Le porte dei mondi by Selerian
Summary: Noi abbiamo aperto le Porte dei Mondi. Noi abbiamo creato navi in grado di volare, noi abbiamo trovato uomini capaci di guidarle.
Noi cerchiamo nuovi mercati da conquistare con le nostre tecnologie. Noi cerchiamo nuovi schiavi per le nostre industrie. Noi cerchiamo risorse e terreni da conquistare.
Noi abbiamo conquistato mondi e rovesciato imperi. Il logo delle nostre Corporazioni soppianterà tutte le bandiere.
Noi abbiamo avvelenato il nostro mondo e abbandonato i suoi abitanti. Noi abbiamo comprato pianeti e corrotto sovrani.
Noi sopravviveremo alla fine del nostro mondo. Noi colonizzeremo altri mondi. Noi costruiremo nuove meraviglie. Noi rovesceremo ogni resistenza.
Noi abbiamo bisogno degli scienziati più geniali, dei leader più brillanti, dei maghi più potenti. Noi accetteremo chiunque, i reietti e i dimenticati, i bianchi e i neri, umani e non umani. Tutto ciò che porterà avanti il nostro potere.
Tu, vuoi essere dei nostri?
Categories: Saghe Characters: Nessuno
Genere: Avventura
Warnings: Nessuno
Challenges:
Series: Nessuno
Chapters: 17 Completed: No Word count: 70854 Read: 9675 Published: 26 Apr 2011 Updated: 29 May 2012
Story Notes:
Una volta tanto provo una storia autoconclusivi (16 capitoli, poi la storia muore lì xD). Feedback molto, molto apprezzato...!

1. Repressione by Selerian

2. Proposta by Selerian

3. I Guardiani del Mondo by Selerian

4. L'assedio senza fine by Selerian

5. PRIMO INTERMEZZO - Sogni by Selerian

6. Jayel by Selerian

7. Esuli by Selerian

8. Reliquie by Selerian

9. Impero by Selerian

10. Rivolta by Selerian

11. SECONDO INTERMEZZO - Illusioni by Selerian

12. Conseguenze by Selerian

13. Ricordi by Selerian

14. Tempesta by Selerian

15. Duello by Selerian

16. Epilogo by Selerian

17. TERZO INTERMEZZO - Realtà by Selerian

Repressione by Selerian
Author's Notes:
Capitolo uno. Il tono del protagonista mi è venuto un pò (ehm, abbastanza xD) più cupo di quel che volevo, temo rischi di dare fastidio... comunque, fate sapere!
Documento senza titolo

Repressione

 

“I selvaggi ci sanno fare un po’ più del previsto. I loro fottuti stregoni chiamano un elementale!”, grida Eshili, indicando verso il mare.

Strizzo gli occhi, maledicendo il riflesso dell’assurdo sole blu. Oltre la fiancata della nave l’oceano mi sembra un’unica massa azzurra e luminosa.

“Dove cazzo…?”

Il mio amico indica dritto davanti a noi. Impiego ancora qualche secondo a distinguerlo. Una massa d’acqua ribollente si alza lentamente dalla superficie delle onde. Sempre più grande, in movimento sempre più rapido. In pochi secondi diventa una colonna alta una dozzina di metri, ancora in movimento frenetico, con scariche di luce azzurra che lampeggiano all’interno.

“Dove sono gli stregoni?”, chiesi. La mostruosità è sempre più alta, non mi sento poi tanto sicuro di poterla distruggere direttamente.

Eshili chiude gli occhi. Simboli luminosi appaiono a mezz’aria davanti alle sue mani. Cerco di leggerli, seguire i movimenti delle sue dita. Inutile, non sono mai stato bravo nelle analisi magiche.

Il mio amico riapre le palpebre e scuote la testa.

“Non lo trovo. La loro fottuta magia tribale, non ci capisco niente”

Mi giro all’indietro, verso il capitano. L’idiota guarda con tranquillità verso la colonna d’acqua in formazione a meno di cento metri da noi, con un leggero sorriso sul volto, come si trattasse di un simpatico scherzo.

“Capitano! Dica al Quadro di Luce di trovare lo stregone che sta evocando quel coso, altrimenti qui non ne usciamo bene”

Il sorriso cortese dell’uomo non si increspa minimamente.

“Si tratta pur sempre di magia tribale”

“Sì, ma ci può ammazzare bene quanto la bella e raffinata magia accademica se non vi sbrigate a trovarci da dove cazzo lo evocano” rispondo, secco.

Il capitano sembra accigliarsi. Lo ignoro, sperando che l’idiota faccia il suo dovere, e torno a guardare verso l’elementale in formazione. Ormai è alto venti metri, una torre d’acqua diverse volte più alta della nostra nave. Smette di essere un vortice informe, nella parte più alta vanno a formarsi due rozze braccia, l’abbozzo di una testa.

“Qui se aspettiamo il Quadro di Luce facciamo in tempo a morire venti volte. Cerchiamo di abbattere quel coso, o almeno rallentarlo”

Moen appoggia le mani sui cristalli canalizzatori, senza dire nulla. Eshili mi guarda per un istante, come per protestare. Poi si stringe nelle spalle e inizia ad inviare energia.

Allargo le braccia, ricevendo l’energia dei miei compagni. Lascio che l’energia della Tempesta mi scorra nel sangue, che trascini via i dubbi, le debolezze. All’improvviso il sole intenso non mi ferisce più gli occhi, la mostruosità torreggiante che si avvicina non mi spaventava poi tanto.

Un movimento delle mie dita, dozzine di sottili simboli rossi appaiono nell’aria davanti a me, allineandosi di fronte ai miei occhi nell’istante in cui li penso.

Porto le mani in avanti, lasciando che l’energia liberata dai miei compagni la riempia, attingendo al potere della Tempesta. Ora posso vedere l’energia scorrere nel mondo attorno a me. Sottili linee rosse che venano ogni cosa, invisibili ai comuni mortali. Il calore che emana dal metallo della nave, il movimento delle onde, lo stesso vorticare dell’elementale.

A me, penso. E le linee si distorcono, si contraggono, affluiscono alle mie mani. I simboli rossi della Tempesta, rossi e ormai visibili a chiunque, mi vorticano attorno alle dita.

Aspetto che la mostruosità liquida si avvicini a meno di cinquanta metri, prima di concentrarmi su una rapida sequenza di simboli e lasciar andare il potere raccolto fra le mani. In poco più di un secondo, vedo la sfera di energia violacea attraversare lo spazio fra la nave e l’elementale, colpendo a metà altezza la colossale colonna d’acqua.

Un’esplosione, uno sfrigolio. Un’ondata di vapore biancastro si leva dal punto d’impatto, coprendomi per un istante la visione del nostro avversario. Si dirada in pochi istanti, permettendomi di vedere la parte superiore del suo corpo che perde coesione e scivola giù, torna all’oceano da cui è appena uscita. Alcune parti cedono così velocemente che cadono giù del tutto, sollevando piccole ondate all’impatto.

“Fottuto?”, chiedo.

“Non contarci”, rispode Eshili, calmo, tornando a farmi affluire energia. Annuisco. Non avevo mai combattuto elementali, ma non mi illudevo che cedesse così facilmente.

Mentre già preparo il colpo successivo, la colonna d’acqua prende rapidamente a innalzarsi e ispessirsi, tornando in pochi secondi alle dimensioni originarie.

“Cazzo. Sparargli con una pistola giocattolo era la stessa cosa”, commento. Inizio a sentirmi nervoso. E se il mostro fosse abbastanza potente da forare lo scudo di forza della nave?

Come in risposta ai miei dubbi, vedo simboli azzurri scintillare brevemente oltre la fiancata, potenziando le nostre difese.

Richiamo altri schemi nella mia mente, i cerchi di simboli rossi nell’aria scorrono rapidamente a comporre la sequenza.

Una raffica di scintille viola saetta dalle mie dita verso il mostro, l’energia della Tempesta esplode contro l’enorme massa d’acqua torreggiante. Il lampo delle esplosioni si perde contro il cielo luminoso, nuvole di vapore si alzano dall’Elementale. Ancora una volta, la sua forma umanoide vacilla, parte del liquido che lo compone rifluisce all’oceano. Ma questa volta nemmeno si ferma, inizia subito a ricostituirsi.

“Cazzo, quel coso non cede. Quanto ci mettono i maghi della Luce?”, chiedo. Il mostro è a meno di trenta metri, torno a raccogliere energia fra le dita resistendo all’impulso di scagliarla subito, di difendermi impulsivamente dal nemico che si avvicina.

Anche Eshili inizia a sembrare nervoso. Sento instabilità nel flusso di energia che mi invia. “Proviamo con più energia. Un colpo abbastanza potente dovrebbe disperdere la magia che lo tiene in vita”

Inizio a dubitare di avere abbastanza potere, ma non c’è molto altro che possa fare. Osservo le braccia del mostro, lunghe dieci metri l’una, sembrano impossibili vortici d’acqua sospesi a mezz’aria.

La voce distorta di un mago della Luce mi rimbomba all’improvviso nella mente.

“I loro stregoni si nascondono fottutamente bene. So dirvi solo che sono da qualche parte a riva”

Impreco fra me, osservando la lontana striscia di sabbia e alberi. Tanto valeva dirmi che sono da qualche parte su questo Mondo.

“I nostri amici della Luce non sembrano ottenere granché. Arrangiamoci”

Continuo a raccogliere energia, scelgo i simboli del Legame e dell’Attesa per trattenerne più di quanto mi sia normalmente possibile. Inizio a sentire la pressione della magia all’interno delle mani, le linee della Tempesta che cercano di liberarsi.

Il mostro è ormai a venti metri. Serve tutto il mio autocontrollo per non attaccarlo immediatamente, per restare a guardare mentre l’enormità liquida si avvicina ancora alla nave. Calma, non ancora. Si avvicina, si avvicina ancora, le onde si gonfiano e fluiscono nel suo corpo.

Non vedo più i confini fra l’Elementale davanti a noi e il mare da cui si è formato. L’acqua vortica e fluisce al mostro, forma il suo torso gigantesco, scorre a generare le sue braccia titaniche. La nave si inclina debolmente sul fianco, l’oceano davanti a noi è in pendenza, scariche azzurre si agitano nell’acqua.

Alza uno degli arti, una mazza d’acqua grande a sufficienza da inghiottire una piccola abitazione, e capisco che si prepara ad attaccare.

Gli scaglio contro, a dieci metri scarsi di distanza, tutta l’energia che ho accumulato. Una scheggia di energia viola vola verso di lui.

L’esplosione è accecante, i simboli azzurrini del nostro scudo diventano visibili per qualche istante mentre assorbono l’onda d’urto. Il mare vaporizza, schiuma e ribolle, l’enorme mole del mostro si agita, collassa in acqua.

Il suo braccio già lanciato prosegue per inerzia, colpisce con terribile potenza il nostro scudo, l’intera barriera azzurra diventa visibile e si deforma verso l’interno, per alcuni secondi sembra che una cascata scorra sulle nostre difese. La nave si inclina mentre il collasso del mostro solleva un’ondata paurosa, sento i miei due compagni che mi sorreggono per le spalle mentre tento di aggrapparmi ai sistemi di Canalizzazione per non cadere.

Sento diversi membri dell’equipaggio che gridano, ma io guardo solo avanti, verso l’oceano scosso da onde e scariche azzurre. Il vapore si dirada, cerco di capire se l’Elementale si stia riformando o no.

Mentre la nostra nave torna in posizione orizzontale, vedo distintamente l’acqua che torna a vorticare, a crescere verticalmente. Sospiro, mi sento all’improvviso stanchissimo. Come faccio a distruggere questa mostruosità? Non ho il tempo di preparare un colpo come il precedente.

“Abbiamo trovato gli stregoni nemici”, avverte la voce del mago della Luce, nella mia mente. Sfioro i cristalli di Canalizzazione, e per un istante sono con loro, con la magia della Luce. Chiudo gli occhi, e volo a una velocità inconcepibile su un raggio luminoso, il mondo attorno a me è congelato, sorvolo in un istante l’oceano immobile, le spiagge bianchissime e la vegetazione lussureggiante di questo mondo. Una roccia coperta di muschio, sopra cinque uomini dalla pelle nerissima e il corpo dipinto di segni azzurri. Hanno le mani levate, salmodiano in una lingua sconosciuta.

“Lasciamo perdere il mostro. Abbiamo i maghi”, ordino ai miei compagni. Loro annuiscono, per la terza volta riversano la loro energia in me.

Questa volta scelgo subito simboli diversi. Ignoro completamente la massa torreggiante d’acqua che si forma davanti a me, scelgo i simboli della Coesione, della Volontà e della Ricerca, per poi scorrere rapidamente la sequenza necessaria a tenere assieme i tre. Guardo verso la costa. Contro il cielo luminoso distinguo debolmente un filo di luce gialla, un marcatore che so essere presente solo nella mia mente.

Davanti a noi, il mostro inizia a generare nuove braccia, torreggia di nuovo come una montagna. Lo lascio perdere e rifinisco l’incantesimo, do forma alla luce viola fra le mie dita, le apro permettendole di scattare verso l’alto.

La stanchezza mi assale appena completo l’attacco. Troppi incantesimi, troppo complessi, troppo potenti. Sono stanco. L’essere davanti a me mi impedisce di seguire la traiettoria del mio colpo. Posso solo sperare che arrivi a destinazione.

L’Elementale solleva un braccio titanico, ce lo scaglia contro. Questa volta ci colpisce con tutta la sua forza, prima che io possa anche solo azzardare una reazione la massa d’acqua travolge lo scudo. Questo diventa visibile, si piega, cede.

Bestemmio. L’attacco ha perso buona parte della sua energia per sfondare lo scudo, l’Elementale perde coesione, ma una gigantesca massa d’acqua si riversa comunque sul ponte. Mi sento trascinato all’indietro, faccio per gridare e mi si riempie la bocca di acqua salmastra.

Perdo l’equilibrio, cado e l’acqua mi trascina, non distinguo più l’alto dal basso. Tento di prendere fiato, respiro aria mista ad acqua. Voci gridano il nome, tento di rialzarmi, di rimettermi in piedi, ma come sempre i muscoli non mi obbediscono del tutto, e mi trovo a vorticare senza controllo quanto prima.

Un’ultima ondata mi sbatte contro il parapetto della nave. Lo colpisco con la spalla, impreco contro il dolore ma dopo un istante l’acqua che mi ha trascinato scorre oltre, e mi trovo finalmente in grado di muovermi.

Tento di rialzarmi. Inutile, i muscoli delle gambe mi cedono, non riesco a fare forza sufficiente sulle braccia. Impreco un’altra volta contro la mia debolezza nell’istante in cui sento mani che mi sollevano da sotto le ascelle. Eshili e Moen, preoccupati.

“Tutto bene?”, chiede Eshili.

Annuisco, cercando di schiarirmi la visuale. Ho ancora dell’acqua nei polmoni, tossisco un paio di volte e sputo. Finalmente riesco a mettere a fuoco l’oceano oltre la fiancata. Ancora scosso dalle onde e dai vortici, ma più nessuna traccia dell’Elementale.

“Tutto bene. Anzi, non va bene un cazzo. Diciamo che io sono vivo, e che abbiamo… vinto”

Sputo saliva mista ad acqua salmastra per sottolineare l’ultima parola.

 

***

 

Cammino lentamente lungo la spiaggia sabbiosa. Le stampelle affondano di diversi centimetri, mi fanno male le braccia e ho il fiato corto, ma non ho intenzione di farlo sapere al Capitano.

Respiro affannosamente l’aria calda e umida, sento il sudore che mi cola lungo la fronte, che inzuppa l’uniforme rossa appena asciugatasi dopo l’attacco dell’Elementale. Non mi piace questo mondo. Troppa luce, troppo caldo, la sfumatura azzurra del sole rende tutto irreale, distante.

Anche il palco improvvisato per le impiccagioni. Anche i venti uomini dalla pelle nera su di esso, i loro corpi tatuati di strani simboli azzurri, le corde attorno ai loro colli.

Anche la folla di uomini raccolti oltre la barriera di Forza. Qualche centinaio di uomini, ancora pelle scurissima, volti increduli, distorti dall’odio e dal terrore.

Alcuni ci guardano. Distolgono subito gli occhi. Quasi sorrido, è facile immaginare come vedano me e i miei due compagni. Stranieri provenienti da un altro mondo. Uniforme rossa, capelli grigio argento o vicini a diventarlo. Probabilmente ne conoscono il significato. Potere della tempesta, il potere che ha bruciato i loro maghi, la loro gente, le loro case.

Penso quasi di spiegare. Di avvicinarmi a loro, gridare che noi non siamo come gli altri, che non portiamo il simbolo della Corporazione, che facciamo questo solo perché abbiamo bisogno di mangiare, che non abbiamo scelta. Osservo le loro facce mentre guardano i compagni sul palco dell’impiccagione. Mi sento ridicolo al solo pensiero di parlare.

Ci guardano, infine, la manciata di uomini incatenati sotto il palco. Alcuni hanno la carnagione chiara, altri giallastra. Abiti di stoffa tessuta, uno ha i capelli assurdamente chiari dei maghi della Luce. Loro ci riconoscono per quello che siamo, vedo la rabbia e lo schifo nei loro occhi.

Vorrei solo andarmene da qui. Tornare sulla nave, su Athan. Lontano da questo cielo sbagliato, da questo oceano luminoso, da quest’aria soffocante. Non dover guardare gli uomini che muoiono senza nemmeno davvero capire chi siamo, cosa vogliamo.

Un inviato della Corporazione, livrea bianca e azzurra perfetta e immacolata, parla da sotto il palco delle impiccagioni, la magia amplifica la sua voce. Mi chiedo se gli indigeni capiscano a sufficienza la nostra lingua. Non che importi qualcosa, probabilmente. Il messaggio è fin troppo chiaro.

“La Corporazione Aragali prende possesso di queste persone, per infedeltà contrattuale. Procediamo all’immediata eliminazione fisica degli indigeni considerati a capo della rivolta. I nativi di Athan recentemente acquisiti verranno invece riportati sul nostro mondo per ulteriore utilizzo”

Uno degli uomini incatenati ride, scuotendo la testa. Ha gli occhi chiusi, lacrime gli scendono lungo le guance, ma ride.

“Che sia di lezione a tutti voi. Rispettate i contratti e sarete ricompensati. Lavorate per la Corporazione e sarete protetti. Opponetevi e sarete distrutti”

Un suo gesto secco. Le botole si aprono, venti uomini dalla pelle nera cadono, i cappi si stringono attorno al loro collo. Gemiti, parole soffocate in lingue che non comprendo. Vorrei distogliere lo sguardo, ma per qualche motivo non posso distogliere lo sguardo. Forse perché è colpa mia. Come se li avessi uccisi io, uno per uno.

Non ho più la forza di provare rabbia, verso me stesso o contro la Corporazione. Sono solo terribilmente stanco.

I venti condannati a morte si agitano ancora per interi minuti prima di morire.

 

***

 

Di nuovo nella nostra cabina. Sono disteso nella mia cuccetta, guardo il mare fuori da un oblò. L’oceano è incredibilmente blu, il movimento delle onde ipnotico. Il mare di Herian e Shelis non era così bello. Mi chiedo come sia quello del mio mondo. Morente come tutto il resto, probabilmente.

“Il nemico era… potente” dice Eshili. È troppo alto per la sua cuccetta, ci si stende rannicchiato. Ha la fronte corrugata, con le ciocche di capelli argentei mescolate a quelli scuri, sembra vecchio, per una frazione di secondo davvero mi pare vederlo come sarà fra venti o trent’anni.

“Non credo saremmo stati in grado di sconfiggerlo direttamente”, rispondo. Ricordo il mostro che incombe sopra di noi, il modo in cui si rigenerava dopo ogni attacco. Come se questo giustificasse quello che abbiamo fatto. Come se fosse quello di cui voleva parlare Eshili.

“Non avevamo scelta”, commenta Moen, senza guardarci. Non rispondo. È la prima volta da tempo che ci troviamo a parlarne, e ne avrei fatto volentieri a meno.

Eshili si stringe nelle spalle.

“Se non fossimo andati noi sarebbe andato qualcun altro. E si sarebbe beccato il premio di fine missione”

Moen annuisce frettolosamente. Non risponde.

“Non potevamo fare niente, lo sai benissimo. Tantovale che i soldi andassero a noi, almeno. Per un po’ di tempo non dovremo accettare altri incarichi”, dico col tono più gentile che mi riesce. Come se fosse vero. Come se potessimo smettere di schizzare da una parte all’altra del multiverso cercando altri soldi per mangiare, per sperare un giorno di pagare le mie cure.

Moen si morde il labbro. Al contrario dell’altro, la luce azzurra lo fa sembrare ancora più giovane di quel che è. Provo rabbia verso la Corporazione. Non per mondi distrutti e popoli in schiavitù, non per i venti cadaveri impiccati sulla spiaggia, non per quel che mi costringono a fare per avere da vivere. Per Moen, per i ricordi che una delle persone più buone che abbia mai conosciuto sarà costretta a portarsi dietro.

 

***

 

“Un lavoro eccellente, Mago Araich” commenta il Capitano. Sulle sue labbra c’è stampato il solito, immutabile sorriso. Indossa una divisa impeccabile della Corporazione Shaiali.

Fa un gesto al suo servitore, che si avvicina versando a me e a lui un bicchiere di vino dallo strano colore verde.

L’uomo sorride notando la mia curiosità.

“Tenute della corporazione nel mondo di Rie. Sul mercato si vende a peso d’oro, ma questa nave viene da lì e ne ho lasciate un paio di bottiglie in cabina”

Ride, sorseggiando il suo calice. Assaggio io stesso, riesco appena a trattenermi dallo sputare il sapore acidulo, in qualche modo alieno. Continuo a non dire nulla. Sto impiegando tutte le mie forze per convincermi a non attaccare il bastardo davanti a me.

“Davvero, mi è capitato rare volte di trovarmi un quadro tanto potente e abile fuori dall’Accademia. Credo che farò il suo nome alla Corporazione. Sono sicuro che potremo fare molti ottimi affari”

“La ringrazio”, rispondo in tono incolore. Vorrei urlare, vorrei almeno trovare il coraggio di essere apertamente scortese con quest’uomo. Ma una raccomandazione mi fa davvero comodo, e so già che striscerò finché richiesto.

Mi sorride ancora, indica attorno a noi, oltre le pareti perfettamente trasparenti della cabina. Attorno a noi la consueta distesa di acqua azzurro intenso, una mezza dozzine di isolette coperte da vegetazione lussureggiante. Noto che in questa zona gli alberi sembrano avere piume piuttosto che foglie.

“Mi piace questo mondo. Un po’ troppo caldo, ma la luce azzurra è affascinante, mi piacciono le sue foreste, mi piace questo oceano. Credo mi piacerebbe andare in pensione qui”

Inutile che giochi all’ufficiale gentiluomo. Sei un assassino prezzolato quanto me, e in fondo in fondo lo sai.

“L’aria è molto calda”, rispondo.

Annuisce, sembra sinceramente dispiaciuto.

“Mi rendo conto che possa complicare la situazione per la sua… disabilità. Ma con la sua intraprendenza, Mago, sono sicuro che un giorno troverà i soldi per una guarigione di alto livello”

Odio quest’uomo, tutto quel che dice mi suona falso e ipocrita. Ma quando pronuncia questa frase vorrei solo abbracciarlo e gridare che sì, voglio crederci. Guarigione. Guarigione.

 

***

 

La battaglia è passata da tre giorni quando in mezzo all’arcipelago avvistiamo quella che pare un’isola di vetro e metallo. Nella luce del tardo pomeriggio, il Porto Galleggiante sembra un’antica fortezza, merli e torri che si alzano sull’acqua, maghi a presidiare le mura.

Sono in piedi sul ponte, reggendomi sulle stampelle. Vedo migliaia di puntini luminosi danzare attorno la nave per qualche istante mentre veniamo identificati, vedo i maghi e gli ufficiali, puntini neri in controluce, che si muovono sugli spalti della fortezza galleggiante per accoglierci.

Sul fianco dell’immensa struttura si solleva lentamente una saracinesca, lascia un’apertura grande a sufficienza da far passare la nostra nave. Il vento salmastro si attenua mentre ci avviciniamo alla fortezza, la nostra velocità diminuisce.

Distinguo gli enormi simboli verdi della corporazione tracciati sulle fiancate metalliche della Fortezza Galleggiante, gli uomini in livrea che presidiano le torrette e sciamano fra i moli. Distinguo una manciata di veri maghi della Tempesta, nella divisa rossa dell’ordine. Mi coglie un lampo di invidia mista a rabbia, mentre la nave penetra nel bacino interno alla base.

Mi volto a poppa, guardo la notte che cala in lontananza su questo mare alieno. Sono sollevato che per un po’ non dovrò respirare quest’aria troppo calda, non dovrò subire questa luce troppo intensa.

Più avanti, a poppa, vedo gli anziani Maghi della Luce avvolti nel loro potere, scintille di energia gialla lampeggiano attorno a loro, simboli che non comprendo si materializzano nell’aria e si spostano ai loro comandi.

Per qualche istante attorno a noi è quasi buio, mentre attraversiamo lo spessore della fortezza. Poi sopra di noi di nuovo cielo azzurro intenso, il bacino interno.

Al centro, il Portale si sta aprendo.

I due ritti alti dozzine di metri si allontanano gradualmente, le scariche bianche all’interno si estendono come una pellicola che venga tirata. Ne sento il crepitare, ne percepisco il potere nella Tempesta.

La nostra nave si ferma, mentre i ritti si allontanano a sufficienza da far passare l’intero scafo. Le scariche si intensificano, sempre più spesse e luminose. Ho scelto l’Accademia della Tempesta perché volevo imparare a chiamare i fulmini. E alla fine la cosa più simile che ho mai visto la fanno una stupida macchina e i maghi del Vuoto.

Presto l’intera superficie fra i due ritti è un’unica crepitante ragnatela di scariche, sento l’odore di ozono e le orecchie mi ronzano.

Dopo più di una dozzina di passaggi fra i mondi, ancora non riesco ad abituarmi a quel che viene dopo, ancora non riesco a descriverlo, ancore non riesco a ricordare, quando è finito, qual è l’effetto di vedere una fetta di realtà che viene tagliata e portata via. Come se il cielo fosse carta che si può tagliare e strappare, rivelandone un altro sotto.

Le scariche cessano, ora fra i due pali c’è un altro mondo. Un altro bacino, simile a quello da cui veniamo. Un luogo tanto, tanto diverso.

 La nave torna ad avanzare. Come sempre, non sento niente, non percepisco nulla di particolare nel varcare la barriera fra i mondi. Solo, da un lato del Portale ci circondano una fortezza galleggiante e sopra di noi c’è un cielo azzurro. Superati i due ritti galleggiamo nelle acque scure di un bacino in cemento, con un cielo grigio sopra di noi.

Mi giro, una parte di me ancora si aspetta di vedermi alle spalle il mondo da cui sono venuto. Invece ne resta solo un frammento, una fettina di cielo azzurro incastrato nel Portale.

Appena la nave finisce di passare, tornano le scariche, il varco fra i mondi si chiude e i ritti si riavvicinano.

Mi guardo attorno. Dozzine di altre navi attorno a noi. Centinaia di uomini con la divisa verde e grigia sciamano in tutte le direzioni, migliaia di aure magiche abbagliano la mia percezione in tutte le direzioni.

Oltre il bacino, un po’ più in giù rispetto alla nostra posizione di vantaggio, la città. Dopo la settimana di oceano senza fine, mi stordisce per qualche secondo. Un numero che pare infinito di case abbarbicate le une sulle altre, agglomerati costruiti a strati irregolari e baracche in tutte le direzioni. Mura che circondano i quartieri delle Corporazioni.

Palazzi che sembrano di vetro e di pietra, palazzi alti centinaia di metri. Piramidi, torri, forme astratte che sfidano la gravità con guglie e spirali. I Palazzi delle Corporazioni si stagliano contro il cielo.

Un cielo grigio, nuvole gonfie e pesanti che non se ne vanno mai. Aria polverosa e puzzolente, migliaia di odori impossibili da identificare. Vortici di sabbia e terra secca in lontananza, venti impetuosi che spazzano le rocce nude appena oltre le serre, al di là del debole scintillio dello Scudo Climatico. Devo cercare a lungo, con attenzione, per vedere pochi alberi stentati. Fulmini azzurri e violacei saettano in lontananza, come se dei furiosi combattessero all’orizzonte.

Alzo lo sguardo, mi rendo conto che sto cercando il sole. Mi viene quasi da ridere. L’ultima volta che l’ho visto, su questo mondo, sembrava anche quello stinto e polveroso.

“Bentornati a casa”, commenta Moen indicando con un gesto il nostro mondo.

Proposta by Selerian
Author's Notes:
E proseguiamo con la storia! Come vedete, una sola linea narrativa una volta tanto. Temo non si capisca molto del mondo in cui vive Araich, il che in effetti è un problema perché non tornerà in questa storia, qualche flashback a parte... buona lettura!
Documento senza titolo

Proposta

 

“Ci ho trovato una possibilità di ingaggio” dice Eshili, varcando la soglia. Sorride, non l’avevo visto lontanamente così di buon umore dal nostro ritorno dal mondo oceanico.

“Di già?”, chiedo. Provo davvero a esserne felice, ma non ci riesco proprio. Guardo Moen. Abbassa lo sguardo, torna a mangiare svogliatamente la zuppa.

“Abbiamo soldi ancora per un po’”, faccio notare, cauto.

Eshili si stringe nelle spalle.

“Possiamo lasciar stare se volete. Però stiamo parlando di mille denari a testa”

L’informazione impiega qualche istante a filtrare nella mia mente.

“Mille denari?”, chiedo stupefatto.

A testa?”, chiede Moen. La cifra lo strappa immediatamente dalla sua apatia.

Eshili sorride ancora, passandosi una mano sulla barba. Riesco quasi a vedere l’istante in cui entra nella modalità dell’affarista che vende i nostri servigi. E vende a noi le missioni.

“E non dovrebbe essere nemmeno la peggiore delle nostre missioni”

“Dov’è il trucco?”, chiedo. “Perché siano disposti a pagare mille a noi, un mago diplomato dell’Accademia deve chiederne almeno cinquemila. Si tratta di squartare bambini a mani nude per un mese? O le probabilità di sopravvivenza sono così basse che non contano davvero di doverci pagare?”

Eshili si stringe nelle spalle, sedendosi a tavola. Si versa rapidamente un po’ di zuppa, inizia a mangiare senza nemmeno smettere di parlare.

“A quanto ho capito, un po’ è il rischio, un po’ che proprio non vogliono fra le palle le Accademie. Saremmo il Quadro di combattimento di una nave volante commerciale, diretta verso un mondo che non ho mai sentito nominare prima, Jayel”

“Che rischio?”, chiede Moen. Sembra tornare subito diffidente.

“Un mondo commerciale, non uno di quelli controllati da noi. E pare che sia un posto un po’... strano. Tantissima magia, in tutte le forme. Mi hanno detto chiaramente che non sappiamo nemmeno noi cosa dovremo aspettarci”

Aggrotto le sopracciglia.

“Un mondo commerciale? E hanno bisogno di un quadro da guerra? Si va in pace no? O ci stiamo imbarcando in una guerra?”

Eshili sorride. “E infatti questo è un bel casino. Jayel è un mondo abbastanza ricco da essere un Mercato, ma è tecnologicamente arretrato, non ha un governo centrale e non è garantita nemmeno la sicurezza negli spostamenti. La Corporazione Erit vuole un vero Quadro a difendere la spedizione commerciale, e a quanto pare gli hanno fatto il nostro nome”

Nonostante tutto, provo un breve moto d’orgoglio. Subito me ne vergogno. Grandioso, fra i maghi senza titolo che svendono i poteri per qualcosa da mangiare mi sono fatto un nome.

“Abbiamo ancora un po’ di soldi. E non muoio dalla voglia di una nuova missione subito”, commenta Moen. In effetti, il ragazzo sembra uno spettro. La sua pelle e i capelli sono ormai di un identico colore grigio, la fronte perennemente aggrottata cancella l’aspetto giovanile dei suoi lineamenti.

Eshili gli sorride, parla in tono ragionevole come sempre. Per un orribile istante, mi sembra uno degli asettici rappresentanti delle Corporazioni con cui abbiamo parlato tante volte.

“Tanto prima o poi dovremo accettare una missione. Dopo di questa, potremo davvero prenderci una lunga pausa, se vorremmo. E non sarà una delle nostre missioni peggiori: combatteremo solo se attaccati, vedremo un mondo nuovo che pare anche parecchio interessante. Secondo me è troppo interessante per rifiutare”

Vedo Moen indeciso. Una parte di me pensa che sì, potrebbe fargli bene. Una missione in cui non dobbiamo fare male a persone innocenti, o almeno non direttamente. La possibilità di una pausa, dopo, in cui rimettere a posto i propri cocci.

Ma quello che sto davvero pensando è mille denari, mille denari. Un quinto della somma di cui avrei bisogno per la Guarigione. Due missioni del genere, e chiedendo in prestito le quote degli altri potrei rigenerare il mio corpo.

E se rifiutassimo, chissà quanto tempo prima che ci prendano di nuovo in considerazione per simili missioni di alto livello.

Mi rendo conto che ho già deciso. E che Moen accetterà, soprattutto perché si renderà conto lui stesso che quei soldi sarebbero la prima vera possibilità di guarire me.

 

***

 

Camminiamo verso il palazzo della Corporazione Erit. È una delle più antiche, la semplice, gigantesca torre di pietra nera in cui hanno la loro sede è nel centro della Capitale.

Indosso una veste rossa logora e impolverata, con gli emblemi dell’Accademia accuratamente strappati. Anche così, la gente ci evita lungo le strade, qualche bambino ci osserva a occhi sgranati. Un ragazzino sudato che tira un carro, avrà dodici anni, si ferma a guardarci a occhi sgranati. Vedo la meraviglia nei suoi occhi. So a cosa sta pensando. Capelli d’argento, vesti rosse.

Ripensa alle storie, ai Maghi della Tempesta che chiamano i fulmini e danno ordini al vento. A quel che pensavo anche io, il giorno che ho varcato le soglie dell’Accademia. A quel che la prima lezione dell’Ordine di Tempesta si preoccupa puntualmente di sfatare.

Procediamo lungo gli sterminati quartieri popolari. Case ammassate le une sulle altre, assi marce e rozzi incantesimi artigianali a tenere assieme il tutto. Una folla di uomini sporchi e stanchi, centinaia di disperati che dormono nei vicoli. Odore di sudore ed escrementi, parole in tutte le lingue del mondo e anche qualcuna che sospetto non sia di questo mondo.

Camminiamo tanto in fretta quanto mi consentono le stampelle, scorgo solo rapide immagini del quartiere attorno a noi. Una taverna colma di operai ubriachi, due ragazzi che fanno a botte in mezzo alla strada, due giovani che si baciano all’angolo. Una donna balla in mezzo alla strada, la gente attorno incita. Fa un salto e non ricade giù, e una luce fredda la avvolge, e prima di passare avanti colgo una rapida immagine di lineamenti non del tutto umani.

Noto altri non umani mescolati alla folla. Quelli più esotici girano in grossi gruppi, temendo di essere attaccati. Un uomo dalla pelle squamata boccheggia all’angolo della strada, sembra profondamente sofferente. Un grosso essere, vagamente bipede con una lunga coda da rettile e una cresta che sale lungo la schiena, ci scruta mentre lo superiamo. Mi sembra di leggere cupo divertimento nei suoi lineamenti alieni.

Avvicinandoci al centro della città, attraversiamo quello che doveva essere un quartiere più benestante, tempo fa. Quando eravamo ancora l’unico mondo. Quando le Corporazioni dovevano trattare con gli operai, e non sempre, solo schiacciare.

Le villette ora hanno le finestre rotte, i giardini sono aridi e invasi dalla polvere, grigi come il cielo sopra di noi. All’interno, dormono altre legioni di disperati. Più di una volta, gruppi di uomini massicci fanno per bloccarci la strada, solo per allontanarsi bruscamente quando ci riconoscono per quello che siamo.

Un livello di scale, un paio di guardie dall’aria annoiata, e tutto cambia. La città si trasfigura attorno a noi. Niente più casupole ammassate, niente più uomini sporchi con abiti laceri. Ora attorno edifici di vetro e pietra, luci fatate sospese sopra giardini ben curati. Strade larghe, carrozze e uomini eleganti che le percorrono. Perfino i servitori, in abiti semplici, sono più puliti e silenziosi rispetto agli abitanti dei quartieri basi.

Soldati delle Corporazioni in livrea pattugliano le strade. Qualcuno ci scocca un’occhiata, ma nessuno ci ferma. I nostri abiti qui non incutono più timore, solo una certa riprovazione per il loro stato. La vaga sensazione di potenza e distacco che provo attraversando i quartieri poveri si dissolve. Ora sono soltanto un mago senza licenza, paralitico e sporco.

Superiamo sulla destra l’Accademia della Forza, un immenso edificio a ferro di cavallo attorno al quale sciamano centinaia di maghi e studenti. Tutti indossano impeccabili vesti azzurre, lo stemma dell’Ordine sul petto e sulle spalline. Accelero il passo nei limiti del possibile, desidero disperatamente riuscire a muovermi più in fretta, riuscire a muovere liberamente le gambe. Ottengo solo di stancarmi ancora di più le braccia, e più volte Eshili deve impedirmi di cadere a terra. Non riesco a evitare una fitta di rabbia e invidia vedendo un gruppo di ragazzi che entrano ridendo attraverso le grandi porte metalliche.

Mi mordo il labbro. Le Accademie non sono più il mio posto. E non ci stavo poi così bene, dentro. So qual è la mia destinazione, ora. Fisso gli occhi sulla torre della Corporazione, sempre più grande davanti a noi.

 

***

 

“Il Consigliere Siloni vi riceverà fra pochi minuti” ci annuncia una segretaria in livrea. Ci osserva con gli angoli della bocca debolmente inclinati verso il basso, come fossimo una macchia ostinata sull’elegante divano verde e oro.

“Desiderate qualcosa da bere?”, aggiunge. Dal suo tono, ho la sensazione che si chieda se sappiamo come funzioni un bicchiere.

“Niente, grazie” rispondo risparmiandole la sofferenza di occuparsi di noi. La donna ci guarda ancora una volta di sottecchi e torna a consultare alcune carte sulla scrivania.

Devo sforzarmi per convincere le mie gambe a eseguire il movimento, ma riesco a sollevare i piedi e appoggiarli sul divano di fronte al mio, le suole inzaccherate bene in vista.

“Idiota!”, mi sibila Eshili alle orecchie “mai visto un motivo più stupido per litigare con le Corporazioni”

Mi stringo nelle spalle, osservando la segretaria che mi guarda senza parlare.

“Certe occhiate valgono pur mille crediti”. Moen ridacchia, vicino a me.

Faccio in tempo a studiare fin troppo bene la stanza, durante l’attesa. L’ufficio della segretaria è più grande del nostro appartamento, con calde luci magiche a rischiarare l’ambiente in modo soffuso, simboli del fuoco a tenere una temperatura primaverile, e una finta finestra che mostra un cielo azzurro. Le nuvole perfino si muovono. Facile avvelenare un intero mondo da qui, immagino.

Quando finalmente il Consigliere fa il suo ingresso, con mia delusione non degna di un’occhiata i miei scarponi impolverati sul prezioso, curatissimo divano verde e oro. Si limita a salutarci con un sorriso che pare quasi dotato di calore.

“Mago Araich, Mago Moen, Mago Eshili, prego seguitemi. Abbiamo affari di cui discutere”

I miei amici mi aiutano ad alzarmi. Il Consigliere mi osserva con un barlume di curiosità, forse divertimento, prima di tornare al suo sorriso impassibile. Sento l’ormai consueta fitta di vergogna, evito il suo sguardo mentre mi rimetto in piedi. Per l’ennesima volta, sento il bruciante desiderio di camminare verso il suo studio senza stampelle e senza esitazioni. È troppo facile ricordare la facilità di camminare normalmente, una parte del mio cervello ancora si aspetta che i muscoli reagiscono, che mi sorreggano senza difficoltà.

 

***

 

 “Non ho mai sentito parlare di questo mondo”, dice Eshili. È meno remissivo del solito, parlando con il Consigliere. Del resto, ci stanno trattando come veri maghi e non come disperati assunti in mezzo alla strada. Non riesco a evitare un brivido di soddisfazione.

L’uomo dall’altra parte della scrivania annuisce, fa un gesto. La parete di vetro che dà sulla città si oscura, per un istante ci troviamo al buio. Poi le linee luminose di una proiezione magica appaiono davanti a noi.

Una miriade di cerchietti uniti da linee, un etichetta vicino a ciascuno. Impiego qualche istante a capire cos’è. Mi sfugge un gemito di sorpresa. Una mappa dei Mondi. La più completa che abbia mai visto.

“il nostro Athan è qui”, dice il Consigliere. Uno dei cerchi, al centro dello schema, si illumina di rosso. Inizio a capire come leggere la mappa. I mondi-fattoria e i mondi-fabbrica attorno al nostro sono segnati in bianco e in blu, i mondi mercato in blu. Allontanandosi da Althan, sempre più cerchi rossi e neri. Mondi in guerra? Mondi sconosciuti?

“Come vedete, sono sei salti per Jayel. Si tratta della destinazione più lontana verso cui abbiamo mai costruito Portali”

Un altro suo gesto e la mappa svanisce, la parete di vetro torna a mostrare la città di fuori. O almeno, quel che si può vedere da questa altezza. Torri di altre corporazioni, una vaga impressione di miseria sotto di noi, e enormi nuvole nere fra cui dardeggiano i fulmini, appena al di là della Cupola.

Sei mondi di distanza? Cosa c’è di così prezioso?”

La curiosità spinge Moen a parlare per la prima volta. Vedo nei suoi occhi il fascino che ha sempre provato verso i Mondi. Forse ci perdonerà per quello in cui lo stiamo trascinando. Almeno questa volta.

Il Consigliere sorride ancora, rivolto al ragazzo biondo.

“Non è facile spiegarlo. Certo, le risorse abbondano. Cristalli di allineamento, in particolare, con un’abbondanza incredibile e di alta qualità. Anche oro, argento, rame, diverse pietre preziose. I Flussi magici sono potentissimi, e l’artigianato locale si rivende a prezzi altissimi”

Si ferma per un istante.

“Ma Jayel ha qualcosa di più. Molti di coloro che l’hanno visitato lo descrivono come il mondo più intenso che abbiano mai visto. Le piante crescono più in fretta, vivono creature che nessuno ha mai incontrato in nessun altro luogo. La magia è più potente, perfino il cielo sembra splendere di più”

Moen fissa il Consigliere ad occhi sgranati. Mi viene quasi da ridere. Io verrò per mille crediti. Lui per vedere quel mondo. Eshili perché se non fa qualcosa impazzisce. Ci hai presi tutti e tre, Consigliere.

“Abbiamo intenzione di prendere contatti commerciali e stabilire basi prima della concorrenza. Per questo vogliamo una grande nave veloce e ben protetta, in grado di raggiungere le principali città del continente dove si trova il Portale e stringere accordi. Quanto alle minacce, non sappiamo cosa aspettarci. E ci hanno fatto il vostro nome come esperti in questo genere di missione, forse i migliori”

Annuisco. I migliori. Fra i maghi senza licenza, almeno. Se la missione è così importante, perché non tenta nemmeno di arruolare un quadro dell’Accademia? O ci ha già provato, e hanno rifiutato?

“E la fortezza di cui mi parlava?” chiede Eshili, in tono cortese.

Prima di riuscire a controllarsi, vedo che l’uomo serra leggermente le labbra, un fremito gli attraversa il volto.

“Una stranezza. Probabilmente una costruzione di tempi antichi. Vedete, non è possibile balzare direttamente verso Jayel. Da qualunque mondo confinante, bisogna prima attraversare una sorta di piccolo… mondo privato. Un mondo in cui c’è solo una fortezza, e un Portale verso Jayel. La fortezza impedisce il passaggio a qualunque gruppo armato, e i suoi uomini vi perquisiranno, ma vi lasceranno passare. Non hanno nulla contro i mercanti, tre nostre navi sono già andate e tornate da Jayel”

Annuisco. In qualche modo, so subito che non ci ha detto tutto. Sulla fortezza, su Jayel, sulle sue motivazioni. Ma non ho modo di costringerlo ad essere sincero, e quali affari segreti voglia svolgere su quel mondo non è affare mio.

Guardo i miei compagni. Moen ha una scintilla negli occhi che non vedevo da tempo. Mi sorride, e un po’ del grigiore che lo avvolge sembra svanire. Eshili, con mia sorpresa, si carezza la barba e non ricambia il mio sguardo.

Mi stringo nelle spalle. Accetteremo, e lo so benissimo. Le condizioni sono semplicemente troppo buone. Inutile perdere altro tempo.

“Siamo interessati. Ci dica solo quando e dove parte la nave”

 

***

 

Tamburello le dita sul tavolo, guardandomi attorno. La taverna attorno a me è sempre più piena. Gente più chiassosa, vestiti più laceri dall’ultima volta che sono venuto qui. Il quartiere di confine fra zona ricca e zona povera scivola verso la miseria, immagino.

Guardo fuori. Deve infuriare una tempesta terrificante, la cupola scintilla di azzurro. Il sole deve essere ormai tramontato dietro la copertura continua delle nuvole.

Ancora nessuno arriva. Inizio a chiedermi se non sia il caso di andarmene. Forse è stata presa. Forse non ha mai avuto intenzione di venire. Forse mi ha dato appuntamento qui solo per farmi fare una faticosa e inutile camminata. Forse è una trappola. No, scarto quest’ultima ipotesi. Nemmeno io sono riuscito a considerare davvero l’ipotesi di venderla, e potrei ricavarne sicuramente molto più di lei.

Quando sto iniziando davvero a pensare di alzarmi, una ragazza entra nel locale. Ha lunghi capelli neri, occhi scuri, vestiti puliti ma poveri e laceri.

A dispetto degli occhi e i capelli del colore sbagliato, la riconosco subito. Mi scopro teso e nervoso mentre mi trova con lo sguardo e si siede davanti a me.

“Araich”, mi saluta con un sorriso.

“Irei” rispondo. Tento di mantenere un tono neutro.

Guardo la ragazza davanti a me. Provo un moto di furia verso il suo sorriso, verso il modo aggraziato con cui si muove. Lei, che è rimasta integra. E ha il coraggio di venire a parlarmi.

“Sei ancora in giro a reprimere rivolte di poveri cani e difendere le Corporazioni dalle brave persone. Anche così… sono contenta di vederti”

Sorride. In modo amaro, ma sorride. Io non ci provo neanche.

“Venuta qui per rinfacciarmi che tu sei la buona e io il cattivo? Lo so, grazie. O per ricordare i bei tempi andati?”

Metto tutto il disprezzo possibile nell’ultima frase. E anche così sento una fitta dolorosa di nostalgia. L’occupazione. Potevo camminare. E mi sentivo libero, mi sentivo forte.

Si stringe nelle spalle.

“Quando hai finito di piagnucolare fammi sapere” commenta, sembra annoiata. La conosco abbastanza da sapere che inizia ad irritarsi.

Rido.

“Certo. Di che mi lamento? Ci ho perso solo un trenta per cento di controllo muscolare e una carriera, a fare il ribelle. Tu sì che puoi giudicare”

Davvero mi chiedo perché mi faccio prendere questa discussione. Come se non l’avessimo già ripetuta più volte, parola per parola, più volte.

Mi guarda. Questa volta non c’è una traccia di compassione in lei, o di colpa. Sì, ne è passato di tempo dall’ultima volta che ci siamo visti.

“Se cerchi qualcuno che ti dica di continuare così che non hai scelta, poverino, rivolgiti a qualcun altro. Ho viaggiato e combattuto quanto a te. Ho visto miei amici e compagni venire uccisi e torturati. Alcuni li hai uccisi tu, probabilmente. So che se mi prenderanno mi succederà la stessa cosa. Non permetterti di raccontarmi quello che hai vissuto”

Provo un brivido, vedo la magia del Vuoto scintillare per un istante fra le sue dita. Mi rendo conto che Irei non è più la persona che ho conosciuto, mi chiedo quanto sia salita nella gerarchia ribelle. All’improvviso mi sento stanchissimo, non ho nessuna voglia litigare.

“Senti, dimmi perché sei qui e poi vattene”

Annuisce.

“Mi è arrivato il tuo nome come uno dei membri della spedizione Erit su Jayel. Giusto?”

Mi sento gelare. Come lo sa? Fin dove arrivano le spie del Fiore Nero? E chi è lei per riceverne le informazioni.

“Sì, giusto” rispondo con cautela. “Ma non cercare di arruolarmi per qualcuno dei tuoi giochi. Sono fuori. Anzi, se mi dici qualcosa sulla Ribellione dovrò… tenerne conto”

Sbuffa, scuote la testa.

“Veramente mi chiedo perché mi sono degnata di dirtelo. Ma ritirati da quella missione. Subito”

Rimango stupefatto.

“Mi stai dicendo che la attaccherete? Sei matta? Non posso ritirarmi. E non posso fare finta di ritirarmi, io…”

Sbatte un pugno sul tavolo.

“Non noi, idiota! Se anche volessimo ci costerebbe troppe energie e troppe persone tirare giù una nave volante, col tuo quadro a bordo, poi. Ma quella missione è pericolosa. Più di quello che credi. Rimani a terra, Araich”

Oltre il tono brusco, oltre la sfiducia, sento la preoccupazione nella sua voce. E mi rendo conto che chiunque sia questa nuova Irei, qualunque cosa pensi di me, è davvero qui per aiutarmi, davvero crede che io sia in pericolo.

“Il pericolo di rimanerci c’è sempre. Lo so, Irei, sul serio”

Scuote la testa, sembra esasperata. Apre la bocca più volta, come non riuscisse a decidersi a parlare.

“Per cominciare, non è la Erit ad avere ideato quella missione. È il Consiglio delle Corporazioni”

Sono ancora una volta sorpreso dalla sua conoscenza. Ma mi stringo nelle spalle.

“Non lo sapevo, ok. Ma chi se ne importa? È un mondo strategico. Normale che il Consiglio delle Corporazioni finanzi una spedizione”

Lei ride con amarezza.

“Va bene non fare parte della Ribellione. Ma nemmeno ti degni di ascoltare quello che diciamo? Davvero credi che il Consiglio si occupi ancora di cercare nuovi mercati?”

“Senti, non è che a me le Corporazioni piacciano, ma sicuramente a loro interessa far soldi. Non bollire vivi i bambini. Non come operazione fine a sé stessa, almeno. Tieniti il tuo complottiamo, grazie”

La ragazza chiude gli occhi per un istante, li riapre, mi guarda quasi con divertimento.

“Ascoltami bene. Non ho tempo per raccontarti quello che credevo avessero capito anche gli scaricatori di porto, ormai. Non ho tempo di parlarti di tutti i rapporti di spionaggio. Credimi e basta”

Indica fuori dalla finestra, verso il cielo ormai nero oltre la cupola. È venato da grandi fulmini viola.

“Questo mondo è condannato, Araich. Inquinamento, linee di potere distorte. L’incantesimo Spada dei Cieli usato in guerra. Lontano di qui ci sono ancora terre fertili, ma diminuiscono ogni anno. Anche negli altri continenti, ormai tutte le città devono costruire cupole climatiche o svanire”

Anche negli altri continenti? Un brivido mi sfiora. Spero che sia la consueta esagerazione propagandistica.

“Il programma di Recupero Climatico delle Accademie…”, inizio.

Scuote la testa.

“È fallito. Chiuso ufficialmente da cinque mesi, anche se non hanno ancora avuto il coraggio di annunciarlo. Ora si concentrano solo sul costruire nuove serre, importare sempre più cibo da altri mondi. Ma la biosfera di Atham sta collassando”

“Ma non possiamo…”

“Non possiamo andare avanti per sempre. Lo sappiamo. E quel che è peggio, lo sanno anche le Accademie. E il Consiglio delle Corporazioni”

Sorride.

“I sindacati, quel che rimane del Governo… loro non capiscono. Sono rimasti al secolo scorso, pensano che le Corporazioni abbiano almeno in qualche misura bisogno di noi. Non più, Araich. Il Consiglio sta cercando, con serietà di intenti, un nuovo mondo in cui trasferire la sede centrale delle Corporazioni”

Rabbrividisco.

“Capisci? Materie prime, lavoratori… ormai possono procurarsi tutto su altri piani, non c’è bisogno di perdere tempo su Athan. Il Consiglio è molto più lungimirante delle singole Corporazioni, hanno già fatto stime a lunghissimo termine, mercati stabili, fonti di risorse e di forza-lavoro… hanno un piano per la gestione dell’intero Multiverso conosciuto. Alcuni membri iniziano a parlare di approfittare del trasferimento per perfezionare il loro sistema. Fondere le Corporazioni in un unico cartello”

Sorride ancora.

“In un impero”

La guardo, stupefatto.

“Deliri. Non so che altro dire. In ogni caso… non ho intenzione di passare dalla vostra parte. Nemmeno se fosse tutto vero”

Mi sembra di sentire il suo disprezzo come se fosse solido.

“Non solo sei uno schifoso, ma pure stupido”

Mi si avvicina, il suo volto è a una decina di centimetri dal mio.

“È Jayel. Jayel, idiota. La loro preda, il mondo che vogliono come capitale. Risorse, posizione, mercati. Panorami paradisiaci per i loro palazzi, energia per le Accademie che li seguiranno come zecche”

Sobbalzo.

“Come lo sapresti?”

Sbuffa.

“Non ha la minima importanza. E non so quale sia di preciso la tua missione. Ma non è una missione commerciale, nemmeno da lontano. Credimi, per favore. Ti stai buttando in qualcosa enormemente più grande di te. E anche qualcosa di mostruoso, se per caso te ne importa ancora”

Ci penso qualche istante. Anche ammettendole razionalmente, non posso credere alle cose che mi ha detto Irei. Mi trovo a cercare scuse, obiezioni qualunque.

“Senti, anche ammesso che sia tutto vero, per questa missione non ci riguarda. C’è una fortezza a proteggere quel mondo, a meno che ci abbiano mentito sfacciatamente. Non partiremo con una nave da guerra. Al massimo sarà una missione esplorativa”

Irei scuote la testa.

“Non so più come dirtelo. Non so cosa ci sia sotto di preciso. Ma so che la tua missione non è quello che sembra. Non hanno voluto maghi dell’Accademia, ogni dettagli è stato selezionato personalmente dal Consiglio delle Corporazioni. Anzi, mi sorprende che abbiano preso te, con la tua storia personale”

“Immagino non ci sia molta scelta, in termini di maghi potenti senza licenza”, rispondo.

Annuisce. Le sue labbra si piegano in una linea dura.

“Bene. Ho fatto ben più che il mio dovere, verso di te. Se ti farai ammazzare non mi farà piacere, ma te lo sarai meritato. E il mondo sarà un posto un po’ migliore”

Cerco una risposta, non trovo più niente di ironico da dire. Apro la bocca per salutarla, e una frase mi sfugge fra le labbra.

“Senti… quello che mi hai detto. Non possono riuscirci. Se anche fosse vero. Le Accademie hanno un’intera generazione vicina alla rivolta. La vostra Ribellione è sempre più forte, e lo sanno tutti. Non possono scappare su un altro mondo e lasciarci tutti a morire”

La ragazza si ferma. Mi sorride di nuovo. E per un istante è lo stesso sorriso che mi ha rivolto prima che iniziassimo a parlare, lo stesso sorriso di due anni fa.

“Non lo so, Araich. Giuro che non lo so, se potremo fermarli. Dipende più dalle Accademie che da noi. Quello che è sicuro è che se otterremo qualcosa non sarà per merito tuo”

 

***

 

Quadro della tempesta, test di funzionalità”

Il tono del mago della Luce è incongruamente allegro. Dal timbro ho anche la sensazione che sia decisamente giovane, quasi di sicuro più di me. Il pensiero non mi rassicura.

Poggio le mani sul pannello. La purezza dei cristalli è perfetta, sento le linee di forza all’interno della nave come se fossero i miei muscoli, i miei nervi.

Percepisco senza nemmeno guardarli i miei compagni che immettono il loro potere dietro di me. Raccolgo l’energia della Tempesta, la faccio circolare lungo la nave. Evoco i simboli, ma non appaiono proiettati a mezz’aria bensì allineati ordinatamente su una lucida superficie di metallo posta sopra il pannello. Sono più definiti di quanto li abbia mai visti, reagiscono perfettamente al mio pensiero.

Ne selezioni alcuni, raccolgo il potere in una sfera davanti a me. Si accumula in pochi secondi, una biglia di energia verde più coesa di quanto abbia mai ottenuto. Sono sinceramente stupito. I sistemi integrati di questa nave sono molto al di sopra di qualunque cosa abbia mai visto prima.

Avverto la presenza del cannone frontale, seleziono i simboli che lo identificano, lascio che il potere scorra verso di esso. A prua, oltre la colonna di luce scintillante del Quadro della Forza e oltre dozzine di marinai indaffarati, vedo il potere della Tempesta che si concentra in scariche violacee.

Mi sento più potente di quanto lo sia mai stato in vita mia. Per un istante penso di liberare il potere, sparare un colpo contro le pareti nere di questo hangar. E se lo facessi? Come mi fermerebbero?

Ma lo so fin troppo bene. Al primo segno di insubordinazione, un Mago del Vuoto fedelissimo delle Corporazioni nascosto nelle vicinanze sarà pronto a uccidermi.

“Test completo. Il sistema della Tempesta è pienamente funzionante”

“Ehi, questa nave è una figata!”, risponde la voce del mago nella mia mente, prima di chiudere la comunicazione.

Mi giro verso i miei compagni. Moen ride. Eshili sorride, ma sembra preoccupato.

“Mi sa che trovavano ancora meno candidati per il quadro di Luce che per quello di Tempesta”

Annuisco.

“Però ha ragione. Questa nave è una figata”

Simboli geometrici, più spigolosi di quelli della Tempesta, si materializzano sopra il Quadro di Volo. Senza emettere alcun rumore, la nave si solleva lentamente dagli alloggiamenti, inizia a scivolare all’esterno, verso le porte aperte dell’hangar.

Ero già salito su una nave volante, ma ben più piccola rozza. Questa è lunga un centinaio di metri, scafo che sembra ricavato da un unico pezzo di legno verde pallido, vele laterali simili a pinne e all’apparenza delicate, il metallo delle postazioni nuovo e scintillante.

La nave inizia a scivolare in avanti, usciamo dall’hangar con un movimento fluido. Sento il vento sulla faccia e sulle mani.

Per un istante dimentico gli avvertimenti di Irei, dimentico che dovrò zoppicare anche solo per raggiungere la nostra cabina. Dimentico che sto servendo una corporazione di sfruttatori e assassini.

Dimentico i bassifondi sotto di noi, dimentico la terra desolata e flagellata dalle tempeste che si estende appena oltre i confini della città.

Attorno a noi, scintillano i palazzi della Corporazione, riflettono un sole pallido e velato. Voliamo su una nave magnifica.

E davanti a noi, fra i due ritti del Portale vedo una fetta di notte limpida e stellata.

Per un istante sono felice. E volo verso un nuovo mondo.

I Guardiani del Mondo by Selerian
Author's Notes:
Riassunto delle puntate precedenti, visto che non posto da secoli: Araich e i suoi due compagni viaggiano verso il mondo di Jayel, al servizio di una Corporazione per cui non stravedono ma che paga bene. Prima di entrare a Jayel dovranno attraversare una serie di mondi, fra cui il mondo-fortezza Zamyon. Prima di partire, Araich incontra una sua amica (o ex amica) membro della ribellione contro le Corporazioni, che lo avverte che la sua missione nasconde qualcosa - le Corporazioni hanno un grande interesse per Jayel, sospetta che vogliano farlo diventare la nuova base delle loro operazioni, abbandonanto il mondo natale di Araich, in cui hanno provocato gravissimi danni climatici.
Documento senza titolo

I Guardiani del Mondo

 

Cammino verso la cabina del Capitano, nel castello di poppa. Non ho bisogno delle stampelle, ma mi reggo su corte e corrimani. Gli spazi su questa nave sono un po’ meno angusti della norma, i gradini un po’ meno ripidi. Un sollievo immenso, per me. Riesco perfino a fare le scale senza l’aiuto dei miei compagni, con un po’ di tempo a disposizione.

Perfino sottocoperta ha un odore molto meno sgradevole rispetto a quelle cui sono abituato. Probabilmente anche perché è nuova. Qui si sente solo il leggero profumo chimico di prodotti per la pulizia.

Apriamo la porta. Dentro ci stiamo a fatica, la cabina è piuttosto grande ma già occupata da altri due quadri al completo.

Istintivamente guardo i maghi prima ancora che il Capitano. Avevo già intravisto i tre del Vento. Indossano uniformi delle Accademie con l’emblema strappato, come noi. Solo che sono molto più puliti e in ordine, non posso evitare di notare. Vedendoli, probabilmente li scambierei per maghi regolari, inclusa aria altezzosa e l’aspetto sano di persone che mangino bene. Il meglio che il mondo ha da offrire, quanto a maghi rinnegati, immagino.

I tre uomini si spostano di lato per farci entrare. Sorridono in modo cortese, ma vedo la disapprovazione nei loro occhi. Quello più a destra di loro arretra mentre mi fa spazio, ho l’impressione che non voglia avvicinarsi agli altri maghi presenti, il quadro di Luce.

La prima cosa che mi colpisce di questi è la loro età. Sono stupito, quasi infastidito, notando che due di loro sono più giovani di me, devono avere meno di vent’anni. Uno è un ragazzo minuscolo, con vesti civili troppo grandi e rattoppate, capelli castani schiariti per metà dalla Luce. Ci guarda sorridendo come un idiota, prima che la ragazza al suo fianco gli dia una gomitata e torni a osservare il capitano.

Mi giro io stesso verso il comandante della nave. È un uomo sui trentacinque anni, di quelli che le Corporazioni sembrano fabbricare in massa. Capelli color sabbia, divisa impeccabile, sorriso freddo. Ci guarda per diversi istanti prima di prendere la parole.

“Buongiorno e benvenuti a bordo, maghi” pronuncia l’ultima parola con appena un accenno di ironia, guardando verso i due giovani della Luce e il loro collega appena più grande.

“Buongiorno, Capitano” rispondiamo in coro. Noto che il tono della maga della Luce trasuda gelo. Una ragazza. È passata attraverso l’Accademia? Strano che sia riuscita a entrare. Ma per quanto sembra che fossero alle strette con la scelta del Quadro di Luce, non credo che l’avrebbero presa se non fosse una maga di un certo valore.

“Siamo entrati nel mondo di Ikain, e fra poche ore passeremo a Rothil. Credo che tutti voi siate familiari con la rotta”

Annuisco. In realtà, non conosco nemmeno il nome dei mondi attraverso cui passeremo. Ma Eshili, come sempre, si sarà informato.

“Fino all’arrivo su Jayel, non dovrebbe esserci bisogno di nessuno di voi. Maghi del Vento addestrati dalla Corporazione possono gestire l’ordinaria amministrazione del volo, e passeremo solo attraverso mondi pacifici. Il vostro incarico inizia di fatto su Jayel”

“Vedete, le informazioni che abbiamo da quel mondo, nonostante tre spedizioni esplorative, sono ancora terribilmente scarse. Mi sembra corretto informarvi, per esempio, che una quarta spedizione è stata inviata e ad oggi non ha dato notizie”

Vedo Eshili irrigidirsi. Non lo sapeva. Gli sembra corretto informarci, ora che è troppo tardi.

“Jayel è un mondo ricchissimo di magia e di forme viventi. Diversi animali selvatici sono potenzialmente in grado di danneggiare seriamente questa nave. Questa è una ragione della vostra presenza, mago Araich” dice. I suoi occhi grigi si fissano nei miei per un istante.

“Altre minacce possono venire da violenti fenomeni climatici, popolazioni indigene violente e, non ultimo, spedizioni di altre potenze tecnologiche. Credo che tutti voi abbiate sentito parlare dell’Impero di Reth”

Sobbalzo. L’impero dall’altra parte dei mondi. Non sono disposto ad ammetterlo, ma non ero nemmeno sicuro che fosse reale.

“Jayel è più vicino a noi che a loro, ma il loro potere arriva lontano. E non hanno sempre reagito positivamente all’incontro con le nostre spedizioni. Se dovessimo incontrarli, avremo un gran bisogno di tutti voi”

“In generale, siete stati scelti per aver svolto missioni su mondi molto diversi, con incarichi molto diversi. La versatilità è la cosa di cui abbiamo più bisogno”

Rimane in silenzio un istante, poi sorride, come pensando a una battuta che noi non possiamo capire.

“Un ultimo punto. Desidero ricordarvi che per accedere a Jayel attraverseremo brevemente il Mondo-Fortezza di Zamyon. Abbiamo già avuto contatti con le autorità locali e sappiamo che non c’è nulla da temere. Verremo sottoposti a un controllo prima di accedere alla Fortezza, e poi dovremo trascorrere un giorno all’interno, sebbene con una certa libertà di movimento”

“Sarete del tutto al sicuro per l’intera durata dell’operazione. Solo, ricordate. Per nessun motivo dovete reagire con i vostri poteri o compiere qualunque azione che possa essere interpretata come ostile all’interno della Fortezza. Per nessun motivo”

Non aggiunge altro. Ci guarda uno dopo l’altro, sorride ancora.

“Potete andare. Consideratevi in libertà fino all’arrivo su Jayel”

 

***

 

Sputo oltre il parapetto, bevo dalla borraccia nel tentativo di liberarmi la bocca dalla polvere. Inutile, ho ancora la gola secca e irritata.

I granelli di sabbia sottilissimi mi penetrano nei vestiti e mi fanno lacrimare gli occhi, ma non riesco a smettere di guardare giù, verso il deserto rossastro.

“Non credevo che un mondo desertico potesse essere così bello” commenta Moen, vicino a me. Si è tolto la camicia, anche se la temperatura sta abbassandosi rapidamente con il tramonto. Guarda verso l’enorme sole rosso basso sull’orizzonte, sorride. Nella luce sanguigna di Ikain le sue ciocche bionde e quelle grigie sembrano quasi dello stesso colore.

“Quel sole è un po’ inquietante. E ho la sensazione che di deserto ne avremo anche troppo su Athan, di questo passo”

Moen annuisce, senza smettere di guardare giù. Più che bello, questo mondo è ipnotico. Una successione infinita di dune simili alle onde dell’oceano, dai nostri cinquecento metri di altezza. Poche macchie di arbusti contorti, occasionali pozze d’acqua. Sabbia rossa e sottile che si infiltra ovunque, un caldo secco che trovo piacevole, dopo l’estate senza sole del mio mondo.

“Irei si sbaglia, vero?” chiede Moen, in fretta. Non mi guarda, riprende a parlare dopo un istante. “Sul Progetto di Recupero Climatico. Non è fallito, l’avremmo saputo. Le Accademie devono fare qualcosa. Con tutte le loro risorse, deve esserci un modo per rimettere a posto i Canali”

Sospiro. So che se gli rispondessi che sì, andrà tutto a posto, Moen mi crederebbe. Anche dopo tutto quello che è successo, si fida di me.

Guardo la sua schiena. Dieci lunghe cicatrici sottili, guarite meglio delle mie. No, non posso mentirgli. Gli ho già fatto abbastanza male dicendogli che tutto sarebbe finito bene.

“Non lo so, Moen. Non lo so. Speravamo tutti nel Progetto… ma cosa vuoi che facciano? I Canali della Vita e quelli del Vento sono danneggiati dove non sono distrutti. Sono talmente inutilizzabili che non si può attingerne nemmeno abbastanza a lungo da riallinearli. Immagino che le Corporazioni potrebbero aprire dei Portali, portare energia da altri mondi. Ma quando costerebbe? Sarebbero davvero disposti ad andarsene, piuttosto? Non lo so. Davvero”

 Il mio amico annuisce, non dice niente. Guarda in basso, verso il deserto che ormai sembra infuocato.

Per fortuna è tornato sottocoperta, quando vedo le rovine. Sono a pochi chilometri da noi, una città di pietre spezzate coperte di polvere rossa. Sono sorpreso, avevo visto solo civiltà molto povere in questo mondo, fino ad ora. Questa città doveva essere enorme, distinguo quel che resta di cupole, obelischi e palazzi.

E grandi zone recintate che dovevano essere campi e giardini, prima che la polvere rossa inghiottisse tutto.

 

***

 

Sarayama. Il mio corpo mi dice che è sera tarda, che avrei voglia di andare a dormire, ma qui è mattino. Un mattino freddo e umidiccio particolarmente fastidioso dopo il caldo di Ikain.

“Vado a tirare giù a calci Moen? Ci ucciderà se si perde l’arrivo su un nuovo mondo”, chiede Eshili. Siamo stravaccati fra le casse ammucchiate a poppa, proteggendoci dal vento umido. Cercando di non pensare che se Eshili si dovesse allontanare, sarei incapace anche solo di mettermi in piedi da solo, faccio per dirgli di andare a svegliare Moen.

Poi guardo meglio il mondo sotto di noi.

“Che cazzo di posto è questo?”, chiedo.

Attraverso il Portale che si chiude alle nostre spalle vedo ancora il cielo rosso di Ikain, in un piccolo avamposto fra le dune.

Attorno a noi, una fortezza. Mura e maghi dai capelli d’argento e cannoni e soldati armati di fucili. Poi torrette, altri soldati, filo spinato.

Attorno a noi, una città di legno e pietra. O quel che ne rimane.

Tutti gli edifici più grandi sono stati distrutti, vedo i segni per me inconfondibili di attacchi pesanti della Tempesta. Interi quartieri sono bruciati, mentre la nostra nave riprende quota vedo le tracce di barricate ed edifici rozzamente fortificati.

Attorno a noi sciamano improvvisamente i marinai, corrono a regolare le vele e i cristalli di volo per portarci in quota più rapidamente possibile. Un breve lampo azzurro attorno a noi mentre il debole Quadro della Forza addestrato dalle Corporazioni genera uno scudo.

La maggior parte dei marinai sono ancora a torso nudo dopo l’attraversamento di Ikain. Molti si fregano le mani per scaldarle, imprecano in lingue sconosciute. Noto per la prima volta che c’è qualcosa di strano nelle loro dita. Una falange di troppo. Non umani. Ne resto sorpreso per un istante, prima che il mondo sotto di noi torni a monopolizzare tutta la mia attenzione.

Ci alziamo sempre di più. Vedo sempre più strade deserte, piazze devastate dagli scontri. Un quartiere è stato distrutto in modo così completo che sospetto abbiano usato una debole Spada dei Cieli.

Vedo anche altro. Un simbolo tracciato col carbone, con la vernice, in qualche caso col sangue, sospetto. Su muri, carri rovesciati e bandiere stracciate, campeggia il simbolo del Fiore Nero.

Eshili scuote la testa, risponde in tono piatto.

“Da quel che sapevo, questo era un mondo preindustriale di passaggio. Troppo forte perché valesse lo sforzo di sottometterlo, troppo povero per essere un mercato interessante. Sembra che abbiano cambiato politica. Non chiedermi perché”

Impiego un solo istante a capire.

“Jayel”, rispondo con un filo di voce.

Eshili mi guarda, aggrottando la fronte. “Che vuoi dire?”

“Di questo mondo in sé non gli importa niente. Ma è sulla strada verso Jayel. Per questo l’hanno conquistato militarmente proprio ora. Vogliono una base fortificata a metà strada”

Rabbrividisco. Quanto importante è Jayel? Cosa sono disposte a fare le corporazioni per averlo?

Ci alziamo ancora di quota, vedo sempre più lontano. Campi incolti, mura cittadine squarciate. Mi sembra di scorgere in lontananza un cratere annerito grande abbastanza da contenere un piccolo paese. Spada Dei Cieli, probabilmente.

“Aiutami a tornare in cabina, per favore. Sono stanco”

Eshili non dice niente, mi porge le braccia aiutandomi a sedermi e poi alzarmi in piedi. Mi guarda fisso negli occhi, pur di non vedere il mondo che scorre sotto di noi.

 

***

 

Shatair. Un altro mondo, un altro cielo. Sono stanco, i salti dimensionali hanno rotto i miei ritmi biologici. Non ho mai visto così tante stelle, così brillanti. Illuminano freddamente un terreno paludoso sotto di noi, scorgo vaghe immagini di vele, scafi sottili e canoe.

L’aria è calda e afosa. Sudo. Vorrei togliermi la maglietta, ma non ci riuscirei da solo. E non voglio chiedere l’aiuto di Eshili e Moen perfino più del necessario. Mi passo una mano sulla fronte, perfino questo movimento mi riesce difficile. L’umidità sembra togliere ai miei muscoli le poche energie.

“Prossima fermata, Jayel” commenta Moen. È seduto su una cassa, sorride. Sembra felice, in questo momento. Guarda il mondo sotto di noi, le enormi stelle azzurre.

Eshili scuote la testa, guardando avanti. Si accarezza la barba, la sua figura alta e magra si staglia in nero contro la colonna di luce azzurra del Quadro di Volo, una decina di metri oltre.

“Non subito. C’è quell’altro mondo. La Fortezza”

Moen si volta verso di lui.

“Hai mai sentito parlare prima di una cosa del genere? Un mondo-fortezza? L’hanno creato con la magia? Chi cavolo…?”

Il ragazzo si interrompe. Al di sopra del sibilo continuo del vento sento una voce allegra che si avvicina. Rumore di passi.

“Tanto, una decina d’anni e l’Accademia di Luce avrà uno scisma. Voglio dire, non possono continuare a fare una guerra ai loro studenti per sempre, se avessimo fatto le cose con calma come quelli della Vita avremmo già un’Accademia ribelle, e…”

“Zitto, scemo”, risponde un’altra voce. Due dei maghi della Luce entrano nel mio campo visivo giusto in tempo per vedere la ragazza dai capelli chiarissimi che dà una sberla al mago più giovane. Piuttosto forte.

“Ehi, che cavolo…” inizia il ragazzo. Poi ci vede. Un sorriso si allarga rapidamente sul suo volto. I segni rossi dello schiaffo sono ben visibili contro la carnagione chiara.

“Lo vedete? Fa sempre così, ma in realtà mi vuole bene. Sta cercando di dirmi che…”

Il mago fa il gesto di mettere un braccia dietro le spalle della ragazza. Questa sbuffa, lo fissa un istante con un misto di fastidio e odio puro, poi gli dà altri due schiaffi. Il secondo lo getta fisicamente all’indietro di un paio di passi.

Al mio fianco, Moen ride. Un suono che non sentivo da un po’.

La maga ignora il ragazzo occupato a rimettersi in piedi e si volta verso di noi. Sotto la luce azzurra di queste stelle, i suoi capelli chiarissimi sembrano completamente bianchi. Sorride in modo freddo, per un istante mi ricorda il capitano e gli altri membri delle Corporazioni.

“Ciao. Scusate l’idiota. Siamo su questa nave da cinque giorni e non ci siamo nemmeno presentati decentemente, io sono…”

Il mago più giovane salta letteralmente in avanti e prende la parola al posto suo.

“Io sono Shorei della Luce. Lei è Leniki. Non trovate che sia una gran figa? Voglio dire, già è un miracolo trovare una ragazza che è entrata nell’Accademia! Poi lei è di prima qualità, voglio dire, guardate gli occhi, i capelli, le…”

Un rapido movimento. Il mago più giovane emette un grido strozzato, si piega e porta le mani all’inguine. Sorrido. Mi prende, un istante dopo, una fitta di invidia. Per quando potevo dare un calcio a qualcuno. Per l’ultima volta che ci ho provato sfacciatamente con una ragazza. Per l’ultima volta che ho avuto energie da sprecare.

“Piacere. Sono Araich, mago della Tempesta”, mi limito a rispondere, seguito rapidamente dai miei amici. Penso di stringerle la mano, ma so che non riuscirei a tendere il braccio senza che tremi.

Per un istante cala il silenzio, rotto solo dai gemiti del mago rannicchiato contro una cassa. Ha ancora una smorfia di dolore sul volto.

“Mi chiedo cosa dobbiamo aspettarci su Jayel. Voglio dire, hanno preso un quadro completo di ogni Via. Ma sembra che abbiano evitato rigorosamente le Accademie”, dice Eshili. Mi chiedo se quello di cui vuole davvero parlare sia Jayel o le Accademie. Ne hanno fatto parte, questi due ragazzi? Non hanno divise con gli emblemi strappati, a differenza di noi. Ma forse significa solo che hanno più dignità.

La ragazza sorride. “Se è quello che vuoi chiedere, no, non siamo più parte dell’Accademia di Luce. E sì, ne abbiamo fatto parte. A voi non c’è bisogno di chiedere”, conclude. Solo Eshili ha addosso la veste viola e rossa. Mi sento sollevato di avere scelto vestiti più leggeri, questa mattina. Per un istante cala un silenzio poco confortevole, poi è ancora lei a prendere la parola.

“Di Jayel non sappiamo molto. E ancora meno del mondo fortezza che dovrebbe esserci prima”

Moen, al mio fianco, sorride e si avvicina leggermente. Sicuramente un argomento che preferisce rispetto alle Accademie.

“Lo vedremo fra non molto. Ho chiesto un po’ ai marinai, ci sono già stati. Ma con quel poco di Athaniano che capiscono, non sono riusciti a dirmi granché. Sono fottutamente curioso, però”

La maga della Luce si volta, guardando un paio dei marinai che si muovono rapidamente fra vele e cordame. Sorride leggermente, sembra pensierosa.

“Maghi delle Corporazioni. Marinai di un altro mondo. Siamo gli unici Athaniani su questa nave a parte i loro cagnolini. Viene da chiedersi perché”

Mi osserva con sguardo calcolatore. Mi rendo conto che sta sondando le mie posizioni. Mi sento improvvisamente stanco. Stanco delle Corporazioni, stanco dei Ribelli, stanco della sfiducia e degli intrighi che ci seguono in qualunque mondo, sotto qualunque cielo.

L’altro mago della Luce si è alzato in piedi. Ha il respiro affannoso e la fronte imperlata di sudore, ma sorride ancora.

“Scusatela. È paranoica. Capace di passare tutta la notte a studiare le vostre posizioni e poi cercare di convincervi di qualche oscura teoria del complotto”

Lei gli scocca un’occhiataccia furibonda, e il giovane salta all’indietro, apparentemente di riflesso. La ragazza ride. La imitiamo un istante dopo.

“Vedremo presto il mondo-fortezza, e Jayel. Avremo anche troppo per pensare agli obbiettivi delle Corporazioni e a cosa vogliono di fare di noi. Ora vorrei solo godermi la serata. Per favore”, commenta Moen. Maga Leniki lo guarda per un istante, tesa. Poi sembra rilassarsi, forse per le parole, forse perché l’ha inclusa nel noi.

Con mia sorpresa, si arrampica sulle nostre stesse casse e si siede vicino a noi. Shorei la segue un istante dopo.

“Mi sembra un buon programma. Se proprio le Corporazioni hanno deciso che è economicamente efficiente buttarci in una pentola e vendere pregiato spezzatino di mago alla fine della missione, almeno rilassiamoci finché dura la pacchia” commenta il mago.

Sorrido, mi appoggio di nuovo alla cassa – con immediato sollievo dei muscoli danneggiati in tutto il mio corpo. Sotto di noi, scorre ancora un paesaggio di paludi, laghi e sottili imbarcazioni a vela. Guardo il cielo chiaro e provo una fitta di invidia anche per questo popolo. Non potevo nascere qui? Laghi infiniti fra cui viaggiare. Niente tempeste planetarie, niente città protette da cupola, niente Corporazioni onnipotenti. Barche, e un cielo limpido.

Sorrido. Ormai inizio con l’autocommiserazione ad ogni cosa che vedo.

Il rumore leggero del vento, il mago della luce che chiacchiera con Moen – le frasi concitate del primo, le risate e le risposte tranquille del secondo. I ritmi biologici rotti si vendicano, e mi prende il sonno.

Sogno un uomo alto, vestito di nero, con i simboli delle Corporazioni sul petto. Ha gli occhi azzurri di Leniki, ma sono finti, sono fatti di vetro. Ha in mano un mestolo, lo rigira in una pentola. Se hanno deciso che è efficiente buttarci in una pentola, ripete la voce di Shorei. Il mago della Luce è legato, dentro la pentola, e ride.

Guardo dentro la pentola, e vedo dentro tutto il mio mondo. E all’improvviso io sono lì, e sto aiutando l’uomo a mescolare.

 

***

 

“Araich, sveglia. Davvero, credo valga la pena di vedere questo”. Impiego un istante a riconoscere la voce di Moen.

Mi sveglio infreddolito, più dolente del solito. Cerco di tirarmi su, e ricado sulla cassa quando i miei muscoli si rifiutano di collaborare. Stupido. Possibile che ancora non ci abbia fatto l’abitudine?

Metto a fuoco il mondo attorno a me. È più freddo di prima, il cielo è ancora notturno.

Ma davanti a noi, una fetta di intensa luce bianca taglia l’oscurità.

Impiego un istante a riconoscere un Portale. Un Portale che dà su un cielo uniforme e bianco.

Prima che faccia in tempo a stupirmi, anche solo a svegliarmi del tutto, la nave scivola attraverso il confine fra i mondi. Strizzo gli occhi, abbagliato dalla luce bianca che mi colpisce da tutte le direzioni.

“Che cazzo…?” commenta Eshili. Lo vedo tormentarsi la barba, guardando il mondo attorno a noi.

Se mondo lo si può chiamare.

Impiego diversi secondi a dare un senso a quello che abbiamo attorno. Un Portale di pietra. Antico, sembra consumato dal tempo – sebbene quello dall’altro lato fosse un comune Portale metallico delle corporazioni. Si sta già richiudendo sul cielo nero.

Sembra di essere al centro di un’enorme, antica fortezza di pietra. Dapprima penso che siano torri, una dozzina di torri altissime che ci circondano. Poi vedo che si piegano verso l’alto, si avvicinano, si incontrano altissime, almeno un centinaio di metri sopra di noi. Non dovrebbero stare in piedi. Non puoi fare una cosa simile con la pietra.

Siamo in una sorta di gabbia di pietra, un ambiente colossale fra le torri – grande a sufficienza da ospitare una decina di Portali. Ne vedo altri paralleli al nostro, già mentre guardo una nave volante metallica, di un modello che non ho mai incontrato prima, esce e si accoda a noi.

L’ambiente è talmente grande che impiego qualche istante a distinguere altro.

Ci sono strutture a terra. Altre torrette, circondano i Portali, circondano anche noi. Ci sono uomini in cima. Simboli scintillano su ciascuna, migliaia di simboli geometrici luminosi che appaiono e spariscono in pochi istanti. Le mani degli uomini risplendono di luce magica, percepisco il potere della Tempesta che scorre fra le postazioni.

Mi concentro sulla mia Via, e all’improvviso la avverto ovunque. Quante postazioni magiche ci sono? Almeno un centinaio. Di più? E i flussi? Mai avvertiti di così forti in un ambiente chiuso. Circondano i Portali, continuano… dio! Le torri all’esterno!

Osservo le torri – per mancanza di una definizione migliore – che si chiudono sopra di noi. Ora percepisco il flusso di potere che le pervade. Canali. Canali artificiali, quello che volevano creare su Athan. Mi formicola la pelle percependo l’energia che vi scorre all’interno. Mi rendo anche conto che non siamo davvero esposti al cielo bianco dell’esterno: una sottile patina azzurra di Forza chiude gli enormi spazi fra una torre e l’altra.

È questa Zamyon? Il Mondo-fortezza? Ma perché siamo apparsi al suo interno, che senso ha?

Preparatevi al controllo. Cortesemente, non fate uso dei vostri poteri magici nei prossimi secondi. Non temete, se non intendete minacciarci siete completamente al sicuro”, avverte una voce femminile, in perfetto Athaniano, all’interno della mai mente.

Mi aspetto di vedere avvicinarsi gli uomini in divisa blu che ci osservano dalle torrette, ma nessuno fa cenno di avvicinarsi. In compenso, dopo pochi secondi un cerchio di brillante luce bianca avvolge la nave.

“Che cavolo…?”, chiede Eshili, perplesso. L’anello di luce bianca, piatto come una lama e perfettamente circolare, circonda l’intero scafo a metà altezza. Migliaia, milioni di simboli bianchi appaiono attorno ad osso, scorrono a mezz’aria in sequenze rapidissime che non capisco come qualcuno potrebbe controllare.

Chiamo istintivamente i miei poteri, i flussi di Tempesta che percorrono la pietra e rimbalzano fra i difensori di Zamyon diventano visibili, come strisce spezzate viola e blu. Il potere mi scorre attraverso muscoli e ossa, e sento che il mio corpo mi obbedisce di nuovo, che per qualche non sono più zoppo né lento.

“Fermo, stupido! Non ci stanno attaccando!”, mi fa cenno Eshili, abbassandomi le mani su cui concentravo l’energia della Tempesta. Lo guardo perplesso per un istante, poi con un gemito di fastidio lascio andare il mio potere.

Nell’istante in cui finisco, un cerchio di luce bianca circonda anche me all’altezza della vita. Trattengo il fiato, costringendomi a non reagire mentre si alza e si abbassa lungo il mio corpo, simboli magici che appaiono e scompaiono in frazioni di secondo. Non conosco granché la Via della Luce. Ma non credo conosciamo così tanti Simboli. Nemmeno un decimo di così tanti.

Pochi istanti dopo, cerchi e linee di luce attraversano l’intera nave. Vedo i maghi di Zamyon sulle torri che alzano le braccia, formano gesti nell’aria. Dozzine, centinaia di anelli di luce circondano ogni persona, ogni elemento della nave, si spostano in alto e in basso come se dovessero assorbirne ogni minimo dettaglio. Come possono controllarene così tanti?

Osservo i marinai, immobili con i muscoli contratti e gli occhi chiusi. Un mago del Vento con la divisa della Corporazione osserva i simboli che gli vorticano attorno con espressione confusa e interessata.

Poi tutto svanisce in un lampo. I cerchi di luce si dissolvono come sono venuti. Vedo gli uomini della ciurma che tornano a respirare.

“Controllo superato. Siete autorizzati al passaggio. Il Mago Supremo Amir vi guiderà all’interno”

La voce femminile impersonale ripete queste parole, e improvvisamente c’è un uomo sul ponte, a pochi metri da noi. È biondo e con gli occhi chiarissimi, la sua figura sembra emettere debolmente luce. Ok. Capito qual è la sua Via. Ma cos’ha di strano?

Il Capitano esce dalla cabina e gli va incontro. L’uomo delle Corporazioni indossa un’uniforme impeccabile, il giglio verde della Erit che spicca sul petto. Per la prima volta non dimostra arroganza né ostilità. Non tenta nemmeno di guardare il nuovo arrivato dall’alto in basso.

Prima di andare incontro al capitano, il nuovo arrivato si volta verso di noi. Sono immediatamente sicuro che sta guardando proprio noi. Ci osserva, faccio appena in tempo a registrare che i suoi occhi hanno qualcosa di sbagliato, e sorride. Poi si avvicina a passi lenti verso il comandante della nave.

 

***

 

Faccio appena in tempo a tirarmi in piedi e recuperare le stampelle che la nave, con un ronzio attutito di motori del Vento, si rimette in moto. Scivola dolcemente in avanti, verso una delle aperture fra le torri che si incontrano sopra di noi. Passiamo fra una serie di torrette più piccole, su ciascuna una dozzina di maghi in divisa blu che ci osservano come se potessimo attaccarli da un istante all’altro.

La barriera semitrasparente di Vento e Tempesta che separa l’interno di questo ambiente dall’esterno svanisce un istante prima che la nave la raggiunga, permettendoci di proseguire all’esterno, verso il cielo di un assurdo, accecante color bianco puro.

Ancora pochi secondi e siamo fuori. Mi guardo attorno, e dapprima non riesco a capire quello che vedo.

Dietro di noi l’ambiente da cui siamo venuti. La gigantesca sala con le torrette di guardia e i Portali, le dodici immense colonne verticali che si piegano e si incontrano in alto. È come una sorta lanterna di pietra bianca, sospesa a mezz’aria. Sotto non c’è niente a sorreggerla. Mezza dozzina di altre strutture simili levitano nelle vicinanze.  Altri portali? Quanti mondi sono collegati a Jayel?

Sotto di noi, il Mondo-Fortezza.

Quella che il mio cervello rifiutava come un’immagine caotica, impossibile, diventa più chiara istante dopo istante. Una fortezza colossale, torri costruite su altre torri e bastioni su bastioni. Vedo piattaforme con baliste sopra, guardiole con dozzine di maghi in formazioni, gigantesche torre cariche di armi d’assedio e altre più sottili, presidiate da pochi uomini. Ogni torre poggia su altre torri, i bastioni si reggono su altri bastioni. E sotto, attraverso fessure, archi e feritoie, intravedo solo altre torri, altre mura, altri bastioni.

Per un istante ho la sensazione che questa impossibile, assurda fortezza costruita su sé stessa continui fino all’orizzonte, che torri grandi come montagne si staglino lontane dozzine di chilometri.

Poi mi rendo conto che la superficie della fortezza curva in modo percettibile, che le torri più avanti rispetto alla nave sono visibilmente inclinate. Una sfera, questa fortezza è una sfera del raggio di almeno un chilometro. Sospesa contro un cielo bianchissimo, privo di nuvole, privo di stelle che spieghino la luce da ogni direzione.

Avevo pensato che mondo-fortezza fosse un termine simile a mondo-mercato. Un etichetta, un utilizzo. Non questo. Non è un mondo usato come fortezza. Nemmeno un mondo coperto da una gigantesca fortezza. Questo mondo è la fortezza, perfino la gravità – che deve essere indotta magicamente – è rivolta verso di essa.

E all’improvviso, sento di sapere cosa c’è al centro di questa costruzione impossibile. In fondo a tutte le torri, a tutti i bastioni, a tutti i soldati e i maghi con l’uniforme blu. Il motivo per cui esiste questa struttura, questo mondo.

Al centro della fortezza c’è l’unico portale per Jayel.

L'assedio senza fine by Selerian
Author's Notes:
E con questo capitolo, i personaggi arrivano finalmente a Jayel! Un pò privo di eventi, ma nel prossimo le cose dovrebbero iiziare a succedere. Buona lettura!
Documento senza titolo

L’assedio senza fine

 

Il Capitano si torce le mani, rassetta più volte l’uniforme mentre ci parla. L’immagine dell’uomo freddo e impassibile cara ai dirigenti delle Corporazioni è incrinata, vedo il nervosismo, i suoi gesti affrettati.

E la ragione è in piedi a nemmeno un metro da lui.

Il Mago Supremo Amir sorride. Lui sì, sembra rilassato. Guarda il Capitano con espressione amabile, dal suo stesso lato della scrivania. Mi chiedo se non si renda conto che lo sta provocando, mettendosi alla pari con lui, o se lo sappia e lo faccia apposta.

“Il nostro…” il Capitano prende fiato, incrocia le mani davanti a sé come per tenerle ferme “…cortese ospite ci informa che mentre la nave viene porta al centro di Zamyon, possiamo alloggiare nella Fortezza”

Il mago annuisce, interrompendo il nostro superiore con un gesto. Sorride, ci guarda. Nel momento in cui si volta, vedo Shorei, il giovane mago della Luce, barcollare. Il suo compagno più alto lo sorregge, ma pare lui stesso confuso. Leniki stessa si appoggia alla scrivania del capitano, piegandosi in avanti. Un lampo di divertimento negli occhi del mago in divisa blu, fa un gesto, e i tre ragazzi della Luce sembrano riprendersi immediatamente. Shorei guarda il mago ad occhi sgranati.

“Ci sono una serie di barriere attraverso cui dovrà passare la nave. Se rimaneste a bordo, sareste costretti a scendere e risalire più volte. È stato giudicato che non costituiate una minaccia per la Fortezza, quindi siete invitati a scendere”

La voce del mago è calda e pacata. Anche così, sospetto che quell’invitati significhi obbligati.

“Vi verranno indicate le vostre stanze. Sentitevi liberi di muovervi lungo i livelli superiori della Fortezza. Nel caso si preparasse un attacco, non appena suonerà la sirena siete invitati a ripararvi nelle Sale Sicure. Vi verrà spiegato come raggiungerle, nell’eventualità”

Ci guarda uno dopo l’altro. Si ferma su di me, e inizia a parlare.

“Siete invitati a non fare uso della magia mentre vi trovate a Zamyon. Inneschereste i nostri allarmi, e potrebbero esserci conseguenze sgradevoli. Fra due giorni potrete ripartire alla volta di Jayel. Vi auguro una buona permanenza”

 

***

 

“Dobbiamo proprio andarcene da qui? Ho la sensazione che potrei adattarmi” commenta Moen, riempiendosi la bocca dei dolcetti che abbiamo trovato su un vassoio.

Eshili si butta su uno dei letti. Stanza tripla. I maghi della Luce hanno singole. Avevano finito gli alloggi? Sanno che ho bisogno di qualcuno che mi aiuti?

“Quanto cazzo è comodo? Scopriamo come li costruiscono, torniamo su Athan e facciamo i miliardi vendendoli ai ricchi. Semplice”

Mi siedo anche io, reggendomi alla testiera. Lascio cadere le stampelle, scivolando sul letto. Arrivo a sentirmi in colpa per i miei vestiti sporchi e impolverati sulle coperte blu di un tessuto finissimo che non riconosco. Ma è così vergognosamente comodo che non voglio fare altro che dormire dodici ore.

“Neanche le stanze alle Accademie erano così fighe!”, commenta Moen.

Ho l’impressione che l’allegria venga risucchiata istantaneamente dalla stanza. Lo stesso Moen si ferma a metà del sorriso.

“Beh, è vero. Non abbiamo mai avuto stanze così belle”, aggiunge Eshili, con voce flebile.

Mi guardo attorno. Tende di velluto oltre cui splende un cielo bianco senza fine. Bagno privato con una vera vasca, tappeti con complessi disegni geometrici in blu e bianco. Letti comodi, cibo che appare in camera. Una stanza degna di un nobile.

E so che darei via tutto questo senza dubbi, senza esitare un istante, per un posto nelle camerate del campus dell’Accademia. Per il simbolo del libro e del fulmine al posto di tutti i tessuti pregiati del multiverso.

 

***

 

Un corridoio lungo e dritto. La curvatura della fortezza è tale che vedo il pavimento proseguire fino a diventare l’orizzonte. Per quanto sappia che questo mondo ha un diametro di un paio di chilometri, il mio cervello insiste che il corridoio prosegue in eterno, che potrei camminare tutta la vita senza raggiungere le finestre che vedo più in fondo.

Continuo a camminare. Dopo giorni di reclusione nella nave, perfino avanzare faticosamente con le stampelle è una gradita novità. Spero solo di riuscire a tornare indietro, poi. Dovrei aver capito come funziona il loro fottuto sistema di indicazioni luminose, ma sarebbe imbarazzante dover chiedere indicazioni stradali ai soldati che difendono questa fortezza.

Già. Questa fortezza? Da cosa la difendono? Chi la difende? Da dove vengono le legioni di soldati e maghi in divisa blu? Perché sono così solleciti nell’ospitarci? Cosa c’è di così importante a Jayel – e chi è disposto a tanto per proteggerlo? Dopotutto, sarebbe valsa la pena di fare qualche ricerca in più prima di partire. Eshili proponeva di chiedere al Capitano, ma tutti gli uomini delle Corporazioni con cui abbiamo parlato sono stranamente evasivi riguardo all’argomento Zamyon. E riguardo a Jayel, se è per questo.

In che razza di guai ci siamo cacciati?

Stufo di proseguire lungo l’interminabile corridoio, svolto a sinistra alla prima arcata aperta. L’ambiente è simile, soffitto alto, torce di fiamma blu, tappeti e tendaggi pregiati, severe statue di guerrieri a distanza regolare. Ora però il corridoio è aperto alla mia destra, un parapetto basso e sottili colonne di marmo bianco mi separano dall’assurdo cielo bianco di questo mondo.

Vedo qualcuno seduto sul parapetto, le gambe che dondolano fuori, nel vuoto. Provo una fitta di invidia, sento disperdersi la calma che avevo recuperato camminando. Solo qualche istante dopo lo riconosco. Un ragazzo sui diciotto anni, basso e con capelli biondi scarmigliati. Si volta un istante verso di me, poi torna a guardare fuori.

“Il cielo non è più bianco”, dice Shorei.

Mi avvicino a lui, appoggio le stampelle tenendomi con le braccia al parapetto. Per un istante mi rendo conto di starmi preparando a sedermi a fianco del giovane mago, fortunatamente mi fermo prima di dare ai miei muscoli ordini cui non possono obbedire.

Guardo fuori. Ancora una volta ci vuole qualche istante per comprendere quello che vedo, perché il mio cervello aggiusti distanze e dimensioni. Dal basso, la struttura della fortezza è ancora meno comprensibile. Al nostro livello vedo altri corridoi simili a questo, piattaforme di pietra sospese nel vuoto, torri spiraleggianti lungo traiettorie apparentemente caotiche, passerelle che si intersecano a tutti gli angoli possibili e centinaia, migliaia di soldati in azzurro fermi alle loro postazioni.

Impiego qualche istante a individuare un ritaglio di cielo in questo mosaico pazzesco, incastrato fra torri stranamente angolate e bastioni che sembrano proteggersi soltanto da altre aree della Fortezza. All’inizio mi pare ancora bianco, poi mi rendo conto che è attraversato da sottili venature viola. La luce sembra anche meno intensa, inizio a distinguere le ombre gettate dalle torce di fiamma blu.

“Che cazzo di posto è questo?”, chiede Shorei. Sorride, sembra distante.

“C’è un sole, da qualche parte?”, chiedo. Cerco di richiamare alla mente lezioni di astronomia che sembrano lontane anni luce. No, non dovrebbero esistere pianeti di questo tipo. La gravità di questa fortezza è chiaramente indotta magicamente. E non credo che sia una stella a illuminare questo cielo.

Il ragazzo scuote la testa.

“è la prima volta in vita mia che vedo un cielo diurno e non sento la Luce. Non come quella che viene da un vero sole, almeno. Ci sono Canali qui ma sono… non lo so. Artificiali. Penso che scorrano dentro quelle torri. Il giorno, la notte, la gravità, sa il cielo che altro. Credo che generino tutto loro”

Annuisco. Anche io ho percepito i Canali artificiali, compressi dentro la pietra.

“Canali artificiali. Difficile non pensare al nostro mondo. Forse sono stati loro a dare alle Corporazioni la fottuta idea?”, chiedo.

Shorei scuote la testa. Sembra triste ora.

“No, non credo. Trent’anni fa non erano ancora arrivati così lontano. Anzi, magari passando di qui avrebbero potuto farsi spiegare un paio di cose. Del tipo, come non distruggere il tuo mondo mentre cerchi di riorganizzare i Canali”

Riesce a tenere un tono divertito, nel dirlo. Con tutto il distacco che ho cercato di assumere, mi sento lo stesso gelare. Distruggere il tuo mondo. Ricordo le parole di Irei.

Prendo fiato. Guardo il ragazzo al mio fianco. Sicuramente non è un sostenitore delle Corporazioni. Quanto posso fidarmi di lui? Quanto bisogno ha di altre cattive notizie?

“Ho sentito dire che il Progetto di Recupero Climatico è fallito” dico, tutto d’un fiato.

Non sembra minimamente sorpreso. Annuisce lentamente.

“Lo so, è qualche mese che…”

Si ferma, si volta a guardarmi. Sorride, ora, un vero sorriso a trentadue denti che lo fa sembrare davvero un ragazzino. Quasi mi pento di avere iniziato la discussione.

“Allora non sono l’unico ad avere fonti nella Ribellione, qui?”

Sento accelerarmi il battito cardiaco. Stupido. Quanto stupido è?

“Taci! Chiunque potrebbe…”

Sbuffa. “Le Corporazioni sanno benissimo da che parte sto. E non credo che tu e i tuoi amici siate famosi perché siete bravi cagnolini. Come i cari colleghi del Vento”. Sputa verso il vuoto. Mi chiedo se lo sputo colpirà soldati in blu, o scenderà fino al Portale e finirà su Jayel.

“Senti, smettiamola subito. Ho avuto contatti con la Ribellione. Ho chiuso. Non ho intenzione di combattere nessuna fottuta guerra inutile. Ho pagato abbastanza, direi”

Mi guarda, vedo che è arrabbiato ora. Si passa le dita sui polsi, in un gesto forse inconsapevole. Per la prima volta, noto che ha brutte cicatrici su entrambi. Tagli? No. Catene. Affondate nella carne. Rabbrividisco.

“Non hai intenzione di combattere nessuna guerra? Sei qui per fare le seghe del capitano? Mi sembravi un mago della Tempesta, sai com’è”

“Sai cosa intendo”, rispondo. Non ho voglia, non ho le energie per litigare.

“Certo. Non hai voglia di combattere nessuna guerra, tranne quella per cui sei pagato”

Sospiro. Riconosco il suo sguardo. Ce l’avrei avuto anche io, qualche anno fa. Gli dei ci proteggano dalle persone convinte di fare la Cosa Giusta.

“Ci sei anche tu su questa nave”

“Certo. Servono soldi, a me e a… altre persone. E questa missione era uno dei pochi modi per spillarli alle Corporazioni senza ammazzare gente per loro. E poi contatti. Informazioni. Non sono qui per pulire il culo al Capitano”

Mi stringo nelle spalle.

“Tu fai quel che vuoi. Io sono qui per incassare mille denari e tornarmene a casa”

Mi guarda come se fossi un qualche insetto disgustoso. Cosa ne sai, bimbo? Tu ti muovi ancora come ti pare. Le pagherai quanto me le tue convinzioni, se continui così. E non otterrai niente, in ogni caso.

Guarda giù. “E che altro dovevo aspettarmi. Abbiamo solo un pianeta che sta morendo e delle Corporazioni che vogliono dominare commercialmente – e non solo – tutta la parte del Multiverso su cui riescono a mettere le mani. Che bisogno c’è di occuparsene?”

Non rispondo. Non ho voglia di iniziare altre discussioni inutili.

Un mezzo sorriso sostituisce la sua espressione furiosa.

“E abbiamo qualche bella incognita. Che potrebbe interessarti, se non sei troppo occupato a contare i crediti e piangerti addosso”

Indica in basso. Devo fare uno sforzo per sporgermi a sufficienza dal parapetto da vedere cosa c’è sotto di noi.

Mi rendo conto che siamo ai livelli più bassi della Fortezza, o almeno della sua struttura esterna. Sotto di noi ancora pochi livelli di corridoi, piattaforme e strutture incomprensibili, poi il vuoto. Vuoto per almeno trecento metri, vedo la curvatura interna della Fortezza – che ora capisco essere un guscio.

Trecento metri oltre, un altro strato di fortificazioni, come una sfera che ruota lentamente sotto di noi. Gusci concentrici. Quante altre Fortezze ci sono, una dentro l’altra? Questo sembra una struttura compatta, regolare quanto quella esterna è caotica. Torri a intervalli precisi, tutte uguali, di pietra nerissima – nere anche le passerelle che le congiungono, le piattaforme su cui attendono altri soldati in blu.

E attraverso le fessure fra le torri, i pochi interstizi in quel secondo livello di fortificazione, una luce verde pulsa ogni pochi secondi. Ne sento il potere, anche da qui, anche senza capirne la natura.

“Jayel”, si limita a dire Shorei.

“Araich, che tu sia qui per i fottuti mille denari o che ti freghi qualcosa di altro, qui c’è qualcosa che non capisco. Non c’è niente che capisco, cazzo. Il Capitano non sa o non mi ha voluto dire chi è questa gente. Da chi è che tengono tanto a difendere Jayel, o perché. Questa Fortezza… hai notato le scale e le ringhiere? Ci sono sul pavimento quanto sul soffitto. Che senso ha? è tutto così. Quel mago che c’era oggi sulla nostra nave, l’ho percepito nella Luce per un istante. Non è normale. È stato come… come guardare all’improvviso in un precipizio profondissimo. Non ho percepito una persona dove c’era lui. Solo potere. Non capisco niente di cosa è questo posto, di come funziona, di che senso abbia. E ci hanno tirati in mezzo, e sono sicuro che le Corporazioni hanno il loro gioco. Odio non capire!”

Parla in fretta, quasi mangiandosi le parole. Mi guarda a metà fra la furia e la disperazione.

Riconosco lo sguardo. Vuole che gli dica che io so, che io capisco. Che andrà tutto bene. Improvvisamente mi rendo conto che non erano leggerezza né incomprensione a farlo parlare della Ribellione, prima. Ha bisogno disperato di un alleato, di qualcuno che lo aiuti. I suoi due amici? Non condividono a sufficienza le sue posizioni? O sono più confusi di lui?

Per un istante penso di rispondergli, di condividere il poco che so da Irei sul significato di questa missione. Di rassicurarlo, di dirgli che cercherò di capire. Mi scopro a considerare i vantaggi di avere il quadro della Luce dalla mia. Potremmo spiare il Capitano, probabilmente, avremmo più potere di protesta, potremmo pensare…

Interrompo bruscamente quella linea di pensiero. Non è più il mio gioco. Dovrei avere imparato, ormai. E non ho intenzione di prendermi la responsabilità di altre persone. Riprendo in mano le stampelle, mi allontano senza dire nulla, mi giro per tornare al corridoio chiuso da entrambi i lati, per non vedere il mago che sgrana gli occhi, la speranza sostituita da delusione e rancore. Per non vedere la luce di Jayel che pulsa sotto di noi, il cielo impossibile, le legioni di soldati, tutte le domande a cui non ho le energie per cercare una risposta.

 

***

 

Mi fermo a riprendere fiato in uno dei tanti bastioni che si sporgono fra torri e corridoi. Poggio le stampelle, mi scopro le gambe deboli. Stupido. Stupido a farmi trascinare in quella discussione da Shorei, stupido ad allontanarmi come un bambino di cinque anni. Stupido a stancarmi per allontanarmi più in fretta possibile.

Un velo di sudore mi copre il corpo, aspetto che il respiro mi si regolarizzi. Quanto sono lontano dalle nostre camere? Mi sento svenire alla sola idea di tornare indietro. Dove saranno Moen ed Eshili? Per l’ennesima volta, provo rabbia per la mia incapacità di muovermi da solo, di fare qualunque cosa senza il supporto di altri.

Cerco di distrarmi mentre riprendo fiato. Guardo in alto. Impossibile non notare che Shorei, almeno su un punto, aveva ragione. Il soffitto è identico al pavimento. Stesse piastrelle, inutili gradini in corrispondenza delle scale. C’è perfino una ringhiera sopra di me, come un riflesso del bastione su cui mi trovo ora. Che senso ha? Una loro assurda idea di estetica? I costruttori di questa fortezza non si direbbero amanti della simmetria.

Da dove sono ora, vedo un ampio squarcio di cielo. è sempre più scuro, il bianco svanisce assumendo una sfumatura violacea. Guardando con attenzione, intravedo anche fiochi puntini rossi. Stelle? No, sembrano troppo pochi, troppo grandi.

Finalmente sento il respiro e il battito cardiaco che si regolarizzano. Anche così, sono terribilmente stanco. Decido di rimanere ancora un po’, curioso di vedere il tramonto su questo strano, strano mondo.

Minuto dopo minuto, le vene violacee che si erano espanse nel cielo bianco si allargano sempre di più, fino ad assorbirlo tutto in meno di un’ora. Quelli che sembravano puntini ora risaltano, sono luci rossastre, tremolanti. Non riesco a valutarne la distanza, potrebbero essere a poche centinaia di metri da me oppure lontani anni luce.

“Fuochi” dice una voce calma alle mie spalle.

Sobbalzo, le mie gambe non mi obbediscono. Rischio di perdere l’equilibrio. Barcollo ma resto in piedi, cerco di voltarmi, i simboli della Tempesta che scorrono già nella mia mente.

“Tranquillo. E gentilmente, non proseguire nell’evocazione dell’incantesimo” aggiunge la voce.

Impiego un istante a riconoscere il Grande Mago Amir, in piedi a poco più di un metro da me. Sorride, il suo volto senza età rivolto verso il cielo violaceo. Mentre il corridoio alle sue spalle è rischiarato solo dalle fiamme blu, il suo corpo sembra risplendere di luce propria. Come se solo per lui fosse ancora giorno. Ma per qualche ragione, non illumina la pietra attorno a sé.

Dopo un solo istante di esitazione, smetto di scorrere i simboli della Tempesta. Le fiamme viola che si addensavano sulle mie dita si ritirano immediatamente.

Reprimo un commento ostile sulla sua apparizione. Dopotutto, è il padrone di casa.

“Perdoni la mia reazione. Non mi ero accorto del suo arrivo”, dico col tono più gelido che mi riesce. Cosa vuole da me? Dove sono Moen ed Eshili? Anche solo Shorei, il dannato ragazzino?

Sorride.

“Capita spesso. Perdona l’intrusione. Avevo l’impressione che avessi delle curiosità riguardo a questa fortezza”. Ha un leggero sorriso sul volto, pare divertito.

Sento tornare il sudore freddo. Legge nella mente? I più grandi fra i maghi della Luce possono farlo. Cosa vuole da me?

“Non è tenuto a dirmi nulla”, preciso nel tono più impersonale che mi riesce. Mi scopro a imitare inconsciamente gli uomini delle Corporazioni. Ho la sensazione che non sia bene mostrare debolezze a quest’uomo.

Annuisce lentamente. Ancora non mi guarda.

“Giusto. Perché dovrei? Guadagno. Commerci. La tua gente è ossessionata, giovane mago”

Non rispondo. Non so cosa dire. Dopo qualche istante, riprende la parola.

“Mettiamola in un modo che il tuo popolo possa capire, allora. Diciamo che sono interessato a uno scambio di informazioni. Io voglio sapere delle cose sul tuo mondo. Tu vuoi saperne sul mio. Possiamo beneficiare dallo scambio, no?”

Deglutisco. Non ho nessuna intenzione di infilarmi nei giochi di potere e segreti di questa missione. Ma sembra intenzionato a tirarmici dentro.

“Non ho informazioni di valore. Probabilmente lei sa più di me sulla mia stessa missione”

Solo ora l’uomo mi guarda. I suoi occhi azzurri hanno qualcosa di sbagliato, di artificiale, ma non riesco a mettere a fuoco cosa.

“Non voglio estorcerti segreti. Voglio capire. Voglio spiegare, ragazzo. Parlare. Avete davvero dimenticato come si fa?”. Sembra infinitamente triste.

Comincio a pensare che il modo migliore di liberarmi di questa conversazione sia assecondarlo. Dopotutto, il mio contratto non prevede nessuna clausola di segretezza.

“Cosa sono quelle luci? Quei fuochi?”, chiedo di getto. Me ne pento subito. Se devo commerciare informazioni, potevo chiedere qualcosa di più utile.

“Il nemico. I fuochi sono quelli del loro assedio senza fine”, risponde.

Li guardo ancora. Centinaia di fuochi, solo nello spicchio di cielo che posso vedere. Sì, sembrano dei falò lontani. Continuo di getto, la curiosità che prende il sopravvento sulla prudenza.

che nemico? Da chi vi difendete? Chi sono i difensori?”

L’uomo ridacchia. “Perfino stretto un accordo, la tua gente ha un’abitudine a prendere senza dare. Ma la realtà è che non desideriamo altro che parlare, spiegare. In un certo senso, è quello il nostro obbiettivo”

Rimane in silenzio un istante.

“Il nemico sono coloro che chiamiamo i demoni. Attaccano questa fortezza da tremila anni. Vogliono Jayel, lo vogliono disperatamente. E noi non possiamo lasciarli passare. Noi, i difensori, veniamo da una moltitudine di mondi. Non è un segreto. Per la verità, facciamo un dannato sforzo per farlo sapere a tutti. Per avere reclute”

L’irritazione trapela dal suo tono. Faccio la domanda successiva prima che il mio cervello possa fermare la bocca.

“Demoni? Cosa sono? Perché vogliono Jayel?”

L’0uomo sembra di nuovo calmo.

“Sono la razza più triste dell’universo. Uomini che per vivere hanno bisogno di risucchiare l’energia dei Canali di un mondo. Prosciugano tutti i piani su cui riescono ad espandersi. E poi si espandono ancora. Ma alla fine sono condannati a trovarsi sempre così. Padroni di mondi devastati, e perennemente tormentati dalla fame”

Fa un istante di pausa, guarda ancora i fuochi.

“Attaccano tutti i mondi confinanti. Tutti hanno le proprie difese. Ma quello che desiderano disperatamente è Jayel. Un mondo dove i Canali sono così grandi, così intensi, che se lo controllassero avrebbero energia a sufficienza da espandersi in tutto il Multiverso. Prosciugare tutti i mondi. Portare all’estinzione tutto ciò che non è loro stessi. E poi, comunque, passare l’eternità fra fame e rovine”

Rabbrividisco. Canali prosciugati. Penso al mio mondo, ai Canali spezzati nel cielo, alle tempeste e alle epidemie che distruggono la vita, continente dopo continente.

“E non potete… distruggerli definitivamente?”

Scuote la testa.

“Se cala il loro numero, diventano più forti. Hanno a disposizione più energia. Otterremo solo di sterminare un popolo disperato e affamato, che tornerebbe l’anno successivo. L’unica cosa che possiamo fare è resistere. Proteggere Jayel da loro. E da tutti gli altri”

Accentua l’ultima frase. Mi guarda di nuovo.

“Tocca a me. Non pretendo di capire il tuo mondo, giovane mago. Ma mi pareva di capire che esistano organizzazioni magiche, le Accademie, che raccolgono gli incantatori con capacità maggiori. Sulla vostra nave non ho visto maghi delle Accademie. Ma tu e altri maghi di grande potere non avete nemmeno i simboli delle Corporazioni. A quale fazione appartenete?”

Sbuffo. Non faccio in tempo a pensare di moderarmi, di non dargli informazioni.

“A nessuna. Lavoro per me stesso. Le Corporazioni non volevano pagare un membro a pieno titolo dell’Accademia, immagino”

Sembra confuso.

“Mi sembrava di capire che lavori per la Corporazione”

“Un contratto temporaneo. Non sono uno di loro”

“E non sei stato addestrato dalle Accademie. Eppure la tua magia ha chiaramente la stessa impronta”

Scuoto la testa.

“Sono stato addestrato dalle Accademie. Ma non ne sono più parte”

“Ammetto la mia confusione. Sei stato addestrato dalle Accademie, ma non sei uno di loro. Sei al servizio di una Corporazione, ma non lavori per loro”

Cerco di trattenere l’esasperazione. Per un istante penso che mi stia provocando, che voglia detto a chiare lettere quello che sottindendo. Ma probabilmente davvero non conosce a sufficienza il mio mondo.

“Sono stato espulso dalle Accademie. E lavoro con le Corporazioni come mercenario”

“Espulso…?”

“In passato mi sono trovato in disaccordo con le posizioni dei miei superiori”, commento.

“E quindi preferisci lavorare per le Corporazioni”

Non riesco a trattenere la risposta brusca.

“No, porca miseria! Ma non ho esattamente scelta. Non mi piacciono le Corporazioni, a dirla tutta. E poco me ne importa se va a riferirlo. Ma devo lavorare per loro, se voglio mangiare”

“Sei costretto? Puoi chiedere asilo alla Fortezza”

“No, no. Non costretto in quel senso. Finanziariamente. Per fare una vita decente. Per fare… qualcosa”

Scuote la testa.

“Non approvi queste Corporazioni. Ma pur non essendo costretto, esegui i loro ordini. Non sono sicuro di capire”

Sbuffo. “Senta, non ho voglia di sentire giudizi. Pensi quello che vuole. La politica del multiverso non è qualcosa che io possa cambiare. Io lavoro per chi mi paga”

Sorride.

“Sarei curioso, a questo punto, di sapere in cosa la tua posizione è diversa dalle Corporazioni. Ma non sono qui per giudicare. Questo è vero. Vorrei solo capire. Il tuo mondo, la tua gente”

Qualche istante di silenzio. Poi prende di nuovo la parola.

“Non so se mi crederai, giovane mago. La tua gente sembra vivere nella sfiducia. Ma te lo devo dire. Stai attento”

Il suo tono tranquillo e distaccato mi spaventa. Più di quello enfatico di Irei.

Indica verso i fuochi.

“I Demoni sono molto attivi. In uno dei loro ultimi attacchi, a costo di perdite enormi, sono riusciti a far penetrare un piccolo gruppo di loro membri in Jayel. Non riusciamo a localizzarli, e non comprendiamo le ragioni della mossa. Sono troppo pochi per avviare una vera invasione, e non si può uscire da Jayel se non attraverso la Fortezza”

“Non so cosa vuole la tua gente da Jayel. Non capisco quali siano le loro motivazioni, e le tue mi sembrano ancora più nebulose. Ma non importa cosa ti racconti, o quanto lontano pensi di scappare, mago. So cosa avete fatto al vostro mondo. I nostri agenti sono stati su Athan. Hanno visto il vostro tentativo di asservire i Canali, la vostra civiltà che si disgrega, le vostre guerre civili”

“Mi sta minacciando?”, chiedo.

Per un istante sembra perplesso. Poi ride, scuote la testa.

“Non capisci. Immagino di avere perso tempo. Dovevo saperlo”. Pare stanchissimo.

“Ripetiti finché vuoi che non ti importa della politica del multiverso. Ma se Jayel dovesse cadere, non riesco a immaginare quanti mondi pagheranno. Potresti dover decidere da che parte stai, prima che questo viaggio sia finito”

Sbuffo, raccolgo le stampelle.

“Dalla mia”

La mia uscita teatrale viene in qualche modo rovinata dal lento scalpiccio delle stampelle.

 

***

 

Di nuovo sulla nave. La cuccetta mi pare minuscola dopo i tre giorni di lussuosa camerata nella Fortezza. Ma trovo rassicuranti il legno e le vele ben note, i miei amici forzatamente vicini, i corpi inumani dei marinai. Perfino i simboli e le divise delle Corporazioni sono tranquillizzanti, dopo questa impossibile fortezza.

Siamo all’interno del secondo guscio. Torri e bastioni neri in tutte le direzioni attorno a noi, legioni apparentemente infinite di soldati in blu. Ripenso alle parole del mago, che sembrano quasi un sogno. Un esercito di demoni che divorano i mondi. Un assedio che dura da millenni. Soldati reclutati su tutti i mondi. Possibile che non ne abbia mai sentito parlare? Del resto Athan è a sei balzi di distanza.

Ci sono altre navi volanti, qui. Sono fatte di metallo, completamente chiuse, e non hanno vele. La maggior parte sono piccole, non più lunghe di una dozzina di metri, ma un paio doppiano le dimensioni della nostra. Tutte sembrano coperte di mercurio, riflettono le torri e le fiamme blu come fossero specchi curvi.

Circondato da navi di metallo, racchiuso da un’ultima serie di torri e bastioni che si muovono lentamente per lasciarci passare, c’è un unico portale. Sembra fatto di pietra, enormemente grande – solo una piccola sezione al centro, appena più grande della nostra nave, si sta aprendo fra scariche viola.

Ci avviciniamo lentamente. Percepisco la Tempesta che pulsa attorno a noi, come se l’intera Fortezza ci tenesse sotto tiro, pronta da annientarci in un battito di ciglia.

Il Portale si apre. Dimentico per un istante eserciti di demoni, Corporazioni succiasangue e mondi devastati. Guardo lo spicchio di cielo alieno che si apre davanti a noi, questo mondo che sembra avere tanta importanza e di cui sappiamo così poco.

Uno spicchio di cielo azzurro, talmente intenso da fare male agli occhi. Sotto, intravedo una sezione di foresta verde brillante. I colori sono vivi, accesi in modo surreale, il resto della fortezza attorno a noi sembra sbiadire, sembra meno reale dello scorcio attraverso il portale.

Jayel.

PRIMO INTERMEZZO - Sogni by Selerian
Author's Notes:
Avendo finito il racconto con un po' di caratteri avanzati, ho deciso di inserire tre intermezzi che mostrassero qualcosa di più・sul mondo di Athan e sul passato di Araich. Non sono venuti molto bene, e mi ero scordato di postarli, ma a questo punto li inserisco per completezza. Questo è il primo. Personalmente mi sa da parecchio clichoso, non ne sono molto soddisfatto, ma se non altro risponde a un po' di domande che potrebbero essere sorte. l'unica scena che mi piace è la prima. Buona lettura comunque!
Documento senza titolo

Sogni

 

“Mamma, quando arriva l’estate?”

La mamma mi abbraccia. Non sorride.

“È già estate, Araich”

“Ma non fa caldo!”

Silenzio.

“Perché non fa caldo?”

“Ci sono… delle cose che non vanno bene, quest’anno. I maghi stanno facendo una cosa molto importante. Ma hanno dei problemi. Ci hanno detto che il clima sarà strano. Tutto l’anno, forse”

Guardo fuori. Ci sono le nuvole. Sono strane. Nere, fitte. È tanto che sono così.

“Ma poi torna il sole?”

“Tornerà, piccolino. Vedrai che tornerà”

 

***

 

“Araich! Araich! Torna qui!”

Ignoro la mamma. Se fosse per lei dovrei passare la giornata chiuso in casa! Oggi che finalmente c’è qualcosa di interessante!

Mi mischio alla gente accodata alla taverna. Passo fra le gambe dei curiosi che sbirciano senza entrare, sento brandelli di conversazione.

“…tornano da chissà quale mondo…”

“…Accademia di Tempesta…”

Sento un brivido di eccitazione mentre scivolo fra i tavoli. Qualcuno mi guarda, fa per dirmi qualcosa, ma passo oltre prima che mi fermino.

Seduti ai tavoli, ci sono tre uomini dai capelli d’argento. Indossano strani vestiti viola, belli come quelli dei ricchi, col simbolo del fulmine in rosso sulle spalle e sul petto.

Tutte le altre persone li guardano, capisco che sono curiosi quanto me, ma nessuno si avvicina ai maghi.

Vedo mia mamma che si avvicina a grandi passi. Senza perdere altro tempo, corro verso gli uomini dai capelli d’argento. Sono enormi, da vicino, più grandi anche degli adulti.

“Siete maghi della Tempesta? Sapete chiamare i fulmini?”, chiedo.

Penso a tutte le storie che ho sentito. Penso alle sere in cui la mamma piange, e ai giorni in cui ci chiudiamo tutti in casa, e fuori c’è la polizia che prende delle persone.

“Siete venuti a salvarci?”

I tre maghi mi guardano. Sembrano stupiti. Tutti i rumori nella taverna si fermano. Come quando parlano gli eroi.

Poi i tre maghi ridono.

“Via di qui, piccolo. Quella dei fulmini è solo una storia, sai? E per oggi mi dispiace, ma dovrete salvarvi da soli”

Prima che io possa dire altro, la mamma arriva, mi prende per un braccio, mi dà uno schiaffo. Inizia a scusarsi coi tre maghi. Io sono stupito. Solo una storia? All’improvviso, guardandoli meglio, i tre mi sembrano solo uomini.

 

***

 

“Mamma, ho ancora fame”

La mamma sorride. Vedo che c’è qualcosa di sbagliato nella sua espressione.

“Aspetta, Araich. Domani avremo altro cibo”

“Ma io ho fame!”, rispondo, senza capire.

Questa volta identifico cosa attraversa il suo volto. Paura.

“Mamma, cosa c’è?”

Lei ride, e sento che è vicina a piangere.

“Niente, Araich, tranquillo”

“Mamma, non abbiamo soldi per comprare da mangiare?”, chiedo.

So che abbiamo sempre pochi soldi. La mamma lo dice sempre. Ma non avere da mangiare succede solo ai poveri. Quelli dei quartieri dove non devo andare, quelli delle storie.

“Troveremo una soluzione. Domani la Compagnia Ashan assumerà filatrici. Vedrai che mi prenderanno”

“Perché non puoi tornare a lavorare col Dottor Asterom?”

“Il dottor Asterom non lavora più”

“Perché non lavora più?”

La mamma prende fiato. Vedo che sta per piangere.

“La Compagnia l’ha licenziato. Non lavora più. E quindi devo cercare un altro lavoro anche io”

 “Perché la Compagnia l’ha licenziato?”

Di solito la mamma si stufa quando chiedo troppe cose. Questa volta risponde in modo strano. Con rabbia.

“Perché hanno spostato altri stabilimenti nei Mondi, e non c’è più bisogno di noi. Hanno licenziato il Dottor Asterom insieme a qualche migliaio di operai”

“Perché vogliono gente di altri mondi?”

“Perché costa meno”

“Allora non possiamo andare anche noi negli altri mondi?”

La mamma ride. Non risponde. Mi prende in braccio, anche se cerco di districarmi. Ride di nuovo, mi stringe. Vedo che piange, mentre ride. Non capisco.

 

***

 

“Andrò a lavorare. La Compagnia Aragali ci paga. E un po’ di soldi ci fanno comodo, mamma”

Mia madre scuote la testa.

“Araich, ci sono delle leggi, per quanto alle Compagnie non importi più niente! Hai tredici anni. Non puoi lavorare in una fonderia. Discorso chiuso”

Sbuffo.

“Senti, quei soldi ci servono. È tanto se abbiamo da mangiare. Cosa credi che posso guadagnare portando giornali e aiutando i ricchi a scaricare bagagli?”

“Ci faremo bastare i soldi. Non mi interessa. Sai quanta gente ci muore, in quel posto?”

“Perché non stanno attenti. Io sono attento”

“Araich, sei troppo piccolo! Non puoi!”

La voce della mamma è strozzata.

“Tu non capisci niente, mamma! Senti, lo so che una volta le cose erano diverse. Lo dici almeno tre volte al giorno. Lo dicono tutti. Bene, adesso è così. Devo lavorare. Non voglio stare qui per sempre. Guadagnerò abbastanza da andare da qualche altra parte, da grande. E devo cominciare”

Penso ai racconti che ho sentito di posti dove c’è ancora il sole. Di altri mondi, dove il cielo non è oscurato e il cibo cresce ovunque.

“Araich, non te lo permetto! Non provare ad andare in fonderia!”

Guardo mia mamma. Sembra vecchia, vecchissima. Diventerò come lei, se resterò qui.

Mi arrabbio. Mi arrabbio più di quanto mi sia mai arrabbiato prima.

E il sangue mi brucia nelle vene. Letteralmente, ne sento il tracciato lungo tutto il corpo. Non capisco. Ma la rabbia sale, sale, sale, divora tutto il resto.

Rabbia verso mia madre, le Compagnie, questo mondo, il Sole che si vede meno ogni anno. Voglio guadagnare dei soldi, voglio andare da un’altra parte, voglio cambiare.

Apro la bocca, grido, un suono inarticolato, e il fuoco nel mio sangue esce all’improvviso.

Le mie mani bruciano, bruciano di fiamme viola, sento il calore intensissimo ma non mi fa male.

Grido di paura, ora, sbatto le mani contro i miei vestiti nel tentativo di spegnerle. Le fiamme svaniscono subito

Mi guardo le mani. La pelle è intatta, non ci sono bruciature. Ma sono sicurissimo di averle viste avvolte dal fuoco solo un istante fa.

Alzo lo sguardo verso mia madre. Ha gli occhi sgranati, respira affannosamente.

“Mamma…?”, chiedo.

“Araich”, sussurra lei.

“Cosa… cosa è successo…”

Impiega qualche secondo a calmarsi. Poi ride. Non sembra una risata del tutto sana di mente.

“No. Non andrai in fonderia, oggi. Hai un impegno da un’altra parte. L’Accademia di Tempesta”

 

***

 

Mura di pietra, torri metalliche simili a spine che si incurvano verso il cielo, come artigli. Un’enorme portone in legno, con incisi sopra un libro e un fulmine. Davanti ci sono due guardie, uomini alti vestiti di viola e rosso, lo stesso stemma del portale ripetuto sul loro petto. Hanno i capelli color argento.

L’Accademia della Tempesta mi fa paura.

Oltre le mura, che pure sembrano altissime, vedo sporgere gli edifici all’interno. Tetti di pietra, torri di metallo. Molte delle torri sono percorse da scariche, come tanti fulmini azzurrini che si rincorrono fra gli spuntoni simili a spine.

“Avanti, Araich”

Mia madre sorride mentre mi strattona leggermente verso il portone. I due maghi non danno segno di accorgersi di noi fino a che siamo vicinissimi.

“Buongiorno. Mio figlio ha usato il potere della Tempesta. È vero che… lo prenderete con voi?”

Mia madre sembra piccola, indecisa. È strano vederla così. È strano rendersi conto che non sa tutto e non può fare tutto come ho sempre dato per scontato da piccolo.

I due maghi finalmente mi guardano. Ho la sensazione che i loro occhi mi trapassino. Mi ritraggo istintivamente.

“Ha uno sponsor?”, chiede il mago.

Mia madre scuote la testa.

“N-no. Ma l’Accademia non prende tutti?”

“Tutti quelli che possono permetterselo. Ma finanzia gli studi solo per gli studenti dotati di maggiore talento”

Mia madre sembra sorpresa.

“E lui è fra quelli?”

“Dovremo sottoporlo ai test”

Uno dei due uomini mi prende per un braccio. Mi irrigidisco istintivamente, guardo mia madre, ma il mago mi tira con una forza che pare infinita.

 

***

 

“Quando ci faranno uscire?”, chiede un altro ragazzo. Ha un paio di anni più di me, indossa vestiti ancora più laceri dei miei. Trema visibilmente mentre parla. Mi chiedo se sia il freddo o la paura.

“Almeno ci dessero qualcosa da mangiare”, rispondo. Sono confuso. Succede tutto troppo in fretta. Non capisco.

Sono seduto sul pavimento di una stanza senza finestre assieme a una dozzina di altri ragazzi. Alcuni poco più che bambini, alcuni vicini ai vent’anni. Tutti vengono dai quartieri poveri, tutti sembrano confusi. Fa freddo, siamo qui da molte ore, e non ci hanno dato da mangiare né spiegato cosa intendano farci.

“Forse è questo il test. Vogliono vedere se siamo in grado di sopportare tutto questo”, propone un giovane seduto a gambe incrociate. Sembra quasi tranquillo.

“Non è vero. Qui non vogliono i poveri. Ci hanno attirati dentro per ucciderci. Per i loro esperimenti”, dice un altro. Ha il fiato grosso, si guarda attorno come se cercasse una via di fuga.

La porta si apre di scatto. Ci ritraiamo istintivamente. Alcuni ragazzi iniziano a fare domande agli uomini vestiti di viola, senza troppa convinzione. Come nelle occasioni precedenti, vengono ignorati. I maghi della Tempesta ci guardano come si guarderebbe un insetto curioso prima di schiacciarlo. Si aggirano fra noi. I ragazzi si ritraggono al loro passaggio.

Li guardo, i loro capelli d’argento puro, i loro abiti viola belli come quelli dei ricchi. Voglio essere uno di loro. I maghi delle fiabe che non hanno mai fame, non hanno mai bisogno di avere paura.

Devo essere troppo lento a ritrarmi. Sento la stretta di dita forti sul braccio destro. Un mago della Tempesta mi ha afferrato senza preavviso. Sobbalzo, mi irrigidisco. Hanno già portato fuori alcuni di noi senza spiegare la ragione.

“Dove mi portate?”

Non rispondono. Sento una stretta allo stomaco. Ho la sensazione che se mi lascerò portare via non verrò mai più rivisto.

Il mago mi strattona per un braccio. Punto i piedi sul pavimento.

“Ditemi cosa state facendo!”. La voce mi sfugge stridola e acuta. Cerco di afferrarmi alla porta mentre passo, ma mi strattonano via senza tanti complimenti. La porta si chiude di nuovo sui commenti spaventati degli altri ragazzi.

“Lasciatemi andare!”, grido. Mani forti mi afferrano l’altro braccio, mi trascinano senza difficoltà per quanto cerchi di dimenarmi. Gli istinti sviluppati in una vita nei quartieri bassi si innescano, cerco di mordere il braccio che mi tiene fermo.

Mi arriva una sberla talmente forte che vedo luci esplodermi davanti agli occhi. Il mondo ondeggia, mi sento stordito. Il dolore a un lato del volto arriva un istante dopo, intenso come fuoco.

Sono ancora confuso quando arrivano in una stanza piccola e fredda, mi buttano su una sedia. Cerco debolmente di resistere mentre mi legano lacci di cuoio ai polsi e alle caviglie. Ho paura, più di quanta ne abbia mai avuta in vita mia. Ripenso alle storie di persone rapite nei quartieri poveri ed esperimenti terrificanti nei laboratori delle Accademie. Nuove armi, nuovi incantesimi, nuove torture.

“Lasciatemi andare!”, grido ancora. Tento di oppormi, di liberarmi, ma sono ancora confuso.

Freddo. Acqua fredda che mi cade sulla testa. Ho ancora la bocca aperta, bevo e tossisco. Cerco di prendere fiato, ma c’è ancora acqua. Tossisco, non riesco a prendere aria, ho paura, so per istinto, con chiarezza orribile, che sto per morire.

 Inspiro, e i miei polmoni trovano aria. Tossisco ancora, mi ci vuole un po’ per rendermi conto che non stanno più versando acqua.

“Così volevi entrare nell’Accademia di Tempesta?” mi chiede una voce dura. Viene da davanti a me. Impiego qualche secondo a riuscire ad alzare la testa. Ho la vista appannata, non riesco a mettere bene a fuoco. Un uomo dai capelli d’argento è chino su di me.

“Ma guardati. Un poveraccio che viene qui senza nemmeno vestiti decenti. Si fa chiudere in una stanza e strilla come una ragazzina quando lo veniamo a prendere. Vuoi la mamma? Sarà già tornata a battere nel tuo quartiere”

A dispetto della paura, del freddo e del dolore alla faccia, una fitta di rabbia si fa strada nella mia mente.

Un altro schiaffo, la vista mi si sfoca di nuovo.

“Venite qua e ci raccontate di avere poteri magici sperando che vi daremo un pezzo di pane e due soldi. Potete elemosinare o prostituirvi come tutti. Ma qui non c’è niente per voi. Tornatene sotto il tuo ponte o dove dorme la gente come te”

Rabbia. Rabbia che cancella tutto il resto. La vista mi si snebbia, e il sangue mi brucia. Un angolo della mia mente mi dice che mi è già successo, che l’uomo davanti a me sorride e questo non è normale, ma non mi interessa. Un velo viola mi copre la vista, il mondo è nitido ma sbiadito, percorso da linee blu pulsanti.

Guardo i lacci che mi stringono i polsi, e voglio che spariscano, che mi lascino libero. Un lampo blu e vedo il fuoco che li avvolge, fuoco che non tocca la mia pelle. Mi alzo in piedi, guardo l’uomo davanti a me, e lo odio, e voglio che…

“Basta così”, dice.

Fa un gesto, e il velo viola sparisce, assieme a parte della rabbia. Sono in piedi, i lacci che mi stringevano sono carbonizzati. Sento di nuovo il dolore e il freddo, assieme a uno strano calore e stanchezza. Come se avessi la febbre.

Vedo che ci sono altre persone nella stanza, oltre l’uomo che mi ha picchiato. Parlano fra loro, annuiscono.

“Poteri magici maggiori, decisamente”, sentenzia uno.

Guardo l’uomo davanti a me. Non capisco. Non so più se essere furioso, spaventato o confuso.

Mi sorride.

“Scusami. Non avremmo voluto farti e dirti niente di tutto questo. Ma era necessario. Rabbia e paura per aiutarti a chiamare la Tempesta. Non conosciamo altri modi. Lo so che non è piacevole, ci sono passato anche io”, dice in tono gentile.

Apro la bocca. Sono troppo stupito per rispondere.

“Sono il Maestro Avalan dell’Accademia di Tempesta. Hai poteri davvero notevoli. Verrai istruito a spese dell’Accademia. Riceverai denaro a sufficienza per vivere confortevolmente fino all’inizio del prossimo trimestre, fra un mese”

Mi guarda ancora. Sembra dispiaciuto.

“La rabbia alimenta il tuo potere, ma devi imparare a controllarla. Ci sono limiti… rischi… imparerai. Per ora, lascia che ti accompagni in infermeria. Benvenuto fra noi, Mago Araich”

 

 

***

 

La Sala della Tempesta. Una stanza di pietra dal soffitto altissimo, tanto vasta che la casa in cui ho vissuto per tanti anni ci starebbe sei o sette volte.

Il nostro gruppo di tre o quattrocento ragazzi segue un piccolo gruppo di maghi dai capelli d’argento attraverso la gigantesca Sala. Alcuni sembrano bambini, altri hanno la barba e devono avere sei o sette anni più di me. Tutti sembrano sperduti e intimoriti nelle uniformi viola prive di contrassegni.

Passiamo in mezzo a enormi tavoli, cinque alla nostra destra e cinque a sinistra. Molte migliaia di ragazzi in uniforme viola, di ogni età. Distinguo rapidamente, tuttavia, la divisione in anni di studio. Il tavolo più a sinistra tutti hanno ancora i capelli di colori naturali, quello più a destra sono argentei come quelli dei maestri, e hanno segni rossi sulle tuniche. Noto con un vago fastidio che i ragazzi dei tavoli in mezzo hanno capelli di colori misti, spesso dall’aspetto grigiastro.

Mi sembra di impiegare un tempo enorme per attraversare la Sala. Ho la sensazione che tutti gli occhi siano puntati su di noi. Probabilmente è così.

Solo quando siamo a metà sala riesco a distinguere, oltre le teste dei ragazzi che ho davanti, quel che c’è alla fine dell’immensa stanza. Dieci alte sedie di pietra, una sola in mezzo che sembra in trono. Dieci uomini con abiti viola e cinture rosse. E uno al centro con una veste completamente bianca. Spicca immediatamente, l’unico uomo non vestito di viola nella Sala.

Quando l’uomo in bianco si alza, il silenzio totale cade nella stanza in una frazione di secondo.

Ora siamo più vicini e gli undici sono su un piano rialzato, attraverso un varco fra le teste lo posso osservare bene. Ha lunghi capelli color argento e una pesante catena d’oro al collo con una pietra viola. Sembra più giovane di quanto mi sarei aspettato. Più giovane di molti dei dieci che ha attorno. Riconosco fra questi il Maestro Avalan, l’uomo che mi ha accolto all’Accademia.

Per qualche secondo sento solo il rumore dei nostri passi, poi ci fermiamo. Ora siamo direttamente sotto il palco. Vedo che l’uomo in bianco sorride. Un sorriso che non ha niente di gentile. I miei istinti mi dicono, contro ogni logica, che sta per attaccarci.

“Devo dare il benvenuto a un nuovo gruppo di studenti ogni due mesi. Con tutto questo, è un dovere che non mi è mai pesato. E posso dirvi con sincerità che ci sono pochi dei miei compiti che mi danno più piacere”

Il suo tono è gentile, ma mi ricorda acciaio avvolto nella stoffa. Come se da un istante all’altro potesse abbandonare ogni traccia di gentilezza e chiamare i fulmini per spazzare via ogni cosa.

“Sono il Gran Maestro della Tempesta, Ereis Toraich. Dirigo questo posto. E non voglio mentirvi su quello che vi aspetta: il quaranta per cento degli studenti ammessi all’Accademia si ritira nel primo anno. Solo il venti per cento arriva al diploma finale. Il tre per cento riporta gravi disabilità fisiche. Uno studente su cento muore durante gli studi”

Il silenzio sembra diventare più denso, più pesante.

“La Via della Tempesta non è gentile. È la Via dell’energia e della distruzione. È legata alla rabbia e ai nostri istinti violenti. Voi tutti avete chiamato almeno una volta la Tempesta. Sapete che quel potere cerca di distruggere. Distruggere quello che avete attorno, distruggere voi”

La sua voce aumenta di volume. Ripenso alla rabbia cieca, al fuoco sulle mie mani. All’improvviso ho paura. Non più di questo posto e di queste persone, ma di quel potere, di quel che potrei diventare.

Il sorriso dell’uomo diventa più gentile. La sensazione di minaccia che avverto si fa più lontana.

“Ma non dovete pensare che la Tempesta sia soltanto quello. Possiamo controllare quella rabbia, possiamo incanalarla. Possiamo usare il nostro potere per proteggere, per costruire. Non è facile. A volte non è piacevole. Ma si può fare. E ne vale la pena”

“Avrete sentito molte storie sui maghi della Tempesta. Storie secondo cui possiamo evocare i fulmini, far piovere fiamme e tremare la terra”

“Non possiamo evocare i fulmini. Nessuno può. Far piovere fiamme è inefficiente, e far tremare la terra spetta ad altre Vie. Ma una cosa è vera. La Tempesta dà potere. La Spada dei Cieli è più distruttiva di qualunque fulmine, e i maghi delle fiabe fuggirebbero terrorizzati davanti agli incantesimi che abbiamo scoperto. Questo potere può essere vostro”

“L’Accademia vi insegnerà a usare il potere. A dominarlo. E a gestirlo in modo che possa fare del bene. Possa aiutare l’umanità e non danneggiarla. Possa proteggere la società che abbiamo creato, e non disgregarla”

Un istante di silenzio appena troppo lungo, un’esitazione. Alcuni dei dieci Maestri sorridono, altri sembrano irritati. Qualcosa mi dice che ci fosse un riferimento, nell’ultima frase, che non ho colto.

“Cercheremo di insegnarvi tutto questo. Ma sarà dura, e non tutti ce la farete. La Via della Tempesta è lunga, difficile e pericolosa. Ma vi garantisco che ne vale la pena”

Sorride. Allarga le braccia, i suoi occhi si illuminano di luce viola.

E c’è fuoco sopra di noi. Colonne di fuoco blu e bianco che si muovono come serpenti, si inseguono nella grande sala crepitando. Alcuni ragazzi gridano quando cadono in picchiata verso di noi, ma si dissolvono in milioni di innocue scintille prima di toccare terra.

Mi trovo immerso in una pioggia di scintille bianche, alcuni ragazzi attorno a me che gridano o cercano di correre via. Sento le risate dai tavoli circostanti. Io sorrido, alzo lo sguardo, ancora parzialmente abbagliato dal serpente di fuoco. E mi rendo conto che non importa se non è il potere delle fiabe, se è pericoloso. Mi piace questo potere, la sua forza, la sua purezza. Mi piace, e voglio imparare a dominarlo.

Jayel by Selerian
Author's Notes:
Riassunto delle puntate precedenti: Araich e i suoi due amici hanno accettato una missione di scorta come maghi del combattimento per una spedizione commerciale verso il mondo di Jayel, nonostante siano stati avvertiti che c'è sotto qualcosa di losco. Hanno attraversato una serie di mondi per arrivarci, fra cui il mondo-fortezza di Zamjon, che esiste allo scopo di difendere il portale per Jayel da qualunque tentativo di conquista militare - in particolare da parte della razza di divoratori di magia chiamati demoni. Lungo la strada, Araich e i suoi hanno anche conosciuto Shorei e Leniki, due maghi della Luce il primo dei quali ha evidenti simpatie per la Ribellione alle Compagnie.

Nota: quelle che chiamavo "corporazioni" nei capitoli precedenti diventano "compagnie" per evitare ambiguità.
Documento senza titolo

Jayel

 

Azzurro, verde brillante. Un cielo talmente carico da sembrare finto, una foresta che si estende in tutte le direzioni. Luce talmente violenta che devo stringere gli occhi in una fessura, calore sulla pelle di un clima estivo.

Mentre i miei occhi si abituano alla luce, sorvoliamo un’unica, alta torre di pietra bianca, presidiata da un ultimo gruppo di soldati in blu di Zamyon. Sotto di noi intravedo altre fortificazioni, altre sentinelle. Si perdono, in basso, sotto le chiome di alberi altissimi.

La nave prende velocità e sale di quota. Guardo la foresta sotto di noi. Per un istante penso che siamo tornati ai mondi oceanici, a una distesa di acqua e onde senza fine. No, sono chiome. Altissime, uniformi, di un colore verde brillante, e agitate da movimenti che non sembrano dovuti al solo vento. I rami ondeggiano, strisciano, si muovono caoticamente come alla ricerca di qualcosa da afferrare. Liane più lunghe si sporgono verso l’alto, annaspano verso il cielo. Con la coda dell’occhio, ne vedo uno afferrare un grosso uccello, stringerlo, portarlo giù, sotto le chiome.

“Che… cosa…” chiede Moen. Indica verso l’alto, verso il cielo abbagliante e privo di nuvole.

Per qualche istante i miei occhi non capiscono quello che vedo. C’è qualcosa nel cielo. Non capisco a che distanza sia, non riesco a calcolarne le dimensioni. Per un solo istante penso che sia una nuvola.

Ma su nessun mondo ho visto nuvole coperte di grosse bolle verdastre, nessuna nuvola protende lunghi, sottili filamenti verso il basso, fino alla foresta.

Sospese sopra di noi a una distanza che non riesco a determinare ci sono tre di quelle immense cose. Masse viventi che devono essere decine di volte più grandi della nostra nave, corpi piatti e informi coperti di sacche, bolle e protuberanze, spessi tentacoli che si dibattono nell’aria attorno, tentacoli più sottili che scendono per chilometri e chilometri, fino alla foresta.

Richiamo istintivamente i miei poteri. La Tempesta mi invade con una forza inaspettata, ho l’impressione che il sangue mi ribollisca. La magia fluisce quasi senza che la chiami, mi sento più forte di quanto sia stato da molto, molto tempo.

Come all’Accademia. Questo è il vero potere. Non la stupida imitazione che ho avuto da allora. Questo.

Scorro i Simboli nella mia mente, li vedo vibrare di energia. Riesco a percepire la Tempesta nell’ambiente attorno a noi, possenti correnti d’aria e movimenti nella foresta sottostante, energia che scorre e ingrandisce il mio potere.

La visione mi diventa più nitida, il sole non mi abbaglia più, mi sento la testa leggera. Ora vedo meglio le tre colossali creature sospese nell’aria, vedo le pinne con cui si spingono lentamente, vedo gli sfiatatoi che liberano il gas accumulato nelle sacche, vedo gli esseri umani piccoli come formiche che vi si affrettano sopra a dozzine, tirano corde, muovono pesi. Cavalcano quei mostri.

Vedo le correnti d’aria nel cielo, vedo un esercito di minuscoli esseri umanoidi con ali da insetto che le cavalcano, vedo le loro lance protese mentre si preparano a balzare su quello che sembra un gabbiano. Vedo un’interruzione nella foresta immensa, un lago dall’acqua verde, sento il potere al suo interno, e so che nelle sue profondità c’è qualcosa che davvero, davvero non vorrei svegliare.

E sento le pulsazioni della Tempesta, doppie come il battito di un cuore, del potente Canale che attraversa il cielo a decine di chilometri da noi. Lo intravedo appena, una striscia di luce viola nell’aria, ma percepisco il suo potere, inebriante e travolgente perfino a questa distanza. Mi scalda come il sole sulla pelle, mi sento talmente potente che per un istante penso di liberare la magia, distruggere questa nave, mandare a quel paese le Compagnie, rimanere qui. In questo mondo intenso, vivo, potente.

Per un istante mi sento veramente uno dei maghi delle fiabe, penso davvero che potrei chiamare il fulmine. Una breve fitta alla gamba mi riporta alla realtà. Lascio andare lentamente la magia, mi limito ad ammirare il mondo che scorre sotto di noi.

“Benvenuti a Jayel” commenta Eshili con un filo di voce.

 

***

 

 Siamo in volo da poche ore quando arriviamo in vista del primo insediamento umano. Fino a qui, non un paese, non un campo coltivato ad interrompere la foresta e i suoi laghi. Iniziavo a chiedermi se questo mondo selvaggio avesse delle città.

Mi appare inizialmente come una depressione nella foresta, una vasta zona dove l’oceano di chiome in movimento continuo si interrompe bruscamente. All’inizio penso a un lago, ma mentre la nave si avvicina vediamo i campi all’interno, poi le mura grigie e massicce di una città, torri di guardia all’esterno e migliaia di edifici ammassati all’interno. È una città piuttosto grande, per un’area così desolata in un mondo con questo livello tecnologico. In effetti, perché non ci sono città commerciali più vicine al Portale? Divieti di Zamjon?

Percepisco potere che irradia dalla città. Mi concentro, chiamo un rivolo di Tempesta, individuo nodi di energia su ciascuna delle torri, più altri all’interno, in un gruppo di fortificazioni nel cuore dell’abitato. Maghi della Tempesta. Però, ben forniti i selvaggi. Almeno una dozzina di quadri. E di buon livello, anche se dubito ci starebbero dietro.

La nostra nave continua ad avvicinarsi, inizio a distinguere sempre più particolari. I campi, per cominciare, sono circondati da un secondo anello di basse mura. Gli alberi della foresta, alti più di cento metri, crescono appena oltre, ma sembrano fare pressione contro una barriera invisibile. Sembrano fare pressione contro i confini della zona agricola, ma non riuscire a entrare.

“I campi sono pochi per una città così grande”, fa notare Eshili, corrugando la fronte.

Gli credo sulla parola. Per tutta la mia vita i campi sono sempre stati un problema altrui.

“Forse non sono gli unici”, propone Moen.

“Ne vedi altri?”, risponde Eshili, indicando verso la foresta infinita in tutte le direzioni. Si gratta la barba. Sembra effettivamente preoccupato dal problema.

La nostra nave sorvola gli ultimi alberi, ci troviamo direttamente sopra la campagna. Ora vedo distintamente i contadini che lavorano. Sono uomini alti, dalla pelle scura, la maggior parte indossano solo un perizoma. E con questa temperatura, non hanno tutti i torti.

La maggior parte di loro usano grossi animali. Non ho mai visto bestie del genere. Sembrano rettili, come massicce lucertole, ma sono due volte più lunghe di un cavallo, trainano enormi aratri che un elefante non potrebbe smuovere.

“Se il cibo è tutto come quello, ci credo che gli bastano pochi campi”

In un altro campo, contadini raccolgono ortaggi simili a zucche. Servono due uomini a sollevarlo, un carro trainato da due dei rettili ne è già pieno fino all’orlo.

“Ho la sensazione che un mago della Vita si ubriacherebbe a mettere i piedi in quel campo”, commenta Eshili. Annuisco. Probabile che la città si trovi lungo un Canale. Non esistono piante così produttive, in natura. Non senza un po’ di aiuto dalla magia. Potere. Talmente tanto potere che pervade la terra, che perfino gli alberi riescono ad afferrarlo. Quanto ce n’è in questo piano?

Cosa potrebbero farne le Compagnie?

 

***

 

“Che palle. Una figata di città, un mondo nuovo, e non possiamo scendere!”

Il giovane mago della Luce si è arrampicato sulla rete che scende da una vela, ignorando le occhiatacce dell’equipaggio. Guarda giù, verso la città, e mi sembra di sentire lo sforzo che fa per non saltare giù a dare un’occhiata.

“Ci pagano bene. Ma spero che non dovremo passare tutto il viaggio sulla nave”, risponde Moen, guardando lui stesso voglioso verso terra. Si aggrappa alla rete, come pensando di salire assieme a Shorei, ma ci ripensa dopo un istante.

Non riuscirei a fingere in modo credibile di aver voglia di scendere. Sono sollevato di poter rimanere sulla nave, di non dover ricordare quanto mi è difficile camminare a lungo dopo una settimana di sostanziale quiete.

“Non so quanto sarebbe una buona idea andarcene in giro. Il capitano sembrava fottutamente nervoso quando è sceso. E i nativi non sembrano stravedere per noi”

Sopra di noi, è difficile non notare le gigantesche ragnatele tese fra i rami degli alberi. Sono larghe dozzine di metri, ragni grandi come cavalli penzolano giù da esse. Qualcosa mi dice che ci stanno osservando. Ovviamente è così. Li controllano in qualche modo. E per questo fanno atterrare qui le navi volanti. Non si fidano molto di noi.

Difficile dargli torto. La nostra stessa nave sembra un enorme ragno, con i supporti metallici per l’atterraggio estesi e conficcati nel terreno. Un enorme ragno pronto ad avvelenare un’altra città, un altro mondo.

Shorei sbuffa. Si sposta i capelli ricci incollati dal sudore. Indossa solo un paio di pantaloncini, ma nel pomeriggio la temperatura è salita ulteriormente. La mia divisa gronda sudore.

“Sono un mago della Luce. Potrei scendere, esplorare la città, e rimaterializzarmi qui in una frazione di secondo appena me ne viene voglia. Il Capitano non verrebbe mai a sapere che mi sono mosso”

Il mago guarda ancora giù, verso la città di edifici di pietra pressati l’uno contro l’altro. Nel corso del pomeriggio, ci siamo accorti che si muovono lentamente, si deformano e strisciano gli uni contro l’altro, riconfigurando di continuo la città. Mi chiedo che senso abbia, e come faccia la gente a non perdersi. L’effetto sicuro è che continuo da ore a scorgere movimenti con la coda dell’occhio.

“Non so se sia una buona idea. Probabilmente i suoi maghi del Vuoto ci sorvegliano, e poi se succedesse qualcosa…” inizia Eshili. Parla col tono che userebbe con un bambino. Sembra aver deciso che il nostro collega della Luce è un totale idiota. Non così vero. E non è l’unico a sottovalutarlo, forse.

“Non so se lo saprebbe il capitano, ma lo saprei io. E se mai tu tornassi sulla nave dopo un tiro del genere, ti strapperei la pelle una striscetta per volta” dice una voce alle nostre spalle, calma e misurata.

Leniki emerge sul ponte. Passa la maggior parte del suo tempo nella stiva più fredda, sospetto che sia nata in un paese molto più freddo del nostro.

“Perché ogni volta che voglio fare qualcosa di divertente arrivi tu?” chiede il mago, sconsolato. Moen ride, alza un braccio a dargli un cinque. Provo un breve moto di gelosia. Immagino che pressoché chiunque sia più piacevole di me, come compagnia.

“Più che altro, ogni volta che mi avvicino a te stai per fare una cazzata”

“Magari è un tentativo di attirare l’attenzione. Scommetto che se tu avessi un cuore proveresti un istinto di protezione nei miei confronti”, risponde il mago. Lascia scivolare giù dalla rete il busto e le braccia, tenendosi alla rete solo con le ginocchia. Sorride a testa in giù alla ragazza.

“Come se il cuore fosse la parte che ti interessa. E scendi di lì, idiota, prima che dimostri il mio istinto materno nel darti tutte le sberle che non ti ha dato tua madre”

 

***

 

Sta scendendo la sera, quando torna il Capitano. Il sole è sceso al di sotto degli alberi colossali che circondano la città, e finalmente soffia un po’ di vento. Dopo essermi lavato e con una tunica pulita, questo mondo mi sembra già più vivibile.

Il Capitano è seguito dalla mezza dozzina di uomini della Erit che l’avevano accompagnato giù, più un altro. Non conosco tutti i membri della spedizione, ma sono assolutamente certo che avrei notato quest’uomo. È alto più di due metri, e ha capelli neri lunghi fino alla vita.

“Chi cazzo è quello?”, chiedo mentre si avvicinano. Lo scudo di Forza sulla passerella sfarfalla per qualche istante prima di lasciarli passare, poi li distinguo meglio. Il nuovo arrivato indossa abiti da viaggio di buona qualità, senza stemmi o colori. Il Capitano gli fa gesto di salire a bordo e si inchina leggermente, noto che porta una spada al fianco.

“Un selvaggio?”, chide Eshili, stupito. Si può misurare la curiosità di Eshili verso qualcosa dalla frequenza con cui si tormenta la barba. Il nuovo arrivato pare prenderlo molto. Ma potrebbe anche essere colpa del caldo.

“Chi altri si porterebbe una spada su una nave con a bordo un quadro della Tempesta?”, chiedo. Mi sento vagamente offeso.

Il Capitano ci vede, fa un vago gesto con la mano che credo dovrebbe di invito. Sono tentato di restare fermo. Chi crede che siamo, per chiamarci con un cenno come i suoi servitori? Ma Eshili si muove e Moen si gira a guardarmi. Mi stringo nelle spalle e afferro il suo braccio per aiutarmi ad alzarmi in piedi.

Sento gli occhi dello straniero su di me mentre mi trascino verso di lui con le stampelle. Noto che i suoi capelli sono perfettamente lisci e puliti. Il dettaglio mi sorprende. Nonostante ci laviamo con regolarità, fra il caldo e le condizioni della nave abbiamo tutti i capelli unti e annodati. Nemmeno il Capitano riesce a tenere il livello di cura del nuovo venuto. Come fa su un mondo selvaggio? Perché darsene la pena – con capelli così lunghi, poi?

L’uomo ci guarda uno dopo l’altro, sorride. Ha la carnagione chiarissima, il mento così stranamente appuntito che penso appartenga a una variante debolmente divergente dell’umanità.

“Domani farò un po’ di presentazioni ufficiali”, inizia il Capitano. Parla un po’ troppo in fretta, il tono è meno asettico del solito “Ma intanto avverto voi. Quest’uomo è il Dottor Sjovon, nostro alleato e guida su Jayel. Abbiamo deviato per questo paese allo scopo di incontrarlo. Accettate i suoi ordini come se fossero i miei, e non allarmatevi se dovesse fare uso della magia”

Annuisco senza aggiungere altro. Il Capitano e il Dottore si allontanano. Prima che si giri, ho la sensazione che lo sguardo di quest’ultimo si trattenga su di me un istante di troppo.

 

***

 

Quadro principale della Tempesta in postazione. Siamo in situazione di pericolo”

La voce è flebile e incostante. Un Mago della Luce delle Corporazioni. Moen, al mio fianco, salta in piedi, mi porge il braccio.

Glie lo stringo senza dire nulla. Non faccio nemmeno il tentativo di alzarmi da solo, non c’è tempo da perdere per la mia dignità. Moen mi solleva di peso e mi tiene fermo per qualche istante mentre le terminazioni nervose danneggiate ordinano ai muscoli di sostenermi.

“Credi che siamo sotto attacco?”, chiede, nervoso. La sua voce mi arriva ancora ovattata dopo il sonno pomeridiano interrotto.

“No. Se fosse un’emergenza, col cazzo che ci convocavano. Avrebbero ordinato ai mocciosi della Luce di teletrasportarci sul ponte”

Moen sembra immediatamente rassicurato. Sempre che i maghi della Luce stiano bene, possano rispondere agli ordini e siano effettivamente in grado di teletrasportare qualcuno. Ma questo è meglio non dirglielo.

Mi spingo più in fretta possibile verso le scale, su un percorso rettilineo ormai sono veloce con le stampelle. Presto mi fanno male le braccia. Se almeno quelle funzionassero a dovere.

Le scale. Non considero nemmeno l’idea di farle in fretta. Quale che sia il problema, se mi spezzo la colonna vertebrale non servirò a molto.

Un gradino dopo l’altro, Moen che mi tira da sopra. Finalmente arrivo sul ponte, col fiato corto, mi guardo attorno alla ricerca di pericoli. Non vedo nulla, attorno a noi soltanto cielo senza nuvole, sotto di noi solo foresta.

Mi dirigo verso la postazione della Tempesta. Tre maghi con gli stemmi della Compagnia ci guardano, tesi. Eshili è già pronto di fianco a loro.

“Che succede?”, chiedo. I marinai corrono da una parte all’altra della nave gridandosi l’un l’altro in una lingua incomprensibile, vedo con la coda dell’occhio i maghi del Quadro di Forza che prendono posto.

Eshili mi si avvicina, sembra più confuso che preoccupato.

“Non lo so. Ero già sul ponte che sonnecchiavo, ho sentito la convocazione. Ma non ho visto niente. Non c’è niente neanche nella Tempesta”

Annuisco. Qualunque minaccia anche solo potenziale dovrebbe venire avvistata dai maghi della Luce ben prima che possa attaccarci. Mi metto in piedi alla Postazione, alla poppa della nave. I miei amici si dispongono al mio fianco mentre evoco i miei poteri, lascio che scorrano nei sistemi della nave.

“Siete pronti?” chiede una voce femminile nella mia mente. La sento come mi sussurrasse all’orecchio, ma del tutto distintamente. A differenza dei maghi addestrati dalla Compagnia, Leniki sa fare il suo lavoro.

“Siamo in postazione”, rispondo. Ancora una volta evocando la magia sento un flusso di potere che sembra inarrestabile. Mi fa sentire forte, sicuro. Come prima. Quanto il mio corpo, i miei poteri mi obbedivano davvero. “Che cazzo succede?”, chiedo.

“Non lo so. Gli incapaci della Compagnia dicono di avere percepito diversi grandi oggetti apparire e sparire più volte a poche decine di metri dalla nave. Le vedette hanno gridato avvistamento, ma al momento posso garantire che non c’è niente più grosso di un gabbiano nel raggio di mezzo chilometro”

Mi concentro sui sensi della Tempesta. Vedo le linee di potere, aria che sfrega sull’aria e sugli alberi, il movimento rapido di un fiume, un Canale lontano dozzine di chilometri. Ma niente di vicino.

“Sulla tempesta è tutto sgombro”, dico.

Qualche istante di silenzio. Mi guardo attorno, senza interrompere il legame con la nave. Vedo il Capitano affacciato a dritta, il Dottore è assieme a lui. Qualcosa nella loro postura suggerisce tensione.

“Deve essere un falso allarme. Quegli idioti avranno…”

Leniki si interrompe bruscamente. Sento grida dai marinai. Eshili, alla mia destra, bestemmia, indicando in alto.

Un lungo tentacolo rosso nell’aria, a cento metri da noi. Spunta dal nulla, si estende per una lunghezza superiore a quella della nave, si contorce lentamente, come cercando qualcosa. è spesso diversi metri ed è coperto di larghe placche dall’aspetto chitinose.

“Che cazzo…?” chiede Moen.

Inizio a raccogliere il potere. Cos’è quell’essere? È il caso di attaccarlo? Scelgo i simboli dell’Attesa e della Stasi, accumulo rapidamente energia ma non ne faccio uso. Scariche elettriche saettano fra le mie mani, il rostro di prua crepita e viene percorso da fulmini violacei. Quanto potere!

Osservo il tentacolo. Sotto i miei occhi si ispessisce rapidamente, si allunga, l’estremità si muove leggermente verso la nave. Incredulo, lo guardo raggiungere un diametro di mezza dozzina di metri e poi rimpicciolire, accorciarsi, fino a sparire senza lasciare traccia.

Mi guardo attorno, sconvolto. Non vedo più niente, solo aria dove prima c’era un tentacolo lungo una volta e mezza la nave.

“Il Capitano ordina di attaccare quella… cosa… nell’istante in cui dovesse ripresentarsi”, mi comunica Leniki. Confusione e sorpresa trapelano dalla sua mente.

“Si ingrandiva. Quella cosa si ingrandiva. E poi è sparita”, commenta Moen, sconvolto.

“Leniki, sei sicura che non sia ancora in giro? Invisibile?”

“Non sono più sicura di granché. Ma dovrei individuarlo anche se è invisibile. E no, non era un’illusone poco fa. Di questo sono sicura”

Sono più incuriosito che preoccupato. Non posso avere paura. Non con tutto questo potere della Tempesta che mi attraversa.

“Eccolo!”, grida Eshili.

È un istante. Un lunghissimo tentacolo rosso appare nel cielo, poi un altro, e un altro. Sono disconnessi l’uno dall’altro, spessore e lunghezza cambiano ogni secondo. Si avvicinano alla nave. Non sembrano gonfiarsi, solo cambiare, diventare più grandi e più piccoli.

Simbolo della Fiamma, simbolo della Lama. Scelgo un tentacolo che spunta dal nulla al fianco della nave e le passa davanti. Una lancia di luce violacea più abbagliante del sole erompe dal rostro frontale della nave. Colpisce in pieno il tentacolo, lo vedo sussultare e contrarsi, una zona larga metri vaporizzata, una zona più grande annerita.

Eppure il tentacolo resta in aria. Si ispessisce. E più diventa spesso, più la zona annerita diminuisce. Non come se stesse guarendo, il tessuto resta carbonizzato, ma avanza. Il tentacolo diventa presto spesso più di tre uomini distesi, e il danno che ho fatto sparisce.

“Ma che cazzo…?” chiede Moen.

Non ho tempo di pensare. Fiamma, Pioggia, Concentrazione. Uno, due, tre, quattro tentacoli, scorro i simboli di connessione nella mia mente, accumulo il potere nel mio corpo e nella nave, fuoco.

Dalle bocchette laterali della nave saettano quattro dardi di energia azzurra, ciascuno va a colpire uno dei tentacoli. Ciascuno dei colpi dovrebbe essere abbastanza potente da vaporizzare una casa.

I tentacoli sussultano, si contorcono, le loro dimensioni variano bruscamente. Uno diventa più piccolo, uno più grande, uno sembra solo allungarsi, tutti guariscono sotto i miei occhi.

No. Non guariscono. Non propriamente. Qualcosa non va. C’è qualcosa che non capisco.

Uno dei tentacoli più grandi inizia a rimpicciolirsi. E la sezione annerita delle placche si ingrandisce. Più diventa grande, più la ferita diventa estesa, fino a che sembra quella che era nell’istante in cui ho sferrato il colpo. Torna a ridursi. Che senso ha? Possono trasformarsi, possono guarire, ma poi le ferite rispuntano?

Inizio ad accumulare energia per un altro colpo, ma gli esseri colpiscono.

Uno, due, tre violenti impatti, le pareti curve di energia azzurra che avvolgono la nave per un istante diventano così intense da coprirmi la vista dei mostri.

Nonostante i sussulti, non hanno penetrato lo scudo. I tentacoli si avvolgono attorno alla barriera di forza, le placche rosse sfrigolano e si anneriscono al contatto con la magia della Forza. Diventano sempre più grossi, sempre più spessi. Le loro origini cominciano ad avvicinarsi, come puntando verso un corpo comune che però non c’è. Non capisco.

Raccolgo altro potere, scarico la rabbia e la frustrazione nella Tempesta. Legame, magia, calore. Mi concentro sullo scudo della Forza, sento la sua energia, simile alla mia eppure aliena.

Lascio esplodere il potere della Tempesta attorno allo scudo, una tempesta di fuoco e fulmini avvolge le placche rosse dove cercano di stringere la nave. Prendi questo! Sussulti, i tentacoli abbandonano la presa, si contorcono, sezioni annerite che vanno e vengono dalla loro superficie, dimensioni che cambiano in modo incomprensibile. E presto sono di nuovo illesi, si avvicinano di nuovo. E io inizio a essere stanco.

“Stiamo affrontando un Vagabondo. Quattro dimensioni spaziali. Stiamo vedendo solo una sezione sottile del suo corpo”, mi avverte una voce calma, razionale. Verejen, il terzo del quadro di Shorei. Impiego qualche istante a capire cosa dice, a far penetrare le sue parole oltre l’esaltazione e la furia.

 Ricordi lontani di un corso dell’Accademia. Esobiologia, poi geometria. I Vagabondi. Esseri che percepiscono i nostri mondi come fettine sottili di uno spazio più grande, diverso. Esseri che viaggiano liberamente da un mondo all’altro. Esseri incredibilmente rari e potenti.

Oh, non abbastanza potenti, ora che conosco il trucco.

Dunque quelle che vedo sono solo sezioni sottili del mostro. I suoi tentacoli non si ingrandiscono, si limita a muoverli avanti e indietro nella nostra dimensione, mostrandocene parti diverse.

La nave si solleva bruscamente, il Quadro di Volo ci allontana più rapidamente possibile dalla stretta dei tentacoli. Si restringono, cercano nell’aria. Luce, luce intensa alla nostra destra. Macchie di colore violento contro il cielo, si addensano rapidamente, compongono forme e linee. Una nave di legno verde, vele laterali dall’aspetto fragile, persone sul ponte più definite da un istante all’altro.

Illusione. Una nostra copia. Shorei è più bravo di quanto pensassi.

Preparo il potere della Tempesta, senza più simbolo di Attesa, lo lascio fluire liberamente, ubriacarmi, concentrarsi a un livello pericoloso nello scheletro della nave e in me. Scariche viola e azzurre rimbalzano lungo la fiancata, un marinaio grida e cade a terra. Un arco elettrico congiunge le mie mani con quelle di Moen ed Eshili. Da un istante all’altro il potere sarà troppo, incontrollabile, dovrò lasciarlo andare.

I tentacoli del mostro riappaiono, stavolta sono otto, sempre più lunghi e spessi, saettano verso l’illusione della nave, la raggiungono, la travolgono. Luce che si rimescola, si dissolve.

Prima che possa fare in tempo a pensare, i tentacoli scattano verso la nostra posizione. Sono enormi, ora, arrivano quasi a convergere all’origine. La creatura ci attacca con la sua parte più forte.

Colpiscono gli scudi. Luce azzurra, le barriere di luce azzurra diventano visibili, si deformano verso l’interno, Simboli vorticano nell’aria mentre i maghi della Forza cercano di contenere l’energia mostruosa dell’attacco.

Con la coda dell’occhio, intravedo il Dottore che estrae la spada, fuoco azzurro che ricopre la lama. Mago della Tempesta. Buono a sapersi. Ma in questo momento non importa, basta che non osi distruggere il mio avversario.

Simbolo della Lancia, della Mano, della Volontà. Non lascio andare il potere. Grido, spingo avanti il braccio in un gesto del tutto inutile. Una saetta di energia viola intenso vola da una delle bocche di fuoco, si conficca nel tentacolo distante pochi metri, lo penetra. È ancora connessa al mio potere, non ne rilascio l’energia. Inutile sprecare altre forze per danneggiargli gli strati superficiali.

Legame, Volontà, Ricerca, Visione, la mia mente rischia per un istante di incepparsi sulla catena di simboli per tenere assieme i quattro. Ma in questo momento so di essere invincibile.

Sento la lancia di energia, sono la lancia di energia. Liquido che brucia al contatto con me, sangue mostruoso che vaporizza. Arteria. Dentro il tentacolo. Sento le direzioni. Lungo il tentacolo. E poi l’altra direzione. Quella da cui sento un lontano, potente battito. Una direzione impossibile, che non ho mai percepito, che riesco a seguire istintivamente.

Non vedo più la lancia, ma la sento, vicina a me come prima eppure lontana lungo una direzione che non dovrebbe esserci. La senso risalire l’arteria, verso un battito sempre più forte, verso qualcosa che è fuori dal mondo.

Si muove anche nelle tre dimensioni che conosco, attraversa il tentacolo, verso il punto in cui appare dall’aria. Il mostro si contorce, frusta gli scudi, ma non riesce più ad afferrarli, tentacoli appaiono e svaniscono per brevi frazioni di secondo. Ma il simbolo del Legame mi dice dov’è l’unico che mi interessa.

Sento il mio potere che viene divorato a un ritmo impressionante. Sento qualcosa che mi attira, una forza di gravità verso una direzione che non dovrebbe esistere. Ignoro tutto, spingo avanti, no, di là la lancia, verso il battito di un enorme cuore alieno.

E raggiungo qualcosa. Qualcosa fuori da questo mondo, e pulsante.

Lascio esplodere il mio potere.

Una breve immagine davanti ai miei occhi. Uno spazio infinito color blu e viola. Una direzione di troppo, vedo il mio corpo dall’interno, in un modo che non dovrebbe essere possibile, che il mio cervello dice non avere senso, eppure vedo anche il mio cervello, e l’interno della nave, e l’intero mondo di Jayel, soltanto una fettina sottile nel vuoto senza fine, e ce ne sono altri, così tanti così tanti altri, e vicino a me il corpo gigantesco, incomprensibile di un mostro che poteva davvero capire questo luogo, che si contorce, si dibatte, muore…

 

***

 

Mi sveglio in una branda. Per un istante, mi sento assolutamente stretto, non dalla branda o dalla nave, ma dai confini di questa realtà, solo una fettina di… di cosa? Non riesco a ricordare con precisione.

Moen seduto al mio fianco, i grandi occhi grigi preoccupati. Sorride quando lo guardo.

“Finalmente! Cazzo, mi stavo preoccupando! Sei stato grande, Araich, non c’è un cane sulla nave che non stia parlando di te! Come hai fatto a…”

Sorrido. Sono stanco, smetto di ascoltarlo. Ricordo ancora il potere che mi scorre nelle vene, la sensazione di poter fare ciò voglio, che niente possa resistermi. Come le prime volte che toccavo la Tempesta. Come all’Accademia.

So che non durerà. Che mi ricorderò di essere zoppo e sconfitto. Che la magia non mi obbedirà mai più come una volta, solo questo mondo troppo carico me ne dà l’illusione. Ma in questo momento non importa, in questo momento mi sento forte, integro.

End Notes:
Spero che lo scontro con il polpo 4D non sia risultato troppo confuso, fatemi sapere.
Esuli by Selerian
Author's Notes:
Capitolo che trovo abbastanza inutile xD. E' qui praticamente per mettere una pausa fra due capitoli con grossi scontri, e non sono molto soddisfatto di come l'ho usato. Soprattutto la discussione iniziale mi sembra moralistica e con un tono poco credibile - l'ho inserita nel tentativo di mostrare che anche il Capitano della nave non è un mostro Cthuliano che si diverte a opprimere l'umanità, ma mi soddisfa poco.
Se non altro, dovrebbe essere abbastanza rapido da essere indolore xD. Buona lettura!
Documento senza titolo

Esuli

 

“Complimenti, mago Araich. Un incontro con un Vagabondo è un evento a cui pochi possono dire di essere sopravvissuti”. Il Capitano solleva leggermente verso di me un calice pieno di liquido azzurro.

“Il supporto del quadro di Luce è stato determinante. È stato uno di loro a identificare il mostro per quello che era”, rispondo in tono neutro. Spero solo che questa conversazione finisca il prima possibile. Ma se posso regalare una nota positiva a Shorei e i suoi, non mi dispiace.

Il Capitano annuisce. Mi chiedo se mi abbia mai davvero sentito, durante questa conversazione.

“Sono comunque impressionato dall’abilità e potenza dimostrata dal suo Quadro. La Compagnia Erit potrebbe essere interessata a rapporti più… duraturi… con lei e i suoi compagni”

Resto impietrito per un istante, cercando di decifrare le sue parole. Mi sta offrendo un lavoro? Possibile? Osservo il suo volto, cerco di capire se mi stia prendendo in giro, ma i lineamenti sono fermi nella maschera inespressiva tanto di moda fra le Compagnie.

“Devo farle notare che l’Accademia di Tempesta potrebbe reagire molto male se venisse a sapere dell’assunzione a lungo termine di un mago senza licenza. Sono disponibili a far finta di ignorare solo fino ad un certo punto”

 L’uomo sorride. Non il leggero sorriso cortese che mi ha rivolto fino ad ora. Un sorriso soddisfatto, in qualche modo complice.

“Il potere delle Accademie potrebbe presto trovarsi molto ridotto rispetto allo stato attuale. L’Accademia di Tempesta è solo un ostacolo in più da superare per la libertà delle persone di ingegno e iniziativa”

Per un istante mi sento oltraggiato, sto per scattare in piedi e chiedergli come si permette di definire l’Accademia un ostacolo, e come pensa di superare un incantesimo Falce dei Cieli rivolto contro di lui. Mi blocco, ricordando all’improvviso che non è più la mia parte. Se c’è qualcuno che non intendo difendere è l’Accademia di Tempesta.

Il sorriso del Capitano torna quello sottile e formale. La mia espressione deve avere tradito qualcosa dei miei pensieri.

“Non accetterà l’offerta perché non le piacciono le Compagnie, vero? Perché ritiene di non essere uno di noi. Perché ritiene che essere uno di ‘noi’ sia in qualche misura eticamente sbagliato”

Ha frainteso i miei pensieri, ma sono stupito lo stesso. Nessun uomo delle Compagnie mi ha mai parlato così.

“Credo che lei abbia letto il mio file personale. Non vedo ragioni di discutere ulteriormente l’argomento”

L’uomo annuisce lentamente, versandosi altro vino azzurro. Il volo di questa nave è così regolare che non tremola in modo percettibile.

“Il suo talento è sprecato nel mercato nero, Mago Araich. E non sono le Accademie a impedirle di fare di meglio, ma le sue stesse convinzioni. Lo sa bene quanto me”

Come no. Insisto continuamente per venire pagato un decimo, pur di potermi vantare di non avere una licenza di mago. La rabbia si mischia alla curiosità, supera il timore di far arrabbiare l’uomo da cui dipende il mio pagamento.

“Sono disponibile a collaborare con lei, Capitano. Ma non mi chieda di approvare le Compagnie”

L’uomo scuote la testa. Vedo perfino una traccia di veemenza in lui, ora.

“Approvare? Non è quello il punto, Mago Araich. Crede che io approvi le Compagnie? Che consideri giusto tutto quello che facciamo?”

Lo guardo, senza capire. Ho trovato un Ribelle nel posto più improbabile dell’universo?

“Il giglio della Erit sul suo petto mi sembrava un buon indizio, ecco”, dico in tono che risulta più confuso che acido.

“E’ un segno di alleanza. Non di approvazione”

“Quindi lei fa il suo lavoro… perché è costretto? Perché non ha scelta?”

Questa volta non ho difficoltà a essere acido. So bene quanto guadagna un uomo nella sua posizione. E come ci arriva.

Scuote la testa, sembra frustrato. Come se stesse cercando di dirmi qualcosa di evidente che non riesco a capire.

“No, no. Non è quello il punto. Giusto e sbagliato non sono i criteri con cui possiamo valutare l’operato delle Compagnie. Capisce? Lei non si sbaglia, probabilmente. Sta solo applicando criteri assurdi. Le Compagnie sono un sistema, un sistema sociale ed economico, sono infinitamente più grandi delle persone che le compongono. Accusarle di essere ingiuste è come accusare la pioggia di essere malvagia. Non ha senso. Cosa dovremmo fare? Cambiare le leggi del mercato, la natura umana? È come pensare di cambiare la gravità perché a volte cadendo ci facciamo male”

Sono sinceramente sorpreso. Ho già sentito queste argomentazioni, ma raramente in forma così estrema, o così veemente. La risposta mi esce più esitante del normale. Anche perché una parte di me desidera ancora evitare lo scontro.

“Non è vero. Le Compagnie sono solo la somma di molte persone. Possiamo inventarci un sacco di balle per fare quello che vogliamo e dire che non è colpa nostra. Ma lo è. Lavorando con voi, me ne rendo un complice. Ma non faccio finta di non accorgermene quando ammazzo gente e brucio città”

Il Capitano scuote ancora la testa. Non sembra arrabbiato per la mia risposta.

“Quando sono Haven Leavett, non ucciderei mai una persona per vantaggio personale. Sarebbe un’azione orribile. Ma quando sono il Capitano Leavett della Compagnia Erit, sono parte di un sistema più grande, e devo accettarlo. Applicare scrupoli morali al mio lavoro non rende le Compagnie migliori – è nella natura del sistema cercare il guadagno, e continueranno a farlo. La compagnia Erit, valutata come una persona, sarebbe da considerarsi amorale e avida. Rifiutandomi di fare il mio lavoro, renderei la Erit amorale, avida e inefficiente. Io verrei distrutto dalle conseguenze, il sistema proseguirebbe, perché è inevitabile, e lo falserei a favore di altre Compagnie”

Faccio per rispondere, per riordinare le idee. Ma sono troppo confuso. Dalla sua franchezza, dalle sue offerte, dal modo in cui presenta le argomentazioni. Anche perché è quel che dico da quando siamo stati espulsi. Solo che non ho il coraggio di portarlo alle logiche conseguenze.

Vedendo che non rispondo, il Capitano riprende a parlare. Gesticola, appare visibilmente preso dalle proprie argomentazioni.

“Lo vede? Abbiamo un Sistema. L’economia e la storia lo descrivono, e non possiamo combatterlo più di quanto possiamo combattere la forza di gravità. Possiamo cercare di sfruttarlo per il nostro bene e quello delle persone che abbiamo attorno, oppure possiamo danneggiare noi stessi e gli altri nel tentativo inutile di combatterlo. Per esempio, dono parte dei miei guadagni a diverse fondazioni di beneficenza, e ho investito nel Progetto di Recupero Climatico finché sembrava avere speranza. Lei cos’ha fatto, mago Araich? È parte del sistema quanto me, ma si rifiuta di riconoscerlo. In questo modo danneggia solo se stesso e i suoi compagni”

Mi sento improvvisamente stanco. Ho pensato troppo spesso cose troppo simili alla sua ultima frase. So che si sbaglia, ho già sentito argomentazioni simili e anche risposte convincenti, ma non sono mai stato uno dei teorici della Ribellioni. E in ogni caso, che diritto avrei di contestarlo ora?

Per un istante desidero che Irei sia qui. Era lei quella delle risposte brillanti, quella delle spiegazioni. Lei saprebbe cosa dire.

Ma lei non è qui. In quanto lei sa le risposte, immagino.

 

***

 

“Sei stato grande. Anche per i tuoi criteri”, commenta Moen. Non ha ancora esaurito l’entusiasmo per la vittoria di ieri. O per questo mondo, se è per questo. Sembra più simile al ragazzo pieno di energie che ho conosciuto all’Accademia, oggi. Indossa solo un paio di jeans troncati alle ginocchia, e si sporge dalla fiancata a guardare Jayel con un entusiasmo quasi comico. Shorei siede vicino a lui, direttamente sulla fiancata. Il giovane mago della Luce sembra aiutare a ricordare a Moen chi era.

“Un contratto fisso con la Erit non ci farebbe male. Anche se finiremmo davvero nei guai commenta Eshili”, più pensoso. Tiene addosso la tunica viola con il logo fulmine strappato, come me. Fa dannatamente caldo nonostante a prua il vento asciughi il sudore. Ma ora che sembro essere stato nominato Grande Mago della nave, immagino di dover tenere una certa dignità.

“Se Verejen non me l’avesse fatto notare, non credo avrei mai capito cosa ci stava attaccando. Io e l’esobiologia non andavamo molto d’accordo” faccio notare, indicando l’altissimo mago della Luce seduto su una balla di funi. È la prima volta che si unisce a noi nella nullafacenza pomeridiana.

Questi sorride, accogliendo le mie parole con un cenno di ringraziamento. Così diverso da Shorei e Leniki. Oltre ad avere almeno sei o sette anni più dei due. Mi chiedo, per l’ennesima volta, quale sia la storia di questo quadro. Le orribili cicatrici ai polsi di Shorei mi trattengono dal chiedere.

“Lo vedi? Ho scelto Verejen perché ha un cervello e Leniki perché è una gran figa. So scegliermi i compagni”, commenta quest’ultimo, sorridendo al ragazzo più alto.

“E la tua qualità quale sarebbe, di preciso?”, chiedo. In mancanza di Leniki, qualcuno deve tenere giù l’ego del bamboccio.

“L’ho detto. So scegliermi i compagni di squadra”

Ridacchiamo tutti. Ma so che Shorei non è affatto un mago debole. Per la sua età è eccezionale, e non so quanto maghi diplomati della Luce potrebbero creare rapidamente l’illusione di un’intera nave. Un quadro di Tempesta e uno di Luce praticamente composti di soli ribelli ed ex ribelli.

Certo, lo sa anche il Capitano. Ma Shorei è più forte di quanto sperassi. E la mia magia, in questo mondo, sembra tornata a fare tutto ciò che voglio. Se riuscissimo a individuare chi sono e dove si nascondono i Maghi del Vuoto…

Reprimo il pensiero. Quali che siano le verità e le spiegazioni, su una cosa il Capitano ha ragione. Lottare è inutile. Moen sorride per la prima volta da mesi, e ha abbastanza cicatrici sulla schiena. Non voglio sapere cosa abbia passato Shorei di preciso, ma non sarò io a interrompere questa fragile felicità per iniziare una battaglia senza speranza.

 

***

 

Sotto di noi iniziano ad apparire campi coltivati e villaggi oltre a foresta senza fine. I campi sono sempre circondati da mura coperte di simboli magici, e gli alberi altissimi si protendono sempre sugli insediamenti umani come se volessero divorarli. Canali di irrigazione in pietra scorrono fra i campi, non vedo persone né animali ad arare i campi: i solchi appaiono lentamente, apparentemente da soli, e solo dopo diversi minuti riesco a intravedere le bestie sotterranee simili a vermi che li scavano. Sistemi di canalizzazione. Controllo mentale di massa. Una società organizzata e progredita. Spero che non dovrò raderla al suolo.

In alto, distinguo tre delle immense bestie fluttuanti dotate di pinne e tentacoli che avevo notato al nostro arrivo. Vi sono stendardi sopra oltre a persone. Appena iniziamo a sorvolare i campi, uno stormo di piccole creature volanti si stacca dai mostri e vola verso di noi.

Mi avvicino alla Postazione di Tempesta, poco fiducioso, ma non ricevo comunicazioni di allarme mentre una piccola flotta di giganteschi rettili volanti ci circonda. Hanno quattro ali attorno al corpo, disposte in due coppie perpendicolari – la loro simmetria è radiale e non sembrano avere un alto e un basso. Spesso si rovesciano improvvisamente, si avvitano nell’aria o compiono altre manovre apparentemente impossibili. Impiego qualche minuto a rendermi conto che hanno perfettamente circondato la nostra nave, e nel loro movimento apparentemente caotico si mantengono sempre equidistanti da noi.

“Ci sanno a fare a controllare bestie” commento.

Eshili annuisce. “Non solo. Dubito che questi cosi siano naturali. Non c’entrano niente con gli altri animali che ho visto su questo piano”

“Importati?”, chiede Moen.

“Nel migliore dei casi. O forse creati artificialmente”, risponde Eshili. Rabbrividisco. Tecnologia per creare specie dal nulla? Su questo mondo? Cosa ne so, del resto? Ne ho visto una porzione minima, e non certo con cura.

Le creature volanti non ci attaccano, ma continuano a seguire la nostra nave. Mi chiedo dove stiamo puntando, non vedo alcuna città sulla nostra rotta.

È Shorei ad attirare la mia attenzione. Sgrana gli occhi e si alza in piedi, rischiando di cadere dal sartiame su cui si era arrampicato. “Che cazzo…?”, commenta. Vedo la Luce brillare attorno ai suoi occhi.

“Cosa vedi?”, chiedo, avvicinandomi alla fiancata. Non sembra ci sarà bisogno della Postazione di Tempesta nell’immediato, dopotutto, e la lascio al gruppo di deboli maghi delle Compagnie.

“Giuro che vorrei saperlo. Il problema non è la distanza comunque. Guardate”, commenta, indicando a sinistra della nave.

Mi sporgo a guardare. Impiego un po’ a capire cosa intende. C’è un affioramento roccioso in quella direzione, la foresta viene sostituita da una serie di bruschi pendii grigi in fondo ai quali scorrono fiumi. Alcuni sono così stretti che sembrano solo fenditure nel terreno.

E uno è diverso.

Doveva essere un canyon come altri, largo una trentina di metri e più profondo di quanto riesca a vedere dalla nostra inclinazione.

È stato completamente riempito di costruzioni.

Piattaforme, chiodi fissati alla roccia, cavi e strutture di legno. Case abbarbicate alla pietra e intere piazze ricavate da assi di legno tirate su cavi. Livelli su livelli di edifici costruiti su corde e altri edifici, centinaia, migliaia di persone che percorrono sentieri sospesi, si arrampicano freneticamente lungo le corde, affollano edifici che sfidano la gravità con la propria sola presenza. Colori violenti, tendaggi blu e porpora, abiti rossi e gialli sulle persone, anche quando sono pochi stracci.

Mi vengono le vertigini solo ad osservare la città. Nonostante la moltitudine di corde, piattaforme e persone che la percorrono, riesco a vedere il vuoto al di sotto, la caduta di dozzine di metri prima di schiantarsi nel fiume o contro la roccia.

“Che figata!” commenta Shorei. Tende distrattamente una mano a Moen, che cerca di arrampicarsi assieme a lui sul sartiame. Come se due metri più in alto vedessero meglio.

“Che senso ha?”, chiede Eshili, sconvolto.

Ah, questa la so. Chiamo i simboli della Tempesta, e vedo immediatamente il Canale che passa dritto nel canyon. Vento, acqua contro le rocce. Energia.

“Canali. Uno della Tempesta, di sicuro. E scommetto che anche Acqua e Oscurità investono la città”.

Eshili annuisce. “Ecco come controllano tutte quelle bestie. E come tengono in vita il sistema di canali. Questa città è costruita su potere puro”

“Non so tu, ma io preferirei un po’ meno potere e un po’ più pavimenti”

 

***

 

“Sicuro che sia una buona idea, Araich?” chiede Moen. Camminiamo lungo una stretta passerella di legno, senza parapetti. Sotto di noi, dozzine di metri di vuoto prima di potersi schiantare su altre passerelle o piattaforme. Sempre di non venire prima fatti a pezzi dalle centinaia di corde che collegano le strutture.

Mi spingo avanti con le stampelle. Sono già stanco, ma mi fa piacere prendere un po’ d’aria. Camminare per più di venti metri, respirare un odore diverso da quello di sudore e detergenti chimici che permea la nave.

E qui mi sento forte.

“Tranquillo. C’è così tanto potere qui che potrei usarlo per tenermi sospeso”, rispondo.

Sono quasi tentato di farlo. Raccogliere la Tempesta che sento pulsare attorno a me, richiamare i simboli del Vincolo, del Controllo e dell’Aria, volare supportato dall’energia del Canale. Ma non potrei reggere a lungo. E richiamerei l’attenzione di tutti i maghi della Tempesta nella città.

Così continuo a camminare con le stampelle verso il mercato sospeso. I commercianti declamano le virtù delle loro merci in lingue sconosciute, in piedi su piattaforme di legno che sembrano precariamente ancorate alla roccia con delle corde, come la nostra passerella. Sono più che certo che non siano quelle a fare il grosso del lavoro.

Mi guardo attorno finché non trovo una piattaforma più in alto della nostra. C’è qualcosa sotto. Cinque gabbie, quattro agli angoli e una al centro. All’interno, masse debolmente luminescenti, simili a meduse. Sono schiacciate contro le piattaforme. No. Le piattaforme sono schiacciate contro di esse. Quelle meduse sorreggono le strutture. Sembrano assurdamente piccole per produrre una spinta ascensionale utile. Quanta magia deve esserci nel loro corpo? Quale mondo può permettersi di sprecare una potente razza magica per un utilizzo così banale?

Camminiamo attraverso il mercato. Moen, dietro di me, tiene gli occhi incollati al suolo, le braccia ai lati come per bilanciarsi. Mi chiedo se anche lui avrebbe il potere per levarsi in volo. Probabilmente sì. Ma una cosa che Moen non accetterà mai è la propria forza. Eshili invece si guarda attorno sulla difensiva, come temendo che qualcuno ci aggredisca. Possibile che non sia capace di rilassarsi un istante? Difficilmente c’è qualcosa di più pericoloso di noi in questa città.

Con i miei amici concentrati sulle loro paranoie, immagino che qualcuno dovrà godersi la gita. Continuo a camminare avanti, al passo lento che mi concedono le stampelle e i muscoli inaffidabili delle gambe. Fingo interesse per le bancarelle del mercato, ma quel che mi interessa davvero è la città in sé.

L’assurda struttura riempie tutto lo spazio fra le due pareti del canyon, e dall’interno sembra un’enorme, colorata ragnatela. Ho la sensazione che i sensi mi si sovraccarichino: Tendaggi blu e porpora proteggono le piattaforme dal sole che brilla sopra il canyon, gli abitanti indossano abiti in giallo e rosso sgargiante. Probabilmente la Compagnia potrebbe fare miliardi solo importando i pigmenti.

Le mie orecchie sono sommerse da grida di una lingua sconosciuta, ricca di suoni aspri e vocali chiuse. I mercanti urlano indicando le proprie merci, gli uomini si chiamano da una piattaforma all’altra, da una corda all’altra mentre le percorrono di corsa senza apparente timore di cadere. Provo un breve moto di vertigini guardando un bambino che salta da una corta a una piattaforma distante più di un metro. Quanti ne devono morire sfracellati contro le rocce ogni anno?

Qui nel mercato, l’odore delle spezie si mescola a quello del sudore e degli esseri umani. Soffia continuamente un vento leggero, e questa città non puzza come quelle a cui sono abituato.

Provo una strana euforia, una strana forma di libertà, nel camminare su questa passerella, osservare il popolo sconosciuto che vive in questa città assurda. Libero dalle Compagnie, dalle Accademie, in un mondo intatto.

“Athaniani?”, chiede una voce vicino a me.

Sobbalzo, rischiando di perdere l’equilibrio. Mi giro verso il mercante alla mia sinistra. Moen mi si avvicina bruscamente, come a farmi da scudo. O a chiedere la mia protezione.

L’uomo che ha parlato sorride. Indossa una tunica russa come gli abitanti della città, ma la sua pelle è bianca abbronzata, e non scura come quella della popolazione locale.

“Sì”, rispondo senza aggiungere altro. Il mercante è seduto in mezzo alle proprie merci. Disegni. È un artista, e uno bravo. Ma riconosco immediatamente i soggetti. Palazzi di vetro e cemento che si stagliano contro il cielo. Città scure coperte da cupole luminescenti, circondate da terreno arido. Una costa coperta di relitti, città in rovina flagellate dalle tempeste. E linee luminose contro il cielo grigio, spezzate, che sembrano saguinare energia. Rabbrividisco.

L’uomo ride.

“Finalmente qualcuno che può apprezzare i miei disegni. Alla gente di qui piacciono. È strano che apprezzino così tanto il disegno realistico, a un livello tecnologico del genere. O più probabilmente, le teorie antropologiche che ci rifilavano all’università erano grandissime cazzate. Ma continuo a chiedermi se capiscano cosa raffiguro”

Il tono dell’uomo è allegro. Parla velocemente, con accento dell’ovest. Credo che l’Athaniano sia la sua lingua natale, quindi probabilmente viene dal nostro stesso continente.

“Credevamo non ci fossero ancora Athaniani, qui”, commento, prudente. Chi è? Una spia? Un agente di un’altra Compagnia, o di un’Accademia?

Si stringe nelle spalle.

“Sono saltato giù da una delle prime spedizioni commerciali. Al Capitano ha fatto solo piacere visto che gli ho lasciato la paga arretrata. Ma arrivato qui, non avevo intenzionato di tornare a…”

Il suo tono allegro esita un istante. Indica i disegni. “questo”

Annuisco. È anche troppo facile capire la sua posizione.

“Siamo parte della spedizione di una Compagnia”

Si stringe nelle spalle.

“Non che me ne importi più molto. L’unica cosa che mi importa di Athan è che ne stia lontano. Ma ogni tanto è bello parlare la propria lingua. In cosa commerciate? Potrei farvi da intermediare. In questa città me la cavo sicuramente meglio del vostro interprete, e qualche soldo in più non mi farebbe certo schifo”

Guardo Eshili. Mi rendo conto con sincera sorpresa che non so esattamente in cosa commerciamo. Il ragazzo vede la mia perplessità e sorride.

“Questa è una spedizione esplorativa con carico variegato. Abbiamo tutto quel che si può smerciare a questo livello tecnologico. Non so granché dei dettagli però, il Capitano è stato piuttosto riservato. Il nostro contratto fa riferimento a eventuale recupero di manufatti storici”

Sono sorpreso che Eshili riveli dettagli simili. Non che io li sapessi o che me ne importi qualcosa, ma di solito è lui quello paranoico rispetto ad agenti della concorrenza e clausole di riservatezza. Poi noto la sua espressione. La maschera cortese che usa per contrattare. Vuole qualcosa da quest’uomo. Non credo i suoi disegni. Informazioni?

L’uomo sembra perplesso un istante, poi ride.

“Le Compagnie sono diventate ancora più fuori di testa rispetto ai miei tempi, pare. Anche loro danno la caccia alle ombre, ora”

Eshili sembra perplesso.

“Cosa vuole dire?”

L’uomo si stringe nelle spalle. Sorride di nuovo.

“Non mancano le rovine su questo mondo. E non mancano le storie. Tesori giganteschi abbandonati nelle città morte, artefatti magici, porte per altri mondi. La solita roba, qui l’Università aveva ragione. Sia chiaro, qualcosa di vero c’è. Sono esistite civiltà magiche notevoli nel passato. Qualche reliquia magica notevole deve anche esserci. Ma le poche che sono rimaste sono nascoste dannatamente bene”

“Abbiamo un Quadro del Vuoto. Varranno pur più degli stregoni locali a localizzare oggetti magici”, commenta Eshili. Il suo tono è pressante. Chiaramente, si è già posto il problema. E non me ne ha mai parlato.

L’uomo ride di nuovo. “Non esserne troppo sicuro, ragazzo. Qualunque cosa ci fosse su questo mondo, una volta, ci sapeva fare dannatamente bene a nascondere le cose. Ci sono di mezzo dei cristalli che rifraggono la magia, rendono invisibile quel che c’è all’interno di un gruppo di essi. Oh, non era quello il mio campo. Ma testimonio che funzionano dannatamente bene. Ho sentito un mago della Luce assicurare che, pur essendo davanti a un sacco di monete d’oro e vendendolo tutti, non riusciva a percepirlo con i suoi poteri. Dannatamente strano”

Eshili annuisce lentamente. Come se tutto questo risolvesse un problema che si poneva da tempo. Sono io a riprendere la parola.

“Sinceramente non me ne importa molto. Per me possono dare la caccia a tutte le ombre che vogliono. Al momento, voglio godermi questa figata di città”

L’uomo sorride ancora.

“Facci un pensierino, ragazzi. Fermati qui. Io ho vissuto ad Argoth. Un giorno sono tornato a casa, e la città non c’era più. Mi sono trasferito alla Capitale. E lì vedo ripetersi tutto. Un giorno le cupole non basteranno più. Tornera a casa, e non ci sarà più niente. Chi ve lo fa fare? Questo mondo è sano. Rimanete qui”

Sorrido meccanicamente e passo avanti, senza rispondere. Sono più consapevole che mai del sole caldo, del vento leggero, dell’energia che brucia nell’aria. La felicità che provavo prima però è svanita. Perché so che prima o poi dovrò ritornare alla città da incubo raffigurata nei disegni alle mie spalle.

Per un istante penso davvero di rimanere qui. Ma so la verità. Qui sarei soltanto un mago zoppo in un mondo primitivo, la forza che avverto mi abbandonerebbe appena provassi a lasciare il Canale. E il mio contratto non è così permissivo, in ogni caso.

Mi stringo nelle spalle. Dovrò tornare su Athan, per questa volta. E forse molte altre. Ma prima o poi troverò i soldi per guarire completamente. E allora mi troverò un mondo soleggiato, lontano dalle Compagnie e dalle Accademie.

Forse il Capitano in qualche misura ha ragione. Per questa gente Athan è soltanto una serie di strani disegni venduti al mercato, la Erit è solo il simbolo del giglio su strane navi di passaggio. Perfino la morte del mio mondo significa poco per l’universo. Forse alla fine ne verrà qualcosa di buono. Come faccio a dirlo, con che criteri? Forse non c’è niente contro cui combattere. Sicuramente oggi è una bella giornata, e mi sento più forte del solito, e in questa città provo una parvenza di libertà.

Reliquie by Selerian
Author's Notes:
Questo capitolo, onestamente, mi piace abbastanza. C'è un grosso scontro, succedono cose importanti per la trama, e Araich è messo davanti alle conseguenze delle sue posizioni. Spero piaccia anche a voi, fatemi sapere. In particolare segnalatemi se qualcosa non và nella scena d'azione - ho dovuto aggiungere una parte che avevo dimenticato, e non so se la saldatura sia riuscita bene. Buona lettura!
Documento senza titolo

Reliquie

 

La stanza del Capitano è affollata, con i quadri di Luce, Forza e Tempesta. Ne approfitto per appoggiare la schiena contro la parete, rilassando i muscoli delle braccia.

Dall’altra parte del tavolo, il Capitano e il Dottore. Mi sorprendo a osservare nuovamente i capelli lisci e puliti di quest’ultimo. Indossa un’uniforme con il giglio della Erit, ora, ma c’è qualcosa di sbagliato nel modo in cui gli cade addosso. Il tessuto è tirato sulle spalle ma stranamente vuoto ai fianchi, e le maniche sono diversi centimetri troppo corte. Le sue proporzioni suggeriscono che appartenga a una variante che non conosco della specie umana.

“Prima di proseguire il viaggio esplorativo attraverso le città di Jayel, ho deciso che vale la pena deviare per seguire un’indicazione delle spedizioni precedenti. Procederemo quindi a recuperare una reliquia delle antiche civiltà di questo pianeta. Siamo convinti che la magia antica di questo mondo possa avere un grande valore scientifico e storico”

“E la Erit è interessatissima alla storia e alla scienza, no?”, chiede Shorei, in tono piatto. Vedo che ha i pugni stretti dietro la schiena. Verejen fa mezzo passo avanti verso di lui, gli poggia una mano sulla spalla.

Il Capitano sorride.

“Che lei ci creda o no, la Compagnia riconosce il valore di queste due discipline. Le informazioni che potremmo ricavarne hanno un valore ben superiore a qualche tonnellata di spezie o tessuti. Inoltre, resta la possibilità di venderle alle Accademie”. L’uomo sembra effettivamente divertito, quasi bonario, nel parlare a Shorei. Tratta me come un ragazzo difficile ma promettente, e lui come un bambino dispettoso. Luce e Tempesta. Giochi con le Vie più distruttive del multiverso, Capitano.

Il Dottore prende la parola. Ha un timbro profondo, parla Athaniano senza accento riconoscibile.

“L’obbiettivo è un calice di trasmutazione custodito nelle rovine di quello che potrebbe essere stato un antico luogo di culto. Fonti affidabili riferiscono che abbia il potere di creare cibo commestibile a partire dagli elementi costituenti ed energia dell’Acqua. È protetto da campi di forza perpetui, il cui stesso funzionamento dopo così tanti secoli sarebbe degno di indagine. Abbatterli innescherebbe probabilmente altri sistemi di difesa, ma il nostro Quadro di Forza dovrebbe essere in grado di imitare l’incantesimo-chiave con cui i sacerdoti del villaggio vi passano attraverso”

I tre uomini del Quadro annuiscono senza aggiungere niente. Mi chiedo se stiano coscientemente imitando l’espressione neutra e il sorriso vuoto cari al Capitano.

“Perché l’oggetto non è mai stato recuperato prima, allora?”, chiede Eshili, grattandosi la barba. Parla in tono gentile, ma lo conosco abbastanza da sentirne il nervosismo.

“è considerato sacro dalla popolazione locale. Inoltre, tentativi di rimuovere il Calice potrebbero innescare sistemi di difesa ulteriore”, spiega il Dottore.

“E come intendiamo risolvere il problema?”, chiede Shorei.

“Per i selvaggi, sono sicuro che il Quadro di Tempesta sarà in grado di difenderci per qualche minuto. La comunità locale non ha alcuna valenza commerciale, per cui l’uso di violenza non dovrebbe danneggiarci”

“Il mio contratto non prevede di attaccare la popolazione locale”, rispondo di scatto.

Il Dottore sembra perplesso. Il Capitano sorride.

“Il suo Contratto prevede di proteggerci con tutti i mezzi necessari fino a che perseguiamo gli obbiettivi convenuti di questa missione. Fra cui, come sicuramente ricorderà, c’è l’acquisizione di reliquie di interesse magico o storico”

Faccio per rispondere, ma sento una mano che mi stringe il braccio. Eshili.

In pochi istanti ricordo la conversazione di pochi giorni fa, nel Mercato Sospeso. Il nostro contratto lo prevede davvero. E lui aveva già dedotto le implicazioni. Arrossisco. Mi sto dimostrando più infantile di Shorei. Non aggiungo altro.

Il Dottore riprende la parola. Sorride leggermente, il suo volto lungo e sottile assume un’espressione predatoria.

“Il problema dello spostare il Calice è più complesso. Si trova all’interno di un gruppo di Cristalli di Rifrazione che schermano la sua aura magica in modo praticamente perfetto, e se dovesse uscirne scatterebbero sicuramente ulteriori trappole. Anche per interesse verso i cristalli stessi, l’approccio ideale è che disattivati gli schermi di Forza il Quadro di Luce teletrasporti a bordo l’intero complesso del calice e dei cristalli. È all’interno delle vostre possibilità?”, chiede.

“Sì”, risponde Verejen. I due compagni più giovani gli scoccano occhiatacce.

Il Capitano sorride.

“Eccellente. Il piano è semplice: porteremo la nave più vicino possibile al bersaglio, poi io e il Dottore guideremo i Quadri di Luce e Forza a recuperare l’oggetto. Il Quadro di Tempesta proteggerà noi e la nave durante l’intero processo. Domande?”

“Se all’interno del tempio trovassimo resistenza?”, chiede Shorei.

“In questo caso, il Quadro di Tempesta provvederà a mettere in sicurezza il Tempio. Non dubito che siano in grado di farlo senza scendere dalla nave”

 

***

 

“Non mi piace. Non mi piace per niente”

Shorei siede sul parapetto con le gambe a penzoloni, come sempre. Ma ha l’espressione di qualcuno che abbia appena inghiottito un limone intero.

“Non credo dovremo combattere”, commenta Leniki, in tono un po’ meno freddo del solito. Appoggia perfino una mano sulla spalla del ragazzo. Incredibilmente lui non sembra nemmeno accorgersene.

“Il nostro Contratto non prevede obbligo di combattimento in nessuna situazione. Il vostro cosa prevede precisamente?”, chiede Verejen.

Eshili sospira. “Proteggere l’integrità della nave e il successo della missione all’interno degli obbiettivi convenuti”

Moen scuote la testa. “Non ci avevo pensato. La maggior parte degli obbiettivi non mi sembravano potersi trasformare in missioni militari. Ma il recupero di reliquie…”

“La prossima volta pensateci meglio se non siete troppo occupati a contare i soldi”, sbotta Shorei. Moen abbassa lo sguardo. Faccio per replicare, ma noto che Eshili guarda da un’altra parte. Lui lo sapeva. Lui l’aveva già calcolato.

“Eshili, fai uno sforzo per non essere stronzo”, commenta Leniki.

“Giusto. Firmare per ammazzare un po’ senza neanche farci caso va benissimo. Ma se gli dici due parole sei un vero stronzo”, commenta il ragazzo.

Sbuffo. “Senti, bello. Cosa credi che siano stati i miei ultimi incarichi? Non so se te ne sei accorto, ma sono un mago della tempesta. Mi assumono per ammazzare gente. Hai poco da fare il santarellino. I maghi della Luce portano i messaggi, i maghi della Tempesta distruggono. Tu porti messaggi per le Compagnie, io distruggo e uccido per le Compagnie. Se per questo pensi di essere migliore di me non sei stronzo, sei scemo”

Sento un verso strozzato venire dalla gola di Moen. Shorei si gira di scatto e si alza in piedi, i pugni talmente contratti da sbiancare le nocche. Mi guarda, e non sembra più giovane né innocuo. La Luce saetta attorno alle sue dita, pupille e iridi svaniscono lasciando solo occhi di luce bianca.

Via della Luce. La Via della determinazione, delle cause e dell’orgoglio. Non dovrei dimenticarlo solo perché fa il coglione.

Che impari qualcosa sulla Tempesta. Faccio per evocare i miei poteri, la rabbia richiama i simboli alla mia mente in un istante.

“Fermi, deficienti! Calmatevi! Farci a pezzi qui e ora non risolve di sicuro il problema!”, esclama Verejen. Il mago della Luce si frappone fra noi due, le lunghe braccia a dividerci fisicamente.

Come se potesse fermarmi. La tempesta mi riscalda le vene. Il corpo di Verejen è soltanto carne e sangue, solo…

“Araich”, mi chiema Eshili, preoccupato. Lo ignoro. Fiamme, distruzione, raggio…

“Araich, per favore”. Moen. Sembra sul punto di piangere.

Mi blocco. Impiego qualche istante per liberarmi dell’influenza della Tempesta, ho la sensazione che il potere voglia essere usato. Mi giro verso il mio amico. Mi guarda a occhi sgranati. Ha paura. Paura di me.

Congedo i simboli, lascio che l’energia defluisca dal mio corpo. Mi sento immediatamente stanco. Che cazzata stavo facendo?

Guardo Shorei. Anche lui ha lasciato andare il potere. Tutti gli altri sono più tranquilli ora.

Dopo un istante, Leniki dà uno schiaffo al mago della Luce più giovane.

“Che cazzo hai nel cervello, si può sapere? Dì pure le tue cazzate, se devi, ma prima di minacciare un mago della tempesta per dimostrare che sei il maschio dominante, dammi il tempo di levarmi dall’area dell’esplosione”. Lo colpisce ancora. Il gesto non ha niente di amichevole, ora. Shorei barcolla, non fa nemmeno il gesto di difendersi. Porta una mano alla guancia. Sembra stordito.

“Scusami”, dice il mago. Non so dire se in questo momento dimostri dieci anni o diecimila.

Cerco di rispondere, di scusarmi a mia volta. Le parole non si formano. È lui l’idiota. E anche ipocrita. Mi giro e, coi passi lenti delle stampelle, mi dirigo a poppa.

 

***

 

Siamo in vista delle rovine”, mi avverte Leniki. È un’impressione o il suo tono è leggermente più freddo del solito?

“Puoi mostrarmele?”

Sento la Luce che mi afferra, non resisto. Vengo strappato dal mio corpo, volo nel cielo assurdamente azzurro di Jayel. Colgo immagini sfocate di meduse azzurro blu brillanti che galleggiano nell’aria, sagome lontane degli enormi mostri levitanti che ho già visto più volte.

È strano guardare attraverso gli occhi di qualcun altro. È Leniki a mettere a fuoco, quindi vedo il mondo in modo distinto in una sola direzione, mentre tutto il resto è nebuloso. La foresta sfuma al mio fianco, entra a fuoco una zona spoglia. Gli alberi finiscono all’improvviso, come qualcosa li tenesse fuori, ma questa volta non ci sono mura né incantesimi. Solo un anello pulito dalla foresta per cento metri attorno alle mura di una città.

Leniki guarda la città, percepisco in modo distante il suo stupore che si somma al mio. Queste mura non hanno niente a che vedere con quelle delle città primitive che abbiamo incontrato fino a qui. Sono bianche, alte almeno dieci metri, così perfettamente lisce che non riesco nemmeno a capire di che materiale siano fatte. Si direbbe marmo perfetto o ceramica. Che senso ha?

All’interno una città grandi edifici bassi e larghi. Strutture curve e irregolari, come sassi lavorati dall’acqua, ma del tutto prive di imperfezioni. Leniki vola sulla città, mette a fuoco torri sottili e chioschi, piazze e anfiteatri.

Tutto deserto.

Non crescono piante né si vedono segni del tempo sulle rovine. Non si sono accumulate polvere né terra, tutto è perfetto, bianco e desolato. Costruito da una tecnologia che deve essere più vicina a quella di Athan che a quella locale, si direbbe.

Immagini di scalinate deserte che si arrampicano su un’altissima torre circolare, parchi dove filari su filari di piante ordinate crescono senza che ci cammini sopra anima viva. Eppure abbiamo visto dei campi. Mi sembrava ci lavorasse anche qualcuno. Che senso ha?

Lo sguardo di Leniki si ferma su una piazza gigantesca, circolare. La pavimentazione è del materiale bianco onnipresente in questa città, ma è coperta di strutture irregolari che contrastano con tutto quel che hanno attorno. Catapecchie di legno, paglia e fango costruite le une sulle altre, affollate in quest’unica, grande piazza al centro di una grande città deserta. Qui sì vediamo esseri umani: uomini e donne dalla pelle nera che camminano, parlano, mangiano. Qualcuno trasporta sacchi di verdure dai campi all’esterno, in una capanna più grande e insidiata dalle mosche si espongono le carcasse sgozzate degli animali.

E al centro della piazza, un unico edificio cilindrico, alto venti metri, privo di decorazioni, che torreggia sul villaggio primitivo attorno. Le pareti bianche e perfette contrastano con il legno e la paglia della popolazione che vi sciama attorno. Vedo attraverso gli occhi di Leniki un uomo dal corpo dipinto che vi entra all’interno dopo essersi inginocchiato.

“Ci siamo. Bersaglio individuato. prepariamoci a iniziare l’operazione”

 

***

 

Gli uomini del villaggio ci guardano e indicano mentre la nave volante sorvola il loro villaggio. Bambini curiosi sciamano sulle strade a vederci, vedo madri che trascinano frettolosamente i figli in casa. Tengo pronti i simboli della Tempesta davanti a me, ma per ora nessuno sembra intenzionato ad attaccarci.

I marinai corrono indaffarati fra le vele mentre la nostra nave rallenta e si ferma, sospesa pochi metri sopra i tetti delle capanne, a una dozzina di metri dall’unica entrata del tempio. Una folla inizia a radunarsi sotto di noi, uomini parlano e urlano in una lingua gutturale. La cortina di Forza che ci avvolge diventa debolmente visibile.

“I loro incantatori stanno cercando di sondarci. Gli scudi glie lo impediranno. Non c’è bisogno di reagire”, spiega Leniki. Mi sembra di sentire fretta nel suo tono.

La nostra nave rimane ferma ancora qualche istante, vedo i maghi della Luce che scorrono furiosamente i loro Simboli davanti a noi. Esplorano l’interno del Tempio, presumibilmente.

“La gente sembra tranquilla” commenta Moen, sollevato.

Eshili annuisce.

“Sarà. Ma sento una fonte di magia tribale che puzza di Tempesta da quella parte”

Indica verso un gruppo di casupole particolarmente pressate le une contro le altre. Spero davvero che non si arrivi a combattere qui dentro. Sarebbe impossibile colpire i bersagli senza fare vittime innocenti.

“Quadro di tempesta, assumete le funzioni difensive. Copriteci mentre procediamo al prelievo della Reliquia”, ordina la voce del Capitano attraverso il Quadro di Luce.

Senza aggiungere altro richiamo i simboli della Stasi, delle Fiamme, della Spinta e della Sfera. Raccolgo il potere della Tempesta da me e dai miei due compagni, lo lascio fluire lentamente attraverso le nervature metalliche della nave e poi fuori, in una bolla viola che si espande lentamente attorno a noi. Pochi istanti dopo, vedo la barriera azzurrina degli scudi di Forza che svaniscono mentre il Quadro abbandona la postazione. Tre maghi della Compagnia li sostituiscono subito, ma sappiamo tutti che in una situazione di emergenza non servirebbero a nulla.

Mi guardo attorno nella Tempesta, teso. Non mi piace non avere a bordo un quadro di Forza, per di più in una situazione di potenziale pericolo. Percepisco deboli tracce della mia Via in diversi punti del paese. La concentrazione più forte è dove ha indicato Eshili.

Vedo con la coda dell’occhio la lancia della nave sollevarsi levitando dal ponte e spostarsi a dritta, mentre continuo la scansione. Non sono mai stato bravo a cogliere la leggere perturbazione nella Tempesta prodotta dai maghi.

“Quanti maghi conti, Eshili?”

Qualche istante di silenzio. Eshili muove le dita nell’aria, i Simboli davanti a lui si susseguono troppo veloci perché io riesca a seguirli.

“Quindici o venti. Non sento Quadri collegati. Sei stanno attingendo debolmente ai loro poteri, in compenso”

“Prova a marcarmeli. Senza i Maghi della Luce, ho una mira di merda”

“Capitano al Quadro di Tempesta. Siamo atterrati e ci prepariamo ad entrare. Alcuni nativi sembrano intenzionati a ostacolarci. Cercheremo di risolvere diplomaticamente il problema. Tenetevi pronti a intervenire a protezione di noi o della nave”

Oltre la fiancata, vedo il Capitano, il Dottore e i due Quadri di maghi che si avvicinano all’ingresso monumentale del tempio. Escono dal mio campo visivo, coperti dallo scafo, dopo aver salito i primi scalini.

“Moen, tieni d’occhio il loro gruppo. Io mi preparo a reagire se le cose dovessero scaldarsi”

Il mio amico annuisce e chiude gli occhi. Vedo la luce viola della Tempesta anche attraverso le palpebre.

“Ci prepariamo a interporre uno scudo?”, chiede Eshili.

“Hanno un quadro della Forza per qualcosa. Prepariamoci a colpire i maghi nemici se tentano di fare casino, piuttosto”

Non muoio dalla voglia di attaccare nativi che non hanno idea di cosa stia succedendo. Ma non ho neanche intenzione di scoprire quanto pericolosa sia la loro magia tribale.

“Il Dottore parla con uno dei loro sacerdoti. Sembra che la discussione si stia scaldando”, dice Moen, teso.

Selezione, volontà, raggio. Inizio a raccogliere potere sulle dita, l’aria crepita attorno a me. Lascio che l’energia si accumuli sui rostri lungo la fiancata. Con un po’ di fortuna, se le cose dovessero mettersi male lo scontro finirà prima di cominciare.

Nella Tempesta, vedo una ventina di segni luminosi dove Eshili ha marcato la posizione dei nemici. Vi aggancio il simbolo della Selezione e mi preparo. Cerco di non pensare al mio potere che squarcia la carne, all’odore di grasso bruciato e alle grida che seguono i miei attacchi.

Guardo le casupole di legno e paglia. Scatenerei un incendio? Probabilmente sì. Si diffonderebbe, in quest’aria umida?

“Araich! Il sacerdote cerca di fermarli!”, avverte Moen.

“Si stanno formando dei Quadri!”, aggiunge Eshili, una frazione di secondo più tardi.

Cerco di individuare quali dei bersagli si siano congiungendo in un Quadro. Sono quasi tutti a gruppi. Non voglio colpirli tutti, non finché c’è alternativa. Ma non riesco…

Un lampo nella Tempesta, una stria di fuoco rosso cupo larga diversi metri saetta verso di noi. Si schianta contro il nostro scudo, le fiamme si diffondono lungo la superficie. Per un istante siamo avvolti da un’unica, enorme bolla di fuoco. L’energia dell’attacco mi sorprende, perdo la concentrazione per una frazione di secondo, la catena di Simboli già invocata svanisce. Impreco, sentendo l’energia dello scudo che ho creato dissolversi rapidamente.

Forza. Sostenimento. Inietto altra energia nello Scudo, lascio scorrere il mio potere, e dopo pochi istanti la pressione delle fiamme nemiche svanisce.

“Porca puttana, sono forti!”.

“Grazie al cazzo. Trovameli, piuttosto”, rispondo a Eshili. Selezione, raggio, volontà. Raccolgo più freneticamente il potere, senza smettere di alimentare lo scudo.

Cerco nella Tempesta. Due, tre gruppi di maghi nemici, un quarto che si forma. Inizio ad agganciare la loro posizione…

“Araich! Soldati si avvicinano al tempio!”

Vista. Guardo direttamente sotto la nave, vedo le forme indistinte e i colori falsati della Tempesta. Ma distinguo dozzina di uomini che corrono lungo le gradinate, verso il tempio. Diversi portano una scintilla di Tempesta nel petto.

Interrompo l’incantesimo che stavo generando. Stasi, Fiamme, linea. Libero il potere raccolgo frettolosamente, un muro di fiamme viola alto due metri si materializza davanti all’entrata del tempio. Gli uomini si fermano bruscamente, uno non ce la fa e per un istante la sua figura è distinta e luminosa mentre viene carbonizzato.

Distolgo l’attenzione, torno a cercare i nostri avversari nell’istante in cui tre bordate di fuoco ci raggiungono da diverse direzioni. Con gli occhi, attorno alla nave non vedo altro che mura di fiamme rosso cupo e gialle. Li chiudo, anche nella mia Via sono parzialmente accecato dagli attacchi dei nostri avversari. Continuo ad alimentare lo scudo che ci protegge, le fiamme magiche davanti all’entrata del tempio. Il mio potere per ora è più che sufficiente, ma se rimarrò in difesa presto o tardi cederò.

Fiamme. Ricerca. Raggio. Seguo nella Tempesta l’origine di uno degli attacchi. Rilascio il mio potere. In un istante di calma degli attacchi magici, vedo la scia di fuoco blu e viola, il raggio coeso e pulito dei miei poteri che raggiunge una capanna a cinquanta metri da me. Esplode all’istante, legno infiammato e corpi anneriti volano in tutte le direzioni. Nella Tempesta, un gruppo di luci si spengono.

“Araich, gli altri maghi si stanno organizzando”, dice Eshili, preoccupato.

“Stanno aggirando il muro di fiamme! C’è qualcosa di strano!” aggiunge Moen, in tono urgente.

Bestemmio. Dozzine di deboli attacchi punzecchiano lo scudo lungo tutta la fiancata di sinistra. Sono molto più potente di questi maghi, ma la Tempesta non è pensata per difendere. Infondo altra energia allo scudo, rivolgo la mia attenzione alla parete di fiamme che ho messo a proteggere il tempio. Hanno generato una scala di Forza che ci passa sopra. Oltre alle persone, percepisco qualcos’altro. Centinaia di piccole sagome, colorate e perfettamente distinte anche nella Tempesta. Insetti. Strani insetti simili a libellule con un pungiglione. Sorvolano le fiamme, sciamano all’interno del Tempio. Non mi piace.

Controllo, modifica. Rimodello la barriera di fiamme, la trasformo in una mezza sfera che avvolge per intero l’ingresso. Alcuni dei loro maghi sembrano intenti a cancellare l’incantesimo, disperde potere più velocemente del solito. Dozzine di insetti vengono bruciati nei primi istanti, poi iniziano a volare in cerchio attorno alla barriera, sempre più numerosi.

Torno a occuparmi del villaggio. Un’altra ondata di colpi deboli. Vedo dozzine di piccole palle di fuoco che salgono da un gruppo di capanne fittamente costruite. Si alzano sopra i tetti e poi schizzano verso di noi, investendo lo scudo della nave con un ciclo continuo di deboli colpi. Un grosso gruppo di maghi minori. E non ho modo di colpirli senza devastare il paese.

“Eshili! Cerca di marcarmi con precisione la posizione di quegli stronzi!”, ordino, tornando a cercare i Quadri più potenti. Nell’istante in cui vi rivolgo la mia attenzione, una gigantesca creatura di fiamme simile a un’aquila, larga quanto la nostra nave, prende vita nell’aria e si avventa verso di noi. L’aria tremola sopra l’evocazione, la paglia carbonizza e prende fuori sui tetti più alti.

Controllo, lame, energia, volontà. Ignoro il mostro mentre si getta contro il nostro scudo, ignoro la mia barriera di energia viola che si deforma verso l’interno colpita dagli artigli del mostro. Osservo solo le linee di potere che lo animano, tre fasci collegati ad altrettanti Quadri.

Libero il potere che ho fatto in tempo a raccogliere, taglio due delle connessioni che tengono in vita il mostro. Afferro il potere simile alla Tempesta che lo tiene in vita, per un istante sento la volontà dei miei nemici che cercano di mantenerne il controllo, ma sono più potente e addestrato di loro. Con tutta la mia rabbia, spingo il mostro indietro lungo la connessione al Quadro nemico.

Una frazione di secondo dopo, un’altra capanna esplode in una torre di fuoco gialla varie volte più alte delle case. Il fumo inizia a coprire la piazza, grida di rabbia, paura e dolore si sovrappongono attraverso tutto il villaggio.

La raffica di piccoli attacchi del fuoco non cessa di percuoterci. Dalla stessa area del villaggio, nascosti fra le abitazioni più fitte, pezzi di legno, sedie e travi iniziano a levitare in aria, per poi schizzare contro di noi. La maggior parte rimbalzano, carbonizzati, contro lo scudo della Tempesta, ma vedo i resti di un tavolino passare oltre e schiantarsi, fumanti, sul ponte. Lo scudo non ha ceduto, ma non è fatto per tenere fuori oggetti materiali. Non con la mia attenzione e il mio potere divisi fra troppi compiti diversi.

Rafforzo lo scudo, ma nello stesso istante sento la barriera di fiamme del tempio indebolirsi. Incanalo lì altro potere, e sento uno dei due Quadri superstiti che si prepara a scagliarci contro un’ennesima ondata di fuoco.

“Araich, ci sono maghi del Vuoto al tempio!”, grida Moen.

Mi concentro di nuovo sulla barriera di Fiamme. È vero, qualcosa la sta risucchiando rapidamente. Ma non è un quadro del Vuoto, realizzo. Qualcos’altro, le piccole figure raccolte attorno ad essa. Gli insetti. Sono migliaia, ora. Stanno risucchiando il potere della barriera. Cosa succede?

Respiro a fondo. Troppi incantesimi, troppi avversari, non riesco a pensare lucidamente. Mi sento pieno di rabbia. Stupidi. Stupidi! Non potete vincere. Ma se continuate ad attaccarmi, non mi lasciate scelta.

E all’improvviso odio questa gente. Li odio come odio il Capitano, li odio come le ennesime persone che mi costringono a fare qualcosa che non vorrei, che non si rendono conto o non si preoccupano delle conseguenze delle proprie azioni.

Il potere della Tempesta torna a scorrermi nelle vene. Rafforzo lo scudo mentre fiamme arancioni ci circondano, ma so che non posso continuare così in eterno. So cosa devo fare. Voglio vomitare. Voglio scappare. Voglio uccidere questa gente.

Fiamme. Divisione. Potere. Anello.

Mi concentro sulla rabbia, sulla frustrazione per non riuscire a tenere tutto sotto controllo. Il potere si accumula sulle mie mani, lo trasferisco ai sistemi della nave, lascio che si accumuli lungo i rostri. Altri attacchi ci martellano, ma l’ondata di potere mi permette di rafforzare facilmente lo scudo. Ancora per un po’.

“Araich, cosa…?”, chiede Moen. Per un istante sento il suo afflusso di potere che si ritrae. Ma torna subito ad alimentarmi. So quanto se ne pentirà. So che non ho scelta.

I rostri della nave vibrano, scariche azzurre saettano dall’uno all’altro, l’energia della Tempesta in eccesso mi brucia nel sangue. Scelgo la zona del villaggio da cui la moltitudine di maghi ci attacca, la zona dove le case sono fitte e li nascondono. Libero il potere.

Dieci globi di luce azzurra saettano verso l’alto, volano sopra la città, vanno a schiantarsi in una griglia nell’area dove sono concentrati i miei nemici.

Esplodono, il loro potere si espande solo orizzontalmente, vedo dozzine di capanne che crollano e bruciano mentre le loro pareti vengono spazzate via. Il fumo inizia ad alzarsi immediatamente, un’intera sezione del villaggio del raggio di venti metri crolla a terra. Altre case vicine iniziano a prendere fuoco. Vedo persone che scappano in tutte le direzioni. Alcuni hanno gli abiti in fiamme, la carne in fiamme. Corrono, si travolgono gli uni con gli altri.

Uno dei due Quadri è stato travolto, l’altro si trovava fuori dall’area che ho attaccato. Percepisco il loro potere, bloccato a metà di un incantesimo offensivo.

Non ho tempo per la raffinatezza. Fiamme. Scateno un’altra salva di potere, un fulmine di energia che saetta dal rostro di poppa e si schianta fra due casupole, abbattendole entrambe. Anche l’ultimo quadro svanisce dalla Tempesta.

Non subiamo più attacchi. Rafforzo la barriera di fiamme a difesa del tempio, ma anche gli uomini che cercavano di superarla si sono dispersi, alcuni corrono verso la zona che ho devastato, alcuni verso le parti integre del villaggio, altri verso la foresta. Gli insetti continuano a raccogliersi, ma espando violentemente il fuoco, infondendoci altro potere, li travolgo e li vedo bruciare a centinaia, migliaia. Il prelievo di energia cessa immediatamente.

Mi costringo a guardare giù. Uomini orribilmente ustionati, una bambina che piange al limitare della zona distrutta. Un giovane ancora in fiamme grida mentre corre.

Il picco del potere della Tempesta inizia a defluire, la rabbia che mi ha sostenuto si allontana, mi assale la stanchezza per tutti gli incantesimi che ho lanciato. Ma non ho più bisogno di molto potere. Non c’è più nessuno vivo in grado di minacciarmi.

Moen piange, il volto sporco di fumo filtrato attraverso lo scudo. Eshili è fermo, potere che gli passa attraverso per pura abitudine, guarda giù con occhi vitrei.

Per l’ennesima volta vorrei spiegare, scusarmi, implorare. E la sola idea è più ridicola che mai. Ripenso alle parole del Capitano, che tutto questo è inevitabile, che se non l’avessi fatto io sarebbe stato qualcun altro, ma so benissimo la verità, so che sono stato io, e nessun altro, nessuna misteriosa forza storica o economica, a uccidere queste persone. E non sono le prime, né saranno le ultime.

 

***

 

Un lampo di luce bianca sul ponte, il Capitano e il Dottore si materializzano, seguiti una frazione di secondo dopo dal Quadro di Luce. In mezzo a loro, quello che sembra un semplice calice di porcellana bianca. È circondato da tre cristalli a forma di piramide, con un quarto sospeso sopra, al centro.

I cinque sembrano stupiti per qualche istante, mentre si guardano attorno. Il Dottore si esibisce in un sorriso cinico. Il Capitano annuisce, mi si avvicina.

“Noto che la resistenza è stata più intensa del previsto, mago Araich. Complimenti per avere gestito bene la situazione”

Impiego un istante a realizzare che non è ironico. Sono troppo stanco e svuotato anche per arrabbiarmi davvero.

“Avremmo dovuto prepararci. Provare a trattare con questa gente. Se non altro individuare i loro maghi in anticipo, cazzo! Non doveva… non doveva succedere questo!”

Sento il mio stesso tono stridulo.

Il Capitano scuote la testa.

“Come sospettavo fortemente, non erano in nessuna misura disponibili alle trattative. E la nostra tabella di marcia non ci consente di ritardare giorni interi per studiare un piano d’attacco. Non quando i suoi poteri sono all’altezza della situazione. Ritiene che i selvaggi avrebbero potuto sconfiggerla?”

Sembra sinceramente sorpreso, forse preoccupato, mentre pronuncia l’ultima frase.

Sto per urlargli di sì, ma mi rendo che non è vero. Non potevano battermi, non una volta che avevo deciso di rispondere al fuoco. Ed è inutile mentire.

“Non mi ha assunto per fare una guerra, cazzo! Le sembra difesa, questa?”

Il Capitano sospira.

“Non aveva scelta, Araich. Lo sappiamo entrambi. Le suggerisco di ritirarsi nella sua cabina. Ha agito bene. Ma ha bisogno di un po’ di riposo”

“Lei è completamente pazzo” grida Shorei, nello stesso istante. Si è avvicinato. Guarda ancora giù, verso le case bruciate e gli abitanti in fuga. Sembra instabile sulle gambe. Al suo fianco, Leniki pare una statua di ghiaccio. Verejen fa un gesto come per trattenerlo, ma poi pare ripensarci.

Il Capitano si rivolge ai tre maghi.

“Vi prego di moderare le emozioni. Non vi ho chiesto niente che non fosse nel contratto. Ulteriori discussioni sono inutili”

“So io dove può ficcarselo quel contratto! Questa è una strage! E tu mi fai schifo, Araich!”. Shorei sembra sotto shock. Ha il fiato corto, suda. Sospetto che non abbia mai visto una cosa del genere in vita sua.

Il Capitano, forse per la prima volta da quando siamo su questa nave, assume un tono duro.

“Lei ha sottoscritto un contratto. Cerchi di comportarsi da persona adulta e responsabile. Conosce le conseguenze, nel caso di rottura. Quindi cerchi di evitarci scenate inutili”

Shorei parla con voce roca.

Conseguenze? Sa quanto me ne frega delle conseguenze?”. Il mago alza un braccio, come nel tentativo di evocare la Luce. Il potere gli scintilla fra le dita, gli sfugge. Barcolla. Noto che Leniki e Verejen non fanno niente per fermarlo. Dalla loro posizione, sospetto siano pronti ad unire i loro poteri. Mi chiedo se dovrei intervenire. Non ne ho le energie.

Il Capitano scuote la testa.

“Lei al momento è evidentemente incapace di ragionare, quindi cercherò di non dare peso alle sue parole, giovane mago. Si ritiri immediatamente nella sua cabina. E prima di farlo, la invito a riflettere su qualcosa. Anche quando avrà recuperato il controllo dei suoi poteri, lei non ha alcuna possibilità di nuocermi”

Il Capitano si avvicina al ragazzo. Non fa alcun gesto particolare, ma per qualche ragione sembra minaccioso.

“Su questa nave c’è un Quadro della Tempesta molto meno propenso del suo a uccidersi per qualche idiozia. E un Quadro del Vuoto di certa e comprovata fedeltà. Ciascuno dei due è in grado di fermarvi senza problemi. E se anche così non fosse, dispongo di risorse più che sufficienti a fermarla. Un consiglio per la vita. Non faccia minacce che non è davvero, seriamente in grado di portare a termine”

Impero by Selerian
Author's Notes:
Il capitolo inserito ieri l'avevo dimenticato, questo invece è scritto di fresco xD. Il principale dubbio è che la scena d'azione risulti di troppo, essendo così vicina a quella della pagina precedente. Potrebbe anche risultare un capitolo un po' troppo sbrigativo - fatemi sapere se vi sembra sia il caso di espandere qualcosa. Buona lettura!
Documento senza titolo

Impero

 

Sembra un qualunque vaso di ceramica, bianco e lucido come tutto quel che c’era nella città. Chiudo gli occhi, ricacciando le immagini di capanne di legno fra gli edifici candidi. Fuoco e cenere che divorano il villaggio.

Avvicino una mano a sfiorare il vaso. Una barriera invisibile me lo impedisce, le mie dita scorrono lungo una superficie sferica. Non avverto niente al tatto, ma non riesco a proseguire. Una bolla di Vuoto.

Qualcosa si muove fra le casse della stiva. Mi volto rapidamente quanto mi è possibile. Capelli biondi, carnagione pallida, occhi sbiaditi. Leniki. Non sembra nemmeno un briciolo amichevole.

“E’ successo qualcosa di strano quando hanno tirato spostato il vaso dai Cristalli di rifrazione. Ho percepito qualcosa nella Luce. Qualcosa che cercava, che si avvicinava. Ha smesso solo quando hanno generato la bolla di Vuoto”

“Un incantesimo protettivo?”

“No. Qualcosa all’esterno. Qualcosa che sembra cercare continuamente questo vaso, e l’ha percepito per un istante quando l’abbiamo tirato fuori dai cristalli”

“Quei cristalli lo nascondevano alla percezione magica, giusto?”

“Sì. E dannatamente bene. Perfino una bolla di vuoto come questa si lascia sfuggire qualcosa. E almeno sento la bolla. Quello era perfetto, non percepivo nulla. Un banale incantesimo di invisibilità all’interno, e semplicemente non avrei mai trovato il vaso”

Mi rendo conto che non sta cercando scuse per iniziare una conversazione. Pensa davvero che tutto questo sia importante. Mi costringo a smettere di pensare al villaggio in fiamme, alle grida. Concentrarmi sul tempio. Gli uomini che cercavano di entrare, le palle di fuoco…

“Gli insetti”, dico.

“Cosa?” Leniki aggrotta la fronte. È una ragazza bellissima, mi rendo conto. Qualcosa che non notavo da un po’ di tempo. Quasi rido. Al momento l’unica cosa che vorrebbe da me sarebbe strapparmi il fegato, probabilmente.

“C’erano ondate di strani insetti che cercavano di raggiungervi. Venivano dall’esterno del tempio. Quindi esiste un sistema di difesa completamente esterno. Possibile che fosse quello a cercarvi?”

La ragazza esita un istante.

“Siamo molto lontani dalla città. Un incantesimo di ricerca dovrebbe essere mostruoso per trovare così rapidamente il vaso, da lì. Ma è possibile”

Un istante di pausa.

“Mi chiedo se sia prudente portarlo su Athan. Finché c’è qualcosa che lo cerca”

Mi stringo nelle spalle.

“Non è un problema nostro. In ogni caso, c’è la Fortezza di mezzo. Bloccheranno qualunque cosa ostile tenti di seguirci”

Stringe le labbra.

“Giusto, non è un problema nostro”

Qualche istante di silenzio. Teso, ora. Vorrei andarmene, ma so di essere penosamente lento a muovermi. Non voglio che mi veda strisciare via. Qualcosa in Leniki ora mi ricorda un predatore, uno squalo che annusa aspettando il mio sangue.

 “Araich. L’altro giorno, quando hai dato dell’ipocrita a Shorei e stavate per combattere”

Sono stupefatto per un istante. Quasi rido. È di quello che vuole parlare? Non del fatto che ho distrutto un paese, nel frattempo?

Mi guarda negli occhi.

“Ho fermato Shorei perché non ha certo bisogno di essere incoraggiato ad essere impulsivo. E non usciremmo bene da uno scontro con te, non sono stupida. Ma aveva ragione. Sei uno stronzo. E sei anche convinto che siano tutti come te, che è peggio”

Faccio per rispondere, più perplesso che offeso. Mi ferma con un gesto secco.

Silenzio. Non mi importa che infanzia difficile avuto, quanto ti trovi senza alternative o che altro. Credi che Shorei si sia divertito in questi anni? Ma tutti e tre ci siamo rifiutati di ammazzare gente per le Compagnie, anche indirettamente. Abbiamo rubato e frugato fra i rifiuti, piuttosto. Siamo migliori di te. E lo siamo grazie a lui. Shorei può essere impulsivo, imprudente e ogni tanto stupido. Ma è una brava persona, e io e Verejen lo siamo un po’ di più finché siamo attorno a lui”

“Le tue accuse del cazzo lo fanno sentire male. Lui si rifiuta di credere che sei uno stronzo e basta. Il Capitano ci ha consigliato di fare solo minacce che siamo sicuri di poter portare a termine”

Mantiene lo stesso tono preciso, monocorde. Vedo solo le mani che le tremano leggermente, poggiate sulle catene che assicurano le casse.

“Bene. Giuro sulla Grande Luce che se farai del male a Shorei, se cercherai di renderlo una persona peggiore di quello che è, ti ucciderò. Lo giuro sulla Luce del sole e dei miei occhi, non mi importa a quale prezzo, non mi importa con quali conseguenze, ti ucciderò. Lasciaci in pace. Fai quello che devi per le Compagnie, ma tieni per te la merda di vita che hai scelto”

Mi trovo troppo stupefatto per rispondere. Mi viene quasi da ridere. I maghi della Luce e il loro amore per le affermazioni altisonanti. La certezza di essere nel giusto. Come la Tempesta e la certezza di essere invincibili.

“Raccontatevi quel cazzo che vi pare. Io seguirò il contratto, qualunque altra cosa danneggerebbe solo me. E se siete così sicuri di non uccidere nessuno neanche indirettamente, siete idioti. Non so se hai notato a che missione stai collaborando. Anche tu obbedisci al Capitano. L’unica differenza fra me e te è che non ti sporchi le mani”

Sorride.

“Accettare questa missione è stato un grave errore. Un errore che dovremo risolvere in qualche modo. Tu ricordati solo quel che ho detto, Araich. Non immischiarti”

 

***

 

Quadri di forza e tempesta sul ponte e pronto al combattimento. Nave volante potenzialmente ostile individuata”. La voce di Verejen, nella mia mente, trasmette più curiosità che tensione.

Io e Moen ci guardiamo istintivamente attorno, cercando la minaccia. Non vedo navi in nessuna direzione, ma il cielo è nuvoloso e il Quadro di Luce potrebbe individuare una nave anche parecchio oltre la linea dell’orizzonte.

Moen mi tende un braccio, aiutandomi ad alzarmi, e camminiamo verso la postazione di Tempesta. I tre maghi delle Compagnie fanno un breve inchino prima di cederci il posto. Sono diventati molto deferenti dopo lo scontro al villaggio. Non riesco a evitare di disprezzarli, di considerarli traditori.

Eshili ci raggiunge pochi minuti dopo, i capelli scuri più scarmigliati dal solito e gli occhi assonnati.

“Che succede?”

“Non ne ho idea. E non credo sia il caso di chiederlo ai tre della Luce”

Provo un istante di frustrazione. Fino a pochi giorni fa la nostra amicizia col quadro della Luce ci permetteva di avere informazioni in anticipo. Ma per quanto ridicole e altisonanti, non metto in dubbio che Leniki prenda sul serio le proprie minacce. Non è il caso di avvicinare nessuno dei tre, almeno per un po’.

Il Capitano e il Dottore escono dal castello di prua, si avvicinano al Quadro di Luce. Non sento le loro parole, ovviamente, ma il comandante della nave sembra preoccupato. Dopo pochi secondi inizia a dare ordini ai marinai e si avvicina al Quadro di Forza. Ancora qualche secondo di conversazione, poi si avvicina a noi.

“Tenetevi pronti a uno scontro con una nave volante di capacità paragonabili o superiori alle nostre”, dice. Sembra aver recuperato tutta la propria freddezza.

“Athaniana?”, chiedo. Non sarebbe la prima volta che mi trovo a combattere contro gruppi rivali di altre Compagnie. E anche se ho incontrato navi volanti costruite su altri mondi, non erano nemmeno lontanamente paragonabili alle nostre. Dall’altra parte, le uniche navi athaniane su questo mondo dovrebbero essere quelle inviate in precedenza dalla Erit.

“No. Abbiamo avvistato una nave con le insegne dell’Impero di Reth”

Sgrano gli occhi mio malgrado. Reth. L’impero alla fine dei Mondi. Una leggenda, una storia per bambini.

Eshili sembra meno turbato.

“Abbiamo ragione di pensare saranno ostili?”

“Le loro reazioni ai nostri incontri sono state erratiche. Potremmo tanto ricevere un’offerta di commercio quanto un attacco immediato. Voi tenetevi pronti all’eventualità di uno scontro, ma non iniziate le ostilità per nessuna ragione. A meno di un mio diretto ordine o di un inequivocabile attacco da parte loro, non fate uso offensivo del vostro potere. Chiaro?”

La preoccupazione sembra di nuovo trasparire dal suo volto. Inizio a sentire l’eccitazione di uno scontro che si avvicina, mista alla curiosità di vedere una nave del misterioso Impero.

Mentre il Capitano se ne va, mi rendo conto con disgusto che una parte di me sarà delusa se non ci sarà uno scontro.

 

***

 

La nave imperiale arriva da una direzione quasi direttamente opposta alla nostra, la vedo ingrandirsi rapidamente mentre ci avviciniamo. È più veloce di noi, quasi il doppio.

“Che figata”, commenta Moen, a occhi sgranati. Non ho mai visto una nave simile. Ha tre scafi, uno centrale e due laterali, lunghi e stretti, ed è completamente bianca, sembra coperta di un materiale metallico. Le enormi vele bianche hanno un simbolo sopra, una stella blu con cinque punte.

“Cosa… cosa tiene insieme quella nave?”, chiede Moen qualche istante dopo. Sembra sconvolto.

Mentre il vascello imperiale si ingrandisce, capisco cosa intende. Non c’è nulla a unire i tre scafi. Procedono perfettamente allineati, come se fossero parte dello stesso oggetto, ma per quanto posso vedere sono completamente separati. Ormai la nave dista poche centinaia di metri, e vedo sempre più assurdità. Non ha alberi, non ha sartiame. Le vele triangolari sono semplicemente sospese sopra gli scafi, tenute gonfie da un vento che in realtà non soffia in quella direzione.

Vedo Eshili selezionare rapidamente una sequenza di Simboli.

“Hanno tre quadri di Volo distinti ma… sono legati in qualche modo. Non capisco. La nave è un incubo di linee di Luce, Tempesta e una Via che non riconosco. Sembra la Forza, ma è diversa. Non capisco. Il sistema di armamenti è completamente diverso da qualunque cosa abbia mai visto. Non sono neanche sicuro siano armi, anche se non saprei cos’altro fare con tutta quella Tempesta”

La nave imperiale si ferma improvvisamente. Sembra continuare ad avvicinarsi, ma mi rendo conto che solo noi ci muoviamo rispetto agli alberi di sotto. Ha decelerato completamente in pochi secondi. Inizio a sospettare che uno scontro con questa gente non sia poi un’idea così buona.

Vedo gli uomini a bordo. Tutti indossano divise blu e bianche, con complessi simboli sul petto che mi danno la sensazione di essere gerarchici.

“A tutto l’equipaggio. Tenetevi pronti a uno scontro. Non fate alcun gesto che possa essere interpretato come ostile dagli imperiali. Non…”

La voce di Verejen viene tagliata all’improvviso. Un’altra la sostituisce, molto più profonda e potente. So che è soltanto nella mia mente, eppure ho la sensazione di sentire il suono che mi rimbomba nel petto.

“Nave Athaniana. Portate i colori della Compagnia Erit. Sua Maesta’ Imperiale il Sovrano di Tutti i Mondi ha decretato che le Compagnie di Athan e il loro Concilio sono da considerarsi una minaccia per l’intera umanità. Verrete abbordati. Non opponete resistenza. Tutti voi eccetto gli ufficiali della nave verrete riportati illesi alla città più vicina”

La voce parla Athaniano senza alcun accento. Rimango stupefatto per un solo istante.

“Cosa facciamo? Possiamo…” inizia Eshili.

Ma sono troppo vicino alla Tempesta, in questo momento. Non mi interessa più niente cosa è logico e cosa è ragionevole. So solo che questo misterioso Impero pretende di darci ordini. L’unica cosa buona delle Compagnie è che non sono mai salite su un trono per fingere legittimità. Chiamo altro potere della Tempesta. Come osano?

Sento potere del mio stesso tipo che si raccoglie sullo scafo nemico. Almeno due Quadri distinti. Potenti, forse quanto me.

“La vedo nera” commenta Eshili. Le sue parole non hanno significato.

Fiamme, velocità, controllo. Scelgo una parabola che parte dal rostro della nostra nave, sale e colpisce la loro dall’alto. Alcuni scudi sono cilindrici, con un punto cieco in alto e in basso.

Lascio accumulare il potere della tempesta. Attorno a me vedo i marinai che corrono lungo corde e vele, la luce brilla sopra il Quadro di Volo mentre tentano freneticamente di manovrare. La nostra nave inizia ad alzarsi, a spostarsi lateralmente – ma penosamente lenta, rispetto ai tempi di una battaglia magica.

Il primo colpo è a loro. Due saette gemelle di energia azzurro brillante partono dai loro ponti laterali e vanno a schiantarsi contro il nostro scudo.

Ignoro l’esplosione, la luce, la nostra nave che sussulta mentre lo scudo di Forza diventa completamente visibile, si piega e tremola. Continuo a raccogliere potere, lo libero in un istante.

Luce viola, potere della Tempesta che schizza in alto e poi di nuovo in basso. Trattengo il respiro per un istante. Ma niente, il mio attacco si schianta contro una superficie piana. Il loro scudo è onnidirezionale. Appare solo azzurro pallido mentre assorbe il mio colpo.

Una lancia di fuoco azzurro parte dalla nave nemica, colpisce una sezione già tremolante delle nostre difese. Uno squarcio luminoso si apre per un istante nella barriera di forza. Simboli azzurri appaiono a mezz’aria, e una barriera circolare si materializza dietro lo strappo.

Fiamme, dispersione, ritardo. Accumulo appena il potere necessario ad attaccare, e attacco attraverso tutti i rostri laterali. Dozzine, centinaia di strali luminosi iniziano a piovere sullo scudo dei nostri nemici, l’attacco si dilaziona in più secondi. Cerco una debolezza, un’imperfezione. Niente, la superficie difensiva è perfettamente e omogenea, un cilindro chiuso. Tutto il potere che riesco a incanalare non incrina nemmeno in modo percettibile le loro protezioni.

“Araich, c’è qualcosa di strano. Difesa perfetta. Troppo perfetta”

Impiego un istante a capire quel che intende Eshili. Nessun Quadro di Forza riesce a distribuire così equamente la propria concentrazione.

Possibile…?

Analisi, visione.

La nave nemica è un groviglio di linee. Riesco solo a intravedere quel che non è Tempesta, ma cerco di ignorare la mia Via, seguire le deboli tracce della magia che tiene in vita il loro scudo. Una struttura perfettamente simmetrica, costante. Linee agganciate a qualcosa a metà del ponte centrale. Un groviglio di simboli e connessioni molto al di là della mia capacità di comprensione.

Ma una cosa mi è evidente con la vista comune. Lì non ci sono persone. Solo quello che sembra un grosso macchinario.

“Una macchina. È una fottuta macchina a generare i loro scudi”

Sono talmente sconvolto che dimentico la battaglia, perfino l’esaltazione della Tempesta recede leggermente. Questo popolo non è solo più avanzato di noi. La sua tecnologia è talmente oltre la nostra che neanche quel che credevo fisicamente impossibile ha più senso.

“Figo. Come lo distruggiamo?”, chiede Eshili.

Un’altra esplosione. Ormai gli scudi di Forza sono completamente visibili attorno a tutta la nostra nave. Si apre uno squarcio a poppa, un raggio di energia azzurra vi passa attraverso, colpisce il castello di poppa. Frastuono assordante, un sussulto scuote l’interno scafo. Scivolo, Eshili deve afferrarmi per impedirmi di cadere.

Recupero il potere della Tempesta, sento la rabbia montarmi dentro. Odio perdere. Odio perdere. Ma i nemici sono talmente più forti di noi! Se anche riuscissi a forare il potentissimo scudo esterno, ce n’è un altro a proteggere il macchinario, l’ho percepito distintamente. Se riescono a meccanizzare una cosa del genere, il vantaggio è enorme. Una macchina non si stanca, non deve dividere la propria concentrazione, non commette errori.

Ma è anche incapace di adattarsi. Sembra un misero vantaggio, ma devo trovare modo di sfruttarlo.

Preparo un nuovo attacco. Penso di provare a colpire dal basso, anche se sono certo che incontrerò uno scudo anche in quella direzione. Non so che altro fare.

Un’ondata di fiamme blu dalla nave nemica. Sfonda i nostri scudi laterali, colpisce la nave a metà scafo. Il ponte si scuote nuovamente sotto i miei piedi, le fiamme divorano il parapetto, i corpi di mezza dozzina di marinai vengono sbalzati in aria, una vela prende fuoco. Non dovrebbe bruciare, non può bruciare, ma le fiamme attecchiscono.

Il potere della Tempesta mi sfugge immediatamente. Le connessioni che attraversano la fiancata della nave sono spezzate. I simboli che amplificano il mio potere non servono più a niente.

Grido di frustrazione. Sono forte, anche con i miei poteri personali. Ma non abbastanza da combattere una battaglia. Il colpo deve essere stato incredibilmente profondo e potente per spezzare anche le più interne fra le piste di rame che trasportano la Tempesta. Questa nave è di fatto disarmata.

Questa nave. Un’idea folle inizia a formarsi. Oh, sì. Esiste un difetto, per quanto piccolo, nell’avere uno scudo generato da una macchina.

Il nostro vascello inizia a perdere quota. Sobbalza, mentre il Quadro di Volo tenta di mantenere il controllo.

Una voce nella mia mente.

“Mago Araich, ritieni di avere ancora possibilità di vincere?”, chiede una voce calma e gentile. Impiego un istante a riconoscerla. Il Dottore.

Un istante di confusione. Mi rendo conto che so come rispondere.

Sì. Solo una possibilità, ma esiste ancora. È necessario che i nemici continuino l’attacco”

Osservo la nave imperiale. La sua assurda forma in tre parti disconnesse, le vele che sembrano levitare. Uomini in divisa argento si affollano lungo la fiancata. Per ora gli attacchi della Tempesta sono finiti.

“Dobbiamo arrenderci”, commenta Eshili.

“Non ancora”, rispondo. Torno ad accedere alla Tempesta coi miei poteri personali, ignorando la postazione ormai inutile. Mi sembra di stringere penosamente poca energia, ma sento il controllo più fluido e diretto che mai.

Le figure in argento si tuffano dalla fiancata. Aprono le braccia, e diventano ali, assurde ali d’argento larghe quattro metri che li tengono sospesi in aria. Che cavolo…?

Un centinaio di uomini alati si gettano verso di noi. Battono leggermente le ali, e contro ogni legge della fisica rimangono sospesi. Si avvicinano, li guardo affascinato mio malgrado. Impiego un po’ a rendermi conto che non sono in divisa argentata. Sono coperti di metallo. No. Sono di metallo. Non hanno carne, i loro volti sono solo maschere coperte di simboli. Grandi dei, che razza di tecnologia stiamo affrontando?

“Abbordaggio”, commenta Eshili.

“Non va bene. Devono continuare ad attaccarci”

Ignoro le truppe in arrivo. Devo solo sperare che il Dottore ottenga quello che gli ho chiesto. Che i nemici credano distrutto o sconfitto il nostro Quadro di Tempesta. Tengo i miei poteri al minimo mentre selezioni una serie di simboli, tesso l’incantesimo più complicato che abbia tentato dai tempi dell’Accademia.

Uomini delle Corporazioni sono allineati lungo la fiancata. Portano in mano quelle che si direbbero balestre. I dardi iniziano a brillare di luce rossa, sempre più intensa, mentre si preparano a tirare.

Ancora concentrato sui Simboli, noto qualcosa con la coda dell’occhio. Un membro dell’equipaggio, inginocchiato come in preghiera, che traccia simboli in aria. Il suo potere non ha alcun effetto visibile. Ai miei sensi magici risulta solo una mancanza.

Impiego un istante a realizzare. Un mago del Vuoto. Uno dei tre nascosti a bordo di questa nave. Senza interrompere l’incantesimo, senza chiedermi perché, mi imprimo nella mente i suoi lineamenti, la sua corporatura.

Le creature metalliche che volano verso di noi si disperdono, ci vengono incontro come una nuvola informe. Ne vedo già una seconda linea pronta sulla fiancata. Perché non partono?

Gli uomini della Erit sparano. I dardi saettano nel cielo. Capisco cosa sono solo quando li vedo colpire una delle macchine, spargersi sul suo petto come un liquido. Barre di metallo fuso. Sparano barre di metallo fuso.

I nemici cadono a dozzine, ma ancora tanti, tantissimi si avvicinano a noi. Nell’istante in cui le nostre balestre colpiscono, un secondo gruppo di macchine si getta dalla nave nemica. Il loro numero pare simile a quello dei mostri abbattuti. Che senso ha?

I nostri scudi iniziano a rigenerarsi. Lentamente, troppo lentamente, soltanto una piastra rettangolare lungo la direzione da cui arrivano i mostri alati.

Un rapido attacco della Tempesta dei nemici. La nostra piastra di forza si incrina e cede. Raffiche di dardi incandescenti dai nostri soldati. Ancora i mostri volanti cadono dal cielo, a dozzine, ma ormai sono troppo vicini. I primi chiudono le immense ali, atterrano pesantemente sul ponte. Sono alti due metri, i corpi lucidi e metallici, le ali si sono ritratte lungo le braccia da cui sporgono artigli lunghi trenta centimetri. Moen ed Eshili gridano, ma il loro potere non smette di fluire a me.

Gli uomini delle Compagnie gettano le balestre, estraggono spade dalle lame coperte di simboli. Una dozzina corrono a proteggerci. Sento rumore di metallo su metallo, ma non posso più pensare a quel che mi succede attorno. È il momento, la mia unica possibilità.

Lo scudo di forza inizia a riformarsi, cerca di tagliare fuori i pochi mostri atterrati sulla nostra nave dai rinforzi che arrivano dagli imperiali. Sento di nuovo la Tempesta che si prepara sulla nave nemica, quasi con pigrizia.

Nell’istante in cui scocca la loro saetta, libero il mio incantesimo. La mia mano scatta in avanti, ignorando i dolori muscolari, nel tentativo istintivo di copiare quel che fa la mia mente.

Il mio potere afferra la tempesta, afferra la saetta lanciata dai nostri nemici. Sono convinti di avere vinto, sono diventati distratti. Non sono preparati, e io sono bravo a prendere il controllo del potere dei nemici. Li sento annaspare, cercare di recuperare il proprio stesso potere. In pochi istanti ci riusciranno. Ma mi basta per un singolo colpo. Ho già preparato i simboli del raggio e della ricerca.

La loro saetta devia, si inarca verso l’alto. Mentre i maghi nemici lottano ancora per riprenderne il controllo punta verso la loro stessa nave.

Un vero Quadro di Forza la parerebbe immediatamente, senza esitare. Ma la macchina che utilizzano loro non si rende conto che l’attacco non è più sotto il controllo dei loro maghi, ed ovviamente è regolata per lasciar passare i loro attacchi.

La saetta attraversa le loro difese come se non ci fossero, trapassa una vela bianca, si schianta a metà dello scafo centrale, distruggendo il generatore degli scudi.

Migliaia di Simboli appaiono per un istante a mezz’aria, la loro nave è circondata da un cilindro di luce azzurra, ma svanisce pochi istanti dopo. Contemporaneamente, gli scafi si inclinano, sobbalzano, perdono quota. Devo avere danneggiato anche parte dei sistemi di volo. Che culo.

L’euforia della Tempesta mi brucia nelle vene. Rido, evoco altro potere. I nostri scudi stanno rigenerandosi, ma sul ponte si combatte ancora. Una dozzina di mostri metallici sono atterrati, continuano a combattere anche mentre la nave interrompe l’attacco.

Due stanno incalzando gli uomini che ci proteggono, i loro artigli cozzano contro le spade dei soldati. Vengono colpiti più volti, ma i loro corpi argentati non ne sembrano scalfiti. Uno dei due, assurdamente veloce, fa scattare il braccio sinistro, i lunghi artigli passano attraverso il collo di un soldato come se fosse aria.

Raggio. Contenendo attentamente l’energia, libero due scariche di fiamme viola. Trapassano al petto i mostri, li sollevano in aria e li gettano indietro di diversi metri. Il Legno si scheggia e si spezza dove cadono.

Più avanti, il Dottore brandisce una lunga spada dalla lama coperta di luce viola. Taglia nettamente a metà un mostro con un fendente, sfruttando poi il piatto della lama per parare l’attacco di un altro. Prima che io possa battere le ciglia, ritira la spada e la infilza di punta nel petto argenteo dell’essere.

Restano sei o sette creature sul ponte. Come obbedendo a un ordine comune, corrono verso il parapetto e si gettano tutti assieme. Ancora una volta, immense ali si aprono, sostenendoli in volo. Sgusciano in basso, aggirando i nostri scudi in formazione. Quelli che cercavano di raggiungerci dall’esterno si girano, tornando verso la loro nave.

Gli uomini della Compagnia e i marinai qualunque sollevano i pugni, gridando in un miscuglio di lingue. Moen ed Eshili sono stupefatti, il primo mi abbraccia rischiando di gettarmi a terra.

Rido. Amo vincere. Ma mentre il potere della Tempesta si ritira, è difficile non chiedermi se abbia rinunciato alla mia unica possibilità di fermare questa spedizione senza un bagno di sangue.

Rivolta by Selerian
Author's Notes:
Dal mio punto di vista, qui iniziano gli eventi che porteranno alla conclusione della storia. Immagino che possiate immaginare molte cose dal titolo xD. Spero che le reazioni dei vari personaggi appaiano giustificate e si segua bene quello che succede. Buona lettura!
Documento senza titolo

Rivolta

 

“Non posso crederci”, commenta Moen, guardandosi attorno. Mi viene quasi da ridere al suo entusiasmo. Ha gli occhi sgranati e continua a girare la testa da una parte e dall’altra. Si è abbronzato sotto il sole di Jayel, e i suoi capelli decolorati dalla Tempesta sembrano più argentei che grigi, oggi. In qualche modo fa sentire meglio anche me.

“Io non posso credere che mi hai convinto a scendere dalla nave”

“Volevi perderti una città del genere?”

“Non sono schizzinoso con le città. Mi basta che non respirino. Non mi sembra chiedere troppo”

Indico un’escrescenza di spessa pelle dall’aspetto viscido a una dozzina di metri da noi. La vedo gonfiarsi e ritrarsi al ritmo del respiro del mostro. Sento la vibrazione del suo battito cardiaco attraverso le squame su cui camminiamo.

Attorno a noi, un’intera città costruita sulle scaglie grigie, larghe dozzine di metri, del gigantesco Sheon. Capanne, case e recinti, perfino taverne e quello che sembra un palazzo. Tutto che si muove leggermente al ritmo del respiro del mostro, tutto spazzato dal vento di alta quota.

Ci vuole un po’ a notare che la città non è solo costruita sullo Sheon, ma con lo Sheon. Il materiale di costruzione più diffuso sono scaglie morte – le piccole scaglie, larghe pochi metri, per le pareti, e quelle enormi per i soffitti. Le tengono insieme corde che sembrano ricavati dalla miriade di tentacoli penzolanti dal mostro, pezzi di pelle essiccati fanno da porte e tende.

Sopra di noi, volano in cerchio uomini a cavallo degli stessi rettili a simmetria radiale che abbiamo visto in precedenza. Sciamano attorno allo Sheon come parassiti. O forse come cani da pastore. O pesci pulitori. Quale sarà il rapporto fra l’immensa bestia volante e gli uomini che vi abitano?

A volte i cavalieri alati si tuffano in picchiata come ad afferrare qualcosa. Più volte li vedo volare fino ai grandi palloni, simili a mongolfiere, legati da catene alla superficie dello Sheon. Ma in tre giorni non sono ancora riuscito a distinguere cosa facciano.

“Questa città è ricca”, commenta Moen.

E sì, questa è la cosa più incredibile. Le case sono costruite con materiali di fortuna, ma sono solide. Alcuni uomini indossano pelli malamente lavorate chiaramente provenienti dalle escrescenze carnose dello Sheon, ma molti indossano tessuti raffinati e gioielli. Chiaramente non prodotti in questa città. Gli animali nei recinti sono grassi, la cittadina da non più di un migliaio di persone conta tre chiassose taverne. Nei pochi giorni che abbiamo trascorso qui, abbiamo già visto quattro delegazioni mercantili, due arrivate su una carovana di rettili volanti, una su uno Sheon più piccolo e una perfino su una rozza nave volante.

“Cosa accidenti commerciano?”, chiedo.

Ci avviamo verso il mercato. Un gruppo di bambini ci sciama attorno, ridendo e parlando in lingue incomprensibili. Indossano uno strano misto di pelli rozze e abiti raffinati. Moen sorride, io li ignoro e resisto alla tentazione di disperderli con la Tempesta.

La nostra chiassosa scorta ci lascia liberi quando raggiungiamo il mercato. Questo sembra essere davvero uguale in tutti i mondi. Venditori che sbraitano la qualità delle loro merci, puzza di pesce, vestiti colorati e spezie pungenti. Tutti i commercianti però sembrano stranieri. Gli abitanti della città pagano in una moltitudine di monete. Cosa commerciano, loro?

Superiamo venditori di stoffe, di coltelli, di animali e di carni. Artisti e giocolieri si esibiscono in mezzo alla folla, almeno uno è probabilmente un debole mago della Luce. Diversi cercano di attirare la nostra attenzione, ma l’unica davanti a cui mi fermo è una donna che mi si rivolge in Athaniano.

“Vuoi fortuna, ragazzo?”

Sorride leggermente, mi porge una minuscola bottiglietta piena di liquido argenteo. La tiene come se fosse qualcosa di prezioso. La sfioro con i sensi magici, e percepisco una grande concentrazione di una Via che non riconosco.

“Che cosa?”, chiede Moen. Non dico nulla, ma sono curioso anche io.

Il sorriso della donna si allarga. Non riesco a capire quanti anni abbia. In un mondo primitivo come questo, di solito la gente invecchia presto. Ma anche se non sembra giovane, ha la pelle perfettamente liscia. Troppo, forse. Trucco? Magia?

“Fortuna. Ce n’è per un intero giorno. Raccolta da qualcuno che aveva più bisogno di soldi che di buona sorte”

Impiego un istante a ricordare le lezioni dell’Accademia. Via della Fortuna. Mi ritraggo istintivamente dalla donna, rischio di scivolare.

Lei ride, scuotendo la testa.

“Tranquillo, giovane mago. Non prenderò la tua fortuna. Non senza il tuo consenso. La gente qui sa cosa sono. I miei affari non andrebbero lontano se prendessi più quel che devo”

Moen sembra perplesso. Non capisce.

Il commercio di fortuna è vietato su Athan, una delle poche leggi osservate dalle Compagnie. Ma non siamo su Athan.

Ricordo tutte le battaglie delle ultime due settimane. Il Quadro di Luce ancora ostile. Il Capitano e i misteriosi obbiettivi di questa missione. Qualunque cosa ci riservi il futuro, ho la sensazione che la Fortuna potrebbe tornarmi fin troppo utile.

“Quanto costa?”, chiedo.

“Cento denari. Non ho intenzione di perdere tempo in trattative, te lo dico subito”

Esito per un istante. È molto, poco meno di tutto quel che ho con me. Ma non ho comprato niente durante questo viaggio. E ho difficoltà a immaginare che troverò qualcosa di più utile – o più difficile da procurarsi – perfino su questo mondo.

Sotto gli occhi confusi di Moen, estraggo il borsellino e ne estraggo dieci monete d’oro. La donna le osserva attentamente, traccia un paio di segni nell’aria, e poi annuisce.

Mi passa la bottiglia. Nel momento il cui la mia mano sfiora la sua, sento una scossa elettrica.

La maga sgrana gli occhi, balza all’indietro come se l’avessi colpita. Istintivamente, inizio a scendere nella Tempesta.

La donna scuote la testa. “Niente. Scusami, ho…”. Non conclude la frase

La guardo senza capire. Ho la bottiglietta in mano.

“Hai preso la mia Fortuna?”, chiedo. I simboli della Tempesta iniziano a materializzarsi davanti ai miei occhi.

“No. Puoi controllare. Sentiresti l’effetto residuo della mia Via su di te”

Non sento nessuna traccia del suo potere. Cautamente, lascio andare il mio.

Sto per andarmene, quando si avvicina.

“Aspetta. Aspetta, mago. Ho visto qualcosa. Probabilità. Il mio potere, lo sai. A volte vedo… quello che potrebbero succedere”

“Non ho intenzione di sganciare altri soldi”

Sbuffa.

“Non me ne importa niente. Stai attento, mago. Quando ti ho sfiorato, ho visto interi mondi bruciare. Ho visto un uomo con una spada che rideva mentre divorava il sole, e milioni, miliardi di persone che morivano. Non so cosa significhi. Non c’eri neanche tu, fra le immagini. Ma sei vicino a qualcosa di pericoloso”

 

***

 

“Che roba è quella?”, chiede Moen.

“Fortuna liquida. Via della Fortuna. L’abbiamo studiata”

Il ragazzo pare confuso. Continuo a guidarlo in una direzione a caso. Lontano dal mercato, lontano dalla maga.

“Una Via vietata. Manipola le probabilità”

“Sembra figo. Perché l’hanno vietata?”, chiede.

Passiamo sotto a uno dei grossi palloni sospesi. La parte inferiore è aperta. Finalmente vedo cosa c’è dentro. Meduse. Meduse volanti pressate le une contro le altre. Come quelle che ho visto sostenere la città sospesa sul baratro. Ecco cosa commercia questo posto di così prezioso, capisco all’improvviso.

“Esiste una sola fonte a cui attingere per i maghi della Fortuna. Altre persone”

Moen impiega un istante a realizzare.

“Quindi se tu hai comprato ventiquattro ore di fortuna, ci sarà una persona…”

Scuoto la testa. “Non una persona. Più del novanta per cento della fortuna viene persa nel trasferimento dalla persona alla maga, e il novanta per cento di quel che rimane viene perso nel trasferimento dalla maga a me. Questa bottiglia è costata una giornata sfortunata ad almeno cento persone”

Un istante di pausa. Siamo vicini al margine dello Sheon, le scaglie grigiastre qui sono più piccole, piccoli tentacoli si agitano fra l’una e l’altra.

“E quel che ha detto dopo? Mondi che bruciano?”

Mi stringo nelle spalle.

“Probabilmente cazzate. Se non sono cazzate… immagino che ne avrò bisogno, di quella bottiglietta”

 

***

 

Troviamo Eshili ancora a bordo. Assieme al Quadro di Forza e ad alcuni uomini delle Compagnie, sta lavorando attorno al corpo di uno dei mostri alati che abbiamo abbattuto cinque giorni fa. Hanno disteso l’enorme essere sul tavolo, ne hanno estratto gli artigli e le ali.

Blocchi degli appunti, lenti di ingrandimento, migliaia di simboli magici tracciati a mezz’aria nel tentativo di capire il funzionamento della macchina. Mi ricorda l’Accademia in modo quasi doloroso.

Noto che l’essere ha una forma umana solo grezza. Il metallo di cui è composto ha perso la sua lucentezza, sembra più acciaio che argento, ora. E gli manca un’intera sezione di petto, dove l’ho colpito. Ma Eshili lo tratta come se fosse una reliquia sacra.

“Araich, questo coso è fantastico! Grandi dei, se riuscissimo a riprodurre questa tecnologia…!”. Il ragazzo scuote la testa. Non lo vedevo così da molto, molto tempo. Sembro essere l’unico dei tre su cui Jayel non ha effetti benefici.

“Almeno avete capito cosa è? Una macchina anche questa? Possono crearne di così intelligenti?”

Eshili sorride.

“Almeno quel mistero è risolto. Erano telecontrollati. Di quello siamo certi. Il sistema è di una complicazione eccezionale, ma c’è un sistema di Luce, Oscurità e Vita che collega la macchina ai movimenti di un pilota lontano. È infinitamente oltre quel che possiamo sperare di riprodurre. Ma anche solo i dettagli…”

Scuote la testa, indicandomi le enormi ali spiegate. All’inizio penso siano coperte di piume. Poi vedo che si tratta di migliaia di lame sottili. Coperte di simboli.

“Ogni singola lama di quelle è un capolavoro di ingegneria. Porca miseria, non riusciamo nemmeno a capire come abbiano fatto a incidere i simboli così in piccolo, e con tale precisione! Questo mostro deve pesare quattrocento chili, ma quelle ali riuscivano a sollevarlo con una minima consunzione di energia della Forza. Studiandole potremmo migliorare enormemente i nostri sistemi di volo!”

Sorrido alla sua eccitazione, smetto di ascoltare veramente mentre mi elenca il resto delle scoperte che stanno facendo. Penso solo alla nave dell’Impero. Una tecnologia così avanzata. E ci hanno proclamati nemici dell’umanità. Cosa significa? Dobbiamo prepararci a una guerra con una potenza interdimensionale che nemmeno pensavo esistesse davvero?

Mondi in fiamme. Milioni, miliardi di morti. Non ho detto a Moen che un altro potere della Via della Fortuna è cogliere immagini dai futuri possibili. In particolare quando entrano in contatto con qualcuno che vi è legato.

 

***

 

Sotto di noi, un altro paese di legno e fango, un’altra, impressionante città di pietra bianchissima tutto attorno. È costruita sui due lati del fiume, questa volta. La reliquia che siamo venuti a prendere purifica l’acqua.

Il potere della Tempesta mi scorre nelle vene. Sopra di noi, il cielo si sta rannuvolando. Mi sembra di sentire la mia Via entrarmi nei polmoni ogni volta che respiro. Le riparazioni alla nave durante la sosta allo Sheon sono perfette. Il mio potere viene amplificato perfettamente dai sistemi di bordo.

Questa volta non c’è stata seria resistenza. La nostra nave è sospesa sulla cittadina, io tengo pronta la Tempesta, ma sotto il Dottore e il Capitano, assieme al Quadro di Luce, discutono coi nativi in modo apparentemente pacifico.

Continuo a controllare l’area attorno a noi nella Tempesta. L’aria secca è carica di elettricità statica, come un debole, continuo pulsare nella mia Via. Un Canale passa a pochi chilometri da noi, una linea viola nel cielo. Sento un’attrazione quasi fisica, un brivido al solo pensiero di accedere a tutto quel potere.

Ma da terra niente. Gli abitanti del paese non sono intenzionati a combattere. Tiro un sospiro di sollievo.

Un’improvvisa sensazione di allarme. La voce di Shorei nella mia mente. Sembra terrorizzato.

Quella reliquia. Hanno detto che rende potabile l’acqua del fiume. Verejen conferma, è contaminato da depositi metallici a monte. Non possiamo prenderla. Queste persone moriranno. Il fiume diventerà avvelenato!”

Impiego un istante a decifrare il suo frettoloso messaggio mentale. Devo calmare l’ondata di emozioni che viene dal mago della Luce.

“Non è che possiamo farci qualcosa”, rispondo. Sono più confuso che altro.

“Porca puttana, Araich! In tre settimane hai ucciso un Vagabondo, spianato una città e distrutto una nave dieci volte più potente della nostra! Minaccia il Capitano. Cerchiamo un accordo. Ci saranno altre reliquie! Possiamo offrirgli qualcosa. Rinegoziare il nostro contratto. Che so, più tempo se toglie il punto sul recupero reliquie. Qualunque cose!”

Guardo i miei due compagni. Eshili sembra nervoso. Moen ha gli occhi sgranati. Mi assale il desiderio di strozzare Shorei. Non ha limitato la comunicazione.

“Shorei, non posso. Una reliquia che purifica l’acqua è preziosa. Pensa a quanto bene può farci su Athan, se riusciamo a copiarla. Il Capitano non la lascerà andare. Non posso offrire niente di valore anche solo paragonabile”

“E allora ribellati, porca puttana! Ho parlato con l’equipaggio. C’è chi ci sosterrebbe. Tutti ti rispettano, o almeno hanno il terrore di te. Puoi prendere il controllo della nave!”

Sento l’eccitazione nel suo tono. Sento l’adrenalina che inizia a scorrere. Una parte di me inizia a calcolare. Vedo da qui il Mago del Vuoto di cui conosco l’identità. Se lo colpissi immediatamente ne resterebbero solo due. Se davvero una parte dell’equipaggio è disposta a seguirci…

Il Potere della Tempesta si gonfia dentro di me. Quel che dice Shorei è vero. Con un po’ di fortuna contro i due Maghi del Vuoto rimanenti, potrei vincere. Sono potente, anche per la media dei maghi della Tempesta. E dopo l’ultima vittoria non ho visto una sola persona, a bordo di questa nave, che non mi tratti con deferenza.

“Araich, non possiamo lasciarli fare”, dice Moen, con un filo di voce.

Eshili sospira. Sembra stanchissimo. Ma parla nel suo miglior tono pratico, come se ci spiegasse le missioni che possiamo scegliere o la rotta migliore da seguire.

“Conosciamo un mago del vuoto su presumibilmente tre. Eliminato quello, anche con l’effetto sorpresa è probabile che ci attaccheranno nei pochi secondi successivi. Se ci separiamo, loro sono quasi certamente due. Attaccheranno quasi di sicuro Araich e uno di noi due. Se…”

Guardo i miei due amici. Sono davvero disposti a combattere. Di nuovo. Sono davvero convinti che io possa sconfiggere i Maghi del Vuoto, i soldati della Erit, il Dottore e qualunque altra carta abbia da giocarsi il Capitano. Ho un deja-vu quasi doloroso. Un’altra discussione del genere. Un altro giorno nuvoloso – come tutti, su Athan. La stessa convinzione di essere invincibile. Ora sono più potente. Ora conosco meglio la magia.

Ma non sono più un bambino. So di essere un mago forte. Conosco molti trucchi, reagisco in fretta. Ma non posso chiamare i fulmini come i maghi delle fiabe e distruggere i cattivi. Posso solo bruciare in un tentativo inutile tutto quel che abbiamo guadagnato in questi anni.

“No”, mi limito a dire. I miei due amici si fermano immediatamente. Eshili annuisce, sembra sollevato e in colpa contemporaneamente. Moen fa per protestare, ma abbassa gli occhi.

“Mi dispiace, Shorei. Non credo di poter davvero vincere lo scontro. Non sono neanche sicuro che sia la cosa migliore da fare. Quella reliquia potrebbe essere risolutiva per il Recupero Climatico”

“Questa è solo una possibilità. La cosa sicura è che per tutti i paesi che vivono lungo questo fiume sarà un disastro se glie lo lasci prendere!”

Non rispondo. Schermo la mia mente alle comunicazioni, resto a guardare mentre la delegazione a terra torna alla lancia, un medaglione debolmente luminescente in mano. Gli uomini del villaggio sembrano increduli, confusi.

Guardando attentamente riesco a vedere l’acqua del fiume che diventa appena di una sfumatura più rossa.

Una parte di me continua a pensare che farò qualcosa. Che colpirò il Capitano mentre sbarca sul ponte, che lo confronterò direttamente. Invece resto a guardare, guardo i tre maghi della Luce, apparentemente sconvolti, che tornano sottocoperta senza dire una parola. Guardo il Dottore che sorride in modo cupo mentre estrae il medaglione dal gruppo di Cristalli di Rifrazione.

Le sue mani brillano di luce, ha un sorriso avido sul volto. Ancora una volta sento la Tempesta sbiadire attorno a lui, come se la risucchiasse mentre usa la magia. Noto alcune foglie rimaste impigliate sui suoi abiti. Diventano scure e raggrinziscono sotto i miei occhi. Scaccio dopo un istante la curiosità verso i suoi poteri.

Resto a guardare mentre lo portano nella stiva. So che i Maghi del Vuoto li aspettano per sigillare anche questa reliquia. Resto a guardare mentre centinaia di insetti colorati, simili a grosse vespe, iniziano a ronzare sul ponte, per poi perdere bruscamente interesse.

E in un istante capisco, capisco davvero di essere cresciuto. Che ho accettato di non essere il mago delle fiabe, senza più raccontarmi che un giorno lo diventerò. Che ho davvero voltato le spalle a Irei, al Fiore Nero e alla ribellione di ogni genere. Ho accettato che forse il Capitano dice la verità. Non c’è un nemico da combattere, solo un sistema troppo grande perché io possa influenzarlo.

Iniziano a cadere le prime gocce di pioggia, e realizzo che mi sento meglio.

 

***

 

“Quadro di tempesta immediatamente convocato sul ponte. Riv…”

La comunicazione mentale viene bruscamente interrotta. Non era la voce di Shorei, Leniki né Verejen.

“Che cazzo…?” chiede Moen, ancora assonnato.

“Non importa. Aiutatemi ad alzarmi”. Per fortuna dormo vestito. So quanto tempo impiego a cambiarmi, e non ho mai avuto intenzione di presentarmi in mutande in caso di convocazione notturna.

Sono in piedi con le stampelle, braccia e gambe che protestano per il brusco risveglio, quando il suono di una sirena riempie la nave. La voce tranquilla del Capitano risuona in tutte le stanze.

è in corso un tentativo ammutinamento ad opera del Quadro di Luce. I Quadri di Tempesta e Forza sono convocati immediatamente sul ponte. Lo stesso dicasi per tutto il personale militare. Tutti gli altri membri nell’equipaggio si chiudano nelle proprie cabine fino a emergenza conclusa. Chiunque disobbedisca a questi ordini verrà considerato complice a tutti gli effetti degli insorti”

“Idioti! Idioti! Che cazzo hanno nel cervello?”, grido, procedendo verso le scale. Sento l’inizio di una comunicazione mentale. Ne riconosco la provenienza. Leniki.

“Respingete!”, ordino ai miei compagni. Le blocco l’accesso alla mia mente, come ho imparato all’Accademia. La pressione continua, ma cede dopo pochi istanti. La magia della Luce è praticamente inutile per forzare la mente di qualcuno addestrato a resistere.

“Araich, cosa facciamo?”, chiede Moen. Raggiunge le scale prima di me, mi porge un braccio per aiutarmi. Sento il suono delle grida provenienti dall’esterno del boccaporto.

“Cerchiamo di evitare che i tre deficienti si facciano ammazzare. Se li prendiamo vivi, tratterò col capitano per evitargli la pena di morte. Attingete ai vostri poteri e preparatevi a combattere”

Chiamo la Tempesta già mentre lo dico. Il potere viene facilmente, fuori l’aria è carica di pioggia e di elettricità. C’è energia nell’aria, nel vento, nell’acqua, e sembra implorarmi di essere invocata.

Moen, davanti a me, apre il boccaporto. Lo vedo circondarsi con uno scudo prima ancora di uscire. Il suono delle grida aumenta immediatamente, distinguo il ronzio e lo scoppio di un attacco della Luce. Ma non veniamo attaccati, nemmeno nel momento in cui usciamo sul ponte.

Attorno noi, uomini che combattono, corrono, imprecano. L’odore della pioggia si mischia a quello del sangue.

Per qualche secondo rimango immobile. Ho combattuto molte volte, ma raramente in spazi ristretti.

Difesa, controllo. Mi lascio avvolgere da una cortina di Tempesta, cerco di capire quel che mi succede attorno. Un gruppo di soldati in uniforme della Erit, con le balestre cariche, combatte contro un gruppo di marinai.

Una ventina uomini con troppe falangi si gettano dal sartiame, scagliano pietre e pezzi di vetro da dietro gli alberi, cercano di colpire i soldati di sorpresa. Mentre guardo, uno dei militari spara. Il dardo incandescente colpisce al petto un membro dell’equipaggio, ha appena il tempo di gridare prima di cadere dalla rete su cui era in equilibrio. Il metallo fuso gli ha scavato un buco fumante nel petto, sento il puzzo di carne bruciata da dieci metri di distanza.

I maghi della Luce non sono qui, capisco immediatamente. Penso di sollevarmi in volo. Ma anche con la tempesta in avvicinamento, mi costerebbe molto potere, e mi renderebbe un bersaglio troppo facile.

“Castello di prua”, dice Eshili. Simboli della Tempesta si dissolvono davanti ai suoi occhi.

Annuisco, procedendo tanto veloce quanto mi è possibile. Un gruppo di soldati cerca di raggiungere tre marinai arroccati dietro una cassa. Appena cercano di avvicinarsi, vengono lanciate tre bottiglie in fiamme. Una colpisce in pieno uno dei soldati, diventa una pira incandescente in una frazione di secondo. Le altre due esplodono davanti, bloccando la strada agli altri. Cercano di impedirgli di raggiungere il castello di prua.

Gli uomini dell’equipaggio ci guardano, esitano.

Non perdo nemmeno tempo a selezionare i Simboli. Allungo una mano nella loro direzione, i tre marinai vengono scagliati in aria, i loro corpi percorsi da scariche violacee. Gridano ancora mentre vengono scagliati al di là del parapetto.

Non provo altro che rabbia, in questo momento.

Luce bianca, accecante. I tre maghi della Luce sono quasi arrivati al castello di prua. Soldati morti davanti a loro, marinai armati alla meglio li circondano. Il Quadro di Forza sbarra la porta di accesso al castello di prua. Il loro scudo è completamente visibile e incrinato.

“Shorei! Sta fermo, coglione!”, grido. Dubito che riesca anche solo a sentirmi, attraverso la pioggia e il caos.

Le mani del ragazzo brillano come un nuovo sole, ora. Un lampo di luce accecante, rafforzo istintivamente lo scudo mentre cerco di schiarirmi la vista. Non ha attaccato noi. Ma lo scudo di forza è distrutto. Un gesto di Shorei, e i maghi della Forza svaniscono. Come se non ci fossero mai stati. Teletrasportati, realizzo. Come cazzo vuole fare una rivolta senza uccidere gente?

Osservo i soldati a terra.

Almeno senza uccidere gente che non abbia lo stemma della Erit.

“Cosa facciamo?”

I tre giovani maghi corrono all’interno del castello. So che potrei ucciderli, qui e ora. Nonostante la cortina di luce che protegge i loro corpi. Ma non ho intenzione di farlo, non finché ho possibilità di evitarlo, e in ogni caso non posso lanciare una tempesta di fiamme negli alloggi del capitano.

“Li seguiamo”, rispondo. Zoppico più rapidamente possibile.

Noto un ufficiale della nave assieme ai soldati, che cerca di farsi strada attraverso il castello di prua. Perché è qui? È disarmato, ma quando una bottiglia molotov gli vola contro, fa un gesto e viene congelata a mezz’aria.

Mago del vuoto. Il secondo. È stato lento a reagire, stavolta. Mi chiedo se i tre della Luce abbiano sconfitto gli altri due. È possibile, la velocità della Luce la rende più adatta dei miei poteri a combattere il Vuoto.

Soldati e marinai continuano a mischiarsi, a combattere. Anche se in inferiorità numerica, i soldati sembrano prevalere rapidamente. Solo mentre guardiamo, due marinai vengono trapassati dalle balestre incandescenti e uno viene tagliato letteralmente in due da una spada. Le sue interiora si spargono sul ponte. Ma la tempesta brucia nelle mie vene, e non mi interessa altro che il mio obbiettivo.

Finalmente arriviamo all’accesso del castello di prua, i due gruppi di combattenti si  fermano per un istante. Vedo il dubbio nei soldati. Si chiedono da che parte stia. Non rallento nemmeno un istante. Loro quanto i marinai si ritirano frettolosamente. Mi chiedo se abbiano deciso che sono fedele o semplicemente che non è il caso di attraversarmi la strada.

Tendo la mano avanti, la porta viene strappata dai cardini e proiettata in avanti. Sempre un modo eccellente di evitare agguati quando si entra. Illumino con la luce viola della Tempesta il breve corridoio che porta all’ufficio del Capitano. A destra e a sinistra, le stanze bloccate degli ufficiali di bordo.

Luce bianchissima trapela da sotto la seconda porta. La apro con un gesto, rafforzando il mio scudo al tempo stesso.

“Mago Araich. La ringrazio per il suo intervento tempestivo. Vorrebbe essere così gentile da… aiutarmi… a chiudere la sgradevole… questione?”

Il tono del Capitano è cortese e pacato, ma ansima. Tiene le braccia protese in avanti. Cosa succede?

Nella stanza è tutto fermo. Il Capitano, dietro la scrivania, con le braccia alzate e un’espressione concentrata. Il Dottore, dietro di lui, immobile a metà nell’atto di sguainare la spada. I tre maghi della Luce, disposti a triangolo, Shorei davanti. Hanno formato il Quadro. Ma la Luce sembra sfuggire dalle mani del ragazzo. Il sudore gli imperla la fronte, digrigna i denti, ma il potere continua a colargli via in un rivolo di luce bianchissima.

Impiego un istante a capire. Vuoto. Il Capitano è un mago del Vuoto. Ha colto di sorpresa i tre, e ora non riescono a districarsi dalla stretta dei suoi poteri.

Rimango immobile, lo scudo della Tempesta ancora dietro di me. Il Dottore, con gesti lenti, rinfodera la spada.

“Aiutaci. Per… favore. Devi… aiutarci”

Il potere sembra finalmente riuscire a condensarsi nelle mani di Shorei. Lentamente, lentamente, si stanno liberando della stretta del Capitano.

Quest’ultimo si volta verso di me.

Vedo il dubbio nei suoi occhi. Forse perfino un briciolo di paura.

Non sa da che parte sto. E non sarebbe in grado di affrontare assieme me e loro.

Mi coglie un brivido. La certezza che questa volta potrei davvero vincere. Steso il Capitano, conoscendo l’altro mago del Vuoto, dubito che qualcuno oserebbe opporsi se prendessi il controllo della nave. Mi pagherei mille cure con quel che c’è a bordo. E poi potrei unirmi alla Ribellione. Sano.

“Mi garantisca che i tre maghi della Luce non verranno uccisi”, dico.

Shorei si blocca. Sembra quasi rilassarsi. Smette di digrignare i denti. Riconosco l’espressione. Sa di avere perso, semplicemente.

Il Capitano annuisce.

“Ragionevole. Abbiamo i mezzi per renderli inoffensivi senza bisogno di ucciderli o danneggiarli permanentemente. E non abbiamo interesse a farlo”, risponde.

“Shorei. Lascia perdere. Ritira i tuoi poteri. Farò in modo che le cose non vadano troppo male”

Leniki si volta verso di me. C’è così tanto odio nei suoi occhi che per un istante, perfino con la Tempesta nelle vene, mi fa paura.

Shorei mi guarda, sembra più giovane che mai, sembra un bambino spaventato.

Mi scaglia contro il raggio di Luce che è faticosamente riuscito a condensare. Per un istante, la luce bianca mi abbaglia.

Il mio scudo lo assorbe senza nemmeno incrinarsi.

“Idiota” commento. Ancora mezzo abbagliato, vedo il Dottore che estrae la spada e si avventa sui maghi a una velocità disumana.

“Fermo!”, grido. Faccio un gesto. I tre giovani della Luce vengono sollevati a mezz’aria e proiettati contro la parete più vicina. Li sento gridare di sorpresa e dolore. Cadono tutti e tre a terra bocconi. Dopo tre secondi, solo Verejen inizia a rialzarsi.

“La ringrazio, mago Araich. Mentre io mi occupo di rendere inoffensivi i tre, le spiacerebbe assistere il Dottore nel riportare l’ordine sulla nave?”

Il Capitano si avvicina ai tre ragazzi. Mi chiedo se sia stato davvero un favore evitargli una morte veloce.

 

                                                              

SECONDO INTERMEZZO - Illusioni by Selerian
Author's Notes:
Dei tre intermezzi, questo è quello che mi soddisfa di più - eccetto la prima scena, che devo dire potevo davvero risparmiarmi xD. Spero piacerà anche a voi, buona lettura!
Documento senza titolo

Illusioni

 

Cammino lungo i viali dell’Accademia di Tempesta. È un mese che sono qui, e ancora la struttura labirintica dell’enorme complesso architettonico mi confonde. Ma in qualche modo sento che appartengo a questo posto, più di quanto sia mai appartenuto al mio quartiere.

Chiudo gli occhi per un istante, lasciando scivolare la mente nella Tempesta come ci hanno insegnato in queste settimane. È sempre più facile. E vedo la rete di linee rosse e viola che ci circonda, il potere che pervade questo luogo. Mi riscalda, anche nella giornata invernale basta sfiorare la Tempesta per sentirsi come davanti a un camino acceso. E in più forti, sicuri. È inebriante.

Gruppi di studenti vocianti mi superano. Sono vagamente intimorito dai ragazzi più grandi, con l’atteggiamento sicuro, i capelli parzialmente d’argento, e i simboli del loro anno in rosso sulle tuniche viola. Molti hanno il modo di parlare e il portamento dei nobili. Ma non mi sento più in inferiorità verso nessuno. Sono un mago della Tempesta, e l’Accademia mi spetta per diritto.

Raggiungo il mio dormitorio dopo un paio di tentativi a vuoto. La targa sulla porta di ingresso lo identifica come quello giusto – gli austeri edifici di pietra si assomigliano tutti. Entro, già togliendomi la borsa, e vengo accolto dal suono di voci concitate.

“Puoi tornartene al tuo castello se non ti và di avere attorno gente come noi”, dice una voce aspra.

“Non volevo… è solo che…” risponde un ragazzo in tono piagnucoloso. Famiglia ricca, mi dice immediatamente il suo modo di parlare.

Supero il piccolo atrio, entro nella stanza comune. C’è un ragazzino schiacciato contro il muro e un altro in piedi davanti a lui, minaccioso. Gli studenti all’interno dello stesso anno vengono divisi in classi di età, ma il ragazzo che litiga col nobile è più alto di me di tutta la testa e decisamente più muscoloso.

“Senti, qui i tuoi soldi del cazzo non ti servono a niente, capito? Qui quel che conta sono i poteri. E lo sanno tutti che i ricchi arrivano qui anche se ne hanno uno sputo. Quindi…”

“Levati dalle palle”, lo interrompo. Non so perché lo faccio. Ma sento nel sangue il calore che associo alla Tempesta.

Il ragazzo mi guarda, sorpreso.

“Questo coglione pensa di darmi ordini come se…”

“Volevo solo chiedere da che parte sono le lezioni”, piagnucola il giovane nobile. Provo fastidio per il suo atteggiamento remissivo. E questo sarebbe un mago della Tempesta? Frugo nella mente cercando il nome di uno qualunque dei due, ma conosco ancora pochi dei miei compagni di corso. Non li avevo nemmeno notati.

“Lascialo in pace. Qui è tutto abbastanza complicato senza che ci rompiamo i coglioni fra di noi”

Non so davvero perché lo sto facendo. Non stravedo per i ricchi. Non so cosa sia successo. Ma non credo di volere che il nostro corso si riempia di piccoli dittatori e vendette interne.

Il ragazzo mi guarda. È più grosso di me. Gli istinti sviluppati in tutta la mia vita mi dicono che devo ritirarmi, che avrei dovuto fare finta di niente in primo luogo.

Ma non sono più quella persona. Sono Mago Araich, la Tempesta mi brucia nelle vene, e faccio un passo verso il ragazzo, quasi desiderando che decida di fare a botte.

Abbassa lo sguardo, bofonchia qualcosa, si allontana. Sono stupito. Non ho mai visto nessuno ritirarsi davanti a me. Come se gli facessi paura.

E scopro che mi piace. Mi piace non dovermi nascondere e ritirare, mi piace poter essere sicuro di me stesso. Poter aiutare qualcun altro.

Il ragazzino di famiglia ricca sembra ricomporsi solo ora. Ha corti capelli biondi, la carnagione pallida, e sembra malaticcio. Dieci a uno che non resistere un’altra settimana all’Accademia.

“Grazie”, dice.

“Non voglio che inizi a montarsi la testa. Ma anche tu, che cazzo di mago sei, che ti metti a piangere per qualunque idiota ti si avvicini?”

Il ragazzo sobbalza come se l’avessi colpito. Stringo i denti. Quasi quasi lo pesto io.

“Non mi piace litigare. Non sono venuto qui per questo. Volevo solo… qualcosa di diverso. Ma qui… non capisco quello che succede. Si arrabbiano tutti con niente. Vogliono tutti litigare. Non è posto per me”

La rabbia svanisce. Sorrido. Non so bene perché. Ho difficoltà a essere dispiaciuto per il ragazzo ricco, ma ricordo anche quello che ha detto il Gran Maestro. Il nostro potere non serve solo a distruggere. Può anche proteggere, aiutare. E tutto sommato non mi è difficile decidere chi preferisco fra il mollusco e il prepotente.

“Voi ricchi siete abituati a non essere sfiorati. Beh, dovrai abituarti. Dove dovevi andare? Ti mostro la strada. Così magari la imparo”

Il ragazzo sorride.

“Grazie ancora. Mi chiamo Moenivium”

“Troppo difficile. Facciamo Moen. Io sono Araich”

 

***

 

“Avete ormai imparato a vedere la Tempesta. Quasi tutti siete ormai in grado di visualizzare correttamente le linee di potere in pochi istanti. È finalmente ora di imparare a farne uso”

Un mormorio eccitato percorre la classe alle parole dell’insegnante.

“Abbiamo già visto e spiegato come spostamenti di energia nel mondo fisico producano cambiamenti nella Via della Tempesta. Il principio fondamentale della magia, però, è quello inverso. La nostra mente può produrre un cambiamento nella Tempesta. E un cambiamento nella Tempesta viene riflesso nella realtà”

L’insegnante chiude gli occhi. Le dozzine di bracieri ai lati dell’aula avvampano simultaneamente, fiamme rosso cupo si alzano fino al soffitto, bruciano del fuoco della Tempesta per alcuni secondi prima di spegnersi. Provo un brivido di eccitazione.

“L’arte di produrre cambiamenti nella Tempesta è quello che studieremo per la maggior parte dei prossimi anni. Come dare forma ai nostri poteri, come tenerli sotto controllo. Come attingere energia da fonti già esistenti, prima di tutto. Come manipolare le linee di potere che vedete nella Tempesta. Per i più abili e potenti fra voi, perfino come sfruttare l’enorme energia dei Canali, i flussi di potere su scala planetaria”

Sorride.

“Ma intanto dovete familiarizzare con i Simboli, la base dei nostri poteri. Il mezzo con cui manipoliamo la Tempesta. Dovrete impararne centinaia, diventare così rapidi e sicuri nel visualizzarli da poterlo fare istintivamente in una frazione di secondo”

“Ci sarà tempo per conoscere tutti i dettagli dell’arte. Ma voglio che fin da oggi possiate toccare con mano le potenzialità del vostro dono. L’utilità dei Simboli. Osservate questo”

Traccia tre righe parallele sulla lavagna, poi una sorta di uncino che vi si sovrappone, e una linea spezzata che ne attraversa due.

“Siash. Fiamme. Osservatelo. Imprimetevelo nella mente. Chiudete gli occhi e rievocatene l’immagine nei dettagli”

Per i trenta minuti successivi, mi incido il simbolo delle Fiamme nella mente. Ho una strana sensazione, concentrandomi su di esso a occhi chiusi. Lo vedo fatto di linee rosse, come quelle che vedo nella Tempesta, anche se in questo momento non sono entrato nella Via.

“Ora ciascuno di voi si porti davanti a un braciere”

Obbediamo in silenzio. Vedo ancora il simbolo inciso nella mia mente, come l’immagine impressa sulla retina dopo che si guarda una lampadina.

“Entrate nella Tempesta. Concentratevi sul picco di energia delle braci davanti a voi e visualizzate il simbolo”

Mi basta un istante per vedere la mia Via. Un velo viola mi avvolge la vista, i carboni appaiono rosso intenso contro un mondo sbiadito. Linee di potere invisibili a occhio nudo avvolgono la stanza, vedo le torri metalliche crepitanti di energia come se non ci fosse il muro di pietra davanti a me. Ma ignoro tutto questo, mi concentro solo sul simbolo.

Fiamme.

Non succede niente. Mi concentro di più, cerco di visualizzare ogni dettaglio della configurazione geometrica.

Fiamme.

Ancora niente. Sento salire la frustrazione. E con la frustrazione, la rabbia. Il sangue mi brucia. Sento il potere accumularmisi nelle mani, pronto a esplodere nel consueto sfogo.

Fiamme!

Una sensazione mai percepita prima. Il potere scorre attraverso di me, come risucchiato da qualcosa. Il Simbolo si illumina come un nuovo sole.

Stupito, esco dalla Tempesta, faccio un balzo all’indietro.

Tutta la classe è voltata verso di me, verso la colonna di fuoco magico alta più di un metro che brilla sopra il mio braciere.

 

***

 

“Ad altri nove anni all’Accademia!”, brinda Moen, alzando l’ennesimo bicchiere. Ha le guance arrossate e la lingua un po’ impastata. Ride come uno stupido e si versa addosso parte del vino sulla divisa nuova di zecca. Tutti i ragazzi attorno a noi ridono.

“Festeggiamo e intanto lasciamo che ci rubino il mondo”, sussurra la ragazza vicino a me. Non so nemmeno come si chiami. Ma è bella, è simpatica, e ha bevuto parecchio.

“Che vuoi dire?”, chiedo. Anche io non credo di essere perfettamente sobrio.

“Il sole. Ti ricordi quando c’era il sole?”, chiede, con un sorriso un po’ ebete sul volto.

“Sì. Dicono che tornerà. Il Recupero Climatico”, rispondo. Cerco vagamente di mostrarmi colto e preparato.

Lei ride, ha difficoltà a smettere. I capelli rossi le ondeggiano attorno alla testa in modo ipnotico.

“Lo dicono le Compagnie. Ma a loro non importa niente. Loro si mangiano il mondo, e le Accademie glie lo servono”

“L’Accademia di Tempesta non serve nessuna Compagnia”, rispondo subito.

La giovane ride ancora.

“Ma guardati. Ci credi davvero alle loro palle. Non serve nessuna Compagnia. Ma autorizza i suoi maghi a supportare le loro guerre nei Mondi Esterni. Gli hanno dato perfino il diritto di usare la Spada dei Cieli, grandi dei”

Le sue parole mi disturbano. Non mi sono mai occupato granché di politica. Ma qualche volantino clandestino l’ho letto. Qualche discorso sussurrato l’ho colto, in mensa. E ho sentito parlare di studenti espulsi, frustati o fatti sparire.

“Senti, non so se qui sia un buon posto dove parlare di queste cose”, dico.

Lei mi guarda, sembra confusa. Poi ride.

“Non mi sembravi un bravo bambino spaventato. Scusami. Torna pure a festeggiare la tunica nuova e leccare il culo agli Accademici e alle Compagnie con cui vanno tanto d’accordo”

Reagisco immediatamente.

“Ti sembro un coglione? Mi interessa quello che dici. E so queste cose”. Almeno l’ultima affermazione è falsa per il novanta per cento. E la ragazza bella e simpatica mi interessa più di quello che ha da dire, a dirla tutta.

Sorride.

“Allora forse ne vuoi sentir parlare da un’altra parte”

Mi si avvicina, i suoi occhi verdi mi ipnotizzano. Per un istante penso che voglia baciarmi, invece accosta la bocca al mio orecchio.

“Domani sera. Via del Mugnaio numero sette. Non portarti dietro troppa gente. Dì che ti manda Irei”

 

***

 

“Araich, sono tanto contenta di vederti”

Mia madre sorride. Sembra invecchiata di mille anni nelle ultime settimane.

Sorrido a mia volta. Ho la sensazione che muovere ogni muscolo mi costi una fatica terrificante. Mi avvicino, la bacio sulla guancia. La sua pelle sembra fragile, sottile.

Mi guarda. Sembra avere difficoltà a mettere a fuoco.

“Mamma, vedrai che i guaritori…”

Ride.

“Non sono stupida, piccolo. Sto per morire”

Mi sembra di avere qualcosa di materiale che mi ostruisce la trachea.

“Ci sono… maghi della Vita… possono…”

“Sono al di là dei loro poteri. Stai tranquillo. Sono felice. Davvero. So che l’Accademia si occuperà di te. E avrai una vita fantastica, migliore della mia. Ho vissuto abbastanza, Araich. Ti ho visto crescere, avere un futuro sicuro. Non mi serve altro”

So la verità. Ci sono maghi della Vita in grado di guarire i tumori, in questo mondo. Ma nemmeno con i soldi che mi ha offerto Moen potrei assoldarne uno. E la maggior parte di loro passano la vita come medici privati delle Compagnie. Mentre mia madre muore.

Inizio a piangere. Non so quanti anni erano che non piangevo. Mi ero ripromesso di essere forte. Non mi importa.

La mamma ride ancora.

“E devo essere io a consolare te. Sono fiera di te… sei una brava persona. Sei come il mago delle fiabe, Araich. Quello che aiuta la gente e sconfigge i cattivi. Sono fiera…”

Si interrompe, scossa dalla tosse. Il suo sguardo si vela, e si addormenta.

Vedo che respira. La tocco gentilmente. Ma non si sveglia. So che non si sveglierà. I medici sono stati chiari. I suoi organi interni hanno iniziato a collassare da ore. Forse ora davvero non c’è un solo mago della Vita al mondo che la potrebbe salvare.

Esco, le lacrime che scorrono ancora. I palazzi delle Compagnie si stagliano contro il cielo grigio. E per la prima volta mi sembrano reali, per la prima volta tutte le chiacchiere dei circoli rivoluzionari, tutte le discussioni a cui partecipo, mi sembrano riferirsi a qualcosa di concreto, importante.

Loro hanno avvelenato questo mondo. Loro hanno il potere di guarire dalle malattie che hanno provocato, e lo tengono per sé.

E le Accademie permettono tutto questo. Abbiamo il potere di scuotere il mondo. E lo usiamo come cagnolini delle Compagnie.

Sono frasi che ho sentito, letto e perfino detto tante volte. Ma ora le sento davvero, incise nella mia mente mentre il fuoco della Tempesta mi fa ribollire le vene. E mi rendo conto che ho deciso davvero. Che sono stato uno stupido a prendere tutto questo come un giochino intellettuale, un simpatico contorno ai miei studi.

Le Compagnie devono essere sconfitte. Per quello che hanno fatto, per quello che faranno. Per quello che non fanno. E io combatterò, con tutto il mio potere e le mie risorse.

 

***

 

“Cos’è quello?”, chiede Moen, indicando il cielo. Sembra spaventato.

Impiego qualche istante a capire cosa intende. C’è un fulmine che pare continuare a contorcersi sopra la città.

No, non un fulmine. Scariche elettriche continue. Nascono da uno stesso punto, e si diramano fra le nuvole circostanti. Come se il cielo sanguinasse.

Mi coglie un brivido. Temo di sapere cosa sia. Ma non voglio crederci.

Scivolo nella Tempesta, e lo vedo fin troppo bene. La spessa linea rossa e viola, invisibile a occhio nudo, che percorre il cielo sopra di noi, come ha sempre fatto.

E si interrompe esattamente dove cominciano le scariche.

“il Canale della Tempesta che passa sopra la città. Spezzato”, rispondo. Non posso crederci. Con tutti gli articoli che ho letto sulla stampa clandestina, con tutti i racconti che ho sentito di viaggiatori provenienti da altri continenti, non posso credere che stia succedendo davvero.

I Canali deformati dal tentativo di controllo artificiale iniziato dieci anni fa cedono definitivamente. Si spezzano. Il loro potere disperso nell’atmosfera, i loro effetti sul clima imprevedibili e spaventosi.

“Il Recupero Climatico non sta andando molto bene”, sussurra Moen.

“Dicono che richiederà vent’anni”

Dicevano anche che i Canali non si sarebbero spezzati. Che si sarebbero attenuati, deformati, ma non spezzati.

Mi coglie un brivido. Mi serviranno ancora sette anni per diplomarmi. Per essere un vero mago della Tempesta.

Quanto tempo ci rimane? Quanto prima che Athan diventi un deserto inabitabile? Quanto prima che le Compagnie finiscano di divorare questo mondo?

 

***

 

“I seguenti membri dell’Accademia di Tempesta si sono macchiati del reato di tradimento, incitamento alla sedizione, stampa clandestina, resistenza all’arresto”

Moen mi stringe un braccio, come se avesse difficoltà a reggersi in piedi, mentre osserviamo una ventina di ragazzi venire scortati sul palco rialzato del cortile esterno. Quello che viene dedicato alle punizioni.

Eshili, il nuovo membro del nostro Quadro, è immobile e non dice niente. Mi chiedo cosa pensi. Dovrò scoprirlo. Dovrò scoprirlo presto.

Almeno metà degli studenti dell’Accademia sono affollati a guardare. C’è silenzio di tomba. È un silenzio teso.

I ragazzi che vengono scortati sul palco sono di tutte le età e tutti gli anni. Uno dei più giovani, sedici anni, era mia compagno di corso. Lo vedo guardarsi attorno, terrorizzato, mentre viene allineato assieme agli altri.

“In seguito a questi reati, è loro assegnata la punizione di dieci frustate ed espulsione immediata con disonore dall’Accademia di Tempesta. Tale sarà la punizione per qualunque studente, ora in futuro, verrà scoperto a sostenere le follie rivoluzionarie che minacciano la nostra società. E chi dovesse dare loro ospitalità o supporto in futuro sarà considerato a tutti gli effetti complice dei loro reati”

Mi si stringe lo stomaco. Non è rarissimo che qualche studente venga frustato, in genere per mancanza di disciplina. E diversi studenti sono stati discretamente espulsi per le loro idee rivoluzionarie. Ma questo è qualcosa di completamente nuovo. Un segno chiaro da parte dei Maestri.

Le uniformi della Tempesta addosso ai giovani vengono strappate.

“Non avrete mai più il diritto di dichiararvi membri dell’Accademia di Tempesta, prestare servizio come tali o indossarne le insegne”

Alcuni dei giovani sembrano sotto shock. Un paio piangono. Altri dicono qualcosa, forse gridano, ma le loro voci non amplificate sono troppo flebili per essere udite.

I ragazzi vengono legati a venti paia di ritti. Venti maghi dai capelli d’argento si avvicinano con le fruste in mano. Moen chiude gli occhi.

Il nostro compagno di corso ha gli occhi sgranati, increduli, mentre viene frustato. So che non è nemmeno la parte peggiore. È il dopo il problema. Quando saranno maghi rinnegati dall’Accademia. Nessuno potrà dare loro lavoro come maghi senza incorrere nell’ira dei Maestri, e la maggior parte di loro non hanno altre competenze. Per quelli che non vengono da famiglie ricche, è una condanna a morte più che un’espulsione.

Mi sento male, voglio vomitare. Ho letto anche io il giornale che producevano. Era parte del gioco. Certo, sappiamo che è pericoloso. Che può portare all’espulsione. Ma non avevo mai visto una purga come questa. Così tanta violenza.

I ragazzi gridano. Alcuni piangono. Posso percepire la paura e la rabbia dei miei compagni.

Stringo i denti. Devo resistere alla tentazione di evocare i miei poteri, di iniziare a combattere qui e ora.

So cosa significa la scena che ho davanti. L’Accademia di Tempesta, fino ad ora in qualche misura tollerante, ha dichiarato guerra alle frange rivoluzionarie presenti fra i suoi studenti.

Il Gran Maestro di Tempesta ha abbandonato ogni pretesa di neutralità e si è schierato politicamente con le Compagnie. Ha dimostrato di tenere più ai rapporti con loro che ai suoi studenti.

Guerra sia, penso, col sangue che ribollisce nelle vene e un velo viola che mi cala spontaneamente sugli occhi.

 

***

 

Irei è abbracciata a me. Sento il calore del suo corpo sotto le coperte, il profumo di fiori che si spruzza addosso e l’odore leggero del suo sudore.

Guarda fuori. Sembra preoccupata, sembra fragile. Tanto diversa dalla ribelle dallo sguardo di fuoco che parla alle riunioni. Sorrido. Amo entrambi i lati.

“Resterai con me, Araich?”

Rido, stupito e un po’ nervoso. Siamo insieme da due anni, e non capisco perché pensa che dovrei mollarla proprio ora.

“Almeno fino a domani mattina, credo di sì”

Mi stringe un braccio. Noto con sorpresa che non sorride. Sembra avere paura davvero. I suoi occhi sembrano essersi scuriti oltre, sono appena definibili verdi.

“Ho paura. Le Compagnie non cederanno spontaneamente di un millimetro. Le Accademie hanno dimostrato da che parte stanno. E il mondo sta venendo distrutto. Ho paura, Araich. Per favore, voglio sentirlo. Resterai con me? Qualunque cosa succeda?”

La abbraccio.

“Voi dell’Oscurità. Passate la vita ad avere dubbi e ripensamenti. Stai tranquilla, Irei. Sono con te, sono dalla tua parte. Contro tutte le Accademie e le Compagnie di questo mondo, se serve”

Lo penso davvero. A volte anche io ho paura delle Compagnie. Ma non toccheranno Irei. Non finché posso farci qualcosa.

Conseguenze by Selerian
Author's Notes:
E conseguenze sono. In questo capitolo non succede granché, ma credo sia meglio avere un attimo di pausa fra capitoli molto densi di eventi. Non so se ho dedicato troppo spazio alla piuttosto sanguinosa prima scena, ma ovviamente colpisce Araich e quindi richiede spazio. Nell'ultima scena uso un cliché narrativo tristissimo, ma dopo Sanderson (e il suo personaggio Hoid, per chi lo conosce) ne avevo troppa voglia.
Documento senza titolo

Conseguenze

 

“Con l’autorità conferitami come capitano della nave e rappresentante in questa spedizione della Compagnia Erit, in ottemperanza ai codici in materia di spedizioni extradimensionali, dichiaro tutti gli imputati colpevoli infedeltà contrattuale di primo grado, tentativo di appropriazione indebita, distruzione multipla di proprietà, omicidio plurimo”

È di nuovo una bella giornata. Assurdamente bella. Mi sembra una presa in giro il sole che splende sul legno verde chiaro della nave, i segni della battaglia quasi completamente cancellati. Sole che scalda la pelle dei diciassette membri dell’equipaggio davanti al capitano, nudi e con la testa china. Sembrano più confusi che spaventati. Forse non capiscono bene la nostra lingua. Forse le loro espressioni facciali non corrispondono del tutto alle nostre.

“Quanto amate coprirvi di codici, leggi e formule. Perfino per uccidere la gente”, commenta a bassa voce il Dottore, in piedi di fianco a me. Ha un sorriso cinico sul volto, ma per il resto sembra starsi godendo la giornata.

“Cosa farete ai maghi della Luce?”

Mi rendo conto che è ipocrita, e ingiusto, che mi importi più dei tre maghi colpevoli di tutto questo che dei marinai che vi hanno trascinato. Ma è così. È con loro che ho parlato, che per un breve tempo sono stato amico.

I tre maghi sono a terra, inginocchiati, con le mani incatenate dietro la schiena. Riconosco i simboli del Vuoto sulle manette. In un raro slancio di cortesia, il Capitano ha lasciato la biancheria addosso a Leniki.

Shorei è pallido, continua a muoversi quanto concesso dalla sua posizione. A un certo punto alza gli occhi e mi guarda. Sembra quasi accennare un sorriso triste.

Verejen guarda a terra, pare sconvolto. Leniki è sudata, la pelle le si sta giù ustionando sulle spalle. L’unica volta che solleva lo sguardo, vi leggo così tanto odio che per un istante sono lieto che indossi quelle manette.

“I diciassette membri del personale di navigazione riconosciuti colpevoli hanno inflitto un danno alla Erit superiore al guadagno proiettato dalla continuazione della loro esistenza. Decreto quindi la loro distruzione immediata per prevenire ulteriori perdite. Quadro di Forza, procedere”

I tre maghi della Forza si guardano, sembrano indecisi. Dubito che il loro contratto preveda le esecuzioni capitali. Ma sembrano rendersi conto che non è un buon momento per antagonizzare il Capitano.

Si dispongono a triangolo, e i marinai iniziano a venire sollevati in aria. Alcuni si dibattono, alcuni rimangono immobili, alcuni implorano in una lingua incomprensibile.

Il resto dell’equipaggio, schierato dietro di noi, li guarda senza dire una parola. Non riesco a leggere le espressioni di questa gente. Hanno paura? Soffrono?

La spinta della Forza trascina gli uomini sopra la fiancata della nave, poi oltre. Ora si dibattono tutti, in un inutile tentativo di aggrapparsi a qualcosa, restare a bordo.

Per un paio di secondi rimangono sospesi oltre la fiancata. Riesco a vedere il Primo del Quadro della Forza che esita, si umetta le labbra. Un solo cenno del Capitano. I tre rompono il Quadro. Gli uomini sospesi a mezz’aria precipitano. Urlano tutti. Urlano per un’infinità di secondi, prima di smettere.

Shorei ha gli occhi chiusi, ora, sembra mormorare qualcosa sotto voce. Vedo che Leniki sta letteralmente tremando.

“Il Capitano onorerà l’accordo con lei. E poi ha intenzione di tenere a bordo il Quadro di Luce. Vuole spaventarli a morte, e rendere chiaro a loro e a tutti gli altri che hanno perso. Ma non ha modo di rimpiazzarli in questo mondo. Quindi non infliggerà loro danni permanenti. Alla fine, le vostre leggi sono soltanto il modo in cui fate quel che volete”

Tenerli a bordo? Ma hanno guidato un ammutinamento contro di lui!”

Il Dottore si stringe nelle spalle. Guarda i tre ragazzi con espressione indecifrabile. Mi chiedo quanti anni abbia. Ne dimostra fra i trenta e i quaranta, ma le sue parole mi fanno pensare a qualcosa di vecchio come le montagne.

Il Capitano torna a parlare in tono pacato e solenne.

“I tre Maghi della Luce non sono proprietà della Compagnia Erit, ma collaboratori esterni. In considerazione di questo e del fatto che non tutti hanno raggiunto la maggiore età, non procederemo all’esecuzione capitale”

I tre maghi sembrano sinceramente stupiti. Verejen pare soprattutto perplesso.

Non hanno raggiunto la maggiore età? Shorei non arriva nemmeno ai diciotto?

Il Dottore ride. Una risata secca, cupa.

“Di solito sa fare di meglio a inventarsi balle. Se c’è qualcosa di cui non potrebbe importargli di meno è l’età di quei maghi”

“Ieri lei stava per farli a pezzi con una spada. Dopo che il Capitano mi aveva garantito che non sarebbero stati uccisi”

Si stringe nelle spalle.

“Sì, l’avrei fatto, piuttosto che rischiare che ci intralcino. Non credere che io sia commosso dai tre mocciosi. È solo tutta la vostra pompa che mi fa ridere. Un’ora di preparativi e discorsi per ammazzare un po’ di gente e pestarne dell’altra. Come se fosse chissà quale attività nobile e civile”

Rimango a guardare mentre due soldati della Erit afferrano Shorei per le braccia e lo trascinano verso la postazione delle punizioni. Il ragazzo non oppone resistenza. Ancora una volta, mi sembra di essere solo uno spettatore, di non essere realmente qui. Non provo emozioni mentre gli agganciano le manette in alto e legano i polpacci ai ritti. Noto solo che ha già cicatrici alle caviglie, grosse e guarite male come quelle ai polsi.

“La punizione scelta è di trenta frustate o colpi equivalenti. Mago Araich, posso chiederle di procedere? Le cicatrici non sono necessarie”

Impiego un istante a capire cosa intende. Potrei usare il potere della Tempesta per infliggere dolore a Shorei inducendo una corrente all’interno del suo corpo. Non l’ho mai fatto, ma è facile. E gli risparmierei le cicatrici.

Il mio distacco và in pezzi all’improvviso. Voglio vomitare. Il ragazzo appeso al triangolo è un mio amico, e una persona infinitamente migliore di me.

Probabilmente preferirebbe evitare cicatrici che si porterà per il resto della vita. Penso ai segni sulla mia schiena. E quelle di Moen ed Eshili.

No. La sola idea mi dà il vomito. Almeno, almeno se deve torturare qualcuno, che il Capitano si degni di usare qualcun altro.

“Il mio contratto non prevede l’amministrazione di punizioni”, rispondo.

La bocca del capitano si incurva in un mezzo sorriso.

“Era solo una richiesta. Visto che aveva a cuore il destino dei tre maghi della Luce, pensavo potesse essere nel vostro comune interesse. Nessun problema. Primo ufficiale, proceda”

Per fortuna vedo Shorei di spalle. Non vedo la sua espressione mentre arriva l’uomo con la frusta e lo colpisce. C’è silenzio assoluto sulla nave. Il ragazzo non grida nemmeno, al primo colpo. Al secondo geme. Dal terzo, gli sfugge un verso animalesco.

“Mi chiedo chi sia più divertente. Il Capitano, che ha intenzione di continuare a lavorare con quei tre maghi, ma deve dimostrare il suo controllo assoluto e traveste la prepotenza con le leggi. Il ragazzino, che ha tentato la ribellione più penosa e peggio organizzata della storia. Lei, che disprezza tutto questo e intanto si appella ai contratti per trovare modo di non sporcarsi le mani, e fare ancora più male alle persone che dovrebbe proteggere”

Il sussurro del Dottore sembra davvero divertito.

Non ne posso più. Velocemente quanto mi è possibile, mi dirigo verso il boccaporto, temendo di vomitare. Avevano ragione Moen ed Eshili a rimanere sottocoperta. Scendo troppo in fretta, scivolo all’ultimo gradino, riesco a mettere avanti le braccia un solo istante prima di toccare terra. Ma come al solito sono deboli, cado comunque di faccia, grido di dolore e vedo luci esplodere in tutto il mio campo visivo.

Le stampelle mi sono cadute. Cerco di rialzarmi in piedi, ma sono di fianco, un braccio incastrato sotto il corpo, e i miei muscoli danneggiati non rispondono ai comandi. Da fuori, sento ancora le grida strozzate di Shorei.

 

***

 

“Il suo contributo al sedare la rivolta è stato prezioso, mago Araich. Io e il Dottore ci saremmo riusciti comunque, ma probabilmente ci sarebbe stato più spargimento di sangue. Le rivolgo i miei ringraziamenti personali oltre a quelli ufficiali”

Non rispondo. Ho paura che se aprirò la bocca insulterò il Capitano. Ma non so neanche cosa potrei dire. In base a cosa dovrei dargli torto. Mi viene solo in mente che sarebbero sì riusciti a reprimere la rivolta, posto che io non facessi nulla. Ma se io mi fossi unito ad essa sarebbero stati sconfitti immediatamente.

Il Capitano non sembra disturbato dal mio silenzio, e prosegue.

“La partecipazione di ben trentuno membri dell’equipaggio all’ammutinamento ci ha sorpresi, devo ammettere. Sono stati interrogati, e diversi di loro avevano sentito in passato le prediche del Fiore Nero. Pensavamo che il loro mondo di origine non ne fosse affetto”. Pare effettivamente pensieroso.

“La nave ha abbastanza equipaggio per proseguire la missione?”, chiedo.

Annuisce. “Costituivano quasi un quinto del totale. Potremmo andare avanti, ma probabilmente è più saggio assumere nuovo personale. Siamo ragionevolmente vicini a un porto marino, e per le funzioni più basilari marinai abituati a lavorare su una nave oceanica possono adattarsi a una nave volante. Sarà una sgradevole spesa imprevista, ma accettabile. Reclutare nuovi maghi della Luce sarebbe stato invece molto più problematico”

“Sarebbe stato?”, chiedo, confuso.

Annuisce. “Fortunamente non siamo stati costretti a ucciderli. La loro competenza è preziosa, e sono quasi certo che accetteranno di riprendere la loro posizione appena finiranno la punizione”

“Intende minacciarli?”, chiedo.

Il capitano sorride.

“Avanti, le sembro uno stupido? Sono già certo che desiderino ammutinarsi. Tenerli a bordo sotto minaccia sarebbe idiozia. No, gli offrirò metà della paga inizialmente convenuta e la cancellazione di questo episodio dal rapporto su di loro”

“Si fida ancora di loro?”, chiedo, stupefatto.

“Fidarmi? Certamente no. Non mi sono mai fidato di loro. Ma anche se sono impulsivi, si renderanno facilmente conto che un secondo tentativo di ammutinamento avrebbe ancora meno speranze di successo del primo. E non sono arrivati molto avanti, nel primo. Specificherò anche che, se decidono di rimanere a bordo, per qualunque ulteriore insubordinazione diventeranno proprietà della Compagnia e verranno venduti come schiavi. Sono fiducioso che accetteranno di lavorare per noi”

“Scusi ma non è… furioso con loro?”

Pensavo di avere visto effettiva rabbia nel Capitano mentre ordinava la loro punizione. E far legare Shorei a uno degli alberi mi sembrava più una vendetta che una punizione.

Il capitano sorride di nuovo.

“Lei personalizza troppo le cose, mago Araich. Sono arrabbiato per la morte di persone affidabili e utili nel corso dell’ammutinamento, e infastidito dalle spese per rimpiazzare parte dell’equipaggio. Ma non ho motivo di odiare i tre ragazzi. Sono persone impulsive e, nel caso del loro capo, piuttosto infantili. Anche la resistenza alle Corporazioni, a modo suo, è una forza. Va estirpata, sarà estirpata, ma non c’è ragione di odiare le persone che la incarnano”

 

***

 

È sera quando mi avvicino a Shorei. Ha gli occhi chiusi, ma l’ho visto muoversi. Credo sia sveglio.

Mi avvicino. Le corde che lo legano all’albero sono sporche di sangue, quello che deve essergli colato dalla schiena. Immagino lo abbiano guarito in parte, sennò penso sarebbe morto semplicemente dissanguato. La maggior parte della pelle esposta fra una corda è rossa e ustionata. Mi chiedo perché non si sia mai scottato prima, con tutto il tempo che passava all’esterno. I suoi poteri, probabilmente.

Ha i polsi pressati contro l’albero da due separate manette del Vuoto. Dubito ce ne sia bisogno. Non sembra avere le energie per parlare, escludo che possa evocare la magia.

“Shorei, il capitano mi ha concesso di portarti dell’acqua” dico. Tengo un tono neutro, non so che altro fare.

Devo chiamarlo ancora un paio di volte perché reagisca.

“Stronzo”, dice con voce flebile e impastata. Cerca di alzare la testa a guardarmi. Ha evidenti difficoltà.

Non so cosa rispondere. Gli porgo la brocca d’acqua.

“Stronzo e ipocrita”, aggiunge. Gli porgo il bicchiere e inizia a bere. Dopo la prima sorsata, tossisce e sputa. Beve avidamente il resto.

“Leniki aveva ragione. Sei stronzo fino in fondo”. Sembra parlare in modo più deciso ora.

“Non ti ho mai detto di essere disponibile a ribellarmi, Shorei”

Una pausa. Penso che il ragazzo abbia perso conoscenza. Fa una smorfia di dolore. Cerco di non pensare alle ferite aperte sulla sua schiena.

“Che importa ormai. Comunque non hai accettato di punirci tu. Era… giusto”

“Probabilmente vi avrebbe fatto meno male. Sono stato di nuovo un ipocrita. Ma non ci sarei riuscito”

“No. Non dovevi farlo. Meglio che faccia qualcun altro. Se vogliono fare… le loro… porcate. Almeno. Facciano da soli. Non aiutarli”

Ha il respiro affannoso, mormora un paio di frasi senza senso. Sospetto che abbia preso un colpo di sole.

Maghi della Luce. Possono essere più morti che vivi, e continuano a pontificare su cosa è Giusto e cosa no. Grandi dei, sono i più illusi di tutti noi.

 

***

 

Camminiamo lungo bastioni affacciati sull’oceano di Jayel. Sotto di noi, una parete di roccia verticale alta quaranta metri su cui si infrangono le onde.

L’acqua sembra avere dichiarato guerra alla costiera. Il vento salmastro non è poi così intenso, ma ogni onda sembra spinta da un’intera tempesta. Ogni volta che ne vedo una penso che distruggerà la roccia, che farà franare la città nel mare sottostante.

Eshili ha detto che fino a tempi moderni la navigazione era praticamente sconosciuta su questo mondo. Ora capisco perché. Il porto della città è scavato in un’insenatura della roccia, e anche così ci sono barriere magiche a schermare le navi dalle onde.

Deve essere la Via dell’Acqua a gonfiare questo oceano. E non credo di voler sapere quali creature da incubo ne infestano le profondità.

La città a noi è la cosa più simile a una metropoli moderna che abbia visto su questo mondo. Stamperie, laboratori alchemici, un sistema di illuminazione notturno. Abbiamo anche visto un’università. Anche senza le compagnie, Jayel cambierebbe, verrebbe dominato da una civiltà tecnologica. È inevitabile.

“C’è ancora una cosa che mi chiedo. Cosa stava aspettando il Dottore? Quando siamo arrivati aveva già la spada sfoderata. Pensavo non avesse fatto in tempo ad attaccare i maghi della Luce, ma poi hai visto a che velocità si muoveva”, dice Eshili.

Sorrido fra me. Non abbiamo discusso quello che abbiamo fatto. Moen ed Eshili non hanno chiesto, né commentato, se avremmo potuto agire diversamente. Eppure continuano a fare altre domande, a tornare alla rivolta di quattro giorni fa. Come insetti che non vogliono toccare una fiamma ma non riescono a evitare di volarvi attorno.

“Forse ci aveva sentiti arrivare. Ha aspettato che fossimo noi a intervenire”, rispondo.

Moen scuote la testa.

“Non ha senso. Avrebbe potuto ucciderli in una frazione di secondo. L’hai visto muoversi?”

Annuisco.

“Voleva vedere se saremmo intervenuti. Voleva vedere da che parte stavamo”

Eshili corruga la fronte.

“Mi sembra un gioco pericoloso. Se ci fossimo rivelati dei traditori, si sarebbe trovato a combattere noi e i tre della Luce contemporaneamente”

“Forse ha pensato che se ci fossimo uniti all’ammutinamento non aveva comunque speranze di sconfiggerci”, propone Moen. Nemmeno lui sembra convinto. Nessuno di noi dice a voce alta l’alternativa.

Forse sapeva di poterci sconfiggere, con o senza il Quadro di Luce a supportarlo.

“E’ strano che il Capitano non avesse una lancia o una balestra del Vuoto”, rincara Eshili.

Annuisco.

“Giustificato se si fidava ciecamente che saremmo intervenuti a difenderlo”

“Oppure se la sua vera garanzia è il Dottore”, commenta Eshili.

Cade di nuovo il silenzio. Camminiamo lungo la strada lastricata che percorre i bastioni. Alla nostra destra, villette ordinate di legno e muratura. Mi chiedo se Athan abbia mai avuto questo aspetto. Quando ci splendeva ancora il sole sopra.

“Qualcuno di voi ha visto Shorei e gli altri da quando sono liberi?” chiede Moen. Sento la sofferenza quasi fisica nella sua voce.

Eshili scuote la testa.

“Per quel che ne so si sono chiusi nelle loro cabine. Immagino debbano riprendersi”

“Il Capitano non li ha fatti guarire?”

“Ha fatto chiudere le ferite finito il loro periodo di punizione. Ma venire frustati e poi legati all’albero per due giorni è un’attività fisicamente stressante, devi capire”, fa notare Eshili.

Di nuovo il silenzio. Sento le onde sotto di noi, le voci che si levano dalla città.

“A modo loro sono stati fortunati. Avrebbero fatto una cazzata del genere, prima o poi. Si vedeva. Era necessario che scoprissero le conseguenze, che smettessero di giocare ai ribelli. Come…”

Lascio la frase in sospeso un istante. Mi sembra di fare fisicamente fatica a proseguire. È un nostro tabù interno. Qualcosa di cui non parliamo da così tanto tempo che ormai ho fisicamente difficoltà a farlo.

“Come noi”, completa Eshili.

Annuisco. “Almeno hanno scelto un’occasione in cui erano insostituibili. Ne usciranno vivi. E potranno continuare a lavorare, in futuro. Nessun danno a lungo termine. Che è già più di quanto possa dire io”, commento.

Continuiamo a camminare. Appoggiare le stampelle, spingermi avanti, muovere le gambe quanto concesso dal mio sistema nervoso danneggiato. Provo una breve, violenta fitta di invidia per Shorei.

 

***

 

Cammino da solo lungo le vie ordinate del centro città. C’è voluto un po’ a convincere Moen ed Eshili a lasciarmi andare. Ma questo mi sembra il genere di città dove se cadessi a terra, qualcuno mi darebbe una mano ad alzarmi – magari dopo avermi svuotato le tasche, per carità.

Anche così è molto, davvero molto, che non vado da solo da qualche parte.

Mi viene quasi da ridere. Ho ucciso mostri leggendari e combattuto imperi usciti dalle fiabe. Solo in questo viaggio. Ma i miei amici si preoccupano se faccio una passeggiata da solo.

Mi guardo attorno. Era così Athan, una volta? All’inizio della rivoluzione industriale. Quando si vedeva ancora il sole.

No, non credo. Non ho mai visto un cielo così brillante su altri mondi, un mare così intenso. E nel nostro passato non c’era ricchezza, solo povertà meglio distribuita. Questo mondo è generoso, invece. In tutte le città che abbiamo visto sembra esserci abbastanza per tutti. E in questa, la più progredita, sembrano come minimo avere nascosto bene i poveri.

Sui gradini di un tempio – o forse una scuola – supero un uomo che parla a dei bambini. Impiego un istante a notare che lo capisco. Non è il primo che sento parlare Selay, in questa città.

“…allora il Grande Mago chiamò il fulmine, e le nubi di tempesta si gonfiarono, ribollirono, fino a che una saetta cadde dal cielo a colpire il castello del Lord. E il Lord capì che…”

Mi fermo istintivamente ad ascoltare. Non è una predica religiosa, sembra semplicemente una storia per bambini. La versione locale di quelle che sentivo anche io da piccolo. I maghi delle fiabe che ingannano demoni e nobili malvagi, che si spacciano per mendicanti e poi chiamano il fulmine contro i loro avversari.

Mi prende un moto istintivo di rabbia. Ma i bambini attorno ascoltano eccitati. Aspetto che finisca, chiudendo con qualche cazzata moralistica, prima di avvicinarmi.

I bambini sciamano via parlando eccitati. Qualcuno fa gesti nell’aria, come a mimare il mago delle fiabe.

L’uomo sorride e mi guarda. Mi era sembrato vecchio, all’inizio, ma ora non capisco perché. Non avrà più di trent’anni.

“Senta, mi faccia un favore. Lo faccia a quei bambini. Racconti quel che vuole sui maghi. Che sono furbi e ingannano i demoni, che passano la vita a travestirsi per dare lezioni morali, quel che le pare. Ma non che chiamano i fulmini. Qualcuno potrebbe crederci davvero”

Mi rendo conto di quanto assurda debba suonare la richiesta, ma ricordo fin troppo bene la mia sincera delusione alla prima lezione del Gran Maestro della Tempesta. E oggi davvero, davvero non ho voglia di sentire parlare di maghi leggendari e invincibili.

L’uomo mi guarda. I suoi occhi azzurri si soffermano sui miei capelli. Mi chiedo se sembrino grigio topo, o argentei come quelli dei maghi delle fiabe, sotto questa luce.

“Sei il mago delle fiabe venuto a darmi una lezione morale? Potevi travestirti meglio”, dice. Sorride. Non sembra spaventato, nonostante la mia strana richiesta e i poteri che deve avere dedotto.

“Possiamo lanciare fuoco e spingere gli oggetti. Possiamo fulminare una persona e far piovere fiamme. Ma non possiamo chiamare i fulmini. Mi creda. E metà dei ragazzini che tentano la Via della Tempesta non lo sanno”

“Sei molto sicuro di quello che dici” dice l’uomo.

Inizia ad irritarmi.

“Senta, sono un mago della Tempesta. Uno forte. E se ci crede pure lei a quelle cazzate, no, non si può evocare i fulmini. Contengono troppa energia, semplicemente. Possiamo lanciare incantesimi più distruttivi di qualunque fulmine, ma non possiamo attirare i fulmini”

Ride di nuovo, scuote la testa.

“Forse è la cosa più bella dell’umanità. Sapere così poco, e presumere così tanto. La tua gente ha trovato solo la soglia della Magia, la chiave della porta. La adora e la studia come se fosse l’intera faccenda. Ma fa solamente ridere”

“Senta, non pretendo di sapere tutto sulla magia. Ma più di lei, se è convinto che si possa evocare i fulmini. Ci sono leggi, limiti dei Simboli. Non possono…”

Ride di nuovo.

“I Simboli. I vostri amati Simboli. Hai mai visto popolazioni tecnicamente primitive adorare artefatti tecnologici? Cose banali. Una volta ho visto un vecchio frigorifero arrugginito trasformato in un totem e adorato come un dio. Voi e i vostri Simboli siete così. Avete trovato una mappa, e adorate la mappa stessa anziché ciò a cui può portare. Usate trucchi creati da maghi del passato e siete convinti che siano le leggi immutabili dell’universo”

Mi guarda come se fossi la cosa più divertente che abbia visto da molto tempo.

“Lei farnetica”, mi limito a rispondere.

Annuisce.

“Sì, è possibile. Ma sei tanto sicuro che non si possa chiamare il fulmine. Ho incontrato diversi maghi dell’impero di Reth che sarebbero in grado di farlo. Il Maestro dei Venti nel mondo di Urith protegge il suo palazzo con una tempesta di saette che non termina mai. E lontano, in uno dei Cinque Mondi che si credono irraggiungibili, c’è un uomo che con un gesto può scatenare tempeste su un intero continente”

All’ultima frase, finalmente scoppio a ridere.

“Complimenti. Lei è bravo con le storie. Le avevo quasi creduto. Ma sull’ultimo punto ha esagerato un pochino”

Sorride anche lui, ora.

“Può essere. Può essere. Ma dopotutto ci sono grandi e strani poteri nel Multiverso. Per esempio, ho sentito storie di un giovane mago che non riesce nemmeno a camminare, ma ha ucciso da solo un Vagabondo, e abbattuto una nave dell’Impero di Reth. Una storia da non credere, non pensi?”

Mi congelo. Come cavolo…? L’equipaggio può avere sparso le storie. Ma non così in fretta. Non è possibile.

“E ci sono altre storie. Storie di un signore dei demoni sfuggito a Zamyon libero su questo mondo. Come sempre, gli idioti della Fortezza aspetteranno fino alla fine dei tempi piuttosto che compiere un’azione attiva. Chissà, forse le due storie sono legate. Forse si incontreranno. E allora il ragazzo dovrebbe chiedersi quali sono i suoi limiti. Se è in grado di evocare il Fulmine, e di dare stucchevoli lezioni morali”

“Chi… chi cazzo è lei?”, chiedo.

Si stringe nelle spalle.

“Nessuno di importante come te, temo. Qualcuno che ha viaggiato mondi. Raccoglie storie e le racconta. Sai qual è la cosa divertente? Ogni tanto le racconti, e per questo cambiano”

Ricordi by Selerian
Author's Notes:
Questo temo sia uno dei capitoli che mi piacciono meno di questa storia :S. La scena d'azione non mi convince e mi pare un po' melodrammatico, inoltre l'infodump è davvero spudorato... mah. Spero che a voi piaccia di più xD. Buona lettura!
Documento senza titolo

Ricordi

 

“Che civiltà ha costruito queste rovine?”, chiede Eshili. Sfiora con le dita la parete dall’aspetto vitreo, i simboli astratti tracciati su di essa.

“Non toccare nulla. Non abbiamo idea di cosa inneschi i sistemi difensivi”, lo riprende immediatamente il Capitano. Eshili ritrae la mano di scatto. Alla luce fioca delle lampade elettriche vedo che mantiene un’espressione interrogativa, ma l’uomo della Erit non aggiunge nulla.

È il Dottore a prendere la parola.

“Secondo gli studiosi dell’Impero di Reth sono riconducibili alla civiltà pre-diaspora. Quella che ha portato l’umanità su tutti i mondi oggi noti. Si chiamava la Repubblica di Ogni Cosa”

Il Capitano si ferma un istante e si gira verso il Dottore. Pare stupito.

“Non ho mai visto rovine del genere”, commenta Eshili.

Il Dottore annuisce.

“Zamyon ha protetto questo mondo. La guerra e il tempo hanno spazzato via tutto nella maggior parte degli altri”

“Qui sembra tutto conservato. Quanto tempo è passato?” chiede Eshili. Sento l’eccitazione nel suo tono. A me questi corridoi bui danno soltanto i brividi.

“Con quello che ti pagano potresti comprarti un libro di storia, giovane”, commenta il Dottore. Alla pallida luce elettrica, vedo Eshili arrossire. È raro che si comporti in modo meno che distaccato e impeccabile con i nostri superiori.

Dopo qualche passo, il Dottore riprende la parola.

“Quel che è in questo mondo è il loro lascito. Volevano che si conservasse. Sapevano che la loro civiltà sarebbe crollata, e hanno voluto lasciare qualcosa. Dubito che il tempo toccherà mai questo posto”

“Quindi stiamo depredando i tesori lasciati ai posteri come ultimo sforzo di una civiltà grandiosa per ammortizzare i costi del viaggio?”, chiede Shorei, secco. È la prima frase che dice da quando siamo scesi dalla nave. Almeno in mia presenza, è la prima frase che dice da quanto è finita la sua punizione.

“Ricorda il nostro accordo, giovane mago”, risponde il Capitano, cortese. Vedo Shorei aprire la bocca. La chiude senza dire niente, continua a camminare avanti, come un automa. Stringe furiosamente le dita attorno al braccio di Verejen.

Raggiungiamo le ennesime scale. Quanto sotto terra siamo, ormai? Ora ci sono disegni alle pareti. Alla luce debole e tremula non riesco a distinguerli bene, i colori sono tenui, forse sbiaditi. Eppure sono incredibilmente realistici, come le immagini generate dalla magia.

Intravedo immagini di palazzi più alti di quelli di Athan, persone vestite in colori brillanti, strane navi volanti che sembrano gusci chiusi di metallo. Tante macchine che non riconosco, figure che non so davvero come interpretare.

“Tutto quello che è qui l’hanno lasciato per noi. Per qualunque civiltà fosse abbastanza sviluppata da trovarlo e prenderlo. I selvaggi hanno trovato qualcosa, nel tempo, per caso e fortuna. Ma noi siamo i veri destinatari”

Mi chiedo se il Dottore sia, di tutto, uno storico. Sembra affascinato, o forse malinconico, mentre parla.

Nessuno dice più nulla mentre scendiamo. Molte delle immagini alle pareti mi confondono, ma non ho difficoltà a capire l’argomento generale.

Guerra.

Città che bruciano, eserciti che marciano fra grattacieli in rovina. Combattimenti fra macchine e creature di cui nemmeno capisco la natura. E poi altre cose, immagini che non distinguo, laboratori e quelli che sembrano ospedali. E le immagini cambiano, iniziano a mostrare uomini magri, in divisa rossa, che appaiono in tutte le battaglie. Spesso sembrano intenti a usare la magia.

E sempre, dopo le loro immagini, si vedono disegni di foreste raggrinzite, fiumi essiccati e mondi desolati.

 

***

 

“Ci siamo. Immagino che qui ci sia quello che cerchiamo”

Una stanza più grande delle altre, bianca e priva di decorazioni. Al centro quello che sembrerebbe un altare, anch’esso completamente bianco. Sopra, i grossi cristalli incolori che ormai ho imparato a riconoscere. Tre poggiati sul piano dell’altare, uno sospeso sopra. All’interno quella che si direbbe una lanterna – una strana lanterna in ceramica bianca, con una fioca luce azzurra che splende all’interno.

“Cos’è?”, chiede Eshili, curioso.

“Non lo sappiamo. Ma tutte le reliquie precedentemente recuperate erano di grande valore. Questa era nascosta e protetta meglio. Se abbiamo interpretato correttamente le intenzioni della civiltà che ha creato questi oggetti, sono intese per un popolo con un livello tecnologico meno elementare. Non dubito che sarà di grande valore”, dice il Capitano. Sono sorpreso che ora anche lui sia disponibile a darci informazioni.

Guardo il Dottore. Nonostante il suo aspetto normalmente compassato, sono certo di vedere avidità nei suoi occhi. Sono improvvisamente certo che sappia benissimo cosa abbiamo davanti, e lo desideri disperatamente. Ho un brivido. Mi chiedo se il Capitano menta a sua volta, o sia stato ingannato.

“Dalle esperienze precedenti, è probabile che ci siano sistemi difensivi di vario tipo. Potrebbero essere più elaborati di quelli precedenti. Controllate le vostre Vie con attenzione”

Il Capitano si rivolge ai maghi della Luce.

“Confido non ci sia bisogno di ripetervi che cercare di farci cadere in una trappola ha poche possibilità di successo e difficilmente porterebbe avanti in modo determinante la causa della vostra ribellione”

Shorei stringe le labbra, annuisce senza dire nulla, e chiude gli occhi, i Simboli della Luce che gli appaiono attorno.

Il Capitano stesso chiude gli occhi, muovendo lentamente le mani.

“Eshili, fai tu. Non è davvero roba per me”

Il mio amico annuisce e chiude gli occhi, la luce viola della Tempesta filtra attraverso le sue palpebre.

Parla Leniki. A ogni sua parola, mi aspetto di vedere l’aria attorno a lei che congela e cade a terra.

“Il blocco nella Luce si intensifica. Teletrasportarsi fuori da questa stanza è del tutto impossibile. In compenso credo possiamo escludere allarmi basati sulla nostra Via. Qui dentro è di fatto inutilizzabile”

Il Capitano annuisce.

“C’è attività nell’Oscurità e nella Vita. Tutto fa pensare a qualche sistema legato alla rilevazione delle persone che vi entrano. Ma coerentemente con quanto già osservato presso le altre reliquie, dubito succederà qualcosa fino a che non tenteremo di prendere la lanterna”

Il mago della Forza finisce la sua analisi.

“Niente che io sia in grado di vedere nella Forza”

Eshili apre gli occhi. Sembra confuso.

“C’è qualcosa nella Tempesta. Ma è strano. È qualcosa di…” si ferma, cercando le parole, “quiescente. Non capisco”

Non riesco a capire cosa descrive. Non c’è differenza fra potere semplicemente accumulato e potere usato attivamente.

“Araich, hai quella bottiglietta con te?”, chiede Moen a bassissima voce. Vedo la sua preoccupazione. So che non gli piace essere sotto terra.

“Sì. Ma dobbiamo essere messi davvero male per usarla, con quel che è costata”

“Se mi dicevi prima cos’era ne compravo tre litri”, risponde. Non sorride.

“Potrebbero esserci semplici allarmi meccanici che aspettano uno spostamento della lanterna”, dice Eshili, che non ci ha sentiti o ci ignora.

Il Dottore scuote la testa.

“No. Questo posto è qui da millenni, e deve poter resistere altrettanto. Dubito ci sia qualcosa di usurabile come un sistema meccanico”

“La magia dovrebbe consumarsi anche più rapidamente della maggior parte dei sistemi meccanici, per quel che ne sappiamo”, fa notare Eshili.

“Infatti voi non sapete nulla”, risponde il Dottore. Sembra soprappensiero, ignora l’occhiata stupita del Capitano.

Qualche istante di pausa.

“Capitano, può rompere il blocco nella Luce?”, chiede il Dottore.

“Convocando il resto del Quadro, sì. Ma sospetto fortemente che questo farebbe scattare diversi allarmi”

Il Dottore annuisce. Sembra riluttante.

“Ritenete di poterci proteggere da un eventuale crollo del soffitto?”

I maghi della Forza si consultano brevemente.

“Non ne siamo certi, signore. Dipende dalla profondità a cui ci troviamo, la densità degli strati sovrastanti e molti altri fattori. Se è solo il soffitto che crolla, sì. Se ci frana addosso tutta la terra che abbiamo sopra, no”

L’uomo annuisce.

“Mi sembra improbabile che una di queste trappole sia disposta per distruggere o rendere irraggiungibile il proprio contenuto. Dall’altra parte, devo ammettere che sono confuso sia sulle condizioni di attivazione sia sugli effetti di questa trappola”

“Forse sarebbe saggio abbandonare la Reliquia”, propone il Capitano in tono sommesso.

“No. Ha… troppo valore” risponde il Dottore. Nessuno fa notare che non dovremmo nemmeno sapere quale sia la sua funzione.

“La situazione è tatticamente pericolosa. Non possiamo fuggire velocemente attraverso la Luce. Potremmo rimanere vittime, per esempio, di un’intensa esplosione di Oscurità. Oppure, con una sola uscita e molto lontana, potremmo facilmente venire bloccati qui”, faccio notare. Inizio sinceramente a pensare che prendere questo oggetto non sia una buona idea. Non senza molto altro studio.

“Posso proteggerci da qualunque vampa di Oscurità anche solo remotamente paragonabile alle difese viste fino ad ora. Ed eccetto le reazioni dei paesani nel primo villaggio, fino ad ora le difese delle Reliquie non erano nulla di pericoloso per lei, mago Araich, corretto?”, chiede il Capitano.

Sospiro.

“Corretto, signore. Ma mi sembra scarsa evidenza per scommettere le nostre vite, tutto per un oggetto di dubbia utilità”

Il Capitano annuisce. Non sembra ascoltarmi davvero.

“Quadro di Tempesta, generate uno scudo. Prepararsi a resistere a un eventuale attacco. Maghi della Forza, pronti a prelevare il vaso e i cristalli.”

 

***

 

Nella Tempesta, vedo appena le linee di Forza con cui i tre maghi agganciano i cristalli e l’oggetto al centro. Genero uno scudo che ci circonda tutti, più uno attorno a me e i miei amici. Con la vista normale, la stanza mi appare ora rischiarata da due cupole di luce violacea.

Raccolgo tutto il potere che il nostro Quadro può fornire. Cerco di preparare un incantesimo di attacco congelato, ma incespico più volte sui simboli. Sbuffo. Jayel o no, la magia mi riesce bene solo quando combattiamo.

Appena la lanterna si solleva, la reazione è immediata. Due sezioni della parete esplodono, migliaia di cocci di ceramica collidono con i nostri scudi. La mia vista normale è annebbiata, distinguo appena le due enormi figure che avanzano verso di noi. Ma sento la Tempesta bruciare in loro, definire i contorni di armature alte tre metri con in mano spade colossali.

Reagisco d’istinto. Fiamme. scaglio loro contro il potere della Tempesta in una fiammata viola di energia grezza. Nell’aria ancora affollata di polvere e frammenti, vedo l’armatura venire sollevata in aria e spinta indietro di diversi metri. Cade con un clangore assordante, ma inizia subito a rialzarsi. Che razza di creatura è? Se anche l’armatura ha retto, dovrei averne fritto il possessore!

A modo suo, la vista dei due mostri mi tranquillizza. È tutto qui. Nemici da battere. Niente che…

“Araich, ci hai traditi”

 Impiego un istante a riconoscere la voce. Mi fermo, sconvolto.

Irei, in piedi davanti a me. Capelli neri e lisci, abiti laceri, l’aspetto infantile che aveva quando l’ho conosciuta.

“Che cazzo…”, chiedo. Sono talmente stupefatto che mi sento perdere la presa sulla Tempesta.

“Ci avevi detto che avresti combattuto. E invece sei scappato, servi le Compagnie. Tutto quello che ci avevi detto erano balle. Tutto quello che mi hai detto erano balle”

Una parte del mio cervello registra che il Dottore sta intercettando l’armatura rimasta in piedi, e la seconda si è rialzata. Ma sono troppo sconvolto per reagire.

“Irei, aspetta, siamo in pericolo…”. Cerco di evocare i simboli della Tempesta, ma il potere mi sfugge, sono troppo confuso. Sento il flusso di potere da Moen che si interrompe. Quello di Eshili diventa erratico.

“Certo che siamo in pericolo. Ci hai abbandonato. Sei un mago forte. Potevi fare la differenza. E te ne stai lì a piagnucolare e lamentarti che tanto non cambierebbe niente. E tutto il tuo potere, tutta la tua intelligenza, servono le Compagnie che stanno distruggendo il mondo”

Il mostro in armatura ci sta caricando. Reagisco di istinto, cerco di generare uno scudo. Ma esito sui Simboli, ancora stupefatto, e il potere che arriva saltuariamente da Eshili fa più danni che altro. Il gigante trapassa lo scudo appena generato come se nulla fosse, e si getta contro la cupola che ho creato prima. Un solo colpo, e la sento vicina a cedere.

“Porca miseria! Combattiamo! A lei pensiamo dopo!”, grido ai miei amici.

Il flusso di potere da Eshili si interrompe.

Mi volto, sconvolto. Non mi hanno mai abbandonato durante uno scontro.

Moen è a terra, inginocchiato. Piange.

“Non volevo… non volevo… fare male… non volevo…”

Eshili scuote la testa.

“Non abbiamo scelta! Non c’erano altre missioni! Dovevamo… dovevamo…” sembra terrorizzato.

“Araich, perché ci hai abbandonati?”, chiede Irei.

Attraverso la confusione e la disperazione, fa breccia una singola idea.

Qualcosa non va.

Osservo Irei.

È giovane. Come il giorno in cui l’ho conosciuta. Appunto, troppo giovane. Diciotto anni, si direbbe. Ma l’ho rivista. Ora è più adulta. Non ha più niente di fragile.

Ho la sensazione che un velo cada dalla mia mente.

“Tu non sei reale”, dico, stupito.

“Tu non sei reale”, ripeto.

E la furia sostituisce la confusione.

L’incantesimo dell’Oscurità. Non ci ha attaccati direttamente. Ci ha inviato visioni. Tenta di distrarci.

“Ignorate quel che vedete! Non sono reali!”, grido. Ma non mi importa davvero quel che fanno gli altri. Sento la Tempesta che brucia di nuovo dentro di me, più forte che mai.Come osano giocare con la mia mente. Con i miei ricordi, con i miei sentimenti?

L’immagine di Irei sparisce. Vedo mia madre. Vecchia, consumata dalla malattia.

“Sono fiera di te… sei una brava persona. Sei come il mago delle fiabe, Araich. Quello che aiuta la gente e sconfigge i cattivi. Sono fiera…”

“Basta!”, grido. Fiamme. Controllo. Presa.

Accumulo potere, e mi basta un istante. Il fuoco della Tempesta scatta in avanti, verso il mostro che ha colpito una seconda volta la nostra cupola protettiva. Lo avvolge, circonda la sua armatura che continua a resistere. Ora lo vedo bene.

Dentro l’armatura non c’è niente.

Non ha importanza. Non posso provare sorpresa, ora. Solo rabbia. Le fiamme continuano a stringere, a bruciare, fanno a pezzi l’armatura, la sventrano dall’interno, le sue difese iniziano finalmente a cedere, a fondere.

“Si levi dalle palle, Dottore!”, grido. L’uomo è ancora impegnato a duellare con l’altra armatura. I suoi colpi di spada, in qualche modo, riescono a fermare quelli della mostruosità alta tre metri.

A dispetto del clangore e delle fiamme, sembra sentirmi. Si allontana con un salto, inumanamente agile.

“Le compagnie non sono l’unico mondo possibile. Il loro dominio è tale solo perché noi glie lo consentiamo. Dobbiamo cambiare le cose. Possiamo farlo. Sarai dei nostri, Araich? Combatterai?”

La voce mi arriva flebile, distante, mentre respingo la sottile presa della Tempesta. Riesce solo a farmi arrabbiare oltre. Appena il Dottore si è allontanato, guardo l’armatura rimanente.

FIAMME.

Penso a quel solo simbolo, tendo la mano. Una colonna di fuoco alta fino al soffitto avvolge l’armatura, la intrappola. L’essere si dibatte, resiste a una temperatura che dovrebbe vaporizzare il metallo, ma dopo qualche secondo inizia ad andare in pezzi, fondere. Non mi fermo finché l’ultimo frammento non è caduto a terra.

Cala improvvisamente il silenzio. Le mie fiamme si estinguono. Il metallo fuso delle due armature getta ancora luce rossa sulla stanza. La temperatura si è alzata di una decina di gradi.

Moen è a terra, vicino a me. Non smette di piangere. L’incantesimo dell’Oscurità è finito, ma lui non si rialza dal pavimento.

Eshili scuote la testa, come a scacciare una visione. Shorei è ancora in piedi, sembra arrabbiato, confuso. Leniki è abbracciata a lui, e piange.

Vedo i tre maghi della Forza immobili. Uno piange, uno scuote la testa, uno solo sembra presente a se stesso. La reliquia è caduta a terra, scivolata fuori dal gruppo dei cristalli, ora ne distinguo l’aura. Potente, ma difficile da definire.

Il Capitano è fermo, in mezzo alla stanza. Ha lo sguardo vitreo. Impiega pochi istanti a riprendersi.

“Perdonatemi. Ci ho protetti dall’attacco diretto dell’Oscurità. Non prevedevo l’effetto più sottile. Mago Araich, ancora una volta devo ringraziarla per la sua presenza di spirito. Gentilmente, ricomponetevi. È tempo di tornare alla nave”

 

***

 

Nessuno di noi parla, durante il ritorno. Moen ha smesso di piangere, ma singhiozza occasionalmente, sento il suo respiro irregolare. Eshili non guarda più le figure alle pareti. Solo avanti, con sguardo vitreo.

Shorei sussurra continuamente qualcosa all’orecchio di Leniki. La ragazza gli è collassata addosso, continua a piangere. Verejen sta lontano di un passo, cammina come un automa.

Il Capitano tiene la strana lanterna, mentre il Dottore porta i cristalli di allineamento. Noto vagamente che il Capitano si ferma a osservare le immagini della guerra. Chiude gli occhi un istante, lo vedo respirare a fondo, prima di proseguire.

Mi sembra di sentire ancora le voci evocate dall’Oscurità. Quant’è che non pensavo a mia madre? Non credo di avere mai pensato a lei dopo l’espulsione. Se non per ringraziare gli dei che sia morta prima che accadesse.

Io, il mago delle fiabe. Sì, è esistita una parte della mia vita in cui mi piaceva immaginarmi così. In cui credevo di poter cambiare qualcosa.

E ora su di me si raccontano storie ai bambini. E ho capito che non c’è modo di combattere, che non si può chiamare i fulmini e non c’è un cattivo da uccidere per aggiustare tutto.

 

***

 

Siamo quasi arrivati all’uscita quando inizio davvero a notare gli insetti.

Una dozzina di lunghe vespe color argento ci volano attorno, rumorose. Impiego un po’ di tempo per notare che puntano il Capitano. Le prime volte le caccia a gestacci, poi fa un movimento distratto col braccio e si bloccano a mezz’aria, immobili. Sembra ancora assorto nei suoi pensieri.

Ne osservo una. È lunga quanto il mio dito mignolo, completamente argentea. Sembra coperta di metallo. Ha occhi compositi blu, debolmente luminosi, e un lungo, inquietante pungiglione.

“Capitano. Ho già notato questi insetti. Ritengo che siano un sistema d’allarme”, dico.

L’uomo sembra impiegare un istante a mettermi a fuoco. Poi sorride. Sembra quasi un sorriso caloroso.

“In questo caso devo dire che il precedente sistema di allarme mi ha impressionato di più”

“Per favore, non li sottovaluti. In gran numero, mi hanno creato dei problemi. Ritengono abbiano capacità di inibizione della magia”

L’uomo si stringe nelle spalle.

“Non sono in grande numero. E l’uscita ormai non è lontana”

Io non riesco a distinguere una svolta dall’altra di questo enorme corridoio. Ma posso solo pregare che abbia ragione.

Alla svolta successiva vediamo effettivamente l’uscita, distante un centinaio di metri. Mi sento immediatamente sollevato alla vista della luce solare lontana.

“Ne arrivano altri”, avverte Shorei. Sembra riscuotersi all’improvviso. Leniki è ancora stretta a lui, continua a singhiozzare.

Il ragazzo sgrana gli occhi.

“Capitano, ne arrivano tantissimi altri! Dobbiamo andarcene! Da lì fuori posso teletraspotarci! Presto!”

“Giovane mago, non credo che…”

“Capitano, sono milioni!”, risponde Shorei. Sembra sconvolto.

Leniki si stacca da lui. Pare ancora confusa.

Il Capitano esita un solo istante.

“Via!”, ordina, e fa per correre. Poi mi guarda.

“Maghi della Forza. Potete trasportare Mago Araich?”

“Sissignore”

“Procedete immediatamente”

Sento una forza che mi solleva e mi spinge avanti. Mi irrigidisco, ma resisto al mio istinto di oppormi. Mi spingono effettivamente più veloce di quanto avrei mai potuto sperare.

“Moen, Eshili. Dovete calmarvi. Potrebbe servirci la Tempesta. Ora”, ordino. Eshili, che corre al mio fianco, annuisce. Moen sembra ancora stordito.

“Moen!”

Il ragazzo scuote la testa.

“Non posso andare avanti. Mi dispiace. Mi dispiace”

“Moen. Ho bisogno di te. Ti giuro che ne parleremo. Seriamente. Ma ora mi servono i tuoi poteri”

Qualche istante, poi annuisce.

Nell’istante in cui sento affluire i poteri, vedo centinaia di insetti argentei che sfrecciano lungo il tunnel, verso di noi.

“Mago Araich, sgombri la strada! Maghi della Luce, prepararsi al teletrasporto appena possibile!”

Fiamme, distanza, ricerca.

Scaglio avanti il mio potere. Non sono più arrabbiato, e l’energia incontenibile che avevo trovato prima – anche senza i miei amici – non mi supporta più. Anche così, dozzine e dozzine di schegge di fuoco erompono dalle mie mani, puntando agli insetti. Le prime vanno a segno, le vespe argentee bruciano e cadono dall’aria. Ma la seconda ondata svanisce a mezz’aria, il suo potere disperso.

“Che cavolo…?”, chiedo. Incanalo più potere, questa volta lo scaglio in un’ondata informe. Ancora una volta travolgono la prima ondata di insetti, ma poi il loro potere cala rapidamente.

“Capitano, cercano l’aura della reliquia! Può generare una bolla di Vuoto?”, chiedo. Accumulo potere, mentre le vespe argentee entrano nel tunnel in numero sempre superiore.

“Non sufficientemente in fretta, temo”

“Possiamo usare i cristalli?”, chiedo.

Scuote di nuovo la testa.

“No, riallinearli richiede ore”

Siamo a una dozzina di metri dall’uscita quando libero di nuovo il mio potere, in un’ondata di fiamme viola che avanza come una parete. La vedo indebolirsi prima ancora di raggiungere i primi insetti. Vengono comunque carbonizzati a centinaia, prima che il mio potere si dissolva.

Improvvisamente mi trovo a rallentare. I miei piedi toccano terra, Eshili mi trattiene un istante solo prima che cada.

“Che succede? Qualcosa ci blocca”, dice il Primo del Quadro di Forza, spaventato.

Guardo fuori. Il cielo brulica di uno sciame immenso di vespe argentee, le prime si avventano già nel tunnel, mentre a terra si accumulano i cadaveri di quelle che ho incenerito. Il ronzio è ormai assordante.

Sollevo una barriera protettiva, ma ne sento il potere colare via come acqua fra le dita. Per quanta furia cerchi di raccogliere, per quanto scenda nella Tempesta, la barriera appare fioca e fragile.

“Capitano, risucchiano i miei poteri! Non posso resistere a lungo!”, grido. Devo sovrastare il ronzio di un numero impossibile di ali da insetto.

“Ce ne sono milioni!”, grida Shorei, sovrastando il suono per un istante.

Il Quadro di Forza genera uno scudo dietro il nostro, ma sempre più insetti si gettano nel tunnel, i nostri poteri vengono drenati sempre più rapidamente.

Vedo il Dottore estrarre la spada. Un velo di fiamme viola la copre immediatamente, ma sembra dubbioso.

“Capitano. Abbandoni la reliquia o moriremo tutti”, dico. Considero per un istante di minacciarlo, ma sarebbe inutile. Se non è disponibile a cedere spontaneamente, non potrei costringerlo in tempo utile.

Il Capitano e il Dottore si guardano. Il secondo annuisce.

“Quadro di Forza. Spingete la reliquia più all’interno possibile del tunnel. Poi usate tutte le vostre Vie per cercare di proteggerci dal passaggio dello sciame. Speriamo bene”

Scudo, sfera, volontà. Ci circondo tutti in una cupola di luce viola, un istante dopo aver visto la lanterna che viene proiettata all’interno del tunnel con tutta la velocità della Forza.

Lascio cadere lo scudo con cui tenevo malamente a bada gli insetti. I maghi della Forza fanno lo stesso.

Un istante dopo, un ronzio così forte che sembra venire dall’interno del mio corpo. I miei amici si pressano le mani sulle orecchie. Io non posso. E devo mantenere ogni briciolo di concentrazione per rinforzare lo scudo. Per quanto piccolo e fragile, mi richiede una quantità di potere terrificante. Intravedo appena la miriade di corpi argentati che sfrecciano oltre. Ho la sensazione che ciascuno trascini via un frammento del mio potere, per quanto rinforzi, per quanto ne richiami altro, viene immediatamente consumato.

Infine non ce la faccio più. Lo scudo collassa, l’energia della Tempesta cola inutilmente dalle mie dita come liquido viola. Gli insetti ci sono addosso, sento le loro ali sulla faccia, i loro corpi metallici che mi colpiscono ovunque. Mi si impigliano nei capelli, mi entrano nelle maniche. Mi trattengo dal gridare perché so che entrerebbero in bocca.

Chiudo gli occhi, non riesco a evitare di dimenarmi selvaggiamente, aspetto il dolore, le punture, la morte.

Non viene.

Improvvisamente come è arrivato, il passaggio dello sciame finisce. Due vespe entrate nei miei vestiti escono dal colletto dopo un istante, Moen si districa con un grido l’ultima intrappolata fra i suoi capelli biondi. Il ronzio cala di intensità. Faccio appena in tempo a cogliere un’immagine dell’immenso sciame che svolta lungo la prima curva.

“Via di qui prima che ci ripensino!”, ordina il Capitano, già correndo.

 

Tempesta by Selerian
Author's Notes:
Questo capitolo è di fatto il culmine della storia. Temo sia piuttosto prevedibile, ma nel complesso ne sono soddisfatto. Spero piaccia anche a voi! Specifico che comunque non è il finale, c'è un altro capitolo. Buona lettura!
Documento senza titolo

Tempesta

 

“Araich, sai che mi fido di te. Davvero tanto. Ma sei sicuro che stiamo facendo la cosa migliore?”, chiede Moen.

Due giorni dopo il recupero fallito della Reliquia, tutto sembra tranquillo. La nostra nave punta verso un’altra città commerciale, e il Capitano dice che se apriremo relazioni soddisfacenti anche qui potrebbe essere l’ultima. Il sole di Jayel ci scalda piacevolmente, e solo in lontananza scorgo nubi temporalesche.

Esito prima di rispondere. Moen, seduto al mio fianco, si è tolto la camicia, e vedo le cicatrici lasciate dalla nostra punizione di tre anni fa sulla sua schiena. Come quelle che Shorei e gli altri tre dovranno portare per il resto delle loro vite. E tutti si erano fidati di me, in qualche misura. Essere quello che ha pagato di più non migliora la sensazione.

“La cosa migliore no, Moen. Ma è l’unica che possiamo fare. Davvero”

Il ragazzo resta in silenzio. Noto che ha sensibilmente più ciocche grigie che bionde, ormai. Sembra un vero mago della Tempesta. Dubito ne avrà mai il comportamento.

“Non lo so. Non sono mai stato uno bravo nella teoria. Ma me li ricordo i discorsi di Irei. Sul fatto che tutto questo ce lo siamo creati con le nostre mani. Le Compagnie, la rovina climatica, il collasso del governo. Le davi ragione”

“Eravamo piccoli. Convinti di poter fare chissà che cosa. E convinti di essere invincibili”

Moen ride.

“Che c’è?” chiedo, infastidito.

“Scusa, Araich. Ma beh… dopo questo viaggio, se tu non credi di avere abbastanza potere da fare qualcosa, inizio a chiedermi come qualcun altro potrebbe mai decidere di muovere un dito”

“Appunto. Non è perché non abbiamo abbastanza potere. È perché è una guerra persa. Abbiamo provato, Moen. Abbiamo provato in tanti, ce l’abbiamo messa tutta. Ma non possiamo battere tutti gli eserciti e i maghi delle Corporazioni. L’hai visto”

“Non possiamo perché non siamo abbastanza forti. Possiamo trovare più gente. Possiamo far cambiare idea ad alcuni dei loro” Moen suona disperato. Mi chiedo chi o cosa abbia visto nell’Oscurità.

“In teoria, forse. Ma è come dire che se tutte le molecole d’acqua invertissero la loro direzione di moto, un fiume potrebbe scorrere all’indietro. Il mondo non funziona così. Ci sono forze che lo impediscono”

Moen annuisce. Fa per aggiungere qualcosa. Si stringe nelle spalle e se ne va. Sembra più abbattuto che arrabbiato.

 

***

 

“Non capisco. Non mi sembra che la Erit abbia ottenuto molto da questa spedizione”, commenta Eshili.

“Dilemmi etici anche per te?”, chiedo. Mi esce più acido di quel che avrei voluto.

Aggrotta la fronte.

“Lascia perdere, scusa. Che vuoi dire? Mi sembra abbiano fatto un bel po’ di trattati commerciali”

“Cinque. Ma questa nave deve essere una delle più avanzate a disposizione della Erit. Col numero di portali che abbiamo attraversato, i maghi assoldati e la loro paga, rifornimenti, equipaggiamenti fighi per i soldati… mi aspettavo di più. Voglio dire, ci sono tre continenti abitati su questo mondo, e ci siamo mossi solo in un’area relativamente piccola di uno”

“Con tutto il casino che è successo qui, ringrazio gli dei che non abbiano voluto vedere anche altri continenti, a dirla tutta”, rispondo.

Sorride. “Sarà. Ma mi chiedo se il vero interesse della Erit in questo viaggio non fosse diverso da quel che sembrava”

Ripenso a Irei, ai suoi avvertimenti.

“Non mi sembra che abbiamo fatto grandi operazioni preparatori per la conquista di questo mondo, sinceramente”

“Non parlavo di quello. Pensavo alle Reliquie”

Annuisco.

“Sì. Forse il loro valore è più grande di quanto pensiamo. In effetti, se si verificassero replicabili…” non concludo la frase. Potrebbero vendere l’acqua pura. E potrebbero inquinare senza remore tutta quella che ci rimane.

Eshili annuisce.

“Potrebbero essere fonti di potere terrificante. Ed è per questo che sono confuso. Il Capitano ha ceduto molto rapidamente la Reliquia, l’altro ieri”

“Non so se hai notato gli insetti”

Sorride. “Non che non fosse un’azione logica. Ma mi aspettavo un qualche genere di esitazione. Oppure, almeno, un secondo tentativo di recuperarla”

“Non che mi faccia una grande simpatia, ma il Capitano non è così stupido da morire piuttosto che rinunciare al tesoro”

“Vero. Ma non mi sembrava molto infastidito dalla perdita”

“Neanche sapevamo cosa fosse. Difficile dispiacersi molto per aver perso qualcosa che neanche sai cosa sia”

Nell’istante in cui lo dico, però, ricordo il Dottore. La sua espressione di avidità faticosamente repressa. E poi il cenno noncurante con cui suggeriva al Capitano di liberarsi della Reliquia. Che senso ha?

 

***

 

Sono di nuovo sul ponte. L’aria è più fresca ora, grandi nuvole nere si stagliano davanti a noi. Sento la Tempesta che mi chiama, mi attira in modo quasi fisico a fare uso dei miei poteri.

Il Dottore è a prua. Guarda avanti, immobile. Mi chiedo cosa pensi. Mi chiedo cosa voglia.

Ancora una volta mi soffermo sulle sue strane proporzioni. Spalle larghe, vita troppo stretta, zigomi un po’ troppo prominenti. E i capelli lisci, lucidi, come quelli dei ricchi su Athan.

Un uomo con la spada che divora il sole, diceva la maga della Fortuna.

Chi è il Dottore? Cosa è?

Pensavo fosse un mago della Tempesta. Sicuramente si è dimostrato in grado di evocare fiamme. Ma ha anche dimostrato una velocità di reazione che credevo possibile per i soli maghi del Tempo. Un mago con più Vie?

Ricordo una foglia che raggrinzisce sui suoi abiti mentre usa il suo potere. Nella Tempesta, la sua magia non appare come qualcosa di positivo, ma come una mancanza, un risucchio. Simile al Vuoto. Ma quello che la magia del Vuoto consuma non può essere poi riutilizzato!

Un lampo improvviso. Le immagini nel sito della terza Reliquia. Gli esseri magri che combattevano, i mondi devastati alle loro spalle. Inizialmente l’avevo interpretato come esito della guerra. Ma no, le immagini non erano di luoghi distrutti. Erano di battaglie, e luoghi prosciugati. Foreste morte e fiumi a secco. Come le zone di Athan dove i Canali sono stati spezzati.

E improvvisamente mi torna alla mente la conversazione con il mago della Luce, a Zamyon. Sembra sia passata un’eternità.

“Sono la razza più triste dell’universo. Uomini che per vivere hanno bisogno di risucchiare l’energia dei Canali di un mondo.”

Mi prende un brivido. Scarto la teoria come assurda. Ma la mia mente continua a tornarci.

Recupero le stampelle e mi alzo in piedi, faccio per avvicinarmi al Dottore. Ho fatto diversi passi prima di rendermi conto di quel che sto facendo. Cosa posso chiedergli? Scusi, lei è un demone che divora energia delle Vie?

Ma Zamjon dovrebbe proteggere il portale. Come può un demone essere qui? La Fortezza è caduta?

La voce del Mago Amir mi risuona ancora nella mente con crudele chiarezza.

In uno dei loro ultimi attacchi, a costo di perdite enormi, sono riusciti a far penetrare un piccolo gruppo di loro membri in Jayel.

E l’uomo che raccontava le storie, più recentemente.

Storie di un signore dei demoni sfuggito a Zamyon libero su questo mondo.

Il cuore inizia a battermi più rapidamente nel petto. Possibile? Che il Dottore sia uno dei demoni che assediano Zamyon? Cosa ci fa su questa nave? Il Capitano lo sa? Che razza di accordo potrebbero avere stretto?

Mondi in fiamme, miliardi di morti. E ricordo le parole del mago. Un mondo dove i Canali sono così grandi, così intensi, che se lo controllassero avrebbero energia a sufficienza da espandersi in tutto il Multiverso. Prosciugare tutti i mondi. Portare all’estinzione tutto ciò che non è loro stessi.

I Demoni e le Compagnie vogliono entrambi Jayel. Ma non vedo come potrebbero collaborare. E anche fosse, cosa offrono gli Athaniani?

Una cosa è sicura. Non potrà esserci nessuna invasione finché Zamyon resiste. Le Compagnie potrebbero avere offerto supporto militare? No, per quanto forti siano non sono in grado di assediare la Fortezza, nemmeno schierando tutte le proprie navi.

Ripenso al Dottore. Al suo sguardo avido davanti alle Reliquie. Voleva quelle? Che siano utilizzabili come armi? Non mi convince. E poi il Dottore sembrava indifferente nel lasciare andare la Lanterna. Eppure, l’avidità di poco prima.

Oh, grandi dei.

Sento le mani che mi tremano, il cuore che mi batte con intensità dolorosa. I Cristalli. Non le Reliquie in quanto tali, ma i Cristalli di Rifrazione che le proteggono. Cristalli creati da una tecnologia perduta, in grado di nascondere qualunque cosa. Qualunque cosa.

Compreso ciò che i sistemi di sorveglianza di Zamjon vogliono assolutamente, assolutamente impedire varchi il Portale. Un demone.

Cosa potrebbe fare il Dottore, trovandosi all’interno della Fortezza, senza che nessuno lo sappia? Uccidere i comandanti dei difensori? Distruggere il Portale, permettendo ai suoi di riaprirlo altrove? Sabotare le difese in modi che neanche posso immaginare?

Troppe supposizioni. Calmati, mi dico. Ma ripenso alle Reliquie, protette da bolle di Vuoto. Non rimesse nei Cristalli. Eppure il Capitano, nel nervosismo dello scontro, ha implicato che sarebbe stato possibile.

Irei, i suoi avvertimenti. Questa missione è importantissima per il Consiglio delle Compagnie. Il suo obbiettivo non è quello che sembra.

Aiutare un generale dei Demoni a penetrare nella fortezza di Zamyon. Fornirgli un’identità di copertura. Trovare per lui i Cristalli di Rifrazione e recuperarli per ragioni commerciali non sospette.

Il cuore mi batte come se avessi corso per ore, sto sudando. Non può essere. Le Compagnie non avrebbero interesse ad allearsi con mostri che divorano interi mondi. Non hanno alcun guadagno da ricavare nel lasciarli liberi di devastare il Multiverso.

Ne siamo sicuri? Anche ponendo che i Demoni siano davvero pericolosi come implicava il Grande Mago, la loro espansione non potrà essere poi così veloce. Richiederà secoli e secoli.

Secoli in cui potrano collaborare con le Compagnie. Esserne il braccio armato, i migliori clienti, i difensori. Certo, prima o poi finirà. Ma fra quante generazioni? Il Multiverso è enorme. Con le Compagnie alle spalle, i Demoni non avrebbero bisogno di divorare immediatamente Jayel. Una volta liberi, potrebbero semplicemente espandersi discretamente nei mondi circostanti, raccogliere potere. Proteggere la nuova capitale delle Compagnie, e da lì dilagare in tutti i mondi.

Mi sento male. Non può essere. È una catena di deduzioni basate sul nulla o quasi. Ma so che il Dottore non è umano. Non appartiene semplicemente a una razza diversa dalla mia, la sua velocità di movimento, la sua forza, i suoi poteri, non sono quelli dell’umanità. E i Demoni sono la cosa più simile a un’altra specie di cui abbia mai sentito parlare.

E la scena di due giorni fa non lascia dubbi. Vogliono i Cristalli, non le Reliquie. Oggetti che servono a nascondere. Nascondere cosa, se non il Demone stesso? Gli avvertimenti di Shorei. Il comportamento del Dottore, le sue capacità, la profezia della Maga della Fortuna. Troppe cose tornano, tutte assieme.

Forse si incontreranno. E allora il ragazzo dovrebbe chiedersi quali siano i suoi limiti. Se è in grado di evocare il Fulmine, e di dare stucchevoli lezioni morali.

Mi chiedo se l’uomo che raccontava storie sapesse. No, non ha senso. Avrebbe semplicemente avvertito Zamyon. O me.

Ma quel che diceva vale lo stesso.

Ora so, o almeno sospetto, la verità. E devo fare qualcosa.

Sento sollevarsi tutte le obiezioni con cui mi sono moderato negli ultimi anni. Non è affar mio. Finirà male. Ho già provato, ho già dato.

Probabilmente il Dottore ha sempre limitato la sua forza, fino a qui. Se si ritiene in grado di danneggiare o distruggere Zamyon, deve essere talmente più forte di me che questo scontro sarebbe perfino più disperato del solito. Otterrei solo di bruciarmi tutta la fiducia guadagnata dal Capitano. Per un tentativo senza speranza di fermare eventi che in ogni caso sono troppo grandi per me, che riguardano guerre vecchie di millenni, eserciti e popoli interi.

Guardo a prua. Il Dottore è lì, in piedi. È lì, e la sua sola presenza minaccia tutti i mondi.

Ho già combattuto. Sono stato sconfitto. Ho pagato dovendo rinunciare a tutto quello che avevo, tutto quello che speravo. Perfino il mio corpo e i miei poteri da allora non funzionano come dovrebbero. E non ho ottenuto niente.

Ma so la verità. Non posso non fare niente. Semplicemente non posso. Ho accettato molte cose, ho insabbiato molti ricordi. Ma non potrei mai vivere mentre l’intero multiverso viene invaso da un popolo di divoratori di mondi, non con il minimo sospetto che io avrei potuto impedirlo.

Combatterò. All’improvviso sono tranquillo. Non ci sono più dubbi, non hanno senso. Combatterò, e probabilmente morirò. Ma non ci sono più scrupoli, argomentazioni da valutare. Il cattivo delle fiabe, il mostro che deve essere sconfitto, è davanti a me, e non posso ritirarmi.

 

***

 

“Appena arrivati a Zamyon avvertiamo il Grande Mago Amir”, propone Moen. Sembra terrorizzato. Eshili più che altro rassegnato. Ho la sensazione che sospettasse qualcosa. Non ha contestato la mia logica. Ed è sembrato stranamente sollevato, quando ho detto che dobbiamo trovare modo di ostacolare il Dottore.

Scuoto la testa.

“No. Potrebbe benissimo essere troppo tardi. Per quel che ne sappiamo, potrebbe avere raccolto potere qui ed essere in grado di squarciare le difese della Fortezza dall’interno appena ci metterà piede. Oppure fare così tanti danni che i difensori non riusciranno a ricacciare un attacco contemporaneo dall’esterno. Non lo so. Non possiamo rischiare”

“Dobbiamo tentare di far arrivare il messaggio”, fa notare Eshili. Lo guardo. Capisco il sottinteso. Anche nel caso noi saremo già morti per allora.

“Aspettate. Credete che Shorei e i suoi siano in grado di contattare qualcuno che porti il messaggio a Zamyon? Magari proprio la guarnigione di Zamyon su Jayel?”, chiede Moen.

Eshili scuote la testa.

“Anche posto che Shorei sia disposto ad aiutarci, il raggio massimo per una comunicazione non convenuta in anticipo è poco più di un chilometro. E ho la sensazione che il Capitano e il Dottore non correranno rischi, una volta vicini alla Fortezza. Se i tre cercheranno di mandare un messaggio li uccideranno sul posto. Sempre che non li uccidano comunque per precauzione. E su un Piano che non conosce l’incantesimo di Legame del Vuoto, non c’è nessun mezzo di comunicazione che viaggi più veloce di questa nave”

“Chiederemo l’aiuto di Shorei?”

Sospiro. Ci ho già pensato. La tentazione esiste, ma so la risposta.

“No. Se si schierasse dalla nostra parte, non potrebbe essere di grande aiuto. Non rispetto al rischio che ci tradisca”

“Non lo farebbe”, risponde subito Moen.

“Probabilmente no. Ma non possiamo rischiare, davvero”, rispondo.

Moen non sembra convinto.

“Pensa a quello che hanno appena passato. Al posto loro, sei sicuro, davvero sicuro che ti imbarcheresti in un’altra battaglia adesso?”, chiede Eshili.

Moen abbassa lo sguardo. So bene a cosa sta pensando. A noi. Poco dopo il nostro stupido tentativo di rivolta.

Stupido? Era così diverso da quel che sto facendo ora?

Sì. Almeno quella volta ero convinto di avere una possibilità.

“Se danneggiassimo la nave a sufficienza da bloccare la spedizione?”

“Ci ucciderebbero, la riparerebbero e continuerebbero”

“Possiamo distruggere i Cristalli?”, chiede Moen.

“Scommetto che li tiene il Dottore. E in ogni caso, scommetto che ci sono altre Reliquie accessibili, qui”, rispondo.

Silenzio. Moen si arrovella ancora. Eshili mi guarda. Lui ha già capito.

“C’è un solo modo, vero? C’è una sola componente della spedizione che possiamo attaccare per essere davvero, davvero sicuri che il piano fallisca”

Annuisco.

“Il Dottore. Dobbiamo affrontarlo e ucciderlo o imprigionarlo. Possiamo cercare di convincere o costringere il Capitano a ordinare ai soldati della Erit di aiutarci. Non so a quanto servirebbero in ogni caso”

“Se cercassimo di colpirlo a sorpresa?”, propone Eshili.

“Hai visto che razza di riflessi ha quell’essere”

“Colpirlo mentre è a terra, con i sistemi della nave?”

“Troppo lenti. E dopo il primo colpo, il capitano ha di sicuro un codice di disattivazione”

Silenzio. Si rendono conto quanto me di quanto sia disperato affrontare il Dottore in uno scontro diretto, se davvero è una minaccia per l’intera Fortezza di Zamyon.

“Quando?”, chiede semplicemente Eshili.

“Si sta avvicinando una tempesta”, mi limito a rispondere.

Eshili annuisce lentamente

“Preparo un segnale magico a invio ritardato. Shorei lo riceverà domani. Con un po’ di fortuna, potrà avvertire i maghi della Fortezza, nel caso noi dovessimo fallire”

 

***

 

Piove, sul ponte. Il cielo è cupo, oltre le nuvole il sole tramonterà presto. Pochi membri dell’equipaggio continuano a lavorare fra alberi e vele, tutti gli uomini della Erit sono scesi di sotto. Non è ancora una pioggia scrosciante, ma è fastidioso stare fuori.

Lascio che l’acqua mi inzuppi i vestiti, trascini via i dubbi. Il fuoco nelle mie vene supera qualunque freddo. Lampi e tuoni si susseguono in lontananza. Ciascuno mi rinvigorisce, mi riempie di energia.

La Via della Tempesta pulsa di energia. Non avrò un’altra occasione altrettanto buona di sconfiggere il Dottore, non prima di tornare a Zamyon. Forse la cosa più saggia da fare sarebbe gridare a tutti la verità, o forse fare finta di nulla e sperare di riuscire a scambiare poche parole con i guardiani della Fortezza.

Ma non riesco ad affidare tutte le mie speranze a un piano che potrebbe fallire per una parola, per un’ombra di precauzione del Capitano. Gli basterebbe chiuderci tutti nei nostri alloggi dieci minuti prima dell’arrivo a Zamyon, e saremmo sconfitti.

Probabilmente abbiamo possibilità ancora minori di vincere con la forza, ma almeno perderei combattendo, sapendo per certo di avere avuto un’occasione – anche una sola. È stupido, ipocrita pensare così? Sto giocando con il destino del Multiverso per proteggere il mio orgoglio? Non mi interessa. La Tempesta mi brucia nelle vene, e i dubbi svaniscono alla musica dei tuoni lontani.

Stappo la bottiglietta di vetro. Ne bevo un minuscolo sorso, il liquido per me ha l’odore e il sapore dell’acqua piovana. Lo passo a Moen. Il ragazzo esita un solo istante, beve e passa a Eshili.

Un terzo, poche ore di fortuna a testa. Abbastanza da vincere, o non averne mai più bisogno in ogni caso.

Guardo i miei amici. Moen sorride, sorride davvero, dopo aver bevuto. Sembra di nuovo il ragazzino che ho conosciuto all’Accademia, buono e assurdamente fiducioso. Forse l’unica persona davvero buona di noi tre. Se potessi, se soltanto potessi farne a meno… sarebbe la persona che più vorrei tenere fuori da questo suicidio. Ma ho il sospetto di avergli fatto più male servendo per tre anni le Compagnie che portandolo a morire.

Eshili, la barba intrisa d’acqua, borse sotto gli occhi e un aspetto consunto, ridotto alle ossa. Eshili, che ha sempre cercato di tenerci a galla, di mediare fra le mie emozioni violente e la fragilità di Moen. E che ci segue, accurato e preciso, anche qui. Ho il sospetto che una parte di lui avrebbe preferito fare finta di niente. Ma entrambi mi seguiranno. Di questo, almeno, sono sicuro.

 

***

 

Impiego qualche minuto a trovare, fra i membri dell’equipaggio intenti a lavorare, quello che so essere il Mago del Vuoto. È quasi sempre sul ponte, ovviamente. La scusa per tenerci d’occhio, per fare da sentinella al castello di poppa.

Evoco la totalità dei miei poteri. Non provo rabbia, ma la Tempesta viene, senza esitazioni, senza ostacoli. Noto che il Mago del Vuoto si ferma per un istante, sentendomi chiamare la magia.

Un solo gesto. Fiamme viola, una torre di fuoco che si alza dal pavimento della nave, circonda e imprigiona il mago. Brucia prima di potere anche solo pensare a difendersi.

Il fuoco della Tempesta mi avvolge, il mio corpo splende come un sole azzurro e viola. Rido, e i tuoni scoppiano in lontananza.

Spinta, controllo, corpo, autoselezione.

Aggiungo una dozzina di simboli di connessione e mi levo in volo sopra il ponte. Richiede moltissima energia, ma con una tempesta che infuria attorno me ne accorgo a malapena.

Vedo i membri dell’equipaggio che mi guardano. Hanno gli occhi sgranati, sembrano a metà fra il terrore e la reverenza. Rido ancora. Per stasera sì, sono il mago delle fiabe.

La porta del castello di prua si spalanca, ne esce il Primo Ufficiale. Ha la mano già protesa. Prima di poter reagire sento il mio potere che inizia a scivolare via, a svanire. Mi abbasso, atterro malamente sul ponte. Concentro tutta la mia volontà nel trattenere il potere. Scivola un po’ più lentamente. Stringo una mano, nel riflesso di artigliare quel che sta cercando di strapparmi. Vedo l’uomo corrugare la fronte, concentrato quanto me.

Sorrido. Mentre cerca di tracciare nuovi simboli, Moen ed Eshili, alle sue spalle, gli scagliano contro due palle di fuoco. Il colpo lo solleva a mezz’aria, lo scaglia via con tale forza da spedirlo fuori bordo. Cade insieme alle gocce, assorbito dalla tempesta.

“Quadro!”, ordino.

Moen ed Eshili corrono fino a me. Sento il loro potere aggiungersi al mio. Camminiamo tutti e tre verso il castello di prua.

Inizia a suonare la stessa sirena di allarme che ho sentito in precedenza, durante la rivolta di Shorei. Un manipolo di soldati esce immediatamente dal castello, puntano le balestre a dardi incandescenti.

Osservo i simboli della Erit sui loro petti. Ora sì, provo rabbia. Verso me stesso, non verso di loro. Ma alimenta la Tempesta allo stesso modo.

Scudo.

I dardi che fanno in tempo a lanciare rimbalzano contro la nostra difese senza fare più effetto delle gocce di pioggia. Fiamme, lama. Un mio gesto, incanalo la Tempesta. Muovo orizzontalmente una mano, e una linea di fuoco blu si genera dove passa. Rilascio l’incantesimo, e vola verso i soldati. La maggior parte vengono tagliati a metà prima di poter reagire. Gridano, la loro carne sfrigola. Un istante dopo sono tutti morti.

La porta si apre di nuovo. Il Capitano, già traccia i simboli del Vuoto. Ma è inutile, pozione della Fortuna, tempesta che infuria o chissà che altro, stasera il mio tempismo pare soprannaturalmente perfetto. Nell’istante in cui cerca di liberare i suoi poteri, completo il mio incantesimo. Le sue braccia vengono sollevate e schiacciate contro il legno del castello alle sue spalle. Manette di luce viola lo tengono immobilizzato.

“Cerchi di chiamare un altro simbolo del Vuoto e la ucciderò”, avverto.

“È impazzito, Araich? Cosa crede di ottenere?”, chiede.

“Niente, probabilmente. Ma non ho tempo da perdere. Ordini al personale militare di attaccare il Dottore. Subito”

Un lampo di comprensione nei suoi occhi.

“Araich…”

“Subito. Sa quanto dolore posso infliggere. E non ho tempo da perdere”

Dietro di noi, sento il clamore dei soldati che escono dal boccaporto. Mi volto, senza perdere la presa sul Capitano scelgo una rapida sequenza di Simboli. Una sfera di fiamme viola cade dal cielo, si schianta esattamente sul boccaporto. Gli uomini più vicini vengono sbalzati lontano. Uno rilascia per sbaglio una freccia di fuoco, che va a colpire alla schiena un suo compagno.

I pochi rimasti in piedi sparano. I dardi di metallo fuso passano fra noi, innocui, senza neanche schiantarsi sui nostri scudi.

Mi volto ancora verso il Capitano. Richiamo uno dei pochi Simboli che non ho mai usato. Dolore. “E ora…”

“Araich!”, avverte Moen, spaventato.

Reagisco istintivamente. Genero una barriera di fiamme con ogni briciolo del mio potere.

Un istante dopo, il Dottore ci passa attraverso come se non esistesse. Mi balza addosso, mi colpisce con un calcio. Perdo l’equilibrio, cado contro il legno duro del ponte. Sento il Quadro che si spezza, mentre annaspo per mettermi almeno gattoni vedo Moen sollevato in aria e gettato con forza contro il parapetto.

Riesco a mettermi sulle ginocchia. Mi tremano braccia e gambe, ma la Tempesta continua a bruciarmi nelle vene. Per essere caduto di peso non mi sono fatto praticamente niente.

Alzo la testa. Vedo Eshili scagliare un rapido raggio di fuoco al Dottore. Lo colpisce in pieno. L’uomo viene appena respinto, come da un pugno, prima di gettarsi sul ragazzo. Lo colpisce allo stomaco con un calcio, e il terzo dei miei amici collassa a terra.

Fiamme. Controllo.

Un torrente di fuoco emerge dalla mia mano, va ad avvolgere il Dottore, tenta di stringerlo. Diventa una figura nera avvolta in un bozzolo di fiamme viola. L’uomo grida, per un istante si dibatte, imprigionato, come qualunque persona normale. Poi luce bianca lo avvolge, sento la Tempesta che viene risucchiata. Alza le braccia, e il guscio di fuoco che lo avvolge si disperde, svanisce. Per un istante la sua pelle è nera e ustionata, ma in una frazione di secondo guarisce completamente.

Faccio per raccogliere di nuovo il mio potere, ma mi sfugge. Impreco. Il Capitano è in piedi, ora. Ha le mani protese verso me e Moen. Mi concentro sulla Tempesta. Sembra semplicemente non esserci. Rabbia e paura montano in un istante, ma anche così non riesco a vedere nemmeno uno dei Simboli. La presa del Vuoto è troppo forte.

Mi lascio ricadere bocconi. Ho perso, e lo so.

“Mago Araich, credeva davvero di potercela fare?”, chiede il Capitano. Sembra sinceramente curioso.

Non so perché rispondo. La battaglia è finita. E me ne rendo conto perfino io.

“Dovevo provare”

“Cosa sapeva? Non cerchi di mentire. Il nostro buon Dottore se ne renderebbe conto facilmente”

Penso di mentire, di occultare la verità. Ma perché farlo? Un angolino della mia mente mi avverte che il Vuoto mi sta influenzando, ma lo ignoro. Ho perso. Con un po’ di fortuna potrei almeno farla finita in fretta.

Sento i passi del Dottore vicino a me. Si abbassa. Mi tira su per il bavero. Sembra non fare il minimo sforzo. Nell’altra mano ha una spada, e me la punta alla gola. Noto di nuovo la sottile diversità del suo corpo, dei suoi lineamenti. Come ho fatto a non capire prima?

“Ho capito che il Dottore è un demone. Che intendete portarlo dentro a Zamyon con i Cristalli di Rifrazione. Che è parte di un patto delle Compagnie e dei Demoni per conquistare questo mondo”

Nessuna espressione attraversa il volto del Dottore. Sento la voce del Capitano alle mie spalle.

“Mi dispiace, Mago Araich. Lei è un uomo intelligente, determinato, di capacità magiche eccezionali. Davvero, sono convinto che ci sarebbe stato un grande futuro per lei. Era anche disponibile a mettere da parte le sue posizioni più irrazionali. Ma capisco che tutto questo sia… difficile… da accettare. Mi dispiace”

Nonostante tutto, il mio cuore sprofonda. È vero. È vero, e lui lo sapeva.

“Non può lasciarlo fare!”

“Non ricorda, Araich? È inutile intralciare quello che deve essere. I Demoni, le Compagnie. Poteva andare soltanto così. Nemmeno lei, con tutto il suo potere, è riuscito a cambiare nulla”

Un lampo di luce bianca. Per un istante penso sia un tuono, ma vedo il Dottore irrigidirsi. Mi lascia andare, scattando verso il Capitano. Mi sento cadere di nuovo a terra, ma Eshili mi afferra, mi aiuta a risollevarmi. Ho difficoltà a stare in piedi, anche col suo supporto. Dove sono le stampelle?

“Stia tranquillo, Capitano. Ne abbiamo prese abbastanza”, dice la voce stanca di Shorei.

I tre maghi della Luce sono apparsi in mezzo al ponte. Il Dottore si è frapposto fra loro e il Capitano, ma sembra starsi rilassando. Provo i Simboli della Tempesta, ma il mago del Vuoto non ha rilasciato la sua presa.

“Puoi fare qualcosa, Araich?”, chiede Eshili a bassa voce.

“No. Temo di no. Ma aspettiamo. Potrebbe esserci una distrazione. Non si sa mai”, sussurro.

Il Capitano mi guarda, poi si rivolge ai tre. Fradici e con un’espressione confusa, Shorei e Leniki sembrano più giovani che mai. Verejen, alle loro spalle, sembra sostenerli entrambi con un braccio sulla spalla di ciascuno.

 “Mago Araich, visto che sembra avere a cuore la sorte di questi giovani maghi, certo non ripeterà a voce alta le… informazioni sensibili… di cui è ora in possesso. Credo sia inutile dire cosa saremmo costretti a fare in quell’eventualità”

I tre maghi sembrano confusi. Il Capitano si rivolge a loro, mentre il Dottore torna a guardare me. Abbandono ogni speranza di colpirlo mentre è distratto.

“A cosa è dovuta la vostra presenza?”

“Abbiamo risposto all’allarme”, risponde Verejen. “Comprenderete se non volevamo passare di nuovo per traditori”

Leniki sorride. È un sorriso orribile. Guarda verso di me.

“E non posso negare di apprezzare la… simmetria… della situazione”

Il Dottore mi fissa ancora. Per un solo istante anche lui sembra stanco, e vecchio.

“Ne deduco che non li ha contattati né informati? La avverto, distinguo facilmente le menzogne”, mi chiede.

Scuoto la testa.

“No. Nessuno di noi ha informato nessun altro. Non sanno niente”

Risponde Shorei. Sputa le parole.

“Qualcosa lo so. Sei uno stronzo, un ipocrita, un traditore. L’unica presa di posizione morale che hai avuto in questo viaggio è stato farmi frustare anziché risparmiarmi le cicatrici a vita, per non sporcarti le manine. Non so perché hai deciso di ribellarti ora. Forse non ti pagano abbastanza per ogni testa che tagli. Non mi importa. Non mi serve sapere niente. Ma mi farebbe un gran piacere liberarmi di te”

Il Capitano sembra valutarli per un istante. Guarda il Dottore. Ancora provo la Tempesta, e ancora il suo blocco è ferreo. Stringo i denti per la frustrazione.

“Il ragazzo è sincero”, dice il Dottore.

Il Capitano annuisce.

“Apprezziamo la vostra prova di fedeltà. Bene, vedo che i soldati stanno arrivando. Temo che i tre maghi ne abbiano distrutto un numero notevole. Io e il Dottore abbiamo bisogno di… riflettere alcuni minuti. Fatevi aiutare dai militare a condurre i tre maghi nella cella di punizione. È sufficiente che siano ancora in condizioni di parlare quando arriveranno”, dice semplicemente. Sembra soprappensiero.

Mi guarda.

“Ribadisco che se dirà qualunque cosa, e il Dottore lo determinerà con estrema facilità, firmerà la condanna a morte di chiunque senta. Mi spiace che le cose siano andate così, mago Araich. Le avevo già spiegato che, più che giusto o non giusto, opporsi al sistema è certamente inutile. Ci vedremo fra non molto”

Shorei si avvicina a Moen, mentre Verejen afferra per un braccio Eshili. È Leniki a raggiungermi. Il sorriso della ragazza mi dà i brividi. Immagino sia soltanto equo.

I soldati si avvicinano. E mi viene in mente una sottile, strana discrepanza. Shorei mi aveva detto che era stata la cosa giusta che non fossi io a torturarlo.

L’unica presa di posizione morale, ha detto, tecnicamente. Quindi ciò che ha detto è formalmente vero, ma aveva un significato opposto a quello che ha lasciato intendere.

Noto all’improvviso che la stretta di Leniki non è regolare. Mentre i soldati si avvicinano a noi, mi strizza tre volte l’avambraccio. Poi molla. Strizza di nuovo.

Non ho tempo di pensare. Solo prepararmi. Strizza di nuovo. La seconda volta.

Mi concentro sulla Tempesta, sui simboli ancora bloccati.

Strizza una terza volta. Un lampo di luce bianca. Il Capitano grida, viene gettato in aria, atterra malamente sul ponte.

Il Dottore si volta in un istante, scatta verso Shorei, poco lontano, con la mano ancora protesa. Ma ha sbagliato bersaglio.

Fiamme.

Tutta la rabbia e l’impotenza che ho provato si scaricano in un’unica ondata di fiamme che va a colpire il demone. Lo solleva, lo getta a terra, continua a colpire. La spada gli sfugge di mano.

Il Dottore grida, ma poi si volta. Comincia a risucchiare la Tempesta. Intensifico il fuoco viola, riesco a tenerlo inchiodato contro il ponte.

I soldati corrono verso di noi. Uno dei più vicini inciampa, i due dietro gli scivolano addosso. Eshili fa in tempo a generare un fragile scudo di Tempesta.

Il Dottore inizia a rialzarsi, le sue ferite guariscono, per quanto lentamente. Alza un braccio, e la spada gli torna in mano. Cerchio. Forza. Volontà. Cerco disperatamente di fermarlo, almeno rallentarlo. Noto solo vagamente i maghi della Luce e i miei due compagni che corrono verso di me.

“Quadro!”, grida Shorei. Luce tutto attorno a noi. Il Demone si libera finalmente dell’incantesimo, corre verso di noi con la spada levata. Al suo fianco, il Capitano si rialza.

E tutto svanisce in un lampo di luce.

 

***

 

Impiego un istante a capire cosa stia succedendo. Non c’è più la nave, attorno a me. Siamo appoggiati su una roccia sporgente, foresta tutto attorno. Eshili, Moen e i tre della Luce sono ancora attorno a me, esattamente nelle posizioni che occupavano sulla nave.

Leniki e Shorei si danno un cinque, ridendo. Anche Verejen ride.

“Ce l’abbiamo fatta!”, esclama.

“Che cosa… cosa…” chiedo.

“Vi abbiamo portati via, idioti. Non saremmo usciti vivi da quello scontro”, spiega Shorei. Sorride come un bambino.

Comprendo con orrore. Teletrasporto luminoso.

Guardo in alto, verso il cielo cupo e velato dalla pioggia. Non vedo nulla. Ma sfiorando la Tempesta, trovo rapidamente una nave volante, vento e pioggia che sfregano contro le vele e il legno, che si allontanano.

“No! Shorei, no! Dobbiamo tornare a bordo!”, grido.

“Ma sei matto oltre che stronzo? Ci uccideranno!”

“Non importa! Non importa! Shorei, il Dottore è un demone! Abbastanza forte da minacciare Zamyon! Questa missione, tutta questa missione è un trucco per farcelo entrare di nascosto. Dobbiamo fermarlo! Cazzo, ci sono mondi in pericolo!”

Sento il mio stesso tono folle. Verejen mi guarda come se delirassi.

Shorei sembra soprattutto confuso.

“Cosa… il Dottore…”

“Non c’è tempo! Devi riportarci su quella nave! O questo mondo verrà invaso!”

“Araich, non posso. Sul serio. È più faticoso salire che scendere. Anche con la magia. E ci ho portati lontano quanto potevo”

Vedo l’orrore che inizia a farsi largo nei suoi occhi. Mentre i suoi due amici sono ancora confusi, qualcosa mi dice che Shorei sta capendo fin troppo in fretta.

“Stronzo ingrato, ti abbiamo salvato la vita e…” Leniki sembra pronta a saltarmi alla gola.

Scuoto la testa.

Dobbiamo fermarli. Dobbiamo!”

Silenzio. È Eshili a parlare.

“Araich, se anche potessimo tornare su quella nave… è semplicemente troppo forte per noi. Potremmo soltanto morire. Da qui possiamo provare qualcosa. Avvertire qualcuno. Cercare un mezzo abbastanza veloce. Un incantesimo per comunicare con Zamyon. Lì potremmo solo morire. Non possiamo cambiare questo. Così almeno sopravvivremo. Non hanno interesse a tornare indietro a cercarci – meglio essere sicuri di stare davanti alle notizie che potremmo spargere”

Non possiamo cambiare.

Sento montarmi una rabbia terrificante. Più di quando gli imperiali hanno cercato di bloccarci, più di quando l’Oscurità ha ingannato la mia mente.

La rabbia che provavo il giorno della rivolta, su Athan.

Shorei sussurra.

“Se c’è qualcosa che possiamo…”

“Sì. Formate il Quadro”, ordino.

“Araich…”

“Ora!”, grido. Devo suonare matto. Ma non discutono. Pochi istanti dopo, sento il loro potere che mi raggiunge.

“Leniki. Shorei. Anche voi…”

“Araich, la deformazione dei simboli…”

“Non mi importa!”, rispondo.

Un lampo. Ormai è abbastanza buio da essere distintamente luminoso. Delinea i volti fradici di Shorei e Leniki, la loro perplessità. Ma un rivolo di potere sbagliato, alieno, si unisce al mio.

Cerco di richiamare i Simboli. Ma sono tutti distorti, deformati. Servono anni di allenamento per usare un Quadro misto. E in ogni caso non è efficiente, mi ricorda una voce dall’Accademia.

Non mi importa. Scendo nella Tempesta, lascio montare la rabbia. Non solo desiderio di distruggere e uccidere. Desiderio di cambiare. Sono stufo marcio di non poter influenzare quel che mi succede attorno. Guardo i simboli deformati attorno a me. Provo rabbia anche verso di loro. La strana rabbia fredda monta di nuovo.

Muovo una mano, e i simboli vanno in pezzi, svaniscono.

La mia visione cambia.

Non vedo più sottili linee di Tempesta che percorrono il mondo.

Ora c’è solo la Tempesta.

Il cielo è viola, vedo il sole brillare blu elettrico all’orizzonte, oltre le nubi. Vedo le nubi stesse. Non come macchie scure. Sono sagome viola chiaro brillanti, vedo, percepisco l’energia del vento che le sfrega. Vedo la pioggia come milioni di minuscole scintille dorate, frammenti di movimento ed elettricità. In qualche modo non ostacolano la vista di quel che c’è dietro.

Vedo la nave con chiarezza perfetta, nonostante la distanza. I sistemi della Tempesta a bordo sono linee di luce bruciante, ma vedo anche l’alone azzurro del vento che sfrega sul ponte, la scintilla rossa di ogni goccia che impatta contro lo scafo. Vedo il buco che so essere il Dottore.

Vedo le correnti nell’aria, lunghe linee colorare che danzano nell’aria. Le vedo, sento la loro energia.

Vedo i fulmini.

Sono mille volte più brillanti in questa visione che nella realtà, eppure non mi abbagliano, qui nessuna intensità è abbagliante. Guardo ipnotizzato le linee nel cielo che danzano, che si incrociano, il fulmine che scocca, luminoso come un milione di soli.

E improvvisamente ho l’impressione di conoscerlo, di capirne davvero il meccanismo.

Non ci sono simboli per descrivere quello che faccio. Vedo le colonne di energia nel cielo. Quelle che nascono nelle nuvole – vaghe impressioni di aghi blu che precipitano, energia, energia che aumenta, elettricità – e quelli che nascono a terra, colonne di energia nate dal vento e dalla pioggia.

Sfioro una colonna, e quella si muove obbedendo al mio volere.

Sento immediatamente che mi costa una quantità di potere terrificante, ma improvvisamente ne ho così tanto.

Non penso. Non ho bisogno di simboli. Mi limito a prendere due colonne di energia, una del cielo e una della terra.

E farle incontrare esattamente dove sta passando la nave volante.

Sento le mie energie calare drammaticamente. Stringo i denti, all’ultimo istante penso di non farcela, ma le colonne si incontrano un istante prima che il mio potere ceda.

La visione viola si infrange, mi ritrovo di nuovo nel mondo di tutti i giorni.

Giusto in tempo per vedere un fulmine, vicinissimo e brillante, squarciare il cielo. Lo vedo distintamente attraversare la figura di una nave volante.

Duello by Selerian
Author's Notes:
Posto l'ultimo capitolo di Le Porte dei Mondi (manca ancora un epilogo, comunque). Probabilmente aggiungerò una scena - e taglierò ulteriormente sulle riflessioni - in seguito a segnalazioni che ho trovato condivisibili.
Il capitolo mi soddisfa meno del precedente, è un finale un po' sottotono dopo "Tempesta", ma spero possa piacervi. Buona lettura!
Documento senza titolo

Duello

 

Il sole di Jayel è di nuovo alto sulla foresta, quando Shorei torna dalla sua ricognizione. È strano trovarsi a terra, alla base degli alberi altissimi, dopo tanto tento passato a vedere tutto dall’alto, nei confini ristretti della nave.

“Hai dato un’occhiata più da vicino?”, chiedo.

Cerco di avvicinarmi, ma è terribilmente faticoso. I due rami tagliati che uso come stampelle sono inefficienti, e affondano nel terreno fangoso a ogni passo.

Annuisce. Sembra stupito.

“Se la sono cavata meglio di quanto avrei creduto possibile. Voglio dire, li hai colpiti con un fottuto fulmine!”

Sorrido.

“Scommetto che questo al mago delle fiabe non è mai successo. Ma temo che solo una minima parte dell’energia abbia effettivamente attraversato la nave. L’aria ionizza più facilmente del legno, purtroppo”

Shorei si siede su un masso sporgente. Ha i vestiti infangati e strapazzati dopo la notte all’addiaccio.

“Credo che l’albero maestro e tutti gli alberi di sinistra siano stati spezzati, la maggior parte delle vele sono bruciate. Immagino che i sistemi di volo abbiano retto in qualche misura, se sono riusciti ad atterrare. Li ho visti scaricare a terra anche un bel po’ di corpi carbonizzati. Ma anche se ci sono sezioni annerite e uno squarcio a sinistra, lo scafo nel complesso ha retto. E scommetto che tutto il resto lo possono riparare”

Eshili si avvicina al ragazzo. Per qualche motivo, sembra strano vedere il mio amico circondato dalla foresta. Più di chiunque di noi, pare fuori dal proprio ambiente.

“Sai se il Dottore è sopravvissuto?”, chiede.

“E chi vuoi che sia a cercare di individuarci?”, rispondo.

Eshili si stringe nelle spalle.

“I maghi della Luce della Erit?”

Leniki, vicino a noi, scuote la testa. Non ha detto una parola per tutto il tempo in cui Shorei era via.

“Ho bloccato altri due tentativi di individuazione. Il secondo sembrava più determinato. Entrambi molto, molto più forti di quel che potrebbero mai ottenere i loro maghi da due soldi”

Annuisco. Non sono sorpreso.

“Potremmo tentare di raggiungere una città e dare la notizia. Un loro corriere veloce potrebbe portare l’informazione Zamyon prima che arrivino”

Shorei sembra indeciso.

“Ho individuato una città abbastanza vicina. Se non veniamo mangiati da qualche bestia locale, dovremmo arrivarci in tre o quattro giorni. E quando la nave ripartirà, come minimo sarà troppo danneggiata per tenere la velocità massima. Potremmo anche farcela”

Eshili scuote la testa.

“Non credo che su questo mondo esistano mezzi più veloci di una nave volante. Né di spostamento, né di comunicazione”

“In ogni caso, non ce lo permetteranno”, dice Leniki. Sorride. Sembra quasi divertita. “Il Dottore ci individuerà prima. Probabilmente è occupato ad aiutare a riparare il Cerchio di Volo o qualche altro sistema critico. Ma dalla forza del secondo assalto, quando si concentrerà completamente su di noi, ci troverà”

Eshili si tormenta la barba.

“Se ci dividessimo? Tre gruppi con un mago della Luce ciascuno”

“Ci troverebbe ancora più facilmente. Come minimo mentre il mago della Luce dorme”, spiega Leniki.

Moen si rivolge a me. È la prima volta che interviene nella discussione. È l’unico di noi a sembrare quasi tranquillo.

“Araich, possiamo battere il Dottore?”

Ci penso sopra. Ricordo la velocità con cui si muove, il modo in cui si scrollava di dosso i miei attacchi.

“Con un colpo a sorpresa, forse. Ma non credo. Sicuramente non in un combattimento aperto”

Tutti e cinque i ragazzi mi guardano. Sembrano vagamente stupiti.

“Che c’è?”, chiedo.

Nessuno risponde. Dopo un istante Shorei si stringe nelle spalle. Guarda a terra.

“Sai com’è. Hai chiamato il fulmine. Hai usato il potere di una Via diversa dalla tua. Se pensi di poterlo battere… di sicuro io ti crederei, ecco”

Mi viene da ridere. Sono incredulo.

“Shorei, l’ho affrontato ieri. Durante una dannatissima tempesta, col vantaggio della sorpresa. Mi ha sconfitto così in fretta che a malapena si può definire scontro. Senza di voi tre saremmo morti, e ce la siamo cavata perché siamo scappati. Come cazzo dovrei fare a essere in grado di batterlo ora?”

Il ragazzo arrossisce leggermente. Sembra vergognarsi mentre risponde.

“Non si può chiamare i fulmini. Lo sanno tutti, tutti quelli che sanno qualcosa di magia. E ieri l’hai fatto. Ci chiedevamo se… se facevi finta. Se non sei più forte di quel che ci hai fatto credere. Una specie di prova”

Non riesco a resistere. Scoppio a ridere. Rido talmente tanto che rischio di perdere l’equilibrio, rido fino a che ho le lacrime.

Shorei pensava davvero che io fossi il mago uscito dalle fiabe, che si traveste da straccione per vedere come si comporta la gente comune. Dall’espressione di Leniki, ho il sospetto che anche lei non fosse del tutto certa del contrario.

“Mi dispiace. Sono davvero quello che sembro. Uno stronzo ipocrita che si è deciso a muovere un dito per fermare il Capitano solo quando era questo o la fine di tutti i mondi. Ieri ho scoperto qualcosa di interessante. Ma non sono sicuro che saprei ripeterlo. Sicuramente non abbastanza in fretta da farne uso in combattimento. E in ogni caso, non mi rende propriamente più forte”

Cala il silenzio. I maghi della Luce hanno espressioni di malcelata delusione. Perfino Eshili e Moen sembrano vagamente sorpresi.

“Quindi non puoi chiamare di nuovo i fulmini?”, chiede Moen.

“Solo durante una tempesta. E solo con altri maghi a sostenermi. Se anche ci fossero queste condizioni, non potrei mai farlo abbastanza velocemente da colpire il Dottore. Mi dispiace”

Moen annuisce. Ancora una volta sembra più sicuro, più tranquillo, di quanto sia abituato a vederlo da molto tempo. Dai giorni dell’Accademia.

“Quindi il Dottore ci troverà e ci attaccherà. Ma non possiamo sconfiggerlo in uno scontro diretto, neanche tutti assieme”

Sorride.

“Quindi dobbiamo trovare un altro modo”

 

***

 

Ci facciamo strada attraverso il rado sottobosco, diretti verso una grande radura vista da Shorei.

È una bella giornata. So che dovrei essere furioso. La tempesta è finita, cancellando quello che era di fatto il nostro unico vantaggio.

Ma non riesco a essere davvero infastidito. Ci sono ottime probabilità che stia andando a morire, e preferisco godermi il sole e il profumo delle foglie.

Questo mondo è così integro, così bello. Penso alle centinaia di milioni di persone che ancora vivono su Athan, che non hanno mai visto niente del genere. Che non hanno nemmeno più diritto alla luce del sole. Posso davvero lamentarmi, se morirò qui e ora?

Non riesco ad avere davvero paura. Ho combattuto troppe volte negli ultimi anni, anche rischiando seriamente di morire. Mai con prospettive così scarse, è vero. Ma l’idea che potrei venire ucciso non mi è per niente nuova. E in genere, pensando a quel che dovrò fare, la vittoria mi sembra una prospettiva solo marginalmente migliore della morte.

Questa volta, so che combattere il Dottore è come minimo la meno peggiore fra tutte le azioni che potrei fare. Non ho bisogno di chiedermi cos’altro poteri fare, come giustifico le mie azioni.

Se non combatterò, il Dottore raggiungere Zamyon in segretezza. E se la Fortezza dovesse cedere, miliardi di persone ne soffriranno le conseguenze. Io ho una speranza di impedirlo, e quindi devo farlo. La semplicità della situazione è rinfrancante.

So la verità. So che dovrò pensarci, nel caso sopravviva a questa battaglia. Se accetto il mio dovere a intervenire ora, accetto anche che tutte le altre occasioni che ho perso, tutte le volte che ho lasciato perdere, sono stato solo un vigliacco. Che tutte le mie scuse per non agire erano, in fondo, scuse.

Nessuna misteriosa forza della società si è materializzata a intercettare il fulmine, ieri. Non è stata una congiuntura economica a distruggere il villaggio della prima Reliquia. Sono stato io. E tutto il resto sono balle, e una parte di me l’ha sempre saputo.

Forse è questo che mi attira dello scontro col Dottore. Una sorta di redenzione. Non posso disfare quello che ho fatto. Ho collaborato a stragi e sono rimasto a guardare torture. Ho permesso alle Compagnie di conquistare mondi e ridurre in schiavitù popoli.

Ma oggi posso ostacolarle, ostacolare davvero il più grande e mostruoso dei loro progetti. Non cancellerà quello che ho fatto, ma forse lo bilancerà in qualche modo.

Se fallirò, morirò, e se gli dei esistono probabilmente mi capiranno. Dopo tutto anche loro sono fermi lì, a sputare sentenze e stare a guardare.

 

***

 

Shorei aspetta con me. Siamo seduti sull’erba, aspettando che il Dottore ci cerchi di nuovo. Questa volta, l’incantesimo che ci protegge dalla divinazione cederà. E dovremo combattere.

“Non c’è bisogno che tu stia qui”, dico.

Si stringe nelle spalle.

“Renderà la recita un filo più credibile. E poi se questo giochetto non funzionerà saremo tutti morti. Lo so benissimo. Se devo morire, almeno voglio essere in prima fila”

“Non potresti aiutare Leniki?”

“No. Imitare le aure richiede abilità, non potere. E lei è più brava di me a farlo”

Cala il silenzio.

“Senti, quando ci hai salvato l’altro giorno. Grazie. Lo so, è poco. Avresti potuto lasciarci morire. Cazzo, avresti avuto tutte le ragioni per lasciarci morire”

Il ragazzo sorride. Strappa una manciata d’erba, inizia a giocherellarci.

“No. Questo è quel che pensa il Capitano, e la gente come lui. Per questo ci ha creduto così rapidamente, quando ho implicato che volessimo vendicarci. È vero, tu non ci avevi aiutati. Anzi. Ma non credo che proteggere le persone sia una questione di entrate e uscite. Non lo fai perché speri di avere qualcosa in cambio. Lo fai e basta”

“Sono morte persone che se lo meritavano ben più di noi in questo viaggio”

Si stringe nelle spalle.

“Come cazzo faccio a sapere chi merita più di vivere? Avevo una possibilità di aiutare te e sabotare la missione in un colpo solo. E probabilmente uscirne vivo. La cosa migliore da fare era approfittarne”

“Alla fine aveva ragione Leniki su una cosa. Sono uno stronzo ipocrita, e avreste fatto meglio a non fidarvi di me. Spero davvero che sopravvivrete a questa storia. Non importa che poteri ho. I maghi delle fiabe siete voi tre. Quelli che aiutano la gente. Pensavo che non vi rendeste conto delle conseguenze. Ma avete pagato. E siete ancora qui”

Shorei ride.

“Credi che dall’Accademia di Luce mi abbiano fatto uscire con un inchino e un gesto cortese?”

Si scopre i polsi. Vedo le solite cicatrici.

“Il terzo membro originale del nostro quadro è morto in cella. A due metri scarsi da me. Era il mio migliore amico, e non ho potuto fare niente mentre moriva e mi chiedeva di aiutarlo. Io ci sono andato vicino, le ferite delle catene hanno fatto infezione. Non ci hanno fatti uscire un secondo per un mese”

Cala il silenzio. Non so cosa dire. Che mi dispiace? Che sono stato un idiota a prenderlo per un ragazzino che non capiva quello che faceva?

È lui a prendere la parola. Sembra di nuovo tranquillo.

“Comunque non mi metterò a giudicare la gente per come reagisce a cose del genere. Sì, sei stato un grandissimo stronzo. Per questo viaggio, e probabilmente per chissà quanto tempo in cui hai lavorato per le Compagnie. Anche così, hai smesso e hai smesso in grande stile. Hai affrontato un generale dei demoni e attirato un fulmine”

Si blocca.

“Lo sento. Ci sta cercando. Fra qualche secondo lascerò che ci trovi”

Annuisco. Mi rialzo in piedi col suo aiuto, e mi preparo.

 

***

 

Sento il buco nella Tempesta ben prima che il Dottore raggiunga la radura. Mi circondo di uno scudo tanto forte quanto mi è possibile. Non preparo nulla di offensivo. So bene che prendere tempo è la mia unica possibilità.

Il primo segno del suo avvicinamento che vedo è l’erba della radura che inizia ad afflosciarsi. Nella direzione da cui lo sento avvicinarsi gli steli iniziano a ingiallire, raggrinzirsi, polverizzarsi. La zona di erba divorata si espande visibilmente, come un’onda. Presto raggiunge la cupola di Tempesta che ci avvolge. L’erba all’interno non viene toccata, ma tutto attorno ingiallisce, raggrinzisce, muore.

Guardo in alto. Gli alberi da quel lato della radura stanno perdendo le foglie, cadono a migliaia, gialle e poi marroni mentre si avvitano verso terra. Si spezzano ancora a mezz’aria, sono polvere sottile quando raggiungono la nostra altezza.

Il Dottore sbuca da sotto gli alberi mentre le crepe spaccano la corteccia di un gigantesco tronco. Penso che cadrà, ma il risucchio sembra fermarsi.

Il corpo del demone brilla di luce bianca. Non come quella che avvolge i maghi della Luce, questa sempre provenire dal suo interno, filtra attraverso la pelle, il contorno degli occhi, sfugge a fiotti nell’istante in cui apre la bocca.

“Dove sono gli altri?”, chiede.

Aspetto un paio di secondi prima di rispondere. È vitale che non mi attacchi subito. Ma devo perdere più tempo possibile.

“Ci siamo divisi”, risponde Shorei. Ancora una volta, perfettamente vero e fuorviante.

Il Dottore annuisce.

“Perché non avete tentato di scappare dopo che vi ho individuati?”, chiede, sospettoso.

“Ci avrebbe raggiunti. Abbiamo deciso di combattere qui”, rispondo io. Tengo il potere della Tempesta alto a un livello quasi doloroso. È difficile resistere alla tentazione di usarlo per attaccare, ma devo rinviare lo scontro.

“Hai coraggio, ragazzo. Mi dispiace doverti uccidere. Ma sei stato anche troppo intelligente”. Il Dottore alza la spada. Cerco di contrastare la paura. Tempo, guadagnare tempo.

“Aspetti! Vorrei spiegate delle cose”

“Affari tuoi. Tanto ho intenzione di ucciderti lo stesso”

“E se perdesse?”, chiedo.

Si stringe nelle spalle.

“Allora morirò. Ma non credo che succederà”

“Nemmeno io. Lo sappiamo tutti e due. Ma sa che anche io sono potente. Nel caso improbabile vinca, è sicuro di non volere che si sappia la verità? La sua. Qualunque cosa sia. Ci saranno delle ragioni per cui fa quello che fa. Me le dica, o potrò solo riferire a chi mi farà domande la storia che ho sentito a Zamyon. Che il suo popolo conquista mondi al solo scopo di divorarli”

“Sai quanto mi importa di quel che racconterai?”, chiede. Ma sento una scintilla di tensione nella sua voce.

“Le importa. Lei non è il Capitano. Non crede di essere una macchina. Quel che sta facendo le dispiace effettivamente. Mi spieghi. Se dovessi sopravvivere, farò in modo che più gente possibile sappia”

Il Dottore si ferma. Sembra sorpreso, confuso.

Poi scoppia a ridere. Una risata profonda, sguaiata. Sembra talmente occupato a ridere che considero di attaccarlo adesso. No, devo sperare in Leniki. Mi sembra di sentire un ronzio lontano, ma è quasi di sicuro la mia immaginazione.

Il demone smette di ridere, prende fiato. Scuote la testa, un sorriso ancora sulle labbra.

“Bambini. Siete bambini. Voi, il Capitano, le Compagnie. Vi riempite la bocca di parole che non capite, giocate con le pedine di una partita più antica e pericolosa di quanto possiate immaginare”

Mi guarda. Per un istante, sembra considerare l’idea di attaccarmi. Tendo i muscoli, mi concentro sul simbolo delle Fiamme. Ma poi si rilassa di nuovo.

“Vuoi le tue risposte? Così sia. Ti hanno raccontato che i Demoni divorano i mondi sui quali camminano? Che se potessero travolgerebbero l’umanità, piano dopo piano? Che senza Zamyon probabilmente l’avremmo già fatto”

Ride ancora. Scuote la testa. Nonostante tutto, mi trovo più interessato alle sue parole che all’idea di prendere tempo.

“Tutto vero”, dice.

La mia espressione deve tradire la sorpresa. Lui annuisce.

“Puoi immaginare cosa significa avere sempre fame, ragazzino? Possiamo vivere per sempre, non abbiamo bisogno di mangiare né di dormire. L’unica cosa di cui abbiamo bisogno è l’energia delle Vie. È una trappola. Quando conquistiamo un mondo l’energia abbonda, il nostro numero aumenta. Ma poi l’ecosistema collassa, i Canali si stabilizzano su un livello molto più basso. Ma non moriamo, no. Ci limitiamo a trovarci affamati, disperati. E immortali. Possiamo suicidarci, o combattere per conquistare nuovi mondi”

“La mia gente cerca di resistere. Di sopraffare l’impulso violento. Alcuni si suicidano. Ma puoi davvero chiedere a un intero popolo di togliersi la vita, di passare una vita di fame continua fino a che si suicideranno, per il bene del resto del Multiverso? Tu che sei così nobile e sicuro di te lo faresti, ragazzo?”

Mi rendo conto che parla a Shorei. Il ragazzo ha gli occhi sgranati. Non risponde. Ed è probabilmente la prima volto che non lo vedo rifiutare la sua opinione su cosa è giusto e cosa no.

“Ci hanno creati per combattere. Oh, sì, ci hanno creati. La generosa e nobile Repubblica di Ogni Cosa, la stessa che ha creato questo mondo e l’ha riempito di doni per le generazioni future. Erano disperati, la guerra civile e il Nemico imperversavano, si combatteva da secoli. E ci hanno creati. Sono stato un volontario, sai? Così tanti millenni fa che ho difficoltà a credere sia successo davvero, ma mi sono sottoposto volontariamente a questa maledizione”

Il suo tono si fa cupo, quasi solenne.

“Ho difeso la Repubblica per duecento anni. Ho combattuto mondo dopo mondo, sapendo che il mio passaggio avrebbe ucciso coloro che cercavo di proteggere. Ho visto cadere tutto ciò che speravamo di salvare, ho divorato la terra stessa per combattere il Nemico. Quando la Repubblica è caduta ho continuato a combattere. Abbiamo ricacciato il Nemico e cercato di salvare i brandelli della civiltà nel Multiverso. I nostri stessi dei ci hanno voltato le spalle e si sono chiusi nei Cinque Mondi”

Sospira.

“Non c’era più nessuno a cancellare la nostra maledizione. La tecnologia della Repubblica di Ogni Cosa era perduta, chiunque la comprendesse morto. Ho guidato gli ultimi demoni in un mondo isolato. Aiutato a costruire la Fortezza di Zamyon. Dato loro ordine di tenerci chiusi nei pochi mondi morenti che ci siamo riservati. E poi ho aspettato. Cercato di resistere. Cercato di resistere all’impulso di combattere, di soddisfare la fame”

Si guarda attorno.

“Riesco quasi a ricordarlo, qui, sai? Perché ho fatto tutto questo. Perché ho pensato che chiudere il mio popolo in quei mondi fosse la cosa giusta. Ma sono passati millenni. I demoni originali si contano sulle dita di una mano. La maggior parte della mia gente è nata in seguito. Possiamo riprodurci, purtroppo. Non hanno mai conosciuto la Repubblica di Ogni Cosa, non si sono mai offerti volontari per nulla. E anche così sono condannati a una fame senza fine. A non vedere altro che cieli grigi ed erba secca.”

“Le Compagnie di Athan ci offrono un’alleanza. Combatteremo al loro fianco, li proteggeremo dall’Impero di Reth e dalle altre potenze dimensionali. Risparmieremo i mondi che loro sceglieranno come basi, almeno finché ci sarà qualcos’altro. E ci vorranno molti secoli, anche con la velocità a cui ci riproduciamo, perché occupiamo tutto il resto del Multiverso”

“Le Compagnie cercheranno una cura per la maledizione. È nel loro e nel nostro interesse. Nostro per ovvie ragioni. Loro perché sanno che se non l’avranno trovata per quando avremo conquistato ogni altra cosa, divoreremo anche i loro mondi”

“Questo è quanto, ragazzo. No, non credo che quello che sto facendo sia giusto. Ma sono stanco, sono vecchio, e ho fame. Ho combattuto per dieci vite al servizio dell’umanità. Credo sia tempo di riprendermi qualcosa”

Alza la spada. Mi rendo conto che non riuscirò più a ritardarlo. O Leniki è pronta, o siamo morti.

“Ora”, sussurro a Shorei. Lui annuisce, chiude gli occhi.

Il Dottore aggrotta le sopracciglia, sembra perplesso. Per un istante sono certo che ci attaccherà, ma poi pare fermarsi, si guarda attorno. Poi inclina la testa, come in ascolto.

“Che cazzo…”, inizia.

E in un istante il ronzio prima lontano sale di volume, diventa assordante.

Centinaia, migliaia di lunghe vespe color argento calano verso il Dottore. L’uomo alza la spada, cadono carbonizzate dal cielo. Guarda verso di noi, fa come per attaccare, ma il resto dello sciame sta già arrivando. È un numero gigantesco, spropositato, il cielo si oscura sensibilmente.

Shorei mi trascina via. Corro tanto in fretta quanto le stampelle mi consentono. Gli insetti si concentrano chiaramente sul Dottore, ma sono così tanti che anche a una ventina di metri l’aria ne è affollata. Il mio scudo tuttavia viene appena indebolito. Non sono io il loro bersaglio.

Corro, sento il ronzio sempre più intenso, intervallato al suono di fiamme che bruciano l’aria.

Presto non ho più insetti attorno. Mi fermo, mi volto. Vedo una colonna di fuoco alta trenta metri attorno al Dottore. Getti di magia schizzano in tutte le direzioni, incenerendo immense quantità di insetti. Ma sono uno sciame apparentemente infinito, per quanti ne cadono altri ne arrivano. Si stringono, si gettano sul Dottore. Lame di fuoco vorticano attorno a lui, bruciano la terra e gli insetti. Posso solo immaginare quanto potere richieda fare incantesimi del genere con l’inibizione causata da quegli esseri.

Le vespe si chiudono su di lui come un unico, immenso bozzolo, una colonna argentea e brulicante alta una dozzina di metri.

Una lama di luce la attraversa, disintegra ancora una miriade di insetti, penetra fino all’esterno. Il demone combatte ancora. Ma poi il guscio si riforma. Resta fermo cinque, dieci, venti secondi.

Dopo un minuto gli insetti iniziano a volare via. Prima gli strati esterni, poi quelli più interni, il guscio si dissolve. Partono verso tutte le direzioni, non più uno sciame ma milioni di insetti isolati. L’aura del medaglione purificatore imitata da Leniki è svanita.

Quando gli ultimi insetti decollano, sono solo ossa a ricadere sull’erba disseccata. Ossa dall’aspetto metallico, dalle proporzioni non esattamente umane.

“Ha funzionato davvero”, dice Shorei, stupefatto.

“La cosa che mi sorprende è che davvero non abbiano soppresso l’incantesimo di Leniki”, dico.

“Moen aveva ragione. Qualunque cosa facciano, è selettiva. Non rischierebbero mai di danneggiare la loro preziosa reliquia”

Guardo le ossa rimaste a terra.

“Credi che dicesse la verità?”, chiede Shorei.

Vecchio di millenni. Ha combattuto per difendere la civiltà perduta di ci parlava lui stesso. Ha fondato la stessa organizzazione che protegge i mondi dalla sua esistenza.

“Sì”, mi limito a rispondere.

Difficile dire come mi sento. Mi ha confermato che avrebbe causato la morte di miliardi di persone. So di avere vinto contro ogni probabilità, di avere fatto un grande servizio a tutti i mondi. Ma mi sento solo un bambino che ha rotto qualcosa di troppo complicato e importante per lui.

Mi viene quasi da ridere. Pensavo che tornando a ribellarmi alle Compagnie avessi chiuso con le vittorie amare quanto le sconfitte.

“Mi spiace per lui e per il suo popolo. Ma quel che ho detto prima vale anche al contrario. Non importa chi sia stato, o cosa ha fatto. Se ora vuole massacrare milioni di persone, è contro di me. E dovevo fermarlo”, dice Shorei. Sembra turbato. Ma poi sorride. Probabilmente è la più grande vittoria della sua vita.

E lui è sempre stato, dopotutto, dalla parte dei buoni.

Credo che il Dottore si sbagliasse. Shorei si sarebbe davvero ucciso, senza esitazioni, piuttosto che invadere mondi e sterminare innocenti. Shorei incarna la via della Luce, non sarà mai dalla parte sbagliata. E non potrà mai davvero capire la stanchezza, la debolezza.

Guardando le ossa a terra, sento una strana affinità col Dottore. Più che Shorei, più che il Capitano, ho la sensazione che sia stato lui l’unico a combattere davvero dalla mia stessa parte. Accenno un inchino, tanto profondo quanto me lo consentono le mie ferite.

Epilogo by Selerian
Author's Notes:
La storia si chiude qui. La trama era già ben conclusa nel capitolo precedente, credo, ma a me non dispiace dare un'idea di come proseguirà la storia dei protagonisti - e approfittarne per dare qualche informazione in più su quel mondo. La parte a Zamyon è inutile come poche altre, ma accennare a un mondo molto più grande è qualcosa che a me fa sempre piacere, che devo dire xD.
Una cosa che mi infastidisce è che Araich abbia avuto la guarigione che desiderava. Era logicamente inevitabile, non ho trovato nessun pretesto credibile per evitarlo, ma avrei voluto: non mi fa molto piacere che scelga di rinunciare al lavoro per le Compagnie e riceva comunque quel che avrebbe avuto lavorando con loro - anzi, di più sotto tutti gli effetti.
Buona lettura!
Documento senza titolo

Molti mondi

 

“Araich! Cazzo, è fantastico!”, grida Shorei. Mi salta letteralmente addosso. Una parte di me è sorpresa dal fatto di non perdere l’equilibrio. Una parte molto più grande mi dice che è giusto così. Che è sempre stato così.

Mi strappo il mago di dosso. Anni di uso delle stampelle, ho scoperto, mi hanno lasciato braccia notevolmente muscolose. Ora che fanno quello che voglio, non ho difficoltà a scagliare il ragazzo verso Leniki.

Perfino la maga sorride. Non credo mi perdonerà mai, non credo migliorerà mai la sua opinione di me. Ma non credo nemmeno che possa davvero odiarmi, dopo che abbiamo scongiurato insieme un’invasione interdimensionale.

Cammino verso la terrazza, senza più stampelle, senza più difficoltà. La cosa più assurda è quanto mi risulti facile, spontaneo. Spariranno così facilmente gli ultimi tre anni? Spero di sì. Ma in qualche modo il pensiero mi spaventa.

Moen ed Eshili mi sorridono. Loro mi hanno già visto, appena dopo l’operazione. Ma sembrano ancora stupiti, tesi, come se si aspettassero di vedermi scivolare e dovermi aiutare da un istante all’altro.

Mi appoggio alla terrazza, guardando il cielo bianco all’esterno, la moltitudine di torri sotto di noi.

“Che ne dite, posso convincerli che l’espulsione dall’Accademia mi ha bloccato la crescita? Mi accontenterei di poco, una decina di centimetri e…”

“Shorei, sei cresciuto, per quel poco che l’hai fatto, dopo che ci hanno espulsi”, risponde Leniki.

“Appunto. Sono sicuro che senza avrei fatto di meglio. Denutrizione. Shock psicologico. Anche cinque centimetri andrebbero bene!”

Rido.

“Se ti asportano la lingua sono disposto ad aiutarti a convincerli”, dico.

Gli altri sembrano stupiti per un istante. Moen ride, assieme a Shorei.

Mi rendo conto che è molto tempo che non dicevo qualcosa di stupido.

Le immagini di Jayel sono ancora vive nella mia mente. Paesi distrutti, uomini uccisi. La schiena devastata del ragazzo con cui sto scherzando ora. E tutto quel che è venuto prima. Nessun intervento chirurgico, nessun passaggio alla ribellione, può restituirmi la pace mentale.

Ma per la prima volta da molto tempo, provo davvero allegria.

 

***

 

“Sì, tutto quello che ha detto l’uomo che avete conosciuto come Dottor Sjovon, è, al meglio delle mie conoscenze, corretto. È stato il Generale Sjovon della Repubblica di Ogni Cosa, l’ultima grande civiltà del multiverso. Ha aiutato a costruire questa fortezza più di diecimila anni fa. Poi ne ha guidato l’assedio, millennio dopo millennio”, dice il Grande Mago Amir. Guarda verso il cielo ora scuro all’esterno di Zamyon. Si vedono i fuochi dei Demoni.

“Quello che ha detto sul suo popolo è vero? E davvero non potete farci niente?”

Il Grande Mago sospira.

“Quando furono creati, la Repubblica giurò che esisteva un modo per rompere la maledizione. Erano tempi disperati. Non so nemmeno se dicessero la verità. Anche fosse, la loro tecnologia è completamente perduta. Se esiste un modo per aiutarli, non lo conosco”

La voce del Grande Mago è distante. Ancora una volta, mi chiedo cosa abbiamo fatto. Bambini che giocano con pedine che non capiscono.

“E quello che ha detto su Jayel? Che è stato lasciato in eredità per le civiltà future? Che spetta ad Athan?”

Il mago sembra riflettere un istante.

“Parzialmente vero. Le reliquie facilmente accessibili sono state lasciate a qualunque civiltà sia fisicamente in grado di prenderle. Una speranza di incentivare il progresso tecnologico. Ma c’è altro su Jayel. Molto altro”

Guarda giù, verso le fortificazioni interne, la luce verde che filtra da esse.

“Biblioteche. Strumenti scientifici. Macchine, telescopi. Navi. La prima civiltà tecnologica che si formerà o colonizzerà Jayel troverà al suo interno tesori spropositati”

“E dovranno distruggere la Fortezza per averli?”, chiedo.

Il mago ride.

“No. Saremo felici di lasciar passare un popolo tecnologicamente avanzato e… degno”

“L’impero di Reth?”, chiede Eshili.

“Potrebbe essere. La situazione dell’Impero è… complessa. Ne stiamo seguendo gli sviluppi. Se la loro anima innovatrice dovesse prevalere, potrebbero veramente diventare una civiltà interplanare che migliora le condizioni dei mondi che raggiunge. Ma c’è altro nell’Impero di Reth. Se dovessero trasformarsi nella dittatura militaristica che alcuni dei loro comandanti vorrebbero, non possiamo lasciare loro Zamyon. E fino a che non sappiamo quale direzione prenderanno, non possiamo rischiare”

Il Mago sembra stanchissimo.

“Ci sono altre potenze interplanari nel Multiverso?”, chiede Eshili.

Il nostro interlocutore ride.

“Grandi dei, sapete così poco. Voi, i vostri mondi. L’Impero di Reth controlla quasi cinquanta mondi e ne influenza il triplo, ma non è l’unica né la più grande delle potenze interdimensionali. Il Regno di Arashi, a centinaia di salti di distanza da qui, controlla da solo duecento mondi. Il Profeta di Uthiru ne influenza un numero ancora superiore. La Lega Commerciale Ishan ha vie commerciali che attraversano per intero il Multiverso conosciuto”

Il Mago sorride ancora vedendo le nostre espressioni. Prosegue.

“Abbiamo ricevuto notizia recente che l’oligarchia militare di Eranni, nemmeno troppo lontano da Athan, ha conquistato in pochi mesi tutti e dieci i mondi che si trovavano entro due salti dalla sua capitale. E uno dei Cinque Mondi che imploriamo gli dei siano davvero separati da tutti gli altri è talmente potente che se dovesse entrare in contatto con noi conquisterebbero l’intero Multiverso in una settimana. Sì, direi che ci sono altre potenze nel multiverso”

Vedo gli occhi di Moen che scintillano. Io stesso sento una sorta di capogiro all’idea di così tanti mondi, così tante potenze, forze ed equilibri che nemmeno immagino.

Il Mago ci guarda, ora. Vorrei poter leggere qualcosa nella sua espressione.

“A nome di Zamyon vi rigrazio ancora. Per quello che avete fatto, e per quello che siete. Se volete aiutarci a difendere Jayel, sarei onorato di accogliervi fra noi”

Sospiro. Guardo i miei amici. Moen ed Eshili, poi anche Shorei, Leniki e Verejen. Dubito che andremo per strade diverse, ormai. Abbiamo condiviso qualcosa di troppo enorme per dimenticarlo.

 Rispondo. Abbiamo solo accennato all’argomento. Ma so di parlare a nome di tutti noi.

“La ringrazio. E non dubito che quel che fa qui sia importante. Ma non credo di essere portato a stare qui e aspettare che arrivi una civiltà adatta. Credo di preferire stare fuori e cercare di farne una”

Il Mago sorride.

“Comprendo che possa sembrarti stupido, stare fermi con tutto il nostro potere e sperare che il Multiverso migliori da solo. Ma devi capire quanto è importante quel che proteggiamo”

Sono istintivamente infastidito dalle sue parole. Non credo di voler mai più stare fermo in vita mia. Ma dubito che l’uomo che ho davanti sia stupido. Se lo è, lo è da così tanto tempo che difficilmente sarò io a fargli cambiare idea.

“Torneremo su Athan. Dobbiamo prendere contatti con la Ribellione. Il nostro mondo sta davvero morendo. Bisogna organizzare un’evacuazione. E le Compagnie sono davvero un pericolo per l’umanità”

Mi sento io stesso ridicolo a dire queste parole. Come se potessi cambiare tutto questo.

Posso provarci.

“E poi andremo a vedere questi altri mondi. L’Impero e quant’altro. Se possono aiutarci. Se possiamo fare qualcosa perché quando arrivino qui siano civiltà stabili e non conquistatori assetati di sangue”, dice Shorei.

Annuisco.

“E poi voglio imparare di più sulla magia. C’è molto altro oltre ai Simboli. Voglio capire come funziona il nostro potere”

Guardo il Grande Mago.

“Voglio capire cosa è lei, per esempio”

Sorride ancora.

“I segreti della nostra magia sono solo per chi difende questa Fortezza, temo. Ma non dubito che troverà quello che cerca. Mi risulta che sia già sulla buona strada, mago Araich. Buona fortuna a tutti voi”

 

***

 

Athan. Cielo sempre velato dalle nubi, nuvole di polvere che flagellano la terra brulla oltre la cupola climatica. In cielo, le scariche elettriche senza fine dove i Canali sono spezzati.

Camminiamo attraverso la città sporca, puzzolente e soffocante. Dopo Jayel, questo mondo sembra un inferno.

Ma dobbiamo trovare il Fiore Nero. La rivolta alle Compagnie. Dobbiamo sapere se hanno contatti con le Accademie, se la resistenza su questo mondo è ancora degna di nota o dobbiamo subito cercare all’esterno.

“Sarà una lunga guerra”, commenta Moen. Sembra stupito, nel rivedere questo mondo.

“Cazzo. Mi ero dimenticato quanto debole sia la Luce, qui”, dice Shorei, con una smorfia.

Un bambino si avvicina. Ha i vestiti laceri e sporchi, ma non sembra affamato. Non ha paura di noi. Non siamo ancora nei quartieri peggiori. Ci guarda con occhi sgranati. Si fissa sui miei capelli.

“Sei un mago della Tempesta? Chiami i Fulmini?”

Dopo un istante, come in un ripensamento.

“Sei venuto a salvarci?”

Guardo gli immensi grattacieli delle Compagnie, in lontananza. Scoppio a ridere. Non resisto.

“Ci proverò. Ci proverò”

TERZO INTERMEZZO - Realtà by Selerian
Author's Notes:
L'ultimo intermezzo biografico - poteva essere interessante, ma non sono soddisfatto della realizzazione :S. Comunque spiega effettivamente com'è che Araich si sia trovato nella situazione iniziale. Letto questo, fatemi magari sapere se la storia sta meglio con o senza i tre intermezzi! Buona lettura.
Documento senza titolo

Realtà

 

“La Compagnia Aragali ha assoldato quaranta Grandi Maghi della Tempesta e altrettanti della Luce per rovesciare militarmente il governo della Repubblica Edoriana, la civiltà più sviluppata nel Mondo Mercato noto come Vash. Assieme alle Compagnie Erit, Sieth e Kal Ta stanno costituendo una forza militare in piena regola per un’invasione”, spiega Irei alle persone in cerchio attorno a lei.

Penso a quanto è cresciuta in questi anni. La ragazzina che ho incontrato a quindici anni ora ne ha venti. I suoi capelli sono diventati rosso cupo. Gli slogan ribelli con cui si dava delle arie sono diventati la sua ragione di vita. Ed è perfino più bella di quando l’ho conosciuta.

Ci guarda uno dopo l’altro. Parla con voce impostata, ormai è un’oratrice consumata.

“La Repubblica Edoriana è uno stato tecnologicamente e socialmente sviluppato. La guerra per sconfiggerli non sarà indolore nemmeno per noi, ma per loro sarà devastante. E una delle nazioni più ricche e illuminate del Multiverso verrà distrutta, per aver tentato di imporre tasse più che simboliche sui traffici della Compagnia Aragali”

Le sue parole vengono accolte da mormorii di rabbia e indignazione. Da parte mia, conosco già la notizia. Capisco già le sue implicazioni. Sento il timore misto all’eccitazione.

“Le Compagnie hanno abbandonato ogni pretesto di legalità nelle loro azioni. L’Accademia della Vita si è dissociata pubblicamente dall’iniziativa, anche se non ha annullato i propri contratti in vigore con la Compagnia. Quattro dei Maestri di Luce si sono espressi contro l’autorizzazione a concedere i loro Grandi Maghi per l’operazione, e perfino due maestri della Tempesta hanno messo a verbale la loro opposizione a questo progetto”

“Le enormi commesse della guerra tuttavia hanno convinto le Accademie, ancora una volta, a capitolare. Ma loro, e la popolazione, si rendono conto che tutto questo non è legale, giusto, né accettabile”

Si ferma, fa un giro della stanza, guarda i rappresentanti degli studenti di ogni Accademia, uno dopo l’altro.

“L’immenso sforzo bellico non solo aumenterà l’ostilità contro di loro nelle Accademie, ma divergerà sul mondo di Vash una parte enorme delle loro risorse militari. Il che significa che il loro controllo Athan sarà più debole di quanto sia stato negli ultimi decenni”

“Abbiamo un largo appoggio fra gli studenti di tutte le Accademie. Abbiamo contatti con i sindacati. È la nostra occasione di lanciare una rivolta su larga scala. Di costringere le Compagnie a sottomettersi di nuovo all’autorità di un governo democratico, di ottenere che le posizioni della maggioranza degli studenti siano rappresentate ai vertici delle Accademie. Ma abbiamo visto fin troppo bene le reazioni delle Compagnie e dei Maestri a qualunque sfida al loro potere. Reagiranno. E noi dovremo combattere”

Si volta verso di me.

“Tutti noi siamo importanti. Ma è inutile prenderci in giro. Nulla di questo può avvenire senza gli studenti dell’Accademia di Tempesta. Se riusciremo ad occupare e prendere il controllo dell’Accademia, le Compagnie saranno costrette a capitolare”

“Le Compagnie non sono l’unico mondo possibile. Il loro dominio è tale solo perché noi glie lo consentiamo. Dobbiamo cambiare le cose. Possiamo farlo. Sarai dei nostri, Araich? Combatterai?”

Ovviamente abbiamo concordato tutto. Ovviamente diversi dei rappresentanti presenti lo sanno. Ma niente di questo mi sembra finto, o artefatto, mentre annuisco.

“Combatterò. Io e tutti i Maghi della Tempesta che riuscirò a radunare. Le Compagnie dovranno ricordare cos’è davvero il potere, e chi lo possiede”

 

***

 

“Siamo tutti pronti, quindi?”, chiedo.

Una ventina di ragazzi annuiscono attorno a me. Alcuni guardano nervosamente verso la porta, come temendo che da un istante all’altro arrivino i Maestri ad arrestarci. Altri sembrano contenere a malapena l’eccitazione.

Diversi sono più vecchi di me. Ma tutti mi trattano come se sapessi davvero quel che sto facendo.

Eshili, vicino a me, parla in tono calmo. Mi chiedo come avrei fatto senza le sue abilità organizzative. Tutti pensano a me, ma è lui che ha davvero organizzato l’occupazione.

“Ricordate. Ciascuno deve pensare unicamente al proprio obbiettivo. Ci sarà caos. Ci saranno quasi sicuramente feriti. Non dovete esitare. Non dovete cercare di aiutare i vostri compagni con i loro incarichi: è essenziale che ciascuno concentri tutta la propria attenzione sul proprio. È essenziale essere veloci”

Annuiscono ancora tutti.

Sorrido.

“Andiamo a dormire, allora. Domani c’è un mondo da stravolgere”

 

***

 

“Formiamo il quadro!”, ordino. Il potere di Moen ed Eshili va immediatamente ad aggiungersi al mio. La magia scorre assieme all’adrenalina. La rabbia si amplifica, mi sento tanto carico di potere da essere vicino a scoppiare.

 Grida di sfida ed eccitazione dei miei compagni mentre carichiamo verso gli uffici della Direzione. Un cordone di maghi diplomati cerca di respingerci, il loro scudo collettivo completamente visibile e color rosso cupo.

Spinta. Piano. Contrasto. Volontà. Fiamme. Scorro una lunga sequenza di simboli leganti per dare alla Tempesta la forma che desidero.

Allargo le braccia. Un muro di fiamme viola intenso si alza davanti a me, va a schiantarsi contro il loro scudo collettivo. La mia volontà che si scontra con quella dei maghi a pieno titolo, il mio potere col loro potere. Loro sono fiaccati da migliaia di incantesimi più deboli lanciati dagli studenti dietro di me. Io sono sostenuto dalla rabbia.

Questa è la nostra Accademia. Nostra! Non delle Compagnie e dei Maestri!

Il sangue mi brucia con tanta intensità da essere doloroso, per un istante vedo soltanto viola. Si sente un lungo crepitio, come il suono di un fulmine. Lo scudo collettivo dei maghi si incrina, si lacera. Alcuni vengono sbalzati indietro dal contraccolpo. Tentano di tamponare, ma gli studenti accorrono a riempire la falla. I maghi diplomati arretrano, scappano, sempre di più alzano le mani, sconfitti.

Rido, correndo verso la porta. Mi sento come quando vinco un duello, al quadrato, mille volte. Forte, soddisfatto, sicuro.

Stiamo vincendo. Presto l’Accademia di Tempesta sarà nelle nostre mani.

 

***

 

Camminiamo lungo le mura dell’Accademia. Ragazzi di tutte le età le pattugliano. Molti hanno fasciature e graffi, ustioni visibili sulle mani o sul volto. Tutti sorridono.

L’Accademia di Tempesta è nostra. Con il grosso dei Maestri e dei Grandi Maghi impegnati su Vash, con l’aiuto dei ribelli di tutte le Accademia l’abbiamo conquistata facilmente.

E ora le Compagnie, per la prima volta da molto tempo, si chiedono cosa fare di qualcuno che non si inchina al loro volere.

“Ne hanno schierate, di truppe”, commenta Eshili. Sembra a metà fra stupore e paura.

Oltre lo scudo viola, l’Accademia è letteralmente circondata da soldati, con gli stemmi delle Compagnie sul petto. Ci sono anche gruppi sparuti di Maghi della Tempesta e delle altre Accademie. Ma la maggior parte dei maghi combattenti rimasti su Athan sono ora legati nelle nostre celle.

Da qui non vedo molto di quel che succede nel resto della città. Ma Irei e i suoi ci mandano informazioni attraverso i Maghi della Luce. Anche se i giornali obbediscono agli ordini delle loro Compagnie proprietarie e non dicono nulla, pubblicazioni clandestine fanno il giro della città. Le parole volano. Tutti sanno che l’Accademia di Tempesta è caduta. E che i signori del mondo non hanno idea di cosa fare.

“Che schierino truppe. Se fanno un gesto verso di noi, si faranno molto, molto male. E lo sanno”

I Maghi della Tempesta a pieno titolo sono stati reticenti a fare del male agli studenti dell’Accademia, e hanno perso la loro occasione di fermarci. Le Compagnie non hanno questi scrupoli. Ma ora controlliamo le Torri dell’Accademia. La manciata di Grandi Maghi sotto il nostro controllo potrebbe lanciare perfino la Spada dei Cieli, se fosse necessario.

Guardo i Palazzi delle Compagnie, in lontananza. L’idea di abbatterne un paio non mi dispiace, tutto sommato.

“Che cazzo succede?”, chiede Moen, improvvisamente allarmato.

Nella piazza davanti all’Accademia si sta levando una colonna di intensa luce rossa e viola. Distinguo una miriade di simboli della Tempesta che vi vorticano attorno.

“Tutti in guardia!”, grido, facendo un gesto al Mago della Luce più vicino a me. In pochi istanti, i giovani maghi iniziano ad accorrere sugli spalti, a formare Quadri. Tre Grandi Maghi si avvicinano sospesi a mezz’aria, gli occhi brillanti di luce viola, pronti a reagire. Possibile che intendano attaccarci senza parlamentare?

Dopo pochi istanti, tuttavia mi rilasso. Inizio a riconoscere l’incantesimo. È una Proiezione, semplicemente un incantesimo di comunicazione unidirezionale. Prende la figura di una figura umana di proporzioni gigantesche, alta quanto le mura. Poi assume profili definiti e colori. Un uomo vestito di bianco, con un pesante pendente di ametista. Mi prende un brivido. Il Gran Maestro di Tempesta non dovrebbe nemmeno essere su Athan! Gli unici due Maestri rimasti su questo mondo sono stati costretti a ritirarsi trovandosi circondati dai nostri maghi più potenti. Sospetto che il Maestro Avalan non avesse nemmeno una gran voglia di combatterci, tra l’altro.

La Proiezione diventa incredibilmente nitida, definita. Come se l’uomo, ingrandito di cinque volte, fosse davvero davanti a noi.

Parla in tono grave. La sua voce è perfino più amplificata della sua figura, mi rimbomba nel petto come un tuono lontano.

“Studenti dell’Accademia di Tempesta. Sono stato immediatamente informato dei gravissimi avvenimenti di questa mattina. Sono tornato d’urgenza dal mio incarico di importanza cruciale nel mondo di Vash”

Rivolge lo sguardo verso di noi. So che non può vedermi, eppure mi scopro a cercare di farmi notare il meno possibile.

“Sappiate fin da ora che i Maestri e il Consiglio dell’Accademia non lasceranno correre quel che è successo. La vostra presa di potere è del tutto illegittima e ingiustificata. Le vostre richieste di rappresentazione sproporzionata nel Consiglio sono irricevibili. Non lasceremo che pochi giovani arruffapopolo rovescino le tradizioni millenarie che hanno reso grande la nostra istituzione”

“Siete riusciti nel vostro colpo di mano soltanto perché i Maghi leali all’Accademia, a differenza di voi, non hanno mai avuto intenzione di spargere sangue dei propri compagni per sciocche, infantili proteste verso un sistema che ha reso grande Athan”

“So che la maggior parte degli studenti di questa Accademia sono persone serie e ragionevoli, e si sono trovati momentaneamente trascinati dai sobillatori della rivoluzione che impestano il nostro mondo. Questo non è una giustificazione per quel che avete fatto, ma vi dà una speranza di recupero. Per questo, chi abbandonerà immediatamente l’occupazione non subirà ulteriori conseguenze”

Il suo sguardo si fa gelido, terrificante.

“Tutti gli altri subiranno la piena ira della Tempesta. Siete come bambini che giocano con un potere che non comprendono. Ma siete abbastanza grandi da dover subire le conseguenze delle vostre azioni. L’occupazione verrà spezzata, con tutta la forza necessaria. Resistete a vostro rischio e pericolo”

 

***

 

Sera. È il terzo giorno di occupazione. Sono stanchissimo, mi sembra di passare la giornata a camminare, farmi vedere, rassicurare compagni, minacciare collaborazionisti, spiegare ai giornalisti. Sono più sfinito e più eccitato di quanto mi sia mai sentito in vita mia.

Molti studenti hanno abbandonato l’Accademia dopo le minacce del Gran Maestro. Era prevedibile. Ma molti dei maghi più potenti e determinati sono ancora qui. Abbastanza da tenere le difese contro pressoché qualunque attacco.

È strano vedere i viali dell’Accademia percorsi da maghi con divise bianche, verdi e nere. Ma tutti i maghi ribelli si stanno concentrando qui. Assieme a giornalisti, rappresentanti dei Sindacati. È qui che cambia il mondo.

Bevo un sorso d’acqua dalla borraccia. Ci hanno tagliato fuori dalla rete idrica. I contatti di Irei stanno lavorando a un allacciamento clandestino, ma dovremo reggere il razionamento ancora per un po’. L’avevamo previsto, abbiamo riserve. Cosa non darei per una doccia, però.

Io, Moen ed Eshili mangiamo rapidamente pane e carne secca prima di andare a dormire. Domani sarà un’altra lunga, lunga giornata.

“Pensate che ci attaccheranno?”, chiede Moen. Sorride, nonostante tutto. So che ha una paura dannata. Ma l’ho visto stare male, quando sono arrivati i primi rapporti della guerra su Vash. Sembra più sano e sicuro ora, ribellandosi, di quanto l’abbia visto da tempo.

Mi stringo nelle spalle.

“Non lo so. Credo di no, ormai. La situazione peggiora ogni giorno, per loro. Ci sono state rivolte nelle fabbriche della Erit. E la notizia dell’occupazione inizia a filtrare negli altri continenti e negli altri mondi. Le Compagnie non sono molto amate, e ora meno che mai. Non possono permettersi un guerra contro l’Accademia. Gli serve un accordo con noi, e gli serve in fretta”

“Hanno richiamato molti Grandi Maghi da Vash. Noi ne abbiamo solo dodici. E non uno che abbia una sola speranza contro i Maestri”, fa notare Eshili.

“Noi abbiamo le difese dell’Accademia. I maghi delle altre Vie. E sappiamo di essere dalla parte giusta. Qualcosa conta. Andra tutto bene, Moen”

 

***

 

Mi sveglia il suono delle esplosioni. Un istante dopo, le grida.

“Che cazzo succede?”, chiede Moen, mentre mi alzo in piedi.

Lampi dalla finestra. Luce rossa e viola. Ci attaccano. Perché i maghi della Luce non ci hanno avvertito? Perché le nostre sentinelle non ci hanno svegliati?

“Andiamo! Pronti a formare il Quadro!”, grido.

Corro verso l’uscita del dormitorio. Dozzine di altri ragazzi si stanno svegliando soltanto ora, si aggirano confusi nella semioscurità.

“Tutti pronti a combattere! Organizzatevi e uscite!”, grido. La maggior parte sta perdendo tempo a vestirsi. Io almeno ho dormito con la divisa addosso.

Usciamo, appena fuori è un incubo di fiamme e grida. Cerco di capire cosa succede. Nel piazzale davanti al dormitorio esplode una palla di fuoco. Evoco uno scudo d’istinto, mi arriva lo stesso un’ondata di calore, rimango abbagliato. Con gli occhi che lacriman, cerco di individuare da dove viene l’attacco, cosa sta succedendo.

Ci interr…” Un frammento di comunicazione nella Luce. Si ferma subito, bruscamente. Una voce possente lo sostituisce.

“Studenti ribelli. Arrendetevi immediatamente. Ogni ulteriore atto di resistenza porterà a vittime dalla vostra parte e verrà pesato contro di voi nel processo. Chiunque acceda alla propria Via verrà considerato bersaglio militare legittimo”

“Quadro!”, urlo. Sento l’esitazione di Eshili, mi chiedo se non dovremmo davvero arrenderci, ma la Tempesta divora tutti i dubbi.

Ancora abbagliato nella realtà, ho una visione più chiara nella Tempesta. Ci sono picchi di energia ovunque, maghi che combattono con la nostra Via. Dozzine di forme luminose volano sopra l’Accademia, la Tempesta si deforma al loro passaggio. I Grandi Maghi.

Cerco di realizzare la situazione, individuare i difensori, quando mi rendo conto che uno sta calando verso di noi.

Scudo. Sfera. Controllo. Un globo protettivo si manifesta attorno a noi, il rumore delle urla e delle esplosioni viene immediatamente attutito. Non vedo ancora a occhio nudo il mago che si avvicina, ma la Tempesta mi dice che è direttamente sopra di noi, a poche dozzine di metri di altezza.

“Preparatevi, dobbiamo…”

Un picco di energia terrificante, accecante. Fuoco erompe a pochi metri da noi. Il nostro scudo regge una frazione di secondo prima di collassare con uno sfrigolio. Un colpo fortissimo, come se un muro di acciaio rovente mi avesse colpito a gran velocità. Vengo scagliato in aria, grido di dolore, sbatto violentemente a terra. Mi esplodono stelle in tutto il campo visivo, l’aria mi esce dai polmoni, sento il sapore del sangue.

Tento ciecamente di rialzarmi, sollevarmi sulle braccia, ma sento dolore lancinante in tutto il corpo, sono confuso, cerco di raggiungere la tempesta ma vedo solo nero, nero…

 

***

 

Dolore, confusione. Freddo.

Dove sono? Perché non sono a letto?

Cerco di muovermi. Non ci riesco. Perché? Sento il corpo in tensione.

Cosa succede?

Apro gli occhi. Non si aprono. No, si aprono, ma non cambia nulla. Sono cieco? Forse è buio. Dove sono?

Cerco di muovere le braccia. Trovo resistenza. Non capisco. Una fitta di dolore più intenso. Mi sveglio in qualche misura.

Capisco la mia posizione.

Sono appeso per i polsi. Probabilmente a un soffitto, in una stanza buia.

Cosa è successo?

Cerco di muovere la testa. Mi esplodono luci ai margini della visione. Ho sbattuto. Dolore alle articolazioni. Devo avere entrambe le spalle dislocate. Dolore al volto. Ustioni. Un anello di fuoco attorno ai polsi, dove ora capisco di essere legato.

Cosa è successo? Ho solo ricordi vaghi. Esplosioni. Paura. Ci stanno attaccando?

O forse è un test. Sì, il test per entrare all’Accademia di Tempesta. No, non ha senso. Era tanto tempo fa. Cosa penserà la mamma?

Moen. Eshili. Dove sono finiti? Questo pensiero squarcia la confusione per un istante. Erano con me quando ho perso conoscenza. Stanno bene? Forse sono qui anche loro. Provo a parlare. Non ci riesco. Forse sono morti. Forse siamo tutti morti.

Irei. Cosa le è successo? Cosa è successo al resto della città?

Pensare è difficile. Mi fa male ovunque. Sono stanco. Non capisco. Fra poco mi sottoporranno al test. Non so se voglio essere un mago. Dei, sono così stanco…

 

***

 

“Avevate contatti col fiore nero?”, chiede l’uomo vestito di nero. Non ha i simboli delle Compagnie, né delle Accademie.

“No! Ho detto di no!”, ripeto. Sento le lacrime che mi scivolano lungo il volto. Sento i pantaloni della divisa zuppi di urina. Non mi importa più niente. Basta che smetta.

L’uomo mi poggia una mano sul petto, con fare annoiato. Il dolore torna, infinito, accecante, basta, basta, voglio solo che finisca, voglio morire, basta…

Il dolore si interrompe. Mi rendo conto di stare urlando, un urlo disarticolato, inumano.

“I vostri contatti. Chi erano, nelle altre Accademie?”

Piango. Non devo dirlo. Mai dirlo. Mai. Non ricordo perché. Non ricordo che senso abbia. Ma so che non devo dirlo.

“Basta…” imploro con un filo di voce.

“Nomi!”, grida. Mi stringe le braccia con le mani.

Un arco di dolore impossibile, come aghi roventi piantati in ogni centimetro del corpo, all’interno del corpo, nei muscoli delle braccia, del collo. Non riesco a respirare, non riesco più nemmeno a gridare. Sento i muscoli tendersi senza il mio controllo, agitarsi violentemente contro le manette, dolore, vi prego vi prego basta…

“Senti, ragazzo. Sappiamo che eravate almeno uno per Accademia ad organizzare questo casino. Possiamo verificare i nomi che ci dai, quindi non farci perdere tempo. Possiamo continuare così settimane, prima che il tuo corpo ceda e tu muoia. E se resisti ancora un po’, ti troverai paralitico a vita in ogni caso. Per me non è un problema. Dimmi quei nomi, o per la prossima mezz’ora nemmeno ti ascolto. Continuo a colpirti e basta. Chiaro? Ti do dieci secondi”

Non devo dirlo. Non posso. Meglio morire.

“Cinque. Quattro”

Morire sì. Questo no. Non posso. Dei, non posso.

“Avanich, della Vita. Santhiam, della Luce. Aigeri, della Forza. Sethim, dell’Acqua. Siaron delle Vie minori”

“Ora sì che ragioniamo. Per l’Oscurità?”

“Oscurità. Non c’era nessuno”, sussurro.

Le sue mani si protendono di nuovo verso di me.

“No! Per favore no!”

“Dimmi il nome”

“Irei. Irei dell’Oscurità. Lo giuro, era lei il contatto!”

 

***

 

Il palco delle punizioni. Indosso un’uniforme pulita mentre mi ci trascinano. Durante i brandelli di lucidità la cosa mi fa quasi ridere. Me l’hanno messa solo per strapparmela.

“Vuoi camminare da solo?”, chiede la guardia, infastidita. Mi stanno trascinando a braccia sul palco.

Preso da un residuo di orgoglio, ci provo. Ignoro i muscoli doloranti, le ustioni e le contusioni, cerco di mettermi in piedi.

Non ci riesco. Le gambe non mi obbediscono. Devo essere troppo stanco. Ma no, una parte di me mi dice che non è così. Che qualcosa non funziona.

Mi trascinano anche per gli ultimi metri, mi legano le braccia ai ritti. Riesco con difficoltà ad alzare la testa, a guardare l’oceano di giovani in divisa viola davanti a me. I loro sguardi terrorizzati, stupefatti.

Sento la voce del Gran Maestro, ma non capisco cosa dice. Mi sento stordito. Sento solo la paura e l’umiliazione mentre mi strappano l’uniforme. So che verrò frustato. So che verrò espulso. Sono già sorpreso che non verrò ucciso e basta. Immagino mi preferiscano accattone che martire.

Riesco con difficoltà a voltare la testa. C’è Moen al mio fianco. Mi guarda. Anche ora, perfino ora, sembra cercare rassicurazione.

Una fitta di dolore alla schiena. Non grido, non ne ho le energie. Mi lascio cadere, trattenuto dai legacci a polsi e caviglie. Anche con tutto il dolore che ho subito in questi giorni, ogni colpo è un’agonia, l’attesa fra ogni sferzata è un incubo.

E anche così, anche ora, mi rendo conto che è comunque meglio di quel che verrà dopo.

 

***

 

“Dovrò farci l’abitudine, immagino”, sussurro. Non riesco a suonare coraggioso nemmeno a me stesso, mentre tento di sollevarmi sulle stampelle.

Le gambe mi fanno un male terribile, come se i muscoli andassero a fuoco. Non obbediscono con precisione ai miei ordini. Si muovono a scatti, cedono all’improvviso. I guaritori pagati da Moen mi dicono che il dolore si ridurrà, ma non recupererò mai mobilità. Non senza un intervento molto al di là della piccola quantità di denaro che aveva messo da parte.

Cerco di spingermi avanti. Anche le braccia smettono improvvisamente di funzionare. Tento d’istinto di recuperare l’equilibrio e mettermi in piedi, ma la reazione delle gambe è sbagliata, erratica. Cado in avanti, Eshili e Moen si gettano ad aiutarmi. Riescono appena ad evitare che mi schianti di faccia per terra. Nel processo inarco troppo la schiena, sento alcune delle croste che si riaprono e iniziano a sanguinare.

Tento di ridere. Mi rendo conto che sto piangendo.

“Tranquillo, Araich. Migliorerai. Dicono che potrai camminare quasi normalmente, con le stampelle”, dice Moen. Sento il suo tono insicuro. Lui che deve rassicurare me. A tanto sono arrivato.

Sospiro. I miei amici stanno facendo anche troppo per me. Non posso scaricargli anche il peso della mia disperazione.

“Sì. Dovrò migliorare, immagino. Non può essere poi così difficile usare due fottuti bastoni, no?”

Moen sorride, esitante. Sembra davvero rassicurato. Eshili sembra sollevato. Sollevato che torni a essere quello di sempre? No, non credo, Eshili. Non credo nemmeno di poterlo fingere.

“Senti, Moen… non devi sentirti obbligato a stare con noi. Ce la caveremo. Forse se torni dai tuoi genitori e ti scusi ti riprenderanno in casa. Qui le cose… non andranno bene. Se puoi salvarti, fallo”

Il ragazzo scuote la testa.

“Non credo che i miei vogliano più avere niente a che fare con me. Sicuramente io non li voglio più vedere nemmeno col binocolo. Sono con te, Araich. Qualunque cosa deciderai di fare”

Sospiro. Deciderai di fare. Questo si aspetta Moen. Che io abbia un’idea geniale, che ci tiri fuori dalla nostra situazione di maghi disoccupati senza licenza e senza altre competenze. Magari trovando anche modo di avere la rivincita sulle Compagnie.

“Troveremo un modo”, prometto. Per la prima volta, so di stargli mentendo spudoratamente.

 

***

 

“Mi dispiace, Araich. Mi dispiace davvero. Per me… non cambia niente”, dice Irei, risoluta. Vedo l’orrore nei suoi occhi. Vedo anche che dice la verità. Si considera ancora la mia ragazza.

La guardo. Con gli occhi gonfi di lacrime, i capelli annodati e un’uniforme consunta dell’Oscurità. È bella come sempre.

Sento l’attrazione per lei come sempre. Il senso di colpa. La rabbia.

L’invidia. Anche lei ha subito le frustate e l’espulsione, ma è guarita. Può muoversi liberamente.

“Irei io… ho fatto il tuo nome. Mentre mi interrogavano”, dico bruscamente.

Ride fra i singhiozzi. Mi abbraccia.

“Cosa credi che me ne importi, scemo. Non avevi scelta. Lo so. Non sono stupida. Hai fatto il possibile. Ma per questa volta, abbiamo perso”

“Abbiamo perso e basta”

“Lo so. Di brutto. Per fortuna il Fiore Nero ci ha aiutati. Ci daranno posti sicuri dove riprenderci. Radunare gli altri maghi espulsi. Dobbiamo riorganizzarci”

“No, Irei. Abbiamo tentato. Abbiamo fallito. Hai visto cosa è successo, porca miseria?”

Annuisce.

“L’ho visto. Anche troppo bene. Abbiamo… completamente sbagliato, Araich. Alle Accademie e alle Compagnie non importa più niente della propria immagine. Non c’è più un’opinione pubblica. Questa non è più contestazione politica. Questa è un guerra. E dobbiamo combatterla come tale”

Sento un frammento del vecchio fuoco nella sua voce.

“No. Non voglio nessuna parte in questo. Non c’è speranza. E credo di avere pagato abbastanza”

“Araich, nonostante tutto molti maghi sono passati dalla nostra! La dimostrazione di violenza delle Accademie non è piaciuta a tanta, tante gente. Possiamo…”

“Non possiamo fare niente! Solo farci ammazzare! Far ammazzare altre persone ancora!”

Mi guarda sconvolta, con gli occhi sgranati.

“Avevi detto che avresti combattuto, Araich! Avevi promesso che avresti combattuto!”

“L’ho detto quando avevo ancora un corpo che funzionava. E prima di venire torturato ed espulso. Non capivo niente, Irei. Pensavo fosse un gioco. Beh, non lo è. Alle Compagnie non importa niente di noi. Ci ammazzeranno come tu schiacceresti formiche. E sono troppo forti per fermarle. Tu ne sei uscita bella intatta. Smettila di giocare alla ribelle e tirati fuori finché puoi”

Intatta? Ti sembro intatta? Lo sai cos’è successo agli altri del mio Quadro? Lo sai cosa mi hanno fatto i soldati delle Compagnie quando ci hanno arrestati? Lo sai?”

Il suo tono ora suona isterico.

“La cosa sicura è che a te passa. Io rimarrò così per tutta la vita. Credo di avere dato abbastanza alla ribellione. Eshili dice che le Compagnie sono interessate ad assoldare in nero alcuni dei maghi espulsi dalle purghe. Ti interessa?”

Lavorare per le Compagnie? Sei pazzo, Araich?”

“No. Sei pazza tu a rimanere qui”

“Mi hai detto che avresti combattuto! Che saresti rimasto con me! Me l’hai promesso, Araich! Era a te che pensavo… era con quello che resistevo mentre… mentre…”

Piange, sembra sconvolta. Io sono solo stanco, ho solo freddo. Qualcosa mi dice che dovrei provare dolore, che è sbagliato sentirmi solo stanco, infastidito.

“La persona che te lo ha promesso non esiste più. Addio, Irei”

Lentamente, zoppicando e appoggiandomi sulle stampelle, esco dalla stanza. Fuori, il cielo è grigio e senza sole. Come sempre.

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