quel punto la nave a maggior rischio di saltare in aria per un colpo di testa di Rein sarebbe proprio l’ammiraglia»
Searl allargò le braccia. Obiezione vera, ma non ci si poteva far niente: «Dantalian sarebbe l’unico in grado di arginarlo con successo se dovesse capire»
«Sperando che anche Nethaniel diventi quantomeno non inutile entro breve»
«Loro due contro Rein dovrebbero farcela senza troppi problemi»
«Da uno a dieci quanto matto è Nethaniel, ora come ora?»
«La verità?» Searl abbozzò una smorfia.
«Mi sta convincendo, generale, non mandi tutto all’aria adesso»
«Undici»
Sephet tornò ancora a far silenzio. La scelta non era facile, in effetti: «A che mi ha detto Tunyl, questo stato di imbecillità non dovrebbe durare a lungo»
«È quello che ha detto anche a me» confermò Searl «Personalmente credo sia vero»
Sephet rimase zitto ancora un momento: «Ci servono sul serio, non è così?»
«Non abbiamo alternative»
L’ammiraglio annuì, per l’ennesima volta non rispose subito: «Il che implica che non abbiamo alternative nemmeno su questo punto»

Ore 18:00
Primo Incrociatore della Seconda Flotta


«Non abbiamo abbastanza problemi già così?» con i gomiti appoggiati alla scrivania, Kimlor continuò a seguire con lo sguardo Sephet che camminava avanti e indietro per lo studio. A quanto pareva aveva deciso di scavare un solco sul pavimento.
«Alla tua teoria sui futuri bombardamenti usando l’antimateria credo poco» l’ammiraglio rispose con aria meditabonda, quasi non stesse davvero ascoltando «Se devo essere sincero
«I lavori di modifica per diminuire i tempi con cui entrano in funzione le linee di comunicazione d’emergenza li hai fatti iniziare però»
«Ci credo poco ma mica sono un indovino»
«Magari poco probabile ma possibile» precisò Kimlor «Sarebbe bene aspettare prima di accantonarlo. Ma già che ci siamo tu accetti di prendere in consegna una bomba inesplosa»
«Deduco che l’idea non ti entusiasma» Sephet sembrava ancora sovrappensiero. Chissà a che diavolo stava pensando.
«E il bello è che ne sembri sorpreso»
«Il ragionamento di Rakis non è male, bisogna ammetterlo»
«Già il dettaglio che ci tolga l’ammiraglia per due mesi non mi pare proprio un punto a favore»
«Un punto meno dolente di quanto si pensi»
«Non che il resto sia inattaccabile»
«Ecco sì» di colpo Sephet si fece più attento «Qui la questione è da valutare. Facendo come dice lui quanti rischi corriamo?»
«Di sicuro più di quanti ne corriamo adesso» Kimlor tagliò corto.
«Prendi in considerazione anche i vantaggi, possibilmente»
«Ma quali vantaggi? Tra Rein e Nethaniel si fa fatica a scegliere chi sia il più deficiente»
«Tunyl è convinto la cosa sia di breve durata»
«Basandosi su cosa? Ammesso che la spiegazione sia comprensibile dai comuni esser umani»
«Un ragionamento abbastanza terra terra a dire il vero» Sephet continuava a camminare avanti e indietro. Passò accanto alle due poltrone vuote posizionate vicino alla scrivania e proseguì verso il muro «Bene o male tutti i riabilitati presentano un comportamento poco consono alla loro età, se così si può dire…»
«Diciamo pure che sembrano tutti fermi all’età di dodic’anni» sbottò Kimlor. Bastava anche solo guardare come si comportava Dantalian due anni prima e come si comportava adesso, sembrava che si fosse rimbecillito tutto in un colpo. E il trattamento a cui si era sottoposto Dan era roba da poco in confronto al processo di riabilitazione cui venivano sottoposti i ripescati.
«Precisamente. Nethaniel e compagni da questo punto di vista magari sono presi un filino peggio degli altri ma niente di drammatico. Il vero problema è il senso del pericolo»
«Che a sentire Walent non esiste» Kimlor andò a completare la frase.
«Precisamente» l’ammiraglio gli diede ragione «Sono convinti di essere invincibili. E proprio qui arriva il ragionamento di Tunyl. Secondo lui si tratta di un effetto collaterale al distacco dai ricordi»
«Un effetto collaterale da niente»
«È un ragionamento che fila. Stiamo parlando di maghi di forza molto sopra la media» Sephet continuò facendo finta di non sentire l’interruzione «Anzi, diciamo proprio tra i più forti in assoluto. Possono essere impensieriti solo da un loro pari, questo lo sanno, e di fatto non hanno un solo ricordo a cui possano associare una sensazione di paura. In una situazione simile è inevitabile pensare di essere invincibili, su questo punto do ragione a Tunyl»
«Abbastanza metafisica come spiegazione»
«Sotto sotto stiamo pur sempre parlando di uno psichiatra, mica ci si poteva aspettare di più»
«E quale sarebbe la cura, secondo il dottore?»
Sephet aspettò di compiere un paio di passi prima di rispondere: «Farli combattere»
Kimlor scosse la testa un momento. Forse aveva capito male: «Come, scusa?»
«Tenendoli sotto controllo, ma lasciare che scendano in campo. Non sono soggetti spericolati di natura, anche solo al primo combattimento serio tenderanno a tornare quelli che erano una volta, in teoria almeno»
«A gente del genere io non darei nemmeno in mano una fionda» Kimlor rimase a bocca aperta «E tu vuoi farli scendere in battaglia»
«Uno alla volta e con Dantalian e fargli da balia» precisò Sephet «Ma sì, l’idea è quella»
«Limitandoci a sperare che non regrediscano mai»
«Ah beh, per sperarci sta sicuro che ci spero. Ma prendiamo anche in considerazione lo scenario peggiore. Tutto in un colpo Rein regredisce. A quel punto che succede?»
«Allo stato attuale delle cose» Kimlor nemmeno perse molto tempo a pensarci, la risposta era abbastanza evidente «Ci giochiamo la flotta nel giro di forse un paio di minuti»
«Se invece facciamo come dice Searl?» l’ammiraglio aggiustò il tiro.
«Lì possiamo anche discuterne, ma…»
«La situazione non sarebbe così tragica» Sephet proseguì nel ragionamento senza farlo finire «Probabilmente il caso peggiore in assoluto sarebbe la regressione durante una battaglia. Ma anche nel caso capitasse cosa potrebbe accadere? Se gli facciamo i soppressori su misura non potrà teletrasportarsi e con Dantalian a fargli la guardia non penso potrà fare molto, di sicuro non potrà fare le cose in fretta. Se poi ci aggiungiamo che potrebbe esserci anche Nethaniel a dare una mano a Dan, il quadro è quasi incoraggiante»
«Fai affidamento su Nethaniel?»
«Va bene, non facciamoci affidamento» Sephet si corresse subito «Sinceramente non riesco a immaginare un mago anche solo in grado di mettere in difficoltà Dantalian, ma diciamo che Rein ce la faccia. Anche in un’ottica del genere, da qui a dire che Rein sia in grado di sbarazzarsi di lui in fretta la vedo complicata, da qui a dire che sia in grado di ucciderlo la vedo pressoché impossibile. Di sicuro Dan lo terrebbe occupato per un po’ di tempo, tempo sufficiente all’arrivo di altri maghi che possano dargli man forte. A quel punto Rein potrà anche essere il più grande mostro della storia, ma in tanti contro uno non potrà fare più di tanto i miracoli»
«E se gli altri maghi fossero impegnati?» Kimlor espose quella che gli sembrava la falla più grossa del ragionamento. Non che fosse l’unica, ma da qualche parte bisognava pur cominciare.
Sephet fece silenzio un momento: «Ok, meglio avere una certa sovrabbondanza di maghi su questa flotta»
«Abbiamo già abbastanza casini per il momento, Gen» Kimlor non si spostò dalla sua idea «Non aggiungiamo alle possibili minacce anche uno dei peggiori ufficiali di Fern»
L’ammiraglio camminò in silenzio per qualche passo, arrivò al muro di destra per poi voltarsi e tornare indietro: «Tunyl ha detto che tra un anno sarà possibile indurre una regressione forzata e sottoporre Rein allo stesso trattamento che ha ricevuto Felien. In condizioni normali aspetterei un anno e non rischierei, su questo punto sono d’accordo con te»
«Ma non ti fidi ad aspettare così tanto» Kimlor intuì subito cosa l’altro volesse dire.
«Sia Rein che Nethaniel erano combattenti eccezionali» Sephet continuò «Tra i ripescati non c’è nessuno che dica il contrario. Quello che mi ha detto Dantalian su entrambi, se possibile, li fa sembrare ancora più forti. E noi abbiamo bisogno di loro. Io non credo che il nemico abbia di colpo trovato un modo per incrementare le sue riserve di antimateria, quella bomba è stata lanciata con uno scopo che ignoriamo, fa parte di una tabella di marcia che porterà a un attacco, molto presto. E se non riusciremo a scoprire per tempo cosa quegli esseri stiano preparando per noi, ho l’impressione che sarà un attacco da cui sarà difficile uscire indenni»
Kimlor evitò anche solo di aprir bocca, l’ammiraglio riprese: «Per quel giorno ci servirà tutto l’aiuto possibile»

31 maggio
Ore 9:00
Città di Kilmann

Cercò una posizione più comoda sulla poltrona e rimase in attesa che l’entrata dell’ufficio si aprisse, come del resto sapeva dovesse accadere. Un attimo dopo la porta rivestita in legno scivolò sulle guide per andare a scomparire inghiottita dal muro. Fermo sull’uscio c’era un uomo di forse quarant’anni, alto, capelli castani. Non gli sembrava di averlo mai visto ma del resto era normale. Ormai era una cosa come la quarantesima volta che riceveva una visita simile, e probabilmente non gli era mai capitata due volte la stessa persona.
«Buongiorno, signor ministro» il nuovo arrivato accompagnò il saluto con un lieve cenno del capo.
«Buongiorno» lui gli fece cenno di avvicinarsi, si sforzò quantomeno di infondere un minimo di cordialità nel tono. Non facile, visto quel era il motivo dell’arrivo di quel tizio «Manco solo io?»
«Il primo ministro ha firmato poco fa, signore» l’uomo avanzò nello studio attraversando il tappeto che occupava buona parte del pavimento. Si fermò di fronte alla scrivania e si sporse appena oltre il pianale il legno per consegnare la cartellina di pelle che teneva in mano «Il ministro della difesa è stato il primo a porre il visto. Con la sua il provvedimento diventerà esecutivo»
Lui tardò nell’allungare il braccio per un momento, poi protese la mano destra ad afferrare la cartellina. La posò sulla scrivania.
Quella situazione si era ripetuta decine di volte negli ultimi anni, e ancora gli sembrava una presa in giro, ai limiti dello scherzo di cattivo gusto. Anzi, da un certo punto di vista più passava il tempo e più la sensazione di essere l’interprete di una farsa si faceva sentire.
Le scuse erano sempre le stesse. Abbiamo bisogno di loro. È passato troppo tempo. Che crimine è se nessuno si ricorda nemmeno il danno procurato? In così tanti anni si può tranquillamente far conto che qualunque reato sia caduto in prescrizione.
Se non fosse per il piccolo particolare che c’erano reati che non avevano niente a che fare con la parola prescrizione. Il suo stesso essere lì a firmare quelle scartoffie ne era la prova. L’unica scusa veritiera era la prima, tutte le altre erano palliativi che la gente si metteva in bocca per nascondere la verità. Stavano assolvendo i peggiori criminali della storia. 
Aprì la cartellina.
«A quale maniaco assassino genocida diamo l'immunità, oggi?» non si curò di quanto sarcasmo mettesse nel tono di voce.
«Donna questa volta» l’altro non tardò a rispondere, guardandosi bene dall’adeguarsi al tono «Personalmente non ne ho mai sentito parlare»
Concentrandosi sul foglio elettronico che spiccava sopra tutti gli altri, il ministro degnò di un’occhiata il nome posto in prima riga tra le generalità. Felien Ern.
No, nemmeno a lui diceva qualcosa. 
«Non era una star» riprese «Avrà fatto solo qualche centinaio di migliaia di morti. Non sufficiente per brillare, a quei tempi»
Sempre in piedi vicino alla scrivania, l’altro fece coscienziosamente silenzio.
Ancora con lo sguardo fermo alle generalità, il ministro andò a tastare alla cieca la scrivania con la mano destra, alla ricerca della penna digitale. La sentì sotto al palmo al secondo tentativo. Fece scorrere le pagine seguenti del documento senza praticamente farci caso. Nemmeno valeva la pena perderci il fegato in certe cose.
Arrivò all’ultima pagina, identificò subito la riga dove apporre la firma, giusto sotto quella del Primo Ministro. Prese la penna tra le dita e la portò verso il foglio.
Rimase con la mano a mezz’aria, gli occhi sgranati. Tornò a rileggere il nome abbreviato che risaltava nella penultima frase prima dello spazio per la firma.
F. Ern
La lesse un’altra volta.
Quella volta era sul serio uno scherzo, non c’erano altre spiegazioni.

Capitolo 9 by Caladan Brood
Author's Notes:
capitolo partorito, in pratica, e sinceramente parlando... ehm... diciamo che m'è piaciuto fin lì, tanto per essere gentili. capitolo preparatorio in pratica, tutto quel che deve succedere capiterà nel prossimo. se lo considerate inutile o anche solo troppo lungo per quel che ha da dire (mooooolto probabile che sia così), fatemi un fischio che provvedo :P.
buona lettura ^_^.

Capitolo 9

Devo ammettere sia stato abbastanza sconcertante la prima volta che l’ho visto.
Una persona completamente, assolutamente terrorizzata dalla più piccola forma di contatto fisico, incapace di tollerare chiunque arrivasse a meno di un metro e mezzo da lei, che di colpo non aveva il minimo problema a comportarsi in modo del tutto normale, accettando stette di mano, pacche sulle spalle, abbracci, carezze, ogni cosa.
Un effetto collaterale del processo di riabilitazione che poteva farci solo comodo. Uno dei tanti fattori che hanno contribuito ad avvantaggiarci per puro caso.


1 Giugno
Ore 15:00
Stazione spaziale Vimul 1 – Stella AAA 3692 RTGP
Nodo centrale di rilevazione


«Penso… penso ci sia qualcosa, signore» alle sue spalle, una voce pressoché da poppante richiamò la sua attenzione. O almeno ci provava. Per poterlo definire un vero e proprio tentativo di richiamare l’attenzione serviva almeno il doppio del fiato.
«Pensi?» il colonnello si voltò verso la fonte del miagolio identificando subito chi fosse il colpevole, o meglio, la colpevole. Un mostriciattolo coi capelli biondi, lunghi fino alla spalla, che uscivano dal casco che gli copriva per intero la testa. A giudicare dalla corporatura non gli avrebbe dato più di quindic’anni.
Le riservò un’occhiata omicida nonostante fosse fatica sprecata, da sotto quel casco la ragazza non poteva vedere niente. Non c’era che da sperare il tono di voce fosse sufficiente a far capire alla poppante quale fosse la cazzata che aveva appena detto. 
«C-credo di sì, signore» su quattro parole lei riuscì a balbettare solo in una. Notevolissimo. Nervi d’acciaio.
«Hai già toppato due volte, sergente» il colonnello, nonostante tutto, decise di ammorbidire un po’ il tono. Era come sparare sulla croce rossa «Un’altra e finisci a pulire i bagni»
«Non…»
«Maschi o femmine?» il colonnello nemmeno la lasciò finire. Ma perché sempre a lui doveva capitare il turno con un terzo del personale composto da reclute?
«La sonda DA018N segnala un rilevamento» la ragazza si affrettò a rimettersi in carreggiata «Ma c’è qualcosa che non va, signore»
Di colpo il colonnello si ritrovò più attento a quanto stava dicendo il bamboccio: «Spiegati meglio, sergente»
«La sonda ha registrato una distorsione nella funzione d’onda» la recluta cominciò a parlare con un minimo di sicurezza in più «Ma di fatto non ha rilevato altro. Non c’è nessuna informazione sull’intensità della distorsione, nessuna stima sul possibile numero di navi, nessuna indicazione di direzione»
Il colonnello rimase in silenzio un momento. Ok, forse la mocciosa si era salvata dalla pulizia dei bagni: «Non può essere un malfunzionamento»
«Estremamente improbabile, signore»
«Le sonde vicine non rilevano niente?»
«Niente, signore»
«Ok, accertiamoci di non dire cazzate prima dare l’allarme» il colonnello si risolse per l’unica soluzione che gli sembrava ragionevole. Non aveva la minima intenzione di mettere in preallarme almeno due flotte per quella che poteva tranquillamente essere un’interferenza di chissà che tipo «Avvia il rivelatore di verifica e togli corrente al rivelatore primario. Vediamo che succede»
«Subito, signore» la ragazza partì a far scorrere le dita nell’aria avanti a lei. E doveva ammettere che a guardarla sembrava pure che agisse con una certa sicurezza.
«Apparato di rivelazione secondario attivo, apparato primario in fase di spegnimento, sonda di nuovo operativa tra 4 secondi» lei ripartì subito. Si fermò in attesa che trascorresse il tempo necessario «Rilevamento uguale a prima, signore»
«Ok, qualcosa di sicuro sta succedendo quantomeno» il colonnello trasse l’unica conclusione possibile «Comunicazioni…»
«Un momento, signore» la ragazza lo interruppe.
«Ci risentiamo tra un minuto» lui chiuse la chiamata che aveva appena aperto, tornò sulla recluta «Cambiamenti?»
«C’è una quantificazione della distorsione» l’altra partì subito a riferire «120 in aumento rapido. 200, 300, 1000»
«E una distorsione del genere, poco ma sicuro, non è natur…»
«100000» la ragazza si mise quasi a urlare «Rilevamenti multipli in entrata. Velocità apparente uno virgola uno per dieci alla sette, direzione zero quattro tre zero uno due »
«Numero di navi?» il colonnello pose subito la domanda. Quello era il dato in assoluto più importante.
«Non… non lo so» la recluta non rispose.
«Basta leggerlo, per la puttana!»
«Non…» la ragazza si prese un momento per riprendere fiato «sono ancora passate tutte»
Già pronto ad andare verso di lei con la ferma intenzione di strapparle quel casco dalla testa e leggere il dato per conto proprio, il colonnello si paralizzò sul posto. Quello poteva voler dire solo una cosa: «Confermare numero definitivo»
La ragazza fece passare ancora qualche secondo prima di rispondere: «M-milleduecentoquattordici»
«COMUNICAZIONI» il colonnello non trattenne un urlo nel parlare attraverso l’auricolare. Si impose di controllare almeno un minimo il tono «Allarme di primo grado a tutte le flotte. Contatti multipli in entrata dal quadrante DA, direzione zero quattro tre zero uno due. Un totale di milleduecentoquattordici navi»
Perse solo un momento a cercare di capacitarsi di quanto aveva appena detto. Milleduecentoquattordici, tutte le navi a disposizione del nemico. Anzi, nemmeno, a quanto ne sapeva le dieci flotte nemiche, globalmente, contavano millecentosettantasei navi.
Con numeri del genere nemmeno aveva più senso parlare d’attacco. Era un’invasione.

Stesso istante
Nave da trasporto Sil 9


«E questi» Searl si sporse sul tavolo per andare a sfiorare una precisa sezione dell’ologramma che levitava a mezz’aria, di fronte a lui. L’immagine inquadrò quello che non sembrava altro che un normalissimo uomo «sono quei simpaticoni dei nostri avversari. Ci vedete qualcosa che non va?»
Non ottenne nessuna risposta.
«Sto parlando con voi, eh» si voltò alla sua destra. A un paio di posti di distanza da lui, le due ragazze non è che dessero la sensazione di non ascoltare, davano l’assoluta certezza di non aver sentito nemmeno una parola. 
«Perché sono qui?» senza scomporsi minimamente Hazel rimase a guardare il muro di fronte a lei, con l’indice della mano destra continuò a giocare con una ciocca di capelli neri che gli ricadeva davanti al viso «Io questa roba la so»
«È una noia» Felien le fece eco, il gomito sinistro appoggiato al pianale del tavolo mentre era impegnata a sorreggersi il mento con la mano.
«Cos’è di preciso che ti annoia?» Searl si concentrò su Felien «Gli alieni, che ai tuoi tempi nemmeno si credeva potessero esistere, o le navi della flotta, che la più piccola è grande come tutti i catorci che avevate all’epoca messi assieme?»
«Avete avuto trecentomila anni» la ragazza sbadigliò «Devo farvi i complimenti? Visto quanto tempo è passato mi sembrano anche un po’ piccole»
«Posso andare in mensa?» Hazel sbadigliò a sua volta «Ho fame»
«No, non puoi» Searl partì col rispondere ad Hazel, poi passò all’altra «Fai 180 km a piedi e poi ne riparliamo» accennò all’ologramma con un cenno del capo «Rispondente alla domanda»
«Qual era la domanda?» Felien si degnò di spostare lo sguardo sull’immagine sospesa a mezz’aria, al centro del tavolo.
«Che ha che non va il tipo dell’ologramma?» Hazel le rispose.
L’altra ci pensò un momento, studiò l’immagine tridimensionale dando quantomeno l’illusione di essercisi messa d’impegno: «Ha il naso storto»
«Quasi» Searl annuì «Ci sei andata vicino, complimenti» si sporse a sfiorare la periferia dell’ologramma. L’immagine mutò mostrando qual era la vera natura di quello che sembrava un uomo comune «È una macchina»
Gli bastò scoccare un’occhiata a Felien per capire che di colpo si era fatta più attenta, anche solo vedendo che aveva preso una posizione un po’ più eretta. Hazel invece non aveva fatto una piega, continuando a martoriare quella povera ciocca di capelli.
«Una macchina?» Felien rimase fissa sull’ologramma.
«La cosa che più si avvicina a definirlo è organismo cibernetico» Searl indicò l’immagine che raffigurava l’uomo di prima da cui erano stati eliminati gli strati superficiali «Ma non gli si rende giustizia. Si vede lontano un chilometro che è artificiale. Lo scheletro è metallico, il sistema nervoso è un groviglio di reti neurali, l’apparato circolatorio ricorda da vicino i tubi d’acciaio, eppure è tutto tessuto vivente»
«E questi sarebbero maghi?» Felien ormai aveva anche staccato il mento dalla mano che l’aveva sorretta fino a quel momento.
«L’ho fatta pure io questa domanda» si intromise Hazel «Ma appunto, l’ho già fatta, passato. Adesso ho fame, voglio andare a mangiare»
«Maghi a tutti gli effetti, è quello il bello» Searl ignorò deliberatamente Hazel «Li hanno fatti con tessuti biomeccanici che reagiscono al potere magico nello stesso modo del corpo umano. A quel punto immagino che il fatto siano maghi diventi naturale conseguenza»
«Non ti vedo molto convinto» ripartì Felien.
«Sembrerà strano, ma un pezzo di ferro che fa magie mi lascia perplesso»
«E perché si sono dati il disturbo?»
«Ah beh, questo non lo sapremo mai probabilmente. Ma nel complesso immagino fosse perché i loro maghi facevano schifo, hanno ben deciso di copiarci»
Felien sollevò un sopracciglio, dubbiosa: «Dunque questi maghi che facevano schifo non li avete mai visti?»
«Il primo mago loro che ho visto è stato una di queste lattine» Searl accennò ancora all’immagine «E devo dire che è stato un discreto shock, così sulle prime»
«Ma allora…» accennò lei.
Hazel le tranciò le parole in gola: «Prima di arrivare qui avevano già fatto piazza pulita di un altro impero umano»
Felien si voltò verso di lei: «Come scusa?»
«La prima volta che li abbiamo visti avevano già quelle sottospecie di tostapane, dunque…» Searl si fermò al sentire il segnale di chiamata all’auricolare. Quella gente aveva un sesto senso per scegliere il momento più adatto a rompere le palle. Accettò la comunicazione «Che c’è?»
«Dove sei, lavativo?»
Riconobbe la voce di Walent all’istante, e anche non l’avesse riconosciuta non erano molti quelli che lo chiamavano con un appellativo tanto simpatico: «Sua maestà, è un piacere risentirla. La sua capacità di interrompere nel momento meno opportuno comincia a diventare leggendaria»
«Dove sei?»
«Che te ne frega?»
«Deduco che la notizia non sia arrivata»
«Che notizia?» voltandosi appena alla sua destra Searl staccò lo sguardo da Hazel e Felien che si erano concentrate sulla sua conversazione.
«Il nemico ha sconfinato con tutto quello che ha»
«Cosa vuol dire “tutto quello che ha”?»
«Milleduecento navi»
Per un momento Searl si ritrovò a sbarrare gli occhi. Nemmeno sapeva ne avessero così tante: «Attraversiamo l’ultimo tunnel tra poco, poi dovremmo essere lì in tre ore»
«Vi stiamo venendo a prendere» l’ammiraglio fece cadere la comunicazione senza aspettare la minima risposta. Di sicuro adesso stava già facendo chiamare il comandante della loro nave da trasporto per sapere la rotta precisa.
«Che succede?» Felien pose subito la domanda.
Gli altoparlanti della stanza si attivarono di colpo: «Generale, una comunicazione urgente»
«La so già» Searl non la lasciò continuare «Attenetevi alle direttive che provengono dalla prima flotta»
«Sì signore»
«Che succede?» Felien ripeté la domanda.
Lui esitò un attimo. Tutto si poteva dire dei loro nemici, ma di sicuro avevano un tempismo di merda: «Pare che abbiamo visite»

Stesso istante
Ammiraglia della Prima Flotta


«Sala macchine» Walent rimase con le mani appoggiate al corrimano metallico che circondava per intero l’enorme schermo olografico, al centro della sala controllo. Attese la risposta.
«Sì, signore»
«Quanto alla partenza?»
«Reattore principale in fase di preriscaldamento rapido, campo magnetico in formazione, moderatori operativi in due minuti, LINAC operativi in tre minuti, raggiungimento condizioni di break-even in cinque» il capomeccanico gli fece la solita dettagliata cronologia d’eventi. Per quanto lo riguardava bastava anche solo l’ultimo pezzo. 
«Prima possibile» l’ammiraglio chiuse la comunicazione rimanendo a fissare lo schermo, le mani ancora aggrappate al corrimano. Tra dove si trovavano loro e il punto in cui le flotte nemiche avevano sconfinato c’erano una cosa come 120000 parsec, dire che erano un’eternità era dire poco «Navigatore»
«Si, signore»
«Calcolo della rotta»
«La deviazione porterà via meno tempo del previsto, signore» avvolto nel suo casco, il navigatore rimase con le mani sospese a mezz’aria, dando la netta impressione di essere impegnato a rigirare qualcosa di molto grosso tra le mani vuote «Possiamo arrivare a meno di mille parsec dal punto di sconfinamento in meno di quindici ore»
«Troppo vicini, tra quindici ore quelle navi chissà dove saranno»
«C’è una notevole capacità di correzione» continuò il navigatore «Non ci saranno problemi»
«Ricordami che devo uccidere il tuo fidanzato» Walent proseguì, curandosi di farsi sentire solo dalla ragazza alle sue spalle.
«Piano con le offese qui» a giudicare da dove proveniva la voce, Veis non si era mai mossa da dove si trovava.
«Qui la faccenda si mette male»
«Praticamente siamo per strada andando a recuperarlo» la ragazza fece notare il particolare «Non è così una tragedia»
«Non intendevo quello» Walent la corresse.
In silenzio per un momento Veis riaggiustò il tiro: «Credi sia già l’attacco risolutivo?»
«Le opzioni sono due» l’ammiraglio abbassò ancora di più il tono di voce, non che ci fosse reale pericolo che qualcuno lo sentisse, ma comunque gli venne naturale «O è quello risolutivo o è un’altra mossa preparatoria. Sinceramente non saprei dire quale sia la cosa peggiore»
«Non si smobilitano milleduecento navi per una mossa preparatoria»
«Tutto dipende da cosa stai preparando»
«Forse tra te e Sephet la state facendo un po’ troppo tragica» il tono di voce della ragazza si era fatto più dubbioso.
Walent continuò a darle le spalle mentre controllava che tutto procedesse come da programma. Anche da dove si trovava vide l’indicatore di potenza del reattore principale che finalmente cominciava a salire con impegno: «Stavolta puntano a farci a pezzi, in caso contrario quello che hanno fatto finora non avrebbe senso»
«Non ha senso comunque»
«Non in quell’accezione» precisò l’ammiraglio «Basta guardare cosa hanno fatto finora. Quei cazzo di cyborg che si ritrovano come maghi non so quanto possano venire a costare a quella gente, ma dato il grado di complessità dubito li trovino gratis. Quando hanno attaccato la nostra flotta ne hanno persi più di quaranta. L’attacco alla flotta di Sephet è durato tre minuti, hanno usato una bomba che nemmeno ho parole per definire quanto sia stata uno spreco di risorse, e apparentemente anche lì non hanno concluso niente. Adesso hanno sconfinato con milleduecento navi con un dispendio, anche solo di carburante, che mi sembra quantomeno notevole. Non si buttano giù per il cesso così tante risorse se non si vuole ottenere un risultato proporzionato alla spesa»
«Con azioni tanto assurde?»
«Il che è ancora più preoccupante» Walent rimase sull’indicatore, non sembrava mancasse molto ormai «Il modo di pensare di questi esseri non è poi tanto diverso dal nostro, ne abbiamo avuto prove di tutti i tipi, nemmeno è un dato da mettere in discussione. Il fatto che sembrino ammattiti di colpo può voler dire solo due cose. O la strategia è estremamente complessa, o stanno facendo il possibile per confondere le acque»
«Stando a questa logica ci sono buone possibilità che stiamo andando incontro a una battaglia che non possiamo vincere»
«Motivo per cui voglio Searl e le sue due amiche a bordo di questa nave»
«Felien non ricorda niente» Veis si trovò subito in disaccordo, ma del resto era naturale che fosse così «Di fatto è come se non avesse mai partecipato a una battaglia in vita sua»
«Se ci fosse il tempo andrei a prendere anche quel pazzo di scatenato di Nethaniel e mi tirerei dietro pure Rein» Walent nemmeno si pose dubbi, quella era la via giusta da seguire «Se c’è una cosa che al momento non possiamo fare, è fare gli schizzinosi riguardo le risorse che abbiamo a disposizione»
«E anche si ricordasse» la ragazza continuò per la sua strada «Non ha nemmeno un’idea di cosa sia un scontro in presenza di soppressori di campo»
«Ho già deciso Veis» l’ammiraglio scartò subito la proposta «Capisco che tu voglia proteggerla, e sinceramente queste stronzate sulla memoria procedurale non mi lasciano per niente tranquillo, ma un 1,5 non lo lascio per strada. Corro il rischio che si riveli inutile più che volentieri»
«Corri il rischio che venga uccisa»
«Non intendo mandarla in battaglia se non necessario, ma comunque sì, sono disposto a correre questo rischio»
«Non dire cazzate, Kasp. Lasciala sulla nave di trasporto»
«Ci sono» Walent attese un momento prima di continuare «Cose più importanti delle nostre vite»

Ore 16:00
Stazione spaziale Mark 1


«Comincio a pensare…» in piedi di fronte a un generatore di ologrammi, Simeon andò a posare un dito sul display di controllo, l’immagine tridimensionale mutò per andare a raffigurare una sezione di chissà quale corridoio della base. C’era un discreto viavai di gente. Niente di che, quello era vero, non molto più del solito, ma era tutto nella stessa direzione.
«Azione che richiede un cervello» Nethaniel si limitò a restare appoggiato al muro, a qualche passo dall’altro «Non ti sopravvalutare»
«Dovrei ridere» Simeon rimase a pensarci un momento prima di rispondere, ancora concentrato sull’ologramma «Immagino»
«Era simpatica»
«Comincio a pensare…»
«Sempre il solito errore»
«che stia succedendo qualcosa» Simeon finalmente finì la frase.
«Ma sul serio? Complimenti, ti hanno promosso a comandante d’armata per via delle capacità d’osservazione? No, perché sono notevoli» Nethaniel diede un’altra occhiata all’immagine del corridoio riprodotta nell’ologramma. Che stesse succedendo qualcosa era evidente, fosse stato anche solo perché tutte le persone si dirigevano dalla stessa parte. In verità sarebbe anche solo bastato vedere come Tunyl li aveva prelevati di peso dalla mensa per scaricarli in sala controllo, od osservare come i presenti in quella sala si stessero comportando. Era come se qualcosa li spaventasse. Anzi no, paura era eccessivo ma di sicuro qualcosa li agitava. Per confermarlo gli bastavano anche solo le ridicole capacità di cui poteva fare ancora utilizzo con quei maledetti soppressori attivi.
«Anche se si fossero chiamate armate, io i comandanti d’armata li comandavo»
«Ma pensa che da quando ci son rimasto ti hanno pure promosso. Erano disperati dalle tue parti»
«Più che altro non sapevi leggere la scala gerarchica» Simeon aggrottò le sopracciglia «Lo ero dall’inizio»
«Il vostro non era un esercito, era un bordello, non si capiva nemmeno se ci fosse un comandante, figuriamoci se si capiva chi fosse»
«Fatto sta che vi abbiamo preso a calci in culo per tutto il tempo»
«Non è esattamente quello che si dice»
«In effetti bisogna precisare. Vi abbiamo preso a calci in culo finché non avete cominciato a barare»
«A che ho capito»Nethaniel storse un angolo della bocca «Vittoria disonorevole, in effetti. Ma da El che potevi aspettarti, in fin dei conti?»
«C’è sempre più movimento, pare»
«Mi piace come non cambi mai discorso»
«È che tu non dai spunti»
«Più semplicemente sei tu che non li cogli»
«Fatto sta che il movimento rimane» Simeon si avvicinò ancora un po’ all’ologramma. Forse per cercare di vedere le facce della gente, o per un motivo altrettanto idiota. Si voltò di colpo verso gli altri presenti nella sala controllo «Sapete mica che sta succedendo?»
Nethaniel quantomeno decise che valeva la pena di voltarsi a vedere quali fossero le reazioni. Nella sala con loro c’erano altre sei persone, cinque con la testa ben infagottata in uno di quei caschi, e una donna che si aggirava tra le postazioni informatiche a cui erano seduti i colleghi. La capoturno o qualcosa del genere, non era difficile da immaginare.
L’unico a dare un vago segnale di aver sentito fu la capoturno che non si abbassò fino a voltarsi, ma quantomeno rispose, continuando il suo giro di perlustrazione delle postazioni: «Non ve l’hanno detto?»
«A noi non dicono mai niente» Simeon rimase sulla donna il tempo di un attimo, poi tornò al suo ologramma.
«Probabilmente direbbero di più a un bambino di sei anni» Nethaniel specificò il concetto.
«Ecco, bravo, sei tu quello forte a parlare. Procedi» sfiorando ancora il display, Simeon cambiò immagine. I tre emettitori integrati sul pianale di proiezione rimasero spenti un secondo per poi andare a formare il nuovo ologramma. Quella volta inquadrava la sala mensa, del tutto deserta.
«Probabilmente perché non si vede la differenza» la capoturno ancora non li degnò di uno sguardo.
«Io sono nato nel 2321, tu?» Nethaniel partì all’attacco. Va bene che lo dicesse Searl che era in effetti più vecchio, ma apprezzamenti dai poppanti no.
«Dopo» la capoturno non fece una piega.
«2321 è tardi, devi ammetterlo» Simeon aveva già cambiato immagine dell’ologramma, un altro corridoio.
«Ma vai a cagare» Nethaniel quasi non lo lasciò finire «Tu sarai nato due anni prima»
«1838, se permetti»
«Continuate a pensare perché non vi trattano come bambini» la capoturno tornò a parlare «Vedrete che qualcosa vi viene in mente»
«Ironia?» tirò a indovinare Simeon.
«Fai progressi, bravo. Un altro mese e te la giochi con un mollusco» Nethaniel lo liquidò subito per tornare alla donna «Potremmo anche offenderci»
«Sarebbe un passo avanti» la donna rispose all’istante. Una lingua affilata, e pure lunga.
«Il livello di soppressione in questa base è troppo basso per me, se mi offendessi potrei reagire male»
«Il generale Rakis ha dato ordine di alzare il livello di soppressione ben prima di andarsene» la capoturno non fece una piega. Si disturbò, finalmente, a girarsi verso di lui. Rispose con tutta la tranquillità di questo mondo.
«Io odio quell’uomo» sbottò Nethaniel.
«Se la cosa ti consola, il sentimento è reciproco»
«Non è che punti a portarmi fuori discorso per evitare la domanda?» Nethaniel socchiuse gli occhi. Quella provava a fregarlo.
La donna perse un momento a bisbigliare qualcosa di incomprensibile a uno dei suoi subalterni muniti di casco, prima di ribattere: «Non mi permetterei mai»
«Possiamo sperare in una risposta nel prossimo futuro?»
«Di certo non da me» la capoturno continuava il suo giro a supervisionare i suoi colleghi, dando la netta impressione di dar molta più importanza a quella mansione rispetto alla conversazione.
«Pensavo un’altra cosa» Simeon riprese a parlare.
«Ti fa male ma soprattutto non sei capace» Nethaniel lo liquidò in un attimo, ritornò sulla schifosa bastarda «Ci basterebbe seguire il flusso di gente per scoprirlo»
«Prima dovete attraversare una porta chiusa senza poterla aprire» lei non fece una piega.
«Secondo me siamo sotto attacco» Simeon continuò imperterrito.
«Non dire cazzate» Nethaniel tornò a voltarsi verso di lui, lo vide che stava ancora spulciando le varie visuali delle telecamere olografiche «Le navi spaziali, di questi tempi, andranno anche veloci ma noi siamo praticamente al centro della galassia. Una nave nemica che sconfina adesso ci mette giorni ad arrivare qui»
«Non dico che siamo proprio noi sotto attacco» precisò l’altro «Dico solo che è cominciato un attacco. Le navi nemiche non sono qui nei paraggi ma hanno sconfinato»
Nethaniel si bloccò con la bocca aperta, ricacciò in gola la risposta che aveva in mente. Non era poi così scema così idea. Cioè, magari era anche scema visto che probabilmente era un’ipotesi basata sul nulla, ma quantomeno era coerente. E il sussulto che aveva appena sentito nella mente della bastarda era un deciso punto a favore della teoria.
«C’ha preso, vero?» Nethaniel tornò immediatamente su di lei.
«Perché dovrebbe essere così?» la donna fu veloce a rispondere, di quello si doveva dargliene atto. Anche il tono di voce non era male, non la tradiva, ma non era sufficiente.
«Perché tutta la gente che si vede qui si sta dirigendo o alla sala comunicazioni centrale o…» Simeon si interruppe, probabilmente non sapendo come continuare «a quel cavolo di posto dove la gente va per telefonare dall’altra parte della galassia»
«C’ha preso» Nethaniel la considerò pressoché una certezza. La donna poteva far finta di niente quanto voleva, continuando nel suo lavoro come niente fosse, ma le sue emozioni la tradivano.
«Idea vostra» replicò lei.
«Idea anche tua» Nethaniel le sorrise, pescarla in fallo era una degli avvenimenti più divertenti della giornata «Far fesso un mago con dominio della luce su queste cosette non è proprio facile»
«Praticamente ci sono i soppressori settati a due» la donna continuò come sempre a non degnarlo nemmeno di uno sguardo. Di una cosa bisognava darle atto, lo ammetteva, nascondeva il fatto di essere stata presa in fallo molto bene.
«Difatti sospetto m’abbiate accoppato pressoché tutto meno l’empatia» valutò Nethaniel.
«Quando torna il primario vi dirà quello che vuole farvi sapere» dal tono di voce sembrava che la capoturno volesse chiudere lì la discussione.
Con un’alzata di spalle Nethaniel decise di non andare oltre. Gli bastava la vittoria, camminare sul cadavere del nemico abbattuto non era di suo interesse. Tornò su Simeon: «Rischi quasi di essere utile, compagno»

Ore 16:30
Nave da trasporto Sil 9


«Non sei mai stato divertente» con qualche altro passo Searl si allontanò lungo il corridoio principale della nave, mettendo sempre più spazio tra sé e il boccaporto. Con un’occhiata alle sue spalle controllò che le due ragazze fossero rimaste dove lui aveva detto di rimanere. Stranamente lo avevano ascoltato «Ma questa volta fai proprio pena»
«Sono serio, Searl» Walent ripeté il concetto per la seconda volta «Lei viene con noi»
«Non fa ridere»
«Questa conversazione comincia a stancarmi»
«Per quanto mi riguarda la considero anche finita, se la cosa ti consola» Searl fece per chiudere la conversazione.
«Liberissimo di farlo, ma lei viene con noi»
«Non l’ho rimessa in sesto per darti il piacere di farla accoppare alla prima occasione» Searl mantenne il collegamento.
«Me l’hai detto tu che se la cava fin troppo bene»
«Ma impiccati, cretino, c’è una bella differenza tra cavarsela bene in una prova d’allenamento e cavarsela bene contro un nemico che vuole farti la pelle»
«Ammiraglio va bene uguale, come grado»
«Dico quello che sembri al momento»
«Questa discussione l’ho già avuta con la tua consorte» Walent continuò per la sua strada «E non ho la minima intenzione di ripeterla»
«Non è pronta, Kasp» Searl si voltò ancora un momento a controllare dove fossero Felien a Hazel. Abbastanza lontane da non poter sentire «Non importa a quante battaglie abbia partecipato, non ne ricorda nemmeno una. Sarebbe un peso, non una risorsa»
«Non ho intenzione di esporla a meno che non assolutamente necessario, e nel caso si rivelasse inutile resterà in sala comando» l’ammiraglio passò a spiegare quello che di fatto era più che intuibile, data la situazione «Ma non la lascio qui, non visto quello che sta per succedere»
«È un errore» Searl si costrinse a rispondere, ma la verità era che Walent non diceva cazzate. Era più che una possibilità che in quell’attacco i tostapane si preparassero a fare molto molto male. Avere a disposizione un 1,5 poteva essere solo un vantaggio, soprattutto visto e considerato che ben difficilmente Felien si sarebbe rivelata inutile. Se c’era una cosa che aveva capito dello stato della ragazza fino a quel momento era che la sua capacità di eseguire incantesimi volontari cresceva a vista d’occhio. E nel caso si fosse trovata ad agire per istinto, addirittura, quella sarebbe stata la situazione migliore. Le possibilità che uno dei maghi nemici arrivasse anche solo a ferirla di fatto non esisteva visto lo scandaloso livello dei loro avversari, ma soprattutto non esisteva alla luce della mostruosità che si sarebbero trovati contro. Felien sarebbe stata un avversario oltre le capacità di chiunque di loro. 
Un esercito di maghi che puntava ogni speranza di vittoria sulla pura superiorità nella forza bruta si sarebbero trovati di fronte forse il più potente prima categoria mai esistito, una situazione peggiore era difficile da trovare per quei poveracci.
«No, non lo è» Walent fece cadere la comunicazione senza nemmeno aspettare una risposta.
Searl non fece niente per trattenerlo, anche perché entro una decina di minuti l’avrebbe visto dal vivo. Insultarlo in quell’occasione sarebbe stato più comodo, ma nel complesso nemmeno valeva la pena di farlo. Odiava ammetterlo ma purtroppo il ragionamento di Walent aveva senso, soprattutto aveva senso alla luce del potenziale pericolo che stavano correndo.
Tornò a dirigersi verso l’enorme parete metallica con cui terminava il corridoio principale. Sulla superficie d’acciaio cominciavano già a notarsi due spacchi diagonali che si andavano a incrociare, larghi qualche centimetro, dividevano la parete in quattro parti identiche. Un attimo dopo le quattro parti cominciarono a ritirarsi lasciando un’apertura che di attimo in attimo diventava sempre più grande.
Continuò ad avanzare fino a raggiungere le altre due. Felien guardava l’apertura del boccaporto pressoché a occhi sbarrati, con lo sguardo rivolto verso l’alto a seguire il ritirarsi della parete metallica che a prima vista sembrava venire semplicemente ingoiata da altro acciaio.
Andò a concentrarsi su dove sapeva essere Veis. Non la vedeva ancora, ma sarebbe stato disposto a scommettere qualunque cosa che si sarebbe presentata a ricevere gli ospiti, nemmeno era un fatto da mettere in dubbio. C’era solo da stabilire se quantomeno avrebbe fatto lo sforzo di assumere un certo contegno o no.
Cominciò a intravederla quando il boccaporto ormai era del tutto aperto, lasciando vedere il corridoio d’accesso all’ammiraglia. Quantomeno provava a darsi un contegno, bisognava dargliene atto. Aveva gli occhi piantati su Felien ma almeno non aveva ancora fatto niente di particolarmente idiota.
Felien da parte sua finalmente si era stancata di seguire l’apertura del passaggio. Alzò una mano a salutare la ragazza dall’altra parte.
Senza aspettare un attimo di più Veis saltò il mezzo metro buono di boccaporto che ancora non si era aperto del tutto. Si lanciò verso di lei piombandole addosso in un attimo, andò ad abbracciarla.
E forse la cosa più sconvolgente in tutto quello era che Felien non aveva fatto assolutamente nulla per impedirlo. Il massimo della reazione era stato uno sguardo perplesso nel vedere Veis che le si lanciava addosso, nient’altro, e ora se ne stava con le braccia rilassate lungo i fianchi mentre l’altra la stava stritolando.
C’era poco da dire, il lavoro di Tunyl era stato a dir poco perfetto.
«C’è…» accennò Felien «Qualcosa che non va?»
«Assolutamente» Veis tardò qualche secondo prima di rispondere: «niente»
Searl si decise a staccare lo sguardo dalla scena. Si avviò verso il boccaporto che ormai si era spalancato del tutto. Rallentò quando fu vicino a Veis, sussurrò appena: «È così che non si insospettisce, hai ragione»
«Fan culo, idiota» lei nemmeno fece attenzione a non farsi sentire. Se possibile aumentò la stretta.
Searl proseguì senza fermarsi: «Che dici Hazel? Ci facciamo notte?»
«Tanto senza di lei mica partiamo» Hazel confuse le parole in uno sbadigliò.
«Tu intanto muovi il culetto»
«Un “per piacere” ce lo mettiamo?»
«Non fa per me» Searl si voltò per far muovere la ragazza, attese che gli passasse davanti. Si soffermò su Veis che non si era mossa di un millimetro mentre lui parlava con Hazel.
Scosse la testa e riprese a camminare verso l’interno dell’ammiraglia.

Ore 19:00
Primo Incrociatore della Seconda Flotta


Sephet rimase con lo sguardo avanti a sé, del tutto impegnato a studiare lo schermo olografico della sala controllo, diviso in due mappe distinte. La mappa completa della galassia e uno zoom ristretto alla sola porzione di spazio tutto attorno a loro. In tutte e due, finalmente, riusciva a vedere la posizione delle flotte nemiche. Erano ancora a distanza di ampia sicurezza, ma del tutto sufficiente per riuscire a scoprire dove sarebbero andati.
«Sensori» cominciò, senza accennare a spostare gli occhi.
«Si, signore»
«Quanto tempo perché il nemico lasci il secondo perimetro di rilevazione?»
«Uscito da dieci secondi»
«Ok, adesso sono nostri, non ve li perdete»
«Si signore»
«Navigatore, mantenere le distanze. Evitiamo di essere a meno di settecento parsec da loro» l’ammiraglio passò a rivolgersi al gruppo di quattro operatori posizionati giusto di fronte a lui, poteva vederli al di là delle immagini semitrasparenti create dallo schermo olografico.
La risposta affermativa arrivò all’istante, lui quasi non ci fece caso. La rotta del nemico sembrava fin troppo lineare fino a quel momento. Puntavano dritti verso il centro della galassia, senza la minima deviazione. Più di milleduecento navi che procedevano compatte verso la stessa meta. Una meta che non potevano sul serio pensare di poter raggiungere. Era un obiettivo irraggiungibile, del tutto fuori portata per loro. E questa non era una buona notizia.
Se il nemico puntava sparato verso un obiettivo a cui non poteva arrivare, questo poteva solo voler dire che non puntava a raggiungerlo. Dunque l’unica cosa cui aspirava era farsi sbarrare la strada, scatenare una battaglia. Una battaglia in cui non era escluso sarebbe successo qualcosa di grave.
Fino a quel momento nessuno era riuscito anche solo a farsi una vaga idea di cosa stessero organizzando i loro avversari. Un problema a cui si dedicavano, ormai da settimane, centinaia di persone. Il compito dei servizi strategici era diventato solo uno, in pratica, ma comunque nessuno era ancora riuscito a capirci niente.
Le premesse erano disastrose. Arrivati a quel punto c’era quasi da sperare che Kimlor avesse ragione, che tutto si riducesse a delle bombe di potenza straordinaria, quantomeno ci sarebbero state delle contromisure immediate da adottare.
«Variazione di rotta, signore» uno degli operatori addetto ai sensori si fece sentire.
Ritornando a fare attenzione allo schermo olografico, l’ammiraglio non vide ancora nulla: «Che direzione?»
«Il gruppo si è diviso in dieci parti. Ognuna ha preso una direzione diversa, si stanno allontanando tra loro senza aver mai variato la velocità»
Sephet per un momento non seppe che dire. E quella che cazzo di mossa era? Evitò di andare a cercare una risposta: «Probabilità che la lettura sia corretta?»
L’operatore fece scorrere le dita nell’aria avanti a lui per un momento, probabilmente stava aggiornando l’ultima lettura: «99,8% in aumento, signore»
L’ammiraglio rimase a controllare lo schermo olografico ancora un momento. Nella mappa che raffigurava la zona circostante la loro flotta cominciava a vedersi che il gruppo nemico si divideva. Il puntino che li raffigurava iniziava a oblarsi: «Comunicazioni»
«Sì, signore»
«Apri un canale di comunicazioni con tutte le flotte. Informali delle nuove rotte»
«Subito signore» l’operatore si era già messo al lavoro.
Sephet attivò l’auricolare e attivò la comunicazione. Un attimo dopo Kimlor gli rispose.
«Vieni in sala comando»
«Che è successo?» il viceammiraglio pose subito la domanda.
«Se non la vedi non ci credi» Sephet chiuse la chiamata.

Un minuto dopo
Ammiraglia della Prima Flotta


«Roba da non credere» Walent finì di leggere il foglio elettronico che aveva tra le mani «Comunicazioni»
«Si signore»
«Passa sullo schermo le informazioni sulle rotte, mantieni aperta la comunicazione con la seconda flotta. Voglio un aggiornamento in tempo reale, finché riescono a star dietro a tutto»
«I dieci gruppi praticamente spaziano un angolo di centottanta gradi, non penso sarà per molto» in fianco a lui, Searl ci tenne a puntualizzare che la situazione non si stava evolvendo proprio nel più roseo dei modi.
«Torna a far da balia alla tua nuova amica» l’ammiraglio tornò ancora una volta a leggere l’informativa. Se non fosse stato autenticato in arrivo dalla seconda flotta avrebbe pensato a uno scherzo.
«Veis le sta distante il necessario per lasciarle l’ossigeno per respirare, ho la vaga impressione di essere di troppo»
«Ecco, qui vale lo stesso»
«Almeno una cosa la sai» Searl continuò imperterrito «Non puntano a farci il culo a strisce oggi»
«Abbiamo solo un’altra mossa senza senso, in compenso. Non poteva andar meglio, hai ragione»
«Meno senza senso delle altre, almeno. Una battaglia tra due schieramenti con mille navi ognuno è meno controllabile di una battaglia con cento navi per parte. Si sono divisi perché non vogliono correre il rischio che la situazione gli sfugga di mano»
«E a questo ci arrivava anche mia nonna»
«L’ho sempre detto che tua nonna era un comandante migliore di te»
«La domanda è:» Walent evitò anche solo di raccogliere l’allusione «Che cosa ci devono fare con milleduecento navi se non è farci del male?»
«Non voglio toglierti tutto il divertimento»
«E il bello è che io ti do anche retta» l’ammiraglio si passò una mano sulla faccia. Passò a guardare lo schermo olografico in cui apparivano le dieci rotte prese dalle navi avversarie, tracciate in dieci colori diverse. Una serie di linee tratteggiate stabilivano la previsione di dove sarebbeo passate.
«Abbiamo una flotta nemica che si dirige verso di noi, pare» Walent riprese.
«Andiamo a dirgli ciao» Searl gli fece eco.
«Navigatore» l’ammiraglio passò ai suoi operatori.
«Si signore»
«Rotta verso la flotta che ci viene incontro»
«Subito signore» l’operatore diede conferma.
«Ai servizi strategici saranno entusiasti di questa nuova chicca» Walent parlò più che altro con se stesso. Per quanto lo riguardava, ormai non sapeva più che pensare. E aveva la netta impressione che anche quella manica di geni non avesse le idee molto più chiare di lui.

Capitolo 10 - 1 by Caladan Brood
Author's Notes:
e dopo secoli e millenni ecco in arrivo quantomeno la prima parte del capitolo della battagliuccia.
e qui una cosa importante. qui, dopo tutta una serie di indizi pressochè impossibili da collegare e tutto sommato inutili per farci deduzioni, arrivano i primi indizi seri. fatemi sapere cosa ne capite, che se vedo che è troppo mi regolo di conseguenza :D.
per il resto buona lettura ^___^

Capitolo 10

L’attacco portato dal nemico in contemporanea a tutte le nostre dieci flotte ora mi appare per quel che era, una gigantesca manovra diversiva. Ai nostri avversari serviva una e una sola informazione, l’hanno sommersa in un mare di avvenimenti rendendo pressoché impossibile determinare quale fosse l’evento davvero significativo.

Ore 23:00
Terza Astronave Madre della Flotta


«Non sono d’accordo» l’uomo andò ad appoggiare la mano al bracciolo del sedile con un gesto che gli sembrò appena più accentuato del necessario. Quello che udì con chiarezza era un secco rumore di metallo che cedeva. Poco da fare, quando era impegnato in altro non c’era modo di controllare la forza che metteva nei movimenti.
Distolse lo sguardo dall’indistinta penombra che lo attorniava per andare ad assicurarsi quantomeno che potesse rimanere accomodato lì senza il rischio che lo schienale cedesse da un momento all’altro. Nonostante l’oscurità riuscì comunque a distinguere la forma nauseante di quell’inutile appendice che per qualche oscuro motivo si chiamava braccio. Se c’era una cosa che proprio non riusciva a sopportare era il bianco del rivestimento esterno, al diavolo il vero termine che lo definiva.
«Concesso» la voce venne dall’altoparlante di fronte a lui, forte e chiara.
«Aspettiamoli al varco» propose lui.
«No»
«Così, almeno per una volta, potremmo evitare di perdere un numero a due cifre di maghi»
«Preferisci rischiare di perdere qualche nave?»
«È un fattore secondario, parole tue»
«Anche la perdita di una decina di maghi è un fattore secondario»
«Essere sulle nostre navi ci darebbe la quasi totale certezza di ottenere l’obiettivo»
«Vero»
«Allora non vedo perché…» cercò di continuare lui.
La voce all’altro capo dell’altoparlante non gli lasciò il tempo: «Ma il fattore più importante non è il successo, è il depistaggio. Anche se lasciassimo tutto così com’è le possibilità che intuiscano qualcosa sono molto scarse. Questo attacco ha come unico scopo azzerare anche quel rischio. Facendo come dici tu l’unico risultato sarebbe quello di aumentarlo»
«Su questo non sono d’acc…»
«Quante speranze ha, un mago ferito, di riuscire a ritirarsi?»
«Dipende dall’entità delle ferite, ovviamente»
«Nessuno dei tuoi sottoposti è anche solo lontanamente capace di un controllo simile, soprattutto contro avversari che ne hanno fin troppo»
«Ma…»
«Non devono…» la voce si interruppe un solo istante prima di proseguire «sospettare nulla. La sorpresa è fondamentale, se capiranno sarà tutto inutile»
Evitando di ripetere il movimento che già poco prima aveva messo a dura prova il sedile, l’uomo non si mosse. Abbozzò una smorfia di disappunto, o almeno, una smorfia di disappunto era quanto aveva pensato di fare. Che cosa ne fosse uscito in realtà era tutto un altro discorso, e nel complesso non ci teneva per nulla a conoscere il risultato.
«Senza contare» la voce aggiunse «che per noi non sarebbe la situazione ottimale. Gli interrogativi sulla tecnologia nemica restano abbastanza da continuare a essere un rischio per la riuscita del piano. E poi, i maghi di forza considerevole sono in aumento, bisogna determinare il peso di ognuno. Entrambe valutazioni da fare a bordo delle navi nemiche, non c’è alternativa»
«Che cosa stiamo facendo, tra questo attacco e quello scorso, se non risolvere gli interrogativi tecnologici?»
«I dettagli sono importanti, Hinor, molto più importanti di quanto possa sembrare»
«E “valutare il peso dei maghi avversari” è quasi un’espressione senza senso visto il metodo di valutazione. I nostri maghi non sono all’altezza»
«L’imperativo rispetto a cui tutti gli altri passano in secondo piano è solo uno: Il nemico non deve capire per certo che la situazione gli stia sfuggendo di mano»
«Che cosa credi stiano pensando adesso?» Hinor ripartì all’attacco «Di avere la situazione sotto controllo?»
«Con l’unica differenza che così non hanno nessuna certezza» la voce rispose all’istante.
Muovendosi appena sul sedile, l’uomo evitò di replicare, a quanto pareva non c’era modo di fargli cambiare idea.
«Mia la strategia, mia la responsabilità, mi hai esposto il tuo punto di vista» l’altro riprese «Impartisci gli ordini necessari ai maghi, che abbiano ben chiaro cosa fare. Resta nelle vicinanze del tunnel a coordinare l’assalto»
Sulle prime lui cercò qualcosa da controbattere, ma nel complesso non ne valeva più la pena: «Agli ordini»
«Hinor» la voce lo chiamò ancora.
«Si»
«Se un qualunque mago avversario viene verso di te, anche fosse l’1,49 che smani di incontrare, tu scappi. Ci siamo capiti?»
Un rumore di metallo in frantumi lo fece trasalire. Guardando verso il basso il tempo di un attimo Hinor si trovò il bracciolo in pezzi stretto nella mano destra. Doveva fare qualcosa per quel problema.
«Agli ordini, comandante» si limitò a confermare.

Dieci minuti dopo
Ammiraglia della Prima Flotta


«Drone 6 abbattuto, signore» uno dei due operatori addetti alle comunicazioni li informò dell’inevitabile notizia.
«E con questo ce li siamo giocati tutti e quindici» Searl si premurò di parlare a voce abbastanza bassa da essere sentito solo da lui. Una persona che gli confermasse l’ovvio era proprio quello che gli serviva, in quel momento.
«Rapporto» Walent si limitò a una sola parola. Doveva sperare i droni avessero fatto il loro lavoro. Partire con un’incognita non era proprio il modo migliore di cominciare.
«Le navi nemiche si sono disposte a reticolo» lo stesso operatore di prima cominciò a esporre «l’ammiraglia al centro, gli incrociatori tutto attorno, corazzate fregate e corvette completano la disposizione, i bombardieri occupano le posizioni più esterne. Le portaerei e le teleporta sono un migliaio di chilometri più indietro. Tutte le navi hanno cominciato a formare gli scudi, i generatori gravitazionali delle teleporta sono attivi, dall’analisi termica tutte le navi meno le portaerei si preparano alla battaglia»
«Hanno deciso quale sarà la distanza di scontro» l’ammiraglio constatò il fatto e, per una volta, si ritrovò a valutare che fosse anche coerente con gli altri. A una simile distanza le portaerei erano quasi inutili, motivo per cui in quelle non si rilevavano i preparativi per la battaglia. La domanda però a quel punto diventava: Se sapevano che non gli sarebbero servite perché se le erano portate dietro?
«Ordine a tutte le navi» continuò «Accensione soppressori di campo, attivazione sistemi d’arma, polarizzazione al 100%, caricamento scudi esterni, tutti gli uomini ai posti di combattimento. Far retrocedere le portaerei di altri 2000 km, sulla linea delle interdittrici, le teleporta mantengano la posizione. Mantenere la disposizione speculare a quella nemica, assicurarsi che tra una nave e l’altra ci siano almeno 2000 km»
«Le bombe all’antimateria ti fanno paura, vedo» Searl, ancora una volta, fece in modo di farsi sentire solo da lui, mentre tutti e due gli operatori addetti alla comunicazione iniziavano a diramare gli ordini.
«Non le useranno» Walent nemmeno si pose il dubbio «Lo schieramento che stiamo adottando la renderebbe quasi inutile»
«Ma comunque non val la pena rischiare»
«Quello poco ma sicuro» l’ammiraglio rispose ancora all’istante «Fa preparare i tuoi saltimbanco e porta qui la ragazza»
«Sperando di riuscire a scrostarle Veis di dosso» Searl rispose quando già era diretto all’uscita, la sua voce si faceva più lontana.
«Dì alla mogliettina di fare poche storie» Walent lo lasciò andare senza nemmeno fermarsi a dargli un’occhiata, si concentrò sullo schermo olografico della sala «Non ho tempo per lei adesso»

Stesso istante
Terza Astronave Madre della Flotta

Con un passo Xanto entrò nella sala osservazione allontanandosi dall’entrata che si richiudeva alle sue spalle. Quel rumore del tutto familiare, simile a un brusio, gli diede conferma che il campo di repulsione si era già formato bloccando il passaggio.
Degnò a malapena di uno sguardo le enormi paratie metalliche che solo in quel momento stavano finendo di schiudersi. Si concentrò sulla vetrata che lo attorniava in un ampio semicerchio alto almeno quattro metri. Oltre quella c’era lo spazio profondo, almeno per una buona parte. Tutta la metà inferiore della sua visuale era scura quasi quanto la superiore, ma del tutto priva di stelle. A guardarla bene, sforzando un minimo gli occhi, si sarebbero potute intravedere le enormi lastre metalliche che andavano a costituire lo scafo dell’astronave madre.
La battaglia non era ancora imminente quantomeno, di quello poteva essere sicuro. Non c’era nessun accenno della luminescenza giallastra tipica dello scudo superficiale della nave. Con ogni probabilità mancava ancora una mezz’ora, poi sarebbe stato il momento di agire.
Spostò lo sguardo dallo scafo della sua nave allo spazio di fronte e lui. Non vedeva niente, eppure sapeva che ci fossero. A nemmeno 20000 km, erano lì, giusto nella direzione in cui stava guardando. La seconda flotta nemica al gran completo, ad eccezione dell’ammiraglia, ovvio.
Aveva dell’incredibile come, a distanza di pochi giorni, proprio loro tornassero ad affrontare la seconda flotta. Le probabilità che un evento del genere fosse capitato per caso erano molto basse, talmente basse che c’era da pensare non fosse una circostanza fortuita. Anzi, di sicuro non lo era.
Stava succedendo qualcosa, qualcosa di grosso. Lo stato maggiore aveva un piano preciso, e qualunque cosa fosse due fatti erano sicuri. Uno: nessun mago da combattimento doveva essere a conoscenza anche solo di una parte di quel piano. Due: Qualunque fosse questo piano, quanto stavano per fare era diretta conseguenza e continuazione di quanto cominciato una settimana prima, con quella mostruosità di bomba. Nemmeno era un fatto da mettere in discussione. Gli ordini che aveva erano diversi, giravano attorno a un altro obiettivo questa volta, ma comunque una connessione c’era, non vi erano dubbi per quanto lo riguardava. Doveva trattarsi di una specie di test, o forse un’altra mossa preparatoria. C’era solo da stabilire se l’obiettivo in questione, come del resto quello della precedente occasione, fosse un fine o un mezzo. Per quanto lo riguardava di sicuro era un mezzo. Studiandone le reazioni, lo stato maggiore sarebbe arrivato a una conclusione, avrebbe deciso come proseguire.
Arrivati a quel punto c’era solo da sperare di star assistendo a una serie di preparativi che li avrebbero portati alla prima, vera vittoria su un nemico che fino ad allora si stava dimostrando indistruttibile. Fin troppo all’avanguardia sul piano tecnologico, del tutto fuori portata sul piano magico. 
I precedenti avversari non erano allo stesso livello, nonostante fossero della stessa specie. Soprattutto non erano paragonabili agli attuali sul piano magico. Mostruosità come il mago che una settimana prima lo aveva quasi ucciso, o come l’essere a difesa dell’ammiraglia della prima flotta, il precedente nemico non li aveva, né aveva niente che anche solo vi si avvicinasse.
Stando così le cose, simili maghi erano ostacoli troppo grandi, del tutto proibitivi, e le voci che ne stessero arrivando degli altri, altrettanto forti, altrettanto abili, erano tanto inquietanti quanto attendibili.
Serviva un colpo deciso per invertire la tendenza, per mettere in difficoltà un nemico che fino ad allora non lo era mai stato.
Gli altoparlanti della sala osservazione emisero un breve segnale acustico, seguito da un altro del tutto identico un attimo dopo, poi rimasero muti.
Era ora.
Senza che dovesse dare alcun ordine vide le paratie metalliche che cominciavano a richiudersi andando a coprire la vetrata. Lo scafo della nave si fece di attimo in attimo sempre più visibile, entro una decina di secondi cominciò a emanare un’opaca luminescenza giallastra.
Si voltò verso l’uscita dalla sala. I preparativi per la battaglia erano cominciati.

Cinque minuti dopo
Ammiraglia della prima flotta

«Sul serio…» un passo avanti a lui, Felien si interruppe un attimo prima di proseguire, continuando ad avanzare lungo il corridoio «Sta per cominciare una battaglia?»
Ancora prima di pensare a rispondere Searl alzò una mano andando a tappare la bocca a Veis che camminava in fianco a lui. 
Felien non era molto tranquilla e si vedeva. Nascondeva la cosa da campionessa, tutto considerato, ma lo scontro imminente non la metteva propriamente a suo agio. L’eventualità era del tutto preventivata, e se c’era una cosa di cui non c’era bisogno in quel momento era la mammina apprensiva che compativa la piccola. Rifilò a malapena un’occhiata alla compagna che lo fissava con sguardo omicida, poi iniziò a esporre la risposta che si era già preparato appena uscito dalla sala comando. E il bello era che, per una volta, nemmeno ci sarebbe stato bisogno di qualche bugia ben piazzata.
«La sala comando è il posto più sicuro in assoluto»
«I maghi nemici passano attraverso i muri» Felien continuò a camminare «Mi hanno detto»
«Ma sul serio?» Searl staccò la mano della bocca di Veis, nel riservarle un’occhiata si passò l’indice della mano destra da una parte all’altra della gola. In risposta l’altra gli mostrò il medio della sinistra.
«È la verità, immagino» continuò Felien»
«È vero, sì» Searl perse un attimo a riordinare le idee. A quel punto tanto valeva dirle come stavano le cose, almeno all’incirca «Ma questo non toglie il fatto. I nostri maghi sono di parecchio migliori dei loro e la sala comando è posizionata pressoché al centro della nave, niente gli si può avvicinare senza che lo si sappia con largo anticipo. E anche nel remoto caso nessuno di noi arrivasse in tempo ci sono gli inversori di campo»
«Che sarebbero una cosa buona?» la ragazza ormai era arrivata all’entrata della sala comando. Lungo il corridoio non c’era già più nessuno.
«Lì non entrerà nessuno» Searl non si pose nemmeno il dubbio.
Felien non rispose, davanti a lei l’immensa parete d’acciaio cominciava a ritirarsi lasciando libero il passaggio.
«Potrai anche non ricordartela» lui continuò «Ma questa non è la prima volta che assisti a una battaglia. Non è niente di nuovo, e nel caso specifico nemmeno di pericoloso»
Ancora in silenzio Felien si fermò a un paio di passi dal muro d’acciaio che si stava ritirando, all’apparenza inglobato dalle pareti.
Arrivato ad affiancarla, Searl la trovò a fissare con occhio critico lo spessore a dir poco mastodontico della parete in fase di apertura.
Il muro ultimò di ritirarsi lasciando una porzione di corridoio non diversa dalle precedenti. Una trentina di passi più avanti già si vedeva l’accesso alla meta.
Felien riprese a camminare a passo un po’ più spedito. Venti metri di acciaio polarizzato un minimo di sicurezza, anche solo involontaria, la davano.
Restando un passo dietro a lei, Searl la seguì mentre sbucava davanti alla breve scalinata che portava allo schermo olografico centrale. 
Fatto degno di nota, Walent, anche se impegnato a mitragliare ordini da tutte le parti, trovò i due secondi di tempo per voltarsi a guardare la nuova arrivata. La fissò giusto il tempo di un attimo: «Signorina Ern, se vuole può stare vicino allo schermo centrale»
L’ammiraglio indicò con un cenno della mano accanto a lui, poi ritornò subito a tormentare gli operatori addetti agli armamenti.
«A dopo» Searl indietreggiò di un passo, bloccando con una mano Veis che già si era messa ad avanzare verso di lei. Costrinse la compagna a indietreggiare insieme a lui. Bisbigliò: «Saluta, da brava»
«A dopo» Veis si limitò a ripetere quello che lui aveva detto un attimo prima.
Felien annuì ancora, senza replicare, impegnata a guardarsi intorno.
Con un altro passo Searl si voltò verso il corridoio, premurandosi di tenere la compagna per mano. Nel momento stesso in cui oltrepassarono la linea che delimitava la parete di chiusura, cominciò subito a farsi sentire il lieve brusio che confermava come l’entrata alla sala comando si stesse sigillando di nuovo.
«Dirle dei maghi che passano attraverso le pareti era necessario, chiaramente» Searl si guardò alle spalle il tempo di un attimo, giusto per controllare che Felien fosse al suo posto.
«Certe cose meglio saperle»
«Io quella lingua devo tagliartela»
«Deve essere preparata all’eventualità»
«In tre allenamenti con lei» Searl allungò il passo «una cosa ho imparato. Se la costringi ad agire di riflesso e non stai attento rischi di restarci secco. Con questi presupposti, quanto è stato un bene informarla?»
«Dirmelo mai, eh?»
«Ah sì, adesso la colpa è mia»
«Io resto su questa nave» Veis si affiancò a lui
«Tu vai sul Ners, come sempre, qui resto io» Searl rispose all’istante.
«Non era una richiesta»
«Ah, mi dispiace che avrai una delusione» lui si fermò di fronte alle porte dell’ascensore «Tu vai sul Ners, non ti voglio qui»
Pigiò sul tasto di chiamata. Praticamente nello stesso istante una porzione della parete metallica di fronte a loro si ritirò lasciandoli entrare.

Dieci minuti dopo
Primo Incrociatore della Seconda Flotta


«Tunnel in apertura tra 61 secondi, signore» la voce del tecnico arrivò alle sue orecchie in parte coperta da quanto gli stava dicendo Kimlor, attraverso l’auricolare, riuscì a capire cosa dicessero entrambi.
Disinteressandosi per un momento del suo vice, Sephet si rivolse verso lo schermo centrale a controllare dove si sarebbe aperto il tunnel. Studiò le distanze delle navi più prossime alla zona interessata. La più vicina era a 3278 km, del tutto accettabile.
«A tutti gli incrociatori, pronti al fuoco» pronunciò l’ordine senza riferirsi a nessuno in particolare. Nel tornare all’auricolare udì che i tecnici delle comunicazioni stavano provvedendo a diramarlo alle navi.
«3300 km direi che bastano» si rivolse al suo viceammiraglio.
«O se no sarà una gran brutta faccenda» Kimlor smise si parlare con qualcuno della sua sala comando per poter rispondere.
«Ne usciranno solo maghi»
«Sinceramente è quello spero»
«Trenta secondi» sempre lo stesso addetto alle comunicazioni diede un aggiornamento
Tornando allo schermo centrale, Sephet vide apparire il conto alla rovescia, abbastanza in grande da essere visto anche da un cieco, probabilmente.
«Qualche problema, Dan?» si informò.
«Tutto regolare» Dantalian rispose pressoché all’istante «Maghi in posizione»
«State pronti per un eventuale contrattacco»
«Se stavolta decidono di non scappare dopo due minuti, ci si può provare»
«Apertura tubi lanciamissili in corso da parte delle navi nemiche, signore» la voce di uno dei tecnici dei sensori attirò subito la sua attenzione.
Sephet controllò il tempo. Sedici secondi: «Che missili?»
I quattro addetti ai sensori si mossero pressoché all’unisono a cercare una risposta. Rispose sempre lo stesso: «67 tubi per missili antinave completamente aperti e pronti al lancio, signore»
«Calcolo traiettorie. Difesa, portare gli scudi di poppa a 105%, pronti coi laser» ordinò Sephet «A tutte le navi, apertura rapida dei tubi lanciamissili antinave. Incrociatori, fuoco sul tunnel in apertura»
«Scudi di poppa al 96% in aumento, signore» uno degli addetti al sistema di difesa rispose all’istante.
«Laser pronti al fuoco» l’armeria confermò di aver eseguito l’ordine un secondo dopo la difesa.
Dall’auricolare Sephet distinse con chiarezza Kimlor che dava, su per giù, i suoi stessi ordini.
«Dieci secondi all’apertura del tunnel, signore» nonostante non ce ne fosse il minimo bisogno, l’addetto ai sensori gli ricordò il conto alla rovescia.
L’ammiraglio perse giusto il tempo di un attimo a controllare come gli incrociatori avessero già iniziato il fuoco sulla posizione di imminente apertura del tunnel, sicuramente ordine di Kimlor. Non diede la minima importanza agli altoparlanti della sala comando che cominciavano a scandire il conto alla rovescia. Si voltò verso i quattro dei sensori per sollecitare il calcolo delle direzioni dei missili, ma nemmeno fece in tempo a parlare.
«Traiettorie calcolate» sentì.
«Trasmettere a tutte le navi che non le abbiano ancora calcolate» Sephet tornò allo schermo centrale a controllare le direzioni in tutta rapidità. Quattro missili erano diretti verso la nave in cui era lui. Praticamente una vacanza rispetto a quello che capitava di solito all’ammiraglia.
«Quattro tubi lanciamissili sono rivolti verso questa nave, signore» il tecnico delle comunicazioni lo informò di quanto già sapeva.
«Due laser per ogni missile, pronti a intercettare la traiettoria, fuoco al momento del lancio» Sephet diede l’ordine all’istante.
«Traiettorie trasmesse, 5 navi»
L’ammiraglio si limitò ad annuire. Tornò a far attenzione al conto alla rovescia. Quattro secondi, tre. Sarebbe stato disposto a scommettere che il tunnel si sarebbe aperto nel momento stesso in cui fossero partiti i missili.
Andò a concentrarsi sullo schermo centrale puntando l’occhio sullo schieramento assunto dalla flotta nemica. Il conto alla rovescia scandì l’uno.
«Missili lanciati, signore» uno degli addetti ai sensori lo informò dell’accaduto. Lo schermo centrale gli diede conferma dell’avvenuto lancio cominciando a evidenziare le traiettorie.
«Fuoco coi laser» ordinò Sephet, nel caso ce ne fosse bisogno. Trovò gli ufficiali dell’armeria che già si stavano dando da fare. In quel momento sentì gli altoparlanti che sancivano l’apertura del tunnel.
Colmò i pochi passi che lo separavano dallo schermo centrale andando ad appoggiare la mano destra al corrimano che lo attorniava per intero. 
«Spettro d’interazione» si limitò a dire. In quel momento l’immagine cambiò per lasciare spazio a una visuale tridimensionale della zona del tunnel appena aperto. Dal passaggio s’era allontanato un numero imprecisato di maghi.
«I missili?» continuò a guardare come s’era evoluto lo sparpagliamento dei maghi nemici ancora per un momento. Si soffermò a leggerne il numero stimato dal computer. Centotrentadue.
«Arrivo previsto tra dodici secondi, signore» risposero dai sensori «Sicuramente due non arriveranno a bersaglio»
«I maghi?» Sephet spostò lo sguardo a controllare gli enormi schermi che riempivano le pareti perimetrali della sala comando, già col filtro per le alte energie applicato. In quel momento vide il primo missile che esplodeva nel bel mezzo del nulla, nello spazio profondo. Subito dopo un secondo e un terzo. A destinazione ne sarebbero arrivati ben pochi.
«Si sono divisi per dirigersi verso le navi, signore. Tre sono diretti qui» i sensori fornirono risposta immediata.
«Dan?» l’ammiraglio si portò una mano all’auricolare.
«Un mago nemico è rimasto nelle vicinanze del tunnel, invece, signore» lo stesso tecnico dei sensori che aveva appena finito di parlare completò la frase.
«Che c’è?» la voce di Dantalian arrivò al suo orecchio destro.
Sephet non rispose subito. Una situazione simile era capitata a Walent, a che si ricordasse.
«Due missili abbattuti, gli altri due impatteranno tra sei secondi» i sensori diedero aggiornamento.
L’ammiraglio si costrinse a distogliere i pensieri dal mago fermo vicino al tunnel: «Concentrare il fuoco dei laser sul più debole dei due»
«Subito» l’armeria rispose all’istante, l’esecuzione dell’ordine probabilmente fu anche più rapida. Tanto rapida che c’era da pensare avessero già inizializzata il reindirizzamento prima di ricevere istruzioni. Bravi ragazzi.
«Terzo missile esploso, un secondo all’impatto» sempre il solito addetto ai sensori sottolineò l’ovvio. Sulle schermate la detonazione apparve come un flash che illuminò a giorno l’intera sala. E ormai mancava un secondo all’arrivo dell’ultimo.
Tutto ciò che riuscì ad avvertire fu un leggero tremore, niente di più.
«Scudi integri e ancora al 98% di potenza, nessun danno, compensatori nella norma» i sistemi di difesa fecero il sommario punto della situazione.
«Avrei da fare, Gen» Dan tornò a parlare, più insistente.
«Ti hanno detto che ce n’è uno che è rimasto vicino al tunnel?» Sephet ritornò su di lui.
«Vuoi uno scalpo da attaccare sopra il letto?»
Lui ci pensò solo un momento. Che cosa diavolo significavano quei maghi fermi in mezzo al nulla? Non c’era verso di poterlo capire: «No, lasciamolo dov’è. Occupati dei tre che arrivano»
«Come già tritati» con un tono di voce quasi contento Dantalian chiuse la comunicazione. Stramaledetto trattamento processo di riabilitazione.
«Rapporto danni dalle altri navi» ordinò Sephet.

Pochi istanti dopo
Ammiraglia della Prima Flotta


«Ma che bene» con un colpo della mano, Walent fece sparire il messaggio inviatogli dalla seconda flotta. La piccola porzione di schermo centrale di fronte a lui ritornò a mostrare una minima parte della mappa in scala dello spazio tutto intorno all’ammiraglia «Anche Sephet ha un imbecille inchiodato all’imbocco del tunnel»
«Comunicazione dalla sesta e settima flotta, signore» uno degli addetti alle comunicazioni si fece sentire.
«Anche dalle terza, nona e decima, signore» il secondo di due addetti fece eco al compagno.
«Ok, tutti hanno un mago all’imboccatura del tunnel» quella volta l’ammiraglio parlò a voce abbastanza alta da farsi sentire da tutti.
«Così parrebbe, signore» pressoché all’unisono, i tre confermarono.
«A tutte le navi» Walent, almeno per il momento, decise di passare ad altro «Armare tutti i tubi disponibili con missili antinave, fuoco concentrato sull’ammiraglia nemica e sulle navi immediatamente vicine con due terzi dei missili. La restante parte lanciata con un ritardo di 4 secondi, con bersaglio l’ammiraglia. Bombardieri pronti al fuoco coi cannoni al plasma di prima classe»
Rimase ad ascoltare gli ordini che venivano diramati e nel contempo seguì sullo schermo olografico cosa stesse succedendo. A quanto pareva il nemico, dopo il primo attacco missilistico aveva deciso di temporeggiare, lasciava fare ai maghi. Ma del resto c’era anche poco da sorprendersi. Da quella distanza era uno spreco di risorse tentare un qualunque attacco che non fosse magico. Anche l’attacco che aveva appena ordinato aveva possibilità pressoché nulle anche solo di danneggiare in parte l’ammiraglia nemica, nonostante il dispendio di risorse.
Alla fine era solo per tenere un minimo occupata l’ammiraglia e gli incrociatori avversari.
«Idee su cosa significhi, genio?» Walent aprì le comunicazioni con Searl.
«Se vuoi vado fino al tunnel e glielo chiedo» il mago rispose pressoché all’istante «Dai solo ai lumaconi il tempo di arrivare qui, dacci un minuto per affettarli, e poi posso andare in libera uscita»
Walent ci pensò attentamente. L’idea non era affatto male: «Riesci a riportarmelo vivo?»
«Se annulli i soppressori in quella zona puoi anche scegliere con quanti circuiti ancora sani»
«Fallo»
«Navi pronte al lancio, signore» l’armeria diede la conferma «Bombardieri pronti al fuoco»
«Fuoco» Walent scostò lo sguardo per andare a concentrarsi sugli schermi alle pareti della sala comando. Attraverso il filtro per alte energie, notò subito i missili che partivano lasciando dietro di loro qualcosa di molto simile a una scia. Li seguì ancora un momento, poi fece per tornare allo schermo centrale. Incrociò la vista della ragazza a poca distanza da lui. Sembrava stesse guardando nel nulla. 
Se ne disinteressò per un attimo per andare a concentrarsi sullo schermo centrale. A quanto pareva niente di nuovo, e i missili ci avrebbero messo l’eternità di venti secondi ad arrivare. Tornò sulla ragazza.
Non era proprio che stesse guardando il vuoto, più che altro era come se stesse seguendo qualcosa che lui non riusciva a vedere. Teneva sotto controllo i maghi che si avvicinavano all’ammiraglia, magari. C’avrebbe messo un paio di firme sulla possibilità che la ragazza stesse riacquisendo così in fretta le sue capacità.
«Segue i quattro che stanno venendo su questa nave?» provò a rivolgerle la domanda, ma non si aspettava molte risposte.
Lei si limitò ad annuire, senza scomporsi, senza dare il minimo accenno di ansia, tantomeno di paura. Niente male come reazione alla prima battaglia.
Forse non avevano fatto un brutto acquisto, tutto considerato.
«I maghi hanno appena attraversato gli scudi esterni, signore» l’addetto ai sensori si fece sentire di nuovo «Stanno entrando nella nave in questo momento»
Distogliendo lo sguardo da lei, Walent andò a concentrarsi sulla zona dello schermo olografico centrale in cui era appena apparsa una pianta in scala dell’ammiraglia e a cui era sovrapposto lo spettro d’interazione. I quattro maghi nemici erano appena penetrati all’interno e giusto in quel momento si stavano dividendo, prendendo direzioni diverse. Searl e i suoi li stavano già andando a prendere, non ci sarebbe stato il minimo problema, l’unica incognita era quanti di quei quattro sarebbero riusciti a salvarsi la pelle.
Aggrottò per un momento le sopracciglia nel vedere che lo spettro rilevava un’altra presenza magica, oltre a quelle che sapeva dovessero esserci, esattamente al centro della nave, di fatto dove erano loro.
Si voltò di nuovo verso la ragazza. Non poteva essere che lei, chiaramente, e adesso che ci faceva caso gli pareva che l’illuminazione a giorno della sala fosse più blanda tutto intorno a lei. A quel punto era solo da capire se stesse liberando il suo potere volontariamente o senza saperlo, ma forse non aveva importanza quale delle due fosse la verità, ciò che più contava era come quell’aura si manteneva stabile, controllata.
Odiava ammetterlo ma se quelle erano le premesse, forse Searl aveva ragione. Valeva la pena far tutto quel casino per recuperare la ragazza.
«Sei missili del primo gruppo e quattro del secondo esplosi, 6000 km dal bersaglio per il primo gruppo, signore» i sensori diedero la notizia che sapeva dovesse arrivare.
«Cannoni al plasma pronti al fuoco sull’ammiraglia» Walent tirò dritto per la sua strada. Possibilità quasi nulle di andare avere successo ma tanto valeva provarci con un minimo d’impegno.
«Si signore» ricevette conferma.
«Altri dieci per il primo e otto per il secondo, 3000 km ai bersagli» uno degli addetti a sensori riprese «Altre diciassette e dieci esplosioni, 2000 km. Ventuno e nove a 1000 km»
L’ammiraglio storse un angolo della bocca. Nessun missile rimasto nel gruppo ritardato, ma del resto c’era da scommetterci. Attese ancora un secondo, facendo il possibile affinché fosse un secondo esatto. Parlò anticipando di un attimo il tenente che gli dava conferma di avvenuto impatto dei restanti missili: «Fuoco»
Stando sullo schermo centrale controllò le traiettorie degli otto fasci di particelle. Tutte subirono una deviazione, ma meno di quel che avrebbero dovuto, lo si vedeva anche solo a vista. Con un po’ di fortuna qualcosa era successo.
«Tutti i fasci di plasma deviati, signore» i sensori partirono col rapporto «Uno deviato solo in parte ha sfondato lo scudo esterno in una zona di 300000 metri quadri, scudo superficiale intaccato approssimativamente del 10%.»
Un risultato al di là delle previsioni. Peccato solo non avere la seconda ondata di missili in arrivo. Con quelle condizioni ci sarebbe stata la possibilità di fare danni anche consistenti.
Continuò a fissare lo schermo centrale: «Rapporto sui maghi»

Poco prima

Rimase dove si trovava, come da ordini, come doveva fare. Il suo compito era solo quello per il momento, raccogliere le informazioni ottenute dagli altri maghi, se necessario dare ulteriore coerenza a un attacco che comunque era già pianificato, all’occorrenza fare da tramite con il comando strategico.
Il piano non doveva subire nessuna deviazione di nessun tipo, era imperativo, di vitale importanza. Le azioni da portare a termine dovevano essere solo quelle concordate, ed eventualmente quelle ulteriori decise sul momento dal comando, non una proposta da lui. Ma era anche vero che l’occasione era grande.
«Comandante» alla fine di decise ad accendere il trasmettitore quantico.
«Ti ascolto, Sani» dalla voce del suo superiore traspariva quantomeno una minima nota d’agitazione, del tutto comprensibile del resto. Quella chiamata non era prevista.
«I maghi rilevano una nuova presenza magica» Sani andò subito al punto «E io pure»
«Nuova in che senso?»
«Mai sentita, è un mago mai incontrato prima»
«E sono due i maghi nemici di cui sappiamo l’esistenza e di cui non abbiamo mai registrato la traccia» il comandante capì la situazione all’istante.
«E uno dei due sappiamo di preciso dove si trovi»
«Al centro di riabilitazione, confermo»
«Non ci sono possibilità d’errore, è l’1,49»
«Sì, è lei»
Sani attese che il suo superiore continuasse, ma dopo qualche attimo decise di anticiparlo:
«Comandante, è una grande possibilità»
«Potrebbero intuire la presenza di un traditore da una mossa simile»
«Molto improbabile, e comunque per loro sarebbe solo un dubbio»
«Non so quanto sia un bene fargli venire un dubbio del genere»
«Penso ci siano buone possibilità che confonda ancora di più le acque, invece, signore. Quello che loro sanno al momento non è altro che una serie di dati sconnessi»
Il comandante rimase in silenzio un momento: «Dov’è la nuova traccia?»
«Probabilmente» Sani abbozzò una smorfia «Nella sala comando dell’ammiraglia»
«Luogo difficilmente raggiungibile»
«Soprattutto con il prima categoria a far la guardia, ma…»
«Senza contare che lei stessa è un prima categoria, di forza considerevole e con il loro livello di controllo, per giunta»
«Stando alle informazioni che abbiamo, non ci sarà un’altra occasione di trovarla più vulnerabile di così»
«Le prove che ha svolto dimostrano una considerevole capacità di autodifesa comunque»
«Non ci sarà un’altra occasione migliore di questa per risolvere il problema, signore» Sani proseguì per la sua strada «E anche nel peggiore dei casi otterremo informazioni sul suo livello di combattimento»
Il comandante fece ancora una pausa, poi si decise: «Va bene, fatelo»

Stesso istante
Ammiraglia della Prima Flotta

Con un ultimo scatto Searl andò a piazzarsi di fronte al suo avversario sbarrandogli la strada. Il tipo nemmeno era riuscito ad arrivare vicino alla sala macchine. Sì, certo, i macchinari che in parte riempivano la stanza in cui si erano fermati davano la netta impressione di far parte del reattore principale. Ma se avesse dovuto tirare a indovinare avrebbe detto che erano parte del generatore di fascio, che di fatto si estendeva a momenti fino alla scafo della nave.
In ogni caso tanto valeva stare attenti a non far troppi danni. Solo la parte destra della camera era occupata, da quello che altro non si poteva definire se non un groviglio di tubi, che a ben guardarli sembravano in effetti seguire una lieve curva, come se attorniassero parte di un cilindro molto molto grosso. Sì, quella era un pezzo del generatore di fascio. Bastava evitare che il tizio si schiantasse lì, comunque, il resto della camera era pulito, le pareti erano sgombre. 
Di spazio ce n’era a sufficienza, il signorino non sarebbe più andato da nessuna parte.
Un mostro, tanto per cambiare. A lui capitavano sempre personaggi con non meno di 1,3 probabilmente, ormai ci era abituato, ma comunque restava il fatto che il tipo non era poi così rapido, almeno stando al livello di forza, chiaro.
Scattò verso di lui rimanendo, come sempre, ad aspettare che il corpo ubbidisse agli ordini che aveva dato. Poco da fare, quei soppressori potevano essere anche utili ma erano uno strazio.
Vide con largo anticipo il nemico che portava entrambe le mani in avanti. E lì avrebbe potuto scommettere qualunque cifra su cosa sarebbe successo, tanto avrebbe vinto.
Scartò verso l’alto quando ancora il colpo del nemico non era partito. Schivò l’ondata di fuoco alle sue spalle con un anticipo quasi imbarazzante lasciandola andare a infrangersi sul muro e subito si lanciò in picchiata verso il mago avversario. Lo colpì col pugno destro all’altezza dello sterno senza che l’altro nemmeno potesse reagire. Mise piede a terra mentre l’avversario si schiantava sul pavimento per poi rimbalzare verso il soffitto e riatterrare fin troppo vicino all’ammasso di tubi.
Con un gesto della mano lo allontanò mandandolo contro il muro opposto. L’altro riuscì a riprendere il controllo dei movimenti in tempo per non schiantarsi di nuovo, si rimise in piedi fermandosi a qualche passo dalla parete d’acciaio.
Premurandosi di piazzarsi tra il suo avversario e la parte pregiata della stanza, Searl rimase in attesa. Stando alle movenze il mago stava per scattare all’attacco, era quasi come leggergli nel pensiero. Anzi meglio, si faceva meno fatica.
Rimase in attesa ma non successe niente, il nemico si era bloccato, quasi nemmeno più si interessava allo scontro. Era come se stesse ascoltando qualcuno.
Anzi no, stava ascoltando qualcuno. Stava ricevendo ordini.
Senza il minimo preavviso, di colpo, lo vide scattare in tutt’altra direzione rispetto a quella che portava al reattore principale.
Del tutto inutile, chiaramente, ovunque volesse andare non ci sarebbe arrivato.
Si lanciò all’inseguimento arrivando a riprenderlo all’istante, si accorse che qualcosa non andava quando era ora di fermarlo.
Anche gli altri tre maghi nemici penetrati all’interno dell’ammiraglia avevano cambiato direzione, e andavano tutti verso la stessa meta. Una meta che non gli piaceva per niente.
Ancora prima di cominciare a pensare al peggio ricevette conferma.
«I maghi nemici convergono tutti verso l’ammiraglia, generale» uno degli addetti ai sensori della sala comando lo informò in quel momento.
E quello non era un bene: «Ricevuto»
«Tutti tornino all’ammiraglia, all’istante» comunicò l’ordine a ogni mago sotto il suo comando, poi restrinse il destinatario alla sola Veis «Vedi di venire qui all’istante e portati dietro la tua amica»
«Che succede?» la ragazza chiese informazioni ma di sicuro era già partita, anche perché aveva già intuito, senza dubbio.
«I quattro pagliacci che sono sull’ammiraglia vanno verso la sala comandi, e dubito sia un caso» continuando a seguire il suo mago Searl arrivò all’insindacabile conclusione che fosse troppo lento, di sicuro troppo lento data la situazione. Portando il braccio sinistro in avanti cominciò ad accelerarlo. Che il nemico se ne fosse accorto o no poco importava, non c’era tempo.
«Hanno trovato Felien» chiuse la comunicazione senza aspettare risposta.

Capitolo 10 - 2 by Caladan Brood
Author's Notes:
e dopo seeecoli e millenni arriva la seconda parte del capitolo. l'ho finita di scrivere un paio di settimane fa in effetti, ma sono rimasto indeciso se postarla o cestinarla in tronco. vi faccio immaginare quanto mi sia piaciuta :D e dire che doveva essere anche qualcosa di parecchio figo, nei piani :S. comunque sia... fatemi sapere che ne pensate, metti te che magari mi sbaglio ed è decente ^_^.
buona lettura :P.

Stesso istante
Ammiraglia della Prima Flotta

Qualcosa era cambiato, era successo qualcosa. Lo sentiva nella sua mente, una sensazione che non sapeva ben definire ma che era comunque presente, del tutto tangibile, reale.
Riusciva a seguire i movimenti dei maghi presenti in quella nave, era come una seconda vista. Anche avesse chiuso gli occhi sarebbe stato come vedere dei fari luminosi in movimento, o meglio, in avvicinamento.
Muovendo un passo per allontanarsi dallo schermo centrale della sala controllo, Felien si concentrò ancora di più su di loro. Di suo non avrebbe considerato una cattiva idea voltarsi a chiedere che diavolo stesse succedendo, e se proprio avesse dovuto muovere un passo le sarebbe sembrata buona cosa spostarsi nell’altra direzione, allontanandosi dai maghi in arrivo, ma a quanto pareva il suo corpo agiva per conto proprio. O meglio, lei stava agendo senza nemmeno pensarci, compiendo gesti che riflettendo sul momento non avrebbe mai fatto, anzi, avrebbe optato per il contrario.
«Non si preoccupi, signorina, qui non arriverà nessuno» sentì a malapena la voce proveniente da una persona alle sue spalle, probabilmente l’ammiraglio.
Nemmeno si disturbò a rispondere. Per quanto la riguardava non sapeva se sul serio fino a lì non sarebbe arrivato nessuno, ma per certo sapeva che quella serie di azioni che stava compiendo, pressoché senza volerlo, non dicevano la stessa cosa.
Ora sentiva altre presenze. Altri maghi erano entrati nella nave o erano molto vicini a essa, e pressoché tutti stavano venendo verso di lei.
Ormai almeno una decina di maghi nemici, con il numero in costante aumento, stavano cercando di arrivare dov’era lei. E il bello era che la cosa non la terrorizzava, in verità nemmeno le incuteva una minima parte di agitazione.
Si scoprì a respirare con lentezza, con la testa ferma nella direzione da cui sarebbe arrivata la maggior parte dei maghi nemici. Era quasi come assistere alle reazioni di un’altra persona.
Le presenze magiche che adesso sentiva erano almeno un centinaio. Maghi nemici e anche amici, quello era chiaro. La prova era che si stavano creando scontri un po’ ovunque nella nave, ormai quasi tutti quelli diretti verso di lei si erano fermati, o quantomeno avevano frenato di molto la loro marcia. Erano pochi quelli che non avevano nemmeno rallentato loro avanzata, uno in particolare. Particolarmente veloce, non c’era nessuno che riusciva a raggiungerlo, o anche solo a eguagliare la sua velocità. A parte uno, evidentemente.
Percepì uno degli altri maghi che accelerava di colpo per dirigersi verso di lui, con rapidità, con estrema rapidità. Di sicuro quello era Searl, lo seppe ancora prima di porsi la domanda e in ogni caso la cosa era del tutto credibile.
Restava solo da capire se il suo compagno avrebbe bloccato il mago nemico in tempo. Lo sperava vivamente.
Il suo istinto, però, non pareva altrettanto ottimista. Di colpo seppe per certo che ormai Searl era troppo lontano, anche tenendo conto della superiore velocità non sarebbe riuscito ad arrivare in tempo.
Quel mago sarebbe arrivato in sala comando, e la linea d’azione da adottare le sembrò chiara all’istante. Attendere, aspettare, lasciarlo avvicinare, non era ancora il momento giusto. Il nemico non doveva entrare in sala comando per tutta una serie di motivi, ma quello che le parve più importante era che non doveva arrivare ad avere l’obiettivo di fronte agli occhi.
Che poi nemmeno poteva essere del tutto sicura che l’obiettivo di tutta quella gente fosse lei. Era molto più probabile che fosse la sala comando, no?
Irrilevante in ogni caso, la scelta migliore era dar per scontata l’opzione peggiore. Si ritrovò a calcolare quale fosse la distanza che la separava dal bersaglio. Senza nemmeno sapere come valutò che la distanza fosse quella giusta, pressoché nello stesso istante si ritrovò a impostare un incantesimo di cui non aveva la minima idea. Nemmeno immaginava cosa sarebbe successo, ma le varie azioni per portarlo a compimento scorrevano comunque con una facilità impressionante.
Decise un punto preciso lungo la traiettoria del mago avversario. Portò a termine l’incantesimo nel momento stesso in cui il mago in questione lo raggiunse.
La sua vista si oscurò per un istante mentre percepiva di essere trascinata via di colpo da dove si trovava. Quando riuscì di nuovo a vedere era alle spalle del mago avversario, lungo il corridoio che portava alla sala comando. Aveva già il braccio sinistro alzato verso di lui, tra le dita semiaperte si agitava una sfera d’ombra ormai del tutto definita, impenetrabile alla vista.
Lasciò partire il colpo ancora prima di potersi chiedere come si facesse, l’offensiva schizzò a coprire la distanza dal bersaglio nel giro di un attimo. Quando il mago nemico tentò di scartare a destra per evitarla lei mosse due dita della mano sinistra ancora prima di vedere il cambio di direzione.
La sfera d’ombra deviò dirigendosi dalla stessa parte del mago, schiantandosi in pieno contro di lui. L’avversario andò a cozzare contro la parete del corridoio, immobile. Searl stava arrivando giusto in quel momento.
Lei nemmeno si disturbò a voltarsi verso di lui mentre si avvicinava, non era una priorità. Stava arrivando un altro mago nemico.

Stesso istante
10000 km dal Primo Incrociatore della Seconda Flotta

Di una lentezza snervante.
Fermo a poca distanza dal tunnel, Hinor si ritrovò probabilmente per la settima volta a formulare lo stesso pensiero. Del tutto infondato tra l’altro. Non era ordine esplicito del comandante tirarla per le lunghe, ma quasi. L’unico fatto davvero importante di quella battaglia doveva finire sommerso dal numero degli altri eventi, e per ottenere un simile risultato l’attacco doveva prolungarsi, anche se personalmente avrebbe preferito il meno possibile. Continuare a perdere soldati non era il massimo cui aspirare. D’accordo, il divario d’abilità che distingueva i loro nemici era semplicemente abissale, ma ritrovandosi costretti a reintegrare dai cinque ai dieci maghi dopo ogni battaglia diventava difficile anche solo cominciare a colmarlo.
«Quanto?» aprì una comunicazione quantica dedicata col suo secondo, disperso a far danni in un incrociatore, a che sentiva. Evitò inutili parole aggiuntive, nonostante tutto. La trasmissione difficilmente sarebbe stata intercettata, ma comunque meglio non correre rischi.
«Poco» il suo secondo rispose con un momento di ritardo. Anche solo stando ai rumori che sentiva si intuiva che era impegnato in una lotta.
«Avvertimi quando fatto» chiuse la comunicazione rimanendo a valutare la situazione generale dell’attacco.
Come sempre non c’era speranza di successo, del tutto frustrante. Gli avversari erano troppo capaci, dotati della potenza necessaria e fin troppo organizzati. Una razza aliena con maghi di potenza straordinaria e più che addestrati alla guerra che, come se non bastasse, riusciva ad aggiungere alle proprie fila, di continuo, maghi di potenza altrettanto sconcertante e provenienti da una guerra pressoché eterna combattuta solo ed esclusivamente tramite mezzi magici.
Nello sconfiggere l’altra branca di quella razza nemmeno avevano realizzato quanto erano stati fortunati, per non dire miracolati. 
Gli elementi di cui si servivano durante quegli attacchi non erano semplicemente all’altezza del compito, non avrebbero mai potuto farcela. E quelli in grado di farcela restavano nelle retrovie.
La sua attenzione venne attirata da quanto stava succedendo in quella che di sicuro era la nave dell’ammiraglio nemico. Sentiva la traccia del mago, se di mago si poteva parlare, che aveva quasi ucciso Xanto. Tanto per cambiare non c’era modo di arginarlo, ne aveva ucciso un altro, e con una velocità allucinante, per giunta.
«Bartol» chiamò il suo subordinato a comando dell’attacco su quella nave «Ripiegate, concentratevi sulla nave sopra quella attuale»
«Subito, signore» l’altro non tardò a rispondere, dando anche la netta impressione di non essere particolarmente contrariato dalla direttiva ricevuta. Del tutto capibile.
Restò a controllare che l’ordine fosse eseguito, e come da programma la mostruosità rimase nella nave a cui faceva la guardia. Di fatto era l’unico modo per gestire quel genere di maghi, sperare che non si lanciassero all’inseguimento. 
Se non fosse stato per la strategia in corso di realizzazione il solo pensiero che ben presto avrebbero affrontato altri quattro maghi, anche più letali di quello, sarebbe stato un incubo che diventava realtà.
Stando le cose come stavano, invece, quantomeno avevano concrete possibilità di farcela.

Poco prima
Ammiraglia della Prima Flotta

Il massimo che sarebbe riuscito a fare era arrivare secondo. E c’era da chiedersi come diavolo avesse fatto a cadere in un errore di valutazione del genere. Tra i quattro maghi che avevano attaccato l’ammiraglia, nelle prime fasi, quello davvero pericoloso non era l’incapace a cui era andato incontro, era quella sottospecie di centometrista.
Con un ultimo scatto Searl arrivò giusto alle spalle di Felien, si fermò a pochi passi da lei.
Fatto sicuro, comunque, l’errore di valutazione non aveva avuto conseguenze, di nessun tipo. Il poveraccio si era trovato schiantato contro un muro ancora prima di rendersi conto di quel che stava succedendo. La velocità con cui era finito lo scontro era impressionante, un teletrasporto e tanti saluti. Il che non faceva che confermare i suoi sospetti. Non era solo Rein quello in grado di teletrasportarsi nonostante i soppressori di campo. 
A quel punto i poveracci che stavano arrivando gli facevano quasi pena.
«Vuole attivare gli inversori di campo, signore?» un addetto al sistema di difesa gli pose la domanda, attraverso l’auricolare.
«Non ancora» Searl non ne vide assolutamente il motivo. Si trovavano ancora a una decina di chilometri dalla sala comandi e i maghi nemici che avevano serie possibilità di arrivare fin lì erano tre, forse, senza contare che sarebbero arrivati uno alla volta.
Non solo non c’era bisogno di ricorrere a misure d’emergenza, ma addirittura prevedeva che il suo impegno nello scontro coi maghi in arrivo sarebbe stato… alquanto limitato.
Si piazzò alle spalle di Felien allontanandosi da lei di un paio di metri. Il mago in arrivo sarebbe finito giusto in bocca alla ragazza. Pace all’anima sua.
Si allontanò ancora di un passo e attese. L’avversario sbucò esattamente da dove era previsto arrivasse, nemmeno aveva pensato di cambiare direzione, neanche negli ultimi metri di percorso.
E Felien era già sparita. Nel punto in cui si trovava la ragazza fino a un momento prima c’erano solo ombre che ormai andavano dissolvendosi.
La vide ricomparire a ridosso della parete del corridoio, a forse quattro metri dal poveraccio che stava ancora attraversando il muro. Il colpo partì nello stesso istante, una bordata micidiale.
Il mago nemico si ritrovò colpito in pieno dalla sfera d’ombra senza praticamente avere il tempo di capire cosa fosse successo, stramazzò al suolo dopo un volo incontrollato di una decina di metri, tutta la parte dell’uniforme che copriva il fianco era scomparsa, la pelle al di sotto pure. Quella specie di liquido biancastro, che doveva essere l’equivalente del sangue per quelle lattine, aveva già cominciato a uscire a litri.
Morto sul colpo.
Non solo gli inversori di campo non sarebbero serviti, ma se gli avversari avevano un minimo di cervello dovevano vedere di girare molto alla larga dalla sala comando, almeno per il momento.

Poco prima
Ammiraglia della Prima Flotta

«Qui perdiamo tempo» Walent si lasciò scappare l’affermazione più che altro come appunto personale, ma nel complesso era fin troppo vero. Da quella distanza era uno spreco di risorse, e a quanto pareva il nemico non aveva la minima intenzione di ridurre lo spazio che li divideva.
A quel punto tanto valeva agire di conseguenza: «A tutte le navi, preparare bombe magnetiche, quattro bombe per ogni nave nemica, attivazione a tre km dal bersaglio. Pronti con i cannoni al plasma e armare missili antinave, Bombardieri puntati sugli incrociatori, l’ammiraglia pronta a sparare sull’ammiraglia avversaria»
Attese di sentire che gli ordini cominciavano a venire diramati alle varie navi, passò agli addetti ai sensori: «La ragazza si è teletrasportata? O è uscita con una certa fretta?»
Uno dei quattro addetti rispose subito: «La distorsione di campo è passata da un punto all’altro, senza tappe intermedie. Si è teletrasportata»
E tante grazie a Searl per averlo avvertito del particolare: «Adesso dov’è?»
«A dodici km da qui, lungo il corridoio principale»
«Situazione?»
«Il generale è con lei, due nemici già abbattuti, altri in arrivo»
E condoglianze per quelli che stavano arrivando. Già Searl sarebbe stato un problema rilevante per le lattine, se si aggiungeva Fern la situazione diventava pensate sul serio.
«Pronti al fuoco» ritornò sull’attacco alle navi.
«Rilevata attività nei motori gravitazionali delle portaerei nemiche, signore» i sensori si fecero vivi di nuovo. Sempre con buone notizie, tra l’altro.
E quella mossa che cazzo di senso aveva? L’ammiraglio rimase in silenzio per un momento.
Non ne aveva, poco da fare, nessun senso. C’era troppa distanza tra le due flotte, non sarebbe arrivata a destinazione una navicella che fosse una. C’era tutta una serie di opzioni per abbatterle in così tanto spazio, un bombardamento a tappeto era solo la più sbrigativa. Che diavolo avevano in mente?
«Confermare quando pronti» decise di non darci peso. Se gli avversari volevano buttare qualche aereo liberissimi.
«Tutte le navi in attesa, signore» le comunicazioni diedero il via libera.
«Fuoco» Walent ordinò all’istante «Tutte le navi pronte coi cannoni al plasma»
Anche quell’offensiva non sarebbe servita a molto, probabilmente, ma aveva poca importanza.
Seguì le traiettorie delle bombe magnetiche sapendo esattamente quello che sarebbe successo. I laser le avrebbero abbattute una per una, ma comunque una parte sarebbe arrivata a destinazione.
«Sincronizzare il fuoco dei cannoni al plasma con l’attivazione delle bombe magnetiche» emise l’ordine quando ormai le bombe erano a un terzo di strada «I missili antinave?»
«Tubi 1 e 3 pronti, signore, tutte le navi in attesa del lancio» i sensori risposero subito.
«Fuoco» Walent rimase sullo schermo centrale. Il numero di bombe magnetiche era calato di molto, ma ormai la parte che doveva arrivare era a destinazione.
Rimase a guardare. Nel momento in cui si attivarono, le bombe semplicemente sparirono dallo schermo. I colpi dei cannoni al plasma arrivano l’attimo dopo, ma come c’era da aspettarsi subirono pressochè tutti deviazioni sufficienti a mandarli fuori bersaglio. I missili antinave arrivarono poco dopo e, a sorpresa, stando a quando leggeva forse qualcosa era successo.
«Corvette in posizione di reticolo tre due e sette sette colpite, signore» i sensori diedero conferma «Brecce nello scudo in rapida chiusura, danni agli scudi superficiali intorno al 10%»
Una carezza, ma meglio di niente: «Situazione delle portaerei?»
«Si sono appena fermate pare» i sensori diedero conferma di quanto lui stava vedendo sullo schermo centrale «Praticamente sulla linea delle altre navi»
«A tutte le navi, armare tubi di poppa da uno a dieci con missili a raggio intermedio» Walent diede l’ordine nonostante sapesse pressoché per certo che sarebbe stato inutile. Quelle portaerei potevano essersi mosse per tutti i motivi del mondo, ma non per iniziare un attacco. Non avrebbe avuto senso.
Restava solo il problema di capire perché le avessero mosse, a quel punto, ma in mezzo a una marea di azioni incomprensibili una in più faceva poca differenza.
«Subito, signore» le comunicazioni già stavano diramando l’ordine.
Di sicuro non sarebbe stato così, ma se gli aerei avversari volevano venire disintegrati che facessero pure.

Poco Prima
Primo Incrociatore della Seconda Flotta


Dan cominciò ad attraversare la parete già sapendo che, finalmente, avrebbe visto il suo avversario una volta sbucato dall’altra parte. Un merito non da attribuire alla sua velocità, purtroppo, ma più che altro a una stanza particolarmente lunga che l’avversario aveva deciso di attraversare, quasi di sicuro perché costituiva la via più diretta per il reattore principale.
Che brutta idea.
Impostò l’incantesimo mentre ancora stava finendo di attraversare la parete, nel momento in cui sbucò all’esterno nemmeno si premurò di controllare in che diavolo di posto fosse finito, tanto bene o male già lo sapeva.
Portò il braccio in avanti e lasciò partire il colpo. L’ondata di fuoco viaggiò diretta contro la parete di fronte a quella da cui lui era uscito. Un’offensiva quasi scandalosa per quanto incoerente era, ma ci si doveva accontentare. In quel lasso di tempo e con quel livello di soppressione di meglio non si poteva fare, e comunque non sarebbe stato un problema.
L’avversario si dovette fermare per non andare a infilarsi nell’esatta sezione di parete che era appena stata colpita da quell’accozzaglia di fiamme.
E a quel punto prenderlo diventava uno scherzo.
Con un ultimo scatto Dantalian fu su di lui, gli si fermò a una ventina di metri di distanza. Riservò una brevissima occhiata a quanto c’era sotto i suoi piedi, giusto per assicurarsi di aver indovinato la stanza ma sapeva di aver fatto giusto, anche solo per il semplice fatto che sentiva una vaga sensazione di freddo nonostante stesse attingendo al suo potere. Vide l’intrico di tubi che si aspettava di vedere, al di sotto quantomeno si scorgevano gli scambiatori termici per i magneti del generatore di fascio.
Nel complesso meglio non far danni verso il basso, non ci teneva a fare una doccia nell’azoto liquido, ma stando all’avversario era difficile che l’eventualità si verificasse. Il tipo non era proprio definibile come una mezza tacca ma poco ci mancava. 0,7 o 0,8 con dominio dell’oscurità. Difficile da prendere magari, ma le difficoltà finivano lì, aveva idea.
Continuò ad avvicinarsi alla preda nel contempo portando il braccio destro in avanti, le fiamme che già cominciavano ad addensarglisi tra le dita anche se faticavano non poco a prendere una forma anche solo parzialmente definita.
Capì che l’avversario si preparava ad attaccare ben prima che partisse, una cosa pressoché imbarazzante. Qualcuno doveva spiegargli che non si aumentava l’aura così tanto prima di partire alla carica.
Aveva già cominciato a prepararsi quando l’altro era appena partito. Lasciò la sfera di fuoco appena formata a fluttuare a mezz’aria, nel contempo cominciò a preparare un altro colpo, senza tanto star attento a dargli una forma, l’importante era la potenza.
Decise di agire quando l’altro era arrivato a una decina di passi da lui. Con un gesto del polso sinistro fece schizzare in avanti la sfera di fuoco che aveva lasciato sospesa a mezz’aria, nel contempo si spostò verso il basso.
Come prevedibile l’avversario passò attraverso la prima offensiva senza nemmeno provare a schivarla, e a quel punto era già tardi. Non gli lasciò il tempo di ritornare ad avere una visuale chiara dopo essere stato investito dal primo colpo, gli lanciò contro l’ondata di fiamme che aveva preparato fino a quel momento, poi cominciò subito a salire verso il soffitto della camera.
L’avversario si ritrovò sbalzato verso l’alto dall’esplosione, il suo scudo del tutto distrutto. Con un ultimo scatto in avanti Dantalian fu su di lui. Alzò il braccio destro all’altezza della spalla, il pugno già divorato dalle fiamme. Fece confluire alla mano tutto il potere che poteva accumulare in quelle patetiche condizioni. Colpì il mago nemico al petto in un’ondata di fuoco, senza che questo riuscisse nemmeno a opporre una vaga resistenza. 
Ebbe certezza che lo scontro fosse già finito ancora prima di vedere l’avversario che continuava a precipitare indisturbato verso il fondo della stanza, ormai del tutto avvolto dalle fiamme.
Con un minimo movimento della mano destra ne arrestò la caduta evitando che andasse a schiantarsi contro l’impianto criogenico. Attese che fosse ormai fermo mentre nel contempo cominciava a valutare quale fosse il mago avversario più vicino a cui era il caso di andare a far visita. Dei tre ancora rimasti il più vicino era di sicuro quello alla sua destra, verso lo scafo della nave, ma non era il bersaglio giusto. Quel tipaccio se la stava vedendo già fin troppo male nello scontro che stava sostenendo, lì non c’era bisogno di lui.
Il posto giusto dove andare era dritto avanti a lui, a forse una settantina di chilometri. Lì c’era quel povero Wes che se la stava vedendo con uno forte almeno due volte lui.
Si lanciò verso la meta ma di fatto nemmeno fece in tempo a uscire dalla stanza in cui aveva appena steso il suo avversario. I maghi nemici si ritiravano, almeno stando a una prima occhiata.
Tempo un attimo e ne ebbe certezza. I tre rimasti si stavano dirigendo verso lo scafo della nave.
«Che facciamo?» fu proprio Wes a chiedere ordini.
Dan rimase un momento a pensarci, ma di certo non poteva lasciare la nave incustodita solo per correre dietro a tre imbecilli: «Lasciamoli andare»
«Sei tu il capo» l’altro obbedì all’ordine. Ne percepiva la posizione, come del resto percepiva anche quella degli altri suoi compagni presenti sulla nave. Nessuno di loro si era mosso.
«Certo mi piacerebbe sapere perché hanno cominciato l’attacco se poi l’hanno interrotto dopo due secondi» continuò Dan.
«Ah, non chiederlo a me» Wes se ne tirò fuori «Grazie dell’aiuto comunque. Sarà stato un 1,7 come minimo»
«Se era uno 0,7 era tanto»
«Dicono tutti così quando è ora di mettersi a posto la coscienza»
«Stavo arrivando, che vuoi di p…» Dan lasciò la frase a metà, qualcuno lo stava chiamando all’auricolare.
«Dan, vieni qui»
Riconobbe la voce di Allister all’istante, ma per un momento mise in dubbio di aver sentito bene. Come richiesta era abbastanza fuori dal mondo: «Sono troppo lontano. Cosa st…»
«Vieni qui!» la ragazza quasi urlò, non gli lasciò il tempo di finire di parlare. E il tono con cui aveva fatto la sua richiesta non gli piaceva per niente. Era un tono allarmato. 
«Quanti sono?» passò subito a informarsi mentre era già partito. Tanto da lì ad uscire dalla nave di tempo ne sarebbe passato, aveva il tempo per fare tutti gli accertamenti del caso.
La risposta tardò un tempo che gli sembrò eccessivo, ma quantomeno alla fine arrivò: «Due»
«Sensori» passò a chiedere un aggiornamento della situazione «Il più vicino che possa andare in aiuto di Ally sono io?»
Uno degli addetti rispose pochi attimi dopo: «Uno dei più vicini…»
Dantalian accelerò l’andatura, già stava per chiudere la comunicazione.
«Signore» l’addetto lo richiamò.
«Sto andando» gli affrettò a rispondere.
«Ci sono altri quattro maghi impegnati in scontri contro due avversari»
Lui si ricacciò in gola la domanda che gli veniva spontanea. Come cazzo era successa una cosa del genere? Ma non c’era tempo per chiedersi il perché.
«Richiamate gente dalle altre navi» Dan continuò a dirigersi verso lo scafo della nave «Se necessario ricorrete agli inversori»

Stesso istante
Primo Incrociatore della Seconda Flotta


«Come sarebbe a dire che ci sono problemi coi maghi?» Sephet per un momento smise di interessarsi dello scontro. Tanto non stava succedendo niente di importante, da quella distanza era una gara a chi faceva i fuochi d’artificio più grossi.
«Cinque maghi sono occupati in scontri in inferiorità numerica, signore» lo stesso addetto ai sensori che gli aveva comunicato la notizia passò a specificare «Una di loro è il vice generale Allister»
«Per quanti mi devo preoccupare?»
«Tre sicuri» il tecnico si affrettò a rispondere «Quattro se non ci muoviamo abbastanza in fretta»
«Ally è tra i tre?»
«Si, signore. Resiste, ma non se la cava tanto bene»
«Dite a Dantalian di darsi una mossa» ordinò Sephet. Erano due le cose da evitare. Perdere un mago e perdere la nave che difendeva. Con ogni probabilità se perdevano uno perdevano anche l’altro, soprattutto visto e considerato che maghi in grado di impensierire Ally dovevano essere qualcosa di veramente grosso.
«Non è necessario, signore, è appena uscito dalla nave» continuò l’addetto «Stanno arrivando rinforzi a tutti e quattro gli altri maghi»
«Qui siamo coperti?»
«Il generale ha già dato ordine ad altri due maghi di rimpiazzarlo»
L’ammiraglio annuì. Bravo ragazzo.
«Tenetemi informato» decise che era arrivato il momento di tornare su quella farsa di attacco «Armeria, preparare bombe magnetiche»
«Subito, signore» ricevette conferma immediata.
Si perse a studiare la situazione attraverso gli schermi a parete. Quella battaglia era del tutto inutile, lo si vedeva da lontano. Tutto quello che stavano facendo, sia loro che il nemico, era sprecare munizioni. Sembrava gli avversari ci stessero mettendo un minimo impegno solo per quanto riguardava l’attacco coi maghi, il resto era una farsa.
Ancora una volta l’obiettivo di quegli esseri non era vincere quella battaglia, era un altro.
Ma quale?

Stesso istante
Ammiraglia della Prima Flotta

Aveva quasi del paradossale.
Al vedere i due corpi a terra, immobili, quasi di sicuro due cadaveri, una parte di lei sentiva il netto bisogno di voltarsi dall’altra parte. Un’altra parte invece, quella che per il momento era come se comandasse le sue azioni, non faceva una piega. Anzi nello stare ferma a controllare i due corpi aveva la netta sensazione di essere in attesa di qualcosa che doveva accadere.
Senza nemmeno sapere cosa pensare Felien non riuscì a staccare lo sguardo da quella vista. Con la coda dell’occhio vide Searl a poca distanza da lei, sulla sinistra, appoggiato alla parete del corridoio, ma non lo degnò che di un’occhiata.
Vide quello che stava cercando, o almeno quanto una parte di lei stava cercando, all’istante. Il primo mago che lei aveva colpito si stava muovendo, cercava di rimettersi in piedi. Da lì in avanti aveva già agito prima di rendersi conto di quanto stava facendo.
Per l’ennesima volta impostò senza la minima difficoltà quell’incantesimo sconosciuto, nel giro di una frazione di secondo si ritrovò giusto di fianco all’avversario. Nemmeno si rese conto di aver già una sfera d’ombra del tutto formata nella mano sinistra. La lanciò ancora prima di avere il tempo di chiedersi se fosse il caso di farlo. In fin dei conti, qualunque cosa fosse quell’essere, non dava per nulla l’idea di essere pericoloso, in quello stato.
Voltò le spalle al cadavere senza perderci un attimo di troppo e tornò a seguire l’avvicinarsi degli altri avversari che stavano arrivando.
Anzi no, non era tornata a seguire gli spostamenti di quella gente, li aveva sempre seguiti. Sapeva già dove fossero gli avversari in avvicinamento ancora prima di tornare a farci attenzione. Adesso ne stava studiando i movimenti, le posizioni precise. Stava valutando chi di loro sarebbe arrivato fin lì, e il bello è che ci stava riuscendo.
Nessuno dei nemici sarebbe arrivato fino a lei, ne fu certa al di là di ogni dubbio, come fu del tutto certa di non aver ancora finito. Il perché di una simile consapevolezza proprio non riusciva a spiegarselo.
Si ritrovò a concentrarsi su quello che probabilmente era il mago avversario più vicino a lei. Un mago che ormai non avanzava più verso la sala comando, era impegnato in uno scontro. Un avversario del tutto innocuo per lei, che era così lontana.
Quando di colpo vide l’ampio corridoio sparire da sotto i suoi occhi seppe già cosa aveva fatto, senza nemmeno rendersene conto.
Riapparve alle spalle del mago nemico già con la mano sinistra alzata verso di lui, come sempre del resto. Lasciò partire il colpo all’istante, come le volte precedenti l’avversario crollò al suolo di schianto.
Ancora prima di riuscire a chiedersi se avesse ucciso anche quello lo colpì con una seconda sfera d’ombra.
In quel momento si costrinse a fermarsi. Non sapendo come gestire la vista che aveva davanti chiuse gli occhi. Ed era sconvolgente come, anche in quel momento, stesse tenendo sotto controllo la posizione di ogni singolo mago riuscisse a percepire, amico o nemico.
Sia gli uni che gli altri cominciavano ad allontanarsi. Gli avversari avevano di colpo cambiato direzione e stavano andando verso lo scafo della nave, i compagni di Searl li seguivano.
E per fortuna lei era ancora ferma dove si trovava.
Prese un respiro profondo e aprì di nuovo gli occhi. Tornò a vedere il cadavere del mago che aveva appena ucciso, ammesso che di cadavere si potesse parlare. 
Si vedeva bene, senza grossi problemi, che quello non era un corpo normale, ma non è che facesse molta differenza, a conti fatti. Prima di stramazzare a terra colpito a morte sembrava in tutto e per tutto un normale mago.
Era questo ciò che lei faceva prima di perdere la memoria? Era questa la micidiale noncuranza che metteva nell’abbattere gli avversari che osavano venirle vicino? 
Era questo ciò che sarebbe tornata a ricordare?

Poco Prima
Ammiraglia della Prima Flotta

Veis attese a malapena di aver attraversato lo scafo della nave. Sapeva che non avrebbe dovuto farlo ma in quell’occasione era decisamente incline a contravvenire all’ordine diretto di Searl. Nonostante lo condividesse in pieno.
«Hazel» chiamò la ragazza che la seguiva a forse tre metri di distanza. Almeno fino a quel momento non aveva avuto nessun colpo di testa, ma la situazione lo richiedeva.
«Ti sto seguendo e non sto facendo niente di male» l’altra partì subito sulla difensiva «Anche se questo auricolare mi sta facendo diventare matta. Tanto per cominciare non so ancora come si fanno a fare le chiamate»
«Senti dov’è Felien?»
«Un po’ difficile dimenticare l’aura di una del genere»
«Staccati da me e prendi un’altra strada, ma va da lei» nonostante tutto Veis non riusciva a credere a quel che stava dicendo. Hazel non sarà stata Nethaniel, ma comunque non era il caso di mandarla in giro da sola durante una battaglia.
«L’auricolare?» la ragazza si era già lanciata verso sinistra, probabilmente senza nemmeno sapere dove andare, e del tutto incurante del fatto che da quella parte ci fossero decisamente più avversari.
«Tienila all’orecchio, ti chiamo io» si affrettò a dirle Veis, mentre cercava di aumentare ancora la velocità «E non fermarti ad affrontare chiunque ti capiti davanti. Cerca di arrivare da Felien il prima possibile»
«A dirsela tutta non mi pare che la squilibrata abbia bisogno d’aiuto» Hazel passò a constatare quello che, nel complesso, stava percependo anche lei «Ma va bene»
«Non chiamarla così» Veis non si trattenne dall’alzare la voce.
«In effetti mentre c’eri ancora tu sembrava quasi normale» l’altra rispose come se niente fosse. Inutile, tutto il bel discorsetto di stare attenta a parlare di Felien in quel modo era già finito giù per lo scarico.
Evitando di risollevare l’argomento proprio in quel momento, Veis dedicò solo un attimo a controllare che Hazel avesse preso la direzione giusta, poi tornò sul suo percorso.
Stava già arrivando qualcuno contro di lei, ed era appena entrata nella nave. Quella gente proprio non voleva che arrivassero rinforzi in soccorso di Felien. Non che quello cambiasse qualcosa, comunque.
Accelerò ancora di più mentre vedeva il primo mago sbucare giusto dalla sezione di parete verso cui lei era diretta. Lo lasciò sfilare del tutto attraverso il muro poi deviò appena verso il basso. Si ritrovò sotto all’avversario ancora prima che questo potesse rendersi conto di quanto stava succedendo. Lo colpì con una gomitata allo sterno, il minimo necessario per allontanarlo da lei, poi si tuffò nella parete per sbucare subito in un altro ambiente.
Un ampio e lungo corridoio correva dalla sua destra alla sua sinistra. Anzi, più che corridoio era il tunnel di transito del treno, perse solo un momento a guardare le rotaie sotto di lei.
Se non ricordava male, ed era possibile dato che quell’astronave non era sua competenza, il tunnel portava abbastanza vicino alla sala comando.
Cominciò a percorrerlo alla massima velocità. Nel vedere due avversari che sbucavano dal soffitto del tunnel per piazzarlesi davanti si tuffò all’istante contro la parete alla sua sinistra, preparò l’incantesimo a tempo di record e vi si tuffò dentro.
Nel momento in cui sentì che anche gli altri due la stavano seguendo si preparò ad agire. Cambiò di colpo direzione quando avvertì che i due erano entrati nella parete. Ritornò nel tunnel lasciandoseli alle spalle. Ripartì alla massima velocità di cui fosse capace.
Doveva arrivare prima possibile.
«Inutile che ti affanni, zucchero» riconobbe all’istante la voce, e in ogni caso anche a prescindere dal tono c’era solo una persona che gli parlava in quel modo «Fa qualcosa di utile, va a riprendere Hazel prima che faccia qualche danno»
«Sei lì, fa qualcosa, imbecille» lei accelerò ancora di più. Una lieve fitta al petto gli fece capire che più veloce di così non poteva andare.
«Sì, stavo pensando di aiutare questi poveracci, in effetti» Searl pareva quasi divertito «Penso sia la prima volta che mi fanno veramente pena»
«DALLE UNA MANO, MALEDIZIONE» urlò lei.
«Evita la crisi isterica» quantomeno Searl riprese un tono più serio «Usa il cervello, non è proprio da buttare. Dire che li sta facendo a pezzi è riduttivo»
«Fan culo, con te non ci parlo più» Veis chiuse la comunicazione. Sì ok, lo sentiva anche da sola. Per il momento Felien se la stava cavando alla grande, in caso la situazione fosse peggiorata Searl di sicuro si sarebbe scomodato a far qualcosa, ma comunque voleva essere lì il prima possibile. Era più forte di lei.
Sentì con largo anticipo che un altro avversario stava arrivando a tagliarle la strada. Ma in ogni caso ormai era ora di lasciare il tunnel.
Attese che il mago gli si presentasse di fronte e poi scartò verso sinistra. Si tuffò all’interno della parete e proseguì in linea retta. Il suo pretendente nemico non era nemmeno da vicino abbastanza veloce da raggiungerla. E ormai non mancava molto, ce l’aveva quasi fatta, e con lei Hazel che a quanto pareva stava eseguendo gli ordini alla lettera. Fino a quel momento, evidentemente, aveva evitato tutti i potenziali scontri che le erano capitati davanti. Di fatto sarebbero arrivate quasi insieme, pressoché perfetto.
Continuò ad avanzare mantenendo la situazione sotto costante controllo. Si rese conto che c’era qualcosa che non andava pressoché subito, e del resto era impossibile non accorgersene. I nemici avevano cominciato a ritirarsi, e molto in fretta anche. Rinunciavano ad attaccare Felien.
Chiaro segno che in effetti era come diceva Searl.
Rallentò un po’ l’andatura ma comunque continuò verso la destinazione. Quantomeno voleva vedere che stesse bene.

Poco prima
6000 km dall’Ammiraglia della Prima Flotta

«A tutti i maghi» Sani si risolse a prendere l’unica decisione che era concepibile adottare, l’unica possibile «Cessare l’attacco al primo categoria, ritirarsi dall’ammiraglia nemica»
Ricevette subito un coro di conferme. Nel giro di pochissimi attimi riuscì a rendersi conto di persona che l’ordine veniva eseguito. Riusciva a percepire la ritirata.
Arrivati a quel punto l’unica azione saggia era limitare i danni, e accettare l’orrore. Tre maghi morti nel giro di pochi secondi, con nessuno dei tre che fosse anche solo riuscito a sopravvivere al secondo colpo ricevuto, con nessuno di loro che avesse potuto contrastare l’attacco che gli veniva rivolto, anche solo in minima parte.
«Comandante» passò a informare il suo superiore.
«Sì, Sani» l’altro rispose all’istante.
«Immagino siano arrivati i dati»
«Sì, sono arrivati»
«Ho dato ordine di concludere l’attacco»
«Concordo, ora come ora non è un avversario affrontabile»
«È…» Sani cercò una parola diversa ma l’unica che gli veniva in mente, a conti fatti, era anche la più appropriata «assurdo»
«State alla larga da lei, non vi seguirà» il comandante passò a impartire ordini. Com’era giusto del resto, non era quello il momento di pensarci. Per ora la cosa più importante è portare a termine il compito. 
«Come fai a saperlo?» Sani si lasciò scappare la domanda ancora prima di pensare che non fosse quello né il posto né il momento.
«Ho letto il referto psichiatrico» il comandante quantomeno diede una spiegazione, per quanto sintetica «Dubito le ordineranno di scendere attivamente in battaglia, ma comunque anche senza di lei sarebbero tre prima categoria nella stessa flotta. Alla luce di quanto successo…»
«Sospendo la missione?» intuì subito Sani.
«Stiamo portando a termine l’obiettivo contro le altre nove flotte, è sufficiente»
«Procedo, signore» confermò lui.

Poco prima
Secondo Incrociatore della Seconda Flotta

La faccenda cominciava a farsi seria.
Più in fretta che poté Allister si spostò di lato mandando a vuoto l’attacco del primo avversario. Non era quello il problema.
Era il secondo avversario il problema.
Nemmeno ebbe il tempo di voltarsi verso di lui, dovette valutarne la posizione solo stando a quanto riusciva a percepire. Senza sapere se fosse la scelta giusta decise di continuare a spostarsi di lato. L’altro nemico gli sfilò accanto con fin troppa velocità, dato il livello di soppressione.
E di fatto erano di nuovo da capo. Due avversari che stavano ben attenti a starle sempre uno davanti e l’altro alle spalle.
Cercò di mettere più spazio tra lei e loro portandosi verso il muro, ma già sapeva che non ci sarebbe mai arrivata. I due maledetti non la lasciavano scappare, ed erano abbastanza veloci da riuscirci senza eccessiva difficoltà.
La situazione non si stava mettendo bene.
Sentiva, lo sentiva bene, il dolore al fianco non se n’era andato, né era diminuito. Non era una ferita profonda, senza soppressori probabilmente nemmeno l’avrebbe sentita, ma le cose stavano diversamente. La battaglia si stava mettendo diversamente. E, sembrava incredibile, non c’era un solo mago nelle vicinanze in grado di aiutarla, era come se ci fosse stato un cordone di sicurezza tutto attorno a lei, in una zona molto ampia. Non passava nessuno. Quella era una trappola, e lei ci era finita dentro senza nemmeno accorgersene.
Non le restava che sperare Dan arrivasse presto.
A una velocità mostruosa quello dei due che aveva il dominio del gelo scattò per andare a tagliarle la strada, per l’ennesima volta. Tanto per cambiare lei non poté farci niente. Niente se non cercare di allontanarsi abbastanza da lui per non rischiare un attacco. Azione che ovviamente non le permetteva di tenere a bada l’altro.
Si voltò verso il secondo il tempo necessario per vederlo già a qualche metro da lei, già con entrambe le mani avvolte dalle fiamme.
Doveva fare qualcosa se puntava a uscirne viva.
Si lanciò verso di lui mentre già avvertiva il suo corpo che perdeva consistenza. In parte passò attraverso l’avversario tenendolo alla sua destra, lasciandolo continuare ad avanzare indisturbato. Tenne indietro il braccio destro premurandosi che rimanesse davanti al collo del mago nemico. Più in fretta possibile lasciò che il suo corpo riprendesse consistenza.
Uncinò la testa dell’avversario nell’incavo del gomito e tirò il braccio verso di lei, mentre tentava di accelerare il più possibile. Quantomeno sentì le ossa del suo avversario scricchiolare, ma niente di più. Era andata male, e adesso c’era l’altro che arrivava.
Lasciò la presa e colpì alla cieca con un calcio all’indietro. Poteva farcela a schivarlo. Colpì il mago con dominio del fuoco e si ritrovò sbalzata a sua volta in avanti. 
Tenne d’occhio l’altro avversario, per quanto possibile. Sarebbe passato ad almeno un metro da lei, e di sicuro non sarebbe riuscito a deviare la sua traiettoria. Era andata bene.
Sempre alla solita, assurda, velocità, lo vide voltarsi di colpo verso di lei muovendo il braccio sinistro in un gesto secco. La raffica d’aria la travolse con una violenza inaudita, distruggendo ogni traccia del suo scudo. Ma come era stato possibile che avesse tirato un colpo del genere?
Cercò di riprendere il controllo dei suoi movimenti ma sulle prime non ci riuscì, l’inerzia del colpo era spaventosa. Ancora prima di poter impostare un cambio di direzione il mago fu di nuovo su di lei, con un pugno la colpì al petto.
Allister si ritrovò a sfrecciare contro il pavimento della stanza, impattò con la superficie d’acciaio sfondandola in un’ampia zona. Senza nemmeno riuscire a muoversi da quel buco si ritrovò investita da un’ondata di fuoco la colpì in pieno.
Fece leva sulle mani e si spinse via da lì, verso il centro della stanza. L’unica cosa importante era mettere più spazio possibile tra loro e lei. Lasciò che i due andassero a disporsi dove volevano.
Avvertì subito le fitte di dolore che le dilaniavano il torace, senza contare il braccio destro, che già sapeva essersi fratturato nell’impatto col pavimento. Ormai la battaglia era persa, lei aveva perso.
Ma forse una speranza c’era. Dan stava arrivando, soprattutto negli ultimi secondi aveva accelerato ancora di più l’andatura. Questione di secondi e sarebbe stato lì. Le bastava resistere ancora un po’. Ce la poteva fare.
Restò fissa sull’avversario davanti a lei e si avvalse della sola percezione per quello che aveva alle spalle. Erano ancora entrambi fermi, non si muovevano, era come se stessero studiando la situazione. Comportamento che dato quanto successo non aveva senso. Quello era il momento di finire la preda, non di stare ad analizzare la situazione.
L’attimo dopo li vide che le giravano le spalle e si tuffavano nelle pareti avanti a loro, lasciandola sola.
Lei rimase dov’era, pressoché impietrita, per un momento si ritrovò anche a ignorare il dolore che sembrava volesse farle esplodere il torace. Assolutamente nessun senso, una cosa incredibile.
Cominciò a scendere verso il pavimento con calma, un attimo dopo Dan era già su di lei.
Ma che diavolo era successo?

Pochi secondi dopo
10000 km dal Primo Incrociatore della Seconda Flotta


«Anche il quinto attacco portato a termine, signore» Hinor sentì le parole che stava aspettando da… un’eternità ormai. C’avevano messo una vita.
«Ritirata immediata» lui reagì subito di conseguenza. Era il momento di togliere il disturbo.
Nonostante tutto si poteva quasi dire che tutto fosse andato come da programma, a parte un paio di particolari, certo, tipo un mago talmente forte da costringere a rivedere l’intera strategia riservata a una flotta. Ma nel complesso erano dettagli, inezie.
Strinse la mano a pugno mentre già sentiva il gelo che andava a colmarla per intero. Si fermò prima di commettere un errore. Non era ancora il momento di rivelarsi.
Era quasi certo che il comandante avrebbe interpretato la presenza di una simile mostruosità esattamente in quel modo, un problema di poco conto.
Come diavolo era possibile riuscire a teletrasportarsi in un ambiente con un livello di soppressione simile? Era fuori da ogni logica, del tutto impossibile, soprattutto per un mago con un simile livello di forza.
Sembrava una farsa, una grottesca, colossale presa in giro. Un avversario con forze magiche del tutto fuori misura si ritrovava di giorno in giorno sempre più in vantaggio, riuscendo nell’impresa di far rimpiangere a loro la situazione di qualche tempo prima, che già era pressoché disperata.
Senza la strategia in fase di attuazione si poteva tranquillamente dire che non avrebbero avuto speranze, soprattutto alla luce delle nuove… cose che stavano arrivando a rinforzare le linee nemiche. Anche dando per scontato che il loro piano avrebbe avuto pieno e totale successo, invece, dovevano muoversi.
C’erano ancora troppi maghi di forza smisurata che quegli esseri potevano richiamare a loro, maghi assolutamente micidiali, maghi che anche più forti di quelli attuali.
Si trovò quasi a rabbrividire al solo pensiero. Alla fine era semplice logica. Il solo fatto che quel mostro, Fern, fosse lì era la prova che qualcuno peggio di lei ci fosse. Se lei era lì era perché qualcuno l’aveva uccisa dunque, da qualche parte, esisteva un mago anche più forte di lei. Un mago che i loro avversari non dovevano aver la possibilità di richiamare tra le loro fila.
Il comandante doveva capirlo, era imperativo. Soprattutto alla luce degli ultimi avvenimenti non c’era più tempo per agire con calma. Gli avversari andavano stroncati, il prima possibile, non bisognava fornire loro il tempo necessario per trovare altri maghi.
Ora come ora erano in grado di abbattere il nemico, dovevano farlo ne avevano la possibilità.
«Ce l’abbiamo fatta?» il suo secondo si fece sentire all’auricolare.
«Parrebbe di sì» Hinor tardò solo un momento nella risposta «È ora di andarsene»
«Sto già tornando» l’altro chiuse la comunicazione.
Almeno per quel giorno, con pesante forzatura di termini, si poteva dire che avevano vinto.

Stesso istante
Primo Incrociatore della Seconda Flotta


«Confermato, i maghi si stanno ritirando» confermò uno degli addetti ai sensori.
«Qualcuno mi può dire che cazzo sta succedendo?» Sephet si lasciò scappare il commento ad alta voce, e a essere sinceri la cosa non gli sembrò molto importante sul momento.
Per l’ennesima volta tutto non aveva senso. Uno scontro tra navi che non aveva portato a niente, ma quello si sapeva fin dall’inizio. Una battaglia tra maghi che semplicemente non aveva scopo.
Che motivo c’era di arrivare quasi a sconfiggere quattro avversari, arrivare a un passo dall’avere una seria possibilità di ucciderli, e poi andarsene? Non aveva alcun senso, non c’era nessuna logica.
A quanto gli era stato comunicato dai sensori, e anche a quanto diceva Dan, Ally stava rischiando. Anzi, ormai era sconfitta. Se i due suoi avversari avessero deciso di continuare forse Dan non sarebbe arrivato in tempo, eppure avevano deciso comunque di troncare lo scontro.
Del tutto assurdo, e nemmeno era finita lì. Tutte le flotte registravano una situazione simile. Un numero variabile da tre a cinque scontri per flotta in cui uno dei loro maghi quantomeno era rimasto ferito in modo considerevole. L’unica a non aver avuto problemi era stata la prima flotta, ma per quella la spiegazione era presto detta. Con quattro prima categoria a bordo il nemico non si era fidato ad a procedere, soprattutto alla luce di quanto letale si fosse rivelata Fern.
Nel complesso lei era forse l’unica buona notizia di giornata, finalmente un valido asso nella manica.
«L’attacco è terminato?» la voce di Dan gli arrivò alle orecchie.
«Ormai possiamo anche darlo per scontato» Sephet glielo confermò subito, restò a controllare lo schermo centrale. I maghi nemici si avviavano al tunnel, le navi nemiche avevano avviato i motori gravitazionali. Per quanto riguardava i loro avversari la battaglia era finita.
«Appena non c’è più pericolo fa accendere gli inversori di campo dove sono io»
«È così grave?» l’ammiraglio si ritrovò già a controllare a che distanza fosse il mago più vicino a Dan.
«Con questo livello di soppressione non riesco a curare ferite del genere»
«Riesce a resistere un minuto?»
«Fa il prima possibile» Dantalian chiuse la comunicazione.
«Kimlor» Sephet chiamò il suo vice «Attiva gli inversori nel settore dove c’è Dan appena possibile, immagino voglia teletrasportarsi fuori dalla portata dei soppressori insieme ad Ally»
«Non c’è problema» Kimlor nemmeno si disturbò a chiedere spiegazioni.
Sephet lasciò cadere la comunicazione mentre continuava a guardare lo schermo centrale. Ormai si poteva affermare con certezza che non ci fosse più alcun pericolo. L’attacco era definitivamente concluso.
Ma la chiamata di Dantalian era grave, rendeva la situazione ancora più inconcepibile.
Allister era uno degli elementi più validi che avevano, e questo il nemico lo sapeva di sicuro, doveva saperlo. Se era andato così vicino a ucciderla perché si era lasciato scappare l’occasione di affondare il colpo?

2 giugno
Ore 0:00
Prima Astronave Madre della Flotta


«È solo un contrattempo» il comandante cercò di minimizzare. Minimizzare un evento che non era assolutamente minimizzabile.
«Riesce a teletrasportarsi» Sani riassunse in tre parole la radice del problema. E poco da fare, un problema enorme. Impegnato a camminare avanti e indietro nei pressi dell’enorme vetrata della sala d’osservazione, nemmeno faceva caso a quanto c’era al di là del vetro. L’aveva già visto.
«Stando a quanto sappiamo anche Rein ne è in grado, che fosse anche nelle possibilità di Fern era quantomeno ipotizzabile»
«Il problema è più grave di quel che sembri, signore»
«Lo so» il comandante gli diede ragione, come del resto era ovvio data la situazione «È un grosso contrattempo»
«E allora…»
«Ma tale rimane, un contrattempo. Non è niente di insormontabile, né di impossibile da gestire»
«È un 1,49, con un livello di controllo paragonabile a Searl e in un ipotetico combattimento sarebbe in grado di teletrasportarsi» Sani partì a elencare «In queste condizioni chi, tra i nostri, sarebbe in grado anche solo di tenerle testa?»
«Probabilmente nemmeno Hinor»
«E, almeno con lei, non possiamo sperare che siano i nostri nemici a risolverci i problemi»
«Con Rein è presumibile pensare che adotteranno contromisure che ne limitino la capacità di movimento»
«Rein può regredire»
«Lei no, lo so» il comandante confermò ancora «Difatti sono d’accordo con te. Dubito che con Fern facciano quello che faranno con Rein»
«Quando sarà il momento potrebbe non esserci nessuno in grado di fermarla»
«Dando per scontato che avremo sfortuna sì, è possibile»
«Diamo per scontato che ne avremo»
«Ci sono speranze che non arrivi mai alla battaglia decisiva»
Sani rallentò appena il passo, intento a pensarci. Si voltò quando arrivò di fronte alla parete per poi voltarsi e tornare indietro. Che cosa intendeva con quelle parole?
«Dubito speri che sia uno di noi a ucciderla, prima della battaglia» constatò.
«La debolezza della ragazza non è nelle capacità di combattimento»
«Dove?»
«Dovresti leggere il referto psichiatrico, Sani, è istruttivo»
«Ho rinunciato a capire come ragionano»
«Non ci hai mai provato, è diverso. Sotto molti aspetti sono uguali a noi»
«Una frase da non dirsi tanto alla leggera»
«È semplice evidenza dei fatti» il comandante liquidò la questione in un attimo «Io l’ho letto comunque»
«Sì, questo l’avevi già detto»
«Sai chi era?»
«Il capo dell’esercito di maghi che per poco non faceva il lavoro per noi»
«Non solo il capo. Lei e pochi altri l’hanno messo insieme quell’esercito, lo hanno reso unito, sono stati i primi a ipotizzare l’obiettivo che poi hanno quasi raggiunto»
«Ancora non ti seguo»
«Il punto debole è psicologico»
«Non lo metto in dubbio» Sani non vide motivo di contraddirlo «Ma qualunque cosa tu voglia fare, ormai è tardi su quel fronte, è già con la flotta. Dubito la riporteranno indietro»
«Ho già fatto qualcosa» il comandante non si fece attendere nella replica.
Lui ancora una volta rimase in silenzio, per la prima volta si fermò voltandosi verso la vetrata. Non si vedeva nulla, solo il buio più completo, un’oscurità che però sembrava in movimento, organizzata in filamenti quasi invisibili che pareva stessero lambendo la nave. Evidentemente stavano attraversando un tunnel: «Avevi detto al nostro uomo di non fare niente»
«A ben guadare un’occasione per agire c’era»
Sani non poté far a meno di sorridere. Genio non rendeva abbastanza bene il concetto per definire quell’individuo: «Abbiamo concrete possibilità di levarcela di torno?»
«Meno di quel che vorrei, abbiamo potuto fare molto poco, alla fine» il comandante non si sbilanciò «60%, se siamo fortunati»
«Se restasse viva comunque?» proseguì Sani. A prescindere quello cambiava le cose. Ora sapeva per certo che la ragazza avrebbe preso un brutto, brutto colpo. Poteva anche essere… quello che era, ma di sicuro non sarebbe arrivata alla resa dei conti al massimo delle sue possibilità.
«È una persona sola» il comandante diede quantomeno l’impressione di avere ogni possibile risvolto sotto controllo. Come del resto era: «Pericolosa quanto si vuole, ma una sola persona. Basta che due di voi seguano le mie istruzioni alla lettera, non dovrebbero esserci problemi»

Capitolo 11 by Caladan Brood
Author's Notes:
e rieccomi con un nuovo, inutile capitolo :P.
il capitolo scorso si era concluso con la fine della battaglia, e questo riprende da una mezz'ora dopo, praticamente. io ho un paio di perplessità (le scrivo in fondo così potete prima leggere il capitolo e poi vedere quali erano :P), per il resto ne ho un giudizio abbastanza ballerino.
fatemi sapere, comunque sia :P.
PS: ah già, qualcuno potrebbe chiedersi "ma che minchia è quel periodo in corsivo tra la scritta "Capitolo 11" e la prima scena?". ecco, è la frase di inizio capitolo, che bene o male va interpretata come segue. da adesso in avanti (poi provvederò a inserirle anche per i capitoli precedenti) ci sarà un personaggio (sempre lo stesso) che farà le sue personalissime considerazioni su qualcosa riguardante la trama (di fatto si possono interpretare come stralci del diario di questo tizio, o del suo libro, o qualcos'altro di simile :P). chi sia il personaggio non lo dico, ma prima della fine si capirà di sicuro ^_^.
in ogni caso, buona lettura :P.

Capitolo 11

Il nemico aveva già incontrato degli esseri umani, prima di arrivare a darci guerra. Una deduzione del tutto elementare, il nemico aveva già quelle macchine simili ai nostri maghi al suo primo attacco, da qualche parte doveva aver preso le informazioni necessarie per progettarle e costruirle. 
Di sicuro deve essersi trattato dell’altra civiltà umana di cui era più che plausibile ipotizzare l’esistenza. Come del resto è più che plausibile ipotizzare che adesso quella civiltà sia stata completamente distrutta, almeno alla luce della scarsa vena diplomatica del nostro comune nemico.
Dando per scontato queste ipotesi, una domanda si fanno in molti e io la condivido. Perché così tanto accanimento verso la nostra specie? Che torto abbiamo fatto a questi esseri?
È un quesito molto interessante, ma non quello più importante, almeno per quanto mi riguarda. Ce n’è un altro, a suo modo molto più inquietante.
L’universo è grande, è vasto, è semplicemente smisurato. Si può anche ipotizzare che il nemico abbia trovato l’altra civiltà umana per puro caso, è possibile.
Ma come diavolo hanno fatto a trovare anche noi, dopo?


Ore 0:30
Ammiraglia della Prima Flotta


«Non per sembrare insubordinato» Searl si fermò sulla porta ancora aperta della sala riunioni «Ma in fondo perché no, anche per fare l’insubordinato. Non ho tempo per star qui a vedere chi si spreme di più le meningi»
All’interno c’era già Walent, e il fatto che ci fosse anche quel simpaticone del viceammiraglio Tourer quantomeno suggeriva che l’occasione non fosse proprio insignificante. Ma comunque la verità era che sul serio aveva problemi più importanti. Tunyl l’avrebbe chiamato a minuti, probabilmente, sulle altre flotte non tirava una bellissima aria. E se c’era una cosa che aveva capito nei tre secondi in cui aveva visto Felien dopo la fine del casino, prima che lo chiamassero lì, era che non sembrava aver preso molto bene quella battaglia. 
«Nessun spremimento di meningi, generale» una voce parlò attraverso gli altoparlanti della sala, una voce che non gli pareva di aver sentito altre volte «Dovrete solo ascoltare»
Searl alzò un sopracciglio: «E tu chi saresti?»
«Nel complesso posso definirmi un consulente» la voce continuò. Sembrava quasi che in quel tono ci fosse una certa… allegria.
Searl avanzò con un passo verso il tavolo ovale per riunioni, grande abbastanza per ospitare almeno una quindicina di persone. Ok, forse poteva anche perderci qualche secondo: «Con questo non so ancora il nome, però»
«Volevo che ci arrivasse da solo, in fin dei conti non è così…»
«Searl» Walent andò a rompere le uova nel paniere, come sempre del resto «Ti presento il capitano Liren»
Searl si fermò sul posto con lo sguardo perso a guardare la parete alle spalle dell’ammiraglio e del suo vice. Un nome che aveva già sentito.
«Direttore dei Servizi Strategici» precisò Walent, di sicuro intuendo che a lui serviva un piccolo aiuto.
Ed ecco dove l’aveva già sentito, o letto più che altro. In calce a qualche cartaccia che prevedeva per filo e per segno quello che poi in effetti sarebbe successo. Non che fosse stato difficile comunque, erano tutte situazioni di una facilità disarmante. 
I Servizi Strategici alla fine non servivano a niente, lo sapevano tutti.
«È un piacere conoscerla, generale»
«Sinceramente mi chiedo perché ti conosco solo adesso»
«Merito vostro, presumo» l’altro continuò sempre con lo stesso tono. Non che fosse propriamente allegria, ma cosa sicura la situazione non gli dispiaceva «Finora non avete mai avuto particolari problemi a capire cosa stessero facendo i nostri nemici»
«Il che, di fatto, è un’ammissione che finora siete stati inut…» Searl non riuscì ad andare oltre. Tanto per cambiare Walent gli mozzò le parole in gola.
«Direi che siamo pronti» l’ammiraglio prese la parola «Gen, ci sei?»
«Possiamo procedere» lo schermo olografico andò a creare tre immagini. A quanto pareva a quella piccola riunione adesso c’erano anche ammiraglio e viceammiraglio della seconda flotta, oltre a Dan che tanto per cambiare stava sbadigliando, dando una netta impressione di dove avrebbe voluto essere in quel momento. Liren c’era solo in collegamento audio, a quanto pareva. Troppo timido per farsi vedere?
«Capitano, procedi» lo invitò Walent.
Nonostante avesse in programma di squagliarsela alla svelta, comunque Searl decise di rimanere quantomeno per sentire l’inizio. Era curioso, lo ammetteva. I Servizi Strategici erano il dipartimento più inutile dell’esercito, e su quello non si discuteva. Ma era anche quello in cui era virtualmente impossibile entrare per pressoché chiunque. Con tutti quegli scartati, quanto sarebbero stati imbecilli i suoi membri?
Era una domanda abbastanza interessante da giustificare il sacrificio di qualche minuto.
«La strategia del nemico è cauta, lenta e difficilmente intellegibile. Motivo per cui è da considerarsi potenzialmente letale»
Nonostante la voglia di piazzare un commento lo sfiorasse, Searl decise di star zitto. In fin dei conti era solo la prima frase. Scontata ma pur sempre la prima, il tizio meritava una minima possibilità.
«La fase preparatoria è molto lunga e non contempla il prendere nessun tipo di rischio» Liren continuò col suo solito tono «Una delle tante prove a conferma è il semplice fatto che nessuno dei maghi che poco fa si sono ritrovati coinvolti in quegli scontri due contro uno siano morti»
«Gli unici indizi a nostra disposizione sono una serie di azioni apparentemente sconnesse tra loro, e che ammetto siano di difficile interpretazione» continuò Liren «Unica cosa certa, la strategia del nemico si concentrerà sulle nostre forze magiche»
Con un altro passo Searl andò ad appoggiarsi a una delle sedie della sala. Quell’ultima conclusione gli era nuova, doveva ammetterlo.
«L’attacco di oggi è la definitiva conferma, ma nel complesso emergeva un disegno definito anche da prima» Liren proseguì indisturbato, parlando sempre più veloce, esponendo quelle per lui erano considerazioni banali, evidentemente «In fin dei conti è ovvio, quanto può durare una flotta senza maghi a difenderla? Qualche minuto probabilmente. Il nostro punto debole più grosso è nelle forze magiche»
«Ora come ora lo considererei un punto di forza, capitano» Sephet precisò un concetto che di fatto era altrettanto ovvio. 
«Motivo per cui sarà ancora più distruttivo essere colpiti dove ci sentiamo più sicuri» Liren non fece una piega. Il suo tono rimase quello di sempre, se non allegro sicuramente divertito «La mia non penso sia una teoria, ammiraglio, è un dato di fatto. Qualunque cosa stia architettando il nemico, riguarderà i nostri maghi»
Searl nemmeno si disturbò a chiedere che cosa volesse intendere con quelle parole, il tizio l’avrebbe fatto da un momento all’altro.
«È una questione di semplice deduzione» Liren non si fece pregare «Il primo attacco anomalo è stato alla prima flotta. Un attacco portato da maghi di scarso valore e finito molto in fretta. Subito all’esterno del tunnel c’era un mago avversario. Sospetto che lì abbiano semplicemente raccolto informazioni sui nostri maghi, informazioni che gli attaccanti hanno passato a quello vicino al tunnel, in modo che non andassero perse. In definitiva una mossa di puro studio»
«Il secondo è stato alla seconda flotta. Un attacco di potenza spropositata portato con una bomba di forza inconcepibile. Una bomba che era chiaro avrebbe arrecato danni all’ammiraglia, la nave che era più vicina al luogo d’esplosione» Liren proseguì dritto per la sua strada «L’attacco anche qui si è svolto prevalentemente sul piano magico, altro elemento che supporta l’ipotesi che il piano nemico verterà su questo. Per quanto riguarda lo scopo della bomba invece…» si interruppe giusto un attimo, smettendo di parlare così veloce «Qui andiamo sul campo dell’opinabile»
Walent lo invitò a proseguire con un cenno della mano «Continua»
«La bomba ha colpito l’ammiraglia con una potenza superiore del 27% alle specifiche di progetto per i sistemi vitali» Liren partì all’istante. Di fatto non aspettava altro, era evidente «Come conseguenza i reattori sono andati in panne, i soppressori di campo hanno avuto malfunzionamenti e il sistema di comunicazione ha avuto i suoi problemi. La domanda principale da porsi a questo punto è: che cosa potevano fare i nostri nemici in una situazione del genere?»
«La risposta è esattamente quella che pensate» senza quasi fermarsi Liren proseguì nel suo ragionamento «Di fatto avevano mano libera, avrebbero potuto fare pressoché quello che volevano, noi non ci saremo accorti di nulla. Il sistema di comunicazione era in avaria, il sistema di sensori funzionava per modo di dire, sovraccaricando i soppressori si sono instaurate instabilità tali nel campo di Clover da rendere difficile agli stessi maghi percepire cosa stesse succedendo intorno a loro, l’afflusso di energia elettrica era in ottima parte compromesso»
Il capitano si interruppe un momento prima di tirare la sua conclusione: «La mia ipotesi è che la bomba sia stata un diversivo, con l’unico scopo di renderci ciechi mentre il nemico portava a termine un test sul campo che, data la natura e la portata dell’arma utilizzata, per la riuscita del loro piano era vitale»
Evitando di prendere la parola almeno nei primi istanti, Searl si limitò a osservare le facce dei presenti. Sinceramente non sapeva definire quale fosse la più scettica, e nel complesso pure lui non si sentiva molto entusiasta della teoria, nonostante dovesse ammettere che avesse un suo senso. Certo, se si tralasciavano un paio di problemini da nulla, primo tra tutti la preveggenza con cui i nemici erano riusciti a dimensionare una bomba che si era dimostrata della misura giusta per ottenere lo scopo sostenuto dal capitano.
«Non regge» il viceammiraglio Tourer si dimostrò uomo di poche parole, ma ben sgradevoli, per l’ennesima volta. Non un accenno di spiegazione, non un appunto, niente.
«È una teoria azzardata» Walent restò più sul diplomatico «Di fatto da per scontato che i nostri nemici ci abbiano rubato i progetti delle navi»
«Senza contare» Sephet andò a dar manforte all’altro ammiraglio «Che non riesco a immaginare un solo test in grado di giustificare l’utilizzo di un’arma del genere»
Kimlor ci pensò un attimo più degli altri prima di mettersi in scia, ma alla fine partì anche lui: «Ho preso io il comando della flotta non appena sono saltate le comunicazioni sull’ammiraglia, subito dopo l’esplosione. Il nemico non ha aspettato un secondo, ha provato immediatamente ad abbattere la nave, ancora prima che i suoi maghi potessero attaccare. Non ce l’ha fatta anche grazie a una buona componente di fortuna» si interruppe un momento prima di continuare «Se fosse riuscito nell’intento non penso avrebbe potuto ricavare niente da un simile attacco all’ammiraglia, se non che sarebbe riuscito a distruggerla»
Intanto Liren ascoltava in silenzio, con una serie di leggeri mugolii d’assenso, c’era quasi da immaginarselo mentre annuiva. Non propriamente la reazione di una persona che era stata colta impreparata dalle obiezioni.
Ok, a quanto pareva il tizio non era così imbecille.
«Vi ringrazio per le osservazioni» Liren riprese a parlare solo dopo essersi assicurato che non ci fossero altre obiezioni. Il suo tono di voce era più serio, quantomeno non aveva quegli sprazzi di malcelata allegria di poco prima «Per prima risponderei all’obiezione dell’ammiraglio Sephet, se non avete niente in contrario»
Il capitano si lasciò un momento di pausa prima di proseguire: «E la mia risposta è che sono d’accordo con lui. Non riesco a immaginare un test in grado di bilanciare l’investimento fatto per costruire quella bomba. E questo non fa che rendere la situazione ancora più grave. Dando per scontato che io abbia ragione e che quella bomba fosse la copertura per un test, vista la natura e il costo dell’ordigno bisogna dare per scontato che sia stato un esperimento che potrebbe portare il nemico a una vittoria schiacciante, se non definitiva»
«Passando al dubbio del viceammiraglio Kimlor invece» Liren continuò per la sua strada «Un dato di fatto penso sia noto a tutti. L’avversario è meticoloso ai limiti del paranoico, ha sempre avuto un modo di agire molto cauto. Gli attacchi, i veri attacchi che ha portato il nostro avversario, non sono mai stati molti in oltre vent’anni di guerra. La maggior parte delle volte le sue incursioni sono volte a far rilevamenti, sperimentare, determinare tempi di reazione, potenza degli armamenti, variazioni significative nei nostri sistemi. Dobbiamo dare per scontato, e vi assicuro che è così, che il nostro avversario sappia di noi molto più di quanto immaginiamo. Dunque mi sento di azzardare l’ipotesi che un simile nemico sia tecnicamente in grado di simulare con successo un tentativo di distruggere una nave che in realtà non ha nessuna intenzione di abbattere, non nei primi momenti quantomeno. Ritengo comunque che quando ha indirizzato contro l’ammiraglia quel colpo di cannone al plasma l’intento fosse sul serio la distruzione della nave»
«E adesso arriviamo all’ultimo punto, esposto dall’ammiraglio Walent» Liren quella volta si prese una pausa più lunga «Un punto molto interessante. Se accettiamo la mia teoria come vera, in effetti, dobbiamo cominciare a chiederci come abbia fatto il nemico a indovinare con così accurata precisione le specifiche di progetto dell’ammiraglia, in modo tale da poter stabilire a priori la potenza di una bomba che poi ha fatto esplodere a una distanza prefissata, in modo tale da poter prevedere i danni che avrebbe causato, anche se solo a grandi linee»
«L’unica risposta intelligente che avevo trovato era anche la più banale» il capitano riprese «Dunque non l’ho considerata attendibile, sulle prime. Ma dopo quanto successo oggi mi sento più propenso a considerarla vera»
Ci fu un lungo momento di silenzio. Se Liren la stava tirando così lunga voleva dire che stava per sganciare un’autentica bomba.
«Ritengo possibile che il nemico abbia un informatore all’interno del nostro esercito»
Quella volta calò obiettivamente un silenzio di tomba. Non la piccola pausa che aveva preannunciato le obiezioni alla teoria del capitano, quella volta era proprio puro mutismo.
Ancora con le mani appoggiate allo schienale della sedia avanti a lui, Searl si ritrovò a cercare una faccia meno sbalordita delle altre, ma per quanto incredibile anche Dan aveva assunto un’espressione un po’ più sveglia. E visto e considerato che il signorino era fresco fresco di riabilitazione parziale la cosa era molto più che rilevante, quasi grave.
«Come prego?» Walent fu il primo a vincere lo shock.
«Non sono sicuro di aver capito bene» Sephet gli fece eco un secondo dopo.
«Se dovessi azzardare delle probabilità direi che siamo sul 50-50» il capitano fece finta di non fare attenzione allo sconcerto di tutti i presenti, o forse non se n’era accorto sul serio «Giudico egualmente probabile che la spia ci sia e che non ci sia. Ma la possibilità non può essere scartata»
«Si rende conto di quello che sta dicendo?» Tourer si esibì per l’ennesima volta in una magistrale dimostrazione di come si potesse concentrare due litri di bile in sette parole.
«Sì, certo» Liren non sembrò nemmeno cogliere l’aperta ostilità nel tono dell’altro. Rispose come se niente fosse «Ma l’evento non è così impossibile come si può immaginare. E nemmeno io sono il primo a ipotizzarlo, nonostante la possibilità sia passata fin troppo inosservata. Basta analizzare i fatti per rendersene conto. Che cosa serve a una spia perché sia efficiente nel suo compito?»
Il capitano si interruppe il tempo di un attimo prima di proseguire. Forse aspettava che qualcuno se ne saltasse fuori con altre obiezioni: «Deve essere in grado di confondersi facilmente, non deve aver difficoltà a mantenere la sua copertura e non deve essere in una situazione in cui si possa sospettare di lei»
«Ora» Liren riprese subito «Alcuni la possono considerare solo come una mera possibilità ma per quanto mi riguarda è una certezza. Il nemico che stiamo affrontando ha eliminato la dominazione umana che deve essersi sviluppata dalla piccola accozzaglia di navi che son partite dalla Terra poco prima delle nostre, trecentomila anni fa. In tutto questo tempo non ho la minima difficoltà a credere che quelle poche persone siano diventate un impero intergalattico, o una repubblica, o quello che volete. Il nemico li ha sconfitti, ma quanto sarebbe stato facile mantenere in vita una piccola parte della popolazione? Anche nel caso il nemico avesse optato per lo sterminio totale, opzione che ritengo più che probabile»
«Perché avrebbero dovuto tenerne in vita una parte» Walent interruppe il ragionamento di Liren, con una domanda più che legittima, lo ammetteva «Se il loro obiettivo era lo sterminio?»
«Quest’ultima è solo una mia ipotesi, chiaramente» Liren rispose all’istante «È più che possibile che le cose stiano come molti dicono, magari il nemico si è limitato ad assoggettarli, o a non distruggerli del tutto comunque. In ogni caso qualche essere umano sarebbe rimasto vivo. Nella mia ipotesi, invece, credo che abbiano tenuto in vita una piccola parte della popolazione per cercare di riprodurre i nostri maghi»
Walent non aggiunse altro. A quanto pareva la risposta lo aveva soddisfatto, e come poteva essere altrimenti del resto?
«Non ci sono riusciti, per un motivo o per l’altro» il capitano continuò per la sua strada «I maghi del nemico sono delle macchine, in buona approssimazione. Ma da quella riserva di esseri umani il nemico potrebbe aver ricavato un numero a piacere di potenziali spie, del tutto leali tra l’altro, con i giusti accorgimenti. Esseri umani normali, e dunque indistinguibili da noi»
«A quel punto restava solo il problema di infiltrarli, ovviamente» Liren portò avanti il suo ragionamento «Non un’impresa facile, bisogna dire. Ovunque sia collocata la patria natale del nemico di sicuro non è in questa galassia. Come se non bastasse la galassia in cui siamo ora, l’unica nostra di cui riteniamo il nemico sia a conoscenza, ormai è quasi esclusivamente militarizzata, dunque ora come ora sarebbe molto difficile infiltrare qualcuno. All’inizio della guerra, però, c’erano pianeti abitati, colonie ancora in formazione ma c’erano. Un eventuale spia nemica che fosse riuscita a mescolarsi con quella gente, quando ancora questa guerra era nei primi anni, non avrebbe destato il minimo sospetto. Quando l’evacuazione di questi pianeti è stata portata a termine la spia ha dovuto solo confondersi col gruppo. Una volta arrivata in quella posizione le sarebbe bastato far domanda per arruolarsi nell’esercito»
Per un momento calò lo stesso silenzio di tomba di prima. Interessante come quell’uomo avesse preso un’assurdità e l’avesse fatta diventare un obiettivo tutto sommato raggiungibile, con un po’ di fortuna.
«La cosa avrebbe richiesto del tempo» valutò Sephet.
«Anni, sono d’accordo. Forse più di un decennio nel caso la spia in questione sia arrivata abbastanza in alto nella scala gerarchica, come del resto ritengo pressoché certo, ammesso che ci sia»
«Questo implicherebbe che questa gente si sia mossa per piazzare una spia nelle nostre fila praticamente il giorno dopo l’inizio della guerra» Kimlor trasse l’ovvia conclusione.
«Vero» Liren confermò con un altro mugolio di assenso «Ma lo giudica così improbabile? Immaginando di essere loro, che cosa avrebbe fatto nel momento in cui si fosse trovato di fronte a maghi come i due qui presenti, nel momento in cui si fosse reso conto di essere in enorme svantaggio sul piano magico? Non avrebbe cercato un altro modo per riequilibrare la situazione?»
Sephet non rispose ma quantomeno annuì, il che era l’equivalente di ammettere di trovarsi del tutto d’accordo, probabilmente.
«D’accordo, diciamo che le credo, capitano» Walent prese la parola, anche se pareva avere una minima riluttanza «Che cosa l’ha portata a rivalutare questa teoria. Aveva detto che non la considerava molto fino a oggi»
«Niente di risolutivo, signore, solo una piccola constatazione» Liren passò a spiegare «L’attacco che oggi Fern ha subito è stato impressionante, da un certo punto di vista. Portato con un numero spropositato di uomini, rapido, brutale e improvviso. A dire il vero sembrerebbe quasi più probabile che fosse un attacco alla sala comando dell’ammiraglia, o quantomeno una prova che il nemico si è concesso per valutare le sue possibilità di abbattere una zona nevralgica di una nave fondamentale. Ma per il momento trascuriamo questa possibilità»
«Sta dicendo che l’attacco è stato rivolto direttamente alla ragazza» Walent soppesò le parole, non sicuro di quanto stava dicendo probabilmente «Perché sapevano già in anticipo chi fosse?»
«Questo spiegherebbe l’eccezionalità dell’attacco, quantomeno» confermò il capitano.
«Non sono in molti a sapere di Fern, capitano» proseguì Walent.
«Forse è meglio correggere» precisò Liren «Non ci sono molti posti in cui vi sia gente al corrente della notizia. Su questo concordo, ma sono convinto che in parecchi ne siano a conoscenza nella stazione spaziale Mark 1»
«Sta dicendo il centro riabilitazione?» Kimlor non riuscì a trattenersi dal chiedere. Era un bel match stabilire se fosse la sua espressione o il suo tono di voce a essere più sconcertato.
«E anche porto galattico con annessa baia di riparazione, se posso aggiungere. Se c’è un posto da cui possono essere sfuggite tutte le informazioni che ho detto è quello»
«È grossa» Walent rispose senza apparenti problemi. O dominava alla grande lo stupore o stava quantomeno cominciando ad accettare l’idea «come accusa, capitano»
«Non mi fraintendete» Liren passò subito a precisare «Non ho la certezza di quanto dico, motivo per cui vi sconsiglio caldamente di prendere qualsivoglia provvedimento nell’immediato futuro. Ora come ora vi ho solo comunicato un’eventualità che ritengo degna di nota, se mai io e i miei uomini arriveremo a qualche certezza sarete i primi a saperlo»
«E se invece» Sephet si interruppe per un momento «La spia ci fosse sul serio e voi non arrivaste mai a questa certezza?»
Attraversò l’altoparlante Searl sentì il capitano che si limitava solo a espirare in modo appena più accentuato. Nonostante tutto ebbe la netta impressione che stesse sorridendo.
«Questo» sancì Liren un attimo dopo «Non penso sia possibile, ammiraglio»

Ore 1:30
Ammiraglia della Prima Flotta


«Vediamo di chiudere in fretta, dottore» Searl entrò già parlando in quella che a momenti nemmeno si poteva definire una sala riunioni. C’erano a malapena quattro sedie, quella era una sala comunicazioni al massimo «Sono rimasto un’ora a sentire un tizio dei Servizi Strategici che sproloquiava»
«Non ci vorrà molto» Tunyl, attraverso lo schermo olografico piazzato al centro del piccolo tavolo, non fece una piega, si limitò a rispondere con la stessa calma di sempre «l’ammiraglio dovrebbe essere qui a momenti»
Searl si bloccò quando ancora doveva arrivare a una sedia, la sezione di muro da cui era entrato che si richiudeva alle sue spalle: «Come prego?»
«Per numeri così consistenti è richiesta la presenza dell’ufficiale in capo di grado più alto disponibile» Tunyl passò a spiegarsi «L’ammiraglio Walent è capo dell’esercito»
«E che due coglioni» Searl si lasciò cadere sulla sedia. Con l’aggiunta di quel problema una seduta da tre minuti sarebbe diventata un’epopea. A che si ricordasse, e purtroppo pensava di ricordare bene, Walent non aveva mai nemmeno partecipato a quelle riunioni da che aveva rimpiazzato il vecchio ammiraglio della prima flotta.
«Regolamento dell’esercito» Tunyl si lasciò sfuggire un sorriso «Mi spiace»
«Adesso ci faremo notte» sbuffò Searl «Almeno il signorino si degnasse di arrivare punt…»
Si interruppe a sentire la porta che si apriva. Nemmeno ebbe bisogno di voltarsi, riconobbe subito la voce: «Allora, cos’è questa storia?»
«Era anche ora, Waly» Searl gli parlò continuando a dargli le spalle «È mezz’ora che ti aspetto»
«Abbiamo appena subito un attacco, nel caso ti fosse sfuggito» Walent andò a prendere posto accanto a lui.
«Appunto, fa un bene. Dacci la delega e va a farti un giro, così io e il dottore la chiudiamo molto più in fretta»
«Non hai ancora risposto alla domanda» l’ammiraglio non diede l’idea di voler andarsene.
«Ma non hai da rattoppare qualche buco nello scafo?»
«La comunicazione parlava di probabili regressioni» Walent non si mosse «Stranamente la cosa mi interessa»
Searl abbozzò una smorfia, ma a un certo punto era anche inutile insistere. Rischiava di perdere più tempo nel tentativo di farlo andar via che a spiegargli pressoché tutto: «Dottore, procedi, a me manca la forza»
«Immagino saprà che i maghi sottoposti a riabilitazione sono più soggetti a regressione nei giorni immediatamente successivi a un combattimento impegnativo» Tunyl, giustamente, partì saggiando il terreno. Tanto per vedere quanto profondamente ignorante fosse in materia il suo interlocutore.
«Una possibilità su venti non è un evento probabile, è un evento possibile. La comunicazione parlava di possibilità consistenti» Walent rispose all’istante, quantomeno dando a vedere di saperne qualcosa dell’argomento. Meglio di niente.
«Numero esatto» Tunyl annuì, attraverso lo schermo olografico che lo inquadrava a metà busto «Ma è relativo a un singolo mago»
Riservando un’occhiata a Walent, Searl lo vide alzare un sopracciglio. Ecco, lì si era perso nel ragionamento.
Il primario non fece una piega, si limitò semplicemente a partire con la spiegazione: «Per ogni singolo mago sottoposto al processo di riabilitazione totale, la probabilità giornaliera di regressione è circa di una possibilità su due milioni e mezzo. Di conseguenza in un periodo standard di trent’anni le probabilità di regressione sono circa di una su duecento. In presenza di forti scariche emozionali questa probabilità giornaliera può avere fluttuazioni consistenti, un combattimento in cui si è stati in serio pericolo di vita di norma ne è una causa»
«Possiamo anche passare alla parte che non so» Walent si sistemò meglio sulla sedia.
«Nei giorni subito successivi a questo genere di combattimenti il mago in questione avrà una probabilità giornaliera di regressione circa del sette per mille. Passata la prima settimana di norma la situazione si può considerare stabile, ma in quei sette giorni la probabilità di regressione è complessivamente del 5%, una su venti» Tunyl continuò nel suo discorso «Ma appunto, questo riguarda una sola persona alla volta. A giudicare dai dati inviataci dalle flotte, dei 35 maghi impegnati in quegli scontri due, o tre contro uno, almeno 25 riteniamo saranno soggetti a questa fluttuazione, e di questi 25 13 sono ex membri dell’esercito di Fern»
Walent a quel punto sembrava aver ben capito dove sarebbe andato a parare il discorso: «Probabilità che almeno uno dei 13 regredisca nella prossima settimana?»
«E quello è il punto» Tunyl annuì «All’incirca il 50%»
L’ammiraglio rimase per un momento con la bocca aperta, senza azzardare una risposta. Probabilmente cercava di capire se avesse capito bene: «Sta dicendo che c’è una possibilità su due che almeno uno di quei 13 regredisca entro i prossimi giorni?»
«Perché credi che siamo qui, Waly?» Searl ritornò a parlare.
«Fai una riunione di queste dopo ogni battaglia vagamente degna di nota» fece notare Walent.
«La facciamo anche quando la probabilità è del 5%, sì» rispose lui «Se mi dici che non devo più farle sono solo contento»
L’ammiraglio lo interruppe con un cenno irritato della mano: «Nella lista dei maghi coinvolti negli scontri ho visto Allister, Johns e Remer. Quanti di questi sono a rischio?»
«Tutti e tre» lo informò Tunyl «Di Remer non siamo sicuri, ma è incluso nel conteggio comunque. Gli altri due di sicuro saranno soggetti a fluttuazione»
L’ammiraglio si passò una mano sulla faccia: «Quanto forti sono?»
Searl rispose all’istante: «Johns 0,47, Allyster 0,41 e Remer 0,38»
«E le camere a soppressione totale non reggono i viaggi via tunnel» Walent riportò entrambe le mani a poggiare sul tavolo «Per renderli inoffensivi tutti e tre dovremmo bloccare 3 flotte, in pratica»
«O lasciare indietro le navi che in cui saranno»
«Non che la prospettiva mi faccia impazzire di gioia»
«Di solito ce la caviamo con dei turni di guardia tra gli altri maghi della flotta che tengano d’occhio quelli a rischio, ma Remer e Johns sono i maghi più forti delle rispettive flotte» sospirò Searl «Loro due devono passarsi una settimana in camera di soppressione»
«Allister?» chiese Walent.
«Vuoi tenere bloccata dov’è anche la seconda flotta per una settimana?»
«È un dominio dell’oscurità se non sbaglio»
«Dan la può gestire» valutò Searl «è più del doppio di lei, e la pura forza non è la dote migliore del ragazzone, non dovrebbe aver problemi anche se la affrontasse da solo»
L’ammiraglio si fermò un momento a pensarci, poi si rivolse a Tunyl: «A parte questi tre, dei 13 ce ne sono altri degni di nota?»
«Il più forte a quel punto sarebbe uno 0,22» lo informò il primario «E non è nemmeno certo che sarà soggetto a fluttuazione»
Ancora intento a guardare Walent, Searl lo vide che si rivolgeva a lui: «Tu che vorresti fare?»
«Tutti in camera di soppressione fintanto che è possibile» lui quasi nemmeno ci pensò prima di rispondere «Se si porrà la scelta, quelli più pericolosi li lasciamo dove sono e facciamo partire la flotta senza la nave che li ospita, per quelli che siamo certi di poter gestire in ogni caso si organizza i turni di guardia»
«Basta stabilire chi siano quelli pericolosi»
Searl sorrise: «È il mio lavoro, questo»

Ore 2:00
Ammiraglia della Prima Flotta


Al sentire la porta che si apriva, Felien nemmeno si disturbò a spostare la testa per capire chi fosse. In qualche modo già lo sapeva. La sensazione era vagamente confusa, come se ci fosse un rumore di sottofondo a impedirle di sentire i suoni con nititdezza, ma ormai ne era sicura. Era arrivato Searl.
Ancora sdraiata sul letto, con lo sguardo rivolto al soffitto della sua camera, rigorosamente in metallo, Felien non si mosse. Il massimo che si concesse fu spostare gli occhi a guardare cosa stesse facendo il nuovo entrato.
Si guardava intorno, superfluo dire alla ricerca di chi.
«Mi sa che è andata a chiamare un dottore» 
Searl si voltò subito verso di lei, quantomeno fingendo con abilità una certa sorpresa. Del tutto normale del resto, lui era sempre stato un bugiardo di prima qualità ed era probabile che col tempo quella dote non avesse fatto altro che migliorare.
«E perché avrebbe dovuto?» chiese lui.
Intonazione, espressione del volto, anche le parole usate, tutto perfetto. Mentire meglio forse nemmeno si poteva, ma che Searl le stesse nascondendo qualcosa era fuor di dubbio. Come del resto Veis le stava nascondendo qualcosa, e Walent le stava nascondendo qualcosa. Tutti davano l’impressione di non essere veramente sinceri con lei.
La domanda, però, a quel punto era: lei voleva sul serio sapere cosa le stessero nascondendo?
Si limitò a sospirare per un momento. No, probabilmente non lo voleva sapere: «Non me la ricordo così... protettiva»
«Anche appiccicosa andava bene uguale» Searl andò a prendere posto su di una sedia posizionata vicino al letto.
Lei tornò a fissare il soffitto. Altra risposta ineccepibile, buttata lì per sdrammatizzare magari. Bastava prenderla al volo, non era il caso di entrare in argomento. Certe cose era meglio non saperle, soprattutto quando uno dei tuoi migliori amici fa il possibile per tenertele nascoste.
Le parole le uscirono di bocca quasi senza che lei lo volesse: «Non che io abbia bisogno di protezione, a quanto pare»
«Memoria procedurale» Searl rispose all’istante «Ne avevamo già parlato, no?»
Lei assentì appena, spostando la testa sul cuscino. 
Poteva bastare così, meglio fermarsi lì. Erano stati i riflessi maturati nel corso di una vita di combattimenti, del tutto normale, da un certo punto di vista. Aveva anche senso, no?
No, non ne aveva.
«È questo quello che ho fatto per tutta la vita?» continuò lei, nonostante tutto.
«Sei sempre stata un soldato, Felien, è normale che…»
«È normale rispondere a un attacco, non chiudere lo sconto quando ancora il tuo avversario nemmeno è arrivato a vederti» nonostante tutto lei si ritrovò a rispondere con una certa rabbia. E il bello era che non si sentiva sicura verso chi fosse rivolta quella rabbia. Verso Searl, o verso se stessa?
«Li hai solo anticipati»
«Nemmeno mi sono posta il dubbio se fosse giusto attaccare. L’ho fatto e basta»
«Data la situazione, era la scelta giusta»
«No» lei si trovò a sussurrare «Non è vero»
«Volevi che arrivassero in sala comandi?»
«L’hai detto tu, no?» Felien non ebbe la minima difficoltà a ricordarsi quanto gli era stato detto prima della battaglia «Non c’era speranza che c’arrivassero. Perché non avrei dovuto crederti?»
Searl non fu veloce nella risposta come sempre. Un ritardo di nemmeno un secondo, ma dato il soggetto era l’equivalente di mezzo minuto buono per una persona normale.
«Non…» ovviamente alla fine la risposta una risposta era riuscito a trovarla.
«Che cosa sono, veramente, Searl?» lei andò a interromperlo. Tanto sarebbe stata l’ennesima balla.
«Un soldato. È quello che sei da sempre»
Felien annuì, ancora con gli occhi al soffitto. Per quanto assurdo voleva crederci, ma la verità era che aveva la netta sensazione che anche quella fosse una menzogna.
«Vorrei fosse vero» sussurrò «Lo vorrei sul serio»

Ore 3:00
Prima Astronave Madre della Flotta


«Mi chiedo, Primo Comandante, se non sia stato un errore» riconobbe la voce all’istante, nonostante il collegamento fosse solo audio. Il Capo del Consiglio Speciale d’Emergenza «darvi così tanta libertà di agire»
Lui evitò quantomeno di sbuffare. Quella gente cominciava a diventare pesante, oltre che monotona.
«E una così eccessiva quantità di risorse» a parlare quella volta fu uno degli altri membri del Consiglio. Chi di preciso proprio non aveva idea. Aveva avuto pochi contatti con quella gente, per fortuna, e col passare dei mesi aveva imparato come fosse un bene ridurli sempre il più possibile.
«Come del resto il Maresciallo della Flotta è sempre stato di questa idea» il Capo ritornò a prendere la parola giusto giusto per finire il suo pensiero precedente.
«Se il Maresciallo ha anche solo una vaga idea di come fare a condurre questa guerra senza continuare a inanellare una sconfitta dietro l’altra, non ha che da dirmelo» il Primo Comandante si lasciò sfuggire la risposta forse carica di un po’ troppo astio, ma nel complesso era la verità. Non ne poteva più di quell’interminabile serie di oppositori «Io ho solo proposto una strategia, che voi avete approvato. Chiunque trovi un modo alternativo per portarla a termine deve solo espormelo»
«Non mi risulta» il Capo parlò ancora «Abbiate anche solo valutato le proposte alternative per l’attacco alla seconda flotta nemica»
«Le ho valutate. Erano tutte proposte idiote» lui nemmeno si pose il problema se parlare o meno in modo diretto. Alla fine era il mitico Maresciallo della Flotta ad avere quei pagliacci come suoi superiori diretti, lui poteva considerarsi una specie di consulente esterno «Il punto debole della strategia è solo uno, l’eventualità che il nemico capisca. Se capirà sarà come non aver fatto niente, in questi mesi»
«Avete idea di quale sia il costo della bomba che voi avete imposto venisse usata?» quella volta parlò uno degli altri. Chi di preciso erano misteri, e sinceramente nemmeno gli interessava.
«Senza contare che il pilastro portante della vostra strategia risiede in una tecnologia che forse non saremo in grado di sfruttare» e lì era ancora il Capo del Consiglio, forse.
Irrilevante chi fossero gli interlocutori, comunque.
Il Primo Comandante si prese un attimo prima di replicare: «Nel caso tutto andasse come previsto, nello scenario più realistico, il nemico perderà sette flotte, nello scenario più pessimistico cinque, nel più ottimistico subirà un annientamento completo. Era impensabile credere che una strategia che garantisse simili risultati potesse essere anche del tutto sicura, o economica. I rischi ci sono, e li sapevate»
«Purtroppo, Comandante» forse per la prima volta da che lo sentiva, il Capo del Consiglio cambiò il suo tono di voce fino quasi a mascherare del tutto il tripudio di arroganza che ne traboccava «potremmo non essere in grado di ammortizzare il tempo perduto in un eventuale fallimento di questa strategia»
Il Primo Comandante si bloccò sul posto, immobile nella sua postazione di comunicazione. E quello che diavolo voleva dire? A che sapesse, se c’era una cosa che non mancava era il tempo.
«Cos’è successo?»
«Semplice ragionamento sul lungo periodo, Comandante, una delle sue specialità del resto» il Capo era già tornato al suo tono di sempre «Data la sua ramificazione, la sua immensa estensione, estirpare questa civiltà sarà anche più difficile che estirpare la precedente, di sicuro sarà un’opera che richiederà molto tempo. Ma anche dando per scontato che faremo molto in fretta non è detto che a quel punto le nostre difficoltà saranno finite. Non sappiamo cosa troveremo nella nostra ultima tappa»
«Potremo trovare la strada spianata verso la vittoria» precisò lui. Del tutto vero, anzi, a essere sinceri la considerava l’ipotesi più probabile nonostante paradossalmente tutti sapessero quali mostruosità li avrebbero aspettati lì, all’ultimo atto.
«Ne siete sicuro, Comandante?» il Capo del Consiglio pose l’ovvia domanda.
A cui non poteva che seguire l’ovvia risposta: «No»
«In quel caso sarà una tipologia di nemico mai incontrato prima» l’altro riprese subito «Un nemico che purtroppo non potremo prendere di sorpresa nemmeno volendo. Un nemico che non è nemmeno detto sia nelle nostre possibilità distruggere»
«Mi state dicendo» il Primo Comandante si interruppe il tempo di un secondo, prima di proseguire «Che non posso fallire?»
«Vi stiamo mettendo a parte dell’importanza della vostra riuscita» sancì il Capo.
Lui si ritrovò nonostante tutto a sorridere. Quello sì che era parlare da politico. Informarlo dell’importanza della riuscita, sì chiaro, ma era il non detto che a essere interessante. Quella gente avrebbe abbandonato la strategia da lui proposta se anche solo avesse avuto il sentore che qualcosa stesse andando storto.
Possibile che il Maresciallo odiasse così tanto ricevere istruzioni da qualcun altro? O forse erano i membri di quel Consiglio d’Emergenza a non vedere le potenzialità di una strategia che poteva significare vittoria completa, se portata a compimento nel modo corretto. Forse era semplicemente l’evidenza che di fronte a un minaccia incombente l’istinto diventava spesso quello di sbranarsi l’un l’altro, soprattutto quando le cose cominciavano ad andar male. E la netta sensazione che gli stava dando quella conversazione, era che il Consiglio d’Emergenza gli stesse nascondendo l’esistenza di qualcosa che stava andando dannatamente storto.
«Mi considero messo a parte» si limitò a rispondere. Se l’intento di quella gente era mettergli pressione avevano fatto decisamente un buco nell’acqua.
«L’ultima fase preparatoria è ultimata?» a parlare fu qualcun altro, non il Capo.
«Sì signori, tra non molto sapremo se la strategia sia ufficialmente attuabile»
«Auspichiamo una veloce e soddisfacente risoluzione»
«Così sarà, signori» lui confermò senza aggiungere altro. E nel complesso poteva anche ritenere che quanto affermato fosse la verità. Per quanto lo riguardava non era certezza ma quasi, ormai. Il nemico sarebbe caduto nella trappola, e il loro attacco sarebbe andato in porto. Con quella mossa un’altra civiltà sarebbe caduta per mano loro, caduta di fronte alla loro inarrestabile avanzata, caduta per favorire la loro sopravvivenza.
Certo, la domanda sorgeva, a lui almeno. Era giusto compiere una simile strage solo nella speranza di riuscire a respingere una minaccia incombente? A prescindere da quanto mortale fosse la minaccia, era giusto? Sul serio gli esseri umani meritavano così tanto di morire?
«C’è altro» il Capo richiamò la sua attenzione «Di cui ritiene questo Consiglio debba essere informato, Primo Comandante?»

Ore 4:00
Ammiraglia della Prima Flotta


Il bar degli ufficiali era del tutto deserto, tutte le sedie già rimosse, al bancone sul lato sinistro del locale c’era solo una cameriera che ormai stava dormendo con la testa appoggiata a una mano e il gomito appoggiato al pianale del bancone. Si svegliava solo di tanto in tanto per riservargli un’occhiata omicida. Ma del resto andare a dire al comandante in capo delle forze magiche di andare fuori dalle palle non era proprio così facile come potesse sembrare.
Senza degnare la ragazza di molta attenzione Searl continuò a tamburellare le dita della mano destra sul tavolo.
Quella situazione non gli piaceva, non gli piaceva per niente. La sensazione era netta, e non era una buona sensazione. Stavano perdendo il controllo. Stavano perdendo il controllo su un nemico che fino a pochi mesi prima a lui stesso non era mai nemmeno sembrato in grado di poterli impensierire.
Era come se di colpo gli avversari avessero cambiato marcia, passando all’improvviso su un livello di pensiero che loro non erano più in grado di interpretare nel modo corretto, un livello di pensiero che fino a quel momento nemmeno erano in grado di comprendere. Un livello di pensiero che li stava costringendo a compiere mosse azzardate, e anzitempo.
Non avrebbe dovuto permettere a Walent di trascinare Felien in una battaglia, doveva capirlo che sarebbe stata una mossa sbagliata, doveva capire che sarebbe stato un errore.
L’evolvere degli eventi sembrava sempre di più quello peggiore. Giusto qualche ora prima Liren aveva comunicato che il nemico avrebbe sferrato il suo attacco decisivo prevalentemente sul piano magico. E giusto il piano magico era quello in cui conservavano il vantaggio più consistente, ma anche quello in cui erano più fragili. Quello in cui dipendevano da alleati che in realtà non erano tali e da individui che senza trattamento di riabilitazione si sarebbero rivelati inutili ai fini di quella guerra.
Sul piano magico, a ben vedere, erano molto più deboli di quanto si potesse pensare. Se il nemico puntava a colpirli proprio lì non faceva uno sbaglio, era il posto migliore dove colpire per fare male sul serio.
«Strano che non ti abbia trovato a provarci con la cameriera» una voce che conosceva fin troppo bene lo riscosse.
«Ho qualche migliaio di volte i suoi anni» rimase a guardare le sue dita che continuavano a tamburellare il tavolo «Alla quarta birra almeno»
In quel momento vide l’ammiraglio che faceva il giro del tavolo per andare a sedersi giusto di fronte a lui. Il colletto dell’uniforme azzurra era allentato, la giacca era solo in parte abbottonata, il mostruoso numero di mostrine delle onorificenze non era perfettamente allineato e ordinato come al solito.
«Uomo d’onore» riprese Walent «Nemmeno usi il controllo mentale»
«Se ho bisogno c’è Hazel» Searl quantomeno si sforzò di rispondere a tono. 
L’ammiraglio rimase un momento in silenzio prima di proseguire: «Tutto come da programma?»
«Tutti quelli che dovevano andarci sono già nelle camere di soppressione» Searl annuì «Adesso dobbiamo solo aspettare»
«Alla fine ne siamo usciti bene anche stavolta»
«Questione di opinioni»
«Meglio di quanto mi aspettassi quando m’hanno comunicato lo sconfinamento di 1200 navi nemiche»
«Resta da stabilire per quante volte sarà ancora così» Searl rimase a guardare il pianale del tavolo di fronte a lui «Quante saranno ancora le mosse preparatorie del nemico prima del vero attacco?»
«Per quando sarà ora saremo pronti» Walent pareva anche abbastanza sicuro di quanto diceva. Il che, lo ammetteva, lo lasciava più tranquillo «Ci stavamo già muovendo per incrementare il nostro vantaggio sul fronte magico, basterà solo velocizzare il processo»
«Intendi il branco di bambini che hanno cominciato l’addestramento qualche anno fa?»
«Quello sul lungo termine» confermò l’ammiraglio «Per l’immediato abbiamo un programma ingegneristico che sta cominciando a dare buoni frutti. E ho appena dato ordine di raddoppiare il numero di navi di ricerca. Dobbiamo ripescare più gente il prima possibile»
«Resta solo da stabilire se basterà»
«Immagino dipenda molto da chi riusciremo a pescare»
«Si beh, certo» Searl riprese «Se nel giro di un paio di mesi ci ritroviamo tra le mani El, Aion, Michael e Camael sì, direi che le nostre possibilità di vittoria crescono»
Walent rimase ancora un momento in silenzio, forse impegnato a stabilire che cosa non quadrasse nella persona che aveva di fronte. Alla fine si limitò a rispondere: «La situazione non è così tragica»
«A dir la verità» Searl continuò per la sua strada «Ci basterebbe Dagon»
L’ammiraglio ritardò ancora nella risposta: «Non mi pare di averlo presente»
«0,48, non è un prima categoria»
«Dunque il motivo per cui sarebbe un buon acquisto è un altro»
«Non credo di aver mai incontrato una persona più geniale» Searl rimase a guardarsi le mani.
«Sì, qualcuno in grado di capirci qualcosa ci sarebbe utile»
«Liren ha ristretto il campo, ma la verità è che non ha nemmeno cominciato a ipotizzare in che modo quegli esseri puntino a distruggerci. E la netta sensazione è che ogni azione compiuta dal nemico comporti un effetto che loro riescono a prevedere, e noi no»
«Stai parlando della nostra flotta» Walent si fermò lasciando un momento in sospeso la frase «O della ragazza?»
Seppur con lentezza, Searl alzò per un momento lo sguardo sull’ammiraglio, lasciando la vista del tavolo.
«La ragazza» l’altro nemmeno si pose più il dubbio.
«Portarla in battaglia è stato un errore» lui non vide nemmeno il motivo di mentire. Evidentemente gli si leggeva la verità in faccia.
«Sinceramente non penso di aver mai visto un singolo mago spazzare via gli avversari con quella facilità»
«Quello probabilmente era prevedibile»
«Sapevi che fosse in grado di teletrasportarsi anche con i soppressori attivi?»
Searl si strinse nelle spalle: «Lo sospettavo»
«Quella ragazza potrebbe essere il nostro asso nella manica. Capirlo subito è stato solo un vantaggio»
«Che cosa sai» Searl tornò sull’ammiraglio «di lei?»
«Quello che era, come tutti»
«Voi sapete quello che è diventata, non quello che era»
Walent lo guardò con aria interrogativa, senza dire niente.
Lui proseguì: «Fern era una pazza assassina, del tutto convinta che la missione della sua vita fosse uccidere ogni singolo essere umano vivente, ma è diventata così, non lo è sempre stata. Felien Ern era la bontà fatta persona»
L’ammiraglio si limitò ad annuire senza prendere la parola, probabilmente invitandolo a proseguire.
Searl continuò: «Fa un certo effetto vedere una persona che ha pianificato trenta miliardi di morti del tutto abbattuta perché si è trovata a uccidere senza esitazione quelle che di fatto non sono altro che macchine»
«Era sotto attacco» Walent pose l’obiezione più logica, quella che di fatto era la verità «Si è difesa»
«E questa è la prova… che è più buona anche di te»
«Cosa stai cercando di dirmi, Searl?»
Searl esitò un momento: «Entro qualche mese tutti i blocchi alla sua memoria saranno saltati, ricorderà cosa ha fatto» rimase a fissare l’ammiraglio negli occhi «Non riuscirei io a convivere nella consapevolezza di aver sterminato un’intera specie. Come può farcela lei?»


End Notes:
ok, perplessità. sia la scena di liren che quella in cui searl tunyl e walent parlando di possibili regressioni mi sono sembrate scene di una infodumposità assurda. fatemi sapere se la pensate allo stesso modo, per pietà :S.
Capitolo 12 by Caladan Brood
Author's Notes:
oh, pronti col nuovo capitolo. era in canna da un pò di tempo, ma è rimasto dov'era una cosa come due settimane per... meglio nemmeno dire perchè, è troppo una cosa stupida :D.
comunque sia, capitolo che ha qualche scena che non mi è dispiaciuta, vediamo che ne dice il pubblico ^_^.
ah, una cosa avrei piacere che con questo capitolo si capisse definitivamente, ve la scrivo nelle note di fine capitolo (l'intento dunque sarebbe che la leggiate dopo aver letto il capitolo :D).
per il resto, buona lettura ^_^

Capitolo 12

Il processo standard di riabilitazione ora è superato e, alla luce del rischio che si correrebbe a utilizzarlo, dubito verrà mai più usato. Nonostante si debba riconoscere che avesse degli inequivocabili punti di forza. 
Basta osservare i casi passati per rendersene conto, il più eclatante in particolare.
Simeon Rein era un pazzo assassino genocida, violento e brutale, assolutamente indifferente al dolore che infliggeva agli altri se non addirittura sadico. L’esempio limite di cosa possa diventare un bambino normalissimo che abbia subito simili mostruosità.
Il processo standard di riabilitazione lo ha reso un docile agnellino che di sua iniziativa non avrebbe fatto male a una mosca, a un livello tale che la sua utilità in un combattimento sembrava compromessa. Ma soprattutto lo ha reso una persona normale, ragionevole, equilibrata. Immatura, certo, ma bene o male capitava a chiunque si sottoponesse a quel processo.
Il nuovo processo di riabilitazione l’avrebbe reso una persona altrettanto normale e ragionevole, di sicuro. Anzi, forse avrebbe ottenuto un risultato migliore. Ma sarebbe stata una persona normale e ragionevole che avrebbe avuto impresso nella memoria il ricordo delle persone che aveva ucciso, delle stragi che aveva commesso, degli uomini che aveva massacrato, delle città che aveva distrutto. Avrebbe avuto scolpito nella mente ogni singolo momento passato ricoprendo la carica di Primo Ufficiale di un esercito che si prefiggeva, e che ha raggiunto, un unico scopo di sterminio. E non ricordi distaccati dalle emozioni a essi associate, come nel caso del processo standard di riabilitazione. Sarebbero stati ricordi effettivi, reali. Ricordi per cui di sicuro avrebbe provato orrore, sgomento, rifiuto, ma soprattutto rimorso.
Può una persona essere abbastanza forte da sopportare il peso di aver contribuito attivamente a uno sterminio di massa che si prefiggeva l’estinzione di un’intera specie? 
Forse sì. È possibile del resto, ed è nostro interesse credere sia vero. 
Ma di certo non possiamo essere così ingenui da credere che tutti quelli che da ora in avanti verranno sottoposti al nuovo processo di riabilitazione riescano a sopportare un simile peso.


7 Giugno
Ore 15:30
Ammiraglia della Prima Flotta

«Che dici, Hazel» aggrottando appena le sopracciglia Felien assunse un’espressione che sembrava davvero pensierosa «Stiamo perdendo?»
Trattenendo a stento un sorriso Veis rimase sulla ragazza, giusto in fianco a lei, facendo il possibile per non guardare le carte che di fatto le stava mostrando da una buona mezz’ora.
Ancora faceva fatica a crederci, era tornata quella che aveva conosciuto, anzi, meglio. Non vi era traccia dei primi sintomi, nessuna delle avvisaglie di un follia latente che nessuno di loro all’epoca aveva visto. Ora era una persona normalissima, era come doveva essere.
Tunyl meritava di essere proposto per la santificazione.
«Ma sul serio?» sbuffando, Hazel si soffiò via la solita ciocca di capelli ricci dalla faccia «Meglio tardi che mai»
«Non starla a sentire» Searl selezionò la sua carta dal mazzo tenendola nella mano destra «Vai come un treno, tesoro» lanciò la carta sul tavolo «Mi sa che ho fatto tris»
«Ma allora hai tirato il quattro senza sapere dove fossero gli altri» Hazel si mise quasi a piagnucolare «Dio, quasi quasi era meglio Nethaniel. E non è un complimento, ragazza mia»
«Gioca male?» Felien era già tornata a concentrarsi sulle carte.
«Tecnicamente parlando» Searl richiuse il suo mazzo per andare ad appoggiarlo sul tavolo «È un cane»
«Sono convinta che anche se ci dessero la possibilità di dirci le carte per via telepatica» Hazel riprese a studiare il suo mazzo «Riuscirebbe a farmi perdere comunque» alzò gli occhi verso la compagna di squadra. La sua espressione si allargò in un sorriso «Che tra l’altro. Come te la cavi a telepatia, amica mia?»
«Guardate che ci metto poco a ordinare la soppressione della stanza» fece notare Searl.
«È una cosa che dovrei saper fare?» Felien guardò tutti i presenti in serie, in attesa di una risposta.
«Tra le tante» Searl annuì.
«Entro notte, Hazel» Veis si lasciò sfuggire uno sbadiglio.
«Eh, sembra facile» la diretta interessata tornò alle sue carte «Qui devo pensare per due»
«Sto migliorando in telecinesi, se vuoi» Felien lasciò andare il mazzo che teneva con la mano sinistra. Le carte rimasero dove si trovavano fluttuando a mezz’aria.
«Impressionante» la compagna di squadra non la degnò di uno sguardo.
«Non ascoltarla» si intromise Veis «Dopo neanche due settimane è un ottimo risultato»
«Ma non dico mica il contrario» Hazel finalmente scelse la sua carta «Dico solo che dopo averle visto lanciare in aria una portaerei, un mazzo di carte che vola mi lascia poco impressionata»
«Portaerei?» Felien sobbalzò, andò subito a concentrarsi sulla compagna di squadra «Di quelle che ricordo io?»
Senza nemmeno tanto stare attenta a quanta forza imprimeva nel gesto, Veis rifilò un calcio alla gamba di Hazel. Nello stesso istante attinse al suo potere il tanto che bastava per tenerle chiusa la bocca impedendole di cacciare un urlo. Ne uscì una specie di mugolio che poteva anche essere interpretato come segno di assenso.
«Stava affondando» Searl continuò a studiare le sue carte come se nulla fosse mentre tirava fuori dal cilindro l’ennesima, monumentale balla «Tirarla fuori dall’acqua era la scelta migliore»
«Ha detto “lanciare”» Felien ignorò le smorfie di sofferenza di Hazel per andare a concentrarsi su Searl «Lei»
«Se tiravi un po’ più forte spezzavi a metà lo scafo» lui non fece una piega «Termine corretto, direi»
“Ce la facciamo a tenere a freno la lingua?” Veis si premurò di parlare ad Hazel per via telepatica.
“Mi hai rotto una gamba” l’altra quantomeno riuscì a essere abbastanza attenta da rispondere senza aprire la bocca.
“Fa un’altra cazzata e potrei pensarci seriamente”
“E prima o dopo dovrà pur scoprirlo, no?” Hazel provò a difendersi in qualche modo.
“Ecco, magari” le rifilò un altro calcio alla gamba, anche se non aveva niente a che fare con il precedente in quanto a forza “Evitiamo che lo scopra per colpa tua”
«Tocca a te, cara» trattenendo le smorfie di dolore da vera campionessa, Hazel ritornò a parlare gettando sul tavolo probabilmente la prima carta che le fosse saltata alla mano.
«Ho alzato una portaerei sul serio?» Felien si guardava la mano sinistra come ipnotizzata. Almeno per il momento l’ennesima sua fase di sospetto era passata. O meglio, Searl era riuscito a farla rientrare in qualche modo.
«E nemmeno è stata la cosa più pesante che hai sollevato, poco ma sicuro. Prima o dopo te ne ricorderai» il compagno riprese a parlare. Persona inutile se non dannosa in pressoché ogni situazione, ma almeno in quei casi si rivelava pressoché indispensabile.
«Molto presto, magari» ancora con aria vagamente imbambolata, Felien smise di guardarsi la mano «Finalmente»
«In che senso?» Veis si fermò con in mano la carta che doveva lasciar cadere sul tavolo. Si decise a farlo con un secondo di ritardo.
«È un paio di giorni che ho in mente una persona» la ragazza non si rivolse a nessuno in particolare in un primo momento, poi si rivolse direttamente a lei «Sai quella sensazione di saper di conoscere qualcuno ma non riuscire a ricordare il nome?»
«Chi?» Veis si impegnò per quanto possibile a sembrare del tutto calma. No, era troppo presto, non poteva essere.
«Capelli neri, molto alto, imponente, con gli occhi…» si interruppe un momento «viola. Lo so che sembra stupido ma l’immagine è ho in mente è quella, magari erano semplicemente lenti a contatto»
«No no, erano proprio i suoi occhi» Hazel, forse per quattrocentesima volta, non riuscì a tenere la bocca chiusa.
Felien spostò subito lo sguardo su di lei, già pronta a porre l’ovvia domanda.
«Si chiamava Goer» Searl la anticipò. E in effetti, arrivati a quel punto era anche inutile mentire.
«Sempron» Felien disse il nome in modo del tutto automatico.
«Sempron Goer, sì» lui si limitò a confermare «Lo conoscevi»
«E adesso… dov’è?» com’era ovvio, la successiva domanda non poteva essere che quella.
«È morto» Searl, almeno quella volta, non mentì «Tempo fa»
Felien richiuse il mazzo di carte che aveva in mano per andare ad appoggiarlo sul tavolo. A guardarla sembrava sul serio essersi fatta più triste, e quello era forse il segnale peggiore: «Era un mago?»
«E che mago!» stranamente Hazel non riuscì a far danni nel momento stesso in cui aprì la bocca.
«Era un mago sì» arrivati a quel punto, Veis non vide motivo di non confermare. Sarebbe solo servito a insospettirla, cosa che di recente capitava sempre più spesso «Uno dei maghi più forti che abbia mai visto»

Ore 16:30
Ammiraglia della Prima Flotta


Nel vedere l’immagine di Sephet che compariva nello schermo del suo computer, Walent si lasciò cadere contro lo schienale della sua poltrona. Quantomeno cercò di ricacciarsi in gola uno sbadiglio. Strizzò gli occhi un paio di volte nel tentativo di restare sveglio. Aveva decisamente bisogno di almeno un’ora di sonno.
«Abbiamo un vincitore, pare» cercò di sembrare più sveglio di quel che era, ma l’impresa non era così semplice come si poteva pensare. Si rimise un filo più dritto sulla poltrona.
Sephet alzò appena un angolo della bocca: «Se così lo vuoi chiamare» 
«Di chi stiamo parlando?» Walent andò a concentrarsi sull’ammiraglio della seconda flotta. 
«Hirt della decima flotta» lo informò l’altro «È regredito meno di due ore fa»
Walent si limitò a guardare il suo interlocutore. Se davvero si aspettava che il nome gli ricordasse qualcosa doveva dargli una delusione.
«0,17 con dominio del fuoco, ripescato un otto anni fa a quanto mi dicono» Sephet capì che c’era bisogno di un aiuto
«Ti vedo abbastanza tranquillo» Walent quella volta non riuscì a trattenere uno sbadiglio. Ma al diavolo, se non poteva comportarsi come gli pareva davanti all’ammiraglio della seconda flotta tanto valeva che si comprasse una maschera da mettere in faccia «Deduco che la decima flotta sia ancora in buona salute»
«Era in camera di soppressione, poteva far poco» sospirò Sephet «Certo, per poco non accoppava il dottore che è passato per il giro di controllo, ma per il resto poco altro»
«Vediamo di impiccare il dottore» Walent si ritrovò a rispondere con più facilità, finalmente. Forse il sonno stava passando, anche se solo momentaneamente «Sono abbastanza convinto che da qualche parte abbiamo fatto scrivere che non ci si avvicina ai maghi a rischio di regressione»
«Ha il collo in due parti, con prognosi di un mese probabilmente. Direi che ha imparato la lezione»
«Gli è andato proprio in braccio, allora»
«Si è comportato come tutte le altre volte» Sephet scrollò le spalle «A quanto pare si conoscevano»
Walent si lasciò di nuovo ricadere contro lo schienale. Tenne gli occhi chiusi per un attimo: «Son soddisfazioni avere a che fare con gente che da un momento all’altro potrebbe saltarti alla gola anche nel caso tu sia loro amico»
«E dobbiamo considerarci solo fortunati» Sephet allargò appena le braccia «Finora non è mai regredito nessuno durante una battaglia»
«Non portarci sfiga» Walent rimase nella sua posizione, lo sguardo rivolto al soffitto del suo studio «Abbiamo bisogno di tante cose, ma non di quella»
«A volte ci penso, devo dire, a cosa potrebbe succedere se Allister regredisse durante una battaglia» continuò Sephet «È a tutti gli effetti il vice di Dantalian ormai, e la maggior parte delle volte pure io mi dimentico di cosa sia in realtà»
«Uno 0,41 con dominio dell’oscurità e ottimo controllo che in teoria vuole accoparvi tutti» Walent andò a finire la frase per lui.
«In poche parole»
«E più gente ripeschiamo maggiore sarò un rischio simile, soprattutto ora che siamo progrediti abbastanza da riuscire a tirare giù gente forte sul serio. Pensa, chessò, a Veld»
«O a Rangvald» gli fece eco Sephet.
«O a Gunvor»
«La situazione alla lunga diventerebbe ingestibile, non ci sono altre possibilità»
«Alla fine non penso ci siano alternative» Walent sospirò «Possiamo ritardare la decisione ma la verità è che non abbiamo scelta. I nuovi ripescati devono essere sottoposti allo stesso processo di riabilitazione che ha subito Fern. Quelli più forti quantomeno, e possibilmente anche quelli più forti che abbiamo adesso»
«C’è un motivo» Sephet si fermò un momento, soppesando le parole «Se stiamo posticipando la decisione»
«La ritardiamo ma non abbiamo alternative. Dobbiamo solo sperare che Felien ne esca bene, non possiamo realisticamente pensare di poter gestire anche solo due o tre Prima Categoria appartenenti all’esercito di Fern, nel caso per loro ci fosse possibilità di regressione»
«Adesso che siamo tra me e te» Sephet attese un momento prima di rispondere «A essere sincero non vedo un solo modo in cui quella donna possa farcela, una volta ricordato tutto»
«Non ci resta che sperarlo»
«Ma anche se saremo fortunati» Sephet riprese «Anche nel caso la ragazza ne esca bene, questo non vorrebbe dire che agli altri andrà nello stesso modo. Stiamo parlando di gente che ha commesso azioni che una persona normale semplicemente non può sopportare di aver compiuto. E loro proprio questo si troverebbero a essere. Persone normali che sanno di aver commesso azioni inconcepibili»
«Eppure nonostante tutto» Walent si ritrovò a non saper che altro dire. Le argomentazione di Sephet erano fin troppo vere. Eppure, comunque c’era solo una strada da percorrere «Non abbiamo scelta. Possiamo solo sperare che Tunyl tiri fuori dal cappello un altro coniglio, il processo standard di riabilitazione non è praticabile. Non per i Primi Categoria»

Ore 18:00
Ammiraglia della Prima Flotta


«Mi dispiace di averla disturbata, dottore» Veis si ritrovò senza eccessivi problemi a rivolgersi a lui con una certa gentilezza. Del resto quell’uomo si era ampiamente guadagnato che si avesse, come minimo, fiducia in lui. Motivo per cui l’aveva chiamato, tra l’altro, oltre all’ovvio fatto che fosse la persona più adatta allo scopo.
«Non si preoccupi» Tunyl rispose forse nell’unico modo ipotizzabile, nonostante stesse dando la netta impressione di essersi appena alzato dal letto «Mi dica pure»
«C’è un problema riguardo Felien» lei arrivò dritta al punto «O almeno, spero lei mi dica che non si tratta di un problema»
«Continui» il primario prese una posizione più eretta all’istante, nel giro di un attimo sembrò svegliarsi del tutto.
«Quando…» Veis cercò le parole giuste «quando il primo blocco ai suoi ricordi dovrebbe cadere?»
«Tra tre settimane, all’incirca. Dovrebbe ricordare i trent’anni successivi» lui rispose subito «Perché lo chiede?»
«Dunque dovrebbe arrivare verso i suoi settant’anni» Veis chiese conferma «All’incirca»
Tunyl si limitò ad annuire.
Lei proseguì: «Ieri ci ha detto di aver ricordato una persona che penso abbia conosciuto dopo»
Il primario andò a posizionarsi meglio sulla poltrona del suo studio, o almeno, quella che sembrava la poltrona del suo studio. Non c’era stata abbastanza tempo da poter dire di riconoscerlo con certezza: «Ne è sicura?»
«No» lei ammise l’ovvio «O meglio, no da un certo punto di vista. Felien di sicuro l’ha conosciuto molto presto, erano entrambi alla base aerea di Clark. Di sicuro erano ancora lì quando lui era cresciuto abbastanza da rispondere alla descrizione che ci ha fatto»
«Di chi stiamo parlando?» Tunyl chiese l’ovvia informazione «Se posso chiedere»
Veis rimase indecisa un momento, senza nemmeno sapere perché, alla fine rispose: «Sempron Goer»
L’altro annuì come sapesse esattamente di cosa si stesse parlando: «Uno dei tre Primi Ufficiali»
Lei per un momento rimase a fissare il dottore. Arrivò a connettere la cosa con un secondo di ritardo. Ovvio che Tunyl conoscesse la scala gerarchica dell’esercito di Fern. Come del resto sapeva a memoria quella di El e di Aion, di sicuro. Era un modo per conoscere il più possibile sui suoi pazienti. Confermò: «Se tra i tre si fosse dovuto scegliere il vice di Fern, sarebbe stato lui»
Annuendo in silenzio, Tunyl rimase a pensare a quanto appena sentito, di sicuro alla ricerca di una spiegazione. Riprese a parlare dopo pochi secondi: «Non ha più nessun ricordo del periodo passato in quella base. E non c’è la minima speranza che quei ricordi riaffiorino, non esistono più»
«Il ricordo è di sicuro posteriore, sono d’accordo» Veis non poté che dargli ragione. Di molto superiore, senza dubbio.
«Può affermare con certezza» Tunyl continuò con una nuova domanda senza darle il tempo di precisare quanto aveva appena detto «che entro i trent’anni successivi dalla sua fuga da quella base non si siano più incontrati?» 
Veis rimase a pensarci. No, la verità era che non poteva esserne sicura. Proprio verso quei tempi avevano cominciato a non sapere più per certo cosa Felien stesse facendo, e ad essere sinceri riteneva possibile che la ragazza avesse rincontrato Goer molto presto: «No, non posso»
«La questione potrebbe spiegarsi così» Tunyl non aspettava altro che quella risposta «È normale che un blocco ai ricordi non cada di schianto. C’è quasi sempre qualcosa che riesce a filtrare»
E quella era esattamente la risposta che voleva sentire. Peccato che non fosse la risposta vera. A quanto aveva riferito al dottore mancava un particolare, di fatto il particolare fondamentale. Quello che non era ancora riuscita a dirgli, forse proprio nel timore di ricevere il responso che non voleva sentire.
«Goer aveva gli occhi azzurri, dottore» Veis si fece coraggio «Li ho visti di persona, erano azzurri»
Il primario inarcò il sopracciglio destro in un’espressione quantomeno incerta. Non riusciva a capire quale fosse il problema.
«Felien si ricordava che i suoi occhi fossero viola» lei proseguì.
«Non la sto più seguendo» Tunyl scosse appena la testa «Vicegenerale»
«Ogni mago che abbia partecipato a quella guerra ha legato il proprio corpo al suo dominio, appena l’incantesimo è stato scoperto. Tralasciando tutti gli effetti voluti, ce n’era solo uno che modificava l’aspetto. Il colore naturale degli occhi andava a combinarsi con quello del dominio di appartenenza»
«E Goer era un dominio del fuoco» Tunyl diede a intendere di aver capito all’istante.
«Azzurro più rosso, sì» a malincuore, Veis si trovò a confermare.
«Quando è stato scoperto questo incantesimo?» il primario aveva cominciato a parlare a voce più bassa. In lui era chiaramente visibile una nota d’allarme.
«Noi eravamo già partiti» lei andò a informarlo dell’ultima nozione che, di sicuro, le avrebbe confermato la gravità della situazione. Poteva già leggerlo nel volto del primario «Non saprei nemmeno dirle da quanto»
Tunyl strabuzzò gli occhi. E a quel punto la conferma che la situazione fosse grave era già arrivata.
«Stiamo parlando di un ricordo che è posteriore di almeno cinquecento anni al limite del primo blocco alla sua memoria» lui riprese la parola solo un momento dopo.
Veis raccolse il coraggio necessario per porre la domanda. Di fatto l’unica che le importava: «Quanto grave è, la situazione, dottore?»
Lui nemmeno perse tempo a fingere: «La imbarchi sulla prima nave diretta verso il centro riabilitazione. Se non ne è prevista una, la organizzi»
«Quanto tempo ho?»
«Se la ragazza fosse già per strada» il primario nemmeno ebbe dubbi «Sarebbe comunque il caso di muoversi»

Poco dopo
Ammiraglia della Prima Flotta


Veis appoggiò la mano alla porta che sapeva già essere l’ufficio di Walent e mantenne il contatto lasciando il tempo necessario al sistema di sensori per riconoscere la sua identità. La zona in cui aveva appoggiato il palmo si illuminò di una tonalità di giallo che dopo pochi secondi passò sul verde. La porta iniziò ad aprirsi.
Walent aveva già cominciato a parlare: «Sarei un filo impegnato al mom…»
«Voglio una nave da trasporto pronta alla partenza all’istante» lei nemmeno gli diede il tempo di parlare.
L’ammiraglio continuò a leggere il rapporto su cui era concentrato anche prima che lei entrasse. Non fece una piega: «Hai sentito anche tu che nel settore RL81 sta per scoppiare una supernova?»
«Non ti ho visto ancora dare l’ordine, Kasper» lei proseguì per la sua strada.
«Non è che così tu mi stia convincendo» Walent ancora rimase impassibile. Appoggiò sul tavolo il foglio elettronico che stava leggendo in quel momento e passò al successivo «Sono un filo impegnato. Una regressione in cinque giorni non vuol dire essere fuori pericolo, grazie alle perverse leggi della statistica, e ci tengo alle mie flotte»
Con un secco movimento del polso Veis glieli strappò di mano stritolandoli mentre erano ancora in aria e si stavano dirigendo verso di lei. Quella che afferrò nella mano destra era una palla informe di plastica e circuiti.
L’ammiraglio rimase un secondo a guardare le proprie mani vuote, poi alzò gli occhi su di lei: «E di certo così non mi rendi più incline a ottemperare alle tue richieste»
«Una nave pronta a partire, subito» lei cercò quantomeno di darsi un contegno. Lasciò cadere a terra ciò che rimaneva dei fogli elettronici. Prese un respiro profondo.
«Destinazione? Se è lecito» chiese Walent.
«La stazione Mark 1»
Walent di colpo perse il vago sorriso che aveva in volto. Mise subito un dito all’orecchio per attivare l’auricolare. L’attimo dopo stava già parlando: «Rensold, ordina di approntare una nave da trasporto per un volo intergalattico a medio raggio»
L’ammiraglio rimase un momento ad ascoltare quanto gli veniva riferito, poi si limitò a confermare: «Procedi»
«Mezz’ora, non si può far più in fretta» fece cadere la comunicazione tornò su di lei «Cos’è successo?»
«I blocchi alla memoria di Felien stanno collassando prima del previsto» Veis non perse tempo a girarci intorno, non ce n’era «E tutti insieme»
«E si può sapere com’è stato possibile?» Walent passò subito alle domande.
«Non ne ho idea» lei si voltò e si incamminò verso l’uscita dell’ufficio «Al momento non è la cosa più importante. Vado a prenderla e ce ne andiamo»
«Ehi ehi, ferma dove sei» alle sue spalle avvertì il rumore della poltrona su cui era seduto Walent che si muoveva «Ok lei, ma tu devi stare qui»
Veis continuò verso la porta, non si voltò «Hai Hazel al mio posto, direi che tu abbia fatto un affare»
«Hazel non è affidabile»
«Dovrai fartela bastare» arrivata alla porta lei andò ad appoggiare una mano sulla superficie metallica. Un segnale acustico vagamente raschiante le comunicò che la richiesta d’apertura era stata respinta «Apri la porta, Kasp»
«Capisco che tu sia…» Walent cercò di essere conciliante, nella sua voce non c’era la minima traccia di irritazione «preoccupata. Ma tra te e Searl siete a capo delle forze magiche di questa flotta, né tu né lui potete andarvene, non adesso»
Lei per un attimo fece silenzio. Con lentezza andò ad appoggiare il dito della mano destra in corrispondenza delle linee azzurre che segnalavano i contorni della porta: «Ho passato gli ultimi trecentomila anni a sentirne la mancanza e gli ultimi dieci a sperare che la ripescassero» con lentezza cominciò a passare il dito lungo le linee, mentre attingeva in minima parte al suo potere. Il metallo sotto il suo polpastrello cominciò a congelare «Non posso stare qui, Kasper. Ci hanno appena attaccato, non succederà ancora, non subito»
«Ragiona, tu servi qui»
«Non la lascerò sola un’altra volta» lei continuò a muovere il dito lungo il bordo della porta «Non voglio farlo»
L’ammiraglio tardò nella replica. Ma in quel momento, sinceramente, il pensiero di quali avrebbero potuto essere le possibili sanzioni disciplinari per aver contravvenuto a un ordine diretto non la toccavano neanche di striscio. Sarebbe stato un problema di cui preoccuparsi poi.
La porta le si spalancò davanti lasciandola libera di uscire.
La voce di Walent la trattenne ancora un istante: «Da qui alla Mark 1 ci sono venti ore di viaggio. Se succede qualcosa tu parti subito per tornare, mentre noi ti veniamo incontro»
Ancora dandogli le spalle, lei assentì: «Grazie, Kasper»
Uscì nel corridoio e svoltò subito a sinistra, verso gli ascensori.

Ore 19:00
Ammiraglia della Prima Flotta


«È grave come pensavamo?» Searl se ne rimaneva in piedi in mezzo al corridoio, giusto di fronte alla porta della camera di Felien.
Lei invece, a quanto pareva aveva deciso di scavare un buco nel pavimento. Non poteva farci niente, era più forte di lei, non riusciva a stare ferma. Anzi, non riusciva a spiegarsi come facesse il suo compagno a star così calmo.
«Imbecille io a non alzare la cornetta prima» sbottò in risposta.
«È già, hai ragione, hai aspettato addirittura due ore» Searl, quantomeno, cercò di ricordarle che in effetti aveva chiamato quasi subito.
Ma non funzionava, poco da fare: «Se non era per te chiamavo anche prima»
«Ero abbastanza convinto che Tunyl avesse cose più urgenti da fare»
«Ti sbagliavi»
«Questione di opinioni, probabilmente» lui lasciò correre «Ma in ogni caso non penso che due ore cambieranno le cose»
«Sempre meglio averle, però, se proprio dovessi scegliere» pressoché incapace di fermarsi, Veis arrivò di fronte al muro del corridoio per poi voltarsi e proseguire verso la porta della camera. Aprì la comunicazione con Rensold: «La nave è pronta a partire?»
«Aspetta voi» il colonnello rispose con solo un attimo di ritardo. Giusto il tempo per assicurarsi che quanto stava per dire fosse vero, probabilmente.
«Grazie, colonnello» lui chiuse la comunicazione, tornò a rivolgersi al compagno: «Che dici? Le mettiamo fretta?»
«E insospettirla più di quel che è già?» Searl non ebbe molti dubbi in proposito «Rischi solo di ottenere l’effetto contrario. Anzi, rischi che non voglia più partire»
«Hai ragione» lei continuò a scavare la sua fossa «Porca puttana, hai ragione»
«Non saranno cinque minuti in più a fare la differenza»
«E tu che ne sai?»
«Parti con lei?» Searl, già per la seconda volta, evitò di rispondere a tono quando ne aveva l’occasione. Pressoché del tutto assurdo, visto il soggetto, ma a ben pensarci nemmeno tanto.
«Sono d’accordo con Walent» lei annuì «Se succede qualcosa torno ind…»
Si mozzò le parole in gola a sentire la porta che si apriva. Si voltò subito a guardare trovando Felien che stava uscendo, indossava l’uniforme nera d’ordinanza delle forze magiche.
«Adesso che vi siete inventati una balla che regga» la ragazza si fermò giusto in mezzo tra loro due «Mi dite cosa sta succedendo?»
«Il dottor Tunyl vuole vederti» Searl rispose nell’arco di un decimo di secondo. Sì, lui la balla l’aveva di certo inventata.
«Il motivo?» Felien andò a concentrarsi su di lui, gli occhi ridotti a due fessure.
«Gli abbiamo detto dei tuoi sprazzi di memoria che riaffiorano»
«E vuole stroncarli sul nascere?» partì subito la diretta interessata «No grazie, ci tengo a ricordare cosa è successo. Magari la smettete di trattarmi da scema»
«Ha detto che adesso che il processo è già iniziato naturalmente» Searl non si scompose «Lo può accelerare»
«Dunque può» Felien quantomeno attenuò l’ostilità nel tono «eliminare l’amnesia?»
«Del tutto» l’altro annuì convinto.
«Tu e il dottore remate nella stessa direzione» Veis si limitò a confermare le parole del compagno. Aveva quasi del comico. Come diavolo poteva farle capire, senza dirle tutto, che recuperare la memoria era in assoluto l’ultima cosa da desiderare?
«Va bene» Felien si incamminò lungo il corridoio. Non del tutto convinta, ma quantomeno il minimo necessario per decidere di stare al gioco «Andiamo allora»

Stesso istante
Città di Kilmann


«Il Ministro Mevil sulla due, signore» una voce all’altro capo dell’auricolare richiamò la sua attenzione. Alzò gli occhi dallo schermo e chiuse le palpebre un momento, mentre andava ad appoggiarsi allo schienale della poltrona. Rivolse la testa verso il soffitto mantenendo gli occhi chiusi.
Risposta prontissima, aveva dovuto aspettarlo solo un paio di giorni, del resto. Ma in fin dei conti essere Ministro della Difesa in tempo di guerra non era poi una carica così importante, a tutti veniva spontaneo snobbarla.
L’istinto di metterlo in attesa in paio d’ore mentre lui si faceva un pisolino ammetteva fosse forte, ma dato il soggetto sarebbe stato capace di non farsi trovare per i successivi due mesi solo per ripicca.
«Passamelo» alla fine si arrese alla via più pratica «grazie»
Riprese una posizione eretta e riaprendo gli occhi tornò al monitor del suo computer, dove già si stava aprendo la schermata di comunicazione. L’immagine a mezzo busto del Ministro della Giustizia si fece rapidamente più definita così come lo sfondo. Era nel proprio studio, come era prevedibile. Da che l’avevano eletto, a che lui sapesse, non ne era mai uscito.
«Voleva parlarmi, Ministro Taer?» Mevil partì come se niente fosse. 
Restando in silenzio sulle prime, Taer valutò se fargli notare che forse sarebbe stato il caso di darsi una mossa e chiamarlo prima. Ma in fin dei conti a che pro? Tanto valeva far finta di niente: «Sì, l’avevo chiamata»
«Mi scusi se ho tardato ma volevo evitare di chiamarla due volte» l’altro proseguì.
Il Ministro della Difesa strinse appena gli occhi nel guardare l’immagine tridimensionale del suo interlocutore. Chiamarla due volte? E che diavolo voleva? La spiegazione poteva essere molto semplice, a dirla tutta, ma perché aveva un pessimo presentimento?
«Vuole che sia io a cominciare?» Taer riprese.
«Prego» Mevil rispose con tanto di sorrisetto abbozzato. Ok, di sicuro stava tramando qualcosa.
Con calma il Ministro della Difesa andò a prendere un documento posizionato in cima all’immonda massa di fogli elettronici che si stava accumulando. Fece in modo che lo potesse vedere anche l’altro: «L’altro ieri mi è ritornata l’immunità, e manca la sua firma. Deve essersi persa lungo la strada, tanto per cambiare. Se vuole essere così…»
«M’è arrivata» l’altro confermò senza la minima esitazione.
E a quel punto doveva ammettere che la situazione cominciava un filo a sfuggirgli: «Le era esplosa la penna, ministro?»
«Le ho appena inviato la copia di un atto giudiziario» Mevil sembrò non prendere nemmeno in considerazione quanto appena sentito.
Taer evitò di rispondere subito. E lui che c’entrava con le porcherie legali?
Niente, ma il punto probabilmente era proprio quello. La cosa doveva preoccuparlo.
Allungò appena una mano a sfiorare la zona lampeggiante dello schermo. Lesse appena un paio di righe prima di scoppiare a ridere. Ok, si aspettava tante cose, ma non quello.
«Non è uno scherzo, ministro» Mevil assunse un tono di voce glaciale.
Ma lui comunque non poteva fare a meno di smettere di ridere. 
«Chiedo scusa» cercò quantomeno di darsi un contegno «ma mi aspettavo qualcosa… di meno folle»
«Non vedo cosa ci sia di divertente» l’altro continuò nel suo tono, il volto si era rabbuiato visibilmente.
«Non ha senso dell’umorismo, è evidente» Taer continuò a ridacchiare.
«È semplicemente chiedere giustizia» Mevil riprese «Il che ha vagamente a che fare con la mia carica»
«No, non è chiedere giustizia» il Ministro della Difesa ritornò serio. In fin dei conti l’idiota faceva sul serio, meglio non dargli l’idea sbagliata. Di sicuro era bene fargli capire da subito che non l’avrebbe lasciato libero di agire come meglio credeva «È stupidità, è un concetto ben diverso»
«La decisione è già presa»
«E cosa crede di ottenere, di preciso? Con questa sua solenne crociata pensa che il mondo diventerà un posto migliore?»
«Di sicuro non peggiorerà»
«Ah, è proprio qui che si sbaglia, invece» Taer andò ad appoggiare i gomiti sul tavolo «La renderò edotta di fatto, signor Ministro della Giustizia. Il nemico contro cui stiamo combattendo, l’avversario che da vent’anni ci attacca senza tregua alla ricerca di un cenno di cedimento, non vuole depredarci, non vuole invaderci e nemmeno vuole assoggettarci. Il nostro nemico vuole sterminarci, dal primo all’ultimo. Ogni pianeta, ogni sistema, ogni stazione spaziale, ogni singolo individuo. Se le nostre flotte perderanno questa guerra non avremo la minima speranza di salvarci»
Si interruppe giusto il tempo di un attimo, fissò negli occhi quello che per lui era diventato di colpo un emerito coglione: «Ora, alla luce del fatto che le flotte dipendono totalmente dalla difesa che le truppe magiche possono loro fornire, quanto pensa sarà un bene continuare in questa sua pagliacciata?»
«Arrivederci, Ministro» l’altro stava già per chiudere il collegamento.
«Tra due anni scadrà il mio mandato, Hirk» Taer lo richiamò «E come obiettivo minimo ho quantomeno lasciare le sorti di questa guerra invariate. So cosa stai pensando, probabilmente»
Mivel quantomeno si fermò a metà dell’azione di far cadere la linea, lui proseguì, e a quel punto al diavolo anche la forma di cortesia: «“Un Primo Categoria in meno non farà la differenza, anche se parliamo del più forte mai esistito”. Forse hai ragione, te lo concedo. Ma di sicuro non voglio sperimentare la veridicità dell’affermazione. Non lascerò che questa tua porcheria vada in porto, posso dirtelo anche subito. Prima riuscirò a stroncarla e meglio sarà, dal mio punto di vista»

8 Giugno
Ore 2:00
Nave da Trasporto Sil 3


Luce ovunque. Un oceano di luce uniforme, accecante, tanto fitto da risultare impenetrabile. Un immenso, incredibile mare di cui era impensabile anche solo ipotizzare l’esistenza. 
Un’illusione nell’illusione. Semplicemente assurdo.
Riapparve in una posizione che nemmeno avrebbe saputo definire con certezza, cercò di ignorare il dolore al braccio sinistro che la dilaniava, andando quasi a coprire le fitte che le dava la gamba destra. Riuscì a percepire l’arrivo di una nuova offensiva appena in tempo. Si scostò di lato più in fretta che poté, si portò ampiamente fuori portata. L’ondata di luce, solo in apparenza senza coesione, deviò all’improvviso per dirigersi verso di lei.
Con uno scatto arretrò di un altro paio di paio di metri rimanendo a fluttuare in aria, lasciò che il colpo la schivasse, con gli occhi fissi dal punto di provenienza dell’offensiva rimase concentrata sulle decine di aure che percepiva. Tutte uguali tra loro, tutte perfettamente identiche, ma adesso c’era una discriminante aggiuntiva. La direzione del colpo.
Ridusse le possibili scelte di bersaglio a sole tre opzioni. Nel concentrarsi su di esse, al di là di quell’assurdo mare di luce, riuscì a identificare uno sprazzo di realtà.
Il suo nemico.
Infuse nell’incantesimo più potere di quanto sentisse di poter fare, avvertì subito ulteriore dolore, ma non poteva fare altrimenti, doveva essere rapida.
Scomparve da dove si trovava per riapparire alle spalle dell’avversario, già pronta a teletrasportarsi di nuovo. Sparì ancora quando già un’altra offensiva era diretta verso di lei. Nel comparire di fianco al nemico, a forse dieci passi da lui, stese il braccio sinistro liberando tutto il potere di cui fu capace, nello stesso istante si teletrasportò di nuovo lasciando che l’ondata d’oscurità s’abbattesse sul nemico.
Capì subito cosa stava per succedere, ma ormai era tardi, aveva già impostato una destinazione. Poteva solo correggersi. Si rimaterializzò a pochi metri da dove l’avversario si trovava, già sentendo il proprio corpo che perdeva consistenza. La sfera di luce la attraversò senza danni, e adesso lui era molto vicino.
Raccolse le braccia al petto per poi spalancarle di colpo. L’oscurità si propagò in tutte le direzioni, andando a oscurare per un momento quel mare di luce. Si voltò verso il nemico che in quel momento veniva investito dall’ondata di energia. Aumentò ancora di più la sua aura. Cercò, nei limiti del possibile, di ignorare la micidiale scarica di dolore che le pervase tutto il corpo. Alzò la mano sinistra verso di lui e lasciò partire un colpo, seguito subito da un secondo.
L’avversario scostò un braccio dal corpo in un movimento secco. La prima sfera d’ombra che si dirigeva verso di lui esplose prima di arrivare al bersaglio. La seconda lo investì in pieno, lo scaraventò all’indietro avvolgendolo in un’oscurità che lo ingoiò del tutto, cercando di divorarlo. E almeno quella volta il solito mare di luce tardò nell’arrivare a estinguere l’offensiva ricevuta.
Finalmente un cenno di cedimento.
Scomparve da dove si trovava per riapparire alle spalle del nemico che solo allora aveva debellato il colpo ricevuto, la luce attorno a lui iniziava già a riformarsi.
Stese il braccio sinistro accumulando tra le dita il potere necessario a un’altra offensiva. Già pronta a lanciare si ritrovò a trattenere la sfera nella mano, senza nemmeno sapere perché. 
E l’attimo dopo era tardi.
Moltiplicandosi a una velocità assurda le immagini del suo nemico divennero decine nel giro di un attimo. Immagini in movimento, che continuavano a scambiarsi le posizioni mentre si allontanavano l’un l’altra sempre più veloci.
Riassorbì la sfera d’ombra serrando la mano a pugno. Stringendo appena gli occhi rimase a guardare quelle figure che poco per volta andavano a circondarla, perdendosi in quel mare di luce.
Aveva sprecato la sua occasione, e forse non ce ne sarebbe stata una seconda. 
Sentiva che ormai il suo corpo stava cadendo a pezzi, e non solo per i colpi ricevuti. Buona parte dei danni al proprio corpo li aveva fatti da sola, per poter arrivare a quel punto dello scontro.
Prima o dopo capita a tutti di trovare qualcuno più forte. Cominciava a credere che forse a lei stesse succedendo.
El le era superiore.


Felien si svegliò di soprassalto, di scatto si sollevò andando a prendere una posizione seduta sul letto. In un gesto involontario si portò una mano al braccio sinistro. Ci mise un momento ad accorgersi che tutto fosse nella normalità.
Capì l’ovvio l’attimo dopo, era stato solo un sogno.
Con un sospiro di sollievo tornò a sdraiarsi, rimase a guardare la sottile striscia luminosa che correva lungo tutto il perimetro dei muri della stanza, irradiando una fioca luce bianca.
Un sogno tanto definito da essere impressionante, che se non fosse stato del tutto assurdo avrebbe anche potuto credere fosse un suo ricordo dimenticato che riaffiorava. Era così definito, così perfettamente vivido, così… reale.
Ebbe la certezza che quello appena sognato fosse stato un momento realmente vissuto all’improvviso. Una sensazione netta, precisa, del tutto ingiustificata ma presente.
Scotendo la testa un paio di volte contro il cuscino si girò di lato. Assurdo anche solo pensarlo. Non riusciva a vedere un solo motivo che l’avrebbe potuta spingere a scontrarsi con…
Sbarrò gli occhi di colpo. 
Sempron era morto, gliel’avevano confermato appena ieri, e ora si ricordava anche come e quando, oltre ovviamente a sapere chi l’avesse ucciso. Aveva voluto portare di persona il cadavere, a fine battaglia, mentre Veld portava quello di Ters. Era stata l’ultima a riuscire a vedere i loro volti prima che chiudessero la tomba.
C’era stata una guerra. 
Una guerra in cui era morto anche Simeon, il ragazzo che aveva visto nella stazione spaziale. Come del resto era morto anche Nethaniel, l’altro ragazzo che aveva incontrato, quello che voleva la rivincita.
Si portò una mano alla bocca bloccando un urlo tra le labbra serrate.
Nethaniel era morto ed era stata lei a ucciderlo, lo ricordava distintamente. Lo aveva finito con un colpo al petto, andando quasi a distruggere un corpo che era già martoriato.
Si allontanò la mano dalla bocca, le lacrime cominciavano a salirle agli occhi.
Era morta anche lei, ora se ne ricordava con assoluta certezza. Era morta in quello stesso scontro che aveva sognato. El l’aveva uccisa, come del resto El e i suoi compagni erano riusciti a uccidere tutti quelli che lei conosceva, o comunque tutti quelli a cui teneva.
In quella guerra erano morti tutti.
Scosse la testa con tanta violenza da farsi quasi male.
No, non era possibile. Non poteva essere. Una guerra del genere non era concepibile, non poteva essere accaduta, non vi era nessuna logica. Non esisteva nessuna causa scatenante in grado di…
Si ritrovò a urlare ancora prima di rendersene conto
No, non poteva essere vero. Non doveva essere vero. In qualche modo si stava sbagliando, non c’erano alternative.
Si portò le mani alla testa andando a raggomitolarsi sotto le coperte del letto. Ormai la quantità di immagini che le salivano alla memoria era tale da non darle nemmeno la possibilità di distinguerle le une dalle altre. Eppure le ricordava tutte, erano tutti avvenimenti che aveva vissuto di persona.
Cacciò un altro urlo. 
Non poteva averlo fatto sul serio.

End Notes:
il concetto che ho provato a spiegare qui (e che c'era anche negli scorsi capitoli, ma meno marcato) è la differenza che c'è tra il vecchio processo di riabilitazione (quello a cui sono stati sottoposti nethaniel, hazel e rein, tanto per capirsi) e il nuovo processo di riabilitazione (quello di fern). s'è capita T_T ?
Capitolo 13 by Caladan Brood
Author's Notes:
oooook, prima di tutto gli errata corrige ^____^. non so quanti di voi abbiano letto capitolo 12 prima di oggi (18 settembre 2012 :P). se non l'avete letto prima di questa data fate finta di niente e tirate dritto. se invece l'avete letto prima... comunico che ho spostato un paio di scene di quel capitolo, e finiranno nel capitolo dopo di questo :P. il motivo è stato un appunto, piuttosto giusto, di parcival. sto facendo succedere troppe cose in questi ultimissimi capitoli, meglio diluire. di conseguenza, visto che le (dis)avventure di mairen e della sua ciurma non hanno bisogno di una collocazione temporale precisa, ho deciso di traslarle in avanti :P. per il resto tutto è rimasto uguale, dunque fine della comunicazione correttiva ^_^.
passando al capitolo in sè... dopo averlo tenuto in congelatore per una cosa come due mesi senza risultati, ho deciso di postarlo. non mi piace, ho la netta sensazione di averlo scritto nel modo sbagliato. se trovate qualcosa che non vi sconfinfera ditemelo, che ho l'orrida impressione che coinciderà con quel che penso io :S.
per il resto, c'è una sola scena che mi piace, ed è l'ultima. dubito in molti se ne accorgeranno, è difficilissimo capirlo ora come ora, ma la notizia che riceve l'alieno è molto più importante di quel che sembra, ma soprattutto è una notizia molto più bomba di quel che sembra :D.
in ogni caso, fatemi sapere che ne pensate di sto capitolo :S.

Capitolo 13

È una domanda che viene inevitabile porsi. Che cosa spinge il nostro nemico? Con che motivazioni si è gettato in una guerra che lui stesso ha iniziato? 
Perché non si può interpretare in altro modo quanto accaduto. La nostra specie ha avuto un solo incontro diplomatico con questi alieni, subito dopo la loro prima comparsa, ai confini di una nostra galassia periferica di poco conto e scarsamente abitata, quella stessa galassia che ora costituisce lo scenario principale di questa guerra.
Una razza molto simile a noi, nel complesso, forse la più simile alla nostra specie, tra tutte quelle con cui finora siamo entrati in contatto. Posizione eretta, quattro arti, due occhi, presenza di mani e piedi, salvo variazioni cromatiche si possono anche considerare muniti di pelle a tutti gli effetti.
Di fatto siamo uguali, considerato che siamo due specie sviluppatesi in luoghi del tutto distinti dell’universo. È quasi da considerarsi un miracolo una simile somiglianza. A suo modo una motivazione in più per vivere in pace, a ben pensarci, ma questa non è mai stata l’intenzione dei nostri nemici.
In quell’unico incontro diplomatico si sono presentati portando già le prime evidenze della civiltà umana che avevano distrutto, non hanno accettato nessuna condizione, hanno imposto un ultimatum che nessuno avrebbe mai potuto accettare.
Di fatto non hanno mai voluto la pace.
Perché?
Mire espansionistiche? Del tutto assurdo, ci sono decine di miliardi di galassie in questo universo, c’è posto per tutti. Motivi commerciali? Altrettanto assurdo, avrebbero quantomeno provato a trattare prima. La conquista di una posizione strategica? Bisognerebbe definire per cosa sarebbe strategico questo buco di galassia, ma in ogni caso bastava chiederla, non è escluso che l’avrebbero ottenuta pacificamente. Una crociata religiosa? Possibile, ma ho sempre maturato la vaga sensazione che un popolo così sviluppato non possa essere così soggetto a influenze simili.
La verità è che non sappiamo cosa li spinga, e forse non lo sapremo mai. L’ipotesi religiosa è quella meno folle, probabilmente, aprirebbe una porta verso la spiegazione a un odio così esteso verso la nostra specie, quantomeno. Tanto esteso da convincere il nostro nemico a distruggere la civiltà umana prima di noi per poi venire a far guerra a noi. Ma comunque a me non sembra reggere.
Un simile popolo, forse uno dei pochi che possa considerarsi a un livello tecnologico superiore al nostro, non può lanciarsi contro un avversario così micidiale spinto da una motivazione tanto inconsistente.
Perché la verità è questa. Di tutte le civiltà che abbiamo incontrato, noi siamo di sicuro la più potente ancora presente. Non possiamo essere tanto arroganti da considerarci la più forte dell’universo, alla luce di quanto l’universo sia smisurato, ma possiamo quantomeno ipotizzare che non siano molti quelli in grado di tenerci testa. Dichiarando guerra a noi, il nostro nemico ha sfidato una delle poche civiltà in grado di abbatterlo. 
Non ci si lancia in un simile vespaio senza avere ottime, ma davvero ottime, motivazioni.


Un minuto dopo
Nave da Trasporto Sil 3

Veis si fiondò fuori dalla stanza non appena la porta si aprì il tanto per bastava per farla passare. Si ritrovò a correre lungo breve tratto di corridoio che la separava dalla camera di Felien. Nel mettere la mano sulla porta fu tentata da vicino di abbatterla senza dover aspettare che si aprisse da sola. Accantonò l’idea per paura di spaventare ulteriormente la ragazza. Del resto era inutile far finta di non sapere cosa fosse successo. Le urla che aveva sentito attraverso gli altoparlanti della sua camera l’avevano svegliata all’istante. Forse sarebbe riuscita a sentirle anche solo attraverso il muro che divideva le loro stanze da letto, nel caso non avesse avuto l’accortezza di allacciare un collegamento audio tra le due.
La sezione di porta su cui aveva appoggiato la mano si illuminò finalmente di verde e iniziò ad aprirsi. Lì ritornò a sentire le urla. Ed era difficile immaginare che si potesse urlare più forte.
Entrò quantomeno evitando di correre, trovandola raggomitolata sul letto, voltata dall’altra parte rispetto a lei, le coperte erano finite in qualche modo dall’altra parte della stanza.
Anche l’ultima, vana, speranza che fosse stato semplicemente un sogno molto brutto la abbandonò di colpo. No, non poteva essere altrimenti. I blocchi alla memoria erano saltati. E loro di fatto erano appena partiti.
Per un momento non poté far altro che guardare la scena, imbambolata.
Che cosa poteva fare? Come doveva comportarsi? La verità era che non ne aveva la minima idea. Come si poteva gestire una simile… cosa.
Di riflesso fece un passo indietro mentre le urla ancora non accennavano a calare di intensità.
Si costrinse a restare calma.
Aiuto. La prima cosa da fare era chiamare aiuto.
Si portò l’indice destro all’orecchio attivando l’auricolare. L’unica persona che le sembrò minimamente utile contattare fu il medico di bordo.
«Si» la voce che gli rispose era di una persona che si era appena svegliata, ma già l’istante dopo il tono era tutto un altro «Che cosa succede?»
Doveva aver sentito le urla, chiaro. Veis cercò di parlare a voce più alta possibile. Ma era come se il fiato non volesse uscire: «Venga qui subito, dottore»
«Qui dove?» nel giro di cinque secondi di conversazione l’altro sembrava essersi svegliato del tutto.
Lei rimase a pensarci un momento. La risposta le arrivò con un incredibile ritardo: «La camera di Felien… presto»
Lasciò cadere la comunicazione senza nemmeno aspettare una risposta, in modo del tutto automatico. Probabilmente un errore, eppure l’aveva fatto lo stesso.
Fece un mezzo passo avanti mentre ancora le urla le riempivano le orecchie. Si fermò sul posto. La verità è che non sapeva che cosa fare.
Con movimenti che le sembrarono lentissimi andò a sedersi sul pavimento, dove si trovava, a forse quattro metri dal letto. Sentiva le lacrime che le salivano agli occhi.
Si portò le mani tra i capelli mentre postava lo sguardo all’intreccio di piastre d’acciaio sotto di lei. Una goccia cominciò a scivolarle lungo la guancia.
Le urla calarono di intensità di colpo arrivando a spegnersi del tutto nel giro di un attimo.
Alzando la testa di colpo si ritrovò a compiere un unico balzo da seduta, atterrò ai piedi del letto mentre già voltava sulla schiena la ragazza, che fino a quel momento le aveva dato le spalle.
Scostò la mano in un riflesso involontario. C’era sangue dappertutto. Uscito da orecchie, naso, bocca, era andato in inzuppare il materasso.
Si portò ancora la mano all’orecchio destro. Il panico non sarebbe servito a nessuno. Si impose calma: «Si muova, dottore» 

Stesso istante
Quattordicesima Corvetta della Seconda Flotta


Arrivato alla soglia della camera, Dantalian si passò dalla destra alla sinistra la bottiglia che si portava dietro e andò ad appoggiare la mano alla porta. Dopo che il sistema ebbe ultimato il riconoscimento si attivò l’altoparlante giusto a fianco dell’entrata ancora chiusa.
Lui si limitò a ripetere quello che, di fatto, aveva detto forse una decina di volte nell’ultima settimana: «Generale Dantalian Oser, in visita alla paziente»
Non ricevette nessuna risposta. La porta semplicemente si aprì davanti a lui lasciandolo libero di entrare in quella che sembrava una stanza del tutto normalissima. Ma del resto le camere di soppressione erano fatte apposta per non sembrare tali.
Trovò Allister senza nemmeno bisogno di cercarla, a forse un paio di metri dal letto, stava seduta sul pavimento con la schiena appoggiata alla parete dietro di lei. Aveva le gambe semipiegate, le braccia appoggiate alle ginocchia. I capelli castani le scendevano disordinati e intricati, fino a coprirle le spalle e parte del viso.
«Buonasera, signorina» Dan le sorrise mentre già aveva cominciato ad avvicinarsi «Pensa di avere tempo per un bicchierino?»
Allister ricambiò il sorriso, per il momento non si mosse: «Sei in ritardo stasera»
«Se hanno sonno e in aggiunta le fai bere le possibilità che ci stiano aumentano» lui andò a sedersi giusto accanto a lei, cominciò subito ad armeggiare col tappo della bottiglia «È l’ABC del corteggiamento»
«Oh, è tutta una tattica allora»
«Un uomo che va a trovare una donna per dieci volte nel giro di sei giorni non si può sul serio pensare che lo faccia per amicizia, o senza secondi fini»
Lei sorrise ancora di più: «Astinenza?»
«Lo credo bene» Dan si piazzò la bottiglia tra le gambe, cominciò a far forza sul tappo con entrambe le mani «Sei qui dentro da una settimana»
«La cosa ti ha tolto energie, vedo»
«Mettimi… alla prova» lui continuò a lottare col tappo «Niente da fare, senza un aiutino magico nemmeno saprei infilarmi i pantaloni la mattina»
Allister per un momento scoppiò a ridere. Gli fece segno di passarle la bottiglia, ritornò un mimino più seria mentre cominciava a sua volta ad armeggiare col tappo: «Di sicuro avresti più problemi a scaldarti il caffè»
«Invidio di più quelli che si tengono la roba da bere in mano mezz’ora e resta ghiacciata comunque»
«Pensa a noi poveracci»
«Far sparire le macchie ha i suoi moderati vantaggi, bisogna dire»
«Peccato che» lei si interruppe un momento per concentrarsi sul tappo «Le faccia sparire bene o male sempre a te»
«Mica ho detto per chi erano, i vantaggi»
«Vero anche quello»
«Facevi tanto la gradassa ma anche tu hai i tuoi problemi, dì la verità»
Il tappo saltò in quel preciso istante.
«Dicevi, scusa?» portando la mano in alto, Allister gli sventolò il pezzo di sughero a due centimetri dalla faccia, tenendolo con tre dita della mano.
«Umiliato dalla propria ragazza» lui si alzò per andare a prendere i due bicchieri che aveva visto sopra il tavolo, vicino al letto. 
«Perché? C’erano dubbi su chi fosse il più forte?»
«Ne riparliamo in sala allenamenti tra qualche giorno» Dan afferrò i bicchieri con la mano destra, si voltò per tornare.
«Soppressione totale?» chiese Allister, con fare innocente.
«Mica sono scemo» lui tornò a sedersi sul pavimento, giusto di fronte alla ragazza «Ho una dignità anch’io, dopotutto» le sfilò la bottiglia di mano e riempì i due bicchieri. Gliene porse uno.
«Sei giorni senza regredire?» suggerì.
Allister alzò il calice, il suo sorriso si spense appena «Forse stavolta mi va anche bene»
«Ormai è fatta» Dan alzò a sua volta il braccio, prese un piccolo sorso.
Portandosi il bicchiere in grembo, la ragazza rimase a rigirarselo tra le mani. Non sorrideva più: «Ormai è fatta, sì»
Dan andò ad appoggiare il calice al pavimento. Idiota lui e il suo riuscire a trovare sempre le parole sbagliate: «Non succederà anche stavolta, Ally» 
«Mi stavo…» Allister sembrò quasi non sentirlo «spazzolando i capelli, quando è capitato, e anche lì era l’ultimo giorno. È bastato un attimo ed era successo»
Lui sulle prime rimase in silenzio. Se ne ricordava sì, fin troppo bene. Ciò che aveva visto di lei, quella volta… non era stato piacevole.
Lasciò il bicchiere dove si trovava e si spostò di nuovo al suo fianco. Con il braccio sinistro andò a cingerle le spalle.
Allister nemmeno provò a opporsi, rimase a fissare il suo calice ancora pieno.
«Se possibile» sussurrò la ragazza «Preferirei non regredire»
Il che, detto da lei, equivaleva ad essere l’ultima cosa che desiderasse. Ma bastava anche solo guardarla per rendersene conto. Nessuna persona normale, in condizioni normali, sarebbe rimasta sei giorni senza neanche toccare un pettine, solo per eliminare la situazione che l’aveva vista regredire l’ultima volta.
Fatto di cui non era sicuro, ovviamente, in tutta la settimana non gli era mai sembrato il caso di porle la domanda. Ma di fatto non trovava altra spiegazione per cui una persona che passava buona parte della vita a curarsi i capelli di colpo passasse a non toccarli nemmeno con un dito.
«Non succederà, Ally» Dantalian la strinse ancora di più a sé «Non succederà niente neanche oggi»

Venti minuti dopo
Nave da Trasporto Sil 3


«Allora?» Veis andò a porre la stessa domanda forse per la quattocentesima volta, e come sempre non ottenne risposta. Del tutto giusto, del resto. Anzi, qualcuno avrebbe dovuto prenderla di peso e la buttarla fuori da quella stanza invece di permetterle di star lì a rompere le palle. O ancora meglio, doveva essere lei ad autocacciarsi. Ma non c’era niente da fare, l’idea di andarsene nemmeno la sfiorava da lontano. Semplicemente… non poteva farlo.
Si fermò giusto al centro della sala controllo, con lo sguardo perso oltre la vetrata che occupava tutta la parete di fronte a lei. La mostruosità di macchinario occupavala visuale per intero. L’unico elemento che pareva vagamente a misura d’uomo era la stretta apertura circolare in cui si era infilato il lettino su cui avevano adagiato Felien, nemmeno avrebbe saputo dire quanto tempo fa.
«Sembrerebbe un’emorragia subaracnoidea» alla fine uno dei quattro dottori presenti gli rispose, l’unico che non fosse impegnato attivamente a manovrare la macchina «Molto molto estesa»
«Come “sembrerebbe”?» lei nemmeno si pose il dubbio se stare zitta o meno.
L’altro rimase a controllare il monitor che aveva di fronte, rispose solo dopo qualche secondo: «Non ne sono sicuro»
«E questo cosa vorrebbe dire?» si trattenne dall’urlare, ma con scarso successo. Doveva andarsene di lì, e alla svelta. In quella stanza la sua presenza era solo dannosa.
«Siamo in grado di stabilizzarla» il dottore quella volta rispose molto più in fretta «È l’unica cosa che so per certo. Cosa sia successo lo lascio stabilire a quelli del Centro Riabilitazione»
«Dunque c…» Veis si costrinse a chiudere la bocca. Era il momento di andarsene. Se c’era una cosa sicura era che lei, lì, poteva solo essere d’intralcio.
«Fatemi sapere quando è fuori pericolo» si diresse verso l’uscita riservando solo una minima occhiata oltre la vetrata, alla piccola apertura in cui era infilata Felien. Notò il dottore che finora le aveva risposto che si limitava ad annuire, per il resto la ignorò del tutto. E così era giusto che fosse.
Varcò l’uscita e con un paio di passi si fermò di lato alla porta. Si portò la mano all’orecchio attivando l’auricolare: «Comandante, quanto per arrivare a destinazione?»
Il comandante della nave rispose dopo pochi attimi, il tempo di farsi dare una stima dal navigatore: «Tredici ore circa»
«Sarebbe possibile fare più in fretta?»
«C’è qualche problema, signore?»
Lei si ritrovò ad accennare un sorriso. Dire che ci fosse un problema era riduttivo: «È possibile, comandante?»
«È possibile portare il reattore al 105% senza rischi apprezzabili» l’altro passò a rispondere «Arrivo previsto in undici ore e mezza»
«Lo faccia» Veis diede l’ordine per poi andare a chiudere la comunicazione, nemmeno rimase ad aspettare la conferma.
A quel punto tanto valeva andare ad aspettare in camera, lì non sarebbe servita a niente. Mosse i primi passi lungo il corridoio salvo fermarsi quasi subito.
No, non poteva lasciarla, non un’altra volta, anche se stare lì sarebbe stato inutile.
Si lasciò scivolare lungo il muro alle sue spalle fino ad andare ad appoggiarsi al pavimento del corridoio.
A prescindere da tutto, quello era il posto in cui voleva stare.

Ore 3:00
Nave da Trasporto Sil 3


«Si sta stabilizzando, pare» Tunyl non doveva nemmeno aver perso tempo a prendere in mano il pettine, i capelli erano sparati pressochè in tutte le direzioni. Se al tutto si aggiungeva il paio di occhiaie che il primario si ritrovava, arrivare a capire che cosa stesse facendo prima di venire chiamato nel cuore della notte non era difficile.
«Perché?» Veis sobbalzò sulla sedia su cui si era seduta, giusto vicino al suo letto «Non era scontato?»
«A che mi hanno detto i dottori, no» Tunyl sospirò, decisamente più calmo rispetto a quando uno dei dottori di quella nave l’aveva chiamato la prima volta per informarlo dell’accaduto. 
«Non me l’hanno detto» si limitò a constatare lei. E, se ne rese conto, avevano fatto fin troppo bene.
«Erano troppo impegnati nell’operazione, probabilmente» Tunyl non mise il minimo impegno nel cercare anche solo una vaga spiegazione, ma che i suoi problemi in quel momento fossero altri era evidente.
Veis valutò con attenzione la possibilità di starsene in silenzio, ma doveva sapere. Anche e soprattutto se fossero state brutte notizie: «È successo quello che penso, vero?»
«È ancora troppo presto per passare alle conclusioni, sarebbe meglio aspettare che sia arrivata qui prima di fare…
«Me lo dica adesso» lei lo interruppe «Dottore»
Tunyl rimase un momento a fissarla attraverso lo schermo: «L’ipotesi che ritengo più probabile è che tutti e tre i blocchi alla memoria che avevamo preparato siano saltati contemporaneamente»
Con lo sguardo al pavimento, Veis si lasciò crollare in avanti, andando ad appoggiare i gomiti sulle gambe. Tornò a rivolgersi verso lo schermo: «Lo dice in base alle condizioni in cui l’ho trovata?»
«In parte» acconsentì il primario «È di sicuro un motivo per crederlo, ma anche l’entità del danno cerebrale dà da pensare»
«Vuole dire che un disastro simile era…» Veis indugiò un momento «Previsto?»
«È già successo, in misura minore ovviamente» Tunyl passò a spiegare «che pazienti che abbino subito un recupero rapido e incontrollato della memoria abbiano riportato danni simili. Solo… non così estesi»
«E qui stiamo parlando di decine di migliaia di anni» Veis andò a completare il ragionamento per lui.
«La mole di ricordi ha causato l’estensione danno, sì, è quello che penso» l’altro annuì.
«Ha qualche idea su come sia successo?»
«Al momento…» Tunyl scosse la testa «non lo so. Proprio non lo so»
«Mi dica semplicemente quello che pensa»
Il primario esitò ancora un momento, ma alla fine si decise: «Quello che è stato commesso è un errore molto grave, imperdonabile. Tanto grave che mi risulta difficile credere qualcuno dei miei uomini lo abbia commesso. L’unica possibilità che mi viene in mente è un problema nella strumentazione. Ho già ordinato una verifica»
«E se le macchine risulteranno a posto?»
«Forse, a quel punto» Tunyl esitò ancora «sarebbe il caso di cercare il problema altrove»

Ore 3:30
Ammiraglia della Prima Flotta


«Non sta andando» Searl si lasciò cadere sul letto, rimanendo a guardare il soffitto «Affatto bene, vero?»
«Tunyl la ritiene l’ipotesi più probabile» si limitò a constatare Veis.
«E tu che ne pensi?»
La risposta quella volta tardò ad arrivare, ma alla fine la ragazza rispose: «Dovevi sentire quelle urla, Searl, probabilmente mi avrebbe svegliato anche se avessi deciso di tenere monitorata la stanza. E non riesco a immaginare un solo altro motivo che possa giustificarle»
«Le è tornata tutta la memoria in un colpo solo» Searl trasse la conclusione che, di fatto, già sapeva.
«Purtroppo sì» Veis sussurrò tanto piano che ebbe difficoltà a sentirla.
E a quel punto potevano considerarsi fottuti. Il recupero incontrollato di tutta la memoria in una volta le aveva spappolato il cervello, in pratica, non ci voleva un genio a capirlo. 
Di sicuro i dottori l’avrebbero rimessa in piedi, non c’erano nemmeno dubbi, ma a quel punto al centro riabilitazione sarebbero stati in grado di porre un qualche genere di rimedio al disastro che era appena capitato? C’era da sperare di sì, ma se avesse dovuto scommettere probabilmente avrebbe optato per il no. 
Le previsioni a quel punto erano semplicemente disastrose.
E in parte la colpa era anche sua.
A quella cazzo di riunione doveva insistere fino a ottenere quello che voleva, giocarsela meglio, assicurarsi che almeno uno degli ammiragli fosse stato dalla sua parte e non dalla parte di quell’emerito imbecille di Ministro della Difesa. Forse far quattro chiacchiere con Walent prima della riunione sarebbe servito a qualcosa, quantomeno avrebbe dovuto provarci.
Cosa sicura era che non avrebbe dovuto permettere che su Felien si applicasse il nuovo processo di riabilitazione proposto da Tunyl. Su di lei, soprattutto su di lei, si doveva usare il vecchio processo. Una possibilità su 200 di avere una regressione nell’arco di trent’anni volevano pur sempre dire 199 possibilità su 200 di avere tra le proprie fila, al massimo delle proprie capacità, uno dei Prima Categoria più forti mai esistiti.
Adesso che cosa avevano in mano?
Di fatto niente. Felien, ai fini di quella guerra, sarebbe stata inutilizzabile chissà per quanto, anche se la verità era che quell’aspetto della faccenda quasi nemmeno lo interessava.
Felien ora si sarebbe ricordata chi era stata, ma soprattutto cosa aveva fatto. Come avrebbe reagito?
Represse un brivido che gli corse lungo la schiena. Nemmeno aveva il coraggio di pensarci.
Avrebbe dovuto trovare un modo per evitare un disastro simile.
«Tunyl si sente di escludere che sia stato un errore umano» Veis riprese la parola.
«Arrivati a questo punto» lui rimase a fissare il soffitto, rispose solo dopo un lungo momento «Immagino sia irrilevante di chi sia la colpa»
«È proprio quello il punto» la ragazza passò a precisare «Forse sul serio è colpa di qualcuno»
«E questo cosa vorrebbe dire?» quantomeno con la coda dell’occhio, Searl tornò sullo schermo.
«Ricordi quello che ipotizzava Liren?»
«Intendi dire» lui si mise a sedere sul letto, si rivolse verso la compagna «Che anche Tunyl pensa ci sia una spia?»
Veis accennò un segno di diniego col capo: «Semplicemente crede difficile che sia stato un errore fortuito. Nemmeno è andato vicino a dire chiaro e tondo quel che pensava. Ma il concetto penso fosse quello»
«O è quello che hai voluto capire?» chiese Searl.
«È quello che ha detto» Veis per un momento lo guardò storto «Che tu creda alla possibilità o no»
«Non lo so» lui rimase a pensarci un momento, quantomeno «Sinceramente»
«È possibile» la ragazza tagliò corto «Tanto mi basta»
«No beh, stalle appiccicata più che puoi, io potrò anche non crederci più di tanto ma potrei sbagliare» Searl precisò subito «Però è uno strano modo di esporsi, non trovi?»
«Cosa, è strano?»
«Perché rischiare di farsi scoprire adesso, con Felien? Perché non con Nethaniel, o Simeon?»
«L’hanno giudicata più pericolosa» Veis disse, di fatto, l’unica cosa sensata «Forse»
«Te la sentiresti sul serio di dire che per i maghi nemici Simeon sarebbe molto meno pericoloso di Felien?»
Lei evitò di rispondere, come del resto era giusto. Perché la risposta alla domanda poteva essere solo no. Fern era Fern, d’accordo. Ma Rein era… Rein. Uno dei maghi con il più alto grado di controllo sul proprio dominio che avesse mai visto, uno dei più potenti, oltre che uno dei più abili in combattimento. Considerarlo meno pericoloso di Felien sarebbe stato un errore che nemmeno i loro avversari potevano commettere, pur considerato quanto fossero indietro nell’arte del combattimento magico.
«Non perderla mai di vista, comunque» Searl riprese. Un consiglio più che valido anche nel caso non ci fosse stata nessunissima spia. Se veramente Felien aveva recuperato la memoria non c’era da aspettarsi niente di buono.
La ragazza annuì in silenzio. Solo guardandola negli occhi ebbe la certezza che anche a lei stessero passano per la testa gli stessi pensieri. Anzi, molto probabile che lei avesse cominciato a pensarci da molto prima.
Nel complesso, era stato solo un bene che Veis fosse partita insieme a Felien per il centro riabilitazione.

Ore 12:00
Quattordicesima Corvetta della Seconda Flotta


«Generale Dantalian Oser, in visita» disse lui, sbadigliando «Ormai dovrebbe anche essere superfluo che lo dica, non vi pare?»
Come sempre gli venne aperta la porta e come sempre non rispose nessuno. Ed era una domanda, alla fin fine? Ad ascoltarlo c’era una persona o il solito computerino?
Vista la pignoleria con cui il sistema richiedeva sempre e comunque quel riconoscimento vocale, era abbastanza portato a pensare al computer.
Senza nemmeno bisogno di cercarla la trovò nello stesso posto della notte prima, e nel complesso anche nella stessa posizione. C’era solo da sperare che non fosse rimasta lì per tutto il tempo, a quel punto.
Nota positiva, almeno, era che i capelli sembravano in condizioni bene o male stazionarie, ma forse era anche vero che ormai peggio di così non si poteva fare.
«Ciao Dantalian» lei lo anticipò nel saluto. Un passo avanti, in sette giorni se fosse stato per il lei il primo cenno di saluto sarebbe arrivato venti minuti dopo l’entrata di qualcuno nella stanza.
«Signorina, buongiorno» Dan per un momento rimase fermo sulla porta «La notte come è andata?»
«Ti avevo detto di stare con me, io» la ragazza non si fece attendere nella replica, anche se la sua voce pareva stanca, distante. Ma del resto, dopo una settimana lì dentro era più che normale.
«Se c’è una cosa di cui sono sicuro, è che sarebbe stata una pessima idea» rispose lui. Nel complesso del tutto vero. Pessima idea sotto tutti i punti di vista, anche perché era assolutamente proibito. Il 70% di quelle regressioni avvenivano nel sonno, del resto.
«Bastava escludere tutte le telecamere» Allister si limitò a un’alzata di spalle.
«Ah beh, allora avremo passato tutta la notte e farle saltare» 
«Sarebbe pur sempre stato un passatempo» un’altra alzata di spalle.
«Vuoi farmi sentire in colpa, eh?»
«Lo ammetto» lei alzò il braccio destro nella sua direzione «Abbraccio?»
Dan accennò un sorriso mentre con un primo passo cominciava a colmare la distanza che lo separavano da lei. Nemmeno quegli scambi di battutine reggeva più, arrivati a quel punto.
Fece un altro paio di passi. Ormai vicino al letto vide la porta del bagno aperta. Attraverso il passaggio, l’occhio gli cadde subito sullo specchio a parete che a quanto pareva era andato in frantumi, o meglio, ne mancava la parte centrale in un’ampia zona.
Rallentò appena l’andatura riportando subito lo sguardo sulla ragazza.
E di colpo tutto cominciava ad assumere un altro significato. Lei che salutava per prima, il cambio di tono nella voce, le rispose meno brillanti del solito. E adesso lo specchio rotto. Lo specchio rotto e quell’unico braccio sollevato.
Rallentò ancora di più il passo arrivando quasi a fermarsi.
Quella voce l’aveva già sentita.
Rimase su di lei che lo stava fissando. Attraverso il groviglio di capelli quasi non le si riusciva a vedere il viso ma comunque ne ebbe la certezza. Lei lo stava guardando, e non nel modo giusto.
«Ho sbagliato qualcosa, vero?» lei sorrise.
E quel sorriso non aveva niente a che fare con quello che conosceva.
Dan si fermò dove si trovava, forse a quattro passi di distanza. Ormai era una certezza.
Al vedere il minimo accennò di movimento nella spalla sinistra della ragazza si buttò subito di lato. Non poteva essere certo di cosa sarebbe successo, ma come minimo ne aveva un’idea precisa. Sentì un rumore di vetro in frantumi ancora prima di arrivare a toccare il pavimento.
Atterrò posando un ginocchio mentre già con l’altra gamba si preparava a darsi la spinta per rimettersi in piedi.
Con la coda dell’occhio vide un altro movimento del braccio da parte della ragazza. Quella volta il destro. Rotolò in avanti mandandola a vuoto ancora. Si rimise in piedi all’istante sempre stando voltato verso di lei. Riuscì a malapena a vedere uno scintillio che si dirigeva su di lui.
Un terzo lancio che non aveva visto.
Alzò d’istinto la mano destra per andare a deviare il colpo. Sentì un distinto, fortissimo dolore tra le dita. Ma l’importante era averlo parato, in fin dei conti.
Senza degnare la mano di uno sguardo rimase su di lei, già sentiva il sangue che cominciava a colargli lungo il palmo. 
E comunque il dolore alla mano era irrilevante rispetto… a tutto il resto.
«Che cosa ho sbagliato, Dantalian?» Allister ripose la domanda. Adesso era in piedi, sempre ferma vicino alla parete.
Sempre con gli occhi fissi sulla ragazza, lui fece un passo indietro.
«Sei salvo» Allister continuò come se niente fosse «Anche contando l’effetto sorpresa forse ho ancora dieci secondi. Puoi rispondere senza problemi»
«Avevi la possibilità di fare un’unica cosa» sussurrò Dan «E hai scelto questo?»
«C’era altro che potessi fare, in queste condizioni?» nella voce della ragazza trasparì una malcelata nota d’astio, il volto si contrasse in una smorfia d’ira. L’attimo dopo il tono era tornato del tutto pacato «Allora, cosa ho sbagliato? L’ho recitata male, ma qual è stato l’errore?»
In quello stesso istante dalla parete alla sua sinistra venne il rumore di un getto d’aria compressa. Allister aveva sbagliato previsione. Meno di dieci secondi.
Restando sulla ragazza vide con chiarezza due dardi soporiferi che andavano a colpirla all’altezza del collo.
«Cosa?» lei riuscì a parlare ancora, con un passo indietro andò a recuperare l’equilibrio cercando di rimanere in piedi.
Saltando di netto il letto che si trovava tra loro due, Dan andò ad afferrarla per le spalle cercando di usare, per quanto possibile, entrambe le mani.
«Cosa?» Allister riuscì ancora a sussurrare. Stava già cominciando a chiudere gli occhi.
«Non sei lei» Dan si decise a rispondere, mentre la accompagnava verso terra «Non è qualcosa che tu possa migliorare»

Ore 12:30
Prima Astronave Madre della Flotta 


«È presumibile pensare che ce ne saranno altre?» il Primo Comandante continuò a portare avanti la sua commedia come se nulla fosse successo. 
La verità era che l’informazione che gli serviva l’aveva già ricevuta, il resto per quanto riguardava quell’argomento se non era inutile poco ci mancava. Ma se c’era una cosa che di sicuro non poteva permettersi era che il suo subordinato più esposto intuisse anche solo alla lontana qualcosa della strategia che stavano portando a compimento.
«Ormai siamo al sesto giorno, signore» la voce arrivò dagli altoparlanti con un minimo ritardo, ma dato lo schifo di banda di comunicazione che si ritrovavano per quelle conversazioni, era del tutto normale «Non credo ci saranno altri casi, a questo punto. Il periodo di fluttuazione sta per finire. Oggi o domani al massimo»
«Tienimi aggiornato» continuò il Primo Comandante.
«In caso di novità la chiamerò, signore»
«Sull’altro fronte come procede?»
«È successo esattamente quello che doveva succedere, e nei tempi previsti» il suo subalterno rispose «Tutto sembrerebbe andare come da programma»
«Cosa non sta andando come da programma?» il Primo Comandante nemmeno si pose il dubbio su quale fosse il sottointeso di una frase formulata in quel modo, era del tutto evidente.
La replica tardò ad arrivare più del dovuto. Brutto segno: «Forse Tunyl sospetta qualcosa»
«Lo sai per certo?»
«È un sospetto, signore, spero di sbagliarmi»
«Avevi detto che non sarebbe stato un problema»
«Forse… l’ho sottovalutato, signore»
Lui si lasciò sfuggire una smorfia. All’istante gli ritornò alla mente il momento in cui aveva autorizzato Sani a ordinare l’attacco contro Fern, nell’ultima battaglia. L’evento poteva aver influito? Di sicuro non aveva aiutato a mantenere la copertura della sua spia, e se in effetti c’era pure stato anche un errore di valutazione, l’ipotesi che il primario stesse sul serio cominciando a sospettare qualcosa diventava non trascurabile.
«Immagino tu abbia previsto l’evenienza, comunque»
«Sì, quello sì, ma non è un buon segno, signore»
«Non ti troveranno» il Primo Comandante non poté fare a meno di maledirsi, nonostante non ce ne fosse ragione, di fatto. Le circostanze l’avevano costretto ad agire in quel modo, nonostante fosse il modo sbagliato.
Quel nuovo processo di riabilitazione non era in programma, non era previsto, eppure alla lunga sarebbe stato in grado di minare nel profondo la loro strategia, soprattutto se il loro attacco avesse subito grossi ritardi. In qualche modo il problema andava arginato , e l’unico modo che gli era venuto in mente era stato quello. Rischiare il suo asso nella manica nella speranza di eliminare la minaccia, oltre che nella speranza di rimuovere il pericolo costituito da un Primo Categoria le cui capacità erano… difficilmente credibili. Entrambi eventi che giudicava probabile si verificassero, arrivati a quel punto, andava detto. Ma non aveva mai sul serio messo in conto che il suo infiltrato avrebbe corso il rischio di essere scoperto. Quel sospetto di Tunyl era un male. Un altro inconveniente che non ci voleva. 
«Si, signore» il suo subalterno rispose.
«Non fare nient’altro per insospettirli, procedi come se niente fosse»
«Ovviamente, signore»
«Quali sono le cond…» si interruppe di colpo a sentire un breve segnale acustico. Abbassando gli occhi a guardare lo schermo di fronte a lui notò subito la spia che risaltava nell’angolo in alto a destra. Una chiamata prioritaria. Sua maestà il Maresciallo voleva parlargli, ma che bellezza.
«Appena ci sono sviluppi, contattami» chiuse lì la comunicazione.
«La saluto, signore» l’altro interruppe la chiamata.
Con fare annoiato il Primo Comandante andò ad attivare la linea a cui attendeva sua maestà. Partì subito: «Abbiamo buone notizie, una volta tanto, il test ha dato esito del tutto positivo, possiamo passare alla seconda fase»
In risposta ricevette solo silenzio. E in effetti non si aspettava sprazzi di gioia, ma almeno un “benfatto” o qualcosa di simile sì.
«Il Consiglio chiede anche di te» il Maresciallo alla fine si decise a parlare.
«Fammi mettere in contatto» lui disse… l’unica cosa che potesse dire, nel complesso. La verità è che avrebbe voluto parlare con tutti meno che con loro.
L’attimo dopo la voce del Capo del Consiglio d’Emergenza scaturì dagli altoparlanti a muro della sala: «Primo Comandante»
E quello era un saluto vero. Evento più unico che raro, di cui prendere nota.
«Avete ordine di fare ritorno» il Capo continuò senza lasciargli il tempo di articolare una risposta, e lasciandolo nel contempo senza parole.
Fare ritorno? E a che titolo? Mica avevano finito lì, e più tempo lasciavano passare e peggio sarebbe stato, da quel momento in avanti. Che razza di storia era?
Possibile che dovesse sempre lottare con gli imbecilli?
«La prima fase della strategia si può considerare conclusa con successo, signori» cominciò lui «Ora resta solo…»
«Non riguarda quello, Cergos» il Maresciallo precisò. Ma cosa più sconvolgente, l’aveva chiamato per nome e non infondendo in ogni sillaba intere tonnellate di astio.
Si sentì percorso da un brivido ancora prima di averne conferma. Un attimo dopo il Capo del Consiglio d’Emergenza riprese: «Ogni azione ostile nei confronti del nemico è sospesa. Fate rientrare la Flotta»
«Agli ordini, signore» il Primo Comandante confermò senza quasi pensarci. Escluse in via temporanea il collegamento con il Consiglio d’Emergenza conservando quello con il Maresciallo: «Che diavolo sta succedendo?»
«Forse» il Maresciallo era esitante, e il Maresciallo non era mai stato esitante a che lui si ricordasse «il nostro tempo è scaduto»
Paralizzato nella sua posizione, Cergos sentì il brivido che aveva percepito poco prima che gli attanagliava tutto il corpo. Nemmeno si disturbò a cercare qualcosa da dire.
«Stiamo già partendo» riprese il Maresciallo.
Il Primo Comandante rimase in silenzio ancora. L’unica cosa che gli venne da chiedere era anche la più stupida: «Sta succedendo sul serio?»
«Non ci resta» l’altro rispose nell’unico modo possibile «che sperare non sia così, Cergos»
Senza nemmeno porsi il problema su cosa replicare, Cergos lasciò cadere la comunicazione sia col Maresciallo che col Consiglio d’Emergenza. Solo con un secondo di ritardo si rese conto che forse sarebbe stato il caso di non chiudere così il collegamento con l’organo a capo… pressoché di tutto in quei tempi. Eppure sul momento il gesto gli sembrava di poco conto.
Restò imbambolato a guardare il nulla. Era incredibile che stesse succedendo davvero, assurdo anzi. Tanto assurdo che probabilmente c’era sul serio da sperare che si trattasse di uno sbaglio, o comunque di un errore di valutazione, o di una mossa eccessivamente cautelativa. Perché la verità era che il Maresciallo aveva ragione.
Dovevano sperare che non fosse così, che non stesse succedendo sul serio.
Perché in caso contrario potevano considerarsi tutti morti.

Capitolo 14 by Caladan Brood
Author's Notes:
e anche questo capitolo mi fa semplicemente fastidio :S. per il semplice fatto che non ci succede una mazza mina, e anche perchè c'è una scena lunghissima che è di una noia semplicemente mortale. ho anche provato ad accorciare la scena di liren, ma veramente non voleva saperne di venire corta :S.
in ogni caso, fatemi sapere quanto schifo vi fa, proverò a farci qualcosa :(.

Capitolo 14

A volte me lo chiedo. L’assalto a Felien durante quell’attacco simultaneo a tutte le nostre flotte, quello che di fatto è stato il fattore in grado di convincerci della presenza di una spia tra le nostre fila, è stato un espediente voluto? Architettato e studiato ad arte per deviare la nostra attenzione da ciò che davvero ne meritava.
Devo ammettere che, a suo modo, sarebbe stata una mossa astuta, e vista l’innegabile intelligenza di chiunque abbia concepito la strategia attuata contro di noi, non è improbabile che così sia stato.
Lo scoprire l’esistenza di un infiltrato ha deviato parte delle nostre attenzioni sul problema, ci ha resi più attenti su quel frangente. Ha convinto i vertici di comando che l’ambito spionistico di questa guerra non dovesse essere sottovalutato, certo, questo non è stato un vantaggio per i nostri nemici. Ma ci ha resi ancora più ciechi di fronte al mortale pericolo che cresceva tra le nostre fila.


Ore 13:00
Porto Galattico Devon 1

«Comandante, avete via libera» gli altoparlanti ritrasmisero la voce di uno dei controllori di volo «La volta dell’hangar si sta aprendo, proseguite su zero zero zero zero nove zero»
«Ricevuto, Controllo. Zero nove zero» Mairen si alzò dalla sua poltrona al centro della sala comando, cominciò a scendere i pochi gradini che l’avrebbero portato alle altre postazioni della sala. A un suo cenno della mano sinistra una spia verde si accese sullo schermo centrale giusto di fronte a lui. Comunicazione interrotta.
«Navigazione» continuò «Sentito il capo?»
«Ancoraggi disinseriti» il capo navigatore partì subito mentre già cominciava a muovere le mani nell’aria di fronte a lui «potenza ai propulsori vincolati, salita verticale, velocità impostata 100 m/s»
«Informami quando siamo a distanza utile per poter passare a propulsione gravitazionale svincolata» riprese Mairen.
«Certo, signore» il navigatore confermò.
Limitandosi ad annuire il comandante cominciò a girare intorno allo schermo centrale tenendo d’occhio una mappa in scala del porto che li aveva visti ospiti per oltre due settimane, in attesa che il cesso di nave che si ritrovavano subisse finalmente delle riparazioni serie. Il segnalino luminoso che identificava la posizione della loro nave aveva appena cominciato a muoversi. Ci sarebbero voluti almeno venti minuti prima di poter attivare in sicurezza una parvenza di propulsione gravitazionale.
«Dove andiamo a pescare adesso che abbiamo esche più grosse?» Huk cominciò a parlare rimanendo appoggiato al corrimano in acciaio che delimitava la zona riservata allo schermo centrale.
«Dando per scontato che le esche funzionino» Mairen abbozzò una smorfia «Questo nuovo sistema di sensori sperimentali non m’ha mica convinto, senza contare il fatto che ho avuto la netta impressione ci vogliano usare come cavie per vedere sul campo se valgono qualcosa»
«Solo perché non hai capito come funzionano» Huk, ormai a pochi passi da lui, ancora non si mosse dalla sua posizione.
«C’era quasi da ridere quando il tecnico ha detto, tutto soddisfatto tra l’altro, che la rilevazione si focalizza soprattutto nella quinta dimensione» Mairen smise di girare attorno allo schermo fermandosi di fianco al compagno.
«Il campo di Clover è pentadimensionale, del resto»
«Ma la quinta dimensione è decorativa, lo sanno tutti»
«Rischiano sul serio di funzionare parecchio meglio degli altri» Huk si sporse verso lo schermo centrale mantenendo la mano sinistra ancorata al corrimano. Andò a correggere una formula infilata in una porzione di schermo che sembrava scritta a scarabocchi «Dopo un paio di accorgimenti»
«Sono questi i momenti in cui sembri quasi utile, lattina»
«Quando trovo una situazione analoga per te» Huk rispose quasi sovrappensiero «Ti faccio un fischio»
«Stiamo cominciando a superare la volta dell’hangar, signore» il navigatore tornò a farsi sentire «Ostacolo più vicino a 903 metri»
«Aumentare gradualmente la velocità fino a 1000 m/s» Mairen riprese a camminare «poi aspettiamo di essere abbastanza lontani»
«Subito signore» il navigatore passò subito a impostare la procedura di accelerazione.
«Stavo pensando di andare in periferia stavolta, che dici lattina?» il comandante tornò a rivolgersi al suo vice «Non ci va mai nessuno, rischia quasi di essere un buon posto»
«Non ho…» Huk rimase sulla sua occupazione «Particolari obiezioni»

Ore 14:00
Stazione Mark 1


«Potevi mica» con l’ennesimo sbadiglio, Simeon si lasciò cadere sul pavimento metallico del corridoio, a forse una ventina di passi dal boccaporto ancora sigillato «Lasciarmi dormire?»
«Un altro po’ e ti si sloga la mandibola» Nethaniel lo degnò appena di un’occhiata prima di tornare alla parete d’acciaio ancora emerticamente chiusa. Tunyl stava qualche metro avanti a loro attorniato da un intero plotone di dottori. Il particolare non deponeva a favore della ragazza, andava detto.
«E con ciò?» l’altro sbadigliò ancora.
«Sta arrivando il tuo capo»
«Nemmeno mi riconosce, il mio capo» Simeon liquidò la questione con un cenno noncurante della mano «Restiamo sull’argomento principale, comunque. Non potevi lasciarmi dormire?»
«Sono le tre del pomeriggio» Nethaniel tornò su di lui. Se ne stava con la schiena appoggiata alla parete, le palpebre semichiuse.
Simeon aprì gli occhi per un momento. Quantomeno fece finta di pensarci: «Non vedo quale sia l’attinenza alla domanda»
«Saluti il tuo capo» Nethaniel passò all’argomentazione B.
«Vuoi sfidarla per la rivincita, dì la verità»
«Me l’hanno proibito, non mi permetterei mai»
«Non so» Simeon si guardò un momento attorno «Se questo corridoio sia abbastanza grande da tenere sia noi che le tue balle insieme»
«Diventi sempre più simpatico»
«Non sai apprezzarmi»
«E nemmeno sono l’unico»
«Sono una persona socievole»
«Aspetta che prendo nota» Nethaniel degnò il boccaporto di una minima occhiata. Nessun movimento. Le manovre d’attracco stavano prendendo una vita.
«Erano in tanti a dirlo»
«Tipo?»
«Sempron»
«Morto»
«Blair»
«Morta»
«Reeve»
«Morto»
«Lilian»
«Quella cagna di Rangvald. Morta, in ogni caso»
«Apke»
«Mort…» Nethaniel si fermò prima di finire la parola. Rimase un momento a pensarci «E questa chi è?»
«Burk»
«Ma tu pensa, aveva anche un nome proprio. Morta anche quella comunque. Hanno fatto la fila per continuare a godere della tua compagnia»
«Soprattutto Rangvald»
«Stendiamo un velo»
«Ho visto poca gente più cotta di te» l’espressione di Simeon si allargò in un sorriso «Dopo che avevi finito con lei»
«Una tacca in più sulla cintura, se permetti. Da 1,2 tra l’altro»
«Non che te la sia goduta a lungo, la tacca»
«I miei cinque minuti di gloria»
«La stanno ripescando, hai sentito?»
«Magari» Nethaniel si ritrovò a sperarlo sul serio. Era un altro rematch che urgeva di essere fatto. Senza contare che quello scontro era stato… divertente. Forse faceva un po’ strano associare una parola del genere a una battaglia, ma era l’unica attinente che gli venisse in mente. Si limitò a un’alzata di spalle. Argomento noioso.
«È lei, credi a me»
«Ah beh, allora sì che siamo a cavallo»
«Donna, dominio del fuoco, tra 0,9 e 1,4…»
«Passi le giornate a leggere rapporti, vedo»
«Mi tengo informato sugli amici»
«Sono tutti al cimitero, del resto»
«Ha i suoi lati positivi, a ben pensarci» Simeon sbadigliò ancora. Quantomeno bisognava dargli atto che la frequenza era calata «Tra non molto li avremo qui»
«Non farmici pensare» Nethaniel accennò una smorfia «Possono ripescarvi quasi tutto il palco ufficiali. Finirò a far parte della vostra scala gerarchica»
«Ero Primo Ufficiale, ti comunico»
«Piuttosto di prendere ordini da te resto qui ad ammuffire a vita»
«Potrei metterti a fare il vice di Lilian, in effetti»
«L’ho battuta»
«E che vuol dire?»
«Non ci meniamo per il culo. Il vostro capo era un 1,49 e due dei tre primi ufficiali erano un 1,41 e un 1,36. Non sceglievate i capi in base alla simpatia»
«Io sono un 1,04»
«Ma tu eri lì per caso, lo sanno tutti»
«Sì» Simeon continuò, più convinto «Staresti decisamente bene come suo vice»
«Da morto, magari» Nethaniel ribadì.
«Su quello ci si può lavorare»
«Qui c’è qualcuno che si sta sopravvalutando»
«Tu, appunto»
«In ogni caso non è Rangvald, fiato sprecato»
«Stavo dicendo» Simeon ripartì per la sua strada «Donna, dominio del fuoco, tra 0,9 e 1,4. Quattro possibilità dunque, tra quelle plausibili: Lilian, Apke, Miriel e Uriel. Ma è solo perché stanno facendo fatica a trovare la zona giusta in cui pescare. Dagli tempo e quell’intervallo cala per andare molto vicino a 1,2. È lei, non ci sono dubbi»
«Non accetto superiori donna» precisò Nethaniel «ma soprattutto non accetto superiori con dominio del fuoco»
«Razzista»
«Anche se una cosa positiva la riconosco»
«Lilian era carina?»
«Conciata come l’avevo ridotta io no di sicuro» accennò Nethaniel «Ma non intendevo quello, comunque»
«Fammi sognare»
«Spade per tutti»
Simeon si illuminò in volto: «Hai ragione»
«Ho sempre ragione»
«Ero bravo con la spada»
«Io di più»
«Non dire cazzate»
«La verità fa male»
«Un metro d’acciaio nel polpaccio di più»
«Sto tremando tutto»
«E vorrei vedere, contro di me tremavano tutt…» Simeon si interruppe, lo sguardo rivolto al boccaporto.
Voltandosi nella stessa direzione, Nethaniel ebbe conferma che fosse in apertura prima di arrivare a vederlo. Già si cominciava ad avvertire lo strano ronzio che facevano quelle enormi paratie quando si aprivano.
Si scostò dal muro mentre, appena dietro di lui, Simeon si rimetteva in piedi. Cominciò ad avanzare verso il boccaporto quando già Tunyl e il suo seguito erano in posizione, pronti a ricevere quello che sarebbe uscito dal passaggio in apertura. E se doveva essere sincero, a giudicare dalla sopita agitazione che regnava tra i dottori, la situazione della ragazza si preannunciava peggiore di quel che lui avesse preventivato.
«Qui la rivincita me la sogno» Nethaniel non potè far altro che riconoscere l’evidenza.
«Lo sapevo» Simeon, ormai in fianco a lui, ripartì subito «Non poteva essere altrimenti»
«Se avessi Michael a portata di mano, tu che faresti?»
«Rivincita, chiaro»
«Appunto»
«Alla meglio di cinque magari. Sai com’è, sono un po’ arrugginito, dato l’avversario meglio prendere qualche cautela»
«Dio, quanto sei scarso» Nethaniel rimase concentrato sul boccaporto che stava cominciando a ritirarsi nelle pareti che lo delimitavano. Si fermò a qualche metro dalla meta. Meglio lasciare spazio di muoversi ai dottori, non aveva la minima voglia di prendersi un’altra ramanzina.
«Nel caso, poi ci fai un giro anche tu e vediamo quanti secondi duri prima che ti metta culo a terra» precisò Simeon.
«Me lo rigiro come voglio»
«Forse forse se lo prendi nel sonno»
Già con la bocca aperta per rispondere, Nethaniel si ricacciò le parole in gola. Ormai il boccaporto era del tutto aperto, e la situazione era peggio del previsto, evidentemente.
Attorniata da quello che doveva essere lo staff medico della nave di trasporto al gran completo, la ragazza era sdraiata in quella che sembrava tanto un incrocio tra una barella con teca incorporata e un’astronave. La quantità di macchinari assortiti, piazzati sopra, sotto e pure ai lati del lettino, era difficilmente credibile.
Con un ulteriore passo avanti cercò di vedere di più della ragazza nello specifico. A vedere le premesse c’era quasi da aspettarsi che avesse un paio di arti in meno. A prima vista, invece, pareva tutto nella norma. Sembrava solo addormentata.
«Tu vedi di non far l’imbecille» riconobbe la voce ancora prima di vederne la proprietaria.
Già diretta verso Tunyl, Veis gli riservò solo una minima occhiata prima di disinteressarsi di lui.
«Non che abbia molte alternative» con una smorfia di disgusto, Nethaniel non precisò altro. 
Con un avversario ridotto in quello stato mica si poteva far niente.

Ore 14:30
Ammiraglia della Prima Flotta

Seduto giusto in fianco a Walent, Searl rimase con un gomito appoggiato al tavolo, il gomito a sorreggersi il mento. Pur senza un vero motivo stava fissando il viceammiraglio Tourer, o meglio, la sua posizione lo indirizzava a guardare da quella parte. Il fatto che in quella direzione ci fosse il simpaticone era un semplice caso. E la verità era che, dato il soggetto, non valeva nemmeno la pena di modificare la posizione del braccio di quei due centimetri per arrivare a spostare lo sguardo verso il muro. Tourer non meritava tanta considerazione, e lui era semplicemente troppo stanco anche solo per pensare alle buone maniere.
Non aver chiuso occhio per tutta la notte doveva aver aiutato nel farlo sentire così, ma probabilmente era stato il fattore meno determinante. La verità era che in quel momento sentiva su di sé tutti i trecentomila anni che si portava sulle spalle.
La riunione con Tunyl era stata tanto breve quanto affossante, e abbastanza chiara da far capire quanto la situazione di Felien fosse grave.
Interessante come quel coglione di ministro e ammiragli assortiti, nel tentativo di proteggere le flotte da un pericolo quasi inesistente, fossero andati a bruciarsi quello che forse era il più fenomenale asso nella manica gli fosse mai capitato sotto mano.
Ci sarebbe stato quasi da ridere se nel tagliarsi le gambe da soli non avessero, di fatto, condannato proprio lei.
E ora toccava a Liren, che giusto una mezz’ora prima aveva convocato una seconda riunione che contemplava la presenza di tutti quelli che avevano partecipato alla precedente.
Altre buone notizie in arrivo? Visto l’andazzo degli ultimi tempi sarebbe stato disposto a scommetterci.
«Direi che ora ci siamo tutti» gli altoparlanti della sala si misero in funzione mentre tre dei sei schermi olografici, affissi alle pareti, si mettevano si funzione. Com’era ovvio apparirono le immagini di Dan, Sephet e Kimlor.
Con fin troppa lentezza, Searl ritornò ad assumere una posizione eretta.
«Possiamo cominciare, se non avete nulla in contrario» il capitano Liren continuò.
«Proceda pure, capitano» Walent fu il primo a prendere la parola «Cos’è successo?»
«Vi avevo detto che vi avrei avvertito in caso di sviluppi» il diretto interessato non si fece pregare, con quel tono vagamente divertito che ancora continuava a permeare ogni singola parola «Nelle ultime ore direi decisamente che ce ne sono stati»
«Sentiamo» tagliò corto Sephet.
«Dati gli ultimi eventi, ora posso garantirvi che nella stazione spaziale Mark 1 c’è una spia del nemico» Liren non si fece pregare nello sganciare la sua personale bomba.
Come era ovvio, tra tutti i presenti calò quello che non si poteva definire in altro modo se non silenzio di tomba. Del resto, accettare l’esistenza di un infiltrato come pura possibilità teorica era una cosa, ritrovarsi un tizio che affermava di averne la certezza era un’altra.
«Non vedo come possiate esserne così certi» il viceammiraglio Tourer, almeno per una volta, si espresse in maniera quasi conciliante. Evento di cui prendere nota.
«La certezza propriamente detta, a essere pignoli, non esiste, viceammiraglio» Liren rispose all’istante «Dunque a maggior ragione non posso dire di essere sicuro di quanto dico, ma ciò non toglie che per quanto mi riguarda il fatto sia assodato. Considerando gli avvenimenti di oggi do per scontata la sua presenza»
«Vi state basando su quanto accaduto a Felien?» Searl si decise a porre quella che era una domanda con risposta pressoché ovvia. Di sicuro si erano basati su quello. Dall’ultima riunione con Liren era l’unico evento degno di nota che si fosse verificato.
«Ho avuto un’interessante e costruttiva discussione con il dottor Tunyl» Liren trovò superfluo anche solo rispondere in modo affermativo «Primario del Centro di Riabilitazione, sono certo che lo conosciate tutti. Mi ha reso partecipe dei suoi dubbi riguardo al ritenere molto difficile che uno qualunque dei suoi uomini abbia potuto commettere un errore che possa aver causato quanto accaduto alla signorina Ern»
Nessuno lo interruppe, il capitano Liren continuò per la sua strada: «Stando alle parole del dottore, l’unica possibilità stava in un guasto della strumentazione, ma tra le righe si poteva intuire che il sospetto ci fosse un infiltrato fosse venuto anche a lui»
«Comunque sia» Walent riprese la parola «Il guasto potrebbe esserci sul serio»
«Ah, sono sicuro lo troveranno, difatti» Liren quasi non gli lasciò il tempo di finire la frase «Anzi, comincerei ad avere dei dubbi sulla presenza della spia solo nel caso non trovassero un malfunzionamento»
Walent accennò ad aprire la bocca, di sicuro per partire con una domanda del tipo “Ma che razza di ragionamento idiota è questo?”. Ma a quanto pareva non ce ne sarebbe stato bisogno.
«Mi pare ovvio, alla luce del fatto che nessuno abbia anche mai sospettato la presenza di un infiltrato in quella stazione spaziale» Liren ripartì «Non stiamo parlando di un idiota, né tantomeno di uno sprovveduto. Per arrivare a fare i danni che quell’uomo ha fatto, per arrivare a ottenere le informazioni che sono giunte al nemico, bisogna che questo individuo sia arrivato molto in alto nella scala gerarchica o, in alternativa, sappia muoversi molto molto bene, soprattutto all’interno del sistema informatico. Personalmente giudico la seconda più probabile della prima, ma per il momento non è fondamentale. Il dato di primaria importanza è che siamo di fronte a un individuo che ha imparato da tempo, e molto bene, a coprire le sue tracce. Un individuo che di sicuro deve aver previsto che quanto successo a Fern avrebbe portato a un’indagine accurata e che di conseguenza, di sicuro, avrà costruito una spiegazione plausibile a quanto successo che non implichi l’azione volontaria»
«Ciò non toglie» Sephet soppesò le parole per un momento «che quanto detto dal viceammiraglio Tourer resti vero, almeno stando a quanto ho sentito finora. Non avete uno straccio di prova»
«Vero» Liren lo ammise all’istante, con una facilità disarmante «Ma è anche vero che questo non è un tribunale. Non c’è bisogno della conferma dei fatti per prendere provvedimenti»
«Ma si tratta pur sempre di supposizioni» Tourer tornò alla carica.
«Deduzione logica, più che altro» Liren continuò come se il commento del viceammiraglio non solo non l’avesse disturbato, ma addirittura come se fosse caduto a proposito «O meglio, ragionamento per esclusione. Basta pensare che cosa sembra più probabile. Con quella bomba all’antimateria il nemico aveva uno scopo, e l’unico che riesco a immaginare è quello che vi ho esposto. Prendendolo per buono che cosa dobbiamo ipotizzare? Che il nemico abbia fatto uso di un’arma così potente ed economicamente dispendiosa senza realmente sapere come dimensionarla in modo da sortire l’effetto da lui voluto? Potrebbe essere, ma non la vedo come l’opzione più probabile, devo dire. Come del resto vedo ancora meno probabile che di punto in bianco un tale nemico decida di voler fare un test per verificare l’attaccabilità della sala comando di un’ammiraglia. È nel suo modo d’agire portare a termine simili test, vero, ma non con quelle modalità. Quella è stata un’azione impulsiva, un tentativo di sfruttare un’occasione propizia per mettere alla prova la forza di un primo categoria che temevano, e data la fama non c’è da meravigliarsene. Questo ovviamente se si da per assodato che il nemico sapesse che quella in sala comando dell’ammiraglia della prima flotta fosse proprio Fern»
«Il nemico sapeva che quella era Fern» Liren riprese subito, giusto il tempo di rifiatare «Lo sapeva perché sapevano che era stata ripescata, e a quel punto bastava cercare l’unica aura che non avevano ancora mai rilevato. Nel caso specifico stiamo parlando del primo categoria più forte mai registrato, un avversario quasi imbattibile per quasi chiunque dei nostri maghi. Inutile dire che per i maghi del nemico sarebbe stato un avversario inarrivabile. Ora, sapendo questo, dando per scontato che il nostro nemico sapesse questo, pensate che non avrebbe provato a eliminare la minaccia, se mai ne avesse avuto l’occasione?»
Nessuno dei presenti aprì bocca sulle prime, forse in attesa che Liren proseguisse ma a quanto pareva l’arringa era finita.
Seduto sulla sua poltrona, Searl non accennò un movimento. La storia dell’infiltrato non l’aveva mai convito, ma doveva ammettere che a sentire quel tizio era una teoria che gli sembrava quasi allettante. Per quanto assurdo, la voglia di credergli c’era, nonostante un problema nel ragionamento rimanesse.
«Ha un senso» Searl prese la parola «ma accettando tutto quello che hai detto, resta una domanda, capitano. Perché proprio lei?»
«E non Rein, per esempio?» Liren inquadrò la domanda all’istante, senza quasi dargli il tempo di precisare.
«Sì, esatto» lui confermò.
«Era il prossimo punto che avevo intenzione di affrontare» il capitano riprese «Quello resta un problema, lo ammetto. Simeon Rein era uno dei migliori combattenti che si siano mai visti, questo è innegabile. Fern era più potente, era il comandante in capo, stando alla documentazione ha ucciso più maghi di prima e seconda categoria di chiunque altro, ma purtroppo devo ammettere che Rein potrebbe essere più pericoloso di lei, per i maghi avversari. Gli scontri all’interno delle navi si svolgono pur sempre all’interno di uno spazio chiuso, per quanto grande. È inevitabile che in spazi stretti sia avvantaggiato chi combatte a contatto con l’avversario. E questo è il caso di Rein, al contrario di Fern»
«Ora» Liren si interruppe il tempo di un attimo «nel caso io abbia ragione, nel caso ci sia sul serio un infiltrato, bisogna dare per scontato che il nemico sia a conoscenza di tutto quello che sappiano noi, riguardo ai nostri maghi. Dunque hanno tutti i mezzi per sviluppare lo stesso ragionamento che ho appena fatto. Il nemico aveva gli strumenti per arrivare a concepire la pericolosità di Rein e non ha fatto nulla, quando lui è stato riabilitato. Ha agito con Fern. Perché?»
Searl non poté far a meno di annuire. Il capitano Liren riprese ancora prima di dargli il tempo di replicare: «L’unica spiegazione plausibile che al momento riesco a trovare è che Rein è stato il primo, il nemico ha pensato di poterlo gestire nonostante la pericolosità. Di fronte alla notizia che anche Fern era stata ripescata può aver valutato che fosse giunto il momento di agire dall’interno per arginare il problema, in qualche modo»
«Ma la teoria non la convince» Walent tirò a indovinare, ma a giudicare dal tono di voce del capitano era una deduzione abbastanza facile.
«Non mi convince, no» Liren, ancora una volta, non esitò nemmeno un istante ad ammetterlo, intento a parlare con aria quasi meditabonda «È una teoria che regge, ma manca di premeditazione. E la premeditazione è un connotato che caratterizza pressoché ogni mossa fatta dal nemico nell’ultimo mese, da quando è diventato chiaro che stesse architettando qualcosa. Chiunque ci sia dietro a questa strategia non è il tipo da muovere un passo senza sapere quale sia il successivo, ma soprattutto non è il tipo che accetta simili manovre correttive solo per arginare il ripescaggio di un solo mago, per quanto potente. Con la strategia che si sta sviluppando contro di noi, il nemico punta a distruggerci, non può essere che la forza di un solo mago possa minare il piano. Se il nemico ha deciso di abbattere Fern, se ha deciso di esporsi per questo, può voler solo dire che lei è in grado di minare la riuscita della strategia»
«E non con la sua sola presenza» Sephet tirò l’ovvia conclusione.
«Su questo sarei pronto a scommettere» Liren non ebbe il minimo dubbio «Come del resto sono pronto a scommettere che una volta trovato l’infiltrato non riusciremo a sapere nulla da lui. Nulla che già non sappiamo, quantomeno, ma in ogni caso considero opportuno eliminare la fuga di notizie, ammesso che sarà così facile, certo»
Dopo un momento di esitazione, probabilmente passato a valutare i pro confrontandoli con i pochissimi contro, Walent si limitò ad annuire: «Avrà tutto il supporto che riterrà opportuno, capitano, lo trovi»
«In effetti quello non penso sia materia di discussione» Liren non si fece pregare «Lo troveremo, è semplicemente questione di tempo. Il problema presumo sarà un altro, arrivati a questo punto»
Alzando lo sguardo agli altoparlanti da cui proveniva la voce, Searl evitò di chiedere spiegazioni, tanto sarebbero arrivate comunque di lì a qualche secondo. E aveva la netta impressione che non sarebbero state buone.
«Tra le nostre fila c’è un infiltrato del nemico» Liren, com’era ovvio, riprese dopo aver appurato che nessuno avesse nulla da dire «Ne avremo la prova a breve. Ho descritto a tutti voi quale ritengo sia la via più probabile che il nemico potrebbe aver seguito per ottenere un simile risultato. Nel caso io abbia ragione bisogna ritenere del tutto plausibile, se non certo, che la spia presente nella stazione spaziale Mark 1 non sia l’unica»

Ore 15:00
Prima Astronave Madre della Flotta


«La rotta è tracciata, Primo Comandante» la voce eruppe dagli altoparlanti della sala «Due minuti alla partenza»
Cergos quasi non ci fece caso, perso a guardare oltre la cupola di vetro avanti a lui. Per un momento si fermò a pensare che diavolo ci fosse venuto a fare fin lì, a guardare le stelle di una galassia qualunque, dispersa a qualche miliardo di anni luce da casa.
Un ultimo sguardo all’universo per quel che era? Aveva del raccapricciante come non si sentisse di considerare l’affermazione così folle.
«Primo Comandante?» la voce si ripeté, dopo la dovuta attesa.
«Ha qualche importanza farlo sapere a me?» Cergos si ritrovò a sussurrare.
«Come, signore?» gli altoparlanti portarono le uniche parole che era ovvio aspettarsi, anche e soprattutto nel caso il padrone della voce avesse capito.
«Molto bene, soldato» lui passò alla risposta di facciata «Procedete»
La sala tornò muta.
Comunicazione inutile, quella che gli era arrivata, ma che comunque dava degli indizi. Il Maresciallo stava bruciando le tappe. Erano rimasti fermi nemmeno due ore a calcolare la rotta. Due ore per calcolare la rotta di un viaggio transgalattico di probabilmente due settimane. Se non era un record poco ci mancava.
Un altro brutto, bruttissimo segnale. Pressoché di proposito aveva evitato di interpellare il Maresciallo sull’argomento. Un po’ perché era molto probabile che sarebbe stato fiato sprecato, era ben difficile che il Consiglio d’Emergenza l’avesse messo al corrente di qualcosa in più dello stretto necessario, cioè niente. Un po’ perché era altrettanto probabile che il Maresciallo non gliene avrebbe parlato, alla luce della scarsa simpatia reciproca. Ma il fattore più determinante che l’aveva convinto che fosse meglio l’ignoranza era il non voler sapere cosa stesse succedendo.
Un problema non risolvibile era un problema con cui nemmeno aveva senso confrontarsi, e ciò a cui stavano andando incontro era esattamente quello, un problema non risolvibile, fosse anche solo per semplice mancanza di informazioni.
Era quello il risultato. Tanto, forse troppo tempo passato a cercare di capire, di interpretare i dati, di decifrare un codice la cui chiave di lettura era andata persa nel tempo, con l’unico risultato di essere quasi al punto di partenza. A conti fatti, stavano ancora parlando di un Nemico di cui non sapevano nulla, se non brandelli di informazioni, brevi segmenti di immagini, di fatto nemmeno uno straccio di numero a quantificare quanto si sarebbero trovati di fronte.
Stavano andando allo sbaraglio. Allo sbaraglio contro un nemico che dava la netta, nettissima sensazione di essere un avversario da evitare in assoluto, e di certo da evitare nelle condizioni di profonda ignoranza in cui si trovavano loro. Un nemico che qualcun altro, una civiltà semplicemente spaventosa nella sua potenza, aveva già provato a fermare senza successo. Un nemico che, per quanto assurdo, avrebbe fatto rimpiangere quello attuale. Un nemico che accurate, accuratissime previsioni, escludevano sarebbe diventato un problema così presto. Previsioni basate su calcoli precisi, previsioni su cui tutti loro facevano affidamento. Previsioni che però, purtroppo, potevano essere errate.
Il problema restava sempre e comunque che stavano cercando di padroneggiare una disciplina di cui sapevano troppo poco. Stavano gestendo e facendo uso di strumenti che non avevano concepito e che forse non capivano a pieno.
Un errore era possibile, inutile negarlo, i fattori causa d’errore erano evidenti, ma comunque gli risultava difficile un errore di così ampia portata. Di certo non si aspettava che le previsioni dei tempi risultassero esatte, ma nel caso stesse succedendo sul serio quanto temevano, sarebbe stata la conferma di un errore che abbracciava due ordini di grandezza. E due ordini di grandezza, cento volte, era molto più di quanto ci si potesse aspettare anche da previsioni riguardanti una materia che non si padroneggiava a pieno. Quella era quantomeno una speranza che la situazione non fosse così tragica come lui, e non solo lui, si era immaginato. Anzi, ad analizzare la situazione con la dovuta calma se ne poteva solo concludere che l’ipotesi più plausibile fosse quella. Non stava succedendo niente di grave, quantomeno niente di irreparabile.
Un minimo tremolio del pavimento sotto di lui gli confermò che le paratie di chiusura si erano attivate in automatico. Il momento della partenza era vicino.
Si voltò per uscire dalla sala salvo fermarsi un momento dopo. Tornò sullo spettacolo oltre la vetrata ancora una volta.
Nonostante tutto la sensazione che stessero andando verso qualcosa al di là delle loro possibilità restava presente.

Capitolo 15 by Caladan Brood
Author's Notes:
ok, in questo capitolo ho finalmente potuto infilare le scene che ormai slittavano da una vita :P. quelle devo dire che mi piacciono (che poi sono quelle di mairen e amici). le altre invece... insomma :S.
vabbè, a voi il giudizio, buona lettura ^_^.
PS: ah sì, anche la frase di inizio capitolo, devo dire che non mi dispiace :P

Capitolo 15

In molti lo dicono, purtroppo sono sempre di più. 
“Anche ipotizzando lo scenario peggiore, si tratta pur sempre di un unico individuo. A prescindere da cosa sia in grado di fare sapremo gestirlo, non potrà nuocerci. E noi arriveremo a capire qualcosa di fondamentale, risponderemo alla domanda che ci tormenta”.
Un ragionamento logico, lineare, inattaccabile nella sua brutale semplicità, che non sembra avere la minima controindicazione, che anzi potrà portarci solo benefici.
Ma la verità è che c’è sempre il rovescio della medaglia.
Mettersi nei panni dei propri nemici può portare a conclusioni importanti, l’ho sempre trovata una pratica estremamente utile, e lo è in quest’occasione più che in altre.
Il primo passo è entrare nell’ottica di idee. Una specie che si è trovata talmente con le spalle al muro, talmente disperata, che è riuscita a vedere una sola via d’uscita. Copiare fedelmente quegli stessi maghi che la stavano distruggendo, o meglio, che con ogni probabilità la stavano distruggendo.
Che cosa deve aver provato quella specie? Quante volte deve essersi trovata stupefatta, se non sconvolta, di fronte alle capacità di un nemico che all’inizio nemmeno riusciva a concepire? In quante occasioni deve aver visto quegli stessi avversari compiere atti che lei giudicava impossibili? Quante volte simili avvenimenti devono essere accaduti per convincerla che l’unico modo per battere simili maghi fosse un numero maggiore di maghi identici?
Ora, cosa succederebbe se per noi valesse lo stesso? Come possiamo essere così sicuri che un solo individuo, solo e isolato, non possa essere una minaccia? Come possiamo valutare la forza di quello che non conosciamo?
È successo ai nostri attuali avversari. Hanno incontrato una specie magica in grado di sovrastarli, di schiacciarli senza fatica. Hanno incontrato noi.
E se adesso, a noi, stesse accadendo la stessa cosa?

12 Giugno
Ore 19:30
Nave di Ricerca Terran 4

Mairen sbadigliò facendo quantomeno attenzione a portare una mano davanti alla bocca. Dalla sua poltrona fece vagare un momento lo sguardo per tutta la sala controllo, giusto per constatare come la noia stesse azzannando alla gola un po’ tutti. C’erano almeno tre discussioni che venivano portate avanti in tre diversi parti della sala comando. Quella intavolata dagli addetti alle comunicazioni sembrava quasi quasi anche interessante. A quanto pareva si erano messi a disquisire con quelli della sala macchine, idea discutibile ma se si avevano intere decine di ore da ammazzare magari poteva valer la pena.
Gli unici che parevano ancora dare quantomeno l’impressione di star lavorando erano il capo navigatore e il supervisore dei tecnici dei sensori, ma a guardarli con un filo più attenzione ci si accorgeva subito che qualcosa non quadrava. I movimenti delle braccia che i due compivano non erano quelli di sempre, erano meno precisi, più approssimativi. Ma soprattutto sembravano quelli di chi teneva in mano un fucile.
«Come sta andando, Jin?» si rivolse al supervisore dei sensori.
«Male» sbuffò l’altro «Mi sta aprendo come una cozza»
«La mappa è una foresta» si giustificò il capo navigatore «Mi so orientare meglio di lui»
«Sei adatto al tuo lavoro, quantomeno» sbadigliò ancora Mairen.
«Sì, ma io mica lo sento arrivare prima» continuò Jin «Il mio lavoro non serve a niente pare»
«Considerati fortunato se ti fa portare a casa lo stipendio» il comandante spostò lo sguardo nei pressi dello schermo centrale, dove Huk era riuscito a prendere sonno seduto su una delle poltroncine, con i gomiti appoggiati al corrimano avanti a lui e le mani a sorreggersi il mento. C’era quasi da ordinare uno studio approfondito su come diavolo facesse a rimanere in equilibrio senza schiantarsi a terra. E il bello è che, se l’avesse chiesto, qualcuno sul serio l’avrebbe fatto, giusto per ammazzare il tempo.
«Ah beh, poco utile anche lì. Sono su questa bagnarola da un anno e mezzo filato»
«Consolati che noi due abbiamo già passato i due» Mairen tornò sul suo vice lasciando gli altri due alla loro epica partita «Dico bene, lattina?»
«E ogni volta che sento tua moglie è sempre più contenta» Huk rimase nella stessa posizione, ma non tardò nella risposta. Stava dormendo sul serio? «Sei proprio la luce dei suoi occhi»
«Dominio della luce, del resto» Mairen gli rispose subito.
«Anche lei, non le servi nemmeno per far da lampadina nelle stanze buie, pensa il tuo grado di inutilità» proseguì Huk.
«Che a proposito di inutilità» il comandante prese la palla al balzo, spostò la sua attenzione sullo schermo centrale «Non dovevano funzionare meglio di quelli vecchi, i nuovi sensori? Qui non si vede niente»
«Perché non c’è niente»
«Quelli vecchi oscillavano ogni tanto, quantomeno»
«Hanno messo un filtro ai falsi positivi» Huk finalmente si rimise in posizione eretta «E pure ti lamenti?»
«Ah, hanno messo un filtro?» Mairen cadde dalle nuvole «Interessante»
«Mio Dio, come non c’hai capito un cazzo di quello che ci hanno detto»
«Mica sei a bordo perché mi sei simpatico»
«Difatti» con uno scricchiolio non proprio di ossa, Huk andò a stiracchiarsi «Sono a bordo perché senza di me questa nave affonda in cinque minuti»
«Siamo nello spazio» gli fece notare Mairen.
«Pensa te quanto sei imbranato per riuscire a trovare l’acqua in mezzo al vuoto»
«Lo sai che sei il prossimo elettrodomestico da cambiare, in questa nave, ver…» il comandante si interruppe al sentire un allarme acustico che veniva ripetuto da tutti gli altoparlanti della sala controllo. Andò a rivolgersi a Jin e fido compagno di giochi «Chi di voi due è arrivato a cento uccisioni?»
Si rese subito conto che Jin quella volta stava muovendo le braccia decisamente con più sicurezza. Un attimo dopo ebbe la conferma: «Probabile rilevamento, signore»
«Possiamo anche togliere il probabile» Huk stava già controllando il flusso di informazioni in arrivo sullo schermo centrale «Con questi sensori la percentuale di falsi positivi è pressoché zero, a queste intensità di segnale»
«Spiacente di interrompere la discussione, signori» Mairen si rivolse agli addetti alle comunicazioni, oltre che a tre navigatori che si erano appena infilati nella conversazione «La resurrezione ci chiama»

Ore 20:00
Ammiraglia della Prima Flotta 


Il tutto cominciava a dargli una strana sensazione di déjà-vu. Erano letteralmente decenni che non partecipava a un numero così spropositato di riunioni. Di sicuro era la prima volta che gli capitava da quando era diventato Ammiraglio della Prima Flotta e, come naturale conseguenza, Comandante in Capo delle flotte dispari.
A Dio piacendo, quella sarebbe stata l’ultima della giornata, soprattutto visto e considerato che ormai il giorno era finito, ma c’erano anche buone possibilità che sarebbe stata la più affossante.
«Veis ti ha fatto sapere qualcosa?» con un sospiro, Walent rimase a guardare lo schermo olografico posizionato al centro della stanza, giusto davanti a lui. Tanto valeva essere un minimo preparati a quel che sarebbe venuto.
Sulle prime non ottenne risposta. Era quasi sul punto di ripetersi, quando Searl si decise finalmente a rispondere: «Niente di buono»
L’ammiraglio come risposta non fece altro che chiudere per un momento gli occhi. Quello non era decisamente il momento migliore per giocarsi una delle pedine migliori che avevano, ma date le premesse non ci si poteva aspettare altrimenti. L’unica speranza, a quel punto, era di poter recuperare la situazione in fretta, possibilmente molto in fretta. Di fronte a un imminente attacco nemico che si sarebbe concentrato sulle forze magiche, se c’era una cosa di cui avevano bisogno era un Primo Categoria in più. Un Primo Categoria, tra l’altro, che una volta superato quello scoglio, sarebbe stato operativo e affidabile a tutti gli effetti, senza nessun rischio di regressione e che non avrebbe dovuto affrontare una seconda adolescenza prima di ritornare una persona normale.
Un lieve ronzio proveniente dagli altoparlanti gli preannunciò che vi fosse una comunicazione in arrivo. Come da programma l’attimo dopo lo schermo cominciò a comporre l’immagine a mezzo busto di Tunyl.
E da lì in poi cominciava il brutto.
«Buonasera, signori» il primario salutò non appena ebbe certezza di poter essere sentito.
Walent ricambiò con un cenno del capo: «Ha richiesto la nostra presenza, dottore?»
«Gli esami sul paziente sono terminati, ormai possiamo affermare di avere un quadro generale»
Alzando un braccio all’altezza del petto, l’ammiraglio gli fece cenno di continuare.
«Il recupero improvviso e incontrollato di tutta la memoria è stato dovuto, come presumibile, al crollo simultaneo dei tre blocchi alla memoria che avevamo imposto» cominciò Tunyl «Quello che ne è derivato è stata un’emorragia cerebrale di dimensioni più che considerevoli, che se non trattata per tempo poteva portare a conseguenze più gravi di quel che ci si poteva aspettare»
L’ammiraglio contrasse la mascella. Non si aspettava che la ragazza avesse addirittura rischiato di morirci, per quel presunto errore di chissà chi. E quello era un altro punto a favore della teoria dell’infiltrato.
«La paziente ora è stabile, e mantenuta in coma farmacologico. In teoria sarebbe possibile svegliarla già nelle prossime ore» continuò Tunyl.
«Ma non ce lo consiglia» Searl intuì al volo il significato di quelle parole.
«Assolutamente, non ve lo consiglio. Non prima di aver vagliato i possibili provvedimenti da adottare» il primario non si fece pregare «Alla luce delle memorie recuperate dalla paziente, e considerata la perizia psichiatrica, ora come ora riteniamo che per la signorina Ern le possibilità di sopportare un eventuale risveglio siano molto scarse, nel caso non si intervenga in qualche modo»
«Quanto scarse?» Walent anticipò Searl nell’inevitabile domanda, a cui avrebbe fatto eco l’inevitabile risposta.
Dopo un attimo di silenzio Tunyl si decise a confermare i suoi sospetti: «Personalmente parlando, sono convinto che non ne avrebbe nessuna. Lo scostamento tra quello che era e quello che è ora è troppo marcato, non sarà mai in grado di sopportare il peso delle sue azioni passate»
L’ammiraglio si limitò ad annuire, nonostante la voglia di prendere a pugni il tavolo fosse abbastanza forte.
«Che cosa consiglia?» Searl fu il primo a chiedere «Di tentare un parziale recupero della situazione con il processo di riabilitazione standard?»
Walent abbozzò una smorfia. Non il massimo della vita ma comunque sarebbe stato qualcosa. In caso di regressione l’avrebbero avuta del tutto fuori combattimento ma quantomeno non si sarebbero trovati ad affrontare un Primo Categoria da 1,5 che voleva uccidere tutti loro. Ma a vedere Tunyl la questione non si sarebbe risolta così in fretta.
Il primario stava scuotendo la testa: «I due processi di riabilitazione al momento non sono compatibili. Il processo standard di riabilitazione è progressivo, parte dai ricordi d’infanzia e termina dove si decide di fermarlo, ma si applica solo a memorie integre. La signorina Ern ha un letterale buco nei ricordi che va dai quattordici ai ventisei anni»
«Come del resto sconsiglio di tentare ancora la via dell’amnesia indotta» Tunyl proseguì ancora prima di dar loro il tempo di replicare «I danni cerebrali riportati dalla paziente lo renderebbero un processo rischioso, soprattutto se si riverificasse un recupero incontrollato della memoria più consistente di quanto si andrebbe a preventivare. Ipotesi che non è considerarsi così improbabile»
«Crede che possa succedere ancora» Walent puntualizzò «Quello che è successo?»
«Abbiamo curato le lesioni» il primario passò a spiegare «Ma questo non vuol dire aver riportato il cervello allo stato in cui era… prima dell’incidente. Ora basterebbe molto meno per produrre danni irreparabili»
«E se escludessimo anche questa possibilità?» Searl, com’era prevedibile, scartò l’ipotesi al volo. Del tutto ovvio, visti i precedenti.
Tunyl per un momento fece silenzio: «Non resterebbe che portare la paziente, se non a convivere coi propri ricordi, quantomeno ad accettarli»
«Portare…» Walent pose la domanda, nonostante avesse la netta sensazione che la risposta non gli sarebbe piaciuta «in che modo?»
Tunyl allargò le braccia, in segno di resa. Si vedeva che la soluzione non faceva impazzire nemmeno lui: «Niente di veramente efficace, purtroppo. Psicofarmaci e alterazioni mirate della sfera emozionale. Dovrebbero sortire l’effetto sperato, andando per gradi»
«In che senso “dovrebbero”?» Searl parlò all’istante, di fatto andando a fare la stessa identica domanda che anche lui avrebbe posto.
Tunyl si strinse nelle spalle: «Non sappiamo che cosa potrebbe effettivamente succedere. Questa sarebbe in assoluto la prima volta che percorriamo una strada simile, finora non ce n’è stato bisogno. Possiamo solo fare previsioni, senza avere nessuna certezza»
«E nonostante tutto non ci consiglia un’altra strada» Walent parlò più a se stesso che al dottore. Se l’unica alternativa giudicata percorribile era una via inesplorata, la situazione complessiva doveva essere ai limiti del tragico.
Tunyl ci impiegò un momento più del dovuto ma alla fine annuì: «È la via più sicura, e di certo la meno invasiva. Il tutto senza contare che applicando questa non ci precludiamo la possibilità di avvalerci ancora dell’amnesia indotta, nel caso appurassimo che non ci sia alternativa»
«Ma la via dell’amnesia la terrebbe come ultima speranza» Searl andò a riassumere il concetto.
Tunyl annuì ancora: «È quello che consiglio, sì»
E a quel punto arrivava il momento di decidere. Per quello il primario li aveva chiamati, per sapere come procedere nei confronti della paziente, andando a pescare tra due alternative che si preannunciavano una peggio dell’altro. Era preferibile la strada dell’amnesia indotta, col rischio di spappolarle il cervello nel caso qualcosa fosse andato storto? O era meglio la seconda via, il tentativo di farla convivere col suo passato?
Entrambe strade fallimentari, per quanto lo riguardava, senza il minimo appello. La prima troppo rischiosa, la seconda senza speranze di successo. In fin dei conti si stava parlando di una persona che aveva avuto autentici sensi di colpa per aver ucciso quelle che di fatto erano macchine a tutti gli effetti, nemmeno esseri viventi. Come diavolo poteva superare la consapevolezza di aver sterminato un’intera specie?
Di fatto non c’era una scelta preferibile all’altra.
Si voltò in direzione di Searl trovandosi subito a incrociare il suo sguardo. Di sicuro, potendosi guardare allo specchio in quel momento, vi avrebbe visto la stessa espressione che vedeva ora nel suo comandante delle forze magiche.
Rassegnazione. Qualunque scelta sarebbe stata quella sbagliata.
Alla fine si decise a parlare: «Faccia quello che ritiene più opportuno, dottore»

Ore 21:00
Nave di Ricerca Terran 4

«Allora?» Mairen si spostò dallo schermo centrale verso la postazione di Jin.
Non ottenne risposta.
«Fammi indovinare?» il comandante continuò «Segnale forte ma pessima risoluzione. Chi stiamo per andare a pescare stavolta?»
«Magari Veld» Huk rispose mentre già le stava ridendo. Pur dandogli le spalle si rese conto che stava soffocando il divertimento.
«Col culo che mi ritrovo quella volta Aion non l’ha affettato a dovere ed è Goer» boffonchiò Mairen.
«C’è qualcosa che non va, signore» Jin alla fine si decise a parlare «Ma non come l’ultima volta»
«Guarda che se anche mi dici che è Gunvor non considero la nostra situazione di molto migliorata» Mairen tornò su di lui. Si avvicinò di un paio di passi alla poltrona su cui era seduto il tecnico. Seguì per un momento il vago semicerchio che descriveva la sala comando, con le varie postazioni di controllo tutte occupate. A quanto pareva nessuno se la sentiva di aggiungere una parola a quanto stava dicendo Jin. Dicendo per modo di dire, tra l’altro. Magari non sarà stato Goer, ma aveva imparato di persona che qualunque cosa al di fuori dell’ordinario, in quelle situazioni, poteva voler dire solo guai.
«Il segnale è forte, ma non fortissimo» Jin passò a spiegare «È la risoluzione a essere anomala»
«Non sembra nemmeno tanto male» Huk restava nei pressi dello schermo centrale a cercare di interpretare i dati per i fatti suoi.
«Appunto» Jin confermò «Risoluzione quasi perfetta, non succede mai»
«Particolarmente un mostro di controllo?» tirò a indovinare Mairen. Concepibile, nel complesso, non del tutto, ma nemmeno una vaccata come ipotesi.
«Non basta» Jin scosse appena la testa racchiusa nel casco «Dovrebbe anche essere morto l’altro ieri perché la cosa avesse un parvenza di senso»
«Maschio?» Mairen chiese. Da come era strutturata l’ultima frase sembrava così.
«Forse» il tecnico rimase sul vago.
«Ma hai appena detto…» accennò il comandante.
«Che il segnale ha un’ottima risoluzione, non che è completo» precisò Jin.
«E abbiamo buchi tanto grossi da non sapere nemmeno il sesso?»
«Hanno inventato il termine “voragini” apposta» aggiunse Huk.
«Poi mi rispieghi perché non ti ho ancora portato dallo sfasciacarrozze» Mairen si rivolse al suo secondo solo un attimo, poi tornò a Jin «Mi dici come gli diamo un corpo se non sappiamo un cazzo su di lui?»
«Hanno inventato i processi di iterazione apposta» l’altro sorrise da sotto il casco.
«Dio, pure i subordinati adesso» Mairen si allontanò per tornare verso lo schermo centrale. Si sedette su una poltroncina nei pressi dello schermo centrale, in fianco al suo secondo «Quanto spacca e il dominio almeno lo sappiamo?»
«1,05 con un errore di 0,1, livello di confidenza al 99%. Dominio dell’oscurità» Jin non si fece pregare, quella volta.
«Abbiamo l’abbonamento ormai» il comandante commentò a voce alta «Personaggio con un certo controllo sul suo potere e sembra morto l’altro ieri, eh?»
«Perché il tutto abbia un minimo senso» Jin precisò subito «Sì»
«Se è Aion mi fanno un monumento» Mairen si rivolse al suo vice «Se fai il bravo mi faccio ritrarre con una resistenza in mano, in tua memoria»
«Ti vedo fiducioso» Huk non si scompose minimamente. La prospettiva lo lasciava abbastanza indifferente.
«E vabbè, mi accontento anche di Michael. Monumento più piccolo ma sempre monumento»
«Sarà una mia impressione, ma la vedo difficile»
«Come sei deprimente» Mairen si lasciò andare contro lo schienale della poltroncina, cominciò ad armeggiare con la consolle posizionata sul bracciolo destro «Va bene, come vuoi, mi faccio ritrarre con un condensatore»
«I ripescati morti nella guerra tra El e Aion saranno un centesimo del totale» Huk partì col suo solito ragionamento guastafeste «Il che non penso voglia dire molte cose. Quella non è una guerra, è uno stallo. Come c’è rimasto secco il Capo dei Capi?»
«Magari è caduto per le scale, gli incidenti capitano» muovendo un dito sulla consolle, Mairen cominciò a pilotare la poltroncina vicino il corrimano che delimitava lo schermo centrale «O magari in quella bella gabbietta c’è morto, finalmente, sarebbe anche ora»
«Vuoi sentire la stima di probabilità che sia Aion?»
«Sì» Mairen alla fine si arrese «Lo so anch’io che è pressoché impossibile, ma che alternative abbiamo? Tra 0,95 e 1,15 con dominio dell’oscurità chi abbiamo? Aion, Michael, Viel, Blair e Rein. Rein escluso per ovvi motivi, Viel e Blair pure, morti troppo presto, non vanno d’accordo con la risoluzione. Non resta altro»
«Non sono loro» Huk si ripeté.
«Navigatore» Mairen rimase sullo spettro d’interazione «Andiamo a sovrapporci al picco»
«Subito signore» una voce alla sua sinistra andò a confermare.
«E una volta sopra vediamo chi ha ragione»

13 Giugno
Ore 11:00
Ammiraglia della Prima Flotta


Nel bel mezzo del carosello delle brutte notizie c’era sul serio da chiedersi che diavolo volesse il Ministro della Difesa in persona. Perché di quello si trattava, comunicare altre brutte notizie, non c’era alternativa. Se fosse stato solo per avere un resoconto della situazione gli sarebbe bastato aspettare di leggere i rapporti.
Con un’occhiata allo schermo olografico, Walent si assicurò dell’ora mentre alle sue spalle udiva il rumore appena udibile della porta a scomparsa della stanza che si apriva.
Era arrivato Searl, inutile anche solo voltarsi. In perfetto orario, tra l’altro, evento più unico che raro. 
Di fatto era l’unica nota positiva di una situazione che ormai non avrebbe saputo definire in altro modo se non un macello. Il suo Comandante in capo per il Forze Magiche era di colpo diventato una persona che faceva il suo lavoro. Il tutto perché di mezzo c’era Felien, ovviamente, ma nella vita bisognava pur accontentarsi.
Nel voltarsi appena alla sua sinistra se lo trovò seduto a fianco mentre era impegnato a trafficare con la consolle che aveva di fronte. Stava per inizializzare una chiamata, e a quel punto era anche superfluo precisare verso chi.
Senza rimanerne per niente sorpreso, l’ammiraglio si ritrovò a fissare lo schermo olografico in cui andava a formarsi l’immagine a mezzo busto di Veis, spettinata quanto basta e con occhiaie abbastanza profonde da far capire, senza ombra di dubbio, di non aver chiuso occhio per tutta la notte.
A quel punto c’erano tutti, mancava solo l’ospite d’onore.
Quale altra grana sarebbe piovuta loro addosso dopo l’aver fallito ancora una volta nell’intuire il piano a lungo termine del nemico, l’aver un robusto sospetto sulla presenza di un numero imprecisato di spie tra le loro fila e l’essersi giocati il più forte Primo Categoria a loro disposizione?
L’avrebbero scoperto presto.
Un segnale acustico appena udibile gli fece abbassare sguardo alla consolle che aveva giusto avanti a lui. Nel notare una spia verde che lampeggiava ci passò una mano sopra.
L’immagine del Ministro della Difesa Taer andò a prendere forma giusto di fianco a quella di Veis. Stava chiamando dal suo ufficio, a giudicare dal poco che si poteva vedere dello sfondo. Ormai quella libreria aveva cominciato a riconoscerla, col passare degli anni.
«Scusate se vi ho fatto attendere» Taer prese subito la parola.
«Ho valutato che forse era il caso di far partecipare anche Veis alla discussione, ministro, visto e considerato che l’argomento sarà Felien» Searl quasi gli tolse le parole di bocca. Nemmeno c’era quella nota di insopportabile supponenza nel tono di voce del mago, del tutto immancabile quando parlava con Taer. La situazione stava sfibrando anche lui, evidentemente.
«È un piacere rivederla, Colonnello Levar»
Veis si limitò a rispondere con un cenno del capo, come saluto.
«Qual è la brutta notizia?» Walent tagliò corto. Questo indorare la pillola ormai cominciava a stancarlo. Praticamente ogni suo ufficiale c’aveva messo sei mesi a dire quello che si poteva esprimere in due secondi riguardo il presunto piano del nemico, bastava un “non lo so”. Tunyl ci aveva messo anche di più a esporgli la condizione di Felien che si poteva riassumere con un “più morta che viva”. Liren era stato l’unico che bene o male l’aveva tirata relativamente corta con la storia della spia, ma in ogni caso poteva far prima anche lui.
Il ministro perse un momento a schiarirsi la voce. Doveva essere una brutta notizia sul serio.
«Devo dire che è quasi imbarazzante, come problema, nella sua stupidità, ma comunque si è verificato» partì subito dopo, e a giudicare dalla prima frase l’intenzione di Taer non era propriamente andare dritto al punto.
«La procedura standard è che a ogni ripescato venga concessa l’immunità per gli atti commessi nel passato. Operazione che bene o male risulta superflua per gli ex appartenenti all’esercito di El, decisamente più utile per quelli che erano dalla parte di Fern, dove il mago con imputazioni più leggere è accusato di strage» Taer cominciò ad articolare il suo bel discorsetto. E a giudicare da quanto aveva deciso di prenderla larga, quando sarebbe stata ora, avrebbe sganciato una cannonata «Perché l’immunità diventi esecutiva servono tre validazioni, la mia, quella del Primo Ministro e quella del Ministro della Giustizia»
Taer si fermò ancora, una pausa fin troppo lunga. Ed eccola che arrivava: «Per quanto riguarda la signorina Ern, il Ministro della Giustizia si è rifiutato di apporre la sua firma»
Una frase che poteva avere solo un senso e che al tempo stesso non ne aveva assolutamente nessuno.
Scotendo appena la testa, l’ammiraglio ripercorse in velocità le parole di Taer. Eppure doveva esserci un altro significato.
«Questo cosa vorrebbe dire?» Veis sussurrò appena. A giudicare da quanto si era rabbuiata in volto la domanda era del tutto retorica.
«Cosa voglia dire penso sia abbastanza chiaro» Searl subito dopo «La vera domanda a questo punto è: il Ministro della Giustizia Mevil è stanco di vivere?»
«Ha ragione Veis, deve esserci un’altra spiegazione» Walent andò a dar man forte alla ragazza, pur sapendo per certo che quanto stava dicendo fosse falso «che noi non vediamo. Nessuno può essere così stupido»
«Purtroppo» Taer non potè far altro che confermare i loro sospetti «il Ministro Mevil ha dimostrato di essere… poco lungimirante. La sua intenzione pare sia quella di procedere penalmente contro la signorina Ern, per motivi che presumo siano intuibili, a suo modo»
A bocca aperta Walent rimase sull’immagine del Ministro della Difesa. Nello schermo subito accanto non poté far a meno di notare Veis che, senza aprir bocca, andava a passarsi un paio di volte la mano destra sul viso, con fin troppa violenza.
«Non sono sicuro che l’abbiano informata della situazione, Ministro» Searl riprese la parola «ma le attuali condizioni di Felien non sono delle migliori»
«Ne sono stato informato, si» annuì Taer.
«Quando si sveglierà di nuovo, o meglio, quando Tunyl deciderà di rischiare a farla svegliare, ricorderà tutto. Ed essendo stata sottoposta al nuovo processo di riabilitazione dubito gradirà molto quei ricordi»
«Si, me l’hanno detto» il Ministro della Difesa confermò ancora.
«Dunque immagino che abbiamo un problema considerato che penso nessuno di noi tre sia anche solo minimamente intenzionato ad assecondare questo tizio» riprese Searl.
«Più che altro spero che Mevil abbia nel suo ministero un Prima Categoria più forte di me» si aggiunse Veis «Perché in caso contrario dubito riuscirà a far muovere Felien da dove si trova»
«La nostra situazione è già abbastanza critica» Walent si ritrovò a essere l’unico dei tre, per forza di cose, a tentare di stare sul diplomatico «Non possiamo permetterci di sprecare un altro Prima Categoria»
Taer annuì un paio di volte, in silenzio, prima di riprendere: «Eviterei la via del braccio di ferro, fin quando possibile, sinceramente. La soluzione migliore sarebbe affrontare Mevil sul suo stesso territorio, e con un minimo di collaborazione da parte vostra non dovrebbe essere molto complicato risolvere il problema»
«Che genere di collaborazione?» Walent andò subito a indagare. Ed ecco qualcuno che arrivava con il problema ma con già la possibile soluzione appresso. Una rarità.
Il Ministro della Giustizia si lasciò sfuggire un mezzo sorriso. Andò a sollevare dalla scrivania un foglio elettronico che mostrò a tutti i presenti: «Ne ho già parlato col Primo Ministro, nel caso accetti anche lei non ci sarà nessun problema. Generale Rakis, sarebbe disposto a firmare la domanda di dimissioni che ho già preparato per lei?»

Ore 14:00
Stazione Spaziale Mark 1


Era abbastanza un mistero perché una cosa simile fosse stata chiesta proprio a lui. Era abbastanza convinto che ci fossero persone molto più qualificate, ma soprattutto molto più adatte, per portare a termine un simile compito. In fin dei conti si trovavano pur sempre in una base militare, per ricevere un membro dell’esercito era più ragionevole utilizzare un soldato di qualche tipo, o un ufficiale, o qualcosa del genere, comunque.
Con un leggero sospiro, Tunyl rimase a osservare il piccolo schermo in fianco alle porte dell’ascensore, seguendo il percorso. Era ancora fermo al piano degli hangar. Altra cosa anomala. Questo tizio era arrivato entrando praticamente dall’entrata di servizio, per quella che di fatto era la zona di carico e scarico.
Tutte cose che andavano oltre la sua comprensione, come del resto la richiesta esplicita da parte della persona in questione di non far parola con nessuno del suo arrivo, e nemmeno tramite una semplice chiamata. Con un messaggio scritto consegnatogli dal comandante di una nave che aveva attraccato il giorno prima.
Una serie di azioni del tutto assurde, per quanto lo riguardava.
Scosse appena la testa. Quantomeno non avrebbe dovuto perdere molto altro tempo in quella farsa. L’ascensore con a bordo il suo ospite che così tanto ci teneva a non essere notato era ormai in arrivo. Fece un passo verso le porte a scomparsa, subito notò il piccolo schermo che si illuminava interamente di verde. Come assorbita dal metallo vicino, un’ampia sezione di parete iniziò a ritirarsi lasciando via via sempre più spazio per poter vedere l’interno dell’ascensore.
Limitandosi ad alzare un sopracciglio, Tunyl rimase a osservare quello che sulle prime gli sembrò poco più di un poppante. Trent’anni al massimo, nemmeno uno di più. Il che era pressoché assurdo visto che si trattava del responsabile principale per quanto riguardava un sezione dell’esercito non proprio inutile.
Tentò quantomeno di non far trasparire più stupore di quanto imponesse la decenza. Più lo guardava e più gli sembrava un bambino. Forse un metro e ottanta, capelli biondi a spazzola, colorito cadaverico. A giudicare dai soli lineamenti del volto c’era quasi da chiedersi dove fossero i suoi genitori.
«Il dottor Tunyl, presumo» smettendo guardarsi intorno senza preciso motivo, il nuovo arrivato andò a fissarsi su di lui. Occhi azzurri, c’era praticamente da scommetterci con quella pelle e quei capelli.
«Il C… » il primario accennò a salutare.
«Un momento, se non le dispiace» il ragazzo si portò la mano destra all’orecchio, dopo un secondo di attesa cominciò a parlare all’auricolare che di sicuro già indossava «Togliete corrente, ora»
Nello stesso istante l’illuminazione a giorno del corridoio venne meno. Una serie di fioche luci d’emergenza entrarono subito in funzione, ma nel complesso erano appena sufficienti a capire dove si metteva i piedi o poco più. Probabilmente era la prima volta che vedeva quelle luci, tra l’altro.
«Stava dicendo?» il ragazzo cominciò ad allontanarsi dall’ascensore per inoltrarsi lungo il corridoio scarsamente illuminato.
«Il Comandante Liren, presumo» Tunyl si limitò a finire la frase che gli era stata mozzata in gola.
«Presume giusto» Liren annuì «Grazie per essere venuto di persona»
«Ammetto di essermi chiesto perché proprio io»
«Ah beh, molto semplice» il comandante rispose all’istante «Lei non può essere la spia»
Tunyl perse un momento a cercare di interpretare le parole in altro modo. Alla fine ci rinunciò: «Come scusi?»
«In questa stazione spaziale c’è un infiltrato del nemico. Lei stesso ne sospetta la presenza, io gliela confermo»
«Io ho solo detto…»
«Non ha fatto nessuna accusa specifica, certo, ma la spia c’è sul serio, glielo garantisco»
Una frase che detta così faceva sembrava quella che di sicuro era solo un ipotesi come un fatto assodato. Non c’era nemmeno vagamente modo di dimostrare la presenza di un sabotatore in quella stazione spaziale, non a partire da un unico fatto isolato, per quanto grave. Non che questo stesse fermando Liren dal comportarsi come se la presenza della spia fosse una certezza, comunque.
«La vedo piuttosto convinto» Tunyl evitò di sbilanciarsi, del resto non era il suo lavoro battibeccare con quel tizio.
«Non avrei tolto corrente a tutta una sezione, in caso contrario» Liren, ancora una volta, rispose all’istante. C’era quasi da chiedersi se sapesse la domanda in anticipo, a giudicare dalla velocità «Il vostro infiltrato ha dimostrato di avere un accesso al sistema informatico di questa stazione spaziale ai limiti dell’imbarazzante, oserei dire. È il momento di imporgli qualche limitazione»
«Vuole evitare di fargli sapere che lei è qui?»
«Se le piace pensarla così» Liren rimase sul vago «Sì, la si può mettere anche in questo modo»
Non che sembrasse la migliore delle idee, a dire il vero: «Lo sa che in questa stazione spaziale la corrente non salta quasi mai, presumo»
«Mai, da che mi hanno detto» il comandante non ebbe dubbi «Tre linee di alimentazione ridondanti servono a qualcosa, pare»
«Questo opportuno blackout potrebbe fargli comunque capire più di qualcosa, dunque»
«Mi semplificherebbe non poco la vita, in effetti»
Risposta che di fatto non aveva senso. Rallentando appena il passo, il primario rimase quantomeno a pensarci per un secondo, ma in effetti no, non aveva nessun senso.
Il comandante voltò la testa verso di lui esibendo un vago sorriso. La netta sensazione era che la situazione lo divertisse più che allarmarlo: «Non sono il primo della mia sezione a essere arrivato in questa stazione. Se qualcun altro oltre a lei sta sentendo le mie parole, posso già darle per scontato che entro domani sapremo chi è la vostra spia»
«Ma di certo non andrà così» Liren fece per voltarsi e tornare a camminare lungo il corridoio. Per un attimo si rivolse al soffitto sopra di lui «Non saresti mai riuscito a stare nascosto così a lungo se no, del resto. Non sei così stupido, vero?»

Ore 15:30
Nave di Ricerca Terran 4

Praticamente senza mai fermarsi da mezz’ora, Mairen continuò a girare intorno allo schermo centrale, incapacitato anche solo a cercare di dare un senso a quanto stava leggendo.
«Siamo sicuri che il sistema di sensori funzioni, Jin?» si decise a chiedere.
«Ho lanciato la diagnostica due volte, signore» l’altro sembrava del tutto sconcertato.
«Non abbiamo niente» ancora seduto alla sua poltroncina, Huk riassunse parte del concetto. L’altra parte, ammesso che gli fosse venuta in mente, era… del tutto assurda.
«Ore di analisi e non sappiamo nemmeno se sia maschio o femmina» ripartì Mairen «Qui c’è decisamente qualcosa che non va»
«Abbastanza riduttivo» Huk gli rispose ancora dalla sua poltroncina nei pressi dello schermo centrale.
«C’è un solo, misero caso, che anche solo si avvicini al nostro, lattina?» il comandante tornò a rivolgersi al suo vice dopo aver ultimato l’ennesimo giro attorno allo schermo.
«Che io sappia, e penso di avere in memoria ogni singolo ripescato» l’altro riprese «No, non è mai successo. Con Nethaniel hanno avuto qualche vago problema, ma nel complesso anche meno di quanti ne abbiamo avuti noi con Fern. E a lui dopo un paio di giorni hanno regalato un corpo nuovo»
«Qui con l’impronta genetica siamo ancora a zero» Mairen parlò a voce abbastanza alta da farsi sentire anche nel resto della sala comando «Giusto Jin?»
«Zero assoluto. Il sistema non riesce a elaborare nulla, e siamo alla diciottesima iterazione» Jin scosse la testa da sotto il casco «È come se le informazioni fossero criptate»
Mairen rimase un momento a soffermarsi su quelle ultime parole. Curioso come il concetto si avvicinasse a quanto cominciava a pensare lui. Era un’idea folle, d’accordo, ma non vedeva altre spiegazioni: «Concordo»
«Problema relativo comunque» Huk non si fece attendere «Prima o dopo un casino del genere doveva succedere. Basta sparare più a caso del solito. Decidiamo, maschio o femmina?»
«Non ho la minima intenzione di ripescare questo tizio» il comandante si ritrovò a rispondere all’istante senza quasi volerlo, ma alla fine era esattamente quanto pensava. Non ne aveva la minima intenzione, troppo pericoloso sotto tutti i punti di vista, ma pericoloso soprattutto per loro.
«Hai ripescato Fern, cosa può capitarti di peggio?» Huk tornò alla carica.
«È esattamente quello che non ho intenzione di scoprire» Mairen liquidò la faccenda in un attimo «Sensori, lasciamo una boa di segnalazione. Navigatore, registrare la posizione attuale, per il momento ce ne andiamo»
In risposta ottenne due assensi pressoché in contemporanea.
«Ne siamo convinti?» Huk si limitò a chiedere.
Mairen si fermò per andare a rivolgersi verso lo schermo centrale che forniva lo spettro d’interazione di tutta la zona di spazio attorno alla loro nave. Il segnale del primo categoria era forte, era marcato, era definito. Se fosse stato tutto normale a quell’ora avrebbero dovuto avere anche il numero preciso di nei della pelle. 
Abbassò lo sguardo sul cartiglio identificativo del segnale. Dominio dell’oscurità, 1,05 ± 0,1. Un dominio dell’oscurità che sembrava morto solo di recente, un dominio dell’oscurità che doveva avere un ottimo controllo sul suo potere, un dominio dell’oscurità che non poteva essere nessuno di quelli che loro conoscevano. Stando in quel modo le cose l’unica risposta al dilemma che gli veniva era del tutto assurda, eppure faceva quadrare tutto così bene.
«Come fa il sistema a ricostruire il corpo del mago morto, Huk?» alla fine chiese.
«Ridetermina il DNA a partire dall’impronta magica» il suo vicecomandante non esitò nemmeno un istante «Ti serve un ripasso?»
«Quattro mattoncini da combinare più volte tra loro» Mairen lo ignorò continuando per la sua strada «lavoro lungo ma non difficile, con la giusta potenza di calcolo e un buon segnale di partenza si deve ottenere qualche risultato»
«Stai cercando di dire qualcosa?» il tono di voce di Huk si fece più sospettoso.
«Che cosa succederebbe se questo tizio» Mairen indicò lo schermo centrale «Non avesse gli stessi nostri mattoncini?»
«Messa così questo tizio sarebbe…» l’altro rimase un momento a soppesare le parole «un alieno, Mairen»
Il comandante sospirò: «Avrebbe senso»
Huk rimase quantomeno un attimo a pensarci «Certo spiegherebbe il perché non caviamo un ragno dal buco con l’analisi» si fermò ancora prima di proseguire «Ma implicherebbe che anche El e Aion abbiano ricevuto visite»
«Ai limiti dell’impossibile, concordo»
«Almeno su questo siamo d’accordo»
«Ma te la senti di rischiare?» chiese Mairen.
Il diretto interessato si interruppe un attimo, quantomeno valutò l’idea, probabilmente. Ma alla fine si decise a rispondere: «Tutto sommato preferirei rischiare con un paio di incrociatori a carico e qualche primo categoria dei nostri»
«E sinceramente» Mairen rimase sullo schermo centrale a osservare la micidiale coerenza del segnale. Non era una regola matematica, ma di norma ci si prendeva ad associare una maggiore risoluzione di segnale a un maggiore controllo sul proprio dominio da parte del mago. Per Rein era stato così, per Hazel pure. Anche considerando che quel tizio doveva essere morto da un paio di giorni per giustificare una risoluzione simile se la sentiva di dire che nemmeno Rein fosse… così. Ma il pensiero che davvero lo terrorizzava era che quel tizio fosse morto da un’eternità e che comunque il segnale avesse una simile risoluzione. Un simile essere non ci teneva minimamente a vederlo anzi, avrebbe ringraziato di persona i fenomeni che l’avevano tolto di mezzo «Se si decide di lasciarlo dov’è a me sta più che bene»

Capitolo 16 by Caladan Brood
Author's Notes:
ok, questo a mio parere è insipido stando a che mi ricordo (non molto, l'ho scritto mesi fa :D). ecco, forse forse solo la frase di inizio capitolo non mi dispiace adesso che ci penso.
in ogni caso, fatemi sapere che ne dite :P.

Capitolo 16

Perché tanto accanimento contro Felien? La sua pericolosità era evidente, certo, ma abbattere lei aveva una sua equivalente contropartita nel mettere a parte tutti noi riguardo l’esistenza di un infiltrato nella stazione spaziale Mark 1?
A rigor di logica, la risposta è una, semplice e chiara.
No.
Per quanto potente, per quanto pericolosa, per quanto del tutto ingestibile per i nostri nemici, Felien era pur sempre un mago. Il più potente a nostra disposizione, certo, ma pur sempre contava per uno. E se proprio vogliamo parlare di pericolosità, non si può sul serio affermare che Rein o Rangvald fossero meno devastanti.
Stando su questo livello di analisi la mossa sembra senza giustificazione, del tutto assurda, un capriccio del nemico che così ha solo contribuito a danneggiarsi.
Diamo per scontato che non sia così. 
Una possibile risposta ci si presenta davanti nel momento in cui cominciamo ad analizzare il quadro generale a un livello di pensiero più elevato. Una risposta che soddisfa tutti i requisiti, che spiega il perché il nemico abbia deciso di agire in quel modo, che da un senso all’aver messo a repentaglio la sicurezza di un infiltrato.
Vista in quell’ottica la decisione del nemico di procedere contro Felien, di colpo, acquista un senso definito. È sufficiente pensare a cosa fosse, cosa rappresentasse Fern per i suoi stessi subalterni. 
Carisma, capacità e forza sono una miscela potente, un comandante che possegga tutte queste caratteristiche avrà uomini che lo seguiranno ovunque. È quasi banale come constatazione, ma con Fern era evidente che ci fosse qualcosa di più. Era adorata, idolatrata, un esercito di milioni di individui le obbediva come fosse un’unica entità, una parte di lei stessa. Tutti i suoi ufficiali, anche i più alti in grado, a stento discutevano un qualunque suo ordine.
Alla luce di tutto questo e sapendo quale fosse lo scopo del nostro nemico, ora, sembra di una facilità disarmante arrivare a capire come un simile elemento sarebbe stato potenzialmente letale per la loro strategia. Andava abbattuto, con forza, con brutalità, facendo il possibile per evitare che si rialzasse, e così è stato fatto.
E questa è una spiegazione che regge senza fatica. Una spiegazione elegante che sottointende un ragionamento di notevole intelligenza. 
Eppure non posso fare a meno di pensare che ci sia un ulteriore livello di pensiero. Un livello di pensiero che fa trasparire un’assoluta genialità, non semplice intelligenza. Un livello di pensiero che sembra quasi una firma, lasciata da quello stesso individuo che ha pianificato l’utilizzo di quella bomba all’antimateria sulla Seconda Flotta.
Basta fermarsi a pensarci un attimo.
È stato quanto successo a Felien a influenzare i nostri programmi, a modificare le decisioni precedentemente prese.
Fino a quanto successo a lei, praticamente nessuno aveva dubbi su come procedere con i nuovi ripescati. Abbiamo rivisto le nostre scelte poi. E quelle scelte sono state a tutto favore del nostro nemico.
È possibile che qualcuno abbia previsto il nostro modo di pensare così alla perfezione da potersene avvalere in una strategia?
Non mi resta che sperare non sia così, e ci spero, ma purtroppo ora sono due. Due indizi a provare l’esistenza di un individuo, a capo delle forze nemiche, la cui genialità potrebbe determinare la nostra rovina, se non adeguatamente contrastata.
Cosa sicura, ormai, non possiamo più limitarci a pregare che un simile individuo non esista. Non ce lo possiamo più permettere.

19 Giugno
Ore 15:00
Città di Kilmann


«Il ministro Mevil in linea» Taer sussultò appena sulla sedia al sentire la voce del suo assistente all’auricolare «Pare… molto ansioso di parlarle»
«Passamelo pure» lui si lasciò sfuggire un sorriso mentre metteva da parte i fogli elettronici che si stava sorbendo. Poteva permettersi quella piccola pausa, e a dire il vero non avrebbe rinunciato all’onore di informare sua maestà dei fatti per niente al mondo.
Appoggiò le mani sul tavolo in attesa che la comunicazione venisse stabilita. Già il veder apparire nello schermo olografico la faccia visibilmente alterata del ministro della Giustizia gli strappò un sorriso. Aveva scoperto lo scherzetto, o quantomeno aveva capito che qualcosa non andava.
«Non so cosa abbia fatto» Mevil partì senza nemmeno disturbarsi a salutare, era del tutto evidente che si trattenesse dall’urlare «Ma so per certo che è stato lei»
«Buonasera a lei, ministro» Taer non poté fare a meno di sorridere ancora di più. Poco da fare, era più forte di lui.
«Che cosa ha fatto?»
«Allude a qualcosa in particolare?» provò quantomeno a darsi un contegno. Già di suo, quanto aveva fatto poteva essere considerato come una presa in giro, meglio non aggravare l’impressione.
«Non faccia finta di non capire»
«Finta di non capire cosa?» Taer esibì la faccia più ingenua che gli riuscisse, nonostante avesse la netta sensazione che non gli stesse venendo un granché bene. Ma del resto la verità era che ci teneva che Mevil capisse chi lo aveva fregato e come.
Il ministro della Giustizia prese un respiro, nel tentativo, tutto sommato riuscito, di riprendere la calma: «Il Sistema ha annullato in automatico la richiesta di procedimento»
Taer annuì, con calma: «Devo dedurne che la sua crociata per punire il vero colpevole di ogni male dell’umanità è fallita sul nascere? Le mie condoglianze, ministro»
«Immagino di non doverle ricordare che forzare il Sistema, a qualunque livello, è un reato grave»
«Mai fatto niente del genere»
«Quello che ho visto dice il contrario»
«La posso tranquillizzare subito, la soluzione è molto più semplice» Taer andò ad appoggiare i gomiti alla scrivania. Ormai era ora di porre l’idiota di fronte al fatto compiuto «Penso che il suo problema derivi da una decisione compiuta dal Generale Rakis la settimana scorsa. Per motivi non ancora del tutto specificati, ma presumibilmente dovuti alla componente di stress derivante da quel ruolo, ha abbandonato la sua carica di Capo di Stato Maggiore delle Forze Magiche»
«Non capisco cosa…» accennò Mevil.
«Devo dire che la notizia mi sia dispiaciuta fino a un certo punto» il Ministro della Difesa continuò come se non avesse parlato nessuno «Rakis era troppo inaffidabile, troppo arrogante, troppo intrattabile. Non aveva nessun rispetto per l’autorità in generale, e per la mia in particolare. Volenti o nolenti, comunque, siamo stati costretti a cercare un sostituto»
Mevil sgranò gli occhi, tutto a un tratto. Ed ecco che aveva capito.
«Tra tutte le varie opzioni, penso che abbiamo individuato la persona giusta da designare come suo successore. Già a capo di un esercito magico, dimostratasi in grado di portare a termine l’obiettivo che si era prefissata, come ulteriore nota di merito aggiungerei che sia riuscita a resistere molto oltre quanto ragionevole pensare contro un avversario che personalmente giudicherei invincibile»
«Non può averlo fatto» Mevil si trovò a sussurrare.
«La comunicazione le sarebbe arrivata a giorni ma tanto vale saperlo da me ora. La informo che, a partire da ieri, il comandante in capo delle forze magiche per le flotte uno, tre, cinque, sette e nove è Felien Ern, Rakis sarà il suo secondo»
Il Ministro della Giustizia strinse le labbra, l’espressione contratta, la certezza di essere stato fregato dipinta in volto.
«Il suo problema presumo sia dovuto al fatto che un Capo di Stato Maggiore non possa venir sottoposto a giudizio in tempo di guerra, a meno di eccezioni valutate caso per caso. La richiesta di procedimento a processo è stata annullata perché il Sistema Informatico deve aver già registrato il cambio nella scala gerarchica, evidentemente» continuò Taer. Modo gentile per dire che aveva provveduto praticamente di persona perché il cambio venisse caricato all’istante, ma doveva dire che come l’aveva detta suonava anche abbastanza bene.
«Che io sappia, il Ministro della Giustizia ha peso in questa “valutazione caso per caso”» soffiò Mevil.
«Come ne ho io e il Primo Ministro» annuì Taer. Come facesse a non scoppiare a ridergli in faccia era un mistero anche per lui «Io mi trovo costretto a bocciare la proposta, per quanto sensata, purtroppo ritengo ci siano problemi più urgenti da affrontare. Può provare col Primo Ministro, anche se non penso sia indirizzato a rivedere così presto una decisione che lui stesso ha approvato. Se otterrà il suo avvallo, comunque, presumo il Sistema rimuoverà il blocco all’istante. In caso contrario, temo che dovrà attendere la fine di questo conflitto, o fino a quando la signorina Ern non verrà destituita dalla sua carica»
Il che non sarebbe mai successo. Il Primo Ministro non solo era d’accordo su tutta la linea nell’usare quello sporco stratagemma per evitare il processo, ma addirittura aveva velocizzato il più possibile la procedura, sputando il decreto di nomina a tempo record. Per quanto riguardava lui, invece, Fern poteva stare a capo delle Forze Magiche anche a vita. Di sicuro ne aveva le capacità, possedeva l’esperienza necessaria e, fattore molto importante, non aveva nessuna possibilità di regredire. A rigor di logica sarebbe stata anche meglio di Rakis, se solo non fosse stata in coma.
Un dettaglio che il Ministro della Giustizia non aveva bisogno di sapere, ovviamente.
«Vedrò di provvedere» sussurrò Mevil mentre già stava per interrompere la chiamata, probabilmente per non rischiare di urlare.
«Mi faccia sapere cosa ne pensa il Primo Ministro» Taer gli riservò un sorriso appena abbozzato. Lo sforzo per non allargarlo a trentadue denti si rivelò immenso. Chiuse la comunicazione passando una mano sopra la consolle alla sua destra.
Senza volerlo scoppiò a ridere.

Ore 16:00
Stazione Spaziale Mark 1

Incredibile quanto ci fosse voluto per trovare uno schifo di stanza, anche se andava detto che non era del tutto colpa sua. Qualcuno non aveva particolare intenzione di farlo arrivare fin lì, a quanto pareva.
Le precise informazioni del primario l’avevano portato dalla parte opposta della zona A, in corrispondenza di una bella stanza vuota giusto vicino alla mensa. E in effetti doveva ammettere che l’idea di andare a farsi una spuntino sospendendo la sua missione gli fosse anche venuta. Chiaro segno che Tunyl lo conosceva fin troppo bene.
Ad ogni modo, adesso era lì e quella volta il posto era anche quello giusto. La guardia fuori della porta era un segno abbastanza evidente.
A passo lento Simeon rimase con le mani ben cacciate in tasca mentre avanzava in quella direzione. Tenne lo sguardo al pavimento andando a concentrarsi per un momento sui pantaloni neri che portava.
Doveva fare due chiacchiere col primario anche riguardo a quello. Non sapeva a che ciccione avessero fregato quei vestiti ma doveva dire di essere tutto sommato abbastanza stanco di andare in giro con tutto di un paio di taglie troppo grande.
Si fermò al vedere gli stivali della guardia entrare nel suo campo visivo. Alzò gli occhi per rivolgersi a lui.
«Ha il permesso?» ancora prima che lui potesse dire una parola, l’uomo lo anticipò.
«Oh, ciao anche a te» Simeon passò da lui alla porta che presidiava «Alla luce del tentato depistaggio non sono sicuro, ma in teoria dovrei avere il permesso di vedere la paziente»
«Sei Rein?» la guardia diede segno di essere informato della visita, cosa che lo aveva portato a riconoscerlo, ovviamente. Prova ne era il pronto abbandono della forma di cortesia.
Non che la cosa gli interessasse più di tanto, ovviamente, ma in sé il fatto era curioso. Doveva dire che era in maggiore considerazione dal prossimo, prima di morire.
Alzò le spalle con noncuranza: «Girovago per la zona a soppressione totale»
La guardia si fece da parte lasciandogli via libera verso la porta d’entrata che si stava già aprendo: «Dieci minuti, ha detto il dottore»
«Mica voglio morirci di noia lì dentro» sfilando accanto a lui, Simeon passò nella semioscurità della stanzetta che gli si era aperta davanti. L’unica illuminazione era fornita dalla luce che filtrava attraverso l’ampia vetrata da cui era visibile la camera a fianco.
E lì c’era lei.
Con un paio di passi Simeon si avvicinò al vetro, rimanendo a guardare verso la ragazza, seduta sul letto a gambe incrociate, apparentemente impegnata a fissare il nulla.
Chissà se lei poteva vederlo. Non era improbabile che quel fosse uno specchio, se visto dall’altra parte. Sarebbe stata la scelta più logica, visto chi era rinchiuso in quella stanza. Ma forse si sbagliava.
Nel vedere la ragazza che spostava lo sguardo verso di lui rimase immobile ad aspettare una reazione. Nel vederla mettersi in piedi capì di essere stato visto.
«Comandante» lei chinò il capo in segno di saluto mentre si portava il pugno destro al petto.
Voltandosi per guardare dietro di sè, Simeon studiò per un momento la stanza vuota alle sue spalle. Poi tornò sulla ragazza: «Ah, parli con me?»
Senza rispondere, lei era tornata con le mani lungo i fianchi.
«Non ti hanno aggiornato sulle ultime novità, evidentemente» continuò Simeon «Adesso sono l’ultima ruota del carro»
L’altra rimase ancora in silenzio.
«Anzi» lui non ci fece molto caso «Ruota di scorta forse rende meglio l’idea»
«Posso chiedere perché siete qui, signore?»
Simeon liquidò la domanda con un’alzata di spalle: «Nethaniel sta facendo non so che test, da solo mi annoio»
Dallo sguardo della ragazza trasparì una chiara nota di delusione, l’attimo dopo si limitò a scuotere la testa.
«Per un momento…» lasciò morire la frase nel nulla.
«Cosa?»
«Lasciamo perdere» lei scosse ancora la testa
«Che cosa?»
«Non ha importanza»
«Pensavi fossi qui per liberarti?» tirò a indovinare lui.
La ragazza tornò a fissarlo negli occhi. Scosse ancora la testa: «Abbastanza stupido, lo ammetto»
«Spiacente ma no, Ally, non sono regredito» gli confermò Simeon «Anzi, sai che ti dico? Non mi dispiace proprio per niente»
Allister si limitò a un leggero respiro. Con un lento movimento del braccio portò la mano destra all’altezza del viso. In un minimo tentativo di attingere al suo dominio constatò, probabilmente per l’ennesima volta, di non poter far nulla. Subito dopo si voltò alla sua destra incamminandosi verso l’uscita della sua stanza. O meglio, prigione.
«Fa questo effetto, vero?» riprese lei.
«Cosa?»
«La riabilitazione»
Afferrando solo in quel momento il senso della domanda, Simeon rimase a pensarci un attimo: «È interessante vero?»
«Quelle che erano certezze assolute, fatti che si davano assolutamente per scontati, di colpo…» Allister lasciò la frase in sospeso.
«Perdono ogni valore»
«Già»
«E non pensi sia giusto» lui tirò a indovinare, nonostante per qualche motivo avesse la pressoché certezza che fosse così.
«Il processo di riabilitazione è stato studiato per ottenere quest’effetto»
«E questo toglie la domanda?»
Nel fermarsi di fronte alla porta d’uscita Allister rimase a guardarla, andò ad appoggiarsi entrambe le mani scaricandoci l’intero peso del corpo, come a saggiarne la resistenza: «È quello in cui credevate anche voi»
«La verità è che» Simeon rimase su di lei che si rimetteva in piedi «Credevamo in una marea di puttanate»
«No, questo non è vero»
«Oh, ne eravamo convinti. Anzi, io ero uno dei più convinti, ma prova a rianalizzare ogni cosa una volta che ti avranno fatto rinsavire di nuovo. È tutta un’altra prospettiva»
«Si, ma la prospettiva sbagliata» alzando il tono di voce molto più del necessario, Allister si voltò a fronteggiarlo, una nota d’astio malcelata nello sguardo. Si riprese subito «Le mie scuse, signore»
«La prospettiva che di colpo ti fa andare d’accordo con tutto il genere umano» Simeon si limitò a far spallucce «E nell’andarci d’accordo che cosa scopri? Che sono del tutto identici a me e te»
«È cambiare le proprie convinzioni alla radice»
«Eravamo parecchio fuori strada, vero?»
«E che differenza c’è, allora» Allister riprese a camminare «tra la riabilitazione e un condizionamento mentale?»
«Questo discorso sta diventando troppo complicato» roteando gli occhi, Simeon non si trattenne dal dire quello che pensava già dalla terza battuta di quella conversazione «Ma soprattutto noioso»
«A lasciarlo fare» la ragazza continuò come se nessuno avesse parlato «Sono convinta che El avrebbe potuto convincerti delle assurdità più incredibili» tornò a voltarsi verso di lui «Ma non sarebbero state la verità, non sarebbero state la realtà»
«Ho fatto male a darti corda all’inizio, vero?» Simeon passò a controllarsi le unghie. In effetti una spuntatina l’avrebbero meritata.
«È un quesito legittimo» Ally continuò ancora «Signore»
«Per essere legittimo è legittimo. È nell’essere interessante che fa difetto»
Dopo una minima indecisione la ragazza si limitò a un cenno affermativo del capo, si voltò per tornare al suo letto: «Chiedo scusa per avervi fatto perdere tempo, signore»
Ancora fermo dove si trovava, Simeon la osservò mentre andava a sedersi con la schiena appoggiata alla testiera, le gambe incrociate con i piedi appoggiati al materasso. Non guardava più nella sua direzione.
«Dunque» alla fine si decise a riprendere «Se adesso si spegnessero i soppressori di campo, tu distruggeresti questa stazione spaziale»
Pur senza distogliere gli occhi dal nulla avanti a lei, la ragazza sospirò: «Ci proverei, quantomeno»
«Contando anche solo Nethaniel che non vede l’ora di menare un po’ le mani… avresti bisogno di una bella dose di fortuna. Ma diciamo che tu ci riesca… che cosa avresti ottenuto a quel punto?»
«Sarebbe pur sempre il primo passo»
«Qui non stiamo più parlando di una razza che conta a fatica trenta miliardi di individui» precisò Simeon. Il motivo per cui stesse continuando quella discussione per buona parte gli sfuggiva, ma in fin dei conti era pur sempre un modo per passare il tempo «Ora stiamo parlando di una razza che occupa più galassie, disseminata in centinaia di mondi, che come minimo conterà migliaia di miliardi di persone. Senza contare un livello tecnologico semplicemente spaventoso. Il più infimo dei cannoni laser della più infima nave da guerra fa più danni di un Primo Categoria. Passa la voglia di lanciarsi in una guerra contro un simile nemico al solo valutarne le dimensioni. Se poi cominci a valutarne anche la forza…»
«Non avrebbe importanza»
«I pazzi si lanciano in una guerra che non possono sperare di vincere» Simeon le rispose «Ma questa è solo l’ennesima prova di quello che eravamo veramente. Per rispondere alla tua domanda comunque… il processo di riabilitazione non ti convince di quello che i dottori vogliono, ti fa diventare come saresti stato se la tua vita si fosse svolta in maniera tranquilla. Non sono convinzioni che ti infilano in testa di forza, è tutta roba che era già lì»
La ragazza tardò nella risposta, limitandosi ad annuire, rivolta a nessuno in particolare. Ripartì all’improvviso: «Non sarei da sola»
Simeon aggrottò le sopracciglia: «Non vedo un gran nesso con quello che ho appena detto»
«Una visione d’insieme più ampia» passò a spiegare Allyster «Non sono la sola a volere la fine di questa specie»
Lui rimase a valutare quelle parole per un momento. Un livello di follia che aveva del comico, quasi. Sarebbe anche scoppiato a ridere, se solo non avesse avuto la fastidiosa sensazione che, a parti invertite, avrebbe fatto un discorso altrettanto stralunato, se non di più.
«Gli alieni» si limitò a dire «Grande idea»
«Il nemico del mio nemico» la ragazza sembrava quasi convinta dell’imbecillata che stava dicendo.
«Forse con la regressione hai perso anche la memoria, ma l’ultimatum che ci hanno dato i tuoi… alleati parlava abbastanza chiaro» Simeon le fece notare quello che di fatto era l’ovvio «Loro non vogliono eliminare l’umanità, vogliono eliminare i maghi umani. Sono passati all’opzione di sterminio perché noi ci siamo rifiutati di consegnarglieli»
«I nostri intenti coincidono comunque»
«Ma se ho appena detto…»
«Vi invito a ricordare le parole di Felien, signore» Allyster nemmeno lo lasciò finire «La vera Felien, non il patetico surrogato che ora avrà preso il suo posto: “Sarei felice se il prezzo da pagare fosse solo la mia vita”»
«Non è che prendendo a esempio la più squilibrata di tutti si arrivi a dimostrare qualcosa»
La ragazza gli scoccò un’occhiata di sbieco, le labbra tirate, scura in volto. 
Si riprese in fretta, quantomeno. Con calma ritornò a guardare la porta d’uscita di fronte a lei: «Ogni singolo, lurido individuo di questa razza merita di morire. Se l’unico modo per ottenerlo fosse favorire una razza aliena che vuole distruggere i maghi e solo come effetto collaterale vuole eliminare l’intera specie, non avrei nessun dubbio sul da farsi. Li aiuterei. Se poi questa scelta dovesse costarmi la vita non avrei rimpianti»
Simeon scosse la testa. Aveva dell’assurdo, dell’incredibile, nonostante ricordasse con distinta chiarezza i giorni in cui avrebbe sottoscritto ogni singola parola.
«Eravamo sul serio da camicia di forza» continuò a scuotere la testa.
«Voi non siete mai regredito, signore» la ragazza riprese.
«No, per fortuna» lui parlò con fin troppa sincerità. C’era veramente di che spaventarsi al pensiero «Ed è quello che comincia a farmi paura, perché ho il netto sospetto che la penserei come te»
Allyster sospirò: «Il giorno in cui succederà tornate da me, signore. Vi seguirò»

Ore 20:00
Ammiraglia della Prima Flotta

«La mano come va?» sdraiato sul letto della sua stanza, Searl portò le mani a intrecciarsi dietro la nuca, rimase a guardare il soffitto sopra di lui senza prestare particolare attenzione allo schermo olografico attivo, alla sua destra.
«Sopravvivrò» Dantalian rispose, anche se non proprio ben volentieri. Con la coda dell’occhio lui vide il compagno che alzava il braccio a far vedere come non fosse rimasta nemmeno la cicatrice «M’hai chiamato per chiedermi l’ovvio?»
«La cosa non mi dispiacerebbe, devo dire» Searl abbozzò una smorfia «Se sapevo che fare il capo di questa baracca fosse così faticoso col cavolo che avrei accettato»
«Non sei più capo» puntualizzò l’altro.
«I magheggi di Taer. Devo dire che ho rivalutato in parte quell’uomo, sarà pure un imbecille ma l’idea che ha avuto per fregare Mevil è stata sublime. Meschina disonesta e viscida, giusto quello che ci voleva per mettere al suo posto un simile deficiente. Sono autenticamente deluso dal non averci pensato per primo, a questa genialata»
Dantalian sospirò «Perché hai chiamato, Searl?» 
«Ok, non è giornata pare»
«Hanno tentato di accopparmi» Dan fece spallucce «Dammi tempo»
Lui fece silenzio un attimo. Verissimo, a dirla tutta, ma il problema stava più che altro in chi aveva provato ad accopparlo, più che nel fatto in sé. Particolare su cui era meglio sorvolare, ovviamente.
«I piani alti stanno maturando un’idea» alla fine si decise a parlare.
«Siamo noi i piani alti» puntualizzò Dan.
«Ancora più alti»
«Ciò vuol dire Sephet e Walent»
«L’ho sempre detto che quei due sono pericolosi, insieme poi»
«Che idea si stanno inventando?»
«Le condizioni di Felien» Searl abbozzò appena una smorfia «Non li hanno riempiti di entusiasmo»
Dantalian annuì senza aggiungere altro, lo invitò a proseguire con un cenno della mano.
«E ho anche la vaga sensazione che si siano fatti troppo suggestionare da quel tizio dei servizi strategici»
«Liren» precisò Dan.
«Sì, proprio quello. Sono convinti che la situazione sia grave, e si debba assolutamente fare qualcosa»
«Niente di buono, immagino, date le premesse»
«Vogliono abbandonare temporaneamente il nuovo processo di riabilitazione» Searl non si fece pregare.
In silenzio, Dan si passò la mano sulla guancia sinistra un paio di volte, quella stessa mano che solo due giorni fa era squarciata da una serie di schegge di vetro lanciategli contro da quella che pensava fosse la sua ragazza.
Alla fine rispose: «Forse non hanno tutti i torti»
Scotendo appena la testa, Searl cercò di trovare un’altra vaga interpretazione a quanto sentito. Se c’era qualcosa che non s’aspettava di sentire era quello: «Come scusa?»
«È una semplice questione di statistica» Dan passò a spiegare «E di rischi/benefici. Un mago che abbia subito il processo di riabilitazione standard può essere virtualmente utilizzato il giorno dopo, lo stesso non vale per l’altro processo, e a noi è molto probabile servano maghi pronti a combattere il prima possibile, con ogni probabilità mesi se non settimane. Se Walent e Sephet puntano a usare il vecchio processo di riabilitazione solo per arginare quest’emergenza non la vedo come una tattica suicida»
Searl non rispose. A rigor di logica tutte argomentazioni validissime, perfette. Eppure…
«Tunyl e la sua banda stanno lavorando a un modo di integrare i due processi, o quantomeno per migliorare i risultati di entrambi. Metti anche che ci metteranno un paio d’anni, la probabilità che un mago regredisca nell’arco di trent’anni è di una su duecento. La probabilità che regredisca nell’arco di due sarà una su mille»
«Una su tremilacinquecento» Searl si passò una mano sulla faccia, parlò con un tono di voce appena sufficiente a farsi sentire dal compagno.
«Appunto» annuì Dan «In fin dei conti è un rischio calcolato»
«A giorni recupereranno Rangvald» continuò Searl, in apparenza cambiando discorso «Hai sentito, immagino»
«Presumo che la decisione di Walent e socio sia dovuta soprattutto a questo» Dan annuì «Non vogliono correre il rischio di bruciarsi la possibilità di poterla usare nell’immediato, come con Felien»
«E con lei faranno due»
«Due cosa?»
«Alti Ufficiali di Fern» Searl precisò «Alti Ufficiali di Fern che avranno la possibilità teorica di regredire»
«Se succederà» Dantalian non aveva dubbi «Faremo come con gli altri»
«Ma è proprio quello il problema» Searl quasi non lo lasciò finire. Del resto era la risposta che si aspettava «Loro non sono come gli altri. Loro non sono dei Terza né dei Seconda Categoria. Non rientrano nemmeno in quella fascia della Prima Categoria che sia io che te sappiamo di poter gestire in sicurezza. Questi sono più forti di noi, Dan, a livello di forza bruta. Rangvald soprattutto, è più potente anche di Nethaniel»
Quella volta Dantalian tardò nella risposta, lui continuò senza aspettarla: «Un mago riabilitato così può regredire, questa è la verità, e la domanda che comincio a farmi da un po’ di tempo a questa parte è: “Se succedesse, io cosa sarei in grado di fare?”»
«Stai dicendo» Dantalian soppesò le parole «Che pensi di non poterli gestire, nel caso servisse?»
«Rein si teletrasporta, Dan. Si teletrasporta all’interno di un ambiente con un livello di soppressione tale da farmi sembrare assurda anche solo l’idea di provare a impostare l’incantesimo» Searl scosse la testa «Lui ha il dominio giusto, ovvio, ma non posso fare a meno di pormi la domanda, ora come ora. Quanto siamo rimasti indietro rispetto a loro?»
«Intendi… rispetto a quelli che sono rimasti sulla Terra»
«Abbiamo saltato in blocco una guerra magica che si è sviluppata ai massimi livelli solo dopo la nostra partenza, una guerra in cui sono stati inventati incantesimi che ancora adesso non abbiamo idea di come generare, una guerra in cui l’arte del combattimento si è raffinata più di quanto possiamo anche solo immaginare. Il tutto mentre noi eravamo qui a goderci la più assoluta pace» Searl si lasciò sfuggire un sorriso «Non è un’ipotesi, è un dato di fatto. Siamo inferiori, non può essere altrimenti. L’unico fattore da determinare è… quanto. Nel caso fossimo sul serio inadeguati ai nostri avversari, anche una possibilità su tremila potrebbe costituire un pericolo inaccettabile»

20 Giugno
Ore 12:30
Stazione Spaziale Mark 1


Ancora a bocca aperta, Veis si fermò sulla porta ignorando il dottore che sapeva essere alle sue spalle. Per quanto glielo avessero detto si faceva fatica a crederci.
Seduta sul letto, con la schiena appoggiata allo schienale, Felien stava mangiando in tutta tranquillità da un vassoio che gli era stato portato dalla mensa. In tutta normalità, senza fretta, senza scatti, dando la netta impressione che fosse tutto nell’ordinario. Quando in realtà nulla rientrava nell’ordinario.
«Non vuol dire assolutamente niente» Tunyl, alle sue spalle, la invitò a proseguire «Con quel dosaggio si può a malapena dire che sia lei»
«Non m’aspettavo così tanto comunque» ancora ferma dove si trovava, Veis spostò lo sguardo sulla flebo che andava a tuffarsi nel braccio destro della ragazza. Da non crederci, semplicemente. Qualunque cosa le stessero iniettando in vena faceva miracoli. Di fatto la si sarebbe potuta considerare la soluzione definitiva al problema, se solo non ci fosse stato il problema che qualunque farmaco diventava inutile con un mago che faceva uso del proprio dominio.
Si decise ad avanzare nella stanza il tanto che bastava per lasciare posto anche al dottore per passare. A passi misurati si avvicinò a una poltroncina posizionata giusto in fianco al letto.
«Ciao Veis» Felien continuò a mangiare quella che tutto sommato poteva sembrare una minestra di qualche tipo.
Lei rimase per un momento in silenzio, senza sapere cosa dire. Alla fine optò per l’unico concetto che le affollasse la mente: «Stai bene, vedo»
Felien si fermò con il cucchiaio a mezz’aria, come a pensarci un momento: «Sì, sembrerebbe di sì» finì di portarsi il cucchiaio alla bocca e lo riportò verso il piatto «Anche se a quanto ho capito non sarà per molto»
Veis si voltò verso il primario.
Tunyl si limitò a cenno di assenso del capo: «È meglio che lo sappia da subito»
«Avevi ragione» Felien prese un ultimo assaggio di minestra, lasciò cadere la posata sul vassoio «Avevate ragione. Non c’era nessuna fretta di recuperare la memoria»
Veis si morse un labbro. Sapere che molto probabilmente qualcuno gliel’aveva fatta recuperare di proposito e nel modo sbagliato era un’informazione che non aveva il minimo bisogno di sapere.
«Anche lavorando di fantasia» continuò lei «Dubito che avrei potuto immaginare di aver fatto un… disastro simile»
«C’era anche un altro concetto con cui sarebbe bene che familiarizzassi da subito» Tunyl tornò a parlare «Ne abbiamo discusso, ridordi?»
«Che devo far conto sia stata un’altra persona a fare tutto… quello?» Felien annuì appena «Sì, ne abbiamo parlato»
«È la pura verità» Veis si sentì uscire le parole di bocca senza neanche aver pensato di dir qualcosa «Quello che dice il dottore non potrebbe essere più vero»
Lei annuì di nuovo: «Sì, sono tutte azioni che non farei mai, ora come ora»
«Ed è esattamente quest…»
«Ma ciò non toglie che le abbia fatte» Felien non la lasciò finire «Non approvare le proprie azioni passate non vuol dire esserne innocenti, vuol dire essere cambiati. Io posso anche convincermi di non essere colpevole, ma non sarà la verità»
Veis si limitò a chiudere gli occhi. La reazione peggiore tra tutte, ma purtroppo non se la sentiva di definirsi sorpresa da quelle parole. Felien avrebbe visto come una sua colpa ogni azione passata. E quello non era un bene.
«Sono» ricominciò lei, ancora seduta sul letto, con lo sguardo rivolto a niente in particolare «Davvero dei brutti ricordi»
Con un passo indietro, Veis andò ad affiancarsi al dottore. Si espresse in un bisbiglio: «Entro quanto prevedete di ridurre a zero la dose di qualunque cosa le stiate dando?»
«L’ammiraglio Walent ha espresso il desiderio di provare ad accelerare i tempi, nei limiti del possibile» rispose Tunyl.
«Quanto?»
«Un mese»
Sbarrando gli occhi, Veis rimase a fissare Felien come imbambolata. Assolutamente troppo poco: «Lo raddoppi, come minimo»
«L’ammiraglio ha…»
«Con Walent ci parlo io» Veis gli mozzò le parole in gola «Due mesi»
Tunyl annuì: «Visto quello che ha appena detto la paziente suggerisco tre, già che deve chiedere una proroga»
«Inutile che bisbigliate, ci sento» Felien si intromise «Non bene come una volta ma abbastanza da capire»
«Ti serve più tempo» Veis passò a rivolgersi a lei.
«Grazie» la ragazza accennò un sorriso tirato, si voltò a guardarla per un attimo «Anche se non so quanto potrà servire»

Ore 17:30
Città di Kilmann


Con i gomiti appoggiati alla scrivania, le mani intrecciate a sorreggere il mento, Mevil rimase a fissare l’entrata del suo ufficio, di fatto guardando niente in particolare se non la tonalità di nero della porta.
Fregato, raggirato, ridicolizzato. Questo era esattamente quanto successo. Non a parole certo, ma quel lurido porco di Taer si era preso gioco di lui, stabilendo con la sua prima mossa un record assoluto di bassezza.
Costringere Rakis a dimettersi per poter piazzare Fern al suo posto era stata un’azione al limite dello scandaloso. Anzi no, non al limite, era proprio scandalosa, oltre che ridicola. Bisognava metterci un certo impegno per non scoppiare a ridere di fronte al fatto. Il primo nemico, il più pericoloso nemico che abbia mai avuto l’umanità, posto come sua prima difesa a guidare le forze magiche di cinque flotte, su un totale di dieci. La metà.
Taer aveva designato… quell’essere a uno dei ruoli più importanti delle loro forze armate, di fatto inferiore solo agli ammiragli delle prime due flotte. E quel povero idiota del Primo Ministro gli era pure andato dietro.
Oh certo, la ragazza era cambiata, l’avevano riabilitata, non avrebbe mai potuto regredire, non sarebbe mai stata quella di una volta, era assurdo anche solo pensarlo. Ne aveva sentito a quintali di simili scemenze, negli ultimi giorni, ma il dato di fatto fondamentale era e rimaneva uno.
Quanto successo a Felien Ern non era stato un caso eccezionale. In milioni avevano ricevuto un trattamento simile al suo, in milioni erano stati altrettanto maltrattati, sfruttati, brutalizzati. Una colpa innegabile da parte del genere umano, era lampante, ma restava il dato di fatto fondamentale.
Nessun altro aveva reagito come lei, nessun altro aveva fatto quello che aveva fatto lei. Solo Ters e Goer potevano ritenersi altrettanto responsabili. In tre, in tre soli, erano riusciti in quella che ancora allora sembrava un’impresa del tutto assurda nella sua apparente inattuabilità. Erano riusciti a comporre regolamentare ed istruire un esercito di potenza tale da portare l’umanità quasi all’estinzione, un esercito magico che di fatto si era dimostrato inarrestabile.
Per quanto assurdo era la realtà. Assoluti mostri come Rein, o come Veld, esseri che avevano fatto del genocidio una vera e propria vocazione, sul serio erano da considerarsi meno colpevoli. Non innocenti, ovviamente, spontaneamente avevano scelto di far loro il credo di quell’esercito, ma la loro poteva essere considerata una colpa perdonabile. Offuscati da quanto capitato loro si erano lasciati del tutto traviare, imboccando una strada che li aveva portati a essere quello che erano diventati.
Le colpe di Fern erano molto più vaste e radicate, ma anche a prescindere da quello, quanto fatto da Taer era comunque ai limiti del folle.
La pericolosità di quella donna era lampante, come del resto erano lampanti la sua capacità di comando, di motivazione, di persuasione. Non sarebbe mai arrivata ad organizzare un simile esercito, in caso contrario.
Che cosa avrebbe potuto fare, nella sua nuova posizione, un individuo dotato di simili capacità?
In qualche modo doveva essere fermata.
Un segnale acustico attirò la sua attenzione.
Riscuotendosi appena, Mevil controllò sul pannello alla sua destra chi fosse a rompere le palle. Una chiamata in entrata, sulla sua linea diretta. Strano, non aspettava niente del genere.
Liquidò la faccenda con un’alzata di spalle. Se volevano parlare con lui che passassero tramite la sua assistente.
Ritornò a fissarsi verso la porta, aveva ben altro a cui pensare.
Doveva trovare il modo di aggirare l’ostacolo. Essere apparentemente l’unico a vedere l’enormità del problema di certo non lo autorizzava a ignorarlo. E se fino a ieri era un problema rilevante, ora, di fronte ai nuovi sviluppi e ai nuovi poteri ottenuti da quella donna, diventava vitale.
Peccato che la trappola che Taer aveva preparato per lui fosse di fatto inattaccabile. Gli serviva un altro avvallo, oltre al suo, per poter tornare a procedere contro Fern e destituirla dalla carica di cui era stata appena investita, ma doveva anche dare per scontato che il Primo Ministro e Taer fossero d’accordo, era inevitabile. Riuscire a ottenere il voto di uno o dell’altro era pura follia.
Doveva trovare una scappatoia, il problema era… quale?
Lo stesso segnale acustico di un attimo prima tornò a farsi sentire.
Possibile che la gente non capisse quando non era il momento di rompere le palle?
Passò una mano sul pannello accettando la chiamata: «Non so chi tu sia, ma non hai preso appuntamento»
«Dovrò essere brevissimo, dunque ascolti molto bene» la voce all’altro capo della linea partì all’istante, parlando fin troppo in fretta «Lei vuole mettere sotto processo Fern. Le accuse che muoverà contro di lei sono irrilevanti, per quanto mi riguarda, basta che lo faccia»
«Chi è lei?» Mevil pose l’ovvia domanda. Non aveva mai sentito quella voce in vita sua, ma cosa sicura, non gli piaceva nemmeno un po’.
«Taer l’ha fregata, Ministro, come raramente ho visto succedere. L’unica possibilità che le resta per spuntarla, ormai, è rendere noto alla diretta interessata cosa ha intenzione di fare»
«Come questo possa risolvere il problema non riesco a immaginarlo»
«Lo faccia, il come non ha rilevanza, succederà»
Il suo interlocutore riattaccò ancora prima che lui potesse azzardare un’altra replica. All’altro capo della linea, Mevil si ritrovò ad ascoltare il nulla più assoluto. Il tizio andava di fretta sul serio, dopo essersene uscito con una trovata del tutto folle.
C’era quasi da pensare a uno scherzo di Taer, da come si era sviluppato quel vago accenno di discussione. Lo escludeva solo perché era abbastanza convinto che Taer avrebbe fatto di meglio, se ci si fosse messo.
Scherzo di cattivo gusto, in ogni caso, ma soprattutto poco credibile. Chiunque l’avesse ideato non se l’era studiato molto bene.
Si lasciò andare contro lo schienale della sedia, portando le mani a stropicciarsi gli occhi.
Si bloccò a metà dell’azione.
Chi altro, oltre a lui, il Primo Ministro e Taer, era al corrente della promozione di Fern a Comandante per le Forze Magiche?

Ore 21:00
Staziona Spaziale Mark 1


Seduto con la gambe incrociate sul letto attese con pazienza che la comunicazione si instaurasse. 
Ormai il timore che la chiamata potesse anche solo risultare tra la lista di quelle in uscita dalla stazione orbitale era un problema che non lo toccava più. Il sistema non ne teneva la minima traccia, ma anche qualcuno l’avesse scovata non ne avrebbe mai scoperto il contenuto. Al massimo avrebbe scoperto che la codifica non apparteneva alla tecnologia umana, ma tanto già si sapeva che c’era un infiltrato in quella base, poco sarebbe cambiato.
L’accensione di una spia rossa sullo schermo del computer gli diede conferma che la connessione fosse stabilita.
«Non mi aspettavo chiamate da parte tua» la voce del comandante arrivò alle sue orecchie intellegibile anche se non del tutto chiara, come sempre del resto.
«È sorta una possibilità, signore» lui non si fece pregare.
«Avevamo stabilito di non proseguire oltre, mi pare, in nessuna direzione»
«Ci sono stati degli sviluppi. Una squadra dei servizi strategici è arrivata qui con il preciso scopo di trovarmi»
«Motivo in più per stare al tuo posto, direi, almeno per il momento»
«Se non per depistarli»
Dall’altra capo della linea non ci fu risposta, per un momento: «Sei sicuro che chiunque sia a cercarti cadrà nella trappola»
Lui nemmeno ci pensò prima di rispondere: «Sono sicuro»
Un’altra pausa, il suo superiore esitava. Strano.
«Che cosa riguarda?»
«I regrediti, ma immagino che per voi non siano importanti»
«Procedi come meglio credi» il comandante acconsentì «Permettimi una considerazione, però, prima»
«Prego, signore»
«È arrivato qualcuno a cercarti praticamente il giorno dopo “l’incidente” capitato a Fern. Questo può voler dire una sola cosa, sospettavano già la tua presenza, quanto successo alla tua vittima ha solo dato loro la certezza»
«È del tutto possibile, signore»
«Se le cose stanno così forse sarebbe bene considerare la pietosa penuria di elementi che suggerissero la tua presenza prima di quanto hai fatto con Fern» il comandante proseguì «Se qualcuno aveva ipotizzato la tua presenza già da prima è in gamba. Forse troppo in gamba per rischiare quanto hai intenzione di fare»
Lui si ritrovò ad annuire: «È vero signore, come del resto è vero che se a darmi la caccia c’è gente tanto in gamba non è da escludere che prima o poi mi troveranno se non agisco d’anticipo per portarli fuori strada. Soprattutto adesso che le loro indagini sono appena iniziate»
Un’altra lunga pausa. Alla fine il comandante tornò a parlare: «Lascio la decisione a te»
«Voi cosa fareste, signore?»
«Se il piano fosse buono» il suo superiore quella volta non si fece attendere «Probabilmente rischierei»

Capitolo 17 by Caladan Brood
Author's Notes:
e questo non è malaccissimo dai, almeno c'è un minimo di azione :P.
fatemi sapere ^_^ (se lo considerate inutile non abbiate paura, una parte di me pensa lo stesso :D).

Capitolo 17

Ne sono convinti in molti, e hanno le loro ragioni, è evidente. Ma non sono del tutto d’accordo nel considerare quell’evento il primo errore da parte dell’infiltrato.
Il suo non è stato un errore, di sicuro non è stato un errore di attuazione. Quanto è stato in grado di fare è stata una monumentale prova d’abilità, una dimostrazione di quali fossero le sue capacità. Uno scoprire le proprie carte, ovvio, ma il tutto finalizzato a uscire di scena, a sviare ogni sospetto.
Una strategia rischiosa, pericolosa, sotto molti punti di vista impredicibile e per questo incontrollabile, ma comunque una strategia ingegnosa. Una strategia ingegnosa, peraltro, che a tutti gli effetti ha sortito pieno successo.
Il suo errore non è stato in quanto ha attuato, che sfiorava la perfezione, è stato nelle previsioni.
La sua posizione è peggiorata, dopo quell’evento, è vero. Ma è peggiorata solo perché ha sottovalutato la levatura di chi si era messo a dargli la caccia.


21 Giugno
Ore 16:00
Stazione Spaziale Mark 1


Si fermò di colpo guardando la schermata del pc, con l’indice sospeso appena sopra il tasto che avrebbe dato il via. Fino a quel momento aveva semplicemente giocato con il computer, di fatto, una volta premuto quel tasto tutto sarebbe diventato reale.
E la domanda principale, arrivati fin lì, era: Era sicuro di volerlo fare?
Un dubbio del tutto assurdo, lo sapeva, non c’era assolutamente nessuna controindicazione in quanto stava per fare, aveva già previsto ogni possibile contromossa a quanto sarebbe potuto succedere, indipendentemente da quanto sarebbe successo ogni cosa sarebbe sempre stata sotto il suo controllo.
Eppure il dubbio restava, fosse anche solo per puro rispetto reverenziale nei confronti dei loro avversari, o meglio, di una parte di loro.
I maghi umani era portentosi, incredibili, eccezionali, non si aveva mai finito di sottovalutarli. La verità era quella, del resto, era successo decine di volte. Per decine di volte avevano sottovalutato quel nemico, per decine, centinaia, di volte si erano trovati in difficoltà a causa loro.
Sarebbe successo qualcosa di analogo anche quella volta? Era possibile, ovviamente, ma anche in quel caso aveva previsto una contromisura apposita. Non una contromisura che avrebbe contribuito a rafforzare la sua messa in scena , ma quello era di scarsa importanza. L’importante era averne una.
Il problema però era sempre determinato dall’imprevedibile. E se, per qualche motivo, quei maledetti maghi avessero tirato fuori un trucco di cui lui non era a conoscenza? Difficile, d’accordo, ormai si poteva sentir abbastanza sicuro nell’affermare di conoscere i maghi umani a menadito, ma proprio per quello non si sentiva di escludere la possibilità.
Per un momento allontanò il dito dal tasto. Scosse la testa un paio di volte.
No, non ci sarebbe stato pericolo. Non poteva succedere nulla di grave, era di fatto impossibile. Conoscere così a fondo il nemico che voleva sfruttare era il suo vantaggio. Il livello di soppressione sarebbe stato esattamente quello di cui aveva bisogno per ottenere i suoi scopi. E se c’era una cosa di cui aveva sicurezza, erano le capacità dei singoli maghi nelle varie configurazioni di soppressione.
La faccenda non poteva sfuggirgli di mano, era impossibile.
Pigiò il tasto.

Pochi secondi dopo
Stazione Spaziale Mark 1


«E dunque ho detto: Senti, non ho tutto il giorno, se non…»
Alzò la mano destra andando a piazzarla giusto davanti alla bocca del compagno. Senza degnarlo di uno sguardo rimase concentrato sui pannelli di controllo. Si era accesa una spia che non aveva mai visto prima.
«Si può sapere che ti ha preso?» l’altro biascicò le parole senza prendersi il disturbo di togliersi la mano dalla bocca.
Lui non rispose. Ancora non lo sapeva, ma non gli piaceva. Si alzò dalla poltrona andando ad avvicinarsi allo schermo olografico. Si concentrò sulla denominazione della spia.
Sovraccarico soppressori di campo.
«Che ti prende, Mou?»
Mou gli fece cenno di tacere. Infilò il braccio nell’ologramma facendo scorrere le dita fino ad ottenere la schermata che gli interessava. La mappa delle aree soppresse.
«Che problema c’è?» il tono del compagno era cambiato di colpo al solo vedere cosa era apparso sullo schermo.
«Alcune zone hanno un livello di soppressione in aumento» Mou si limitò a comunicare quanto stava scoprendo giusto in quel momento. Tre zone della stazione spaziale avevano già incrementato il loro livello del 10%, e la rampa di salita era sempre più rapida.
«Variazioni non previste?» l’altro si era già messo in piedi per avvicinarsi.
«Non si sarebbe accesa la spia, se no»
«Che zone sono?»
«Ci sto lavorando» Mou selezionò con tre tocchi le aree interessate mentre con l’altra mano andava a scorrere le informazioni appena apparse sullo schermo alla sua destra «Settimo, nono e decimo livello, zone B, F ed H».
«Il reparto rianimazione l’avevo riconosciuto pure io, grazie» anche il suo compagno si era messo a reperire informazioni, finalmente «Settimo livello, zona B. gli altri due che roba sono?»
«Nono livello, zona F, camere per gli operai» Mou lesse l’informazione nel momento stesso in cui ci mise gli occhi sopra.
«Pure lì hanno messo soppressori? Roba da non credere» l’altro scosse la testa «Decimo livello, zona H. Altre camere da letto, manutentori sistema elettrico»
«Vai a capire che diavolo sta succedendo» Mou scosse la testa.
«Soprattutto perché tutte le zone sono bene o male deserte, ora come ora» precisò il compagno «In rianimazione, di fatto, c’è solo Levar e Fern»
«Veis?» allontanandosi dagli schermi, Mou indietreggiò verso la sua poltrona. Ormai il livello di soppressione era aumentato fino a potersi definire totale in tutte e tre le zone.
Non che fosse un problema, comunque. Bastava comunicarlo, avrebbero mandato qualche tecnico a cercare di capire a cosa fosse dovuto il disguido.
Si lasciò cadere sulla poltrona e cominciò ad armeggiare col bracciolo. Su uno dei due schermi centrali apparve l’elenco completo dei numeri interni della base: «Che dici, Puk? Chi chiamiamo?»
«Per dei soppressori che si accendono a caso?» Puk era tornato alla poltrona a sua volta «Il Primo Ministro, che d…»
Mou non sentì la fine della frase. O il compagno non l’aveva finita, o lui nemmeno l’aveva sentito.
Si era accesa un’altra spia, e quella era una spia che gli avevano insegnato a riconoscere anche nel sonno. L’insistente, crivellante, segnale acustico d’allarme arrivò l’attimo dopo.
«Chiama immediatamente il Centro Soppressione» saltò giù dalla poltrona mentre nel contempo selezionava il numero del comandante della Stazione Spaziale. Nel lasso di tempo in cui la comunicazione veniva stabilita andò a sincerarsi di quanto stava vedendo. E purtroppo non aveva visto male.
«Oref» una voce assonnata rispose all’altro capo della linea, ma quantomeno rispose subito.
«Registriamo un brusco calo nei sottosettori 26 e 27 della zona A, signore, settimo livello»
«Attiva all’istante i soppressori ausiliari» il comandante impartì l’unico ordine sensato che avrebbe potuto impartire, senza perdere la calma, ma ogni traccia di sonno era già sparita.
Mou si voltò verso il compagno che gli rispose con un cenno affermativo del capo, l’attimo dopo vide che in effetti gli ausiliari erano entrati in funzione.
«Già fatto signore» informò il suo superiore, sempre con gli occhi fissi sui monitor. La situazione non gli piaceva. Quanto stava succedendo non era… naturale, di sicuro non era normale. La netta sensazione era che fosse premeditato.
Nel vedere che i soppressori ausiliari avevano una curva di salita molto più lenta di quanto plausibile aspettarsi nemmeno aspettò di avere una conferma ai suoi sospetti, parlò subito: «Non funzioneranno, signore»
«Non dire cazzate» il comandante Oref parlò solo con un filo di voce.
Mou rimase in silenzio pochi attimi, giusto il tempo per rendersi conto che fosse come aveva intuito. E lo era.
«Soppressori ausiliari in avaria, soppressori primari in fase d’arresto, saranno efficaci ancora per diciannove secondi» 
«Avverti immediatamente Levar» Oref si espresse nell’unico ordine che potesse dare.
Mou nemmeno si disturbò a confermare, aprì un altro canale di comunicazione. Continuando a fissare lo schermo tenne sotto controllo il livello di soppressione che ormai era in crollo verticale.

Poco prima
Stazione Spaziale Mark 1


Veis si alzò dalla poltrona rimanendo a fissare un punto imprecisato del soffitto. Si accertò di quanto stava avvertendo per un momento.
Il livello di soppressione stava aumentando. Ancora non poteva esserne del tutto certa, d’accordo, ma la netta sensazione era quella, e in ogni caso molto presto ne avrebbe avuto la prova visto che aveva la netta impressione che la rampa di salita non solo non si fosse interrotta, ma fosse addirittura sempre più rapida.
Cercò di attingere al suo dominio trovando subito conferma ai suoi sospetti. Ormai era anche peggio del livello di soppressione presente nelle navi da guerra. Ogni stilla di potere le sfuggiva tra le dita prima di riuscire a incanalarla correttamente, era come cercare di riempire un secchio sfondato, e la sensazione era sempre più forte. Il potere che riusciva ad accumulare era sempre meno, ormai a stento riusciva anche solo a richiamarlo. Nel giro di qualche istante si ritrovò a non poter accedere al suo dominio nemmeno in minima parte.
«Che sta succedendo?» Felien smise di guardare il nulla avanti a lei per un momento, si voltò nella sua direzione.
Veis rimase ancora un momento a sincerarsi della situazione, poi scrollò le spalle: «Hanno aumentato il livello di soppressione»
La ragazza per qualche secondo la guardò come se non avesse capito, poi alzò la mano sinistra all’altezza del viso. Una vaga parvenza di ombre andò sviluppandosi appena al di sopra del palmo, per un momento coerente e definita, ma di secondo in secondo sempre più instabile. Si contorceva nel tentativo di rimanere tangibile ma con sempre minor successo. Regrediva lentamente, nonostante la sua creatrice provasse a tenerla in vita. In pochi secondi andò a implodere del tutto senza lasciare nessuna traccia.
«La cosa non era prevista?» si limitò a chiedere Felien.
«Non c’è motivo di avere un livello di soppressione totale in quest’area della base» Veis tornò a sedersi «Ma poco importa»
Felien rimase a fissarla per un lungo istante: «Credi sia per me?»
Lei scosse la testa: «Non avrebbe senso»
Sospirando, la ragazza tornò a voltarsi verso il muro di fronte a lei: «Io un senso lo vedrei»
«No, non è per quello» Veis si ritrovò a rispondere con più foga di quanta ce ne volesse, un errore. Cercò di darsi un contegno «Sarebbe stupido anche solo pensarlo»
Un cicalio appena percepibile nell’orecchio destro la informò che ci fosse una chiamata in arrivo.
Si portò la mano all’orecchio: «Sì»
«Colonnello, il livello di soppressione nelle aree di detenzione sta crollando, sarà ancora efficace per altri quattordici secondi» la voce parlò a una velocità che le sembrò difficilmente credibile, oltre che capibile a fatica.
Ancora prima di pensare a rispondere, Veis si fiondò verso la porta: «Dove finisce la mia zona di soppressione totale?»
«Trecento metri lungo il corridoio che si troverà sulla destra» la voce rispose all’istante, già sapendo la risposta «Undici secondi, signore»
E ciò vuol dire che sarebbe arrivata tardi in ogni caso. Forse… troppo tardi. 
No, ce l’avrebbe fatta.
Appoggiò la mano alla porta scaricandoci tutto il peso del corpo. Al di sopra di essa si illuminò una spia rossa, il segnale acustico successivo non le diede nessun dubbio.
Non si apriva.
Si allontanò di un passo dalla porta ancora impegnata a cercare di capacitarsi cosa volesse dire quanto era successo.
«Non si apre» sussurrò.
«È bloccata» gli confermò la voce l’attimo dopo «Otto secondi, signore»
E a quel punto la scelta era obbligata.
Nethaniel e Rein erano del tutto inaffidabili, affidarsi a loro era una follia. Senza contare il fatto che di sicuro loro erano bloccati in una zona a soppressione totale, bene più ampia di quella in cui era imprigionata lei. Non avrebbero fatto in tempo comunque. E Ally sarebbe stata libera entro meno di otto secondi.
Di fatto non aveva scelta.
Respirò a fondo. Fece per dare l’ordine, ma non riuscì a dare fiato, era come se non avesse più aria nei polmoni.
«Cinque secondi» all’altro capo della linea, il suo interlocutore quasi urlò.
Lei chiuse gli occhi, respirò ancora, a fondo. Non c’era altra scelta.
«Uccideteli» tutto quello che le uscì dalla bocca era poco più di un sussurro.
All’altro capo della linea, la voce nemmeno si disturbò a confermare. Fece cadere la comunicazione.

Stesso istante
Stazione Spaziale Mark 1


«Friggili» Mou parlò nello stesso istante in cui lasciò la conversazione col colonnello. Se c’era una cosa che non avevano era il tempo.
«Procedete» il compagno si limitò a confermare l’ordine, aveva già chiamato la sicurezza. Bravo ragazzo.
Con un balzo verso gli schermi centrali Mou si spostò sulle immagini riprese dalle telecamere delle due stanze in cui erano rinchiusi i maghi. Due maghi di cui uno entro pochi secondi sarebbe stato in grado di liberarsi e partire per andare a distruggere quella nave.
«E pace all’anima loro» alle sue spalle, Puk gli confermò che l’ordine era stato eseguito.
Rimase a guardare in silenzio gli schermi in attesa del laser che avrebbe fritto sul posto entrambi, ma evidentemente c’era qualcosa che non andava. Sapeva abbastanza di quei sistemi d’emergenza da ricordarsi che non richiedevamo nessun tempo di carica, erano istantanei.
Se non erano entrati in funzione voleva dire che qualcuno aveva messo fuori uso anche quelli.
«Il sistema sta ritardando in automatico l’entrata in funzione dei laser di venti secondi» Puk sussurrò appena, di sicuro ripetendo alla lettera quanto gli veniva detto dal centro sicurezza.
E con quell’ultimo scherzetto potevano considerarsi fottuti.
Chiunque fosse stato se l’era giocata fin troppo bene.

Pochi istanti prima
Stazione Spaziale Mark 1


«Hai sentito di Allister?» Nethaniel camminava un passo avanti a lui guardandosi senza pace a destra e sinistra, riservando un’occhiata a ogni porta gli capitasse a tiro. Che cosa stesse cercando poi, era un mistero.
«È qui?» Simeon gli sbadigliò alle spalle.
«Ogni giorno sei sempre più simpatico, complimenti» l’altro continuò nella sua opera di ricerca di chissà cosa.
«Che cosa dovrei aver sentito?»
«Sei troppo simpatico, non credo di meritarmi l’onore di parlarti»
«Se pensi di darmi un dispiacere mi sa che hai fatto male i conti»
«L’hanno fatta rinsavire»
«La riabilitazione dici?»
Nethaniel annuì: «Già»
«E chi è che te l’avrebbe detto?»
«Tunyl, un paio d’ore fa»
«Ti ha fregato»
Nethaniel si fermò di colpo in mezzo al corridoio: «Dunque è una balla?»
«Prevista per domani» Simeon avanzò ancora andando ad affiancarsi. Si fermò voltandosi verso di lui.
L’altro si portò una mano ad accarezzarsi la nuca: «Non sono un granché a capire se uno mente senza aiutini magici, vedo»
«Ce ne sono di più bravi»
«Ok, allora a questo punto possiamo anche tornare indietro» Nethaniel si voltò «Tanto di sicuro mi avrà dato il numero di camera sbagliato, e anche fosse giusto il mio progettino è saltato comunque. Di certo non la fanno uscire se non è rinsavita»
«Avevi in mente qualcosa?» Simeon lo guardò per un momento mentre faceva dietrofront per tornare da dove era venuto, poi cominciò a seguirlo «O era solo per fare due chiacchiere?»
«Sto marcendo qui dentro. Non fanno fare allenamento a me e te insieme, ma magari se c’è lei di mezzo si fidano»
«Figurati se ti lasciano»
«E tu non portarmi sf…» si fermò a metà della frase senza accennare a replicare. Rimase come in ascolto di qualcosa.
E l’attimo dopo riuscì lo sentì anche lui.
C’era un’aura avvertibile, appena percepibile ma presente. Un’aura che conosceva, ma cosa più importante, un’aura che non sarebbe dovuta sentirsi.
«Torna a dire, Simeon» il compagno, in fianco a lui, sussurrò appena.
«Ally viene riabilitata domani» lui cercò di rispondere a un tono di voce accettabile, ma le parole gli morivano in gola.
Nethaniel per un attimo annuì, senza dire una parola, poi si voltò per cominciare a correre nella direzione dell’aura.
Senza perdere tempo andò a imitarlo. Erano forse a cinquecento metri da dove si trovava Ally in quel momento, e se sentiva bene c’era davvero poco tempo. L’aura che percepiva era già fin troppo ampia, e in costante ascesa. Entro breve Allyster avrebbe riacquistato abbastanza capacità da poter uscire da quella cella e, cosa ben peggiore, entro poco di più sarebbe stata in grado di uscire senza abbatterne le pareti.

Poco prima
Stazione Spaziale Mark 1


Al sentire il segnale di avviso per chiamate in entrate, Mou si concesse una smorfia. Aveva già un’altra comunicazione aperta ed era impegnato a far tutt’altro. Di certo non era il momento ideale.
Diede una sbirciata a chi fosse a rompere le palle, e in effetti il tizio una risposta la meritava. Accettò la chiamata in entrata.
«C’è un proble…»
«Lo so già» Mou non lo lasciò nemmeno finire «Tra quattordici secondi Allister potrà uscire dalla cella. Se non vuoi restarci secco quando passa di lì ti consiglio di cominciare a correre»
Fece cadere la comunicazione andando a riservare un’unica occhiata alla telecamera che inquadrava l’entrata della cella. La guardia era già fuori inquadratura, più che comprensibilmente vista la situazione.
«A che punto siamo?» dall’altro capo della linea rimasta aperta, il colonnello Levar si fece risentire. Nella sua voce non c’era la minima traccia di agitazione, era una semplice domanda. Gli unici a un passo da farsela nei pantaloni erano lui e il suo collega, a quanto pareva.
«Il porco che ha bloccato la porta ci sapeva fare» Mou rispose, senza tanto stare attento a non scendere nello scurrile. Si rivolse al compagno «Trovato uno spiraglio?»
«Non c’è un codice di sblocco d’emergenza che ancora funzioni» Puk non si interruppe dal mitragliare lettere sulla tastiera «E ora che arrivino a una vaga soluzione al Centro Elaborazione Dati facciamo in tempo a saltare in aria tre volte»
«Che rete informatica di merda» senza fermarsi Mou continuò a sparare codici a caso, ma poco da fare, non ne funzionava nemmeno uno.
Con la coda dell’occhio osservò in rapida successione l’inquadratura sull’interno delle stanze di entrambi i maghi che costituivano il loro problema. Hirt a quanto pareva si era appena accorto che il livello di soppressione fosse tanto basso da permettergli di agire, ma non era lui il problema più pressante.
Allister era a due passi dal letto, immobile. Già avvolta per intero da una cortina d’ombra saggiava la consistenza di una sfera d’ombra formatasi pochi centimetri sopra il suo palmo destro. Sarebbe partita nel momento stesso in cui avesse avuto la possibilità di uscire di lì. E l’evento si sarebbe verificato molto presto, ormai in quella stanza era notte, a momenti nemmeno si notava che le luci fossero accese.
Smise di digitare sul colpo.
Un’idea folle ma pur sempre un’idea.
«Stacchiamo la corrente» disse.
«Vuoi farci morire prima del tempo» Puk lo liquidò all’istante.
«È l’unico modo per farla uscire di lì, colonnello» Mou rincarò la dose, stavolta rivolto alla comunicazione aperta con Levar.
La risposta di Veis tardò un momento: «Staccate»
Mou aprì il canale di comunicazione all’istante: «Bypassare turbine del reattore 1 e 2, disattivare il sistema d’alimentazione d’emergenza, subito»
«Agli ordini, signore» il tizio all’altro capo della linea non si fece il minimo problema. Beata ignoranza.
«Si tenga pronta, colonnello» Mou tornò a parlare con Veis, smise di digitare sulla tastiera. 
A quel punto non restava che pregare.

Stesso istante
Stazione Spaziale Mark 1

Ci sarebbe stato poco, davvero pochissimo tempo. Togliere corrente era una mossa potenzialmente suicida, rischiosa oltre ogni dire, ma di fatto l’unica che ancora rimaneva loro.
Entro breve due maghi sarebbero partiti verso il reattore principale con la sicura intenzione di distruggere quella stazione spaziale, e lei era l’unica che poteva fermarli, non c’era nessun altro su cui poter fare affidamento. Felien era sicuramente da escludere e per quanto riguardava gli altri due… non avrebbe affidato loro un fucile scarico, figurarsi il destino di una stazione spaziale. Nemmeno si era disturbata a farli chiamare, sarebbe stato tempo perso.
Era da sola, e a prescindere da tutto doveva farcela.
«Cosa succede?» senza dare la minima impressione di essere preoccupata da quanto stava succedendo, Felien si rifece sentire. Di sicuro non si era mossa dal letto, se ne stava impegnata a fissare un punto imprecisato avanti a lei, non poteva essere altrimenti. Ma in quel momento non aveva tempo nemmeno per lei, sarebbe stata questione di secondi.
L’illuminazione delle stanza venne meno di colpo, per poi ritornare l’attimo dopo, con un qualche genere di alimentazione autonoma a batteria, probabilmente. Veis rimase in attesa. I soppressori di campo avevano una certa inerzia, non avrebbero annullato il loro effetto di colpo, ma sarebbe stata questione di secondi.
Percepì il suo dominio che tornava a risponderle quasi subito, non perse altro tempo. Si avvicinò alla porta mentre nella mano destra cercava di raccogliere più potere possibile. Di attimo in attimo era sempre più facile. L’aria tra le sue dita cominciò a liquefarsi mentre compiva l’ultimo passo, con un cenno del polso la lanciò contro la porta.
Assorbì gli effetti dell’esplosione susseguente impedendo che i frammenti della porta in frantumi entrassero nella stanza. Nello stesso istante schizzò fuori iniziando a percorrere alla velocità massima il corridoio.
Avvertì all’istante di essere uscita dalla ormai ex zona a soppressione totale dove era stata imprigionata, e in quello stesso momento ritornò a percepire con chiarezza ogni altra zona della base.
Allister era già partita, a velocità folle si dirigeva verso una meta che forse era troppo vicina, Hirt per fortuna era molto più indietro. Livello di forza minore, ma soprattutto il dominio sbagliato.
La domanda a quel punto era: Aveva il tempo per fermare entrambi?

Poco Prima
Stazione Spaziale Mark 1


Decisamente la corsa campestre non era il suo sport.
Col fiato sempre più corto, Simeon cercò quantomeno di mantenere una velocità sostenuta in quelli che si augurava essere gli ultimi metri. Di certo non sarebbe stato così, erano partiti da troppo poco tempo, e di sicuro non sarebbero stati i suoi ultimi dieci metri. Vedeva Nethaniel che continuava a zompare in avanti come se niente fosse a più o meno quella distanza da lui.
Doveva partire tenendo una velocità più bassa, quella era la verità. Se voleva arrivare fin lì vivo la soluzione migliore era calare un minimo l’andatura.
Rallentò il meno possibile, ma comunque notò subito come Nethaniel avesse subito cominciato a distanziarlo.
«Ci diamo una mossa?» il compagno non si disturbò neanche a voltarsi mentre lo diceva, continuò semplicemente a correre verso la meta.
Muoversi. Più facile a dirsi che a farsi, ma a meno di gravi errori ormai erano entrati negli ultimi centocinquanta metri, la meta cominciava a essere vicina sul serio.
Avvertì Allister che partiva alla massima velocità e in linea retta verso una meta che poteva essere solo una, anche solo stando a quanto aveva sentito da lei nel loro incontro. L’altro mago che avrebbe costituito un problema, Hirt, era ancora fermo nella sua cella ma sarebbe partito appena possibile, di sicuro.
Riusciva senza difficoltà a tenere sotto controllo entrambi, con una precisione incredibile. Dovevano essere veramente vicini.
Anzi no, non era questione di vicinanza. Hirt fino a pochi secondi fa non era in grado di percepirlo e Ally ormai era già lontana, troppo lontana per essere percepita con quel livello di soppressione.
Ma allora… 
Nemmeno perse tempo a chiedersi come potesse essere possibile, provò a liberare il suo dominio, e per la prima volta da quella che gli sembrava un’eternità lo trovò pronto a rispondere. Con qualche difficoltà, evidentemente c’era ancora un qualche livello di soppressione attivo, ma non sufficiente ad annullare le sue facoltà.
Percepì sparire ogni traccia di fatica all’istante, con un unico passo arrivò a raggiungere e sopravanzare Nethaniel che evidentemente non si era ancora accorto di nulla. Raggiunse le vicinanze della camera di Ally all’istante.
E lì di fatto non c’era più traccia di soppressione. Il suo dominio gli rispondeva come ricordava, come doveva essere. Poteva fare qualunque cosa.
Sentì che anche Hirt ora era partito, ma non aveva grossa importanza. Non sarebbe andato da nessuna parte.
Spiccò un ultimo balzo teletrasportandosi all’istante. Riapparve esattamente dove aveva deciso, senza errori, senza imprecisioni. Hirt fu costretto a fermarsi per non andargli a sbattere contro.
Senza dargli nemmeno il tempo di capire cosa stesse succedendo scattò verso di lui, gli sferrò un pugno allo stomaco. L’avversario non accennò la minima reazione, era successo tutto troppo in fretta, si piegò su se stesso per assorbire il colpo.
Simeon lo colpì alla nuca con il taglio della mano destra mentre già nella sinistra si stava accumulando una sfera d’ombra. Gliela lanciò quando ancora Hirt stava cadendo a terra privo di sensi.
Meglio non correre rischi che si risvegliasse a breve.
Lasciò l’avversario a schiantarsi sul pavimento e rimase immobile, a valutare il da farsi.
Ormai era chiaro che il suo intervento non sarebbe stato necessario. Nethaniel avrebbe raggiunto Ally in tempo, nemmeno c’erano dubbi. Era partito all’inseguimento e recuperava terreno a ogni istante, nonostante le altre zone della nave sembrassero conservare un livello di soppressione nella norma.
Anche Veis ce l’avrebbe fatta, ormai era vicina al bersaglio. Non c’era il minimo dubbio. Ally non sarebbe arrivata a destinazione, l’avrebbero fermata di sicuro.
Ma in ogni caso non aveva importanza.
Si teletrasportò ancora arrivando a riapparire una decina di metri avanti alla ragazza, in una camera che non aveva mai visto, come la maggior parte di quella stazione spaziale del resto.
Allister non accennò a rallentare. Vide il corpo della ragazza che perdeva consistenza, era chiaro come non avesse la minima intenzione di fermarsi. Ma non sarebbe cambiato nulla. In fin dei conti, quell’incantesimo di intangibilità l’aveva inventato lui.
Si fece appena di lato lasciandola avvicinare, attese che gli arrivasse a fianco, le afferrò il braccio destro come se l’incantesimo che la rendeva inconsistente non fosse mai esistito.
Ancora prima che la ragazza potesse rendersi conto di quanto fosse successo si era teletrasportato un’altra volta, portandola con sé. La lasciò andare quando già entrambi fluttuavano nello spazio. La stazione spaziale, nella sua mostruosa grandezza, era distante centinaia di chilometri. Una distanza di sicurezza.
«E adesso?» parlò alla ragazza per via telepatica.
Lei si allontanò fino a una distanza che probabilmente considerava di sicurezza. Rispose solo dopo qualche attimo: «Adesso cosa?»
«Sei a qualche centinaio di chilometri» con un cenno del capo Simeon indicò l’enormità d’acciaio alla sua destra. Quando gli dicevano che quella stazione spaziale era grande quanto un satellite naturale non aveva voluto crederci, ma era la verità.
«Lo so» con la coda dell’occhio, lei guardò nella direzione indicatale.
«Non hai più speranza di fare alcun danno»
«Non se voi me lo impedite» la risposta quella volta fu immediata.
«Anche se io incrociassi le braccia» Simeon scosse la testa «Avresti ad aspettarti due Re, entrambi in grado di batterti anche singolarmente»
«Varrebbe comunque la pena tentare» Ally tornò a fissarsi su di lui, mantenendo le labbra sigillate.
Simeon storse appena un angolo della bocca: «Eravamo davvero così matti?»
«No» la ragazza rispose all’istante «Non lo eravamo. La risolutezza non fa confusa con la pazzia»
«Dimmi un’ultima cosa, Allister» Simeon attinse al massimo al suo dominio, in un gorgo d’oscurità che si espandeva in tutte le direzioni. Lì, in mezzo a quel nulla, gli rispondeva esattamente come ricordava, esattamente come doveva «Servirebbe a qualcosa se ti ordinassi di fermarti?»
Lei sbarrò gli occhi, ma non rispose. Chiaro che non si aspettasse la domanda. E il fatto che la replica tardasse era solo un segnale positivo. Ci stava pensando, non restava che sperare arrivasse alla decisione giusta.
«Per quanto non condivisibile» alla fine la ragazza rispose «Un ordine di un Primo Ufficiale va rispettato»
«Ti ordino di fermarti, Allister» lui non si fece pregare.
Nonostante tutto, Allister assentì. Il livello della sua aura calò apprezzabilmente.
Limitandosi ad annuire, Simeon stese un braccio nella sua direzione: «Prendi la mia mano, torniamo indietro»
Seppur con riluttanza, la ragazza iniziò ad avvicinarsi.

Capitolo 18 by Caladan Brood
Author's Notes:
oh, e adesso è ufficialmente ora di cominciare a sganciare indizi :P. tecnicamente parlando non si può ancora scoprire niente di sostanziale (vabbè, parcival escluso, ma lui non fa testo, suvvia :D) ma qui, per la prima volta, si dovrebbe capire che gli alieni hanno altri problemi oltre alla guerra con gli umani. problemi molto ma davvero molto grossi :P. prima di questo capitolo il concetto era poco più che accennato, ma qui ci sono andato abbastanza pesante :P.
in ogni caso, e per tutto il resto, buona lettura ^_^.
PS: ah già, una postilla. noterete che in questo capitolo non c'è la frase di inizio capitolo... è perchè l'ho infilata nelle note conclusive :P. il motivo di questa porcheria è una questione che ha sollevato parcival. lui mi ha fatto notare come quella frase di inizio capitolo fosse, di fatto, uno spoiler di quello che si scopre nel capitolo. ora, questo è vero, difatti è esattamente quello che volevo fare :D. ma solo perchè si riferisce a qualcosa che non pensavo fosse così evidente dal capitolo. dunque, piacerino che vi chiedo, potreste leggere prima il capitolo e poi la frase di inizio capitolo. così mi sapete dire se parcival aveva ragione :P.

Capitolo 18

21 Giugno
Ore 17:00
Prima Astronave Madre della Flotta


E ormai la resa dei conti era vicina.
Con la testa appoggiata al tavolino di fronte a lui, Cergos tenne il braccio sollevato all’altezza del collo mentre accennava un vago movimento delle dita. Lo schermo che aveva davanti rispondeva con una lenta rotazione dell’immagine che altro non era se non un aggiornamento sul loro percorso di viaggio.
Mancava davvero davvero poco, ormai, ed erano anche in anticipo sul programma. Sarebbero arrivati in meno di due settimane, poco più di tredici giorni di fatto, un qualcosa di quasi inconcepibile. 
Il loro luogo di partenza era a forse sei miliardi di anni luce di distanza e ora erano quasi arrivati a destinazione. Il tempo originario stimato era quindici giorni, che già di per sé sarebbe stato notevole, ma era evidente che a qualcuno quel ritmo sembrasse troppo lento. Quando il Consiglio d’Emergenza aveva espresso la richiesta di forzare i tempi, sette giorni prima, la pretesa era sembrata quasi uno scherzo.
Purtroppo non lo era. Si erano visti costretti a viaggiare con i reattori al 115% di potenza nominale per tutta la settimana, era probabile che più di qualche nave ne avrebbe risentito.
Ed era quella la misura di quanto la situazione fosse grave. Il Consiglio d’Emergenza non aveva mai voluto dir nulla riguardo a cosa li avrebbe attesi, ma qualunque cosa fosse non si presentava bene e, fattore ben più grave, dava tutta l’impressione che si sarebbe scatenata molto presto. La sensazione più evidente, basata sulla deduzione più elementare, suggeriva che non restassero loro più di due giorni. Dopo… non aveva idea di che cosa sarebbe successo. O meglio, l’aveva, ma preferiva non considerarla come opzione, ci doveva essere un’altra spiegazione. Un errore di previsione così enorme non era nemmeno da mettere in discussione, soprattutto alla luce di chi avesse elaborato quelle stime, a suo tempo. 
Non era concepibile che quanto tutti temevano sarebbe successo così presto, anche e soprattutto perché non erano in grado di affrontare un simile avversario.
Fermò il movimento della mano rimanendo a valutare il suo ultimo pensiero.
Curioso da un certo punto di vista. Di fatto non sapevano nulla di quel nemico. Nulla sulla sua forza, nulla sulle sue capacità, nulla sul suo esercito. Per quanto assurdo, nemmeno sapevano se avesse un esercito, o comunque un esercito propriamente detto.
Come potevano affermare con certezza che un simile avversario fosse al di là delle loro forze?
La risposta di fatto era scontata.
Era proprio ciò che non sapevano a dar loro la certezza, quello e ciò che sapevano su una civiltà sconosciuta che non avevano mai nemmeno incontrato. Quella stessa civiltà che aveva lasciato loro come unica eredità una stazione spaziale di cui, allo stato dei fatti, erano riusciti ad afferrare solo una parte dell’assurda complessità. Una civiltà che di sicuro era stata a loro superiore sotto l’aspetto tecnologico. Una civiltà che senza il minimo dubbio li aveva surclassati sul piano magico.
Una civiltà che era caduta sotto i colpi di quello stesso nemico di cui non sapevano nulla.
Era quella la misura della loro inferiorità di fronte a un simile avversario. La completa estinzione di una civiltà pressoché invincibile, scomparsa quasi come se non fosse mai esistita nonostante loro l’avessero cercata. Una ricerca caratterizzata dalla più disperata meticolosità ma che comunque non aveva dato nessun frutto.
Di quel popolo non vi era traccia, non avevano trovato un unico superstite, soltanto rovine. Un altro fattore che aveva avuto il potere di terrorizzarli.
Portare all’estinzione un’intera specie era un’impresa proibitiva, pressoché impossibile. Sconfiggerla era il meno, uccidere ogni singolo individuo che ne facesse parte era un compito quasi impossibile. Un concetto che loro conoscevano molto bene.
Nella precedente guerra, contro l’impero umano che avevano sconfitto, nemmeno si illudevano di aver sterminato l’intera civiltà. Di sicuro, da qualche parte, dispersi in una remotissima colonia a qualche miliardo di anni luce da loro, una manciata di esseri umani stava gettando le prime basi per la rinascita di un nuovo impero. Quello stesso impero che loro avevano distrutto.
Il Nemico era riuscito nell’impossibile, non aveva lasciato in vita nessuno, la sua vittoria era stata totale.
E quella era una delle poche nozioni che sapevano per certo, come del resto era una nozione che li metteva di fronte a un paradosso.
Perché il vincitore non si era preso quanto gli spettava, dopo la guerra? Perché non era rimasto lì, a prendersi quello che ormai era sua di diritto? Perché, dopo aver vinto, il vincitore era scomparso?
La risposta era la stazione spaziale verso cui erano diretti, nessun dubbio a riguardo, nonostante il fatto in sé non avesse quasi senso. Il problema restava senza risposta, e allo stato dei fatti era una risposta di secondaria importanza. 
Non aveva importanza perché il nemico ora fosse impossibilitato ad arrivare fino a loro, nonostante con ogni probabilità fosse una domanda fondamentale da porsi.
L’unica vera domanda da porsi, a quel punto, era: Come potevano salvarsi da un simile nemico?

21 Giugno
Ore 17:30
Stazione Spaziale Mark 1


Cercando quantomeno di darsi un contegno, Veis rimase giusto fuori dalla porta che portava alla camera di Allister, dove Simeon aveva riportato la ragazza giusto dieci minuti prima. Come se niente fosse, come se tutto fosse normale, l’aveva riportata indietro e poi era rimasto lì a fare non si sapeva bene cosa.
In verità nemmeno si era informata, ma poco importava in quel momento. Il fatto principale rimaneva. Simeon Rein, forse la persona su cui avrebbe fatto meno affidamento in tutta la stazione spaziale, aveva risolto nel giro di qualche secondo una situazione che poteva diventare davvero, davvero incasinata.
Se poi ci si aggiungeva che anche il pazzoide numero due, Nethaniel, sembrava intenzionato a dare un serio contributo il quadro era completo.
Se qualcuno le avesse detto ieri che il giorno dopo quei due si sarebbero mossi attivamente per salvare quella stazione spaziale, probabilmente avrebbe chiesto a Tunyl di internare il soggetto in questione. Per quanto la riguardava non poteva essere.
«Sta a pavoneggiarsi, il maledetto» giusto di fianco a lei, appoggiato al muro del corridoio, Nethaniel soffiò le parole tra i denti «Prima si frega tutto il divertimento e poi pure si prende la scena»
Veis si voltò il poco che bastava per riservargli un’occhiata. 
Ok, adesso lo riconosceva. Quello era il Nethaniel che al momento tutti loro dovevano sorbirsi, ma fino a non molto prima non era così. O almeno non sembrava così.
Lo aveva incrociato poco prima che l’emergenza finisse definitivamente, poco prima che Simeon portasse Allister all’interno di una zona ancora adeguatamente soppressa, in attesa che fosse di nuovo pronta la camera di detenzione in cui la ragazza era sempre stata. Nel suo sguardo aveva visto quella che si poteva quasi chiamare preoccupazione, di sicuro non voglia di attaccar briga come in quel momento.
Forse, tutto sommato, avevano sottovalutato entrambi. 
Nel sentire un vago rumore metallico di fronte a lei, smise di concentrarsi su Nethaniel per rivolgersi in direzione del suono.
Simeon stava uscendo dalla stanza di Allister, la porta si chiuse alle sue spalle senza il minimo problema.
Pur senza volerlo, Veis rimase a guardarlo come inebetita. Poco da fare, era difficile capacitarsi che un simile imbecille avesse fatto una cosa del genere.
«Che c’è?» Simeon, giustamente, si sentì osservato «Che ho fatto?»
«Ne hai stesi due in cinque secondi e non me n’hai lasciato nessuno» Nethaniel si scollò dal muro «Ecco cosa è successo. Tu e la tua mania del teletrasporto»
«Tu non ci sei riuscito» l’altro liquidò la questione con una scrollata di spalle, si avviò lungo il corridoio, probabilmente diretto alla sua stanza «Se sei scarso mica è colpa mia»
Stando a quel che sembrava, nemmeno si rendeva conto di quanto aveva fatto. O più probabilmente non gliene importava granché.
«Avrei spalmato Ally su un muro nel giro di tre secondi, evitiamo di vantarci per le vaccate» Nethaniel gli andò dietro.
«Hai notato vero?» continuò Simeon.
«Cosa ho notato?»
«Io ho qualcosa di cui vantarmi. Tu che mi dici?»
«Non costringetemi a prendervi a sberle» un passo dietro a loro, Veis continuò a seguirli.
Forse si era figurata la situazione migliore di quel che era. Quei due erano esattamente quelli di sempre, non erano cambiati di una virgola.
Eppure quanto avevano fatto rimaneva.
Il solito segnale acustico le fece notare che ci fosse una chiamata in entrata. Senza nemmeno perdere tempo a verificare chi fosse la accettò: «Levar»
«Colonnello buongiorno» una voce che non aveva mai sentito la salutò, con cordialità. Di fatto, quella che avvertiva era quasi allegria «Posso chiederle la cortesia di raggiungermi? Decimo livello, zona T, camera 206»
Veis per un momento rimase interdetta. E quel tizio chi era? «Posso chiedere con chi sto parlando?»
«Oh, mille scuse» l’altro non cambiò tono di una virgola «Capitano Liren. Sarebbe così gentile da raggiungermi?»
E dunque quello era il famigerato Liren. Non sapeva che ci fosse anche lui in quella stazione spaziale.
«Arrivo subito» rispose, prima di far cadere la chiamata.
Tornò a rivolgersi verso Nethaniel e socio.
«Voi due» continuò solo dopo che entrambi si erano voltati a guardarla «Vedete di non fare cazzate»

Poco dopo
Stazione Spaziale Mark 1


A che lei sapesse, non era mai stata lì. Decimo livello, zona T. Erano le camere da letto degli addetti alla manutenzione, a quanto pareva. O meglio, aveva letto così quando era entrata nell’ascensore che l’avrebbe portata a meta.
Si poteva sapere che diavolo voleva Liren da lei in quel posto? Erano misteri.
Con un’alzata di spalle, Veis svoltò l’angolo con lo sguardo puntato alla sua destra. La stanza 204 le sfilò a fianco, in una decina di passi si trovò ferma di fronte alla 206.
Niente di anormale, un’entrata come un’altra, del tutto identica a quelle vicine, e per giunta non era nemmeno aperta come bene o male si aspettava.
Era nel posto giusto? Ammetteva che il dubbio cominciava a venirle.
La porta si aprì in quell’istante. Ancora prima di poter vedere l’interno della stanza, Veis si trovò di fronte quello che poteva tranquillamente definire come un bambino appena un po’ troppo cresciuto, questo almeno stando al volto. Naso poco pronunciato, lineamenti poco marcati, non una ruga manco a pagarla e un paio di enormi occhi azzurri che la guardavano.
«Oh colonnello» l’uomo sulla porta la accolse subito, si fece da parte per farla passare «Si accomodi pure»
«Il capitano Liren, immagino» ancora prima di fare il primo passo per entrare, Veis vide che c’era anche un’altra persona nella stanza. Il comandante Oref, quello che di fatto era il capo di quella stazione spaziale.
La faccenda si faceva più interessante.
Si avventurò all’interno scorgendo con la coda dell’occhio un altro individuo appoggiato al muro, a pochi metri dalla porta. Non lo degnò di una vera occhiata.
Lo sguardo gli cadde subito sull’uomo disteso a terra in prossimità del letto, con la testa rivolta dall’altra parte rispetto a lei. Era morto. Lo capì pressoché all’istante, l’immobilità del corpo era assoluta, la respirazione era assente.
«Vedo che ha già trovato da sola il motivo per cui le ho chiesto di venire» quello che le aveva aperto la porta, Liren, parlò mentre vi si allontanava.
«E chi sarebbe questo?» Veis rimase a contemplare il corpo ancora un momento, poi tornò a voltarsi verso il capitano che intanto si era spostato vicino a Oref.
«Il nostro sabotatore, parrebbe» fu lo stesso Oref a rispondere.
Lei tornò a guardarlo con tutt’altri occhi. Senza star tanto attenta a starci lontana lo aggirò per poterlo guardare in faccia. Anche solo a un’occhiata sommaria poteva affermare con certezza di non averlo mai visto prima, come del resto era probabile. Un uomo comunissimo, capelli castani corti, occhi castani sbarrati, carnagione chiara, dalla bocca semiaperta si era allargata sul pavimento una piccola chiazza biancastra.
«Veleno?» Veis si accucciò stando a nemmeno un metro da lui, studiò meglio la chiazza.
«Ah, quello sicuro» Liren tornò a parlare «questo tizio è stato avvelenato»
«È stato avvelenato?» lei andò subito a fissare gli occhi sul capitano.
Liren non fece una piega: «Anche da se stesso, non ho mai detto che la soluzione più ovvia sia sempre quella sbagliata. Anzi, parecchie volte risulta noiosamente corretta»
«C’è qualcosa che non la convince, capitano?» il comandante Oref pose la domanda che lei stessa avrebbe esposto un secondo dopo, se non fosse stata anticipata.
Il diretto interessato ci pensò un attimo: «Tu che dici? C’è qualcosa che non ci convince, Rugter?»
L’unico nella stanza a non aver ancora parlato, l’uomo appoggiato al muro, prese un respiro prima di iniziare: «Manca solo la confessione scritta»
«Lo stesso concetto che avrei esposto io, ma mettendoci venti volte più tempo» con un ampio cenno della mano, Liren indicò quell’uomo «Forse dovrei mandare lui a fare rapporto agli ammiragli, ho la vaga sensazione che Walent lo apprezzerebbe»
«Questo che vorrebbe dire?» Veis passò lo sguardo da l’uno all’altro. Cominciava sul serio a non capirci niente.
«In effetti Rugter ha il dono della sintesi ma non della chiarezza, per essere chiaro ci sono io» cominciò Liren.
«Per parlare a vanvera, vorrai dire» sbuffò Rugter.
«Anche in quanto a simpatia fa un po’ difetto, devo dire» il capitano si lasciò sfuggire un sorriso, mentre l’altro non muoveva un muscolo «Come stavo dicendo, comunque, riepiloghiamo i fatti a favore del colonnello» si interruppe solo il tempo di un attimo, poi cominciò «Quello che è successo con Allister e Hirt presumo che lei lo sappia meglio di me, colonnello, dunque passiamo direttamente ai fatti interessanti. Circa venti minuti fa un collega di questo tizio» indicò il cadavere a terra «È entrato nella stanza per venirlo a chiamare. Trovandolo morto ha ben deciso di comunicarlo a chi di dovere e come naturale conseguenza io e il mio amico Rugter siamo stati pressoché i primi ad arrivare»
«E come mai?» Veis non si fece scrupoli a chiedere, nonostante la netta sensazione che Rugter stesse cominciando a guardarla più o meno come lei avrebbe guardato un bambino di tre anni.
«Ah, buona domanda» Liren proseguì spedito «Che cosa avevi detto, Rugter, mentre la crisi era in corso?»
Il diretto interessato fece una smorfia: «Che se questa carretta orbitante non saltava in aria l’infiltrato faceva bene a suicidarsi»
«Esattamente» il capitano annuì «O meglio, la mossa era così apparentemente immotivata e violenta da far pensare proprio a questo, giocarsi l’ultima carta cercando di fare più danni possibile per poi togliersi dai giochi. Appena hanno trovato un morto c’è venuto spontaneo pensare che le cose fossero andate proprio così. Ma quando siamo arrivati che cosa abbiamo trovato?»
«Abbastanza prove che anche un tribunale di mongoloidi sarebbe arrivato alla conclusione che fosse colpevole» Rugter borbottò quasi tra sé e sé.
«Per essere un attimino più chiari» Liren attese che il compagno finisse la frase «Il computer era ancora acceso e mostrava le bellissime linee di programmazione che hanno reso possibile questo scherzetto. E quello ci poteva anche stare, diciamocelo. Raschiando un filino la superficie, però, è uscito dell’altro. Sono saltati fuori i dossier personali della signorina Ern e di un altro paio di Prima Categoria, oltre ovviamente a un set di codici d’accesso che questo tizio non avrebbe mai dovuto avere. In aggiunta, se vuole seguirmi, colonnello…» Liren lasciò la frase a metà mentre si incamminava verso l’unica altra porta nella stanza, oltre a quella d’uscita.
Veis lo seguì senza fare domande, ma a dispetto di Rugter che ormai la guardava come se fosse una ritardata, riusciva bene o male a intuire che cosa le volessero mostrare.
Nell’entrare nel bagno della stanza un attimo dopo Liren, vide esattamente quello che si aspettava. Raccolti nel lavandino ormai del tutto annerito c’erano dei resti indistinti, pressochè polverizzati. Tutto ciò che il sospettato non voleva si trovasse, tra cui di sicuro il sistema di comunicazione che aveva con i suoi capi.
«Altra cosa che era presumibile trovassimo» Liren indicò il lavandino con un cenno del capo «Ha usato una carica incendiaria»
«A occhio» la voce di Rugter li raggiunse dall’altra stanza «L’innesco di una granata di seconda classe»
Veis annuì mentre già si voltava per uscire dal bagno. Si fermò subito fuori della porta aspettando Liren.
«Dunque capitano» Oref attese di vedere il suo interlocutore prima di chiedere «che cosa non vi convince?»
«Questa conversazione comincia a farsi ripetitiva» sbottò Rugter.
«Come il mio collega voleva sottolineare» Liren abbozzò un sorriso a Rugter che non mosse un muscolo «La quantità di prove ci lascia perplessi, per un motivo abbastanza semplice. Qui non stiamo parlando di un idiota. Una persona in grado di rimanere nascosta tutto questo tempo senza dare sospetti a nessuno, non può esserlo»
«E quanto avete trovato in questa stanza vi fa pensare a un idiota» Veis si limitò a unire i puntini. Il significato della frase era chiaro, se non ovvio.
«Più che altro rimbambito» Rugter non si fece pregare a buttare lì la sua precisazione.
«Il che ovviamente è vero» Liren confermò «anche se condizionato a un particolare. Questo tizio ora è morto, i morti non hanno particolare interesse a eliminare le prove che li inchiodano. Potrebbe aver fatto sparire le cose più compromettenti e poi essersi dedicato alle cose davvero importanti, come il suo piano per fare a pezzi questa nave. È possibile, anzi, più che probabile»
Il capitano si fermò giusto un momento, prima di proseguire: «Ma resta pur sempre il fatto che, fino a un’ora fa, non avrei scommesso una soldo bucato sulla possibilità che la spia fosse un tecnico del Centro Elaborazione Dati. Mi aspettavo che fosse di tutto, un meccanico, un cuoco, un dottore, un inserviente, uno della sorveglianza, ma non uno del Centro Elaborazione Dati»
«Un po’ deboli» Oref tornò a rivolgersi al capitano «come argomentazioni»
«Concordo» Liren assentì «di fatto non abbiamo niente in mano»
«Potrebbe essere morto sul serio, dunque» il comandante continuò.
Liren rimase un momento fermo a pensare, fisso sul cadavere: «È possibile, signore»

Ore 20:00
Prima Astronave Madre della Flotta


La Stazione Spaziale era smisurata, sconfinata, nonostante fossero ancora in fase di avvicinamento occupava quasi tutto il suo campo visivo.
Cergos rimase immobile a guardarla, attraverso il vetro davanti a lui. Era… immensa.
Avvolta nella più completa oscurità, risultava illuminata dagli stessi fari di segnalazione di cui era disseminata. Che lui sapesse risultava ancora la più grande struttura artificiale sotto il comando della loro civiltà.
Un'unica struttura toroidale senza interruzioni, imperfezioni, impedimenti. La superficie esterna era liscia e regolare. E il bello era che ancora non avevano del tutto capito se quella caratteristica fosse stata una precisa scelta progettuale dei costruttori volta a favorire il funzionamento della stazione spaziale o meno.
Gli unici elementi che si potevano distinguere erano una serie di enormi anelli che percorrevano l’intera struttura principale. Un totale di centotredici anelli. Un altro dei tanti particolari di quella stazione spaziale che nemmeno sapevano se fosse parte integrante del progetto principale, indispensabile per il funzionamento, o semplice elemento ornamentale. Partendo dalla quasi assoluta certezza che nulla in quell’opera fosse inutile, o piazzato a caso, propendeva più per la prima ipotesi.
Quegli anelli di sicuro avevano una funzione, come del resto ogni altro minimo componente ne aveva, a suo parere.
Era rimasto a bordo di quella stazione spaziale abbastanza a lungo da dare per scontato il concetto. Quella struttura non era stata costruita per essere abitata, né tantomeno per motivi bellici, era stata concepita solo per assolvere a una funzione.
E quella funzione, non c’era nessun dubbio in proposito, era impedire al Nemico di fare il suo ritorno. Era stato quello il lascito ai posteri di una civiltà morente. Una stazione spaziale ferma in mezzo al nulla, dispersa nel mezzo di una galassia del tutto insignificante e di cui non seguiva i movimenti. Stelle e pianeti si muovevano lentamente tutto intorno a lei che rimaneva immobile dove si trovava, vincolata a quella precisa regione di spazio da un sistema di navigazione interno e un motore gravitazionale di complessità terrificante.
Era stato fin troppo ovvio, all’epoca, capire che il buon funzionamento di quella stazione spaziale fosse legato alla posizione, ma era anche stata l’unica deduzione immediata. Ogni altro principio di funzionamento era stato faticosamente dedotto, una buona parte erano rimasti un mistero. L’unica evidenza certa era stata la constatazione di quanto la tecnologia fosse stata utilizzata con finalità magiche.
A tutti gli effetti, quella stazione spaziale teneva in vita un incantesimo. Di fatto era stata la prima, sconvolgente prova, che un oggetto inanimato potesse esercitare la magia.
Un smisurata struttura in acciaio, alimentata interamente da reattori ad antimateria, occupata per il 95% da impianti e macchinari adibiti al suo funzionamento operativo e di manutenzione, che teneva attivo un incantesimo.
E la parte bella di tutta la storia era che non erano mai riusciti ad afferrare a pieno di quale incantesimo si trattasse, forse per il semplice fatto che si stava parlando di magia a un livello troppo elevato. L’unico vero indizio in tal senso era stato loro fornito dalle porzioni della stazione spaziale con un funzionamento più prettamente tecnologico. E da quello si era giunti alla conclusione di cui tuttora erano convinti.
Quella stazione spaziale deformava lo spazio-tempo. O meglio, lo alterava.
Era un fenomeno che si poteva notare in qualunque momento, bastava osservare tutta la zona circostante la stazione utilizzando la strumentazione adeguata. C’era qualcosa, un effetto indistinto, un disturbo di fondo. Un disturbo di fondo in qualche modo simile a quello creato dalle loro limitatrici, o dalle navi interdittrici umane, anche se molto più marcato e deciso, opprimente nella sua micidiale costanza e forza.
Nella zona circostante a quella stazione spaziale non c’era possibilità di aprire un tunnel spaziotemporale, di nessun tipo e verso nessuna destinazione. Come del resto era impossibile impostare una rotta iperluce che avesse come destinazione quel luogo.
Ed era quella la funzione della stazione spaziale, non vi erano dubbi. Impedire al Nemico di aprire un tunnel spaziotemporale. Impedirgli, da dove si trovava, di poter tornare.
Una funzione che fino a quel momento quella struttura aveva assolto nel migliore dei modi, nonostante fosse inevitabile che una domanda sorgesse spontanea.
Per quale oscuro motivo bloccando quella precisa zona di spazio, quella apparentemente inutile porzione di nulla, il Nemico non aveva più la possibilità di tornare?
Non aveva senso, era fuori di ogni logica. Anche dando per scontato che in quel preciso posto ci fosse l’accesso a un tunnel in grado portare dall’altra parte dell’universo, il ragionamento non avrebbe funzionato. Se il Nemico fosse veramente intenzionato a tornare, e dovevano dare per scontato che lo fosse, fino a quel giorno aveva avuto tanto, troppo tempo a disposizione. Un tempo più che sufficiente per trovare un’altra strada o, molto più brutalmente, mettersi in viaggio e attraversare l’intero universo per tornare lì. Si rifiutava di credere che un simile avversario non fosse in grado di tornare perché non sapesse la strada, era semplicemente assurdo.
Una constatazione di cui era assolutamente convinto. Dava per scontato che il Nemico non potesse arrivare fin lì perché impossibilitato ad arrivare. Era convinto che fosse così, e ci avrebbe scommesso qualunque cosa.
Il problema, però, a quel punto diventava: Se non potevano giungere fino a lì perché sul serio l’unico loro punto di arrivo era quello… da dove partivano?
Nel corso degli anni era arrivato a formulare ogni possibile ipotesi, aveva perso anni nel tentativo di provare a capire. Aveva vagliato ogni genere di possibilità, fino ad arrivare alle più assurde.
Una regione dello spazio-tempo mutuamente legata a quella in cui lui si trovava in quel momento. Una regione dell’universo non legata alle altre come avrebbe dovuto. Una regione dell’universo con configurazione tale da risultare una specie di labirinto. Una porzione di spazio oltre i confini dell’universo, ammesso che si possa parlare di confini, ovviamente. Un altro universo.
Sinceramente non sapeva quale fosse la più inverosimile. La verità era che non ne aveva idea. Credeva, era arrivato a credere, solo tramite l’evidenza dei fatti. Il Nemico non era ancora giunto fino a loro e l’unico ostacolo che sembrava esserci verso il suo ritorno era quella stazione spaziale. 
Il come questo potesse essere possibile era un problema che gli aveva impegnato buona parte della vita, del tutto inutilmente.
Se ora stava per succedere quel che temeva, se stava per accadere quanto tutti quanti si auguravano non dovesse accadere mai, ci poteva essere una sola causa, di fatto. La stazione spaziale non assolveva più alla funzione per cui era stata creata, o quella funzione non era più sufficiente. 
Non c’erano altre spiegazioni valide, ma in ogni caso avrebbe scoperto la verità molto presto.
Ormai nel suo campo visivo non c’era altro che la stazione spaziale, abbastanza vicina da riuscire a malapena a riconoscere la curvatura della superficie metallica.
Entro breve avrebbero attraccato. Nel momento stesso in cui lui e il Maresciallo avessero messo piede fuori dalla nave qualcuno sarebbe venuto a convocarli per una riunione d’emergenza.
E lì il consiglio avrebbe comunicato tutte le brutte notizie che doveva.

Poco dopo
Stazione Spaziale Mark 1


«Oh, benritrovata colonnello»
Ancora prima di essere entrata del tutto nella stanza, Veis ricevette il saluto.
Il capitano Liren era seduto su una poltroncina che levitava al centro della piccola stanza da letto, stava lanciando una pallina di gomma contro il muro di fronte a lui. La palla, dopo aver colpito la parete, rimbalzava sul pavimento per poi ritornare tra le mani del proprietario, a ripetizione. Con disattenta precisione, il ragazzo non sbagliava un tiro.
«Capitano» lei rispose al saluto «Mi ha chiesto di venire qui?»
Liren attese che la porta si chiudesse prima di proseguire: «Sarei venuto io, ma sono pochi i luoghi in questa stazione spaziale a essere… sicuri. Questo lo è di sicuro per il semplice fatto che ho fatto estirpare ogni minimo cenno di telecamere o simili, appena arrivato»
Veis lo guardò senza capire per un momento.
«La spia è viva, colonnello» Liren riprese la palla che gli era appena rimbalzata davanti e la rilanciò.
Lei, sul momento, non seppe che dire. Alla fine decise per una via cauta: «Ha già cambiato idea?»
«Più che altro diciamo che oggi pomeriggio io e Rugter abbiamo preferito dare un contentino al pubblico»
«Si riferisce alla spia, immagino» Veis tirò a indovinare, ma presumibilmente aveva capito giusto.
L’altro annuì: «Sarei disposto a scommetterci la testa che in quel momento stava ascoltando, voleva vedere se il suo piano era andato in porto»
«Quasi tentare di saltare in aria insieme a tutta la stazione spaziale era il suo piano?» lei gli diede corda «Non mi pare un granchè»
Liren sorrise. Lanciò la palla ancora: «Le cose non sempre sono come sembrano, e soprattutto con quest’uomo il detto sembra essere vero. Le faccio una domanda colonnello: Se lei fosse una spia e qualcuno la stesse cercando, quale sarebbe il modo migliore per garantirsi di rimanere nascosto?»
Veis, per quanto le sembrasse assurdo, rimase sul serio a pensarci, ma a quanto pareva il suo interlocutore aveva davvero poca pazienza.
«Colpa mia, non so fare questo genere di domande. Mi rispondo ed evito una figuraccia. Il modo migliore sarebbe far credere di essere stato trovato»
Lei decise che dargli corda, quantomeno per sentire che cosa avesse da dire: «Mi convinca, capitano»
Liren lanciò la palla per l’ennesima volta, sorrise ancora: «Far credere di essersi suicidato non è male come espediente per uscire di scena, a ben pensarci. E, date le circostanze, di cosa aveva bisogno la nostra spia per ottenere il suo risultato? Gli serviva qualcuno a cui dare la colpa, qualche prova creata ad arte, il favore delle telecamere e cinque minuti per ucciderlo così da mettere in piedi la commedia. A quel punto il più era fatto»
«Ora» Liren si fermò giusto il tempo per respirare, ormai aveva cominciato a parlare sempre più veloce «dando per scontato che non mi sia fatto un’idea sbagliata sulla nostra spia abbiamo a che fare con una persona… pericolosamente in gamba. Di sicuro era in grado di trovare qualcuno da incolpare, di sicuro era capace di creare delle false prove, di sicuro era in grado di inscenare questo attentato alla stazione spaziale e, cosa ancora più certa, era in grado di crearsi un varco nel sistema di sorveglianza per arrivare a fare tutto questo»
Rimanendo ad ascoltarlo in silenzio, Veis non potè che trovarsi d’accordo su pressoché tutti i punti, anche e soprattutto quello riguardante l’essere in grado di crearsi un varco nel sistema di sicurezza. Con quanto successo quel giorno, la spia aveva dimostrato di essere in grado di fare… pressochè tutto quello che voleva, in quella stazione spaziale. Un fatto che avevano appreso a loro spese e che era a dir poco inquietante, soprattutto nell’ottica che l’infiltrato fosse ancora vivo.
«L’attentato alla stazione spaziale non mi è sembrato una messa in scena» obiettò.
Il capitano mosse la testa in un impercettibile segno di assenso. Si vedeva, e da lontano, che aveva già preso in considerazione l’idea.
«Vero» confermò lui «a guardare l’attentato in sé, sembrerebbe un serio tentativo di distruggere questa base, ma vuole sentire una mia ipotesi?»
Con un gesto della mano, Veis lo invitò a continuare. Si avvicinò a lui andando a posizionarsi a qualche passo di distanza. Rimase a guardarlo mentre sembrava impegnato a lanciare la sua palla.
«Mi è venuta in mente quando abbiamo trovato i dossier dei Prima Categoria nel computer della presunta spia» partì Liren «Ce n’erano tre, per la precisione. Quello della signorina Ern, quello della signorina Eke e quello della signorina Rangvald»
Veis aggrottò appena la fronte.
Liren capì al volo quale fosse il problema: «Fern, Allister e Rangvald»
Lei annuì: «Felien, se non le dispiace»
«L’importante è capirsi» l’altro non si fece scrupoli a proseguire «C’erano questi tre dossier, e nel complesso aveva anche un senso che ci fossero, ma quali mancavano? Se io fossi stato la spia li avrei letti tutti, e di sicuro avrei voluto avere a costante portata di mano quelli di tutti i maghi al momento presenti nella stazione spaziale»
«Dunque quelli di Nethaniel e Simeon» Veis disse i nomi per lui.
«Esattamente. Già il fatto che non ci fossero quelli mi ha convinto quasi del tutto che quel morto non fosse la nostra spia. O nessun dossier, o tutti quelli che dovevano esserci, non solo una parte. Ma poi mi sono fermato a pensare: E se i due dossier che mancano fossero un indizio?»
Lei rimase a pensarci un secondo, ma quanto sentito rasentava il più completo non senso, per quanto la riguardava: «Adesso non la seguo, devo dire»
«L’idea mi è venuta per puro caso, difatti» ammise Liren «E anche perché io quei dossier li avevo già letti tutti. Lei ha avuto il piacere?»
Veis scosse la testa.
«Niente di particolarmente interessante, ovviamente» il capitano riprese «ma all’interno c’è anche una perizia psichiatrica aggiornata. La sorprenderebbe scoprire quanto sia Nethaniel che Simeon siano sani di mente a tutti gli effetti, al momento»
«E questa mi sembra grossa» lei non riuscì a resistere «Come affermazione»
«Nel senso più stretto del termine, ovviamente» Liren si lasciò sfuggire una risatina. Prese la palla al volo per lanciarla ancora «Sotto altri punti di vista hanno ancora un po’ di strada da fare. Sto divagando, comunque, arriviamo al punto» si prese il tempo di un tiro prima di proseguire «Alla luce di quanto ho letto su quei dossier, se ieri mi avessero chiesto se credevo che Nethaniel e Simeon avrebbero reagito positivamente di fronte a un’emergenza avrei risposto sì senza nemmeno esitare»
«Sta cercando di dire…» Veis si bloccò sul posto. Adesso cominciava a capire il senso del ragionamento.
«E se chi ha architettato questo falso attentato alla stazione spaziale avesse saputo che quei due sarebbero intervenuti, o lo avesse dato per molto probabile?» chiese Liren «A quel punto nemmeno si potrebbe parlare di rischio, la spia già sapeva che Allister e Hirt non sarebbero mai arrivati a combinare nulla, come in effetti è successo»
Veis rimase a guardare il suo interlocutore. Era un modo elegante di interpretare i fatti. E, lo ammetteva candidamente, era una chiave di interpretazione che lei non avrebbe mai preso in considerazione. Eppure: «Ma se i due cretini, in effetti, non avessero fatto nulla e fossero rimasti solo a guardare?»
«In quel caso la spia avrebbe potuto fare affidamento solo su di lei, che in apparenza era murata dentro una stanza con soppressione totale» Liren capì al volo il significato dell’obiezione «Ma anche quella è stata, di fatto, una messa in scena. Chiunque abbia escogitato questo falso attentato le aveva lasciato ben due vie di fuga. La prima era quella che è stata usata, togliere la corrente. Ma ce n’era una molto più semplice, e quella secondo me è la prova assoluta che non ci fosse nessuna vera intenzione di far saltare in aria questa stazione spaziale. Sarebbe bastato lanciare l’allarme antincendio nella sua zona, tutte le porte si sarebbero aperte in automatico. E, casualmente, l’infiltrato, questo fenomeno di scaltrezza, così bravo da aver eliminato pressoché ogni codice di sblocco che poteva aprire quella porta, si era dimenticato di questo particolare»
Veis rimase in silenzio. Una breve serie di passaggi logici, e di colpo non sembrava tanto illogico nemmeno a lei che quell’attentato fosse stato solo simulato. In fin dei conti era vero. Sapendo, o anche solo ipotizzando, che Simeon e Nethaniel sarebbero intervenuti nemmeno si poteva mettere in discussione che alla stazione spaziale non sarebbe successo niente. E se in effetti per lei una via di fuga era stata lasciata aperta, anche in quel caso le possibilità di Ally e Hirt di arrivare al reattore principale erano scarse. Anche perché la verità era che le zone in cui il livello di soppressione era calato pressoché a zero erano state solo quelle in cui si trovavano le due celle. Da nessun’altra parte si erano rilevati cali. Pure quel particolare poteva essere interpretato nell’ottica di una spia che non voleva sul serio la distruzione della stazione spaziale in cui si rifugiava.
«Ipotizziamo per un momento che lei abbia ragione» alla fine, Veis si decise a parlare «Come penserebbe di procedere ora?»
«Abbastanza in fretta, quello mi pare scontato» Liren rispose subito, chiaro segnale che aveva già pensato anche a quello «Stando alla commedia che abbiamo messo in piedi oggi, io e Rugter non siamo del tutto convinti ma non abbiamo nessun vero motivo per non credere alla storia che l’infiltrato ci ha dato in pasto. Come copione vuole dovremmo tentennare un po’ e poi arrenderci all’evidenza dei fatti. A quel punto la nostra presenza in questa stazione spaziale diventerebbe superflua e, se non vogliamo attirare i sospetti della spia, dovremmo andarcene»
«Che cosa pensate di fare?» Veis continuò. Si trovò, in via del tutto involontaria, a guardare quell’uomo quasi a bocca aperta.
«Il nostro amico ci ha dato un grande indizio oggi» Liren non si fece pregare «Ci ha comunicato qual è il suo grado di competenza nei confronti del sistema informatico di questa base. La risposta è stata quasi scioccante, lo ammetto. Ma ora sappiamo con chi abbiamo a che fare, e possiamo dargli la caccia senza che lui sospetti che lo stiamo facendo» il capitano si lasciò sfuggire un sorriso, prese la palla al volo e la strinse tra le dita «Le condizioni migliori per una trappola»

Ore 20:30
Stazione Spaziale Mark 1


«E così» seduto su di una sedia di fronte a lei, a forse un metro dal vetro che li divideva, Simeon pose la domanda alla ragazza seduta sul letto, in apparenza concentrata a contarsi le dita delle mani «domani è il grande giorno»
Lei tardò nella risposta, ma che da parte sua non ci fosse una grande voglia di fare conversazione l’aveva capito da quando era entrato lì dentro.
Alla fine rispose: «Era proprio necessario ricordarmelo, signore?»
«La vita da reclusa ti piace così tanto?»
Ancora una pausa, ma quantomeno la ragazza rispose in tempi accettabili: «E questo che vorrebbe dire?»
Simeon cominciò a dondolarsi sulle gambe posteriori della sedia: «Molto semplicemente che il motivo per cui non ti fanno uscire è perché non sei ancora riabilitata. Da domani sarai libera»
Allister annuì senza convinzione: «Non sarò più io, però»
«Una pazza assassina che non avrebbe esitato a far saltare in aria una stazione spaziale con dentro non so quanta gente? E il tutto per il semplice gusto di farlo, tra l’altro, senza nessun secondo fine apprezzabile» Simeon continuò «Non so te, ma io sarei felice di non essere più me stesso»
L’ennesima pausa. Ma ormai a quella conversazione a singhiozzo ci si stava quasi abituando.
«E tornare a fare il cagnolino di Sephet e Dantalian» Ally alla fine rispose.
«Secondo in capo alle forze magiche della seconda flotta non mi pare proprio un ruolo di poco conto» Simeon, quasi per contrasto, si ritrovò a rispondere subito «Anzi, sai la cosa divertente? Potrei essere assegnato alla seconda flotta. Tecnicamente sarai tu il mio capo, a quel punto»
Lei non nemmeno accennò una risposta, restava a guardarsi le mani appoggiate alle ginocchia.
«Ironica la vita, vero?» lui riprese.
Allister ancora per un momento rimase zitta, poi si decise a chiedere: «Perché siete qui, signore?»
Simeon tardò nella risposta, lei continuò: «Perché state cercando di… consolarmi?»
E a quel punto era il suo turno di fare scena muta, pareva. Smise di dondolarsi sulla sedia.
Era una bella domanda, in effetti. Perché lui era lì, in quel momento? Perché era tornato da lei? Per tenerle compagnia? 
Ma che cosa stupida, tempo meno di ventiquattrore e sarebbe stata libera di fare ciò che voleva, sarebbe andata dove voleva e avrebbe avuto una fila di persone da chiamare e con cui parlare. Con qualcuno avrebbe dovuto scusarsi, ma roba da poco visto che non aveva fatto nessun vero danno da che era regredita.
Per rivedere un vecchio amico?
Falso pure quello. Dai tempi della guerra che avevano combattuto insieme erano cambiate troppe cose. O meglio, lui era cambiato. Ed era cambiato troppo per avere anche solo qualche punto in comune con i suoi vecchi compagni.
Per sorvegliarla, forse?
Nemmeno. Qualunque problema ci fosse stato non si sarebbe più ripetuto, poco ma sicuro. Ally sarebbe rimasta in quella stanza fino alla mattina seguente, dopodiché l’avrebbero addormentata e portata a riabilitare. Entro sera tutto si sarebbe risolto.
Di fatto era andato da lei senza un motivo, o più che altro senza pensare più di tanto al motivo.
«Perché provate a convincermi di quanto anche voi sapevate essere falso?»
Ed ecco la verità che arrivava. Centrata in pieno dalla pazza assassina.
Seppe che quella era la risposta giusta nel momento stesso in cui Allister pronunciò quelle parole.
Era lì esattamente per quello. Provare a farle capire quanto fosse sbagliato quello di cui era fermamente convinta, in quel momento. Tentare di farla ragionare in qualche modo, farla arrivare alla conclusione più logica, più ovvia, più giusta. La conclusione che lei non avrebbe mai accettato, per il semplice fatto che non era possibile.
Rimase sulla ragazza che finalmente si era voltata per rispondere al suo sguardo.
«Forse perché» sussurrò «ho bisogno di credere che uno di noi possa arrivare a rendersi conto di quanto fosse sbagliato quello che abbiamo fatto, senza bisogno di essere riabilitato»
Lei rimase a guardarlo senza accennare la minima reazione a quelle parole.
«Perché, se mai mi capiterà di essere nella stessa posizione in cui eri tu oggi, vorrei che ci fosse qualcuno a fermarmi. E ho bisogno di credere che uno di noi possa arrivare a rendersi conto di quanto fosse sbagliato quello che abbiamo fatto, senza bisogno di essere riabilitato»
La ragazza accennò un mezzo sorriso che comunque si premurò di nascondere subito: «Se oggi voi foste stato al mio posto, signore, questa stazione spaziale ora sarebbe un ricordo»
«Lo so» lui sussurrò appena «Non avrebbero avuto la minima speranza, date le circostanze»
«Sarebbe stata questione di un secondo» gli confermò la ragazza «Un teletrasporto, un colpo ben piazzato e questa stazione non avrebbe avuto speranze»
Simeon annuì: «Di fatto, per evitarlo, avrei dovuto fermarmi da solo. Arrivare a capire che stavo per commettere un errore»
Allister continuò a guardarlo: «Ma sapete che una cosa del genere non succederà mai»
Lui sospirò. Si lasciò andare in avanti, appoggiò i gomiti alle ginocchia: «Non posso far altro che sperare»

Ore 21:00
Prima Astronave Madre della Flotta


Alla fine non aveva neanche dovuto far la fatica di sbarcare dalla nave, la comunicazione che il consiglio d’emergenza richiedeva la sua presenza gli era arrivata forse il secondo dopo la conferma di attracco della nave.
E a quel punto non restava che prepararsi al peggio.
A passo lento, Cergos continuò ad avanzare lungo il corridoio illuminato a giorno, già vedendo la meta che lo attendeva, la porta che lo separava dalla verità.
Ammetteva di non essere così curioso di scoprirla. Un problema di cui non si sapeva niente non poteva essere risolto, ma rimaneva pur sempre il dubbio di poterlo gestire, uno di cui si verificava l’effettiva insormontabilità era tutt’altra cosa. E nonostante tutto la strisciante paura di essere di fronte a quella seconda categoria cominciava ad attanagliarlo.
Alla fine era possibile. Era possibile che le loro stime fossero sbagliate, anche di un fattore cento. In fin dei conti, si trattava pur sempre di previsioni riguardanti una disciplina che loro non padroneggiavano, e di conseguenza potevano essere affette da simili errori.
Si fermò di fronte alla porta rimanendo in attesa. Quella che in apparenza sembrava essere un’unica piastra di vetro ambrato, perfettamente riflettente, cominciò a perdere consistenza diventando semistrasparente, sempre più inconsistente, fino ad andare a ritirarsi contro le pareti con un sommesso ronzio.
Non si sorprese di trovare all’interno il solo Maresciallo, non si aspettava nessun altro nonostante la stanza potesse ospitare almeno una decina di persone.
Andò a prendere posto di fronte a lui. Rifilò appena un’occhiata agli occhi cremisi di quello che, nel corso dei mesi, aveva imparato a considerare più un oppositore che un alleato. Nel vederci la stessa preoccupazione che sentiva per sé, Cergos si sentì sprofondare, nonostante tutto.
«Grazie per aver fatto più in fretta possibile, signori» la voce del capo del Consiglio d’Emergenza andò a riempire la camera «Come di sicuro avrete capito non abbiamo molto tempo»
Il capo si interruppe il tempo di attimo, forse alla ricerca delle parole giuste, ma alla fine decise di andare subito al punto, per fortuna: «Nell’ultimo mese i sistemi di controllo hanno registrato un brusco aumento di attività residua. Un aumento abbastanza consistente che ora il termine “residua” risulta del tutto pleonastico. Il livello di attività ha ormai raggiunto una portata tale da essere paragonabile all’azione esercitata da questa stazione spaziale»
Poche parole che pesavano come macigni. Il lento, costante, inutile tentativo da parte del Nemico di abbattere il muro che gli impediva di fare ritorno, quella che loro avevano bollato come attività residua, non era più tale. Ed era esattamente quanto era stato previsto. Col passare del tempo l’attività residua sarebbe cresciuta a livelli tali da rendere inefficace da funzione bloccante della stazione spaziale e a quel punto sarebbe stato possibile aprire un tunnel spaziotemporale. Peccato solo che tutto stesse succedendo cento anni prima del previsto.
«Ormai anche i sistemi di sensori delle navi dovrebbero essere in grado sentirlo. C’è un tunnel in formazione, anche se molto lenta» il capo riprese «A questo ritmo arriverà alla sua effettiva apertura domani»
«Sarà un tunnel stabile?» il Maresciallo pose la domanda con la più assoluta tranquillità. Nessuna apprensione nel tono, nessuna apparente paura.
«Speriamo di no» un secondo membro del consiglio non riuscì a trattenere il commento.
La vera risposta, come era ovvio, arrivò dal Capo: «L’attività residua ha bruschi cambi di ampiezza, non è infrequente che cessi del tutto per interi minuti, il tunnel in formazione non ne sta risentendo positivamente. È auspicabile, nonché probabile, che sarà un tunnel instabile, se non addirittura con vita limitata»
Un improvviso lampo di comprensione attraversò il volto del Maresciallo: «Ci avete richiamato perché volete le Limitatrici»
Era più un’affermazione che una domanda, e in effetti come teoria non faceva una piega.
Il Capo del Consiglio d’Emergenza confermò: «La flotta conta quindici Limitatrici con un raggio di influenza massimo di 300000 km. Utilizzandole tutte e concentrando gli effetti a una zona ristretta, la sezione scientifica prevede che sarebbe possibile indurre un’instabilità nel tunnel in tempi molto brevi, minuti probabilmente»
«A quel punto» Cergos si decise a prendere la parola «Sarebbe solo questione di occuparsi di quanto uscirà da quel tunnel. E non abbiamo idea di cosa ne uscirà»
«Con un tunnel debole» il Maresciallo gli si rivolse direttamente, fissandolo dritto negli occhi «Non potranno far passare masse eccessive, indurrebbero un’instabilità solo attraversandolo»
«E qualunque sia il tipo o il numero di navi che usciranno» rincarò il Capo «Saranno contro l’intera flotta»
«Non sono le navi che mi preoccupano» Cergos scosse la testa «Il Nemico ha maghi. E stando alle poche informazioni che abbiamo interpretato, ne ha tanti»
«Terremo pronti tutte le forze magiche a nostra disposizione» il Capo non obiettò «Maresciallo, consigliamo anche l’utilizzo della serie sperimentale ARC5»
«Avevo già intenzione di farne uso, signore» il Maresciallo diede l’ovvio assenso.
Il problema a quel punto era: Sarebbe stato sufficiente?
Non c’era stato modo di decifrare larghissima parte dei dati riguardante le forze magiche del Nemico, ma dalle frammentarie descrizioni di quelli che venivano chiamati con l’appellativo di Gran Maestri traspariva puro terrore. In quei brandelli di informazioni una specie magicamente evoluta, forse fin troppo evoluta, parlava con terrore dei maghi loro avversari.
La sensazione che si sarebbero trovati ad affrontare mostruosità come i maghi umani era un timore concreto. La paura che avrebbero affrontato qualcosa di ancora peggiore era più che giustificata.
Di fatto, e come era prevedibile, erano al buio.

End Notes:
Perché Simeon ha reagito in quel modo, di fronte all’attentato di Allister e Hirt? Perché non si è limitato a cooperare con gli altri maghi presenti? La situazione si sarebbe risolta comunque. La situazione era di tre primi categoria contro due seconda categoria, in fin dei conti, non c’era oggettiva speranza per Allister e compagno di farcela.
Perché ha agito in quel modo, dunque?
Per noia? Per divertimento? Per ottenere un po’ di visibilità?
Ammetto di aver pensato ognuna di queste possibilità come quella vera, a suo tempo, nonostante ora mi renda conto di quanto fossero stupide. È stata la stessa Allister ad aprirmi gli occhi sulla verità.
Ora penso di poter affermare con discreta sicurezza che a muoverlo sia stata la paura.
Simeon sapeva chi era, sapeva cos’era in grado di fare, e cominciava a vedere con apprensione, se non proprio terrore, una sua regressione, per quanto improbabile. Dati i modi per danneggiare una nave stellare, aveva già capito che lui sarebbe potuto essere letale non solo per la nave in cui sarebbe stato imbarcato, ma per tutta la flotta che lo accompagnava.
Stroncare quell’attentato in modo così definitivo era il suo personale convincersi che chiunque, posto di fronte a forze per lui soverchianti, potesse essere fermato all’istante. Era la prova a se stesso che comunque non sarebbe successo nulla di irreparabile se lui fosse riuscito a farsi destinare a una flotta che contava tra i suoi effettivi maghi di forza comprovata.
A suo modo, è stato molto più previdente di tutti noi.
Capitolo 19 - 1 by Caladan Brood
Author's Notes:
oh, questo capitolo aspettavo di scriverlo da una vita :P. però ha due problemi. numero 1: sta diventando infinitamente lungo, e non me l'aspettavo. dunque l'ho spezzo in due :P. problema numero 2: mentre lo scrivevo mi dicevo "cristo che merda, tutto sto tempo a prepararlo e ne esce sta vaccata?"
a parziale vantaggio del problema 2, rileggendolo oggi mi è sembrato meno schifoso, ma non mi convince del tutto.
cosa sicura, qui di cose ne succederanno, anche se magari raccontate male :D
buona lettura ^_^

Capitolo 19

Dieci settimane. Più di due mesi. Nel bel mezzo dell’attuazione di un piano che stava procedendo a gonfie vele verso una conclusione perfetta, il nostro nemico è scomparso nel nulla per dieci settimane. Il tutto senza nessuna apparente spiegazione.
Ovviamente all’epoca degli eventi più di qualcuno era arrivato anche a porsi l’inevitabile domanda: Perché questa interruzione? Perché questo silenzio? Che faccia parte anche questo del piano?
All’epoca era una domanda legittima, soprattutto alla luce del fatto di quanto brancolassimo nel buio alla ricerca di una soluzione, ma ora penso che lo si possa affermare con discreta sicurezza.
La pausa che il nostro nemico si è imposto non ha avuto nessuna conseguenza, non ha portato loro nessun vantaggio, anzi. L’unico vero effetto è stato quello di concedere a noi più tempo per decifrare l’enigma, per unire i puntini, per dare un senso all’informe e caotico ammasso di patetici indizi che ci trovavamo di fronte.
Se quanto appena detto è vero, perché il nostro nemico si è concesso una simile pausa? Perché ci ha dato più tempo? Perché ci ha fornito una maggiore possibilità di arrivare a capire quanto stava architettando?
Personalmente tendo a dare per scontato che il nostro avversario lo abbia fatto ben sapendo quali sarebbero state le possibili conseguenze, quali sarebbero stati i pro e i contro. Dunque che cosa lo ha spinto a una mossa tanto controproducente? 
Una domanda senza risposta e senza elementi per rispondere. Non possiamo nemmeno formulare ipotesi valide, siamo al buio. Motivo per cui posso solo andare a sensazione, esponendo una teoria che avrà la stessa utilità e attendibilità di una che sostiene l’insorgere di un’avaria simultanea al reattore principale per tutte le navi nemiche.
La mia sensazione è che noi, il genere umano, non siamo il primo problema di questi esseri. Non saprei dire come, né tantomeno perché, ma il sentore è che ci sia qualcos’altro che preoccupa il nostro nemico, oltre a noi. Qualcosa, o qualcuno, che lo spinge a considerarci come un fattore secondario, per i brevi periodi che gli permettono di far rientrare la minaccia prioritaria quantomeno.
E il bello è che non so se sarebbe un bene che io avessi ragione, per noi. Il problema del nostro nemico potrebbe essere una supernova esplosa nel posto sbagliato, una pioggia di meteoriti che vuole passare troppo vicino a una zona che non sarebbe bene raggiungesse, una nana nera un po’ troppo espansiva che punta ad arrivare un po’ troppo vicina a una stazione spaziale di una certa importanza, una banale guerra civile magari. Ma potrebbe essere anche un’altra civiltà contro cui il nostro nemico sta combattendo. E se questa civiltà ci fa passare in secondo piano dubito sarebbe un avversario mansueto, per noi.


22 Giugno
Ore 13:00
Prima Astronave Madre della Flotta


Tutto era pronto, ogni nave era in posizione, tutti sapevano cosa fare. Per quanto era nelle loro possibilità, nulla era stato lasciato al caso.
Probabilmente nessuna loro battaglia precedente era stata preparata con maggior cura, con maggior attenzione. Anche solo la disposizione delle navi era stata materia di discussione di una buona ora per il Maresciallo e i suoi Ufficiali Maggiori.
Eppure continuava ad avere la sensazione che stessero andando incontro a un massacro.
Nei pressi dell’uscita dalla sala comando, Cergos cercava per quanto possibile di non farsi notare. Alzò per un momento la visiera che gli copriva gli occhi andando a controllare la situazione all’interno della sala.
Tutto era silenzio, nessuno spostava l’attenzione da quanto doveva fare. Anche il Maresciallo aveva smesso di impartire la solita valanga di ordini. Forse per la prima volta da che lo aveva conosciuto se ne stava immobile e in silenzio, al centro della sala comando. Evidentemente tutto era disposto come lui aveva ordinato. Fatto più unico che raro.
Con un lento movimento della mano, Cergos si riposizionò la visiera davanti agli occhi. Di colpo tornò a vedere lo spazio aperto tutto intorno all’Astronave Madre. Le altre navi sarebbero state visibili anche a occhio nudo, probabilmente, ma attraverso il sistema di sensori e telecamere tutto sembrava a pochi metri di distanza.
Tutta la flotta era stata smobilitata. Un enorme cordone di navi disposte a circondare la Stazione Spaziale. O meglio, circondare la zona attorno a cui avrebbe dovuto essere. Ora al suo posto c’era solo il nulla dello spazio. Per la prima volta da che avevano trovato quell’artefatto, si era deciso di riprogrammarne il sistema di navigazione in modo tale da poterlo spostare.
Un’azione che inevitabilmente non aveva fatto altro che aumentare la velocità di formazione del tunnel, ma una scelta a dir poco necessaria.
Non c’era alternativa, non c’era possibilità, quella Stazione Spaziale doveva sopravvivere, anzi, doveva rimanere illesa. In caso di danni anche solo più che marginali molto difficilmente sarebbero riusciti a farla ritornare operativa, e se non fosse tornata operativa sarebbe stata la loro fine.
La verità è che potevano anche perdere tutta la flotta, ogni singola nave, astronavi madri incluse. Il danno non sarebbe nemmeno stato paragonabile al perdere quella Stazione Spaziale. Doveva essere conservata a tutti i costi. Anzi, c’era da chiedersi perché l’ordine di portarla al sicuro non fosse stato dato prima.
Scotendo la testa, Cergos rimase a guardare lo spazio vuoto lasciato della stazione. Risposta ovvia, il consiglio non aveva dato ordine di spostarla perché aveva paura che il tunnel si sarebbe aperto troppo presto, prima dell’arrivo della Flotta. E una difesa era assolutamente indispensabile contro… qualunque cosa sarebbe uscita.
Tornando a spostare lo sguardo attorno alla nave in cui era imbarcato, saggiò ancora la disposizione della flotta. Semplicemente perfetta. Disposta su quattordici file ben ordinate, con nessun elemento posizionato in modo tale da coprire la linea di tiro agli altri. Tutti erano già pronti al fuoco. I tubi lancia missili erano già aperti, quelli dei missili antinave erano i più visibili. Il volume di fuoco che avrebbe colpito l’apertura del tunnel, non appena formato, sarebbe stato qualcosa di impressionante, devastante.
Eppure la sensazione che lo dominava in quel momento era che non sarebbe stato sufficiente.
Non riusciva quasi nemmeno a quantificare la potenza che avrebbe colpito l’apertura del tunnel, la mostruosa quantità di energia che sarebbe stata liberata. Di sicuro sufficiente a polverizzare qualunque nave ne fosse uscita.
Ma la sensazione rimaneva, e per un motivo molto semplice. Non erano le navi il vero problema. Non c’era missile antinave, cannone al plasma, laser o bomba nucleare che potesse ferire un mago pronto a ricevere il colpo. Ed esattamente quello sarebbe uscito da quel passaggio. Maghi.
Il sentore era forte, per lui di fatto era certezza. Stavano per essere faccia a faccia con un Gran Maestro, nella migliore delle ipotesi, molto più probabilmente con più di uno. Al posto dei loro nemici avrebbe agito in quella direzione, senza il minimo dubbio. Colpire il più duro possibile sul fronte magico nelle fasi iniziali, cercare di aprire un varco nella difesa. Appena possibile lanciare delle navi veloci per andare alla ricerca della Stazione Spaziale.
Questo si sarebbe aspettato da un nemico capace, e dal Nemico che si stavano preparando ad affrontare era certo non sarebbe venuto niente di meno. Anzi, di sicuro sarebbe stata una strategia migliore, o quantomeno portata a realizzazione con un metodi più efficienti.
Questo sarebbe successo. Lo sapeva lui, lo sapeva il Maresciallo, lo sapeva il Consiglio Speciale d’Emergenza. Il fatto che non si fossero compiuti sufficienti preparativi per affrontare la battaglia sul fronte magico non era dovuto a una mancanza di capacità previsionali. Molto più semplicemente, non erano in grado di affrontare una battaglia sul piano magico.
Certo, tutto il possibile era stato fatto. Tutti i maghi a loro disposizione erano presenti, tutti i migliori elementi sarebbero stati in prima linea, il tutto senza contare la linea sperimentale. Sani, Hinor, Mergol e gli altri. Forse i maghi più potenti mai visti. Era tutto a loro disposizione per fronteggiare quella crisi, tutti erano pronti a fare la loro parte.
Ma non sarebbe stato sufficiente.
Spostando di colpo lo sguardo verso la posizione in cui avrebbe dovuto trovarsi la stazione spaziale, Cergos assecondò la spia luminosa che era comparsa in alto a sinistra del suo campo visivo. Passò ai sensori di curvatura. E lì lo vide.
Il tunnel si stava aprendo. Ormai se ne potevano vedere i lembi in formazione. Tempo meno di un minuto e si sarebbe formato.
«Tutte le navi pronte al fuoco, cannoni al plasma pronti» la voce del Maresciallo suonò come sempre. Ferma e decisa.
In quel momento non poté far altro che ammirarlo.
Immobile nel suo angolo, Cergos cercò di calmarsi, di fermare i tremiti che sembrava gli percorressero tutto il corpo.
Non gli restava che sperare di sbagliarsi.

Stesso istante
Prima Astronave Madre della Flotta

«Lì come procede?» sentì la voce di Sani nelle orecchie come se fosse accanto a lui, nonostante nemmeno fossero sulla stessa nave.
Con una smorfia, Hinor passò lo sguardo sull’enorme schermo piazzato al centro del salone. Stava succedendo qualcosa. Il tunnel era in apertura.
Si avvicinò all’immagine di un paio di passi. Con un movimento della mano cambiò a visualizzazione dell’immagine passando allo spettro di curvatura.
Sì, il tunnel era in formazione.
«Ci siamo» nel contempo rispose a Sani e diede ordine a tutti i presenti di prepararsi.
Tutti i maghi presenti, oltre trecento, si mossero come una sola entità abbandonando qualunque cosa stessero facendo. Ognuno di loro cominciò ad attingere al proprio potere.
«Ne sei sicuro?» Sani pose la domanda senza lasciar trasparire la minima apprensione anzi, una calma impressionante. Ma ormai era chiaro che secondo lui stessero tutti prendendo parte a una gigantesca farsa.
In quello stesso istante una seconda voce irruppe nella sua testa. Hinor la riconobbe all’istante, e nemmeno c’era da aspettarsi nessun altro.
«State pronti» il Maresciallo non disse altro.
«Sì, ora sono sicuro» Hinor diede conferma al compagno.
«Sì, anch’io ho sentito il capo» Sani non mutò di nulla il tono di voce, anzi, ora sembrava annoiato «A cosa dovrei prepararmi poi, non si sa»
«Se qualcosa scappa al nostro accerchiamento, ci sarete solo voi a separarli dalla stazione spaziale»
«Questo se dai per scontato che qualcosa passerà l’accerchiamento. E faccio notare che ci sono una cosa come mille navi» Sani sbuffò «Ma si può sapere con chi pensano che avremo a che fare?»
Hinor non rispose subito. Diede fondo a ogni stilla del suo dominio, salvo sentirlo divorato immediatamente dall’azione dei soppressori. Quel che ne risultò fu un blando accenno di scudo. Cristalli di ghiaccio andarono a formarsi attorno a lui, ma l’azione esercitata dai soppressori era brutale. A quanto pareva erano stati attivati a un livello più elevato del solito.
Con chi pensavano che avrebbero avuto a che fare, i capi? Sani aveva posto la domanda giusta.
Non lo sapeva, nessuno gli aveva detto niente, ma la sensazione non era buona. I presagi non erano incoraggianti. L’utilizzo dell’intera flotta implicava l’avere a disposizione una potenza di fuoco enorme, non si smobilitava un quantitativo simile di navi per un’inezia di poco conto. E in aggiunta c’erano le parole che aveva sentito dal Primo Comandante. Evitare di utilizzare i maghi standard a meno che non si fosse rivelato strettamente necessario. Dunque l’ordine, per esclusione, era di far scendere in campo solo la serie ARC5. Un totale di dodici maghi, tra cui lui e Sani.
Chiunque si fossero trovati davanti, il Primo Comandante aveva deciso di far uso di quegli stessi maghi che nemmeno gli umani avevano mai visto in azione.
Non era una considerazione incoraggiante.
«Non lo so» alla fine Hinor rispose, gli occhi fissi sullo schermo. I cannoni al plasma di sicuro avevano già cominciato a sparare in direzione del tunnel. Qualunque cosa ne fosse uscita si sarebbe trovata disintegrata all’istante «Ma non ho un buon presentimento»
«Scommetti che fino a qui non arriva niente?»
«Più che altro» senza nemmeno volerlo, Hinor si ritrovò ad aumentare ancora di più l’aura quando vide il tunnel aprirsi «Ci spero»

Un attimo dopo
Prima Astronave Madre della Flotta


Come uno strappo, almeno stando a quanto si poteva vedere con i soli occhi il tunnel si aprì di colpo, una lacerazione nello spazio tempo che appariva come una banalissima pozza nera, appena più scura dello spazio circostante.
Un spiraglio dai contorni frastagliati che già da subito ebbe l’impeto di richiudersi. Rimase aperto seppur con evidenti fluttuazioni. Guardando attraverso il filtro di curvatura, Cergos se ne rese conto subito, come del resto sarebbe stato del tutto impossibile non notare il particolare.
Il tunnel si contraeva per poi ritornare alle sue dimensioni di apertura. Non solo non era stabile, era uno dei più instabili che avesse mai visto.
«Limitatrici al 120%» l’ordine del Maresciallo fu immediato, e del resto era quello più ovvio. Anche lui aveva visto le disastrose condizioni del tunnel e voleva dargli il colpo di grazia. Con un po’ di fortuna si sarebbe chiuso sotto l’azione delle limitatrici senza poter assolvere alla sua funzione.
Con gli occhi puntati in quella direzione, Cergos rimase sul filtro di curvatura. Riuscì a identificare con precisione il momento in cui le limitatrici vennero sovraccaricate. L’apertura si contrasse di colpo, sul punto di chiudersi. Il tunnel in quanto tale ormai era ridotto a poco più di un buco, ma non arrivò a chiudersi del tutto. Dopo qualche oscillazione andò a ristabilizzarsi su una dimensione decisamente inferiore a prima, ma comunque ancora visibile.
Non erano stati fortunati o, più probabile, i loro Nemici erano stati più efficienti a gestire il problema di quanto loro non fossero stati a crearlo.
«Missili pronti al lancio» il Maresciallo tornò a parlare «Maghi, state pronti»
Primo ordine del tutto inutile, ma comunque forse valeva la pena di sprecare qualche missile. Nonostante fosse ovvio che per un tunnel così stretto, così micidialmente instabile, non sarebbe potuto passare pressochè nulla. Forse anche solo un caccia, con la sua massa, sarebbe bastato a far collassare il passaggio. Solo una cosa poteva passare attraverso quel passaggio. Maghi.
Quello sarebbe uscito, quasi di sicuro nient’altro. E il solo fatto che il Nemico non stesse rinunciando, che di fronte alla patetica instabilità di un tunnel quasi inesistente non avesse ancora deciso di chiuderlo, era fin troppo preoccupante. Poteva solo voler dire che la loro valutazione era di potercela fare solo coi maghi. Ammesso ovviamente che il tunnel sarebbe rimasto aperto.
Forse, dall’altra parte, qualcuno stava discutendo in tutta rapidità, constatando che con un simile tunnel non era possibile far nulla, che forse sarebbe stato meglio rimandare.
Quasi nemmeno se ne rese conto mentre succedeva.
Come fosse stato parte del nulla che andava a riempire l’apertura lasciata dal tunnel, qualcosa sgorgò fuori. Frammentato in lunghi filamenti neri che andavano ad addensarsi con rapidità in una zona definita. Frammenti che erano visibili attraverso il filtro di curvatura.
A occhi spalancati rimase a guardare quegli stessi filamenti che andavano a formare una figura sempre più definita, con braccia, gambe. Una figura antropomorfa che prendeva sempre più consistenza. Ormai era chiaro che quello fosse un mago nemico.
Un mago nemico che era passato attraverso un tunnel spaziotemporale senza l’ausilio di una navetta di trasporto. 
Semplicemente assurdo.
«Concentrare i cannoni al plasma sul mago» ordinò il Maresciallo, se giudicava la situazione anche solo fuori dall’ordinario non lo dava a vedere «Lanciate i missili, settare il punto d’esplosione dove si trova il mago»
Entrambe mosse inutili, niente sarebbe riuscito anche solo a sfiorarlo.
Ma forse sarebbe bastato a distrarlo.
Portando una mano a sistemarsi meglio la visiera sugli occhi, Cergos se ne rese conto solo in quel momento.
Il mago stava espandendo il suo potere. L’oscurità vorticava attorno a lui come impazzita, ma non era quello il particolare da notare. Il particolare era il tunnel che si stava stabilizzando poco per volta. E in qualche modo, con non si sapeva che stregoneria, era il mago che lo stava stabilizzando, non c’era altra spiegazione, nonostante il fatto fosse virtualmente impossibile.
Un qualunque attacco diretto contro di lui forse l’avrebbe distratto dalla sua opera. E il Maresciallo l’aveva già pensato, nonostante almeno con i cannoni al plasma non avesse avuto successo.
Passando per un momento al filtro di radiazione, Cergos si aspettò di trovare i fasci di plasma che passavano attraverso il corpo del mago senza alcun danno.
Li vide che deviavano la loro traiettoria andandolo solo a sfiorare.
Rimase paralizzato nella sua posizione, incapace di muovere anche solo un dito.
«Missili partiti, signore» una voce confermò l’ordine del Maresciallo «Al bersaglio in undici secondi»
Ma anche quelli non avrebbero sortito effetto, di fatto era una certezza per lui. Se c’era una cosa sicura era che avevano di fronte un mago con un controllo sul proprio potere ben oltre la media. E purtroppo, quella era la valutazione più ottimistica della situazione.
Attraverso il radar riuscì a seguire la traiettoria dei missili. Almeno quaranta missili antinave che cominciarono a esplodere quando ancora la strada che avevano percorso era poco più della metà dal bersaglio.
Una serie di esplosioni illuminarono quella sperduta regione di spazio di una luce abbagliante. Rimanendo fisso sul mago avversario, Cergos lo vide per la prima volta con chiarezza.
Una figura snella con le braccia allargate, le gambe appena divaricate, la testa rivolta a guardare in avanti. Ammesso che di guardare si potesse parlare.
Non vedeva occhi, come del resto non vedeva un volto. L’intera testa non sembrava altro che una superficie riflettente che specchiava la luce delle esplosioni, come del resto l’intero corpo del mago. Risaltava nell’oscurità che creava col suo dominio, una figura luminosa in un mare di ombre.
Un Gran Maestro.
Quello era un Gran Maestro. Non che ci fossero molti dubbi anche solo da come si era presentato, ma quanto aveva appena visto gli toglieva ogni dubbio. Aveva letto la descrizione, e combaciava perfettamente.
L’appellativo usato dai loro predecessori, gli Specchiati, si adattava in tutto e per tutto. Di fatto era esattamente ciò che erano.
«Sensori» il Maresciallo tornò a farsi sentire «Il livello di forza?»
«0,56, signore» la risposta arrivò all’istante.
«I maghi pronti a uscire» il Maresciallo ordinò subito.
Con movimenti stanchi, Cergos si mosse dal posticino appartato che si era trovato nei pressi dell’uscita dalla sala comando. Sempre con la visiera sugli occhi si assicurò di cosa stesse facendo il Gran Maestro. Lo vide sempre fermo nella sua posizione.
Si avvicinò al Maresciallo andando ad affiancarlo. Parlò quasi in un sussurro:
«Non è il livello di forza a essere preoccupante» Cergos, nonostante tutto, si trovò a intervenire.
«Lo so, maledizione» l’altro rispose con calma, nonostante tutto «E, tra le altre cose, dubito che stia stabilizzando il tunnel solo per farci vedere che è capace di farlo»
Cergos annuì: «Come minimo ne arriverà un altro»
«Hai idee, Cergos?»
Preso del tutto alla provvista, lui non riuscì a far altro che voltarsi per guardare il suo superiore. Quella era in assoluto la prima volta che il Maresciallo gli chiedeva aiuto.
«Sarebbe un ottimo momento per una mossa geniale» l’altro continuò.
Cergos scosse il capo: «Mandare i nostri maghi»
«Tattica suicida»
«Non è uno 0,56, quello è un Gran Maestro»
«Sì, l’avevo capito»
«Quello che arriverà dopo di lui dubito sarà da meno»
«Ovvio»
«Ma comunque non abbiamo alternative»
«Dobbiamo solo sperare che la maggiore potenza della serie ARC5 sia sufficiente» il Maresciallo si espresse in un sussurro per poi dare l’ordine ad alta voce «Maghi fuori. Hinor, andate finché è solo uno»

Stesso istante
Prima Astronave Madre della Flotta


«Ora di andare» la voce di Sani non aveva nulla di preoccupato «Portamene un pezzo per ricordo, se avanza qualcosa»
«Non la vedo così semplice» con un semplice gesto del braccio, Hinor richiamò a sé tutti e otto i maghi che l’avrebbero accompagnato.
«Per uscirne vivo uno contro otto dovrebbe essere una divinità»
«L’impressione» dopo aver abbozzato un unico passo, Hinor si lanciò in avanti, sviluppando la massima velocità nel giro di un attimo «è proprio quella»
Stando solo alla percezione, si accertò che tutti gli altri gli fossero dietro, poi continuò. Non avrebbe più risposto a Sani anche in caso il suo compagno gli avesse parlato ancora, ma a quanto pareva non si sarebbe rivelato necessario. Sani aveva deciso di starsene zitto, per quanto non credesse all’emergenza che tutti loro stavano vivendo.
Da parte sua, Hinor non poteva definirsi un esperto di magia, la verità era che fino a non molto tempo prima non ne sapeva quasi niente, di sicuro non sapeva nulla di magia a così alto livello. Come conseguenza non aveva la possibilità di esprimere un vero giudizio, ma la sensazione che gli dava quella situazione era orribile.
Passò attraverso allo scafo dell’astronave madre facendo il possibile per adeguarsi al passo dei compagni che quantomeno tentavano di stargli dietro. L’effetto dei soppressori di campo si faceva sempre più fievole di secondo in secondo, ma comunque si limitò nell’aumentare la velocità. 
Dovevano arrivare sul nemico tutti insieme, quello era imperativo. Nel punto in cui stazionava il mago nemico non vi era alcuna soppressione, le navi erano troppo lontane. E un simile terreno di scontro lo rendeva un avversario estremamente pericoloso. I maghi umani erano stati duri maestri in quella lezione. 
In uno scontro dove vi era libero accesso ai pieni poteri, l’abilità era un fattore determinante. E la netta impressione che dava il loro avversario era di avere un controllo assoluto sul proprio dominio.
Ormai cominciava a vederlo. O meglio, cominciava a identificare con precisione l’impronta che il suo potere lasciava sullo spazio circostante. Una pozza oscura uniforme, quasi completamente circolare. Tutto intorno alla pozza il fondo stellato risaltava distorto, piegato, come se fosse stato accartocciato. Un effetto che aveva visto solo in presenza di un buco nero.
Incrementò ancora la velocità, scartando a priori l’ipotesi del teletrasporto. Sarebbe stato un inutile esporsi contro un avversario di cui non sapevano nulla, non sarebbe stato saggio. Ormai l’effetto dei soppressori era nullo, sarebbero arrivati lì in poco tempo.
Ma comunque non sarebbe stato sufficiente.
Sulle prime sembrò un’esplosione. Nonostante si trovasse ancora a una certa distanza, distinse con chiarezza lo scoppio di luce. L’attimo dopo dal tunnel sgorgò un mare di fiamme che si espandeva in tutte le direzioni, con violenza, con rapidità.
Era arrivato un altro mago.
Lo seppe per certo ancora prima di percepirlo. Dal tunnel era appena uscito un secondo mago nemico. Dunque sarebbero stati due contro otto.
Tutto un altro tipo di scontro.
Con un ultimo scatto andò a colmare la restante distanza che lo separava da loro. Cominciò a decelerare per tempo andando a fermarsi a una distanza di sicurezza.
Non si voltò indietro a guardare dove fossero i suoi compagni, sentiva con precisione dove si trovavano e quanto gli mancasse per raggiungerlo. Rimase sui suoi nemici.
Ora riusciva a scorgere l’ultimo arrivato. Al centro di quell’immensa marea di fiamme spiccava una figura a malapena distinguibile, solo a tratti visibili tra le vampate che andavano ad abbracciare una zona assurdamente troppo grande.
Le fiamme si estendevano tutto intorno con una luminosità inconcepibile, solo la zona in cui era presente l’altro mago nemico rimaneva scura come la pece, impenetrabile.
Forse non era una così buona idea affrontarli.
Era un sentore netto che avvertiva nel valutare quella situazione, nell’osservare i suoi avversari. Purtroppo però, c’era un’altra verità. 
Non avevano scelta.
Percepì che anche i suoi compagni ormai l’avevano raggiunto e si preparò a scattare per colmare la distanza residua che li separava dai nemici.
In quel preciso istante, in uno scoppio d’oscurità che andò a ingoiare anche l’immenso mare di fiamme che ormai si era espanso a dismisura, uno dei due maghi scomparve nel nulla.
Hinor si concentrò subito sul suo scudo. Aveva già visto un trucco simile, usato dai maghi umani. Il teletrasporto utilizzato come tattica di combattimento.
Si assicurò che anche tutti i suoi compagni avessero preso la sua stessa precauzione, ma ognuno di loro aveva agito pressoché per istinto, rinforzando le proprie difese. A quel punto era solo questione di aspettare, ma era già passato troppo tempo.
Se quello voleva essere il preludio di un attacco, si sarebbero dovuti trovare addosso quel mago dell’oscurità già da un pezzo. E il fatto più inquietante era che la sua aura era scomparsa nel nulla.
Concentrandosi il tempo di un attimo sulle sue percezioni, Hinor non riuscì a trovarne nemmeno una traccia, niente. Si era dileguato.
Forse aveva riattraversato il tunnel?
No, non avrebbe avuto senso, e in ogni caso in quel momento non c’era il tempo di pensarci. C’era ancora un nemico da affrontare.
Rimase a fissarlo ancora un momento, mentre le fiamme che sgorgavano da lui ritornavano a espandersi come un incendio. Un incendio che nemmeno avrebbe dovuto esserci. I maghi del fuoco, per quanto ne sapeva lui, nello spazio vuoto non producevano fiamme. Nemmeno i maghi umani ne producevano. L’essere che avevano di fronte sembrava un vulcano in eruzione.
C’era qualcosa di mortalmente sbagliato in tutto ciò che stava succedendo.
Il mago restava immobile, era chiaro che non avesse la minima intenzione di attaccare, si limitava solo ad aumentare l’estensione del suo potere. O almeno quella era l’impressione visiva che dava la situazione. Stando alla semplice percezione il livello di potere di quell’essere rimaneva stabile. Considerevole, ma niente di drammatico.
Attaccare era una pessima idea. Di colpo ne ebbe la certezza, non ne avrebbero ricavato nulla anzi, si sarebbero solo danneggiati.
Eppure era una scelta obbligata.
Scattò verso il nemico assicurandosi che tutti gli altri lo seguissero. La sua percezione del tempo subì un’impennata arrivando in pochi istanti al massimo possibile.
Senza la minima sorpresa constatò come il mago avversario si fosse adattato all’istante alle nuove condizioni di scontro, lo si poteva notare anche solo dalla coltre di fiamme che continuava ad agitarsi con violenza anche in quel momento. Ma in fin dei conti, nemmeno si illudeva di poterlo prendere di sorpresa.
Accelerò ancora verso di lui mentre portava il braccio al fianco. Entrando a contatto con quel mare di fiamme sentì subito il suo scudo che veniva intaccato, ma non si fermò. Si lanciò dritto sul bersaglio e sferrò il pugno appena arrivò a contatto, più veloce che poté. L’avversario non si mosse.
Si vide riflesso sulla superficie di quel corpo mentre ormai era a nemmeno un passo di distanza. Per un momento si illuse sul serio che lo avrebbe colpito, ma la sua mano incontrò solo il nulla.
Voltandosi di scatto andò a sincerarsi di dove si fosse spostato l’avversario. Lo ritrovò esattamente dove lo aveva lasciato. In qualche modo, quell’essere era riuscito a schivare il colpo senza muoversi, scartò a priori l’ipotesi che ci fosse riuscito tramite un qualunque tipo di movimento. Non c’era nessuno che potesse batterlo in velocità, almeno di quello era sicuro, e quell’essere non faceva eccezione.
Assecondò l’inerzia che lo spingeva ad allontanarsi dal nemico e rimase a guardare, da debita distanza. I suoi compagni stavano arrivando in massa in quel momento, Mergol aveva appena sferrato il suo attacco.
Seguì la sfera d’ombra del compagno dirigersi verso il bersaglio che nemmeno sembrava averci fatto caso. Il mago nemico se ne stava immobile dove si trovava, senza dare il minimo peso al fatto di essere sotto attacco. Si guardava attorno, ma puntando in lontananza, sembrava che stesse osservando il cordone di navi che lo circondava.
La sfera d’ombra lo raggiunse e lo oltrepassò come se niente fosse.
Arrestandosi di colpo, Hinor rimase a fissare a occhi sbarrati quella… cosa. Il nemico non si era spostato, e nemmeno aveva fatto uso di quello stramaledetto incantesimo tanto amato dai maghi dell’oscurità, non si era reso incorporeo. Era andato ben oltre.
In un vago tentativo di cercare una spiegazione alternativa, Hinor ripercorse quanto aveva visto, ma non ne trovò altre. Con chiarezza, aveva visto la sfera d’ombra tuffarsi nel corpo del nemico per poi uscirne come se niente fosse, accompagnata da uno scoppio di fiamme che subito erano ritornate verso il mago avversario. Quella superficie riflettente che gli faceva da pelle, o qualunque cosa fosse, si era dissolta come tutto ciò che ci stava sotto, in una zona larga abbastanza per far passare l’offensiva. 
Il tutto con una velocità spaventosa, fin troppo spaventosa dato il livello di potere dell’avversario.
Quell’essere dimostrava un livello di forza che era quasi un terzo del suo, aveva il dominio sbagliato, come poteva essere così veloce?
Si lanciò di nuovo verso il nemico sfruttando l’occasione dei suoi ultimi compagni che arrivavano in quel momento. Si ritrovò a sferrare il suo attacco insieme agli ultimi due del gruppo.
Quella volta riuscì a distinguere il modo in cui la sua offensiva andò a vuoto.
Indirizzò il pugno al fianco sinistro. L’avversario non fece nulla, non cambiò in nessuna misura il suo corpo. Semplicemente il pugno non incontrò niente di solido, passò attraverso quell’essere senza trovare resistenza, solo una cocente sensazione di calore.
Senza interrompere la sua corsa, Hinor riprese ad allontanarsi. Perse un solo momento a guardarsi il braccio. Fino al gomito era lambito da fiamme che solo allora cominciavano a ritirarsi, attratte tutte nella stessa direzione, verso il mago avversario.
Lingue di fuoco che ritornavano a far parte di un corpo che non aveva consistenza fisica.
Lo capì di colpo, per il semplice fatto che non c’era alcun altra spiegazione. Quell’essere non aveva un corpo solido. Che quello fosse un incantesimo di difesa o una caratteristica intrinseca nella natura di quel mostro non era di alcuna rilevanza. L’unico fatto rilevante era quanto ne derivava. 
Quell’essere non poteva essere colpito.
Scosse la testa una volta mentre si voltava a studiare di nuovo la situazione.
Da qualche parte il trucco doveva esserci.
Vide Mergol che scagliava un secondo attacco, una sfera d’ombra di almeno un metro di diametro, quasi di sicuro volutamente enorme per mettere alla prova quel meccanismo di difesa.
Come se nulla fosse il corpo del nemico si disfece in una coltre di fiamme che vennero disperse dall’offensiva di Mergol. L’istante dopo, con rapidità incredibile, quello stesso corpo si era ricomposto, col mago nemico che ancora era impegnato a dirigere lo sguardo tutto attorno, con la massima calma, come se nulla fosse. Per quell’essere era come se attorno a lui non stesse succedendo niente.
Eppure in qualche modo dovevano fermarlo.
Ancora fermo dove si trovava, Hinor restò fisso sull’avversario. Per il momento se ne stava fermo, ma cosa sarebbe successo quando avesse deciso di muoversi? Cosa sarebbe successo quando avesse di colpo deciso di fare quello per cui era venuto? Perché era evidente, nemmeno era possibile che fosse uscito da quel tunnel solo per starsene fermo a guardarsi in giro.
Quando quell’essere si fosse mosso, loro cosa avrebbero fatto?
Nemmeno riuscì a tentare di darsi una risposta, nemmeno il tempo di sentire l’opinione dei suoi compagni.
Il mago nemico partì, con una rapidità raccapricciante, diretto verso le navi che lo attorniavano.
Due dei suoi compagni che si trovavano in traiettoria arretrarono di qualche passo per poi prepararsi al momento in cui si sarebbero scontrati col nemico. Come ormai era prevedibile, il corpo dell’avversario si sciolse in una coltre di fiamme che andarono a sfiorare i due maghi, lambendoli senza toccarli.
Impegnato a osservare la scena da qualche centinaio di metri di distanza, Hinor vide le fiamme che continuavano ad avanzare con velocità impressionante mentre cominciavano già a ricomporsi in un corpo definito.
Scattando all’inseguimento, Hinor ne ebbe la certezza.
Ovunque stesse andando quell’essere, loro non erano in grado di impedirglielo.

Poco prima
Prima Astronave Madre della Flotta


«Dov’è finito?» il Maresciallo pose la domanda pressoché l’attimo dopo la scomparsa del mago dell’oscurità. Aspettò forse mezzo secondo prima di chiedere, ma del resto era un tempo più che sufficiente per stabilire con chiarezza che non sarebbe riapparso alla spalle degli avversari per iniziare uno scontro.
Nessuno gli diede una risposta, per il semplice fatto che una risposta non c’era.
A pochi passi dallo schermo centrale, Cergos rimase sulle immagini. Era scomparso nel nulla. Non c’era filtro o sensore che ne desse traccia, di lui non era rimasto nulla. Restava solo il mago del fuoco. Quello dell’oscurità era rimasto il tempo strettamente necessario per permettere il passaggio del compagno, poi se n’era andato.
Certo, la domanda a quel punto era: Dove?
Aveva riattraversato il tunnel? No, escluso. E si sentiva di dire che anche un Gran Maestro non sarebbe mai riuscito a celare la propria presenza di fronte alla mostruosa quantità di sistemi di sensori che lo stavano cercando.
«Dove?» il Maresciallo si trattenne dall’urlare.
«Rilevo…» la risposta arrivò, ma non dalla zona della sala comando che era lecito aspettarsi «Rilevo qualcosa che si allontana da noi, signore»
Cergos si voltò verso l’operatore che aveva parlato a occhi sbarrati. Il rilevamento era stato fatto dai navigatori.
«A che…» il Maresciallo nemmeno riuscì a finire la frase tutta in una volta «A che velocità?»
«Sei» l’operatore ricontrollò il dato prima di dirlo «Sei milioni e trecentomila»
Rimanendo fisso alla sua destra, impegnato a guardare l’operatore che aveva parlato, Cergos cercò quantomeno di evitare di sembrare troppo sconvolto.
Sei milioni di volte la velocità della luce. Quel mago, da solo e senza nessun aiuto di nessun tipo, stava viaggiando a una velocità iperluce apparente degna di una nave da guerra.
«Direzione?» il Maresciallo, a quanto pareva, aveva assorbito la notizia molto meglio di lui. Parlò con voce chiara e ferma.
L’operatore attese ancora un attimo: «Si dirige verso la stazione spaziale, signore»
E quella era una notizia prevedibile, d’accordo. Quantomeno le azioni del nemico cominciavano ad avere un senso. Un mago era andato a rincorrere la stazione spaziale. Era la funzione che avrebbe dovuto avere il secondo che restava un mistero.
E quello non era un bene.
«Il mago si muove, signore» un’altra voce attirò la sua attenzione.
Il Maresciallo andò subito a rivolgersi verso l’operatore che l’aveva chiamato.
Senza neanche porsi il dubbio, Cergos si rivolse allo schermo centrale. Era vero. Lo si poteva vedere anche a occhio nudo, quel mare di fiamme era in movimento. Si allungava in un cono sempre più stretto indicando la direzione del nemico, si faceva sempre più veloce.
Quasi si riuscì a vedere il momento in cui il nemico abbandonò il tempo primario. La brusca impennata di velocità si produsse in uno scoppio di fiamme che poi si ridusse a un sottile filamento. Una rapidità spaventosa anche solo a guardarla.
«NON C’È MODO DI FERMARLO» sentì le urla di Hinor da un momento all’altro. A quanto pareva anche lui era uscito dal tempo primario.
«Per prima cosa calmati» il Maresciallo prese subito la parola. A quanto pareva la comunicazione era diretta anche a lui «Poi riparti»
Hinor fece qualche secondo di pausa, prima di riprendere: «Non c’è modo di colpirlo, né di rallentarlo, né di impensierirlo in alcun modo. Finora non ha fatto altro che ignorarci, non siamo riusciti a fargli neanche un graffio»
«È veloce?»
«I colpi gli passano attraverso» Hinor fu lapidario nella risposta.
Accennando ad aprire la bocca, Cergos la richiuse subito. Non aveva alcuna rilevanza chiedere se l’incantesimo di difesa usato dal nemico fosse simile a quello adoperato per passare attraverso la materia. L’unico fatto importante era l’effettiva impossibilità di colpirlo, visto che era confermata da Hinor.
«Cergos» una voce lo richiamò.
Spostando gli occhi in quella direzione, lui trovò il Maresciallo che lo guardava. Nemmeno c’era bisogno di chiedergli cosa volesse, aspettava un qualunque tipo di consiglio. Non poté far altro che scuotere la testa, in segno di resa. 
Stavano succedendo troppe cose e troppo in fretta.
«Rallentatelo in qualunque modo» il Maresciallo scoccò una rapida occhiata allo schermo centrale «Adesso che non c’è più il mago dell’oscurità il tunnel sta perdendo stabilità, tra non molto sarà chiuso. Basta dare un minimo di tempo alle Limitatrici»
Fu come una luce che si accendeva.
«È solo questione di guadagnare tempo, precisamente» Cergos si ritrovò a parlare senza il minimo dubbio. Attese di avere l’attenzione del Maresciallo, poi riprese, alla massima velocità che gli consentiva la sua voce «Quello dell’oscurità ha stabilizzato il tunnel, ha fatto passare un altro mago, poi è andato a raggiungere la stazione spaziale. Ma sa che è troppo lontana, sa che il tunnel non resisterà abbastanza a lungo da permettergli di arrivare, distruggerla e poi tornare. Il secondo mago, quello del fuoco, serve a questo, a fargli guadagnare tempo»
Riprese fiato il tempo di un attimo prima di proseguire: «Nessuno dei due ha la minima intenzione di far chiudere il tunnel prima di averlo riattraversato. Dunque è solo questione di temporeggiare. Se si renderanno conto di non potercela fare, desisteranno»
Il Maresciallo rimase a guardarlo un secondo, prima di partire: «A tutte le navi, l’obiettivo del nemico sono le Limitatrici, i maghi si dirigano lì. Avete ancora una decina di secondi prima che transiti attraverso il cordone di contenimento, le navi più vicine tentino di portarlo entro la zona di influenza dei soppressori. E voi, allontanate quella stazione spaziale il più possibile, e il più in fretta possibile»
In risposta ottenne un coro di conferme, solo una voce che non diede il suo assenso: «Non è un propulsore concepito per la velocità, ci raggiungerà comunque»
«I motori gravitazionali sono, di fatto, l’unica cosa che saremmo in grado di sostituire senza problemi, in quella stazione» il Maresciallo non ebbe la minima esitazione «Fondeteli se necessario, ma dovete allontanarvi»
L’attimo dopo stava parlando con Hinor: «Andate alle Limitatrici. Appena entra nell’influenza dei soppressori di campo, sbranatelo»
«Sì, signore»
E quelli erano tutti gli ordini che c’erano da dare. Il Maresciallo aveva interpretato alla perfezione ogni parola del ragionamento.
Adesso c’era solo da sperare che sarebbe stato sufficiente.
In silenzio, Cergos ritornò a guardare lo schermo centrale. Ora le azioni del nemico avevano un senso. Il problema a quel punto diventava: erano riusciti a scoprirlo abbastanza in fretta?

Capitolo 19-2 by Caladan Brood
Author's Notes:
ho riletto solo due scene, e solo per assicurarmi che non mi fossero scappati indizi troppo assassini :D.
per il resto, vediamo che ne pensate, buona lettura :P.
PS: ah si, se non vi torna qualcosa con le tempistiche fatemi un fischio. ho lo stesso orrendo dubbio, se confermate modifico un pò il tutto e faccio quadrare la situazione :)

Stesso istante
Centomila chilometri dal perimetro di contenimento

Sbranarlo.
Bisognava prenderlo, prima.
Lasciandosi alle spalle tutti i suoi compagni, Hinor continuò l’inseguimento incurante del fatto che ormai fosse da solo. Contro lo specifico avversario cominciava a credere che essere in tanti o in solitaria non avrebbe fatto molta differenza. In entrambi i casi non ci sarebbe stato modo di colpirlo.
Questo almeno fino a che non fossero entrati all’interno della zona soppressa. Lì la situazione avrebbe potuto presentarsi diversa, ma in ogni caso ci voleva qualcuno che lo trattenesse fino all’arrivo degli altri.
Più facile a dirsi che a farsi.
Quel mago possedeva una velocità prodigiosa. A stento era riuscito ad avvicinarsi in modo impercettibile, e dopo una distanza complessiva percorsa impressionante. Era un dato di fatto, quell’essere possedeva la sua stessa velocità. Il che ovviamente non aveva senso. Le percezioni che gli suggeriva quel mago non davano evidenza di un livello di potere particolarmente elevato, alla pari dei più forti maghi umani, niente di straordinario. Eppure le cose stavano in modo diverso.
Attingendo al massimo al proprio dominio, Hinor accelerò ancora. Doveva riprenderlo, in qualunque modo. Distrarlo in modo da farlo entrare nella zona soppressa creata dalle navi che delimitavano il perimetro di contenimento. Quell’essere non doveva arrivare alle Limitatrici, non doveva aver la possibilità di ritardare la chiusura di quel tunnel. Anche e soprattutto perché da quel maledetto buco avrebbero potuto uscire altri maghi come quello. E già uno era più che sufficiente.
Avvertì con chiarezza la pelle delle gambe che si lacerava, profondi squarci che cominciavano a invadergli il collo. Stava usando più potere di quanto riuscisse a controllarne, ma non aveva alternativa. Finalmente la distanza che lo separava dal nemico cominciava a diminuire. Ancora poco e lo avrebbe avuto a portata di tiro.
Lo vide scomparire davanti ai suoi occhi in quel preciso istante, in una vampata accecante di fiamme.
Dove diavolo si era cacciato? E, domanda ancora peggiore, come mai non si era nemmeno accorto che si stesse preparando un teletrasporto?
Nemmeno riuscì a farsi sorgere il dubbio che ne ebbe conferma. Avvertì la presenza del mago nemico riprendere una posizione definita, ed era successo esattamente quanto ci si doveva aspettare.
Con un unico teletrasporto, quell’essere aveva eluso del tutto il perimetro di contenimento, saltando in blocco la zona soppressa presente tra nave e nave. A quel punto non restava che seguirlo verso le limitatrici, con la pressoché certezza che non sarebbe mai riuscito a fermarlo prima che ci arrivasse.

Stesso istante
Prima Astronave Madre della Flotta


«Ha saltato in blocco il perimetro di contenimento» l’operatore comunicò il suo rilevamento con una certa nota di apprensione.
Il Maresciallo accettò la notizia senza dire una parola. Se lo aspettava, com’era ovvio del resto.
Il nemico che stavano affrontando non era uno sprovveduto, di sicuro sapeva cosa fosse un soppressore di campo, e com’era ovvio sapeva come eluderne gli effetti.
Non poteva essere altrimenti. Quella stessa stazione spaziale che adesso tutti loro stavano cercando di proteggere ne era la prova. Al suo intero aveva una tecnologia che non dava il minimo dubbio. I costruttori di quell’artefatto, i precedenti avversari di quegli esseri, sapevano molto bene cosa fosse un soppressore di campo e di sicuro se ne erano avvalsi nel corso della guerra che poi avevano perso.
Fingendo una calma che in quel momento non si sentiva, Cergos rimase a controllare l’inesorabile avanzamento di quel mago verso la limitatrice.
Almeno una certezza c’era. Per poter andare a distruggere la nave che era il suo obiettivo, il Gran Maestro avrebbe dovuto entrarvi, ed entrandovi sarebbe entrato nell’influenza dei soppressori di campo.
«Sappiamo quale Limitatrice sarà attaccata per prima?» il Maresciallo pose la domanda guardando la sua volta lo schermo centrale. Di fatto si era già dato una risposta, chiedeva solo conferma.
«A meno di un brusco cambio di direzione» uno dei navigatori rispose «L’obiettivo è la Limitatrice Xeria»
«ARC5» il Maresciallo non perse tempo «L’obiettivo del nemico è la Xeria, voi dirigetevi lì. A tutti gli altri maghi, state pronti nelle altre Limitatrici»
Un ordine sensato, anche se ovviamente c’era da sperare che gli ARC5 avrebbero bloccato il Gran Maestro sulla Xeria. Non sconfiggerlo, non c’era da sperare tanto, non dopo quello che aveva detto Hinor, ma almeno tenerlo impegnato il tempo necessario a far richiudere il tunnel.
Non era poi così difficile, in fin dei conti, questione di un paio di minuti, al massimo.
«Il nemico sta entrando nella zona di soppressione della Xeria» uno degli operatori diede la conferma di quanto doveva succedere a momenti.
«Riduzione della velocità d’avanzamento del mago nemico?» il Maresciallo chiese all’istante.
La risposta tardò. Tardò un tempo sufficiente a farlo rabbrividire. Fermo a seguire quel puntino rosso sulla mappa, Cergos seppe la risposta ancora prima che l’operatore la dicesse. Riuscì a rendersene conto anche solo guardando a occhio.
«Ha… ha accelerato, signore» l’operatore confermò le sue paure «Velocità 11200 km/s. È già penetrato all’interno dello scafo»
Pur senza rendersene conto, nonostante fosse una notizia che già aveva intuito, Cergos si ritrovò a trattenere il fiato, immobile dove si trovava. E nemmeno era stato l’unico ad aver avuto quella reazione.
Il silenzio che ne derivò fu agghiacciante. L’assenza di parole era il meno, per un momento in tutta la sala comando nessuno mosse un dito. Era come se tutti fossero paralizzati, mentre un mago nemico sfrecciava all’interno di un campo di soppressione che, per forza di cose, non era stato concepito con dimensioni tali da sopperire a una tale velocità.
Spostandosi sul Maresciallo, lo vide che ricambiava il suo sguardo del tutto immobilizzato. Nessuna reazione, nessun movimento, nessun cenno di essere sul punto di dare una qualunque disposizione.
E nemmeno se la sentiva di biasimarlo, data la situazione. I soppressori di campo erano sempre stati l’unica certezza, anche contro maghi di abilità sconfinata come gli umani. La possibilità che potessero arrivare a essere inefficaci non era stata nemmeno contemplata.
Di fatto erano impotenti. Impotenti di fronte a un unico mago.
Il Maresciallo si rianimò come di colpo. Urlò rivolgendosi a nessuno si trovasse in quella sala: «Hinor, il mago nemico non risente dei soppressori di campo, è appena penetrato all’interno della nave. Stiamo per attivare gli inversori all’esterno, colmate la distanza e andate a prenderlo»
«All’interno ci sarà comunque un livello di soppressione» Hinor pose l’osservazione più ovvia di questo mondo, banale di fatto.
«Anche lì avrete gli inversori, fate come ho detto» il Maresciallo abbandonò la conversazione per poi partire con una comunicazione generale «A tutte le navi, il mago nemico riesce a non risentire degli effetti di soppressione. Impostate gli inversori di campo per attivarsi in tutte le zone circostanti a quelle in cui si troverà»
Nessuno azzardò alcuna obiezione, fosse stato anche solo per il semplice fatto che non c’era niente di meglio.
C’erano diverse falle in quella strategia, prima tra tutti la possibilità che il mago nemico avesse conservato anche la possibilità di passare in tempo primario. In quel caso non ci sarebbe stato modo di arginarlo comunque. Gli inversori erano uno strumento progettato appositamente per essere velocissimo, ma non così veloce. Secondo problema era costituito dal fare un uso assolutamente inaudito del sistema di difesa più dispendioso in assoluto, in termini energetici. Ma nonostante tutto era l’unica soluzione che potesse garantire una pallida possibilità di successo.
Di fatto non c’era altro che potessero fare.

Stesso istante
Zona perimetrale esterna della Limitatrice Xeria

Il loro nemico non risentiva degli effetti dei soppressori di campo.
Del tutto assurdo, semplicemente impossibile, eppure perché non ne era sorpreso?
Nel momento in cui il Maresciallo glielo aveva comunicato si era sentito come se gli avessero confermato un dubbio, non come se gli avessero rivelato una verità sconcertante.
In fin dei conti era in linea con le capacità di quell’essere.
Hinor sentì l’azione dei soppressori di campo che mollava la presa su di lui da un momento all’altro. Gli inversori erano entrati in funzione, finalmente. La sua percezione del tempo subì subito un’impennata, con un unico teletrasporto riapparve a pochi metri dallo scafo della nave. 
Riusciva a percepire il suo nemico. Aveva diminuito la velocità di molto, chiaro segno che fosse passato in tempo primario per aver la possibilità di controllare i propri movimenti. Proseguiva in linea retta verso il centro della nave, ma non verso il reattore principale.
Quell’essere non sapeva dove fossero i centri nevralgici della nave. Una consapevolezza che lo invase all’istante, nel momento stesso in cui si rese conto che il nemico stava avanzando senza una meta.
Quello era un vantaggio.
Attese che anche i suoi compagni arrivassero, già all’erta per percepire quanto sapeva dovesse succedere. 
Il Maresciallo non aveva perso tempo a precisarlo, ma quanto sarebbe successo era ovvio. Gli inversori si sarebbero attivati in una zona vicina a quella in cui era il mago, permettendo a loro di raggiungerlo.
Una strategia che pressoché in ogni altro caso si sarebbe dimostrata suicida, vero, ma lì, in quella situazione, tutti quanti loro contro un unico avversario, poteva funzionare. Soprattutto alla luce del fatto che non poteva essere che quella cosa non risentisse in nessuna parte degli effetti dei soppressori, in qualche modo dovevano influenzarlo, non poteva essere altrimenti.
Sì, ce la potevano fare.
Percepì, finalmente, i primi suoi compagni che lo raggiungevano. Mergol apparve accanto a lui, già pronto a schizzare verso l’interno. Polx era in arrivo.
Facendo affidamento a ogni stilla di percezione che potesse controllare, Hinor rimase in attesa di quanto doveva accadere. Era solo questione di tenere sotto controllo le zone vicine alla posizione del mago.
Lo sentì succedere di colpo. Da un momento all’altro sentiva di essere in grado di teletrasportarsi vicino, molto vicino, al mago nemico.
Il Maresciallo stava osando anche troppo.
Impostò l’incantesimo e scomparve all’istante.
Riapparve all’interno di una camera chiusa, percependo con chiarezza il nemico che sfrecciava a forse un centinaio di metri da lui.
Sperò sinceramente di non essere in un’area importante della nave.
Con un semplice cenno della mano strappò via un’ampia zona di parete alle sue spalle. Mosse in avanti il braccio imprimendo nella lastra metallica la massima velocità di cui fosse capace. La vide sparire sfondando il muro perimetrale che aveva davanti, diretta verso un bersaglio che forse non si sarebbe nemmeno disturbato a schivarla, ma comunque doveva tentare.
Nel momento in cui successe quasi non riuscì a crederci. La traiettoria che seguiva il mago nemico aveva subito un brusco cambio di direzione, e quel cambio di direzione era esattamente compatibile col percorso seguito dalla lastra che aveva appena lanciato.
Era riuscito a colpirlo.
Si teletrasportò all’istante ai limiti estremi della zona non soppressa. Adesso aveva il nemico a forse quaranta metri. A quanto pareva era immobile.
Con un cenno della mano, Hinor spazzò via la paratia che gli impediva la visuale. Al centro dell’immensa camera al di là dello squarcio, trovò il suo nemico che fluttuava a mezz’aria, con il fianco intaccato da quello che ormai non era altro che un taglio esteso, avvolto dalle fiamme.
La superficie riflettente che costituiva l’involucro di quell’essere si riformava a velocità spaventosa, nel giro di un momento della ferita non vi era più traccia.
Ma il fatto fondamentale era l’averlo colpito. Quell’essere poteva essere ferito.
Dunque poteva essere ucciso.
Con un ampio movimento del braccio destro richiamò la porzione di parete che aveva strappato via per spararla contro il bersaglio.
Il mago nemico reagì con lentezza, troppa lentezza. Cominciò a muoversi di lato troppo tardi, di fatto quasi non si mosse. Si ritrovò investito per buona parte dalla lastra di metallo che lo proiettò via mandandolo a schiantare contro il muro alle sue spalle sfondandolo.
I soppressori di campo stavano avendo un effetto su quell’essere, meno di quanto fosse lecito aspettarsi, vero, ma un effetto lo stavano avendo. Gli avevano sottratto la capacità di passare in tempo primario.
Un fattore di fondamentale importanza.
Immobile dove si trovava, Hinor richiamò un’altra porzione della camera in cui si trovava, nello stringere la mano a pugno gli diede una forma più compatta, la lanciò contro il nemico che ancora non si era mosso.
In quello stesso istante anche Mergol ultimò un nuovo teletrasporto per apparire giusto sopra il mago. Lanciò la sfera d’ombra senza tanto aspettare di aumentarne la potenza.
Entrambi i colpi raggiunsero il bersaglio, che nemmeno riuscì a muoversi.
Forse, entrando in quella nave, il loro avversario aveva commesso un errore fatale.
Un pensiero che ebbe da solo il potere di metterlo in allerta.
Nello stesso momento in cui anche Polx era arrivato a posizionarsi a una distanza utile per un attacco, percepì l’aura del mago nemico subire un’impennata, schizzando per un momento a un valore semplicemente folle.
E a un valore simile…
Cercò di allontanarsi il più possibile quando già sentiva la presenza del suo avversario che di colpo si era spostata dietro di lui. Nemmeno il tempo di afferrare a pieno che stava succedendo e il mago nemico si era trasportato, a forse nemmeno dieci passi da lui, in una zona in cui non c’era alcuna soppressione.
Continuando ad allontanarsi, Hinor iniziò subito a percepire gli inversori che si disattivavano, ma non abbastanza in fretta.
L’ondata di fuoco si liberò tutto attorno all’avversario, richiamata da un movimento delle braccia appena abbozzato, si rovesciò in un’unica direzione a una velocità irreale, senza la minima collimazione.
Incrementando il più possibile la velocità, Hinor puntò solo a togliersi di traiettoria, ma ormai quegli stessi inversori che avrebbero dovuto salvarlo cominciavano a limitargli i movimenti. Percepì con distinta chiarezza il calore che gli investiva la parte destra del corpo, fu costretto a escludere i recettori del dolore quasi subito.
Qualunque danno avesse subito, non era di poco conto.
Continuò comunque ad allontanarsi il più in fretta possibile, con gli occhi fissi al nemico che già stava caricando una nuova offensiva. Ma finalmente gli inversori si erano disinseriti del tutto.
Una serie di quattro diverse offensive, da quattro posizioni diverse, saettarono verso quell’essere. Investito da tutte e quattro, il mago nemico si ritrovò proiettato all’indietro con violenza.
E a quel punto era tempo di andarsene.
Sviluppando la massima velocità di cui era capace, Hinor si allontanò premurandosi di non voltare mai le spalle al pericolo. Si sentì un minimo al sicuro solo quando uscì dalla zona soppressa. Con la percezione del tempo che ritornava ai massimi livelli, si concesse un’occhiata al suo fianco destro. Parte del torace era carbonizzato, la carne della gamba era scomparsa fino all’osso, del braccio non rimaneva nulla al di sotto della spalla.
E da come si era messa la situazione, doveva ringraziare la sua buona stella di essere ancora vivo.

Stesso istante
Prima Astronave Madre della Flotta


«Funziona, signore» dalla zona della sala controllo addetta alle comunicazioni arrivò la notizia meno aspettata, nonché la migliore «Il mago nemico ha una capacità ridotta di passare in tempo primario, e pare non essere in grado di evitare gli attacchi»
«Accelerazione temporale stimata?» il Maresciallo non si fece pregare.
L’operatore ci mise un momento a rispondere: «73, oltre un fattore dieci in meno»
E quella era una buona notizia.
Sentendosi quasi sollevato da quando… nemmeno ricordava da quando, Cergos si lasciò sfuggire un sospiro.
Era una buona notizia sul serio. Ora la condizione era di un mago, da solo, attorniato da un otto maghi sui avversari con un’accelerazione temporale di oltre 1000. Non avrebbe potuto gestirli, e a quanto pare aveva perso la capacità di farsi passare attraverso i colpi ricevuti.
Le cose si stavano mettendo bene.
«Come sono messi?» il Maresciallo chiese di nuovo, lasciando passare, probabilmente, due secondi contati. Oltre due minuti stando alla percezione temporale del Gran Maestro, oltre venti per i loro maghi. Lo scontro poteva anche essere già finito.
Ci sperò, per un momento.
«Il mago nemico uscito dalla Limitatrice, signore» rispose lo stesso operatore di prima «Ha affrontato lo scontro per 0,4 secondi. Poi è uscito»
«È ferito?» il Maresciallo pose l’altra ovvia domanda.
«È stato colpito» l’operatore esitò, al solo guardarlo in volto si capiva quantomeno l’ordine di grandezza «487 volte, i maghi non rilevano danni o traumi evidenti»
Una cosa spaventosa.
Lo avevano mitragliato, martellato, disintegrato di colpi. Si poteva solo immaginare che razza di potenza avessero potuto avere le offensive che gli venivano lanciate, visto il mostruoso vantaggio di accelerazione temporale di Hinor e gli altri. E non gli avevano fatto niente.
Quella non era una buona notizia.
Come potevano fermare un simile mostro?
«Non ha importanza» il Maresciallo, evidentemente, in quel momento ragionava in termini immediati «Non può permettersi di entrare nelle navi, non può distruggerle, ha perso. Tempo stimato alla chiusura del tunnel?»
La risposta arrivò pressoché all’istante: «Un minuto»
Con un sospiro, il Maresciallo, annuì: «Gli ARC5 possono sentirmi?»
«Hanno abbandonato il tempo primario, signore»
«Hinor» lui non si fece pregare.
«Signore?»
«Temporeggiate, se entra in una nave attaccate. Se si muove seguitelo, ma state a distanza di sicurezza»
«Si, signore» il mago non fece obiezioni.
«Forse ce l’abbiamo fatta» sussurrò il Maresciallo.
A nemmeno tre passi da lui, Cergos si trovò a sentirlo per puro caso. Ma forse era vero. Forse, almeno per quella volta, ce l’avevano fatta. Per quanto riguardava il successivo scontro… ora avevano la definitiva prova che avrebbero dovuto adoperarsi al massimo perché non vi si arrivasse mai.
Il Gran Maestro ora era fermo, immobile, non attaccava, non era entrato in tempo primario nonostante ne avesse l’occasione. Con un po’ di fortuna, entro pochi secondi avrebbe optato per la ritirata.
Eppure perché continuava a espandere il suo potere? Perché quella smisurata cortina di fiamme continuava a crescere?
Era quello l’unico segnale poco incoraggiante.

Pochi istanti prima
3500 km dalla Limitatrice Xeria


Inaccettabile, insopportabile, inammissibile.
Dei mibrobi, maledetti schifosi microbi, con l’aiuto di insulsi inutili pezzi di ferro che si consideravano maghi, con la loro inutile tecnologia, erano riusciti a trovare un modo per fermarlo. 
Non era così che doveva finire, non era così che era previsto finisse, non erano quelli i piani. Quel maledetto satellite doveva essere distrutto, era quello quanto previsto, era quello che avevano la certezza di ottenere. E con un’unica mossa, portata a termine con un espediente di cui non aveva memoria, quegli insulsi esseri erano riusciti a fermarlo.
Come era stato possibile? Come era potuto succedere?
La risposta gli venne alla mente senza nemmeno pensarla. Il satellite, il satellite e Ryul.
Quello era un suo scherzo, uno dei troppi scherzi che quell’essere era riuscito ad architettare nel tempo che gli rimaneva prima di essere preso.
Se avesse avuto anche solo sentore di cosa quell’individuo fosse riuscito a escogitare in così poco tempo, e con così pochi mezzi, di certo non avrebbe optato per una morte rapida, all’epoca. Nonostante il maledetto fosse stato fin troppo meticoloso nell’eliminare qualunque ricordo minimamente rilevante dalla sua mente.
Ancora per colpa sua, per l’ennesima volta per colpa sua, la situazione volgeva a loro svantaggio, la situazione si faceva ancora più critica.
Ancora una volta, erano costretti ad aspettare. 
Ancora una volta erano sconfitti.
Una constatazione che non era in grado di sopportare, di accettare.
Le fiamme vorticavano attorno a lui come una tempesta, assecondando una rabbia sempre crescente, una furia che non sentiva… da tanto tempo.
Si trovavano sconfitti da un avversario inferiore, che probabilmente nemmeno afferrava la portata della propria inferiorità, un avversario che non doveva nemmeno essere un problema. Un avversario che si sarebbe trovato a ridere di come fosse stato capace di vincere una battaglia che sembrava persa.
Allargò di colpo le braccia.
Ignorando del tutto i maghi avversari che finalmente avevano smesso di sprecare offensive su di lui, si concentrò nell’espandere il proprio potere.
Quella parte di spazio era quella giusta, sarebbe servita allo scopo, si sarebbe piegata al suo volere. Il flusso era forte lì, più forte anche di quanto ricordasse.
Quanto stava per fare era una mossa inutile, forse era anche una mossa controproducente, ma non aveva importanza.
I microbi dovevano sapere, dovevano avere la conoscenza necessaria per avere paura, dovevano capire.
Dovevano capire che quando loro fossero ritornati li avrebbero spazzati via in un istante. Dovevano capire come tutto ciò che restava loro da fare era avere paura. Paura e terrore per un Nemico che non sarebbero mai stati in grado di fermare. Che nessuno sarebbe stato in grado di fermare.
Con un lieve movimento delle braccia prese il controllo dell’oceano di fiamme che gli si espandeva attorno. Lo costrinse all’immobilità per un attimo, poi iniziò a plasmarlo.
Gli avrebbe ubbidito. Anche lì, anche in quella realtà. Come era già successo, come sarebbe successo di nuovo.
«Vox» si concentrò sul legame mentale che aveva mantenuto col suo mago «Torna indietro, ormai non c’è più molto tempo»
La risposta arrivò dopo pochi attimi: «Posso distruggerla, Maestà. Stanno cercando di allontanarla ma sono più veloce. Ce la farò di sicuro»
Lui non ebbe dubbi: «Abbiamo perso già troppi Padroni in questa realtà, non voglio perdere anche te»
«È una perdita accettabile, Maestà» Vox ebbe ancora meno perplessità. La sua voce era decisa, senza ripensamenti. Una dedizione commovente «Uno per aprire la strada a molti»
Smettendo di porre controllo sulle fiamme attorno a lui per un momento, lui rimase quantomeno a pensarci. Un altro Padrone dell’Oscurità che se ne andava in una realtà maledetta.
«Sei certo di raggiungerla?» chiese infine.
«Sì, signore» una risposta immediata.
«Assolutamente certo?»
La replica non fu così pronta.
«Assolutamente certo, Vox?» lui insistè.
«No, Maestà»
«Quante probabilità?»
Un’altra lunga pausa: «Nove su dieci, se ho fortuna col flusso»
«Si sta indebolendo» lui capì all’istante.
«Niente di drammatico ancora, se continua così non ci saranno problemi»
«Torna indietro, Vox» scandì l’ordine senza esitazioni «In questa realtà i picchi di flusso sono attorniati da depressioni profonde, e improvvise. Non li raggiungerai mai»
La risposta arrivò dopo un lungo attimo: «Sì, Maestà»
Interruppe il contatto col suo mago andando a riprendere il controllo di quell’oceano di fiamme.
Anche se forse non avrebbe dovuto, era contento di non averlo fatto. Contento di non aver mandato un altro Padrone a morire. Nonostante distruggere quel satellite avrebbe decretato la loro vittoria. Ma la verità era che già troppi suoi sudditi erano morti in quella realtà, non voleva che ne morissero altri. Non in quel modo, non quel giorno.
Quel giorno sarebbero stati altri a morire.
Nessuno dei maghi che avevano osato ostacolarlo si sarebbe salvato, quella nave non avrebbe avuto speranza.
Il crimine di lesa maestà andava punito con la morte.

Stesso Istante
3500 km dalla Limitatrice Xeria


Le fiamme si erano arrestate. Per pochi attimi, vero, ma si erano fermate del tutto, erano rimaste immobili e poi avevano ripreso ad agitarsi. Ma si vedeva come quello fosse un movimento diverso da prima.
Ora era ordinato, sempre più preciso, sempre più definito. Una marea senza fine che cominciava a muoversi come un’unica entità.
Senza nemmeno rendersene conto, Hinor si ritrovò ad arretrare, fosse stato anche solo per il semplice fatto che ridotto in quello stato non sarebbe più servito a molto in caso di un attacco. Nonostante non ci fosse nessuna ragione per un attacco.
Il Maresciallo aveva parlato chiaro. Restare a distanza di sicurezza, non attaccare se non costretti, seguire i movimenti del nemico e nient’altro. Impedirgli di tentare un nuovo assalto a una qualunque Limitatrice.
Tutti loro avrebbero ubbidito, quello era scontato. Nessuno aveva davvero voglia di tornare ad affrontare una simile… cosa. Come conseguenza il loro nemico si trovava circondato, quello sì, ma non bersagliato. Non aveva nessun motivo di attaccare, la sua missione era fallita, con ogni probabilità, ogni intento a quel punto veniva meno.
E allora perché il nemico non si stava dirigendo verso il tunnel da cui era uscito? Perché non si stava ritirando?
Di colpo ne ebbe la certezza. Quell’essere avrebbe attaccato. Non vi era motivo di sospettarlo, da parte del loro nemico non vi era motivo per farlo, ma comunque ne fu sicuro.
Aprì la comunicazione con gli altri: «Allontanatevi»
«Non vedo…» Mergol accennò una replica.
«Subito, indietreggiate» Hinor non lo lasciò concludere «Ripristinate il perimetro dieci chilometri più indietro, è un ordine»
Senza nemmeno saperne il motivo i suoi compagni ubbidirono, lasciando più spazio tra loro e il nemico che se ne stava immobile, al centro di quella che ormai era diventata una sfera di fuoco pressoché perfetta. Lo si scorgeva a fatica, una figura indistinta con le braccia spalancate a comandare una sfera di fuoco che ormai aveva un diametro di centinaia di metri. Ed era in costante espansione.
«Che cosa sta facendo?» si trovò a chiedere, rivolto alla sala comando della Prima Astronave Madre.
La risposta arrivò con un ritardo troppo consistente. Prova evidente che non ne avessero la minima idea.
«Stiamo cercando di scoprirlo» udì la voce del Primo Comandante.
«In fretta» Hinor non aggiunse altro.
La sensazione che quella situazione gli comunicava peggiorava di attimo in attimo.

Stesso istante
Prima Astronave Madre della Flotta

«Ancora nessuna risposta?» il Maresciallo manteneva una calma invidiabile.
«Non si rileva la presenza di fiamme, ma intorno al mago i sensori termici hanno una lettura di cinque milioni di gradi» uno degli operatori addetti ai sensori non si fece pregare.
«La sfera ha un incremento di dimensioni del 2% ogni tre secondi» il secondo seguì a ruota
«Nonostante l’aumento di dimensioni la densità di energia termica è comunque in aumento» il terzo arrivò con l’informazione che chiudeva il cerchio.
Notizie tutto sommato ovvie. Il mago stava espandendo il proprio potere, con una velocità raggelante, tutto lasciava presumere che si stesse preparando a un attacco.
Si avvicinò con un paio di passi al Maresciallo, parlò pressoché in un bisbiglio: «Forse è il caso di far ritirare gli ARC5»
«Quando se ne sarà andato» l’altro rispose con un tono di voce altrettanto basso.
«Ci servono quei maghi»
«Non ci serviranno se moriamo»
«Almeno falli allontanare»
«Hinor ha già provveduto» il Maresciallo lo informò «Sono a una ventina di chilometri. Vuoi che aumenti ancora la distanza?»
Tornando a guardare attraverso la sua visiera, Cergos studiò per un momento il Gran Maestro che continuava a espandere quella sfera. Gli ARC5 erano tanto lontani che nemmeno li avrebbe visti se non fossero stati indicati dal sistema di rilevazione.
«Che dice lo spettro di campo?» il Maresciallo tornò a parlare a tutta la sala.
«I risultati sono ancora in elaborazione, signore» gli addetti ai sensori non si fecero attendere.
Ma erano i tempi di elaborazione a lasciare perplessi, di solito erano istantanei.
«Passali sullo schermo principale»senza aspettare il Maresciallo iniziò subito a dirigervisi, un’ampia zona sulla destra della sala comando. Uno schermo olografico di dimensioni mastodontiche per il momento non mostrava altro che una mappa in scala della disposizioni dello loro navi.
L’immagine da un momento all’altro mutò mostrando una serie di punti che andavano a comporre una superficie. Una superficie che di solito era piatta come una tavola, con eventualmente dei picchi in corrispondenza della posizione dei maghi.
Lì le distorsioni di campo erano assurde.
I picchi costituiti dagli ARC5 di fatto non erano nemmeno visibili anzi, erano sostituiti da una depressione che faceva da contorno a un punto di massimo con intensità spaventosa.
Nemmeno ebbe bisogno di controllare se quel punto in particolare coincidesse con la posizione del mago nemico. Ne aveva già la certezza.
Quell’essere stava manipolando il campo d’interazione attorno a lui, o comunque lo stava influenzando in maniera mostruosa con la sua sola presenza.
No, non era così.
Passò in rapida successione lo sguardo dalla spettro di campo alla visuale su quella sfera di fuoco in continua espansione.
Il Gran Maestro non lo stava manipolando. Ne aveva il controllo. Il campo d’interazione ubbidiva ai suoi ordini, si piegava alla sua volontà.
«La sfera ha smesso di espandersi, signore» gli addetti ai sensori comunicarono quanto avevano appena riscontrato.
«Si è stabilizzata?» il Maresciallo chiese all’istante.
La risposta tardò di pochi secondi: «Pare stia cominciando a regredire»
«Questo è un bene?» ancora focalizzato verso la zona della sala comando che ospitava la zona sensori, il Maresciallo non si distrasse dall’argomento «O un male, per noi?»
Risposta del tutto scontata. Un male.
Cergos lo seppe ancora prima di averne la conferma. Lo aveva intuito anche solo stando allo spettro di campo che in quel momento cominciava a normalizzarsi.
Il Gran Maestro si preparava a colpire, e avrebbe colpito più duro quanto nessun loro mago sarebbe stato in grado di sopportare.
«Falli sparire da lì» tornò a rivolgersi al Maresciallo senza nemmeno stare tanto attento a mantenere la voce bassa.
«Ne abbiamo già parlato» l’altro cercò di liquidare la faccenda in fretta.
«Se restano lì moriranno» Cergos non perse tempo a girarci intorno, non ce n’era.
Di colpò si trovò con gli occhi del Maresciallo piantati addosso: «E questo che vorrebbe dire?»
E lui di colpo si rese conto di non avere nessuna vera sicurezza a riguardo, solo una sensazione. Una sensazione tanto orribile da meritare di essere assecondata.
«Falli andar via da lì» si limitò a ripetere.
Il Maresciallo rimase immobile dove si trovava per un secondo. Il tempo necessario per decidere.
«ARC5» parlò poi «Rompete l’accerchiamento, ritiratevi all’astronave madre più vicina» chiuse la comunicazione per tornare a rivolgersi a lui «Spero che tu abbia torto»
Cergos tornò a guardare attraverso il suo visore. Si espresse in un sussurro: «Lo spero anch’io»

Stesso Istante
3500 km dalla Limitatrice Xeria

Un ordine di allontanarsi a fronte di una richiesta di chiarimenti che aveva fatto pochi secondi prima. Qualunque cosa avessero scoperto non era buona, anzi, tanto cattiva da mandare in secondo piano anche solo la semplice comunicazione di cosa si trattasse.
L’importante, in ogni caso, era l’ordine.
Ritirarsi.
«Due alla volta» Cergos parlò ai compagni «Rompete l’accerchiamento senza passargli nemmeno vicino, aggiratelo. Dirigetevi verso la Roost 2»
Gli altri maghi obbedirono subito. Polx e Mergol si mossero per primi andando ad aggirare il perimetro di accerchiamento che avevano creato. Mantennero una velocità sostenuta fino a una distanza di un centinaio di chilometri poi si fermarono per aspettare gli altri.
Saggia decisione. In caso di attacco avrebbero potuto accorrere in aiuto in tempi rapidissimi. Se mai sarebbe servito a qualcosa, in quel caso, certo.
La sua era una convinzione, una certezza. Non erano in grado di battere quell’essere, non erano in grado nemmeno di impensierirlo. Messi di fronte a uno scontro aperto, anche tutti contro di lui, non ce l’avrebbero fatta.
La fuga era l’unica opzione valida, il Maresciallo aveva ragione.
Anche la serie ARC5 aveva fallito miseramente. Una constatazione che aveva dell’incredibile, oltre che dell’inquietante. 
Che cosa stavano affrontando? Che Nemico era quello? Come potevano anche solo sperare di batterlo? Anche solo stando al fronte magico l’abisso che li divideva era oltre la follia.
Poteva affermarlo con discreta sicurezza.
Non ne sapeva molto di magia, non abbastanza quantomeno, ma aveva visto, aveva studiato, aveva interpretato, seguito, memorizzato ogni minima mossa i maghi umani avessero compiuto in ogni combattimento documentato.
Non erano così. I maghi umani non erano a quel livello. Erano a un livello assolutamente spaventoso, erano dotati di un’abilità irreale, ma non erano così.
L’essere che avevano davanti sfiorava l’inconcepibile.
Nelle prime fasi il suo corpo non aveva consistenza grazie a un incantesimo che non aveva mai visto. Il modo in cui si era teletrasportato abbandonando una zona soppressa non lo aveva mai visto. L’attacco che aveva lanciato era di una potenza folle.
Hinor nemmeno ebbe dubbi. Nemmeno Fern, con un solo colpo, sarebbe riuscito a squarciare il suo scudo con un solo colpo conservando abbastanza potenza da quasi ucciderlo.
Quello era un attacco che, come potenza, avrebbe dovuto appartenere a un mago forte tre, forse anche quattro volte Fern.
Da un avversario del genere si poteva solo fuggire, rimandare, ritardare lo scontro. Rianalizzare la situazione con calma, cercare dove possa essere il trucco, cercare di capire come gestire simili nemici, pensare ai mezzi per arginarli, ideare un’arma per distruggerli.
Attese che anche la terza coppia fosse a distanza di sicurezza e cominciò ad allontanarsi lui stesso insieme Tavin. Ma comunque non era il caso di dargli le spalle.
Hinor cominciò a procedere indietreggiando sempre più veloce, tenendo sotto controllo di andare verso i suoi compagni con la sola percezione. Rimase sul mago nemico.
Il mare di fuoco che attorniava quell’essere regrediva sempre più rapido, ormai era già abbastanza oblato da non potersi più considerare una sfera, si stava assottigliando nella parte centrale per andare a formare un toroide.
Arrivato dove si trovavano i suoi compagni fece cenno di proseguire. Rimase a guardare ancora un istante.
Con movimenti sempre più rapidi, quello che ormai era un gorgo di fiamme velocissime andò a consumarsi del tutto nella parte centrale formando un toroide perfetto.
Nonostante ormai fosse impossibile vedere il Mago al centro di quell’enormità, gli pareva quasi di osservarlo. Immobile, con le braccia spalancate mentre controllava quell’oceano di fuoco con vaghi movimenti delle mani.
Lo scoppio di fiamme illuminò a giorno una zona troppo vasta per essere vera.
Con uno scatto improvviso Hinor sviluppò in un attimo la massima velocità, già pronto a scartare di lato. Si assicurò subito che anche i suoi compagni stessero adottando la medesima precauzione.
A quel punto era solo questione di scappare.
Stava per voltarsi e dirigersi alla Roost 2 quando si rese conto che il colpo che non era diretto verso di loro.
Ordinato in un’unica colonna dotata di collimazione spaventosa, le fiamme si dirigevano verso la Xeria.
Non un attacco veloce, e a rigor di logica del tutto inutile, lo scudo era in grado di assorbire pressoché qualunque attacco magico. Ma era proprio quella constatazione che doveva terrorizzare tutti loro.
Con inesorabile lentezza la colonna di fiamme avanzò verso la nave. Si infranse sullo scudo cominciando a disperdersi in tutte le direzioni poco per volta, ma continuò a imperversare.
Calando la velocità, Hinor quasi si fermò a guardare, si focalizzò sulla porzione di scudo interessata, di colpo vide il tutto abbastanza definito da sembrargli di essere a pochi metri.
Le fiamme sfondarono la sezione di scudo in quell’istante, si avventarono sulla carlinga della nave fondendola pressoché all’istante in una zona ristretta, proseguirono all’interno della nave indisturbate.
Scattando con gli occhi sul Mago nemico, Hinor lo vide ancora immobile con le braccia allargate. In quel preciso istante gliele vide chiudere.
Quasi gli parve di sentire il boato inesistente dell’esplosione.
In un lampo accecante la Xeria esplose dall’interno.

Stesso Istante
Prima Astronave Madre della Flotta


«Che è successo?» urlò il Maresciallo «Che accidenti è successo?»
«Il reattore principale della Xeria è esploso» le comunicazioni gli risposero subito.
«Non sapeva nemmeno dove fosse il reattore principale, quell’essere» il Maresciallo contestò subito «Come faceva a farlo saltare in aria?»
«Non è il nostro problema più grande» in un sussurro, Cergos parlò. Con la visiera ancora sugli occhi, rimase sul Gran Maestro che solo allora ritornava a muoversi, con movimenti veloci, anche se ancora distinguibili. Fatto sicuro, si era voltato in direzione degli ARC5 che si stavano ritirando. Il suo braccio destro ardeva di fiamme densissime, la superficie riflettente che ne costituiva la pelle cominciava ad agitarsi come fosse liquida.
«Il sistema sta ancora elaborando gli ultimi dati ricevuti, signore» le comunicazioni risposero subito.
E nessuno vedeva cosa stesse succedendo.
In silenzio, Cergos rimase a fissare il Gran Maestro. Simile ad acqua, parte di quella superficie argentea cominciò a scorrergli lungo il braccio andando ad accumularsi oltre la mano in una forma che si faceva di attimo in attimo più allungata.
Le forme definite di quella che non poteva essere altro che una spada andarono a comporsi nel giro di un attimo. L’attimo dopo la lama venne avvolta da una cortina di fiamme.
«ARC5» Cergos scavalcò il Maresciallo andando a impartire un ordine diretto «Accelerate fino alla massima velocità fino alla Roost 2. Roost 2, soppressori al massimo, pronti ad attivare gli inversori all’arrivo del mago nemico» 

Stesso istante
1000 km dall’Incrociatore Roost 2


Lo vide all’istante, fosse stato anche solo per la fortuna di avere lo sguardo rivolto verso di lui nel momento in cui successe.
Il mago nemico si era voltato nella sua direzione, dal suo braccio destro era uscita una spada.
E un’arma del genere non dava molto spazio a interpretazioni su quali fossero le interpretazioni di quell’essere.
Hinor si fermò del tutto mentre già vedeva l’avversario che scattava nella sua direzione in un’eruzione di fiamme.
«Seguite gli ordini del Primo Comandante» si rivolse ai suoi compagni mentre infondeva più forza possibile nello scudo.
La sua percezione del tempo si impennò all’improvviso non appena quella del suo nemico fece altrettanto. Gli si lanciò contro giusto in tempo per vederlo scomparire nel nulla.
Se lo trovò di fronte nel giro di un istante, a nemmeno dieci passi di distanza, lanciato contro di lui a una velocità spaventosa.
Nemmeno ebbe il tempo di spostarsi. Il nemico gli si avventò contro mantenendo la spada al fianco.
Rinforzò al massimo il suo corpo pronto ad affrontare un colpo di arma da taglio. Ma non sentì nessuna offensiva che lo colpiva.
Il corpo del suo nemico si disfece in un gorgo di fiamme che si divise per andare a lambirlo. Si ricompose alle sue spalle e proseguì, il tutto con una rapidità spaventosa.
Cercando di sviluppare la massima velocità di cui era capace, Hinor cercò di seguirlo, ma gli scomparve da sotto gli occhi ancora una volta. In un teletrasporto di cui non aveva avuto il minimo sentore
Cercò di seguirlo impostando a sua volta un teletrasporto, riapparve a forse un chilometro dal suo nemico. Andò ancora a sbarragli la strada. Ai suoi compagni bastavano pochi secondi, del resto.
Quell’essere scomparve ancora nel nulla in uno scoppio di fiamme.
Era come inseguire un fantasma.
Si voltò trovandoselo alle spalle, ancora diretto verso i suoi compagni. E a quel punto era del tutto chiaro che non sarebbe mai riuscito a impedirgli di raggiungerlo.
Si lanciò all’inseguimento cercando di anticipare il momento dell’ultimo teletrasporto. Ne avrebbe portato a termine uno di sicuro.
Impostò un punto di arrivo ragionevolmente vicino ai suoi compagni e lanciò l’incantesimo. Il suo avversario gli scomparve davanti l’istante prima.
Quando riapparve il nemico era già partito all’attacco, ma come era ovvio tutti i maghi che avrebbe affrontato erano già pronti. Avevano rallentato quando di erano resi conto di non poter scappare, si erano disposti a semicerchio attorno alla zona in cui l’avversario era apparso.
Chiaro segno che a quell’essere non importava niente delle loro offensive.
Il nemico ignorò la prima salva di colpi che gli venne diretta contro. Ci passò attraverso come se nulla fosse e si lanciò su Tavin. Evitò il pugno diretto alla sua testa con una facilità estrema, vibrando un unico colpo di spada lo tranciò in due per poi stendere il braccio sinistro.
Accelerando ancora di più, Hinor tentò di arrivare prima possibile, ma la velocità d’esecuzione di quel mostro era micidiale. In un’esplosione di fiamme, i resti del corpo di Tavin si dissolsero nel nulla.
Arrivò a contatto col nemico solo in quell’istante, tentò di avventarsi su di lui ottenendo solo come risultato quello di passargli attraverso.
Un avversario che non poteva essere colpito con una virtù d’attacco semplicemente inconcepibile. Non c’era nulla che potessero fare.
Se ne rese conto da un momento all’altro.
Lasciò che quell’essere scattasse di nuovo verso uno degli altri suoi compagni. Diretto verso Mergol, passò accanto a un altro mago. Un solo cenno della mano bastò a travolgerlo in un’ondata di fiamme spaventosa.
Arrivò su Mergol sciogliendosi in un gorgo di fuoco proprio quando gli giunse di fronte. Si ricompose alle sue spalle con una velocità assurda, molto superiore alle precedenti. Gli tagliò la testa ancora prima che Mergol avesse la possibilità di voltarsi.
Nessuno di loro si sarebbe salvato. Era un dato di fatto, un certezza senza appello. Quell’essere li avrebbe uccisi tutti, e loro non potevano farci nulla.
Incapace anche solo di muoversi, Hinor per un attimo distolse lo sguardo. La sola percezione gli confermò che altri due dei suoi compagni erano morti, nell’arco di un istante.
Si riprese subito.
Almeno sarebbe morto guardando il nemico negli occhi.
Vide quell’essere che vibrava un unico fendente a decapitare Polx per poi continuare ad accelerare il movimento del braccio. Lasciò andare la spada che saettò a una velocità mostruosa contro l’ultimo rimasto dei suoi compagni.
E a quel punto non restava nessun altro se non lui.
Rimase immobile mentre il Nemico gli si avvicinava, con una feroce calma sadica, come se si stesse godendo il momento. Lo vide mentre richiamava la spada con un minimo gesto della mano. Gli si fermò a forse cinque passi di distanza per poi restare lì, immobile.
Con un movimento lento e misurato l’essere andò ad afferrare la sua arma per la lama, rivolgendola verso il basso. La alzò verso di lui mentre chinava appena il capo, l’attimo dopo scomparve nel nulla nell’ennesimo scoppio di fiamme.

Stesso istante
1000 km dall’Incrociatore Roost 2


Avversario inadeguato, debole, con scarso potenziale, solo una forza incredibile e nessun controllo. Ma comunque un avversario che di fronte a un ostacolo insormontabile non aveva ceduto alla paura.
In fin dei conti un sopravvissuto non avrebbe cambiato il messaggio che intendeva trasmettere anzi, lo avrebbe solo rafforzato.
«Dove sei, Vox?» tornò a una normale percezione del tempo mentre si dirigeva verso il portale.
Ormai mancava davvero poco alla sua chiusura. Probabilmente questione di secondi. Ne saggiò sommariamente lo stato trovando solo conferme alle sue impressioni.
«Sono quasi arrivato» i pensieri di Vox gli arrivarono forti e chiari «Non ci saranno problemi»
«Bene» arrivato nei pressi del portale, andò a fermarsi a breve distanza, volgendo lo sguardo sul patetico avversario che li aveva sconfitti, che li aveva costretti a desistere, che era riuscito in qualche modo a spuntarla.
Non sarebbe successo di nuovo.
A suo modo, quell’attacco era stato produttivo, aveva contribuito a informarli di uno sviluppo tecnologico di cui non erano a conoscenza. Un problema che al loro ritorno non sarebbe più stato tale.
Qualunque fosse la diavoleria che Ryul e la sua specie avevano lasciato in eredità ai posteri, non si sarebbe rivelata determinante. Nulla si sarebbe rivelato determinante, nemmeno i frutti dello stramaledettissimo Progetto si sarebbero rivelati determinanti.
Niente e nessuno li avrebbe fermati. Nessuno in quella realtà ne aveva le capacità, nessuno in quella realtà ne aveva i mezzi, nessuno in quella realtà aveva la conoscenza necessaria.
Il non aver distrutto quel satellite era solo un rimandare l’inevitabile. Niente sarebbe riuscito a tenerli lontani da quanto era loro di diritto.
Avvertì di colpo l’aura di Vox, ancora prima di rendersene conto l’aveva accanto a lui.
Il mago gli rivolse un inchino appena abbozzato.
«Sei stato all’altezza Vox» gli fece cenno di attraversare il portale «Ora va»
Lo guardò sparire nell’oscurità del portale e rimase dove si trovava. Rivolse un’ultima occhiata alla realtà che stava abbandonando.
Ma quello era solo un arrivederci.
Si voltò verso il portale sgusciando all’interno, l’oscurità lo avvolse per intero. Si sentì trascinato via da una forza incontenibile. Senza quasi il tempo di rendersene conto si ritrovò a destinazione.
I sei Padroni dell’Oscurità attorno a lui scattarono sull’attenti. Vox, in mezzo a loro, seguì l’esempio di compagni.
La prossima volta non ci sarebbero stati errori.

Capitolo 20 - 1 by Caladan Brood
Author's Notes:
e vai con un altro ippopotamo :D.
ok, questo è un bel intermezzino e pone fine alla prima parte della storia (sì, signori, siamo a un terzo del totale :S. e se va bene, anche :S).
devo dire che alcune scene non mi sono dispiaciute nemmeno quando le ho rilette, stasera. altre invece sono proprio tentato di farle detonare o riscriverle.
dunque se vedete qualche scena merdosa non esitate a dirlo, le uccido seduta stante :P.
buona lettura, comunque ^_^.
PS: ah sì, qui il tizio delle frasi di inizio capitolo non è lo stesso di sempre, e non è poi così difficile capire chi sia, secondo me :P
PPS: lo spacco in due parti visto che il sito, per ragioni misteriose, mi trancia l'ultima scena a metà se lo posto tutto in un blocco.

Capitolo 20

Ero giovane, all’epoca, ero spensierato, ero inesperto, ero stupido. Di sicuro non capivo nemmeno da lontano la drammatica gravità degli eventi di cui ero testimone.
Eppure io c’ero. Quando tutto ha avuto inizio, io c’ero. Sono uno dei pochi a poter dire di aver vissuto questa guerra per intero, uno dei pochi ad averne visto tutte le fasi, uno dei pochi che potrà vederne la fine.
Peccato che non saremo noi a vincere.
Alla fine Heinin aveva ragione, la vittoria è loro. Ci hanno sconfitti, non lo si può negare, ma non hanno vinto come si aspettavano.
La loro non è stata una marcia trionfale, il loro esercito non ha passeggiato sui nostri cadaveri come Heinin prevedeva, la loro non è stata la vittoria schiacciante che avevano preventivato.
La loro non è nemmeno stata una vera vittoria.
Hanno arrancato, strisciato, annaspato per ogni singolo metro che sono riusciti a conquistare. Sono morti come mosche nel tentativo di sconfiggerci. Da noi mi sento di dire che abbiano imparato almeno un’unica verità.
Nessuno è invincibile.
Una lezione che lo stesso Heinin ha imparato. Quella prima volta, e poi anche in seguito.


Mi fermo dove mi trovo, e non è per niente consolante non sapere di preciso dove io sia.
Tutto attorno a me non c’è altro che un uniforme, immenso, mare di luce. Non vedo altro. È come essere in mezzo alla nebbia, una nebbia che non ti permette di vedere a più di un metro di distanza. Una nebbia che non appanna solo la tua vista reale, ma anche la tua percezione.
Eppure da qualche parte lui deve essere. Di sicuro c’è, lo so per certo. L’unico problema è trovarlo.
Ha dello scoraggiante, pero’, percepire come la sua presenza sia così uniformemente ovunque.
No, un errore da qualche parte deve esserci. Uno spiraglio, qualunque cosa.
Decido di restare fermo. Rinforzo lo scudo il più possibile nella certezza che verrò colpito di lì a breve, ma non mi muoverò. Sarà quella la mia occasione.
Sarà solo un momento, devo essere rapido a cogliere una minima imperfezione, un’increspatura, un qualunque dettaglio. Lui attaccherà, e in quel momento mi darà una possibilità di trovarlo.
Ma l’attacco non arriva, ormai è passato troppo tempo. Inutile anche solo sperarci, non ci sarà nessuna offensiva.
E comunque quello non è il mio problema più grande.
Tornando solo ora a fare attenzione al mio scudo capisco subito che qualcosa non va. Sfarfalla, è instabile, si sta neutralizzando da solo sotto l’azione di se stesso.
Ho accumulato troppa energia e non ci sono stato attento. Povero coglione che non sono altro.
Ok, adesso sono morto.
L’ondata di luce mi colpisce con una potenza micidiale, squaglia la parvenza di scudo che è sopravvissuta alla mia stupidità e si avventa sul mio corpo. Mi sento schizzare via come un proiettile. All’impatto con le mura perimetrali della sala le sento che si adattano alla forma del mio corpo senza cedimenti strutturali. Come se fosse gommapiuma ci affondo dentro rallentando gradualmente, la potenza del colpo che mi è stato rivolto viene assorbita dalle pareti stesse. Quando l’offensiva termina il muro mi risputa con una delicatezza quasi commovente, visto e considerato che tutto il fianco destro lo sento come un’unica massa di carne dolorante.
Una volta fuori dal muro cado a terra, in ginocchio. Il solo sfiorare il pavimento con la mano destra mi strappa un mezzo urlo di dolore. E quand’è che il mio potere mi ha mollato per strada, tra l’altro?
Che figura del cazzo.
Facendo leva sulla sola mano sinistra mi metto a sedere, con più difficoltà di quante ami ammettere. Appena alzo gli occhi trovo una faccia sorridente che mi guarda come se fossi la cosa più divertente del mondo.
«Stendiamo un velo» borbotto mentre mi porto la mano sana alla spalla. Sta a vedere che è rotta.
«Beh dai» lui non smise di sorridere «Almeno stavolta ti rendi conto di aver fatto schifo. È un passo avanti»
«Potevo giocarmela meglio» borbotto ancora «Lo ammetto»
«Qual è la regola numero uno?» l’altro si china di fronte a me andando a posarmi una mano tra spalla e torace. Una velata patina bianca comincia a espandersi lungo tutto il mio fianco destro.
«Sono tutte regole numero uno» sbuffo.
«La numero uno di questo caso»
«Non attingere al Flusso senza avere la certezza di poterlo controllare»
«Anche dimenticarsi di controllarla per un attimo basta e avanza» lui annuisce. Il sorriso sta svanendo dal suo volto poco per volta, mano a mano che l’incantesimo di guarigione che ha lanciato su di me si avvicina alle fasi conclusive. Ormai non sento più dolore «E se quello fosse stato un colpo d’attacco e non una difesa?»
Storco appena la bocca. Mi sarebbe esploso in bocca, ecco cosa sarebbe successo: «Sarebbe finita peggio»
«Vogliamo aspettare che ti salti in aria in faccino prima di afferrare il particolare?»
«Tenderei a evitarlo» soffio fuori dai denti.
«Bravo ragazzo» lui chiude gli occhi «La regola numero due?»
Chiudo gli occhi a mia volta lasciandomi cullare dalla beata sensazione di… non saprei ben definirla… di ossa e tessuti che si aggiustano probabilmente. Mi ricordo solo dopo qualche attimo di rispondere: «Se decidi di lanciare più incantesimi insieme non perderne per strada nessuno»
«Almeno a parole qualcosa impari, in fin dei conti» staccando la mano da me, l’altro si alza in piedi.
Senza difficoltà mi rialzo a mia volta. Sorrido: «Incapacità del maestro»
«Non ce n’è uno migliore di me, ragazzino. Sei tu l’incapace» il mio maestro sorride a sua volta, una ragnatela di rughe gli si dipinge sul volto. Ha dell’assurdo quante siano le volte in cui questo vecchiaccio mi ha messo chiappe a terra. E dire che sembra reggersi a malapena in piedi.
«Di nuovo?» mi propone.
«Ovvio» espando il mio potere di colpo.
«Ryul?» il maestro mi chiama ancora.
Già con le mani che ardono di luce bianca mi volto verso di lui.
«Prova a fare meno schifo del solito» mi fa l’occhiolino.
Finisco di formare lo scudo e mi alzo in volo.
È una promessa solenne. Io questo vecchio lo devo mettere culo a terra. Almeno una volta nella vita, devo riuscirci.

***

«Dai mamma, muoviti» il bambino cercò di allungare il passo trovandosi subito costretto a frenare, con la sua mano destra prigioniera di quella della madre.
«Non c’è fretta, Jorg» lei sembrava fare quasi apposta a rallentare il più possibile «Ce ne saranno altri duecento prima di noi»
«È appunto per quello che dobbiamo muoverci» Jorg tornò sui suoi passi per andare a piazzarsi dietro sua madre. Riuscì a liberarsi la mano e iniziò a spingerla. Ma era troppo grande, non si muoveva.
Lei si voltò un momento per guardarsi alle spalle. Riservò una lunga occhiata alla strada ingombra di gente dietro, poi girò di nuovo la testa: «Siamo quasi arrivati»
«Oh, era ora» Jorg tornò ad affiancarla faticando a tenere il passo. Troppo lento. Fosse stato per lui avrebbe corso dal momento in cui era uscito di casa. Ormai non stava più nella pelle, la sera prima non aveva dormito.
Lo sapeva per certo, era sicuro. Della sua classe sarebbe risultato l’unico positivo, se lo sentiva. Due giorni prima era quasi riuscito a spegnere la luce della candela senza quasi toccarla, del resto. 
Mago del fuoco, di sicuro. Il potere migliore, del resto.
«Quanto manca?» cercò di saltellare sul posto nel tentativo di vedere qualcosa di più, ma c’erano troppe persone in quella via, e troppo alte.
Sua mamma non rispose.
«Quanto?» si sporse di lato ma il risultato non cambiò. Troppa gente. Dovevano essere davvero vicini, per quello era così pieno di persone.
Ma ancora sua madre non rispose.
Alzando lo sguardo su di lei, Jorg la vide con gli occhi puntati in avanti. Stava rallentando fino a quasi fermarsi.
Non voleva portarlo a fare il test. Da un momento all’altro si sarebbe girata e lo avrebbe riportato a casa. Ormai ne era sicuro.
Chinando la testa, Jorg calò l’andatura stando in fianco a lei.
Sentì le mani di sua mamma che lo prendevano per le spalle e lo spostavano appena di lato.
«Li vedi i bambini in fila?» sentì la sua voce molto vicino all’orecchio.
Jorg annuì.
«Vai con loro, ti faranno entrare quando è il tuo turno»
Lui si lanciò in avanti già pronto a correre, ma le mani di sua mamma non lo lasciarono libero di andare.
Si voltò verso di lei: «Poss…»
Lei lo abbracciò senza lasciargli il tempo di finire la frase, tanto forte da fargli mancare il fiato. E senza motivo, soprattutto.
«A dopo» sussurrò lei prima di lasciarlo andare.
«Ciao» sentendosi libero, Jorg corse subito via, prima che la mamma ci ripensasse.
Passò in mezzo a un paio di persone e si piazzò subito in coda all’ultimo bambino della fila. A quel punto era fatta.
Tempo due settimane e avrebbe carbonizzato gli insetti che giravano per la camera a furia di palle di fuoco.
«Nome?» qualcuno si rivolse a lui.
Girandosi alla sua destra Jorg trovò una ragazza in uniforme con un visore portatile nella mano sinistra. Aveva una penna elettronica nella destra.
Indicò se stesso con un dito.
«Sì, tu» la ragazza gli sorrise.
«Jorg» rispose subito lui. In effetti però, forse serviva anche il cognome «Kamlin»
«Bene Jorg» la ragazza si chinò accanto a lui porgendogli una striscia di plastica rossa con un numero sopra «Sei il numero 119, mettiti questo al polso e porta un po’ di pazienza» gli fece occhiolino «Ma ne vale la pena, no?»
«Oh sì» Jorg accettò la fascia di plastica e se la avvicinò al braccio sinistro. Non fece nemmeno in tempo a lasciarla che le sfuggì di mano per andare ad attorcigliarsi da sola attorno al polso.
«Magia» la ragazza si tirò in piedi strizzandogli ancora l’occhio, stava quasi ridendo.
Lui non poté far altro che sorriderle a sua volta.

***

E per l’ennesima volta siamo in ritardo.
Anzi, a ben pensarci, non riesco a ricordare una sola, schifosa volta, in cui siamo arrivati puntuali, io e il vecchio.
Dio, quante figure di merda.
«Riuscirei a sentire i tuoi pensieri anche dall’altra parte del palazzo… poppante» il mio maestro continua a fissare le porte dell’ascensore che si stanno chiudendo. Deve aver già comunicato al sistema di guida che piano vuole raggiungere, perché sento il lieve ronzio dei magneti che si attivano.
Comincio a vedere i piani che scorrono sullo schermo di fronte a me a una velocità imbarazzante.
«Mica posso starci attento tutto il tempo» borbotto.
«Ah beh chiaro, così si parla» lui sorride, sempre la stessa espressione da sberle «“Non è valido che tu mi abbia tranciato in due dopo avermi letto nel pensiero e capito cosa avrei fatto, mio mortale nemico, mica posso starci attento tutto il tempo”»
«Tanto non capiterà mai»
«Tendi a dirlo troppo spesso» il maestro si volta verso di me stampandomi tutti i denti davanti agli occhi «È così che si chiama la sfiga» 
«Sarà da prima che io…» mi fermo prima di continuare. Ma sì, esageriamo «Che tu nascessi che non troviamo nessuno anche solo vagamente degno di nota. E ormai ci siamo abbastanza espansi da cominciare a non aver nemmeno voglia di andare avanti»
«Particolare che tenderei a considerare tutto sommato un bene, a essere sincero» il mio maestro decide di darmi corda. Le porte dell’ascensore si aprono davanti a noi lasciando la vista libera su un corridoio delimitato da due file di colonne. Un tappeto viola ne ricopre il pavimento per tutta la lunghezza.
Ci incamminiamo verso la meta.
«Numero uno» continua «Potrei finalmente essere pagato per non fare niente. Numero due, potrei finalmente andare a pesca tutti i maledetti giorni e non tutti i maledetti decenni. E numero tre» si volta a sorridermi «Non dovrei addestrare incapaci»
«Cominci a dirlo un po’ troppo spesso» lo affianco per poi sorpassarlo di un passo «Paura, vecchio?»
«Sto tremando tutto, giovane» muove appena una mano. In un lampo di luce appena abbozzato, nemmeno capendo come sia successo, mi ritrovo la suola di una scarpa incollata al tappeto. Vi resta saldata contro un paio di secondi poi si stacca. Il tempo necessario al mio maestro per avvantaggiarsi di qualche passo.
Infido serpente.
«Anch’io ti voglio bene, pupetto» stavolta nemmeno si disturba a dirmi che m’ha letto nel pensiero, e del resto è talmente facile unire i puntini e capirlo da soli da essere superfluo.
Ma come diavolo fa?
«Non ce n’è…» abbozza lui.
«Uno migliore di me» finisco la frase al posto suo «Si si si»
«La cosa più importante di tutte l’hai imparata, bravo» il maestro annuisce soddisfatto, sempre quel sorrisaccio stampato in volto.
Si ferma di fronte alla porta con cui il corridoio termina. Tempo un paio di secondi e un segnale acustico determina l’apertura dei battenti. Li attraversiamo quando sono ancora in movimento e ci tuffiamo all’interno.
Una ventina di occhi si spostano contemporaneamente su di noi. Come previsto siamo gli ultimi, come previsto siamo in ritardo, come previsto ci siamo fatti un’altra figura di merda.
Cerco con lo sguardo una pala con cui potermi sotterrare.
«So che non hai una buona scusa, Raimi, dunque non ti costringo a inventarne una pessima» a parlare non è nessuno di particolare, niente di che. Solo l’Ammiraglio della Flotta nonché mago Fuori Categoria, che sarà mai? 
Qualcuno mi uccida, per pietà.
«Certo che ce l’ho» avanzando come se niente fosse, il mio maestro procede verso l’unico posto rimasto libero. Mi indica con un cenno del capo «È colpa sua, non si da mai una mossa»
Valuto con attenzione la possibilità di saltare alla gola del vecchio maledetto, ma chissà come riuscirebbe a cavarsela anche in quell’occasione. Come piano B comincio a prendere in seria considerazione la possibilità di scavare un buco nel pavimento e rintanarmi al piano inferiore.
L’ammiraglio alza gli occhi al soffitto. Brava persona, non ha creduto nemmeno per un secondo all’infido vecchiaccio.
«Io la verità l’ho detta» il mio maestro alza le mani mentre prende posto al tavolo perfettamente rotondo.
Ringrazio la mia buona stella per potermi andare ad accomodare su una delle sedie poste a ridosso del muro, e pure vagamente in ombra rispetto al centro della stanza. Un paradiso, posso morire di vergogna in santa pace.
Oh ma un giorno il vecchio le paga tutte. Oh se le paga tutte.
«Riparti da capo, Gylliam» l’Ammiraglio sbuffa. Con un vago cenno della mano invita il mago di fianco a lui a ricominciare.
«Abbiamo problemi di comunicazione con la colonia A834» il diretto interessato da chiaro segno di non gradire la cosa, ma comunque riparte «Da otto giorni ormai. Non c’è risposta se nessun canale di comunicazione. Non c’è flusso di dati in entrata o in uscita. Il nulla più totale»
«Possibile che le comunicazioni siano saltate» un’altra voce va a ipotizzare l’eventualità più semplice, nel complesso. E forse anche la più probabile.
«È del tutto possibile» Gylliam risponde all’istante «La colonia è piuttosto giovane, i sistemi di comunicazione poco affidabili, con poca o nulla ridondanza. Un malfunzionamento era da considerarsi concepibile. Sette giorni fa abbiamo mandato un contingente di soccorso»
«E adesso avete perso i contatti anche con le navi di soccorso» questa volta a prendere la parola è il mio maestro.
«Precisamente» l’ammiraglio annuisce «Abbiamo avuto l’ultimo contatto ieri, oggi avrebbero dovuto fare rapporto e non c’è stata risposta»
«Avevano notato qualcosa di insolito?» a domandare quella volta è un altro. 
«Ieri non avevano niente di strano da riferire, solo che sarebbero arrivati a destinazione il giorno dopo» è Gylliam a rispondere «Poi non abbiamo ricevuto altre comunicazioni. E questo è un punto a favore, in effetti»
«Potrebbe esserci qualcosa nella zona che impedisce le comunicazioni?» quella volta a chiedere è l’individuo accanto a Gylliam.
E come idea non è tanto stupida, bisogna dire. In fin dei conti nell’universo capitano tante di quelle porcherie, che una in grado di mandare a farfalle i sistemi di comunicazione quantica ci sarà di sicuro. Una supernova magari. Con tutto il casino che fanno sta a vedere che hanno anche un effetto collaterale del genere.
«È possibile» è sempre Gylliam a rispondere «Difficile, ma possibile»
«Motivo per cui agiremo come se fosse stata abbattuta» a trarre quella che di sicuro è la conclusione giusta è Pirfix.
«Non ci sono alternative» l’Ammiraglio annuì «La possibilità è remota ma c’è. La A834 è una colonia periferica, potrebbe essersi imbattuta in un contingente ostile»
E particolarmente stupido, aggiungo io. Non per arroganza, ma chi può essere così demente da mettersi contro di noi?
Cioè, mi considero una persona più ardimentosa della media, ma una simile baggianata non mi sognerei nemmeno di pensarla.
«Una trentina di navi penso dovrebbero essere sufficienti» continua l’Ammiraglio, si rivolge verso uno del tutto a caso «Raimi, che dici? Vai a farti un giro fin lì?»
«E io lo sapevo» il mio maestro borbotta abbastanza a voce alta da farsi sentire da me. Dunque lo stanno sentendo come minimo anche le quattro persone più vicine a lui «Partecipa anche lui al torneo di pesca e vuole farmi fuori»
«Raimi?» l’Ammiraglio richiama la sua attenzione.
«E che ti devo dire?»
«Si signore?»
Il mio maestro arriccia le labbra con fare disgustato: «Sarà un piacere Kalas»
«Andandoci cauti, se possibile» l’Ammiraglio riprende «Nel caso ci sia qualcuno può essere che quelli della colonia se la siano andati a cercare. Evitiamo di far casino per niente»
«Tanto non ci sarà nessuno» Raimi risponde quantomeno cercando di camuffare gli sbuffi di disappunto «In quella zona confiniamo col nulla. Perché qualcuno arrivi da lì deve prenderla larga di qualche galassia»
«E se non c’è niente tanto meglio» il tono dell’Ammiraglio Kalas non sembra essere del tipo che accetti un replica.
Difatti il mio maestro si limita a borbottare ancora: «E intanto la gara me la perdo»

***

Nello staccarsi di colpo dalla schienale si versò metà della bibita addosso ritrovandosi a tossire quella che gli era andata di traverso. Si avvicinò di più allo schermo per assicurarsi di non aver visto male.
Ma aveva visto male, non poteva essere altrimenti. Figuriamoci se poteva essere anche solo vagamente possibile.
Strizzò gli occhi un paio di volte per convincersi di non avere le allucinazioni.
«Porca di quella puttana eva, e questo chi è?»
«Non rompere le palle, Nimar» il suo collega quasi non lo degnò di attenzione «Qui abbiamo ancora 387 marmocchi da controllare, e se per l’ennesima volta arrivo in ritardo a prendere mia figlia a scuola sta sicuro che stanotte la passo sotto un ponte»
«Alza il culo e vieni qui» Nimar nemmeno gli diede retta.
«Oh, non oso nemmeno immaginare cosa tu possa avere trovato» l’altro si diede una spinta sulla poltroncina per andare a levitare fino alla postazione a fianco «Sesta classe? Ottava classe?»
«Diciassettesima» Nimar parlò un attimo prima che il collega potesse leggere da solo i valori «Oltre quanto sono Fuori Categoria?»
L’altro deglutì mentre aveva già cominciato ad armeggiare col computer di fronte a lui: «Sedicesima, che io sappia»
«Qui la faccenda si fa seria» Nimar si allontanò un attimo andando a raspare in mezzo al cumulo di fogliacci che riempivano una scrivania vuota. Dovette pressoché scavare per trovare il fascicolo che gli interessava. Del resto, erano anni che nessuno si interessava a simili scemenze.
Ebbe un sobbalzo al solo leggerlo sul foglio elettronico: «Porca puttana»
«Sedicesima?» il collega si voltò verso di lui.
«Quanti sono i diciassettesima classe, secondo te?»
«Quanti?»
«Spara»
«Pochi»
«Quattro» Nimar pronunciò il numero senza quasi crederci «Kalas, Lurgi, Gylliam e Raimi»
Già pronto ad aprire la bocca per rispondere, il collega la richiuse di colpo. Tornò a fissare lo schermo ancora un momento: «Ok, hai trovato qualcosa»
«Sfido io» Nimar si lasciò cadere di nuovo sulla sua poltroncina cominciando ad armeggiare col computer «Nemmeno ce l’abbiamo un classe diciassette dell’oscurità»
«È dell’oscurità?» l’altro si avvicinò ancora di più al video.
«Decisamente sì» lui indicò un punto precisò nella schermata «Qui signori sento puzza di promozione»
«Per un colpo di culo?»
«Nessuna importanza» Nimar non degnò l’osservazione della minima attenzione «Ai piani alti ne saranno estasiati, sta un po’ a vedere»
«Ah beh, per l’estasiati non ho dubbi» il collega nemmeno si mise a discutere «Certo, potrebbe non essere tanto buono come sembra»
Nimar si attivò come di colpo: «Cavolo, dici?»
Fece volare le dita sulla consolle per qualche secondo restando in attesa dei risultati dell’analisi. Non ci sarebbe voluto molto, di fatto l’acquisizione dati era già finita, era solo questione di rielaborarli.
Apparve la videata che si aspettava anzi, pure qualcosa di più.
«Indice di coesione 98» lesse il dato «Questo fa male, lascia stare»
«Mi sa» il collega non poté far altro che dargli ragione «Che per questo non aspetteranno cinque anni»
«Per questo non aspettano cinque giorni, figurati» Nimar si trovò del tutto d’accordo.
«Chiamo il capo» l’altro fece per tornare alla sua postazione «Coordinate?»
«Un secondo» tornando con gli occhi allo schermo, Nimar impiegò un attimo a recuperare le informazioni necessarie «Numero 119, Jorg Kamlin»
L’altro annuì: «Intanto tu vai a dire alla madre che suo figlio sarebbe tecnicamente in grado di radere al suolo tutto il continente, se ci si mettesse un filo d’impegno»

***

Una settimana di viaggio.
Adesso capisco davvero a fondo la definizione “dispersa nel nulla” riferita alla colonia di cui si è persi i contatti.
C’è quasi da sorprendersi che vi fosse un sistema di comunicazione di qualunque tipo con un posto così mostruosamente distante, non che le comunicazioni siano saltate.
Una settimana di una noia mortale comunque, non è successo assolutamente nulla, non è arrivato nessuno a sbarrarci la strada, nemmeno abbiamo mai rilevato niente di vagamente interessante.
Come da programma stiamo andando verso quella che probabilmente sarà una zona con totale assenza di comunicazioni, per motivi che esulano la mia comprensione.
Ho anche provato a chiedere, ma l’infido vecchio ha liquidato la questione con un sorriso. Non ne ha idea nemmeno lui, ma come me sembra convinto che non sia niente di importante.
Arriveremo lì e troveremo la colonia con le navi del contingente di soccorso attraccate alle stazioni orbitali. Tutti quanti impegnati a girarsi i pollici nell’attesa che arrivi qualcun altro.
Sì, l’ipotesi più probabile. Anche se, bisogna dire, non immune da difetti.
Il particolare mi è saltato alla mente un paio di giorni fa. Una considerazione diciamo, o una constatazione, più che altro.
Diciamo che il convoglio di soccorso sia arrivato in prossimità della colonia e gli strumenti di comunicazione abbiano di colpo smesso di funzionare. A quel punto quanto ci sarebbe voluto a capire che il malfunzionamento fosse dovuto a una causa esterna?
Poco. Probabilmente niente.
Non sarebbe stata una mossa intelligente andare a vedere cosa fosse successo e poi tornare in una zona da dove fosse possibile trasmettere e far sapere quanto scoperto? Ci voleva così tanto a concepire una mossa del genere?
La risposta devo dire che non mi piace.
No, non ci sarebbe voluto nulla. E se ci sono arrivato io a fare un ragionamento simile devo dare per scontato che qualcuno in quel contingente di sicuro debba averlo fatto.
Questo implica, di conseguenza che deve essere successo qualcos’altro.
O forse, semplicemente, sono io che penso troppo.
«Quanto manca?» seduto su un’enorme panca metallica che contorna per intero la sala comando della nave, do di gomito al vecchio che pare seriamente essersi addormentato.
Questi si scuote un momento per poi voltarsi verso di me.
No no, non sembra. Si è addormentato sul serio questo. Ed è pure comandante della flottiglia di cui la nostra nave fa parte.
Inconcepibile.
«Che hai detto, giovane?» il mio maestro sbadiglia senza il minimo ritegno.
«Quanto manca?» ripeto la domanda.
«Svegliami per cose più importanti» Raimi sta già per tornare ad appoggiare la testa al muro alle sue spalle.
«Quanto?» io insisto.
«Un giorno meno di ieri»
«Ieri mancava un giorno»
«Ecco vedi?» la voce del vecchiaccio è già più distante, le parole hanno più tempi morti tra una e l’altra di quanto sia lecito pensare. Non può riuscire ad addormentarsi di nuovo in cinque secondi, dai «Ti sei già risposto da solo… siamo arrivati. Perché perdi tempo a chiedere… quando la risposta la sai già?»
«Quante ore» gli tiro un’altra gomitata, stavolta senza stare più di tanto attento a non metterci troppa forza.
Il vecchio sussulta sulla sua parte di panca, sbarra gli occhi stavolta completamente sveglio.
«Che è? Che c’è?» si trova quasi a urlare. Di sicuro parla abbastanza forte da farsi sentire da metà della sala comando.
E il bello è che quello dei due che sta crepando di vergogna davanti alle facce che si voltano verso di noi, sono io.
«È facile farsi rispondere da te»
«Mancherà» Raimi perde qualche attimo per mettere meglio a fuoco la sala comando, poi controlla l’ora «Siamo arrivati, mi sa»
Torna a mettersi in piedi senza disdegnare una bella stiracchiata e si avvicina al Navigatore, fermo nella sua poltrona a guardare apparentemente il nulla.
«Siamo arrivati?» gli chiede.
«Stavo per chiamarla, signore» il diretto interessato non distoglie gli occhi ma è veloce nella risposta «tre minuti»
«Si rileva qualcosa anche solo di vagamente degno di nota?» alzando appena il tono di voce, il mio maestro si rivolge alla sala comando al completo.
Gli risponde una voce dall’altra parte della stanza: «Nessun rilevamento, nessuna anomalia, nessuna incurvatura inaspettata. Non ci segue nessuno e non ci aspetta nessuno, signore»
«Come volevasi dimostrare» il vecchiaccio sospira con fare annoiato «A tutte le navi, fermarsi a distanza di sicurezza standard dal pianeta. Stato d’allerta generale, pronti a qualunque cosa succeda»
Nemmeno resta a controllare che arrivi una conferma al suo ordine, torna verso di me.
«E questo probabilmente è uno degli ordini più inutili che abbia dato in vita mia» parla a voce abbastanza alta per farsi sentire solo da me «E pensare che potevo essere a pesca»
«Sei sicuro che non ci saranno problemi?» alla fine glielo chiedo. Una domanda che comincia a sembrarmi pressante, adesso che la meta è così vicina.
Raimi si risiede dov’era prima: «Non penso ci sia qualcuno, no. Il tutto non avrebbe senso»
Mi limito a guardarlo senza capire. Che lui mi abbia letto nel pensiero come al solito o semplicemente abbia intuito che non c’ho capito niente resterà un mistero, probabilmente.
«Nessuno ci dichiara guerra» parte a spiegare «E questo sul serio da un secolo prima che tu nascessi. Al massimo vengono a cercare un accordo diplomatico. Distruggere una colonia e il convoglio di soccorso mandato a indagare sulla perdita di comunicazioni è da considerarsi atto di guerra. Chi sarebbe così squilibrato da farlo?»
Bene o male quello che mi son trovato a pensare pure io, di fatto la prima cosa che ho pensato. Eppure…
«Come ragionamento magari può sembrare arrogante» riprende il mio maestro «E forse lo è, ma continuo a considerarlo il più attendibile. Arriva un punto oltre cui è la fama della tua forza a farti da difesa, non la forza stessa. Per noi penso il concetto sia del tutto veritiero»
«Trenta secondi, signore» la voce del Navigatore quasi va a interrompere il discorso del mio maestro.
Un discorso che nel complesso non fa una piega. Arrogante magari, ok, ma vero. Fin troppo vero.
«Abbandoniamo il tunnel» il navigatore parla ancora.
Nemmeno faccio in tempo a spostare lo sguardo sulle pareti perimetrali della sala comando che subito queste svaniscono per far apparire la parte di spazio che costituisce la nostra destinazione.
Con lentezza ma ci stiamo avvicinando a una stella precisa. Il secondo pianeta del sistema sarà la nostra meta.
«C’è un problema, signore» a parlare è uno degli addetti ai sensori. Possibile che si chiami Ralp? Una cosa del genere comunque, c’ho anche scambiato due chiacchiere un paio di giorni fa, lungo i corridoi.
«Navi nemiche?» Raimi quasi scatta sull’attenti, si alza in piedi lasciando il suo posto accanto a me con un movimento misurato, ma comunque veloce.
Ralp tarda a rispondere. Ritorna a controllare i dati che ha appena letto, con un cenno della mano li controlla ancora.
Notizie davvero davvero brutte in arrivo.
«Il sensori rilevano solo sei pianeti nel sistema»
«Stai dicendo» Raimi si interrompe un momento prima di finire la frase. Non ci crede nemmeno lui, probabilmente «Che ne manca uno?»
E la risposta di Ralp tarda ancora di più: «Parrebbe di sì, signore»
«A tutte le navi» il mio maestro si trova a urlare: «Arresto immediato, pronti al combattimento. Tracciare la rotta di ritorno, pronti alla partenza prima possibile»
In risposta ottiene un coro di conferme. Nemmeno si ferma ad aspettare che siano tutte: «Sensori, confermare la lettura»
Spostando lo sguardo alla mia sinistra vedo Ralp e i suoi compagni che, di sicuro, stanno cercando una smentita a quanto hanno detto.
«Lettura» Ralp riparte «Lettura confermata, signore. Il secondo pianeta del sistema non è presente»
E il secondo pianeta del sistema era giusto giusto la nostra destinazione. Nel caso ci fosse stata una timida, impossibile, spiegazione alternativa ora non c'è più nemmeno quella.
Qualcuno ha fatto saltare in aria il pianeta.
Il che è del tutto possibile, ovviamente, non è incredibile il fatto il sé, è assurda l’immotivata violenza del gesto.
Raimi annuisce in silenzio per un momento, poi si volta alla sua destra: «Navigatore, quanto alla tracciatura delle rotte?»
«Un minuto, signor…»
Il navigatore nemmeno riesce a finire la frase. 
Un’altra voce lo sovrasta, ed è ancora Ralp: «Contatti multipli in entrata nel nostro quadrante»
E vedo le navi nemiche apparire sugli schermi perimetrali. Appaiono dal nulla, senza un avvicinamento intermedio, niente. Come se fossero uscite da un tunnel spaziotemporale apertosi esattamente dove sono comparse.
Cosa sicura, non sono nessuna delle navi che ho visto, e me ne hanno fatte imparare a memoria una discreta quantità.
Gli schermi zoomano in automatico sugli obiettivi, riesco a vederle come se ce le avessi a pochi metri di distanza.
Metallo azzurro disseminato di scanalature profonde, che invadono tutto lo scafo. L’intera superficie esterna sembra un immenso circuito elettrico, percorso da sottili filamenti di luce viola.
Sono un totale di sedici, di piccole dimensioni, grandi a malapena come la più ridotta delle nostre. Tutte le navi hanno la stessa dimensione e forma allungata, quasi simile a un sigaro, è impossibile distinguere un fronte e un retro.
Navi da ricognizione, più verosimilmente navi da pattuglia.
«Massima potenza agli scudi» Raimi scandisce l’ordine senza la minima esitazione. Per quanto lo riguarda lo scontro è una certezza «Missili pronti al lancio, equipartiti sulle tre navi più vicine»
E le navi nemiche fanno fuoco sul serio.
La miriade di scanalature che ne solcano gli scafi si illumina tutta in un colpo per un attimo, ogni stilla di quella luce viene si convogliata verso un’estremità, ciò che parte diretto verso di noi è molto simile a un fulmine che si schianta contro lo scudo.
Raimi nemmeno aspetta il rapporto danni: «Fuoco»
«Nessuna breccia nello scudo» i sensori intanto espongono il loro rapporto «Sollecitato al 22%, magneti inefficaci, probabilmente un colpo di cannone laser»
Il mio maestro non perde tempo a rispondere. Segue la scia dei missili.
Guardando dagli schermi noto due delle tre navi bersagliate che vengono avvolte da una serie di esplosioni che vanno a coprirle completamente. Un attimo dopo un’altra esplosione, più forte delle altre, sancisce che sono state abbattute.
«Tempo» Raimi chiede un aggiornamento, sempre fisso su quelle navi. Per il momento sembra tutto normale, ma la risposta al nostro attacco arriverà molto presto.
«Dieci secondi» il navigatore lo informa all’istante.
«Appena pronti partenza» si limita a ordinare il mio maestro.
Una decisione che non potrebbe essere più corretta.
Siamo in pochi contro sedici navi da pattuglia, navi che non girano mai molto lontane dal grosso della flotta. Se non ce ne andiamo di qui ora, potremo non averne più l’occasione, come del resto deve essere successo di sicuro ai poveracci del convoglio di soccorso.
«Contatti multipli in entrata» Ralp quella volta non urla, nonostante si senta, e da lontano, lo shock anche solo dalla voce.
Poco dietro le quattordici navi rimaste, ne appaiono altre, immense, semplicemente smisurate. Tutte formate nello stesso metallo azzurro, tutte con quelle strane scanalature che le percorrono per intero. Nemmeno riesco ad afferrarne il numero, a occhio. Come minimo un centinaio.
Guardando il contatore sullo schermo leggo un 149. Ed è più che probabile che fossero semplicemente quelle nelle vicinanze.
«Rotte tracciate» il Navigatore torna a farsi sentire «Partenza»
Di colpo l’immagine sullo spazio esterno tutto intorno a noi svanisce per lasciare il nulla. Gli schermi perimetrali si disattivano in automatico e tornano a vedersi le pareti della sala comando. E noi ce ne stiamo andando.
Ci ritiriamo di fronte a un nemico che giuro non ho idea di chi sia. Mai viste navi del genere.
E credo che il vecchio mi abbia costretto a imparare e memoria le navi da guerra di tutte le specie di cui siamo a conoscenza.

***

Capitolo 20 - 2 by Caladan Brood
Author's Notes:
seconda parte :P

«Io non voglio partire» seduto sul primo gradino della scala che portava al piano di sopra, suo figlio rimase a guardarla mentre lei tentava di infilare tutto quello che aveva programmato dentro quella valigia minuscola.
Certo che all’Accademia potevano anche accettare valigie un filo più grandi.
Continuò nella sua opera, fare qualcosa le era di aiuto.
Si ricordò solo dopo qualche secondo di rispondere: «Dovresti essere felice, Jorg. Era quello che volevi, no? Sei un mago»
«Sì» sbuffò lui «Ma non del fuoco»
«Anche l’oscurità non è così male» cercò di voltarsi a sorridergli, ma le risultava veramente molto difficile.
Tempo forse cinque minuti e il suo Maestro sarebbe arrivato a prenderlo. Per un mese non l’avrebbe più visto. Poi una settimana a casa e ancora un mese lontano. Questo per il primo anno, poi sarebbe potuta solo andare peggio.
Non ci doveva pensare.
«È la numero tre» boffonchiò Jorg imbronciato, cominciò a contare con le dita della mano destra «Fuoco, Luce, Oscurità e Gelo. Se mi capitava Gelo proprio rifiutavo di andare a scuola»
E magari fosse stato vero.
Fino alla sesta classe li incoraggiavano a starsene a casa, fino alla diecima non facevano niente per influenzare la scelta che avrebbero fatto, dalla diecima alla tredicesima facevano pressioni sempre crescenti per impedire che rifiutassero l’addestramento. Ma dalla quattordicesima in su non c’era nessuna scelta, era un’imposizione.
Maghi così potenti erano troppo rari per essere sprecati, lo capiva, sapeva che fossero un bene troppo prezioso per essere ignorato. Ma perché proprio suo figlio di dieci anni doveva essere un maledettissimo mago di diciassettesima classe. L’unico diciassettesima classe dell’oscurità in vita, tra l’altro.
«Vedrai che diventerà la tua preferita» tardò ancora nel rispondere, ma sul serio non riusciva a pensare ad altro. Era più forte di lei
Pur senza vederlo, sentì Jorg che sbuffava: «Anche il mio nuovo maestro è dell’oscurità?»
«Mago Fuori Categoria, dovresti essere contento» lei finalmente si decise a chiudere la valigia. Nonostante tutti i suoi sforzi non ci era stato nemmeno la metà di quel che voleva, e comunque chiuderla non sarebbe stata una passeggiata.
Ci si buttò sopra di peso tentando di far scattare i ganci.
«Volevo uno del fuoco, io» con la coda dell’occhio, vide suo figlio che incrociava le braccia al petto.
Voltandosi verso di lui, cercò di sorridergli: «Cambierai idea»
Tornò a concentrarsi sulla valigia i cui ganci finalmente avevano deciso di fare il loro lavoro. La mise in piedi, ora era tutto pronto.
Un bussare alla porta la fece quasi saltare sul posto.
Ma stava aspettando fuori dalla porta, quel tizio?
Considerato di chi si stava parlando non ci sarebbe stato niente da sorprendersi che ne fosse stato sulla porta a seguire quello che avveniva dentro casa.
Si alzò con la massima calma possibile, ma comunque i suoi movimenti le sembrarono assurdamente veloci. Si avvicinò con pochi passi alla porta e la aprì passando una mano sul pannello di sbloccaggio.
Sull’uscio vide quello che era poco più di un ragazzo.
Biondo, non molto alto, magrissimo, i lunghi capelli andavano in parte a coprirgli il viso, e quegli occhi totalmente neri.
Si ritrovò del tutto involontariamente a fare un passo indietro. Quasi a leggerle nel pensiero, il mago nascose ancora di più gli occhi dietro i capelli.
«È lui?» mettendosi in piedi, Jorg si avvicinò alla porta, senza il minimo entusiasmo.
«Sì» lei si voltò trovandosi suo figlio giusto di fronte. Tutti i suoi propositi di non fare la sentimentale si dileguarono in un istante.
Si inginocchiò di fronte a lui andando ad abbracciarlo più forte che poteva, con suo figlio che tentava in tutti i modi di liberarsi.
Ma non aveva importanza. Per lui quella era poco più di una gita, un passatempo, nemmeno aveva intuito che la sua vita era cambiata per sempre nel momento stesso in cui quel controllo sul potenziale magico aveva dato un simile esito.
«Mamma, mi fai male» cominciò a lamentarsi il bambino.
Lei lo lasciò andare dopo qualche attimo, si affrettò ad asciugarsi una lacrima che le scendeva lungo il volto prima che qualcuno la notasse.
«Sono io» il mago sorrise «Sei contento?»
«Non particolarmente» Jorg stava dedicando ogni sua energia al tentativo di trascinare la valigia fuori dalla porta.
«Meglio il fuoco» borbottò.
Il suo maestro andò ad accucciarsi accanto a lui, sollevandola senza fatica. Stese il palmo della mano aperta in direzione di Jorg. Un piccolo fuocherello cominciò ad arderci sopra, fiamme completamente nere.
«Meglio del rosso, non trovi?» il mago gli sorrise.
Jorg fissava la mano a bocca aperta.
Se c’era un modo per presentarsi nel modo migliore in assoluto, quell’individuo lo aveva centrato in pieno.

***

«Ne sei sicuro, Raimi?» 
Seduto in fianco al mio maestro, rimango a guardare l’immagine a mezzo busto dell’Ammiraglio Kalas che pone la stessa domanda per la seconda volta.
«Siamo diventati sordi?» Raimi non si fa pregare nel metter mano a un tono di colpo più sarcastico.
«Sto cercando di capire» l’Ammiraglio scuote la testa, ma la verità è che ha già capito fin troppo bene. Sa cosa è successo, ha esaminato di sicuro le registrazioni di bordo. Di conseguenza sa anche cosa bisogna fare, cosa prevedono le nostre regole d’ingaggio. Le regole d’ingaggio di una civiltà che sta cominciando a perdere parte della sua spinta espansionistica solo ora, dopo secoli.
«Ci hanno attaccato per primi, e per abbatterci» il mio maestro va in buona sostanza a ripetere quanto aveva già detto «Hanno sconfinato nel nostro territorio senza autorizzazione, hanno distrutto la colonia A834 facendo saltare in aria il pianeta, di sicuro abbiamo perso i contatti con il contingente di soccorso perché quella pattuglia lo ha abbattuto»
L’ammiraglio si porta una mano davanti agli occhi, per un secondo. Sa cosa deve fare, chiedere l’autorizzazione al Congresso è una pura formalità. Quel branco di vecchiacci pretenderanno la testa del Re nemico su un piatto, o del Presidente, o di qualunque sia la loro massima carica.
Ci sono un certo numero di pretesti per far scoppiare una guerra anche se i nostri nemici avessero trovato una civiltà meno attaccabrighe della nostra, ma con noi hanno proprio pescato il jolly.
Auguri.
L’Ammiraglio sospira: «Se la sono andata a cercare, non è vero?»
Il mio maestro ci pensa un attimo prima di continuare: «Non hanno nemmeno perso un secondo, Kalas. Sono apparsi e hanno fatto fuoco, con la stessa facilità con cui noi appariamo e chiediamo con chi abbiamo il piacere di parlare»
«Sì, ho visto» sussurra Kalas.
«Chiunque sia questa gente» rincara Raimi «Non vuole la pace. Distruggere un pianeta per distruggere una colonia non è una mossa necessaria, è un atto di guerra. Era un pianeta piccolo, d’accordo, ma nemmeno voglio immaginare cosa avranno dovuto usare per farlo a pezzi»
«Avranno scavato fino quasi al nucleo» l’Ammiraglio parlò con voce distante «Di sicuro»
«Un’aggravante» Raimi rincara la dose «Direi»
Kalas rimane in silenzio. Se ne sta zitto per abbastanza tempo che comincio a credere non parlerà più. Eppure la scelta che ha da fare nemmeno è una scelta, è una certezza, una mossa obbligata.
«Mettiti sulla via del ritorno. Non vorrei gli saltasse in mente di correrti dietro» alla fine si decide «Già domani, probabilmente, avrò il via libera per smobilitare l’intera Flotta» sposta il braccio per andare a interrompere la comunicazione. L’audio è già disabilitato e il video sta per seguirlo a ruota ma comunque riesco a distinguere il movimento sulle labbra dell’Ammiraglio.
“Stupidi idioti”
E nel complesso sono del tutto d’accordo con lui.
Andarsi a suicidare in questo modo, è proprio da stupidi.

***

«Quanto è distante l’Accademia?» Jorg continuò a camminare in fianco al suo nuovo maestro senza tanto faticare a tenere il passo, almeno per una volta.
Non sapeva dove si trovasse di preciso, ma da sua mamma aveva capito che fosse molto, molto lontana.
«Abbastanza» il mago continuò a camminare.
«E ci andiamo a piedi?» Jorg aggrottò la fronte. Non gli sembrava un’idea molto furba.
«Non vedo perché no» l’altro sorrise fin troppo. Lo stava prendendo in giro.
«Ok, stiamo andando a prendere una navetta» ne dedusse subito lui.
«No, direi proprio di no» il mago scosse appena la testa.
«È così che sei arrivato» borbottò Jorg.
«Vuoi darmi la mano?» gli chiese all’improvviso il suo nuovo maestro.
«E perché?»
Il mago fece spallucce: «Senza motivo, se non vuoi va bene lo stesso»
Dopo averci pensato un momento, Jorg gliela porse. Nemmeno il tempo di sentire il tocco della mano del suo accompagnatore e il mondo attorno a lui svanì, per lasciare spazio alla più completa oscurità.
Un solo altro attimo e l’oscurità se n’era andata, ma non erano più nello stesso posto.
Di fronte a lui c’era un viale pieno di alberi che portava a una costruzione a cupola. Ai lati della costruzione, si innalzavano quattro torri altissime, ognuna di colore diverso, una per ogni potere. Il suo sguardo si concentrò su quella completamente nera, con enormi finestroni scuri che non lasciavano vedere nulla dell’interno.
La torre dell’oscurità, ne aveva sentito solo parlare. 
Ma questo voleva dire che erano…
Si voltò verso il mago che era rimasto un passo dietro a lui, continuava a sorridere.
«Ci siamo…» Jorg tentò di articolare le parole «Ci siamo… ci siamo t…»
«Teletrasportati, certo» il suo maestro finì la frase per lui, per fortuna «Credevi sul serio che fossi venuto con una navetta?»
Lui restò a guardarlo a bocca aperta.
«Ti hanno mangiato la lingua?» ormai il suo accompagnatore stava ridendo, ma il fatto che lo stesse prendendo in giro non era un problema, in quel momento.
«Nessuno si può teletrasportare» si decise a dire a voce quanto pensava «Non in città, e tantomeno qui»
Tornando di colpo serio, il suo maestro annuì: «È vero, non si potrebbe, e quasi tutti non ci riescono» gli fece occhiolino «ma noi sì»
Jorg lo guardò a occhi sbarrati. Ma certo, avrebbe dovuto capirlo da solo. 
«Perché sei un mago dell’oscurità» bisbigliò.
«Esatto» il suo maestro tornò a sorridergli «Non è poi così male, come potere, non trovi?»
Senza nemmeno pensare a una risposta, lui si limitò ad annuire.
Si era teletrasportato. Lui e il suo accompagnatore avevano percorso una cosa come… tanta strada in un attimo.
Molto molto meglio di un po’ di fuocherelli in effetti.
Andò a voltarsi verso l’ingresso all’Accademia restando a fissarla. Le parole gli uscirono di bocca senza che nemmeno lo volesse: «Come ci sei riuscito?»
Un’ombra andò a coprire la luce del sole. Il suo maestro gli si era posizionato a fianco.
«Posso insegnartelo, se vuoi»
Jorg annuì, si ricordò di parlare solo in un secondo momento: «Si»
«Vai allora» il mago indicò il viale «Ti aspettano per la registrazione»
Senza farselo ripetere lui cominciò a correre in mezzo alle due file di alberi che delimitavano il viale.

***

«La nostra Flotta?» me ne rimango in disparte, al solito posto, a guardare il mio maestro piazzato giusto alle spalle del Navigatore, impegnato a seguire la rotta che la nave sta seguendo.
«Molto vicina, ormai» Ralp risponde con molta più calma rispetto anche solo a mezz’ora fa, segno che ormai è fatta «tre minuti»
«Kalas» Raimi va a rivolgersi direttamente all’Ammiraglio.
«Siamo quasi arrivati» la voce dell’Ammiraglio si sente in tutta la sala comando, amplificata da tutti gli altoparlanti.
«Questi tizi non sembrano aver bisogno di una manovra di avvicinamento intermedio» il mio maestro volta lo sguardo sullo schermo alla sua sinistra, di sicuro cercando la distanza a cui si trovano le navi nemiche «E forse sono troppo vicini per lasciarvi il tempo di farne una»
«Sto già dando ordine di abbandonare la velocità iperluce e disporre le navi» Kalas, com’è ovvio, c’ha già pensato «Superateci e avvicinatevi dalle retrovie. Darò ordine alle navi di contenimento di attivarsi dopo il vostro passaggio. Chi vi segue dovrà fermarsi»
Raimi annuisce senza dir altro, fa cadere la comunicazione. Si rivolge al Navigatore: «Sentito?»
Il diretto interessato annuisce senza distogliere lo sguardo: «Variazione di rotta pronta per essere implementata, non appena saprò dove si ferma la flotta»
«Comunicala a tutti gli altri» Raimi annuisce ancora «Le navi nemiche?»
«In costante avvicinamento» i sensori rispondono dopo il tempo minimo per controllare i dati «Ma ormai a distanza di sicurezza»
E con questo ha fine un viaggio che quasi subito si è trasformato in una fuga. Non avevamo cominciato il viaggio di ritorno da nemmeno due ore che ci siamo trovati a dover gestire un inseguimento da parte di un migliaio di navi. Navi, tra l’altro, che di ora in ora si facevano sempre più vicine.
Chiunque siano questi tizi sono più veloci di noi. Qualunque sia il loro sistema di propulsione e navigazione, parrebbe migliore del nostro visto che quanto detto dal mio maestro sembrerebbe del tutto vero.
Tutte le navi nemiche che ci sono apparse davanti sono apparse dal nulla, senza il bisogno della minima manovra di avvicinamento, come se avessero abbandonato la velocità iperluce per apparire esattamente nel posto in cui avevano intenzione di apparire.
Una precisione a cui noi non possiamo nemmeno sperare di avvicinarci, questo è inutile negarlo.
Certo, la domanda viene spontanea.
Perché correrci dietro con tanta determinazione, e soprattutto con così tante navi? Non ha senso, è fuori da ogni logica. Noi siamo una trentina di navi, alla fine, non occorre così tanto per abbatterci.
A meno che non prevedano già che ci stiano arrivando rinforzi.
Ma in quel caso la domanda diventa un’altra? Perché pur sapendolo continuano a seguirci?
Devo dire che questa situazione comincia a piacermi davvero davvero poco.
«La Flotta si è fermata comunicandoci la posizione esatta» il Navigatore riparte «Variazione di rotta tracciata, arrivo previsto in quindici secondi»
E quindici secondi esatti dopo usciamo dal tunnel spaziotemporale per trovarci in mezzo al nulla, come prevedibile. Una minima occhiata al radar e capisco che siamo a qualche secondo luce dalla flotta. Rotta d’avvicinamento alternativa con margini risicati, come minimo.
E con questo l’inseguimento può considerarsi definitivamente concluso. I nostri inseguitori non hanno la minima speranza di prenderci, ormai. L’attimo dopo il nostro passaggio la Flotta ha attivato le navi di contenimento, rendendo impossibile proseguire a chi ci stava seguendo.
Non ci resta che fare un po’ di marcia indietro e unirci al resto delle navi, e lo stiamo già facendo, pare.
Dagli schermi perimetrali riesco a distinguere il percorso di avanzamento rapido che il nostro convoglio sta seguendo, tra non molto saremo a destinazione.
«Invasori alieni» la voce dell’Ammiraglio irrompe dagli altoparlanti. Sta parlando abbracciando bene o male tutte le frequenze di comunicazione convenzionali «Avete sconfinato nei domini della Confederazione. Ritiratevi immediatamente, vi scorteremo fino ai nostri confini»
Segue il silenzio, ma è del tutto normale. Il messaggio, adesso, sta venendo ripetuto in una decina tra le lingue più comuni. Improbabile che questi tizi non ne conoscano nemmeno una anche se… a un primo sguardo danno davvero l’idea di venire da lontano, molto molto lontano.
Rimango a fissare le navi nemiche trovandomi a confermare in pieno la mia prima impressione. Non ne ho mai viste anche solo di simili, e raramente ne ho viste di più grandi. La più grossa di tutte, quella che presumo sia la loro Ammiraglia, fa sembrare piccola quella della nostra Flotta.
Un bestione con una vaga forma triangolare, visto da prua, linee arcuate, nessuno spigolo vivo. Lo scafo nella parte mediana fino alla coda si allarga in due enormi ali, come se colosso simile fosse stato progettata per il volo atmosferico. Il che è del tutto assurdo, quel mostro peserà quanto un pianeta, e anche come estensione direi che ci siamo.
Nemmeno sono sicuro che la si possa chiamare nave, data la stazza.
Ed è proprio da lì che sta uscendo qualcuno.
Ormai siamo arrivati a fermarci nelle retrovie dello schieramento della Flotta, e ancora prima che il messaggio sia stato ripetuto in tutte le lingue in programma, qualcuno esce da quella nave, passando attraverso lo scafo, attorniato da una coltre di fiamme che subito parte a espandersi in tutte le direzioni.
Un mago.
Un Fuori Categoria.
Una capacità di attingere al flusso a dir poco spaventosa.
Riesco a percepirlo con chiarezza incredibile da dove mi trovo, e ci sarà un milione di chilometri tra me e lui.
La sua sola presenza distorce il flusso, lo altera, lo plasma, lo controlla. Lo controlla a un livello a dir poco incredibile.
Le fiamme attorno al mago si espandono a dismisura, diventa impossibile non notarlo anche se qualcuno guardasse a occhio nudo. Poi di colpo la coltre di fuoco inizia a regredire, il corpo del mago torna del tutto distinguibile.
Ed è lì che lo noto. Non ha una forma definita, non ha un volto. Tutto il suo corpo è un’unica superfice riflettente, con forme antropomorfe. Due gambe, due braccia, una testa. Tutto il resto si può considerare di fatto indistinto.
Non ho mai visto una cosa del genere.
Sposto lo sguardo sul mio maestro e lo trovo fisso sul mago, la mascella contratta. Nessun altro segno visibile del suo nervosismo, ma quella per me è una prova più che sufficiente che nemmeno lui si sia abbattuto in niente di simile.
Il mago porta il braccio destro al fianco andando a impugnare una spada riposta nel suo fodero. La sguaina tenendola avanti a sé per un momento, poi la inclina andando a prenderne la lama con la mano sinistra.
Tiene l’arma in orizzontale stendendo le braccia avanti a sé.
Quello che penso possa essere interpretato come un segno di non belligeranza.
A conferma della mia impressione, lo scafo dell’immensa nave da cui è sgusciato il mago si ritira nella zona di prua in un’area ristretta. Attraverso l’apertura creatasi sguscia una piccola nave bianca, nella forma simile alla mostruosità da cui è uscita.
Il mago lascia che la navetta cominci ad avanzare verso le prime linee del sup schieramento, poi vi si dirige, in uno scoppio di fiamme vi filtra all’interno.
La piccola nave bianca avanza lenta, solitaria, abbandona lo schieramento di sua appartenenza per andare a fermarsi giusto a metà strada tra la nostra flotta e la sua.
Un messaggio di una chiarezza assoluta. Un loro emissario vuole parlare con noi.
La domanda da porsi a questo punto diventa: c’è da fidarsi?

***

«Confermare le scansioni» Kalas chiese l’accertamento di quanto gli avevano appena riferito.
La risposta tardò più di qualche secondo: «Le scansioni confermano i dati preliminari. La nave non risulta avere armamenti, non ha scudi attivi e non ha equipaggio. È vuota, l’unico a bordo è il mago che ci è appena entrato. Alla partenza non c’era nessuno all’interno»
O qualcuno di molto bravo a nascondersi.
Con un minimo sforzo di memoria Kalas cercò di riportare alla mente tutti i possibili modi per sottrarsi a una scansione sensoriale, in modo da diventare invisibile a qualunque spettro di ricerca.
Il modo c’era, doveva ammetterlo, ma non era alla portata di tutti. E in ogni caso, non aveva intenzione di mandare a parlamentare nessuno di facilmente catturabile.
Perché era chiaro che quel mago questo volesse. Un incontro diplomatico, un’occasione per discutere.
E se c’era anche un’unica possibilità di evitare l’ennesima guerra, lui l’avrebbe percorsa, anche a costo di correre qualche rischio.
Nonostante quel nemico si fosse dimostrato più che ostile, nonostante avesse attaccato più volte le loro navi, e la loro civiltà, nonostante il congresso gli avesse conferito la facoltà di dichiarare una guerra, e tra le righe gli avesse consigliato caldamente di farla scoppiare, non aveva la minima intenzione di dare vita a un conflitto che si poteva evitare.
Se al Congresso non stava bene che lo rimuovessero dall’incarico, quattrocento anni da Ammiraglio di una Flotta sempre in guerra erano anche troppi. A dire il vero già a dieci cominciava a considerarli troppi.
«Io vado» dichiarò, e non solo rivolto alla sala comando.
«Pessima idea» Gylliam gli rispose pressoché all’istante.
«Non dire scemenze» Raimi gli fece eco il secondo dopo.
«Non chiedevo consiglio» cominciando a camminare, Kalas si diresse verso gli schermi perimetrali della sala comando «Vi rendevo partecipi della mia decisione»
«Potrebbe esserci chiunque lì dentro» Raimi non si fece scoraggiare, e con una motivazione validissima, tra l’altro.
«Non li invidio» lui continuò a camminare.
«Non fare lo spaccone, Kalas, quel tizio non è il primo arrivato» l’altro continuò.
L’Ammiraglio non si fermò, ma Raimi aveva ragione ancora una volta. Il mago che avevano appena visto era un Fuori Categoria, senza ombra di dubbio. Un Fuori Categoria che in quei pochi istanti in cui lo aveva fatto, aveva dimostrato una disinvoltura a dir poco disarmante nel manipolare il flusso.
Quell’essere era pericoloso, inutile negarlo. E se lì dentro ce ne fossero stati altri due, o tre? La situazione avrebbe potuto mettersi molto male, se la sfortuna l’avesse assistito.
Ma comunque ne valeva la pena.
«Non preoccupatevi» Kalas si decise a rispondere «Vuole solo parlamentare»
«Questi non vogliono parlamentare» Gylliam ritornò alla carica «Non ti porti dietro un migliaio di navi da guerra, se vuoi parlamentare»
«Non fai saltare in aria un pianeta se il tuo obiettivo è ottenere un accordo» Raimi rincarò la dose.
Kalas annuì in entrambe le occasioni. Vero, verissimo, ineccepibile, ogni più piccolo particolare urlava che quella fosse una pessima idea. Ma non aveva importanza, doveva provarci lo stesso: «Devo tentare comunque»
Attinse in minima parte al suo potere e si spinse in avanti verso gli schermi perimetrali, ci passò attraverso e proseguì verso l’esterno della nave. Mantenne una velocità contenuta fino a che non fu nello spazio aperto, poi liberò una parte più consistente del suo potere.
Di proposito, attinse in minima parte al flusso. Di fatto un ausilio di cui nemmeno aveva bisogno e che gli era inutile, ma era meglio mettere le carte in tavola. Rendere noto al loro nemico con chi avevano a che fare, fargli capire il più possibile che non era il caso di mettersi contro di loro. Il tutto prima che le parole andassero a decidere i loro destini.
Chissà quale lingua si sarebbe parlato?
A poter scegliere avrebbe optato per una di quelle che conosceva, ma aveva la netta impressione che sarebbe stato come minimo difficile.
Quel nemico, quella razza, veniva da lontano, molto lontano. Non aveva mai nemmeno sentito parlare di navi del genere, di forme del genere, ma soprattutto di funzionamenti simili. A che lui sapesse, nessuna nave era in grado di abbandonare la velocità iperluce andando ad apparire esattamente nel punto dove voleva arrivare. Nemmeno era un risultato che considerava possibile ottenere.
Rallentò in prossimità della piccola nave bianca andando per un momento a cercarne l’entrata. A un primo sguardo non ne trovò nessuna, e forse nemmeno c’era.
Sgusciò all’interno dello scafo mantenendo all’erta ogni suo senso, nonostante non ci credesse sul serio che quella fosse una trappola. 
Quegli esseri non potevano sapere che a parlamentare con loro fosse andato l’Ammiraglio della Flotta Confederata. Per quanto li riguardava poteva essere anche un comunissimo ambasciatore.
A conferma di ciò, stando a quanto sentiva in quella nave non c’era nessuno, nessuno a parte il mago che sapeva esserci, e che non faceva nulla per nascondersi. Anzi, mantenendosi rilevabile gli stava indicando la via da seguire, nonostante forse non ce ne sarebbe stato bisogno.
Attraversò poche decine di metri oltre la carlinga esterna per ritrovarsi all’interno di un salone assolutamente immenso. Anche solo seguendo le forme della stanza si poteva intuire che l’intera nave non fosse altro che un enorme sala, semplicemente gigantesca.
Andò a mettere piede su un pavimento perfettamente liscio, quasi irreale, color rosso cupo. Come del resto, il rosso dominava ogni minimo elemento strutturale. Le pareti perimetrali, di fatto, costituivano una volta che saliva con una dolce curvatura, ogni elemento strutturale che componeva il salone, incluse le sottili travi che ne costituivano l’intelaiatura principale, erano rosse anch’esse. La smisurata moltitudine di specchi piazzati ovunque non faceva altro che dar percezione che quell’ambiente fosse ancora più gigantesco.
Senza guardarsi in giro avanzò deciso verso il mago, che di fatto era uno specchio anch’egli.
Ora poteva vederlo bene, senza quella coltre di fiamme ad avvolgerlo. Nessun contorno definito, nessuna spigolosità. Un corpo antropomorfo appena abbozzato.
Mai vista una cosa del genere.
Continuò ad avanzare, notando con un certo disappunto che l’altro non si muoveva di un passo. Gran brutto segno, ma non sarebbe certo stato quello a fargli perdere le staffe.
Accettò senza problemi l’onere di colmare per intero la distanza che vi era tra loro.
L’attimo dopo essersi fermato di fronte a lui, ancora prima di poter aprir bocca, il mago si batté il dito della mano destra sulla tempia, un paio di volte.
E quello era il modo in cui avrebbero comunicato, per via telepatica. Di fatto l’unico modo per capirsi se nessuno dei due sa la lingua dell’altro.
Per la miseria, da dove diavolo venivano quegli esseri?
Kalas aprì la sua mente il minimo necessario per rendere possibile un legame telepatico. L’essere di fronte a lui non fece nulla per forzare il legame, si limitò a stabilire la connessione.
«Vi saluto, invasori» Kalas cominciò con un saluto che quantomeno per metà voleva essere gentile. Erano quegli esseri dalla parte del torto, ma era disposto a fare un’eccezione.
L’altro sulle prime non rispose.
Bruttissimo segno.
«Il mio nome è Heinin, Imperatore della Dominazione Silent» il mago parlò con voce calma, misurata, del tutto priva di aggressività.
Finalmente una nota positiva.
Kalas scavò inutilmente nella memoria alla ricerca di un qualunque appiglio. Niente, non aveva mai sentito parlare nemmeno da lontano di un Impero del genere, né tantomeno di un Imperatore.
«Io sono Kalas Eldric, Primo Ammiraglio della Flotta Confederata»
L’Imperatore non mosse un muscolo: «Avete l’autorità per parlare a nome della vostra… Confederazione?»
Kalas accennò ad annuire, salvo poi fermarsi di colpo. Magari per quegli esseri era addirittura un’offesa, altro che gesto d’assenso: «Sì, ho questa autorità»
Non era del tutto vero. Il Congresso gli aveva conferito il potere di dichiarare lo stato di guerra, non di negoziare per la pace. Ma si sentiva abbastanza fiducioso di poter gestire i vecchiacci, almeno entro certi limiti.
L’imperatore ancora una volta rimase immobile, ritornò a parlare solo dopo qualche istante: «Molto bene, Ammiraglio. La mia richiesta è di cederci questa realtà, o la parte che risulta sotto il vostro controllo»
Uno shock.
Pur imponendosi in tutti i modi di rimanere impassibile, di non reagire a nessuna richiesta, Kalas si trovò a fare un passo indietro, sbarrò gli occhi provando in tutti i modi di controllare quantomeno i movimenti della faccia, ma di sicuro l’espressione doveva essere sconvolta.
Riuscì ad articolare un messaggio telepatico quasi con fatica: «Cosa… intendete dire?»
Quella volta l’Imperatore allargò le braccia, indicando tutto: «Questa realtà»
«Intendete» Kalas si fermò prima di dirlo, non poteva essere così assurdo «Questo universo?»
«La terminologia è di secondaria importanza» l’Imperatore continua a parlare come se nulla fosse.
Kalas rimase zitto.
Ok, non poteva essere. Nessuno se ne salta fuori con una richiesta simile. Ma da dove diavolo erano sbucati, quei tizi?
Gran bella domanda. Se il loro Imperatore se ne usciva chiedendo l’Universo, per definizione… quella gente doveva venire da un altro Universo. O qualcosa di simile, quantomeno.
Una scoperta che in quel momento non aveva il potere di smuoverlo più di tanto.
C’erano tutt’altri problemi.
Riuscì a riprendersi, nonostante tutto: «Non mi pare ci sia molto spazio per le trattative»
«Purtroppo» l’Imperatore rispose all’istante «Questa non lo è. Le condizioni che avete per evitare una guerra sono quelle che vi ho esposto. Mi rincresce, ma non sono negoziabili»
Gli rincresceva? 
Simpatico, e molto anche.
Kalas rimase imperturbabile: «Posso chiedere che guadagno ne deriverebbe per noi, dal non dichiararvi guerra?»
«Io e tutti i miei sudditi diamo la nostra parola che il trapasso sarà veloce, rapido, e soprattutto indolore. Quasi nemmeno ve ne accorgerete» 
Una frase chiara, limpida, precisa, dal significato cristallino. Peccato che come tornaconto quell’essere adducesse quello che poteva essere paragonato a un suicido di massa.
«Non mi state dando molta scelta, Maestà» rispose Kalas, con fare sempre più asettico.
«La vostra morte è già segnata, Ammiraglio» lo schifoso non cambiò tono di voce nemmeno in quell’occasione. Come se stesse parlando del tempo «Se non con la via che vi ho indicato, per un’altra via, sicuramente più lunga e dolorosa»
«Dunque» Kalas strinse le mani a pugno. Quell’essere lo stava facendo sul serio incazzare «Date la vostra vittoria per scontata»
«Abbiamo combattuto molte guerre, Ammiraglio» l’Imperatore continuò «Molte più di quante immaginiate. Nessuno si è mai rivelato un avversario all’altezza»
Kalas prese un respiro profondo. Ormai non c’era più niente da dire, quello era chiaro, ma comunque era il caso di restare su quella linea: «Forse, maestà, dovreste valutare la possibilità…»
«E tutti si credevano avversari degni» l’Imperatore lo interruppe, di fatto intuendo al volo quale sarebbe stato lo sviluppo della frase.
Senza nemmeno volerlo Kalas si trovò a fare un passo avanti. Ebbe il buon senso di fermarsi subito. Nonostante tutti i suoi tentativi, il pensiero che inviò a Heinin gli sembrò un sibilo: «C’è sempre una prima volta, maestà»
«Non sarà questa» l’Imperatore non fece una piega, come sempre del resto.
«Sapete molto su di noi, ne arguisco» ormai Kalas si trovò a faticare per tenere a freno la mente, cercando in qualche modo di eliminare i pensieri oltraggiosi che stava pensando. E dire che non se la sentiva di dire di essere proprio uno schifo come diplomatico.
«Il necessario»
«Io ne dubito, maestà»
«Io ne sono certo, Ammiraglio»
Kalas si sforzò di annuire e basta.
L’incontro era finito.
Si inchinò all’Imperatore abbozzando appena un movimento del busto, incurante del fatto se il gesto per loro fosse appropriato o meno. Si voltò a dargli le spalle e cominciò ad allontanarsi.
La voce dell’Imperatore lo raggiunse ancora: «Accettate Ammiraglio, fate il bene del vostro popolo»
Il bene del suo popolo…
La diplomazia aveva fallito.
Senza porsi la minima limitazione, dando fondo a tutta la velocità di cui era capace, Kalas espanse il suo potere. La sensazione di gelo lo invase con una rapidità che non sperimentava da molto tempo. Il pavimento sotto si suoi piedi si disintegrò all’istante lasciando una voragine profonda diversi metri.
Attinse al flusso senza il minimo freno e si voltò, sguainando la spada che portava al fianco abbastanza in fretta da distruggere il fodero in cui era riposta. Senza toccare terra si proiettò in avanti con il braccio già teso in avanti, la spada a prolungamento del braccio.
E l’Imperatore ancora non aveva mosso un muscolo.
No, solo in quel momento cominciava a muoversi, quando il suo avversario era a nemmeno dieci passi.
Invincibili un cazzo.
Continuò ad avanzare, sempre più veloce, la sua percezione del tempo che ormai era già schizzata ai massimi livelli. Ma sua maestà si stava riprendendo, stava colmando il divario, stava reagendo.
Tutta fatica sprecata, con ogni probabilità. E l’arrogante bastardo doveva considerarsi fortunato di avere a che fare con lui.
Decelerò di colpo a due passi dal bersaglio, si fermò con la punta della spada a meno di dieci centimetri dal petto del nemico. Cominciò ad abbandonare il tempo soggettivo del tutto pronto a ritornarvi nel caso il suo avversario non avesse cominciato a fare lo stesso pressoché all’istante.
Nel rendersi conto che sua maestà accettava la fine di un duello che probabilmente lo avrebbe visto morto alla prima stoccata, Kalas lasciò che il tempo tornasse a fluire normalmente.
E il salone andò in pezzi.
La sola onda d’urto dovuta alla brusca accelerazione e all’ancor più brusco arresto divelse le pareti perimetrali fino al soffitto. L’effetto del calo di temperatura nella stanza mandò in frantumi ogni specchio, crepò e squarciò il pavimento in tutta la sua estensione, fece collassare buona parte delle travi che reggevano la sala nella sua forma.
«Vivete solo perché lo giudico un attacco scorretto, vostra maestà» Kalas mantenne la spada puntata contro l’avversario «Se siete ancora vivo è perché così IO ho deciso»
Ripartì senza aspettare una risposta: «Noi non siamo come nessun avversario abbiate mai affrontato, noi non siamo come niente abbiate mai visto, noi non siamo nemmeno lontanamente come voi ci avete immaginato. Contro di noi, Imperatore, non ci può essere vittoria»
«Questa guerra porterà sofferenza, porterà dolore, porterà morte, ne sono sicuro, ma non sono altrettanto sicuro la porterà a noi. Come non sono altrettanto sicuro che saremo noi a venire sconfitti» sibilò ancora Kalas. Fanculo la diplomazia, non era il suo vero campo, meglio passare a una disciplina che gli era più congeniale. L’intimidazione.
L’Imperatore restò impassibile, nessun movimento, nessun tremito, niente. Una statua, una statua rivolta dritta contro di lui che se ne stava in silenzio. Si mosse solo dopo interi secondi.
Con movimenti lenti, chiaramente non con intenzioni offensive, si allontanò dalla spada di cinque passi. Camminò all’indietro con una calma invidiabile per uno che aveva appena visto la morte in faccia.
Si fermò sul posto.
Immobile dove si trovava, Kalas ebbe la certezza che quell’essere lo stesse guardando. Ricambiò lo sguardo. E in quel momento vide l’Imperatore inchinarsi. Niente a che vedere con l’inchino appena abbozzato che lui stesso aveva proposto pochi istanti prima. Un inchino profondo, prolungato.
«Sono costernato di aver recato offesa alla vostra razza, Ammiraglio. Ora so che quanto da me detto a voi non si applica» l’Imperatore cominciò a parlare.
Abbassando la spada, Kalas si trovò a sperare. Bastava una frase, un’unica frase. “Ritorneremo al buco schifoso da cui siamo venuti, scusateci”
Non li avrebbe ostacolati in nessun modo, li avrebbe solo scortati all’uscita, per poi sincerarsi di tappare per bene ogni minima via d’accesso quegli esseri avessero verso il loro universo.
«Ritiro tutto quello che ho detto» continuò l’Imperatore «Inclusa l’ignobile proposta che ho osato avanzare»
Un'unica frase, una, sola una.
Kalas chiuse gli occhi, nel tentativo di visualizzare la scena, come se immaginarla potesse renderla reale.
L’Imperatore tornò a mettersi in piedi. Per un orrendo momento Kalas ebbe la certezza che sotto quella superficie riflettente ci fosse un volto, un volto come il suo se non simile. Un volto che sorrideva, un ghigno spaventoso.
«Sarà un onore combattere» l’Imperatore riprese «E vincere contro di voi, Ammiraglio»
Per la seconda volta in pochi secondi, Kalas chiuse di nuovo gli occhi.
Ed era guerra.
«A presto, Imperatore» lo salutò con garbo, nonostante forse non lo meritasse.
«Vi saluto, Ammiraglio» Heinin abbozzò un cenno del capo prima di alzarsi in volo. Dal suo corpo sgorgarono appena alcune lingue di fuoco, il minimo indispensabile. Di sicuro aveva abbassato le ali o meglio, ora probabilmente portava un certo rispetto per il suo avversario.
Kalas lo osservò mentre si innalzava lento fino alla volta della sala e la attraversava in un piccolo scoppio di fiamme.
Rimase immobile ancora un momento.
Che cosa era successo?
Che cosa aveva fatto?
Non era sicuro che fossero domande a cui voleva una risposta.
In quattrocento anni, aveva dichiarato tante guerre. Aveva respinto decine di proposte di tregua, aveva visto fin troppi nemici.
Ma mai come quelli, era un’affermazione di cui era certo, nonostante a rigor di logica non avesse i mezzi per asserirlo.
Forse era vero che quell’impero non aveva mai affrontato un avversario come loro. Ma se la sentiva di dire, con discreta certezza, che nemmeno loro avevano affrontato un nemico anche solo paragonabile a quella gente.
L’Impero Silent si sarebbe rivelato un avversario potente, era un fatto che non metteva nemmeno in dubbio. Ma forse di fronte a un avversario di pari livello, o superiore, alla fine avrebbe rinunciato.
Eppure, nella sua mente, continuava a rivedere quel maledetto sorriso stampato in quella faccia senza volto.

Capitolo 21 by Caladan Brood
Author's Notes:
e avanti col prossimo capitolo, tanto per cambiare in formato maxi :S.
non mi ha fatto propriamente schifo. cioè, non succede un granchè, ma un minimo di punto della situazione dopo il penultimo capitolo, quello dei gran maestri, mi pareva dovuto.
quello che un minimo lo salva, secondo me, è che qui qualche indizio di un certo peso l'ho sganciato, visto che mi pareva il momento buono :P.
in ogni caso, buona lettura, fatemi sapere ^_^.

Capitolo 21

Ha quasi dell’esilarante rianalizzare le implicazioni date dall’arrivo di Rangvald tra le nostre fila, a quel punto del conflitto, in piena condizione di emergenza.
Con un nemico pronto a colpire, e colpire duro, come sapevamo per certo sarebbe successo, l’arrivo di un simile Prima Categoria appariva come una benedizione, un netto punto a nostro favore.
Stava per giungere tra le nostre fila un mago di forza incredibile, in possesso della conoscenza per compiere incantesimi a noi ancora preclusi, l’unico Prima Categoria del Fuoco che fossimo stati in grado di trovare fino a quel momento. Una maga che avrebbe portato a noi un vantaggio tattico di proporzioni più che considerevoli.
Le spade. Spade in grado di resistere alle micidiali sollecitazioni date da un combattimento magico.
In quel momento ci sembrò che la nostra condizione, con un’unica mossa, fosse migliorata nettamente.
Ci sbagliavamo.

22 Giugno
Ore 13:00
Prima Astronave Madre della Flotta


Il Maresciallo rimase immobile a controllare anche solo visivamente che i due Gran Maestri fossero in effetti scomparsi, riattraversando quello stesso tunnel che ormai era molto vicino al collasso.
Con l’ennesima variazione di dimensioni, del tutto visibile a occhi nudo, il passaggio si allargò di colpo per poi crollare all’improvviso, rendendo di nuovo possibile vedere lo spazio stellato al posto di quella voragine nera.
Era finita sul serio.
«Confermare la chiusura del tunnel» si decise di nuovo a parlare.
«Confermato» i sensori diedero la comprova «I due maghi nemici hanno attraversato il passaggio negli ultimi sei secondi utili. In caso contrario non avrebbero potuto percorrerlo»
E si sarebbero trovati intrappolati lì. Non era una bella prospettiva, anzi. Almeno per un’unica volta c’era da ringraziare l’abilità dei loro avversari. Non riusciva nemmeno a immaginare cosa sarebbe successo se quegli esseri avessero avuto più tempo.
«Gli ARC5?» tornò a chiedere il Maresciallo.
I sensori tardarono nella risposta.
«Solo…» alla fine l’operatore capo si decise a prendere la parola «Solo un superstite, signore. Hinor»
Come fosse diventato di colpo di gesso, il Maresciallo si spostò verso la voce che l’aveva informato con un movimento rigido: «Come, prego?»
«Sono morti tutti, signore» l’altro precisò «Nessuno di loro da più segni di vita. L’unico a darne ancora, nonostante gravi ferite, è Hinor»
«Roost 2» il Maresciallo non perse un altro secondo «mandate immediatamente una squadra di soccorso. Recuperate gli ARC5 e portateli qui»
Ci fu un’immediata risposta di conferma. 
Ma non era detto che sarebbe servito a qualcosa. I quanto macchine, quei maghi potevano essere riparati, potevano subire danni inconcepibili e comunque essere recuperati, ma c’era anche per loro un limite oltre cui non potevano reggere.
E avevano avuto a che fare con un nemico in grado di sferrare colpi di potenza inaudita.
«Rapporto dalla Xeria?» Cergos si decise a prendere la parola. Quella era la domanda che poteva considerarsi la più importante di tutte. Come era stato in grado, quell’essere, di distruggere dall’esterno una nave stellare?
Era semplicemente assurdo, fuori da ogni logica. 
Eppure era successo.
«Il database centrale non ha subito danni rilevanti. La Roost 2 ha già inviato un ricognitore a recuperarlo» le comunicazioni non si fecero attendere.
«Sensori?» Cergos si rivolse alla ricerca quantomeno di un’analisi preliminare.
Una risposta, in quell’occasione, arrivò con più lentezza. Tutti gli operatori interpellati ci misero un minimo di tempo a rielaborare le informazioni registrate.
«Offensiva di potenza sconosciuta, energia totale liberata non quantificata» alla fine l’operatore capo si decise a eseguire il suo rapporto «Colpo estremame