In nomine Patris by Fra Tac
Summary: Due ragazzi decidono di iniziare una carriera come esorcisti clandestini. Cosa mai potrebbe andare storto?
Beh, più o meno tutto.

Featuring: mezzi-demoni, inquisitori che lanciano fuoco blu dalle mani, suore armate di fucili e Dei di altri Universi.
Categories: Singoli Characters: Nessuno
Genere: Nessuno
Warnings: Racconto politicamente scorretto
Challenges:
Series: Nessuno
Chapters: 25 Completed:Word count: 160052 Read: 8513 Published: 24 Sep 2012 Updated: 19 Apr 2015
Story Notes:
Bene, nuova storia :'D E' molto semplice e molto a scazzo, è iniziata, agli albori della sua ideazione, come "storia da relax" ed è finita come "storia che devo riuscire a concludere entro l'inizio di io scrittore", con l'unico scopo di infilarci dentro più cose blasfeme possibili (come argomento partiva anche bene all'inizio, devo dire, mi mancano giusto i comunisti e i malvagi biotecnologi)
Astenersi religiosi convinti, comunque.
(metterò un sommario decente se mai riuscirò a pensare a qualcosa - sono in botta da antistaminici, capitemi :'D Il titolo mi schifa un po' meno di quello dell'altra storia, però, forse sto migliorando :S)

1. In cui qualcuno ha un'idea geniale by Fra Tac

2. In cui qualcun altro accetta una proposta di lavoro by Fra Tac

3. In cui è tutta questione di fingere bene by Fra Tac

4. In cui Ivan impara a parlare by Fra Tac

5. Demoni by Fra Tac

6. Angeli by Fra Tac

7. In cui 52 soffre di shock culturale by Fra Tac

8. In cui Ivan fa scelte sbagliate e incontri spiacevoli (I) by Fra Tac

9. In cui Ivan fa scelte sbagliate e incontri spiacevoli (II) by Fra Tac

10. In cui ci sono tanti "forse" (I) by Fra Tac

11. In cui ci sono tanti "forse" (II) by Fra Tac

12. In cui alcune cose esplodono (I) by Fra Tac

13. In cui alcune cose esplodono (II) by Fra Tac

14. In cui alcune domande trovano risposta (I) by Fra Tac

15. In cui alcune domande trovano risposta (II) by Fra Tac

16. Capitolo 12 (I) by Fra Tac

17. Capitolo 12 (II) by Fra Tac

18. Uomini (I) by Fra Tac

19. Uomini (II) by Fra Tac

20. In cui ci sono grandi martelli by Fra Tac

21. In cui succede qualcosa by Fra Tac

22. Capitolo 16 by Fra Tac

23. Dei (I) by Fra Tac

24. Dei (II) by Fra Tac

25. In cui qualcosa finisce by Fra Tac

In cui qualcuno ha un'idea geniale by Fra Tac
Author's Notes:
Storia monca causa mancanza prologo, ma vabbeh, in compenso questo è il primo capitolo. indecentemente corto, ma di nuovo vabbeh... spero sia divertente, ma soprattutto spero che vada bene a livello di scrittura. E' la prima volta che provo la prima persona su vasta scala (il diario segreto delle elementari non vale, no?) quindi non so se me la sono cavata bene :S a me non sembra male, da quel punto di vista, ma a voi l'ardua sentenza!
Come al solito buona - si spera - lettura ^_^
CAPITOLO 1: IN CUI QUALCUNO HA UN’IDEA GENIALE.


Non ho niente contro i preti.
Certo, non sono il genere di persone che inviterei volentieri per un tè pomeridiano. Sono fastidiosi e solo la loro vista mi irrita, però non è che arrivo ad odiarli.
E’ come per le mosche, possono infastidirti perché ti si posano sul panino che stai mangiando con le loro zampette schifose, ma non puoi arrivare ad odiarle. Non puoi odiare qualcosa che nemmeno sa scrivere la parola odio, no?
Ecco, per me i preti sono più o meno come le mosche: dei fanatici fastidiosi che mi ronzano intorno. Qualche volta sbucano fuori con i loro crocifissi e la loro acquasanta, ma in media basta fare qualche trucchetto, muovere qualche articolazione al contrario e quelli scappano via con la veste tra le gambe. Come le mosche, sono prevalentemente innocui.
Non arrivo spesso a detestarli, solo quando esagerano, e sono rare le volte che esagerano.
Purtroppo, questa è una di quelle.
«Stringete più forte le corde, fratelli.»
I due chierichetti di fianco a me mi stringono le corde ai polsi e alle caviglie. Mi chiedo come abbiano fatto a portare questa brandina nella chiesa, dalla porta non ci passa per il largo.
«Bene, così può andare.»
Forse di traverso? Comunque non è questo il punto, il punto è il letto. Che enorme cazzata. Come se legarmi ad un letto potesse far funzionare un esorcismo.
«Avete visto troppi film, ragazzi.»
Il chierichetto lentigginoso alla mia destra fa un salto manco avesse visto il Cristo in persona.
«Padre» sussurra «Padre, il demonio mi ha parlato.»
Alzo un sopracciglio. «Sì, e ora ti si scioglieranno le orecchie.»
Il chierichetto si porta le mani ai lati del volto con un singulto. Se avessi la mano libera me la batterei sulla fronte.
Sento un rumore frusciante davanti a me, le pagine di “Exorcism for Dummies” che vengono girate, probabilmente.
«Porgimi l’acqua benedetta e il sale, fratello.»
Ci manca solo uno “yo” e siamo a posto. Troverei il suo modo di parlare divertente, se non fossi nella posizione scomoda in cui mi trovo ora.
Sento il chierichetto alla mia sinistra avvicinarsi al prete e nell’aria si spande un basso salmodiare.
Non mi volto, continuo a guardare il ragazzino lentigginoso, trema come una foglia.
«Senti.» gli sussurro, con il tono di voce più calmo che un ragazzo legato ad un letto in una chiesa vuota con tre fanatici possa avere. «Qui finirà male, molto male. Non per il vecchio, per lui si muoveranno quelli del vaticano, figurati. Ma tu e il tuo amico? Siete solo dei ragazzini, vi beccherete come minimo due anni in un carcere minorile!» okay, forse due anni no, ma una bella multa non gliel’avrebbe tolta nessuno.
Il chierichetto si morde le labbra. «Demonio tentatore. Nessuna minaccia può piegare la mia fede.»
«Oh, non sarà la tua fede a piegarsi in cella. Hai presente Sodoma e Gomorra, vero?»
Prima che il chierichetto possa rispondermi il salmodiare del prete finisce.
Il chierichetto di sinistra ricompare, mi prende il viso e mi volta la testa. O meglio, io mi volto trascinandomi dietro le sue mani.
Quando il prete mi vede in faccia sussulta e tira una bestemmia. Subito, con uno sbuffo di fumo, compare un demonietto sul tabernacolo. Ah ah! Non riesco a trattenere un sorriso, sono le piccole soddisfazioni come questa a farmi superare certi momenti.
«Salve padre.»
L’uomo mi sventola davanti le mani in quello che credo voglia essere un gesto imperioso. Ho sempre avuto molta immaginazione.
«Vade retro, Satana!» esclama. Io non posso far altro che sospirare.
«Quindi è lei il sostituto di Joseph, eh? Devo ricordarmi di andarlo a trovare in ospizio. Era una brava persona, simpatica, ci teneva alla parrocchia, non rapiva e segregava poveri passanti indifesi...»
Il prete cerca di stappare la bottiglietta di acqua santa – di quelle a forma di madonnina da Lourdes, artiglieria pesante – con le dita grassocce. La pelle sotto il collo gli balla tutta, è quasi ipnotica. Ipnotica e disgustosa.
«Ah, il buon vecchio Joseph...» almeno lui era magro.
Finalmente riesce ad aprirla e ci butta dentro il sale. Si avvicina a me. Sospiro, ora inizia la commedia.
«Quest'acqua benedetta» comincia a salmodiare «richiami il Battesimo ricevuto e ravvivi in noi il ricordo di Cristo che ci ha redenti con la sua Passione e Risurrezione...», e intinge le dita nell’acqua.
Giuro che se me la schizza in un occhio...
«Senta, con tutto il rispetto, dovevo essere al lavoro tipo un’ora fa. Può andare subito al dunque e saltare tutti questi preliminari? Tanto sappiamo entrambi che sono inutili.»
Il prete si blocca con la mano a mezz’aria, l’acqua santa che gli cola lungo l’avambraccio formato würstel gigante.
«Ma le litanie...»
Roteo gli occhi. «E che cazzo, invochi Sant’Andrea di Totma se proprio deve e la faccia finita, ora che sta lì con tutti i Santi facciamo notte!»
Il prete avvampa. «Ah, come osi bestemmiare nella casa del Signore, demonio!»
Probabilmente ha una memoria a breve termine, poverino.
Lascia l’acqua e il libricino al chierichetto di sinistra e mi mette le mani sulla testa.
Oh no. Prova ad alitarmi in faccia come l’ultimo idiota che ci ha provato e ti tiro una randellata sui denti.
Il prete sussulta e si ritrae saggiamente. Devo avergli lanciato uno sguardo torvo mica da ridere.
Si mette a frugare tra i recessi della veste e tira fuori un crocifisso, che mi schiaffa davanti al naso. Oddio, due pezzi di legno. Che paura. Di bene in meglio.
Prende fiato, talmente tanto che diventa rosso e gonfio come un palloncino, poi caccia un urlo. Se non fossi legato al letto, sarei sobbalzato fino al soffitto.
«Esorcizzo te, antico avversario dell'uomo!» grida, la testa e il braccio libero levati verso l’alto. Molto scenografico, davvero.
«Esci da... ehm...»
«Ivan» suggerisco.
«Ivan! Creatura di Dio!»
Sospiro e appoggiò la testa al letto. A quanto pare se ne avrà ancora per molto. E io sono pagato ad ore. Olè!
Il demonietto sul tabernacolo sogghigna, il bastardo. «Che ci vuoi fare, i preti son fatti così.»
«Quello che non capisco è perché si ostinano a esorcizzare quelli come me.» gli rispondo, non udito da altri. «Insomma, capisco gli indemoniati, ma con noi... è come cercare di dividere la farina dalle uova in una torta già cotta.»
Il demonietto alza le spalle rossastre e si accarezza le corna. E’ più solido e ben delineato di quelli che vedo di solito, e ne intuisco la ragione. Nato dalla bestemmia di un prete in una chiesa, una combo vincente: di sicuro vivrà anche più del solito sputo di giorni.
«Se ti da fastidio liberati, no?» mi dice il diavolo, e mi mostra un sorriso da tagliola.
Torno a guardare il prete.
«...esci da lui spirito immondo, e cedi il posto allo Spirito Santo! Te lo comanda Cristo Gesù, Figlio di Dio e Figlio dell'uomo: egli, nascendo senza macchia dal grembo della Vergine
per opera dello Spirito...»
Sospiro di nuovo. Stiamo decisamente andando fuori controllo.
«Sì, missà che mi tocca.»


«Vattene, dunque, Satana! Vattene in nome di Gesù Crist-»
«Okay, okay» lo interrompo «Molto sentito, davvero, ma ora devo andare.»
Con un lieve strattone mi alzo dal letto, le corde si sfilacciano con facilità, e mi avvio verso la porta. Per qualche secondo riesco a sentire gli sguardi del prete e dei due chierichetti sulla mia schiena, poi...
«Fermatelo, fratelli!»
«Amen!»
«Lo prendo padre!»
«Le gambe, tienigli ferme le gambe!»
«Attento alla testa, so che la possono ruotare del tutto!»
«Ma che schifo!»
...sento due paia di braccia e i rispettivi corpi piombarmi addosso a cingermi i fianchi. Sospiro per l’ennesima volta e continuo a camminare fino all’uscita, trascinandomi dietro senza fatica i chierichetti.
«Un metro e settanta, Cristo! Per cinquanta chili!» sento urlare il prete, prima di chiudermi la porta della chiesa alle spalle, proprio mentre un altro “pof” segnala la nascita di un nuovo demonietto.
Guardo i due chierichetti che mi stanno appesi alla cintura. Il terrore sui loro volti è non è quantificabile. Mi soffermo su quello lentigginoso. «Sodoma e Gomorra!» esclamo.
Questo sobbalza e scappa dentro la chiesa, trascinandosi dietro il compagno.
Aspetto che la pesante porta di legno si richiuda e scuoto la testa. Ragazzini, farli andare a messa tutte le domeniche è il miglior modo per traviarli fin da piccoli.
Mi chino a raccogliere il cappello, che era rimasto lì da quando i tre mi avevano aggredito, lo spolvero per bene e me lo infilo con cura. E poi schizzo sul marciapiede con un tale slancio che sento i san pietrini scricchiolare sotto le scarpe.
«Cazzo, cazzo, cazzo!» urlo, mentre mi faccio largo a gomitate tra i passanti, con una mano calcata sul cappello. Non che sia poi così strano vedere ragazzi con i capelli verdi, con tutte le tinte assurde che ci sono in giro, ma voglio evitare altri imprevisti.
E forse, se non notano i capelli, non gli verrà la curiosità di guardarmi anche in faccia. Certe volte io stesso ho i brividi, guardandomi allo specchio.
Sguscio tra una coppia e mi infilo in un vicolo. C’è poca gente in giro, ma anche troppa se si considera la temperatura. Mentre corro per le vie serpentine vedo un paio di ragazze, una donna che porta a spasso un grosso san bernardo – decisamente più a suo agio della padrona – un gruppo di uomini che ridono. Tutti hanno intorno a loro almeno un’ombra che gli sguscia lungo le braccia, guizza sul selciato, gli si arrotola sulle scarpe.
Ormai è una vista a cui sono abituato, ma ogni volta mi dà una sgradevole sensazione alla bocca dello stomaco.
Rallento l’andatura perché cominciano a farmi male le reni e una delle ombre – che danza intorno ai piedi di una bambina – striscia verso di me. Le spuntano un paio di occhi e mi sorride con una bocca piena di denti, troppi e troppo aguzzi. Basta solo un pensiero cattivo, una buona azione mancata deliberatamente, una caramella presa senza chiedere il permesso a mamma o papà...
Mi chiedo quanti ne faccia nascere io ogni volta che impreco. Quelli, chissà perché, non riesco a vederli – ed è ancora peggio.
Distolgo lo sguardo dal demonietto per il fastidio e svolto ancora, sperando di aver preso la giusta scorciatoia per la Stepanska.
L’ho fatto, il negozio di Hans mi appare davanti come la visione di un’oasi in mezzo al deserto. Mi fermo con le mani sulle ginocchia, quel tanto che basta per riprendere fiato, e ne approfitto per gettare uno sguardo attraverso la porta a vetri. Tra cofanetti, sedie, specchi e paccottiglie di ogni genere c’è un orologio a pendolo funzionante. Leggo quello che segnano le lancette.
Fantastico, ho perso solo mezz’ora. Pensavo molto peggio, di gran lunga.
Do una spallata alla porta, lasciandomi praticamente cadere nel negozio. Uno scampanellio annuncia la mia poco elegante entrata.
«Ah, un attimo!» la voce di Hans mi raggiunge dal retro. Dopo due secondi, e un rumore che ricorda fin troppo il crollo di una pila di scatoloni contrassegnati dalla scritta “fragile”, lo vedo uscire dalla porta di legno. Mi guarda con un’espressione sorpresa mentre si sistema gli occhiali storti sul naso.
«Serve una mano là dietro?» gli chiedo. Lui si liscia il gilet. Sembra che per qualche strana ragione gli antiquari debbano dare l’idea di provenire dalla stessa epoca degli oggetti che vendono...
«Ivan! Pensavamo non venissi, sei in ritardo di mezz’ora.»
Ah, non dirlo a me. «Mi sono fermato in chiesa ad accendere un cero alla madonna.»
«Già, beh, uhm. La prossima volta però avvertici.»
Oh, Hans, scommetto che se ti tagli con un coltellaccio dalla ferita escono marshmellows. Annuisco e mi segno mentalmente di mettere in carica il cellulare, che giace morto sulla mia scrivania già da un paio di giorni.
«Bene.» l’uomo davanti a me si torce le mani nervosamente e fa guizzare i suoi occhietti scuri da una parte all’altra del negozio. «Ora voglio... ho bisogno che tu stia qui a badare al negozio per un’oretta.»
«Non c’è problema.»
«Non toccare, non toccare niente, non è che non ci fidiamo di te ma certe cose sono così fragili...»
Come gli scatoloni di prima? «Ricevuto.»
Hans mi sorride nervosamente e prende un cappotto e un cappello dall’attaccapanni accanto alla porta. «Noi dobbiamo uscire, è davvero importante, una, uhm, questione La signora Papadopoulos ci ha invitato per una cioccolata, è fatta, è fatta! Oh, stupido!» vedo Hans arrossire fino alla punta delle orecchie.
Io cerco di sorridere in una maniera che spero sia incoraggiante. Se c’è qualcosa di peggio di essere un uomo oltre la mezza età, scapolo, che ha il suo primo approccio con una donna dopo anni, è essere un uomo oltre la mezza età, scapolo, che ha il suo primo approccio con una donna dopo anni E con un demone a coabitare il proprio corpo. Quello del signor Hans si chiama MammaSperoTuMuoiaBruttaVecchiaDespote. O Ma’, per gli amici.
«Coraggio Hans, vedrà che se la caverà alla grande.» mi sento di spronarlo un pochino. Lui mi rivolge un sorriso imbarazzato e cerca goffamente la maniglia della porta. La trova dopo il terzo tentativo.
«Er, sì, se questo dannato Ehi non rovina tutto – non parlare più con la mia bocca! E’ anche la mia, si dà il caso.» Hans chiude gli occhi e fa una pausa per respirare profondamente. «Già, già.» si sistema il cappello e apre la porta, facendo entrare un soffio di aria gelida nel tepore del negozio, che mi fa rabbrividire nonostante abbia ancora addosso giubbotto e cappello.
«Contiamo su di te, Ivan. E uh, un’altra cosa...» si volta verso di me e accenna alla porta della stanza sul retro, con un’espressione colpevole negli occhi perennemente ansiosi. «Potresti…»
«Sistemo io. E, ehm, signor Hans…»
«Cosa?»
«La testa. Le conviene ruotarla di nuovo di centottanta gradi prima di vedere la signora Papadopoulos.»


Guardo nell’ultima scatola per controllare che i “lampadari di finissimo cristallo boemo” non si siano ridotti in un finissimo ammasso di spazzatura. Per fortuna o per disgrazia sono ancora interi, grazie al polistirolo. Richiudo la scatola con cura e la risistemo nell’ultimo scaffale.
Non sono molto d’accordo sulla politica di rifornimento di Hans. Voglio dire, noi siamo in Boemia, c’è una cristalleria che vende “lampadari di finissimo cristallo boemo” ogni due case, mi chiedo chi vorrebbe comprarne uno al doppio del prezzo solo perché è più vecchio.
Torno nel negozio e mi siedo sulla poltrona dietro alla cassa, mi lascio sprofondare nell’imbottitura fin troppo soffice.
Nel negozio tutto è tranquillo. Siamo nella zona pedonale della città, vicino al centro storico, e non un suono penetra all’interno. Dalla porta a vetri appannata riesco a vedere i palazzi di fronte già coperti di ombre, nonostante sia ancora presto. Il ticchettare dell’orologio a pendolo è l’unica cosa che guasta l’atmosfera di perfetta tranquillità.
Il lato positivo di lavorare per Hans è la pace di quell’ambiente. Certo, se dicessi di aver visto un cliente nell’ultima settimana probabilmente mi rinchiuderebbero insieme a chi dichiara di aver visto atterrare un UFO, o di aver visto Elvis in un bar, o di aver visto Elvis atterrare con un UFO in un bar. Ma la perfezione non è di questo mondo.
Soffoco uno sbadiglio. L’aggressione del prete e la corsa stanno cominciando a fare il loro lavoro, a meno che non mi compaia immediatamente davanti un termos pieno di caffè mi sentirò in diritto di addormentarmi. Conto fino a tre...
Niente? Perfetto, se proprio insisti, Universo...
La campanella sulla porta suona appena chiudo gli occhi. Raddrizzo la schiena e mi rivolgo al cliente con un poco professionale “Ergh?”.
Davanti alla porta, che si sta richiudendo, c’è un ragazzo più o meno della mia età – solo che lui vent’anni li dimostra. Capelli neri che sembrano tagliati con un rasoio da barbiere e solo un chiodo di pelle sgualcito sopra la maglietta troppo larga, come se fuori non si vada per lo zero assoluto. «Ti serve qualcosa?» gli chiedo, con la solita affabilità che mi contraddistingue.
Il ragazzo appoggia sul pavimento il sacchetto che tiene in mano – prego, come se fossi a casa tua – e tira fuori un bigliettino stropicciato dalla tasca del chiodo. Vedo la sua fronte corrugarsi mentre lo legge. «Qualcuno, in realtà. C’è Ivan Aleksandrovič?»
Il suo esperanto non ha quasi accento, ma dal modo atroce in cui pronuncia il mio nome capisco che viene dal mediterraneo, con tutta probabilità è italiano. Mi irrigidisco. L’equazione Italia-Chiesa è fin troppo facile da risolvere, ma è ridicolo pensare che vogliano qualcosa da me. L’incidente con il prete era una stupidata e, soprattutto, è successo solo un’ora fa...
«Sono io.» rispondo infine, sporgendomi un po’ più avanti. C’è da dire poi che il ragazzo non sembra fare parte dell’Inquisizione. Non ha addosso tre chili di seta, per cominciare, niente gioielli d’oro massiccio e niente sguardo folle o tic da sadico.
Mi guarda per qualche secondo e poi il suo volto si illumina. Sorride, e nel momento stesso in cui lo fa un piccolo vortice d’ombra si materializza sulla sua spalla e comincia a danzargli tutt’intorno.
«Ah, certo!» esclama. Io cerco di non seguire con gli occhi il demone che continua a guizzare da una parte all’altra della stanza. Brutta, brutta situazione. Qualunque cosa voglia questo tizio, che sia della Chiesa o meno, è qualcosa di pessimo. E il fatto che il demone non sia di quelli che evaporano dopo due secondi indica che è qualcosa di più che rubare un paio di caramelle, magari in un negozio gestito da malvagi capitalisti dolciari...
«Ivan, ho bisogno di parlarti.» il ragazzo è davanti a me, ora, le mani appoggiate al tavolo. Noto che ha gli occhi di due colori diversi. «Ho avuto un’idea geniale...»
«Buon per te.»
«...e tu sei la parte più importante.»
Forse mi sono sbagliato, una certa scintilla di follia negli occhi ce l’ha. Comincio a chiedermi come diavolo abbia avuto il mio nome. E perché. «Scusami, tendo a non voler essere parte di idee geniali avute da sconosciuti.»
Il ragazzo alza le mani. «Lo so, lo so ma ascolta. Dammi due minuti per spiegare, è una cosa che può tornare utile anche a te.»
«Ne dubito.»
«So quello che sai fare, Ivan. So quello che vedi.»
Non mi scompongo. O meglio, mi sforzo di non scompormi. «E io so a memoria il numero della polizia. Incredibile, vero?»
Il ragazzo di fronte a me fa un verso strozzato. «Oh, andiamo!» si picchietta lo zigomo sotto l’occhio sinistro, dall’iride di un verde vibrante – al contrario di quella dell’occhio destro, nera e morta. «Sono come te, vedi? E’ un po’ come essere della stessa famiglia.»
«Già, immagino tu sia il cugino rompiscatole che si vede solo a Natale.» mormoro, ma la verità è che non posso fare a meno di rilassarmi. Okay, non siamo più nel medioevo, l’eterocromia non è più un’etichetta, così come i capelli rossi o l’essere mancini, però... quelle iridi non sono qualcosa di umano. E’ decisamente probabile sia un mezzo-demone come me, direi che la possibilità c’entri la Chiesa è completamente eliminata.
Eppure il demonietto continua ad essere una presenza opprimente nella stanza. Riesco a vederlo accucciato accanto a un grammofono, mi guarda con due occhi come lune piene. All’improvviso ho la gola secca.
«Dimmi come sai il mio nome.» chiedo al ragazzo. Lui sorride, e all’improvviso le ombre nel negozio sembrano allungarsi sugli scaffali e sul pavimento, stirarsi quasi allo spasmo per convergere verso di me.
«Ti ho visto.»
«Non mi hai visto. Non sapevi nemmeno che faccia avessi prima di venire qui.»
«Non sto parlando della vista vista, ma dell’altra vista. Sono solo... informazioni, in effetti, quelle che mi arrivano. E c’erano informazioni su di te.»
C’è qualcosa che non va. C’è qualcosa che non va dall’inizio di questa conversazione, ma adesso quel qualcosa non è solo assurdo, sento che è pericoloso.
«Senti.» provo a mettere le cose in chiaro «Ho avuto una giornata pessima, l’unica cosa che voglio fare adesso è riposare almeno una mezz’ora prima che torni il mio capo, non ho davvero la forza di parlare con te di idee geniali. Fossi anche il nuovo Leonardo da Vinci.»
«Oh, tranquillo, capisco tu sia stanco.» dice il ragazzo, con un tono gioviale. Indica il sacchetto ancora abbandonato sul pavimento di legno. «Infatti ho portato il termos di caffè che volevi.»


Non sono il genere di persona che solleva di peso qualcuno, lo getta fuori da una porta sulla dura strada e gli richiude la suddetta porta in faccia senza dire una parola.
Ma questa volta il mio corpo si è mosso senza chiedere il consenso del cervello. Mentre chiudo a chiave la porta, e appiccico al vetro il cartellino “torniamo subito”, sento di nuovo la voce del ragazzo – anche se ovattata dal vetro.
«Oh, andiamo! E’ solo divinazione!» sta gridando «Okay, abbiamo iniziato con il piede sbagliato, lo ammetto, ma dammi due secondi per spiegare e...»
Invece non sento più la sua voce quanto mi richiudo la porta della stanza sul retro alle spalle. La sbatto così forte che mi rimane il pomello in mano.
«Oh, ma merda!»
Terribile. Prima quegli idioti in chiesa e poi questo drogato. Divinazione. L’idea che qualcuno sappia quello che tu farai di qui al giorno della tua morte mi dà i brividi. Mi ha sempre dato i brividi, più dei demoni che vedo per strada.
Senza contare le implicazioni sulla violazione della privacy. Mi chiedo cos’altro sappia di me, mi chiedo se sappia dove abito. Mi chiedo se la polizia non la debba chiamare davvero. Getto il pomello contro il pavimento in un impeto di stizza.
Quello rimbalza sulla pietra come se fosse una palla di gomma, lasciando un piccolo cratere come segno del suo passaggio, e si getta verso gli scaffali pieni di scatole e scatoloni.
Chiudo gli occhi come un condannato a morte davanti alla forca, e resto ad ascoltare la sinfonia in do minore di un paio di lampadari di cristallo ridotti a una nuvoletta di deprimenti scaglie di vetro.
Se rompere uno specchio porta sfiga, rompere due lampadari di cristallo boemo non è una buona cosa, vero?
Da sotto la porta striscia il demonietto di prima. Ha un aspetto quasi nebbioso, a vederlo da vicino.
«Era un’idea davvero geniale, però.» gracchia.
Sospiro, guardando il pomello che rotola traballante sul pavimento. «A meno che non sia il progetto per una macchina del tempo funzionante, non mi interessa.»
In cui qualcun altro accetta una proposta di lavoro by Fra Tac
Author's Notes:
Secondo capitolo che avevo già in canna. Al solito, qualunque segnalazione è più che benvenuta ^_^ Spero anche che quelle due o tre cose sull'ambientazione, buttate proprio lì, risultino abbastanza chiare per inquadrare il tutto dall'inizio :S E' mia intenzione comunque chiarire la situazione politica di quest'Europa alternativa aggiungendo dettagli man mano... ma spero che si possa cogliere quantomeno il quadro generale
(specifico giusto che politicamente è ambientata nel Sacro Romano Impero - ma come epoca siamo ai giorni nostri)
CAPITOLO 2: IN CUI QUALCUN ALTRO ACCETTA UNA PROPOSTA DI LAVORO.


Soffoco un grugnito nel cuscino e faccio lo sforzo di alzarmi. Al mio cervello ci vuole un attimo per registrare che il corpo non è più in posizione orizzontale. Barcollo fuori dalla stanza strofinandomi gli occhi e cercando di non sbattere contro le pareti per arrivare al bagno. Lì, con più arti divinatorie che senso dello spazio, mi getto dell’acqua gelida in faccia.
Rabbrividisco, ma per lo meno mi sveglio.
Sollevo il volto e mi guardo nello specchio, senza trattenere un sospiro. Volto troppo affilato, ossatura troppo esile, capelli troppo verdi. Sembro sempre di più un dannato folletto. Un folletto con le iridi così chiare da confondersi con la sclera. Affondo la faccia nell’asciugamano con un altro grugnito.
Mia madre sarà già uscita da ore. Non mi disturbo a guardare l’ora, so che sarà mattinata inoltrata. Quando entro in soggiorno vedo, però, che mi ha lasciato una tazza di caffè e dei biscotti sul tavolo vicino ai fornelli. Grazie mamma, come ogni mattina, caffè che ora è diventato quasi solido.
Fisso la deprimente tazza torbida per qualche secondo prima di optare per il microonde. Verrà disgustoso ma non mi importa, tanto non sono abbastanza sveglio per schifarmi.
Mi lascio crollare su una sedia, mentre dietro di me l’elettrodomestico fa il suo lavoro, e sgranocchio un biscotto un po’ duro. Non ho voglia di uscire, stamattina, e nemmeno questo pomeriggio per andare al lavoro. Mi sento quasi in colpa a incontrare Hans, specie dopo avergli detto che i lampadari erano già rotti per la caduta degli scatoloni. Gli ho guastato la serata, e dire che era così felice dopo la cioccolata con la signora Papadopoulos...
Scommetto che quella bugia ha fatto nascere un demone bello resistente.
Sospiro e mi alzo quando sento il “bip” del microonde, per poi fermarmi con la tazza bollente in mano appena sento qualcuno bussare alla porta. Chiudo gli occhi e non mi interrogo nemmeno su chi possa essere, lo sento chi è. Oh, lo sapevo, lo sapevo che sapeva dove abitavo...
Appoggio la tazza sul tavolo e socchiudo la porta, lasciando la catenella.
«Come hai fatto ad entrare?»
Il ragazzo di ieri solleva subito le mani in un gesto di pace. «Una vecchia stava uscendo e ne ho approfittato, sapevo che non mi avresti fatto entrare se avessi suonato-»
«Beh non è che la situazione adesso sia cambiata.»
«-ascolta.» infila un piede nella fessura prima che possa chiudere la porta. «Ammetto che non ho scelto il migliore degli approcci ieri. Ma, ehi, è difficile sceglierne uno quando devi incontrare assolutamente una persona che hai conosciuto – diciamo così – tramite canali onirici. Ad essere sincero, se ieri ho sbagliato, non so comunque se esista un modo giusto di presentarsi a qualcuno in questa situazione.» alza le spalle. «Quindi tanto vale fare le cose come vengono e amen.»
Chiudo gli occhi e mi passo una mano sulla faccia. Mi sono appena svegliato, queste conversazioni non vanno affrontate appena svegli. Non andrebbero affrontate in qualunque momento della giornata, in realtà.
«Dimmi cosa vuoi.»
«Solo parlare.»
«Della tua “geniale idea”?»
«E’ davvero geniale, se mi lasciassi il tempo di spiegarti te ne accorgeresti.»
Tolgo la catenella alla porta e apro del tutto, ma non lo faccio entrare. «Si può sapere chi sei, di grazia?»
Il ragazzo sorride come uno di quei venditori porta a porta, ma senza l’aura da fallito intorno. Si appoggia allo stipite della porta con un gomito. «Puoi chiamarmi Woland.»
No, sul serio? Alzo un sopracciglio.
«Okay, okay, va bene. Mi chiamo Sergio.»
Questa volta deve essere sincero. Nessuno con un minimo di udito si presenterebbe come “Sergio” se potesse scegliersi un nome. E ora come ora riesco solo a pensare alla tazza di caffè disgustoso che si sta raffreddando sul tavolo.
«Ti do dieci minuti per spiegare.» dico, lasciandolo entrare. «E spera che sia una spiegazione sensata, altrimenti finisce come ieri. E non è piacevole cadere dal quinto piano di un palazzo.» E io lo so bene, mi è capitato una volta. Rincorsa presa con un po’ troppa forza... il muro però è stato sistemato quasi perfettamente.
Faccio cenno a Sergio di sedersi, mentre io prendo la sedia di fronte a lui, rigirandomi la tazza di tiepida tra le mani. «E niente predizioni.» aggiungo, prima che lui possa dire qualcosa. «Mi danno i brividi.»
Il ragazzo alza le mani. «Ricevuto.» dice. Ed eccolo, di nuovo, quel sorriso da venditore. Sembra quasi una maschera, deve essersi allenato allo specchio parecchio tempo per farlo. Deve essere un’espressione che si diverte ad usare spesso.
«Il motivo per cui ti ho cercato, Ivan, è una proposta di lavoro.» si sporge avanti, gomiti sul tavolo, e mi guarda da dietro le mani incrociate. Io mi limito a sorseggiare il caffè. Dio, fa proprio pena e schifo.
«E il lavoro, ovviamente, ha a che fare con la mia geniale idea. Prova solo a pensare, ad esempio, alle enormi possibilità che abbiamo per fare soldi.»
«Io e te?» gli chiedo, guardandolo da sopra la tazza con quella che spero sia un’espressione molto scettica.
Lui fa una smorfia e scuote le mani. «Oh, no, no, no! Anzi, anche, ma per “noi” intendo... i mezzi-demoni in generale. Pensa alle capacità che alcuni di noi hanno e che gli uomini sono troppo stupidi per sfruttare. Telecinesi, divinazione, pirocinesi...» si batte una tempia con l’indice. «Ma invece di essere specialisti richiestissimi, siamo costretti a lavorare come ogni altro essere umano. Oh, è uno dei taciti accordi della Carta di Ginevra, quelli tra le righe. Tolleranza, ma a patto che dalla nostra parte ci sia totale uniformazione. Comportiamoci come umani e verremo trattati come tali, anche se potremmo fare cose meravigliose. E guadagnare.»
Mi sembra di ascoltare uno di quei discorsi che i fanatici della rivoluzione urlano nei megafoni per strada, solo che invece di idealismi vari c’è il denaro a muovere tutto. Non sono sicuro se sia meglio o peggio. «Vieni al punto.»
Sergio si appoggia allo schienale della sedia. «Ah, così mi piaci, così mi piaci!» esclama, battendo le mani. «Dritto al punto. Il punto è, Ivan, che è ora che le cose cambino, e che qualcuno si svegli. E quel qualcuno siamo noi. Voglio lanciare un’attività, e ho bisogno di te e di quello che sai fare.»
Lascio sul tavolo la tazza vuota e mi pulisco le labbra con il dorso della mano. Non posso negare di essere sollevato, è qualcosa di decisamente più... normale di quanto temessi. «Spiacente, un lavoro già ce l’ho, ma grazie dell’offerta. E poi non penso di essere così necessario, un monta pacchi o qualcosa del genere dovrebbe bastare nel caso-»
«Oh, no, non hai capito.» c’è qualcosa nel tono della voce di Sergio che mi fa irrigidire, di nuovo sull’attenti. Lui sorride, ma stavolta è un sorriso da cospiratore. «Quello che interessa a me non è la tua forza, te l’ho detto. E’ la tua vista. So che puoi vedere i demoni, so che puoi interagirci.»
Nessuno lo sa. Nessuno nemmeno ci crederebbe, stentavo a credere anch’io che fossero demoni le ombre che vedevo fino a qualche anno fa. Dannata, odiosa divinazione.
Stringo i pugni senza smettere di guardare Sergio, cerco di rimanere calmo. «Sì, ma non vedo come questo possa essere-» non mi ascolta, è troppo preso a sentire il suono della sua voce.
«E’ un’idea che mi è venuta subito quando ho saputo che c’era qualcuno che era in grado di farlo, e poi due giorni fa... bam! Ecco che mi arrivano anche le informazioni riguardanti questa persona. E finalmente l’attività potrà decollare.»
«Di che attività si tratta?» lo interrompo, alzando la voce e con un pessimo presentimento.
Lui indossa di nuovo la maschera del venditore. «Esorcismi.» dice, sorridendo.
Gli scoppio a ridere in faccia. So che a questo punto avrei dovuto gentilmente mostrargli la porta, possibilmente lasciargli il numero di un bravo psichiatra e poi chiedergli di non farsi rivedere mai più. Ma quello che ha detto è così idiota che non riesco a trattenermi. Ho voglia di dirgli che è un pazzo «Sei pazzo!» e glielo dico.
Lui si alza in piedi, l’indice teso verso di me. «Ah, sapevo che l’avresti detto! Ma ascolta, è un modo per fare soldi assicurato! Siamo in una delle città più grandi dell’Impero, senza contare tutti i paesi nei dintorni, hai idea di quanti indemoniati ci siano?»
«No.»
Ride. «Nemmeno io! Perché non sono pochi. Sono fin troppo comuni, e hai idea di quanto bisogno abbiano di chi fa esorcismi clandestini? E di chi li sa fare bene? C’è gente che sarebbe disposta a pagare a peso d’oro, che sarebbe comunque meno di quanto la Chiesa chiede per i suoi nephilim. Pensa a tutti i talleri che ci frutterebbe un solo pomeriggio di lavoro.»
«Più che altro penso a tutti gli anni di galera che ci costerebbe.» dico, tra le risa convulse. Scuoto la testa più per incredulità che per altro.
«Dammi una buona ragione per dire una cosa del genere.» ribatte Sergio.
«Te ne do due, si chiamano Impero e Chiesa.»
«Ma per favore!» Sergio sbuffa e muove la mano destra in aria, sembra stizzito. «L’unico motivo per cui il Kaiser non ha annullato quella stupida legge è che potrebbe essere interpretato come un atto di debolezza nei confronti del Vaticano. Al Reichstag sanno tutti che è una legge folle, ma nessuno muove un dito per lo stesso motivo: sono peggio dei bambini. Figurati però se si impegnano per farla rispettare. E per quanto riguarda il Vaticano... sono troppo occupati a fermare l’avanzata dei Turchi per preoccuparsi che un paio di ragazzi gli facciano spietata – sì, sono ironico – concorrenza in Europa. I Turchi hanno carri armati, aerei, missili... dicono pure che tra i generali ci sia qualcuno che possiede un jinn. Jinn, Ivan, fottutissimi jinn! Il Papa rischia di perdere la Terra Santa.» solleva le mani, la destra vistosamente più in basso della sinistra. Non fatico a capire che si tratta di una bilancia, né che cosa ci sia sul piatto meno pesante. «Ti pare che le priorità di Sua Santità in questo momento siano un paio di esorcisti alle prime armi?»
Oh, merda. Ci crede davvero. «Ascolta.» gli dico, con il genere di tono che di solito uso al telefono con la mia cugina di sei anni. «Se anche fosse possibile fare una cosa del genere... come pensi di fare un esorcismo? Ah, no frena. Ho capito cosa stai per dire, ma il fatto che io possa interagire con i demoni non significa che sappia come tirarli fuori dal corpo di qualcuno. Dio santo, ho visto solo un paio di esorcismi in tutta la tua vita... e in quei casi ero io a subirli. E i preti non è che avessero tutte le rotelle, sai?»
«Si possono fare davvero tanti soldi.» prova ancora Sergio, come se non avessi parlato. A questo punto mi pare che convincerlo a desistere sia un servizio alla comunità. «E si vede che hai bisogno di soldi, andiamo.» continua.
«Oh, ma grazie.»
«Non volevo arrivare a tanto, ma... il fascino della divisa vale anche per l’abito talare, sai?»
«Preferisco ragazze che abbiano raggiunto le due cifre di età, però.» mi alzo e vado ad aprire la porta, sorridendo. «Fuori da casa mia, per favore.»
Il sorriso disperato di Sergio si trasforma in un sospiro di rassegnazione. «Okay, finisce qui immagino. Solo...» si fruga nelle tasche e mi porge un biglietto stropicciato. «Se cambi idea, qui ci sono un po’ di numeri con cui puoi trovarmi, telefono, indirizzo... cose così.»
Si esibisce in un ultimo, ancor più disperato, patetico sorriso a trentadue denti. «No, eh?»
Io scuoto la testa. «Esci e basta.»


Però non posso fare a meno di pensarci.
Ho bisogno di soldi, effettivamente. E so che ci sarebbe gente disposta a pagare. Non tutti gli indemoniati sono messi bene come il signor Hans. Certo, la maggior parte lo è... dopo i primi giorni di grida sataniche, camminate sui muri e vomito verdastro il demone si rende conto che la farsa è controproducente in primo luogo per lui, e tutto diventa più gestibile. Ho visto demoni nascere da un pensiero e vivere per pochi minuti soltanto, ormai mi pare ovvio che cerchino di sopravvivere nel corpo degli uomini – anche se mi sfugge il meccanismo con cui ci riescono.
A conti fatti vivono in simbiosi, l’ospite non ne ricava troppo danno. Però ce ne sono alcuni che... che letteralmente non conoscono il significato di convivenza civile. Ci sono fin troppe cliniche, in giro per l’Impero.
E nella maggior parte dei casi a riempirle sono i familiari di chi non si può permettere un “pellegrinaggio” nello Stato della Chiesa. E si sa che quando si ricorre ad esorcisti clandestini non si ottengono risultati, nel migliore dei casi...Forse, ma proprio forse, potrei davvero aiutare queste persone.
Ah, ma a chi voglio darla a bere. Sono i soldi che mi ossessionano. La possibilità di guadagnare davvero, di farmi dei risparmi per pagare una retta...
Anzi, nemmeno quello. Anche con un paio di esorcismi al mese, per quanto possano costare, non potrei mettere su così tanto, non subito almeno. Quello a cui penso è decisamente meno nobile.
Un computer mio, quella nuova consolle, un cellulare che riesca a stare carico per più di due giorni... ecco quello a cui penso. Piccoli capricci e comodità che non mi sono mai potuto permettere, nemmeno quando i miei erano ancora sposati.


Ah, dannazione. Quella stupida idea geniale non mi sembra più così stupida.


Mi guardo pigramente le mani, le dita così lunghe e sottili che più volte mi hanno fatto chiedere se non ci sia anche Nosferatu, tra i miei antenati. Nel negozio il grammofono diffonde le note calde di una musica jazz, Hans ha di nuovo messo su uno dei suoi vecchi dischi. Ho bisogno di chiedergli una cosa.
«Posso parlare con Ma’?» dico, raddrizzandomi un po’ sulla sedia. Hans si volta verso di me, con un’espressione sorpresa che non so se appartenga all’uomo o al demone. Forse a entrambi.
«Che vuoi
Vedo un bagliore scuro negli occhi di Hans, ora che sta lasciando più spazio a Ma’. Mi sento un’idiota per quello che sto per chiedere.
«Come, ehm, come funziona quando... la possessione, come funziona?»
«Perché me lo chiedi
Perché sto accarezzando l’idea di abbracciare la pazzia e iniziare una carriera come esorcista. «Curiosità.»
Ma’ scoppia a ridere. «Cerca su internet
«Non voglio sapere come la Chiesa dica funzioni, voglio sapere come funziona davvero.»
«Figurati se sarà un demone a dirtelo! Ragazzo, sei stupido
Il disco si interrompe con un rumore stridente, e Hans lo risistema nella custodia con delicatezza.
«Ci dispiace, Ivan. Parla al singolare. Oh, che sgarbato!»
«Nessun problema.» alzo le spalle, sperando non si noti che sono più imbarazzato di lui. Ma’ ha ragione, credere che un demone sveli i suoi trucchi è più che da stupidi. Ma tanto valeva provare... e poi ora posso mettermi il cuore in pace con questo colpo di testa.
«Però, forse ho qualcosa io che potrebbe fare al caso tuo...»
Ecco, appunto.
Hans si mette a cercare nello scaffale dei libri e ne estrae un piccolo volume rilegato, uno di quei vecchi taccuini per gli appunti che fanno tanto “naturalista dell’ottocento”. Me lo porge e io lo prendo con delicatezza. Per quanto è sciupato mi dà l’impressione che possa ridursi in polvere da un momento all’altro.
«Era di un mio parente, passando di mano in mano nella mia famiglia è arrivato a me. Non ho nessuno a cui consegnarlo, quindi ho deciso di venderlo... però, se ti può essere utile, puoi leggerlo.» spiega Hans, e mentre parla sorride in modo triste. «Tanto non penso interessi a qualcuno. E ormai è così rovinato che una lettura in più non potrà fare troppi danni.»
Me lo rigiro tra le mani e lo soppeso. «Wow, ehm... grazie, Hans.» dico, imbarazzato. Più per Hans che per il gesto: ma quanto diavolo è solo questo poveraccio?
Sollevo con attenzione la copertina, sulla prima pagina è scritto:

Pensieri, appunti di Natura Scientifica e Filosofica e argomenti di Interesse Sociale
Diario di Wilhelm Hansdietrich S.
(Dottore)
(legalmente ritenuto capace di Intendere e di Volere)



Sono sul tram che dal centro città porta verso la periferia. Attraverso il finestrino accanto a me vedo le luci calde e vivide del centro scorrere lentamente. Pian piano si faranno sempre più rade, più fredde e smorte. I palazzi diventeranno sempre più semplici, fino a ridursi a spogli casermoni in fila uno accanto all’altro come grossi, grigi soldati di calcestruzzo. Uno spettacolo che ormai conosco a memoria.
E quando i palazzi ormai diventeranno tali da poter causare reazioni allergiche a qualunque architetto, saprò di essere arrivato alla mia fermata. Poi però avrò ancora un tratto non indifferente da percorrere a piedi prima di arrivare a casa, se non muoio assiderato prima.
Soldi per comprare una macchina mia...
Sbuffo. La ragazzina seduta davanti a me mi guarda sotto le ciocche di capelli castani, ma dubito mi abbia sentito. Non con quella sottospecie di musica pompata a tutto volume nelle orecchie. Il demonietto che ha arrotolato al collo come una sciarpa, sant’anima, sta tentando invano di rosicchiare i fili degli auricolari.
Sfoglio distrattamente il diario che mi ha dato Hans, mentre dagli auricolari della ragazzina mi arrivano note che di sicuro sarebbero più apprezzate se chiuse in un cubo di metallo, parecchi metri sotto la superficie del mare.
Le pagine scricchiolano sotto le mie dita. Non mi soffermo su nessuna di esse, dubito che le parole di questo dottore – dottore in cosa non ci è dato saperlo, a quanto pare – possano mai essermi di qualche utilità. Avrà pure, da quel che ho capito, studiato i demoni, ma le sue teorie saranno come quelle di qualunque altro sedicente esperto: teorie, appunto. Uno che i demoni li vede, dopo aver sentito l’ennesimo rinomato teologo di vattelappesca che parla di angeli caduti venuti dagli inferi, o di energie cosmiche nate dalle stelle morenti di un’altra dimensione, parte un po’ prevenuto...
D’altra parte, però, c’è ancora qualche fermata prima della mia e non ho niente di meglio da fare. Mi fermo a poche pagine dall’inizio e comincio a leggere totalmente a caso.
“...ho ragione di credere che le ombre che veggo – e che sembro vedere io e io solo – non siano un fenomeno naturale. Ho notato coincidenze assai singolari, e forse la mia fantasia è eccessivamente fervida, ma non posso fare a meno di domandarmi: sono quelli demoni? O sono io a stare perdendo il senno e ad avere visioni infernali?
[il dì seguente mi sono recato a farmi visitare a tal proposito, a quanto è risultato non sono affetto da alcuna patologia conosciuta. Il medico mi ha fatto velatamente capire che dovrei smettere di bere... ma sono astemio.]”

Chiudo il diario di scatto. Okay, mi sento un po’ preso per il culo.


No, non è la mia stessa abilità, quella del vecchio dottor Wilhelm. Ciò che descrive nel suo diario sono ombre sfocate, poco più che aloni vagamente nereggianti. Ma tanto mi basta: non li vedrà bene come me, ma li vede, cavolo.
La frenata del tram mi coglie con il naso affondato tra le pagine, quasi sobbalzo sul posto. Mi infilo in fretta il diario nella tasca del giubbotto – è così piccolo che ci sta tranquillamente – e mi fiondo fuori dalle porte.
Il vento freddo della sera mi saluta prendendomi gentilmente a schiaffi. Guardo il tram allontanarsi sferragliando e rimango fermo. Il lampione che mi illumina ha qualche spasmo di morte, ma non me ne curo più di tanto. Sento il peso del piccolo taccuino nella tasca, il diario di un uomo che – come me – poteva interagire con i demoni e che – al contrario di me – era deciso a capirci qualcosa.
E ho appena finito di leggere un pezzo sulle possessioni.
Tiro fuori dall’altra tasca il cellulare – che è di nuovo quasi completamente scarico, comincio a pensare lo faccia apposta – e il foglietto che mi aveva dato Sergio. A ben pensarci, mi chiedo perché non l’abbia buttato via subito. Compongo il numero di cellulare, ma l’odiosa voce meccanica dell’agenzia telefonica mi informa gentilmente che il numero da me chiamato è irraggiungibile.
Impreco e compongo il numero di casa.
«Pronto, mamma? Sì, al negozio c’è ancora da fare, c’è stato un problema con, uh, delle... cose. Insomma, ci metterò tanto a tornare. No, mamma, non sto andando a casa della mia ragazza segreta. Già, beh, non sei l’unica a cui la cosa dispiace. Sì, ciao mamma. Sì. Ciao.»
Chiudo la chiamata e spengo il telefono del tutto, prima che mi muoia tra le mani.
Ora, il biglietto del tram è ancora valido, vero?


Madame de Thébe
Cartomanzia e arti divinatorie varie (lettura delle interiora solo su prenotazione)
18:00-0:00
Ogni giorno escluso il venerdì

Guardo la scritta sulla porta, poi il biglietto, poi di nuovo la porta. Okay, indirizzo e piano sono giusti, non c’è modo che possa aver sbagliato a leggere, però... sul serio, Madame de Thébe?
Mi passo una mano tra i capelli cercando di capire in cosa ho sbagliato quando noto un foglietto infilato sotto la porta. Dopo aver appurato che nel corridoio non passa nessuno che possa pensare io stia fregando la posta altrui, mi chino e lo raccolgo. Man mano che lo leggo sono certo che il colorito della mia faccia diventi uguale a quello dei miei capelli.
“Sì, Ivan, è l’indirizzo giusto” c’è scritto “Se c’è gente aspetta sul divano a fiori. Ah, e non c’è bisogno di scardinare la porta: la lascio sempre aperta quando sono in casa. Non toccare niente.
Stringo le mani intorno al biglietto fino a ridurlo a una palla accartocciata. Sapeva anche che sarei venuto. Ovviamente. Niente di più semplice per chi può sapere tutto di te senza neanche averti visto una sola volta!
Non c’è bisogno di scardinare la porta, ha detto? Bene, ho la tentazione di entrare direttamente attraverso il muro. Fortuna che mi sono sempre ritenuto un ragazzo equilibrato.
Sospiro e apro la porta con più delicatezza possibile. L’odore dolciastro dell’incenso mi arriva addosso come un altro muro fatto e finito. Tossisco e mi faccio aria con le mani, mentre gli occhi mi cominciano a lacrimare.
La stanza è claustrofobica, già è piccola di per sé, ma in più l’arredamento la rende ancora più angusta. I muri hanno una carta da parati gialla veramente terrificante e davanti al divanetto a fiori soffocato dai cuscini c’è un piccolo tavolino da caffè. Sopra ci staziona un vaso di fiori secchi impolverati, che da solo potrebbe avere un proprio campo gravitazionale: occupa un terzo della stanza.
«Vieni avanti...» la voce proviene da una tenda di velluto rosso e perline alla mia sinistra. Ha un tono nasale e un accento che non riesco a distinguere, ma che è evidente sia una forzatura. E ha anche qualcosa di familiare...
Mi avvicino alla tenda e la sposto, leggermente schifato, per entrare nell’altra stanza. E per fermarmi subito.
«Oh, non ci posso credere...»
Davanti a me, seduta a un tavolo ricoperto da un panno porpora ed illuminata da un’unica candela, una donna sta distribuendo dei tarocchi. E’ una donna veramente orrenda. Forse deriva dal fatto che è truccata in maniera così pesante, o per lo scialle da zingara che indossa, o forse è solo perché è Sergio con una parrucca in testa... chissà.
Sotto il mio sguardo profondamente orripilato vedo il ragazzo portarsi una mano alla fronte e sollevare una carta, tenendo gli occhi chiusi.
«Vedo un’ombra, nel tuo futuro... oh, la vedo...» biascica, con quel ridicolo accento da zingara.
Cerco qualcosa di significativo da dirgli, ma l’unica frase che il mio cervello è in grado di pensare in questo momento è: «Non hai addosso una di quelle protesi da trans, vero?»
Lui apre gli occhi e mi fissa, come se il fenomeno da baraccone in quella stanza fossi io. «Ah, non speravo saresti venuto così presto.» dice, prima di esibirsi nel solito sorriso che farebbe invidia a un commerciante d’auto. Si appoggia allo schienale della sedia e mi fa segno di sedermi davanti a lui. «Parliamo di affari, eh?»
«Prima parliamo di perché diavolo sei vestito come la cugina brutta di Esmeralda.»
Lui sospira a e rotea gli occhi, come se gli avessi posto la domanda più stupida del mondo. «Perché questo è un lavoro sessista.» mi previene con un gesto della mano appena apro la bocca. «Prova a pensarci, ti faresti leggere la mano da un ventenne squattrinato?»
«Io non mi farei leggere la mano proprio da nessuno.»
«Supponiamo che tu sia una quarantenne che legge troppe riviste di astrologia, allora. Ti faresti leggere la mano da un ventenne squattrinato? O andresti dalla misteriosa e occulta zingara che ha il suo baracchino all’angolo della strada? Per certi lavori l’apparenza è indispensabile. Dobbiamo apparire alla gente così come la gente si aspetta di vederci, è il nostro unico marchio di garanzia ai loro occhi.»
«E quindi giochi a fare il travestito. Mi sembra una soluzione perfetta.»
«Felice tu lo capisca!» esclama, evidentemente non cogliendo il sarcasmo della mia affermazione. Sospiro e mi siedo di fronte a lui, spostando la sedia come fosse una bomba. «Sapevi che sarei venuto in questo preciso momento, invece.» riprendo il discorso, sperando che il mio tono faccia capire quanto la cosa mi abbia infastidito.
Sergio scuote la testa. «No.» dice solo. Io sollevo un sopracciglio, le labbra che si piegano in sorriso cinico.
«Andiamo, ho visto il biglietto.»
«Appunto. Ho solo avuto una visione di me che mettevo quel biglietto sotto la porta.» alza le spalle. «Le visioni mica le posso scegliere, sai? Arrivano come dei flash e non sono piacevoli. Allora, chiariti i convenevoli possiamo parlare di affari o devo portare del tè con i pasticcini?» appoggia il mento alla mano sinistra, continuando a sorridere imperterrito.
Io credo di avere un’espressione da ebete completo. Ma questo getta una nuova luce sulla faccenda della divinazione. «Quindi tu... non...»
«...so tutto di quello che hai fatto, fai e farai? Ti prego, l’unica cosa che so del tuo prossimo futuro è che domani ti scade il latte in frigo.»
«Sul serio?»
«Mi sarei dato tanta pena se avessi già saputo avresti accettato la mia proposta, signor diffidenza?»
Mi lascio scivolare di poco lungo lo schienale, rilassando la schiena che non mi ero reso conto di aver irrigidito. Dio, se è un sollievo! Chiudo gli occhi, assaporando la sensazione di non sentirmi osservato ogni secondo della mia vita.
«Già, non hai tutti torti.» ammetto, ma non del tutto a malincuore. «E ho accettato, sì, ma... ascolta.» mi sporgo verso di lui con rinnovata serietà, rivolgendogli un indice accusatore giusto per sottolineare l’importanza di quello che sto per dire. «Se la prima volta, in qualche modo, va storta sarà finita. Basta. Non se ne parla più, non ci sarà un “la seconda andrà meglio” o qualcosa del genere. E non sto parlando solo di una catastrofe, qualunque cosa crei un problema, anche piccolo... fine dei giochi. Questa è la mia unica condizione.»
Sergio mi guarda, come aspettando altro. Quando si rende conto che ho davvero concluso si raddrizza, sistemandosi la parrucca – cosa che avrei volentieri evitato di vedere. «Bene, mi pare sensato. Accetto la condizione. Vieni qui domani alle... dieci di mattina, ti va bene?» sogghigna «E daremo inizio alle danze.»
Stavolta è il mio turno di guardarlo in silenzio aspettandomi altro. «Tutto qui?» dico, sentendomi preso per il culo per la seconda volta in un arco di tempo decisamente troppo breve.
Sergio alza le spalle. «Ehi, sei tu che sei venuto qui stasera.»
«Sì ma pensavo ci fossero altre cose da organizzare, e... il tuo cellulare era irraggiungibile e...» e se avessi aspettato una notte probabilmente ci avrei ripensato. «Ho dovuto pagare un altro biglietto del tram!»
«Mi spiace, ma sto lavorando. O aspetti fino a mezzanotte, o vieni qui domani alle dieci in punto.» muove le dita come se mi stesse mandando un anatema. «O vuoi forse sfidare i misteriosi poteri di Madame de Thébe?» aggiunge, con la sua “voce da lavoro”.
Sembra trarre divertimento dal mio totale imbarazzo. «Perfetto.» grugnisco, ma in effetti stavolta la scemata l’ho fatta io. Mi alzo e maledico per l’ennesima volta i cellulari. Inoltre, come se non bastasse la figura di merda, stanotte avrò gli incubi pensando a Sergio vestito da donna.
«Ma aspetta.» mi fermo mentre sto sollevando la tenda di perline e mi volto verso di lui. «Se le visioni ti arrivano a caso, perché cavolo ti sei messo a fare la cartomante?»
«Perché ci sono un sacco di quarantenni che leggono troppe riviste di astrologia, perché trovo dannatamente divertente l’ironia della cosa» mi sorride «e perché sono un magnifico bugiardo.»
La luce della candela, riflessa nei suoi occhi eterocromi, sembra provenire direttamente dall’Inferno.


Ore 9:58. Mi presento davanti alla porta di Madame de Thébe in perfetto orario.
Non faccio nemmeno in tempo a bussare che Sergio esce, mi afferra per le spalle e mi fa scendere di nuovo le scale a spinta.
«Devo farti conoscere una persona, oggi. » dice «Possiamo parlare mentre camminiamo.»


Ore 10:05. La strada è deserta, non ho visto una sola auto passare. Sul marciapiede devo fare lo slalom tra qualche demone in fuga – rimasugli di una notte di peccato, immagino. Il fiato mi si condensa davanti alle labbra e il cielo sopra di noi è latteo, minaccia neve.
«Com’è che quelle dita non ti si sono ancora staccate?»
Sergio si toglie la sigaretta dalle labbra e soffia una nuvoletta di fumo. «Non ho problemi con la temperatura.» dice, alzando le spalle. Stavolta nemmeno ha ritenuto necessario mettersi il chiodo, ha solo una felpa dal colore indefinibile, che forse un tempo – con un grande sforzo dell’immaginazione – poteva essere identificato come “rosso”.
Mi tiro la sciarpa fin sopra il naso e continuo a seguirlo sulla strada principale. Oltrepassiamo un paio di negozi aperti e un muro completamente invaso da poster pubblicitari mezzi strappati.
«Senti, come funziona adesso?»
«Cosa?»
«Ti ho detto che ci stavo, con gli esorcismi. Ma da qui a metterlo in pratica... dobbiamo pensarci seriamente. Cominciando dalle cose semplici, i prezzi e come dividerci il guadagno...»
«Ah, quello è semplice.» mi interrompe. «Lo decidiamo al momento. Inutile fissare dei prezzi, no, se poi uno può permettersi di pagare di più? O viceversa. Sono bravo a valutare quanto si può permettere una persona, fidati, ci penso io.»
Lo fisso per qualche secondo, indeciso se ritenerlo uno stupido o un grosso stupido, poi scuoto la testa. «Vabbeh, non importa. Il problema principale, piuttosto, è che davvero non ho idea di come riuscire ad esorcizzare qualcuno. In pratica, intendo. Ho uno spunto teorico, ma... devo fare una prova.»
Sergio si limita ad alzare le spalle. «Nah, non pensarci. Sai come si dice, il campo di battaglia è l’unico allenamento che ti serve. O qualcosa del genere.»
«Nessuno ha mai detto qualcosa che assomigliasse anche lontanamente a questa frase.» ribatto, con un tono da funerale. «E comunque no. Mi rifiuto categoricamente di andare alla cieca la prima volta.»
«Beh, e che cosa cambia dal fare una prova in – chessò – una clinica? Sempre di persone si tratta, ma in un caso siamo pagati, nell’altro no.»
Faccio per ribattere di nuovo, ma mi blocco a metà della formulazione del pensiero. Cavolo, fra poco spunta il sole di maggio, Sergio ha ragione. «Touché.» ammetto.
Rimaniamo in silenzio per un altro paio di secondi. Io assimilo la cosa e non posso fare a meno di lasciarmi sfuggire un sorriso amaro. «Praticamente, andiamo allo sbaraglio sperando di avere culo.» Non che la cosa costituisca un grosso problema: tutta la mia vita fino a questo momento è stata basata sul principio del “fare le cose alla cazzo sperando nella fortuna cosmica”, comunque. Basta saperlo, ecco.
«E con la convinzione di un branco di pecore verso il precipizio.» rincara Sergio, con un’allegria che davvero non avrebbe ragion d’essere. «Esiste un altro modo di fare le cose?»
«Sì, quello giusto.» sospiro. Lui mi ignora. «Però mi farebbe piacere sapere come pensi di trovarne, di clienti. Annuncio sul giornale, vero?»
«Pensavo direttamente a uno di quei dirigibili con le scritte. Ma no, ho trovato una soluzione migliore.» mi risponde Sergio. Getta il mozzicone a terra. «Sai come funziona, per queste cose, è tutto un “il cugino della moglie del fratello del cognato della portinaia del palazzo della tizia che mi porta a spasso il cane mi ha detto che ci sono questi ragazzi che...”. Chiunque gestisca un business nell’illegalità sembra avere una rete di contatti che Dio solo sa come ha fatto a crearla, sembra generarsi per inerzia ogni volta che oltrepassi la sottile linea blu. Stranamente noi non abbiamo questa fortuna, ma... in compenso, abbiamo Jerard.» si ferma davanti a una porta e mi sorride. C’è qualcosa di strano in quell’espressione – ancora più strano del solito intendo – che mi spinge a sollevare lo sguardo verso l’insegna del negozio.
Siamo di fronte a un’impresa di pompe funebri.
«Ripetimi un po’ chi è questo tizio?» chiedo, senza staccare gli occhi dall’insegna.
«E’ un mago.»
Rido. «Già, come Merlino.»
«Esattamente.»
Stavolta abbasso lo sguardo, verso Sergio. La naturalezza con cui l’ha detto mi destabilizza. «Andiamo, è una leggenda, lo sanno anche i bambini ormai.»
Sergio mi guarda con un mezzo sorriso di accondiscendenza, come se stessi dicendo che il Sole gira intorno alla Terra su un monociclo rosa. «Sul serio...» le parole desistono dall’uscire, sotto lo sguardo del ragazzo.
Lui appoggia la mano sulla maniglia della porta e spinge in avanti, aprendola un poco. «Constata tu stesso.»

Il negozio – se si può definire come “negozio”, in effetti non mi sono mai posto il problema – è più grande di quel che sembra. Già di per sé la sala in cui ci troviamo è parecchio spaziosa. E riesce ad essere opulenta e spoglia contemporaneamente.
Le finestre sono coperte da lunghe tende bianche drappeggiate, le pareti sono decorate da stucchi anch’essi bianchi, in un bel contrasto con il pavimento di marmo nero perfettamente lucido. In due grossi vasi dorati fanno bella mostra di loro due piante che sembrano rappresentare il cliente medio dell’impresa, in quanto a vitalità. Faccio per avvicinarmi al ficus con le foglie più flosce che io abbia mai visto, ma una voce mi fa sobbalzare.
«Ah, Sergio! E questo dev’essere Ivan, immagino.»
Mi volto di scatto alla mia sinistra e, davanti a una porta aperta che dà su un corridoio, vedo un uomo alto e dritto come un fuso. Giuro che fino a dieci secondi fa non era lì.
L’uomo mi sorride cordiale, sembra uscito direttamente da un film dei primi anni venti. C’è qualcosa di... monocromatico, nella sua persona. Indossa un maglione a collo alto nero e sembra che “luce solare”, per la sua pelle, sia un dato non pervenuto. Le sue mani si muovono come se stessero tagliando qualcosa sopra a un tavolo invisibile.
E oh Dio, non sta respirando.
«Per fortuna siete voi, è fastidioso rimanere così per più di qualche minuto. Potete scendere? Sto sistemando la testa del vecchio Novacek.» dice l’uomo. E sparisce. Senza strani effetti, senza fumo o disturbi di frequenza. Sparisce e basta.
Mi volto verso Sergio lentamente, come una bambola meccanica. Lui mi guarda senza nemmeno sforzarsi di nascondere il compatimento.
«Quella sembrava proprio una proiezione, direi. Se i maghi esistessero, certo. Ma non esistono. Andiamo, lo sanno anche i bambini!»
Vorrei dirgli di tacere con molta dignità e sicurezza, ma l’unica cosa che riesco a pronunciare è un gorgoglio indistinto.

E così mi trovo a dover accettare l’idea che anche l’impresario funebre, Jerard, sia un mezzo-demone. E uno di quelli letteralmente leggendari, l’élite della specie. E’ ciò che la gente chiamerebbe mago, se ai maghi ci credesse. E, al momento, questo mago ha le mani immerse fino al polso in frammenti di ossa, pelle e sangue.
«Si è sparato un colpo in testa, ma i parenti vogliono che lo rimetta in sesto per il funerale.» spiega. Si scosta i capelli neri con un braccio, senza voltarsi verso di noi, lasciandosi sulla fronte una striscia rossa.
Credo di aver bisogno di un sacchetto per vomitare. Non è tanto l’odore, stranamente non c’è quella puzza di interiora che ti si appiccica anche alle ossa, ma il cadavere di un vecchio nudo con mezza testa ridotta a una poltiglia informe darebbe la nausea a chiunque.
«Avresti dovuto vedere quello a cui è caduto addosso un ventilatore.» mi sussurra Sergio, che a quanto pare ha voglia di finire come il vecchio Novacek.
«Perché diavolo mi hai portato qui?» mi limito a mormorare.
«Perché volevo conoscerti.» risponde Jerard per lui. Io lo guardo in tralice. Ha un modo strano di parlare, sembra che ogni parola che pronuncia si formi di sua sponte nell’aria, senza coinvolgere la bocca o le corde vocali. Quando Jerard parla dà la sensazione ci sia più silenzio nella stanza di quando sta zitto.
Lo conosco da due secondi e mi dà già i brividi. E non sto parlando della stessa impressione che mi faceva Sergio, no, lì era dovuta alla divinazione... ma ora... è proprio la persona in sé, a darmi una brutta sensazione. Ed è strano, perché – cadavere a parte – sembra un uomo pacato. Rispettabile. Non ha nemmeno una selva di demonietti intorno.
Jerard stende un braccio e un asciugamano bagnato svolazza verso le sue mani.
Proiezioni e telecinesi? Bene, mi divertirò a fare la conta delle capacità che ha, direi.
Si asciuga le mani sporche di sangue e, grazie a Dio, anche la fronte. «Volevo vedere chi è così pazzo da dar corda a questo ragazzo.» si spiega.
«Ah ah. Lo dice ma non lo pensa.» ribatte Sergio, che si è comodamente appoggiato al muro, mentre io rimango come un pirla in piedi davanti alla porta. «Jerard è un socio importantissimo, sarà lui a trovarci i clienti.» aggiunge poi, a mio beneficio.
«Visto quello che sa fare, mi chiedo perché si limiti solo a trovarli, i clienti.» rispondo, forse un po’ troppo acido.
«Sopravvaluti le mie doti.» mi sorride il mago, prima di abbassarsi per cercare qualcosa sull’ultimo piano di un carrellino. «Comunque, stasera uso la sfera, non dovrei metterci molto. Massimo due giorni, giusto il tempo di un contatto.»
La conta continua: qualcosa che concerne una sfera, presumibilmente di cristallo. Siamo a tre.
«Ottimo!» esclama Sergio, raggiante. «Jerard è molto più bravo di me nelle relazioni interpersonali.» mi sussurra poi, avvicinandosi a me.
«Più bravo di te? Ma dai, impossibile!»
Sento la mano di Sergio sulla mia spalla, irradia trionfo, e Jerard sta ancora trafficando tra bisturi e filo da sutura. Guardo il mago rialzarsi e incidere qualcosa nella parte intonsa del viso del cadavere, con una naturalezza che mi dà la nausea.
Due giorni. Due giorni massimo. Certo che le cose si stanno muovendo velocemente.
Jerard alza il volto e sorride. «La lentezza è una caratteristica che lasciamo volentieri a ciò che è legale.»
Chiudo gli occhi, il sangue cristallizzato nelle vene. E quattro...


Infilo una mano nel sacchetto che tengo sul letto e ne estraggo un biscotto. E’ perfetto, rotondo e scuro, come quelli delle pubblicità. Lo ruoto lentamente e lo mostro a ciascuno dei presenti.
«Guardate. E’ il biscotto più meraviglioso e gustoso che possiate mai trovare. E sono tutti così, fidatevi.» dico.
Intorno a me sento un mormorio di incredulità. Gli occhi che mi fissano dalle ombre della stanza sono spalancati dalla meraviglia. Non posso fare a meno di sorridere, i demoni alla fine sono quasi come dei bambini – beh, almeno questi.
«Ha anche le gocce di cioccolato, dentro?» mi chiede una voce sibilante alla mia sinistra. Credo sia BruttaViperaStrozzati. Mi volto verso il demone con sufficienza. Vedo che si sta spostando verso il mio letto con deferenza, muovendo i suoi tentacoli di fumo nero fuori dall’oscurità.
«Non solo. E’ di cioccolato, CON gocce di cioccolato E un cuore di crema di cioccolato.» recito. Mordo quello che ho in mano e mastico con aria assorta. Mostro ai demoni l’interno cremoso del biscotto suscitando un coro di “ooooooh” stregati.
Per fortuna che sono occupato a ingoiare il biscotto, o potrei scoppiare a ridere.
Pian piano, altri demoni si avvicinano al mio letto, con la stessa deferenza di BruttaVipera. Sembra che l’oggetto del loro desiderio, al sicuro tra le mie gambe incrociate, susciti in loro quello che un’enorme statua della madonna placcata in oro zecchino potrebbe suscitare in un credente.
«Li voglio assaggiare. Dammeli!» esclama DioAvvoltoio, lo riconosco dalle piatte ali ombrose. Ringrazio mia madre che continua a imprecare davanti alla televisione, in salotto.
Mangio il resto del biscotto e mi pulisco la maglietta dalle briciole, sono certo che se i demoni respirassero in questo momento sarebbero in apnea. «Prima ve li dovete guadagnare, i biscotti. Sto per fare qualcosa che potrebbe rivelarsi un’enorme cazzata, e ho bisogno di conferme. Vi farò delle domande e per ogni risposta che mi date vi darò un biscotto. Ma sappiate che se mi mentirete, invece, il biscotto me lo mangio io.»
I demoni si guardano, dubbiosi. Sento l’indistinto mormorio delle loro confabulazioni, poi DioAvvoltoio si fa avanti. Striscia quasi fino al bordo del letto, senza avere però il coraggio di spingersi oltre.
Sia mai che il potere oscuro del sacchetto di biscotti lo danneggi...
«E va bene.» dice «Affare fatto, chiedi e risponderemo con sincerità.»
E io ci credo, certo. «Bene, la prima domanda è: la Luna è fatta di formaggio?»
DioAvvoltoio annuisce con foga. «Certo, certo. E’ un segreto che voi umani non dovreste conoscere ma... per un biscotto...» sorride mostrando tanti piccoli dentini scintillanti.
Io sospiro e prendo un biscotto dal sacchetto. Me lo infilo intero in bocca sotto gli occhi sconcertati dei demoni.
«Ve l’aveo deo che sho ‘ando menite.» deglutisco e prendo un altro biscotto. «Ti offro un’altra possibilità, ma cerca di non giocarmi di nuovo: gli uomini possono respirare sott’acqua?»
DioAvvoltoio segue con gli occhi il mio biscotto man mano che lo muovo, da destra a sinistra. Si volta verso i suoi compagni, in apprensione. Uno di loro si sta contorcendo per la tensione.
«Ah, no, no! Non potete, dammi quel coso ti prego!» gracchia il demone in preda alle convulsioni.
Io sorrido come sorriderebbe un Dio – sì, lo ammetto, questo giochino mi dà un certo senso di onnipotenza. «Bravo, è così che vi voglio.» lancio il biscotto al demonietto che ha risposto, che lo ingoia al volo con uno strillo di piacere. Ormai ho smesso di chiedermi come sia possibile che esseri senza apparato digerente di sorta possano ingozzarsi di biscotti.
Dio, sono così stupidi, poco più che animaletti iperattivi. Ma’ non è così, però, c’è da chiedersi se solo quelli creati da mia madre siano decerebrati.
«Allora, siamo d’accordo?» ricomincio «Niente menzogne, avete visto che le riconoscerei. Se volete i biscotti rispondete con sincerità.»
C’è un coro di pigolii e di “okay, va bene, se proprio ci tieni, e che cavolo, se è per i biscotti...”.
«Bene.» mi limito a dire, prima di prendere il diario del dottor Wilhelm da sotto al materasso.
Lo apro nel punto in cui parla della possessione demoniaca, e comincio a leggere ad alta voce.
In cui è tutta questione di fingere bene by Fra Tac
Author's Notes:
Again, qualunque segnalazione è d'obbligo - specialmente qualora certe cose vi risultino poco sensate o totalmente illogiche ecc ecc :S
Grazie in anticipo per chiunque vorrà leggere e commentare ^_^
CAPITOLO 3: IN CUI È TUTTA QUESTIONE DI FINGERE BENE.


“[...] È ormai da molti mesi che noto uno strano fenomeno concernente i cosiddetti casi di possessioni demoniache. Non importa quante menzogne o blasfemie possano pronunciare gli stessi indemoniati, non causano la nascita di alcun demone. Com’è possibile ciò, mi chiedo? [...] appurato che i demoni non esistono sul piano fisico, ma su quello che io chiamo energetico (v. paragrafo 5), come funziona la possessione? Io credo che un demone sufficientemente sia in grado di entrare in sintonia con quello che i cattolici definiscono “anima”, in una persona. I criteri che rendono possibile tale sintonizzazione mi sono ancora oscuri [...] I demoni nascono dalle nostre malvagità e non è così assurdo pensare che delle nostre malvagità si nutrano: si parla spesso di “macchie dell’anima”, che i demoni si “nutrano” di queste macchie? Potrebbe essere questo il motivo per cui gli indemoniati non producono demoni, se il demone che è dentro di loro consuma per il suo sostentamento la materia prima per la nascita dei suoi simili.”


«E’ vero, questo?»
«Non so se possiamo dirlo...»
«I biscotti non sono infiniti, però.»
«Okay, okay. E’ tutto vero. Ma ne vale almeno due!»
«Uno e mezzo. E adesso, quindi, se qualcuno volesse, diciamo, far uscire a forza un demone da qualcun’altro...»


Due giorni, aveva detto Jerard. Il messaggio di Sergio mi è arrivato a poco più di ventiquattrore dal nostro ultimo incontro, mentre lavoravo. Inutile dirlo, appena concluso con Hans mi sono fiondato alle pompe funebri.
La minaccia del “vieni subito o mi presento io” è grave, fatta da quel ragazzo.
«Io quello non lo metto.»
E così, ora sono qui, seduto accanto al cadavere perfettamente imbalsamato di Novacek, mentre Sergio mi sventola davanti al naso un abito talare.
«Andiamo, è importante.» sostiene «E ringrazia che non ti costringa ad indossare quell’obbrobrio di roba che mettono per le liturgie.»
Già, anche questo è vero. Ma è una questione di principio. «Senti, un esorcismo non è una farsa, anche se a farlo siamo noi. E chi vuoi che se la beva che io sia un prete, sinceramente?» mi passo l’indice intorno al volto «Eh?»
Sergio sospira e si sistema l’abito su una spalla, come se fosse una specie di fusciacca. Congiunge le mani. «Ascolta, non è questione di quanto tu possa sembrare quello che fingi di essere. Quando si fanno queste cose, capisci... è una questione di ciò che la gente si aspetta tu finga di essere. I clienti sanno perfettamente che tu non sei un prete, ma l’abito... l’abito deve esserci. E’ come un assioma, una regola atavica dell’universo o che so io. Loro sanno che tu non sei un prete e tu sai che loro lo sanno, e loro sanno che tu sai che loro sanno – mi segui? – ma nessuno si permetterebbe mai di farlo presente. E’ il modo in cui le cose devono andare, un patto silenzioso. Hanno bisogno di vedere quest’abito, hanno bisogno che ci sia un teatrino che possa permettergli di fingere di crederci.» si ferma un attimo per riprendere fiato. «È più o meno quello che faccio io con Madame de Thébe, no?»
«Oddio, ti prego, non risvegliarmi atroci ricordi.»
Sergio rotea gli occhi e mi lancia la talare in grembo. «Mettiti addosso ‘sta cosa e basta.»
«Stranamente ha ragione, sai?»
Mi volto verso Jerard. Sta spolverando la faccia di Novacek con del trucco per rendere il cadavere meno cadaverico.
«E’ tutta una questione di mantenere l’illusione finché si può, prendi il mio lavoro ad esempio: le famiglie dei miei clienti vogliono che sembrino vivi, anche se sanno benissimo che non lo sono.»
Non credo sia esattamente la stessa cosa, vorrei dire. Ma preferisco rimanere in silenzio e annuire.
Non credo sia esattamente la stessa cosa anche perché nel caso di Jerard parlare di illusione è come parlare di “tiepido” relativamente al nucleo del Sole. Il volto di Novacek, rispetto a un giorno fa, è tornato come nuovo. Letteralmente come nuovo, e senza l’uso di cere o strane altre cose da imbalsamatore: al posto del cratere prodotto dallo sparo c’è nuovo sangue, nuova carne e nuova pelle. E del trucco proprio non c’era bisogno, per fargli riacquistare colore.
Mi chiedo sotto cosa classificarla, questa capacità del mago. “Restauro cadaveri” suona troppo strano.
Accarezzo la stoffa nera dell’abito talare. In fondo non mi costa niente, ma continuo a trovarla una cosa di pessimo gusto. Ho una dignità anch’io...
«Non sono sicuro di voler sapere dove l’abbiate comprato, comunque.» mormoro.
Sergio tossisce. «Comprato?»
L’immagine mentale di un prete che corre per le navate di una chiesa in mutande mi attraversa la mente. Guardo ancora una volta la talare, senza nascondere un certo disgusto. Beh, almeno qualcosa di autentico l’avremo.
«E va bene.» acconsento, con un sospiro. «Ma solo una volta arrivati là. Chi sono i pazzi per cui lavoreremo stasera?»
Sul volto di Sergio si disegna un ghigno di trionfo, i denti brillano bianchi in contrasto con la sua carnagione olivastra. «I coniugi Kovarik, piccoli imprenditori: oh, se guadagneremo bene.»
«L’indemoniata è la figlia Jana, diciannove anni.» aggiunge Jerard, sbirciando un taccuino abbandonato sul carrello porta-bisturi-e-altre-cose. «Ho parlato con la madre al telefono. E’ in questo stato da più di due settimane, e continua a peggiorare.»
Annuisco, non serve un genio o uno Wilhelm Hansdietrich per capire in che pessima situazione sia la ragazza: di solito tempo cinque giorni e anche i demoni più cocciuti capiscono che devono darsi una calmata e venire a patti con l’ospite, se vogliono sopravvivere.
«Dobbiamo presentarci lì per le nove, c’è un tram che arriva a pochi passi da casa loro, Jerard ha controllato.» dice Sergio, guardando l’ora sul cellulare. «Abbiamo ancora qualche minuto. Ivan, non ti vorrei chiedere come pensi di esorcizzare quella ragazza, perché ho fiducia nelle tue capacità, e se non ci fida tra colleghi un’attività non può salpare. Prendila solo come una curiosità personale, quindi: come pensi di esorcizzare questa ragazza?»
Bella domanda.


«Strappare a forza un demone dall’umano che si è scelto? E’ impossibile, a meno che quel qualcuno non sia un nephilim! ...e non lo è, vero?»
«No, non lo è.»
«Allora missà che deve riuscire ad essere molto, molto persuasivo. Ehi, non ne hai con la marmellata, di biscotti?»


Guardo Sergio e poi Jerard, prima di abbassare di nuovo gli occhi verso l’abito nero spiegazzato. «Cercherò di essere molto, molto persuasivo.» dico solo.
Jerard mi guarda come se stessi per finire al posto di Novacek, mentre Sergio scoppia a ridere. Mi tira un pugno su una spalla.
«Oh, così ti voglio!» esclama, fedele fino in fondo alla filosofia “prima facciamo poi pensiamo”.
La cosa terribile è che se non mi metto a rifletterci troppo anche io penso di avere una possibilità di riuscita. Forse avrei dovuto portare dei biscotti, nel caso...


Penso a tale Jana Kovarik. Penso che fra pochi minuti potrei fare la differenza nella sua vita, che potrei darle una vita. Di certo, un’aspettativa di vita più lunga. Penso che se tutto va secondo i piani – i piani ottimistici, non quelli in cui facciamo un casino – quella ragazza, grazie a me, potrà di nuovo essere padrona di sé stessa. Penso che sto per fare qualcosa di così importante che è difficile anche riuscire a concepirlo. E penso che dovrei davvero sentirmi teso, quantomeno. O avere paura di sbagliare e condannare a morte Jana, o qualcos’altro di così drastico e pieno di pathos. Dovrei gettarmi a terra e gridare qualcosa come “Dio, guidami!” o simili.
E invece non riesco a pensare proprio a niente.
Sto per esorcizzare qualcuno nello stesso stato d’animo con cui potrei andare a guardare un film che mi interessa moderatamente. Mi sono sempre ritenuto parecchio menefreghista, come persona, ma fino ad ora non mi sono reso conto di quanto fosse problematica la cosa. Di certo non è normale, forse dovrei farmi visitare.
Persino Sergio, seduto davanti a me, sembra teso: continua a rollare sigarette che ammucchia nelle tasche. E parla, parla di come spenderà i soldi che di sicuro prenderemo, ma io non lo ascolto.
E perché? Perché non mi interessa, ovvio. Così come non mi interessa di Jana.
Del resto, cosa può davvero andare storto? Cosa può andare storto per me? Quando puoi rompere un diamante con le dita tendi a non preoccuparti troppo per la tua incolumità.
Penso che il mio cervello abbia già di default un simile ragionamento e non si stia scomodando a inviare tutti quegli ormoni per il nervosismo o chessò io.
Non so quanti soldi guadagneremo, se li guadagneremo, ma l’unica cosa che mi preoccupa ora è come spiegare a mia madre da dove li ho presi. Penso che li metterò in banca, se saranno più di cento talleri.
Il tram è arrivato alla nostra fermata, lo ha segnalato con un “ding”.


Ha nevicato verso mezzogiorno, ma con il freddo della sera la patina di neve si è trasformata in una lastra di ghiaccio. Sergio ci slitta sopra come un bambino, io trovo decisamente più comodo fare un po’ più di forza sulle gambe. Il ghiaccio si rompe come burro sotto i miei stivali, che poggiano sul sicuro asfalto.
E’ un bel quartiere, quello in cui abita la famiglia Kovarik. Con tutti quei palazzi decorati tipici della mitteleuropa. Grazioso. E bene illuminato, se non altro.
«Ricorda che l’abito non basta per reggere il teatrino, devi anche comportarti come un prete.» mi dice Sergio, continuando a pattinare. «Cammina come se avessi una scopa in culo e sorridi come un beota, ma non troppo. Devi sembrare uno in pace con Dio, non uno che si è appena fatto una canna.»
Guardo la sigaretta che si sta fumando a tempo di record. «No, le canne le lascio a te.»
«Ehi, questo è cento per cento tabacco legale. Beh, quasi. E’ per la tensione.» getta il mozzicone e tossisce. «Comunque, l’atteggiamento è importante. Poi dì qualcosa che sembra tratto dalla Bibbia, chessò, “e Dio disse: fermati, demone” o cose del genere. Non troppo specifiche ma che siano a tema, tanto quei due la Bibbia non l’avranno vista nemmeno da lontano.»
«Si può fare.» Ormai le formule degli esorcismi le so quasi a memoria, tra l’altro. Grazie, estremisti religiosi!
«E, un’ultima cosa, ricordati del latino. È essenziale che tu dica qualche frase in latino, non importa cosa – tanto figurati se sanno il latino – ma una lingua morta fa sempre la sua figura. E il latino sta alla Chiesa come... beh, come il latino sta alla Chiesa.»
Alzo le spalle. «Latino, okay.» Ricordo due parole in croce, in latino, e tutte dal liceo. Quando ancora stavo a San Pietroburgo, le poche funzioni a cui ho assistito erano quelle ortodosse: tutto slavonico e greco liturgico. Ma amen, mi inventerò qualcosa. «L’unica cosa è che i genitori non stiano nella stessa stanza della figlia, mentre... ehm... insomma, tienili lontani.» aggiungo.
Sarebbe alquanto difficile spiegare a due genitori apprensivi perché cerco di corrompere il demone che si è impossessato della figlia, invece che tirarlo fuori a suon di crocefissi.
«Nessun problema, ci penso io.» Sergio si ferma davanti a un portone di legno, scivolando appena di lato per inerzia. «Eccoci qui, siamo arrivati.»
Guardo l’ora, siamo in anticipo di dieci minuti. Inspiro l’aria fredda della sera. «Sei sicuro non ci saranno problemi? Voglio dire...» mi passo una mano tra i capelli «Davvero non sembro un prete. E non sembro nemmeno umano, a dirla tutta.»
«Né io né te siamo umani, del resto..» mi risponde Sergio. Per un attimo mi pare di notare del cinismo, nella sua voce. Si toglie lo zaino dalle spalle e vi infila dentro il chiodo, tirando fuori un maglione grigio decisamente più rispettabile. Si sputa sulle mani e si liscia i capelli meglio che può, per poi inforcare un paio di occhiali tondi da bibliotecario che sembra aver fregato ad Hans. Esibisce un sorriso a trentadue denti. «Ma non sarà un problema. Andrà tutto bene, vedrai. E’ la solita storia dell’illusione, vai tranquillo. Sono passi di una danza che seguono entrambe le parti, vedrai, ti lascerà stupito. È qualcosa di davvero...» ci pensa su un attimo «incantevole, direi. Sai, certe volte credo sia il motivo per cui continuo a fare quello che faccio.»
«La cartomante o il poeta della domenica?»
«Simpatico. Ma nessuna delle due.» mi tende una mano. «Levati la tuta anti-assideramento e infilati la talare, padre – uh – Stepan ti va bene?»
Alzo le spalle e mi tolgo il giubbotto. Sento il freddo insinuarsi attraverso la stoffa della felpa fino a raggiungermi le ossa, rabbrividisco. Sergio mi guarda con compatimento – ma chi è che ha messo in giro la voce che i russi in quanto russi sono a prova di glaciazione?
Mi tolgo anche la felpa e mi infilo in fretta l’abito nero, che ricade a terra coprendo jeans e stivali. E’ un po’ largo e quando mi lego la fascia in vita la stoffa straborda.
Soffio aria calda sulle mani e mi sfrego le braccia, per risvegliare la circolazione. «Possiamo suonare, adesso?»
«Prima sistemati i capelli.» dice Sergio, peggio di mia madre, mentre infila a forza la roba che mi sono tolto nel suo zaino. Ripesca una bibbia e me la porge. «E tieni questa, è la tua carta d’identità.»
Io prendo la bibbia sottobraccio e sistemo i capelli come posso. «Quello zaino a pericolo esplosione dove lo lasci, poi?»
«Boh, scale credo.» mi squadra, cercando eventuali imperfezioni nel travestimento. Gliene suggerirei una: la possibile perdita di arti per assideramento.
«Suona.» sibilo, mettendomi a saltellare.
Sergio sospira e si volta verso i campanelli. Scorre i nomi con l’indice e, quando trova i Kovarik, si ferma per qualche secondo. Raddrizza la schiena, ma mantenendo le spalle rilassate. Distende i muscoli del volto in un sorriso malinconico, l’espressione di chi si rende conto della gravità della situazione ma è abituato a mantenere la calma. E sa che può permettersi di mantenerla. Il suo corpo sembra irradiare grossi “fidatevi” al neon.
Anche quando suona il campanello sembra farlo con calma, tiene premuto il tasto né troppo né troppo poco. La suonata perfetta.
Se non avessi paura di congelarmi anche la lingua lo fisserei a bocca aperta, sembra un’altra persona. Cavolo se è un bravo bugiardo.


La signora Kovarik affonda il viso in un fazzoletto di pizzo. Forse per soffocare i singhiozzi, o forse perché non le escono ancora lacrime a comando e non lo vuol far notare.
«E’ cominciato due settimane fa, non era più lei... pensavo fosse la pubertà, all’inizio.»
«Eh, già, all’alba dei diciannove anni la pubertà è qualcosa che può capitare.»
Il gomito di Sergio mi si infila tra le costole. «Ma non era così.» dice lui, dissimulando l’azione allungandosi verso la signora Kovarik, e lasciandomi a contorcere per il dolore.
Stiracchio un sorriso per nascondere una smorfia. «Kyrie eleison.»
La signora Kovarik solleva il volto dal fazzoletto, i suoi orecchini di perle tintinnano. Il mascara le si è sbavato sull’occhio destro: con un po’ di impegno è riuscita a farsi sfuggire una lacrima!
Non metto in dubbio ami sua figlia, per carità. Ma so riconoscere una facciata quando la vedo, e tutto della famiglia Kovarik è una facciata.
Appena siamo entrati ci hanno fatto accomodare praticamente a forza nel salotto, un salotto che ostenta opulenza. In ogni soprammobile, in ogni tessuto, in ogni stucco laccato d’oro si legge il bisogno di dover far sapere agli altri che sì, noi ce lo possiamo permettere. E da quel bisogno si capisce al contempo che no, non se lo possono permettere. Quelle uova fabergè probabilmente le hanno prese a un mercatino dell’usato per pochi spiccioli, il lampadario di cristallo è di volgare vetro. Glielo si legge in faccia che sono una famiglia di ceto medio che finge disperatamente di trovarsi un gradino più in alto nella piramide sociale.
E Sergio l’ha capito. Ho visto il suo occhio verde illuminarsi appena abbiamo varcato la soglia, gli farà un conto da capogiro. E loro troveranno il modo di pagarlo, ovviamente, in virtù del loro teatrino da ricchi.
Ma, ehi, se la sono cercata.
«La mia bambina è così buona, la mia piccola Jana. Si è diplomata con il massimo dei voti, fa volontariato...» ostentazione, ostentazione anche in un momento del genere! «non capisco proprio come possa essere successa una cosa del genere.»
Sergio sorride dolcemente alla donna e le prende una mano tra le sue. Sembra più vecchio di dieci anni. «Non si preoccupi. Né lei né sua figlia avete alcuna colpa, anzi. Il demonio spesso si insinua tra i più incorruttibili, non deve questionare l’integrità della sua Jana. Dio non abbandona mai il suo gregge, in questo momento Egli lotta con noi. Non è vero, padre?»
Devo mordermi la lingua per non scoppiare in una risata sarcastica. «Oh, assolutamente. Perché non è così scritto... uhm... non è così scritto?»
Sergio solleva appena un sopracciglio. Dall’altro divanetto, il signor Kovarik, con un braccio attorno alle spalle della moglie, mi lancia occhiate fulminanti. L’aria intorno a lui spurga demonietti. Penso stia progettando tanti modi interessanti per uccidermi.
«Ehm, amen?»
La signora Kovarik mi guarda con grandi occhi acquosi. «Padre Stepan, la mia bambina ce la farà? Ha già dovuto affrontare casi simili?»
«Così tanti che, guardi, ho perso il conto ed è come se questo fosse il primo, a momenti.»
Le unghie di Sergio mi affondano in una coscia. Mi esibisco in un altro sorriso tirato come una corda di violino. «Intendevo dire, farò il possibile per sua figlia, signora Kovarik.»
La presa di Sergio si allenta di poco, mi sfugge una smorfia e non riesco a trattenermi dall’alzare gli occhi al soffitto. «Er... se Dio è con noi non possiamo fallire? E Dio è con noi, ovviamente. È sempre con noi. Ovviamente. Con noi.»
Sergio non accenna a lasciarmi la gamba. «Ehm... Laudato sii?»
Ora sì, finalmente il mio sangue può ricominciare a scorrere. La signora Kovarik si asciuga una guancia che di per sé è già perfettamente asciutta. «La ringrazio, padre. Avevamo quasi perso la speranza, vero tesoro?» il marito non fa nemmeno in tempo ad aprire la bocca che la donna ha già ripreso a parlare. «Abbiamo provato di tutto senza successo. L’aroma terapia, l’agopuntura, la meditazione... ci hanno sbattuto fuori dal centro massaggi solo perché la mia Jana ha accidentalmente distrutto un paio di lettini. Fallati, dico io.» si soffia il naso rumorosamente e un altro demonietto compare alle spalle del signor Kovarik, le fauci che vomitano fiamme nere.
Comincio a pensare di non essere io l’oggetto dei suoi desideri omicidi...
«Capisco bene il dolore che avete provato, signori.» ricomincia Sergio, mentre con un gesto quasi impercettibile estrae un foglietto dalle tasche dei pantaloni. «Ma vi assicuro che quest’oggi ogni pena verrà riscattata, vostra e di Jana. Meglio non indugiare oltre, ma se permettete – e mi duole chiederlo, credetemi, ma la formalità... – vorrei domandarvi se siete già stati informati del costo.»
I coniugi si scambiano un’occhiata che per un attimo esprime davvero sincera preoccupazione.
«Ci è stato detto a quanto poteva ammontare, più o meno.» mormora la signora Kovarik, unica voce della coppia. Comincio a provare seriamente pena per quella succursale senza apparente libertà d’espressione chiamata signor Kovarik.
Sergio annuisce e scribacchia qualcosa sulla carta – stavolta non sono riuscito a vedere dove ha ripescato la penna. Passa il foglietto ai coniugi. «Questo è il minimo che possiamo accettare. Sa, tra la beneficienza e la statua del vescovo da restaurare...» sorride, placido. «Ma del resto, non penso che per voi sia un problema, vero?»
Vedo la signora Kovarik sbiancare sotto il trucco sofisticato. E posso capire perché: ho visto la somma. Oh, Sergio è un dannato: il conto che ha stimato è più basso di quello che costerebbe un pellegrinaggio fino allo Stato della Chiesa, ma è un prezzo comunque assurdo. Non troppo però da essere impossibile, non per chi ha un teatrino di falsa-ricchezza da mantenere. Probabilmente dovranno vendere metà della roba che hanno in casa, alla fine di tutto.
Dannazione, mia madre guadagna terribilmente poco, è vero, ma quello che ci pagheranno è più della sua paga mensile. Sorrido da un orecchio all’altro.
«Oh, Gloria in excelsis Deo.»
Non riesco proprio a trattenermi dal dirlo.


Jana è nella sua stanza. I Kovarik ci accompagnano fino alla porta, chiusa ermeticamente alla fine di un corridoio. Strano a dirsi, ma da lì non giunge nessun rumore.
O le pareti sono foderate con tre strati di cuscini, o la ragazza è un’indemoniata parecchio tranquilla.
La signora Kovarik mi porge una chiave, e quando faccio per prenderla mi stringe la mano. Per la prima volta, nonostante i suoi sforzi per apparire preoccupata, dal suo volto riesce a trasparire della genuina apprensione.
«Può davvero fare qualcosa la mia Jana... padre Stepan?»
Ah, come calca su quel “padre”. Le sorrido mio malgrado, un sorriso che so per certo essere storto e imbarazzato. Per niente rassicurante. «Farò del mio meglio per sua figlia, signora Kovarik.» rispondo. Sergio si schiarisce la voce. «Pregherò e Dio mi assisterà, stia tranquilla.» aggiungo, sospirando.
Sergio mi fa un veloce segno di approvazione da dietro la signora Kovarik, prima di posarle una mano sulle spalle.
«Credo che ora sia meglio tornare in salotto.» mormora. La signora Kovarik si volta verso di lui con due occhi che sono grandi come sottobicchieri. Il signor Kovarik continua alla grande il suo lavoro di mimetizzazione con la tappezzeria.
«Come, non rimaniamo qui anche noi? Pensavo... voglio dire... vi renderete pur conto che voglio vedere cosa succederà a mia figlia!» esclama, quasi indignata.
Sergio mi guarda e alza interrogativo un sopracciglio. Io gli rispondo con un’occhiata che significa, più o meno “no, no, per l’amor del cielo, dovesse anche finire il mondo tra due secondi no, in maniera più categorica, meglio evitare, no, no, no ASSOLUTAMENTE NO.”
Sergio sembra afferrare il concetto e si china di nuovo verso la signora Kovarik, con atteggiamento quasi paterno. Sembra invecchiato di trent’anni, adesso. «Signora, davvero, capisco. Ma finirebbe con l’ostacolare il lavoro di padre Stepan, lo sa, e... uhm... quello che potrebbe vedere...» non riesco a capire fino a quanto la sua preoccupazione faccia parte della recita. Mi rigiro nervosamente la bibbia tra le mani e tossisco.
«Sarebbe meglio non assistesse, signora, dico davvero. Sia per lei che per Jana.» mi intrometto. «Però, ecco, possiamo... pregare ora insieme?»
Stavolta lo sguardo che lancio a Sergio è uno di quelli della serie “non ho la benché minima idea di quello che sto dicendo, ma dammi corda.”
«Oh, sì. Una preghiera.» Sergio sorride e afferra la mano della signora Kovarik e dell’amorfo signor Kovarik, con giusto un po’ più di slancio del normale. «Una preghiera per Jana, è tutto quello che dovete fare signori, credetemi.»
Mi schiarisco la gola e comincio a sfogliare freneticamente la bibbia cercando un salmo a caso. Quando mi rendo conto di non aver la benché minima idea di dove siano i salmi, o se esista effettivamente un libro che li contiene, e che non so nemmeno – tra l’altro – cosa diavolo sia un salmo oltre che un’accozzaglia di parole... decido di sparare totalmente a caso.
«Ahem.» andiamo, memoria, non deludermi... «Ave Deus et tecum benedicta virgo ire pro nobis ora et labora et in caelum quoque tu desputandum gustibus Iesus et requiescat mecum in pace in aeternis mundis transit gloriasque et imperat et caesar bellum proemio, rege gratia in caelum altissimum... ehm...»
«Duras lex sed carpe diem lex.» aggiunge Sergio, volenteroso, annuendo con aria grave. Gli sono enormemente grato.
«Già, e audace fortuna iuvant caput castra...»
«Dictum homo homini lupus factum est Deos.»
«Homo proposit sed Deus disponit procella.»
«Mens sana in corpore sano puella rosa rosae Virgo Mater Dominarum.»
«Amen.» concludo, prima di prenderci troppo gusto.
I signori Kovarik fissano me e Sergio con l’espressione di chi non è più nemmeno sicuro se si cammini con le gambe o con le braccia. Sembra stiano attendendo qualcos’altro, qualcosa di possibilmente comprensibile.
La mia soddisfazione si sgonfia un pochino. «Ehm... andate in pace?»
Niente. Penso a Jana dietro la porta e alla chiave nella mia mano destra. Traccio velocemente in aria, con ampi gesti, la forma di una croce. «In nomine Patris et Filii et Spiritus Sanctii?» chiedo. Questa, almeno, la ricordo giusta.
E funziona. L’espressione da zombie della signora Kovarik si distende in un sorriso di sollievo sentendo qualcosa di familiare. Posso quasi leggerglielo nella mente: “ehi, ho capito cosa ha detto qui, anche il resto deve avere senso!”
Devo ricordarmi di usare il terzetto anche la prossima volta – se ci sarà una prossima volta.
«Amen.» mi risponde la donna, con energia. Il marito ormai ha proprio perso la facoltà della parola, dopo troppo tempo a non usarle le corde vocali gli si devono essere atrofizzate.
Sergio fa voltare la signora Kovarik senza dire niente, con gentilezza, e mentre i coniugi percorrono il corridoio mi mima un applauso con tanto di urla da stadio.
Già, come se fosse finita la parte più difficile...
Okay, in effetti, non posso negare di essere sollevato. Cercare di convincere a parole un demone a lasciare il corpo di una ragazza – e praticamente, quindi, a suicidarsi – non mi sembra più un’impresa così titanica dopo essere sopravvissuto a venti minuti con la signora Kovarik.
Compatisco il marito come non ho mai compatito nessuno in vita mia.
Mi volto appena sento la porta del corridoio chiudersi, la mano già protesa verso la toppa. Infilo la chiave lentamente, la giro e sento la serratura scattare.
Dall’altra parte, silenzio.
Poso una mano sulla maniglia, la abbasso e socchiudo un po’ la porta. Resto in ascolto.
Potrebbero rotolare balle di fieno nel corridoio.
E così ci siamo, dovrei essere nervoso, avere attacchi cardiaci, rotolarmi sul pavimento in preda a crisi isteriche... e invece niente. Nemmeno il più piccolo batticuore. Sempre stato così, per le cose importanti, ricordo i test a scuola... mai versata una goccia di sudore, mai un attacco d’ansia.
E non per chissà quale sicurezza, le grandi prove le ho sempre affrontate con lo spirito del “vediamo di farla finita in fretta” senza pormi il problema di quale sarebbe stato il risultato effettivo. Anche un esorcismo, a quanto pare, non fa eccezione.
Con un sospiro apro la porta del tutto, ed entro nella stanza della ragazza che dovrò provare ad esorcizzare.
Prima cosa che noto: la stanza non è affatto foderata.
Seconda cosa che noto: è parecchio... femminile. Sembra uscita dalla pubblicità di un negozio che vende saponette alla lavanda.
Terza cosa che noto: la ragazza non è da nessuna parte che io possa vedere.
Soffitto o parete dietro di me, appena sopra la porta, le scelte non sono molto ampie, ma non ho alcuna intenzione di voltarmi o di alzare la testa. Cerco con la mano libera la maniglia della porta e con la chiave la toppa, senza voltarmi. Riesco a chiudere a chiave la porta al terzo tentativo, ma meglio di niente.
Sento un fruscio e qualcosa di setoso che mi sfiora la guancia destra e – oh, Dio – il mio cuore salta un battito. Non sono poi così disumano come penso, dopo tutto. Magra consolazione.
«Ehm... salve.» riesco ad articolare. Decisamente non il modo più brillante per contribuire al pathos della situazione, ma avere un’indemoniata inquietantemente silenziosa appollaiata sopra la testa o dietro di me non mi aiuta a pensare a battute d’effetto.
Sento qualcosa di freddo tra i capelli e lungo il collo. Un brivido mi scende fino alla punta dei piedi, veloce come una scossa elettrica, e ci manca poco che non mi faccia sobbalzare. Mi accorgo che sto stringendo la bibbia così forte tra le mani che mi si stanno sbiancando le nocche.
Okay, questa è una reazione ridicola: tecnicamente sono più demoniaco, satanico ed infernale io di quella ragazza. Non c’è alcuna ragione per cui debba essere inquietato.
E, a parte tutto, non c’è alcuna ragione per cui debba star fermo qui.
«Okay, signor ospite di Jana Kovarik.» esclamo, muovendo un paio di passi in avanti, verso il letto lilla. E ricominciando a respirare. «Voglio scambiare delle chiacchiere con te. Puoi parlare, vero?» O la signora Kovarik ha succhiato la libertà d’espressione anche a te?
Un movimento alle mie spalle, l’aria che si sposta e qualcosa che si lascia cadere sopra il letto. Quel qualcosa dovrebbe, con un grande sforzo di immaginazione, essere identificabile come una ragazza. In teoria.
In pratica, davanti a me, riesco a riconoscere solo una massa informe di capelli e la sagoma vagamente ameboide di una camicia da notte gonfia e lacera.
«Jana?» dico di riflesso.
Dalla stoffa emerge un braccio pallido, che va a scostare i capelli color paglia, rivelando quello che è effettivamente il viso di una ragazza. Almeno, lo è sotto una serie di geroglifici di rossetto e altri trucchi. Sembra che il demone abbia provato davvero a comportarsi da ragazza. I risultati sono discutibili, ma...
«Più o meno.» mi risponde il demone. La sua voce è come unghie su una lavagna, stringo i denti e combatto l’impulso di portarmi le mani alle orecchie. Inoltre, la bocca di Jana non si muove a tempo con le parole che il demone pronuncia. È paradossalmente quello che mi disturba di più di tutta la situazione.
I miei incontri con indemoniati si limitano a quelli integrati nella società, come Hans, e anche se so come sono messi quelli nelle cliniche... insomma... non me ne ero mai reso conto.
Appoggio la bibbia sulla scrivania di Jana, mentre mi avvicino al letto. Tanto dubito seriamente quel libro mi servirà a qualcosa – e come oggetto contundente per la difesa personale non è granché.
Jana – o meglio, il demone che occupa temporaneamente il suo corpo – si muove a disagio tra le lenzuola. I suoi movimenti sono... sbagliati. Sono inconsulti, come spasmi. Se non ci fosse la camicia da notte a coprire il corpo della ragazza, sono sicuro che potrei vedere i muscoli sbagliati muoversi al posto di quelli giusti. La coscienza di Jana non ha più volontà sul suo corpo, so come funziona, ora è il demone che deve preoccuparsi di tenere in vita la sua ospite. Deve ricordarsi di farla respirare, di farle battere il cuore, di farla mangiare... e qui finisce il mio elenco solo perché non sono un asso in anatomia. Ma già questo mi basta.
Dev’essere una mole di lavoro immane per un demone, e basterebbe una svista per far precipitare le cose. Ora un muscolo mosso nella direzione sbagliata, ora il cuore che smette di battere...
E la parte peggiore è che l’ospite, in tutto questo processo, anche se isolato... è perfettamente cosciente.
Ingoio un groppo di saliva, continuando a fissare gli occhi di Jana. Mi sembra di guardare un animale. Oh, cazzo.
«Sei qui per tirarmi fuori dalla ragazza, vero?» mi chiede il demone.
«L’intenzione è quella, non garantisco la buona riuscita però.» rispondo. In qualche modo il suono della mia voce ha il potere di calmarmi, mi sento egocentrico. «Qual è il tuo nome?»
«Jana Kovarik
Sospiro, come farebbe una maestra di fronte a un bambino testardo. «No, quello è il nome del corpo che indossi. Riproviamo: qual è il tuo nome?»
Il demone si tira ancora indietro i capelli, un movimento che sarebbe anche normale senza il rumore delle giunture che scricchiolano. «SeNonStaZittaGiuroCheLaStrangolo.»
Ah, beh, non posso dire che la cosa mi sorprenda. Signor Kovarik, per il bene suo e delle persone che gli stanno intorno, chieda il divorzio.
«Bene, Strangolo. Voglio che tu lasci il corpo di Jana Kovarik.» mentre lo dico spero di sembrare calmo ed autorevole. Vane speranze, me ne rendo conto.
Il demone mi guarda attraverso gli occhi di Jana. «Perché?»
Mi prende in contropiede. Mi sarei aspettato qualcosa come “costringimi!” o “con che esercito?” o anche solo uno sputo addosso.
«Beh, perché... se continui così, quella ragazza muore.» dico, balbettando. Beh, non è esattamente vero: se ha resistito così per due settimane è sulla buona strada per la coabitazione. Se il demone è disposto. Forse dovrei calcare su questo punto.
«Se muore cosa vuoi che mi interessi?» mi risponde Strangolo. Sta continuando a toccare i capelli di Jana, a lisciarli – inutilmente, sembrano davvero un covone di paglia – e a passarci in mezzo le dita. Devono piacergli. O forse anche i demoni sviluppano tic nervosi.
«Ti deve interessare: se lei muore, muori anche tu.» lo vedo sobbalzare, e mi sento sollevato. Nemmeno mi ero reso conto di essere teso, ma ora sono sollevato: oh, Hans, continuerò a benedirti per quel diario. Stiro le labbra in un ghigno. «Ossì, vediamo: sei nato da un vago progetto di uxoricidio, anzi... nemmeno si può chiamare progetto. Vagheggiamento senza intenzione, dettato dal nervosismo, direi essere una definizione più appropriata. Quindi niente di particolare. Quanto saresti dovuto durare, in teoria? Cinque giorni ad essere di manica larga. Fortuna che c’era la figlia a portata di mano, eh?»
I gesti del braccio di Jana diventano ancora più spasmodici, quasi quelli di una marionetta.
«E poi lo sappiamo entrambi, sono i pensieri foschi di Jana che ti fanno sopravvivere, no? Oh, immagino quante bestemmie ti stia tirando contro inconsapevole di farsi solo del male.»
Il braccio si ferma all’improvviso. «Non dovresti sapere queste cose.»
«E tu non dovresti essere nel corpo di Jana, ma ehi, così va il mondo. Piuttosto, prova a pensare un attimo, è un’equazione semplice: niente più Jana, niente più Strangolo.»
«Non succederà! Riesco a controllare questo corpo ogni giorno di più!» il demone urla adesso, ma io aggiro il letto, porto il mio viso vicinissimo a quello di Jana. E prego di stare facendo una cosa sensata.
«E la mente di Jana, allora? Riesci a controllare anche la sua mente, eh? Riesci a farle fare i pensieri di cui hai bisogno, a farle provare invidia, odio e rabbia a tuo comando? Credi che quello che prova adesso durerà per sempre? Beh, mio caro, sono sufficientemente umano per dirti che gli uomini non funzionano così: sono dannatamente fragili. Tieni la mente di un uomo segregata, occupa il suo corpo, e presto la sua coscienza sarà annullata. La rabbia lascerà il posto alla paura, all’orrore, alla tristezza e infine alla totale devastazione, al completo annullamento di quella che era Jana. Ma non preoccuparti, a quel punto tu sarai già morto da un pezzo.»
Il respiro di Jana accelera, riesco quasi a sentire il rumore dei battiti del suo cuore. Non riesco a capire se questo è dovuto al fatto che il demone si sta spaventando, o si sta arrabbiando, o se non riesce più a controllare come vorrebbe il corpo della ragazza. Spero solo di non farle scoppiare qualche vena.
Forse è meglio fermarmi qui, cambiare approccio. Vedo le vene pulsare sotto la pelle di Jana, e il demone sta ringhiando. Sì, decisamente meglio cambiare approccio.
Raddrizzo la schiena e mi allontano dal letto, voltando le spalle a Strangolo. «Insomma.» comincio, sforzandomi di avere un tono di voce più amichevole. «Secondo me faresti decisamente meglio a cercare un compromesso con Jana. Non avresti il completo controllo, è vero, ma la sopravvivenza è assicurata e...» e niente, non riesco a finire di concludere la frase. Una parete verticale color panna mi offre un valido argomento per smettere di parlare.
Sono un’idiota. Sono un completo, irrimediabile idiota. Tutti i demoni con cui ho avuto a che fare erano come Ma’, o come quelli creati da mia madre... ci potevi conversare. Hanno come comune denominatore, tutti, una certa logica e una grande quantità di senso pratico. Non mi è mai passato per l’anticamera del cervello che potessero esserci demoni come Strangolo, demoni che messi di fronte all’evidenza dei fatti non trovano niente di meglio che scaraventarti contro un muro. Demoni che insomma, si comportano proprio come umani.
E adesso per questa mia idiozia Jana potrebbe morire.
Oh, eccolo qui, il senso di colpa che ti colpisce come un’incudine scagliata dal sesto piano di un palazzo. Ma forse è solo il muro.
Barcollo indietro, frastornato, e faccio giusto in tempo a voltarmi che le mani di Jana mi spingono di nuovo contro il muro, con una forza che non ha niente di femminile. O vagamente umano, se è per questo.
Annaspo cercando i polsi della ragazza e riesco a stringerli solo quando le sue mani, ormai, sono intorno al mio collo.
«Ho detto che posso controllarlo, capito? Ho tutto sotto controllo, vivrò ancora per molto, molto più di te di sicuro!» urla Strangolo, che sta prestando fede al suo nome.
Okay, solo per aver pensato questo meriterei di finire strangolato sul serio. Ma preferisco rimandare.
Rantolo, la presa di Strangolo sta cominciando ad essere fastidiosa. Riesco ad insinuare le dita sotto quelle di Jana e ad allontanarle un po’, senza fatica. Potrei liberarmi in due secondi, ma non so quanto rompere dita e polsi del cliente possa influire positivamente sulla paga.
«Okay, okay, ascolta.» riprendo, mentre tossisco. «Poniamo pure il caso che-» no, niente, Strangolo mi tira una ginocchiata in pancia. E a questo non ero preparato.
Faccio appena in tempo ad accartocciarmi su me stesso, gemente, che Strangolo si getta a peso morto su di me facendomi cadere sul pavimento.
Ruggisce, un ruggito vero, ferino. Forse deriva dal fatto che quando il signor Kovarik l’ha creato aveva una certa rabbia animalesca, come si suol dire. Ma questo non è il momento per mettermi a fare delle dissertazioni sulla natura intrinseca di Strangolo.
Mi volto, cercando di mettermi supino, e le mani di Jana si fiondano verso il mio viso appena ci riesco. Vedo le sue dita protese come artigli, in una posizione che nessun umano, nemmeno volendo, saprebbe imitare. Sembrano zampe d’aquila. Afferro i polsi della ragazza appena prima che Strangolo, a cavalcioni sopra di me, possa cavarmi gli occhi.
Sotto le dita riesco a sentire le arterie pulsare, troppo, troppo forte. «Okay, mi dispiace, intendevo dire: sicuramente riuscirai a controllarla, anche la sua mente, sicuro. Ma... prova a pensarci: vuoi davvero passare il resto dei tuoi giorni nel corpo di una ragazza?»
Strangolo smette di dimenarsi e si ferma a guardarmi, i capelli che ormai sono una selva con vita propria. La camicia da notte ha perso qualche altro bottone, e ora gli ricade miseramente su una spalla, scoprendo il seno di Jana. Mi volto con sforzo immane a fissare la parete alla mia sinistra.
«Insomma, ehm. Voglio dire.» tossisco per dissimulare l’imbarazzo, riprendendo il discorso. «Sai cosa succede alla lunga, ai demoni che abitano il corpo di un umano... assorbono abitudini e cose del genere. E provano dolore. Pensa se un giorno, per sbaglio, trafficando con il cervello schiacciassi il pulsante per il rilascio degli ormoni? Prova a immaginare, improvvisamente... bum, vuoi avere figli. E oh, tu sai benissimo com’è il parto per gli umani. E poi ti ritrovi a dover pensare per metà anche per tuo figlio, e se sei così bravo – cosa che non dubito, chiariamoci, ci riusciresti di sicuro – ad arrivare a fine gravidanza... vuoi mettere il dolore? Saresti disposto a provare tutto questo? Andiamo, non ti sei scelto un gran ospite eh.»
Mi volto di nuovo a guardare Jana. Il suo volto è impassibile, ma sento il battito rallentare. Non riesco a nascondere un sospiro di sollievo.
«Sarebbe semplice.» arrischio «Lascia libera la mente di Jana, quel tanto che basta perché possa darti abbastanza forza per un giorno di autosufficienza. E poi è una città grande, troverai di sicuro un ospite maschio. Magari un bambino, eh? Durano più a lungo, no? E sono meschini. Certo, c’è la faccenda della crescita da controllare, ma non sarebbe di certo un problema per te. Un bambino è la scelta più sensata, davvero.» Dio, che diavolo sto dicendo? Meriterei una medaglia per la moralità, davvero.
La bocca di Jana si apre, ma poi si richiude di scatto. Strangolo sta pensando. Sta vagliando la possibilità.
Andiamo, assurdo, stranissimo ma pur sempre logico senso pratico dei demoni... non deludermi.
Allento un poco la presa sui polsi di Jana. «Allora?»
Strangolo ringhia. «Balle
Oh, andiamo...!
Lascio i polsi di Jana e porto subito le mani alle sue spalle, con l’intento di levarmi Strangolo di dosso. C’è di buono che il demone ha problemi a controllare il corpo, riesco a spingerlo a terra e a rialzarmi. Almeno finché Strangolo non mi afferra le caviglie.
Impreco mentre ruzzolo di nuovo a terra, impacciato da quella dannatissima talare. C’è qualcosa di avvilente in tutto ciò.
Scalcio per liberarmi dalla presa di Strangolo, ancora salda sulle mie caviglie, e forse lo faccio un po’ troppo forte. Ma giusto un pochino. Non so esattamente dove l’ho beccata, forse sul ventre, ma scaravento Jana contro la scrivania. Impatta con forza, facendo pure cadere a terra la sedia. Spero vivamente che Sergio, in salotto, stia parlando a voce molto alta. E spero anche che quel rumore scricchiolante non fosse causato dalle ossa di Jana.
Mi alzo in fretta, con il fiato grosso. Strangolo si sta mettendo gattoni, la spalla di Jana in una posizione non esattamente naturale. Sento il sangue defluirmi dalla faccia.
«Oh, merda, Jana se sei ancora connessa scusami infinitamente.» biascico, barcollando all’indietro. Strangolo solleva il volto, mostrando i denti. Afferra il braccio inerme di Jana e con un rumore come di schiocco risistema quel che c’era da sistemare. Mi porto una mano alla spalla per riflesso, rabbrividendo. Odio, odio questo genere di cose. Quasi quanto un’indemoniata che vuole spaccarmi la faccia.
«Ascolta, Strangolo, qui finiamo col farci male entrambi, sul ser-» mi interrompo per chinarmi di scatto, visto che il demone ha avuto la geniale idea di lanciarmi contro la sedia. Beh, okay, se questa è la sua idea di conversazione civile... «Oh, ma vaffanculo!» esclamo, rialzandomi.
Strangolo si lancia di nuovo contro di me, ma stavolta sono pronto e lo carico a testa bassa. Cingo i fianchi di Jana con le braccia e la spingo ancora contro la scrivania. Grazie a Dio Strangolo dev’essere rimasto un attimo destabilizzato dalla mia reazione, e riesco a far voltare Jana e a costringerla a piegarsi sul piano della scrivania. Le poso una mano tra le scapole e faccio pressione per tenerla ferma, spero non troppo forte. Vedo Strangolo muovere freneticamente gli occhi di Jana come un animale in trappola, le braccia che si muovono come in preda a un elettroshock. Mi spingo ancora di più con il mio corpo contro Jana e sposto al suo polso sinistro la mano che tengo contro le sue scapole, mentre con l’altra cerco di togliermi la fascia che ho legata in vita, per vedere se almeno riesco a tenere quel dannato demone legato.
Okay, se non ho chiuso bene la porta e qualcuno la apre mentre sono in questa posizione sono discretamente fottuto. Con la sfortuna che ho, sarebbe anche una possibilità fin troppo concreta.
«”Signora Kovarik, non è come sembra... è peggio.”» mormoro tra i denti, appena riesco a slacciarmi la fascia. Cerco di afferrare il polso destro di Jana per legarle le braccia, ma appena lo sfioro con le dita Strangolo scatta. Tempismo perfetto per riprendere lucidità, davvero.
Si getta all’indietro di peso, con uno slancio così improvviso che non mi dà tempo di reagire. E in pochi secondi io sto per cadere di nuovo a terra, e Jana è sulla parete, e poi sul soffitto, e poi in aria, e infine ancora su di me. Mi atterra addosso di peso togliendomi il respiro, ma riesco comunque ad alzare le braccia.
E ora siamo io e Strangolo, mano nella mano, in una prova di resistenza. Lui spinge verso di me ringhiando, e io cerco di allontanarlo il più possibile, senza rompere le dita di Jana. Se non altro è una situazione stabile – per adesso.
«So che ti sembra da pazzi» ricomincio «insomma, arriva qua un’idiota vestito di nero e ti dice di lasciare l’unica cosa che ti tiene in vita. E sembra veramente assurdo che questo sia nel tuo interesse, ma sul serio, se ci pensi un attimo capiresti che-»
Ruggito in risposta. Okay, perfetto, se la mette così... al diavolo il lavoro, al diavolo Jana, qui c’è un problema di fondo ben più grave. Questo demone è ottuso, ora la cosa diventa personale.
«E allora cosa dovrei fare, eh? Preferiresti che facessi nella maniera standard per caso?» esclamo, esasperato. «Ti ho offerto un compromesso, ho cercato di venirti incontro. Se ci fosse stato un nephilim al mio posto ti avrebbe strappato dal corpo di Jana senza tanti riguardi, e ora tu saresti fumo al vento. Con il senno di poi avrei fatto anch’io così, se ne avessi avuta la possibilità, sai? Forse sarei dovuto semplicemente entrare da quella porta ed esordire con un: “ti ordino di lasciare Jana!”»
Le ultime parole lasciano un’eco nella stanza, che improvvisamente si è fatta silenziosa. Non ci sono più i mugolii di Strangolo, ora che ci penso, ma non è questo... è un silenzio diverso. Mi sento la bocca impastata. Mi porto sovrappensiero una mano alla mascella e il corpo di Jana ricade sopra di me a peso morto.
Non mi metto ad urlare semplicemente perché mi paralizzo all’istante.
Sollevo giusto un po’ le spalle per vedere meglio Jana. Okay, che cazzo è successo?
Non è morta vero?
Oh, cristo, non è morta, vero?
Sento il suo respiro contro la pelle del collo e mi viene da piangere per il sollievo. Non che la cosa sia più rassicurante comunque. Mi sollevo su un gomito, adagiando il corpo di Jana al mio fianco, e con la coda nell’occhio avverto un movimento nell’angolo. Mi volto di scatto e vedo un grumo nero che ribollisce di fumo altrettanto scuro, che spande poi sul pavimento.
Strangolo, I suppose.
Sta agonizzando, mi pare ovvio. Non so per quale oscuro motivo, ma per un attimo mi fa pena. Non mi ha fatto pena Jana, ma ora mi sta facendo pena quel... coso.
«Perché l’hai fatto?» gli chiedo, per la più spassionata curiosità accademica. E solo quando pronuncio queste parole mi rendo conto di quanto pesante fosse il silenzio che aleggiava nella stanza. Ora quel silenzio sparisce come un risucchio, lasciandomi le orecchie tappate come in un cambio di pressione. Scuoto la testa per liberarmi dalla sensazione fastidiosa.
Strangolo gorgoglia, e mi avvicino a lui per riuscire a distinguere le parole. «...ente! Cosa hai fatto tu!»
«Eh?»
«Mi hai ucciso, mi hai ucciso, muoio!»
«Io non ho fatto proprio niente, sul serio, sei tu che ti sei...» mi blocco. Un terribile, impossibile dubbio mi bussa alle finestre del cervello. «almeno, credo.»
«Demonicida! Assassino! E siamo quasi fratelli! Siam-» Strangolo non può completare il suo accorato appello perché esplode in un piccolo fungo atomico di fumo nero, che si disperde leggero nell’aria lasciando un odore acre di zolfo.
Sbatto le palpebre un paio di volte, poi mi alzo in piedi. Come un automa sollevo il corpo di Jana con quanta più delicatezza possibile e la adagio sul letto, sotto le coperte, dopo averle sistemato alla bene e meglio la camicia da notte. La fisso per qualche secondo, respira placida. Ora che il suo subconscio è di nuovo padrone del corpo le sue funzioni stanno tornando alla normalità, e vedo sulle braccia comparire qualche ecchimosi. Mi sento un tantino in colpa.
«Scusa ancora.» mormoro. Lei mi risponde russando sonoramente.
Sistemo come posso il casino che ho combinato nella lotta contro Strangolo e poi, finalmente, esco da quella camera.
Mi richiudo in silenzio la porta alle spalle.
Bene. Finito, direi.
Tutto è andato per il meglio, alla fine.
Ma ora qualcuno mi spieghi, davvero, ripeto: che cazzo è successo?


Quando sono tornato in salotto la signora Kovarik ha avuto un mezzo svenimento e Sergio ha quasi fatto cadere a terra il bicchiere che stava tenendo in mano.
Avevano sentito i colpi alle pareti e l’aspetto con cui mi sono ripresentato non aiutava: in effetti non avevo realizzato lo stato in cui erano i miei capelli, per non parlare di quello della talare. I graffi che avevo sul viso completavano degnamente il quadro.
Ho farfugliato qualche spiegazione, non sono nemmeno sicuro fosse sensata, poi Sergio come al solito è riuscito a imbastire una sequela di parole che hanno lasciato i Kovarik talmente storditi da far dimenticare loro qualunque obiezione. Poi hanno visto Jana dormire con un’espressione angelica e tanto è bastato.
Abbiamo incassato tutti i soldi e siamo usciti da quella casa con i ringraziamenti più sentiti della signora Kovarik – il signor Kovarik ha addirittura farfugliato qualcosa, nello sgomento generale.
«Ed è fatta.»
Mi stringo nel giubbotto e mi alito sulle dita per scaldarle. «Già, e non riesco ancora a metabolizzarlo.» Ed è vero, sono scivolato in uno stato comatoso.
Sergio si accascia sulla porta del palazzo ed emette un unico, lungo fischio. «Ho quasi paura di chiederti come ci sei riuscito, sai?»
Ti conviene evitare, perché non saprei risponderti. Sospiro e non dico nulla, lascio vagare lo sguardo oltre il lampione, verso il nero della notte. Non ho davvero voglia di pensarci adesso, non ho nemmeno le energie necessarie se è per questo.
Sergio si alza e si mette di fronte a me. «Ah, ma lasciamo perdere i dettagli, possiamo pensarci domani. Ora sai cosa? Voglio girare tutti i bar che trovo aperti. Diamine, se ho bisogno di alcol!» ecco, questa non è una cattiva proposta, in effetti «E dopo tutto, dobbiamo festeggiare.» mi sorride e mi stringe una mano, comincia a scuoterla così forte che ho paura mi faccia partire il braccio.
«Ma ora siamo ufficialmente in affari, signore mio.»
End Notes:
pure la nota conclusiva: mi è stato detto che forse conveniva non "sintetizzare" l'ultima parte, io ho preferito fare così per un paio di semplici ragioni: per evitare di appesantire la fine del capitolo con cose prettamente inutili e noiose, per lasciare l'attenzione più focalizzata sull'esorcismo e perché mi sembrava più efficace in quanto a rendere la stanchezza psicofisicamoralevattelapesca di Ivan.
Però se anche a voi pare che convenga esplicitare tutto... ditemelo eh :S
In cui Ivan impara a parlare by Fra Tac
Author's Notes:
Rieccomi con le tempistiche da ere geologiche D: non ho scusanti, la scuola mi ha massacrata ma pure io ho una pessima gestione del tempo - e sono pigra ahem.
Comunque finalmente ho finito questo capitolo, deo gratias. Non ne sono completamente soddisfatta, tutta la parte finale non mi piace devo dire. Al solito spero sia solo una mia sensazione.
Non sapevo nemmeno che scena mettere a conclusione, per ora lo lascio così, spero non sembri troppo monco. Mah.
Comunque ora posso dedicarmi al raccontino di Natale, che probabilmente finirò per l'epifania ma vabbeh.
Buon Natale a tutti :'D
CAPITOLO 4: IN CUI IVAN IMPARA A PARLARE


“Al contrario di ciò che comunemente pensiamo, icone di santi e benedizioni non hanno effetto alcuno su di loro. Li ho visti entrare in chiese e cimiteri senza risentirne, gli uomini di fede ne creano più di quanti siano disposti ad ammettere. Di fronte a ciò che definiamo come demone, anche Sua Santità in persona non avrebbe potere. Non è un caso, dunque, che la Chiesa faccia presenziare un nephilim ad ogni esorcismo... Ciò a cui i cattolici attribuiscono un’aura di inattaccabile santità non è meno incorruttibile di tal’altra, più laica cosa. Dio ha ben poco a che fare, con i nostri demoni.”


Arrivo al punto e chiudo il Diario, massaggiandomi gli occhi con le dita. Leggere quando il tuo corpo tenta, in tutti i modi, di farti capire che il tuo posto è sopra un letto non è il massimo della facilità. Appoggio il Diario sul tavolo e scivolo sulla sedia fino a trovare una posizione di incastro tra i braccioli. Non molto comoda, lo ammetto, ma mi risparmia l’immane fatica di usare la spina dorsale.
L’orologio a pendolo continua il suo incessante ticchettare, e ogni oscillazione è come una palla demolitrice che mi scava nel cranio. E dire che di solito lo trovo rilassante. Mi sento tradito dal me stesso passato.
Guardo Hans che fischietta mentre sparge polvere per il negozio.
Forse potrei provare.
Male che vada sembrerei un’idiota e Ma’ mi sfotterebbe da qui fino alla fine dei secoli, ma non sarebbe uno scenario troppo diverso dalla situazione attuale.
«Ehi, Ma’.» lo chiamo. Hans solleva il volto e si raddrizza, sostenendosi con il manico della scopa.
«Che vuoi?» gracchia Ma’.
«Ehm... esci fuori.»
Io e il demone ci fissiamo per qualche secondo, il dondolare del pendolo è un perfetto sostituto del sempreverde cicalare dei grilli.
Ma’ solleva un sopracciglio di Hans. «Dal negozio?»
«Ehm, no, nel senso... libera questo corpo.»
«Quale?»
«Lascia questa Terra?»
«Che?»
«Torna all’Inferno da cui provieni... no, eh?»
«Ivan...»
«...abracadabra?»
«Ivan, hai bevuto?»
Sì, ieri sera, con un travestito a tempo perso, dopo essere stato pestato da un’indemoniata e averla esorcizzata per puro caso. Forse non mi sono ancora ripreso del tutto.
«Lascia... lascia stare.» balbetto, e abbasso lo sguardo sul cellulare, che ha appena vibrato per l’arrivo di un sms.
Mi salva dall’imbarazzo, questo è quello che chiamo “messaggio provvidenziale”. Anche se viene da Sergio.


«Non per dire, ma chi ha rischiato di uscire in orizzontale da quella casa ero io.»
«E io ero quello che ha dovuto coprire il casino che facevi. Ora, non per dire, ma se pensi che il mio sia stato il compito più facile... beh, ho ancora il numero dei Kovarik, vuoi chiamarli per un tè?»
Faccio una smorfia di dolore al solo pensiero. Okay, in effetti non posso dargli torto. «Fifty-fifty, allora?» chiedo.
Sergio si passa una mano sul mento, mentre considera la proposta. «Direi che è la soluzione migliore.» decreta infine. Tira fuori dalla tasca del chiodo un portafoglio che ha visto decisamente giorni migliori – nel lontano Paleolitico probabilmente – e comincia a trafficare con le banconote, fischiettando.
Io non posso fare a meno di guardarmi intorno, con insofferenza. Trovo che la scelta di scambiarci il guadagno di ieri nel bel mezzo di un mercatino nel parco sia, quantomeno, molto discutibile. Primo perché se qualcuno ci guardasse con un minimo di attenzione ci scambierebbe per due che spacciano – e pure idioti. E secondo perché, per principio, chiunque frequenti un mercatino a quest’ora della sera tanto a posto non dev’essere. Il tizio che rigira le castagne sulla brace mi fissa in modo strano.
«Okay» biascica Sergio, porgendomi un sostanzioso mazzetto di talleri. «Questi sono i tuoi, contali, ma dovrebbero essere giusti.»
«Dà qua.» grugnisco, afferrandoli bruscamente. Li infilo nel mio portafoglio senza nemmeno contarli, prima li voglio mettere al sicuro. Mi beerò della mia ricchezza una volta arrivato a casa, per adesso mi basta solo la sensazione che dà una tasca più pesante.
«Staccami pure il braccio, già che ci sei.» dice Sergio, con un sorrisetto, sfregandosi le dita. Io mi limito a roteare gli occhi e a seguirlo, mentre si avvicina a una bancarella.
Dicevo che chi frequenta mercatini a quest’ora non è tanto a posto, vero?
Certo, anche i venditori si difendono bene. Camminiamo tra due file di bancarelle che vengono ammennicoli di ogni genere, dai braccialetti di cuoio alle pipe per hashish e i porta-marijuana.
«Forse uno di quelli potrebbe servirmi.»
«Ti prego, non dirlo neanche per scherzo.»
Sergio ride e si ferma per accendersi una sigaretta, una mano a coppa davanti all’accendino per proteggere la fiamma. «Dì un po’, cos’è che hai fatto ieri?»
Non faccio nemmeno finta di non capire a cosa si riferisca, sarebbe imbarazzante per me e per lui. «Non ne ho la benché minima idea.» ammetto.
«Serio?»
«Se ne è semplicemente uscito, da solo.» o con un inconsapevole aiuto da parte mia, ma questo non riesco a dirlo.
Sergio mi fissa per qualche secondo, poi mi batte una mano sulla schiena. «Fantastico!»
Io mi piego in avanti con una smorfia. «Fantastico è solo il culo che abbiamo avuto, sul serio. Una fortuna pazzesca.»
«Sputaci sopra, sulla fortuna.» mi risponde Sergio, picchiettando con il palmo la tasca in cui ha riposto il portafoglio.
«Non mi sto lamentando.» sospiro. «Ma credici che la prossima volta andrà così bene. La fortuna non la prendi in sconto due per uno al supermercato.»
«Non parlare di fortuna con me, andiamo.» mi strizza l’occhio verde e si ferma davanti a una bancarella, che vende soprammobili venuti direttamente dall’Inferno. «E poi chi lo dice che non sia stato merito tuo? Insomma – oh, cavolo, guarda questo.» prende la statuetta di un gatto nero, con due rubini falsi come una banconota da quindici talleri al posto degli occhi. È così orribile che mi stupisco non sia circondata da demonietti, la sua bruttezza è un’offesa al Creatore. Nemmeno a dirlo, Sergio lo adora. «Starebbe benissimo vicino alla sfera di cristallo di Madame de Thébe.»
Mi volto verso la ragazza dietro la bancarella, che ha sulla faccia più metallo di quello che si potrebbe trovare in un’industria siderurgica. «Giuro che le medicine le prende tutti i giorni.» dico.
«Confermo, le prendo proprio quando a lui fanno l’iniezione di sedativo.» risponde Sergio, sorridendo mentre allunga alla ragazza quell’aborto di soprammobile e una manciata di monetine.
«Touché.» gli concedo.
Seguo Sergio con lo sguardo mentre si allontana dalla bancarella con l’Abominio sotto braccio, e do un’occhiata all’ora sul display del cellulare. «Okay, missà che vado. E’ stato un piacere concludere l’affare con te, eccetera, eccetera.»
Sergio mi guarda oserei dire incredulo. «Come, non vuoi rimanere? Qui hanno cose fantastiche.» dice, sventolando una collana fatta di pietruzze. Per poco non becca l’occhio di una donna, che gli avrebbe volentieri restituito il favore se non ci fosse stato di fianco a lei il fidanzato a fermarla. Una scena da pantomima come se ne vedono poche.
«No, direi che preferisco decisamente tornare a casa.»
Sergio fa spallucce. «Come vuoi, ma non sai quello che ti perdi.»
Tranquillo, lo so benissimo grazie.
«Una cosa però.» continua Sergio. «Credo ti convenga andare da Jerard, sai, per la faccenda del... di ieri. Lui se ne intende, di queste cose. Se devo andare ad istinto – e io ho un ottimo istinto – ci metterei la mano sul fuoco che è solo un tuo talento di cui non eri a conoscenza. Ma sempre meglio chiedere agli esperti, no?»
Chiedere al mago che porta a casa il pane imbalsamando cadaveri? Chissà perché non ci ho pensato prima... ah, già, perché preferirei farmi trapanare le gengive piuttosto che farmi quattro chiacchiere con mister inquietudine. Ma visto che a quanto pare Sergio lo conosce da parecchio mi mordo la lingua ed evito di rispondere.
«E poi tieniti libero questo weekend.» continua lui.
«perch-Oh. Oh, no. Così presto? Come diavolo è possibile che ne abbiamo un altro così presto?»
Sergio sorride, un sorriso di sadico auto-compiacimento nel vedere la mia espressione sconvolta. «Che ti posso dire, siamo fortunati.»


La bara è in mogano intarsiata, con inserti di generici “materiali preziosi”. Non è male, in effetti, ma anche quella in olmo e radica ha un suo fascino. Certo, per quel che costano, mi aspetto che l’interno sia foderato d’oro zecchino.
«Ah, vedo che stai apprezzando “Soffio d’Eternità”.» alzo lo sguardo e il volto di Jerard si palesa da sopra il catalogo.
«In realtà mi attirava anche questa “Lago dell’Anima”. O la“Calvario” in noce. Gran classe, i nomi.»
L’ironia scivola su Jerard come acqua sulla chiccosissima radica di una bara “Calvario”.
«Hai occhio, Ivan.» mi dice, invece, genuinamente felice di parlare di un argomento che gli sta così a cuore. C’è chi ha le figurine e chi le bare... «Di solito non incoraggio un ordine così preventivo, ma chi può mai sapere? E inoltre sono in tiratura limitata.»
«Sono certo che sarò molto felice di trovarmi in un pezzo unico, allora, dopo la mia prematura morte. Me lo godrò appieno.»
Stavolta Jerard riesce a cogliere l’ironia sottile come un baobab. Il suo sorriso calmo si increspa un po’.
«Bene. C’è qualcosa di cui hai bisogno?»
Gli riconsegno il catalogo. «Sergio mi ha detto di parlare con te riguardo, uh, al modo in cui ho... esorcizzato la Kovarik.»
«C’è stato qualche problema?»
Gli racconto più brevemente possibile. Quando ho finito continua a fissarmi come aspettando dell’altro
«E allora?» chiede.
«Come?» Ah, beh, tra tutte le reazioni possibili questa di certo non me l’aspettavo. Forse le mie capacità oratorie sono peggiori di quanto credessi e non ha capito una virgola.
«Sei come minimo in grado di strappare i demoni dal corpo degli indemoniati.» mi smentisce subito, giustamente. Per un attimo ho la pessima sensazione che mi abbia letto nel pensiero, come l’ultima volta. Beh, se lo sta facendo, tanto vale che gli dia una risposta adeguata. Penso a un dito medio.
«Non avresti potuto sperare in un esito migliore, tutto considerato.» continua Jerard.
No, avrei potuto sperare in un esito di gran lunga migliore, si chiama “cose che vanno come Ivan Aleksandrovič desiderava andassero”.
«Oh, certo, ma non è... non sono stato io, okay? Non è possibile.» gli rispondo, con lo stesso tono con cui avrei potuto dirgli che mi piace la marmellata di fragole. Ormai comincio a non crederci più nemmeno io...
«Penso sia ancora più impossibile che il demone si sia suicidato, ti pare?»
Appunto.
«Sì ma... non l’ho deciso io.» cerco come una giustificazione al mio scetticismo. Non riesco a contrastare quella parte di me che pensa che se continui a ripetere qualcosa questa automaticamente diventerà vera. «Non ho materialmente fatto nulla, non ha logica.»
Il vero problema, però, qui, non è l’averlo o il non averlo fatto, è che non saprei come rifarlo. Insomma, sarebbe dovuto finire in due modi: o con il totale fallimento, o con io che riesco a convincere il demone ad uscire. E questo sarebbe andato benissimo, perché se ne avessi convinto uno a lasciare in pace l’ospite – uno come Strangolo, tra l’altro! – almeno una speranza fondata con i tentativi successivi l’avrei avuta.
Jerard mi sorride con l’aria di chi ne sa molto più di me. Cosa con ogni probabilità vera, ma non per questo meno irritante. Si tira su le maniche, chiude le mani a coppa e le riapre pian piano, liberando una colombella bianca.
«Siamo mezzi-demoni» dice, mentre l’uccello svolazza per la stanza come un piccione ubriaco. «Non ubbidiamo praticamente mai alle leggi della fisica, della biologia o del buon senso.»
«Sergio no di sicuro. Specie all’ultima.» bofonchio. La colombella si schianta contro il muro appena sopra di me e si sfalda in una pioggia di coriandoli colorati, che mi ricadono in testa.
Meglio una manciata di coriandoli che un uovo, comunque.
«Ti ha detto del nuovo lavoro, immagino.» Jerard riprende il discorso.
«Il fine settimana della disfatta, sì. Grazie mille per aver fatto così scrupolosamente il tuo lavoro, dunque.»
Jerard fa una smorfia. «Questa volta non c’entro, non mi ha chiesto niente. Chiunque abbia trovato come cliente, l’ha trovato da solo.» sospira «Va così, con i divinatori. Adesso, scusami, ma sta per entrare la famiglia del mio prossimo cliente.»
Sto per dirgli che non ho sentito suonare nessuno, ma i coriandoli incastrati tra i miei capelli mi ricordano che non devo fare certe obiezioni, quando sto parlando con un mago.


E così, a quanto pare, è probabile io sia davvero in grado di esorcizzare gli indemoniati. Sarebbe molto carino se qualcuno mi spiegasse anche come sarei in grado di farlo.
A fare un attimo auto psicologia spicciola non mi sentirei così irritato da questo se non fosse per il portafoglio che mi pesa in tasca. Ho visto quanti soldi posso prendere con un esorcismo fatto bene e adesso ho una paura matta di fallire il prossimo. E se invece fosse stato tutto un caso, un irripetibile caso? Non è la cattiva riuscita che mi preoccupa, né i guai in cui potrei finire. È il pensiero di tutti i soldi che potrei vedermi sfuggire da davanti al naso il problema.
Non avrei mai pensato di poter diventare una persona così materialista, forse la prossima volta che mi guardo allo specchio dovrò additarmi con aria arcigna e rimproverarmi con un “cattivo, Ivan, cattivo. Ora dona tutti i tuoi vestiti in beneficenza.”
E come se non bastasse, il weekend è ormai vicino.


Sergio è appoggiato a quello che non può che essere definito come un ammasso di lamiera tenuto insieme da sputo e preghiere. La targa e le ruote suggeriscono sia un'automobile, ma probabilmente sono indizi ingannevoli.
Sergio mi saluta con un cenno della mano. Io fisso la "macchina" aspettandomi un'esplosione spontanea.
«Non dobbiamo usare quella, vero?»
Sergio alza le spalle. «Il posto è fuori città. O questo o mi porti in braccio per tutto il tragitto.»
«Okay, preferisco la morte sull'asfalto.»
E tutto sommato una macchina così scassata ha i suoi aspetti positivi. Di sicuro si evitano i tamponamenti, le altre macchine avrebbero così schifo anche solo a sfiorarla che si allontanerebbero per legge fisica. La Repulsione Automobilistica, nuova interazione ancora più forte di quella nucleare.
«Chi è comunque, stavolta?» chiedo, mentre apro la portiera con più delicatezza possibile. Non vorrei che la maniglia mi rimanesse in mano.
«Ah, il capo di una piccola impresa alimentare. Gestione familiare, cose così.» mi risponde Sergio, sistemandosi sul sedile del guidatore. «Ti spiace se fumo?»
«Visto che siamo chiusi in un ambiente decisamente piccolo, e in più tu stai anche guidando – cosa già di per sé disturbante – direi di sì. Mi spiace parecchio.»
Lui mi sorride, una sigaretta già in bocca. «A me no, invece, pensa un po'! Non è magnifico conoscere opinioni diverse?» si accende la sigaretta e parte prima di darmi tempo di elaborare una risposta a quello che ho appena sentito.
Affondo le dita nel sedile quando accelera. Di certo c'è del ghiaccio sull'asfalto, ci scommetto.
Okay, Dio, so che abbiamo avuto un periodo di divergenza non da poco. Ho avuto un po' di incertezze sulla tua effettiva esistenza, ma cosa vuoi che sia? Capita un po' a tutti di questi tempi, e l'importante è ritrovare la strada, no? Va bene, c'è stata anche quella piccola faccenda della chiesa lo scorso capodanno, ma ero ubriaco perso quindi non conta sul serio, no? E per quanto riguarda gli esorcismi, tutto sommato, aiuto la tua causa... quindi possiamo anche ricucire i rapporti, vero? Vero? Se mi fai uscire vivo da questa macchina ti giuro che cambierà tutt-
«Ma porco D-!»
Ecco, appunto.
Mi massaggio il petto dove la cintura di sicurezza ha fatto il suo lavoro, una mano appoggiata sul cruscotto. Mi volto verso Sergio che, a giudicare dal demonietto grufolante sulle sue ginocchia, deve aver avuto più o meno la mia stessa reazione all'inchiodata.
«Ehm, mi sono slittate un attimo le ruote, scusa.» mormora, la sigaretta stretta convulsamente fra i denti.
«Figurati. Anzi, grazie per l'esperienza premorte, è sempre interessante.»
«Non lo penserai più quando te ne capiterà una sul serio.» mi risponde lui, mentre riparte piano.
«A te è successo?»
Annuisce mentre aspira dalla sigaretta, una mano sul volante. Almeno guarda la strada. «Beh, più o meno. Nel senso quasi letterale del termine.»
«Quindi no, praticamente.»
«Sostanzialmente ho visto la mia morte.» si volta verso di me e mi sorride. «E' così che ho conosciuto Jerard. Avevo avuto una visione... hai presente il "quando vedi una luce alla fine del tunnel stai sicuro che sono i fanali di un tir?".»
«Come quello che ci sta venendo incontro?»
«Beh, era il mio caso. Letteralmente. Alla fine non è successo, ma sai, uno cerca di prepararsi nell'eventualità... e poi la “Calvario” è in tiratura limitata.»
«Seriamente, Cristo, guarda la strada!»
Sergio fischia e sterza appena in tempo. Il tir ci passa di fianco con una strombazzata e io affondo nel sedile, la testa fra le mani. Se non mi ucciderà la guida di Sergio, lo farà la tensione. Qualcosa in me mi dice che dopo questo viaggio svilupperò la più che giustificata fobia di ogni mezzo a motore a quattro ruote.
Mi appoggio al finestrino con la testa, per calmarmi. Ah, dolce, freddo vetro ristoratore.
Fuori vedo la zona industriale passarmi davanti agli occhi, enorme rettangolo grigio dopo altro enorme rettangolo grigio. Qualche volta un cartello pubblicitario spezza la monotonia, l'equivalente depresso di un parco nel centro storico. Riconosco il cartellone con la modella dell'intimo, stiamo quasi uscendo dalla città ormai. Ma dove cavolo dobbiamo andare?
Ci sono solo alberi, ora, ai bordi della strada. Abbasso un po' il finestrino per lasciare uscire almeno un filo di fumo, sta cominciando a darmi fastidio alla gola.
Sergio continua a guidare – stranamente non più in maniera suicida – e la radio continua a sputare musica di quarant'anni fa. L'atmosfera è così comatosa che mi sta annullando le funzioni cerebrali per osmosi.
Mi risveglia il passaggio dalla musica al giornale radio.
"...guardo alla questione turca, il Presidente della Repubblica Federale Americana ha ufficialmente espresso la sua solidarietà nei confronti dei governi d'Europa. Anche se l'intervento militare rimane un’incognita, sembrerebbe che..."
«Bah, scemate.» decreta Sergio, e cambia stazione. Io sollevo la testa dalla mano e mi sistemo meglio sul sedile.
«Chissà perché non mi sorprende vederti così interessato della politica globale.» gli dico, anche se dovrei star zitto, che in quanto a interesse politico il mio si è fermato alla caduta dell'Impero Romano.
Sergio fa un tiro e poi scrolla le spalle. «Non è che non mi interessi, è che tanto so già come andrà a finire questa storia.»
Ci metto un attimo a metabolizzare quello che mi ha detto. «Tu cosa?»
«Beh sai, qualche anno fa ho avuto una fase un po' idealistica...»
«Hai avuto una fase divinatoria?» esclamo. Ehi un attimo, c'è qualcosa che non va nelle mie priorità. «Volevo dire: hai visto come finirà con i turchi
Sergio annuisce e io sento il bisogno di uscire dalla macchina in questo preciso momento e farmi una bella camminata. «Ah, beh.» mi massaggio le tempie. «E giustamente sei qui invece che a braccetto con il kaiser o chi so io, tipo consigliere di guerra. Sensato. Scusa, non eri tu quello dello sfruttare i poteri demoniaci per guadagnare?»
«Nah, sarebbe una carriera troppo breve. E poi non voglio rovinare la sorpresa a tutti, quando alla guerra ci staremo dentro.»
Mi volto verso di lui nel momento stesso in cui lui si volta verso di me, sorridendo.
«Non è vero.»
«Oh, sì invece. Con un margine di errore del novantanove virgola nove percento.» dice, ritornando a guardare la strada.
«Ora, in Palestina è un conto. Ma non riusciranno a venire qui in Europa, dai. Dovrebbero passare Belgrado e col cavolo che l'Impero glielo lascerebbe fare, se son fermi lì c'è un motivo.»
Non sono mai stato particolarmente patriottico, anzi, se dicessi a qualcuno che l'Impero Russo è lo stato migliore del mondo sarebbe come se chiedessi di essere ricoverato per forti tendenze masochiste e suicide. Però di noi russi una cosa va detto: quando si tratta di fare qualcosa, la facciamo bene. Il primo turco che mettesse piede oltre Belgrado si ritroverebbe con metà dell'esercito addosso. Non arriviamo a fare terra bruciata e spargere il sale, ma quasi.
«Oh oh oh, siamo un po' troppo sicuri della Grande Madre Patria, da?» mi risponde Sergio, sporgendosi appena verso di me e scimmiottando il mio accento.
Molto simpatico. Non farlo mai più. E poi non è così marcato, andiamo. O almeno, spero con tutto il cuore non lo sia.
«Poi non andrà male a tutti.» continua Sergio «Tranne che allo zar, certo. I francesi non ci sono riusciti, ma voi andrete alla grande con le rivoluzioni.» si porta una mano alla fronte con un gesto enfatico in pieno stile Madame de Thébe. «Prevedo un sacco di rosso nel tuo futuro, ragazzo.»
«Ma piantala.» gli rispondo subito, con un tono più piccato di quanto avrei voluto. Sergio ride.
«Miscredente. Poi non venire a piangere da me, quando ti scoppierà una bomba in giardino.»
«Non ce l’ho, il giardino.» sospiro, tornando a fissare fuori dal finestrino il panorama ormai nero. Se tutto quello che ha appena detto è vero... beh, cazzo. Cazzo. «Esattamente, tra quanto...»
«Nah, tranquillo, hai ancora un po’ di tempo per goderti la vita in zona neutrale.»
«Grandioso.»
Rimango a fissare la strada, ritto come un fuso sul sedile. Andiamo, perché dovrei dar per vero quello che ha appena detto? Magari mi sta solo prendendo per il culo.
Eppure mi sento a disagio, non so davvero cosa credere.
Di certo Sergio qualcosa deve aver visto. Guarda la strada come se la vedesse già coperta di macerie.
Questa piccola conversazione andrà archiviata nel cassetto "mai, mai e mai più ripensarci. MAI. PIU'."
Mi strofino gli occhi. «Com'è che abbiamo iniziato a parlare di certe cose?» chiedo.
Sergio alza le spalle. «Non ne ho idea. Per un attimo siamo sembrate persone serie, raccapricciante.»
«Già. Ah ah ah.» ci mancava anche la risata nervosa, complimenti al mio autocontrollo. «Comunque...»
«Mh?»
«...ho davvero un accento così marcato?»
Sergio mi lancia una rapida occhiata di compatimento. Scuote piano la testa. «Sembri la parodia della tua intera nazione. Mi dispiace, amico.»
Argh, no, dritto al cuore. «Nessuno me l’ha mai detto, prima...»
«C’è gente troppo buona in giro.»
Fantastico. Non parlerò mai più.
Sergio si allunga un attimo sopra il volante, stringendo gli occhi per vedere nell'oscurità.
«Okay, missà che ci siamo.»
Svolta in una stradina sterrata e accosta. Io mi guardo intorno.
«Qui?» in mezzo ai boschi nel centro del nulla? Guardo Sergio togliersi la cintura e uscire dalla macchina. «Sai che, se volessi, potrei staccarti la testa dal collo con una mano, vero?»
Rinfila la testa nell’abitacolo e mi spara un sorriso. «Tranquillo, se avessi voluto ucciderti non avrei sprecato benzina.»
«Gentile.» esco anch’io controvoglia, rabbrividendo per l’improvviso calo della temperatura. Nonostante ciò, con un enorme sforzo di volontà faccio per togliermi la giacca. «L’hai portata la talare, vero?»
Sergio sta svuotando il posacenere dell’auto a terra. Da qualche parte, ne sono certo, un ambientalista sta piangendo. «Nah.» mi risponde, senza guardarmi. «In questo caso non serve. Anzi, il teatrino sarebbe controproducente. Assolutamente controproducente.»
Non posso dire la cosa mi dispiaccia. Chiudo la portiera.
«Bene, dov’è questa fabbrica?»


La fabbrica non è una fabbrica. E' un convento. Un fottutissimo convento, con chiesa e portici e pietre medievali e tutto. Deve essere uno scherzo, probabilmente la strada continua dietro, o abbiamo preso una svolta sbagliata...
Sergio non può essere così idiota, su una scala da uno a fondamentalista religioso è più o meno a livello intermedio.
Non può aver seriamente deciso di accettare un lavoro da... delle suore. Già l'idea di base varca la soglia dell'impossibile.
«Azienda alimentare a conduzione famigliare, eh?»
Sergio tossisce per dissimulare l’imbarazzo. Oh, fai bene, fai bene ad essere imbarazzato. E dovresti anche essere preoccupato, razza di coglione.
«Beh, tecnicamente sono sorelle. E fanno delle marmellate strepitose.» risponde.
Okay, devo rivisitare completamente la scala dell'idiozia e aggiungere una categoria speciale solo per lui. «Mi rifiuto di fare una cosa del genere. Tanto vale che mi consegni in manette alla prima stazione di polizia in zona.»
Sergio si piazza davanti a me, genuinamente sconvolto. «Quindi stai dicendo che rifiuteresti di offrire i nostri servizi a delle suore?» mi punta l’indice sul petto.
«E ci mancherebbe!» esclamo, spostandogli la mano.
«Razzista!»
Rimango un attimo interdetto. «Cosa?»
Sergio allarga le braccia. «Le discrimini per il credo religioso? E la prossima volta cosa sarà, orientamento sessuale? Colore della pelle? Se mangiano i broccoli invece che i cavolfiori? Sei una persona orribile.»
Roteo gli occhi. «Oh, ho capito. Ma non cercare di far leva sul senso civile, è più forte quello di autoconservazione. Vorrei evitare di entrare nella gabbia della tigre avvolto nella pancetta, se cogli la metafora.»
Sergio sospira e alza le spalle. «Va bene, okay, non sei costretto se non vuoi. Siamo soci, dopotutto.» mi fa cenno di andare e io già sto per girare i tacchi, quando aggiunge, come mera osservazione: «Però le chiavi della macchina le ho io.»


Il corridoio mi ricorda di più una casa di riposo che un convento. Non che sia in effetti entrato in altri conventi prima, ma mi ero fatto un'idea che non comprendeva tappezzeria beige e odore di naftalina. Ma meglio che non indaghi troppo, sono già abbastanza confuso dal fatto che le padrone di casa hanno fatto entrare Sergio appena ha suonato.
Un rumore di passi comincia a farsi sentire: dalla fine del corridoio sta arrivando una suora trafelata.
«Se finiamo nei casini è tutta colpa tua e io sono stato traviato.» sussurro a Sergio.
«Tipo corruzione di minore?» mi mormora lui in risposta. Poi, ad alta voce, aggiunge un: «Ah, Sorella Decimia!» rivolto alla suora in arrivo, sfoderando uno dei suoi soliti sorrisi.
Io rimango a fissarlo mentre abbraccia la vecchia quasi a sollevarla da terra. Suor Decimia – che a giudicare dall'aspetto doveva esser presente alla fondazione del suo Ordine – ricambia battendogli sulla schiena una mano incartapecorita.
Sergio la sostiene offrendole il braccio e posandole una mano sulla spalla. «Allora, come va l'anca? la pomata sta funzionando?» esclama.
Suor Decimia tende l'orecchio e sorride come solo chi è affetto da demenza senile sa sorridere. Risponde con una serie di suoni indecifrabili.
«Fra poco sarai pronta a tornare a cavallo, allora! I fagiani in zona la finiranno con la pacchia!» le risponde Sergio, poi si tende un attimo verso di me. «Suor Decimia è un po’ sorda, e parla solo in Turingio.» mi sussurra.
Ah, ecco cos'erano quei suoni, pensavo le si fosse improvvisamente staccata una tonsilla. «E tu la capisci?» chiedo.
«No.»
Alzo un sopracciglio. «E lei ti capisce?»
«Non ne sono sicuro.»
So che ormai non dovrei cercare di trovare un senso nelle azioni di Sergio, ma ci sono istinti troppo radicati in me da sopire. «Ma allora cosa...?»
Sergio fa spallucce. «Alla fine le basta aver qualcuno con cui parlare.» commenta semplicemente.
Suor Decimia dice altro di incomprensibile, rivolta a me, e ci fa cenno di seguirla. Sergio le sta di fianco. Continuano a condurre conversazioni parallele, ma a nessuno dei due l’incomprensione reciproca sembra dare fastidio.
Io me ne sto dietro, a distanza di sicurezza, chiedendomi cosa diavolo siamo qui a fare. Beh, a parte un esorcismo, ovvio. Magari dovrò pure esorcizzare la madre superiora, chissà. Sarebbe un'esperienza da segnare in un curriculum vitae.
Passiamo sotto le arcate di un chiostro poco illuminato – ora sì che si ragiona, ecco come dev'essere un convento – ed entriamo in un’altra ala, su per delle larghe scale di pietra e in un nuovo corridoio.
Sergio conosce le suore, e stranamente queste povere donne lo apprezzano, se suor Decimia è un campione affidabile. Ma non riesco a sentirmi meno teso: questo non cambia niente, se succede qualche casino dubito che le Sorelle della Santa Misericordia Perpetua presteranno fede al loro nome. Magari senza un cappotto di pancetta, è vero, ma siamo ancora nella gabbia della tigre.
«#@#§@#&%%@#!ç**§#@» esclama Decimia, con la convinzione che se lei è sorda anche gli altri devono esserlo per forza. Certo, se continua a urlare così può star certa che lo diventeremo. Ci indica una porta alla fine del corridoio.
A questo punto tutto quello che chiedo è che sia veloce ed indolore.
«&% ##@*§଺×ƌ&%» aggiunge la suora, a beneficio di Sergio.
Lo vedo sgranare gli occhi. «Alle mele e vino? Portamene tre.»
Alzo un sopracciglio. «Hai ricevuto all'improvviso il dono delle lingue?»
«Quando si parla delle marmellate delle Sorelle della Misericordia non esiste barriera linguistica che tenga, te ne accorgerai.» mi risponde, quasi commosso.
«Già, ma non chiedere il pagamento in marmellate.»
Sergio ride e scuote la testa, mentre apre la porta.
Quando entro nella stanza mi sembra di aver appena immerso la testa in un catino pieno d'inchiostro. E' completamente buia, ma non buia da "la luce è spenta", buia da "devo aver appena varcato un portale spaziotemporale e adesso mi trovo seppellito in una miniera".
Sperimento l'interessante esperienza della deprivazione sensoriale. Mi sembra come se davanti al mio naso ci sia un muro su cui posso schiantarmi da un momento all'altro, istintivamente sollevo le mani.
«Sta bene?» sento una voce di donna.
Intorno a me l'oscurità si apre in più punti, come a formare...
Oh, no.
Gli occhi mi guardano, e i ghigni mi sorridono. E poi, lentamente, i demoni cominciano a diradarsi, si appiattiscono ai lati della stanza lasciando libere le figure di Sergio – che mi fissa come se gli avessi appena buttato il pacchetto di sigarette dalla finestra – e di una suora, sulla cinquantina, seduta dietro una scrivania. Ritta come un fuso, mani incrociate e sguardo che potrebbe far sentire inadeguata una montagna. Con mio orrore, i demoni le stanno scivolando alle spalle.
«Ho avuto un calo... di zuccheri.» mormoro. Okay, con questa posso vincere il premio delle scuse più pietose. Ma non riesco a smettere di fissare i demoni.
Sono... enormi. Sono piegati per non sfiorare il soffitto, e il soffitto è alto. Non ho mai visto niente del genere. Demoni che occupano un'intera stanza, che sono così... così... corporei, non sono quelle ombre un po' nere un po' trasparenti, me li sono sentiti attorno come se fossero solidi.
E poi sono silenziosi, che è forse la caratteristica più assurda che io abbia mai riscontrato in un demone. E mi fissano con un sogghigno perpetuo da dietro la suora.
«Prego, si sieda allora, signor...?» mi si rivolge lei. Ha un tono che fa sembrare l'abbia chiesto non per gentilezza, ma perché sarebbe fastidioso se le svenissi sul pavimento.
«Kozyrskij» le rispondo, sforzandomi di spostare lo sguardo dai demoni a lei. È un po’ come cercare di smettere di fissare la fiamma di una candela. «E no, grazie.»
La suora mi squadra senza spostare gli occhi dal mio viso. Deve essersi allenata davanti allo specchio per riuscirci. «E' lui l'esorcista?» chiede.
«Sì, ed è affidabile, non si preoccupi.» ah, non posso credere che Sergio stia garantendo per me. Sono cose che ti fanno cadere l'autostima.
La suora continua a fissarmi da dietro la scrivania, probabilmente sta catalogando ogni mia cellula, trovando in ognuna almeno un difetto. "La membrana nucleare è troppo sottile" "sistema quei mitocondri, sciagurato".
«Non gli hai detto niente, vero?» chiede, ancora rivolta a Sergio.
«Se gli avessi spiegato subito non avrebbe mai accettato.»
Oh, puoi dirlo.
La suora sospira e spinge indietro la sedia. Si alza e, mani incrociate, aggira la scrivania. I demoni la seguono, sento quasi lo spostamento d’aria che provocano. «Sono Suor Agnese, la contabile del convento.» si presenta.
Non fissare i demoni, non fissare i demoni, non fissare i demoni. «Servono contabili nei conventi?» chiedo, la bocca impastata.
«Ovviamente, se devono gestire il business delle marmellate.» mi risponde Sergio.
«Ah, giusto. Come ho fatto a non pensarci.»
Suor Agnese ignora il nostro scambio di battute. Mi fa cenno di seguirla, mentre apre la porta dell’ufficio. I demoni dietro di lei, appena entra nel corridoio, si tuffano nella sua ombra. «La nostra madre superiora» mi spiega «ha avuto... è incorsa in un... è...»
«Posseduta?» completo io. Alla parola lei subito si irrigidisce.
«Si può dire anche così, sì.» conferma, riluttante, dopo una pausa di silenzio.
«Non per essere ineducato, signora... ehm, madre Agnese, ma nella vostra posizione non potete assumerne uno leg-professionista, di esorcista, dal Vaticano?» questo non potevo non chiederglielo. Dubito mi risponda “perché siamo una trappola per esorcisti clandestini”, ma non si sa mai.
Di nuovo, pausa di silenzio. «Un membro del clero indemoniato tende a creare scandalo. E Sua Santità tende a cercare di evitare gli scandali. Giustamente.»
La sua ombra si allunga, copre tutto il pezzo di corridoio che abbiamo percorso. Io salto di lato trattenendo il fiato quando mi passa tra le gambe. Sergio mi guarda con un’espressione inquisitrice, io gli mimo un “ne parliamo dopo” con le labbra.
«Hai voglia di tofu?» mi sussurra.
Ma Cristo. «Dopo. Ne parliamo dopo.»
Davanti a noi, Suor Agnese si volta e ci congela con un’alzata di sopracciglio. «Scusi.» sussurro. Ringrazio il cielo che non sia anche un collegio, questo posto, avrei pena degli studenti.
«Suor Scolastica è un'ottima madre superiora» continua Suor Agnese, come se l’interruzione non fosse mai avvenuta. Ha la vena della professoressa, davvero. «e soprattutto un'ottima cristiana. Quello che è successo è stato solo un incidente, non c'è ragione perché debba essere...» si blocca appena in tempo, ma so che i demoni hanno fatto ancora crescere la sua ombra. Sua Santità preferisce evitare gli scandali con ogni mezzo, eh?
Mi volto e vedo che il resto del corridoio è completamente nero. Due passi nemmeno e sei nell’oscurità più totale, non distinguo nemmeno le pareti.
Avrei preferito non guardare.
«Dov’è adesso, Suor Scolastica?» chiedo.
«Adesso? Non ne ho idea.» Suor Agnese si solleva la manica per guardare l’ora su un orologio da polso. «Tra qualche minuto, però, sarà qui.»
Davanti a noi c’è una porta a due battenti. Agnese la apre senza interrompere la camminata e, all’interno della stanza, una ventina di suore si alzano da tavola.
«Torna sempre per cena.»
Agnese prende posto all’estremità del lungo tavolo, e fa segno a me e Sergio di fare lo stesso. Ci ritroviamo stretti tra una donna che sembra sull’orlo di una crisi di nervi e una di forma praticamente sferica, che mi sorride.
«Sai, mi ricordi mio nipote.» mi dice. Oh, ti prego...
La suora nevrotica si allunga verso Agnese e mi guarda stralunata. «Sorella p-perdoni la franchezza ma credo che lui sia, s-sia... un...»
«Lui è qui per aiutarci. Ed è un nostro ospite.» la zittisce Agnese, stoica come la statua di una madonna. Un po’ mi sento di ringraziarla. «E poi anche Sergio è un demone, ma non ti ha mai dato fastidio.»
«Mi chiedo come mai.» mi sfugge. Sergio mi tira una gomitata sorridendo ad Agnese, che lo ignora.
La contabile chiude gli occhi e congiunge le mani, e così fanno anche le altre suore. Io imito, per rispetto, anche se mi sento un idiota.
«Prima di tutto, rendiamo grazie...» si interrompe all’inizio della preghiera, e le suore si guardano intorno preoccupate. In lontananza credo di sentire dei passi.
«@#@§*%$&#§§£$» afferma Suor Decimia.
Agnese aggrotta la fronte ancora più del normale. «Sì, hai ragione sorella Decimia. Puntuale come sempre.»
Io e Sergio ci scambiamo un’occhiata, non che ne abbia bisogno. Già ho allontanato la sedia dal tavolo, pronto ad alzarmi – mio malgrado, aggiungerei.
I passi si fanno sempre più vicini, le suore trattengono il fiato, la porta si apre e... entra un ammasso di vestiti semovente. Non che mi aspettassi chissà cosa, ma ero rimasto un attimo preso dalla suspence, così è deludente.
Un paio di guanti rosa litiga con la sciarpa a fiori, rivelando il viso rotondo e arrossato di una donna anziana, piccola e tonda come una biglia. Da sotto il cappello sorride alle suore.
«Ehi, indovinate chi ha vinto il torneo di palle di neve?» esclama la voce del demone, che si scuote la neve via dalle maniche del giubbotto con nonchalance, mentre continua ad avvicinarsi. «Okay, il più grande aveva dieci anni e potrei aver svolazzato un paio di volte... ma ehi, con la squadra che avevo, è un miracolo! Mi hanno dato tutte le caramelle, guardate.» fruga nella tasca con estrema concentrazione, e con espressione trionfante ne tira fuori un sacchetto bianco stropicciato, che mostra alle altre suore. Che per tutta risposta fissano l’indemoniata con un’espressione da funerale. «Ehm, perché mi guardate così?» L’espressione di trionfo diventa un sorrisetto nervoso sul volto di Suor Scolastica. Il demone si volta pian piano finché non incrocia il mio sguardo, e allora sussulta. Faccio spallucce.
«Eh, già.» confermo, e faccio per alzarmi. Il sorriso del demone sul volto di Suor Scolastica è cristallizzato dal terrore. Comincia a indietreggiare, pian piano... «Oh. Beh, credo proprio che io...» ...e poi tronca la frase caracollando fuori dalla stanza e richiudendosi la porta alle spalle con un tonfo. L’intera tavolata si volta a guardarmi. Mi sono bloccato a metà strada dal raggiungere la posizione eretta.
«Oh, non devo farlo sul serio vero?» l’inseguimento no, per favore. Sospiro. «So già che non mi pagherete abbastanza.» mormoro, e mi getto fuori dalla sala.
«Ehi!» urlo all’indemoniata, appena girato l’angolo. Come se serva a qualcosa. Le corro dietro cercando di non perderla di vista – ma quanto può correre veloce una vecchia suora?
Tanto, se è posseduta da un demone attaccato alla vita.
Scivolo sui pavimenti incerati e per poco non mi schianto contro la statua della madonna a una curva presa male. Questo posto è un labirinto mascherato da convento, mi sembra di essere in un videogioco.
Urlo al demone di fermarsi e quello in tutta risposta mi ribalta contro un mobiletto. Lo schivo – mi sorprendo anch’io dei miei riflessi – appiattendomi contro il muro, senza smettere di correre. Giurerei che i piedi di Suor Scolastica non tocchino il suolo. Continuo a seguirla scansando pezzi di mobilio lanciati a terra a mo’ di ostacoli – niente barili? Peccato. Salto, scivolo, per poco non sfondo una porta a vetri. Mi chino per evitare un quadro della vergine e inciampo in una tenda un po’ troppo lunga. Cerco di aggrapparmi alla stoffa ma metto piede su un tappeto di caramelle al limone, che mi fanno cadere dritto contro una porta semi-aperta. Urlo qualcosa – almeno credo di essere io ad urlare – e ruzzolo nel chiostro, oltre il portico, la faccia nella neve.
Okay, dov’è la telecamera nascosta?
«Ehi, ehi ascolta!»
Riesco ad alzarmi, e a sentire in un colpo solo il freddo e il dolore. Mi infilo le mani nella tasca della felpa e comincio a saltellare, cosa discretamente imbarazzante, ma dopo certe performance chi se ne preoccupa più?
Sollevo lo sguardo e, ferma in aria come un galleggiante, vedo Suor Scolastica. Beh, non pensavo certo mi avrebbe aspettato. E dicono che la cavalleria sia morta? Vedo messo peggio lo spirito di conservazione.
«Perché... perché cavolo sei lassù?» chiedo, i denti che mi battono per il freddo. Dalle ginocchia in giù non sento più niente.
«Lo dovrei chiedere io a te!»
«Come?» il mio respiro mi si cristallizza davanti alla faccia. Non dirmi che... «Non posso essere stato io anche questa volta!»
«Mi hai detto di fermarmi, e io mi sono fermato. Contro la mia volontà, te lo posso garantire, non sto giocando alle belle statuine – anche se, modestamente, sono un campione
Rimango a fissare il demone immobile nell’aria in una posa da scattista. Ho i vestiti completamente zuppi di neve sciolta, credo che se stessi facendo un bagno nell’artico avrei meno freddo. Faccio scivolare le braccia via dalle maniche della felpa, che rimangono vuote a penzolarmi lungo i fianchi, e le stringo al corpo cercando di disperdere meno calore possibile. Oh, Sergio, spero ti venga una polmonite fulminante.
«Non ricordo di aver detto niente del genere.» mormoro, battendo i denti.
«Sì invece. Più o meno tra il “Madonna maledetta” e “Giuro che queste caramelle te le faccio ingoiare tutte a forza”»
Oh, quindi ero davvero io ad urlare. Buono a sapersi, credo. Tra gli strati di tessuto, senza cambiare posa, Suor Scolastica mi sorride nervosamente.
«Senti, siamo tutti amici qui, no? Perché non mi lasci andare? Non lo faresti questo favore? Sei più dei nostri che dei loro, dovresti capirmi! E ci sono così tante cose che voglio fare, hai presente la Grande Muraglia? Come puoi morire senza aver visto la Grande Muraglia
«Che ti posso dire, compra una cartolina.» rispondo, secco. L’ho bloccato, ho effettivamente fermato un demone in fuga semplicemente ordinandogli di farlo. Prima implicazione: quindi dovrei essere in grado di ripetere la performance, no? Inspiro. «Mi spiace, ma devi uscire da Suor Scolastica, ehm...?»
«@#%&*» si presenta il demone.
Oh, suor Decimia, mi sorprendi! Avrei puntato sulla corte di Agnese, ma in effetti a quelli cosa serve un umano? Mi sembrano fin troppo in salute.
«Bene, ehm, demone. Devi uscire. Ora. Ora!» provo un’altra intonazione. Forse con un timbro più basso... «Ora? Succede niente?»
Il demone mi guarda con compatimento. Fantastico, ci mancava solo far pena a un demone per farmi sentire un inetto.
«No, ma forse è il balbettio.» mi incoraggia. «È normale che la tua faccia sia blu
Dubito seriamente. «Dammi solo un minuto.»
«Tranquillo, non vado da nessuna parte. Chissà perché.»


Sergio stringe la mano della suora grassa e di quella nevrotica. «No, tipo, non vi sembra un po’ l’ultima cena se mi metto così? Qualcuno ha una macchina fotografica?»
Sul serio, com’è che non lo stanno mettendo al rogo? «Ehi!» lo chiamo, e quasi si strozza quando mi vede.
«Ivan!» esclama «Ma come diavolo sei con-»
Non c’è tempo. Lo afferro per il bavero della maglietta e lo trascino in avanti, miracolosamente non rovesciando una bottiglia d’acqua. Sento gli occhi delle suore puntati su di noi. «Ehm, scusateci un attimo?».
Lo trascino in un angolo della stanza e, mani sulle spalle, lo costringo a chinarsi per avere i suoi occhi spaiati allo stesso livello dei miei. «Non... non ci riesco.» gli sussurro.
«Come non ci riesci?»
«Con poco impegno. Credo sia una dote naturale. Sul serio, missà che qualunque cosa sia che mi ha fatto esorcizzare la Kovarik vada a caso. Ti conviene inventarti qualcosa, perché dubito che finirà bene, sul serio.»
«Oh, andiamo, non puoi crollarmi adesso!» Sergio mi afferra le spalle e mi fissa implorante. «È solo la seconda volta e ne va della mia reputazione personale, questa è gente che conosco.»
Mi stacco dalla sua presa e gli punto l’indice al petto «Ti avevo detto che al primo casino smettevo, e tu avevi accettato. O sbaglio?»
«Okay, ma...»
Dal tavolo, un colpo di tosse ci zittisce. Agnese ci guarda con un sopracciglio inarcato. «Sapete, signori, che l’acustica di questa stanza è davvero ottima?»
Ora sì. Grazie mille.
Sorrido cercando di reprimere un misto di imbarazzo e auto-denigrazione. «Ehm. Stavamo solo... gli stavo dicendo che... va tutto alla grande. Alla grandissima. Qualcuno sa dove ho lasciato il giubbotto?»


«E poi c’è l’Australia. Dicono ci siano solo selvaggi e terre desolate, ma vuoi mettere salire su quella grossa pietra? Quella rossa. L’ho vista su una rivista comesichiama.»
«Molto interessante, sono certo sarà un viaggio fantastico, ora puoi uscire dal corpo di suor Scolastica?»
«E poi, dopo aver fatto parapendio sulle Ande, potrò riposarmi su una spiaggia di qualche località tropicale... e poi visitare la Regina d’Islanda.»
«La Regina non aspetta altro. Ora esci.»
«Dopodiché...!»
Sospiro e mi infilo le mani tra i capelli, rimanendo con la testa ciondolante. Sono seduto sul muretto del portico, a meno trenta, a ripetere la stessa cosa, ogni volta inutilmente. Ormai ho anche perso la voglia di provarci, preferivo essere pestato stile Kovarik. Almeno avrei fatto qualcosa.
Sento dei passi dietro di me e mi volto quel tanto che basta per vedere suor Decimia, sempre con il suo rugoso sorriso senile. Ha in mano un vassoio con dei bicchierini da shot.
Il momento del digestivo? Ci sono molte cose che non so sulle suore. O meglio, che non sapevo.
«@#$£%§ç&#[@$%&£^@ç§?» mi chiede la suora, spingendomi il vassoio praticamente contro. In questo caso un traduttore non serve.
«Ehm, grazie, ma non so se sia il caso...»
«...e vedere la Città Proibita e cavalcare un bisonte e...»
«Ne prendo due.»
Butto giù il liquore e nemmeno sento il sapore, mi basta la sensazione di calore che mi dà in gola e nello stomaco. Ne prendo un altro e riacquisto la sensibilità alle mani. Suor Decimia santa subito.
La vecchia appoggia il vassoio accanto a me e mi batte una mano sulla spalla. «§@#§$£#*§»
«Non ho idea di cosa tu abbia detto. E tu non hai idea di quello che sto dicendo io. Non ti siedi?»
«@°*§$%&¬#ç» mi risponde suor Decimia, rimanendo in piedi come un corvo nella neve.
«Già, chiaro. Era molto buono, comunque.» indico il vassoio, nella vana speranza di una conversazione non verbale. Suor Decimia mi batte ancora sulla spalla. Tentativo fallito.
Mi volto di nuovo a guardare il demone fintanto che l’effetto benefico del liquore rimane. Il corpo della madre superiora continua ad essere bloccato a mezz’aria, congelato nell’atto di correre. Solo la sciarpa si muove sconsolata al vento. La sciarpa e la bocca, il demone continua a blaterare. Non ho un orologio e ne sono felice, non ho il coraggio di sapere che ore siano. Da quanto starò sprecando tempo?
«E’ solo che non lo so, suor Decimia.» mormoro, ignorando il monologo davanti a me. Infilo le mani nelle tasche del giubbotto e soffio davanti a me. Guardo pigramente il mio fiato condensarsi. «Sono riuscito a lasciarlo bloccato lì senza nemmeno rendermene conto, e poi quando ci provo volontariamente succede meno che niente.»
«@*]#@&%$#@[%&£2§§»
«La tua saggezza è illuminante.»
Rimango in silenzio per, quanto, un minuto? E suor Decimia non se ne va. Sembra non sentire il freddo o la stanchezza, e sorride, come aspettando qualcosa. Come aspettando che io faccia qualcosa.
Forse sto solo proiettando le mie ansie su di lei.
O forse è davvero in attesa. Dopotutto stiamo parlando di una vecchia suora che mi viene a offrire un vassoio di liquore e, se ho ben interpretato la prima conversazione con Sergio, ha l’hobby della caccia al fagiano. Non sarebbe la cosa più strana, ecco.
Ed ha ragione. «Sai, sorella Decimia? Hai ragione, madonna santa! E fortuna che non puoi sentirmi.» ha ragione ad aspettare che io faccia qualcosa. Devo fare qualcosa, non posso stare qui a ripetere a pappagallo nella speranza che prima o poi funzioni, questa situazione di stallo è ridicola. E frustrante. Ci provo un’ultima volta, e se non succede niente torno da Sergio e glielo dico chiaro e tondo che... beh, che non succede niente. E fine dei giochi.
Almeno per questa sera.
Mi alzo in piedi e faccio per muovere un passo. No, un attimo. Prendo un altro bicchierino e lo svuoto.
Ecco, ora muovo un passo. Cammino nella neve del chiostro, verso la levitante suor Scolastica. Devo aver messo in allarme il demone, facendo così, perché quando sono davanti a lui –tecnicamente sotto di lui – vedo che il volto della sua ospite propaga agitazione da ogni poro. Il demone riesce comunque a esibire un sorriso giusto un po’ troppo nervoso.
«Sai cosa?» squittisce. «Sai cosa? Dico che dovresti farti un attimo un esame di coscienza. Non voglio fare del male a nessuno, voglio solo girare il mondo prima di tornare nel posto da dove sono venuto... ovunque sia. E poi arrivi tu, e decidi di farmi morire prima di poter realizzare i miei sogni di quattro giorni e mezzo. Non mi sembra giusto!»
Non sono mai stato un grande fan dei conflitti morali, ho una personalità più pragmatica. «Beh, benvenuto nel mondo, dove la giustizia è un dato non pervenuto.» lo freddo. Strana cosa, da dire proprio a un demone, tra l’altro.
«Voglio solo vivere un po’ di più, andiamo, ti pare una cosa così bastarda? Eh? Amico?»
«@#]§*@#£$%#&%» risponde suor Decimia per me.
«Concordo con la signora Decimia.»
Il demone ha uno spasmo, fa saettare gli occhi della madre superiora a destra e sinistra come cercando aiuto. «Ma ha detto “mi piacciono le rape cotte”!»
«Beh, magari sono più buone di quanto uno pensi. E ora, per favore, esci da suor Scolastica.»



Le parole mi arrivano su due livelli diversi. Silenzio, è come se non pronunciassi suoni, ma li ritagliassi dallo spazio. Non sono nemmeno sicuro qualcuno possa sentire quello che ho appena detto, lo avverto solo come un rimbombo nella mia testa, come se stessi parlando al contrario e le parole mi entrassero dalla bocca invece che uscirne.
Partono come qualcosa di caldo alla bocca dello stomaco, che poi dilaga nel petto – spero non sia un effetto a scoppio ritardato dell’alcol.
Ed è successo di nuovo per caso, ma meno per caso delle volte precedenti, perché ora mi sono reso conto di averlo fatto e credo proprio di riuscire a rifarlo.
Indietreggio di qualche passo, perché la madre superiora sopra di me ha cominciato a contorcersi. Se non fossi stato del tutto sicuro di esserci riuscito mi sarebbe bastato guardare la faccia del demone.
«Cosa sta succedendo?» urla, del tutto terrorizzato.
Mi schiarisco la gola. «Indov-ehm, Indovina.»
Lo ripeto, ed è così semplice riuscirci che mi fa incavolare. Basta ripensare alla sensazione che dà e nemmeno ragionarci, è come respirare. Grazie all’Illuminazione che sceglie sempre il momento più idiota per arrivare, non poteva risparmiarmi i minuti al freddo di prima?
Mi strofino le mani per scaldarle e, sguardo in alto, mi godo lo spettacolo. Suor Scolastica si contorce ancora per un po’, poi tossisce una nuvola di fumo nero. Il corpo perde immediatamente vitalità, rimane in aria come un palloncino in balìa del vento, mentre il demone... il demone saetta spaesato di qua e di là. Si gonfia, sbuffa e scende in picchiata, così all’improvviso da farmi fare un salto all’indietro. Si sparge come una colata di fumo nero sul chiostro, sferzandomi le gambe, ma prima di sfiorare anche solo una colonna svanisce.
«Volevo vedere le piramidi...amidi...di...di» rimane un debole eco, prima di scomparire anch’esso in una nera nuvola di sogni infranti. Il corpo di Suor Scolastica svolazza per qualche secondo come una piuma al vento prima di cadere come, beh, come un corpo a terra. Mi getto in avanti giusto in tempo per evitare una pessima conclusione e rimango, ginocchia dieci centimetri nella neve, a fissare la vecchia che ho tra le braccia. Sembra dormire placida come una di quelle nonnine da cartolina, un’adorabile nonnina da cartolina appena posseduta dal demonio. Quand’è che i lupi sono andati fuori moda?
Provo ad alzarmi e per poco non scivolo dritto nella fontana, madre superiora appresso. Cerco suor Decimia con lo sguardo, non ho mai fumato una canna ma credo che il risultato sia più o meno come mi sento adesso. «Suor Decim-ehm-ia, può chiamare qualcuno per favore? Non so, che portino coperte o... cose del genere?» e un altro bicchiere di quel liquore per me, per favore.
A fronte di certe situazioni, anche le barriere linguistiche cadono inermi. Suor Decimia mi regala uno dei suoi sorrisi senili e corre verso il convento, strisciando il vestito nero sulla neve.
Io mi concedo ancora due secondi per recuperare l’equilibrio e Suor Scolastica inizia a russare. Okay credo sia il momento di entrare e liberarmene. «Felice di sentire che sta bene, madre.» mormoro. E poi, appena mi lascio il prato innevato alle spalle, mi fermo giusto un attimo.
«Riesco, riesco a farlo ancora? Sì. Okay. Grande.»
Giusto per essere sicuri.


«Quindi va tutto bene?»
Suor Agnese, avvolta in un cappotto grigio, mi sta accompagnando all’uscita. Dietro di lei, chiazze di buio ancora più buio mi avvertono della presenza dei demoni. Una macchia nera si estende fino a oscurare un pezzo di cielo. Spero vivamente sia solo un brutto effetto della prospettiva.
«Sembra stare anche meglio di prima.» mi risponde, non un accenno di sollievo nemmeno a scavare. L’allegria su due gambe, questa donna. «Nonostante senta l’impellente bisogno di andare in Egitto, stranamente.»
Tossisco. «Ehm, già. Per il pagamento?» glissata di classe, non c’è che dire. Agnese si ferma, infastidita – o meglio, più infastidita del solito. Fruga nelle tasche del cappotto e ne estrae un mazzetto di banconote sciupate, che mi tende con una mano guantata. Ad occhio sono meno di quelle dei Kovarik, molto meno. Non che la cosa mi sorprenda devo dire.
«Questa è la somma che ho pattuito con Sergio.»
Mi fido. «Grazie.»
Non mi muovo, tanto le chiavi della macchina le ha Sergio, che in questo momento starà facendo celebrare un matrimonio da suor Decimia tra lui e una confettura di corbezzoli, o qualcosa del genere. Io e Agnese rimaniamo a fissarci in silenzio. O meglio, lei mi fissa e io mi fisso le scarpe sentendomi un bambino molto maleducato.
Si è sollevato un leggero vento, intanto, che – oltre a finirmi in modo veramente adorabile lungo il collo e fin sotto il giubbotto – solleva la neve diventata polverosa e fa sibilare i rami degli alberi. Quei sibili mi giungono quasi come delle voci. Forse lo sono davvero.
A ben pensarci... sollevo un attimo lo sguardo verso Agnese, la luce della luna e la neve intorno a noi le scavano la pelle bianca, sembra un fantasma. Dietro di lei, le ombre si allungano verso il bosco e verso il cielo, nette contro il bianco...
I sibili sembrano decisamente parole ora, ma non riesco a comprenderle.
Non ho idea di cosa i demoni stiano dicendo, ma dubito siano cose affettuose. «Agnese, senta...» comincio, e non so davvero come continuare. “Lo sa che ha mezzo inferno alle spalle?” Non mi sembra una grande idea. Ho provato a dire a quei demoni di andarsene, appena rientrato, ma si sono limitati a sogghignarmi contro. In compenso se ne sono andati un paio di demonietti innocui che rubavano le briciole sotto ai tavoli...
Fisso la suora, che mi fissa di rimando con un sopracciglio inarcato. Al diavolo, tentar non nuoce. «Credo che sia nei gu-»
«Oh Ivan!» la voce di Sergio mi interrompe. Gran bel tempismo per ripresentarti, davvero. Mi sporgo di lato oltre Agnese e lo vedo trotterellare verso di noi con due scatole sotto braccio e un’espressione di beatitudine pura stampata in faccia. «Oh, ti prego...»
«Renditi utile e apri la macchina, la chiave è nella tasca destra della giacca – tranquillo, non ci sono viscide creature di dimensioni sotterranee dentro.» mi dice, appena mi è vicino. Poi si volta verso la suora. «Ah, Agnese! Conti fatti, dunque?»
«Sì, mentre tu eri occupato a svaligiare la cantina del convento a quanto pare.» mormoro, prendendo la chiave. Sergio continua a saltellare in avanti, irradiando soddisfazione.
«Le occasioni vanno colte al volo, carpe diem Ivan! Agnese, se c’è qualche problema con la superiora chiamami, che mando subito il nostro cosacco, qui.»
Il “cosacco” poteva risparmiarselo, davvero. Dovrei chiedergli quanti di quei bicchierini ha bevuto, lui. Ma non sono certo di voler sapere la risposta, e io non sarei più idoneo di lui a guidare – pensiero sconfortante da ogni punto di vista.
Suor Agnese si limita a sollevare una mano in saluto. Guardo ancora i demoni dietro di lei, e i demoni ricambiano il mio sguardo. «Si riguardi, ehm, signora. Davvero. Per favore, si riguardi.» riesco a dire, mentre mi allontano dietro Sergio.
Ma dubito la suora abbia capito.
Demoni by Fra Tac
Author's Notes:
Capitolo che riesce ad essere sia inutile che necessario come ponte, quindi boh. Ho sentimenti contrastanti verso il prodotto finale, ma non mi dispiace del tutto - spero non vi annoi troppo, nel prossimo (che mi affretto a postare) c'è una svolta.
Ho approfittato della relativa inutilità intrinseca del capitolo per esercitarmi nel raccontato e vedere quanto in là posso spingere... in linea teorica non dovrebbero esserci problemi con la prima persona al passato, ma non so per la prima al presente! quindi fatemi sapere.
Eh, beh, buona lettura spero :'D
CAPITOLO 5: DEMONI


Il vantaggio più immediato del mio nuovo potere, chiamiamolo così, è senza dubbio il notevole risparmio sui biscotti.
«Allora ragazzi, parliamo un po'
I demoni si avvicinano al mio letto, appoggiandosi appena alle lenzuola. Il Diario giace inutilizzato sulla scrivania, ormai credo non mi serva più – e comunque riguardo a quello che mi preme sapere ora non c'era scritto niente di utile.
«Io una volta ho visto una rana.» uno dei demoni prende l'ordine un po' troppo alla lettera.
Roteo gli occhi. «Intendevo dire che io vi faccio le domande e voi rispondete.» ete... ete... ete... devo fare qualcosa per il rimbombo che sento ogni volta che parlo così.
«Oh. E sii più specifico!»
«Sapete qualcosa su demoni...» annaspo, cercando un modo per descrivere la cricca di Agnese «...diversi da voi? Silenziosi, più grandi, più solidi?» Che non riesco a controllare?
I demoni si guardano tra di loro, poi tornano a fissarmi. «Sì.»
Oh, ma per favore... «Potete dirmi quello che sapete? No aspettate, qui si torna d'accapo... ditemi quello che sapete.»
I demoni si scambiano delle occhiate confuse, sembrano a disagio.
«Sta parlando dei settantadue secondo te?» cominciano a confabulare.
«Dei piani alti? Stai parlando dei piani alti?»
«Diversi son diversi... solidi son solidi.
»
Qualcuno si schiarisce la voce. «Puoi darci una descrizione più accurata?»
La darei, se ci fosse qualcosa da descrivere. «Sono neri, alti... neri.»
Uno dei demoni in prima fila si sporge verso il vicino, coprendosi la bocca con una piccola mano. «Non diventerà mai un poeta.»
Beh, grazie.
«Ma non sono loro, loro lui li descriverebbe meglio.» sussurra l’altro, in risposta al compagno, prima di rivolgersi a me. «Missà che hai visto solo demoni come noi, ma un po' più forti.»
«Beh, grazie per aver ribadito l’ovvio.» ignoro i vari “prego!” e mi volto. «MadonnaESanti, questo non te lo devi appuntare, è inutile.»
Il minuscolo demone seduto sul mio cuscino sobbalza, facendo cadere la penna che teneva con la coda. «Sì signo’, ricevuto signo’.» squittisce.
Altro vantaggio di questo potere, servitù gratis. Non che ne abbia davvero bisogno, ma la mia parte più infantile lo trova divertente.
Torno a rivolgermi agli altri demoni «E invece chi sono questi “loro”?.» ...oro...oro...oro... grazie, strana eco nella mia testa, hai senza dubbio aggiunto notevole pathos a questa domanda.
I demoni si guardano di nuovo intorno, ancora a disagio. «Beh, loro...» mormora uno, seguito poi in coro da tutte le altre voci. «loro sono Loro.» riesco praticamente a sentire la L maiuscola.
Appoggio la guancia a una mano. «Beh, almeno logicamente è ineccepibile.» sospiro. La conversazione più inutile della mia vita.


Devo decidere come spendere i miei soldi.
Quelli di questi due esorcismi bastano e avanzano per un nuovo computer, ad esempio. Mi servirebbe un nuovo computer, quello che ho adesso ancora un po’ più vecchio e va a carbone. Ogni volta che lo accendo sembra regredire sulla scala della tecnologia, fra poco diventerà una macchina da scrivere e poi un abaco.
Detesto il mio computer.
O forse dovrei metterli da parte, i soldi? No, quello dell’esorcista clandestino non è una lavoro che si presta a investimenti a lungo termine.
E computer sia, quindi. Domani se vado presto a quel negozio di elettronica sulla Karlova...
«Ehi, Ivan!»
Mi volto verso l’ingresso, strappato brutalmente ai miei vagheggiamenti. «Oh, no.» sono passati tre giorni dall’ultima volta che ho visto Sergio, appena dopo la faccenda delle suore. «Non è statisticamente possibile abbiamo un altro lavoro, dai.»
Sergio si chiude la porta del negozio alle spalle e mi sorride. «Primo, non sarò certo io a sottostare alle inique leggi della matematica. E secondo, deve per forza esserci il lavoro di mezzo se voglio salutare un amico?»
Mi volto per guardare alle mie spalle. «Non ho visto entrare nessun altro, qui» constato, dando alla mia voce un tono incredulo. Scontato, ma non ho resistito.
Sergio mi lancia uno sguardo di compatimento, mentre si passa da una mano all’altra un uovo fabergé che ha preso da uno scaffale, come se fosse una pallina da ping-pong. «Smettila, so che in realtà mi adori.»
«Come adorerei che evitassi di giocare con cose che tecnicamente sarebbero in vendita.» se qualcuno le volesse. Seriamente, mi sorprendo di come Hans non abbia ancora chiuso bottega lasciandomi disoccupato. Beh, legalmente disoccupato.
Sergio rimette l’uovo al suo legittimo e sicuro posto, delicatamente grazie al cielo. «Stavo giusto passando di qui, in realtà» esordisce così, dal nulla «e ho pensato “ehi, magari faccio un salto da Ivan e gli offro qualcosa da bere e parliamo di un paio di questioni.”»
Un paio di questioni, eh? «Non avevi detto che non doveva esserci sempre di mezzo il lavoro, se volevi salutare?»
«Ma mica parlavo di questo caso specifico.» Sorride e allunga le braccia verso la porta, simulando un mezzo inchino, come fosse un valletto «Allora?»
Guardo l’ora sul display del cellulare. Hans sarà ancora da qualche parte con la signora Papadopoulos, alla scoperta dell’amore trent’anni in ritardo. E la compagnia di Sergio è di gran lunga preferibile a un pomeriggio di nulla – il che è tutto dire.
«Okay, andiamo.»
Un cartellino con scritto “torno subito” opportunamente appeso, qualche metro e pochi minuti più tardi, io e Sergio siamo seduti uno di fronte all’altro, al tavolo di un bar quasi del tutto vuoto.
Prendo qualche sorso di birra mentre Sergio inizia a parlare, la voce in parte coperta dalla musica – terribile – che satura il locale. «Dobbiamo pensare un attimo ai prossimi esorcismi – no, tranquillo, non ce ne sono in programma – però ora che sai fare quello che sai fare ci sono un paio di problemi in sospeso da sistemare.»
Stacco appena le labbra dal bordo del bicchiere. «Che problemi, scusa?» gli avevo spiegato che avevo capito come riuscire a controllare i demoni durante il viaggio di ritorno dal convento. Certo, né io né lui eravamo nel pieno delle nostre facoltà di intendere e di volere, ma mi sembrava di essere stato abbastanza chiaro.
Appoggio il bicchiere al tavolo. «I demoni continuano a fare qualunque cosa gli ordini. Facile, veloce, pulito.» Certo, a meno che non siano i demoni stile Agnese. Ma non mi pare il caso di menzionarli: vent’anni che vedo demoni e quelli super-potenti mi capitano solo adesso? Direi che le probabilità sono dalla mia parte, dovrei avere veramente una sfiga pazzesca per incontrarne uno durante un esorcismo. Anche se, in effetti, ho avuto fin troppa fortuna ultimamente...
Oh, no, per carità. Non mi diventare superstizioso, Ivan.
«Ah, è proprio questo il problema!» Sergio mi strappa dai miei ragionamenti battendo una mano sul tavolo. Fa tremare il suo bicchiere e trasalire me.
«Piano, dannazione.» sibilo, lanciando uno sguardo alla cameriera, che però continua a guardarsi le unghie con espressione vacua, appoggiata al bancone.
«E’ troppo veloce, facile e pulito. Dobbiamo metterci dentro qualcosa di teatrale, di spettacolare.» continua Sergio, sorrido come un invasato. Beh, lui di certo una vena teatrale ce l’ha. Ma anche tutto il sistema circolatorio. «Fortunatamente il fatto che ti sia così semplice esorcizzare qualcuno aiuta. Possiamo concentrarci sulla... magia. L’atmosfera. E la credibilità. Tutto quello che, diciamoci la verità, abbiamo completamente tralasciato con i Kovarik. Per forza di cose, certo, ma ora non abbiamo più scusanti. La gente non si aspetta qualcosa di pulito, per un esorcismo, Ivan! C’è la parte dello spettacolo che dobbiamo approfondire.»
Spettacolo? «Strano, e io che pensavo fosse sufficiente che gli salvassi i cari dalla possessione del demonio.» commento.
Sergio risponde con un gesto della mano e un sospiro sarcastico. «Oh, l’ingenuità!»
Signore, dammi pazienza. «E come vorresti renderli spettacolari, di grazia, gli esorcismi? Che poi, per inciso, sono abbastanza scenografici già di loro, ti posso assicurare... il problema è che voi non potete vedere i demoni. Né sentirli. Posso anche ordinare al demone di fare un balletto – prima di crepare – ma sarebbe abbastanza inut-»
«Aaah, stop.» Sergio mi interrompe, sollevando una mano, e inizia a frugare nelle tasche dei jeans con l’altra. Ne estrae una specie di biglia bluastra e lucida, che mi mostra tenendola tra indice e pollice. «Non ho parlato di magia a caso, prima.» sogghigna, e io so che sta per fare qualcosa di stupido.
E lo fa.
Getta la biglia sul tavolo e questa esplode in una nuvola nera in miniatura, che prende la forma di un volto demoniaco e cornuto, dagli occhi rossi e la bocca fiammeggiante, che ride e ruggisce prima di esaurirsi in una vampata azzurro elettrico.
Grazie al Dio dei CD rock in quel momento era partito un assolo di batteria. Prego però che nessuno abbia visto quella... roba.
Sposto raggelato lo sguardo su Sergio, che mi sorride come un gatto da dietro il fumo, che ancora si sta diradando, il mento appoggiato alle mani incrociate.
«Allora» mi dice «quando iniziamo le prove?»


E ho accettato. Ho accettato di passare due settimane di notti in bianco per mettere in scena il tuo teatrino. Ho imparato ad usare quelle biglie fatte chissà come da Jerard, ho pure studiato a memoria passi della Bibbia – i Salmi, quei dannati Salmi! – e in tutta coscienza non posso dire nemmeno che, alla fine, mi sia dispiaciuto del tutto. Non per la parte della Bibbia, s’intende.
Ho finito con il sopportarti – così come si sopporterebbe una calamità naturale su cui non si ha alcun controllo – e certe volte è stato anche divertente, però... però semplicemente non puoi chiamarmi alle tre del mattino, quando finalmente posso dormire tutta la notte.
Non puoi.
Affondo la faccia nel cuscino e mi raggomitolo sul materasso, tirandomi le coperte fin sopra la testa per soffocare il rumore della suoneria. Inutile.
Ho una mezza idea di lasciare suonare il telefono, ma quella dannata suoneria sembra durare in eterno. Allungo un braccio – l’azione più faticosa di tutta la mia vita – e prendo il dannato cellulare.
«Shniodssndfuinhìshdhh» ho la bocca impastata dal sonno, non riesco ad articolare niente di più comprensibile.
«Ehi, buongiorno!» la voce di Sergio mi arriva come se provenisse da un altro fuso orario. Troppo energica. Allegra in un modo che dovrebbe essere criminale a quest’ora della notte.
«Hai una fottutissima idea di che fottutissime ore siano?»
«Uh, alzati con il piede sbagliato, stamattina?»
«Sono le cazzo di tre di notte. Non è mattina. Non per me. Stavo dormendo. Mi hai svegliato. Alle tre di notte. Fai i conti.»
Mi strofino gli occhi e mi metto seduto sul letto, mentre Sergio mi risponde. Tanto ormai col cavolo che mi riaddormento.
«Bisogna afferrare le occasioni quando si presentano, il lavoro ci chiama. Preparati e scendi, sono davanti a casa tua.»
«E’ ridicolo...»
«Se non scendi salgo io e ti trascino a forza. E sai che lo farei.»
Provaci. Provaci... «Arrivo tra cinque minuti.»
Tre me ne servono solo per impormi di scendere dal letto. Mi infilo i primi vestiti che trovo e ho addirittura la prontezza di indossare sopra la talare.
Spero che le pillole che mia madre ha preso per dormire siano veramente efficaci come le pubblicizzano. Mi fermo giusto un attimo davanti alla sua camera, per controllare che stia dormendo, prima di uscire dall’appartamento e scendere le scale per pura forza di gravità.
Appena apro la porta del palazzo vedo la macchina di Sergio, esattamente sotto al lampione. Lui
mi aspetta lì di fianco, con il solito sorriso e due bicchieri pieni di caffè in mano. Li prendo entrambi senza dirgli niente e mi lascio cadere sul sedile del passeggero.
«Spero dentro ci siano delle amfetamine.» gli dico, quando partiamo. Per come mi sento il caffè da solo potrebbe funzionare da camomilla.
«Forse avrei dovuto mettercele. Hai un aspetto terribile.»
«Chissà perché.» prendo un grande sorso, provocandomi un’ustione di terzo grado al palato. Almeno mi sveglia un po’. «E adesso spiegami perché sono qui e non in piena fase REM nel mio letto.» Mi passo una mano sul volto, la luce dei lampioni mi dà fastidio agli occhi. «Cristo.»
«Senti, lo so che è un orario improponibile, però ci è arrivata una chiamata d’emergenza.»
«Chiamata?»
«Intendo... Jerard stava sbirciando qua e là con i suoi abracadabrasferedicristallo e ha beccato proprio il momento esatto del fattaccio. E beh, prova a dire che passiamo domani a una ragazzina terrorizzata.»
«Ragazzina? Padre o fratello?» azzardo.
«Amico. Almeno, da che si è capito, visto che aveva due idranti al posto dei condotti lacrimali. Non era esattamente chiarissimo quello che diceva.» Sergio fa spallucce «A quanto pare hanno provato a giocare ai satanisti, evocare il Diavolo e cose così, ed è andata male.»
«Oh, grandioso!» getto indietro la testa e libero tutta la mia irritazione in un lungo, lungo sospiro. Satanisti della domenica. «Li detesto, quelli. Peggio dei preti o delle vecchiette che si fanno il segno della croce quando cammini di fianco a loro.»
Sergio fischia. «Accusa pesante!»
«Prova a passare un mese a essere fermato da un gruppo di quindicenni metallari, che ogni volta che ti vedono per strada sentono il bisogno di chiederti cose come: “tipo, cioè, ma tu ci parli mai con Satana?”. Seriamente.» chiudo gli occhi «Come se esistesse, poi.»
«Prego? Ho capito bene, non credi al Diavolo? Tu tra tutte le persone?»
«Appunto, io. Senti, i demoni... tu non puoi vederli, ma io sì e fidati: non sono come la religione li dipinge. Non sono nemmeno cattivi in senso stretto, più che altro una manica di bastardi senza speranza. Il Diavolo e tutti gli altri superdemoni...» faccio spallucce «nah, quelle sono favole da bambini.»
«E lo pensi sul serio, eh?»
«Beh... lo so.»
Sergio scoppia a ridere. «Okay, questa... questa è una coincidenza dannatamente divertente.»
«Cosa?»
«Ah, vedrai.» si limita a dirmi, facendomi l’occhiolino. «Comunque, siamo arrivati.»
Sospiro. «Grande. Facciamola veloce.»


E veloce è stato. La ragazza avrà avuto non più di quattordici anni. Ridicolo vestito nero e tre chili di eye-liner a rigarle le guance – e l’amico non era messo meglio, anzi, avevo idea che la possessione fosse solo una miglioria rispetto alla situazione al naturale. Ma la piccola era terrorizzata a dir poco, un po’ mi è dispiaciuto quando mi ha praticamente gettato addosso i soldi fregati ai genitori, balbettando ringraziamenti.
«Non è che avresti potuto metterci un po’ più di cuore?»
Mi sfilo la talare e mi volto verso Sergio. Sta mettendo in moto. «Prego? Ho fatto tutto benissimo. Ho pure usato quelle stupide biglie pirotecniche. La ragazzina a momenti mi applaudiva, sul serio.»
«Ma sulla parte recitativa sei stato scarso. Andiamo, potevi buttarci giù qualche, non so, lotta con il demone. Più energia, ecco.»
Energia? Non posso farne a meno, mi scappa una risata. «Spero tu sia ironico.»
Appoggio la testa al finestrino, lasciando vagare lo sguardo sulla strada. Mi ci vuole poco per capire che non stiamo tornando indietro.
Mi volto verso Sergio, che fissa la strada con aria troppo innocente. «Ehi, dove stiamo andando?»
Si stringe nelle spalle. «Beh, un’amica mi ha chiesto un favore...»
Fuori dal finestrino vedo scorrere, nere, le mura del cimitero.
Del cimitero.


«Dì un po’, questa tua amica da quanto è morta?»
Sergio fischia. «Cominciamo con le domande difficili.»
Davanti a noi, il cancello del cimitero monumentale si staglia contro la notte. Riesco a intravedere le vecchie lapidi tra le inferriate, illuminate dalla luce della torcia che mi ha dato Sergio, e i mausolei seminascosti dai cipressi.
«E’ la custode, lei. Faceva anche la becchina, prima che qui non ci seppellissero più nessuno.»
Non provo nemmeno a immaginare quanto sia vecchia. «Certo che conosci un sacco di gente interessante, eh.»
Sergio sogghigna. «Oh, non hai idea.» si avvicina al cancello, afferra una delle sbarre e tira.
Non succede nulla. Prova a tirare di nuovo con l’unico risultato di fare un rumore terribile e quasi dislocarsi una spalla. Tossisce. «Temo sia chiuso.»
Sorrido. «No, davvero?» mentre lo dico sposto il fascio di luce verso la catena che tiene chiusi i due battenti. Sergio fa una smorfia.
«Grandioso, e dire che l’avevo avvertita saremmo venuti stanotte. Credo.» solleva il volto, passandosi una mano tra i capelli. Io intanto prendo il lucchetto in una mano e lo soppeso.
Sergio analizza il cancello con sguardo critico. «Okay, forse dovrei essere in grado di scavalcarlo, con una discreta rincorsa e se tu mi fai da trampolino...»
Stringo la presa intorno al lucchetto. Lo sento accartocciarsi e rompersi tra le mie dita. Lascio cadere i resti con un’alzata di sopracciglia sufficientemente eloquente.
Sergio mi fissa per qualche secondo, poi si schiarisce la voce. «Oppure potremmo usare la tua forza sovrumana per rompere il lucchetto, togliere la catena ed entrare. Era la mia seconda ipotesi.»
Apro il cancello appena appoggiandomi contro le sbarre. I cardini cigolano – in linea con l’atmosfera direi.
«Chiaramente.»
«Non l’ho detto subito perché dall’alto del mio senso civico sono restio a danneggiare oggetti pubblici.»
Il signor Cittadino Del Mese entra a passo sostenuto, come se stesse facendo un’allegra passeggiata in campagna anziché in un camposanto. Io lo seguo giusto un po’ meno entusiasta, tenendo la torcia puntata sul sentiero di ghiaia.
Il cono di luce illumina le lapidi più vicine. Allunga le ombre sulle statue, scava i drappeggi, deforma i lineamenti scolpiti nella pietra, ormai rovinata dal muschio e dalla pioggia. Più che angeli e madonne sembrano un esercito di zombie, e le mani protese verso di me in un gesto di preghiera peggiorano solo la situazione.
Non mi sono mai considerato suggestionabile, ma un cimitero monumentale nel pieno della notte non farebbe alcun effetto solo a due tipi di persone: gli idioti e i morti che nel cimitero ci sono seppelliti.
Mi schiarisco la voce. «Quindi, qual è il problema stavolta?»
«Ha detto che c’è un demone che infesta il cimitero. Non so se questo sia possibile...»
«Beh, non impossibile.» Posto che sia un demone abbastanza forte per rimanere fuori da una persona, ma non abbastanza per essere autosufficiente. E visto che i demoni si nutrono anche di sentimenti e pensieri negativi... beh, quale posto migliore di un cimitero pieno di parenti affranti e melanconici? Certo, dovrebbe essere anche un cimitero in cui seppelliscono ancora qualcuno...
«...ma ho pensato» continua Sergio «già che siamo fuori per un esorcismo, passiamo a darle una mano.»
«Perché il sonno è per i deboli, immagino.»
Oltrepassiamo un mausoleo e un piccolo gruppo di cipressi, per ritrovarci davanti a una minuscola casetta, di quelle che potrebbero vendere ai negozi di hobbistica come gazebo da giardino. Spengo la torcia, la luce che filtra dalle finestre è sufficiente. Una vecchietta arzilla, o forse, considerando l’ora, mattiniera.
Non posso credere che qualcuno possa veramente vivere all’interno di un cimitero. Non pensavo nemmeno fosse legale, ma evidentemente...
Bel panorama intorno, comunque.
Sergio bussa sulla porta di legno. «Ehi Vicky, siamo noi.» chiama.
«Noi chi?» strano, la voce che risponde non sembra proprio quella di una vecchia...
«Disinfestazione demoni.»
La porta si apre appena Sergio finisce di parlare. Nella cornice compare una ragazza poco più bassa di me, con lisci capelli neri stretti in due trecce che le cadono ai lati del volto pallido. È anche abbastanza carina, in una maniera un po’ spigolosa e pericolosamente tendente all’anoressia.
Ma, soprattutto, non dimostra più di venticinque anni.
«Sei Ivan, giusto?» mi chiede. Sembra sorpresa quanto me.
Annuisco e le stringo la mano. È gelida, ma visto che indossa solo un vestito senza maniche e un paio di pantofole non è troppo sorprendente.
Non può essere lei la custode. O ha scoperto la fonte dell’eterna giovinezza o... beh, potrebbe essere anche lei un mezzo-demone in effetti. Però non c’è niente di anomalo nel suo aspetto, a parte forse la magrezza. Mi volto verso Sergio, in cerca di spiegazioni, ma lui si limita a circondare le spalle della ragazza con un braccio e a fissarmi con un sorriso divertito.
«Sai, Vicky» dice «Il nostro Ivan, qui, stanotte ha detto che il Diavolo non esiste.»
Vicky sgrana gli occhi e lascia la mia mano con un sobbalzo. Si volta verso Sergio. «Sul serio?» ha un tono che mi fa pensare possa scoppiare a ridere da un momento all’altro.
«Ha detto che sono favole per bambini, cito testualmente.»
«Favole per bambini!»
Sia Sergio che Vicky si voltano a guardarmi, in una maniera che mi fa sentire come l’idiota che è andato a una festa in maschera con jeans e maglietta.
«Okay, che sta succedendo?» chiedo.
Vicky si chiude la porta di casa alle spalle. «Seguimi.» mi dice, prima di sparire dietro la casa, ancora con addosso solo pantofole e vestito.
Mi volto verso Sergio di nuovo, sperando mi spieghi qualcosa. Speranza mal riposta. Si limita a rivolgermi un sorrisetto e trotterellare dietro Vicky.
Aggirata la casa entriamo in quello che sembra un orticello, il che fa sorgere interessanti questioni sull’argomento concime e cerchio della vita. “Tieni, prendi un cespo di signor Lulija”.
Vicky si ferma proprio in corrispondenza della recinzione che delimita la fine dell’orto.
«Qui è dove finiva il cimitero, fai centocinquanta anni fa.» spiega. Interessante, ma siamo qui solo per una lezione di storia?
Si volta verso di me, i suoi occhi azzurri brillano nella notte in maniera strana, come quelli di un animale. «Puntami la torcia contro.»
Ubbidisco e alzo appena il braccio. Accendo la torcia, investendo Vicky con il raggio luminoso. Lei strizza appena gli occhi, con una piccola smorfia e quello che mi sembra un sibilo. «Ecco, ora» indica il recinto dell’orticello con un dito magro «scavalcherò questo recinto.»
«E quindi?»
«Continua a guardarla.» stavolta è Sergio a parlare, da dietro le mie spalle. Vicky scavalca il basso recinto e fa qualche passo in avanti, senza allontanarsi troppo da noi, abbastanza perché io possa vedere quello che le succede.
Per poco non faccio cadere la torcia strillando come una ragazzina.
Ad ogni passo, man mano che si allontana, vedo il suo corpo regredire. La pelle si ritira, lasciando scoperti i muscoli, i nervi, poi anche quelli spariscono finché non rimane solo uno scheletro bianco, su cui il vestito cade largo e senza forma.
Una lezione di anatomia completa nell’arco di pochi secondi.
Nonché la cosa più disgustosa che io abbia mai visto
«Cosa cazzo... cosa cazzo...» provo ad articolare qualcosa, ma le parole si rifiutano di uscire. Realizzo di stare indietreggiando solo quando sbatto contro Sergio, che si sposta subito e con un salto scavalca il recinto, portandosi di fianco alla... cosa che era Vicky. Mi rivolge un sorriso di trionfo.
«Ti farei mettere la mano nel suo costato, se non ci credi.» mi dice «Ma ho idea che sarebbe al limite della molestia sessuale, no?»
Lo scheletro si muove, si porta una mano sul fianco e solleva la testa in quello che penso sia l’equivalente dell’alzare gli occhi al cielo per chi gli occhi non ce li ha.
Lo scheletro si allontana da Sergio, ritorna sui suoi passi. Man mano che si avvicina tornano muscoli, nervi, pelle e capelli finché, oltre la staccionata, non c’è di nuovo Vicky davanti a me.
Non ho smesso di puntarle la torcia contro e la luce le disegna lunghe occhiaie sul volto. Il suo viso, così, ricorda un teschio. Ah ah ah, che ironia divertentissima.
«Sai, Ivan...» mi dice. La sua voce è stanca, triste quasi. «è stato un demone a ridurmi così.»


«Grazie.»
Prendo la tazza di tè che mi offre Vicky, anche se preferirei qualcosa di un tantino più forte dopo quello che ho visto.
«Quindi tu sei... praticamente...»
«Credo che “dannata” sia il termine adatto.»
Dio. Guardo Sergio. «Se questo è uno scherzo, se lei è solo un mezzo-demone che...»
«Nah, tutto vero.» non mi lascia nemmeno finire. Si accende una sigaretta e ne offre una a Vicky, ma lei rifiuta con un gesto della mano. Si siede al tavolo, di fianco a noi.
«E’ da quando sono nato che vedo demoni.» dico, rigirandomi la tazza di tè tra le mani. «Non ho mai visto niente che... niente che somigliasse a questi demoni. Intendo, quelli della religione, quelli che possono dannarti e prenderti l’anima e scemate varie.» Vicky si schiarisce la voce. Okay, non avrei dovuto usare il termine “scemate”. «Scusa.»
Sergio soffia una nuvoletta di fumo e fissa pigramente la sigaretta. «Beh, io non ho mai visto l’imperatore della Cina però non metto in dubbio che esista, no? Magari ci sono sia i demoni che vedi tu, sia quelli della Bibbia con Satana e compagnia cantante. Magari sono due cose diverse.»
Faccio per dire qualcosa, ma mi blocco. No, ha ragione. Caso più unico che raro, ma ha assolutamente ragione.
Fantastico, devo rivedere ogni mia certezza sul mondo demoniaco.
«Okay, chiudiamo questa parentesi.» per favore «Siamo qui per un esorcismo, no?» mi volto verso Vicky «Il demone che infesta il cimitero dov’è?» e soprattutto, mi piacerebbe sapere anche come faccia ad infestare un cimitero che è... beh, morto. Terribile gioco di parole.
Vicky fa spallucce. «Arriva ogni notte, verso...» guarda l’orologio, appeso alla parete accanto a credenze piene di stoviglie da collezione «beh, tra qualche minuto dovrebbe essere qui.»
Bene, un’attesa da riempire. Proprio quello che mi ci vuole, per farmi passare di mente la faccenda della dannazione. «Senti, Vicky...» non so se sia giusto chiederglielo, ma ormai non posso non farlo «com’è che... il demone... come...?» certo, se solo riuscissi a formulare la domanda...
«Vuoi sapere come sono finita così?»
«Se non è personale.»
Lei e Sergio si scambiano un’occhiata. «Beh, tecnicamente è personale.» mormora Vicky. «Però è passato così tanto tempo ormai che...» fa spallucce «è come se raccontassi una favola letta su un libro.»
«Ed è una favola tristissima.» mi avverte Sergio. Fa finta di asciugarsi una lacrima «La prima volta che l’ho sentita ho pianto, mano sul cuore.»
«Già. Certo.» Vicky si appoggia contro lo schienale. Picchietta le dita sul tavolo e si prende un paio di secondi, la fronte aggrottata, prima di parlare di nuovo. «Cominciamo dalle premesse.» esordisce. «È successo tutto centocinquanta anni fa.»
Beh, questo lo immaginavo. Sorseggio il tè, senza staccare gli occhi da lei.
«Ed ero innamorata della mia cameriera.»
Okay, questo invece mi sorprende. Il tè mi va di traverso. «Cameriera?» chiedo, tra i colpi di tosse.
Vicky mi fulmina con lo sguardo. «Esatto, cameriera. Ti crea qualche problema?»
«Non offendere la mia intelligenza.» rispondo, cercando di ridarmi un contegno. Non me l’aspettavo, ecco tutto, come se poi proprio io potessi cominciare a discriminare...
«Va bene, va bene. Comunque, ero innamorata della mia cameriera. E, beh... erano altri tempi. Mi stava distruggendo, ed ero così stupida... no, questo non è importante.» si blocca, credo per riordinare i pensieri. «Mio padre era un occultista.» riprende quasi subito. «Era un ricco eccentrico appassionato di occultismo, cabala. Demonologia. L’ambiente giusto, no, per chi vuole ricorrere ad ogni mezzo per ottenere l’amore di qualcuno?»
Sorride. Ora sì, deve aver preso il ritmo. Mi preparo ad ascoltare.


«Quando il demone si è presentato a me la prima volta era notte e pioveva.» racconta «Lampi, tuoni, molto cliché ora che ci ripenso – una parte di me crede sia stato tutto orchestrato, il demone aveva il senso della scenografia. Del resto nelle leggende lo dicono, che i demoni possono influenzare il tempo.
Ricordo perfettamente quel momento. Ero sola nel salone, stavo piangendo sulla tastiera del pianoforte a coda. C’era una candela, ma si era spenta da ore, rimaneva solo una pozzetta di cera.
Ricordo il sangue – il mio sangue – che colava lungo i tasti del pianoforte e i lampi che disegnavano silhouette lungo i vetri, quando illuminavano le finestre.
La porta del salone si è aperta all’improvviso, facendo entrare il vento e la pioggia che la stavano martellando da tempo, come se ci si fossero accumulati sopra aspettando il momento di rotolare sul marmo della mia sala. Mi sono alzata di scatto, allora, gridando, ma il rumore della tempesta e dei tuoni ha coperto la mia voce.
Ho raccolto il vestito sporcandolo di sangue – mi colava dalle braccia – e sono corsa verso l’ingresso, rischiando di scivolare sul marmo bagnato. Mi sono fermata solo quando una saetta ha sferzato il cielo, illuminando la figura incorniciata dalla porta.
La luce è durata qualche secondo, e in quel tempo la sua ombra si è allungata sul pavimento fino a sfiorarmi i piedi. Sono caduta in ginocchio, non credo di aver mai provato così tanta paura come nel guardare i suoi occhi.
E non aveva niente di particolare, davvero. Eppure, allo stesso tempo... aveva qualcosa di sbagliato, non so come altro descriverlo.»


«Ehi, scusa, ferma un attimo.» la interrompo. «L’hai visto? Cioè, hai proprio visto il demone? Non un indemoniato, non...»
«Era il demone, quello, Ivan.» mi interrompe lei a sua volta. «Ed è l’unico che io abbia mai visto.»
Ricordo la cricca di demoni di Agnese, come li ho sentiti solidi rispetto agli altri, così differenti. Eppure, da che gli altri demoni mi hanno detto, sono solo demoni standard, quelli. Più forti del normale certo, ma niente a che vedere con un demone che può essere visto da chiunque.
I demoni di cui parla Vicky sono qualcosa di completamente diverso dai demoni che vedo io, qualcosa di completamente diverso anche dai demoni di Agnese. Sono...
Un flash, una parola.
“Loro.”
Porca... non avevo collegato, non ci avevo nemmeno pensato. Okay quando torno a casa dovrò mettere sotto torchio i miei demoni, chiarire questa cosa.
Un attimo, allora dovrei cominciare sul serio a credere alla storia degli angeli caduti? Dovrei credere che... no, meglio non pensarci.
«Okay, scusa.» mormoro. E io che pensavo il peggio fossero demoni stile Agnese... «Continua pure.»
Vicky annuisce.


«Come ho detto, non aveva niente di particolare. Era un uomo, un uomo distinto verso la cinquantina, con un pince-nez dorato e un gilet di broccato. Vestito di gusto. Un sorriso gentile.
Mi ha chiesto cosa desiderassi.
E io da brava idiota gli ho detto che volevo l'amore.
E lui mi ha detto bene, scrivi una lettera alla donna che ami e spediscila tra due giorni, a mezzogiorno esatto. Quando lei leggerà la lettera si innamorerà perdutamente di chi l’ha scritta, e sarà insieme alla persona amata per la vita e oltre.
Per questo voglio solo una cosa in cambio, ha detto. Voglio il tuo nome come pagamento.
E io ho accettato, chiaramente! Cosa voleva dire, pagare con il proprio nome? Non ne avevo idea, e a me il nome non serviva. Il nome è solo una parola, avrei potuto trovarmene un altro, pensavo. Così ho accettato e ho firmato il contratto che mi tendeva, e ho bevuto il calice che mi offriva. E poi ero di nuovo sola, in un salone perfettamente asciutto, con un vestito e un pianoforte senza alcuna traccia di sangue.
E poi? E poi ho scritto la lettera. Non sono mai stata brava a scrivere. Le scrissi solo che la amavo, che sarebbe stato difficile, le solite cose. Non devo aver fatto riferimenti personali, però. Quello no.
E quando ho provato a firmarla... oh, quando ho provato a firmarla mi sono resa conto che il nome si rifiutava di rimanere sulla carta. Victoria, Signorina Victoria... niente. Nessuna combinazione restava impressa, svaniva appena scritta. Il mio nome non mi apparteneva più. Rimaneva solo la V, e così la lasciai... pensavo bastasse.
Beh, cera un garzone che lavorava in cucina il cui nome iniziava con la V. E a quanto pare il “chi ha scritto la lettera” era da interpretarsi come “chi lei pensa abbia scritto la lettera”. Vi lascio immaginare come sia finita.
Oh, ma ovviamente c'è dell'altro! Perché dopo il matrimonio ho chiamato ancora il demone. Lo stesso. Idiozia pura, vero? Ma volevo recriminare.
E lui mi ha detto che i patti erano chiari, potevo fare ricorso al Tribunale Infernale, ma certo avevo male interpretato.
Gli ho chiesto di uccidermi, ma lui ha detto che era contro il regolamento. Allora gli ho chiesto di uccidere lo sposo, e ha detto che quello sì, lo poteva fare. In cambio ha chiesto che io gli donassi il più grande momento della mia vita. E io pensavo di essere furba, gli ho detto, la nascita? No, non te la do. Ma non era la nascita. E allora ho accettato.
Dopo una settimana il marito della ragazza che amavo è morto di polmonite. L'hanno seppellito in questo cimitero – riuscite a vedere il collegamento?
Due giorni dopo lei si è suicidata gettandosi da un ponte. Lo amava tantissimo, sarebbe stata con lui la vita e oltre. C'ero anch'io, quando si è gettata. Pioveva, di nuovo.
Credo di averle detto di non farlo, e poi che la amavo. Questo me lo ricordo bene... ero bagnata fin nelle ossa, la stoffa zuppa del vestito mi pesava sul corpo fino a farmi quasi male. Il vento era così forte che per farmi sentire dovevo urlare.
Lei mi ha guardata... come... con così tanto disgusto, e paura. Ma io ho cercato di salvarla lo stesso. Mi sono sporta contro il parapetto, cercando di allontanarla, ma lei era più pesante di me. Siamo cadute entrambe, lei ha battuto la testa, è svenuta. Non ha sofferto.
Io invece sono affogata lentamente, ricordo ancora i miei polmoni che si riempiono d'acqua, il vestito che mi trascinava verso il fondo e il fiume scuro sopra di me. Morte orribile, l'annegamento. Le sensazioni che ho provato, le ricordo ancora perfettamente, ma... no, di nuovo, non saprei descriverle, mi dispiace
C'era un uomo, sul ponte, che suonava il violino, e ha continuato a suonare mentre cadevamo, e mentre affogavo. Un senzatetto, di sicuro, ma con un certo contegno. Distinto. Credo fosse il mio demone.
Ci hanno ripescate dopo qualche giorno, non eravamo un bello spettacolo. Lei l'hanno seppellita accanto al marito, ovvio. Io nel mausoleo di famiglia. O meglio, il mio corpo dev'essere ancora lì, non sono andata a rivederlo.
E penserete: questo non è possibile, sono qui con voi! Sto parlando, sono solida, non sono un fantasma. Non ho idea di cosa io sia. So solo che sembro normale, finché sto entro i limiti del cimitero com’era quando vi sono stata seppellita.
Il più grande momento della mia vita era la morte. La mia morte, il mio finale, la mia uscita di scena. La sintesi di tutta un'esistenza, l'essenza di ciò che sono. L'ha presa il demone, immagino per lui abbia un valore. E io... io sono rimasta qui, in una sorta di limbo.
Per sempre accanto alla persona amata, come mi aveva promesso il demone. Non esattamente quello che mi immaginavo, ma... immagino abbiano un senso dell’umorismo diverso dal nostro.»


Aspetto qualche secondo, per essere sicuro che abbia finito. Non voglio interromperla di nuovo, non dopo quello che ho sentito.
Non sarò la persona più socievole del mondo, ma non sono nemmeno uno stronzo completo. «Mi dispiace.» sussurro, sperando che dalla voce traspaia tutta la mia sincerità. Quando si dice la storia d’amore più di merda di sempre.
«Te l’avevo detto, che era una storia strappalacrime.»
Ecco Sergio, medaglia d’oro nel tatto.
Mi volto per dirgli qualcosa, ma Vicky mi previene. «E’ tutto a posto, davvero.» si stringe nelle spalle «Come ho detto, è passato tanto tempo. Ormai non ci penso più, il peggio più che altro è rendersi conto di aver buttato letteralmente all’inferno la mia vita per una stronza di cui ora non riesco nemmeno a ricordare il nome.» si passa una mano sulle trecce, a disagio «Ma non provo più risentimento ormai.»
Faccio per annuire e risponderle, ma mi blocco. «Non più, dici?»
«No, sono a posto.»
«Mi spiace contraddirti, ma non credo proprio. Hai un demone che ti si sta formando sulla spalla.» e io ho appena capito di cosa si nutre il demone che infesta questo cimitero.
Vicky sobbalza, guardandosi istintivamente la spalla. Dietro di noi, la porta comincia a sbattere, come se qualcuno stesse cercando di aprirla a forza dall’esterno.
Mi alzo in piedi. «Sergio...» comincio.
«Ah, non devi nemmeno dirmelo.»
La porta si spalanca con violenza, rompendo i chiavistelli, e il demone entra sotto forma di un tornado di fumo nero. Sergio afferra Vicky e la spinge sotto il tavolo, proprio prima che una mensola si stacchi dalla parete e le si schianti in testa. Non so se le avrebbe fatto davvero male, ma tant’é...
Il tornado demoniaco fa volare fogli e sedie e tendine, assorbe il demone appena creato da Vicky prima che io possa dirgli di fermarsi.
«Basta!» esclamo, proprio nel momento esatto in cui una credenza crolla a terra, con un rumore che non lascia dubbi sul destino del contenuto. Il demone continua a vorticare, dopo l’ordine, ma il vento nella stanza si placa, lasciando cadere una pioggia di oggetti domestici.
Non esattamente l’esorcismo migliore, fino ad ora.
La testa di Vicky fa capolino da sotto il tavolo, gli occhi spalancati nel contemplare l’orrore. «Ma che cazzo...!»
«Non pensavo fosse così disastroso, scusa.» sposto più delicatamente possibile i resti di un bicchiere decorato e mi avvicino al demone, che balzella sul posto, in ansia.
«Aspetta.» mi dice, la voce roboante come un tuono «Aspetta. Io...»
«Tu adesso esci da questo cimitero e non ci torni mai più, trova qualche altro posto da infestare.» ehi, no, un attimo... «Anzi, non infestare più niente.» sì, così va meglio.
Il demone trasalisce, ma non fa in tempo a ribattere. È come se una mano invisibile lo agguantasse da dietro, trascinandolo fuori dalla casa di Vicky, e presumibilmente fuori dal cimitero.
La porta si richiude da sola, sbattendo e facendo cadere forse l’ultimo piatto da esposizione intatto.
«Spero che non ve la prendiate» dice Vicky, uscendo da sotto al tavolo ed accarezzando i cocci di ceramica «se non vi ringrazio.»
Io tossisco. Sergio fischietta.«Però è stato scenografico.»
Per un attimo penso che Vicky voglia tirargli il coccio in testa. La biasimo solo per essersi trattenuta.


«Il mago impresario di pompe funebri e l’ex-becchina lesbica e dannata. Direi che definire “interessante” la gente che conosci è un eufemismo.» dico a Sergio, mentre camminiamo tra le tombe per uscire dal cimitero.
Lui spegne il mozzicone su una lapide e lo getta sulla tomba. Ma solo dopo essersi fa il segno della croce, per rispetto. «Hai dimenticato di nominare il mezzo-demone esorcista.»
«Ah ah, simpatico.»
Mi sorride. «Ehi, su con la vita. Siamo a quattro esorcismi perfettamente riusciti, di cui tre ci hanno fruttato già parecchio, e nessun poliziotto o inquisitore alla porta. Aspetto i tuoi ringraziamenti per averti offerto questo lavoro.»
«Riparliamone tra qualche tempo, va’.»
«Andiamo, siamo forti! Dà tempo al tempo, la voce si spargerà e avremo richieste di esorcismi da ogni dove. Dobbiamo festeggiare, come sempre. Quindi permettimi di offrirti...» dà un’occhiata all’orologio. «Beh, a questo punto, la colazione.»
«Stavolta passo, accompagnami a casa e basta. Ho un paio di cose a cui pensare. Tipo rifare completamente il mio sistema metafisico.»
«Capito. Attento a fare patti con demoni vari, quando non ci sono.»
«Divertente.» commento, e – con scricchiolii e cigolii associati – mi chiudo il cancello del cimitero alle spalle.
Angeli by Fra Tac
Author's Notes:
Yay, finalmente succede qualcosa!
Ricordate la faccenda della guerra con i turchi? E ricordate anche la voce - nominata giusto un paio di volte - di un jinn tra le fila turche? Beh, se non ve lo ricordavate, ora lo sapete.
Questo capitolo vorrebbe corrispondere a una specie di intermezzo... ci sono un paio di cose che non mi convincono del tutto, in particolare non sono sicura di essere riuscita a rendere bene il personaggio di 52 (mi sono trovata in difficoltà ammetto, volevo rendere divertente il suo essere così bigotto ma non vorrei sfociare nel grottesco...) e temo sia tutto un po' infodumposo.
In ogni caso, fatemi sapere! Come sempre le critiche sono le benvenute.
Buona, spero, lettura
CAPITOLO 6: ANGELI


Fortezza di Al-Karak, Giordania.


Dispiego la cartina di fronte a me. Da ieri si è aggiunto un nuovo segno rosso, poco sopra Petra. Troppo vicino a noi.
«Shobak è caduto.» mormoro tra i denti. Gli ufficiali di fianco a me rimangono immobili, non capisco se è perché non comprendono la gravità della situazione. Batto il pugno sul tavolo. «Avevano due nephilim, a Shobak, maledizione! Due! Ed è caduta in mano a Saladino in meno di un giorno.»
«Non è possibile.»
Mi volto verso il colonnello che ha parlato. «Hai sentito anche tu la comunicazione, Miçella» lo freddo. «Voglio che qualcuno mi dica come hanno fatto, e me lo dica ora. Non hanno usato armi conosciute, non con due nephilim a renderle inutilizzabili. Sembra che l’esercito non abbia nemmeno messo piede a Shobak.»
Allungo un braccio per far ripartire il registratore al centro del tavolo. Scariche elettriche, il solito "niente da riportare" e poi l'esplosione. E la voce in arabo.
"Shobak è nostra, Al-Karak è la prossima"
Mi passo una mano sugli occhi. «Stanno prendendo la Giordania fortezza per fortezza, poi punteranno a Gerusalemme. E se prendono Gerusalemme... la prossima sarà la Spagna. L’alleanza tra turchi e berberi ci sta massacrando, la situazione nella zona di Murcia è già critica. Dobbiamo capire cosa diavolo sta succedendo, dobbiamo capire cosa è successo a Shobak, chi...»
«Quella voce non è umana.» non conosco chi mi ha interrotto, ma dalla divisa capisco che è uno dell'OESSG. Devo dare fondo a tutto il mio autocontrollo per non rispondergli. Tutti fottuti leccaculo, pieni della loro mistica che li fa sentire tanto superiori. Stiamo combattendo una guerra qui, vorrei che almeno gli ufficiali rimanessero con i piedi per terra.
«Chiacchiere da camerata.» sibilo, tra i denti.
Il Cavaliere si stringe nelle spalle della sua uniforme perfettamente immacolata. «Lo credevano anche a Shobak. Si sono resi conto dell'errore un po' tardi, temo.»
Fisso i volti degli altri, cercando sostegno, ma stanno tutti guardando il Cavaliere. Non possono seriamente credere anche loro a quella favola del jinn.
Sto per ribattere, ma l'entrata di un soldato mi ferma. Il ragazzo saluta.
«Riposo.» sospiro. Non è questo il momento per inutili formalismi. Il soldato si avvicina, guardandolo meglio noto che ha un'espressione di totale confusione sul volto. Raddrizzo la schiena. «Cosa succede?»
«Signora, il... Sua Eccellenza... 40 ha ordinato la ritirata.»
A frase finita, il putiferio. «Cosa?!» urlo anche io, insieme agli altri. Mi lancio verso l'entrata della cripta e afferro il soldato per le spalle. «Dov'è adesso?»
«S-sulle mura.» balbetta il ragazzo.
«Figlio di puttana.» sibilo tra i denti, e mi fiondo alle spalle del soldato. Quando esco nel cortile interno della fortezza, vedo il delirio. Uomini che si stanno preparando a lasciare il campo, chi si rifiuta, chi non capisce.
Ho bisogno di spiegazioni. Ho bisogno di spiegazioni ora. Shobak è in mano ai turchi, e noi gli stiamo praticamente lasciando Al-Karak? Dio mi perdoni la blasfemia, ma il suo nephilim è completamente impazzito. Corro verso le mura, ignorando chi mi chiede di fermarmi. Potrei finire davanti all'Inquisizione per questo, con una lista di accuse lunga come il Giordano, ma non mi interessa. Non ora. Non quando il nostro nephilim sta cercando di farci perdere questa dannatissima guerra.
Salgo l'ultimo gradino prima della camminata e vedo subito 40, sporto contro i merli a fissare il deserto davanti a noi.
«Cosa cazzo le è partito in quella testa?» esclamo, il fiato corto per la corsa. Il nephilim si volta verso di me, sorpreso. Le ali della parte deforme del suo volto sono ripiegate, quasi per deferenza. E' sorpreso che io mi rivolga a lui in questo modo, immagino. Spiacente, ma non appartengo a uno dei Cinque Ordini: non accetterò ciecamente un ordine folle solo perché viene da un mezzo angelo.
Lo stupore dura solo qualche secondo, però. 40 torna subito a fissare il deserto. «Capitano, potrei farla mandare al rogo per come si è appena rivolta a me.» dice con tono calmo, quasi stanco.
Mi avvicino a lui. «Risponda alla mia domanda.» cerco di misurare la mia voce, ma non ci riesco. «Mi dica solo perché cazzo ha deciso di regalare la Giordania e tutta la Terra Santa a quei musulmani schifosi.»
Non risponde. Lo stronzo non risponde.
Stringo i denti e mi batto la croce rossa cucita sulla mimetica, proprio sopra il cuore. «Io, i miei uomini, siamo crociati, dannazione! Abbiamo giurato di proteggere il Santo Sepolcro e la Terra Santa per Dio e la Sua Chiesa. L'abbiamo giurato davanti a Dio. Pensa di poter annullare questo giuramento, pensa di poterci chiedere di ritirarci senza nemmeno aver subito l'ombra di un'offensiva?»
Mi appoggio a un merlo, rivolta verso il deserto. Sotto le ombre delle colline la sabbia sembra quasi grigia, le macchie di vegetazione troppo rade per mitigare la desolazione di un simile panorama. Il mio panorama. «Questa è la mia terra.» mormoro. Distolgo lo sguardo dal paesaggio, torno a fissare il nephilim dritto negli occhi. Lui non elude il mio sguardo. «E lei la sta gettando ai turchi. Siamo l'ultimo baluardo prima di Gerusalemme, se ne rende conto? Te ne rendi conto? Tu, razza di-»
«Non sto lasciando via libera ai turchi.» mi interrompe 40 «Sto cercando di non farvi morire come topi! » lo urla, e per un attimo mi fa sobbalzare. Non l'ho mai visto perdere il controllo. Abbasso gli occhi per un secondo, spiazzata.
«Spiegami. Qualunque cosa sia successa a Shobak... siamo preparati, possiamo gestirla.»
Ride. «No, no che non potete! Non hai idea di cosa sia successo lì. Apprezzo la vostra dedizione, il vostro idealismo, ma un esercito di idealisti morti non è diverso da un esercito di idioti morti. Quello che mi hanno comunicato i miei fratelli, prima di morire... non è qualcosa che degli uomini possano affrontare. »
«Cosa? Oh, no, non crederai anche tu...»
«Io non credo, Myriam, io so.»
Scuoto la testa, mi rifiuto di poter pensare a qualcosa del genere. «I jinn non esistono, tu tra tutte le persone dovresti...»
«Jinn, demoni, sono solo nomi, solo parole!» mi interrompe di nuovo, sembra stizzito. «Li chiamano in modo diverso, credono anche siano qualcosa di diverso, ma questo non cambia la loro natura. E, credimi, non vorresti essere qui quando-»
Si blocca e vedo il blu farsi strada sul suo volto senza età. In tutto questo tempo non ha smesso di guardare all'orizzonte e io seguo la linea dei suoi occhi. Ci vuole un attimo, ma riesco a localizzare una figura avvicinarsi, poco più che un punto nero sul grigiore del deserto. Qualunque cosa sia, è sola.
Un brivido mi corre lungo la spina dorsale, come non ne ho più sentiti da quando avevo dieci anni e ancora non riuscivo ad addormentarmi senza una luce accesa. Paura del buio, paura di cosa si può nascondere nell'oscurità, paura di un male indefinito.
«O-okay» la mia voce esce flebile, balbettante. Sto cominciando a sudare freddo e non riesco nemmeno a capire perché. Il mio corpo sta reagendo d'istinto a un terrore che il mio cervello non percepisce. «possiamo buttarlo giù. Posso dare l'ordine ai cecchini, posso...»
40 mi posa una mano sulla spalla, più per sostenersi che per calmarmi. Sembra sul punto di crollare a terra. «Mi dispiace.» la sua voce, però, è ferma. «Puoi solo pregare di non soffrire.»


Un altro posto, da qualche altra parte


Le squame del drago riflettono il sole della Libia, rendendo la bestia quasi accecante da guardare. Quando si muove questa luce riflessa rende il suo corpo vibrante, immateriale. Come una visione divina, perché Dio alberga anche in simili bestie.
Sbatto le palpebre, sperando che il movimento in qualche modo mi pulisca gli occhi dal sangue. Avverto un barlume, il collo del drago che scatta.
Riesco a rotolare su un fianco appena in tempo, ma sento ugualmente il calore del suo fiato sulla pelle, amplificato dal metallo dell'armatura. Annaspo tra la sabbia e ritrovo l'elsa della mia spada. La afferro saldamente e mi alzo in piedi, inizio subito a correre verso lo stagno, verso la sabbia bagnata, più stabile.
Il drago mi segue, muovendo le pesanti zampe fa vibrare il terreno. Fa saettare di nuovo il collo, ma sento lo spostamento d'aria e riesco a prevenirlo. Ruoto il tallone, tenendo la spada con entrambe le mani la calo, sfruttando la mia stessa rotazione, sul suo collo.
«Dio, guida la mia mano» sibilo fra i denti.
Altro sangue nero schizza dalla ferita, mi inonda caldo il viso e il corpo. Il drago urla di dolore, un ruggito che sembra provenire dal profondo delle sue viscere più che dalla sua gola. Si muove in maniera sconclusionata, non faccio in tempo ad allontanarmi che con il collo ferito mi colpisce in pieno, come un colpo di frusta.
Sento l'armatura accartocciarsi, la gabbia toracica schiacciarmi i polmoni. Atterro di schiena nel fango dello stagno, l'acqua melmosa mi ricopre il volto rischiando di farmi soffocare. Almeno mi lava via il sangue e quando mi rialzo vedo perfettamente il drago che si contorce, prova a sputare fuoco ma non ci riesce, dalle sue fauci non esce che fumo. Devo aver reciso qualcosa di importante nella sua gola.
Il drago si volta verso di me, digrigna i denti tra cui gorgoglia il sangue. «Sssssi può sssssapere a cossssssssa sssssssserve tutta quesssssta farsssssssa? Lasssssciami combattere contro te sssstesssso e vediamo chi la vince.» sibila. Io stringo le mani sull'impugnatura della spada e levo la lama verso di lui, pronto a ricevere qualunque offensiva. Non rispondo, una creatura del Demonio non merita una risposta - e non ho comunque fiato sufficiente per parlargli.
Il drago carica, corre veloce come una lucertola, seminando sangue sulla sabbia dorata.
I miei piedi affondano nel fango morbido dello stagno, so che non riuscirò a spostarmi per evitare il colpo, né che posso resistere a un attacco frontale. E allora mi piego, proprio quando il drago spalanca le fauci, mi piego sotto il suo collo e conficco di nuovo la spada proprio accanto alle ferite che gli ho inferto precedentemente. Lo sento urlare e spingo più a fondo, finché anche le mie mani non entrano nella sua carne lacerata. Ricerco la spinta nella torsione del corpo, lasciando che il drago nei suoi spasmi faccia il lavoro per me. Sento la spada recidere i tendini, i nervi, fino a scontrarsi con l'osso e lì rimanervi conficcata.
Il drago rantola, sputa sangue e scintille per un ultima volta. Riversa su un fianco, grazie all'Altissimo dalla parte opposta a me, in un ultimo sibilo, sollevando l'acqua sporca dello stagno nei suoi movimenti inconsulti.
Osservo il suo corpo - grande quanto quello di un bufalo - percorso dagli ultimi fremiti, la coda che ancora annaspa nello stagno ormai nero di sangue. Mi appoggio al cadavere della bestia e uso le sue squame come appiglio per uscire dall'acqua. Ansimando mi porto sul suo ventre inerte. Lì mi sdraio, lo sguardo rivolto verso il cielo sgombro della Libia. Il sole brilla ancora sul drago morto, sulla mia armatura, sulla mia spada conficcata nelle ossa dell'animale. Dall’alto dobbiamo apparire come un punto indistinguibile, diverse brillantezze che si mescolano all'occhio.
Ad un tratto i particolari del cielo perdono nitidezza, anche il drago stesso comincia a sfaldarsi pian piano sotto di me. Che sia una mia impressione, che mi stia andando insieme la vista?
L'orizzonte si restringe, e il sole diventa più scuro, passa nella gamma dei verdi, dei blu e dei viola. Non ha più forma sferica, ma si allunga, nel colore quasi si scavano dei connotati umani. No, non è una mia impressione.
«52?» il sole ora ha un definito volto di donna, dalle sfumature azzurro-violacee, incorniciato da lunghi capelli ricci. Il volto arriccia le labbra in quella che interpreto come un'espressione di rimprovero. «Ancora con San Giorgio? Non ti pare di peccare un tantino di orgoglio?»
«Il modo in cui decido di condurre i miei esorcismi non è affar tuo, 48.» ribatto. Mi sollevo seduto su quel che resta del drago, sporgendomi con i gomiti sulle ginocchia per parlare meglio a 48, che ora vedo di fronte a me. «Perché mi hai contattato?»
Le ali che escono dalle orbite di 48 fremono. «Vuoi dire che non l'hai sentito?»
«Non ho sentito cosa?»
«40. E' morto.»
Mi tolgo l'elmo che ormai si sta pian piano sgretolando. «Non può essere morto. E' ad Al-Karak, per frenare l'avanzata degli infedeli in Giordania e proteggere Gerusalemme contro ogni-»
«E ti pare che una cosa escluda l'altra?» mi interrompe 48. Io poso l'elmo, incredulo.
«Al-Karak è caduta.»
La principale delle nostre fortezze in Giordania, ultimo baluardo a difesa della Palestina, caduto. Trasalgo, ma non faccio in tempo a chiedere conferma a 48, né a esternarle il mio turbamento: sta arrivando qualcuno.


Giardini Vaticani, Roma.


Esco dal mio subconscio, il mio ritorno nel mondo reale è come sempre accompagnato da una sensazione di vertigine. Riconosco la persona che si sta avvicinando come l’inquisitore Foscarini. Mi alzo dalla panchina per salutarlo, gli tendo la mano sinistra.
«Vecchio mio, lascia stare.» mi risponde lui, scosta la mia mano ce mi abbraccia con un sorriso. Mi batte la sua grande mano sulla schiena così forte da farmi risuonare la gabbia toracica.
«Non ci vediamo da - quando? - la strega a Firenze?» esclama, ridendo, quando mi lascia andare.
«Mi pare, sì.» rispondo, cercando di ricambiare il suo entusiasmo per quanto mi sia possibile. Foscarini è un brav'uomo e un discreto inquisitore, abbiamo lavorato spesso insieme, credo che possiamo definirci... conoscenti stretti, forse amici.
Cominciamo a camminare lungo il sentiero del parco, costeggiato di cespugli di rose in bocciolo. «Permettimi di offrirti una cena, in questi giorni, prima che l'Inquisizione ci mandi di nuovo chissà dove.» mi propone Foscarini. Mentre mi osserva si passa una mano sulla folta barba, in cui già comincia a comparire qualche pelo bianco e grigio. «Anche perché ti vedo sciupato.»
«Non farci caso, ho appena finito un esorcismo.»
Annuisce, grave. «Non so come fate voi, a tenervi dentro un demone per ore intere.»
«Non puoi saperlo, infatti.» rispondo. Mi chiedo però se sappia di quello che è successo ad Al-Karak, ha un atteggiamento forse troppo rilassato. «Hai saputo di Al-Karak?»
«No, è successo qualcosa?» mi risponde, infatti. Se quanto mi ha detto 48 è vero, allora non dev'essere stato divulgato al di fuori dello Stato Maggiore come minimo. Giustamente, altrimenti si scatenerebbe il panico - non è proprio il caso di rendere pubbliche certe notizie, non subito almeno.
«No, niente.» non è peccato mentire, se si mente per la Chiesa. «Un incidente con la vecchia struttura, sembra.»
Foscarini non dà importanza a quanto dico. «Ah, a proposito della Giordania, quasi dimenticavo.» commenta invece «Sono qui perché mi hanno mandato a chiamarti, ti vogliono vedere al Governatorato.»
E’ la sede dello Stato Maggiore, non mi coglie troppo di sorpresa il fatto che io sia richiesto lì - dopo la notizia di Al-Karak era inevitabile. Mi domando però perché la scelta è ricaduta su di me, essendoci numerosi nephilim più qualificati per difendere Gerusalemme. Mi fermo. «Grazie, vado subito.»
Foscarini si accarezza ancora la barba, assorto. In un crescendo di volume, comincia a sentirsi una musica da operetta – la sua suoneria, immagino. «Spero non sia per spedirti in Terra Santa - sì, pronto?» borbotta, rispondendo al cellulare.
Io gli sorrido e sollevo la mano in un cenno di saluto. «Arrivederci, fratello Foscarini, Dio ti protegga.»
Lui mi risponde con un cenno della testa, poi mi volta le spalle, preso dalla sua conversazione. «No, senti, digli di aspettare che arrivino i nostri a controllare e di fasciarle e basta.» mi incammino, la sua voce va' pian piano scemando. «Come sarebbe a dire che è già sceso in piazza e sta cercando di parlare con i piccioni? Oh, ma che... okay, chiamo subito...»
Dubito lo rivedrò presto, ma mi ha fatto piacere incontrarlo oggi, specie se dovrò davvero partire per la Terra Santa.
Tra gli alberi dei Giardini e i roseti riesco a vedere perfettamente la cupola di San Pietro, svettante sopra Roma, bianchissima sotto la luce del sole primaverile. E qui, più imponente di ogni possibile Moschea, e mi fa sorridere. Certo Dio non permetterebbe mai che degli infedeli musulmani conquistino la Città Santa, tanto meno la Terra dove il Salvatore è nato e vissuto nelle sue spoglie mortali, per non parlare dell'Europa stessa... eppure Al-Karak è caduta, e il mio sorriso diventa più amaro. Un altro di noi nephilim è morto, non posso fare a meno di sentirmi scosso. San Pietro non mi pare più poggiare su fondamenta così solide.
Quando arrivo al palazzo del Governatorato mi rendo conto di non essere l’unico ad aver fatto simili pensieri. Chiunque incontri nei corridoi è in visibile fermento, incrocio un Ospitaliere dal volto funereo e tanto mi basta come conferma per i miei timori. 48 non si è sbagliata, quindi mi manderanno a combattere in Terra Santa. La prospettiva non mi entusiasma, ma se è questo il volere di Sua Santità sono felice di ubbidire.
Non ho idea di chi debba incontrare qui, però, ed è già da più di dieci minuti che giro a vuoto. Fermo un giovane prete che trasporta un plico di fogli, mi indica la porta in fondo al corridoio.
«Lì c’è sua Eminenza l’Inquisitore Generale, penso stia aspettando lei.» spiega.
«Che Dio ti benedica.» lo ringrazio, dirigendomi dove mi ha indicato.
«Eh, magari lo facesse...»
Un attimo, ho sentito quello che ho sentito? Non importa, ormai sono davanti alla porta. La apro ed entro in una sala piccola, ma riccamente decorata in tipico stile barocco, con pannelli bianchi e inserti dorati.
Due uomini stanno discutendo concitatamente in un angolo, al di là di un tavolo di legno di squisita fattura. Uno è anziano, magro e ricurvo, avvolto in una veste nera senza effigi. Riconosco subito in lui il cardinal Maria Corsini, uno degli Inquisitori Generali, ma l'altro uomo – molto giovane, non deve avere più di quarant'anni di sicuro - mi è sconosciuto. Di certo posso dire, dalla sua divisa, che non appartenga all'Inquisizione.
Lo sconosciuto si volta verso di me, permettendomi così di vedere la croce rossa e dorata che lo identifica come appartenente all'Ordine di Santo Stefano – del rango di Cavaliere, visto che la croce è appuntata sul petto, se non erro. Irrigidisco ancora di più la postura.
«Eminenza» saluto il cardinal Maria Corsini. Improvviso un saluto militare rivolto al Cavaliere - spero mi perdoni la sinistra. Lui ricambia velocemente.
«Si sieda... 68, giusto?» la voce dell'Inquisitore Generale è roca, forte. Non me la aspettavo, da un uomo di così esile costituzione. Per ricoprire il suo ruolo deve essere certo un uomo di caratura straordinaria.
«52, Eminenza.» rispondo, mentre prendiamo posto attorno al tavolo.
Il cardinale si appoggia allo schienale, le mani giunte sul tavolo. «Ci sono rimasti solo cinque nephilim e ancora li confondo.» dice rivolto al Cavaliere, con un sorriso come un taglio sul volto magro. Calca il tono sul numero di noi che sono rimasti, posso capire perché. Il Cavaliere però non sembra aver notato la punzecchiatura. «Bene, 52, credo lei abbia le sue idee sul perché le è stato chiesto di venire qui.»
Annuisco. «La Chiesa ha bisogno di altri nephilim in Terra Santa, dopo...» come lo devo chiamare per non offendere? Incidente? «l'incidente di Al Karak.»
Con mia sorpresa il cardinal Maria Corsini scuote la testa. «No, non esattamente. Serve ancora all'Inquisizione, per adesso» risponde, prendendo un paio di fogli stampati da una valigetta. «Ci sono giunte notizie allarmanti dalla Boemia.»
Mi porge i fogli e io li prendo con un cenno del capo come ringraziamento. Li sfoglio velocemente: mi bastano poche parole per comprendere di cosa si tratti. Sono ancora più sorpreso. Sollevo lo sguardo verso l'Inquisitore Generale – mi occorre che forse è irrispettoso, ma tutto questo non mi torna. «Altri esorcismi clandestini nell'Impero.» balbetto. L'Inquisizione non se ne è mai occupata. Che abbiano sbagliato fascicolo? «Con tutto il rispetto, signore, credo sia qualcosa che non merita un disturbo dell'Inquisizione, specie per un branco di simili eretici senza D-»
«Decido io cosa pertiene o non pertiene all'Inquisizione.» mi interrompe il cardinale. La sua voce è rimasta calma, ma è più dura, più fredda. Abbasso gli occhi, mortalmente imbarazzato. Come ho potuto mancargli così di rispetto? «Mi perdoni.»
Maria Corsini si rilassa, allunga una mano verso le carte e attira la mia attenzione su un paragrafo verso la fine. «Il problema, con questi esorcismi... è che riescono.»
Di certo ho appena frainteso. «...Mi perdoni?»
«C'è qualcuno, o qualcosa, che è effettivamente in grado di esorcizzare demoni come fosse un nephilim.» il cardinale deve aver interpretato subito la mia espressione scettica, perché immediatamente aggiunge: «Legga in fondo, la firma.»
Scorro le scritte finché non arrivo alla firma del mandante. Il nome non mi dice niente, ma il sigillo è inconfondibile: è un Cavaliere Teutonico. Stringo gli occhi, esamino il sigillo, ma non c'è niente che faccia pensare non sia autentico e di conseguenza anche quanto scritto deve essere affidabile, per quanto assurdo, impossibile... Appoggio i fogli al tavolo. Non posso davvero capacitarmi, solo noi nephilim siamo in grado di esorcizzare demoni, ma non può essere che un nephilim sia nato fuori da Roma! «Non può essere un nephilim.» ripeto ad alta voce. Non può essere che un nephilim sia nato fuori da Roma perché questo è il luogo scelto da Dio per guidare il Suo gregge, la sola possibilità che ci siano nephilim addirittura in un territorio come quello dell'Impero... «Dio ha scelto Roma e noi ne siamo la prova, se non fosse stato per noi la Chiesa non sarebbe quella che è ora, e ai tempi di Avignone...»
Maria Corsini riprende il fascicolo che ho abbandonato sul tavolo. «Esatto.» mi interrompe prima che possa continuare. Richiude la valigetta, poi torna a guardarmi con aria grave, le dita intrecciate davanti alla bocca. L'anello con il simbolo dell'Inquisizione brilla sotto la luce del lampadario. «Non possiamo permetterci venga sparsa anche solo l'idea che sia nato un nephilim fuori Roma, e nell'Impero, per di più. Non in questo momento di crisi, di certo la Chiesa non ha bisogno di uno scandalo che la destabilizzi ulteriormente, che mini la nostra autorità e le prove che abbiamo a supportarla. L'Inquisizione vuole che lei faccia chiarezza su tutto questo, 52. Visto che non possiamo permetterci di inviare troppi uomini – non con la Spagna nella situazione in cui si trova – confido che un nephilim sia più che sufficiente.»
«Certamente.» annuisco. Mi affretto ad aggiungere: «Può essere uno stregone. Di certo non uno di noi, Eccellenza.» Ora che ci penso, sì, è senz'altro questa la spiegazione più plausibile. E se – Dio e il Papa mi perdonino anche solo per pensare una cosa del genere – non lo è, allora farò in modo che lo diventi.
Il cardinale annuisce. «Ne sono sicuro. No, non si alzi, 52, non ancora.» mi ferma prima che compia un movimento qualsiasi «C'è altro che deve sapere. Qualunque cosa lei scopra in Boemia, le è revocata la facoltà di organizzare un processo sul posto e di proclamare qualunque sentenza senza aver prima consultato il Cavaliere qui presente.»
Il Cavaliere dell'Ordine di Santo Stefano. Mi ero completamente scordato della sua presenza, durante tutto questo discorso non ha fiatato una sola volta. Giustamente, certo, visto che quanto detto non perteneva ad altri che all'Inquisizione, ma ora mi domando che ruolo abbia. Mi volto verso di lui e lo vedo sistemarsi sulla sedia, pronto a prendere la parola.
«Eminenza, mi scusi, non riesco a comprendere...» esordisco, e Maria Corsini fa già per rispondermi, ma il Cavaliere lo precede.
«Lasci, Eminenza.» pronuncia "eminenza" con un tono che, se fosse stato un civile, gli sarebbe costato caro. Tra l’Inquisizione e i Cinque Ordini non corre buon sangue, è vero, e la situazione attuale non aiuta, ma certo questo non dà diritto a un semplice cavaliere di rivolgersi a un Inquisitore Generale senza deferenza o rispetto. «E' già al corrente della situazione in Giordania, come ha detto prima.» continua il Cavaliere. La sua voce è stanca, trascina le parole, noto ora le occhiaie sul suo viso. Non deve dormire da giorni. «Sa come abbiamo perso Al Karak?»
«Non nei dettagli, no.» rispondo.
Il Cavaliere si volta verso Maria Corsini. «Confido che niente di ciò che le sto per dire uscirà da questa stanza. Spero che l'Inquisizione presti fede alla sua fama.» sembra essere rivolto più al cardinale che a me. Fingo di non aver intuito l'insinuazione di infedeltà. «Sembra che – da quanto ci è arrivato da Shobak e dai superstiti di Al Karak – i turchi stiano usando almeno un demone. Uno dei settantadue, preciso.»
«Questo è... impossibile.» commento. «Tutti i grimori conosciuti sono al sicuro negli Archivi Vaticani.»
«C’è forse qualcos’altro in grado di uccidere un nephilim?» ribatte il Cavaliere. Con questo mi zittisce. C’è una sola risposta, ed è un altro nephilim, una prospettiva ancora più assurda ed inquietante di quella di un demone al servizio dei turchi. Non possiamo prenderla in considerazione. «Forse non erano tutti i grimori conosciuti. Forse i turchi hanno trovato un altro modo per asservire demoni come ha fatto Salomone, non è questo il problema.» continua il Cavaliere, con un gesto della mano, infastidito dalla mia interruzione. «Il problema è che un solo demone, apparentemente, è in grado di distruggere in poche ore una fortezza presidiata da un nephilim. Un nephilim che si è rivelato del tutto inutile. E adesso un Teutonico ci fa notare che in Boemia c'è qualcuno - se diamo per scontato non sia un nephilim» No, non lo è, stia sicuro, non lo è «in grado di esorcizzare demoni. In che modo non possiamo stabilirlo, ma potrebbe essere utile nella situazione in cui ci troviamo.»
Non mi piace quello che ho appena sentito. Non piace a me e non piace nemmeno al cardinale, a giudicare dalla sua espressione. Guardo prima sua Eminenza, poi il Cavaliere. So di aver capito bene, ma spero di trovare qualche smentita sul suo volto. Niente. «Sta proponendo di scendere a patti con quello che potrebbe essere, con tutta possibilità, uno stregone?» sento un brivido lungo la schiena anche solo a pronunciare una simile blasfemia.
«Sono certo qualunque cosa sia preferirebbe la collaborazione al rogo.»
Mi volto ancora verso il cardinale, sono sconvolto. Una simile... una simile proposta è passibile di esecuzione! L'Inquisitore Generale però, impercettibilmente, scuote la testa. No. No? Stiamo permettendo a un Cavaliere di... delirare, di bestemmiare, di offendere, di...
Boccheggio, mi manca l'aria. Il Cavaliere è rimasto impassibile, la sua espressione esausta è immutata, ma non posso certo credere che il membro di un Ordine non comprenda l'entità di quanto ha appena detto.
«Con tutto il rispetto» gli dico, «si tratta di scendere a patti con un eretico, un adoratore del Diavolo, una minaccia per la Chiesa e per la Cristianità che...»
Il Cavaliere scatta in piedi come una molla, batte le mani sul tavolo facendolo vibrare. «Le dico io cos'è davvero una minaccia per la Cristianità, inquisitore.» tuona «I turchi in Europa. E si fidi, se la situazione nel bacino del mediterraneo non si ribalta immediatamente questo sarà quello che succederà.»
E’ troppo. Mi alzo anche io, consapevole che non è un comportamento consono, ma non posso rimanere impassibile di fronte a simili affronti, anche in presenza di un Inquisitore Generale. «Si ricordi che l'Inquisizione è sempre sopra qualunque dei Cinque Ordini.» sibilo. Stia al suo posto, Cavaliere.
«E lei si ricordi che sopra l'Inquisizione c'è comunque Sua Santità.» ribatte il Cavaliere, per nulla scosso. «Che attualmente ha lasciato carta bianca al cardinal de Mérode, ministro d'Armi e comandante in carica dello Stato Maggiore Generale, a cui in ultimo rispondo. Se si sente di accusare il vicario del Papa di eresia prego, faccia pure, le tengo aperta la porta se vuole.»
Raggelo. Mi siedo. Non posso fare altro che tacere, sopraffatto dalla vergogna. Ho appena contestato gli ordini del Papa. Involontariamente, certo, ma l'ho fatto. Anche se non posso davvero pensare che simili ordini vengano direttamente da Sua Santità... non certo l'ordine di collaborare con le forze del Demonio.
Si siede anche il Cavaliere, sfregandosi le tempie con le dita. «Stiamo perdendo la guerra, inquisitore.» riprende con tono più calmo, mesto. Sembra addurla a giustificazione. No, il fine non giustifica i mezzi, non in questo caso. «Stiamo rovinosamente perdendo. L'alleanza tra mori e turchi ha messo in ginocchio la Spagna, il distaccamento dei Cavalieri di San Giorgio lì non può più gestire la situazione – anche senza contare la questione degli ebrei, che è appannaggio vostro. A est l'unica cosa che ferma i turchi è la paura dell'Armata Nuova dello zar, ma una volta presa la Terra Santa crede che non utilizzeranno il loro demone anche lì?» Domanda retorica, il Cavaliere continua. «E si fidi, manca poco prima che finiscano in Terra Santa. La Repubblica Americana non si muoverà in nostro aiuto, non ora che rischia più di quanto possa guadagnare. Certo, i Borbone e i d'Aragona continuano a inviarci aiuti, ma anche con tutto il loro esercito, anche con tutti gli uomini impegnati in Spagna inviati a Gerusalemme, anche con ogni nephilim lanciato in avanguardia... contro l'esercito di Saladino e un solo, un solo demone, siamo inermi. E le dico perché: perché i turchi sono stati abbastanza furbi da ricorrere ad ogni mezzo possibile, qui invece siamo troppo preoccupati dai dogmatismi e dalla sorte delle nostre anime immortali per combattere il fuoco con il fuoco. E io dico, non vogliamo usare un demone? Allora almeno cerchiamo in ogni modo di neutralizzare quello con cui i turchi ci stanno massacrando.»
Ridicolo. Tutto questo discorso è ridicolo e insensato. «Lei è blasfemo.»
Il Cavaliere mi sorride con condiscendenza. «Forse. Ma preferisco essere blasfemo e perdere l'eternità tra le fiamme dell'Inferno che vedere la Chiesa distrutta da un branco di cani infedeli. E non sono l'unico a pensarlo. Le do il permesso di arrestarmi e giustiziarmi, se questo la fa sentire meglio, ma solo dopo aver fatto il suo lavoro e avermi detto se almeno quello stregone, o chicchessia, possa aiutarci a salvare l'Europa.»
Lo arresterei davvero, sono tentato di farlo. Mi volto di nuovo verso l'Inquisitore Generale, non posso credere che approvi una simile follia. «Eminenza, lei non può davvero pensare che...»
Non mi dà il tempo di finire, il cardinale si alza in piedi. «52, le devo parlare in privato un attimo.» Non si volta verso il Cavaliere quando esce dalla stanza, e non lo faccio nemmeno io, ma posso sentirlo sedersi di nuovo, anzi, lasciarsi cadere sulla sedia con un sospiro.
Mi chiudo la porta alle spalle e il cardinal Maria Corsini si volta verso di me, le mani incrociate dietro la schiena. Non temo in un rimprovero perché sono nel giusto nella maniera più assoluta.
«Ascolti, non creda che non sia d'accordo con la sua indignazione.» mi conferma subito Maria Corsini, infatti. «Cercare l'aiuto di un servo del Demonio per noi è inconcepibile. Ma gli ordini vengono da troppo in alto, non possiamo fare niente. Non ora.» la sua voce non muta tonalità, ma il cardinale solleva appena un suo sottile sopracciglio, a indicarmi un avvertimento che devo cogliere. «Si ricordi i Templari, 52. L'Inquisizione è la legge, una legge che rimette solo al Papa e a Dio. Ciò che decidiamo essere vero diventa verità di fronte all'Altissimo. E quando questa guerra sarà conclusa, toccherà a noi ripulire, sia fuori che dentro.»
Mi sento immediatamente leggero, mi è stato tolto un fardello enorme. Mi trattengo dal sospirare di sollievo, anche se vorrei. Sì, siamo la spada di Dio che recide le erbe cattive che soffocano il grano buono. Che queste erbe siano un cardinale, o un intero Ordine, è indifferente. Chino il capo in segno di deferenza. «Sì, Eminenza. Grazie, Eminenza.»
In cui 52 soffre di shock culturale by Fra Tac
Author's Notes:
Olé, dopo eoni eccomi di ritorno con un capitolo! Capitolo indecentemente corto, però sinceramente non saprei come allungare il brodo quindi... S: Il prossimo però dovrebbe essere più sostanzioso.
Giusto una nota: ricordate Jana Kovarik, la prima ragazza esorcizzata da Ivan? E sua madre che aveva cercato in lungo e in largo di curarla con metodi diciamo "poco ortodossi" ("curare" l'esorcismo con l'aroma terapia? fatto!)? Beh, se non ve lo ricordavate, adesso spero di avervi rinfrescato la memoria, visto che ricompariranno in questo capitolo. Per il resto, invece, essendo collegato direttamente al capitolo scorso non penso ci siano problemi... quindi vi auguro buona - spero - lettura! Commenti e specialmente critiche sono i benvenuti - specie per quanto riguarda il personaggio di 52, visto che ancora non sono totalmente sicura di riuscire a renderlo bene.
CAPITOLO 7: IN CUI 52 SOFFRE DI SHOCK CULTURALE


Nell'aeroporto c'è più gente del previsto. Probabilmente è periodo di vacanza, non l'avevo considerato. Mi guardo intorno, cercando il Cavaliere che dovrebbe accompagnarmi da Praga alla città in cui si sono verificati quegli esorcismi.
Lo noto, finalmente, alla mia sinistra. Solleva appena una mano, quando il mio sguardo incrocia il suo, per confermare. È di corporatura massiccia, statuaria direi, e svetta al di sopra della folla. Dev’essere abbastanza giovane, ma non saprei dargli un’età con certezza, vista la barba bionda che gli nasconde buona parte del viso.
Il suo aspetto nel complesso corrisponde perfettamente allo stereotipo del Cavaliere Teutonico, unica cosa per cui lo si potrebbe definire tale: non indossa né la divisa né qualunque altro segno che testimoni la sua appartenenza all’Ordine. Questo mi fa storcere involontariamente la bocca, non sono abituato a una simile... elasticità. Eppure avrei dovuto aspettarmelo, i Teutonici sono famosi per essere poco ortodossi, anche per la media degli Ordini. Soprattutto per la media degli Ordini – sono quasi a livello dei crociati.
Mi avvicino al Cavaliere. Le persone non si spostano al mio passaggio, come invece succede di solito, né distolgono lo sguardo. Anzi, mi osservano con una blanda curiosità, soffermandosi appena sulla sagoma che il mio braccio destro disegna da sotto il tabarro, prima di continuare per la loro strada. La cosa mi infastidisce.
«52, immagino?» il Cavaliere mi saluta con un largo sorriso e ha l’accortezza di tendermi la mano sinistra, che subito stringo. La sua risposta è anche troppo vigorosa. «Io sono Hermann Holtz, sono io che ho scritto il rapporto su... beh, lo sa. Da adesso in poi sono a sua disposizione. La mia macchina è appena fuori l’uscita, vogliamo andare?»
Lascio che prenda la mia valigia e mi faccia da guida. Mi trattengo dall’esprimere giudizi, per quanto la sua giovialità mi disturbi. Posso capire le abitudini più distese dei Cavalieri Teutonici – specie considerando i paesi in cui sono soliti operare – ma un simile atteggiamento così disteso è una mancanza di rispetto sia per il mio rango che per-
Qualcuno mi urta, interrompendo il filo dei miei pensieri. Mi volto subito, senza riuscire a capacitarmi di quanto è appena successo. Anche solo sfiorare un nephilim, e un inquisitore per di più, dovrebbe essere impensabile per qualunque persona comune. Ci dovrebbe essere una certa deferenza. Mi fermo, e la confusione lascia il posto al disgusto quando avverto chiaramente che l’uomo che mi ha urtato non è un uomo, ma un mezzo-demone. Istintivamente mi pulisco la spalla, dove il meticcio mi ha toccato.
Sapevo che qui nell’Impero la politica riguardo a queste... creature fosse diversa, ma non pensavo permettessero loro di mischiarsi così liberamente agli uomini. È follia.
«È la prima volta che esce dai territori della Chiesa, vero?»
Mi volto verso Holtz, che mi osserva con un sorriso appena percettibile. Sono sul territorio imperiale da nemmeno un’ora e già mi è stato mancato di rispetto da cittadini, sottoposti e addirittura demoni.
«Solo in Spagna e in Italia.» gli rispondo. «Mai in luoghi completamente laici. Questo paese è un’offesa a tutto quello che la Chiesa si sforza di predicare, è blasfemo e – oh per il Santo Padre, quello è un distributore di preservativi
La reazione del Cavaliere è ciò che mi stupisce di più: scoppia a ridere e scuote la testa. «Beh, io non sono mai stato a Roma, invece.»
Non sono sicuro di come vada interpretata questa frase.



Sistemo l’icona sul comodino accanto al mio letto. Come mi aspettavo non vi è alcunché di sacro, in questa stanza, nemmeno una Bibbia nel cassetto.
«Fin da subito ho pensato che la permanenza dei Teutonici nell’Impero e nei suoi stati satellite fosse nociva per l’Ordine.» dico, rivolgendomi ad Holtz, a cui ho dato il compito di sistemare la mia valigia. «Ma adesso che sono qui mi rendo conto che è peggio di quanto pensassi. Se i tuoi colleghi hanno un atteggiamento simile al tuo si tratta veramente di una... contaminazione! È vergognoso che soprassediate su certe cose, su quest’atmosfera di promiscuità dilagante e credenze dissacratorie.»
Il Cavaliere non risponde. Prende dalla mia valigia un sacchetto pieno di pile e se lo rigira tra le mani. Temo non stia dando il necessario peso alle mie affermazioni.
«Quando tornerò a Roma farò presente a chi di dovere questa situazione. E non giocare con la mia cena, per favore.»
Holtz è sorpreso. Bene. È giusto che ricordi io sia un nephilim e che mi tratti di conseguenza. Prendo le pile dalle sue mani e le ripongo nel cassetto del comodino.
Ma ora è meglio iniziare a lavorare. Non ho idea di quanto tempo io abbia a disposizione per trovare chiunque stia compiendo questi esorcismi. Verosimilmente i turchi non possono usare il loro demone senza interruzione, altrimenti Gerusalemme – rabbrividisco solo a pensarlo – sarebbe già persa da molto tempo. Ma non so quanto debbano aspettare. Forse giorni. Forse settimane.
Forse non riuscirò a fare in tempo a rintracciare questo fantomatico esorcista in tempo utile, non ho davvero i mezzi e i dati per darmi un limite. Devo muovermi più in fretta che posso, nonostante tutta questa faccenda continui a sembrarmi a dir poco degradante. Ma devo ricordare la parole di Maria Corsini. Ogni cosa a suo tempo... per ora è così che devo servire la Chiesa.
«La mia divisa.» ordino a Holtz, tendendogli la mano. Il Cavaliere mi osserva per qualche secondo, poi sospira e scuote la testa.
«Non andrà da nessuna parte con quella.» mi dice.
Trovo qualche problema a conciliare il modo in cui il Cavaliere si sta comportando con quanto mi ha precedentemente detto riguardo all’essere “a mia disposizione”. «Una divisa dell’Inquisizione apre qualunque porta, Holtz. È il modo più veloce per svolgere un lavoro di investigazione.»
Il Cavaliere scuote ancora la testa. «Non qui. Nell’Impero le cose vanno in modo diverso, l’autorità della Chiesa non è riconosciuta.»
«Assurdo. Dopo gli accordi di Ginevra ci è riservata una certa libertà per quanto concerne...»
Ancora quel sorriso. Se non fossi quello che sono potrei pensare che il Cavaliere mi stia trovando divertente. «Esorcismi clandestini e riti satanici e di magia nera vengono considerate cose un po’ diverse, mi dispiace.» mi interrompe «Il corpo di polizia potrebbe dare problemi, di certo non le lascerebbero carta bianca. Non sono nemmeno sicuro possa riuscire ad organizzare un processo, detto fuori dai denti: con il fatto che gli esorcismi clandestini sono passibili di punizione anche secondo il codice penale dell’Impero potrebbero reclamarli sotto la loro giurisdizione, e a questo punto...»
Scuoto la mano sinistra in uno spasmo di fastidio. No, certo, allestire un processo non è un problema che mi interessi, visto che mi è stato proibito. Ma non ho comunque bisogno di ostacoli da parte delle istituzioni di questo stupido Impero che ritardino in qualche modo la mia missione.
Sarà appannaggio del Cavaliere evitare che questo succeda.
«Il processo... non sarà un problema, almeno non per ora. La mia priorità è trovare chiunque stia facendo questi esorcismi e capire come ci riesca. La tua sarà quella di occuparti delle mediazioni con la polizia locale e altre questioni burocratiche.» spiego ad Holtz, velocemente. C’è altro ben più pressante. «Adesso, dammi la mia divisa e portami dalla famiglia Kovarik.»



«Oh Santo Cielo, 52, non puoi pretendere di entrare in una casa privata senza mandato!»
Ha smesso di darmi del lei e pretende di insegnarmi a fare il mio mestiere. Mi volto verso di lui, un sopracciglio alzato. Forse non è un problema culturale, potrebbe essere semplicemente totale incompetenza. «Sì che posso, rappresento l’Inquisizione.»
Holtz rotea gli occhi. «Già ma qui non vale molto come titolo, ricordi?»
Ah, no, passi il non riconoscere alla Chiesa i propri diritti, ma questo è semplicemente ridicolo! «Ma sono un nephilim!»
«Sì ma...»
Non ho intenzione di sopportare oltre, schiaccio il citofono in corrispondenza dei Kovarik. Dopo qualche secondo mi risponde una voce di donna, distorta dall’apparecchio. «Sì, chi è?»
«L’Inquisizione.»
Holtz mi allontana afferrandomi le spalle, per prendere il mio posto davanti al citofono. Io mi libero dalla sua presa, orripilato.
«La cosa
«Signora Kovarik, vorremmo solo farle qualche domanda, non si preoccupi.» dice il Cavaliere «Non è niente che la riguardi personalmente, ma sarebbe più facile se lei collaborasse, a questo punto.»
Il citofono rimane silente per pochi secondi, poi il portone del palazzo si apre.
Non entro, continuo a fissare Holtz. Quest’uomo si rende conto di quello che ha appena fatto? Ha completamente scavalcato la mia autorità, ha... non ho parole.
«L’interrogatorio lo condurrò io, senza interferenze, intesi? » mormoro. Il Cavaliere si passa una mano sulla nuca, sembra a disagio.
«Sinceramente non penso che sia una buona ide-»
«Perché sono un inquisitore e un nephilim, e quindi comando io, va bene?!»
Non avevo esattamente intenzione di urlarlo. Tossisco, distogliendo lo sguardo, e cerco di recuperare la mia compostezza. Entro nel palazzo e comincio a salire la scale, sperando di aver messo fine alla conversazione. Holtz però non tarda ad affiancarsi a me.
«Ascolta, ho visto come lavorate voi dell’Inquisizione.» mi sussurra, chinandosi. «Qui bisogna lavorare in maniera meno... diretta. La tortura è illegale, e molte delle tecniche che usate sono considerate tali. Devi garantire ai Kovarik che sei qui solamente per cercare chi sta facendo questi esorcismi, che non riceveranno ripercussioni anche se tecnicamente per la Chiesa sono ugualmente colpevoli. Altrimenti non andremo da nessuna parte.»
Serro la mascella. Non sono abituato a questo tipo di giustizia, a questi compromessi. Ho Dio dalla mia parte, ma non lo Stato, è una situazione nuova per me – e terribilmente scomoda.
«Del resto, non credo sia la prima volta che voi dell’Inquisizione praticate certi sotterfugi, no?»
Mi volto di scatto verso il Cavaliere, a ogni sua nuova frase la sua insolenza e totale incompetenza mi sorprendono. «Non si chiamano sotterfugi o inganni, se sei nel giusto. E se sei nel giusto detti le regole.» mi limito a dirgli, secco. Torno a guardare avanti a me. «E, Holtz, non parlare più così liberamente o una volta tornato a Roma farò personalmente in modo che tu venga espulso dall’Ordine.»
Il Cavaliere annuisce con un sospiro. Continuo a pensare non stia dando il giusto peso ai miei avvertimenti.


Una cosa detta dal Cavaliere non è completamente errata: l’Inquisizione tende preferibilmente ad usare mezzi non proprio leggeri. Quando si ha a che fare con demoni, streghe e stregoni usare il pugno di ferro è però inevitabile, nonché il metodo più sicuro e veloce per ottenere informazioni che potrebbero salvare non solo poche persone, ma intere regioni. Questo però non vuol dire che non sappiamo come condurre un interrogatorio “normale”. Non siamo senza criterio, se non c’è il ragionevole dubbio che un civile sia collegato a forze oscure preferiamo evitare la tortura.
Per un nephilim come me, specialmente, è oltremodo facile ottenere la fiducia di chi si sta interrogando e farsi dire in poco tempo tutto ciò che si vuole sentire. Le persone tendono a sentirsi istantaneamente a proprio agio parlando con chi ha un bel viso e una parentela con gli angeli.
E così, quando la Kovarik ci apre la porta, la saluto con il sorriso più tranquillizzante che riesco a fare e una mano tesa, in un gesto più amichevole che di circostanza. «Signora Kovarik? Buonasera. Possiamo entrare?» rendo la mia voce più dolce possibile.
Vedo la donna sbattere le palpebre e arrossire leggermente. «Ma certo!» trilla, spostandosi dalla porta e facendo cenno a me e al Cavaliere di entrare.
«Il salotto è da quella parte, accomodatevi pure. Volete qualcosa da mangiare? Ho acqua, succo all’albicocca, succo all’ace, tè al limone, tè alla menta, tè ai frutti di bosco, biscotti al cioccolato, biscotti senza glutine, biscotti al cioccolato senza glutine, pizzette da scongelare nel microonde, tramezzini...»
«No, grazie, vogliamo solo farle qualche domanda. Non le ruberemo troppo tempo.» dico, sedendomi su un divano fin troppo morbido. Il Cavaliere rimane in piedi dietro di me, una mano appoggiata sullo schienale, e non posso fare a meno di provare una certa soddisfazione.
Non mi volto per osservare la sua espressione, ma posso immaginarla con facilità.
«So fare il mio lavoro, Holtz.» sussurro, prima che la Kovarik ritorni dalla cucina. «Anche se ti piace sostenere il contrario.»
Il Cavaliere non risponde. Bene.
Quando la Kovarik ritorna dalla cucina noto che, nonostante quanto le ho detto, ha portato un vassoio con del cibo e dei bicchieri. Si è anche sistemata i capelli e ha, chissà come, trovato il tempo di indossare un braccialetto di perle e degli orecchini.
La donna si siede sul divanetto di fronte a me, ancora un po’ rigida. Chiaramente non posso eliminare la sua ansia del tutto.
«Mi scuso, ci sono solo io in casa, mia figlia è uscita a studiare e mio marito è al lavoro.» ridacchia, non capisco se per il nervosismo o se per civetteria. «Spero di potervi aiutare, qualunque sia il motivo per cui siete venuti. Non riesco proprio a immaginare cosa possiate volere da una modesta famiglia come la mia. Sa, siamo così riservati, non sappiamo quasi chi siano i nostri vicini!»
Mentre parla gesticola, facendo tintinnare il braccialetto e mostrando le unghie perfettamente smaltate. «Cosa che, le dico, è davvero difficile per quanto urlano. Quella gente non sa davvero come comportarsi, se fossi al posto suo farei loro una visitina, anche solo per-»
Sollevo una mano, attento a renderlo un gesto cortese, non un’imposizione. La Kovarik smette ugualmente di parlare.
«Vogliamo solo un’informazione su quanto successo qualche mese fa a sua figlia, signora.»
La Kovarik ride, una risata squillante e troppo acuta. Stavolta sono certo sia per il nervosismo. «Mia figlia? La mia piccola Jana non ha fatto niente di male, probabilmente la confondete con qualcun altro, non posso nemmeno immaginare come potrebbe avere qualcosa a che fare con la Chiesa. Guardi, è una ragazza così diligente, esce pochissimo, sta sempre in casa a studiare – con ottimi risultati, se vuole vedere il suo diploma io-»
«Non metto in dubbio l’integrità di Jana, non si preoccupi.» la interrompo di nuovo prima che divaghi, reprimendo la stizza. Questa donna parla troppo, è la prima volta che mi trovo a pensare qualcosa del genere in uno dei miei interrogatori. «Però, purtroppo non possiamo ignorare... l’incidente che le è successo, lei comprende vero? Non siamo qui per perseguire né lei né Jana, ma chi ha compiuto quell’esorcismo violando non solo le leggi dell’Impero, ma arrecando anche una grave offesa alla Chiesa stessa. Lei, chiaramente, non poteva sapere si trattasse di un impostore.»
Le sorrido, ma quanto ho appena detto mi è costato fatica. Se fossimo a Roma sarebbe punita anche lei, così come deve essere. Se fossimo a Roma ci sarebbe giustizia.
L’espressione nervosa della Kovarik si distende un po’. Sorride. «Già. Già! Non ne avevo assolutamente idea, anzi, sono... sono allibita! Sì, allibita da scoprirlo proprio ora che me lo sta dicendo! La gente che c’è in giro, guardi, ho troppa fiducia negli altri, me lo diceva sempre mia madre!»
Se fossimo a Roma potrei costringerla a tacere e dire solo quello che voglio sentire. Sorrido, scacciando questi pensieri, che adesso non aiutano di certo. «Le chiediamo semplicemente una descrizione fisica.» le spiego, dissimulando con un gesto della mano. «O qualunque dettaglio ci permetta di rintracciarlo. Si tratta, dopo tutto, di una questione di poca importanza – ormai con tutti i casi di esorcismi clandestini che si sentono per noi simili indagini sono divenute più che altro una formalità.»
La signora Kovarik mi guarda, mentre si sfiora il volto con una mano. Sembra ancora incerta, e con mio rammarico mi rendo conto che il Cavaliere aveva ragione: dobbiamo assicurarle che non subiranno ripercussioni, per quanto vada contro ogni mio principio. O almeno, finché non troveremo l’esorcista...
«Ci dica quello che sa, e non la disturberemo più.» Sorrido di nuovo. «Ha la mia parola.»
Finalmente vedo la Kovarik rilassarsi completamente. «Beh» comincia «innanzitutto erano in due, abbastanza giovani credo, e -»
«Mamma!»
Sobbalzo e mi volto verso l’ingresso del soggiorno. In mezzo alla porta è comparsa una ragazza bionda, ancora coperta da un cappotto e con le guance arrossate dal freddo. Jana, immagino, non l’ho nemmeno sentita entrare.
Devo irrigidire i muscoli per mantenere il sorriso.
«Jana, tesoro, non ti aspettavo così presto!» squittisce la signora Kovarik «Tesoro, mamma sta parlando di cose importanti, puoi andare in camera tua per qualche minu-»
«No.» risponde la ragazza, senza staccare gli occhi da me. Ha un’espressione intensa, quasi di... odio, un odio freddo, trattenuto. Mi guarda ostentando una superiorità che non ha. Riesco a capire perché sia stata posseduta dal demonio. Piccola strega.
«Non devi dirgli niente, mamma.» continua la ragazza «Non possono costringerti a dirgli niente, non sono la polizia. Puoi cacciarli fuori a calci, se vuoi.»
«Jana! Questo modo di esprimersi...»
«Non hanno nemmeno le prove io sia stata davvero posseduta!»
Il mio sorriso svanisce del tutto. Ignoro la Kovarik, mi concentro sulla figlia. «Tua madre ha cercato di sistemarti con ogni metodo possibile, con ogni aiuto possibile. È già tanto non lo sapesse tutto l’Impero, non dubitare che riusciremmo a trovare abbastanza testimoni per...»
«Ma io negherei!» esclama, interrompendomi. «Anche sotto giuramento, negherei!»
«Se collaborassi, Jana, sarebbe più facile per entrambi...» non riesco più a dare alla mia voce un tono rassicurante, non di fronte a questa ragazza. Se solo fossimo a Roma questa spavalderia, questa insolenza, sarebbe ripagata come merita. Ma non siamo a Roma, e io devo rimanere impassibile nonostante io sia nel giusto!
Jana sorride. «Altrimenti cosa? Con che autorità potete fare queste minacce? Uscite da casa mia, o chiamo la polizia.»
Faccio per alzarmi in piedi, per rispondere, ma Holtz mi posa una mano sulla spalla e mi anticipa.
«Hai ragione. Non abbiamo autorità, qui, non siamo coperti da un mandato e questo non è un interrogatorio formale.» sembra dirlo più rivolto a me che a Jana. Stringo i denti. «Speravamo solamente di poter prendere qualche informazione, non era nostra intenzione costringervi a dire nulla. Ad ogni modo, se cambierete idea...»
«Ne dubito.» la ragazza raddrizza ancora di più la schiena, per poter guardare negli occhi il Cavaliere. «Ora, se non vi dispiace, vi accompagno fuori.»


«Quella... quella... quella babilonese
«Bell’insulto.» biascica il Cavaliere, prima di dare un altro morso al suo panino.
«Oh, sta zitto.»
Non dovrei reagire in maniera così scomposta, me ne rendo conto, ma sono al limite della frustrazione. Questo posto in meno di un giorno ha completamente drenato le mie energie, spingendomi sull’orlo di una crisi di nervi. Non riesco a capire la mentalità delle persone che ci vivono, non riesco a capire le loro stupide leggi e, soprattutto, non riesco a sopportare il senso opprimente di terribile impotenza che mi attanaglia.
«Se non fosse stato per quella ragazzina a quest’ora avremmo già una descrizione.»
Holtz sospira. «Te l’ho detto che avremmo dovuto prima parlare con la polizia, trovare il modo di farci dare un mandato. Non puoi più... pretendere, qui.»
Vorrei rispondere, ma non riesco a pensare ad altro che lo sguardo di Jana Kovarik. Sprofondo ancora di più nel mio tabarro, appoggiandomi al muro del palazzo. Nonostante siamo in primavera, qui in Boemia il tempo è ancora invernale. Guardo la poca gente nel parcheggio quasi vuoto, radunata di fronte a un baracchino che vende salsicce. La maggior parte sono umani, ma riesco a individuare delle figure non troppo normali. Colore della pelle sbagliato, un arto in più...
«Come possono permettere a queste creature di mischiarsi a dei cristiani.» mormoro.
Holtz fa spallucce. «Prima di tutto, penso che la maggior parte siano atei o protestanti. Poi comunque sembra funzionare molto bene. Qualche incidente al limite si verifica con gli indemoniati, ma anche loro... beh, riescono a condurre una vita normale. Poi sai, qui è da un po’ che si è iniziato a considerare i mezzi-demoni più nella loro componente umana. E, appunto, funziona.»
Mi volto verso Holtz. «E tu? Sei d’accordo con tutto...» gesticolo con una smorfia verso il gruppo misto «questo?»
Il Cavaliere trattiene il respiro. Continua a guardare avanti a sé, ma i suoi occhi si fanno vacui. «Non penso che ti piacerebbe la mia risposta.» dice infine.
Come volevasi dimostrare. «E allora non rispondere.» gli dico. Quando tornerò finalmente a Roma farò personalmente pressione perché si sistemi questo covo di eterodossi che è diventato l’Ordine dei Cavalieri Teutonici. Si è chiuso un occhio per decisamente troppo tempo.
Una “donna” con tre occhi stringe la mano di un uomo, chiaramente umano, e i due si sorridono.
Disgustoso. Questo stato non ha alcun senso.
Tendo una mano al Cavaliere. «Dammi una pila, per favore.» ho bisogno di mangiare qualcosa, dopo una giornata come questa. «O anche due.»
Holtz ubbidisce. «Sicuro convenga qui, all’aperto?»
Ah, questo sì che è ironico. «Direi che la gente di questo posto è abituata a spettacoli ben peggiori.» dico, con amarezza, accennando alla coppia mista. Ingoio una pila dopo l’altra e dopo qualche secondo le sento fare effetto. Un calore familiare si irradia nel mio corpo a partire dallo stomaco, e il mondo comincia ad apparirmi come illuminato da un’enorme lampada blu. Mi scosto i capelli che hanno iniziato ad ondeggiarmi davanti al volto, producendo al tatto piccole scintille azzurrine come quelle che mi danzano sulla pelle.
Il Cavaliere mi fissa a bocca aperta. «Beh, wow.»
Lo ignoro, così come ignoro le altre persone che mi lanciano occhiate stupite. Anzi, chiedo un’altra pila. Questo pasto mi sta senza alcun dubbio rinvigorendo, ma non per quanto riguarda il mio morale.
«Cosa facciamo, adesso, Holtz?» chiedo, dopo aver ingoiato la pila. La mia voce è metallica e sembra seguita da un’eco, anche se non posso sapere se sono solo io a sentirlo. «I Kovarik erano la nostra unica traccia, da che hai riferito. Le altre sono solo dicerie così vaghe...»
«Prima di tutto mi occuperò della polizia, cercherò di convincerli a farci fare un’indagine congiunta. Poi... penso che verosimilmente ci convenga aspettare esorcizzino qualcun altro. O ritentare con i Kovarik, una volta avuto l’appoggio della polizia...»
Stringo i pugni e sbatto le palpebre quando una scintilla mi finisce in un occhio. «Ci vuole troppo tempo, troppo tempo.» dico. Holtz non può sapere, non deve sapere, quanto la Chiesa sia con l’acqua alla gola. Comincio a percepire prepotentemente anche io il pericolo che costituisce quel demone dei turchi.
Holtz accartoccia il tovagliolo in cui era avvolto il suo panino. «Beh, cosa ti aspettavi? Che questo fantomatico esorcista ci piombasse tra capo e collo il primo giorno di ind-»
Un rombo improvviso copre la sua voce, come un'esplosione. Mi alzo istintivamente, cercando con lo sguardo il parcheggio e i palazzi nei dintorni, per capire cosa stia succedendo. Nessuno tra le persone qui presenti dà però segno di aver percepito alcunché.
«Hai sentito?» chiedo ad Holtz. Lui mi guarda con espressione confusa.
«Sentito cosa?»
Un'ondata di calore mi attraversa e la mia visione si fa più nitida, nonostante i contorni delle figure comincino a tremare. Per il Santo Padre, può significare solo due cose.
«Demoni.» mormoro «O magia nera.»
Se lo avverto in modo così forte deve essere vicino. Stringo i pugni, incanalandovi quanta più energia posso. Mi prendo due secondi per sondare i dintorni, sento un pulsare intenso alla mia sinistra. Devo solo seguirlo.
Non so cosa stia succedendo, ma so che devo andare. E' il mio lavoro, e dopo oggi non posso chiedere di meglio. Non dovrei, ma non posso fare a meno di sorridere.
«Seguimi.» dico ad Holtz, prima di iniziare a correre.
In cui Ivan fa scelte sbagliate e incontri spiacevoli (I) by Fra Tac
Author's Notes:
EDIT 3: Dopo che Selerian mi ha fatto notare un abominevole errore idiota ho cambiato un paio di cose - sostanzialmente il dialogo tra Sergio e Ivan nella quarta scena S: Non ne sono ancora convinta ma... almeno dovrei aver rimediato un pochino, spero. EDIT 2: ARGH odio la vita, mi sono appena accorta che è improvvisamente sparita la parte finale dell'ultima scena del capitolo! S: non so da quanto sia così - quando lo avevo caricato era a posto - ma domani sistemo. sistemato :D EDIT: titolo trovato, grazie ad Ico ;D Non sono riuscita a trovargli un titolo :C
Comunque, ecco qui il nuovo capitolo - stavolta è più lungo, spero però non faccia schifo :'D Se non altro è una prima svolta nella storia, anche se TANTO telefonata... però l'ho buttata sul ridere in quel senso, quindi non dovrebbe essere una cosa così pessima, no? In ogni caso, al solito, per qualunque errore - grosso o piccolo che sia - segnalate. Specie perché questo capitolo è stato un po' un parto e ha continuato a farmi profondamente schifo fino a che l'ho fatto leggere a due mie amiche che mi hanno un po' rassicurata, però comunque la preoccupazione rimane S:
Quindi le critiche sono più che benvenute!
Ah, e infine, ci sono dei riferimenti a dei capitoli indietro... ma dovrebbero comunque essere abbastanza chiari, o almeno spero.
In ogni caso... fatemi sapere! Buona, spero davvero, lettura.
CAPITOLO 8: IN CUI IVAN FA SCELTE SBAGLIATE E INCONTRI SPIACEVOLI


Il vecchio indemoniato si alza dal letto, si arrampica sulla parete e ruota la testa un paio di volte.
«Perfetto. Ora dì qualcosa che sembri satanico. O fai dei versi a caso e basta, tanto fanno effetto uguale.»
«AsasndubabubGRRRR» esclama il demone, scuotendo la testa dell'indemoniato e spargendo saliva. Non so se sia volontario, ma apprezzo l'impegno, anche se i versi satanici mi sembrano poco convinti.
«Va bene, ma la prossima volta voglio un po' più di energia, okay? E vedi di rimettere in funzione quel collo, dopo averlo girato.»
L'uomo che ci ha chiamato fissa prima me e poi Sergio, asciugandosi il sudore dalla fronte con un fazzolettino di carta. «Cosa sta dicendo?» chiede, con una vocina stridula che non ci si aspetterebbe di sentire venire da una persona di quella massa. Ma chissà, forse i pantaloncini con la stampa dei supereroi gli stanno troppo stretti...
Sergio accende l'ultima candela e scuote la mano per spegnere il fiammifero. Sorride all'uomo con quella che definisce "espressione da prete" – l'ho visto esercitarsi a copiare quel sorriso dalle immagini di Gesù gaudente che infestano i volantini dei testimoni di Geova. Lo trovo tuttora disturbante, ma con gli altri sembra funzionare, quindi...
«Sono solo dei mantra per purificare l'ambiente» dice all’uomo con i pantaloncini dei supereroi, che però lo ricambia con uno sguardo di sospetto.
«Ma i mantra non sono una cosa un po'... orientale?»
«No, i buddhisti ce li hanno rubati. Contaminazione culturale, sai...» tossisce e mi fa un cenno con la mano. Io gli porgo subito la bibbia. «Ora è però giunto il momento di cominciare e liberare la povera anima di Ladislav»
«...Jaroslav»
«di Jaroslav dal giogo demoniaco che la attanaglia.»
Con un unico gesto teatrale apre il libro e solleva il braccio in alto, verso l’indemoniato, mostrandogli un crocifisso che deve aver tirato fuori ora dalla manica della talare. Sì, lo ammetto, è decisamente più bravo di me ad impersonare un prete esorcista. Forse perché non è ostacolato da una cosetta chiamata dignità.
«Ora simula una certa paura.» ordino al demone. Ripenso all'ultima volta. «E non dire "va bene così?"!»
«Argh!» esclama l'indemoniato, coprendosi la faccia con le braccia, rimanendo così attaccato alla parete solo con le suole delle pantofole. I lineamenti del vecchio sono distorti in una perfetta maschera di rugoso terrore. Devo dare atto al demone, ora sì che si sta impegnando.
L'uomo con i pantaloncini dei supereroi mi fissa. «Perché li sta pronunciando in russo, quei mantra?» chiede a Sergio.
Perché devi rompere le scatole a chi sta esorcizzando tuo padre?
«E' frutto del suo ritiro spirituale con i monaci del Kamčatka.» gli risponde Sergio, più diplomaticamente. «E ora... state indietro! potrebbe essere pericoloso.»
L'uomo fa un balzo all'indietro. Io rimango dove sono, ma infilo una mano in tasca. Stringo tra le dita le biglie che ci ha preparato Jerard.
Sergio comincia a leggere dalla bibbia – la versione rigorosamente in latino – parti che tradotte, sono certo, sarebbero pregnanti quanto "e lasciatili se ne andò a Betania ove passò la notte". Il giorno in cui troveremo qualcuno che il latino lo sa faremo una figura terribilmente imbarazzante. Ma per adesso...
«Fai finta di soffrire.» ordino al demone. «Non parlare, non dire niente, lamentati e basta, con l'atteggiamento più... più bestiale che riesci ad avere.»
L'indemoniato si afferra i – pochi – capelli e comincia a scuotere la testa, ululando. Si stacca completamente dalla parete e comincia a levitare lungo il perimetro della stanza, sempre più velocemente. L'uomo con i pantaloncini dei supereroi quasi cade all'indietro per il terrore. Oh, è perfetto!
«Proprio come nel numero duecento di Reaperman.» mormora, cercando di sostenersi su un tavolino che sembra già poco stabile di suo.
Sento il tono di Sergio farsi più enfatico. Mi lancia un'occhiata veloce, giusto per conferma. Io annuisco impercettibilmente.
«Okay.» dico al demone. «Ora fermati sopra al letto, smetti anche di lamentarti. Non uscire ancora, però.»
Sergio chiude la bibbia di scatto e la solleva all'altezza del crocifisso. In quell'esatto momento il demone si blocca a mezz'aria sopra il letto, la bocca spalancata in un muto grido. Io tiro fuori dalla tasca una a caso tra le biglie che ci ha dato Jerard e la infilo in una bottiglietta d'acqua "benedetta".
«Ora, empio demone,» esclama Sergio, riprendendo a parlare in esperanto «esci da questo corpo!».
Nemmeno aspetto abbia finito la frase, faccio un passo verso il letto e lancio l'acqua davanti a me, a mo’ di benedizione, con l'unico scopo di far rompere la biglia.
Appena questa tocca il pavimento si spacca a metà e una colonna di fiamme verdi si alza come un'esplosione verso il soffitto, accompagnata da uno strillo così acuto da far tremare i vetri. Ci metto un attimo a rendermi conto che quello strillo non era un effetto speciale di Jerard, ma che è l'uomo con i pantaloncini da supereroi ad averlo lanciato.
«Ecco.» dico al demone. «Adesso devi uscire.»


«Alla fine cos’era?» mi chiede Sergio, mentre conta velocemente le banconote. Io seguo il movimento delle sue dita con lo sguardo. Duecento, trecento, trecentocinquanta... non male, stavolta, non male.
«Il padre lanciava maledizioni al figlio come poche cose perché non si levava di casa.» gli rispondo, con un sorriso. Lui si blocca e fa una smorfia.
«Oh, ma merda!» esclama. «Sai, comincio a sospettare tu stia barando.»
Mi concedo due secondi per gongolare, sogghignando. Barare, io? Non sia mai. «Potrei barare, oppure no. Tanto non lo verrai mai a sapere.» allungo una mano verso di lui. «Quindi sgancia.»
Sergio sospira e aggiunge alla mia parte un altro paio di banconote. Fa per consegnarmele, ma prima che io possa afferrarle ritira la mano e mi fissa con aria solenne.
«Sai perché continuo a darti la quota in più delle scommesse?» mi dice, serio. «Perché mi fido di te, visto che ti ritengo una persona integra e piena di buoni sentimenti.» la sua espressione seria dura giusto due secondi prima di trasformarsi in un sogghigno. «Il tipo di persona che spenderebbe questi soldi per comprare delle birre da dividere con il suo caro ed amato collega, vero?»
Io alzo gli occhi al cielo e sospiro. No, non baro, perché anche a barare che ne ricaverei? Tanto finisce sempre così. «Oh, andiamo...»
Sergio mi trotterella davanti, sventolando le banconote. «Sei tu che lo vuoi, Ivan, e sai che io sono troppo beneducato per rifiutare!»


«...e poi quando il fuoco è sparito c’era il vecchio sul letto, perfettamente arzillo. La prima cosa che ha fatto è stato prendere a schiaffi il figlio, è stato bellissimo. E far fare a Sergio la parte del prete è meglio, davvero, così riesco a dare ordini al demone senza preoccuparmi di come mascherarli. Non so perché non ci abbiamo pensato prima.»
Sergio agita una bottiglia di birra come se fosse uno scettro, rovesciando qualche goccia sul pavimento. «Perché è una soluzione troppo semplice per le nostre menti superiori, abituate a problemi di ben altra levatura.»
Jerard sospira e fa un gesto della mano. Le gocce rovesciate da Sergio evaporano subito senza lasciarsi dietro nemmeno un alone in ricordo. «Sono contento sia andata bene un’altra volta, ma non è che potete evitare di festeggiare ubriacandovi nel mio negozio? Io qui ci lavoro, ed il pavimento è di marmo vero.»
Già, e si è visto come lo pulisci con difficoltà eh. Mi porto ancora la bottiglia alle labbra e mi limito ad alzare un sopracciglio in direzione di Jerard. Se sei un mago modello Merlino non hai il diritto di lamentarti di certe cose. E poi io sono perfettamente lucido – andiamo chi è che si ubriaca dopo solo una bottiglia di birra? Cioè una e mezza. Okay, facciamo due. Ma il mio sangue russo potrebbe anche degnarsi di fare il suo dovere, di tanto in tanto, e non farmi finire a cantare per strada come l’ultima volta.
Sergio scoppia a ridere «Dai Jerry, dovresti essere contento che siamo qui – senza di noi questo posto sarebbe un MORTORIO. L’hai capita, Ivan? MORTORIO, e questo è un negozio di pompe funebri. Ah ah. Mortorio.»
Oh cristo. «Sì, l’ho capita, purtroppo.»
Sergio mi sorride e si allunga su di me, appoggiando un braccio sulle mie spalle. «Hai degli occhi bellissimi, Ivan.»
Cerco di staccarmelo di dosso con una gomitata. «Beh grazie.» Praticamente è come se non avessero l’iride. «Se ti piace il genere horror.»
«Sono bellissimi.» ripete «Tutti e quattro.»
Quattro. Okay. Gli tolgo la bottiglia dalle mani e mi volto verso Jerard. «Di solito lui l’alcol lo regge.» dico, come se dovessi scusarmi io.
Il mago fa una smorfia. «Ha fumato prima, vero?»
«Sì, ma...»
«Dubito fosse tabacco allora.»
«Whoa, Ivan, le mie mani sono uno sballo.»
«Appunto.»
Con molta, molta delicatezza allontano Sergio da me e mi sposto qualche centimetro più in là. Vorrei evitare l’esperienza di farmi vomitare addosso da uno strafatto. Di certo arricchirebbe il mio bagaglio culturale, ma sono pronto a compiere questo sacrificio e vivere in povertà.
Jerard fa come per commentare, ma si blocca subito, lo sguardo fisso nel vuoto. Ormai so cosa significa.
«Chiamata?» gli chiedo.
Il mago annuisce e si porta una mano all’orecchio, pollice e mignolo a simulare la cornetta di un telefono. Sembra un completo idiota e vai a sapere come funziona ‘sta cosa. Però funziona.
Ormai ho perso il conto di quanti poteri diversi abbia Jerard. Di certo questo è quello che più gli invidio. Sai il risparmio sulle bollette.
Non riesco a sentire la conversazione, visto che il mago si allontana – comprensibilmente, dato che Sergio continua a blaterare di quanto sarebbe bello un mondo in pace e pieno di fiori e amore libero – però posso immaginare di cosa si tratti.
«Altro esorcismo?» chiedo, quando si avvicina di nuovo. Lui annuisce.
«E’... particolare. L’indemoniato non ha nemmeno un anno di vita.»
Beh, non vedo come questo possa essere un problema. Faccio spallucce, ma Sergio invece smette di ridere e fissarsi le mani e raddrizza subito la schiena. Strizza gli occhi, in un disperato tentativo di concentrarsi. «Che hai detto?» biascica.
«Neonato indemoniato.» sintetizzo io.
«Questo... no, questo...» Sergio fa un patetico tentativo di alzarsi in piedi, prima di lasciarsi ricadere sul pavimento. «Jerry, un aiutino?»
Jerard sospira e fa un gesto della mano. Immediatamente mi sento... un po’ più lucido, come se mi avessero gettato dell’acqua fredda in faccia. Mi volto verso Sergio, che stavolta riesce ad alzarsi in piedi senza problemi. Okay, non ci vuole un genio per capire cosa Jerard abbia appena fatto.
Non riesco a evitare di fissarlo, il mio stupore deve vedersi dalla Luna praticamente. Seriamente, ma quante cose è in grado di fare quest’uomo? E si accontenta di lavorare come impresario delle pompe funebri, oltre ad aiutarci gratis con gli esorcismi. Davvero non capisco se non ha ambizione o se ha qualche fine nascosto. Nonostante tutto non riesco proprio a trovarmi a mio agio, con lui...
«E’ stata la madre a chiamarti?» chiede Sergio a Jerard. C’è qualcosa nella sua voce che mi fa alzare in piedi a mia volta, sembra serio – seriamente serio, non come nelle sue solite recite. «E dalla voce per caso ti è sembrata... bassina, capelli castani corti? Occhiaie?»
Okay, come non detto.
Jerard sospira. «Mi dispiace, ma come avrei fatto a capirlo solo dalla voce?»
«Ah, non lo so, il mago sei tu.»
Però, in effetti, non fa una piega.
Sergio si passa una mano sulla faccia, lo sguardo rivolto al soffitto. Sembra immerso nei suoi pensieri, evento più unico che raro. Vedo un demonietto cominciare a formarsi sulla sua testa, la sua forma ricorda quella di una nuvola nera. Non è la prima volta che lo vedo, è Preoccupazioni.
Ma preoccupazioni per cosa? Per l’esorcismo?
Non credo di aver mai visto Sergio preoccupato da che l’ho conosciuto. Tranne quando non riusciva a trovare le ciglia finte per la sua Madame, ma quella mi rifiuto di contarla come una preoccupazione seria...
Tagliamo la testa al toro «Cosa c’è?» gli chiedo.
Lui scuote la testa. «@#@[]”£$£”%#» dice.
Beh, grazie di avermi risposto in italiano, ma mi dispiace darti una delusione: tre le mie mirabolanti capacità non è presente il dono delle lingue. Sospiro. «Traduzione?»
«Questo esorcismo non s’ha da fare.» è Jerard a rispondermi, e sembra stupito quanto me.
Entrambi guardiamo Sergio uscire dal negozio senza degnarci di un saluto, lo sguardo perso chissà dove e Preoccupazioni sopra la sua testa sempre più grande e minaccioso. Ma cosa cavolo gli è preso?
Quando la porta si richiude mi volto verso Jerard. «Okay, questo è stato strano.»
Il mago annuisce. «Molto strano. Non pensavo Sergio potesse leggere qualcosa di più impegnativo della guida tv.»


Guardo il mio cellulare per l’ennesima volta. Nessuna risposta al messaggio in cui gli dico il luogo dell’incontro.
Forse avrei dovuto scrivergli qualcos’altro, in effetti. Più ripenso a ieri più mi rendo conto che a monte di quel comportamento doveva esserci un motivo serio. Per una persona come Sergio, poi, che non si preoccuperebbe di spalmarsi del dentifricio al plutonio sui denti, quel motivo potrebbe anche essere un’incombente Apocalisse.
Sì, avrei senza dubbio dovuto scrivergli altro. Anche un semplice “come va?”.
Forse dovrei farlo ora. Fisso lo schermo del telefonino come se potessi inviare un messaggio telepaticamente. Poi lo rimetto in tasca.
Dio, quanto faccio schifo nelle relazioni interpersonali.
Mi stringo nelle spalle quando arriva una folata di vento. Una cartaccia mi rotola sulle scarpe e la allontano con un calcio, tirandola dritta attraverso un demonietto che passava di lì.
«Ehi!» mi rimbecca quello, agitandomi contro un pugno quasi trasparente «Un po’ di rispetto per chi sta cercando di morire in pace!»
«Scusa.» gli dico, sollevando le mani. Il demonietto mi fissa con aria offesa, prima di voltarsi di scatto con uno sbuffo e riprendere il suo scivolare mesto lungo il marciapiede, bofonchiando qualcosa sulla linea di “non c’è rispetto, i giovani d’oggi, non ci sono più le mezze stagioni” eccetera.
La cartaccia che ho calciato invece finisce il suo ballonzolare in mezzo alla strada. La fisso sperando che il vento faccia il lavoro di bravo cittadino per me. Di certo io non mi degno a raccogliere quello schifo, tanto non è che migliorerebbe di molto il quartiere.
Mi guardo intorno. I soliti palazzoni grigi anonimi, come tante copie di quello in cui vivo – case popolari, ci scommetto. Cinicamente penso che stavolta l’esorcismo non ci frutterà molto – ma sempre meglio di niente, immagino. E poi ormai il computer figo l’ho comprato...
«Ehi.»
La voce di Sergio interrompe il filo dei miei pensieri. Mi volto e alzo un sopracciglio mentre lo osservo avvicinarsi. Non ha il suo solito sorriso idiota da venditore di elettrodomestici porta a porta, la cosa dovrebbe preoccuparmi. Credo.
«Pensavo non saresti venuto alla fine, sai, dopo quello che hai detto ieri.» gli dico.
Lui fa spallucce. «Ieri è il passato. Noi dobbiamo guardare al futuro. E possibilmente anche al congiuntivo.» sorride, come se fosse tutto a posto, come se non avesse appena fatto una battuta passibile di arresto e tortura nell’olio bollente. E come se io non continuassi a vedere, ormai grande quanto un ombrello, il demone sopra la sua testa...
Ci mettiamo in cammino senza dirci nient’altro, e proseguiamo immersi in un silenzio che è la madre di tutti i silenzi imbarazzanti. Mi arrischio a guardarlo di sottecchi, ma lui continua a fissare davanti a sé, le sopracciglia aggrottate.
Oh, ma che diavolo sta pensando? Si può sapere cosa sta succedendo qui?
Sospiro. «Senti, non ho ancora scoperto come leggere nel pensiero, quindi puoi dirmi perché-»
«Ci ho pensato un po’, e sono ancora convinto questo esorcismo sia una cattiva idea.» mi blocca.
Beh, okay, fin qui ci arrivavo anche io. Rallento un attimo l’andatura. «E si può sapere perché, di grazia?» insisto. Visto che a farlo dovrò essere io non è che mi schiferebbe essere informato di, non so, eventuali possibili esplosioni o cose del genere.
Sergio si ferma e si passa una mano sul collo. Sospira, sembra a disagio. «L’ho visto.» mi risponde.
«Visto?»
«Premonitivamente parlando.»
«Prima di tutto, premonitivamente non esiste come parola. E secondo... lo immaginavo, intendevo dire: hai visto cosa, di preciso?» gli chiedo di nuovo. Lo guardo dritto negli occhi e incrocio le braccia, in attesa di una risposta giusto un po' più chiara.
Lui si stringe nelle spalle, come sulla difensiva. «Beh, se proprio vogliamo stare a badare ai tecnicismi, di preciso non ho visto nulla...»
Risposta chiara come le acque di scolo, proprio. Insomma, ha visto qualcosa o no? Una visione imprecisa? Ma come si può basare una dichiarazione come quella che ha fatto su una visione imprecisa di qualcosa?
«Allora mi sfugge giusto un attimo il senso di questa conversazione.» rispondo, in ogni caso.
«E’ che quella della divinazione è una faccenda complicata, okay?» replica lui, allargando le braccia e alzando gli occhi al cielo in un gesto di esasperazione. «Il fatto è che quando ho una visione non mi arriva un'unica informazione, ma tutto un insieme di scenari che potrebbero verificarsi. Poi ho, come dire, una... "sensazione" che mi porta a sceglierne uno rispetto a un altro... non è detto sia sempre la scelta giusta, ma non è questo il punto. La cosa davvero importante è che, in questo caso, la maggior parte degli scenari che ho visto sono uno più negativo dell’altro. Un po’ come quando ti avevo detto della guerra.»
Mi prendo qualche secondo per metabolizzare quanto mi ha appena detto. «Quindi stai dicendo che in ogni scenario che hai visto... l'esorcismo finisce male?» gli chiedo. Non sono davvero sicuro di aver capito, ma messa così in effetti ha un senso e...
Sergio sospira. «Non esattamente.»
...oh, ma per carità! «E allora cosa
Dannazione, spiegati una buona volta!
«Non so se finirà male, nel senso che non è esattamente quello ciò che ho visto. Però lo posso immaginare perché... perché in quasi tutti gli scenari che mi sono arrivati avevi seri problemi a controllare il demone che dovremmo esorcizzare.» mi risponde, finalmente. E, beh, ora posso capire perché ci ha messo così tanto a dirlo. Insomma, tutto qui?
Sollevo un sopracciglio. Mi è già capitato di avere qualche problema a farmi ubbidire da certi demoni, all’inizio di un esorcismo, ma alla fine tutti cedono. Tutti, senza eccezione. Beh, demoni stile Agnese a parte, ma quei cosi di certo non hanno bisogno di possedere un corpo altrui per sopravvivere, quindi... davvero non capisco perché Sergio si preoccupi tanto per una visione del genere. A meno che non mi stia nascondendo qualcosa.
«E che succedeva, dopo?» chiedo. «Mi hai visto avere problemi a controllare il demone e...?»
Sergio tossicchia e guarda verso un punto non meglio precisato oltre le mie spalle. «Beh, diciamo che la mia visione è un po' limitata e non ho visto proprio tutte le conseguenze...»
Lo fisso, incredulo. «Cioè, nonostante quello che hai detto, non hai davvero niente per dire con assoluta certezza che l'esorcismo finirà male.» traduco.
«Se proprio dobbiamo guardare ogni minimo dettaglio...»
Alzo una mano per zittirlo. «Il sapere se un esorcismo finirà male quando si dichiara che finirà male non lo definirei esattamente un dettaglio.» gli dico, e riprenderei a camminare se non fosse che, appena muovo un passo, lui mi afferra il braccio e mi costringe a fermarmi di nuovo.
«No, aspetta, c’è anche un’altra cosa.»
Oh, tutta la pazienza che vorrei avere in questo momento...! Mi volto verso di lui con stizza. «E non potevi dirmelo subito?»
«Te lo sto dicendo adesso, ora zitto e ascolta.» mi risponde, stringendo un po’ di più la presa sul mio braccio. «Spesso con le visioni ho anche certe sensazioni. Non quelle che mi fanno capire se uno scenario è quello giusto, ma altre ancora.» ah, beh, ora sì che la situazione cambia. Sensazioni ovunque. Mi sembra di stare parlando con un romanzo d'amore. «E in questo caso tutte le sensazioni che ho ricevuto mi dicono “ah-ha, no, torna indietro”. Sono sensazioni davvero brutte, Ivan. Non l’ho visto, è vero, ma so che succederà qualcosa di brutto con quel demone.» fa una pausa e mi lascia andare il braccio, senza però smettere di fissarmi con uno sguardo quasi implorante. «Devi fidarti di me almeno su questo, per favore.» mormora.
Lo fisso in silenzio, cercando di capire come interpretare quest’ultima frase. «Quindi sostanzialmente mi stai dicendo che... vuoi che non faccia quest’esorcismo per una tua sensazione?»
«No, per una mia visione accompagnata da una brutta, bruttissima sensazione.»
Ah, scusa, cambia moltissimo così, allora. «Già. Beh, allora penso proprio che dovremmo abbandonare tutto, torniamo a casa.» gli dico, fissandolo impassibile. Lui ricambia con uno sguardo sorpreso.
«Davvero?»
«No.»
Sergio alza gli occhi al cielo e si passa le mani sulle guance, come una madonna addolorata. «Oh, per l’amor di mia zia Concetta morta sgranando il rosario!»
«Sergio, prova a ragionare.» gli dico, ricominciando a camminare e trascinandomelo dietro per la manica della sua giacca – davvero, basta fermarsi o dalla cliente non ci arriviamo più. «Riesco a far fare ai demoni qualunque cosa io voglia, non c’è nessuna possibilità io possa avere problemi a controllarne uno. O almeno, problemi tali da pregiudicare l’esito di un esorcismo.»
Sergio si affianca a me e solleva appena un pugno, sorridendo. «Stai acquistando fiducia nelle tue capacità e questo è magnifico, davvero, urrà per l’autostima e i deliri di onnipotenza. Però anche io ho fiducia nelle mie, di capacità.» aggiunge, tornando serio all’improvviso «E dovresti averne anche tu. So che non posso chiederti razionalmente di lasciar perdere, ma mi conosci, non sono esattamente il genere di persona che si potrebbe definire responsabile... quindi non ti starei dicendo una cosa del genere se non fossi più che sicuro che, insomma, fare quest’esorcismo è pericoloso.»
Sospiro. Forse non se ne è reso conto, ma non è la sua sicurezza il punto che sto mettendo in discussione. Sono le motivazioni alla base. «Fai un attimo i conti:» gli spiego, alzando le mani a simulare i piatti di una bilancia «quante volte hai sbagliato con le tue visioni? E quante volte io non sono riuscito a controllare un demone, uhm? Ti do un indizio, la risposta alla seconda domanda è zero.»
Okay, non esattamente zero considerando i soliti demoni stile Agnese... ma è impossibile si tratti di demoni del genere. Quindi che possibilità rimane, per un fallimento? Nessuna.
«C’è sempre una prima volta.» ribatte Sergio. Io non riesco a trattenere un sospiro – va bene le argomentazioni idiote, posso ancora capirle, ma adesso pure la vuota retorica?
«Se sei così convinto finirà male nessuno ti costringe a restare, sai?» gli dico, accelerando il passo. «Tanto sono io quello che esorcizza, di fatto.»
Sergio mi fissa e solleva un indice. Mi aspetto dica qualcos’altro per convincermi a tornare indietro ma poi, invece, scuote la testa con un sospiro lungo e tragico.
Prende una sigaretta – auguri ad accenderla, con questo vento – e mi lancia un’occhiata di rimprovero e delusione – immagino delusione perché non mi sono fidato ciecamente delle sue argomentazioni inconsistenti. Anche se andrà tutto bene – come succederà di certo – so che questa conversazione me la farà pesare, il novello Laoconte.
«Va bene, mi arrendo, fai come vuoi. Ma a questo punto rimango.» biascica, parlando con la sigaretta tra i denti. «Non mi brucio l’occasione di un “te l’avevo detto” quando tutto finirà nell’Orrore.»



Davanti alla porta dell’appartamento mi rendo conto di una cosa.
«Non hai i vestiti, vero?» mormoro, rivolto a Sergio. Lui scuote la testa.
«Il mio piano non contemplava esattamente il trovarsi qui, ricordi? E comunque penso sia meglio evitare il teatrino, stavolta.»
«Per via dell’Orrore, eh?»
«Esattamente. Non sottovalutare l’Orrore.»
Sto per dirgli cosa ne penso di lui e del suo Orrore, ma sono bloccato dal rumore dei chiavistelli che si aprono. Nello spiraglio tra lo stipite e la porta compare un occhio castano, che fissa prima e me e poi Sergio.
«Voi siete qui per...»
«Quel problema di parassiti.» risponde Sergio, accecandoci tutti con un sorriso.
L’occhio si riduce a una fessura e lo squadra da parte a parte, come per accertarsi sia una persona reale e non un’allucinazione da latte scaduto. Reazione standard di chi incontra Sergio la prima volta.
«Okay, entrate.»
Quando la porta si apre completamente riesco a vedere meglio la padrona di casa. In effetti corrisponde alla descrizione fatta da Sergio a Jerard: capelli scuri tagliati corti, appena sotto le orecchie, minuta, con due occhiaie talmente marcate che più che altro farebbero venir voglia di chiamare la polizia per denunciare un possibile caso di violenza domestica.
«Vi farei sedere da qualche parte,» ci dice la donna, mentre richiude la porta a doppia mandata. «ma come potete vedere non è che io abbia molto spazio disponibile.»
Scavalco uno scatolone. Questa casa sembra il magazzino di una società di spedizioni più che un monolocale. Trasloco recente?
«Nessun problema, non siamo qui per fare salotto, tanto.» le rispondo. Mi fa quasi strano parlare così normalmente con un cliente, senza tutta la finzione questo esorcismo sembra più... reale.
«Quindi adesso... chi...?» prova ad articolare la donna. Nonostante si sforzi di mantenersi calma si nota il nervosismo dal tono di voce irregolare. Da quello e dal fatto che si stia praticamente mangiando le unghie alla radice...
Sergio mi indica. «Anna dai capelli verdi, qui, è quello che farà tutto il lavoro.»
Beh, grazie per scaricarmi addosso tutta la responsabilità. Anche se la responsabilità è davvero tutta mia... ma tanto andrà bene, che problemi mi faccio?
La donna ora è me che fissa, con due occhi che sembrano due piattini tanto sono spalancati. Ha uno sguardo fottutamente penetrante e il fatto che mi fissi come se io fossi il messia non aiuta. La speranza mi ha sempre messo a disagio.
«Andrà bene, okay?» lo dico con un tono più stridulo di quanto vorrei. Tossisco. «Andrà tutto bene, mi creda, non è la prima volta che lo faccio.»
Sergio mi guarda con un mezzo sorriso e un sopracciglio alzato. E questa espressione cosa dovrebbe significare, scusa? “Ah, quindi un po’ nervoso lo sei anche tu”? Non sono nervoso, razza di avvoltoio. Anzi, non potrei essere più calmo!
Anche nella mia mente la mia voce la sento isterica. Fantastico.
Cerco di concentrarmi sulla donna. A ben vedere dimostra meno anni di quanto immaginassi. Di certo i trenta non li tocca. Gravidanza indesiderata? Voleva abortire ma non ci è riuscita per, chessò, convinzioni personali? O era troppo tardi per fare la cosa legalmente?
Qualunque sia il motivo, scommetto per la depressione post parto o qualcosa di simile, per quanto riguarda la nascita del nostro parassita metafisico.
E a questo proposito...
«Per iniziare ho bisogno di vedere suo figlio.»
La donna sbianca, ma serra la mascella e ci fa strada tra gli scatoloni. Non che ci sia molta strada da fare... questo appartamento è più piccolo del mio ed è tutto dire.
«E’ qui.» dice, cominciando a trafficare con le chiavi per aprire la porta.
«Depressione post parto.» riesco a sussurrare a Sergio, coperto dal rumore della serratura che scatta.
«Nah, io sono per un “amore, vado a comprare le sigarette.”»
«Stai sul classico, eh?» commento, prima di seguire la donna all’interno della camera.
È una stanza piccola, quasi interamente occupata da un letto a due piazze e una culla. La donna vi si china subito sopra, le mani appoggiate al bordo per sorreggersi. Nonostante l’espressione ferma il suo volto ha assunto un colorito verdastro.
Mi sento un po’ di merda per la scommessa che ho appena fatto.
«Okay» mormoro, avvicinandomi a mia volta alla culla «Vediamo cosa...»
Mi blocco. Ora, ho sempre avuto il senso paterno di Erode, praticamente, ma alla vista di questo bambino il cuore mi si restringe di due taglie. Insieme allo stomaco. Credo di stare per vomitare.
Il primo pensiero che mi viene è che sia morto.
Non è possibile che un essere umano continui a vivere con il collo in quella posizione. E le braccia piegate in quel modo. E le gambe girate da quella parte. Sembra un modellino anatomico montato male, solo dieci volte più inquietante.
Ma so che è vivo, anche se non lo sembra: è il demone a mantenerlo tale. E poi lo vedo respirare... anche se l’abbassarsi e l’alzarsi dei muscoli avviene dalla parte sbagliata del torace, troppo spostato a destra. Cristo.
Però no, non è assolutamente un problema. L’ho già fatto altre volte, chiedere al demone di risistemare un corpo che ha incasinato, no? È giusto un fastidio in più. Ma niente di problematico. Niente che possa mandare all’aria un esorcismo, insomma. Maledizione a Sergio e alle sue visioni che mi fanno venire l’ansia quando davvero non ce n’è ragione.
Distolgo lo sguardo da quel... quel bambino per rivolgermi alla madre. «Da quanto è così?» le chiedo.
«Due giorni, penso. Forse di più, forse di meno... ho perso la cognizione del tempo, è da troppo che non dormo.»
Sì, si nota.
La donna fa una smorfia e si china ancora di più sulla culla. Per un attimo la sua espressione si incrina, credo di vederle delle lacrime negli occhi.
«Non sono nemmeno riuscita a dargli un nome. Morirà senza un nome, ed è tutta colpa mia.»
Beh, in effetti, tecnicamente parlando...
«No.» mi volto verso Sergio appena lo dice, stupito. «Primo, non morirà, e secondo, non è in nessun modo colpa tua. Non pensarlo nemmeno.»
Parla con un tono che non ha niente a che vedere con la finta compassione che propina di solito ai nostri clienti. Stavolta è sincero fino al midollo e, a ben pensarci, la cosa non dovrebbe stupirmi così tanto.
La donna ci fissa praticamente in lacrime. Mi rendo conto solo ora di quanto sia una persona distrutta, e non per la possessione di suo figlio. No, quella è solo la ciliegina su una torta cucinata da Satana in persona.
E io sono qui, davanti a questo dramma umano, senza esserne in alcun modo toccato. Mi sento una persona doppiamente di merda.
Persino Sergio – Sergio! – sta avendo più tatto di me. Qualcuno mi trapianti un po’ di empatia.
«Uscite.» mi rivolgo in particolare alla donna, con un filo di voce. «Potrebbe essere... sgradevole da guardare. Per favore.»
Lei mi fissa quasi con rabbia, per poi voltarsi verso Sergio come in cerca di conferme. Lui annuisce e le fa cenno verso la porta.
Prima di uscire a sua volta, però, si gira verso di me e si passa una mano sulla nuca, con un sospiro. «Spero davvero di sbagliarmi, Ivan. Riguardo alla visione e... tutto il resto. Spero davvero sia come hai detto tu.»
«Andrà bene.» ripeto, per l’ennesima volta, più per calmare me che per rassicurare lui. Mi sento come se avessi appena detto la balla più grossa della mia vita.
Grandioso.



Quando la porta si richiude la stanza precipita nel silenzio. Sembra sia più grande, anche, senza nessuno intorno a riempirla. Non posso dire mi metta agitazione, ma... no, mi mette davvero agitazione.
Ma va bene, facciamola finita in fretta, e al diavolo Sergio e le sue visioni.
Mi volto verso la culla e mi sporgo per vedere il bambino, sdraiato nella stessa posizione di prima. «Allora, ahem, allora.»
Mi fermo, attendendo la risposta del demone. Cosa sarà, questa volta, urlo stupito? Sguardo di orrore? Terrore sorpreso? A giudicare dal modo in cui il bambino rimane immobile nella sua culla... il nulla, direi.
Cerco di sedare l’ansia nascente. Magari semplicemente non mi ha sentito, non c’è motivo di allarmarsi perché non ho ricevuto una risposta immediata. Che i demoni non mi rispondessero del tutto, in effetti, non mi è mai capitato, ma c’è sempre una prima volta, eh?
Vorrei anche ignorare il fatto che, secondo questo ragionamento, ci sarebbe anche una prima volta per un fiasco totale.
Come ha detto Sergio.
«Mi senti?»
Niente, ancora. Solo il sommesso respirare del neonato – quasi un fischio, come se avesse il raffreddore. Almeno respira.
Giro intorno alla culla, cercando di trovare in quel corpo scomposto qualche segno di reattività da parte del demone. Ma no, niente ancora. Adesso più che ansia provo irritazione.
Mi schiarisco la voce – non che serva effettivamente a qualcosa, ma un po’ mi viene naturale – ed esclamo, nel tono più perentorio che mi riesce: «Rispondi!»
La mia voce mi risuona nelle orecchie, lasciando un’eco nella stanza. Una cosa che non mi capitava più da un sacco e un po’ mi fa rabbrividire – mi faccio paura da solo, fantastico. Ma quando l’eco della mia voce scema del tutto avverto che c’è qualcos’altro, sotto.
Un sussurro quasi impercettibile, come un sibilo o un lamento. Sembra... sembra, in effetti, sia una specie di lamento flebile. E proviene dalla culla.
Il demone? Mi chino sul bambino, per sentire meglio.
«Perché se ne è andato?»
E mi blocco. Il bambino ruota la testa, mi fissa con due occhi vacui, uno semichiuso, l’altro completamente aperto, come quelli di una bambola rotta. Sento il sangue defluirmi dalle mani.
«Perché se ne è andato?» mormora il demone. Io indietreggio, c’è qualcosa di disturbante in tutto questo. Ma il demone non mi permette di interrompere il contatto visivo con il volto del bambino, perché si solleva, fa levitare il corpo di poco sopra la culla. «Pensavo mi amasse. Mi amava, lo amavo, perché se ne è andato?»
La sua voce sembra giungere da ogni direzione, e non è la prima volta che mi capita, ma ora... ora mi sento mancare il fiato. E come se non bastasse Sergio, a quanto pare, stavolta la scommessa l’ha vinta...
«Volevo questo bambino, lo volevo, allora adesso perché vorrei solo liberarmene? Perché non c’è lui?»
...o forse no?
«No! Che crepi, il bastardo, posso badare a me stessa e a mio figlio senza di lui. Che crepi o giuro che se rimette piede qui sarò io ad ammazzarlo!»
«Non ce la faccio. Deve smettere di piangere, smettere adesso, se gli mettessi un cuscino sul viso e spingessi, spingessi forte...»

Il demone si interrompe di scatto, e gli sono grato, perché ho la pelle d’oca. Deglutisco, avvicinandomi al bambino ancora a mezz’aria sopra la culla. Ho le mani sudate per il nervosismo, ma almeno il demone ha risposto. Okay. Falso allarme, proprio come immaginavo, ovviamente. Ora basta che io gli dica di uscire e sarà tutto finito – e Dio, voglio che finisca presto.
Faccio per dare l’ordine, ma il bambino sorride – un sorriso storto, quasi un tic – e mi blocco. Mi sembra di essermi dimenticato come parlare.
Il demone allarga le braccia del neonato, come se fosse un predicatore invece che un poppante.
«Io sono Incertezza.» dice, a un pubblico inesistente. «Sono Gelosia, sono Rabbia, sono Distruzione. Sono Paura.»
La sua Paura, la tua Paura.

No, questo non l’ha detto. Non l’ha detto, l’ho solo immaginato. O l’ho sentito? L’ho sentito, sì, l’ho sentito proprio nella mia testa.
No, non è possibile. È stata solo un’impressione, una suggestione.
«E io sono un esorcista.» gli rispondo, anche se la mia voce è roca, ho la gola secca «Quindi adesso esci da quel bambino.»
Il sorriso sul volto del neonato svanisce. Attraverso i suoi occhi vacui vedo il demone abbassare lo sguardo, concentrarsi su di me. «Oh.» mi chiede «Tu vuoi che io esca?»
Sospiro, sollevato anche se non vorrei ammetterlo. Ecco, un paio di effetti inquietanti a parte è comunque uno dei soliti, gestibilissimi demoni. Fine dei problemi previsti da Sergio, insomma.
«Sì.» confermo «Esci ora e in fretta, grazie.»
«Va bene, allora.» risponde il demone, sorridendo di nuovo.
Sorride. E la sua voce ha un tono quasi... divertito? No, non può essere. Gli ho appena ordinato di suicidarsi, perché dovrebbe esserne divertito? Perché sta continuando a sorridere?
Indietreggio, una constatazione mi colpisce come uno schiaffo.
Perché mi ha chiesto conferma? Perché non è uscito subito appena gliel’ho ordinato? Perché non è stupito del controllo che ho su... di... luiOH, MERDA.
Il demone mi sorride con il ghigno sdentato del bambino, del fumo nero comincia già comincia a uscirgli dalla bocca e dal naso.
«Come l’uomo comanda.»
Il bambino spalanca la bocca e il demone esce come un fiotto di fiamme nere che si infrangono contro il soffitto, che lambiscono le pareti e riempiono la stanza. Fiamme che non hanno niente di mistico od etereo, come il solito aspetto sempre semi-trasparente e fumoso dei demoni. Non sono fiamme vere – altrimenti starei abbrustolendo invece di congelare dal terrore – ma sono dense, spesse... reali, come... come il corpo dei demoni di Agnese. I demoni che sono al di fuori della mia portata. I demoni che non riesco a controllare.
Dio, sono un idiota. Sono un idiota! Perché... perché avrei dovuto saperlo. Un demone che possiede un neonato non si è mai sentito per una buona ragione! Che utilizzo ne potrebbe fare un demone di un bambino così piccolo, di cosa potrebbe nutrirsi quando sta possedendo un corpo che non è in grado nemmeno di fare... non lo so, pensieri al di là di “cibo mamma sonno” probabilmente!
Questo demone non aveva bisogno di possedere nessuno fin dal principio. Questo demone ci ha fregato tutti. Questo demone è pericoloso.
E Sergio aveva ragione. È la cosa peggiore di questa situazione: Sergio aveva ragione, io ho sbagliato alla grande.
Sono un idiota, sì, sono il re degli idioti, e lo sono ancora di più perché sto fermo qui a fissare questo vulcano di fiamme nere davanti a me invece di gettarmi di peso attraverso la porta.
Il demone vortica intorno al corpo del bambino fino ad oscurarlo completamente alla mia vista. Comincio a sentire un fischio nelle orecchie, debole all’inizio, poi sempre più forte, come se qualcuno mi avesse infilato un martello pneumatico nel cervello. Le fiamme nere si espandono sempre di più, fino a lambirmi le braccia e oh che orrore no.
Mi allontano con un balzo, stringendomi il braccio sfiorato dalle fiamme. Non sono calde, no, ma non è che sia un dettaglio poi così positivo visto che rimangono comunque il corpo di un demone. Di un demone che io ho appena liberato e che sta trasformando questa stanza in un vortice di fiamme oscure.
Non rimarrò qui un secondo di più. Mi lancio sulla porta aprendola di peso, rotolo nell’altra stanza e sento un risucchio, come se il demone stesse tentando di trattenermi. Non ci tengo, grazie.
Mi rialzo in piedi e richiudo la porta praticamente gettandomici contro con una spalla. Rimango così, immobile, a bloccarla. Mi volto e vedo Sergio alzarsi di scatto dal divano e la donna, rimasta seduta, fissarmi. Io fisso entrambi di rimando per qualche secondo, mentre cerco di raccogliere le idee per dir loro qualcosa di sensato. Ma sento il demone colpire la porta e allora l’unica cosa che mi viene in mente è urlare: «Le chiavi!»
Sergio e la donna si scambiano un’occhiata confusa. «Cosa?»
«Chiudete questa dannatissima porta a chiave!»
La donna si alza subito, stavolta. Mi allontano dalla porta con un balzo appena lei la chiude a chiave, mettendomi a una distanza di sicurezza da quella che di fatto è diventata una bomba ad orologeria. Perché sinceramente non so quanto cardini e legno possano essere efficaci come gabbia per un demone – per quel demone, poi – e di certo so che non voglio essere qui per scoprirlo.
La donna barcolla all’indietro quando i cardini cigolano di nuovo, sotto un’altra spinta del demone. Si volta verso di me, ho la sensazione mi voglia afferrare al collo e scuotermi fino a farmi uscire l’anima. E ne avrebbe anche le ragioni.
«Cos’è successo?» mi chiede.
Già, bella domanda. Cosa le devo dire? “Scusa, ho accidentalmente liberato un demone incontrollabile e con chiari istinti omicidi, quindi ora ho pensato bene di chiuderlo in camera con tuo figlio”?
«Dobbiamo uscire.» dico, solo. Mi volto verso Sergio, sperando capisca, ma lui sembra tranquillo e in questa situazione non va bene. «E in fretta.»
La donna mi guarda con orrore e fa un passo indietro, verso la porta della camera. No, hai sbagliato, non è quella la direzione da prendere se vuoi vivere. «Mi stai chiedendo di lasciarlo adesso?»
Un altro colpo del demone fa tremare la porta. Io guardo prima i cardini che sembrano sul punto di schizzare via dal muro, poi la donna che mi fissa come se il pazzo fossi io. «E vivere una vita lunga e piena di felicità? Sì, esatto. Ma ehi scusa se ho bestemmiato o cose del genere.»
«Mr. lingua di miele qui ha ragione, Eliška.» rincara Sergio. È calmo, perfettamente calmo. Ci manca solo si accenda una sigaretta. Ma come diavolo fa ad essere così calmo?! «So che è assurdo pensarlo, ma ora come ora uscire di qui è la cosa migliore che possiamo fare.»
Esatto, grazie! «Di figli ne puoi fare quanti ne vuoi!» ma cosa sto dicendo. Scuoto la testa e stringo il polso di Eliška, per trascinarla verso l’uscita, visto che da sola non sembra intenzionata a muoversi. «Ti prego, non tornare là dentro. Non sai cosa c’è lì, quello non è un demone normale! Questo è... è...» mi mordo le labbra per la frustrazione. Come posso spiegare a una persona normale la sensazione che ho quando vedo questi demoni? Non ho metri di paragone! Non posso davvero farle capire quanto è sbagliato e pericoloso e orribile un demone così solido. «Questo se volesse potrebbe avere abbastanza forza da spezzarti il collo. O peggio. Non lo so! Però so che se torni lì dentro finisci male, e meriti... meriti di più di questo.»
Lei mi strattona il braccio, cercando di liberarsi. «Pensi che mi importi solo perché è mio figlio?» No, aspetta, non ho detto questo, ma... «Il punto non è questo, il punto è abbandonare un’altra persona... lì dentro.» va bene, però... «So che per te è difficile anche solo immaginare un pensiero del genere. Ma io non sono quel tipo di persona.»
Ha ragione, ma beh, io invece lo sono. Sono proprio il tipo di persona che preferisce evitare di lanciarsi verso morte certa, suicidandosi inutilmente in nome delle Buone Intenzioni. Perché l’ultima volta che ho controllato suddette buone intenzioni non generavano un campo di forza protettiva o cose del genere. Quindi scusate tanto, Grandi Idealisti, se ho uno spirito di conservazione e lo uso!
«Non dire fesserie.» sibilo, a denti stretti.
Lei fa un altro passo indietro, senza smettere di guardarmi. «Lasciami andare.»
Lo dice con un tono di voce che potrebbe appartenere tranquillamente a un generale. È calma, più di quanto dovrebbe essere, e per un attimo provo... deferenza.
Vorrei sollevarla di peso e portarla fuori. Vorrei bloccarla in qualche modo, di certo ho la forza per farlo. Eppure, senza nemmeno rendermene conto, ho allentato la presa sul suo polso e lei è già davanti alla porta della camera.
«E così se ne va una donna con le contro-ovaie.» commenta Sergio, di fianco a me. Continua a fissare placidamente Eliška, che ora sta girando la chiave e... cazzo.
Cazzo, cazzo, cazzo perché sto fermo qua? Perché non sto facendo qualcosa, qualunque cosa? Aprirà quella porta e allora il demone... no. No, no, no.
Riesco a sollevare una macchina con una sola mano, ma devo fare uno sforzo immane per muovere le mie gambe in questo momento. Mi getto su Sergio di peso, spingendolo a terra, dietro al divano. Credo mi urli qualcosa – o sono io ad aver urlato qualcosa a lui? – ma non riesco a capire cosa. In questo momento mi sembra tutto avvolto nella melassa, mi sento rimbombare nella testa i battiti del mio stesso cuore.
Eliška ha aperto la porta.
Immediatamente sento qualcosa premere contro il divano dalla parte opposta e un fischio trapanarmi il cranio.
«Sta giù!» riesco ad urlare a Sergio, spingendolo di nuovo a terra quando cerca di alzarsi. Sollevo lo sguardo e ciò che vedo non mi piace, non mi piace per niente. Questo demone è un dannatissimo uragano di fiamme nere, è un’esplosione di oscurità che si propaga a una velocità pazzesca nella stanza, spingendo contro le pareti con tanta forza da farle scricchiolare. Mi sporgo di lato e mi lacrimano subito gli occhi, è come mettere la faccia davanti a un ventilatore industriale alla massima potenza.
Cerco di mettere a fuoco la porta della camera, ma è inutile, c’è solo nero al suo posto. Non riesco a distinguere la donna o suo figlio, non riesco a distinguere niente, a parte qualche scatolone sollevato in aria e fatto schiantare contro una parete.
Dobbiamo uscire da qui. Dobbiamo uscire da qui subito.
Torno dietro al divano, una mano sullo schienale a spingerlo in direzione opposta rispetto a quella in cui spinge il demone. Dobbiamo uscire, sì, ma con tutto questo nero beccare la porta è fuori discussione. Non resta che una cosa da fare.
Correre a testa bassa all’interno di un demone furioso, in una direzione a caso, sperando di beccare il muro che dà sulla strada. Ottimo piano, davvero.
Mi volto verso Sergio. «Al mio tre, alzati in piedi.» esclamo, per sovrastare il casino infernale che sta facendo il demone. «Uno...»
Sergio mi fissa senza capire per qualche secondo, poi lo vedo impallidire quando la realizzazione lo colpisce. «Sai che siamo...»
«Due...»
«...al quinto piano, vero?»
«...tre!»
Non aspetto nemmeno si alzi completamente. Lo sollevo io di peso e inizio a correre cercando contemporaneamente di non essere sbalzato via dal demone e di non finire contro il muro da davanti – spiaccicare Sergio sarebbe un attimo controproducente. Tra i vortici di fiamme nere vedo uno spiraglio più chiaro. Spero vivamente sia la finestra.
Faccio una mezza piroetta e mi ci lascio cadere contro di schiena. Sento il rumore del vetro che si rompe contro le mie spalle, il muro che si sbriciola contro le mie gambe e poi l’aria fredda e il fischio della caduta. Istintivamente chiudo gli occhi, aspettando il momento dello schianto a terra. Cazzo, spero di non beccare nessuno.
L’impatto della mia schiena con l’asfalto, non attutito da alcun passante, è sorprendentemente un gran sollievo. Apro gli occhi e lascio andare il fiato che ho trattenuto. Vedo Sergio entrare nella mia visuale, alzandosi di scatto come un pupazzo a molla. Ha un colorito tendente al grigio e dei tagli su una guancia e sulle braccia, ma non sembra avere niente di rotto. Peccato le parole “emorragie interne” mi lampeggino nel cervello come segnali al neon.
«Dimmi che non stai per vomitare sangue o cose del genere.» mormoro.
Lui sembra non sentirmi nemmeno. Si volta verso di me con il sorriso di un bambino che è appena stato per la prima volta sulle montagne russe. «Che. Figata.»
Non mi preoccuperò mai più per lui, mai più. Me lo levo di dosso con una spinta. «Ne deduco che stai bene.»
«Sì tranquillo, i pezzi di vetro che mi vedi spuntare dalle braccia sono semplicemente l'inizio della mia trasformazione in un lampadario di cristallo. Sempre stato il mio sogno nel cassetto.»
Mi alzo in piedi, barcollando un attimo sull’asfalto incrinato. Di culo non sembra esserci nessuno intorno, ma la mia gioia per l’assenza di testimoni scomodi viene smorzata appena sollevo lo sguardo, verso l’appartamento da cui mi sono appena lanciato.
Il demone è uscito. Vedo il vortice di fiamme spandersi nel cielo. È enorme, non ho mai visto un demone così grande, non ho mai...
Sono morti.
Eliška e il figlio, sono morti.
Il pensiero mi trapassa la mente come un fulmine. Mi sento le gambe cedere, ma no, no, no. Non posso saperlo, non posso dirlo con certezza. Però io sì che crepo se rimango fermo qui.
«Stai ammirando il colore grigio topo del cielo o c’è qualcosa di particolare che dovrei sapere?»
Mi volto verso Sergio, che mi fissa con aria interrogativa mentre si leva pezzettini di vetro dal braccio.
«Solo che ti conviene correre.» alzo di nuovo lo sguardo. Il demone ha smesso di espandersi, anzi, è più compatto e si allontana giusto un poco, come se stesse prendendo la rincorsa per... oh, cazzo. «Ora!»
Afferro Sergio per il polso e inizio a correre trascinandomelo dietro, proprio prima che il demone si schianti dove ero atterrato io, infrangendosi sull’asfalto come un’onda.
Oh, cazzo cazzo.
Mi sforzo di fissare davanti a me, ma sento il rumore del demone farsi sempre più vicino, è come... come se tutte le persone del mondo si fossero messe d’accordo per urlare insieme. Mentre grattano le unghie su una lavagna. E fanno frenare di colpo la bici in discesa.
In mezzo a tutto quel casino, però, riesco ad avvertire chiaramente un “Oh, Ivan, sai che non serve a niente vero?”
Oh, cazzo cazzo cazzo. Ce l’ha con me allora.
Lascio andare il polso di Sergio e mi volto per trovarmi davanti un muro di fiamme nere, che si propaga in verticale verso il cielo. L’unico motivo per cui sono ancora in piedi è l’adrenalina, credo, altrimenti sarei già svenuto da un pezzo.
Sto per morire.
La lucidità con cui lo penso è la cosa più disturbante della situazione.
Vedo un’apertura tagliare le fiamme, come un ghigno, come il ghigno dei demoni di Agnese. E adesso sì che mi sento cedere le gambe, ma prima che possa finire faccia sull’asfalto sento qualcuno afferrarmi una spalla e tirarmi indietro con così tanta forza da farmi cadere a terra. Poi un lampo di luce azzurra mi costringe a chiudere gli occhi.
Jerard? Dio santo Jerard lo giuro, ritiro tutto quello che ho detto e pensato su di te da quando ti ho conosciuto a questa parte, sei una persona splendida. Comanderò ai demoni di mia madre di farti una statua, un arco trionfale, un tempio, un...
Non è Jerard, me ne rendo conto ancora prima di aprire gli occhi. Jerard non può vedere i demoni, e la sua magia su di loro non ha effetto, me l’ha detto lui. Mentre questa persona sembra avere fin troppo effetto sul demone, visto che lo sta... lo sta... trafiggendo con una serie di lampi azzurri.
Mi schermo gli occhi con la mano, ma mi sforzo di continuare a guardare. Giusto perché vorrei capire cosa cavolo sta succedendo.
Il demone si accartoccia su se stesso, ora è grande la metà di quanto era prima. La persona-che-non-è-Jerard alza le braccia, i palmi rivolti verso il demone. L’alone azzurro che gli circonda il corpo si intensifica, e così fanno i lampi di luce che si originano intorno a lui. Sono veri e propri raggi che schizzano attraverso il corpo del demone, facendolo rimpicciolire sempre di più. E poi... poi il demone comincia a venire risucchiato dalle mani di quella persona e io vorrei tanto non aver capito. O teletrasportarmi il più lontano possibile. Chessò, in Antartide.
Perché c’è solo una cosa in grado di risucchiare un demone così, solo una.
Un dannatissimo nephilim.
Il demone grida – come ghiaccio tagliato con una motosega, come un microfono lanciato contro un amplificatore – e vedo il nephilim indietreggiare, il corpo scosso da uno spasmo. Sembra stia perdendo il controllo sul demone e mi ritrovo a sperare lo perda sul serio. Essere spedito all’altro mondo da un demone ora come ora mi sembra un destino desiderabile. Di certo migliore di quello che potrebbe offrirmi la stramaledetta Inquisizione.
Cosa inevitabile, del resto, se continuo a stare fermo qui come un idiota. Mi volto e faccio per alzarmi, ma il mio tentativo di fuga è brutalmente estirpato dalla schiena Sergio.
«Razza di coglione, muoviti!» gli sibilo, prima di rendermi conto che c’è un motivo più che sensato se è rimasto fermo come una bella statuina fino ad ora. Questo motivo è una pistola puntata alla sua testa.
«Non. Muovetevi.» sillaba l’uomo che regge la pistola. Spero di essere finito sul set di un pessimo action-movie, non posso credere stia succedendo a me.
Alzo subito le mani e se potessi smetterei anche di respirare. Non so se un proiettile potrebbe effettivamente ferirmi, ma non ci tengo a scoprirlo.
Sergio, invece, è come se la pistola – una dannatissima pistola puntata alla sua fronte – nemmeno la vedesse. Si sposta un poco verso di me.
«Ora, non per dire che te l’avevo detto,» mi mormora «ma... te l’avevo detto.»
Sono a tanto così dal chiedere all’uomo di premere il grilletto. Mi frena solo il fatto che Sergio è troppo vicino a me: il suo sangue sui vestiti non lo voglio.
Vedo che l’uomo che ci sta puntando contro la pistola fissa il nephilim, ora, con un’espressione confusa quanto me. Non so se la cosa mi debba rincuorare.
Mi volto anche io, ma me ne pento subito: un lampo di luce azzurra parte direttamente dal corpo del nephilim, così forte che stavolta non posso non chiudere gli occhi. Quando li riapro vedo che il demone è scomparso, così come la mia speranza e le mie aspettative di vita.
Il nephilim abbassa le braccia lentamente, qualche scintilla ancora gli cade dai vestiti, mentre dalle dita salgono rivoletti di fumo nero.
Si volta verso di noi e si avvicina, la divisa che indossa fluttua nel vento. Una divisa nera e senza insegne, se avessi avuto ancora qualche dubbio questa me li avrebbe fatti scomparire tutti. La divisa dell’Inquisizione.
«Tutto a posto?» a chiederlo è l’uomo che ci sta puntando la pistola contro – o meglio, che ci stava puntando la pistola contro, visto che ora l’ha abbassata e sembra visibilmente più rilassato.
«Sì, posso tenerlo a bada per un po’.» gli risponde il nephilim. La sua voce è come ascoltare il miglior concerto d’arpa del mondo. Mi mette i brividi. E nel momento in cui posa gli occhi su di me vorrei sprofondare nell’asfalto e morire nel sottosuolo. «Voi, invece, venite con me.»
In cui Ivan fa scelte sbagliate e incontri spiacevoli (II) by Fra Tac
Author's Notes:
Okay, ultime due scene messe qui S:
Non credevo di potermi sentire sollevato a trovarmi in una stazione di polizia. Ma quando uno si aspetta di finire nella cantina delle torture di un inquisitore... una sala interrogatori è come un centro benessere. Okay, "sala interrogatori" magari è esagerato – credo che normalmente sia uno sgabuzzino per le scartoffie, in cui hanno cacciato a forza un tavolo con due bicchieri d’acqua – di vetro, strano – e due sedie per l'occasione.
«Strettino qui, eh?» dico, tanto per far conversazione. Il nephilim non sembra apprezzare il mio tentativo rompere il ghiaccio.
Distolgo lo sguardo, non riesco a fissarlo per troppo tempo, è... strano. Il suo viso è delicato e perfetto, della perfezione innaturale e senza età delle statue neoclassiche. E una statua la sembra pure nel colore. E' completamente bianco. Non pallido, proprio tutto bianco – capelli, pelle, occhi... no, quelli in effetti no, c'è un po' di azzurro nelle iridi. E del nero, a sprazzi, ma quello credo sia il demone che ha ancora dentro.
Dio, è disturbante.
Come se non bastasse poi c'è quel braccio destro, completamente ricoperto di ali che gli spuntano dai muscoli. Anche se “ali” forse è un termine troppo gentile: alcune non sono altro che escrescenze della pelle con qualche piuma attaccata, fanno senso e schifo come poche cose. Ma sentiva proprio il bisogno di togliersi il mantello e mostrare questa meraviglia? E poi dicono che siamo noi mezzi-demoni quelli che si ritrovano con gli aspetti peggiori...
Il nephilim si appoggia al tavolo con gli avambracci, le mani incrociate. «Quindi, signor Kozyrskij, perché stava scappando da un demone?»
Mi appoggio anche io sul tavolo, copiando la sua esatta posizione. «Beh, in tutta confidenza, signor Inquisitore,» mormoro, lentamente «di solito quando una persona è inseguita da una creatura infernale non è che se ne sta ferma a rigirarsi i pollici.»
Il nephilim nemmeno trattiene una smorfia quando allontana le sue braccia dal tavolo, evidentemente disgustato dal toccare la stessa cosa che sto toccando io. Bene, mi fa piacere sapere che lo schifo sia reciproco. «Le persone normali però non riescono a vedere i demoni.» ribatte.
«Mamma mi ha sempre detto che sono speciale.» sorrido. Il nephilim non sembra apprezzare la mia arguta risposta, ma con certi dialoghi stile poliziesco della domenica non è che possa aspettarsi un atteggiamento serio da parte mia. Andiamo.
Poi qui nell’Impero deve attenersi a delle leggi che non contemplano l'invenzione di capi d'accusa sulla base del "perché lo dico io", no? E finché non mi compare "esorcista clandestino" sulla fronte non ha davvero nessuna prova contro di me, non può nemmeno sapere fossi in quella casa, no? Fino a prova contraria, io e Sergio siamo solo degli innocenti e sventurati passanti che per caso si sono trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato. E che ne può sapere quel demone avesse prima posseduto il bambino? Non può, ecco. Non riesco a trattenere un sorriso di vittoria.
Nessuna. Prova.
L’espressione stizzita del nephilim non fa altro che confermare la mia ipotesi e mi fa sorridere ancora di più. Lui si china di nuovo verso di me, chiaramente pronto a propinarmi un’altra serie di stupide ed inutili domande che...
«Va bene, andiamo dritto al punto. Quel demone ha posseduto una persona, poi in qualche modo ne è uscito per inseguire te e il tuo amico, lasciandosi dietro due cadaveri. Pensi che io abbia tempo e voglia di sopportare le tue risposte idiote
Il sorriso mi si congela. Ogni muscolo mi si congela, ogni pensiero, ogni goccia di sangue nelle vene mi si congela. Il mio corpo chiude i battenti per un secondo e quando riprende le sue funzioni l’unico pensiero che riesco a formulare, l’unica cosa che riempie la mia mente è: “sta mentendo.”
Perché sta mentendo.
«Mi dispiace.» mormoro, cercando di mantenere il controllo sulla mia voce, anche se internamente vorrei urlargli che è un bugiardo del cazzo. «Non abbiamo visto niente, passavamo di lì per caso.»
Stavolta è il nephilim a sorridere, un sorrisetto che vorrei strappargli dalla faccia a forza. «Oh io penso che abbiate visto tutto.» mi sussurra «Un demone non esce di sua spontanea volontà dal corpo di qualcuno che ha posseduto, questo lo devi sapere persino tu.»
La cosa assurda è che in questo caso il demone non aveva davvero bisogno di stare dentro a nessuno, sì che poteva uscire, poteva uscire quando voleva! Ma non posso dirglielo. Incrocio le braccia al petto per dissimulare il fatto che sto tremando come una foglia «Quindi mi sta dicendo, ah ah, che pensa io o Sergio possiamo aver, tipo, ah ah, esorcizzato questa fantomatica persona andandoci praticamente ad infilare tra le grinfie di un demone arrabbiato e letale?» dico, alzando gli occhi al soffitto. Tremo e non so nemmeno perché. «Già, proprio una cosa che qualunque persona sana di mente farebbe, davvero. Ah ah.»
No, so benissimo perché. Perché ho appena ammazzato due persone, ecco perché! Perché so benissimo che non sta mentendo, so benissimo che... Cristo. Due persone sono morte. Per colpa mia. E adesso devo anche preoccuparmi di non dire puttanate che possano mettere nei casini me e Sergio, perché, Cristo, l’Inquisizione.
Ma l’avevo detto ad Eliška di uscire, gliel’avevo detto.
Il nephilim continua a fissarmi, non credo abbia ancora sbattuto le palpebre. «C'era un buco nel muro che dà sulla strada, nell'appartamento delle vittime.» non dire quella parola. «Il tuo amico ha dei vetri ancora nelle braccia, tu dei calcinacci sui pantaloni.»
Scoppio a ridere. «Ah, certo, ragionamento logicamente inattaccabile. Quindi se invece avessi avuto della sabbia sui pantaloni cos'avrebbe significato? Che mi ero appena teletrasportato dall'Australia, magari?» torno a sporgermi sul tavolo, sforzandomi di sostenere lo sguardo del nephilim. «E poi, dopo aver sfondato un muro come saremmo usciti dall'appartamento? Volando sulle nostre ali demoniache inneggiando a Satana?» agito le braccia per sottolineare l’assurdità della cosa.
Il nephilim non risponde, ma la cosa non mi mette a mio agio. Troppo silenzio. Afferro il bicchiere davanti a me, improvvisamente sento la gola bruciarmi.
Fiamme. Le fiamme nere del demone che divorano Eliška. Pessima, pessima associazione di pensieri.
Mi scolo l’acqua come se fosse alcol puro, senza staccare gli occhi dal nephilim. Prima che possa mettere giù il bicchiere, però, lui si allunga verso di me, batte le mani sul tavolo, inondando la sala di scintille azzurre.
Credo mi sia venuto un mezzo infarto.
Lo fisso con orrore crescente quando lo vedo sorridere. E appena avverto il bagnato sulle mie dita capisco il perché di quello che ha appena fatto. Deglutisco e abbasso lo sguardo sui resti del bicchiere, le schegge di vetro giacciono sul tavolo in una pozzetta d’acqua. Scommetto che è stato il nephilim a mettere quei bicchieri di vetro, ci scommetto.
«Questo non vuol dire niente.» mormoro «Capita a un sacco di gente, ne sono sicuro.»
Il nephilim mi afferra il polso e mi ruota la mano a forza, troppo velocemente per permettermi di reagire. Il suo sorriso si allarga quando vede il mio palmo intonso. «Senza farsi nemmeno un graffio? Ne dubito.»
Mi libero dalla sua presa con uno strattone. «Okay, anche se fossimo stati in quell'appartamento, anche se avessimo fatto tutto quello che hai detto... per Dio, ci hai visti, se non fossi arrivato tu a fermare quel demone a quest'ora saremmo probabilmente morti!» esclamo, e quando lo dico so di aver ragione. Non cambia niente, nonostante tutto quello che sa, non cambia niente: non ha comunque nessuna prova degna di questo nome. «Come possiamo essere in grado di esorcizzare un demone e poi non riuscire a evitare ci faccia la pelle?»
«Ah, non ne ho idea» ribatte il nephilim, facendo spallucce. «questo sei tu che devi dirmelo.»
E quando lui dice questo, invece, so di sbagliarmi. Perché fino ad ora sono andato avanti pensando di ragionare con una persona normale, invece questo è... questo se ne frega di tutto. Ripenso a tutte le storie che si sentono sull’Inquisizione, allo scandalo delle streghe di qualche anno fa. Se l’Inquisizione pensa tu sia colpevole, lo sei. No è che facciano indagini, il loro è più un farti sapere gentilmente quand’è che brucerai nel rogo di un nephilim.
Ma qui... qui non possono farlo, no? Rimpiango di non essermi mai interessato di politica e di leggi, lo rimpiango veramente tanto.
«Oh, andiamo, questa conversazione è ridicola.» mormoro. «L'unica prova che hai è della polvere sui miei jeans? Seriamente. Potrei alzarmi adesso, uscire da quella porta, e tu non avresti niente in mano per impedirmelo. Giusto?»
L’espressione sicura del nephilim vacilla. Per un attimo, ma l’ho visto. Devo chiudere gli occhi perché l’ondata di sollievo è troppo forte. «Giusto.» ripeto, con un sogghigno. Ma il sollievo dura poco, perché il nephilim sbatte per la seconda volta le mani sul tavolo.
Ma stavolta, glielo leggo in faccia, è solo per la frustrazione.
«E tu pensi davvero la cosa mi importi?» sibila e, paradossalmente, mi fa meno paura così di quando è calmo. «Non sto cercando di imbastire un processo secondo gli standard del vostro... blasfemo paese, sto lavorando per una causa ben più alta. Tutto questo ruota intorno a qualcosa di più grande di un semplice caso di giustizia penale – anche se, oh, credimi, mi piacerebbe non fosse così.»
Non capisco. Non capisco perché stia dicendo questo e, sinceramente, non me ne frega niente. Faccio per dirgli dove può mettersi la sua causa più alta, qualunque cosa significhi, ma appena comincio a parlare la porta si spalanca ed entra l’uomo della pistola.
Sembra invecchiato di cinque anni, ha un’espressione di pura disperazione sul volto e gli occhi stralunati. Credo si sia occupato di Sergio, lui.
«52, ti dico, è impossibile.» esclama. Noto una punta di isteria nella sua voce. Sì, si è decisamente occupato di Sergio. «Quando gli ho chiesto se ha visto qualcosa mi ha risposto che soffre di cecità selettiva, si è sporto verso di me e ha iniziato a toccarmi la faccia dicendo qualcosa come "vecchia zia Annunziata, sei tu? riconosco la tua barba". E avanti così per tutto il tempo! Anche le minacce sono state inutili, quando gli ho detto che avrebbe potuto passare la notte dietro le sbarre per oltraggio a pubblico ufficiale si è limitato ad alzare le spalle e a dire, cito testualmente, "tanto siamo tutti prigionieri. Prigionieri delle nostre passioni, delle nostre insicurezze e dei nostri corpi mortali." e ha iniziato a fissare il muro con aria assorta. Non ha più smesso. Io sinceramente non so che farci.»
E in momenti come questi, giuro, potrei sposare Sergio. Mi fisso nel cervello l’espressione sconvolta del nephilim, una chicca, e mi alzo in piedi.
«Credo proprio che adesso me ne andrò.» dico. Il nephilim serra la mascella, ma nemmeno si volta verso di me quando giro intorno al tavolo. No, non può davvero fare niente.
«Sai una cosa interessante di noi nephilim, Kozyrskij?» dice, proprio quando sto per oltrepassare l’uomo della pistola e uscire. Mi fermo e sento un brivido scendermi lungo la schiena, forse per il tono di voce che ha usato. Calmo, troppo calmo. Glaciale.
«Quando assorbiamo un demone» continua «lo possiamo tenere nel nostro corpo a lungo, prima di procedere a distruggerlo. In questo lasso di tempo, però, possiamo interagire con lui. Parlarci. Di solito preferisco non sentire le oscenità pronunciate da un demone, ma in questo caso pensavo di fare un'eccezione e fare una chiacchierata con lui.»
Non riesco a impedirmi di voltarmi di scatto, se mi avesse dato una scossa elettrica avrebbe ottenuto una reazione più moderata. Lo fisso e lui ricambia lo sguardo, sempre calmo, con di nuovo quel sorrisetto di vittoria sulle labbra. «Cosa pensi che mi racconterà questo demone, Kozyrskij?»
«Un sacco di stronzate.» dico, ma le parole mi sembrano uscire in modo meccanico, a macchinetta. Di solito mi capita quando ho paura. Ora sono terrorizzato. «Non si fidi, i demoni mentono. Lo sa meglio di me.»
«Esatto.» gli occhi del nephilim sono trapassati da un’ombra nera, il demone, ancora lì, pronto a parlare e a dirgli quanto è bravo Ivan Aleksandrovič come esorcista. «Perché tu non sai niente, Kozyrskij. Stai giocando con cose che non riesci a comprendere, e si è visto a cosa porta.»
E’ come se risentissi la forma del polso di Eliška sotto la mia mano.
Stringo i pugni ed esco dalla stanza quasi correndo.


Vedo Sergio seduto su una sedia a rigirarsi i pollici. Gli hanno riempito le braccia di cerotti e bende, alcune sono sporche di sangue. Non pensavo fosse messo così male, non avevo notato.
Bene, altra gente che avrei potuto ammazzare, ottimo!
«Andiamo via.» gli dico. Non sto nemmeno a guardare se mi segue, mi fermo solo prima di aprire la porta, davanti a un’agente che si sta prendendo un caffè da una di quelle orribili macchinette.
«Possiamo uscire, vero?» sussurro. Giusto per essere sicuri...
«Siete quelli che hanno portato qui quei due cani della Chiesa.» mi risponde la donna «Vi presterei pure la mia macchina per andarvene, guardate.»
Fantastico. Apro la porta ed esco, per una volta sono contento di sentire il vento gelido in faccia. Mi infilo le mani in tasca e inizio a camminare. Sento Sergio seguirmi, senza dire nulla. Saggiamente.
Non guardo avanti, cammino senza pensare, focalizzandomi solo sul ritmo dei miei passi. Non so quanto tempo sia passato quando decido di fermarmi, colpito da un pensiero.
Sergio sapeva.
«Avresti dovuto dirmelo.» mormoro.
Sapeva, sapeva quello che sarebbe successo, cazzo.
«Eh?»
Mi volto di scatto verso Sergio, facendo un passo per colmare la distanza che ci separa. «Avresti dovuto dirmi che sarebbe finito con un cazzo di nephilim e l'Inquisizione e due... due... avresti dovuto dirmelo, porca puttana!» esclamo, spingendolo sul petto con forza sufficiente a farlo barcollare all’indietro. Lui squittisce.
«Midispiacelogiurononlosapevononpicchiarmi.» esclama tutto d'un fiato, sollevando le mani sulla difensiva. Io abbasso subito le mie, mi costringo a serrare i pugni e a fare tre grandi respiri.
Sergio abbassa lo sguardo, a disagio quanto me. «Ti ho detto tutto quello che sapevo. Sapevo che avresti avuto problemi a controllare il demone, e avevo la sensazione che sarebbe finita male, ma non così male. Cristo, Ivan, non ci avrei nemmeno pensato a un nephilim! Non sono io che ti ho tenuto nascosto qualcosa, sei tu che non hai voluto ascoltarmi. Ti ho detto di fidarti di me.» conclude, con un tono di voce quasi accusatorio. E stavolta sono io a dover distogliere lo sguardo, perché ha ragione. Ha ragione, cazzo, ha ragione lui e ha ragione il nephilim e sono io, solo io, quello che ha causato tutto questo casino.
«Avresti dovuto insistere.» mormoro, a denti stretti.
«E convincerti con cosa, sentiamo?»
«Avresti potuto descrivermi il demone! Se l’avessi fatto avrei capito di non poterlo controllare, e adesso non saremmo qui.»
Sergio rimane in silenzio. «Non riesco a vedere i demoni, Ivan. Nemmeno nelle visioni.» mormora poi, fissandomi quasi con imbarazzo.
Chiudo gli occhi. Merda, è vero. Solo una persona qui ha sbagliato, e quella persona sono io. Non ho più scuse per convincermi del contrario.
Sergio mi dà dei colpetti su una spalla, in un patetico quanto inutile tentativo di tirarmi su il morale, immagino. «Però hai ragione, avrei dovuto insistere. Mi dispiace.» dice. Poi, avvicinandosi un po' di più come se fossi un bambino di dieci anni, mormora: «Non è colpa tua, Ivan.»
La frase basta per farmi venire la nausea. Non è colpa mia? In che modo non è colpa mia? Io sono quello che ha fatto uscire il demone da quel bambino, io sono quello che ha lasciato che sua madre andasse a morire. Allontano la mano di Sergio con uno schiaffo. «Pensi che la cosa possa farmi sentire meglio? Complimenti, e poi cosa, mi offrirai un piatto di biscottini?» esclamo, con un tono sarcastico di cui mi pento subito. Tutto sommato mi piace Sergio, è mio amico, probabilmente l'unico che ho. E si è dimostrato pure una persona migliore di me. Si merita qualcosa di più del pacchetto Ivan standard. «Smettiamola.» sussurro.
«Di fare cosa?»
Non riesco a trattenere una risata nervosa. «Lo sai benissimo. Avevamo un accordo, smettere al primo intoppo, per quanto piccolo. E oh, questo... questo non è affatto piccolo. Abbiamo avuto fortuna, una fortuna sfacciata, fino ad ora, ma adesso c'è... c'è l'Inquisizione a starci dietro.» allargo le braccia, per sottolineare il concetto. «L'Inquisizione!»
«Non possono fare niente qui, non sanno nemmeno se...»
«Lo sanno.» lo interrompo. Le parole del nephilim continuano a risuonarmi in testa da quando ho lasciato quella stanza, se è davvero in grado – ma certo che è in grado! – di parlare con il demone siamo fottuti. «O lo sapranno tra poco. Tu non hai parlato con quel nephilim, io sì, stavolta fidati tu di me, se continuiamo sarà un disastro. E poi...»
E poi? Dillo: "E poi non voglio nessun altro sulla coscienza." Perché è questo il problema, no? Non che siano... non quello che è successo in sé, ma il fatto che sia stata colpa mia, il fatto che ora mi pesi sulla coscienza. Non sto pensando "perché non sono riuscito ad aiutarli?", sto pensando "perché dovevano crepare proprio adesso?" e Dio, per la prima volta in tutta la mia vita mi faccio veramente schifo.
«Sarebbe successo comunque, prima o poi, che quel demone...»
«Ma io ho accelerato le cose.» lo interrompo di nuovo. Queste giustificazioni mi danno anche più fastidio di... tutto il resto. «Cavolo, sì, sei un campione a dare conforto alle persone.» e il proposito di non fare lo stronzo con Sergio finisce prima di cominciare, fantastico. E invece di scusarmi infilo le mani in tasca, mi volto e inizio a camminare.
Sento Sergio che mi segue, ma non mi volto. «Ascolta, quello che stiamo facendo... non è una cosa che puoi buttare via per il primo ostacolo che troviamo.» mi dice, e io non posso fare a meno di alzare gli occhi al cielo.
«Già, cosa vuoi che sia una cosetta minimale come l'Inquisizione...!»
«Possiamo prenderci una pausa, rivedere un attimo i nostri... i nostri metodi, possiamo...»
«No. Sergio, no. Fine dei giochi, si chiude il sipario, non sei tu sono io... eccetera. Solo... no.» Faccio una mezza piroetta per guardarlo in faccia, ma non smetto di muovermi, camminando all'indietro. «Ciao.»
Lui non mi segue più, rimane a fissarmi come se gli avessi appena detto che sto andando a suicidarmi o cose del genere. Faccio per voltarmi di nuovo, ma lui fa un passo avanti. «Fermo!» esclama, con un tono così disperato che per un attimo penso seriamente abbia qualcosa di importante da dire. «Non puoi andartene, perché... perché ti amo. Ti ho sempre amato e ti amerò sempre.»
Ma solo per un attimo, eh. «Ciao, Sergio.»
Stavolta mi volto, riprendo a camminare più veloce. «E va bene!» mi urla Sergio, dietro. Nel suo tono percepisco quella che deve essere la cosa più vicina alla rabbia che è in grado di provare. «E va bene, vattene, ma sappi che sei debole, il tuo lignaggio è debole e non sopravvivrai all'inverno!»
La voce di Sergio si fa più debole, fino a sparire. Giro il primo angolo che trovo e cammino in quello che di fatto è un vicolo oscuro – perfettamente in linea con il mio umore, devo dire – finché non sento che, finalmente, le mie gambe stanno dando forfait. Mi lascio scivolare contro un muro e rannicchio le gambe al petto.
Appoggio la testa alle ginocchia e, incurante di quello che chiunque passi di qui possa pensare, mi lascio scivolare nel deprimente abbraccio dell’autocommiserazione.
In cui ci sono tanti "forse" (I) by Fra Tac
Author's Notes:
EDIT: Allora, su consiglio di Caladan ho provato ad aggiungere una scena (quella tra gli asterischi - tra l'altro, devo ancora decidere con cosa dividere i due pov argh) per dare un'impressione più netta del fatto che tra il discorso con Jana e gli altri pensieri di Ivan siano passate comunque delle ore. Ditemi se funziona, per favore, anche perché non sono convintissima la scena si leghi molto bene con il resto S: In ogni caso, a titolo informativo per un paio di persone, sono 712 parole :'P Eccomi, dopo eoni, torno ad aggiornare anche io :'D In realtà su questo capitolo sono MOLTO insicura - intendo, più del solito. Anzi, onestamente, mi fa anche un po' schifo :/ E' piuttosto palloso (non succede proprio nulla) e lagnoso. Ma, del resto, visto quanto successo nell'ultimo capitolo... certe cose non potevo risparmiamele temo. Anzi, da una parte sono addirittura preoccupata di non aver inserito sufficienti paturnie mentali da parte di Ivan D': Però visto che non sto scrivendo un romanzone introspettivo non volevo appesantire troppo con l'effetto "protagonista di paranormal romance quindicenne" ecco. Quindi mah... ditemi voi! S: Spero sia quantomeno leggibile S: Finora ho ricevuto solo pareri positivi dalle mie cavie, però non sono convinta comunque, quindi...
Ah, e poi, visto che mi diletto anche nel disegno, Selerian mi ha suggerito di mettere qui qualche schizzetto quindi... via, li metto tramite link nelle note conclusive, se a qualcuno interessa :'D Sperando non vi facciano schifo pure quelli. Ora vado a seppellirmi.
Ah, e al solito, buona lettura - si spera :'D Ah, e visto che a quanto pare il capitolo era troppo lungo e mi eliminava brutalmente le ultime frasi, ho spostato la scena finale in un capitolo tutto per lei
CAPITOLO 9: IN CUI CI SONO TANTI “FORSE”


Jana Kovarik apre la porta, ma rimane sulla soglia, senza permetterci di entrare. Avrei dovuto prevederlo, visto il suo comportamento al nostro ultimo incontro.
«Cosa volete di nuovo?» chiede subito. Ha le braccia conserte e le sopracciglia aggrottate, chiaramente sulla difensiva. Nel suo tono di voce, per quanto ancora spavaldo, noto con piacere una punta di nervosismo. Finalmente sta cominciando a comportarsi come dovrebbe.
«Riprendere il discorso dal punto in cui ci eravamo interrotti settimana scorsa.» rispondo, forzando un sorriso. Vedo la ragazza irrigidirsi e serrare ancora di più le braccia. Ha paura, immagino pensasse di essersi liberata di noi, non era pronta per un’altra visita. Probabilmente perché conscia di non poter resistere ulteriormente. Ottimo.
«Non sono stata abbastanza chiara la prima volta? Devo chiamare la polizia?»
«Fai pure. Poi, però, ti pregherei di far parlare con loro anche me. Sono certo che gli agenti saranno molto felici di sapere come una piccola strega bugiarda stia coprendo i colpevoli della morte di due persone.»
Suona come una minaccia, e voglio che lo sia. Vedo Jana trasalire e scelgo questo momento per attingere allo Spirito. Faccio saettare sulle mie braccia filamenti di energia azzurra, solo per qualche secondo, ma tanto basta per far impallidire la ragazza. Continuo a sorridere.
«Cosa... cosa significa?» chiede lei. Si sforza di apparire di nuovo sicura di sé, ma inconsciamente indietreggia. Per me è una soddisfazione, ma non vi posso indulgere troppo. Non son qui per insegnarle a stare al suo posto, sono qui per ricevere informazioni. Ogni cosa a suo tempo...
«Esattamente quello che ho detto.» le rispondo «Le persone che stai cercando di coprire mentendo a me e al mio collega sono responsabili della morte di due persone. Hanno provato a esorcizzare un bambino, il risultato è stata la morte dell’indemoniato e di sua madre, più numerosi danni a strutture pubbliche e private. Questo è quello che succede quando chi non ne ha le qualifiche si improvvisa esorcista. So che l’Inquisizione non ha una buona reputazione, qui nell’Impero, ma tutto quello che stiamo cercando di fare è evitare che altra gente si faccia male.»
Jana si morde le labbra, sta ragionando sulle mie parole. Mi guarda dritto negli occhi, sembra aver ripreso sicurezza e questo non mi piace. «Come fai a sapere che è successa una cosa del genere?»
«Perché io c’ero, anche se sono arrivato tardi. Mi sono occupato del demone ormai libero, e lui stesso mi ha descritto quanto successo.»
Non avrei dovuto dirlo, me ne rendo conto appena finita la frase, quando vedo Jana farsi visibilmente più rilassata.
«Dubito che le parole di un demone possano costituire una base solida per un’accusa del genere.» mi dice, infatti. Maledico la mia onestà.
«Per questo mi serve un’altra testimonianza.»
Jana scuote la testa e comincia a richiudere la porta. «Non ricordo, mi spiace. Anche se volessi, cosa potrei dirle? Ero incosciente per tutta la durata dell’esorcismo.»
L’ultima volta negava addirittura ci fosse stato un esorcismo, forse non tutto è perduto, forse riesco ancora a farla parlare. Blocco la porta con una mano e mi sporgo in avanti, verso di lei.
«Due persone sono morte, signorina Kovarik.» le dico. Spero di fare appello alla sua umanità, quantomeno.
Lei però si limita a ricambiare il mio sguardo con uno altrettanto fermo. «Come faccio a sapere che non mi sta mentendo?» sussurra.
«Perché sono un inquisitore.»
Non siamo a Roma. Ho detto la cosa sbagliata, di nuovo, e stringo i pugni per la frustrazione. Mi sto rendendo conto di quanto sia difficile lavorare qui, di quanto mi affidassi alla mia autorità e al mio nome per portare avanti un’indagine. Qui, invece, queste cose sembrano essere un deterrente. Non posso lavorare così, è assurdo!
Jana si lascia sfuggire un sorriso. «Mi scusi, ma non vedo come il fatto che lei sia membro di un organizzazione di sadici fanatici che gestiscono le loro indagini con metodi medioevali e sprezzo dei diritti umani dovrebbe rassicurarmi.» mi dice. Avvicina ancora di più la porta allo stipite, costringendomi a togliere la mano. «Ora, mi scusi, ma devo continuare a studiare come sostituirmi a Dio con le cellule staminali mentre sacrifico un libro di biologia a Satana.» conclude, prima di chiudere definitivamente la porta. Sento i chiavistelli che girano a doppia mandata, ma non mi volto. Rimango a fissare la porta di legno cercando di sedare l’impulso di incenerirla qui ed ora.
«Stava scherzando, sulla parte di Satana.» mi informa il Cavaliere, che è stato appoggiato alla ringhiera del pianerottolo per tutto il tempo della mia conversazione con Jana.
Sospiro e mi massaggio le tempie con una mano. «Fin lì l’avevo capito anche io, Holtz.»


Un altro posto, un'altra persona


«Perché?» chiedo di nuovo, sporgendomi sul tavolo. Seguo con lo sguardo il demone che mi sta girando intorno.
La testa numero 2 sibila. «Ci sono certe cose che non si devono sapere, sono segreti di noi demoni, non possiamo dirli in giro.»
La risposta standard di tutti, sempre. E io stupido che pensavo di avere una certa autorità su di loro... ma, evidentemente, chiedere spiegazioni per evitare di impazzire rientra nelle eccezioni al mio mirabolante potere di controllo sulla mente demoniaca.
«Ve lo sto ordinando, dovete rispondermi!» esclamo. Vedo la testa numero 1 fremere un po’, gonfiare le spire in un atteggiamento spaventato. Se ne accorge anche la testa numero 2.
«No, non dirglielo!» comanda a sua volta, muovendo il corpo in uno scatto che va a trascinare il demone bicefalo sotto il tavolo, nascosto. Mi chino subito per mantenere il contatto visivo con quei quattro occhi da serpente.
«Voglio solo delle spiegazioni.» ripeto, concentrandomi sulla testa numero 1. «Spiegami perché non riesco a controllare quei demoni, almeno, solo quello. O, se posso controllarli, come.»
Ah, lo vedo, un segno di cedimento. Gli occhi della testa numero 1 cercano quelli della compagna di corpo, cercano aiuto – perché sta per cedere, lo so. Batto la mano sul tavolo.
«Parla, Cristo!»
La testa numero 1 si volta completamente verso la testa numero 2. «Non ce la faccio a resistere.» si scusa.
Io sospiro per rilasciare la tensione che ho accumulato. Ce ne è voluto di tempo, ma alla fine ce l’ho fatta a farne capitolare uno. Cerco la penna, devo appuntarmi ogni cosa che dice, non posso permettermi di lasciare sfuggire nemmeno una parola...«Parla.» ripeto.
Non riesco a sentirmi emozionato, però. Queste spiegazioni, del resto, che senso hanno adesso? Mi avrebbero fatto comodo prima di... di tutto questo casino. Prima che la mia ignoranza facesse crepare due persone.
Il demone apre le bocche, con entrambe le teste pronte a parlare in contemporanea, immagino. Se non fosse che, no, appena la testa numero 1 pronuncia la prima sillaba l’altra testa le addenta il volto e strappa. Tira via brandelli di oscurità che subito svaniscono come vapore, la figura del demone ondeggia come un miraggio. Le parole della testa numero 1 si trasformano in gorgoglii liquidi, mentre i denti della testa numero 2 continuano a strappare, tranciare, divorare. In pochi secondi del demone non rimane più nulla. Anche la testa numero 2 si dissolve con mille lacerazioni, come se qualcosa l’avesse dilaniata dall’interno, mentre ancora mastica i lembi fumosi di ciò che era stato il suo stesso corpo.
Ho trovato la penna, ma la rimetto subito al suo posto. Dubito mi servirà, ora.
Però la scena di cannibalismo disperato speravo di evitarla, almeno questa volta.


“10.9.87 – demone nuovamente sparito mentre la signora S.H., da tre mesi in stato interessante, si sottoponeva a una visita ginecologica. [S.H. come W.B, G.O., K.L. ha poi dato alla luce un mezzo demone. Che ci siano correlazioni di sorta? Che non siano solo mere coincidenze? La nostra nascita è forse dovuta alla contaminazione del feto durante la gravidanza, piuttosto che un vero e proprio accoppiamento biologico? Ma posto sia questo il caso, mi chiedo dunque se...”
“Se” niente. Interessante certo, ma direi che non c’entra proprio nulla con quello che voglio sapere. Salto qualche pagina più avanti.
“Comincio a rendermi conto che, nonostante la mia capacità di avvertirne la presenza, continuo a sapere poco o nulla dei demoni. Quanto so è irrisorio confronto alla grande quantità di domande che ancora mi pongo, e forse in questo brancolo addirittura in maggiore oscurità che i membri del clero. Essi hanno almeno i loro dogmi, per quanto sbagliati, a dar loro sicurezza...”
Ma no, no! Avrò letto questa parte almeno un centinaio di volte e non aiuta. Sfoglio freneticamente le ultime pagine del Diario. Magari qualche passaggio che non ho visto, qualche nota che mi è sfuggita o che non ricordo...
“Forse è giunto il momento io concentri la mia attenzione su qualcosa di differente. La sensazione di avere ancora così tanto da scoprire è ormai frustrante, anziché stimolante...”
“Mi sento come un marinaio alla deriva: vedo la terra ferma vicina, ma le onde continuano a sospingermi al largo, impedendomi di raggiungerla.”
“Non riesco a spiegarmi l’esistenza dei nephilim, inoltre. Posto non esistano angeli, essi cosa sono?”
“Non riesco a capire...”
“Non so come interpretare il fatto che...”
“Non vedo come tutto questo possa...”

No, no, no. Questo decisamente non mi aiuta. Sento l’impulso di lanciare questo dannato libro contro la parete.
Un’ultima pagina, leggo solo un’ultima pagina, ma se è ancora qualcosa del genere giuro che il libro fuori dalla finestra ci finisce davvero.
“Stamani ho visto la signorina Blucher al mercato, stava trasportando un tronco di pino, probabilmente per poi tagliarlo in piccoli ciocchi da camino. Mi chiedo se mi abbia notato. Ogni volta che il mio sguardo si posa sulle sue possenti braccia il mio cuore-“
Mi blocco. Cosa diavolo... questa cosa mi era sfuggita, sì, ma non è che ci tenessi a trovarla. Wilhelm, va bene che hai chiamato questo taccuino “Diario”, ma missà che hai fatto un po’ di confusione.
Sospiro e lascio cadere il libro a terra, accanto al letto.
Ma del resto cosa mi aspettavo di trovare, alla – quale? – decima rilettura? Pagine nuove autogenerate che rispondano a tutte le mie domande? Le parti più importanti ormai le so a memoria, e il resto... beh il resto è pieno di nulla, solo considerazioni inutili o sbagliate e domande che sono le stesse che mi pongo io ogni giorno. E la signorina Blucher. Per carità.
Mi sdraio sul materasso, le mani dietro la nuca, e rimango a fissare il soffitto. Uno dei miei passatempi preferiti in questo periodo, ma almeno oggi ho una giustificazione per il mio vegetare nella depressione. Niente lavoro e, con mia madre fuori casa, non ho demoni da interrogare.
Anche se poi, pure ci fossero, cosa cambierebbe? Non possono dirmi nulla di ciò che voglio sapere, preferiscono mangiarsi piuttosto che rispondere alle mie domande.
La voce del nephilim mi rimbomba nella testa. “Perché tu non sai niente, Kozyrskij. Stai giocando con cose che non riesci a comprendere.”
Oh no, non è vero che non so niente. Ci sono un sacco di cose che non so, facciamo una lista.
Non so dare ordini ai demoni stile Agnese, per fare un esempio a caso. E non so perché non riesco a farlo.
Non so perché riesco a dare ordini ai demoni in primo luogo. Non so perché riesco a vederli e non so perché invece non riesco a vedere quelli che creo io. Non so nemmeno se effettivamente li creo, e se questo sia possibile o no.
Non so che razza di demoni siano questi “Loro”, non so perché i “miei” demoni non vogliano parlare, non so nemmeno come facciano i demoni a sapere quello che sanno, nonostante siano praticamente sempre neonati. È come se avessero una specie di connessione, per certe cose.
Ma io non lo so, non lo so, non posso che fare ipotesi e per certe cose nemmeno quelle.
Forse c’è davvero una qualche entità divina in questo mondo, forse i nostri demoni fanno parte di un sistema teologico che nessuna religione ha azzeccato, forse... forse dovrei smettere semplicemente di pensarci...
“Stai giocando con cose che non riesci a comprendere, e si è visto a cosa porta.”
...già, fosse facile.
Sento suonare il cellulare e lo prendo subito, sorprendendomi io stesso di quanto desideri qualcuno mi scriva. Ma no, è solo l’operatore telefonico. Del resto, cos’altro potrei aspettarmi? L’unico che mi abbia mai mandato dei messaggi era Sergio, e ormai ha smesso di farlo da una settimana circa. Non che possa dargli torto, visto che ho avuto la geniale idea di ignorarlo da quando è successo... quello. Ma ammetto che, per quanto non mi dispiaccia non ricevere più i suoi “sorgi e splendi” alle quattro di mattina, la cosa mi infastidisce.
Quindi, ricapitolando, in questi ultimi giorni sono riuscito a perdere ogni certezza che avessi su come funziona il mondo, farmi serie domande sulla mia capacità di giudizio e allontanare l’unica persona con cui abbia stretto davvero amicizia. Ah, già, e ho anche indirettamente causato la morte di due persone. Mi chiedo perché nessuno mi abbia ancora consegnato una medaglia, davvero.
Mi volto e chiudo gli occhi, imbozzolandomi la testa nel cuscino nemmeno fossi tornato ai miei quindici anni.
Almeno mi rimane l’amore della famiglia o cose del genere.


Gente morta, gente morta, gatti, politica, altri gatti, gente morta. Cosa ci trovi di interessante mia madre nei telegiornali non l’ho mai capito.
«Non puoi vedere se c’è un film?» le chiedo. Lei in tutta risposta mi dà il telecomando e prende un giornale a caso, dal mucchio di vecchie riviste mai lette accumulate di fianco al divano. Inizia a sfogliarlo pigramente, senza spiccicare parola. Ha proprio capito tutto della nozione “sabato sera in famiglia”. Ora so da chi ho preso il mio spiccato istinto alla socialità, se non altro.
Sospiro – pessima mossa, così sento appieno anche l’odore di detergenti di cui è permeata mia madre. Ormai nemmeno ci prova più a levarselo di dosso, non funzionerebbero dieci docce al giorno, credo. Comincio a passare da un canale all’altro, senza soffermarmi a guardare nessun programma.
«Spero che su quel giornale ci siano notizie davvero interessanti, se devi ignorare tuo figlio per leggerle. Mi sentirò offeso per meno di un atterraggio alieno ad Aquisgrana.»
«Mh, sì, qualcosa c’è.» mi risponde lei, schiaffandomi il giornale sotto al naso. I demoni intorno a noi cominciano a ridacchiare, così capisco che c’è qualcosa che non va ancora prima di dare uno sguardo all’articolo. Articolo, ovviamente, che si pone interrogativi sulla misteriosa morte di una giovane madre e sulla misteriosissima comparsa di un nephilim ad indagare. Per qualche oscuro motivo, poi, il giornalista si è sentito in dovere di specificare che, chiunque sia il sospettato, deve essere riuscito a sopravvivere a una caduta dal quinto piano lasciandosi dietro un piccolo cratere nell’asfalto.
Forse è meglio se spengo la televisione...
Mia madre mi fissa con uno sguardo così intenso che potrebbe far piangere Satana in persona.
«Vanjusha, tesoro, racconta a tua madre dove hai preso i soldi per il tuo nuovo computer mentre lei ti ricorda quant’è stato doloroso il suo travaglio e si massaggia la cicatrice del cesareo.»
Chiudo gli occhi.
Okay, amore della famiglia andato. Almeno mi rimane un lavoro.


«Cioè mi stai... licenziando
Hans si accarezza nervosamente le mani. «Licenziare è una parola così negativa... vedila più come un darti la possibilità di fare nuove esperienze.» mi dice, stiracchiando un sorriso. Io mi passo una mano sulla faccia – evitando le guance, però, gli schiaffi di mia madre si fanno ancora sentire.
Il problema non è la ridicolezza della frase, ma il fatto che Hans pensi davvero possa risollevarmi il morale.
«Ma cos... ma perché?» riesco ad articolare, questa la voglio sapere davvero. Hans distoglie lo sguardo.
«Scusami ragazzo, è che Ma’ non si sente a suo agio con te intorno.»
Il demone? Mi sta licenziando perché il demone non si trova a suo agio con me? Credo ci siano le basi per una denuncia, se non fosse che la cosa in sé è troppo assurda anche solo per pensare di prendere un provvedimento serio.
«La mia domanda non cambia.» ripeto.
L’espressione di Hans muta all’improvviso, da inquieta si fa dura e un’ombra nera gli guizza negli occhi. A quanto pare Ma’ vuole spiegarsi da solo.
«Girano voci strane su di te, Ivan, tra noi demoni.» esordisce «Dicono che riesci a farci uscire dal corpo della gente, dicono che riesci a farci fare tutto quello che vuoi. Non mi sento tranquillo vicino a te, non mi fido.»
Il livello di ridicolo di questa conversazione sta raggiungendo vette mai viste. Rimango sinceramente senza sapere come rispondere.
«Ma’, ci conosciamo da anni ormai.» dico piano, dopo qualche secondo. «Anche fosse vero, perché... perché dovrei ordinarti di suicidarti così, dal nulla?»
«Ah non lo so, qui sei tu il demonicida psicopatico, non io.»
Andiamo, Hans non può aver davvero dato retta a una giustificazione del genere. «Hans...»
«Gli ho detto del nephilim.» Ma’ mi interrompe prima che possa formulare una qualunque frase. Lascia il posto ad Hans, ora, che distoglie lo sguardo.
«Scusami» mi dice, prima di sussurrarmi: «è che non posso permettermi eventuali visite... spiacevoli, uhm. Mi capisci, vero?»
«Non puoi permetterti?» esclamo, allargando le braccia «Santo cielo Hans, cos’è, quella di antiquario è in realtà una copertura? Sei un signore del narcotraffico, nascondi prostitute cinesi negli armadi rococò?»
Hans ridacchia e fa saettare gli occhi da destra a sinistra, mentre con un gesto mi intima di abbassare la voce. «Non so di cosa... non so di cosa tu stia parlando.»
Oh, ma che... mi lascio ricadere le braccia lungo i fianchi.
«Beh, almeno questo spiega come tu possa mandare avanti questo negozio con massimo tre clienti l’anno.» commento.


E anche il lavoro è andato. Mi rimangono giusto me stesso, la mia adorabile personalità e il mio arguto sarcasmo come compagnia. Insomma, mi conviene uccidermi ora.
«Ehi, come va?» il cameriere mi si para davanti con un adorabile sorriso pieno di gioia. Lo fisso senza sollevare la testa dal tavolo. Voglio che dalla mia posizione provata si capisca il mio status di “uomo distrutto dalla vita”.
«Sono appena stato licenziato e mia madre crede io sia un ladro omicida.» rispondo, atono.
Il sorriso del cameriere svanisce all’istante. «Oh.» mormora. Io prendo il menù tanto per sfogliarlo, non ho davvero voglia di ordinare nulla, a parte forse... «Dì un po’, ce l’avete qualcosa con del cavolo?»
Il cameriere sembra turbato. «Io... non credo.» sussurra, il ritratto della confusione.
Sospiro. Proprio quando pensavo nulla potesse peggiorare... «Allora portami qualcosa di molto alcolico e molto poco costoso, per favore.»
«Ma sono le cinque di pomerig-» Lo guardo. Lui arretra. «Arriva subito.» si corregge saggiamente, prima di tornare verso il bancone del bar. Il demone originato dal suo disagio rimane ad aleggiare intorno al tavolino.
«E-e-e-ehi.» mi saluta balbettando. Vuole parlare? Allora si è rivolto alla persona sbagliata. Mi giro dall’altra parte, per guardare fuori dal bar. Sono proprio di fianco alla parete di vetro che dà sulla strada, posso vedere i passanti e le persone alla fermata dell’autobus sul lato opposto. Non che nutra davvero interesse nell’osservare sconosciuti, ma almeno concentrarmi su qualcosa che mi sia completamente estraneo mi aiuta a non pensare a tutto quello che mi sta succedendo.
Forse, a quest’ora, Eliška avrebbero potuto passeggiare con suo figlio lungo questa stessa strada.
Mi soffermo su una ragazza bionda che sta aspettando l’autobus e che, per un attimo, mi è sembrata ricambiare il mio sguardo. Ma no, dev’essere solo un gioco ottico – ha gli occhi abbassati, probabilmente è per questo che mi è sembrato guardasse nella mia direzione. Una coincidenza, sicuramente, infatti la ragazza si volta subito – prima a destra, poi a sinistra, come se volesse vedere se sia sicuro attraversare la strada. Cosa che ora sta iniziando a fare, camminando velocemente, proprio... verso di me. Ma che...
Sollevo la testa dal tavolo, senza staccare gli occhi da lei nemmeno quando entra nel bar. Sì, viene proprio verso il mio tavolo. Ma no, di sicuro deve esserci qualcun altro, probabilmente ha visto una persona che conosce e... si ferma davanti a me, le mani nervosamente strette attorno alla tracolla della borsa.
«Ehi, ciao, ti disturbo?»
Non può stare dicendo a me. Mi volto, giusto per vedere il cameriere, con una bottiglia non meglio identificata sul vassoio, fare dietrofront. Non c’è nessun’altro vicino a me. Okay, allora se una persona vuole parlarmi non può che essere per un motivo... ed è l’ultima cosa che mi ci vuole, in questo momento.
Sospiro e torno a rivolgermi alla ragazza. «Ascolta, ti risparmio la fatica. Non parlo con Satana, non posso far avverare i tuoi desideri, non maledico le persone, non... okay, facciamola più veloce, qualunque cosa tu voglia chiedermi o sapere la risposta è no.» le dico.
Lei mi guarda confusa per qualche secondo – capita sempre – prima di farsi sfuggire una risata – questo capita meno volte, lo ammetto.
«Scusami, credo tu abbia frainteso.» mi dice «Non ti ricordi di me, vero?»
Cosa? Sollevo un sopracciglio. Ammetto che tendo a scordarmi le persone che non reputo importanti con una facilità imbarazzante, però davvero non mi pare di averla mai vista.
«No» ammetto «Dovrei?»
«Sono Jana. Jana Kovarik.»
No, anche quel nome non mi dice nient-oh. Oh.
Ci manca poco non mi vada di traverso l’aria che sto respirando, quando finalmente collego. Osservo meglio la ragazza di fronte a me, incredulo, cercando di associarla all’immagine di quella Jana Kovarik che ricordo. E no, non ce la faccio, questa Jana così normale non può essere lo stesso mostro ringhiante e sbavante che avevo esorcizzato.
E, beh, tecnicamente... non lo è davvero. O almeno, non del tutto, visto che comunque durante l’esorcismo era lì anche lei, anche se incosciente.
...perché era incosciente, vero?
Sento come un calo di zuccheri quando un’ondata di ricordi vergognosi mi travolge tutta in una volta. Ricordi come io che la scaravento contro un muro rischiando di romperle qualcosa, io che le descrivo con tranquillità la fine atroce a cui sarebbe andata incontro se l’esorcismo non fosse riuscito, io che ignoro completamente la nozione di spazio personale lasciandomi andare a una quantità imbarazzante di contatto fisico inappropriato – il fatto che, in quei momenti, cercassi semplicemente di evitare lei mi strappasse la gola a morsi non rende la cosa migliore.
Jana si sporge verso di me, fissandomi con i suoi grandi occhi verdi spalancati in un’espressione di preoccupazione – io li ricordo sgranati in preda alla furia omicida. «Stai bene?»
No, non sto bene. Ma santo cielo, ma perché è qui? Tra tutte le coincidenze possibili questa da dove salta fuori? È semplicemente ridicola!
Ma immagino che l’Inquisizione, il lavoro, mia madre e tutto il resto non fossero sufficienti, eh, Universo? Qui qualcuno vuole proprio che ci affoghi, nel senso di colpa.
«Mi... mi dispiace.» balbetto, alzandomi in piedi così di scatto da far cadere a terra la sedia. Chiudo gli occhi, il rumore mi fa rabbrividire. Okay, mi conviene prendere un grande respiro. «Mi dispiace.» ripeto, con voce più ferma. «Ma non è un buon momento, e...» e cosa? “Torna da dove sei venuta e non ricordarmi della mia idiozia con la tua esistenza?” Non riesco a finire la frase.
«Lo so.» risponde Jana. Io la guardo, sorpreso per la seconda volta in meno di un minuto. Lei sa cosa? «Ti dispiace se... ti dispiace se parliamo un po’?» si volta verso la porta, un accenno di nervosismo negli occhi «Fuori.»
Non so cosa rispondere, quindi ubbidisco. «Cosa intendi con “lo so”?» le chiedo, appena mi richiudo la porta del bar alle spalle.
«Una settimana fa è venuto un nephilim a casa mia, voleva sapere del mio esorcismo.» mi risponde lei, mentre ci spostiamo di lato per non intralciare le altre persone. Mi stupisco più del fatto che parli della sua possessione con così tanta tranquillità che dell’interrogatorio del nephilim. «Ma io non gli ho detto niente!» si affretta ad aggiungere, agitando le mani. Non ci ho nemmeno pensato, ad essere onesto, ma apprezzo comunque la specificazione. «Anzi, avrei voluto avvertirti subito, solo che non avevo modo di rintracciarti.»
Di nuovo, apprezzo il pensiero, per quanto ormai del tutto inutile. Mi sfugge un sorriso amaro al pensare che, forse, se me l’avesse detto subito, avrei evitato di fare quello che ho fatto. Forse. «Grazie dell’informazione, ma temo tu sia arrivata tardi.» le rispondo, e faccio già per salutarla quando lei mi blocca con un’altra domanda.
«Perché? È successo qualcosa?»
Rimango bloccato a fissarla, completamente intontito. Qualcosa? E’ successo qualcosa? Da dove devo iniziare con i qualcosa? Perché deve farmi domande che mi fanno ripensare a cose che preferirei dimenticare, di grazia, perché?
Il rumore della partenza dell’autobus mi salva dal dover dare una risposta. Nemmeno mi ero accorto fosse arrivato, e neanche Jana a giudicare dalla sua espressione sorpresa.
«Dovevi prendere quello?» le chiedo.
Lei si tira indietro una ciocca di capelli – si muove con gesti piccoli e riservati, sto notando, come se si trovasse perennemente in una cristalleria. È assurdo se ripenso ai movimenti inconsulti di quando era indemoniata. So che la differenza non dovrebbe colpirmi tanto, ma... lo fa.
«Non importa, solo che ne passa uno ogni mezz’ora» mi dice, intanto «quindi a questo punto penso mi convenga tornare a casa a piedi.»
Ricordo la zona della casa dei Kovarik, e non era vicino a qui. «Mi dispiace.» mormoro. Jana mi guarda confusa.
«Perché ti scusi? Non è colpa tua, sono io che appena ti ho riconosciuto sono corsa via dalla fermata. E in ogni caso non mi dispiace dover camminare un po’.»
Sorride, e io ho come la sensazione di dover aggiungere qualcosa. Qualcosa che ha a che fare con qualche azione che dovrei compiere, in una situazione del genere... come, ad esempio, offrirmi di accompagnarla a casa, visto che ha perso un autobus per me. Ma solo parlando per ipotesi, eh.
«Se vuoi ti accompagno.» le dico. «Ma ti avverto che non sarei di grande compagnia.»
Faccio giusto in tempo a finire la frase che vedo i suoi occhi illuminarsi e il suo sorriso allargarsi in modo a dir poco inquietante. «Ah, non importa, mi piace parlare anche da sola.»
Oh, no. Indietreggio di un passo, inorridito. Ora capisco, avevo interpretato male: chiaramente l’incontro con Jana è una punizione divina. I discorsi a ruota libera della signora Kovarik ancora popolano i miei incubi, un’altra come lei no, Signore, ti prego, no.
Spero Jana sia più sopportabile di sua madre.


Non è più sopportabile della madre. Non c’è proprio paragone.
«...e poi, durante la seconda ora di laboratorio, dovevamo preparare queste colture di batteri. Avrei dovuto semplicemente spruzzare la soluzione con la pipetta, il problema è che... mi ero dimenticata di togliere il coperchietto dalla piastrina di Petri, quindi appena ho schiacciato lo stantuffo puoi immaginare quello che è successo!»
Scoppia a ridere e, con mia sorpresa, la seguo ridendo a mia volta. No, è di gran lunga più sopportabile di sua madre.
«E visto che nessuno guardava ho pulito il disastro con la manica del camice. Ma si può essere così scemi?» esclama, ancora ridendo.
«Di certo tu ti ci metti di impegno.» Comunque è rassicurante. «Quando ci sarà una pandemia di qualche orribile malattia fuggita da un laboratorio saprò a chi dare la colpa.»
«Che dire, faccio la mia parte per tener vivi gli orribili stereotipi sulle bionde.» commenta lei, con un tono di finto orgoglio, ma senza scomporre di un minimo la sua perfetta postura. Tutta l’espressività che non mette nel suo atteggiamento la concentra nel modo di parlare, fa uno strano effetto.
«No, per quello ti manca ancora il provare a camminare attraverso una parete di vetro.»
Lei mi guarda, imbarazzata. No, andiamo, non ci credo!
«Non fare quella faccia, ci sono andata a sbattere solo una volta, capita a tutti prima o poi!»
«Questo è vero.» ammetto «Una volta è successo anche a me. Beh, più o meno. Diciamo che più che altro ci sono passato attraverso.»
«Questo è peggio, sai?»
«Avevo la mia magica superforza demoniaca attivata, non me ne sono accorto finché non ho sentito il rumore del vetro rotto. Ma del resto capita a tutti prima o poi, no?» la scimmiotto. Lei mi guarda simulando un’espressione offesa.
«Non è educato imitare le signorine per prenderle in giro.» dice, con un tono di voce nasale che so per certo essere un’imitazione di quello di sua madre. Devo sforzarmi per non scoppiare a ridere di nuovo.
«Già, è davvero da cafoni.» commento, sogghignando. Lei mi sorride e si ferma davanti al portone di un palazzo. Il suo palazzo.
Siamo arrivati, a quanto pare. Quanto ci abbiamo messo, una quarantina di minuti? Mi sembra passato molto meno tempo. Ed è stato piacevole, lo ammetto, molto piacevole. Parlare con Jana, parlare con qualcuno... ne avevo più bisogno di quanto pensassi.
«Beh, immagino di doverti salutare ora.» le dico. Lei non mi risponde, si limita a fissarmi, senza smettere di sorridere. Okay, questo invece è inquietante. Forse mi sono dimenticato qualcos’altro? «Cosa c’è?»
Jana scuote la testa. «Niente, sono solo contenta del fatto che sei... così. Se non mi fossi piaciuto sarebbe stato difficile ringraziarti.»
Non sono sicuro di dovermi sentire lusingato da questa frase. Per adesso sono solo confuso. Ringraziarmi? Per cosa, per averla riaccompagnata a casa? «Ringraziarmi per cosa?» le chiedo. Davvero, semmai dovrei essere io a ringraziare lei per avermi strappato dal mio lento affogare nell’autocommiserazione.
Lei abbassa lo sguardo, sembra imbarazzata. «Beh, per avermi salvato la vita.»
Ecco, dicevo? Mi sento come se, insieme ai ringraziamenti, mi avesse tirato una ginocchiata nello stomaco.
«Non ho mai fatto niente del genere.»
«Io e te il nostro primo incontro lo ricordiamo diversamente, allora.»
Oh, decisamente diverso, visto che quello che ricordo io è un esorcismo fatto per pura fortuna. Non avevo la benché minima idea di quello che stessi facendo, ricordo di non aver nemmeno pensato... non pensavo nemmeno a lei, davvero. Avrei potuto fallire, ma non mi importava. Del resto il peggio che sarebbe potuto succedere, per me, sarebbe stato non venire pagato. Ma... il peggio che sarebbe potuto succedere, per lei, sarebbe stato impazzire ed essere completamente annientata dal demone. E a questo non avevo minimamente pensato.
«No, Jana, sono serio.» le dico. «Non avevo idea di cosa stessi facendo, era il mio primo esorcismo, non sapevo nemmeno se sarebbe finito bene, non pensavo sarebbe finito bene!»
Se fosse stato un demone solo un po’ più forte avrei condannato Jana a morte. Anche solo la possibilità di una cosa del genere mi fa attorcigliare lo stomaco. Perché ho accettato, in primo luogo, di fare quell’esorcismo? Una cosa così delicata, così complessa...
«Mi rendo conto solo adesso di quanto sia stato stupido anche solo provarci, sarebbe potuta andare male, molto male.»
Jana mi guarda e io non riesco a sostenere il suo sguardo. Mi volto. «Ma non è successo.» la sento dirmi, calma. Scuoto la testa.
Non capisce. Non è successo, ma sarebbe potuto succedere, è questo il punto. «E’ stata solo una questione di fortuna. Quel tentativo poteva ucciderti, Jana. Cristo santo, poteva ucciderti e nemmeno ci ho pensato, perché dal mio punto di vista non sarebbe cambiato assolutamente niente!»
Lei allunga una mano verso di me, mi afferra una spalla prima che io possa ritrarmi. Stringe forte, costringendomi a sollevare lo sguardo. Non è per consolarmi, è una stretta per tenermi fermo e farmi ragionare. Il problema, però, è che sto ragionando fin troppo bene.
«So che non sei un eroe, ma comunque se non ci fossi stato io ora non sarei qui.» mi dice, fissandomi negli occhi. «Mi hai ridato la mia vita, e di questo ti ringrazio.»
A questo non so come obiettare. So che non è vero, ma non so come dirglielo. Distolgo lo sguardo di nuovo. «Non... non devi. Davvero. Non ha nemmeno senso, i tuoi mi hanno pagato, non serve ringraziarmi.»
Lei stringe più forte, e di nuovo torno a guardarla. Ha un’espressione seria, le labbra strette in una linea dura. «Non mi importa.» dice, rilassandosi un po’. Mi rivolge un debole sorriso. «E in più penso che in questo momento tu abbia bisogno di sapere che hai fatto qualcosa di buono.»
No, non dirlo, per favore. Potrei cominciare a crederlo anche io, e conosco un paio di persone che avrebbero da ridire su questo. Se solo potessero, visto che, beh, sono morte. Allontano la mano di Jana.
«Lo stai dicendo solo perché è finito tutto bene, con te, ma se...» mi blocco, improvvisamente conscio di quello che sto per dire. Abbasso la voce. Non servirebbe farlo – non c’è nessuno qui a parte noi due – ma ancora non riesco a pronunciare quelle parole ad alta voce. «Se io ti dicessi che per un mio errore di valutazione sono morte due persone, tu cosa-»
«Io» mi interrompe Jana. «ti risponderei che gli incidenti capitano.»
Mi fissa di nuovo con quell’espressione dura e in questo momento so che lei sa. E anche che è pienamente convinta di quello che ha appena detto. Sono a metà tra lo scoppiare a ridere e il mettermi istericamente a piangere – benvenuta, pazzia, sapevo saresti arrivata.
Dissimulo con un sorriso che, ne sono sicuro, da fuori deve sembrare un ghigno causato da uno spasmo muscolare.
«Wow. Non pensavo di riuscire a trovare una persona più cinica di me.» commento, ma Jana scuote la testa.
«Non è cinismo, è logica.» dice. Intreccia le sue dita, come in un gesto di preghiera. «Non puoi incolparti per ciò che è al di là del tuo controllo e non puoi punirti ignorando il fatto che, nonostante tutto, hai davvero aiutato molte persone.»
«Ma io non volevo-»
«Niente “ma”. È così, qualunque sia il motivo che ti ha spinto a farlo. Tienilo a mente.»
Si guarda intorno, tormentandosi le mani, e prima che io possa ribattere mi tronca le parole con un abbraccio. Questo mi prende decisamente in contropiede, se c’è una cosa che può confondermi ancora di più dei sentimenti umani sono i sentimenti umani espressi in modo fisico. Dovrei ricambiare? Nel dubbio, rimango perfettamente immobile.
«Non lasciare che nessuno ti dica il contrario, nemmeno te stesso.» mi dice, prima di lasciarmi andare. Mi dà un paio di colpetti su una spalla per incoraggiamento – credo – e corre verso la porta. Prima di rientrare, però, si gira un’ultima volta a guardarmi.
«Quindi, per carità, smettila di piangerti addosso, su.»


* * *


Il commissario mi fissa da dietro la scrivania, nemmeno lontanamente infastidito dalla mia presenza quanto lo sono io dalla sua incompetenza. «Quindi vuole un mandato di arresto per questo Ivan Aleksandrovič, sulla base della testimonianza di un... demone
«Il demone che ha tentato di esorcizzare, sì.»
«Che ora è...»
Faccio una smorfia, so già dove vuole andare a parare. «Morto.» rispondo. Il commissario sospira e comincia a sfogliare le carte che ha sulla scrivania – conscio, lo so, di insultarmi con la sua mancanza di attenzione.
«Che peccato. Dovremo fare a meno della sua testimonianza in tribunale, allora.»
«Ma le assicuro che lui è...»
«Ascolti.» mi interrompe, alzando bruscamente lo sguardo. Mi fissa senza mascherare il nervosismo: mi sembra chiaro voglia che io me ne vada al più presto. Dopo tutto il tempo che ho dovuto aspettare per questo incontro non mi è concesso nemmeno che duri più di dieci minuti? Stringo i pugni. «Non so come funzionano le cose a Roma, ma qui servono prove.» continua il commissario «E la parola di un’entità che ha sentito solo lei non è una prova. È una presa in giro.»
Mi freno dal dire quanto, invece, la parola di un nephilim dovrebbe contare. «Ci sarebbe un’altra testimone, una ragazza.» azzardo.
«Bene, allora perché non è qui?»
«Non... vuole collaborare.»
Il commissario si porta una mano al viso e spalanca gli occhi, sembra quasi preoccupato. «Oh, allora come possiamo fare?» esclama, e io rimango per un attimo spiazzato. Forse sono stato prevenuto verso di lui? Ma fortunatamente ho pensato a una risposta anche per questo problema.
«Beh, può preparare un mandato di arresto anche per lei.»
Il commissario mi fissa con un’espressione che non riesco a decifrare. Di fianco a me, Holtz si passa una mano sul viso.
«Fuori di qui, prima che faccia arrestare lei
«Non può farlo!» esclamo, e subito me ne pento. Cerco di calmarmi, di far appello alla ragione del commissario. «Senta, so che tra Chiesa e Impero non corre buon sangue, ma quello che stiamo facendo qui noi è veramente un litigio da bambini. Quando ho richiesto di parlare con lei è stato fatto di tutto per rallentarmi, metà dei giorni era impegnato, l’altra metà avrei dovuto mandarle una richiesta scritta che, ovviamente, spariva nel nulla una volta compilata. Ho ignorato la goliardia dei suoi agenti, ma non tollero un comportamento simile anche da chi ricopre una carica alta come la sua.»
Il commissario sta in silenzio per qualche secondo, fissandomi sorpreso. Evidentemente quanto ho detto ha fatto breccia nel suo orgoglio, spero si renda conto di quanto sia inappropriato il suo comportamento. Riesco quasi a vedere la vergogna nei suoi occhi, quando alza lo sguardo.
«E lei, invece, inquisitore, ha mai pensato che la polizia imperiale non è il suo personale esercito di galoppini pronti ad assecondare ogni sua richiesta? Forse non lo sa, ma questa è una delle più grandi città della Boemia, faccia lei i suoi conti sui tassi di omicidi, furti, stupri, traffico di narcotici e prostitute cinesi. Forse, ma solo forse, un gruppo di esorcisti clandestini non sono in cima ai nostri problemi.» dice, secco, come se stesse ripetendo queste parole per l’ennesima volta a un bambino con difficoltà di apprendimento. Non era... non era quello che mi aspettavo. Quella che avevo scambiato per vergogna è solo stanchezza. E ora, lo ammetto, sono stanco anche io.
Non in cima ai loro problemi? Dovrebbero esserlo, invece! Mi mordo la lingua, devo dar fondo a tutto il mio autocontrollo per riuscire a non nominare la guerra, il demone, i turchi. Poi, anche se lo facessero, dubito mi crederebbero. Questa gente sta facendo di un vanto il suo abbandonare la via del Signore, si crogiola nel suo stesso desiderio di autodistruzione. Probabilmente accoglierebbero i turchi a braccia aperte, pur di vedere la Chiesa crollare... e tutto per delle schermaglie risalenti al medioevo. Folli.
Il commissario si alza e va ad aprire la porta del suo ufficio. Non dice niente, ma il gesto è sufficientemente chiaro. Stringo i pugni ed esco, senza aggiungere altro. Dalle finestre nel corridoio riesco a vedere che il sole è già tramontato: un’altra giornata persa, altro prezioso tempo consumato per la stupidità degli imperiali. Anzi, per quel che ne so, ormai potrebbe essere già tardi.


* * *


Le parole di Jana continuano a rigirarmi in circolo nella testa. L’ho aiutata... beh, questo è vero. Alla fine, in effetti, se proprio andiamo a guardare la questione, senza il mio intervento sarebbe sicuramente morta. Se fosse andato male l’esorcismo avrei solo... accelerato il processo.
Eliska però non era posseduta. Se io non avessi fatto uscire quel demone da suo figlio, lei a quest’ora probabilmente sarebbe ancora viva.
O forse no? Forse il demone sarebbe uscito comunque, prima o poi, e avrebbe scorrazzato impunito per la città facendo chissà quale disastro.
Forse ho ucciso due persone, ma ne ho salvate altre migliaia.
Forse.
Ma con i forse non si va da nessuna parte.
Guardo fuori dal finestrino dell’autobus. Il cielo si è fatto nuvoloso e qualche goccia comincia a cadere, bagnando i vetri. Diventa presto una pioggerellina leggera. Lascio passare la mia fermata – non ho comunque voglia di tornare a casa, ora.
Gli incidenti capitano... lo so bene, che capitano, e a mente lucida riesco a capirlo anche io che non è stata colpa mia. Ma non è giusto, non penso di avere il permesso di non sentirmi in colpa.
Però, è vero, con i forse non si va da nessuna parte, questo è il punto. Quindi non ha nemmeno senso ragionare per ipotesi, e soprattutto in retrospettiva, sugli esorcismi che ho fatto. Quelli sono andati bene, benissimo. Avrei dovuto pensarci di più, prima di farli? Assolutamente. Però sono andati bene, e Jana ha ragione, non è un fatto che io possa cambiare, per quanto mi faccia comodo pensare che ogni cosa da me fatta sia stata un disastro. Ma così non è. Quindi, diciamoci la verità, non c’è davvero nessuna ragione per cui io debba stare qui a piangermi addosso.
Posso fare esorcismi, se i demoni non sono troppo forti. Posso, e ne ho fatti, e tutti sono andati bene. Gli incidenti capitano.
Sì, capitano, e la gente muore.
No, no! Scuoto la testa, come se così potessi scacciare via quel pensiero. In fondo lo so, il vero motivo per cui sto così male per Eliska è che l’ho vista morire. Se fosse successo senza che io ci mettessi mano sarei andato avanti per la mia strada senza problemi, quindi che senso ha continuare a pensarci? C’è una strana logica contorta in tutto questo, e mi fa sentire meglio.
Mi aggrappo a quella sensazione più che posso.
E comincio a pensare che, forse, sono stato un po’ troppo impulsivo nel dire a Sergio di voler smettere con gli esorcismi...
Perché non voglio smettere, non ho mai voluto smettere, no? Erano soldi facili e ora, senza più un lavoro legale, di soldi ne ho spudoratamente bisogno. E poi... e poi mi piaceva. Poter controllare un demone ha un che di esaltante, e anche il teatrino che prima disprezzavo... cavolo, mi rendo conto solo ora di quanto in realtà mi divertisse. Non impersonare io il prete, ma vedere Sergio farlo così bene, a metà tra serietà e caricatura, per non parlare poi dei nostri clienti, completamente terrorizzati di fronte a un demone che in realtà era completamente innocuo, sotto il mio controllo... sì, ripensandoci, c’era un certo divertimento in tutto quello.
Forse è stato proprio questo il problema. Forse è per questo che non ho ascoltato Sergio quando mi ha detto di non fare l’esorcismo del figlio di Eliska, forse non volevo ascoltare... se non mi fossi lasciato prendere così tanto la mano, magari...
No, ma cavolo, me lo sono appena detto: basta con i forse, basta con i magari. È stato un incidente.
Un incidente. Se lo ripeto abbastanza volte potrei cominciare a crederci anche io. Però, in effetti, anche se non riuscissi a convincermi di questo, che problema ci sarebbe? Potrei semplicemente accettare il mio senso di colpa, per quanto irrazionale, e conviverci.
Stringo i pugni. «Oh, ma al diavolo!» esclamo, facendo voltare una vecchietta qualche sedile più avanti. Non mi importa.
Non mi è mai importato di nulla, ho fatto un vanto del mio menefreghismo, perché dovrei cominciare a lasciarlo da parte proprio ora?
Non dovrebbe importarmi dei miei sensi di colpa per Eliska, non dovrebbe importarmi nemmeno... nemmeno dell’Inquisizione. Tanto quel nephilim già sa, ormai, che a fare gli esorcismi sono io. Il danno è fatto e niente potrebbe peggiorare la situazione, da questo punto di vista, quindi tanto vale fregarsene.
Quello di cui invece dovrebbe importarmi è che continuano a servirmi soldi, ora più che mai, e che mi piace fare esorcismi. Questi sono due punti fermi, e me li farò bastare. Ah, già, e poi c’è anche la faccenda dell’aiutare le persone che non è male come giustificazione.
Ma ha senso riprendere a fare esorcismi se ancora non ho la minima informazione degna di questo nome sui demoni? E se ci fosse qualcos’altro, che non so? Sono disposto a correre il rischio?
Certo, però, stando fermo qui non è che cambi qualcosa. E a questo punto, forse, mi conviene davvero provare... tanto, io, cosa ho da perdere?
Io nulla, ma altra gente potrebbe rimetterci.
Cristo, basta, mi sono impantanato di nuovo. Sospiro e mi massaggio le tempie, sta cominciando a venirmi un’emicrania, questi dilemmi psicologici non fanno per me. Ma, intanto, quanto ci ho messo per questa sessione di introspezione? Controllo l’orologio sul cellulare: le sette in punto. Sergio ha iniziato a lavorare come Madame già da un po’ e finirà a mezzanotte. Perfetto, ho un bel po’ di ore per cambiare idea almeno una decina di volte.


Mezzanotte meno un quarto. Va bene, direi che posso dichiarare conclusa l’introspezione serale a bordo dell’Autobus della Notte.
Spero seriamente di aver preso la decisione giusta.


La porta del palazzo è chiusa. Non un buon segno: di solito è sempre aperta, alla faccia della crescente criminalità.
Quella pioggerellina leggera nel frattempo è riuscita a trasformarsi nel secondo Diluvio Universale. Apprezzo il fatto che la natura voglia rendere il tutto più drammatico con la classica pioggia da filmone romantico, ma ecco, a parte che di romantico qui non c’è proprio nulla, si è messa un po’ troppo di impegno. Mi infilo subito sotto la tettoia – giusto in tempo per beccarmi uno scroscio d’acqua in testa – e provo comunque a spingere la porta.
Come volevasi dimostrare: sempre aperta tranne quando ho davvero bisogno di entrare. Provo a suonare, ma non risponde nessuno. Eppure so che è in casa, il suo orario di visite finiva solo dieci minuti fa. A meno che non sia ancora occupato a, chessò, leggere la mano a una cinquantenne in crisi. Sì, sarà di sicuro così, probabilmente ha ancora gente, forse è meglio se torno domani. O forse è meglio non torni affatto, me ne vada a casa e rimanga chiuso per sempre in camera mia.
No. Di certo farebbe felice mia madre, ma no. Sarebbe più sensato e più comodo, ma non è quello che devo fare. Non è quello che voglio fare.
Però non è a me stesso che devo dirle queste cose.
Giro intorno al palazzo, il giubbotto sollevato a ripararmi dalla pioggia, e comincio a contare le finestre, per portarmi sotto quella che dovrebbe essere dell’appartamento di Sergio. In caso contrario mi aspetta una discreta figura di merda, ma sono disposto a correre il rischio.
Mi lascio scivolare il giubbotto sulle spalle – tanto ormai sono zuppo fino al midollo – e prendo fiato.
«Ehi, Sergio!» urlo. Ma, ovviamente, non ricevo nessuna risposta. Forse non mi ha sentito per via della pioggia, o forse non c’è davvero. O, più semplicemente, mi ignora per ripicca. Chissà perché la terza ipotesi non mi sembra così difficile da credere – alzerei gli occhi al cielo, se non rischiassi di accecarmi con le gocce.
«So che ci sei!» provo di nuovo «Guarda che se non rispondi comincio a lanciarti sassi sulla finestra – più forte che posso
Come volevasi dimostrare, le luci di casa sua si accendono appena finisco la frase e, dopo qualche secondo, vedo la finestra aprirsi e lui fare capolino dal davanzale. Ha ancora il vestito da zingara e i segni del trucco sulla faccia.
«Sì?!» esclama, per sovrastare il rumore della pioggia «Chi è?!»
«Sai benissimo chi è!»
Lo vedo portarsi una mano sulla fronte e strizzare gli occhi, sporgendosi un po’ per guardarmi meglio. «Mi scusi buon uomo, il suo volto mi è familiare in effetti, ma credo sia passato così tanto tempo che non ricordo...!»
Oh, ma certo, molto maturo devo dire. Il fatto che abbia tutte le ragioni per comportarsi così non è una giustificazione. Il che non ha senso, ma... «Okay, ho afferrato, sono stato uno stronzo a ignorarti» ammetto «ma non credi che rischiare di affogare qui sotto sia una punizione sufficiente?»
«Cosa?!»
Ah già, la pioggia torrenziale. «Non credi che affogare qui sotto sia una punizione sufficiente?!» ripeto, alzando il volume.
Sergio ci pensa qualche secondo – con calma eh, non sia mai che non riesca a prendermi una polmonite – prima di rispondere qualcosa che non riesco ad afferrare.
«Cosa?!» urlo io, stavolta.
«Ti ho chiesto cosa vuoi!»
«Dobbiamo parlare! Ho... cambiato idea!»
«Su cosa?!»
Secondo te? «Senti, possiamo parlarne dentro?!»
Non mi sembra il caso di discutere di esorcismi clandestini urlandolo qui fuori, anche senza contare la pioggia – che, nemmeno a farlo apposta, si intensifica appena finisco la frase. Le gocce cominciano ad arrivarmi addosso in orizzontale, insieme a un paio di foglie marce. E Sergio se la ride.
«No, io preferisco così, sai?!» esclama, osservandomi dall’alto, ancora perfettamente asciutto. Va bene, lo so, non ha tutti i torti, è una giusta vendetta... ma spero comunque gli piova in casa.
«Seriamente, fammi entrare per favore! Parlare così è stupido...» con mio orrore vedo illuminarsi un altro paio di finestre «e rischiamo di svegliare tutto il palazzo!»
«Troppo tardi per quello!» dalla finestra accanto a quella di Sergio fa capolino un uomo di mezza età. «Andate a risolvere le vostre faccende da froci da un'altra parte e non rompete i coglioni a noi gente normale!»
Un concentrato di calvizie e dolcezza, proprio. Sergio rotea gli occhi. «Grazie di averci dato un illuminante esempio della tua mentalità degna di un contadino medioevale, Borivoj!»
«Oh, ma chiudi quella bocca cazzo di travestito!»
«Non è quello che ha detto tuo figlio ieri sera! O meglio, un paio di parole le hai azzeccate, indovina quali!»
Borivoj rimane un attimo spiazzato e un po’ lo capisco. «Io non ho un figlio!» esclama, ed è tutto molto bello e divertente, ma io qui nel frattempo sto per fare le alghe e sarebbe davvero il caso di riportare la conversazione sui binari giusti. Faccio per intervenire, ma una donna al primo piano decide di voler contribuire anche lei alla conversazione.
«Borek, non dovresti essere così duro con tuo figlio!» esclama, con il vento che le gonfia la camicia da notte a fiori e le fa svolazzare i lunghi capelli castani. «Devi accettarlo per come è!»
Ma seriamente.
«Io un figlio non ce l'ho davvero, ho due figlie dannazione! E poi a te nessuno ti ha chiesto niente!»
«Ehm, ehi...!» mi sbraccio, ma niente. La donna sembra onestamente addolorata, si porta una mano pallida al volto.
«Devi cercare di trovare dentro il tuo cuore la forza di superare i tuoi pregiudizi! L'equilibrio condominiale è stato turbato dalle tue parole e ora la Terra è in lacrime!»
Okay, ho sentito abbastanza. «Voi due, dentro!» esclamo. «E Sergio, se non mi fai salire o se non scendi tu giuro, giuro che entro sfondando il muro!»
L’uomo e la donna mi fissano sconcertati – sì, ci sono anche io, già dimenticati della mia presenza? – e Sergio sospira. Non dice niente, ma richiude la finestra. Spero per lui questo voglia dire sia andato ad aprirmi. Corro di nuovo sotto la tettoia, che offre un ben misero riparo con questo vento e questa pioggia, e spingo contro la porta. Non succede nulla all’inizio, ma poi sento la serratura che scatta. Faccio pressione e, appena la porta si apre, mi fiondo dentro di peso, finalmente all’asciutto. Non che nella mia attuale situazione cambi qualcosa, anzi... lo sbalzo di temperatura mi fa sentire di più il freddo, addirittura.
Sollevo lo sguardo verso le scale, davanti a me, e vedo Sergio scenderle due a due. Rallenta solo quando mi nota, per poi fermarsi proprio sul penultimo gradino.
«Ehi! Ehm, volevo dire... Ehi.» lo saluto.
Lui si appoggia con una spalla al muro e non dice niente. Il rumore ovattato della pioggia, se possibile, rende ancora più imbarazzante questo silenzio, rotto solo dallo scricchiolio della porta che, pian piano, si sta chiudendo dietro di me.
Faccio un passo avanti, con una mano appoggiata al muro e l’altra impegnata a levarmi i capelli bagnati dalla fronte. Le mie dita si bloccano quando incontrano un rametto incastrato in un nodo impossibile. Grandioso.
Se non altro adesso so che Sergio rimane zitto perché altrimenti, ad aprir bocca, mi scoppierebbe a ridere in faccia. Lui infatti dissimula una risata con un colpo di tosse, prima di tornare impassibile, in quello che immagino voglia essere un silenzio offeso. Sempre detto io che è un bravo attore. Ma lo ammetto, la cosa un po’ mi rincuora, se non altro significa che non vuole avere la mia testa su una picca come ornamento da giardino. Mi faccio sfuggire un sorriso.
Sergio lo nota e aggrotta la fronte. «Che vuoi?» mi chiede.
«Devo dirti una cosa.»
«Direi che adesso possiamo scendere un po’ più nel dettaglio, non ti pare?»
Già, fosse facile. Abbasso lo sguardo, cercando di riordinare le idee e di recuperare tutto il discorso che mi ero costruito ad arte venendo qui. Ma ovviamente non ricordo una parola, mi sembra di aver perso ogni nozione di grammatica e di essere diventato inabile a costruire frasi sensate.
«Okay.» mormoro. Proviamo così... «Ho riflettuto, e credo, sì, credo che... forse sono stato un po’ impulsivo a decidere di smettere subito. E che forse, sì, se riprendiamo con calma magari...»
Ma cosa sto dicendo. Che razza di giri di parole sto facendo? Ricordo la conversazione con Jana, com’era tutto chiaro dopo quello che aveva detto lei. Sollevo lo sguardo.
«Oh no, al diavolo, sai cosa?» esclamo, allargando le braccia. «Quello che stavamo facendo... era qualcosa di utile. Non ci abbiamo mai pensato un attimo, ma in effetti noi i nostri clienti li abbiamo aiutati davvero. Non siamo truffatori, non del tutto, quella gente senza di noi sarebbe finita a morire in una clinica, prigioniera nel suo stesso corpo. E poi, beh... chiedere un compenso per questo mi pare solo adeguato. Ci guadagnavamo noi e ci guadagnavano loro, era perfetto, non vedo perché dovremmo smettere.»
Più vado avanti a dirlo più me ne convinco. Sì, è esattamente così. E se alla Chiesa non va bene tanto meglio, è solo valore aggiunto!
Sergio alza un sopracciglio ma lo vedo che per qualche secondo gli è scappato un sorriso. «L’hai detto tu, quella cosina chiamata Inquisizione...»
Scoppio a ridere. «Oh, che si fotta l’Inquisizione e quel nephilim! Tanto ormai già lo sa che sono io a fare gli esorcismi, quindi non vedo perché dovrei preoccuparmene ora che il danno è fatto...»
«E se succede ancora come l’ultima volta?»
Mi blocco. So perché me lo sta chiedendo, ma ora so anche cosa rispondere. Alzo le spalle. «Gli incidenti capitano.» mi limito a riferire.
Appena lo dico Sergio sorride, di nuovo uno dei suoi soliti sorrisi spaccamascella, e salta gli ultimi gradini che lo separano da me. Mi si mette davanti e mi allunga una mano. «Questo è un “ritorniamo in affari”, quindi?»
Ricambio il sorriso e gli stringo la mano senza pensarci due volte. «Assolutamente.» dico, e mi stupisco della semplicità con cui lo faccio. E, ancora di più, del senso di liberazione che mi dà. «Ma dovremo stare più attenti, comunque, e rivedere un po’ alcune cose...»
Lui scoppia a ridere. «Che fine ha fatto il “che si fotta l’Inquisizione, perché dovrei preoccuparmi”?»
«Nello stesso posto in cui era finito il mio buonsenso quando l’ho detto, probabilmente.» ribatto, sogghignando. Sergio lascia andare la mia mano – cavolo, non mi ero nemmeno reso conto di avergliela stretta fino ad ora – e scuote la testa.
«Dio, mi sei mancato, sai?» mi dice e, prima che io possa ribattere ancora, mi stringe le braccia attorno alle spalle – ehi, secondo abbraccio in un giorno, qui si sta esagerando – e quasi mi solleva da terra. I miei vestiti, zuppi d’acqua piovana, fanno l’effetto di uno straccio strizzato, sgocciolando acqua peggio di una grondaia.
«Sai, vero» mormoro a Sergio «che non è stata una grande idea farlo?»
«Sì, lo so.» mi risponde lui. «Ma non rovinare questo ricongiungimento pieno di pathos, per favore.»
In cui ci sono tanti "forse" (II) by Fra Tac
Author's Notes:
Ecco l'ultima scena :'D
Di nuovo un altro posto, di nuovo un’altra persona


«E’ ridicolo, sappiamo benissimo che è quel mezzo-demone quello che cerchiamo. Dovremmo portarlo a Roma subito, non rimanere ad aspettare i comodi di qualche burocrate in questa città letteralmente dimenticata da Dio.»
Holtz sospira, sfogliando pigramente una rivista di hobbistica. «Tecnicamente sarebbe sequestro di persona.»
«Tecnicamente le leggi di questo paese sono stupide e inefficienti.»
«Già, i Diritti Umani rendono tutto più inefficiente, vero?»
Fulmino il Cavaliere con un’occhiata, ma non lo degno di una risposta. Ormai ho smesso di raccogliere le sue provocazioni infondate, è inutile cercare di conversare con chi è così sicuro delle sue posizioni, per quanto completamente errate. «Per parlare di diritti umani» mormoro «bisognerebbe associarli a degli esseri umani.»
Lui chiude di scatto il giornale. Si volta verso di me. «Ma tu proprio...!» inizia, ma si blocca subito. Scuote la testa e torna a leggere, bofonchiando qualcosa sul lavaggio del cervello.
Sì, una volta che questa spinosa questione sarà sistemata richiederò di essere messo a supervisione dell’Ordine Teutonico. Bisogna cominciare a mondarlo da certe idee e... da certi soggetti.
Però, a parte questo, non posso dirmi del tutto infastidito dalla lentezza del sistema qui nell’Impero. Se non altro mi dà tempo per pensare a quanto ho visto e a quanto il demone mi ha detto. Chiaramente è quel mezzo-demone l’esorcista di cui ci hanno informati i Teutonici, ma... ma può esserci davvero d’aiuto? Il demone che marcia tra le fila dei turchi infedeli è in grado di annientare più di un nephilim, mentre quel mezzo-demone... non è nemmeno in grado di esorcizzare un demone di quarto livello. Che aiuto potrebbe darci, concretamente?
A questo punto non vedo perché trattarlo con riguardo. Certo, non si è mai visto un mezzo-demone con un simile potere, ma non vedo perché non rimettere in mano il caso esclusivamente all’Inquisizione. Punirlo, ecco cosa ci rimane da fare, proprio come sostenevo fin dall’inizio.
Però, anche per dargli la giusta punizione, servirebbe portarlo a Roma – o comunque fuori da uno stato con leggi così proibitive. Per adesso, quindi, in qualunque modo io esamini la situazione, ho le mani legate.
Non posso fare ciò per cui sono stato mandato, né il lavoro con cui ho deciso di servire la Chiesa. Non mi rimane che la preghiera e, in effetti, l’unico lato positivo di questa prigionia in terra straniera è il tempo che posso dedicare al mio cammino spirituale, notevolmente aumentato.
Mi inginocchio ai piedi del letto, ma prima che riesca chiudere gli occhi avverto un rumore sempre più intenso riempirmi la mente. È un suono fastidioso, come di scariche elettrostatiche, come una linea telefonica che prende male. Provo ad alzarmi in piedi ma sento il pavimento muoversi sotto di me. Cado sul letto, supino, e quanto vedo intorno a me comincia a mutare. L’illuminazione va scemando e diventa più calda, come se da lampadine elettriche si fosse passati a torce nude. La stanza stessa sembra ingrandirsi, e man mano che le ombre avanzano vedo trasformare le pareti intorno a me in muri di pietra. Scompaiono Holtz, i due letti e i mobili spogli della camera d’albergo, al loro posto compaiono tappetti e arazzi di un rosso cupo. All’estremità della grande sala che si è andata a creare prende forma un trono di legno e ferro, su cui si materializza, seduta scompostamente, una nephilim avvolta in un lungo mantello di pelliccia. Stringe tra le mani una spada sbrecciata, con la punta sporca di sangue, e mi sorride.
«Team di studi demonologici in collegamento diretto da Roma.» dice, allegra. So di chi si tratta ancora prima di vedere i suoi lineamenti fissarsi in una forma definita: solo 50 ha un metodo di comunicazione così invasivo e un gusto così discutibile.
Non capisco perché mi abbia chiamato, però. «Cosa succede?»
«Questo dovrei chiederlo io a te.» mi risponde lei, appoggiando il mento all’elsa della spada. «Qui, come penso tu abbia capito, abbiamo organizzato un piccolo... gruppo di ricerca per liberarci da quel demone che ci sta massacrando in Palestina. Ci serve sapere come sta andando con la nostra ipotetica arma segreta, lassù in terre laiche.»
Guardo 50 sperando colga la mia disapprovazione. Non mi è mai piaciuto il suo atteggiamento: per quanto sia una degli esorcisti migliori che abbia la Chiesa, nutre fin troppo interesse nei demoni per i miei gusti. Come Inquisitore lo ritengo sospetto,come nephilim mi vergogno di lei.
«Non penso sia la strada giusta da percorrere.» le rispondo, comunque. Lei fa una smorfia.
«Senti, lo so che l’Inquisizione non approva e...»
«No, non approviamo, ma non è per questo che ho delle riserve.» la interrompo «Non si tratta di un nephilim – ovviamente – ma nemmeno di uno stregone come pensavo, è un semplice mezzo-demone con la capacità di controllare alcuni demoni minori.»
La sua espressione insofferente si fa più attenta. Solleva di poco il mento dall’elsa, sedendosi con una postura più dritta. «Quanto minori?»
«Quando l’ho visto stava avendo problemi a controllarne uno del quarto livello.»
50 si morde il dorso di una mano e batte i piedi per terra. «Ma porca ma-aaaggiorana. Aspetta un attimo.» la sua figura svanisce man mano che il contatto con me diventa più debole. Riesco comunque a sentirla parlare in sottofondo con qualcun altro, anche se non riesco a distinguere le parole. Quando poi torna ad essere visibile è di nuovo padrona di se stessa, anche se il suo sorriso appare forzato, come se avesse appena mangiato un boccone amaro. «Degl’Innocenti dice di portarlo qui comunque, messi come siamo non possiamo permetterci di non provare.»
Degl’Innocenti? Non conosco quel nome – ma posso ragionevolmente associarlo al Cavaliere dell’Ordine di Santo Stefano a cui avrei dovuto rendere conto di ogni mia azione qui nell’Impero. Evidentemente ha più influenza di quanto avessi pensato, se 50 si è dovuta rimettere a lui. Questo significa, immagino, che anche io mi ritrovo sotto il suo comando ora. Le cose a Roma sembrano cominciare a muoversi troppo velocemente, vorrei chiedere un resoconto di quanto successo e informazioni sulla situazione a Gerusalemme – non posso credere sia così critica come descrivono, siamo la Chiesa dopotutto, Dio non può lasciarci davvero cadere! – ma ci sono questioni più pressanti. Questioni di cui mi devo occupare in prima persona.
«Quanto tempo ho?» chiedo infatti a 50, che sospira e scuote la testa.
«Onestamente? Non ne ho idea. Non so che rito di evocazione abbiano usato i turchi, né i termini del loro patto con il demone.» si spiega. «Non molto, comunque, a giudicare dai raid aerei su Gerusalemme.»
Bombardamenti su una zona presidiata da quasi tutti i nephilim a disposizione della Chiesa? «Inutili.» I turchi non hanno chiaramente idea di cosa una ventina di nephilim possano essere capaci.
L’espressione di 50 si incupisce, il suo sorriso ormai è svanito del tutto. «Non lo fanno per bombardare, 52. Pensiamo sia un avvertimento, ci stanno dicendo che fra poco verranno a prenderci – e ci riusciranno.»
La vedo esausta, spossata, più di quanto sia normale per un nephilim. Ma non può essere una giustificazione per questo disfattismo. «Non insinuarlo neanche per ipotesi.»
Lei mi risponde con un sorriso che definirei... sì, proprio di compatimento. Mi indispettisce più del solito. Non ho rispetto dai miei colleghi e nemmeno dai miei fratelli, a quanto pare.
«Non è un’ipotesi.» si giustifica 50. Allarga le braccia, lo spadone che rimane perfettamente in equilibrio come se lei ancora lo tenesse. «Guardiamo in faccia la realtà: l’ultima volta che è comparso un demone come questo la nostra generazione di nephilim non era nemmeno nata. Non abbiamo nessuna idea di come contrastarlo, qui stiamo lavorando a qualche incantesimo – sì, incantesimi, non fare quella faccia – per rispedirlo da dove è venuto, ma è pur sempre uno dei settantadue, quindi per fargli qualunque cosa...»
«...vi serve il suo sigillo.» completo io. Lei annuisce e schiocca le dita.
«Esattamente. E per avere il suo sigillo dovremmo prima conoscere la sua identità, e per conoscere la sua identità non abbiamo che un paio di ricordi dei nostri fratelli che hanno avuto la sfortuna di incontrarlo. Va già bene che sia solo uno – se ne avessero evocati di più non saremmo nemmeno qui a parlarne – e, sperando che non abbia camuffato il suo aspetto e che le descrizioni dei grimori siano accurate, i candidati sono due: Gremory e Paimon.»
«Non conosco né l’uno né l’altro» ammetto senza vergogna. A un Inquisitore non serve tutta questa blasfema conoscenza sui grandi demoni vicinissimi al Demonio – specie se i demoni in questione sono ormai impossibili da evocare per dei semplici civili. O almeno, così si pensava fossero...
50 fa spallucce e torna ad appoggiarsi pigramente alla spada. «A questo punto, ti dico, spera davvero sia Paimon.»
«Paimon sarebbe più gestibile?» chiedo. 50 mi guarda come se avessi appena bestemmiato il nome del Signore e scoppia a ridere di gusto, tenendosi la pancia e appoggiandosi con la schiena all’indietro.
«Scherzi?» esclama, una volta calmata. «Oh, no, Gremory è solo un Duca, ma Paimon... ah, Paimon è un Re. Messi come siamo qualunque demone sia ci farà a fette, se dobbiamo venire devastati tanto vale venire devastati alla grande.»
Sono inorridito da quanto ha appena detto. Non può davvero credere che perderemo questa guerra – siamo... siamo la Chiesa. Non possiamo perdere, per mano di degli islamici e di un demone, per di più! Passi il voler utilizzare un mezzo-demone, ormai mi sono rassegnato ad accettare questo compromesso scomodo come frutto della necessità, ma questa convinzione di essere in una situazione senza via di uscita è inaccettabile. Spero sia solo un’esagerazione di 50, spero non sia un’opinione condivisa anche dalle alte sfere, perché... perché sarebbe una convinzione errata. È ovvio che non perderemo, insomma, è ovvio perché... perché loro sono i turchi e noi siamo la Chiesa.
50 sembra intuire i miei pensieri, la vedo guardarmi con una serietà che da lei ho visto raramente. Ha un’espressione che definirei quasi... dispiaciuta. «Ascolta, le dobbiamo provare tutte, devi portarci quel mezzo-demone più in fretta che puoi.» mi dice.
«Non posso – e no, non perché non approvo» la prevengo prima che possa dirlo di nuovo. «ma perché qui hanno un sistema assurdo, non posso semplicemente portare una persona a Roma senza passare per settimane di burocrazia e avvocati. Comincio a sospettare lo facciano apposta per ostacolarmi, solo perché sono un rappresentante della Chiesa.»
«Non ci importa.» si limita a rispondere 50, e ammetto che la cosa mi sorprende. Lei si sporge verso di me, mi fa segno di avvicinarmi come se già questa costruzione mentale non fosse un luogo sufficientemente privato. «Ascolta, ormai questo non ha più niente a che fare con l’Inquisizione. Hai appurato che non è un nephilim a fare gli esorcismi? Perfetto, scandalo evitato, ora però devi lasciar perdere ogni...» si ferma e gesticola, cercando le parole «procedura standard, okay. Fai come se fossi a Roma, e non ci importa se questo causerà un quintilione di incidenti diplomatici – a quelli ci penseremo dopo. Se ci sarà un dopo.»
Questa volta non riesco a frenarmi dall’esprimere un moto di stizza. Sono davvero l’ultimo, qui, che ancora si rende conto di cosa vuol dire essere cristiano? «La tua mancanza di fede è vergognosa, 50.» dico, ma 50 archivia la mia critica con un gesto della mano.
«Già, già, bruciami. Ora scusami, ma devo tornare al lavoro. Ti ricontatterò appena sarà necessario, tu intanto portaci quel mezzo-demone più in fretta che puoi. Con ogni mezzo.»
Svanisce all’improvviso appena finisce la frase, lasciando cadere a terra la spada. Quando la lama impatta contro il pavimento di roccia produce un clangore assordante, così forte che mi costringe a tapparmi le orecchie con le mani. Il rumore però non va scemando, anzi, si fa sempre più intenso e si trasforma – da metallico, ora, sembra quello di un tuono...
Apro gli occhi e sollevo di scatto la schiena dal letto, artigliando le lenzuola. Intorno a me c’è di nuovo l’anonima camera d’albergo. Della pioggia, però, sta battendo furiosamente contro le finestre e Holtz ha smesso di leggere la sua rivista, che giace abbandonata sul suo letto. Mi volto e vedo il Cavaliere in piedi, come se si fosse alzato di scatto al mio risveglio. Ha le mani tese in avanti e sembra spaventato, quando sento odore di bruciato riesco a capire perché. Sollevo le mani dalle lenzuola, questo è stato il mio risveglio peggiore. 50 dovrebbe davvero imparare ad essere più delicata nelle sue comunicazioni.
«Quanto tempo è passato?» chiedo a Holtz, mentre mi chino per assorbire le fiammelle blu che stanno minacciando di consumare tutto il lenzuolo.
«E’... è quasi mezzanotte.» balbetta. «Ma tu... tu sei sicuro di stare bene
Quasi mezzanotte? La conversazione è durata fin troppo, 50 dovrebbe anche imparare a gestire meglio il tempo mentale. Scendo dal letto e noto con fastidio che anche parte dei miei vestiti si sono bruciati.
«Sì, sto bene.» rispondo ad Holtz. «Mi hanno solo chiamato da Roma.»
«Beh, cavolo, non mi lamenterò mai più degli sms. Buone notizie?»
Smetto di togliermi la cenere dalle braccia. Come rispondere a questa domanda, in effetti? Quanto mi ha detto 50 è ben poco rassicurante, ma... mi ha lasciato “carta bianca”. Sorrido.
«Forse.» rispondo.
End Notes:
E pure i disegni: http://i.imgur.com/RbNESbA.jpg
http://i.imgur.com/X8tlPnE.jpg
http://i.imgur.com/qdLhWNK.jpg
In cui alcune cose esplodono (I) by Fra Tac
Author's Notes:
EDIT: Al solito voci mi ha tranciato la scena finale, la posto nell'altro capitolo S: Non capisco se sia un problema del sito, del mio computer o cosa... argh S: Aggiornamento :D Questo capitolo mi ha fatto molto penare e dopo scene riscritte e riscritte non sapevo nemmeno più cosa pensarne. Un paio di opinioni mi hanno rassicurata però, quindi non dovrebbe essere male! C'è solo una cosa che sembra un deus ex machina - colpa mia, avrei dovuto introdurla prima - ma vabbeh, spero che per il resto vi piaccia S: Fatemi sapere S:
Inoltre spero si capisca, più o meno, come funzionano i poteri dei nephilim... mi sarebbe molto utile un feedback in quel senso °° Grazie in anticipo e buona, si spera, lettura!
(ah i nomi delle strade sono presi da strade vere, ma non perché ci sia una qualche corrispondenza, non so inventarmi i nomi :'D Così come non so inventarmi i titoli. Scusate.)
CAPITOLO 10: IN CUI ALCUNE COSE ESPLODONO

Batto le nocche contro la porta con colpi insistenti, ma nessuno risponde. Non è un problema, però, per me. Non più. Mi allontano e incrocio le mani dietro la schiena.
«Holtz, sfonda la porta.» ordino al cavaliere, che mi risponde immediatamente con una delle sue solite occhiate confuse.
«Stai scherzando, vero?» mi chiede, e io non posso esimermi dal roteare gli occhi. Quest’uomo si riconferma un fardello più che un aiuto. O per meglio dire, lo sarebbe se effettivamente avessi ancora bisogno della sua mediazione con l’Impero, se dovessi ancora moderare il mio comportamento per sottostare a limitazioni insensate.
Non devo più rispondere a nessuno che non sia la Chiesa, sono tornato ad essere un inquisitore, finalmente. E per un inquisitore non esiste il barbaro concetto di “violazione di domicilio”.
Non riesco a trattenere un sorriso quando polverizzo la porta con un colpo controllato – cosa che, devo ammettere, trovo più liberatoria di quando mi aspettassi.
Supero i resti carbonizzati e comincio a guardarmi intorno appena il fumo va diradandosi. Quello che ho davanti agli occhi è uno spettacolo alquanto misero: un piccolo cucinino, un tavolo, un divano e una televisione costituiscono il grosso del mobilio della stanza, e le pareti sono spoglie eccetto qualche fotografia. Ma, soprattutto, non c’è alcuna traccia degli inquilini. Me lo aspettavo, ovviamente, ma la delusione è inevitabile e mi fa storcere la bocca.
«Quando ti hanno dato carta bianca... sicuro intendessero proprio questo?» sento Holtz insinuare. Non mi volto, ma so che è rimasto sul pianerottolo.
«C’è qualche problema?»
«Penso solo sia controproducente se in galera ci finisci tu.»
La sola possibilità è talmente assurda che mi risulta divertente. Rivolgo al Cavaliere uno sguardo di condiscendenza. «Non posso finire in prigione. Sono un nephilim e un inquisitore.»
Holtz non aggiunge altro, riesco a percepire la sua disapprovazione. Non credo comprenda davvero il significato di quanto ho detto, ma di certo non inizierò proprio ora a dare importanza alla sua scarsa perspicacia. Invece controllo velocemente nelle altre stanze, per completezza. Il trovarle altrettanto vuote non mi sorprende, oltre alla delusione comincio a provare un leggero fastidio.
«Non c’è nessuno.» informo Holtz, che si è deciso ad entrare, quando torno indietro.
Lui incrocia le braccia, nel tentativo di nascondere il suo disagio. «Già. Beh, e ora cosa facciamo?» Freme per andare via di qui, è palese.
«Per come la vedo io, c’è solo una cosa che ci conviene fare.» rispondo, mentre prendo una sedia e la pulisco velocemente con un fazzoletto di carta. Mi accomodo e comincio a giocherellare con le pile che ho in tasca, per ingannare l’attesa. «Aspettare.»


* * *


Sto per bussare una seconda volta quando il signor Trelinski, finalmente, si decide ad aprirmi. Non riesco a trattenere un sospiro di sollievo, stavo davvero cominciando a preoccuparmi. Credo che molte persone potrebbero definirmi paranoico per questo, ma “molte persone” non sono sulla lista nera di un inquisitore – e nephilim, per di più – mentre io sì, come quella adorabile vocina in fondo alla mia testa continua a ricordarmi. Ergo credo di avere il diritto a tutta la paranoia del mondo.
Sorrido al signor Trelinski, che mi squadra sull’uscio. La bocca spalancata, la vestaglia e le borse sotto gli occhi non gli danno un’aria particolarmente sveglia. Su nessun fronte. E infatti ci mette qualche secondo prima di riuscire a processare un «E tu chi diavolo sei?»
Uno che ha dormito più di te di certo. Ma perché devono tutti fare le notti in bianco, i parenti degli indemoniati, quando a me serve siano reattivi? Ogni minuto di ritardo sull’esorcismo è un rischio in più che mi prendo, e ora come ora vorrei evitare un rendez-vous angelico, grazie.
«Mezzo-diavolo, per la precisione. E sono qui per tua moglie.» gli rispondo, scostandolo appena dalla porta per riuscire ad entrare nel suo appartamento. La cosa positiva della sua amebosità se non altro è che non oppone resistenza, anzi, si fa da parte quasi spontaneamente e rimane a fissarmi per qualche secondo prima di rendersi conto, che, magari, la porta è meglio se la chiude. Lo scattare della serratura poi sembra fargli ricordare che anche lasciare che un estraneo entri in casa sua non è il massimo. Si volta verso di me con le sopracciglia aggrottate, un’espressione che penso vorrebbe essere aggressiva. Ho visto panetti di tofu che incutevano più timore di lui, davvero.
«Come sai di mia moglie?» dice, scandendo bene le parole per evitare di inciamparci sopra con la sua lingua impastata dal sonno. Tranquillo, eh, ho tutta la giornata io... se intanto vuoi anche inviare le mie coordinate all’Inquisizione fai pure.
Alzo gli occhi al soffitto. Un bel soffitto, ora che noto, con un lampadario che sembra davvero di cristallo...
«Tranquillo, non la porterò in qualche clinica se è quello che stai pensando.» gli rispondo, mentre comincio a perlustrare la stanza con lo sguardo, cercando di cogliere quanti più dettagli posso del mobilio. Il salotto è arredato con gusto, è vero, però ora che ci faccio più attenzione non mi sembra i materiali siano questo granché... «Anzi» continuo, avvicinandomi a un tavolinetto di vetro «di solito verrei solo su richiesta, ma questa volta lui mi ha visto qui e...»
«Richiesta? No, aspetta... lui chi?» mi interrompe Trelinski, sollevando una mano come per farmi cenno di rallentare.
Io sospiro e approfitto della sua decisamente scarsa lucidità per chinarmi a esaminare il tappeto su cui sta il tavolinetto. Come pensavo: sembra di importazione, ma se fosse fatto di peli di capra sarebbe stato più pregiato, a momenti, per non parlare del tavolo stesso che... oddio, cosa mi ha fatto diventare lavorare da un antiquario. Tossisco e mi rialzo.
«Senti, non posso spiegarti tutto. Quello che sto per fare è illegale, quindi vediamo di sbrigarci, mh?»
E in ogni caso ormai ho visto abbastanza: o i Trelinski sono gente che punta veramente al risparmio o cose decenti non se le possono davvero permettere. Range medio, come pagamento, direi. Peccato.
Faccio per attraversare il salotto ed aprire la porta che – penso – dà sul corridoio quando Trelinski, con mia somma sorpresa, mi afferra il braccio. Miracolo, Lazzaro è resuscitato!
«No, aspetta, chi diavolo...» si ferma un attimo per massaggiarsi le tempie – okay, non proprio resuscitato «cosa diavolo sei?»
Bella domanda. Mi libero dalla sua presa e apro la porta. «Sono un esorcista. E sono qui per salvare tua moglie. Sotto compenso, ovviamente, quindi prima dimmi se ti va bene, altrimenti me ne vado. Come ho detto, preferirei non stare troppo qui.»
«Io... un esorcista? Non sembri un esorcista!» esclama Trelinski, seguendomi nel corridoio con le mani tra i capelli.
«Mamma non ti ha mai insegnato a non giudicare dalle apparenze? In ogni caso, lo prendo come un sì.»
«Hai l'età di mio figlio, Cristo.»
«Nome terribile per un figlio, lasciatelo dire.»
Mi lascio scappare un sorriso – diavolo, la compagnia di Sergio comincia davvero a farmi male se trovo divertenti certe battute.
Apro la prima porta che mi ritrovo di fianco, ma è solo quella di un piccolo studio. La richiudo e passo alla prossima. «Allora, lei dov'è? No, aspetta, lo so: la camera. Sono sempre in camera.»
Questa volta, quando provo ad aprire la porta, la sento chiusa. Tombola.
«Chiave.» chiedo a Trelinski, tendendogli la mano. Lui scuote la testa.
«Non ti lascerò alzare nemmeno un dito su mia moglie.» dice, e nemmeno lui sembra troppo convinto della necessità di una frase del genere. Ma va bene, non insisto oltre. Mi limito a spingere un po’ più forte e la porta si apre da sé, con appena qualche scricchiolio. Se mi sentirò buono detrarrò il costo della riparazione dalla mia parcella.
Non ho difficoltà a localizzare la signora Trelinski, se ne sta raggomitolata in un angolo dalla parte opposta della stanza, proprio di fronte a una grande porta finestra che dà sul giardino del complesso condominiale. Ha il volto rivolto verso l’esterno e il corpo appena coperto da un abito di lino bianco, che la rende una figura quasi eterea illuminata dalla luce che proviene dall’esterno. A giudicare dall’inclinazione della testa credo stia guardando il cielo. Quello che la sta possedendo deve essere un demone particolarmente romantico, o con il pallino della scenografia. Di certo è un demone fin troppo calmo, e questo non mi piace. Comincio ad avere pessimi flashback.
Entro nella stanza più piano che posso, facendo cenno al signor Trelinski di fare silenzio e non avvicinarsi troppo – non perdo tempo a convincerlo ad uscire, ma almeno che eviti di intralciarmi.
Mi schiarisco la voce, ma non ottengo nessuna risposta da parte dell’indemoniata. Altri pessimi, pessimi flashback.
Inspiro ed espiro per calmare l’ansia. «Ehi.» dico, ad alta voce. Grazie a Dio il demone reagisce subito, questa volta. La signora Trelinski gira la testa di centottanta gradi e mi fissa con due occhi spalancati e un sorriso allargato oltre i limiti umani.
«Lo senti il pianto della donna?» mormora. La voce del demone ha un che di melodico e un leggero riverbero, come se due persone stessero parlando insieme, una leggermente sfasata rispetto all’altra. «La sua spada si è spezzata nel petto sbagliato, la Stella può sorgere in un cielo distrutto.»
Già, già, pura poesia simbolista. Mi metto le mani sui fianchi e alzo un sopracciglio. «Carino, ora sistema il collo di quella donna per favore.» ordino al demone, che squittisce non appena la testa della signora Trelinski ritorna al suo posto con uno spiacevole “crack”.
«Ehi!» esclama il demone, voltandosi in maniera normale, stavolta. Mi fissa attraverso gli occhi della sua ospite, con un’espressione offesa. «Sto cercando di essere mistico e criptico!»
«Allora perché non provi a esserlo fuori di lì? Esci.» ordino.
E il demone esce, si riversa fuori dagli occhi della signora Trelinski e svanisce ancora prima di toccare il pavimento. La donna si accascia in avanti, annaspando, e suo marito si lancia al suo fianco – tempismo perfetto per ritrovare la reattività, complimenti. La stringe tra le braccia e la culla, gli occhi colmi di lacrime, mentre lei cerca il volto di lui con mani malferme, sul limitare dell’incoscienza.
Una scena commovente, davvero. Mi schiarisco la voce per dare il mio piccolo contributo all’atmosfera.
«Quindi, ora che è tutto fatto, a proposito di quel pagamento a cui accennavo...»


«E’ andato tutto bene, ma ammetto che è stato meno divertente.»
«Lo so, ogni cosa senza di me perde il suo sapore.»
«Sì, sei come la muffa sul formaggio.»
«E i vermi nelle castagne. Saporito e proteico.» ribatte Sergio, e mi basta il tono di voce per capire che sta sogghignando. «Stai morendo, dall’altra parte?»
In effetti sto per sputare un polmone, l’assenza di un ascensore nel mio condominio non fa bene alle conversazioni. «Scale.» ansimo «Ho la superforza, non la super-resistenza, c’è una bella differenza.»
«Forse se facessi un po’ di esercizio...»
«Senti, mamma, invece di parlare delle mie condizioni fisiche assolutamente normali, perché non mi dici se hai intenzione di passare dopo per prendere i soldi? Tra l’altro, visto che il lavoro lo sto facendo praticamente tutto io, ora, la mia quota...»
«Rimarrà la stessa di prima perché sei una persona gentile che non bada ai soldi, ma al bene del suo migliore amico, ovvero me? Sì, assolutamente, non ti preoccupare.»
Rido. «Oh, ma certo che sei...» mi blocco a un paio di gradini dal pianerottolo. La porta del mio appartamento è aperta. Le ipotesi su chi possa trovarsi dentro mi scorrono nella mente una dopo l’altra
Mia madre? Impossibile, oggi lavora fino a tardi, e anche avesse finito prima non avrebbe di certo lasciato la porta spalancata così.
Mio padre? Figuriamoci, probabilmente a quest’ora sarà da qualche parte a ritrovare la sua spiritualità in Tibet o cose del genere.
Un ladro? Per venire a rubare in un condominio del genere dovrebbe essere un ladro molto, molto disperato.
No, l’unica ipotesi plausibile è una sola. E non mi piace per niente.
«”Che sono” cosa? So prevedere il futuro, ma non così bene da completare le frasi per te.» sento Sergio dirmi dall’altro capo della conversazione, ma è come se mi parlasse da tutto un altro universo. Non gli rispondo, mi si è bloccato il fiato in gola.
Forse, però, mi sbaglio, forse sono davvero troppo paranoico. Del resto perché proprio ora? Ha avuto quasi due settimane per venirmi a prelevare a casa, magari si tratta davvero solo di un ladro particolarmente disperato...
Provo a salire un altro gradino, ma mi fermo subito, perché mi sembra che il cigolare delle mie suole di gomma si possa sentire fino in Siberia e la cosa, contro ogni logica, mi terrorizza. Anche così, comunque, riesco a vedere meglio quello che è successo alla mia porta: non è stata semplicemente aperta, è stata scardinata, frantumata, disintegrata. Ci sono pure dei segni di bruciatura sullo stipite e sulle pareti affianco.
Troppo paranoico un cavolo.
Giro lentamente su me stesso e comincio a scendere. Prima un gradino alla volta, poi due, tre. Mi riduco praticamente a rotolare giù dalle scale, i miei passi che rimbombano amplificati dalle pareti. Non ci bado, tanto è ovvio che mi hanno sentito salire, ma se riesco a uscire in fretta, magari...
«Che succede?» la voce di Sergio mi coglie di sorpresa, non mi ero reso conto di avere ancora il cellulare in mano.
Stringo i denti. «Sono passati a benedire casa. Con un lanciafiamme.»
«Cos-oh. Okay, arrivo, dammi dieci minuti.»
Sì, perfetto, vieni proprio in braccio a un inquisitore pure tu! «No, aspetta, non-»
«Fermo!»
Per poco non inciampo nei miei stessi piedi quando mi sento chiamare dalla voce del nephilim. La riconosco subito, non c’è possibilità di errore, non con una voce del genere. E sono solo a un piano da terra. Merda.
Continuo a correre, il cellulare stretto in una mano. Ho chiuso la chiamata? Ma che me lo chiedo a fare ora? Salto gli ultimi gradini e mi getto verso la porta. La apro con così tanta foga che rischio mi rimanga in mano, ma è l’ultima delle mie preoccupazioni. Dietro di me sento il nephilim urlare qualcos’altro, ma non riesco a comprendere bene cosa, non con il cuore che mi sembra si sia trasferito nelle orecchie.
O, aspetta, ha forse detto... sparagli? Ha seriamente detto “sparagli”?
Esco in strada, corro in direzione dell’incrocio con la Vršovická – non ho davvero idea di dove andare, però se Sergio sta venendo qui potrei prendere la Kodaňská e...
E ha davvero detto “sparagli”. Ma che cazzo... prima il demone e poi il mezzangelo? Cos’è, ognuna delle due parti ha diritto ad almeno un tentativo di omicidio verso la mia persona?
Mi volto e vedo il nephilim uscire dalla porta del palazzo, la sua pelle brilla di azzurro come la prima volta che l’ho visto. Cioè come quando ha distrutto un demone largo come una strada con quattro colpi netti. Sento le gambe cedermi, più per l’ondata di terrore che mi assale che per la fatica.
Mi volto di nuovo in avanti appena in tempo per non finire addosso a un lampione. Lo evito svoltando di scatto, dritto in mezzo all’incrocio.
Un colpo di clacson, un’utilitaria nera mi finisce addosso. Sento l’impatto del cofano sulle mie gambe, mi sbalza a terra in un perfetto esempio di coincidenza ridicola ed imbarazzante. Mi alzo subito in piedi, però, mentre il guidatore esce dalla macchina ferma e leggermente ammaccata. Grida qualcosa che suona come “oh signore, sei vivo!” e bla, bla, bla. Sì, beh, non per molto ancora se rimango qui!
Attraverso il resto dell’incrocio senza fermarmi. Sento dietro di me un numero preoccupante di frenate e insulti, ma non mi fermo a controllare che razza di incidente io abbia causato. L’unica cosa che mi importa è che questo rallenterà un po’ il nephilim e...
Un lampo di luce, poi un suono come di uno schiocco, amplificato dieci volte. Il suolo vibra, costringendomi a saltellare di lato per non perdere l’equilibrio. Mi rendo conto che si è trattato di un'esplosione solo quando sento qualcosa colpirmi le gambe: pezzi di asfalto, scaraventati da un cratere a qualche metro da me. Ha i bordi ancora fumanti, che brillano debolmente di azzurro in una maniera che ha quasi del bello. Mi fermo a fissarlo come ipnotizzato.
«...uttana, l’avevo appena fatta riverniciare!» sento qualcuno urlare, e la voce mi riscuote.
Un’esplosione. A pochi metri da me, proprio davanti alla secondaria in cui avrei voluto girare. Una fottutissima esplosione! Riesco a mantenere la calma in virtù della pura forza dell’incredulità. Perché, che diavolo, quel nephilim non può averlo fatto davvero. Non può essersi messo a... far esplodere cose in mezzo a una strada! Che razza di psicopatico farebbe mai una cosa del genere?
Mi volto e la luce, stavolta, mi esplode dritta in faccia.
Sento un'ondata di calore, così insopportabile che mi sembra quasi solida. Barcollo, inciampo sull'asfalto ora crepato. Non riesco a mantenere l'equilibrio. Sono caduto? Non lo so, non riesco ad avvertirlo in alcun modo, perché tutto quello che vedo è un mondo fatto di sagome azzurre brillanti, senza alto né basso, e credo... credo di aver perso il senso del tatto, perché l’unica cosa che sento è un bruciore provenire dalle mie braccia, così forte da aver monopolizzato ogni mio recettore. Sbatto le palpebre e abbasso lo sguardo. È ancora tutto sfocato, ma almeno strizzando gli occhi riesco a distinguere meglio le mie braccia, completamente scorticate fino al gomito. Le fisso ad occhi sgranati, il cuore che mi salta due battiti per la sorpresa.
Come cavolo...? Le ho sollevate a coprirmi il volto, sì, ma... Dio santo, non è possibile che qualcosa mi ferisca, non così.
Fisso lo strato di pelle viva e insanguinata che un tempo erano stati i miei palmi, il bruciore aumenta ogni secondo che passa, è come se mi stessero pizzicando a ripetizione con un migliaio di spilli.
Le ho sollevate a coprirmi il volto. Cristo, questo colpo era diretto alla mia testa? Questo sta cercando di uccidermi sul serio. Ma perché? Perché riesco a fare qualche esorcismo? Per questo la Chiesa mi sguinzaglia dietro un inquisitore esplosionomane? Dio, a Roma sono tutti pazzi!
Provo ad alzarmi, ma una fitta lancinante alle braccia mi fa tornare in ginocchio. Dolore. Non l’ho mai provato, non così forte, e non riesco a sopportarlo, è assurdo. Qualcuno mi amputi queste dannate braccia.
Riesco a mettermi in piedi solo quando vedo il nephilim attraversare l’incrocio e le sue mani brillare di nuovo. Indietreggio e qualcosa scricchiola sotto le mie scarpe – il cellulare, probabilmente. Fantastico, mi sembrava la situazione non fosse sufficientemente di merda.
Ma non può sul serio essere quello che penso. Non può davvero stare succedendo questo... non qui. Qui siamo nell'Impero. Quest’uomo non può fare... non possono avergli permesso di fare una cosa del genere. Voglio dire, mia madre paga le tasse.
Mi rendo conto di quanto sia ridicolo quello che ho appena pensato ancora prima che il nephilim faccia partire il colpo.
Salto di lato e riesco a evitarlo per un soffio, anche se finisco a terra comunque, strisciando le braccia sull’asfalto. Devo mordermi la lingua per non bestemmiare – non sarebbe una grande idea, davanti a un nephilim, ma Dio che male fottuto!
Una sirena comincia a suonare, probabilmente l’antifurto di qualche auto, e sento una donna gridare qualcosa. Non mi sorprende, siamo in mezzo a dei palazzi, ci sarà un cerchio di gente intorno a me ora. Gente probabilmente arrabbiata, come il tizio di prima, o spaventata – Dio, loro staranno di certo bestemmiando come piovesse. E quindi...
Quindi demoni.
Trattengo il respiro. Dovrà pullulare di demoni, qui. Demoni che posso controllare. Che posso sfruttare, forse.
Sollevo lo sguardo. Il nephilim sta camminando verso di me, con calma. Tanto uno se la può permettere, la calma, quando riesce a sparare dei raggi mortali azzurri dalle mani.
So che sarà inutile, i demoni probabilmente non riusciranno nemmeno ad avvicinarsi a un metro da lui. Ma potrebbero distrarlo, darmi il tempo per fare qualunque altra cosa, fosse anche solo prendere due secondi per razionalizzare la situazione. Stringo i denti.
«Prendetelo!» urlo, e con la coda dell’occhio riesco a vedere un paio di serpenti di fumo nero strisciare nell’aria, diretti verso il nephilim... che li polverizza subito con una lama di energia azzurra. Non ha nemmeno dovuto fermarsi per farlo, gli è bastato muovere appena un braccio e quelli... puf, andati. Così come il mio geniale piano. E la mia vita, probabilmente.
Sto davvero per morire? Ho anche il cellulare distrutto, da qualche parte sull’asfalto. Non posso chiamare mia madre, o Sergio, o qualunque altra persona. O la polizia. Santo cielo, ma perché nessuno chiama mai la polizia?
Non riesco a sollevarmi da terra, il mio corpo non mi risponde. Sono spaventato, ma la sento come una sensazione distante, come se appartenesse a un’altra persona.
Andiamo, non posso davvero morire qui! Non in mezzo a così tanta gente! La Chiesa ci bada, all’opinione pubblica, giusto?
Non ho nemmeno ancora deciso se c’è un Dio o no, se c’è un aldilà o meno. Dovrei passare i miei ultimi secondi a scegliere se finirò in qualche inferno o se, semplicemente, smetterò di esistere. Non è... non è corretto.
Forse però è giusto così... forse è la mia punizione per quello che è successo a Eliska e... e no, ma anche no, ma che cazzo! Io non voglio morire così!
Il nephilim cammina come se fosse un generale in parata, come se tutta la strada appartenesse a lui. E’ scenografico, da un certo punto di vista, circondato dal vapore che si alza dai tre crateri, con il traffico congelato alle spalle e due file di persone, ferme sui marciapiedi, che lo guardano sussurrando – alcuni idioti lo stanno pure riprendendo con dei cellulari. Ecco perché nessuno chiama mai la polizia, ma porca puttana.
E il nephilim cammina, ogni suo passo mi sembra durare un’ora. Cristo, capisco perché ci sono così tanti fedeli alla Chiesa, in giro, con cose del genere alle sue dipendenze... sono terrorizzato, ma c’è di più, un senso di totale impotenza che mi fa sentire come avvolto dalla melassa. Questa specie di... di statua del Canova pirotecnica, le cose che è in grado di fare, sembra davvero sia qualcosa come la mano di Dio scesa dal cielo per punire i peccati con fuoco e fiamme. Sodoma e Gomorra e tutto il resto. Loro possono farlo con uno schiocco di dita, guardando questo nephilim lo so. Poi uno per forza ci crede, a Dio, agli angeli e a tutto il resto. Ora che mi trovo davanti quest’essere, forse, potrei cominciare a crederci anche io. Ma ormai è troppo tardi per pensare a queste cose. Gli basta muovere un passo per toccarmi.
Lo fa.
E si schianta contro qualcosa di trasparente, barcolla all’indietro e si copre il naso con una smorfia di dolore.
Sì, mano di Dio scesa dal cielo di peso e polverizzata dall’atmosfera. Con questo il mio istante di illuminazione mistica finisce, pronto a essere immagazzinato nella sezione del mio cervello dedicata ai pensieri imbarazzanti fatti in momenti di dubbia lucidità mentale. Ma mi vergognerò di me stesso più tardi, ora ho questioni più pressanti da esaminare: tipo sapere cosa diavolo è appena successo.
Il nephilim si guarda la mano leggermente sporca di sangue azzurro. Poi solleva il volto, mi fissa con occhi che lanciano lampi – letteralmente, è come se avesse delle scintille nelle iridi. Allunga una mano verso di me e lo vedo fermarsi a toccare qualcosa, come una parete. Sembra lo spettacolo di un mimo.
O di un mago.
Esattamente.
La voce di Jerard mi rimbomba nella testa, facendomi prendere più infarti di quanto non abbia fatto il nephilim in questi ultimi minuti.
Ora per favore, puoi andare via da lì? Non ce la faccio a mantenere la Barriera troppo a lungo, non a distanza.
Le mani del nephilim, ferme sulla parete invisibile, sono di nuovo illuminate. Le vedo ricoprirsi di fiamme azzurre e vorticanti, che fluiscono contro di me. Il fuoco si infrange come un’onda sulla barriera di Jerard, ritornando indietro verso il nephilim, che subito carica un altro colpo. Altre fiamme, un’altra onda luccicante. Stavolta la barriera di Jerard si incrina un po’, le crepe sono come schegge di vetro sospese nell’aria. E insieme a tutto questo, finalmente, comincio a sentire in lontananza le sirene della polizia
Sì, forse è il caso che mi muova.
Mi alzo in piedi di scatto, mi volto, corro nonostante senta le gambe di gelatina. Davanti a me vedo svoltare un paio di volanti, lanciate a tutta velocità dietro a quella specie di aborto meccanico che riconosco come l’auto di Sergio.
Non ho idea di come abbia fatto ad arrivare qui così in fretta, non mi interessa quante violazioni del codice della strada abbia accumulato. Per me può avere investito anche un’intera casa di riposo, l’importante è che sia qui. Con un mezzo veloce per scappare. Grazie, grazie, grazie! Il sollievo è tale che per poco non mi fa cedere definitivamente le gambe.
Un rumore tintinnante, come di vetro rotto, mi avverte che, invece, la barriera di Jerard ha ceduto davvero.
«Fermati!» sento il nephilim urlare. «Non costringermi a farti del male!»
Cosa, prego? Non costringerlo a farmi del male? Dopo che ha provato a farmi esplodere per tre volte? Non resisto, mi volto e sollevo le braccia, mostrando l’interno.
«Troppo tardi, per quello!» gli grido di rimando.
Farlo mi ha consumato ogni grammo di ossigeno rimastomi nei polmoni, ma per la sua espressione ne è valsa la pena. Lo vedo stringere i denti, le guance completamente azzurre. Mi lancia contro un’altra ondata di fiamme, ma meno consistente questa volta. È sufficiente a farmi prendere un mezzo infarto, però non mi raggiunge nemmeno. Giusto qualche fiammella mi arriva a poca distanza dal viso, ma si infrange subito contro una nuova barriera, spegnendosi prima di poter fare qualunque danno.
Un “ti ringrazio” farebbe piacere. Mi informa la voce di Jerard, come un’eco nella mia testa. Già, già, grazie di non avermi lasciato morire bruciato.
Prego.
Ha anche un incantesimo contro il sarcasmo, immagino.
Mi volto di nuovo al rumore di una frenata improvvisa, e vedo l’auto di Sergio fermarsi di sbieco, con il lato del passeggero rivolto verso di me, proprio come in un pessimo film d’azione. Le volanti della polizia fanno lo stesso, ma quando escono i poliziotti non ci degnano di uno sguardo. Estraggono subito le pistole e le puntano verso il nephilim, così com’è giusto che sia.
«Serve un passaggio?» mi sento chiamare da Sergio. Ha aperto la portiera da dentro e mi fa cenno di salire. Non ho bisogno me lo ripeta due volte.


* * *


Le fiamme si diradano, liberando la mia visuale. Vedo il mezzo-demone correre verso una macchina, ma non posso fare nulla per fermarlo. Non con questa protezione magica davanti a me, non con i miei poteri ormai in secca. Non sarebbe dovuto succedere.
Se si esclude la sua fuga iniziale stava tutto andando perfettamente! Ero così vicino a portare a termine la mia missione! Dopo tutti questi giorni di stasi, incatenato a leggi insulse nel nome della diplomazia, quando finalmente mi è stato permesso di lavorare in piena libertà... avrebbe dovuto essere un successo assicurato. E invece il mezzo-demone è fuggito. Questo significa altro tempo che dovrò sprecare per cercarlo, potendo contare solo su una forza di polizia a me apertamente ostile come unico strumento.
E tutto per colpa di un incanto come non ne ho mai visti. Questa barriera non ha niente a che spartire con i sortilegi e gli amuleti con cui ho avuto a che fare: questa è pura magia demoniaca, e io ci sono cascato come il peggiore degli stupidi! Chi, chi l’ha fatto? Chi ha osato ostacolarmi ora? Quando avrei dovuto finalmente riuscire a compiere quello per cui sono venuto, quando finalmente avrei potuto andarmene da questo paese...!
La barriera magica brilla nell’aria, riesco a vedere le sue spire estendersi per due metri in ogni direzione, allungandosi e contraendosi regolarmente come qualcosa di vivo. Sembra deridere il mio fallimento. Mi è rimasta ancora abbastanza energia per distruggerla, però, e la faccio confluire tutta nella mia mano destra, che sollevo pronto a colpire.
«Sei completamente impazzito? Stavi cercando di ammazzarlo?!» la voce di Holtz mina la mia concentrazione, mi fa esitare. Abbasso la mano e stringo le dita in un pugno, per sedare la rabbia che sento crescere. Era quella la sua preoccupazione? Mentre il nostro obiettivo stava fuggendo lui era preoccupato per la sua incolumità?
«Ci serve, Holtz.» gli rispondo, misurando ogni parola perché non trapeli la mia rabbia. «Ucciderlo sarebbe stato controproducente, non credi?»
Mi sono lasciato prendere dall’esaltazione, me ne rendo conto, e forse ci ho trovato troppo gusto, ma non avrei fatto niente più che ferirlo. Nulla del mio comportamento è biasimabile. Il cavaliere, d’altro canto, ha deliberatamente disubbidito a un mio ordine! Ha messo l’incolumità di un mezzo-demone davanti agli interessi della Chiesa!
No, non è stata colpa della barriera, la mia azione è fallita nel momento in cui l’insubordinazione di quest’uomo ha dato a quel ragazzo la possibilità di scappare.
«E allora perché diavolo hai fatto tutto questo?»
E osa anche questionare il mio operato? Mi volto di scatto, incapace di trattenere la mia ira. La lascio fluire dentro di me e libero quel poco di potere che mi rimane, oltre lo Spirito, facendo bruciare le mie mani. « Perché dovevo! Dovevo fermarlo in qualche modo visto che tu non gli hai sparato alle gambe quando te l’ho ordinato!» urlo al cavaliere, che mi fissa costernato
«Non posso sparare a una persona, non così.»
«Quello non è una persona!»
Ed è questo il vero problema con questo paese, il fatto che continuino a trattarli come delle persone, che gli diano addirittura dei diritti come se fossero davvero uomini! Hanno permesso ai figli di Satana di insinuarsi tra loro e questo li porterà alla rovina. E loro lo accettano! Lo accettano e lo chiamano “apertura mentale”. Non c’è più distinzione tra cos’è bene e cos’è male, hanno perso ogni assoluto e ogni pretesa di giudizio morale, e ne vanno fieri! Questo, questo mi sta facendo impazzire!
Mi volto di nuovo verso la barriera magica, sfruttando la rotazione per caricare il colpo. Lascio che le fiamme si liberino, portandosi dietro la mia rabbia, la mia indignazione. La barriera si infrange subito, questa volta, cade a terra in una miriade di schegge che subito si trasformano in vapore e si mischiano alle mie fiamme. Sento gli agenti di polizia urlare qualcosa, ma li ignoro, e il mio fuoco continua indisturbato la sua opera di purificazione.


* * *


«Vai, vai, vai!» esclamo appena mi arrampico sul sedile. Sergio non aspetta nemmeno io chiuda la portiera per premere sull’acceleratore, e diamine, approvo. Fa un’inversione e si infila nella Archangelská – in contromano, visto che è senso unico, ma questo non è il momento per rispettare il codice della strada. Guardo indietro, ma nessuno ci sta seguendo, né polizia né nephilim. Qualunque cosa stia succedendo ora, in quella strada, noi ne siamo lontani, separati da una curva e un paio di palazzi. Provo un senso di sollievo così forte da farmi venire letteralmente il capogiro, devo chinarmi in avanti e appoggiarmi al cruscotto per non vomitare. Nel farlo però faccio pressione sulle braccia che sto stringendo allo stomaco, e divento di nuovo consapevole delle mie ferite. La sensazione di sollievo che ho provato prima fa il giro, si trasforma in un terrore altrettanto forte. Non voglio guardarle. Non voglio vedere come sono conciate, le immagini di quelle ferite – le mie braccia, le mie braccia scorticate – mi ritornano alla mente, insieme alla paura, alla corsa, al nephilim. Dio. Dio non voglio vederle.
«Che diavolo era quello?» sento Sergio chiedere. La sua voce è carica d’ansia, cosa che non fa altro che rendere più ansioso me. Sto per andare in iperventilazione.
«Non lo so!» esclamo.
«Voleva far saltare in aria mezzo quartiere?»
«Non lo so!»
«Dio, ma è un cazzo di psicopatico!»
«Lo so!» stringo i denti e chiudo gli occhi. Stacco appena le braccia dal mio corpo e sento tirarmi la felpa là dove la pelle viva e bagnata ci si è attaccata. Il dolore che aveva cominciato a sparire ritorna subito. Cristo, è ancora più insopportabile di prima, devo stringere i denti per non urlare. Apro appena gli occhi, uno spiraglio basta per farmi venire da vomitare. C’è ancora del sangue, la carne viva rosa brillante, e la pelle ai bordi è come bruciacchiata... Dio, è grave. So che è grave, non può non essere grave una cosa che ha un aspetto del genere!
«Stai bene?» la voce di Sergio mi sembra arrivare da lontano, c’è un rumore sotto che mi dà fastidio. Mi rendo conto che è il rumore dei miei stessi respiri, sto davvero iperventilando.
Sto bene. Continua ad andare. E’ quello che vorrei dire, ma l’unica cosa che esce dalla mia bocca è un gemito strozzato. Fa tutto così male che comincia ad andarmi insieme anche la vista, vedo dei puntini rossi ai bordi degli occhi.
Hanno appena cercato di uccidermi. Hanno appena cercato di uccidermi! E mi hanno distrutto le braccia.
«Merda!» è Sergio ad imprecare, deve aver visto anche lui. Dio è grave allora, sì è grave, oh Dio... «Okay, adesso ci fermiamo a quel parcheggio okay. Tranquillo.»
Non mi rendo quasi conto della macchina che curva, che rallenta. Sergio apre la portiera ed è lui a slacciarmi la cintura, a farmi voltare verso l’esterno. Io non riesco a muovermi, non riesco a fare altro che non sia fissarmi le braccia e rivedere in loop la faccia del nephilim. Le sue mani. Le esplosioni. Cristo, hanno cercato di uccidermi.
E le mie braccia... «Dovranno amputarle, vero?» esclamo, la mia voce si incrina sull’ultima parola. «Oh, Dio, Dio, Dio dovranno amputarle lo so!»
Sergio mi afferra il volto, mi costringe a voltarmi verso di lui. «Nessuno ti amputerà niente, ti ha solo levato un po’ di pelle. Fa impressione, ma ricresce. Stai tranquillo. Respira.»
Respirare. Sto respirando, sto respirando perfettamente, con assoluta calma e tranquillità.
Sergio mi batte appena una mano sulla guancia. «Non costringermi a schiaffeggiarti per farti passare lo shock.»
Trattengo il fiato. E poi lo rilascio con un lungo sospiro tremolante, ed inspiro. Sergio stiracchia un sorriso. «Ecco, così, bravo.»
Mi lascia andare il volto e vorrei dirgli di non trattarmi come un poppante minorato, ma mi sento la testa girare e devo chinarmi per non vomitare. Un'altra fitta di dolore mi attraversa il corpo, l'aria sulle mie ferite brucia come fuoco. E il dolore porta panico, e il panico... Dio, sto tremando come un frullatore alla massima potenza, Cristo, di nuovo, sta ricominciando tutto da capo...


* * *


«State scherzando!» esclamo.
I poliziotti davanti a me serrano ancora di più la presa sulle loro ridicole pistole, le braccia visibilmente in tensione.
«Affatto. Lei è in arresto.» esclama una di loro. «Non si muova, non faccia un solo passo, o risponderemo con il fuoco.»
Ridicoli, tutti loro, il fatto che possano seriamente pensare io possa sottostare a qualcosa del genere...
Un agente mi afferra il braccio sinistro, ha un paio di manette pronte per l’uso. Ridicolo. Ogni cosa in questo Impero è ridicola, così ridicola che quasi sento il bisogno di riderne. Non posso più sopportare la loro ignoranza, il loro comportamento irrispettoso, il loro stupido orgoglio. E non devo. Non devo più sopportarli. E, improvvisamente, sento un freddo glaciale calarmi nell’anima.
È ora che qualcuno insegni a questa gente come dovrebbe pensare.
Mi libero dalla stretta dell’uomo con uno strattone. Lo afferro per il bavero della divisa e lo spingo lontano, via dalla mia vista. Il solo averlo toccato mi disgusta. Sento la tensione degli altri poliziotti crescere, si voltano verso la donna che ha parlato prima, come se aspettassero l’ordine di sparare. Oh, ma che sparino, che sparino pure! Ora come ora non posso chiedere di meglio.
La donna mi fissa con un’espressione confusa, e quando parla sento incertezza nella sua voce. Paura.
«Ti ho detto di non-»
«Stai zitta.» sibilo. E lei tace. Sento che Holtz sta per intervenire, ma blocco anche lui con un gesto della mano, senza voltarmi. Tengo lo sguardo fisso sui poliziotti. «Non mi arresterete.» ordino, con una calma che nasconde la tempesta che sento crescere dentro di me. «Non mi porterete da nessuna parte. Mi accompagnerete dove io voglio andare, e ora voglio andare dal vostro dannatissimo capo, nel suo dannatissimo ufficio, quindi voi adesso salite nelle vostre dannatissime macchine e guidate senza fiatare dritto fino alla centrale. Siamo intesi?»


* * *


«Va un po’ meglio?»
Sento Sergio chiedere, dopo minuti passati nel più assoluto silenzio. La sua voce mi strappa allo stato catatonico in cui ero finito. Va meglio? Non ne ho idea. Forse. Ho smesso di tremare, il cuore non minaccia più di farmi esplodere la gabbia toracica – come se non ne avessi abbastanza, di esplosioni... – e riesco a respirare a un ritmo normale. Anche il dolore alle braccia, se non le muovo troppo, non è più così insopportabile, ormai è ridotto più a una pulsazione. Riesco pure a guardarle senza che mi venga da piangere o vomitare – beh, non troppo insomma. Meglio di prima di sicuro, comunque.
Sospiro e sollevo lo sguardo. «Sì. Credo di sì.» sentire la mia stessa voce così ferma sorprendentemente è la cosa che mi dà più sollievo tra tutte.
Sergio mi sorride e si alza in piedi, dopo aver spento sull’asfalto il mozzicone della sua seconda sigaretta filata. «Sicuro? Non ti serve una coperta per lo shock?» mi chiede, e anche se scherza riesco ad avvertire la preoccupazione nella sua voce.
Stiracchio un sorriso che temo sia ben poco convincente. «Sì, davvero.» rispondo. Poi mi ricordo di aggiungere anche qualcosa che, magari, ha senso io dica visto che mi ha aiutato già due volte. «Grazie.»
«Figurati» mi risponde, dandomi una pacca sulla spalla che quasi mi fa cadere di lato. Okay, tutto questo mi ha lasciato un po’ deboluccio come minimo...
«Dove andiamo adesso, comunque?» chiedo, per dissimulare e perché, in effetti, non ho nemmeno idea di dove Sergio mi abbia portato.
Lui dà un colpetto alla macchina – che cigola pericolosamente – prima di rispondere. «Per prima cosa, a fare benzina. Sono in riserva, con la corsa che ho fatto per venirti a prendere...»
Se cerca di insinuare che la benzina dovrei pagargliela io, se lo può scordare. «Visto l’andazzo della giornata, probabilmente esplode anche il distributore.» commento invece, con un grugnito sarcastico. Sergio ridacchia. Ecco, ora sì che sento finalmente l’atmosfera alleggerirsi del tutto. Lo ammetto, mi strappa un sincero sorriso.
«In effetti.» risponde lui, ancora sogghignando. «Va bene, il nostro piano per ricominciare a fare esorcismi senza attirare l’attenzione di nessuno non era particolarmente brillante...»
«Chiamalo pure inesistente.»
«...però cavolo, non mi aspettavo questo.»
Io invece sì, gli avevo anche preparato un cesto di benvenuto davanti alla porta di casa, guarda.«Credo abbiamo sottovalutato il fattore psicopatia di quel nephilim.»
Sergio fa spallucce. «Magari lo arrestano davvero.» dice, e finge una risata. «Scusa, dovevo sdrammatizzare con una battuta.»
E per questo gli concedo solo un sorriso di compatimento. Mentre sollevo il volto verso di lui, però, lo sguardo mi cade sui palazzi che circondano il parcheggio. Grigi casermoni che sembrano i gemelli abortiti di casa mia, brutti uguale. Casa mia. Dio, chissà quando tornerà mia madre...
«Mi ha praticamente disintegrato la porta di casa.» mormoro. «Non possiamo tornare indietro, hanno anche il tuo indirizzo di sicuro. Dobbiamo andarcene da qualche parte per un po’, vero?»
«Già.» risponde Sergio, voltandosi per un attimo, probabilmente per capire cosa stessi fissando. «Devi chiamare tua madre?»
Soffoco una risata sarcastica che mi sale spontanea. «Per carità, probabilmente se le spiegassi quello che è successo si materializzerebbe qui per finire l’opera. Solo, dove andiamo? Non ho soldi dietro per pagare un albergo...»
«Io in realtà pensavo più ad invocare il diritto di asilo.» mi interrompe Sergio. Torno a concentrarmi su di lui e alzo appena un sopracciglio, in attesa di spiegazioni. Diritto di asilo? Okay, escludendo l’interpretazione letterale, visto che dubito voglia davvero farci nascondere in una chiesa o in... o in un convento.
Sgrano gli occhi, e non mi serve chiedergli nulla, il suo fissare improvvisamente il cielo fischiettando è una conferma di colpevolezza più che sufficiente.
«Oh, no, dimmi che stai scherzando.»
Sergio mi sorride come un bambino colto con le mani nella biscottiera. Beh, spiacente, non sei un pargolo dai biondi boccoli, fare l’innocente non basterà per giustificare il tuo volerci condannare tutti.
Getto le braccia al cielo e devo sopprimere l’istinto di infilarmi le mani tra i capelli. «Sono suore!»
Suore! Preti in gonnella! Ma certo, andiamo a nasconderci da membri del clero per scappare dall’Inquisizione, la logica dietro a un simile geniale piano mi sembra inattaccabile!
«Ma le suore sono il lato buono dell’istituzione cattolica.» ribatte Sergio «E le loro marmellate dimostrano la loro integrità.»
Dio, ti ci hanno ficcato il cervello in quella marmellata. Davvero non riesco a capacitarmi di come abbia potuto anche solo pensare che un’idea del genere fosse sensata! È letteralmente come gettarci nella fossa dei leoni, santo cielo, sono... sono... «Suore!»
«Sì, ma fanno anche un liquore artigianale che...»
Lo blocco prima che dica altre minchiate. Sto andando in overdose. «Senti, ragiona.» mormoro, massaggiandomi una tempia. «Come ha fatto un inquisitore a sbucare fuori dal nulla e fare indagini proprio su di noi? Qualcuno deve avergli passato la notizia. Non dico che siano state loro per forza» anche se lo sono state «ma ammetti che un pochino di sospetto come minimo deve essere venuto anche a te. E poi perché non possiamo andare da Jerard, a questo punto?»
Sergio sospira, finalmente sembra prendere la questione con serietà. «Perché già non sprizzava gioia quando gli ho chiesto di esporsi e fare quelle barriere.» spiega. «E poi le suore non ci hanno denunciato, stai tranquillo. E il convento è il posto perfetto per nasconderci, è fuori città, abbastanza appartato ed è l’ultimo posto in cui qualcuno ci cercherebbe.»
«E un motivo c’è! Come fai ad essere così sicuro ci possiamo fidare di loro?»
«Perché suor Agnese è mia zia.» risponde Sergio, con un sorriso di vittoria sulle labbra. Io mi sto per soffocare con la mia saliva.
Che... cosa? No aspetta... che cosa? Devo ingoiarmi la risposta che mi ero preparato perché tutto mi aspettavo fuorché, beh, legami di parentela che saltano fuori a caso come nemmeno una soap opera. Apro e chiudo la bocca meccanicamente, mentre il mio cervello cerca di processare una risposta adeguata. Alla fine, però, produce solo un: «Seriamente?»
«Sì. Beh, più o meno. Acquisita. Di tot grado.» ricalibra Sergio. Okay, ora comincia ad essere più verosimile, anche se continua a sembrarmi la cosa più assurda di oggi. E sono stato quasi fatto saltare in aria da un nephilim... «Ma è comunque mia parente. E poi mi ha cresciuto lei quando mia madre mi ha spedito qui.»
No, mi correggo, è decisamente la cosa più assurda di oggi. Provo a immaginarmi questo ragazzo crescere in un convento, ma il mio cervello questa volta si arrende anche prima di provare. Non credo di avere abbastanza fantasia per poter contemplare qualcosa di così assurdo. «Seriamente?» ripeto. Ma, soprattutto, ora che ci penso... «Perché non mi hai mai detto niente di tutto questo?»
Sergio fa spallucce. «Non me l’hai mai chiesto.»
Sto per ribattere, ma mi blocco. In effetti è vero, non gli ho mai chiesto niente della sua vita. No, onestamente, non mi è mai interessato niente della sua vita, e la cosa mi fa sentire subito in colpa. «Oh.» riesco a commentare, solo. In colpa e in imbarazzo – non avrei mai pensato che potesse cominciare a pesarmi la mia asocialità. Ma immagino possa capitare, quando cominci a capire che avere un paio di persone intorno non è così male come pensavi...
«Beh, penso che ora possiamo portare la nostra relazione al gradino successivo.» commento, fissandomi le mani che, per quanto ancora mi facciano torcere lo stomaco, sono comunque più facili da guardare di Sergio in questo momento.
Lui, invece, scoppia a ridere. «Oh, tesoro!» esclama, dandomi una gomitata. «Ma certo che ti voglio sposare!»
Il fatto che la persona con cui hai stretto amicizia è un completo coglione, poi, non aiuta. «Bugiardo» gli rispondo, sogghignando. «mi vuoi solo per i soldi.»
Lui mi rivolge uno sguardo di compatimento. «Quali soldi, scusa?»
«Ah, touché. Comunque ero serio, insomma... com’è che sei finito a vivere in un convento? Mi farebbe piacere se me lo spiegassi.» faccio un gesto con un mano, per dissimulare il fatto che mi sento un idiota a chiedere una cosa del genere. «Sai, interazioni umane...»
Sergio fa spallucce. «Niente di particolare in realtà. Sai che a Roma non nascono mezzi-demoni, no?» io annuisco. «Ecco, non è che nei dintorni sia meglio. Io in più sono nato in un paesino sperduto del Lazio con popolazione il parroco, quattro vecchietti che giocano a briscola al bar e un’oca che occasionalmente gira per le strade. Come puoi immaginare, non è l’esempio che si porterebbe per definire una società mentalmente aperta. Aggiungici che, quando avevo più o meno cinque anni, c’è stato un caso di stregoneria proprio in zona... Inquisizione ovunque. Niente problemi per noi, per carità, ma mia madre ha preferito spedirmi da Agnese per sicurezza. Una parente suora e nell’Impero, per di più, soluzione perfetta no?»
Ha raccontato tutto questo con un tono che definirei “allegro”, e la cosa mi lascia basito. Lo fisso, cercando di capire se stia scherzando o meno, ma alla fine mi arrendo. «Se c’è del sarcasmo non lo colgo.» dico, e Sergio ride.
«Perché non c’è.» risponde. «Per quanto può sembrare strano, ho avuto un’infanzia niente male, con quelle suore. Beh, se si eccettuano le lezioni di latino dai sei anni in su e le preghiere alle cinque di mattina... però sai» fa un sospiro triste, palesemente finto. «poi è arrivata l’adolescenza. E quando ho cominciato a guardare i quadri di San Sebastiano con un po’ troppo interesse ho capito che forse era meglio prendere la mia strada prima che la questione diventasse imbarazzante per entrambe le parti.»
E a quest’affermazione, non ce la faccio, scoppio a ridere così forte da strozzarmi, quasi. Mi piego in avanti rischiando di ribaltarmi dal sedile, mi fanno veramente male i muscoli della pancia dal ridere. E okay, probabilmente è solo una risposta a tutto lo stress di prima, ma santo cielo...
«I quadri di San Sebastiano?» ripeto, mentre riprendo fiato. Sergio mi guarda sconvolto, probabilmente per la mia reazione. In effetti credo sia la prima volta che rido così tanto. Ma Cristo, pensieri sconci sui quadri di San Sebastiano in un convento... tutto questo mi fa quasi ignorare il fatto che Sergio abbia, tecnicamente, appena fatto un coming out involontario con me. Cioé, insomma... San Sebastiano. Ma che cazzo. Sento arrivare un altro attacco di risa isteriche.
Con la coda dell’occhio vedo Sergio che si porta una mano al petto, fingendo magistralmente di essere turbato. «Senti, non mi puoi dipingere un ragazzo praticamente nudo, legato a un enorme palo e trafitto da una miriade di frecce e pensare che nessuno ci veda dietro niente. I pittori rinascimentali erano tutti dei depravati, te lo dico io!» esclama, e ci manca aggiunga “non ci sono più le mezze stagioni”.
Cristo, vuole farmi morire soffocato. Ora esigo di vedere questi quadri. Faccio tre grandi respiri per calmarmi. «Già, colpa loro, non di chi il quadro lo vede.»
«Esattamente. L’arte travia i giovani, sempre sostenuto.» risponde, ancora nella parte, prima di sogghignare. «Comunque nonostante tutto con un po’ di loro sono rimasto in buoni rapporti.» riprende, con un tono un po’ più serio. «È sempre la mia famiglia, insomma, ci si può fidare. Non dico che faranno i salti di gioia, ma nemmeno ci getteranno tra le braccia di quell’inquisitore.»
Annuisco. In effetti, messa così non sembra poi un’idea così suicida come pensavo... e se c’è qualcuno in grado di tenere testa a un nephilim, in effetti, credo possa essere Agnese. Basterebbe uno sguardo da parte sua per congelare fuoco, nephilim e probabilmente anche mezzo convento, ne sono sicuro.
Senza contare, poi, che c’è la sua corte di demoni.


* * *


«Cosa diavolo significa tutto questo?» urla il commissario. Sta uscendo a grandi falcate dalla porta della centrale di polizia, proprio mentre io esco da una delle volanti da cui mi sono fatto accompagnare. Gli vado incontro senza curarmi di sistemare la divisa, per non interrompere il contatto visivo che ho fissato con lui.
«Non si avvicini, commissario.» dico, sollevando una mano. L’uomo si ferma, ma incrocia le mani davanti al petto con aria di sfida, le gambe divaricate come a volermi fare da barriera per non permettermi di entrare nella sua centrale.
Ridicolo. Ridicolo e fastidioso, lui come tutte queste formiche che si credono leoni... faccio un altro passo in avanti, e vedo per un istante la sicurezza del commissario vacillare.
«Lei non può... non può andare in giro per la città a sparare fiamme sulla gente!» balbetta, cercando vanamente di recuperare la postura spavalda di prima. Noto, però, che i muscoli delle sue braccia sono tesi, pronti a scattare per raggiungere la pistola, bene in vista nella fondina al suo fianco.
Sorrido. Formiche che si credono leoni e pensano di poter uccidere un drago con uno stuzzicadenti. Mi avvicino al commissario e mi fermo a pochi centimetri da lui, sollevando lo sguardo per riuscire a guardarlo negli occhi nonostante la lieve differenza d’altezza.
«Oh, sì che posso.» gli dico. «Perché sono un inquisitore e un nephilim.»
Il commissario digrigna i denti. «E questo è l’Impero, non Roma.» sbotta. Io sorrido e scuoto la testa, un gesto che mi viene naturale dopo aver sentito certe idiozie per così tante volte. Ora, però, è diverso. Mi avvicino ancora di più al commissario.
«E lei pensa che mi importi, ora?» mormoro, per essere sicuro che solo lui possa sentire. Non perché mi preoccupi della reazione di eventuali spettatori, ma perché voglio che sappia che quanto sto per dire è rivolto personalmente a lui. E, soprattutto, mi serve che capisca. «Forse non ha sentito bene ciò che ho appena detto, lasci che glielo ripeta. Sono un inquisitore e un nephilim, posso fare qualunque cosa io voglia. E adesso, io voglio portare a Roma quel mezzo-demone, con o senza il suo prezioso mandato di arresto, e lo farò, dovessi dare l’intera città alla fiamme.»
Sento il commissario deglutire e un fruscio mi avverte che, come avevo previsto, sta cercando con la mano la sua arma. «Quello che sta dicendo è folle.» sputa, a denti stretti. «Non credo esista un capo d’accusa appropriato per questa situazione, ma direi che minacciare di bruciare una città potrebbe finire tranquillamente sotto “terrorismo” o “offesa al pubblico pudore”, nel senso che una simile stupidità è scandalosa. Le concedo due secondi per ritrattare.»
«Ritrattare mentre lei ha già la mano sulla sua pistola, commissario?» ribatto «Ma soprattutto, pensa davvero un’arma del genere possa essere anche lontanamente efficace contro di me?»
Lui sgrana gli occhi, muove la bocca per dire qualcosa, ma non gli lascio il tempo nemmeno di iniziare la risposta. È arrivato il momento di far vedere a queste formiche ciò che realmente sono rispetto alla Chiesa. Se non posso schiacciarle come meriterebbero, almeno che finalmente comprendano quanto impotenti siano rispetto a Dio e ai suoi emissari. Rispetto a me.
Afferro la pistola del commissario prima che lui possa fare altrettanto, la estraggo dalla sua fondina rompendo il laccio che la tiene chiusa e me la punto al petto. Faccio qualche passo indietro rispetto al commissario, che mi fissa incredulo, e sparo. Sento il proiettile rompermi la carne, conficcarsi nelle ossa, ma è una sensazione lontana, un’indistinta eco rispetto alla scarica di energia che subito sento corrermi lungo tutto il corpo. Dalla ferita al mio petto comincia a sgorgare luce azzurra che subito vado ad alimentare, attingendo dallo Spirito e dalla nuova, bruciante energia che ho assorbito. Nuova luce comincia a sgorgare dalla mia stessa pelle, mi avvolge in una coltre che mi permette a malapena di vedere il commissario indietreggiare. Sorrido e allargo le braccia. Riassorbo la luce a partire dalle mie estremità, la lascio addensare sulle mie spalle e sul mio petto e la trasformo in una fiammata che scarico verso l’alto. Un turbine di fuoco azzurro che si esaurisce in pochi secondi, lasciando l’aria crepitante di scintille e il mio corpo ancora lievemente brillante.
Il commissario mi fissa incapace di mascherare il terrore che si fa largo sul suo volto. Muovo un passo verso di lui, ignorando la luce e le fiamme residue che ancora mi scivolano lungo il corpo.
Mi impongo di non sorridere, però. Deve capire che non sto facendo questo perché mi compiaccio della mia stessa forza, perché mi diverto a intimidirli. Questo non era volto a minacciarli, ma a metterli gentilmente al corrente di cosa posso fare. Non era una dimostrazione di forza fine a se stessa, perché quanto ho loro mostrato non è nemmeno un decimo della mia forza.
«Da ora in avanti.» dico, sempre rivolto al commissario. «condurrò la mia indagine con i miei metodi, e le consiglio caldamente di non fare niente per ostacolarmi, se non vuole vedere questa città diventare la nuova Avignone.»
Questa non è una minaccia, ma una descrizione di fatti immutabili. E a giudicare dalla sua espressione il commissario, finalmente, comincia a rendersene conto.
«Non... lo intende davvero. Non... non può andare in un altro stato e dire queste cose, certe guerre sono scoppiate per molto meno ne sono sicuro.»
Mi blocco immediatamente. La parola “guerra” mi rimbomba nella testa, mi scivola lungo il corpo e, per un secondo, mi terrorizza. Ho esagerato? Mi sono lasciato prendere la mano, inebriato da questa mia ritrovata libertà? Se le mie azioni dovessero avere delle conseguenze... no, non possiamo permetterci una guerra con l’Impero, non ora!
Il commissario deve aver notato la mia esitazione, perché un’ombra di sorriso gli balena sul volto. Digrigno i denti. Un giorno... prego solo che un giorno potremmo spazzarli via come meritano, loro e tutti i loro alleati.
«Non è nell’interesse della Chiesa inimicarsi l’Impero.» sibilo, e solo a pronunciare queste parole mi sento enormemente nauseato. Non posso sopportare quel sorriso sul viso del commissario, non dopo quanto è successo oggi. Lascio da parte la paura di aver compromesso la posizione della Chiesa, lascio da parte il mio riserbo. Non ho intenzione di sopportare un altro fallimento.
«Ma lo è prendere quel mezzo-demone.» aggiungo, proprio prima che il commissario possa rispondere alla mia precedente affermazione. «Il più in fretta possibile. Questo significa niente più giochi da parte sua e dei suoi uomini, perché io ora non sono più tenuto a sottostarvi. E questo significa che, se provate ad intralciarmi di nuovo, io, molto semplicemente, vi spazzerò via come insetti. Come può vedere, le conviene davvero collaborare, commissario.»
Le labbra del commissario tornano a piegarsi in una smorfia. Sta soppesando le mie parole, cercando di capire quanto di quello che io abbia detto sia un bluff. Quanto posso spingermi oltre? Posso davvero mettere in pratica le minacce che ho appena fatto? E, soprattutto, lui è disposto a rischiare per semplici motivi di orgoglio e sciocchi giochi politici?
No, non credo proprio. Infatti, con un movimento quasi impercettibile, piega la testa in un segno d’assenso.
Stavolta, sono io che torno a sorridere. Le formiche, infine, si sono rivelate addirittura meno che insetti. Oltrepasso il commissario, non è più degno della mia attenzione, e mi rivolgo ai poliziotti che si sono affacciati all’ingresso.
«Bene, ed ora...» comincio, lisciandomi la divisa là dove è stata rovinata dal proiettile. «Immagino abbiate un database di tutti i mezzi-demoni attualmente in circolazione, catalogati per potere, vero?»


* * *


Quando arriviamo al convento è quasi il tramonto, e suor Agnese già ci aspetta sulla porta. La sua espressione riconferma l’impressione che ho avuto quando Sergio l’ha chiamata: definirla poco felice sarebbe come definire il clima della Siberia un po’ freddino. Mi sembra sia arrivata una nuova Era Glaciale.
«Vado a parlarle, tu stai qui magari, eh?» mi dice Sergio, uscendo dalla macchina. Io annuisco, sì, sto bene qui grazie e non ho intenzione di affrontare quella suora.
Seguo Sergio con lo sguardo, però, e ammetto che un po’ mi diverte vederlo tentare vanamente di salutare Agnese con allegria. China subito il capo, come un bambino sgridato, e la suora non ha ancora aperto bocca. Sogghigno – infanzia felice, diceva?
Ma non sono Sergio ed Agnese ciò che in realtà voglio vedere. Cerco dietro alla suora, ma non c’è traccia dei suoi demoni, le ombre proiettate dagli alberi e da lei stessa sono solo ombre e nulla più. Questo... mi disturba. Mi sporgo contro il cruscotto per avere maggiore visibilità dal parabrezza, guardo in alto verso le mura del convento.
E così, finalmente, li vedo. Una fila di figure nere, una per ogni finestra, tutte uguali. I loro occhi bianchi non hanno pupille,ma riesco a percepire che stanno fissando me.
Sento il cuore saltarmi un battito e stringo i pugni, lasciando dissipare l’improvvisa scarica di paura che mi ha attraversato la spina dorsale. La loro presenza non mi fa fare i salti di gioia, anzi, tutto il contrario. Ma non ho dimenticato quello che mi ha detto il nephilim, non ho dimenticato Eliska. Voglio ancora sapere, ho ancora bisogno di sapere, per evitare di fare altri errori e perché sono stanco di usare poteri che non comprendo. E se c’è qualcuno – o qualcosa – che può rispondere alle mie domande senza autodigerirsi prima, credo proprio possano essere quei demoni.
«Ehi, tutto a posto?»
La voce di Sergio mi fa sobbalzare, non mi ero reso conto fosse tornato. E, a pensarci bene, stringere i pugni non è stata una grande idea... faccio una smorfia mentre riapro le mani.
«Sì.» rispondo, sforzandomi di distogliere lo sguardo dai demoni.
«Non potrebbe andare meglio.»
In cui alcune cose esplodono (II) by Fra Tac
Author's Notes:
Ah giusto, sono 10.832 parole all'attivo, per chi di dovere :'P
«Elena Kraus, “scudi di forza”, dalla descrizione è in grado di creare delle protezioni invisibili intorno a sé per un massimo di dieci secondi.» dice Holtz. Io mi chino per esaminare meglio il file, osservano la foto che ritrae una donna dalla pelle screziata d’azzurro. Disgustoso abominio.
Ma, soprattutto, niente che ci riguardi.
«Non è lei.» dico. «Non ho notato nessuno che le somigliasse, ma soprattutto, il suo potere non sarebbe stato minimamente in grado di fare una barriera simile a quella che mi ha fermato.»
Holtz sospira e allontana la sedia dal computer. Si massaggia gli occhi, probabilmente infastiditi dalla luce dello schermo. «Allora c’è qualche problema, visto che questa è l’ultima dei pochi che hanno un potere vagamente collegato a quelle barriere.»
Sento una nota acida e insofferente nella sua voce che non mi piace per niente, ma lo ignoro. Il tempo verrà anche per sistemare la feccia all’interno delle nostre stesse fila, ma per adesso devo riuscire a capire chi ha potuto fermarmi. Ho escluso a priori potesse trattarsi di un ulteriore potere di Kozyrskij, anche se è vero che nel suo file non è segnata nemmeno la sua capacità di esorcizzare indemoniati. Possibile sia riuscito a nascondere anche il potere di creare protezioni magiche? Ma no, quella barriera è rimasta anche quando lui è fuggito, e soprattutto mi è sembrato stupito quanto me dalla sua comparsa. E se può davvero creare simili cose, perché non farlo prima?
Mi mordo un’unghia, per sfogare il nervosismo. «Come fate a raccogliere i dati sui poteri dei demoni?» chiedo al commissario, che ha insistito per supervisionare le mie azioni qui nella centrale. Un tentativo di convincersi di avere ancora un minimo controllo su di me o su se stesso, immagino. Patetico.
«Mezzi-demoni.» mi corregge, come se ci fosse una differenza. «E devono dichiarare i loro poteri per legge, come una specie di censimento.»
Ho sentito bene? Devono dichiarare? Loro? Scoppio a ridere, una risata amara che non riesco a trattenere. Allargo le braccia in direzione del commissario. «Dichiarare!» ripeto. «Quindi possono benissimo nascondere i loro poteri, geniale!»
Non posso davvero credere ci sia così tanta inettitudine in questo stato. E perché, di nuovo? Perché concedono dei diritti a creature che non avrebbero nemmeno diritto alla vita.
«Questo non è possibile.» interviene il commissario, sembra infastidito dalla mia insinuazione. «Ci sono rigidi controlli per motivi di sicurezza, quindi...»
«Quindi significa solo che nascondere un potere che non si vuole rendere pubblico diventa un po’ più facile per demoni che hanno un numero maggiore di poteri rispetto ad altri» concludo io per lui. Non mi volto, nel farlo, ho già sprecato abbastanza attenzione per lui prima. Mi appoggio con un braccio alla scrivania e mi sporgo ancora verso il monitor del computer, sopra ad Holtz, per indicargli di digitare un nuovo criterio di ricerca.
«Cerca i mezzi-demoni con il maggior numero di poteri. Fai... sopra quattro.» gli ordino.
Lui fa una smorfia, ma inizia a digitare. «Non vedo come questo possa aiutare, però.» dice, mentre cominciano ad apparire i primi risultati. «Se ha nascosto il suo potere in ogni caso non sapremo chi è, cosa potremmo mai trovare in questo modo?»
Mi ritrovo a dover ammettere che non lo so. Ma è comunque un punto di inizio, uno come un altro, per una ricerca che prima o poi ci porterà qualche risultato. Che dovrà portarci qualche risultato, non ammetto di stare sprecando il mio tempo – il tempo di tutta la Chiesa – in qualcosa di sterile. Sento quasi la pressione degli eserciti mussulmani alle porte di Gerusalemme, ogni secondo perso è un secondo fatto guadagnare ai turchi.
«Scorri più veloce.» ordino ad Holtz, senza riuscire a nascondere il tono d’urgenza nella mia voce. Davanti ai miei occhi si susseguono nomi e liste di poteri – sei, massimo sette, nessuno di loro attira la mia attenzione. Cosa sto cercando? Cose spero di trovare? Deve pur esserci un’anomalia, qualcosa che...
«Fermo!» esclamo. Nell’impeto allungo una mano verso il monitor del computer, quasi a coprire la lista di poteri che ho davanti. Una lista che occupa quasi per intero lo schermo.
«Ma cosa diavolo...» mormora Holtz. Si volta verso di me, confuso. «E’ possibile una cosa del genere?»
Non gli rispondo, prima di tutto perché la sua ignoranza mi infastidisce, e in secondo luogo perché se abbiamo davvero a che fare con ciò che penso... Devo stringere le mani a pugno per sedare il tremore, anche se nulla posso fare per nascondere il fremito delle ali sul mio braccio destro.
«E’ possibile sia un errore nel database?» chiedo al commissario, sforzandomi di mantenere il più possibile sotto controllo il tono della mia voce. Non riesco a smettere di fissare la lista sullo schermo del computer. Trasmutazione. Telepatia. Proiezione Astrale.
Come è possibile che nessuno mi abbia avvertito dell’esistenza di un individuo del genere? Mi hanno tenuto all’oscuro di questo volontariamente o perché davvero, al culmine della loro ignoranza ed incapacità, non si sono resi conto della sua importanza?
Il commissario si avvicina al computer, prende il mouse dalle mani di Holtz e lo usa per muovere in alto il cursore e scorrere di poco la pagina, per tornare all’inizio della lista, in corrispondenza del nome. «Ah, lui.» dice, dopo averlo letto. «No, nessun problema, ha davvero una quantità così mostruosa di poteri. Vedete, è un...»
«Mago.» concludo io per lui.
Holtz apre il file del mago ed inizia a leggere i suoi dati, un’espressione sorpresa dipinta sul volto. «Credevo che i maghi fossero una leggenda.» dice, sembra poco convinto.
«No. Sono solo molto rari.» rispondo. Non ho bisogno di leggere, fisso il mio sguardo sulla foto di quel demone. Sembra una persona normale, ma non mi sorprende, i maghi sono descritti come privi di alcuna caratteristica anomala. Non ricordo di averlo mai visto, ma potrebbe essermi sfuggito, mimetizzato tra la folla, avendo un aspetto così dimenticabile.
Un mago. L’esistenza di una simile creatura rovescia completamente le carte in tavola, se davvero è coinvolto con quegli esorcismi. Il demone mi ha detto che è Kozyrskij a compierli, è vero, ma i demoni mentono, su quello quel ragazzo aveva ragione. Se Kozyrskij è davvero in grado di esorcizzare demoni, perché quando l’ho incontrato per la prima volta ho dovuto salvarlo da uno di media potenza? Che sia una copertura per il mago? Ha senso, in questo caso, l’averlo voluto salvare da me... se fossi riuscito a interrogarlo per bene avrebbe potuto tradirlo, indirizzarmi verso di lui.
Cosa che, però, è ugualmente successa. Sento un brivido di eccitazione corrermi lungo la spina dorsale: questa giornata, allora, non è stata un completo fallimento. Quello che è successo, anzi, è stata una vittoria, se non fossi stato fermato non avrei mai immaginato una trama del genere!
Perché, anche se è ancora un’ipotesi, una cosa è assolutamente certa. «E’ lui che ha creato quella barriera.» decreto.
«Cosa?» Holtz si volta di nuovo verso di me, le sopracciglia inarcate in un’espressione accigliata. «Non è segnato nessun potere simile nella lista, non puoi dire con certezza sia lui.»
Ormai la sua inettitudine mi lascia indifferente. «Sì che posso. E non farmi ripetere il perché.» mi limito a dire. L’esistenza di un mago non è qualcosa da ignorare, potrebbe essere tutta una coincidenza è vero, ma... credo nella provvidenza, non nelle coincidenze. Smetto di appoggiarmi al tavolo e mi volto, battendo appena una mano sulla spalla di Holtz per fargli capire che qui, ormai, abbiamo finito.
«Alzati.» gli ordino. «Andiamo a fare una visita a questo Jerard Guibeaux»
In cui alcune domande trovano risposta (I) by Fra Tac
Author's Notes:
Okay, questo è il capitolo in assoluto più lungo che abbia mai scritto, credo, con 16. 611 parole all'attivo S: E credo sia anche quello peggio riuscito, onestamente, ma a voi il giudizio. Mi rendo più che altro conto che parecchie cose me le sono giocate male (non ho nemmeno provato a mettere degli indizi degni di questo nome xD)
Inoltre la scena con i demoni di Agnese è veramente a casissimo per vari motivi... e per niente ben riuscita (prima che aggiungessi qualche descrizione era pure peggio però, credo, quindi amen.)
Insomma è tutto così poco riuscito che nemmeno me ne preoccupo xD A voi l'ultima sentenza comunque, fatemi sapere, ogni appunto è buono!
CAPITOLO 11: IN CUI ALCUNE DOMANDE TROVANO RISPOSTA

Mi chino in avanti, sopraffatto dal dolore. «Oh, Dio!» esclamo, tra i denti serrati per reprimere un gemito.
Sapevo che sarebbe finita così, non avrei mai dovuto accettare quella proposta. Avrei dovuto strapparmi le braccia a morsi quando ero ancora in tempo, ora sono in balia di questo... di questo essere e non c’è niente che possa fare per impedirgli di torturarmi in questo modo. Sono condannato a ore di sofferenza. Forse settimane. Non ce la posso fare.
«Non faccia il bambino, è solo disinfettante.»
«E’ inferno liquido.»
Suor Agnese alza un sopracciglio e mi fissa con i suoi occhi azzurro-Siberia. Mi rimetto subito seduto dritto e le porgo l’altro braccio. Il sopracciglio non si abbassa.
«Mi scusi.» mormoro, con un tono di voce remissivo che non usavo nemmeno a cinque anni. Sento l’innaturale impulso di prendermi a bacchettate sulle dita per aver osato lamentarmi delle sue amorevoli cure.
«Così va meglio.» dice la suora, non che dal suo tono sembri sia effettivamente cambiato qualcosa. Mi ero dimenticato di quanto fosse gelida. Quasi mi manca il fuoco del nephilim. Quasi, eh.
Agnese mi passa anche sull’altro braccio del cotone imbevuto di disinfettante – devo dare fondo a tutto il mio autocontrollo per trattenere un’imprecazione, e il risultato non è dei migliori visto che comincio a lacrimare – e poi inizia a bendarmi le braccia.
Osservo le sue mani che si muovono lentamente, srotolando piano la benda e fissandola intorno alle mie bruciature. La ricordavo come una donna dalla corporatura spigolosa e asciutta, ma non così tanto. Le mani che vedo sono praticamente tutte ossa, e anche il volto sembra scavato, smunto. E, oltre alla severità che ricordo, nei suoi occhi c’è una nota di stanchezza conica.
La cosa mi mette a disagio, credo di sapere perché sembra così sciupata. L’occhio mi cade di riflesso sulla sua ombra, che si allunga fino alla porta, più di quanto dovrebbe fare, ed è troppo nera e nitida per essere reale. Lì si nascondono i suoi demoni.
Non so quanto demoni del genere possano influenzare la salute di una persona, o se è solo una coincidenza, ma è impossibile non sospettare. La cosa che più mi dà da pensare è che Sergio non abbia detto niente a riguardo. Santo cielo, è sua zia, ma non ha notato che è messa come una mummia semovente?
Mi volto verso di lui e lo vedo con il naso affondato in un mazzo di carte. Suor Decimia, seduta davanti a lui, sorride placida e sventola quella che credo sia la sesta regina che estrae dal mazzo.
«Scommetto che nemmeno quella sai com’è finita lì, vero?» sospira Sergio, abbandonando le sue carte sul tavolo. Tira fuori dalle tasche il suo accendino e lo lancia a Suor Decimia, che lo intasca con lo stesso placido sorriso di prima.
«@#$%^&^%$#@#@&%$» esclama, prendendo le carte per rifare il mazzo.
«Ha detto che quelle regine sono un dono di Dio e per questo non va questionato.» traduce per noi Agnese. «E probabilmente dovrei chiedere abbandoni i voti per questo.»
Decimia ridacchia e comincia a distribuire le carte.
«La manifestazione di Dio tramite biechi trucchi da baro mi mancava.» commenta Sergio, guardando Decimia con finto sospetto. «Pensavo preferisse i toast.»
«E» Agnese sospira «probabilmente dovrei anche gettare fuori te per questo. A calci.»
«Chiedo perdono.» le risponde Sergio, sorridendo colpevole.
Agnese scuote la testa, senza aggiunge nulla. Io però non mi faccio sfuggire il fatto che la sua ombra si sia allungata ancora un po’.
«Fatto.» dice Agnese. Fissa l’ultima parte della benda con un cerotto bianco e si alza in piedi. «Possiamo andare?»
«Per favore, sì.» risponde Sergio, gettando le carte sul tavolo con aria drammatica, ma senza riuscire a nascondere un sorriso. «Ora ha tredici regine. Tredici. Dì la verità, Decimia, non sei una suora ma un vampiro che tenta di dissanguarmi!»
Adorabile quadretto familiare. Ora che ho recuperato l’uso delle mani, però, riesco finalmente a fare quello che ho aspettato di fare da quando ha iniziato a giocare a carte. Gli tiro uno scappellotto.
«Questo è per aver fatto l’idiota mentre io soffrivo orribilmente per il disinfettante.» gli dico. «E ora muoviti.»
Ammetto che lo sguardo di approvazione di Agnese mi fa camminare un po’ più dritto. Mi sento come il bambino preferito della maestra.


«Vi ricordo che nessun altro, in questo convento, dovrà venire a sapere del motivo per cui siete qui.» dice Agnese, mentre ci guida per i corridoi, deserti a quest’ora. «Non tutte le suore qui possono permettersi un certo comportamento. Né hanno motivo di farlo.»
Dallo sguardo che lancia a Sergio capisco perfettamente di cosa stia parlando. Lui si stringe nelle spalle, come un cane bastonato. “E adesso fila dietro la lavagna”.
«Mi dispiace di averti chiesto una cosa del genere.» dice ad Agnese «Ma se avessimo...»
La suora alza una mano e lui si zittisce all’istante. «Non voglio sentire più una parola a riguardo.» decreta «Starete qui fino a domattina, non un secondo di più. E poi dimenticheremo tutti questa storia.»
Tace, e non ha bisogno di aggiungere altro per farci capire che la conversazione è conclusa. E onestamente non mi dispiace affatto, meno parliamo di quel nephilim meglio è, mi basta stare in un posto lontano da lui.
Sergio sospira. «Non è sempre stata così, lo giuro.» mi sussurra.
«Ah sì?»
Lui sembra pensarci su qualche momento. «No, in effetti forse così lo è sempre stata. Le mie dita lo testimoniano, purtroppo.»
Sgrano gli occhi, appena collego. «Vuoi dire che...?» gli chiedo, mimando il gesto di una bacchettata.
«Ma lo faceva con amore.»
«Spiegami come prendere a bacchettate qualcuno sulle dita può essere considerato un gesto d’amore.»
«Beh, dopo mi toglieva le schegge.»
Ma Cristo. Ma non aveva detto che aveva passato una bella infanzia, qui? Che razza di problemi ha questo ragazzo? Questa è considerabile molestia su minore, no? Sto per farglielo notare quando lui scoppia a ridere. Ah. Ovviamente. Avrei dovuto immaginarlo.
«Umorismo davvero raffinato, complimenti.» commento con un tono che gronda fastidio.
«Scusami, era troppo allettante.»
«Credo dovresti scusarti con la suora che stavi diffamando, direi.» gli rispondo, con un gesto verso Agnese.
«La suora che stava venendo diffamata ha sentito tutto.» commenta lei, abbassando immediatamente la temperatura del corridoio «Ed ora è tentata di trasformare in realtà quelle diffamazioni.»
Sergio quasi soffoca per dissimulare la risata con un colpo di tosse. «Ma no, io intendevo...» comincia, avvicinandosi ad Agnese.
Mi scappa un sorriso. Faccio per sottolineare quello “che lui intendeva”, ma mi blocco. Abbiamo appena passato una serie di finestre che danno sul chiostro, e ho visto qualcosa con la coda dell’occhio. Un flash nero davanti a una delle finestre. Sento un brivido corrermi sulle braccia, ma magari non è niente. Spero non sia niente. Mi volto per controllare.
“Niente” è un demone che mi fissa con due occhi bianchi e un ghigno così largo che quasi gli divide il volto in due. Alza un lungo dito, sottile e nodoso come un ramo secco, e lo batte un paio di volte sul vetro, senza fare alcun rumore.
Chiude e riapre gli occhi prima di voltarsi e scomparire attraverso la finestra, giù verso il chiostro. Io non riesco a staccare lo sguardo dal punto in cui si trovava.
«...zyrskij. Signor Kozyrskij.» la voce di Agnese mi fa sobbalzare, mi rendo conto di aver trattenuto il fiato fino ad ora. Riprendo a respirare regolarmente e mi volto. Agnese mi sta fissando con un sopracciglio alzato. Di fianco a lei, Sergio mi guarda con un’espressione che è la replica perfetta di quella della suora – anche se con un minimo di emozioni umane in più. Eccola lì, la parentela...
«Cosa c’è?» chiedo, con il tono più artefatto che io abbia mai usato.
Agnese indica un altro corridoio. «Se vuole ricominciare a seguirmi...»


«Ehi, ma è la mia vecchia camera! Che, ora, a quanto pare è... un ripostiglio.»
«Ma il letto è rimasto.» commenta Agnese, sollevando il telo bianco che lo ricopre, insieme a una quantità di polvere che avrebbe potuto uccidere dieci asmatici in un colpo solo. E insetti in numero sufficiente da comporre la frase “provate a lamentarvi e dormite fuori”, che, almeno a giudicare dalla sua espressione, è quello che deve stare pensando la suora ora.
Per carità, lungi da me lamentarmi. Ho sempre desiderato dormire tra polvere e ragnatele.
«Domani mattina Le Lodi Mattutine saranno recitate alle sei.» dice Agnese. «Ma voi potete svegliarvi anche alle sette.» aggiunge poi, caritatevolmente. «Per quell’ora potrete trovarmi nel mio ufficio. Venite direttamente da me, e se incrociate qualche consorella... inventatevi una scusa plausibile.»
«Inventare scuse è la nostra specialità.» commenta Sergio, che sta frugando tra una serie di vecchi quadri con l’espressione di un bambino la mattina di Natale. Mi sorprendo che i suddetti quadri non gli si sbriciolino tra le mani, visto lo stato di conservazione. «Grazie, Agnese. Sei una suora fantastica.»
Agnese sorride, per un millesimo di secondo però sorride. E sarebbe anche una cosa buona se non fosse che, contemporaneamente, vedo la sua ombra allungarsi...
«No.» sussurra lei, mentre si chiude la porta della stanza alle spalle. «per niente.»
«Risponde sempre così, ogni volta che oso farle un complimento.» mi dice Sergio. «Credo se ne vergogni.»
Io non rispondo. Rimango in piedi a fissare la porta. Ho visto l’ombra di Agnese allungarsi, non è stato solo un gioco ottico. I suoi demoni stanno diventando ancora più potenti, forse? Ancora più... solidi di quello che già sono? Cristo, ho i brividi solo a pensarci.
E uno di quei demoni, prima, mi ha indicato il chiostro. Più ci ripenso più sono convinto stesse cercando di dirmi qualcosa... tipo, non so, “esci e facciamo un’amabile conversazione al chiaro di luna”? Mi ha guardato, e ha indicato il chiostro. Qualcosa doveva pur voler dire.
«Ah, trovato!» la voce di Sergio mi strappa dai miei pensieri. Mi volto verso di lui e lo ritrovo mezzo affondato in un baule. Ne riemerge con i capelli pieni di polvere e ragnatele e con una stampa arrotolata stretta trionfalmente in pugno.
Capisco di aver oltrepassato il punto di non ritorno, perché tutto questo non mi sorprende minimamente. «Cos’è quella roba?» gli chiedo, limitandomi a un sospiro di rassegnazione.
Lui si passa una mano tra i capelli per levare la polvere e srotola la stampa con un sogghigno divertito. «Avevi detto che volevi vederlo, no? Ti presento San Sebastiano, il mio amore adolescenziale.»
Io rischio di soffocare per controllare una risata improvvisa. Cristo, dalla sua descrizione mi ero immaginato qualcosa del genere, ma... non so se sono più inquietato dal corpo perfetto attaccato a un viso che sembra appartenere a una persona drammaticamente sotto l’età legale, o dal fatto che sia effettivamente considerata arte sacra. Sul serio, non ci sono arcobaleni sullo sfondo solo perché sarebbe ridondante.
«E’ magnifico.» commento.
Sergio ridacchia e lascia cadere la stampa sul baule richiuso. Si siede sul letto, che cigola in maniera poco rassicurante.
«Bene.» dice, battendosi le mani sulle ginocchia. «Fatte le cose importanti, direi che ci conviene – sì, non credo neanche io di stare pronunciando una cosa del genere – pianificare quello che faremo domani, prima di lasciarci cadere nelle braccia di Morfeo.»
Io faccio una smorfia. Ora come ora pianificare è l’ultima cosa che mi riuscirebbe, visto che ho la mente da tutt’altra parte. In un chiostro con un demone, per essere precisi. E a questo proposito... «Io non dormo stanotte, comunque.»
Sergio stiracchia un sorriso e solleva le mani. «Ehi, prometto che terrò a bada i miei perversi istinti da omosessuale, anche se c’è San Sebastiano che mi guarda in modo lascivo.» commenta, e io sento drenarmi il sangue dalla faccia appena realizzo che la mia espressione e la mia frase, fuori contesto, non suonavano come la cosa più mentalmente aperta della terra...
«Oh, no, non intendevo... lo so, non intendevo... non era quello che...» provo ad articolare, ma mi sento troppo in imbarazzo per produrre qualcosa di sensato. Sono un idiota.
«Tranquillo, lo so, era una battuta.» mi ferma Sergio. Mi guarda con un’espressione così preoccupata che non ho cuore di fargli sapere cosa ne penso della piega sadica che sta prendendo il suo umorismo. «Va tutto bene?»
Sospiro e mi passo una mano sulla faccia. «Perché non dovrebbe?» mormoro, in modo veramente convincente.
«Prima ti sei praticamente incantato in mezzo al corridoio.» ribatte Sergio. Mi fissa serio, come quando mi ha detto della visione il giorno dell’esorcismo da Eliska, e la cosa non mi piace. «Visto che oggi pomeriggio hai avuto un incontro focoso con un nephilim, la cosa mi preoccupa un po’.»
Distolgo lo sguardo e mi stringo nelle spalle, cercando di dimostrare una certa nonchalance. «Sto bene, lo giuro. Prima era solo... sto bene.» peccato il tono di voce mi tradisca del tutto. Urge cambiare argomento. «Piuttosto... non hai notato niente di strano in Agnese? Nel suo aspetto, dico.»
Sergio stringe gli occhi con sospetto. «No, nulla.»
«Non ti è sembrata un po’... malaticcia?»
«Ivan, sai che se volevi convincermi di stare bene, non ci stai riuscendo per niente?» dice, invece di rispondere alla mia domanda. «Se c’è qualcosa che non va ne possiamo parlare. Voglio dire, dopo tutto quello che è successo dubito ti darei del pazzo o cose del genere.»
Non rispondo. Cosa gli dovrei dire? “Guarda, tua zia è circondata da demoni che non posso esorcizzare e che probabilmente le stanno succhiando forze vitali o cose così, anche se tu non puoi vederlo?”. Forse, tutto considerato, dovrei dirglielo. Ma non voglio. Non voglio parlargli dei demoni di Agnese con qualcun altro, li renderebbe più reali, ed è infantile me ne rendo conto, ma... non ce la faccio. Non ora. Forse dopo aver scoperto qualcosa su di loro, ma ora no.
Sergio sospira. «Va bene» dice. Incrocia le braccia e appoggia la schiena al muro, continuando a fissarmi, ora quasi con sfida. «Allora non dormirò nemmeno io.»


* * *


«Sei sicuro sia qui?»
Holtz annuisce. «Casa sua era vuota. Oltretutto c’è stato un avvelenamento da cibo alla casa di riposo, di lavoro ne avrà parecchio.»
Ottimo. Entro nel negozio – se di negozio si può parlare, per delle pompe funebri – e avverto subito la presenza del mago, l’aria intrisa della sua magia mi solletica la pelle. Holtz porta la mano alla pistola, ma io lo fermo con un gesto. «E’ inutile.» gli dico, mentre attingo alle mie riserve. Ben presto le mie mani sono circondate da luce azzurra pronta ad essere liberata. «Se opporrà resistenza me ne occuperò io.»
Un formicolio alla nuca mi avverte che, forse, sarà davvero necessario il mio intervento. Mi volto di scatto, pronto a colpire, e trovo davanti a me la figura di un uomo. Volto pallido, capelli neri, indossa un abito di buona fattura. Corrisponde alla fotografia di Guibeaux, ma non è lui. Il tremolio che noto ai bordi della sua figura mi fa capire che si tratta di un falso magico. Proiezione astrale.
Il mago mi fissa con gli occhi spalancati e la bocca aperta, lo stupore deve averlo bloccato a metà della meccanica azione di dare il benvenuto ai suoi clienti. A quanto pare, non siamo il tipo di clientela che si aspettava.
Vedo i bordi della proiezione vibrare, e subito dopo questa sparisce, lasciando solo il formicolio sulla mia pelle a testimoniare la sua breve presenza.
«Cosa... cosa diavolo ha fatto?» esclama Holtz che, nonostante il mio ordine, ha estratto la pistola e ora la tiene stupidamente puntata là dove è apparsa la proiezione. Non riesco ad esimermi dal roteare gli occhi.
«Quello non era davvero il mago, Holtz, ma una proiezione.»
Il Cavaliere abbassa la pistola, la fronte aggrottata. «Bene, allora che facciamo?»
Batto il piede un paio di volte sul pavimento lucido. La sala mortuaria è nel piano sotterraneo, penso il mago si trovi lì. Sorrido, e comincio ad alimentare l’energia intorno alle mie mani. «Staniamo il ratto.»
Appena muovo una mano, però, la proiezione del mago compare di nuovo davanti a me. «No, no, no fermo!» esclama. «Non distruggere il mio pavimento, è marmo vero.»
Se questa è la massima preoccupazione del mago o è molto forte, o è molto stupido. In ogni caso non ritiro il mio braccio. «Allora ti consiglio di venire qui di persona. Sei in arresto in nome della Santa Inquisizione.»
L’espressione di orrore sul volto del mago mi dà una soddisfazione che quasi avevo dimenticato, considerando gli ultimi eventi. Sono di fronte a una creatura mitologica, ed ha paura di me, ha paura della Chiesa. Vedo nei suoi occhi la realizzazione di essere in trappola, e so che non opporrà resistenza all’arresto.


* * *


“Non dormirò nemmeno io”.
Lancio uno sguardo di compatimento a Sergio. Certo, si vede come non sta dormendo, steso prono sul letto e con un braccio a penzoloni. Ci manca solo il filo di bava sul cuscino, il ritratto della perfetta sentinella, davvero.
Mi richiudo la porta della stanza alle spalle senza fare rumore. Le luci del corridoio sono spente, credo sia troppo tardi per qualunque preghiera serale e troppo presto per qualunque preghiera mattutina, quindi niente suore in giro. Ottimo.
Percorro il corridoio e scendo le scale a tentoni, fino ad arrivare a una delle porte che dà sul chiostro. Al di là del vetro riesco a intravedere le sagome delle colonne, cosa che mi causa un’ondata di ansia.
C’è solo una porta a vetri a separarmi da un possibile incontro con un demone. Un demone della stessa pasta di quello che ha ucciso Eliska. Stringo la maniglia della porta, ma non la abbasso.
Però, a ben vedere, non è detto ci sia davvero quel demone, là fuori. Del resto ha solo picchiettato il dito su un vetro. Sono io che ho interpretato quel gesto come un’indicazione.
La storia con il nephilim mi ha messo in iperallarme e attribuisco alle cose più casuali i significati più assurdi, ecco la verità.
Ma se c’è una possibilità che quel demone volesse davvero invitarmi ad un incontro... non posso tirarmi indietro senza provare. Diamine, non ero io che volevo risposte? Sospiro e apro la porta.
Esco nel chiostro. La luna è coperta dalle nuvole e non c’è nessun’altra fonte di luce disponibile, avrei dovuto procurarmi una torcia o qualcosa del genere. Trovare un demone fatto di ombre in mezzo all’oscurità non è esattamente la cosa più facile del mondo, e infatti non vedo nulla.
Però forse non vedo nulla perché, effettivamente, non c’è nulla. Come immaginavo, quel demone non voleva indicarmi un bel niente. Dovrei solo tornare in camera e rimandare la conversazione demoniaca a domani mattina, quando ci sarà luce e - ehi, quell’ombra là in fondo non si è appena mossa vero?
Sobbalzo, il cuore che salta un paio di battiti – mi succede troppo spesso, ultimamente. Mi sento immediatamente un idiota. Oh, fantastico Ivan, davvero. Da quand’è che hai cominciato ad avere paura del buio? Quando distribuivano la spina dorsale tu dov’eri?
A prendere la razione doppia di cinismo e asocialità, probabilmente.
Faccio una smorfia. Ora comincio anche a parlare da solo, perfetto. Spero di poterlo giustificare come disturbo post-traumatico.
Sospiro e mi allontano dal porticato, cercando di ignorare le ombre che di tanto in tanto si allungano quando qualche raggio di luna fa capolino tra le nubi.
Nonostante il panorama spettrale e la chiara mancanza del mio interlocutore, non me la sento di tornare subito indietro. Questo posto mi mette i brividi, ma se davvero il demone mi stava chiedendo di venire qui? Posso aspettare almeno altri dieci minuti.
Comincio a camminare sull’erba, verso la fontana al centro del giardino, proprio nel punto in cui avevo esorcizzato Suor Scolastica. È stato allora che ho capito come controllare i demoni volontariamente. Vedo una certa ironia, qui...
L’erba scricchiola sotto i miei piedi, intorno alla fontana è ghiacciata dalla brina. Mi fermo un attimo per ingoiare un rospo, i sensi improvvisamente tesi. Ora che ci faccio caso, anche l’aria sta cominciando a raffreddarsi, vedo il mio fiato condensarsi più nitidamente davanti a me.
Non dicevano che fa più freddo quando ci sono fantasmi nelle vicinanze? Non che io creda ai fantasmi, certo. So che non esistono. Il problema è che so che esistono cose ben peggiori...
Un vento improvviso si solleva, così freddo e pungente da farmi lacrimare gli occhi. Mi asciugo con il dorso della mano, e quando li riapro vedo che in cielo, intanto, le nuvole si stanno diradando.
La luna torna a brillare indisturbata, illuminando completamente il chiostro. Le ombre delle colonne del porticato si allungano sul prato fino quasi a sfiorarmi, e l’acqua ghiacciata della fontana riflette la luce così bene che sembra brillare per conto proprio. Questo spettacolo è quasi innaturale.
Sento un formicolio condensarsi alla base della nuca e rabbrividisco da capo a piedi. Mi volto, anche se so già cosa troverò, ma Dio, ti prego, fa che non sia a due centimetri da me...
Non lo è. Il demone è fermo sul limitare del giardino, incorniciato da due colonne del porticato, alto come un uomo, dritto e sottile. Non proietta nessuna ombra perché lui è l’ombra, piatta e definita, una striscia del nero più nero che io abbia mai visto. All’altezza di quello che dovrebbe essere il viso, due occhi mi fissano vuoti, nella forma emulano la falce di luna in cielo.
Okay, alla fine il demone voleva davvero parlarmi qui, la cosa mi riempie di gioia, ma... cosa devo fare ora? Parlargli? Salutarlo? Ignorarlo? Devo aspettare che inizi lui? Ma inizi lui cosa? Cosa diavolo vuole, perché mi ha portato qui?
Magari dovrei cominciare con il respirare e calmarmi. Sto sudando freddo e, considerata la temperatura, la sensazione che mi causa non è il massimo. Mi asciugo le mani sui pantaloni, mentre cerco di formulare un pensiero razionale e riacquistare l’uso delle corde vocali.
Il demone inclina di poco la testa, come un animale curioso, e il solo movimento mi mozza il respiro. La frase che avrei voluto pronunciare si trasforma in un gorgoglio indistinto. Ma perché, perché ho deciso di venire a parlare da solo con un demone agghiacciante che, a quanto sembra, potrebbe farmi morire assiderato con il pensiero? Quando mai ho deciso di far loro delle domande, ho cambiato idea, preferisco vivere nell’ignoranza, ma vivere.
No, non è vero e lo so fin troppo bene. L’ignoranza è un lusso che non posso permettermi, non più. Faccio un grande respiro. «Volevi che venissi qui, vero?» chiedo al demone, sforzandomi di parlare a voce alta. Mi esce più come un rantolo che come un’esclamazione, e il demone non risponde.
Continua a fissarmi, la testa leggermente inclinata, gli occhi a mezzaluna me li sento scavare nelle ossa. Faccio un passo indietro e sbatto contro il bordo della fontana.
«Perché?» provo a chiedere di nuovo. Ancora nessuna risposta.
«Okay, se non vuoi rispondere alle mie domande... vuoi dirmi tu qualcosa?»
Per un attimo penso che il demone voglia rispondere, ma si limita a raddrizzare la testa, per poi inclinarla dall’altra parte. Non capisco cosa voglia, se mi ha fatto venire qui perché cavolo se ne sta immobile a fissarmi? Forse mi sta tenendo occupato per qualche motivo, ma invece che esserne preoccupato ne sono solo irritato. Batto le dita sul bordo della fontana e sollevo un sopracciglio.
«Sai che non è esattamente così che funziona una conversazione, vero?»
Adesso, finalmente, il demone reagisce. Lo vedo tremolare per pochi secondi, come quei miraggi che si formano sull’asfalto caldo, poi si sdoppia, una, due, tre volte. Da lui partono altre figure uguali che scorrono intorno a me, chiudendosi in un cerchio che ha la fontana – e me stesso – come centro. Mi trovo circondato da un recinto di demoni, tutti uguali, tutti ombre con delle lune al posto degli occhi, che mi fissano con la testa inclinata.
– siamo qui per conversare con te –
La voce che sento è completamente priva di inflessione. Parte da un punto del cerchio e poi lo percorre crescendo di intensità, ma lasciando dietro un’eco, come quando si fa correre un bastone su una grata. Non saprei dire chi abbia pronunciato cosa, ma so che quella voce non appartiene a un solo individuo. E, nonostante la avverta provenire ad intensità diverse intorno a me, non riesco a seguirla, è come se mi arrivasse da... ovunque, ed è assurdo, perché allo stesso tempo sento che non è così che dovrebbe funzionare il suono. Non so nemmeno verso chi – cosa? – rivolgermi. Rimango a fissare il demone davanti a me, che ora – come i suoi compagni – ha di nuovo sollevato la testa, in attesa di una mia risposta.
Mi passo la lingua sulle labbra, le sento secche per il freddo. «Perché?» chiedo.
– ti troviamo – fanno una pausa – interessante –
«Grazie. Immagino.» mormoro.
I demoni cominciano a pulsare, si allungano verso il cielo, fino a superare il portico in altezza. Per un effetto ottico, i loro occhi a forma di luna mi sembrano stare affianco alla Luna vera, è come se mi trovassi circondato da un’aureola di lune. Sarebbe uno spettacolo interessante, se non fosse anche così dannatamente inquietante.
– abbiamo deciso – aggiungono i demoni. Dai loro fianchi, prima perfettamente uniformi, si staccano delle sottili braccia fatte di oscurità. Sono nodose e rachitiche come un tronco secco e si formano a fatica, come se qualcuno le stesse strappando a forza dal corpo dei demoni.
I demoni pian piano le distendono, flettono le lunghe dita, tutte tranne l’indice artigliato, che rimane puntato su di me.
– abbiamo deciso di scommettere su di te –
Dischiudono le dita e per un istante penso che vogliano afferrarmi. Balzerei indietro, se non ci fosse questa dannatissima fontana! Come se scappare fosse utile, poi, visto che mi trovo circondato.
I demoni voltano le mani. Dal loro palmo, ora rivolto verso l’altro, comincia ad alzarsi una strisciolina di oscurità, che acquista vagamente la forma di un uomo a cavallo di qualcosa che non riesco a definire.
– c’è qualcosa che solca questo mondo – dicono i demoni. Le figure si staccano dalle loro mani, cavalcano nell’aria verso di me. Istintivamente mi porto le mani davanti al volto, ma le figure non mi colpiscono, si limitano a girarmi intorno. Ora agitano qualcosa che sembra una spada, una figura incita le altre come se fossero il suo esercito.
– quel qualcosa non ci piace e non piace ad altri lo abbiamo visto nelle menti dei nostri simili sappiamo che ti vogliono chiedere aiuto e vogliamo vedere cosa succede –
Cosa? Chi mi vuole chiedere aiuto? Gli altri demoni? No, non credo, ma non riesco a capire dove andrebbero messe le virgole per dare un senso o un altro alla frase. Non riesco a capire nemmeno di cosa stanno parlando, ho già il sentore di come andrà questa conversazione e la cosa non mi piace affatto.
Le figure che cavalcano intorno a me cominciano a muoversi più vorticosamente, sono così veloci e così fitte che quasi non riesco a vedere quello che sta dietro a quest’oscurità – mi sembra di tornare agli anni del liceo. Mi appiattisco alla fontana, comincio a sentire una certa claustrofobia, ma le figure si diradano subito. Schizzano in aria, ben oltre i demoni, e si aprono a fontana. Ognuno ritorna cavalcando a spada spiegata verso il proprio demone creatore. Vanno così veloce che, per un attimo, penso vi ci schianteranno contro. Poi però nel volto dei demoni si apre uno squarcio, una specie di bocca, credo, con piccoli denti aguzzi formati dalla stessa oscurità che compone il loro corpo. Le figurine vi entrano dirette, e i demoni chiudono la bocca di scatto, alcuni tranciando la figurina a metà, e cominciano a masticare. Devo chiudere gli occhi per reprimere la nausea, nemmeno quando ho visto i demoni auto-mangiarsi mi ha fatto tanta impressione.
– quel qualcosa che non ci piace – continuano i demoni, la bocca scomparsa – vogliamo vedere se sia possibile distruggerlo e per questo risponderemo alle tue domande nel limite delle nostre possibilità se questo può aiutare –
Le mie domande, già. Beh, non era nei miei piani, ma direi che so con certezza cosa chiedere per prima cosa.
«Quel “qualcosa che non vi piace” cosa sarebbe?»
I demoni tremolano come acqua increspata. L’oscurità delle loro braccia si espande, prende la forma di grosse catene che cingono i loro polsi ossuti e spariscono nel terreno.
– è una cosa che non possiamo dire a parole se prima non lo capisci tu sono le regole – rispondono i demoni. Torreggiano sopra di me, ognuno incatenato a terra. Mi sembra si siano ingranditi ancora di più, ora che riesco a vedere la loro sagoma nera stagliata contro il cielo, e per un attimo mi manca il respiro.
Ma sono troppo confuso per avere davvero paura. Perché dirmi queste cose se già sanno di non potermele spiegare? Spero solo non decidano di ripetere la performance ad ogni mia domanda. Perché di quello che hanno appena detto non mi interessa proprio nulla – non ho nemmeno capito a cosa si riferissero! – ma ora... ora devo chiedere le cose importanti.
«Va bene. Passiamo ad altro, allora. Voglio sapere tutto quello che c’è da sapere sui demoni.» dico, dopo aver fatto un grande respiro «E sul mio potere. Come faccio ad usarlo e perché... perché non funziona su certi demoni. Voglio...» mi blocco appena mi rendo conto che sto partendo per la tangente Se voglio che rispondano alle mie domande magari non dovrei dirne settecento tutte in una volta.
«Ma così non aiuto, vero?» chiedo, infatti.
I demoni fanno sparire le loro catene e cominciano ad oscillare a destra e a sinistra. Con uno sforzo di interpretazione capisco che è il loro equivalente di scuotere la testa.
– devi dirci cosa sai e cosa non sai – mi avvertono, incrociando le mani davanti a quello che per loro dovrebbe essere il petto – farci domande a cui noi risponderemo per noi è difficile parlare come parlate voi umani –
Si vede, infatti non è che ci stiate riuscendo alla grande. Ma okay, come iniziare? Cosa chiedere? Come mai non riesco a controllare alcuni demoni? Perché posso controllarli? Perché certi demoni durano più di altri? Perché quelli che ho interrogato non mi volevano rispondere? Avrei dovuto stilare una lista, dannazione. Mi passo una mano tra i capelli e fisso uno a uno i demoni che mi circondano, ora immobili, educatamente in silenzio. Sono così diversi da ogni demone che io abbia mai visto, diversi persino dal demone che ha ucciso Eliska, nonostante pensassi fossero la stessa cosa.
Beh, a questo punto, tanto vale partire da loro.
«Cosa siete, voi?»
– noi siamo molti e uno –
Risposta perfettamente chiara e per niente criptica, proprio come avevo pronosticato. Se non altro mi cancella completamente l’ansia, sostituendola con disillusione. Sospiro. «Vi ho chiesto cosa, non quanti. Va bene, riformuliamo. Perché siete diversi dagli altri demoni?»
I demoni rimangono in silenzio per qualche minuto, fremendo leggermente. Poi, all’improvviso, la loro figura nitida si scompone. Ognuno di loro assume la forma di molteplici nastri di oscurità che saettano verso il cielo, annodandosi poi davanti a me, fondendosi gli uni agli altri fino a formare l’immagine di un unico, gigantesco demone, uguale in tutto e per tutto ai demoni di prima, solo troppo più grande e centomila volte più inquietante.
Mi appiattisco contro la fontana, senza riuscire a staccare gli occhi da questa creatura.
Il demone gigante spalanca le braccia, sembrano due ali nere appena visibili nella notte. Le dita di una sua mano si allungano sulla Luna, sembra quasi la stringano in una morsa, e non so se era l’effetto che volevano ottenere, ma credo che sarà alla basa di ogni mio incubo da ora in poi. Se ci sarà un poi, a giudicare dai battiti del mio cuore credo di stare per morire d’infarto.
– perché – mi rispondono i demoni – siamo molti e uno –
Detto questo il demone gigante si smonta. Gocce di oscurità cadono dal suo corpo a intervalli regolari, e ognuna di esse va a formare un singolo demone, che assume una taglia maggiore man mano che altre gocce piovono su di lui. E’ un processo lento, ma a me va bene così, almeno riesco a riprendere fiato.
«Va bene, ho capito che siete “molti e uno”» dico, quando sono di nuovo circondato dai demoni di Agnese. Sono ancora altissimi, ma dopo lo spettacolo di prima mi sembra una taglia più che accettabile, santo cielo. «Ma non capisco cosa significa. Potete spiegare i sottintesi?»
I demoni inclinano la loro testa, così tanto da formare un arco con il corpo, come dei gufi. E in effetti dei gufi stanno cominciando ad assumere l’aspetto, vedo delle piccole corna formarsi sulla loro testa e le loro braccia allargarsi, come se diventassero delle ali. Anche le mani assumono una forma più artigliata, e le mezzelune che hanno al posto degli occhi si aprono in un cerchio completo.
– cosa sai tu –
Ci metto qualche secondo per capire che mi hanno appena posto una domanda. «Nulla.» rispondo, ma in effetti non è vero. «Poco. Che vi creiamo, penso, con i nostri pensieri o emozioni o cose del genere.»
– errore – rispondono i demoni.
Cominciano a ribollire, letteralmente, il loro corpo si modifica in modo grottesco, aumenta di volume da una parte, diminuisce dall’altra. Nuovi arti spuntano loro solo per scomparire poco dopo, i loro occhi si distorcono, nulla rimane della loro figura perfettamente simmetrica.
Oh, Dio, dimmi che non si sono arrabbiati...!
Ognuno di loro esplode in una fiammata nera che si innalza verso il cielo. Al suo termine, però, le fiamme mutano in numerose braccia che si agitano, braccia che questa volta hanno una forma perfettamente umana. Braccia umane che vengono consumate dal fuoco. Oddio se avrò incubi per secoli dopo questo...
– voi non create noi noi esistiamo da molto tempo più della vostra razza più del vostro pianeta più del vostro universo –
Spiegano i demoni di Agnese, la loro voce priva di inflessione è ancora più inquietante vista la forma che hanno deciso di assumere. Perché, poi? Non capisco, deve essere un supporto visivo alla loro spiegazione? Non capisco nemmeno quello! Esistono da più tempo di noi? Del nostro universo? Cosa vuol dire? L’ultima volta che ho controllato di universo ce n’era uno, cosa cavolo vuol dire?
Senza considerare, poi, che il fatto che i demoni vengano creati dai nostri pensieri negativi è l’unica cosa su cui sono sicuro. L’unica. O meglio, su cui ero sicuro. Diavolo, l’ho visto succedere centinaia di volte! Questa conversazione dovrebbe darmi delle risposte, non far crollare le già poche certezze che mi rimangono! Avrebbero dovuto aiutarmi a capire qualcosa su di loro e sui demoni che non riesco a controllare, non minare completamente tutte le mie sicurezze! Ma perché, perché non me ne va giusta una ultimamente?
«Per noi intendete...» azzardo, per cercare conferma. Spero di aver solo sbagliato a capire io, a questo punto.
I demoni di Agnese rompono la loro macabra coreografia, si trasformano di nuovo assumendo ciascuno la forma di una creatura cornuta, proprio come un demone da cartolina
– tutto ciò che voi chiamate demoni – rispondono, dispiegando ali da pipistrello.
«Oh.» speranze infrante. “Tutto ciò che noi chiamiamo demoni”. Beh, che non fossero i demoni di cui ci parla il cristianesimo già lo immaginavo. Ma se non siamo noi a crearli allora perché compaiono così? Non credo siano solo coincidenze. Non dopo tutti i demoni che ho visto comparire a una bestemmia, o a un insulto, o a una minaccia... «E come... allora il collegamento con noi cosa...?» provo ad articolare i mie dubbi con scarso successo. Trenta e lode per le mie abilità comunicative, come sempre.
I demoni rimangono in silenzio, poi decidono di cambiare nuovamente forma, ma questa volta non tutti insieme. La parte destra del cerchio si unisce, diventa un unico ammasso di oscurità serpeggiante.
– non ci create ci fate entrare –
I demoni della parte sinistra si amalgamano anch’essi, assumono la forma di un arco nel quale entra la striscia oscurità che era la parte destra. Appena vi passa tutta si avvolge su se stessa, in una spirale a due bracci che mi sembra quasi la forma di una galassia.
– ci fate entrare nel vostro universo le vostre sensazioni sono potere le vostre parole sono un’ancora un fuso intorno a cui ci avvinghiamo per uscire –
Allora sì, era davvero una galassia. I demoni tornano, di nuovo, ognuno al loro posto una volta finito lo spettacolino. Apprezzo che vogliano darmi un sopporto visivo, tutto sommato, sono quasi... gentili, in questo. Non che mi aiuti davvero a trovare un senso a quello che dicono, però. Niente di questo discorso ha senso, non per me. Forse dovrei semplicemente prendere le informazioni che mi danno come un dato di fatto. Fare un atto di fede nei confronti dei demoni. La cosa mi fa quasi sorridere.
«Uscire da dove?» continuo. Ma aspetta, se hanno detto che li facciamo entrare nel “nostro” universo, e che loro esistono da prima che questo esistesse... «Avete un mondo vostro?»
Stavolta uno dei demoni fa qualcosa di diverso. Lo vedo solo con la coda nell’occhio, apre una bocca bianca in mezzo al nero del suo corpo, dalla forma irregolare come quella di una ferita. È diversa dalla bocca che si era aperta prima, non ha denti, è solo un’apertura bianca che tremola appena ai bordi.
– pensa in termini di spazio da riempire – dice, e stavolta sento la voce provenire da lui e lui solo. Non muove la bocca, quando lo dice, e questa sparisce appena finisce la frase. Compare sul volto di un altro demone alla mia sinistra.
– pensa in termini di spazio tra universi –
La bocca sparisce definitivamente e il cerchio di demoni ruota, come se ognuno di loro slittasse di posto. Ma è strano, so che si sono mossi, ma non l’ho percepito. Non riesco a fare altro che guardarli, inebetito. Prima le parole, e ora questo. Non ho mai trovato strani i demoni, mai, ma quello a cui sto assistendo ora... il loro continuo cambiare forma, il loro modo di comunicare, la loro stessa forma.
Per la prima volta credo di realizzare appieno quanto queste creature siano aliene.
«Cosa siete voi?» la domanda mi esce in un sussurro mozzato. Devo schiarirmi la voce prima di continuare «Voi... voi, non voi demoni, intendo. E non rispondete “molti e uno”. Spiegatemi, per favore.»
– siamo ciò che è più simile a ciò che tutti eravamo prima di venire qui – dicono. Nel farlo cambiano forma per l’ennesima volta. Allungano le loro braccia l’uno verso l’altro, si stringono le mani che così, oscurità contro oscurità, sembrano fondersi – e forse è ciò che fanno davvero. Ora i demoni sembrano quelle bamboline di carta tutte attaccate, bamboline di carta sataniche e inquietanti.
Ma cosa significa quello che hanno detto? Che i demoni che vedo sono qualcosa di diverso da... quelli che erano nel loro mondo? E perché allora questi demoni sono così, qual è la cosa che differenzia un demone dall’altro? Ho sempre pensato i demoni fossero più resistenti tanto più negativi erano i pensieri ad averli creati, almeno relativamente al creatore in questione, ma... ora sto cominciando a dubitare di qualunque cosa io abbia mai ritenuto un assioma.
I demoni sembrano percepire la mia confusione.
– la nostra coscienza forma ciò che siamo noi abbiamo una coscienza più forte e per questo non puoi manipolarci come manipoli gli altri – aggiungono.
Io sobbalzo, mi hanno anche detto perché non riesco a controllarli? Sì, è così, se ho capito bene! Beh, fantastico. E questa volta la spiegazione non è nemmeno troppo criptica, anche se non mi torna del tutto. «Quindi è perché la vostra coscienza è più forte che apparite così solidi?» provo a interpretare. «“Penso quindi sono”, una cosa del genere? Ma gli altri demoni... hanno un loro carattere, sono diversi tra di loro, hanno un’individualità.»
Sento un suono diverso provenire dai demoni, un suono che sembra quasi una risata. Quando ridono, dal loro corpo si staccano pezzi di nero che scoppiettano come scintille.
– perché pensi che una maggiore individualità equivalga a una coscienza più forte –
E’ una domanda, questa, immagino. E mi mette i brividi. Certo che l’individualità è la forma più forte di coscienza... una persona senza individualità cosa sarebbe? Qualcosa di simile a loro, probabilmente. Grandiosa osservazione, ma la filosofia non è mai stata il mio forte.
«Quindi avete un solo cervello?» chiedo, ma mi rendo subito conto che il riferimento all’organo è sbagliato.
I demoni ondeggiano di nuovo, nel loro strano equivalente dello scuotere il capo.
– noi siamo molte menti ma anche un’unica mente – dicono, e di nuovo cominciano a mutare – sto cominciando ad avere la nausea, per tutti questi cambiamenti.
Il loro corpo si divide in tanti piccoli frammenti, così piccoli che sembrano granelli di sabbia. Questi frammenti si muovono verso l’alto in un flusso lento, come se fossero trasportati dalla brezza.
Si spandono sopra la mia testa, coprendo il giardino come un tetto, tappezzando l’aria di puntini neri che, non so come, cominciano a brillare. L’effetto, in totale, mi ricorda i riflessi della luce sull’ossidiana. Mi sembra di trovarmi sotto a un altro cielo tempestato di stelle nere.
– un unico essere miliardi e miliardi di menti e identità ognuna amalgamata con le altre ognuna sincronizzata alla perfezione miliardi ma uno –
I granelli brillanti che erano i demoni si muovono appena, come mossi da una marea invisibile. Rimango mio malgrado a bocca aperta, è uno spettacolo che non mi sarei mai immaginato di vedere in questa situazione, perché è bello. Niente a che vedere con i cambiamenti di prima, questo... questo è davvero bello, e non riesco nemmeno a provare paura o disgusto pensando che, in realtà, questa bellezza viene da quei demoni. E forse, così, riesco a cominciare a vedere quello che intendono...
Menti collegate. E’ questo che i demoni sono quando non sono qui? Ha un certo senso. Non lo capisco davvero, è una cosa che mi è troppo estranea, ma se non altro spiega alcune cose. Come il fatto che i demoni siano tutti al corrente di certe cose, anche demoni che non si sono mai visti.
«E quelli che vengono qui, allora...» comincio a chiedere.
Una parte di quel mare di polvere brillante si stacca, assume consistenza, smette di essere luminosa e diventa una sagoma fumosa e inconsistente.
– una di quelle menti che si stacca perde sincronia e viene plasmata dalle vostre parole ma è una situazione instabile che non può durare –
Coscienza collettiva, informazioni collettive. E quando una coscienza si stacca queste informazioni rimangono, ecco perché i demoni si comportavano in modo così vissuto anche se ritenevo fossero neonati! Mi irrita non averci pensato nemmeno una volta, ma a ben vedere come cavolo avrei potuto tirar fuori teorie su passaggi di... cose tra universi? E ora devo pure riformulare tutto ciò che ritenevo corretto alla luce di queste nuove informazioni.
«Quindi quando quei demoni svaniscono tornano indietro, vengono riassorbiti da...» faccio un gesto con la mano, indicando quello che i demoni hanno creato sopra di me, visto che non ho idea di che termine usare.
Pian piano, le stelle nere si spengono e i demoni riprendono a loro forma. Quasi mi dispiace.
– no muoiono – mi rispondono.
Alzo le sopracciglia. «Ah, okay.» campioni di tatto, questi demoni di Agnese. «Mentre le varie, uhm, gradazioni di demoni allora esistono perché non passano abbastanza menti? Ne passano troppe?»
I demoni assumono la forma di tante nuvolette fumose.
– in certi casi il portale che create non è abbastanza forte da permettere a una mente completa di passare – spiegano.
Mi vengono in mente i demoni piccoli come Preoccupazioni, quelli che non sembrano nemmeno avere una coscienza e che spariscono dopo pochissimo.
– in certi casi ne passano poche e una cresce a discapito delle altre e ha bisogno di nuove menti da assoggettare –
Questa volta ognuno di loro assume una forma originale per qualche secondo, assume connotati diversi, ali, zanne, corna... questi immagino siano i miei demoni standard. Quelli che occasionalmente possiedono qualche umano per continuare a sopravvivere – con nuovi demoni, nuove menti che appena passano vengono subito assorbite da loro, eh? E io che pensavo che fosse tutta una questione di nutrimento. Invece, a quanto pare, il punto è ricreare una situazione più simile possibile rispetto a quella in cui si trovano quando sono nel loro mondo? Così da essere più stabili possibile.
– in altri casi invece – continuano i demoni, riassumendo ognuno la propria forma iniziale di ombre indistinguibili, ognuno perfettamente uguale all’altro. Sono tornati ad avere dimensioni umane, ora, e sui loro volti per pochi secondi compare un sorriso bianco. – il portale rimane sempre aperto –
«E questo è il vostro caso.» completo io.
Quindi è questo che sono. Un flusso incessante di... menti demoniache che diventano un tutt’uno. Dio, ma cosa diavolo deve continuare a pensare Agnese per aver creato una cosa del genere?
– ci vuole molto tempo ma quando passano abbastanza menti è possibile ricreare una situazione simile a quella originaria ed è questo ciò che noi siamo – aggiungono i demoni.
Annuisco. Continuo a non riuscire a capire – no, ad accettare – le basi di questo ragionamento, ma se non altro ora riesco a riunire i tasselli del puzzle. E un altro pensiero mi colpisce, ed è il più importante di tutti. Non riesco a controllarli perché non sono un’individualità – prendiamolo come dato di fatto – ma il demone di Eliska... non riuscivo a controllare nemmeno lui. E di certo non era come i demoni... il demone... la cosa che mi trovo davanti ora.
«Ho incontrato un demone che non potevo controllare, come voi.» dico, sollevando lo sguardo sulla corte di Agnese. «Ma era... diverso da voi. Non parlava in modo così assurdo, tanto per cominciare. E aveva una personalità abbastanza definita» ovvero era un pazzo omicida.
– lo sappiamo –
Ah sì?
– anche il suo portale era sempre aperto ma da troppo poco sarebbe diventato come noi se quell’essere non l’avesse ucciso –
Quando lo dicono ribolliscono di nuovo, si deformano, si allungano a scatti come creta mal modellata. Dai loro corpi escono ali nere formate da piume raggrinzite. Mantengono questa forma per pochissimo, non ci vuole un genio interpretativo per capire il riferimento.
«Mi rimangono solo un paio di domande, sul mio potere questa volta.» dico «Perché io non creo demoni? No, scusate... “portali” per demoni?»
– li crei anche tu ma non li vedi pensiamo sia un meccanismo di autodifesa per la tua psiche –
«Oh.» beh, la spiegazione più anticlimatica della storia, senza dubbio. Ma meglio di altri discorsi su universi e misticismo assortito. «Mentre... avete detto che riesco a controllare i demoni che hanno un’individualità perché hanno una mente più debole di voi, giusto?»
I demoni producono di nuovo delle scintille, anche se non stanno ridendo. Immagino sia il loro modo per far capire che sono felici.
– esatto l’individualità è debolezza – dicono.
Adorabile. Il Sol Levante dovrebbe usarli come mascotte. «Comunque, demoni come voi...» ed ecco, eccola qui la domanda da un milione di talleri. Sento la voce vacillarmi appena, mentre la faccio. «Non c’è possibilità, vero, che io riesca a controllarli?»
I demoni fremono e, stranamente, sembrano quasi... dispiaciuti?
– no sei troppo debole non riuscirai mai a controllare demoni come noi –
Lo sapevo. Non riesco nemmeno ad essere deluso, mi viene solo da sorridere. «Ah, beh, tranquilli, non indoratemi la pillola, su, siate schietti.» commento.
Da una parte, però, è rassicurante. Significa che non avrei comunque potuto fare niente per Eliska, nemmeno con tutta la conoscenza del mondo. La mia coscienza è quasi a posto, con questo – per quanto sia qualcosa di meschino, e sto cominciando a rendermene conto. Avere la coscienza a posto non mi rende poi così felice come pensavo.
I demoni non hanno smesso di fremere. Si allungano verso di me – no, grazie, tornatevene indietro – e mi osservano con un paio di occhi in aggiunta, che si aprono e si richiudono più volte. Sembra stiano aspettando qualcosa.
– è tutto –
Altra domanda, credo. “È tutto?” No. No, non lo è, questa conversazione mi ha lasciato più dubbi di prima. Anche sorvolando la loro introduzione, ci sono un sacco di dettagli che non mi sono chiari. Ad esempio, perché solo alcune parole e alcuni stati d’animo causano la nascita di quei portali per demoni e altri no? E perché gli altri demoni non hanno voluto dirmi niente di questo? Sono arrivati al suicidio per evitare di parlare di alcunché relativo a quanto si è detto ora. Significa che i demoni possono anche uccidersi tra loro, oltre ad inglobarsi? E perché, se partono come coscienza collettiva, tutti i demoni che si formano non si uniscono in un super-demone? Forse perché la loro individualità troppo definita li intralcia?
Potrei chiedere un sacco di cose. Potrei anche chiedere come nasciamo noi mezzi-demoni, potrei passare la notte a fare domande su ogni minimo dettaglio riguardante i demoni. Del resto sarebbe stupido sprecare un’occasione del genere, no?
Già, parecchio stupido. Quindi tanto vale provare a chiedere qualcosa di ancora più stupido. Sorrido, mentre mi riappoggio alla fontana.
«Dio esiste?»
– non come lo intendete voi – rispondono i demoni.
E, beh, come risposta mi fa indispettire parecchio. Va bene essere criptici, ma com’è possibile che anche a una domanda del genere debbano fare questi giri di parole? Cosa vuol dire “non come lo intendete voi”? Sfiora il ridicolo.
«Spiegazione?» chiedo, con un sospiro.
– il dio che avete è diverso da quello che predicano le vostre religioni – rispondono, cominciando l’ennesimo pictionary demoniaco. Stavolta assumono la forma di una serie di stringhe interconnesse che vanno a coprire il cielo, sembra quasi la ricostruzione del sistema circolatorio.
– pensa in termini di canali di energia che percorrono questo universo che lo tengono insieme che lo alimentano che l’hanno iniziato e che lo finiranno un giorno –
Al centro di questo sistema c’è una serie di stringhe più ravvicinate, se non fosse per la luce della luna che filtra tra gli spazi sembrerebbe un cuore.
– pensali più fitti a roma –
Canali di energia? E rieccoci alla metafisica. Ma direi che me la sono cercata, chiedendo se esiste Dio. Forse dovrei chiudere qui, ma visto che ci sono già immerso fino al collo, tanto vale sprofondare del tutto. E poi questo lo devo chiedere.
«Quindi immagino non ci sia nemmeno un aldilà, eh?»
I demoni rimangono in silenzio per qualche secondo prima di rispondere a questa domanda.
– di ciò che viene dopo la morte non possiamo parlare –
Questa risposta mi fa arrabbiare più di tutte le risposte assurde e criptiche che ho ricevuto all’inizio. Ma Cristo, hanno risposto su tutto, devono evitare proprio la risposta che volevo avere? Perché non posso sapere se Eliska, ora, continua a vivere in qualche modo o se ha effettivamente smesso di esistere?
«Perché?» chiedo tra i denti.
Le stringhe in cui erano rimasti fossilizzati i demoni si dipanano, formano una serie di figure schierate di fronte a me. Sono figure umanoidi, sospese nell’aria, e sono molte. Non ho tempo di contarle, ma direi dell’ordine di parecchie decine.
– ci sono cose più potenti e antiche di noi e quelle cose hanno leggi a cui noi dobbiamo sottostare – dicono i demoni.
Non capisco. Non capisco cos’altro ci possa essere sopra a questi demoni, ma poi la realizzazione mi colpisce. Ricordo quello che hanno detto i demoni di mia madre, ricordo la becchina dannata.
«Quelle cose... sono “Loro”, vero?» chiedo, simulando le virgolette con le dita. I demoni di cui nessuno mi vuole parlare, quelli con cui anche gli altri uomini possono interagire. Quelli che fanno patti e dannano le anime, come quelli che ci descrive la religione.
La corte di Agnese freme di nuovo, stavolta capisco che vogliono esprimere gioia, perché le figure umanoidi diventano quello che credo vogliano essere fuochi d’artificio. Non particolarmente accurati, sono solo scintille nere che esplodono nell’aria e che quando ricadono vanno a ricomporre i corpi dei demoni. Però il messaggio è abbastanza chiaro, sono quantomeno soddisfatti della mia intuizione. Perché?
Perché non potevano parlarmi di quel qualcosa che non gli piace se non ci arrivavo io prima.
Erano quello? I demoni della religione? «Ma non sono demoni. Non esistono nemmeno i demoni come noi li intendiamo, me lo avete appena spiegato!» esclamo. «Non possono esistere, se non esiste il Dio cristiano. Satana e compagnia, non possono.»
– non come voi li intendete no – mi rispondono i demoni di Agnese. Sembra essere la loro risposta preferita per le grandi domande, a quanto pare.
«E allora Loro cosa sono?»
Il demone di fronte a me fa un passo avanti. Lui solo comincia a mutare, riprende la forma umanoide di prima. Tra le mani chiuse a coppa mostra un grumo di oscurità brillante, che mi ricorda una stella. Pian piano chiude le mani, soffocando, la sua luce.
– pensa in termini di universi distrutti –
Sul volto del demone si aprono piano due occhi. Non i loro soliti occhi bianchi e vuoti, questi sono occhi umani, con cristallino e pupilla. Riesco anche a vedere venuzze nere striare la sclera.
– pensa in termini di Dei –
In cui alcune domande trovano risposta (II) by Fra Tac
Author's Notes:
continuazione diretta :'P
Cosa?
Mi sento improvvisamente spaventato, come quando mi trovavo di fronte al nephilim, solo che ora non ho davvero nessun motivo di provare una simile paura. La sento e basta, come qualche istinto ancestrale, un panico crescente che mi mozza il respiro. E non capisco perché, è assurdo. Dei? Dei veri, come il Dio cristiano?
Tutto di questa conversazione è assurdo! Le gambe non mi reggono, cado in ginocchio – di nuovo senza motivo, ma Cristo, di cosa sto avendo paura? – non sono nemmeno quei due occhi così umani, non è questo... è quella parola, Dei, che mi ha gettato addosso questo terrore inspiegabile.
Sento un fruscio e vedo i demoni fuggire. Si uniscono di nuovo l’uno all’altro, in un unico anello di ombra che ruota intorno a me per poi disperdersi nell’aria. E io rimango qui, le ginocchia nell’erba ghiacciata, a tremare per una parola.
Dei. Cosa vuol dire? Quelle creature sono Dei di qualche altro mondo? Perché i demoni se ne sono andati, ho bisogno di chiedergli altro su questo punto, ho bisogno...
«Signor Kozyrskij?»
Sollevo lo sguardo di scatto appena mi sento chiamare e per poco non rimango accecato da una torcia puntata sulla mia faccia. Dietro la torcia, vedo suor Agnese fissarmi con cipiglio. Cosa che, invece, mi fa sobbalzare all’indietro e tirare una testata al bordo della fontana.
Agnese mi concede un’alzata di sopracciglio come segno di pietà. «Si può sapere cosa ci fa fuori a quest’ora della notte?» mi chiede.
«Non riuscivo a dormire.» dico, senza nemmeno sforzarmi di suonare credibile. Tanto per farmi smettere di tremare servirebbe una morsa idraulica... «E lei, cosa ci fa fuori a quest’ora?»
«Non riuscivo a dormire. Per davvero, nel mio caso.» mi risponde, facendomi immediatamente rimpiangere di aver osato chiederle qualcosa.
«Mi scusi.»
Lei sospira. «Si alzi, la riaccompagno dentro.» mi dice, e inizia ad allontanarsi. Io la seguo subito.
Qui, illuminata solo dalla luna e dalla luce della torcia, sembra ancora più scheletrica.
«No.» mormoro. Suor Agnese si blocca e mi lancia uno sguardo infastidito, ma questa volta non mi faccio intimidire. «Credo... credo di doverle dire qualcosa.»
Non è vero che non avrei potuto fare niente per Eliska, sapendo del suo demone. Avrei potuto dirglielo, avrei potuto parlarle – più realisticamente, dirle di andare in terapia, visto quando sono bravo con le persone. Se davvero questi demoni sono così forti per via di brutti pensieri che tengono in continuazione aperto un portale, allora quel portale si potrà anche chiudere, lavorando sulla persona, no? Per Eliska sarebbe stato facile, visto che era un portale aperto da poco. Per Agnese, forse, è troppo tardi. Ma non voglio avere nessun altro sulla coscienza, e ora non ho l’ignoranza come scusa.


* * *


Holtz preme la testa dell’uomo contro il tavolo, la mano affondata tra i riccioli neri.
Io mi siedo dalla parte opposta del tavolo e accendo senza preavviso la piccola lampada accanto a me. Il fascio di luce non è abbastanza forte da illuminare tutta la stanza, ma mi permette di vedere il mago sbattere le palpebre per il fastidio. E, soprattutto, permette al mago di vedere me. Poso le mani incrociate sul tavolo e mi sporgo di poco in avanti. La luce, lo so, sta disegnando la mia sagoma sulle pareti, sta allargando le ombre prodotte dalle ali del mio braccio, che ho lasciato deliberatamente scoperto. Attingo dallo Spirito quel poco che mi basta per illuminare i miei occhi di azzurro.
«Immagino tu sappia perché sei qui.» comincio la recita.
Il mago respira in modo irregolare, nonostante cerchi di nasconderlo. È visibilmente in ansia, ma potrebbe fingere molto bene.
Si passa la lingua sulle labbra. «Io non...»
Non dargli il tempo di rispondere. «Sei uno stregone?»
Lui sobbalza, e con un cenno veloce faccio segno ad Holtz di premere più forte. Il tavolo vibra e il mago si fa scappare un gemito.
«Cosa?» boccheggia, strisciando la guancia sul piano per riuscire a portare i suoi occhi a contatto con i miei. Terrore e confusione sono l’unica cosa che vi leggo. «No! Dio, è per questo? Sono un mago, lei tra tutti deve sapere la differenza.»
«Non mi sembri un mezzo-demone. I maghi sono mezzo-demoni, gli stregoni sono umani. E tu mi sembri decisamente umano.»
Sgrana gli occhi. La confusione è sparita dalla sua espressione. Riesco a vedere i muscoli delle sue spalle rilassarsi per il sollievo.
«Non lo sono. Conosce il mio nome, ha lì la mia scheda, sa cosa sono.» dice, muovendo appena la testa verso il fascicolo che staziona al centro del tavolo insieme ad altre scartoffie, con il suo nome perfettamente visibile. «O se non lo sa controlli, è tutto registrato. Sono un mago.»
Prendo il fascicolo con movimenti lenti, facendo una smorfia, come se stessi trattenendo il mio scetticismo. Lo apro e scorro pagine vuote, sollevo appena lo sguardo di tanto in tanto, per fissare il mago, che continua a guardarmi con occhi spalancati. Sta trattenendo il fiato, ma sembra più calmo. Non va bene, torno a fingere di leggere, prolungo l’attesa ancora un po’.
«Qui è scritto che sei in grado di trasmutare.» dico, infine, sollevando di nuovo lo sguardo dal fascicolo.
Il mago storce la bocca, fa saettare gli occhi verso destra, ma intorno a noi ci sono solo ombre. «Più o meno.» risponde alla fine.
«E di fare proiezioni astrali?» gli chiedo, appena finisce di pronunciare la sua risposta.
«Sì.»
Appoggio il fascicolo sul tavolo. «Lettura del pensiero?» mi chino un po’ di più verso di lui.
«Sì.»
Mi faccio più incalzante. «Divinazione? Telecinesi?»
«Sì, sì!»
«Rigenerazione?» alzo la voce, da incalzante divento inseguibile. «Ipnosi? Teletrasporto? Sparizione?»
La sua risposta è quasi un urlo. «Sì, sì s-»
«Creazione di barriere magiche?»
Si interrompe a metà, gli occhi spalancati. Boccheggia, ma non riesce a dire il no che avrebbe dovuto pronunciare subito. Non riesce nemmeno a camuffare la sua espressione con una di confusione, la sorpresa sul suo volto è palese. Sorpresa perché io sono a conoscenza di ciò che ha fatto, ma c’è anche dell’altro... c’è realizzazione, subito dopo, la realizzazione di veder confermate le preoccupazioni che devono averlo accompagnato fin da quando ha deciso di esporsi. Questo, per me, è più che sufficiente.
«Perché le hai fatte?» riprendo a chiedere.
Il mago deglutisce. Respira a fatica, lentamente. «Non so di cosa stia parlando.» mi risponde, la sua voce è atona, frutto di un autocontrollo esasperato. Perché il cambiamento improvviso? Prima era agitato, perché ora sembra caduto in una calma apatica? Pensava tu lo stessi accusando di stregoneria, era al centro delle accuse. Ora, però, se è lui a fare gli esorcismi, la sua posizione dovrebbe essere peggiorata. Forse questo è il suo modo per reagire una volta che si rende conto di non avere nessuna via di fuga? O sta semplicemente coprendo il ragazzo?
«Hai contatti con un certo Ivan Kozyrskij?»
Finge di pensarci. «Mai sentito nominare.»
Prima era confuso, aveva reazioni spontanee. Per questo, invece, si è preparato. E ora non mi sta più guardando, e questo non va bene.
Mi alzo in piedi di scatto, facendo scivolare la sedia dietro di me. Mi sporgo ancora di più sul tavolo, battendovi sopra le mani per attirare l’attenzione del mago. Lui sobbalza, ma ancora non si volta. Lo afferro per i capelli e lo costringo a guardarmi. «Direi che possiamo smettere di fingere, perché so degli esorcismi, e tu sai che io so, giusto?»
«Quali esorcismi?» la voce del mago ha perso sicurezza. Lascio la presa e torno a sedermi. Mi pulisco la mano con un fazzoletto, senza interrompere il contatto visivo con lui.
«Quelli che tu sei in grado di fare.»
«Cosa?» questa volta sembra di nuovo genuinamente confuso. Ma potrebbe stare solo recitando. Ci sono troppe variabili, in un interrogatorio condotto in questo modo, non mi sorprende la giustizia in questo paese vada a rotoli.
«Ti aveva detto che sospettavo di lui, vero?» spingo in questo senso. «Ti sei esposto troppo, oggi.»
«Si sta sbagliando, io non... ho idea di cosa stia dicendo.»
Può mentire, ma può anche essere davvero confuso. Chi è tra lui e Kozyrskij a compiere gli esorcismi? Ho bisogno di fare chiarezza su questo punto, prima di proseguire oltre. Intimidazione, la reputazione che va da sé con l’essere inquisitore dovrebbe bastare.
Sorrido, per la prima volta dall’inizio di questo interrogatorio. Un tono gentile, in contrasto con quello che andrò a dire, dovrebbe dare la giusta impressione. «Pensi davvero che io possa crederti?» gli dico, quasi con condiscendenza. «Non so se hai realizzato che questo non è come gli interrogatori a cui siete abituati qui nell’Impero. Non c’è bisogno che tu ti nasconda ancora perché io so, e questo è sufficiente. Non sto cercando di farti confessare, sto solo cercando di farti confessare prima. Altrimenti, se ti ostini a fingere indifferenza, possiamo uscire da qui, andare nella stanza qui a fianco, del cui arredamento mi sono personalmente occupato, e tirare fuori le conferme che voglio sentire con un po’ più di lavoro.» mi fermo, lascio che il mago comprenda. Lo fa, a giudicare dalla sua espressione. «Ora, ricominciamo da capo: hai contatti con Ivan Kozyrskij?» Non risponde. Ci prova, apre la bocca, ma non riesce a trovare le parole. La sua pelle è ancora più pallida, è terrorizzato, e la cosa non può che farmi piacere. Stavolta devo reprimere l’istinto a sorridere di nuovo.
«Chi è, tra voi due, quello che compie gli esorcismi?» continuo.
«Se me lo chiedi non lo sai.»
Oh, no, non ci siamo, con questa risposta borbottata. Faccio un altro cenno a Holtz, che solleva la testa del mago per poi premerla ancora contro il tavolo.
L’uomo geme, un piccolo rivoletto di sangue gli esce dal naso.
«Sei tu quello che, tra voi due, compie gli esorcismi?» riformulo.
«Io non... io non riesco a controllare nessun demone.» ansima, scoprendosi palesemente e mostrando di sapere più di quanto voglia farmi credere.
E dopo la lista di poteri che ho letto mi risulta difficile pensare sia vero quanto dice. «Sei in grado di trasmutare.»
Il mago mi guarda, quasi implorante. «So solo creare delle colombe bianche e dei coriandoli!»
«E di divinare!» esclamo io di rimando, indicando il fascicolo in mezzo al tavolo.
«So solo quale carta sceglie la gente in quello stupido gioco!»
«Teletrasporto, addirittura!»
«Posso cambiare la posizione di alcune monetine. Solo monetine, renditi conto!»
«Ma hai creato delle barriere in grado di fermare più di un mio colpo.»
Il mago chiude gli occhi, si stringe nelle spalle come se le mie parole lo avessero colpito fisicamente. «Quello... quello è diverso.» dice, con voce più calma, dopo essersi preso due secondi per respirare. «È l’unica cosa che mi è rimasta della vecchia magia, non sono Merlino.»
Non è una risposta che mi soddisfa. «Come fai a compiere gli esorcismi?»
«Non sono io a farli.»
Non è quello che voglio sentire. «Chi è, tra voi due, quello che compie gli esorcismi?»
Di nuovo, il mago non risponde. Inoltre continua a tenere gli occhi chiusi, ma poco male.
«Bene.» Mi alzo, strisciando la sedia sul pavimento per fare rumore, in modo che almeno capisca cosa sto per fare. Aggiro il tavolo lentamente, il rumore dei tacchi dei miei stivali risuona nella stanza.
«Fallo alzare, Holtz.»
Non arrivo nemmeno a mettere la mano sulla maniglia della porta, che arriva la risposta del mago.
«Non sono Merlino e lui non è Salomone.» dice, e il mio sorriso muore sulle labbra.
Non quello che mi aspettavo. Mi volto, mascherando la leggera sorpresa, e trovo il mago a fissarmi di nuovo. E’ ancora spaventato, lo vedo stringere le mani convulsamente per nascondere il tremore, ma riesce comunque a sostenere il mio sguardo senza problemi. E il tono di voce che sta usando... sembra che ciò che stia dicendo sia come un favore che lui sta facendo a me.
Ma, soprattutto, è quel paragone a destabilizzarmi per qualche secondo. Un tempo sufficiente, però, perché il mago lo noti.
«Pensi davvero che non avessi capito perché lo cerchi?» continua, la sua voce sta acquistando più sicurezza, e questo è sbagliato. «La Chiesa non si occupa mai di esorcismi clandestini, e anche decidesse di farlo in un momento del genere non manderebbe mai un nephilim ad indagare, non quando i nephilim le servono un po’ più a sud. Ho sentito delle dicerie su jinn tra le fila dei turchi. Tutti le conoscono. Ma non è un jinn, vero?» sorride, e questo è ancora più sbagliato. «Sai che Ivan non può aiutarvi, non può controllarne di così forti. L’unico risultato che otterreste sarebbe quello di uccidere una persona in più.»
Questa è una svolta che non avevo considerato. Non avrebbe dovuto sapere queste cose, e la parte peggiore è che ha ragione. Ma quanto sa, davvero, del potere di Kozyrskij per poter dire con certezza che non è in grado di controllare i demoni che a noi serve controlli? Da quanto lo conosce, con esattezza? Sa cose che a me servono, e devo fargliele dire.
Mi siedo di nuovo di fronte a lui, mi mostro irritato quando basta, come se mi sforzassi di nasconderlo con scarso successo.
Ha parlato solo quando ha pensato di essere direttamente accusato. Devo fare un passo indietro.
«Allora, forse, preferiresti prendere il suo posto.» dico, e il sorriso sul volto del mago si congela. «Come faccio a sapere che non sei in grado di compiere un incantesimo per fermare o distruggere un demone?»
«Non li vedo nemmeno, i demoni.» risponde lui, e io alzo le spalle.
«Nemmeno io, eppure riesco a distruggerli molto bene.» Mi sporgo di nuovo in avanti, provo a parlare con un tono di voce più basso, cospiratorio, una presa in giro. Sa che quello che sto facendo è solo speculazione senza base alcuna, ma deve anche pensare che lo faccio perché con qualunque scusa decida di inventarmi posso rovinare la sua vita.
«Non sai togliere un demone da un corpo, ma forse sai come eliminarlo in campo aperto. E forse la tua barriera potrebbe tornarci utile. Se davvero Kozyrskij non può aiutarci come dici, tanto vale prendere un mago, magari qualcosa possiamo ricavarci.»
La sua barriera non resisterebbe due secondi contro un demone che ha eliminato più di un nephilim, ma non è questo l’importante. Sono irritato dal tuo comportamento, posso spedirti a Gerusalemme per semplice ripicca. Ho quasi distrutto una strada per prendere Kozyrskij, sai che sarei in grado di farlo, ragiono in modo così volubile. «Ti piace il tuo lavoro, Guibeaux? L’attività te l’ha passata tuo padre, e suo padre prima di lui, vero? Prestigioso.» Mi gratifico con queste frecciatine perché hai osato sfidare la mia autorità. Sai quello che ho fatto con quei poliziotti, ti sei spinto troppo oltre. Posso davvero essere così pazzo da spedirti a Gerusalemme solo per questo. «Come pensi di figurare, con indosso la mimetica dei crociati, mentre cammini sulla sabbia della Palestina?»
So che il mago ha recepito ciò che volevo recepisse, la sua espressione è un libro aperto. Non dice niente, e prima che trovi qualcosa da replicare sono io ad alzarmi per uscire dalla stanza. Gli lascerò qualche minuto per riflettere. E di riflettere ho bisogno anche io.
«Se prova a fare qualunque cosa, sparagli a un ginocchio, Holtz.» dico, prima di uscire.
Con la coda dell’occhio vedo il Cavaliere rivolgermi uno sguardo di disgusto.


* * *


«Non sono affatto felice che siate qui, signor Kozyrskij.» dice Agnese, mentre si siede davanti a me. «Quindi spero che questa conversazione non durerà a lungo.»
«No, figuriamoci.» mento. Agnese, ovviamente, se ne rende conto e mi fulmina con lo sguardo. Ma poi scuote la testa e mi allunga il vassoio che ha portato. «Prenda, parliamo davanti a una tazza di tè.»
Sul vassoio ci sono due bicchierini e una bottiglia di liquore che sembra appartenere al secolo scorso.
«Earl Gray, immagino.» commento, mentre Agnese si versa un po’ del liquore. La mia battuta le strappa un sorriso amaro.
«Una signora ha sempre bisogno di una tazza di tè.» risponde, tornando seria. «Di cosa voleva parlarmi di così importante?»
Io distolgo lo sguardo e batto le dita sul tavolo. Dovrei iniziare subito a dirle dei demoni? Non so nemmeno se mi crederebbe. «Lei come sta, Agnese? Risponda seriamente, per favore.»
«Sono sempre seria.» Sì, l’avevo notato. «E lei non dovrebbe farmi domande così personali.»
Sospiro. Va bene, forse è il momento di essere diretti. «Glielo sto chiedendo perché, ehm, credo che lei possa... essere in pericolo.»
Lei mi fissa impassibile. Non ha ancora toccato il liquore che si è versata.
«Può crederci o no, ma glielo devo dire.» continuo «Lei ha come... un seguito di demoni. Demoni potenti, loro sono...» no, direi di evitare il discorso sui vari universi «sono potenti, ecco, la prenda così. E credo che le stiano facendo del male, in qualche modo.»
Osservo il suo volto scavato, le occhiaie, l’espressione smorta degli occhi al di là della sua solita freddezza. Cose che, a quanto pare, riesco a notare solo io.
«Non so come, ma penso che la stiano consumando. Lei, la sua psiche, la sua anima, non lo so. So solo che quello che le stanno facendo è pericoloso.»
Agnese abbassa lo sguardo. Si rigira il bicchierino di liquore tra le mani e poi lo butta giù in un sorso solo. Ecco, lo sapevo, ovviamente non mi ha creduto e ora mi prenderà per pazzo o blasfemo o...
«Lo so.»
…o cosa?
Ora è il mio turno di guardarla incredulo. Agnese sospira, lo sguardo fisso sul tavolo. Improvvisamente mi sembra così stanca.
«E’ da molto tempo, ormai, che sento come delle voci.» dice. «Quando sono sola, quando dovrei pregare. La notte, soprattutto, si insinuano nella mia mente e mi sussurrano... cose spiacevoli.»
«Credo quelli siano i demoni.» intervengo. Suor Agnese torna a guardarmi, con la sua solita alzata di sopracciglio. «Ma credo che lei l’avesse già immaginato, eh?»
«Esatto.»
Annuisco. Non immaginavo Agnese potesse avvertire i demoni, ma tutto considerato non credo sia questo il caso. Almeno, non credo che possa avvertirli su vasta scala, ma questi demoni – i suoi demoni – forse sì.
E non ci vuole un genio per capire che è una pessima situazione. Agnese pensa a queste “cose spiacevoli”, talmente spiacevoli, per lei, da aprire un portale che permetta il passaggio di menti demoniache in continuazione. E quando la creatura che si forma da queste menti è sufficientemente forte fa tutto il possibile per mantenere il portale aperto, per continuare a rafforzarsi. Cioè per tenere in trappola Agnese in un abisso di depressione e altre “cose spiacevoli”.
«Non deve ascoltare quello che le dicono.» qualunque cosa sia «Davvero, quei demoni... se dà loro ascolto, se lei sta male, fa il loro gioco, li rende più forti e, beh, lei...» lascio cadere la frase, anche perché non so con esattezza come potrebbe finire Agnese. Ma di certo non sarà una fine piacevole, a giudicare da quello che vedo ora.
Agnese, però, scuote la testa. «Ivan – credo possiamo iniziare a darci del tu, ora – non posso non ascoltare ciò che mi dicono i demoni, perché hanno ragione.»
«I demoni non hanno ragione. Sono demoni, lei... tu dovresti rendertene conto. Insomma, per la religione e tutto il resto.»
Agnese stiracchia un sorriso amaro. Si versa dell’altro liquore e ne versa un po’ anche a me. «Religione? Dubito di poter essere ancora considerata una donna di Chiesa.»
Comincio a sorseggiare anche io il liquore, scoppiando a tossire subito. Santo cielo, brucia peggio del disinfettante sulle ferite! Credo di aver perso la sensibilità all’esofago, cos’è, Distillato di Satana? E Agnese ne ha buttato giù un altro in un sorso solo, senza battere ciglio, non è nemmeno rossa in viso. Questa suora mi terrorizza.
«Perché?» chiedo, ma mi devo interrompere subito per prendere fiato. «Perché dici una cosa del genere?» e non è che potrei avere anche un bicchiere d’acqua, per pietà?
Agnese non risponde, sospira e scuote la testa, come se non fossero affari miei. Cosa in effetti vera, però...
Mi passo una mano sulle guance – ancora bollenti, pazzesco – e ripenso a quello che ha detto prima, quando ci ha accompagnati in camera. “Non sono una buona suora”. E ho visto chiaramente i demoni reagire a quei pensieri. Cavolo, è così ovvio che anche uno come me può arrivarci. Osservo Agnese e quasi “dubbi sulla Chiesa” riesco a vederglielo scritto a caratteri cubitali in fronte.
«E’ perché non è... sei d’accordo con la Chiesa, giusto?»
Agnese fa una smorfia, e così so di avere ragione.
«Se posso, forse parlarne potrebbe essere una buona idea.» azzardo. «Non con me per carità, ma con qualcuno che...»
«No.» mi interrompe subito Agnese. «Purtroppo, come ho detto, quei demoni hanno ragione. I pensieri che ho non si addicono a una fedele serva del Papa.» non riesco a non cogliere il sarcasmo che ha messo nell’ultima frase. E’ più forte di questo dannato liquore.
«Pensavo» sussurro «che il punto di essere nel clero dovesse essere servire Dio, non il Papa.»
Agnese solleva la testa e mi guarda con occhi sgranati, con un’intensità tale che quasi mi spinge giù dalla sedia. Poi, però, scuote la testa. Si alza, comincia a camminare avanti e indietro per la stanza. I suoi passi sono lenti e composti, ma si capisce che è nervosa.
«No, affatto.» mi risponde «E’ questo il problema con voi denigratori della Chiesa, puntate sulle discrepanze tra le parole di Cristo e la politica degli ultimi papi che abbiamo avuto. Il problema è che il Papa è scelto sotto l’influsso dello Spirito Santo, egli è investito da Dio, ciò che lui decide deve essere anche la volontà di Dio. Se non concordo con il Papa, non concordo con il mio Dio.» vedo che per qualche secondo il suo sguardo cade sulle mie braccia. «E, purtroppo, per molte cose, mi trovo a non concordare affatto con il Papa. La politica espansionista della Chiesa negli ultimi tempi, mascherata da evangelizzazione, e certi... metodi di cui continua a servirsi mi sembrano stridere alquanto con la concezione di cristianesimo con cui sono cresciuta. Quando ho deciso di prendere i voti ero particolarmente idealista. Forse è anche per questo che ho cominciato a pormi più dubbi del dovuto.»
Smette di camminare, ma non si risiede. Io rimango in silenzio, senza sapere davvero cosa dire. Se non altro capisco come possano essersi formati demoni del genere... da quanto nasconde questi dubbi? E soprattutto, da quanto se ne fa una colpa? Cavolo, è pure dalla parte del giusto, perché dovrebbe incolparsi di avere ragione?
Poi il suo Dio nemmeno esiste. Me l’hanno appena detto i suoi demoni, ma ho idea che ripeterglielo ora come ora non gioverebbe affatto alla mia causa. E oltretutto sto cominciando a sentire un fischio nelle orecchie...
«Quindi.» riprende a parlare Agnese, voltandosi verso di me. «Ti ringrazio dell’interessamento, ma come vedi il problema non può e non deve essere risolto. E, soprattutto, non si pone, in quanto sfortunatamente sono io dalla parte del torto. Essere una suora non è ciò che credevo essere, purtroppo non sono all’altezza di servire così il Dio che amo.»
Sto per ribattere che, se crede davvero che Dio approvi le azioni della Chiesa, allora non è che sia questa gran aspirazione “esserne all’altezza”. Ma persino io mi rendo conto che sarebbe controproducente.
Però, forse, qualcosa dovrei dirle davvero. Ma non so cosa, non sono bravo a parlare con le persone, figuriamoci a consolarle. Una persona come Agnese, poi. Che è... una brava persona, di certo. Non saremmo qui se lei non lo fosse, e questa volta, almeno questa volta voglio davvero aiutare qualcuno...
«Agnese!» esclamo. Lei si volta, sembra stupita – e ad essere sincero, sono stupito anche io per la foga con cui l’ho chiamata. È che con questo dannato fischio quasi non sento la mia voce... «Per quel che può valere» le dico «forse non sei una brava cristiana-» okay, questo magari non avrei dovuto dirlo «-ma sei una brava persona. E... penso che dovresti ricordartelo, la prossima volta che senti quei demoni parlarti. Perché penso che sia... no, perché è ugualmente importante. Poi, certo, continuo a pensare che anche uno psicologo non sarebbe male, però...»
Mi blocco. Il fischio che sento nelle orecchie sta aumentando sempre di più e comincia ad essere doloroso.
Vedo Agnese muovere la bocca, credo stia parlando, ma non sento nulla di quello che dice, ogni suono è coperto da questo fischio. Mi alzo in piedi di scatto, le mani strette sulle tempie, ho la sensazione la testa mi stia per esplodere. Cosa cazzo sta succedendo? Oh, Dio, no, non dirmi che sono i demoni di Agnese che...
Ivan?
...Jerard?
Ivan, oh, grazie al cielo ce l’ho fatta. È da secoli che cerco di contattare uno di voi due, se solo-
Non riesco a sentire la conclusione della frase. Un fischio mi trapana il cranio, come se avessero appena fatto cadere tutti gli amplificatori del mondo. Mi alzo di scatto, le mani premute sulle orecchie, ma ovviamente è da dentro la mia testa che sta venendo questo rumore insopportabile!
Scusami, ma sei troppo lontano, sto tirando il collegamento al massimo...
Oh, Dio, una comunicazione d’emergenza. Cosa cazzo è successo? Non dirmi che il nephilim...
Sono venuti ad arrestarmi, Ivan. Risponde Jerard, infatti. La sua voce mi arriva distorta e metallica, mi sembra di stare ascoltando una registrazione rovinata. E ora sto venendo interrogato da quell’Inquisitore!
Cosa? Oh, merda. Tu non sai dove siamo, vero?
Voglio essere chiaro continua Jerard. La sua voce ora la sento più lontana, anche il fischio sta sparendo. Dubito abbia sentito la mia domanda. Non mi piace la piega che sta prendendo la situazione, e non so quanto ancora riuscirò a tenergli testa. Ci sto provando, davvero, ci sto provando, ma ho paura. E, sinceramente, dirò qualunque cosa per evitare la tortura. Qualunque. Quindi fatevi i vostri conti sapendo questo. Non voglio cederti all’inquisitore, ma preferisco la mia incolumità a... beh, qualunque altra cosa.
Stringo i denti. Beh, almeno è schietto, non gli si può rimproverare questo! E nemmeno posso dargli dello stronzo, perché nella sua situazione non sarei durato un secondo. Risento il fuoco del nephilim sulla mia pelle e trattengo il fiato. No, non voglio incontrarlo di nuovo, dobbiamo andarcene da qui. Devo dirlo a Sergio, devo...
«Ivan!» la voce di Agnese mi arriva ovattata. Non sento più quel fischio infernale, ma ho ancora l’eco che mi rimbomba nelle orecchie. Sollevo lo sguardo verso la suora, che mi guarda con una sfumatura di preoccupazione – addirittura! – sul volto. Credo sia senza dubbio la cosa più strana di tutta la serata.
«Mi scusi, cioè, scusami.» le rispondo. «Devo, ehm, andare urgentemente a... ehm... devo andare.» devo andare a cercare di non farmi arrestare dall’Inquisizione.
Corro verso la porta della stanza senza aspettare la risposta di Agnese, ma prima di uscire mi blocco. Due secondi, posso ancora permettermi di spendere due secondi senza pensare a me stesso?
«Di quello che abbiamo parlato qui... ricordatene, okay?» dico, voltandomi verso Agnese. «È importante. Per favore, non lasciare che i tuoi demoni ti consumino perché la Chiesa ha un comportamento di merda. Sarebbe uno spreco, davvero.»
Suor Agnese aggrotta la fronte e vedo che vuole aggiungere qualcosa, ma direi che i due secondi sono passati. E non saprei che altro aggiungere oltre a questo. Abbastanza patetico, ma spero davvero le sia rimasto qualcosa, al di là di tutto.
Esco dalla stanza, la lascio di nuovo sola con i suoi demoni. E so di non aver fatto tutto il possibile, ma dopo... dopo ci ritornerò, lo prometto.
Voglio davvero essere una persona migliore, voglio aiutare Agnese. Ma, ora come ora, voglio anche essere una persona viva, libera, e senza nuove ustioni all’attivo, quindi... non posso fare di più, ho un dannatissimo inquisitore a cui pensare!


«Dannazione, svegliati!» esclamo appena rientro nella stanza. Apro la porta con così tanta foga da farla sbattere contro la parete. Sergio si alza di scatto, agitando le braccia, quasi rischia di cadere dal letto.
«Cosa? Dove?» esclama, mentre arranca per trovare una posizione che non sembri quella di un tarantolato. «Quella non era la mia capra, lo giuro.»
Ma che cosa sta dicendo. «Ne sono certo.» commento, lapidario. Mi richiudo la porta alle spalle e mi avvicino al letto. Forse è meglio se mi siedo. «Ma senti, abbiamo un problema.» No, sono troppo agitato. Comincio a camminare avanti e indietro per la stanza. Prima il nephilim, poi i demoni e ora questo. Se sopravvivo alla notte ne sarò molto sorpreso, comincio già a sentire un principio di infarto.
Sergio si passa le mani sulla faccia con un grugnito incomprensibile. «I problemi esistono dopo le sette di mattina.» biascica «Le dieci per i giorni festivi, è scientificamente dimostrato.»
Dice quello che mi sveglia alle quattro di notte per sport. «Jerard mi ha contattato. L’hanno preso.»
Lui solleva lo sguardo, gli occhi spalancati, improvvisamente sveglio. «Questo è un problema.»
«Un grosso problema.»
«Dobbiamo trovare un modo per aiutarlo.»
Ma anche no! «Dobbiamo trovare un modo per andarcene di qui, più che altro.»
«Tecnicamente ti ha salvato la vita.»
«Tecnicamente mi ha anche detto che dirà tutto quello che potrà per evitare di venire torturato da un inquisitore.» ribatto. E visto che si tratta di un inquisitore, sono portato a crederci! Ma perché, perché deve succedere tutto questo a me? Mi passo una mano tra i capelli, sono a tanto così dal strapparli per la frustrazione. «Dio, non sa che siamo qui, vero?»
Sergio scuote la testa. «Ma sa che Agnese è mia parente, può arrivarci.» dice. Si sta infilando i jeans, come se avesse intenzione di andare da qualche parte. Come se avesse senso andassimo da qualche parte.
«E’ possibile quel nephilim sia già per strada, allora.» gli faccio presente, infatti.
«Non è detto, possiamo trattenerlo in qualche modo. O scappare da qualche altra parte.» ribatte lui.
«E dove, scusa?»
«Non ne ho idea, sei tu quello intelligente.»
«Non sono intelligente, se fossi intelligente non mi troverei in questa situazione come un idiota!» esclamo di nuovo, allargando le braccia per mostrare... tutto questo.
Sergio si blocca e alza le sopracciglia «Non fa una piega. Usala per stirare.» sorride. Ottimo, così mi sarà più facile così rompergli i denti con un pugno. «Scusa, è il mio modo di affrontare lo stress.»
Gradirei avesse un modo di affrontare lo stress che non comprenda lo stressare gli altri con battute orribili. Lo ignoro e riprendo a camminare avanti e indietro, ho bisogno di pensare, ma ovviamente mi vengono in mente solo altri problemi. «Dobbiamo organizzare qualcosa, ma stiamo solo perdendo tempo, a quest’ora Jerard potrebbe aver già dato al nephilim indirizzo e carro funebre per venirci a prendere.» mi volto di nuovo verso Sergio, ciò di cui davvero avremmo bisogno sarebbe del tempo. Trattenere il nephilim, se ancora non è partito, forse... «Tu non conosci nessuno in città che possa...?»
«Le uniche persone che conosco si trovano qui, in mano a un inquisitore o bloccate in un cimitero.» mi interrompe subito Sergio. «Dubito ci possano essere di qualche aiuto.»
La becchina dannata. «Lei non può uscire?»
Sergio fa spallucce. «Sotto forma di scheletro, sì, ma ti immagini che casino causerebbe se...» si blocca e solleva lo sguardo verso di me, nell’esatto momento in cui io spalanco gli occhi. Riesco quasi a vedere l’illuminazione divina discendere su di noi dal soffitto, con cori di cherubini e musica d’organo.
Mi sfugge un sogghigno. L’idea che abbiamo appena avuto per tenere occupato il nephilim è riassumibile in “facciamo casino”. Visto come siamo finiti in questa situazione, è tristemente appropriato. «Dio, quanto siamo idioti?»
«Su una scala da uno a “guarda che in ogni caso Vicky non ha il telefono”, intendi?»
«Non è un problema.» rispondo, così in fretta che quasi me ne sorprendo. L’associazione mentale è stata immediata, perché non ci ho pensato prima? «Conosco qualcuno che muore dalla voglia di restituirmi un favore e di sicuro ha una linea telefonica funzionante.»


* * *


«Da quanto conosci Kozyrskij?» dico, mentre osservo il mago da un angolo della stanza. Lui non risponde, così continuo. « Deve essere una tua vecchia conoscenza, se sei disposto a prendere il suo posto in questo modo. Per esperienza, non credo nel martirio. Ironico detto da un Inquisitore, vero? Ma la maggior parte delle persone che interrogo non possono essere considerate santi.» sorrido. «O persone, a dirla tutta.»
«Io non...» scatta il mago, ma poi si trattiene. Si morde la lingua e torna a guardare dalla parte opposta rispetto a dove sono io. «Per favore, dovete capire, l’unica cosa che sono in grado di fare di vagamente potente è quella barriera. E tu l’hai distrutta in pochissimo, che speranza avrei contro un demone che non riuscite a fermare nemmeno voi?»
«Una in più di Kozyrskij, da che mi dici.»
«No, lui...» si blocca. Di nuovo, ogni volta che provo a virare la conversazione sul ragazzo, lui si blocca! Ringrazio le ombre che mi coprono, perché non riesco a evitare di fare una smorfia di frustrazione. Come può essere così palesemente preoccupato per la sua sicurezza ma continuare a sviare su domande del genere e non dare le risposte che potrebbero scagionarlo del tutto? Per difendere in questo modo una persona posso pensare solo a un legame affettivo di qualche tipo. «Quanto bene lo conosci?»
«Poco.»
Sta mentendo. O, molto semplicemente, la fama dell’Inquisizione non basta. Ho visto padri accusare figlie di stregoneria, mogli consegnarmi mariti necromanti... e tutto senza che facessi altro che presentarmi. Ma, ovviamente, qui è diverso. Questi stupidi imperiali pensano di essere al di sopra di ogni cosa, anche di noi. E dire che, per una volta, volevo evitare la tortura. Non ho davvero preparato nulla – sono riuscito a racimolare solo un martello, un coltello e delle pinze. Strumenti così poco raffinati...
«Quanto bene conosci il suo potere?» continuo con le domande. Ponendo davvero che non conosca bene Kozyrskij, se fosse almeno in grado di dirmi qualcosa sul suo potere sarebbe un passo avanti.
Il mago, però, tace. Di nuovo, ogni volta che faccio una domanda a cui non vuole rispondere lui semplicemente... tace, indeciso tra una risposta che potrebbe scagionarlo del tutto mettendo a rischio Kozyrskij e una che, invece, salverebbe il ragazzo ma danneggerebbe lui. Ha ammesso di non conoscere bene Kozyrskij, quindi va da sé che sul suo potere sa poco o nulla. Non sa se davvero può esserci utile così come non sa se davvero può non esserci utile, è tutto quello che voglio sentire. Il suo silenzio deve essere un suo patetico tentativo di proteggere il ragazzo senza però immolare se stesso. Perché tacere, altrimenti, quando sarebbe più facile mentire e rispondere dicendo che conosce bene i poteri di Kozyrskij e che ci sarebbero di aiuto?
Questo vale, certo, solo se decido di credere a quanto mi dice sui suoi poteri, se decido di credere sia effettivamente un mago di nome e non di fatto. Se fosse stato in grado di creare una barriera più forte l’avrebbe di certo fatto, non posso pensare che quella barriera così facilmente distruggibile sia stata pensata come prova della sua debolezza. Se avesse avuto così tanta lungimiranza, non sarebbe qui in primo luogo.
Il vero problema di questo interrogatorio, però, è che non sono abituato a interrogati che pensano di avere il minimo spazio di manovra. Che pensano di poter mentire o di uscirne, in qualche modo, senza avermi dato le conferme che voglio.
Ma va bene. Se è questo il gioco a cui vuole giocare, mi trovo costretto a rispondere a dovere. Mi sollevo dal muro a cui mi ero appoggiato e faccio un paio di passi avanti, rientrando nel cono di luce. Riesco quasi a sentire il mago che trattiene il respiro quando, senza degnarlo di uno sguardo, prendo una pinza dal tavolo.
«Mi hai convinto di non essere tu a fare gli esorcismi.» dico, portandomi a fianco del mago. « Mi stai convincendo di non essere in grado nemmeno di fare incantesimi troppo complessi. Ma prima mi dici che Kozyrskij non ci può essere di aiuto, e ora ammetti di non conoscerlo a sufficienza da poterlo dire con sicurezza. Su cosa hai mentito, Jerard Guibeaux? Ora comincio a chiedermi se non hai mentito su ogni cosa.»
Finalmente rivedo nel mago la stessa espressione delle persone che ho interrogato in Italia. Finalmente sembra acquistare la consapevolezza di trovarsi davanti a un inquisitore.
«Non puoi pensare io menta su tutto!» esclama «Sono stato qui per non so quanto, fermo in questa posizione, con una pistola puntata contro. Chi mentirebbe in questa situazione?»
Io faccio un gesto della mano. «Potrebbe essere tutto una recita ben orchestrata. Ora ho bisogno di certezze oggettive.» apro le manette e afferro il polso del mago. Distendo il suo braccio in modo da costringerlo a poggiare il petto sul tavolo, e faccio pressione alla base della mano così da mantenere le sue dita distese. Avvicino la pinza all’indice. Holtz, che si eleva moralmente al di sopra di metodi crudeli come la tortura, distoglie il suo sguardo. «Ti lascio scegliere, visto che è la prima volta.» dico, rivolgendo al mago un sorriso che può vedere con la coda dell’occhio. «Unghie o dita?»
«No, no aspetta!» esclama subito, e il mio sorriso si allarga. Lo sento cercare di liberarsi dalla mia presa con scarso successo, riesco quasi a vedere le fitte di dolore che si diramano lungo la sua spalla quando prova a voltarsi. Si fa scappare un gemito e appoggia la fronte al tavolo. «Va bene. Non sono sicuro di quello che ho detto su Ivan.» mormora, la voce incrinata dal dolore e dalla paura. «Non lo conosco bene, non so niente del suo potere se non quello che mi ha detto lui, ovvero che non ha idea di come funzioni. Ma so che prima di iniziare a provare a fare esorcismi non aveva nemmeno idea di possederlo. Quindi forse... è possibile che ci sia un margine di miglioramento, è possibile sia in grado di comandare demoni più forti se giustamente indirizzato. Ma è un’ipotesi che sto facendo io, qui ed ora, e non ho idea se sia vera o meno. L’unica cosa su cui sono sicuro sono i miei, di poteri. E io vi sarei inutile.»
Decido di crederci. Non posso davvero continuare a pensare ogni cosa che dica sia una menzogna. Può fingere incapacità fino a un certo punto, e se fosse davvero un mago potente quanto Merlino non si sarebbe fatto prendere da noi in primo luogo. Se fosse stato un mago potente come Merlino, anzi, il mondo sarebbe sostanzialmente diverso.
È un peccato, lo ammetto, un mago ci avrebbe di certo fatto comodo. Ma sarebbe anche stato ingestibile. Per ora, una conferma della possibilità di poter utilizzare i poteri di Kozyrskij per fermare quel demone mi basta. È quanto volevo sentire.
«Bene.» dico, ma senza allentare la presa sul mago. «Allora dimmi dove posso trovarlo.»
«Non ne ho idea.»
Questo, invece, non è ciò volevo sentire. «Va bene, vada per le dita.»
«No, aspetta!» esclama il mago, appena faccio un po’ più di pressione con la pinza. «Non ho davvero idea di dove siano, ma se mi dai un minuto per pensare posso capirlo. L’altro, quello con gli occhi eterocromi, lo conosco bene. Mi serve solo un minuto per pensare a dove possa aver scelto di andare, solo quello.»
«E come puoi assicurarmi non sia solo un modo per prendere tempo e permettere a loro di spostarsi?»
Il mago sorride, un sorriso tirato, visibilmente una reazione isterica allo stress. «Immagino di non potere. Per quello che ne sapete potrei averli avvertiti telepaticamente appena mia avete preso, no?»
Avrei dovuto immaginarlo. Avere a che fare con un mago è come scommettere ogni istante, con le capacità che hanno sono assolutamente imprevedibili. Non posso in alcun modo sapere, ora, se quello che ha appena detto è vero, allo stesso modo con cui non posso dire con certezza che non lo sia. Perdersi in supposizioni non ha senso, devo ragionare come se ogni cosa che mi sta dicendo sia ciò che voglio che sia, altrimenti non andrei da nessuna parte.
«Giusto, te lo concedo.» ammetto, con un sorriso. Questo, però, non significa che sia contento di questa situazione. Non lo sono per niente. Stringo le pinze sul dito e lo tiro indietro di scatto.


* * *


Devo prendere una decisione importante. Biologia cellulare o chimica? Osservo i due libri davanti a me e comincio a vederli sfocare. No, cambio di priorità, credo che deciderò per un altro caffè.
Mi alzo dalla scrivania con un sospiro e mi dirigo in cucina, facendo il possibile per evitare di guardare gli orologi. Non voglio sapere a cosa mi ha portato la vita dissoluta da universitaria in crisi. Dopo questa settimana posso farmi chiamare a pieno diritto “Regina della Notte”, però. La cosa non mi dispiace, lo terrò come nome d’arte quando il mio esercito di mutanti prenderà possesso del pianeta.
Mentre cerco la caffettiera abilmente nascosta da mia madre (crede che ne stia diventando troppo dipendente!) sento suonare il telefono. Il suo rumore nella notte mi fa sobbalzare, fortunatamente teniamo il cordless in cucina e riesco a rispondere subito, altrimenti non oso immaginare i miei svegliati dal rumore...!
«Chi è?» sussurro. Immagino sia qualche registrazione, perché chi potrebbe telefonare a quest’ora della notte?
«Uhm, Jana Kovarik?»
La voce che mi risponde ha un accento russo abbastanza pesante, e conosco solo una persona che parla così. «Ivan?» chiedo.
«Sì, scusa se ti ho svegliata, ma devo chiederti un favore.»
«Non mi hai svegliata, stavo studiando, ho un po’ di esami da recuperare. Sai, causa possessione demoniaca.» chiudo la porta della cucina, non riesco a continuare a parlare a voce così bassa. «Dove sei, è tutto a posto? Ho visto oggi al telegiornale quello che è successo con il nephilim, ti volevo cercare ma non ho il tuo numero e...»
«Cosa?» mi interrompe Ivan, con un tono di voce che mi viene subito da associare a un criceto in trappola. «Ne hanno parlato? Oh, Cristo, mia madre – no, lasciamo stare, scusami ma devo chiederti un favore e devo essere veloce perché abbiamo poco tempo. Dovresti, ehm, andare al cimitero monumentale e chiedere a una tizia che ci vive dentro se potrebbe uscire e dirigersi verso la centrale di polizia. E tenere occupato in qualche modo il nephilim che dovrebbe essere lì, se non è già partito per venire a finire il lavoro che ha cominciato oggi pomeriggio.»
Aspetto qualche secondo, per essere sicura abbia finito. Penserei a uno scherzo di pessimo gusto, se non fosse che quel ragazzo non mi pare tipo da cose del genere. Inoltre i video che ha trasmesso il telegiornale ancora mi danno i brividi, non augurerei al mio peggior nemico di incontrare quel nephilim, figuriamoci alla persona che mi ha salvato la vita!
«E’ una richiesta assurda, lo so, ma per favore...»
«Va bene.» rispondo.
«...cosa?»
«Va bene, lo farò.» ripeto, mentre corro ad infilarmi le scarpe. «Ma non so quanto tempo potrei metterci, il cimitero è abbastanza lontano e nonostante ci passi un autobus c’è comunque un pezzo a piedi da fare.»
Infilo in fretta il cappotto direttamente sopra la tuta, ora dove ho messo le chiavi di casa...?
«Lo so, lo so.» sento rispondermi Ivan. Ha veramente un tono... sembra abbia l’acqua alla gola, e probabilmente è così. Mi si torce lo stomaco, ma perché nessuno ha già inventato il teletrasporto? «Questo è un tentativo disperato. E patetico. Molto patetico. Ma cerca di fare più in fretta che puoi, comunque.»
«Cercherò, lo prometto.» trovo il mazzo di chiavi dei miei genitori. Agganciate ci sono anche quelle della loro macchina. Però...! Non guido da parecchio, ma direi che per stasera posso fare un’eccezione, visto che è un’emergenza. «E credo anche che ci riuscirò.»
Riattacco proprio mentre Ivan sta cominciando a ringraziarmi a profusione. Ha detto che devo essere veloce, non c’è tempo per ridicole formalità sociali! Avremo modo di sistemarci in seguito, ora... credo di dover correre.


* * *


«Un dito a minuto mi pare uno stimolo sufficiente per incoraggiare il tuo ragionamento.» dico, appena il mago si calma. Vedo l’articolazione rotta rigenerarsi subito con la magia, che avverto come un insolito solletico sulla mia mano a contatto con la pelle del mago.
«Ci devo pensare davvero, lo giuro su... lo giuro!» ansima lui, ancora scosso da uno spasmo di dolore. Io sposto la pinza sull’altro dito, sfiorandolo appena. Comincio a contare.
«Penso... penso che... oh, Dio.» il mago si ferma, inspira. Non mi guarda, tiene la fronte appoggiata al tavolo, ma non mi importa. Ignoro anche il suo pronunciare il nome di Dio in un momento del genere – ho sentito ben di peggio dalle streghe. «Sarà andato da qualcuno che conosce, c’è una ragazza in un cimitero che... no, aspetta. Non avrà scelto lei... c’è un convento, in campagna, a qualche chilometro dalla città. Sono lì.»
«Un convento? Pensi davvero io sia stupido?»
Il mago scuote la testa, continuando a tenere la fronte appoggiata al tavolo. «Una delle suore è una sua famigliare. È tutto segnato, puoi controllare se vuoi, ma posso dire con certezza sia andato lì. Chi andrebbe a cercare in un convento? È così... tipico di quel ragazzo. Sono lì. Ne sono certo.»
Rimango in silenzio per qualche secondo, ma ho aspettato abbastanza, ormai. Devo controllare se c’è davvero il convento di cui parla, e se sulla scheda di quella persona è segnato qualcosa possa collegarlo a quel gruppo di suore mi basterà. Suore che crescono un figlio del demonio. Che lo nascondono, addirittura! Il solo pensiero mi causa immediata repulsione, ma dopo aver conosciuto il Cavaliere sono fin troppo conscio della corruzione che questo Impero è in grado di operare anche nelle più cattoliche delle istituzioni.
Lascio andare il braccio del mago e getto la pinza sul tavolo. «Holtz, controllalo tu.» ordino al Cavaliere, mentre mi dirigo verso la porta. L’uomo, livido in volto, si china sul mago per ammanettarlo di nuovo.
«Perché diavolo non hai risposto subito?» lo sento sibilare. Ovviamente, è preoccupato per la sua incolumità piuttosto che per il tempo che ci ha fatto sprecare, o per la possibilità ci abbia ingannati tutti.
«Perché cosa succede se Ivan è davvero in grado di controllare demoni così potenti?» ribatte il mago, a voce troppo alta per essere rivolto solo a Holtz. Mi blocco, la mano già sulla maniglia.
«Non vi basterà proteggere Gerusalemme, vero?»
Rimango mio malgrado qualche secondo a soppesare le sue parole. C’è una sfumatura di paura, in esse. Una paura che ha ragion d’essere? È la prima volta che mi soffermo a pensare su ciò che l’utilizzo di Kozyrskij potrebbe portare, sul lungo termine. Non sono sicuro sia giusto – è un demone! Ma per un attimo, un solo attimo, lo trovo allettante.
«Questo» rispondo al mago, infine, aprendo la porta «non sta a me deciderlo.»
Capitolo 12 (I) by Fra Tac
Author's Notes:
Olé, aggiorno con un altro capitolo lunghissimo a cui 1. manca il titolo e 2. magari avrei potuto farne due capitoli separati ma vabbeh. Ci ho anche messo così tanto a postarlo che non so più cosa dire S: A parte che sono conscia dei problemi con la magia dei nephilim, specie la sua manifestazione, per cui vedrò di trovare un nome appropriato ("proiettili di energia" fa schifo parecchio anche a me xD)
Comunque... fatemi sapere, al solito! Buona - si spera - lettura
(ah, giusto, in tutto sono altre 13.equalcosa parole - chi di dovere prenda nota :'P)
CAPITOLO 12:


Rimango con la schiena contro il muro, a braccia conserte. Fisso il mago, ma con poca attenzione. Non ha più parlato, dopo che 52 ci ha lasciati, e non sono sicuro la cosa mi piaccia. Mi sarei aspettato recriminazioni, invece non ha fatto nemmeno una lamentela. Se ne sta zitto, seduto, i polsi ammanettati dietro la schiena. Fissa il sangue – il suo sangue – sul tavolo, sembra annoiato.
Non riesco a inquadrarlo, continua a darmi la sensazione di sapere molto di più di quanto non dica. Ma forse è una caratteristica dei maghi – forse non hanno un aspetto strano perché di strano hanno qualcos’altro, no? Però di certo sapeva del motivo per cui alla Chiesa serve il ragazzo. E quello che ha detto, il motivo per cui non voleva che 52 lo trovasse...
Corrugo la fronte.
«Ehi.» lo chiamo. Il mago solleva il volto, fa guizzare gli occhi di lato in un moto di paura. Non mi sembrava di aver usato un tono ostile... sollevo una mano in un gesto di pace, per star sicuri. «Cosa intendevi con quello che hai detto a 52 – all’inquisitore?» gli chiedo.
«Quando?» ribatte lui. Ha ancora del sangue sul viso, dopo che l’ho sbattuto sul tavolo. Una cosa che non mi è piaciuto per niente fare.
«Prima che se ne andasse. Che non gli basterà proteggere Gerusalemme.»
Il mago mi fissa, più rilassato. «Credo che lei abbia tutti gli indizi per comprenderlo da solo.»
Grugnisco. Sì, è ovvio. Una persona in grado di controllare i demoni significa una Chiesa che non ha più bisogno di impegnare i suoi nephilim in esorcismi, che può piazzarli tutti come offensiva. O ancora, se si sfruttasse direttamente Kozyrskij? Potremmo spingerci a usare eserciti di demoni controllati da un solo uomo?
E conquistare l’Europa?
Non volevo sentire una conferma dal mago, però. Perché questo... non penso dovremmo farlo.
«Non possono fare nulla se il ragazzo non vuole. Difendere Gerusalemme, beh, è anche nel suo interesse, ma una guerra di conquista...» non sarebbe giusto «Può rifiutarsi, nessuno glielo impedirebbe.»
Il mago mi sorride, come se avessi detto una cosa ingenua. Probabilmente è vero.
«La Chiesa non è famosa per chiudere un occhio su certe cose, però.» commenta, infatti. «E lo sa anche lei. Santo cielo, deve pur vedere che razzia di situazione sia questa. La Chiesa sta diventando una potenza imperiale a tutti gli effetti, crede rinuncerà a un’arma che le permetta di espandersi mascherando la sua sete di dominio con l’evangelizzazione?»
Non è giusto, non mi piace, ma sono comunque un Cavaliere Teutonico. E quello che sta dicendo il mago mi dà ugualmente fastidio – forse perché so che è vero, ma comunque ho fiducia nella Chiesa, alla fine.
«Stai parlando con uno che la Chiesa la serve.» faccio notare al mago. «E con piacere.» aggiungo dopo qualche secondo, per rimarcare il concetto.
«No, sto parlando con qualcuno che mi sembra ragionevole. Almeno a giudicare dalle reazioni che ha avuto al mio... interrogatorio.»
Altro punto dolente, l’Inquisizione. 52 ha ragione, penso come un imperiale. Ma, diavolo, lo sono! Sono nato e cresciuto a Dusseldorf prima di entrare nei Cavalieri, come altro dovrei pensare? Sospiro.
«Non approvo certi metodi, è vero. Ma riconosco il bisogno dell’Inquisizione quindi...» mi blocco. Ripenso ai discorsi di 52 su chi è umano e chi no, e quello più che la tortura mi fa rabbrividire. Probabilmente lui è solo una mela marcia, dubito tutti gli inquisitori siano degli invasati nel genere... ma lui comunque un invasato rimane. «No, in effetti, quell’inquisitore è pazzo e basta.» mi correggo, con una smorfia. Appoggio la testa al muro. «Se dovessi stargli dietro ancora un giorno, finirò nella tomba, poco ma sicuro.»
Lo dico tra me e me, ma credo che il mago abbia sentito, perché si raddrizza come se gli avessi dato una scossa.
«Nel qual caso, sa che gestisco un’impresa di pompe funebri, vero?» dice, con un tono di voce più vitale – ah! – di prima. «Mi è appena arrivato un nuovo catalogo, posso procurarle delle bare personalizzate con una croce nera in mogano che...!»
Ma... ne sta parlando sul serio? Faccio per interromperlo, ma un rumore da fuori attira la mia attenzione. Sembra che qualcuno stia correndo di corsa verso questa stanza. Può essere già...? No, è troppo presto. Ignoro il mago che continua a parlare – qualcosa riguardo a nuovi metodi per conservare il cadavere o simili – e apro la porta. Mi trovo davanti il commissario, con un’espressione particolarmente truce.
«Ehi, Cavaliere. Abbiamo un problema.»
Che ha combinato 52 stavolta? Mi chiudo la porta alle spalle «Cosa?» chiedo, mentre seguo il commissario per il corridoio.
Lui si passa una mano sulla nuca, sembra più frustrato che arrabbiato. «A saperlo. Ci stanno arrivando... parecchie chiamate strane.» sospira «E, onestamente non smanio per dirlo, ma ci serve il suo nephilim.»
Sono sorpreso, ma scuoto subito la testa. «Dubito vi aiuterebbe, anche perché...»
Non riesco a finire di parlare, un agente corre verso il commissario, interrompendomi. «Ehm, un’altra chiamata signore.» dice, sembra confuso e... spaventato? «L’hanno visto percorrere la Myslikova, adesso.»
Visto chi? Il commissario si passa ancora la mano sulla nuca, annuisce all’agente e lo congeda. Poi si volta verso di me, con un’espressione più docile. «Senta, glielo sto chiedendo perché al contrario di quell’altro psicopatico lei mi sembra una persona ragionevole.» ah! Il secondo che me lo dice, anche se di fianco a 52 chiunque sembrerebbe “più ragionevole”... «Al diavolo, ho anche bevuto un paio di volte con dei suoi colleghi» continua il commissario «so che siete gente a posto anche se state con la Chiesa. E ci serve il vostro aiuto perché davvero non abbiamo idea di cosa stia succedendo qui...»
Sollevo una mano, bloccandolo prima che continui. Mi mancano dei pezzi. «Aspetti, con ordine. Cosa è stato visto?» chiedo, infatti. «Di cosa stiamo parlando?»
Il commissario fa una smorfia, è riluttante a parlare. Qualunque cosa sia, non deve essere piacevole.
«A quanto pare» si decide a spiegare «gli scheletri hanno cominciato a uscire dalle loro tombe.»



* * *


«E’ l’Apocalisse! Cazzo, lo sapevo che l’Apocalisse zombie sarebbe arrivata!» sento provenire da un gruppo di ragazzi alla mia destra. Non posso fare a meno di sorridere quando li vedo correre dalla parte opposta della strada. Credo abbiano visto un po’ troppi film.
Seguo Victoria a pochi passi di distanza, le sto abbastanza vicina perché possa darle indicazioni per raggiungere la centrale di polizia, e perché riesca ad osservarla con attenzione. Non ha tendini, né muscoli, né organi, eppure si muove. Vive. Come è possibile una cosa del genere? Dovrei smettere di chiedermelo, lo so, ce l’hanno ripetuto in tutte le salse anche i professori. “Ci sono cose che ancora non possiamo spiegare”, “stanno ancora cercando un modello per inquadrare certi fenomeni”... e dovrei sapere meglio di chiunque che l’anatomia non funziona, quando si parla di demoni e mezzi-demoni. È un mezzo-demone anche lei? Quando le ho parlato, al cimitero, mi sembrava umana. Muoio dalla voglia di chiederle dettagli, se non fosse una cosa così scortese da fare...!
E, in ogni caso, ora non c’è tempo per la mia curiosità. Accelero il passo e faccio cenno allo scheletro di fare lo stesso, senza però arrivare a correre. Dobbiamo essere una distrazione, quindi il punto è fare spettacolo. A giudicare dalle grida che ci circondano, direi che ci stiamo anche riuscendo piuttosto bene.
Sorrido si nuovo. Ah, una ragazza potrebbe farci l’abitudine, alle grida di terrore che si scatenano al suo passaggio!
«A destra, sempre dritto e poi dovremmo esserci.» dico a Victoria, lei solleva un pollice scheletrico per dirmi che ha sentito. Come fa a sentirmi, senza apparato uditivo?
Ah, sciocca, cosa avevi detto sul non stupirti di certe cose?
Un’anziana signora, evidentemente attirata dal caos, esce da un palazzo poco più avanti di noi. Quando vede Victoria le mostra il medio, scheletrico quasi quanto il suo. Un gesto che non mi aspetterei da una donna di quell’età, devo dire.
«Non mi avrai stasera, vecchio mucchio d’ossa!» esclama l’anziana, prima di richiudersi la porta del palazzo alle spalle.
«Beh, immagino che dovesse succedere, eh?» dico a Victoria, cercando di mascherare il fiatone che la camminata mi sta procurando. Lei fa spallucce in risposta, e finge di maneggiare una falce davanti a un altro gruppo di ragazzi che stazionano all’uscita di un locale. Quelli si disperdono in un batter d’occhio.
L’unico impavido rimasto guarda nel fondo del suo bicchiere di plastica e ride. «Cavolo, qualunque roba ci abbiano messo dentro, è fantastica!» biascica, ondeggiando lentamente. Una donna poco più avanti, invece, lascia cadere la sigaretta che stava fumando e cerca subito il cellulare con mani tremanti.
Non mi serve osservarla ancora per sapere che chiamerà la polizia – è la quinta persona che ho visto fare delle chiamate, per adesso. Ci ho messo parecchio tempo, tra l’arrivare il cimitero e convincere Victoria, ma direi che considerato il successo che stiamo riscuotendo... il nephilim sarà stato fermato di sicuro. Uno scheletro semovente, in piena città! Se fossi un inquisitore di certo penserei a qualche stregoneria, per forza!
Vedo la centrale di polizia in fondo alla strada, illuminata dai lampioni, un paio di volanti parcheggiate davanti all’ingresso. L’unica cosa che mi rende davvero nervosa è il pensiero che il nephilim possa riconoscermi. Se così fosse, potrei trovarmi io a doverlo affrontare faccia a faccia. Però è anche vero che non sono io quella che ha rischiato di finire incenerita. E Ivan mi ha salvato la vita, il momento giusto per farsi certi scrupoli è passato da un pezzo.
«Fa andare avanti me.» dico a Victoria. Lo scheletro si ferma, appoggia una mano sul bacino e con l’altra fa un gesto verso la strada. Io annuisco, mi infilo le mani tra i capelli e me li spettino con forza. Fortunatamente, le recenti notti in bianco sui libri mi hanno regalato delle splendide occhiaie – non mi devo sforzare troppo, per simulare un’espressione allucinata.
Prendo un grande respiro e conto fino a tre, prima di correre verso l’ingresso della centrale.


* * *


«Okay, da adesso in poi procederemo pensando che Jana abbia fatto tutto per il meglio e che ora Vicky stia seminando terrore in città.»
«E che quindi il nephilim sia troppo occupato a cercare di eliminare uno scheletro demoniaco immortale per badare a noi.»
«Dandoci così il tempo di fuggire.» concludo. Certo, se sapessimo dove fuggire sarebbe una cosa buona.
Davanti a me, Agnese sta battendo nervosamente con le dita sulla tastiera del computer. La pagina della cartina si sta caricando a singhiozzo, ho visto cadaveri di tartaruga più veloci della loro connessione. Anche se già il fatto che delle suore abbiano una connessione internet e dei computer mi ha abbastanza stupito – “è per estendere il business delle nostre marmellate”, hanno detto.
«Ma poi cosa facciamo?» riprende Sergio, appoggiato alla scrivania accanto ad Agnese. Come faccia ad essere sempre così calmo nelle situazioni critiche lo sa solo lui, io fra poco traccio un solco nel pavimento a furia di andare avanti e indietro!
«Continuiamo a passare di città in città» commento «finché non esauriamo i reni da rivendere.»
«Non temere, c’è sempre il fegato.»
Sospiro e mi fermo, ho bisogno di pensare in modo serio. No, il vero problema per una volta non sono i soldi – ho ancora quelli dell’ultimo esorcismo nel portafoglio – ma il dove andare. Tecnicamente siamo nel luogo più anticlericale d’Europa, eppure l’Inquisizione è arrivata fin qui. Russia? Siamo abbastanza vicini per varcare il confine, ma l’Est, con i turchi a Belgrado, pullula di Cavalieri Teutonici. L’ideale sarebbe l’Inghilterra...
«La Regina d’Inghilterra odia ancora la Chiesa, vero?» chiedo.
Sergio mi guarda confuso. «Non saprei, visto che è morta da anni.»
Ah, buono a sapersi. Non ho mai rimpianto di non sapere nulla sull’attualità fino ad ora. Comunque, in ogni caso, è inutile. Con i mezzi che abbiamo, l’Inghilterra potrebbe benissimo essere dalla parte opposta del mondo... e, un attimo, stavo seriamente contemplando l’idea di una fuga continentale? Forse sto perdendo il senso della realtà –una conversazione sugli Dei con dei demoni mutaforma fa questo effetto, missà.
«La cartina è apparsa» ci avverte suor Agnese, intanto. Traducendo dal neolitichese, immagino intenda che la pagina si è caricata. Sergio si alza e si sporge verso il monitor del computer, lo guarda per pochi secondi prima di indicare un punto dello schermo con sicurezza. «Qui, direi di cominciare con l’andare a Podebrady.»
«Perché?»
«E’ abbastanza lontano e ha un nome buffo.»
Alzo un sopracciglio. Beh, è un motivo buono come un altro alla fine, visto come siamo messi. E io non ho ancora avvertito mia madre, Cristo. «Okay, segnati la strada.»
Agnese si alza per lasciare che Sergio si sieda e cominci a scrivere su un foglietto le uscite che dovremo prendere. Si avvicina a me e l’unica cosa che riesco a fare, dopo la conversazione che abbiamo avuto, è fissare dalla parte opposta rispetto a lei. Mi rendo conto solo ora di quante cose personali mi abbia detto, e di quanto questo possa essere dannatamente imbarazzante. Lei si schiarisce la voce e io mi strozzo con la saliva per la sorpresa. Tossisco subito.
«Ehi, ragazzi, non fate queste conversazioni così intense senza di me.» commenta Sergio, ancora chino a ricopiare. Magari se si sbrigasse, invece di fare commenti stupidi...
«Hai finito, piuttosto?»
Lui si volta sventolando il foglietto. «Tutto fatt-»
«Bene.» lo blocco io, afferrandogli il polso e trascinandolo fuori dalla stanza di peso. «Ora andiamocene.»


* * *


Spalanco le porte della centrale gettandomici contro, senza rallentare la mia corsa.
«Aiuto!» grido, alzando volutamente la mia voce di un’ottava o due. Praticamente, è il tono di mia madre quando vede che la cameriera ha lasciato un filo di polvere sul tavolino, ma meno lamentoso e più terrorizzato. «Santo cielo, c’è... c’è un mostro là fuori! Aiuto!»
I poliziotti che occupano la stanza mi guardano con un’espressione a metà tra il confuso e il distrutto, anche se penso che la seconda parte sia dovuta semplicemente al turno di notte. Lascio vagare il mio sguardo su di loro, mentre ansimo per riprendere fiato dopo la corsa e le grida. Andiamo...
«Ragazza, siediti un attimo e...» mi intima una voce femminile, che però ignoro. Continuo a guardare i poliziotti finché i miei occhi non si fermano su un volto famigliare, a qualche scrivania da distanza. Un uomo massiccio, dalla barba bionda. Non ha nessun segno di riconoscimento, a parte una pistola nella fondina a spalla, ma non mi serve nessun distintivo per associarlo al cavaliere teutonico che ha accompagnato il nephilim quando è venuto a estorcermi informazioni. Devo trattenermi per non guastare la sceneggiata facendo un sorriso di sollievo: se lui è qui, è ragionevole supporre che anche il nephilim non sia partito! Lo sapevo. Ce l’abbiamo fatta.
Il mio momento di cauta contemplazione però dura poco. Il cavaliere solleva lo sguardo su di me e capisco, da come spalanca gli occhi che mi ha riconosciuta. Fa un passo avanti ma, prima che possa farsi largo tra le scrivania, un poliziotto lascia cadere la tazza che aveva in mano. Il rumore della ceramica che colpisce il pavimento censura la sua bestemmia, ma non le imprecazioni di tutti gli altri agenti, che si alzano subito dalle loro sedie, pistole in mano.
La donna che prima aveva parlato mi afferra per un braccio e mi trascina lontano dalla porta, dietro a una scrivania sotto cui mi costringe ad abbassarmi. Bene, penso che anche Victoria sia entrata...
Mi sporgo dal lato della scrivania e, infatti, la vedo stare in piedi davanti alla porta, con una posa quasi infastidita. Fa un gesto come a togliersi la polvere dalle spalle, producendo il rumore di uno xilofono. È così surreale che quasi mi fa scoppiare a ridere.
«Fermo dove sei, tu... qualunque cosa tu sia!» sento qualcuno esclamare. Uno dei poliziotti nella mia visuale alza gli occhi al cielo.
«Fermo dove sei? È un cazzo di scheletro, ti pare il caso di dire una cosa del genere?!»
«Beh, scusa se cerco di essere professionale...»
«Professionale con uno scheletro?»
«State zitti tutti e due.» a parlare è stata la donna che mi ha trascinato sotto la scrivania. E’ andata anche lei ad unirsi all’accerchiamento, anche lei con una pistola puntata su Victoria. Riesco a vedere il sudore sulla sua fronte scura. «Cavaliere, cosa diavolo è questa cosa?»
«Non ne ho la benché minima idea.» non riesco a vedere l’uomo, dalla mia posizione, ma riesco quasi a sentire gli ingranaggi del suo cervello al lavoro. Non mi era sembrato un tipo molto sveglio. «Non ho mai sentito di niente del genere. Necromanzia, forse? Ma se ci fosse stato un necromante in zona l’avremmo saputo... e in ogni caso, è l’Inquisizione che si occupa di queste cose.»
«E allora porti qui quel suo Inquisitore!»
Il Cavaliere non risponde a questo, e io corrugo la fronte. In effetti, perché quel nephilim non si è ancora fatto vivo? A giudicare da quanto ho visto al telegiornale e da come si è comportato con me, mi sembrava fosse un uomo d’azione – anche troppo. Eppure ora...
Victoria fa un passo avanti e la stanza si riempie dei “click” delle sicure che scattano. Il rumore mi fa sobbalzare, interrompendo i miei pensieri.
«Ti ho detto di stare fermo dove sei!» è lo stesso poliziotto di prima a dirlo, anche se ora la sua voce è meno ferma, si riesce ad avvertire tutta la sua paura. E sembra appartenere a qualcuno di molto più giovane di quanto avessi inizialmente pensato. Uh oh...
«Calmo, ragazzo...»
«Starò calmo quando questa cosa dimostrerà di non essere ostile.»
«Non dobbiamo considerarlo innocente fino a prova contraria?»
«Innocente? È un dannato scheletro che cammina!»
Victoria solleva una mano, come a chiedere la parola. Solo che lo fa un po’ troppo velocemente, il suo movimento le fa schioccare le ossa, sembra un gesto inconsulto e minaccioso più che calmo e volontario. Sento un urletto da parte del poliziotto di prima e l’inconfondibile rumore di un colpo di pistola.
Il proiettile si conficca in una costola di Victoria, spezzandola con un sonoro “crack”. Lei la guarda, poi alza le orbite vuote verso un punto che non riesco a vedere. Immagino sia dove si trova il giovane poliziotto, almeno a giudicare dal suono strozzato che lo sento produrre.
«Ragazzo, cosa diavolo hai fatto...»
Victoria muove un passo nella direzione del poliziotto, ma non fa nemmeno in tempo ad appoggiare il piede a terra che si ritrova il resto della centrale addosso. La gettano a terra in un turbinio di ossa e divise, gridando più per il disgusto che per l’adrenalina. Vedo Victoria tirare calci e pugni, le ossa tutte ancora saldamente attaccate le une alle altre, mentre i poliziotti cercano di bloccarla a terra.
E in tutto questo, il nephilim non si è ancora visto.
La cosa comincia ad essere sospetta. Mi ritraggo dietro la scrivania e comincio a gattonare verso il Cavaliere – o, almeno, verso dove ricordavo fosse. Non mi arrischio ad alzarmi oltre le scrivanie, a giudicare dalle urla che sento là deve starsi consumando una vera e propria rissa!
Ma non mi sembra il Cavaliere vi abbia preso parte, quindi... provo a sollevare la testa oltre il piano di una scrivania, proprio in tempo per vedere una tibia volarmi davanti alla faccia, pericolosamente vicina al mio naso. Rimango immobile ad osservare la degenerazione che si sta svolgendo davanti a me. Victoria si è arrampicata su una scrivania, penso per cercare di recuperare la sua tibia, mentre i poliziotti la trattengono. Li sento gridare qualcosa come “Fermati, sei in arresto!” ma non suonano troppo convinti nemmeno loro. Tutti hanno abbandonato le loro pistole, però, saggia decisione.
Di fatto, sto osservando una decina di poliziotti placcare – con difficoltà – uno scheletro polveroso e animato. Davvero, dov’è il nephilim?
Victoria sembra averne abbastanza, scivola tra le braccia dei poliziotti quel tanto che basta per tirare un paio di gomitate che, ad osso scoperto, credo facciano decisamente male. Le grida di dolore dei poliziotti che si accasciano poco dopo sono una conferma.
«Questa è aggressione a pubblico ufficiale!»
«Finirai sulla sedia elettrica!» esclama qualcuno, che non ha perso il senso dell’umorismo. Victoria si mette a zoppicare da scrivania a scrivania, rovesciando penne e tazze piene di caffè. I poliziotti fanno lo stesso, raggiungendola molto più velocemente e placcandola di nuovo. Cadono in un ammasso di corpi e ossa, perdono l’equilibrio e rotolano proprio... su di me! Faccio per chinarmi di nuovo, con uno squittio, se non fosse che invece mi sento tirare verso l’alto. Vengo sollevata di forza oltre la scrivania e praticamente trascinata di lato, dietro a uno scaffale che mi scherma dal disastro che sta succedendo nella stanza principale.
Vengo appoggiata a terra delicatamente, come una bambola. Non devo aspettare di vederlo comparire davanti a me per capire che a sollevarmi così è stato il cavaliere. E dire che non sono poi così magra... quanto è forte quest’uomo? Alzo lo sguardo verso di lui. Non è solo forte, è alto, troppo alto. Trovarmi davanti a lui, schiacciata contro una parete, comincia a farmi sentire un po’ nervosa. Forse, però, non mi ha riconosciuta come credevo e...
«Jana Kovarik?» dice lui, sfatando le mie speranze.
Niente panico. Alzo le spalle più che posso e mi costringo a tenere un’espressione dura, come quando ho parlato con il nephilim le prime volte. Non cedere, non cedere...
«Esatto. Lei invece è il minion di quel pazzo piromane, se non sbaglio?» un po’ di vetriolo, poi, aiuta. Il Cavaliere sospira e, stranamente, noto che la sua espressione non è ostile – solo particolarmente sorpresa. E anche... imbarazzata?
«Cosa diavolo ci fai qui? E cosa diavolo è... quella cosa?»
Appena lo chiede, la tibia di Victoria colpisce gli scaffali facendoli tremare tutti. Io sobbalzo e mi chino subito a raccoglierla, rilanciandola nella mischia prima che quei disgraziati ci travolgano.
«Perché non lo chiede al suo collega?» rispondo al Cavaliere, intanto. Lui fa una specie di grugnito.
«Per carità, non lo consideri mio collega.» mi scruta da capo a piedi, gli occhi azzurri ridotti a fessura, facendomi sentire a dir poco a disagio. «Sei qui per aiutare Kozyrskij, vero?»
Sobbalzo, non posso fare a meno di stupirmi l’abbia capito, nonostante il collegamento sia palese in effetti. Mi pento di aver pensato non fosse una persona particolarmente sveglia.
Rimango a fissarlo ad occhi e bocca spalancati, mi sento arrossire per l’imbarazzo.
Un clangore metallico e delle imprecazioni mi fanno vibrare le orecchie, credo che qualcuno abbia finalmente fatto cadere una scrivania. Il Cavaliere si volta appena, ma nel frattempo mi posa una mano sulla spalla. Non in modo aggressivo, però, quanto più in un gesto di comprensione.
«Immagino di non poterti biasimare. Ma sai, vero, che non finirà bene per te per aver provato a intralciare le indagini di un inquisitore?»
«Dubito che finirà peggio di come andrebbe ad Ivan se nessuno ostacolasse suddette indagini, comunque.» mormoro io. Il Cavaliere non mi guarda, aggrotta la fronte, sta pensando a qualcosa.
«Va via.» mi dice. «Tu e la... quella cosa, qualunque cosa sia. Vai via, e cercherò di non farne parola quando lui tornerà. Se sei fortunata, sarà abbastanza soddisfatto di-»
Come? Quando tornerà? Oh, no, no...


* * *


«Avremmo potuto almeno dire qualcosa ad Agnese, prima di scappare così.» commenta Sergio, appena dietro di me. «”Grazie per averci aiutato nonostante siamo degli orribili ingrati”, ad esempio, poteva essere un’idea, per dire...»
«Credo che levarci dalle scatole più in fretta possibile sia il massimo ringraziamento che potremmo farle.» commento. «E comunque, da quando sei così sarcastico?»
«Colpa tua, hai una brutta influenza su di me.»
Ah, ma senti...! «Potrei dire lo stesso di te.» commento, mentre salto l’ultimo gradino delle scale e apro la porta davanti a me. Il corridoio è completamente buio, e per un attimo mi viene un colpo. Ma no, niente demoni questa volta, questa è semplicissima e naturale oscurità. Riesco anche a vedere i contorni degli oggetti se faccio attenzione, niente di cui preoccuparsi, assolutamente. Continuo a correre senza perdere tempo a cercare l’interruttore, tanto Sergio sa meglio di me dove si trova.
«Accendi la luce, prima che mi schianti da qualche parte.» gli dico, infatti.
«Ehm.» mi risponde lui «è quello che ho appena fatto.»
Mi blocco immediatamente, ancora nel buio più completo. Un buio diverso da quello di prima, però. Ora non riesco più a vedere i contorni delle pareti.
Cristo, ma proprio a due metri dall’uscita del convento...!
L’oscurità davanti a me si divide in tanti spiragli bianchi, tante bocche ghignanti che occupano lo spazio del corridoio fino al soffitto. Mi sorridono, quegli stronzi dei demoni di Agnese, e lo fanno per puro sadismo, perché è ovvio che siano qui solo per bloccarmi la strada! Non sorridete!
Provo ad attraversarli comunque, ma non riesco nemmeno a sfiorarli, c’è qualcosa che mi blocca a pochi millimetri da loro. Qualcosa di scivoloso e viscido che mi dà i brividi. Indietreggio subito.
«Usciamo dall’altra parte.» dico a Sergio, ma ovviamente appena mi volto mi ritrovo davanti una nuova parete di demoni, piena di bocche ghignanti che proiettano luce bianca tutt’intorno, illuminando per metà la figura di Sergio, che mi osserva con la fronte corrugata. Anche lui in trappola, quindi. Fantastico!
Ma perché stanno facendo una cosa del genere? Non mi sembravano il genere di demoni che puntano a rendere la loro esistenza un fastidio per puro divertimento, che bisogno hanno di rallentarci così?
«Perché lo state facendo?» esclamo. Le bocche dei demoni si muovono, si fondono in un unico gorgo biancastro, che si acquieta appena assume la forma di una maschera cornuta. La maschera ondeggia appena prima di bloccarsi, al centro esatto della parete nera composta dal corpo dei demoni.
– abbiamo fatto una scommessa su di te ricordi – dice la maschera, l’eco rimbalza sui muri che mi circondano rendendo quella frase quasi assordante. Devo mettermi le mani sulle orecchie per non farmi esplodere il cervello.
«Ivan...»
– stiamo preservando i nostri interessi –
«Ivan, credo che dovresti seriamente dirmi cosa sta succedendo.»
Mi volto verso Sergio e non riesco a evitarmi una smorfia colpevole. Ha ragione, e se glielo avessi spiegato prima ora non staremmo perdendo tempo. Ho fatto un casino, di nuovo, e non so come rimediare – di nuovo.
«Ci sono dei demoni in questo convento.» gli spiego. Non mi pare il caso di specificare siano attaccati ad Agnese, comunque. «E sono... solidi, come quello di Eliska – più o meno. È complicato, oaky, ma il succo è che sono pericolosi, e vogliono qualcosa da me a quanto pare, visto che stanno bloccando il corridoio da tutte le parti. Ma non so cosa, e potrebbero anche degnarsi di dirmelo invece di tenermi bloccato in un momento del genere!»
L’ultima frase mi esce per esasperazione, la urlo contro una delle due pareti nere giusto per sfogare la frustrazione, visto che non credo possa davvero sortire alcun effetto sui demoni. Come volevasi dimostrare, nemmeno si sprecano a rispondere.
«Quindi siamo... circondati da demoni solidi che non possiamo oltrepassare?» chiede Sergio, portando le braccia aderenti al corpo come se volesse occupare meno spazio possibile.
Annuisco. «E che non posso controllare. Siamo in trappola, letteralmente, tanto vale che ci mettiamo seduti ad aspettare che arrivi il nephilim!»
«Non deve essere per forza qualcosa di così negativo.» ribatte Sergio. Si muove verso destra, avvicinandosi al muro di demoni che non può vedere. Faccio per dirgli che ci si sta per schiantare contro, ma poi decido di lasciare che se ne renda conto da solo. «Insomma, i demoni dovrebbero essere contro la Chiesa per definizione, no? E quindi magar-oh figli dell’Aventino!» esclama, infatti, balzando all’indietro appena si trova a pochi centimetri dai demoni. Rabbrividisce e si strofina un braccio. «Mi sento come se avessi infilato la mano nel cappuccio della Morte.»
Metafora suggestiva e appropriata, visto che a tu per tu con la Morte fra poco potremmo trovarci davvero. Perché anche se Jana e Vicky fossero riuscite a bloccare il nephilim, a questo punto, cosa cambia se noi siamo trattenuti qui da questi dannati demoni? Al diavolo tutto il vantaggio che speravamo di ottenere!
Mi lascio cadere a terra a gambe incrociate e appoggio la fronte alle mani. Comincio a batterla piano, ritmicamente, sui palmi. Non posso davvero credere alla tonnellata di sfiga che stiamo avendo, è così ridicola che comincio davvero a sperare in un miracolo.
Se Dio esistesse. Ma non esiste, grazie demoni anche per avermi levato il contentino di poter dar la colpa alla persecuzione divina...
A questo punto posso solo sperare che Jana abbia fatto dannatamente bene il suo lavoro.


* * *


Tock.
La mia testa è più dura di quanto mi aspettassi. Non può che non essere così, vista la mia lentezza – stupida, stupida! Ho rovinato ogni cosa. Se fossi andata subito alla centrale di polizia, invece di decidere di fare a piedi le vie del centro avrei risparmiato tempo. Pensavo davvero che fare gli ultimi tratti a piedi sarebbe convenuto. E invece...!
Faccio per battere ancora la testa contro il muro, ma invece della parete mi ritrovo a battere contro la mano del Cavaliere, che mi fa voltare di nuovo verso di lui. «Cosa diavolo stai facendo?»
«Abbiamo fatto tardi. Se ne è già andato, vero?» gli chiedo.
Il Cavaliere aggrotta di nuovo la fronte, poi però sembra capire. «Cosa?» chiede, sembra incredulo. «Tutto questo era per...?»
Io annuisco, e il Cavaliere si colpisce la fronte con una mano, sospirando. Si sporge di lato e io faccio lo stesso, vedo Victoria in piedi in cima a una pila di corpi sfiniti, la sua tibia gloriosamente in mano. Intorno a lei, è un caos di scrivanie divelte e fogli sparsi per il pavimento.
Mentre contemplo questo campo di battaglia, Victoria ruota il cranio verso di me. Mi fissa con le sue orbite vuote e io, chissà come, vi leggo un’espressione inquisitoria – ah, pessima scelta di parole. Sospiro, e le faccio cenno di no con la testa. È stato inutile, mi spiace.
«Capisco cosa volevate fare.» mormora il Cavaliere, dopo pochi attimi di silenzio. «Ma 52 se ne è andato da parecchio. Molto prima che arrivasse la prima telefonata, da che ho capito, quindi dubito avreste potuto arrivare in tempo in ogni caso. E poi, se ti può consolare... dubito che anche trovarsi davanti a uno scheletro l’avrebbe fermato.»
Lo vedo aggrottare di nuovo la fronte, in un’espressione più cupa però.
«Anzi, se devo essere sincero...» dice, la sua voce improvvisamente amara «dubito che qualunque cosa sarebbe in grado di fermarlo, ora.»


* * *


«Ehi, guarda chi arriva!»
«Non posso.» biascico, il mento appoggiato alla mano. «Siamo circondati da demoni, ricordi?»
«Ah, già, scusa.» commenta Sergio, che invece gesticola in direzione di chiunque ci sia oltre la coltre di demoni. Io nemmeno mi degno di voltarmi, figuriamoci di alzarmi. Tanto dal mio punto di vista sarebbe come salutare un muro di mattoni.
«#][“£$%&%@#[]#§°è*§!» sento Decimia esclamare, nel suo misterioso idioma. Evidentemente è sorpresa di trovarci ancora qui – beh, non è l’unica.
«Falle capire di fermarsi prima di schiantarsi sui demoni.» dico a Sergio, ma lui non fa in tempo ad alzare un braccio che la piccola forma della suora irrompe attraverso la coltre nera, oltrepassa Sergio e mi alza di peso. Io fisso attonito prima la vecchia – è riuscita a sollevarmi con una mano? Va bene che peso poco, ma... – poi i demoni che stanno fuggendo sulla parete sottoforma di ombre. Li ha... messi in fuga lei? No, non è possibile, e un’occhiata più accurata ai demoni me ne dà conferma. Sono loro che hanno deciso di liberarci, e adesso se ne stanno come ombre sulle pareti a guardarci, visibilmente pieni di aspettativa. Suor Decimia mi afferra per un orecchio e mi urla qualcosa, quasi distruggendomi i timpani. Cosa sta succedendo?
«Voi!» sento un’altra voce esclamare, e mi volto per trovare Agnese, in mezzo al corridoio perfettamente illuminato, che ci fissa bianca come un lenzuolo. «Cosa diavolo ci fate ancora qui?»
E, nel momento in cui lo dice, sbianco anche io, perché mi rendo conto che la sua espressione non è infastidita come al solito. È terrorizzata.
E, istintivamente, so cosa significa.
Intorno a me sento, sommessa, la risata dei demoni.
Capitolo 12 (II) by Fra Tac
La brina scricchiola sotto i miei stivali. Il convento mi si palesa come una costruzione massiccia circondata dagli alberi, i muri fatti di pietre ancora a vista, con solo qualche accenno di intonaco malmesso sulla parte centrale. La luce dell’alba, tagliata dalle cime dei pini, si riflette in modo irregolare sulla fila di piccole finestre che delimitano il piano superiore.
Sento il peso delle pile nelle mie tasche, questa volta sono pronto a uno scontro, se mai si verificherà. Cosa di cui però dubito fortemente, con il mago sotto chiave – di certo non vorrà provare a rifare il trucchetto delle barriere a distanza, ora che ha confessato di esserne lui l’artefice. Non gli converrebbe sotto così tanti punti di vista.
Sorrido. No, probabilmente non dovrò nemmeno alzare un dito. Kozyrskij non può fare niente per fermarmi, nessuno può fare niente per fermarmi perché ho il potere concessomi da Dio e dal Papa dalla mia parte. Ho già vinto nel momento in cui ho messo piede su questo prato, e con me ha vinto la Chiesa. Porterò Kozyrskij a Roma entro sera.
Distendo un braccio, pronto ad aprire il portone del convento con la forza. È la via più veloce, anche se distruttiva. Ma queste false suore non si meritano alcun genere di rispetto, non dopo aver nascosto un ricercato dall’Inquisizione.
Prima ancora che io possa anche solo caricare la mia mano, però, il portone si apre ed esce una di quelle donne, che mi viene incontro a passo di marcia. Appena mi si avvicina, riesco a sentire con chiarezza una presenza demoniaca assurdamente forte circondarla. Riesco a malapena a trattenere una smorfia di disgusto, questo... marciume che attornia quelli che dovrebbero essere membri del clero è inaccettabile. Ed è, inoltre, una dichiarazione di colpevolezza lampante.
«Signore, posso sapere cosa ci fa davanti al nostro convento ad un’ora del genere?» osa chiedermi la donna, con un tono addirittura infastidito. «E’ un’ora di preghiera, domandiamo un po’ di rispetto.»
Rispetto. Abbasso il mio braccio, mentre un sapore acido mi scivola sulla lingua. «E’ possibile che la fede, in questo paese, sia così corrotta da impedire a una suora di riconoscere l’aspetto di un nephilim e la divisa di un Inquisitore?» mormoro, senza staccare gli occhi da quelli azzurri della donna.
Se è rimasta colpita da quello che ho detto, non lo dà a vedere in alcun modo, la sua espressione non vacilla. Alza un sopracciglio senza scomporsi minimamente. «Mi scusi, ma tutto quello che vedo è un uomo vestito di nero con un aspetto molto più ordinario di molti altri cittadini dell’Impero.»
Ho compreso bene quanto ha detto? Ha davvero paragonato il mio aspetto a quello dei mezzi-demoni? Ha davvero osato paragonare me a un mezzo-demone? Questa è blasfemia, anche per gli standard di questo scellerato paese!
«Si levi di torno.» sibilo a denti stretti, mentre oltrepasso questa strega camuffata da santa. La donna non fa nulla per intralciarmi. Fortunatamente per lei, perché non ho tempo da perdere, e non mi farei scrupoli ad usare ogni mezzo contro una peccatrice. Ha infangato i suoi voti, il demone che la attornia ne è la prova, non ha diritto ad alcuna pietà.
La donna scivola davanti a me, proprio per andare a coprire il portone, di nuovo decisa a bloccarmi la strada. Le ultime parole famose...
«Aspetti. Come le ho detto, non può entrare a quest’ora, le mie consorelle stanno pregando e...» inizia, la voce che si incrina appena carico energia sulla mia mano. La vedo sbiancare, ma non me ne curo.
Come ho detto io, non ho tempo né voglia di occuparmi di lei, a questo punto.
Lascio partire il mio colpo, sottoforma di una lama di luce, calibrato per stordirla. La mia lama, però, svanisce a mezz’aria in un lampo azzurrino, come se avesse colpito qualcosa prima del dovuto. Come se si fosse scontrato con una barriera.
Rimango immobile sul posto, fisso sul volto della donna che mi guarda altrettanto stupita. No, non può essere stato il mago, non è così stupido da ostacolarmi di nuovo, e l’energia che avverto sembra provenire...
Il suo demone!
Sgrano gli occhi. Non è possibile, è davvero il demone che ho avvertito intorno a questa donna ad aver bloccato il mio colpo? Concentro tutta la mia attenzione sui miei sensi, li amplifico così che possano cogliere ogni sfumatura del demone che mi trovo davanti. Appena lo sento più chiaramente mi rendo conto della sua potenza, mi arriva come un brivido che mi scuote le viscere. Il demone, inoltre, si estende per metri ai lati della sua protetta, una massa fuori dall’ordinario. Riesco quasi a vederlo, addirittura, come una sfumatura più scura, come se le zone che occupa fossero schermate da un filtro ombroso.
In tutta la mia vita, mi è capitato solo altre due, tre volte di incontrare un demone di simile categoria durante uno dei miei incarichi. So per esperienza quanto possano essere resistenti. Anche questa falsa suora sembra esserne conscia, perché rimane ferma dove si trova. Superata l’iniziale sorpresa ha portato le mani incrociate in grembo e ha assunto una postura altezzosa, a fronteggiarmi. Ogni traccia di timore è scomparsa dal suo volto, ora c’è solo un’aria di sfida.
Una sedicente suora che si protegge dietro ai suoi demoni.
Digrigno i denti, mentre carico il colpo successivo, stavolta senza trattenermi. Lo plasmo in un’ondata di fiamme.
Allora che finisca pure bruciata insieme ai suoi protettori.


* * *


«Ha cercato di colpirla!» esclama Sergio, appoggiato contro il vetro della finestra come se volesse trapassarlo e buttarsi di sotto tra il nephilim ed Agnese. «Quel» sequela di imprecazioni in italiano che non comprendo «ha cercato di colpirla! Ma che razza di essere sei se vuoi fare del male a una suora?»
«Bruciano i ragazzini se li beccano a giocare troppo con le scope. È l’Inquisizione, sono cattivi per definizione.» gli rispondo io, anche se mi pento subito di averlo fatto, visto che là sotto c’è sua zia.
Mi mordo le labbra, nervoso. Non avrei pensato quel nephilim potesse spingersi a tanto, nonostante tutto... eppure l’ha fatto. E continuerà a farlo, lo vedo caricare un altro colpo. I demoni intorno ad Agnese sono serrati, una parete nera come quella che mi bloccava poco fa, ma... quanto possono durare? Ho visto il nephilim distruggere in quattro colpi il demone di Eliska, e loro sono più forti, è vero, ma... quanto seriamente possono durare?
Chiudo gli occhi quando il nephilim colpisce di nuovo, non riesco a guardare, sento un brivido corrermi lungo la schiena e rimestarmi lo stomaco. Sergio impreca di nuovo, lo sento colpire la finestra. Quando riapro gli occhi vedo che mi sta guardando con un’espressione a dir poco terrorizzata, come se non bastassero i demoni che gli girano intorno a farmi capire che è messo abbastanza male.
«Dobbiamo aiutarla.» mi dice.
«Lo so, lo so!»
Devo solo capire come. Suor Decimia, più avanti nel corridoio, mi fa cenno di seguirla, evidentemente ignara di quanto sta succedendo là sotto. Agnese si è offerta di tenere occupato il nephilim mentre lei avrebbe dovuto portarci verso un’altra uscita, e per un attimo sono seriamente tentato di continuare così, se non fosse che... di nuovo, quanto possono resistere, quei demoni? Sono sufficientemente potenti da tenere occupato il nephilim per un bel po’, ma è ovvio lo facciano solo per evitare che Agnese muoia. Non possiamo andarcene, anche se ne avessimo il tempo. Non possiamo, e mi sento meno di un verme per aver pensato di farlo, anche solo per un secondo.
Ma non possiamo nemmeno affrontare un nephilim! Qui l’unica cosa che può davvero tenerlo occupato sono quei demoni, e...
E forse dovrei semplicemente consegnarmi.
La cosa che più mi sconvolge di questo pensiero è che non mi sconvolge affatto. Lo sto prendendo in considerazione con una lucidità che mi fa quasi paura.
Guardo verso Agnese, stavolta non distolgo lo sguardo quando il nephilim la attacca per la terza volta. I demoni assorbono di nuovo il colpo, ma rompono le loro fila. Girano attorno al nephilim assumendo la forma di animali che mi sembrano lupi neri, tremando appena, ma non mostrano segno di cedere in alcun modo. La cosa dovrebbe rassicurarmi, ma non lo fa per niente. Dio, per loro non credo sia nemmeno necessario Agnese resti in vita, a loro lei serve solo per avere altre menti, no? Possono vivere anche senza di lei. Potrebbero decidere di lasciarla al suo destino se le cose si mettessero troppo male.
Se mi consegnassi davvero, invece...
«Forse dovrei...»
«No.» mi interrompe Sergio, lapidario. «Non dirlo nemmeno.»
«Sì, ma è per causa mia che sta succedendo questo.» lo dico senza manie di protagonismo o di drammaticità, è un dato di fatto. Se io non fossi qui, il nephilim non starebbe rischiando di far esplodere Agnese! Ma Sergio scuote la testa, continuando a guardare fuori dalla finestra con un’espressione malaticcia.
«Se dobbiamo fare la gara della colpa, quella è mia. Sono io che ti ho trascinato a fare esorcismi, no?»
Sto per constatare che in effetti è vero, ma mi blocco quando vedo altri demoni prendere forma intorno a lui. Sono man mano sempre meno fumosi, cominciano ad acquistare forme specifiche e relativamente solide. Ormai capisco bene cosa significa. «No. Non dirlo nemmeno.» ripeto, quindi. «E’ solo quell’Inquisitore che è pazzo, noi non c’entriamo niente.»
O almeno faremo finta sia così. Ora non è il momento di cominciare a autocompiangerci, di certo non farà bene né a noi né ad Agnese...
O forse sì?
Mi volto verso Sergio, trattenendo il respiro. È circondato da demoni, di questo passo riempirà il corridoio. Intanto, suor Decimia si è avvicinata a noi e ora sta guardando fuori dalla finestra. Ha esclamato qualcosa che – a giudicare dal demone appena comparso accanto a lei – doveva essere una gran bella bestemmia. Altri demoni, anche da parte sua.
E io mi sento da schifo, e i demoni di Agnese mi hanno detto che, anche se non posso vederli, di demoni ne creo pure io. Demoni, demoni, ancora demoni!
Stringo i pugni, cercando di controllare l’emozione. No, non è una cosa su cui fare troppo affidamento, ci ho già provato ieri e non ha funzionato contro quel nephilim. Però è anche vero che gliene avevo lanciati contro giusto un paio, probabilmente nemmeno troppo forti. Forse, se riesco a controllarne abbastanza, se li spedisco contro il nephilim in massa... probabilmente sarà un fallimento, di nuovo. Ma è meglio che starsene qui con le mani in mano. E uniti ai demoni di Agnese, i nostri potrebbero avere una possibilità in più.
Suor Decimia mi oltrepassa correndo sulle sue gambette avvizzite, sbraitando nel suo idioma sconosciuto e lasciandosi dietro una sequela di demoni che mi sembrano straordinariamente resistenti.
«Ehi, voi!» ordino subito loro. «Fermi dove siete!»
I demoni si immobilizzano ciascuno nelle proprie posizioni del momento. Ottimo. Ora posso dedicarmi a Sergio, che mi sta fissando confuso. Oh, mi odierò per quello che sto per fare. E questo è eccellente.
«E venendo a te, invece...» comincio, puntandogli l’indice al petto.


* * *


Le mie fiamme si diradano troppo in fretta, e quel demone mi gira intorno troppo velocemente. Ho esteso i miei sensi al limite, così tanto da causarmi una leggera vertigine ogni volta che mi giro. Il paesaggio intorno a me risulta sempre più sfumato verso i toni dell’azzurro, più intenso là dove so esserci il demone. Un tremolio dell’aria mi avverte della sua presenza, le sue spire mi stanno circondando.
Ho bisogno di alimentare ancora lo Spirito se voglio farla finita in fretta. Cerco subito le pile di cui ho bisogno, ma appena le mie dita vi si chiudono sopra avverto un improvviso lampo di energia demoniaca provenire dalla mia destra, seguito da una sensazione che non provavo più da molto tempo. Dolore.
Mi volto e inorridisco nel vedere la manica della divisa squarciata all’altezza della spalla. Sulla mia pelle, una sottile linea azzurra comincia a formarsi. Un rivoletto del mio sangue cola dalla ferita, poco, ma pur sempre libero.
Questo è...
Una nuova ondata di energia, riesco a intercettarla appena in tempo, mi piego prima che il demone possa ferirmi di nuovo.
...inaccettabile.
Ingoio le pile più in fretta che posso, ma l’energia che mi donano è troppo debole per fare davvero la differenza, visto che devo andare a incanalarla quasi tutta nei miei sensi.
Ora il mondo mi appare tutto in toni blu scuri, vibranti ed elettrici. I contorni delle cose mi appaiono talmente delineati da far risultare il panorama quasi bidimensionale, ma il fastidio che questo mi causa è minimo confronto ai lati positivi che derivano dallo spingere al massimo le mie abilità sensoriali. Finalmente riesco a vedere il demone.
E’ diviso in più corpi ognuno plasmato nella forma di un grosso lupo, forma che vedo tremolante e sfalsata, ma sufficientemente chiara. I lupi mi circondano, schioccano le fauci e affondano gli artigli acuminati dal terreno. Non lascio loro il tempo di colpirmi di nuovo, dirigo una lama di luce circolare per disperdere il loro accerchiamento, ma prima che questo possa succedere li vedo tutti riunirsi in uno. Il mio attacco si esaurisce nel nulla, colpisce l’aria là dove prima si trovava il branco, ora riunito in un unico, grosso lupo che riesco a vedere con la coda dell’occhio alla mia sinistra. Il lupo scatta, le sue zampe a mezz’aria mutano in vere e proprie falci pronte a ferirmi di nuovo.
Ruoto la schiena, abbastanza in fretta da schivare il suo attacco, e mentre lo faccio carico un nuovo colpo. Il lupo si divide di nuovo in altri lupi che mi circondano e di nuovo si riunisce in un unico corpo – in un punto differente, questa volta. Scatta da destra, il tutto in una frazione di secondo, non ha nemmeno fatto in tempo a toccare terra.
Lo schivo ancora, e questa volta sfrutto la rotazione del mio corpo per rilasciare il colpo che avevo caricato. Un semicerchio di fiamme colpisce il demone proprio nel momento in cui si divide.
Alcuni lupi riescono ad acquattarsi, si trasformano in serpenti che mi strisciano verso le gambe. Io non devo far altro che abbassare la mano, guidando il fuoco verso terra. Si rovescia sull’erba come acqua, incenerendo ogni cosa.


* * *


«Non... stai dicendo sul serio, vero?»
«Sono mortalmente serio.» gli rispondo, e ringrazio anni di apatia per farmi mantenere un’espressione neutra. «A ben pensarci, questa situazione è davvero tutta colpa tua. Se non avessi mai proposto questa stupida cosa degli esorcismi, ora staremmo tutti meglio. E io scemo che ho accettato!»
Sergio mi fissa come se gli avessi appena strappato il cuore a mani nude dal petto. Mi sento di merda per quello che gli sto dicendo. Perfetto!
«E sai anche cosa?» continuo la mia opera di demolizione «Non mi piacevi all’inizio, e mi piaci ancora di meno ora. Davvero, mi chiedo perché ti abbia sopportato fino a questo punto! Sì, posso dire onestamente che se non ti avessi mai conosciuto tutto sarebbe stato meglio.»
«Uuuuh, pesante questa!» esclama uno dei demoni di Sergio, che ormai stanno saturando il corridoio. Forse dovrei fare il colpo grosso e dirgli che è probabile Agnese possa morire per colpa sua, ma persino io mi rendo conto che è una cosa da evitare. E avere sulla coscienza la morte di qualcuno, anche solo per un secondo, non è qualcosa che augurerei al mio migliore amico.
Che, in questo momento, sto distruggendo emotivamente a giudicare dalla sua espressione.
«Ma, io pensavo...»
«Tu pensavi? Ah!» lo interrompo, cercando di suonare più scocciato possibile. «Tu non pensi mai, è questo il problema. Sei così stupido
Sergio si porta una mano alla bocca, imitato da un paio di demoni che appaiono sul momento. Va bene, direi che ora gli do il colpo di grazia e poi siamo a posto. Anche perché, dando velocemente un’occhiata fuori dalla finestra, credo che ai demoni di Agnese rimanga poco tempo.
«Sì, sei una delle persone più stupide che io abbia mai visto. E con il peggior senso del gusto di sempre.» riprendo. «Perché, sai, le marmellate delle suore mi fanno schifo. Schifo.»
Questa frase sembra avere il potere di strappare Sergio dal vortice di dolore in cui l’ho cacciato. Aggrotta la fronte e solleva un indice accusatore. «Adesso, aspetta però.» dice, con voce cupa. «Qui stai cominciando ad esagerare.»
Si origina – no, giusto, entra – un altro demone, con chiaro cipiglio aggressivo. Io sospiro. «Sì, direi di sì. Scusa.»
«Puoi insultare me, mia madre, mio padre, ma non le-cosa
«Scusami.» ripeto, con un sorriso. «Era per un bene superiore.»
Osservo i demoni che occupano il corridoio: quelli di suor Decimia sono ancora bloccati come delle statuine, quelli formati da Sergio sono un tappeto sciamante ai nostri piedi. Tutti mi fissano con attesa.
«Signore?» me ne chiede uno piccino, sollevando una zampina come se volesse tirarmi appena i jeans. Sembra un piccolo orfanello lustrascarpe. «Signore, non è che potrebbe prestarmi il suo corpo per un po’? Credo di stare per scomparire.»
Oh, questa poi...! «No, affatto!» esclamo, scrollandomi il demone di dosso. «Voi tutti, adesso, statemi a sentire. E fermi qui. Lo vedete il nephilim laggiù, sì?» dico, indicando fuori dalla finestra. I demoni allungano appena il collo, bloccati come sono, ma quando lo focalizzano riesco quasi a vedere il loro nero diventare grigio. Sorrido, non posso farne a meno. Anche se li sto letteralmente mandando a morire.
«Bene. Voglio che cerchiate di fargli male.» ordino loro «Al mio via, vi scaglierete su di lui, tutti voi! Demoni di Decimia, demoni di Sergio, e i miei demoni, perché anche se non vi vedo so che ci siete! Tutti voi, andate, ora!»
Appena finisco la frase sento i demoni urlare quelli che, ad orecchio, credo siano una valanga di insulti. Li vedo scagliarsi attraverso le pareti e i vetri delle finestre, uno sciame nero che sembra come essere risucchiato da qualcosa, più che lanciato all’assalto del nephilim. Appena escono tutti i demoni dal corridoio mi getto anche io verso la finestra, la apro di scatto e mi sporgo, senza curarmi di essere visto dal nephilim. Tanto ormai a che serve nascondersi?
«Sì, circondatelo!» urlo ai demoni, che prontamente obbediscono. In breve la figura del nephilim scompare dalla mia vista, avvolta in una nube oscura. A denunciare la sua presenza solo lampi di luce azzurra, ottenebrata per metà solo dal nero dei demoni.
Non resisteranno due minuti, lo so. Ma almeno, Agnese sta indietreggiando.


* * *


Sento la forza vitale del demone scemare considerevolmente. Lascio che l’accuratezza dei miei sensi cali, riciclo l’energia che usavo per alimentarli e vado a incanalarla nei miei poteri offensivi, ma esito a lanciare un nuovo colpo quando sento il demone riprendersi. Di poco, ma riprendersi comunque, come se anche lui avesse una fonte a sostegno del proprio potere, a cui attingere in continuazione per compensare le ferite che gli infliggo.
La suora. Perché un demone dovrebbe proteggere qualcuno? Sono collegati, indubbiamente collegati. Mi muovo nella direzione della donna, ma il demone mi intercetta subito, forma una parete tra me e lei. Sento che si è ripreso del tutto, la sua presenza è vivida come all’inizio di questo scontro. Se di scontro si può parlare: perché non mi sta colpendo ora che sono fermo?
Sta sulla difensiva, non sta cercando di attaccare. E nonostante questo, prima mi ha ferito. Mi sta dando del filo da torcere quando, in realtà, non sta facendo altro che giocare. E io sto perdendo. Non posso ammettere una cosa del genere!
Allungo le mani, rilascio una nuova ondata di fiamme che continuo ad alimentare togliendo energia ai sensi, riducendoli del tutto a quelli di un uomo comune. Ma è una mossa azzardata, me ne rendo conto appena sento l’energia del demone provenire da un punto diverso rispetto a dove pensavo fosse. Si è spostato? Come ha fatto a fuggire dal mio torrente di fiamme?
Mi volto, ingoio un’altra pila e riattivo i miei sensi a sufficienza da constatare che, in realtà, la presenza che ho avvertito alla mia sinistra non è quella del demone. Sono altri demoni, li avverto come uno sciame che cala velocemente su di me.
Alzo l’altra mano e colpisco lo sciame con dei proiettili di energia, riesco ad eliminare una gran parte dei demoni al primo colpo, ma sento che la distrazione mi è costata il controllo sul demone più pericoloso. Lo avverto sollevarsi oltre le mie fiamme – più deboli dopo che ho dovuto sfruttare il mio potere per disperdere lo sciame – e unirsi ai superstiti in un unico gorgo. Avverto le loro presenze mischiarsi, farsi indistinte ai miei sensi che mi trovo così costretto ad affinare di nuovo. Altra energia sprecata, altri colpi resi deboli ed inefficaci!
Un filtro blu cade di nuovo sul mondo, i demoni rivelano la loro forma come quella di un turbinante gorgo scuro che mi avvolge in un bozzolo, cercando di soffocarmi. Non lascio nemmeno che mi sfiori, colpisco i demoni con altre lame di energia, precise e distruttive, ma che riescono a disperdere e uccidere solo i demoni più piccoli, la cui sola funzione ora è quella di fare da cuscinetto tra me e il demone della falsa suora. Quello che continua impunito a recuperare le forze.
Stringo i denti quando le sue spire mi avvolgono completamente, oscurando del tutto il panorama intorno a me. Vorrei usare il fuoco, ma consuma troppa energia, e non posso permettermi di calare di nuovo i miei sensi! Devo continuamente tenere sotto controllo il demone, non permettergli attacchi a sorpresa. Non mi resta che colpirlo con rapidi proiettili di energia grezza, che emetto a raffica dalle punte delle mie dita. Colpiscono il demone con piccole esplosioni di luce azzurra, che si spande sul suo corpo come le saette di un fulmine.
Giro su me stesso, continuo a lanciare colpi man mano che la rotazione avanza. Schivo, saltando, un demone che ha provato ad afferrarmi il collo, lo distruggo con una lama di luce prima ancora di toccare terra. Mi volto di nuovo appena sento l’energia del demone aumentare alle mie spalle, decido di sprecare energia e colpire con un’onda di fiamme l’escrescenza oscura che stava per ferirmi. I miei sensi vacillano, ma vedo anche il demone ritrarsi di poco, per poi tornare all’attacco dalla parte diametralmente opposta. Giro sui miei tacchi per bloccarlo di nuovo, senza abbandonare le fiamme, i sensi e le energie che continuano a calare. Il demone intanto sembra perdere consistenza: riesco a vedere, addirittura, gli alberi in trasparenza dietro di lui. Ma so che è una percezione ingannevole: non è lui a indebolirsi, sono io!


* * *


Sergio si sporge sul davanzale. «Quindi hai giocato con la mia psiche per creare un esercito di demoni?» sorride. «Geniale!»
Faccio una smorfia. «Più una piccola banda di quartiere.» lo correggo, di gran lunga meno entusiasta di lui. I nostri demoni sono decimati, ormai. Se hanno resistito più di due secondi è solo merito dei demoni di Agnese, che continuano a ronzare intorno al nephilim, visto che la suora non si muove. Perché diavolo non si muove? Ha capito che i suoi demoni possono rallentare il nephilim? No, anche se fosse, non può rimanere a bloccare un nephilim solo per altruismo. Non è così stupida.
Mi concentro su di lei e lo vedo: un demone dalla forma di gufo appollaiato sulla sua spalla. Le sta sussurrando qualcosa all’orecchio, mentre fa freme le ali così lunghe che quasi toccano terra – o almeno, lo farebbero, se verso la fine non diventassero fumose e indistinte.
No, non è vero, erano fumose e indistinte, ma ora sono appena diventate più solide. E il demone è diventato più grande. Allarga le ali, allunga il collo, il suo becco si piega in un ghigno innaturale quando solleva il volto proprio verso di me, per fissarmi e – oh, merda!
Agnese è paralizzata perché i demoni la stanno distruggendo psicologicamente come io ho provato a fare prima con Sergio. E i demoni stanno facendo questo per riparare i danni causati dal nephilim, visto che sono costretti a combatterlo ancora, visto che Agnese non si muove, visto che... è un circolo vizioso. Ma la cosa importante, la cosa davvero importante è che quei demoni mi hanno trattenuto finché non è arrivato il nephilim, e quel gufo mi ha guardato per un motivo, e non è unito agli altri per un motivo, e sta puntando verso di me e non voglio che succeda di nuovo!
«Dobbiamo andarcene, subito!» esclamo, e prima che Sergio possa ribattere lo afferro per un braccio. «Ma dopo aver fatto smuovere di lì Agnese.»
Mi volto, comincio a correre, ma non arrivo nemmeno alla porta delle scale che vedo Decimia spalancarla con un calcio – che avrebbe dovuto spezzarle la tibia in due, ad occhio – e venirmi incontro a passo di marcia. Scivolo sul pavimento del corridoio per fermarmi appena la suora mi supera, non riesco a staccarle gli occhi di dosso. Tiene in mano un fucile. E non ne sono minimamente sorpreso, perché sono troppo occupato ad esserne terrorizzato.
«No, no, no sorella Decimia...» sento Sergio iniziare, ma è troppo tardi.
La suora borbotta qualcosa, si sporge dal davanzale con il fucile puntato, semisdraiata come un cecchino. E fa fuoco prima che io o Sergio possiamo anche solo voltarci del tutto.


* * *


Abbatto due tentacoli, ma un artiglio riesce a graffiarmi una guancia, e in tutto questo il gorgo che mi circonda mi impedisce i movimenti, mentre gli attacchi del demone mi impediscono di concentrare abbastanza potere in un punto per aprirmi un varco. Non posso far altro che rimanere qui in mezzo, in balia delle sue offensive! Dovrei prendere altre pile, ma il demone continua ad attaccarmi con regolarità, non posso sprecare neanche un secondo, devo sempre reagire. E anche ingoiando tutte le pile – attacco da destra, schiva, abbassati e colpisci quello che ti viene da dietro – non sarebbe abbastanza. Quello che mi servirebbe davvero sarebbe una mina, come fanno per i militari. Però, forse, potrebbe anche essere sufficiente...
Altro attacco, da sinistra questa volta. Basta che io mi volti per schivare la bocca irta di denti, recido il collo che la lega al demone con una lama di energia. Quando lo faccio, la mia lama apre un varco anche attraverso il gorgo vero e proprio, un varco minuscolo da cui, però, riesco a vedere qualcosa esplodere davanti alla finestra del convento.
E, immediatamente dopo, sento un proiettile trapassarmi il cranio.
Il mio collo scatta all’indietro, vedo il mio sangue delineare un arco nell’aria sopra di me, non posso fare a meno di rimanere un secondo ad ammirarlo. Questo... questo è davvero un miracolo.
Sorrido, e allargo le braccia. Un colpo di arma da fuoco è più che sufficiente.


* * *


Scivolo di nuovo verso la finestra, accanto a suor Decimia che ora è avvolta da una nuvola di fumo – ma quanto era vecchio quel fucile?
Lei ritira l’arma e la tiene in mano con orgoglio, il colpo deve essere andato a segno.
«£$”%&°éç°éç”!£$» dice, con tono allegro.
«Ha detto che quel colpo le è venuto da Dio.» mi traduce un demone che mi striscia sul braccio.
Purtroppo, non sono in vena di apprezzare l’ironia della cosa. L’unica cosa su cui sono in grado di concentrarmi, ora, è quella colonna di fuoco azzurro che vedo là dove un tempo c’era il nephilim.
Il fuoco gorgoglia, si spande ovunque. I demoni sono spazzati via, sembrano filamenti di tessuto stracciato dal vento, e questi sono quelli di Agnese. I suoi demoni indistruttibili. Completamente annientati. Quelli del mio gruppo d’assalto, ormai, chi se li ricorda più?
Anche il demone-gufo sta venendo sfilacciato dalla luce che emana il fuoco del nephilim, sempre più forte man mano che il fuoco divora l’aria e si avvicina ad Agnese.
Che si trova con un portone chiuso alle spalle.
Sgrano gli occhi. La vedo trafficare freneticamente con la serratura, ma il meccanismo è vecchio, ci vuole un’eternità a sbloccarlo e lei non ha un’eternità, e il fuoco... oh, Cristo, non di nuovo!
«Fermo, fermo, fermo!» urlo, sporgendomi dalla finestra. «Sono qui, dannazione!»
Agnese si volta a guardarmi stupita, la schiena contro il portone. Le fiamme non la raggiungono. Si esauriscono a pochi centimetri da lei, dissolvendosi nell’aria.
E la cosa mi terrorizza. Dovrei essere sollevato, invece, visto che ho appena impedito a una suora di morire in modo orribile, ma mi sento attanagliare dall’angoscia. Perché se il nephilim ha fatto sparire il suo fuoco significa che mi ha ascoltato. E questo significa che... mi sono praticamente consegnato a lui.
Sposto il mio sguardo da Agnese all’inquisitore. Lo vedo in mezzo a un cerchio d’erba bruciata, guarda dritto verso di me mentre si toglie qualche fiammella dal vestito.
«Bene, Ivan Aleksandrovič Kozyrskij.» esclama, infatti, la sua voce mi arriva fin troppo chiara. «Sei ora proprietà della Chiesa di Roma per tramite dell’Inquisizione. Scendi.»
E’ finita, sì. Mi sono stretto un cappio intorno al collo e gli ho consegnato l’altra estremità. Lo constato meccanicamente, l’ansia di prima che mi scivola via lasciandomi... nulla. Non so nemmeno cosa rispondere, non so nemmeno cosa pensare.
«Proprietà?» ribatte invece Sergio, sporgendosi dalla finestra così tanto che deve stare in punta di piedi per non sbilanciarsi. «Beh, finché non mi mostri la ricevuta, lui non è proprietà proprio di nessuno!»
Il nephilim solleva la mano così velocemente che quasi non vedo partire il colpo, un proiettile luminoso perfora le pietre accanto alla finestra. Sergio sbianca.
«Sufficiente, come ricevuta?» chiede il nephilim. «Ora, risparmiatevi l’imbarazzo. Scendete. Per la via più breve.»
Sergio si allontana dal davanzale e si volta verso di me. «Okay, forse se sei molto, molto veloce dovresti riuscire a scappare comunque.» mi dice. La sua voce è tesa, credo sia la prima volta che lo vedo davvero agitato. Questo, più che tutto il resto, mi fa sentire davvero in che razza di situazione ci troviamo. «Se usciamo da...»
«No.» lo interrompo. Lui mi guarda come se fossi pazzo, ma sono perfettamente in me, è questo il problema. Sono così perfettamente in me da rendermi conto che siamo stati degli idioti anche solo a pensare di poter fare qualcosa per fuggire da un inquisitore. «Hai visto cosa ha appena fatto. Se provo a scappare di nuovo quella cosa mi ammazza.»
«Non per dire, ma non penso che ti capiterebbe molto di meglio se ti consegnassi a lui.»
Probabilmente sì. Ma... forse no. Forse tutto questo è solo un gigantesco malinteso, forse sono io ad aver troppa paura, perché Cristo, ho solo fatto degli esorcismi!
Sì, certo, come no. Tutto un malinteso. Guardo le bende sulle mie braccia, sono chiaramente un malinteso anche questo, quel nephilim voleva solo chiedermi indicazioni stradali per la cucina flambé più vicina.
Stringo i pugni. Ma chi voglio prendere in giro, quando non riesco nemmeno a convincere me stesso?
Però, anche se davvero riuscissi a scappare adesso, poi cosa succederebbe? Lascerei qui le persone a cui ho finito con il volere bene. E so cosa ci fa l’Inquisizione, con le persone vicine ai suoi ricercati.
Mi volto verso Sergio. «Stai qui.» gli dico, lo vedo sgranare gli occhi appena pronuncio la prima lettera.
«Oh, non provarci nemmeno...» comincia, ma la frase finisce in un mugugno quando suor Decimia lo prende per un orecchio, costringendolo a piegarsi.
Rivolgo alla suora un’interrogativa alzata di sopracciglio, ma lei si limita a sorridere e annuire con la sua placida espressione senile. Evidentemente, in una situazione del genere, le differenze linguistiche cadono inermi. Proprio come i demoni davanti a quel nephilim.
Mi volto di nuovo verso la finestra, quel mostro sta aspettando lì sotto. Sta in piedi in un cerchio di terra bruciata, con le mani incrociate dietro la schiena. I raggi del sole lo colpiscono da dietro, illuminando i contorni della sua figura di una luce rossastra.
So che il Diavolo non esiste, ma d’ora in poi lo immaginerò comunque così.
E nonostante quello che ho appena deciso, non riesco a muovere un passo, e non so nemmeno perché. Non mi sento spaventato. Ieri lo ero, terrorizzato a morte, pochi minuti fa lo ero, ma adesso no. Adesso non sento nulla.
Vedo il nephilim incrociare il mio sguardo e fare una smorfia di mal celato disgusto. Quel nulla si trasforma in puro fastidio. Perché fa un’espressione del genere, eh? Se c’è qualcuno che dovrebbe essere disgustato, qui, sono io. Perché tutta questa situazione non avrebbe dovuto crearsi in primo luogo – e non perché io non avrei dovuto iniziare a fare esorcismi, ma perché non puoi, non puoi mandare un nephilim dietro a una persona solo perché alla Chiesa non piace che della gente venga aiutata. Con compenso. Ma comunque aiutata!
E poi che cazzo vuol dire che sono una loro proprietà?!
Se questo... questo schifo di persona vuole arrestarmi e portarmi dal suo Papa, bene, esigo almeno mi sia detto perché! Voglio sentirlo dire da lui, voglio che mi dica chiaro e tondo “non mi piaci quindi ti elimino”. Perché, davvero, qualunque spiegazione possa dare sarà parafrasabile in questo modo!
Mi appoggio al davanzale della finestra, tamburellando le dita sulla fredda pietra. La via più veloce, ha detto? Mi arrampico sul davanzale. Bene, gli darò la via più veloce!


* * *


Proprio quando penso di dover entrare nel convento e portare giù a forza Kozyrskij, lo vedo sporgersi dalla finestra e saltare. Atterra senza danno alcuno, ma con malagrazia. Deve fare dei balzelli per evitare di perdere l’equilibrio, e anche quando finalmente riesce a rimanere dritto l’impressione che suscita non è migliore. Lascio soffermare il mio sguardo sul suo volto, vedo i suoi occhi sgranati ricambiare con intensità nervosa. Non posso fare a meno di constatare quanto appaia patetico.
Questa è davvero la persona che vogliamo usare per sconfiggere il demone dei Turchi? Pensiamo davvero possa essere in grado anche solo di resistere alla vista di uno dei Settantadue? Stringo i pugni dietro la mia schiena, per non dare a vedere la mia rabbia. I tagli sui miei vestiti dimostrano già a sufficienza la mia vulnerabilità.
Con la coda dell’occhio vedo la falsa suora muoversi, la seguo con lo sguardo mentre si avvicina al ragazzo.
«Cosa credi di fare?» gli dice, con un tono di voce che dimostra più indignazione che apprensione. Kozyrskij solleva una mano verso la donna. «Voglio delle risposte, prima di... tutto il resto.» quando lo dice vedo i suoi occhi saettare verso di me, la sua voce si incrina sulle ultime parole.
«Per carità, ragazzo, cerca di ritrovare la lucidità prima di fare qualcosa di cui ti pentirai per tutta la vita.» ribatte la falsa suora.
Kozyrskij sorride, un sorriso nervoso e involontario. Continua a fissarmi in quella che credo sia una sorta di sfida. «Tanto dubito che vivrò ancora a lungo, eh?»
C’è disperazione, nel modo in cui pronuncia la frase, ma una disperazione rassegnata e sublimata in un ironico distacco. Immagino che esternare i suoi timori lo faccia sentire più sicuro, forte della superiorità morale che ostenta travestita da sarcasmo, come del resto ho visto fare a ogni imperiale che io abbia incontrato finora. Ma non ho più né le forze né l’interesse di mostrargli quanto sia in errore, non dopo aver sprecato così tanto tempo e così tante energie per combattere contro i demoni di una suora blasfema.
Il cerchio bruciato intorno a me dovrebbe già essere un monito sufficiente per fargli capire che non è nella posizione per dimostrare spavalderia.
«Muoviti.» gli ordino, semplicemente, ma il ragazzo non ubbidisce. Si impunta, e non capisco se è la paura a bloccarlo o l’orgoglio. Ne sono comunque infastidito. Non ho intenzione di trascinarlo a forza, ho paura che se lo toccassi non resisterei all’impulso di incenerirlo all’istante. «Muoviti, ora.» ripeto, a denti stretti.
«Prima» mi risponde lui, invece di ubbidirmi come dovrebbe «dimmi perché la Chiesa perde tempo dietro a degli esorcismi. È perché riesco a controllare qualche demone, nemmeno di quelli pericolosi? Sono davvero una così grave minaccia per la fede che il Papa si sente in dovere di spedirmi dietro un cazzo di nephilim?»
Non osare, non osare nemmeno pensare di poter pronunciare il nome del Santo Padre con quella tua empia bocca, seme del demonio!
Stringo i pugni così forte da farmi entrare le unghie nella carne, e devo voltarmi di scatto per impedirmi di reagire. Respiro per calmarmi, ma non sopporterò altre blasfemie oggi.
«Una simile conversazione l’abbiamo già avuta.» sibilo, tornando a guardare Kozyrskij.
«Conversazione?» mi rimbecca subito lui, allargando le braccia. «Strano, ti ricordo più come un tipo da esplosioni piuttosto che parole!»
Questa volta si rende conto da solo di aver oltrepassato il limite. Sgrana gli occhi ancora di più e il colore drena dal suo volto. Indietreggia, portandosi quasi con le spalle al muro del convento.
«Voglio sapere il motivo che mi farà finire sul rogo.» dice, la voce più rauca, più debole. Quasi un sussurro, il sussurro di chi finalmente realizza che la sua morte è inevitabile.
E quanto vorrei fosse così. Questo demone dovrebbe trovarsi davanti al tribunale dell’Inquisizione per aver osato portare a termine esorcismi clandestini, non pronto a partire per Gerusalemme! Ma, invece della giusta punizione che gli spetterebbe, riceverà la possibilità di riscattarsi servendo quella stessa Chiesa che ha offeso con le sue azioni. E nonostante questo, continua a farmi perdere tempo con domande che si ritiene erroneamente in diritto di fare.
Cammino verso di lui e gli afferro il braccio, lo sento sobbalzare e cercare di divincolarsi, ma ignoro i suoi sforzi e lo trascino qualche passo lontano dalla suora, che mi osserva incredula.
«Non credere» sibilo a Kozyrskij quando ci fermiamo, facendo pressione sul suo braccio. «che non mi piacerebbe vedere uno della tua risma bruciare. Ma, purtroppo, una tua esecuzione non è prevista nell’immediato.»
Lui apre gli occhi che aveva chiuso per il terrore e mi fissa con un’espressione confusa. «Cosa?» biascica. Poi vedo la sua fronte aggrottarsi, lo sento provare a divincolarsi di nuovo. «Cosa significa?»
«Stai fermo!» gli intimo io, strattonandolo di nuovo. Lui ubbidisce, finalmente, ma senza evitarsi un’alzata di sopracciglia.
«Okay, agli ordini.» sputa, così pieno di sé, come se fosse una vittima. Oh, ma sta pur certo che farò pressione personalmente perché la giustizia faccia il suo corso, una volta chiusa la questione di Gerusalemme...
Lascio la presa su di lui e mi massaggio una tempia – vedo che lui fa lo stesso con il suo braccio, ridicolo, come se avessi stretto così forte da bloccargli la circolazione sanguigna.
Medito se informarlo del ruolo che lo Stato Maggiore intende fargli avere nella nostra guerra contro i Turchi, forse dovrei rispondere alle sue domande. D’altro canto, però, anche se mi è stata lasciata carta bianca questo è pur sempre territorio imperiale, non posso parlare di simili questioni in un luogo non protetto.
Ma che senso ha pensare in questi termini, quando un mago è già riuscito a comprendere i nostri piani per Kozyrskij?
Prima o poi il ragazzo dovrà comunque essere messo al corrente di ciò che lo aspetta, e se non altro la sicurezza di non essere condannato a morte potrebbe fargli smettere di essere così recalcitrante.
Mi avvicino a lui. «Vuoi sapere perché mi è stato chiesto di cercarti?» gli sussurro, vedo i suoi muscoli irrigidirsi. «Allora, ascolta.»


* * *


Lo sapevo. Lo sapevo che c’era qualcosa di strano in tutto questo, che non potevano essere qui solo per gli esorcismi. Ma questo non è un bene per niente, perché ora non ho la minima idea di cosa vogliano da me! E certo, il fatto che il nephilim mi abbia detto che non sono a rischio rogo dovrebbe rassicurarmi, ma non lo fa per niente. Forse perché a dirmelo è stato un inquisitore, ma solo forse eh.
Oltretutto, se l’inquisitore in questione non mi stesse così tanto appiccicato magari eviterei di morire per tachicardia. La sua presenza è soffocante.
«Immagino tu sia al corrente della situazione della campagna che la Chiesa sta conducendo in Terra Santa contro l’invasione dei Turchi.» comincia a spiegare il nephilim. Io annuisco, anche se non capisco dove voglia andare a parare. Terra Santa? Questo cosa ha a che vedere con me? Nemmeno ci sono mai stato.
«Bene.» continua però il nephilim «Non penso, però, tu sia al corrente del fatto che la posizione della Chiesa sta diventando sempre più critica. Abbiamo...» si blocca, fa una smorfia come se pronunciare queste parole gli stia costando fatica fisica. «abbiamo perso tutte le fortezze e un gran numero di nephilim. Capisci cosa significa?»
No, e non è l’unica cosa che non capisco. Non so nemmeno se mi debba fidare di quello che sto sentendo! Che razza di spiegazione è? Cristo, probabilmente sta solo cercando di farmi credere di avere altri progetti per me e... no, è ridicolo, non ne avrebbe il bisogno. Potrebbe trascinarmi a Roma e, ora come ora, non opporrei resistenza.
Ma allora, se non è per ingannarmi, cosa diavolo...
«Cosa diavolo c’entra tutto questo con me?» mormoro, allontanandomi di un passo. Il nephilim non si muove, ma mi fissa con cipiglio. Il volto è quasi completamente in ombra, illuminato solo dalla luce che proviene dai suoi occhi, che gli disegna come una maschera azzurra. Dannatamente inquietante.
«I Turchi sono riusciti a prendere le fortezze crociate, Kozyrskij, fortezze che erano presidiate da noi nephilim. Hanno qualcosa che è in grado di ucciderci come se fossimo meno che mosche, qualcosa che non riusciamo a contrastare nemmeno alla nostra massima forza.» sibila il nephilim, e io mi sento rabbrividire.
Non per l’idea di qualcosa in grado di poter contrastare queste bestie, ma per il termine che ha usato. Quel “qualcosa” mi fa suonare un campanello e mi dà una sensazione che non mi piace per niente... e poi tutta questa storia non sarà mica quella faccenda del jinn? Quella cosa sui turchi che combattono con un jinn... ma che diavolo, pensavo fosse solo una leggenda metropolitana. Non so nemmeno cosa diavolo dovrebbe essere un jinn, non di preciso! Genio della lampada? Da quand’è che esistono davvero?
Anche se, in effetti, dopo la conversazione con i demoni di Agnese dovrei davvero rivalutare su cosa essere scettico e su cosa no.
«Continuo a non capire.» dico al nephilim, comunque. «Davvero, cosa c’entra un jinn con me? So controllare i demoni, e nemmeno bene, cosa vuoi che faccia contro-» mi interrompo appena vedo il nephilim alzare un sopracciglio, apparentemente confuso.
«Il jinn è solo frutto di fraintendimento e mala informazione.» commenta, e appena lo dice sento quel campanello d’allarme farsi più pressante, e so, so cosa sta per arrivare anche se non riesco a metterlo a fuoco... «Ciò che hanno i Turchi al loro servizio, quello che stiamo combattendo in Palestina, pensiamo sia uno dei settantadue demoni salomonici.»
E ora, ecco, altro che metterlo a fuoco, è come un’esplosione. So perché questa conversazione mi ha messo in allarme, so perché le parole pronunciate dal nephilim mi ricordavano qualcosa. Indietreggio d’istinto, sento le gambe malferme, il cervello focalizzato su un solo numero.
Settantadue.
E una parola.
Dei. Dei, dei, dei.
Ora, cazzo, so cosa c’entro io in tutto questo. E so anche che tutto questo non ha senso, non ha assolutamente senso!
Cioè, mi stanno davvero dicendo... questo nephilim, mi sta davvero dicendo... mi vogliono davvero mandare...?
Mi scontro contro il muro del convento, sono in trappola in ogni verso, fantastico!
«Nessuno di noi nephilim è abbastanza forte da distruggerlo o assorbirlo.»
Mi vogliono davvero mandare a morire? Non riesco nemmeno a controllare dei demoni appena un poco forti, non possono davvero pensare... sono stupidi? Cristo, ma l’ha visto che demoni riesco a controllare? Come può pensare io riesca a controllare degli Dei o quel che sono?
«Non posso farlo!» esclamo, più forte di quanto avrei dovuto, me ne rendo conto quando il nephilim mi afferra il braccio. Sento la pelle bruciare dove mi tocca, ma non perché lui stia usando il suo fuoco. Ho tutto il corpo che sembra andare in fiamme e cavolo, cavolo se l’avrei preferito al dover essere mandato a morire a Gerusalemme contro un essere che anche i demoni di Agnese hanno paura ad affrontare!
«Siete fuori di testa, cosa sperate di ottenere, Cristo!» urlo ancora, e me ne frego se tutti i presenti sentono quel che il nephilim voleva tenere segreto, la prossima volta impara a non scegliersi dei segreti così idioti! «Cosa sperate...»
«Speriamo» mi blocca il nephilim, a denti serrati. La sua voce sembra quasi un ringhio. «in un miracolo. Speriamo che tu nasconda un potere più grande, speriamo che tu riesca ad usarlo al momento giusto. E questo» si avvicina a me, mi strattona in avanti. «dovrebbe farti capire quanto siamo disperati.»
Disperazione. Sì, devono avercela nel sangue se pensano che io possa accettare a una cosa del genere! Non possono costringermi a combattere per loro, non sono cittadino della Chiesa. Per stare in un esercito devi essere cittadino di quello stato come minimo, no?
E tu credi davvero che a loro interessi una cosa del genere?
Stringo i denti e mi guardo le mani ancora bendate. No, direi che sperare la Chiesa segua le leggi degli stati civili sia troppo, eh?
Non so nemmeno perché stanno combattendo a Gerusalemme, mi sono fermato a quando i crociati erano lì per conquistare la Terra Santa, non per proteggerla. Cristo, ci credevo, ci credevo davvero che tutto questo potesse risolversi in una semplice prigionia, nonostante tutto ci credevo davvero.
Mi rendo conto ora che, durante questa conversazione, non ho davvero mai visto come reale la possibilità di una mia morte. Tranne adesso. Adesso me la sento strisciare tra le ossa e i muscoli, mi avvolge la gola e stringe. È una sensazione così fisica che mi fa quasi venire da vomitare.
«Siete fuori di testa.» riesco a sussurrare, e non ascolto la risposta del nephilim. Non mi interessa. Che cazzo, sono cittadino dell’Impero, non possono chiedere di combattermi così per loro! Non possono!
Solo perché qualcosa di non meglio precisato che passa per un Dio...
Qualcosa.
c’è qualcosa che solca questo mondo
Mi congelo. Ogni pensiero, ogni emozione, ferma, fredda nel momento della realizzazione.
quel qualcosa non ci piace e non piace ad altri lo abbiamo visto nelle menti dei nostri simili sappiamo che ti vogliono chiedere aiuto e vogliamo vedere cosa succede
Me l’avevano detto. Quegli stronzi me l’avevano anche detto! Lo sapevano, lo sapevano ma non mi hanno avvisato.
vogliamo vedere se sia possibile distruggerlo
Mi hanno trattenuto finché non è arrivato il nephilim. Mi hanno trattenuto perché
abbiamo deciso di scommettere su di te
Sento un grilletto scattare nel mio cervello, tutta la rabbia, lo shock, la paura spariscono. Sento solo odio, puro, semplice e freddo, come mai ho provato in vita mia. Respiro piano, è come se tutto il mio corpo si fosse fermato, perché il mio cervello ora è occupato a girare intorno a un solo pensiero.
Mi volto verso Agnese. Attorno ai suoi piedi vedo quanto rimane dei suoi demoni, una striscia di oscurità tra l’erba bruciacchiata, come un serpente. Credo mi noti, perché fa per strisciare via, ma io sono più veloce.
Allungo una gamba e affondo il tacco dello stivale nel corpo nero del serpente demoniaco, lo calco così a fondo da trapassarlo e sentire la terra. Vedo le sue spire dimenarsi come un verme all’amo. Non so se i demoni possano provare dolore, ma per un attimo lo spero davvero.
«Prima che ti spieghi perché è un’immonda cazzata lo spedirmi a Gerusalemme.» dico al nephilim, indicando verso il serpente sotto il mio tallone. «Fammi un favore – so che sai dov’è – e uccidi questa bestia.»
Uomini (I) by Fra Tac
Author's Notes:
Eeeed eccomi dopo eoni con il nuovo capitolo :'D Niente molto da dire, le puntate precedenti sono abbastanza recenti no? Niente bisogno di rinfrescare la memoria?
Altre 10.equalcosa parole all'attivo, comunque, per chi di dovere uù Ergo altra divisione del capitolo, dannato limite di voci. E con questo finiamo la parte centrale, la prossima sarà tutta guerra a Gerusalemme, per la gioia di Caladan :'P (speriamo non deluda, argh.)
Guerra.
Non ho mai nemmeno calpestato – volontariamente – la coda a un gatto, e adesso mi spediscono in guerra.
Ad ammazzare un Dio.
«Ha detto che può cominciare a prenderti le misure per una bara personalizzata, se vuoi.»
Dall’altra parte della stanza, il nephilim sta sbraitando contro mia madre che, a giudicare dai demoni che le volano intorno, gli deve star bestemmiando in faccia di rimando.
Con tutto il bene che le voglio, se venisse incenerita sul posto in questo momento non mi dispiacerebbe troppo. Di certo non ho bisogno di altri motivi per farmi odiare dal nephilim, me e il mio codice genetico. E in più sento come se mi stesse per esplodere la testa.
Forse, però, è perché sto continuando a sbatterla contro il tavolo...
«E’ il suo modo per essere gentile, in realtà. Pensa che a me ha offerto libera scelta da un catalogo di urne cinerarie.»
Ma ritorniamo alla questione dell’ammazzare un Dio. Seriamente, come possono anche solo tenermi in considerazione? Hanno visto cosa sono in grado di fare. E nel mucchio delle mie capacità di certo non c’è quella che mi permetterebbe di affrontare un mostro di “demone” che ha ucciso decine di quei mostri di nephilim.
Sono lusingato dal fatto che la Chiesa abbia così tanta fiducia in me, ma anche no. Decisamente no. Apprezzo il tentativo di lanciarsi nella carriera di motivatore personale, ma apprezzerei altrettanto il non essere spedito a morire a Gerusalemme.
«Ehm, Ivan, sei con noi o hai aderito al programma spaziale russo senza dirmelo?»
Sospiro. Immagino che chiedere una cella di isolamento sia troppo. Proprio ora che voglio rimanere solo il nephilim doveva ritrovare un briciolo di umanità e lasciarmi con Sergio?
«Magari. Finire nell’orbita lunare sarebbe una fuga con stile. Ed efficace.» gli rispondo, voltandomi appena per guardarlo in faccia. Lui ricambia con un sorriso di sollievo.
«Se vuoi posso costruire una fionda. Sono bravo a costruire fionde.»
«Penso che serva qualcosa di leggermente più potente.»
«Sono molto bravo a costruire fionde.»
Cerco qualcosa di sagace per controbattere, ma non ci riesco. Non sono dell’umore per una catena di scemate con Sergio, sarà la mia imminente morte che fa questo effetto. Mi volto di nuovo, torno a guardare il nephilim e mia madre discutere. Credo di aver sentito un “Solo io posso decidere quando spedire in guerra mio figlio!”. Grazie, mamma, ti voglio bene anche io.
Sento Sergio che mi mette una mano sulla spalla, avverto il freddo delle sue manette sul collo. «Non è detto che finisca male per forza, questa cosa.» mi dice, in modo così poco convincente che quasi mi fa ridere. Torno di nuovo a guardarlo, stavolta mi degno pure di sollevare la testa. Appoggio il mento a una mano – a me, almeno, le manette le hanno risparmiate.
«Certo che per fare così bene certe farse mi stai proprio mentendo da schifo.» commento. Sergio sospira con aria melodrammatica.
«E’ il rovescio della medaglia del mio innato talento di bugiardo. Non riesco a mentire sulle cose importanti. O alle persone importanti.» allontana le mani dalla mia spalla e distoglie lo sguardo. Vedo che siamo messi bene entrambi, in quanto a verve. «Per quel che vale» mormora «se potessi tornare indietro a quando ti ho chiesto di lavorare con me, probabilmente mi prenderei a pugni. Dico probabilmente perché non so se sono abbastanza arrabbiato con me stesso da rovinare la mia bellissima faccia.»
Nonostante chiuda con una minchiata finale e un sogghigno, so che quello che ha detto prima è vero. Adesso comincia ad essermi più facile capirlo, e vedo quanto si stia tormentando. Vorrei dirgli di non pensarci, di nuovo, che non è colpa sua, ma più lo ripeto più mi rendo conto di quanto sia inutile per lui e non vero per me. La cosa strana, però, è che né a me né a lui questa consapevolezza sembra dare troppo fastidio.
Rispondo al suo sogghigno con un sorriso stiracchiato. «Ah, se vuoi un paio di pugni sei ancora in tempo a beccarli. Con gli interessi.»
«No, scusa, almeno uno di noi deve sopravvivere. Dobbiamo portare avanti il nome del clan.»
«Ah, allora missà che conviene a Gerusalemme ci vada tu. Così siam sicuri di continuare la successione, sai...»
«Mah, improvvisamente sai che le tette cominciano ad avere il loro fascino...?»
Ah, ma sentilo, lo stronzo. Gli tiro un calcio da sotto al tavolo. «Frocio di merda.» commento, con un sorriso. In un’altra situazione probabilmente starei ridendo, ma al solito, non è che scherzandoci sopra la morte sia qualcosa di più allettante.
Vedo lo sguardo di Sergio che si sposta pian piano dal mio viso a un punto dietro le mie spalle. Il nephilim, immagino.
«Sai, però, qual è il lato positivo di tutta questa faccenda?» parla più in fretta, e ora che ci faccio caso noto che le urla sono finite. Sento un pianto sommesso, ma no, non può essere mia madre. Dubito abbia dei condotti lacrimali, quella donna. Non può. Il mio sorriso svanisce. «Non possono farti nulla. E non c’è niente che tu possa perdere.» continua Sergio, tornando a guardarmi. Ha una certa luce negli occhi, come quella che aveva quando mi si è presentato la prima volta. Sento dei passi dietro di me. «Va da sé, spero tu abbia la decenza di far loro rimpiangere di averti costretto a fare tutto questo. Dopo il tempo che abbiamo passato insieme, la prenderei come un’offesa personale se tu non riuscissi ad essere orribilmente fastidioso come il sottoscritto!» sento dei passi dietro di me, una mano mi afferra il braccio e mi alza a forza. Non mi volto nemmeno a vedere chi sia, so perfettamente che si tratta del nephilim. «Non hai niente da perdere» ripete Sergio «e questo significa che hai un sacco di possibilità! Ergo... se lo vedi, manda a fanculo il Papa da parte mia.»
Sento la presa del nephilim farsi spasmodicamente più stretta, e stavolta sì, riesco a ridere davvero. Perché ce l’ha fatta ad essere un coglione fino alla fine, ed ha pure ragione.
«Fai schifo con gli addii!» esclamo a Sergio, appena prima che il nephilim mi trascini fuori dalla stanza. La sua risposta se la mangia il rumore della porta che sbatte.
«Muoviti.» mi ordina il nephilim. Con uno strattone mi costringe a voltarmi. «Abbiamo un aereo per Roma da prendere.»


* * *


Lascio dondolare le gambe, facendo strisciare appena i tacchi degli stivali sul pavimento di marmo e battendo i talloni sulle gambe della sedia. Una, due, tre volte. Mi aiuta a scandire i secondi, mentre sto qui ad aspettare che un gruppo di vecchi esaltati decida cosa fare della mia vita.
Non che la cosa mi tocchi più di tanto, visto che in ogni caso non mi rimane più molto da vivere.
«Smettila.»
...situazione resa ancora più deliziosa dalla compagnia. L’ideale per rendere il massimo piacevoli i miei ultimi giorni su questo mondo, davvero.
Sospiro e sollevo lo sguardo verso il nephilim, che mi sta lanciando occhiate di fuoco dall’altro lato del corridoio. Se ci mette ancora più odio rischio di ustionarmi sul serio. Mi fermo per pochissimo, prima di ricominciare a battere contro la sedia, mettendoci giusto quel tantino di forza in più per rendere il rumore ancora più fastidioso. Non distolgo lo sguardo dal nephilim neanche per un secondo.
Okay, non posso dire che questa situazione stia tirando fuori il lato migliore di me. Ma chissà, forse quel piccolo dettaglio della mia imminente morte per mano di un dannatissimo Dio potrebbe stare offuscando un po’ la mia ragionevolezza.
«Hai idea» sibila il nephilim. La sua faccia ha preso un interessante colorito azzurrino. «di quanto sia antica quella sedia? È un preziosissimo mobile barocco che...»
Ah, questa poi, è un’offesa personale. «Ma per favore, è una riproduzione fatta pure male. Anni 50 al massimo, se devo puntare su una data. E caso mai segue lo stile rococò, la differenza è sottile ma fondamentale.» lo interrompo.
Lui mi fissa confuso. «Beh, smettila comunque.»
«Perché dovrei?» ho la tentazione di fare più forza e romperla, questa dannata sedia.
«Perché è un comportamento fastidioso.»
«Ah, ma davvero? Sai quali altri comportamenti sono fastidiosi?» alzo gli occhi al soffitto e comincio a enumerare con le dita: «Far esplodere strade, minacciare di morte donne indifese, costringere delle persone ad andare in guerra con possibilità di sopravvivenza 0... sono tutte cose che considero parecchie leghe più fastidiose di questo.» do un colpo secco con il tallone per sottolineare il concetto.
Il nephilim stringe i denti e distoglie lo sguardo. Lo sento esclamare qualcosa in italiano, non mi degno nemmeno di chiedergli chiarimenti, ma credo si sia rivolto alla guardia svizzera poco distante da noi. La guardia, infatti, sobbalza appena e si allontana dalla porta che stava presidiando per avvicinarsi a me. I suoi ridicoli vestiti che ondeggiano per il movimento mi stanno per far venire una crisi di risa convulse.
«Parlando di cose fastidiose!» esclamo anche io, verso la guardia «Per carità, dite allo Stilista Papale o chi per lui di rifare quelle divise, stanno per sanguinarmi gli occhi. Seriamente, la prossima volta assoldate direttamente dei clown, ci sarebbe più dignità. E sarebbe pure appropriato, visto che ai vertici di questo stato del cazzo ci sono solo dei buf-»
Non riesco a concludere la frase, la guardia svizzera mi afferra per il bavero della felpa e mi trascina giù dalla sedia, che allontana con l’altra mano. Succede tutto così in fretta che non riesco a fare resistenza, mi ritrovo faccia sul pavimento prima di poter anche solo pensare a una bestemmia. Sarebbe una bella ferita per il mio orgoglio, se me ne fosse rimasto un po’.
«Stavi dicendo?» commenta il nephilim, la voce priva di ogni inflessione. Non so, forse è pure peggio che se mi avesse deriso.
Mi alzo in ginocchio, ma rimango a fissare il pavimento. Beh, fanculo. Grazie per avermi ricordato che non posso fare niente contro di voi. Oltre allo sfruttamento ci mancava giusto l’umiliazione, dimenticavo che nel manuale per essere la perfetta superpotenza oppressiva di turno segnavano anche questo.
«Se volete anche i miei reni, già che ci siete...» mormoro, rialzandomi in piedi. Ma che rompano pure quanto vogliano: Sergio ha ragione, l’unica cosa positiva di questa situazione è che per loro sono intoccabile. Mi appoggio al muro e torno a fissare il nephilim, sforzandomi di comportarmi come se niente fosse successo. Come ha detto Sergio, già mi mandano a morire, col cavolo che gli darò anche la soddisfazione di andarci a testa china.
La guardia svizzera di prima si avvicina al nephilim, gli sussurra qualcosa e lui annuisce, prima di avvicinarsi a me e afferrarmi un braccio. Io sobbalzo immediatamente, il cuore che mi salta nel cervello. Ecco, e così se ne vanno i propositi di resistenza passiva...
«Muoviti.» mi dice il nephilim «Sono pronti a vederti.»


Il nephilim e la guardia mi fanno entrare in una stanza che sembra essere stata costruita in fusione con il caveau di una banca. “Ci avanzano questi venti chili d’oro zecchino, cosa possiamo farne?” “Appiccicateli a caso alle pareti, vicino a quei mosaici di zaffiri...”
Lo stile della Chiesa fa sembrare il barocco una corrente artistica sobria e minimalista. E alla faccia della povertà e dell’umiltà. Immagino che questa opulenza dovesse incutere timore o cose del genere, per me risulta solo terribilmente kitsch. E tutte queste guardie svizzere disposte lungo le pareti non aiutano per niente. L’unica cosa che mi mette vagamente sull’attenti è la vastità della sala, che è veramente enorme, cosa che viene accentuata dalla totale mancanza di mobili ingombranti e dal soffitto altissimo.
Mi fermo poco davanti alla porta – come se avessi scelta su dove muovermi... – che viene richiusa dietro di me con un colpo secco. Solo allora il nephilim lascia il mio braccio e si raddrizza, le mani dietro la schiena, a fissare tre uomini al centro della stanza.
Sono perfettamente integrati con l’ambiente circostante. C’è da chiedersi se abbiano addosso anche qualche strato di tessuto, oltre a tutto quell’oro. L’unico con un minimo di sobrietà ha una veste completamente nera, arricchita solo da qualche drappeggio e qualche spilla argento. Sembra la versione upgrade della divisa del nephilim, non lascia molto spazio per la speculazione.
Inquisitore. Fantastico.
Gli altri non riesco a capire chi dovrebbero essere – uno è vestito con una sottospecie di divisa militare vecchio stile, bianca e rossa, immagino sia un Cavaliere di qualche ordine. L’altro, invece, indossa i classici paramenti da vescovo, ma con un 3+ di opulenza. Che sia davvero...? Nah, non vedo perché il papa dovrebbe venire direttamente a vedermi. E oltretutto non lo ricordavo così grasso, dalle immagini della televisione...
Tutti e tre sollevano lo sguardo appena la porta si richiude, e lo puntano su di me all’unisono. Mio malgrado deglutisco, mentre cerco di ricacciare indietro un’ondata di nervosismo.
«Ah, 52.» il primo a parlare è il Cavaliere, il più giovane dei tre, avrà sulla quarantina d’anni. «E’ quello?»
Grazie per il pronome, ma l’ultima volta che ho controllato ero una persona, non una cosa.
52, di fianco a me, annuisce. «Ivan Aleksandrovic Kozyrskij, nato a Kransoye Selo e attualmente cittadino dell’Impero. Registrato come un mezzo-demone di seconda categoria, ha come abilità dichiarate forza superiore a quella umana e capacità di vedere ed interagire con i demoni.» sciorina il nephilim. Si ferma un attimo per guardarmi di sottecchi, prima di continuare. «Abilità non registrata» dice «è la capacità di controllare suddetti demoni.»
Il Cavaliere annuisce e, con un gesto della mano, fa cenno al nephilim di allontanarsi appena. Lui fa giusto un passo indietro, ma non senza prima avermi lanciato uno sguardo di disgusto.
Sì, abbiamo capito che mi schifi, non c’è il bisogno di ribadirlo ogni due per tre.
Paradossalmente, però, il fatto che si sia allontanato invece di darmi sollievo mi fa aumentare il nervosismo. Ora sono solo io, in questa stanza enorme, davanti a tre uomini presumibilmente parecchio in alto nella gerarchia di una delle potenze più terribili del nostro tempo. E questi tre sono qui per giudicare la maniera migliore con cui sfruttarmi.
Okay, ora comincia ad essere un tantinello più difficile il non sentirsi spaventato...
Il Cavaliere mi squadra passandosi una mano sul volto. Di fianco a lui comincia a formarsi – entrare, entrare – un demonietto leggero, poco più di uno sbuffo d’aria nera, ma pur sempre un demonietto. Missà che è Preoccupazioni.
«Sembra più umano di quel che pensassi.» dice il Cavaliere.
Di fianco a lui, l’Inquisitore alza appena un sopracciglio. «La struttura ossea è leggermente diversa, e la composizione cromatica di capelli e occhi è ben lontana da quella umana. Sono differenze più sottili di quelle che la gente è abituata a considerare quando pensa a un mezzo-demone, ma questo non toglie che un mezzo-demone è quello che ci troviamo davanti.» un sorriso fa capolino per un secondo sul suo volto scheletrico dell’Inquisitore, un sorriso di... divertimento? Comprensione? «Spero lei non voglia cominciare a considerarlo diversamente.»
Il Cavaliere fa una smorfia. Io sarei anche qui, comunque, se possiamo smetterla di parlare di me in terza persona...
«Per carità, non era questo che intendevo.» riprende il Cavaliere «È che... sembra un ragazzino. Avrà al massimo sedici anni, stiamo mettendo il destino della Chiesa nelle mani di un demone, di...» mi squadra di nuovo «questo demone.»
Questa, poi. Non ci posso credere. Si stanno pure lamentando. Tutta la paura che avrei potuto provare svanisce in una bolla di ridicolaggine. Devo fare forza su me stesso per non scoppiare a ridere in faccia a questi tre. «Prima di tutto» intervengo «sono qui davanti a voi, grazie, non mi offendo se mi considerate nella conversazione. Secondo, faccio ventun’anni il mese prossimo» come se ci arrivassi «quindi evitiamo il “ragazzino”. E terzo... se vi faccio così schifo, di nuovo, non mi offendo se mi rispedite a casa.»
E, a questo punto, mi sarei aspettato varie cose da loro. Indignazione, quanto meno. Sorpresa, forse anche il rimanere un attimo senza parole. Più realisticamente, mi sarei aspettato avessero ordinato alle guardie svizzere di prendermi, schiaffarmi in una cella e buttare via la chiave.
Invece è tanto che mi degnino di un’occhiata. Persino l’Inquisitore, nemmeno fa la fatica di alzare un sopracciglio!
Adoro come la Chiesa riesca a considerarti inferiore anche quando ammette di avere bisogno di te per sopravvivere.
«Va bene» commenta il Cavaliere «immagino che ce lo dovremo fare bastare.»
L’Inquisitore annuisce. «52, avvicinati.» ordina al nephilim e, senza assicurarsi che lui obbedisca o meno, torna a guardare verso di me. «Quindi, puoi controllare i demoni.» mi dice – a me, proprio a me! Grazie, finalmente, di riconoscere la mia presenza.
Faccio un grande respiro, prima di rispondere. Questa almeno è un’occasione per spiegare. «Sì, ma solo alcuni.» so che appellarmi alla razionalità della Chiesa è come sperare di attraversare l’Atlantico in gommone, ma ribadire il concetto di quanto loro si stiano sbagliando non penso possa fare male a nessuno. «E questa è una cosa che penso meriti la vostra attenzione, ripeto, solo alcuni. Se mi mettete davanti a quello che-»
L’Inquisitore, però, mi ignora. È come se non avessi parlato del tutto, si volta di nuovo verso il nephilim e: «Liberalo, osserva e riferisci.» gli ordina.
52 annuisce e allunga appena le braccia, i palmi delle mani rivolti verso l’alto. Il suo corpo comincia subito a brillare di azzurro, un meccanismo che conosco fin troppo bene. Faccio involontariamente un passo indietro, ma per una volta il nephilim non sembra voler far esplodere la sala. Vedo uno sbuffo di fumo nero passare nei suoi occhi, oscurandogli per pochi secondi l’iride. La luce che si accumula come liquida sulle sue braccia comincia a venire sporcata da venature nere, che gorgogliano lungo le sue dita, staccandosi a gocce dall’azzurro e spandendosi sul pavimento. In pochi secondi si forma una nebbiolina nera ai piedi del nephilim, che striscia lungo il pavimento di marmo, si alza e si riorganizza, prendendo una forma più definita. Si allungano un paio di corna fumose e più occhi si aprono lungo il corpo del demone, sistemandosi a spirale intorno a un buco che dev’essere la bocca, che sta per aprirsi e...
«-ssssono libero, libero, libero!» esclama il demone, lanciandosi vorticosamente verso l’alto ed esplodendo come una pioggia di fumo nero appena arriva al soffitto. Però, la funzione di immagazzinamento demoni a breve termine dei nephilim non la conoscevo.
«Libero! ...libero? Merda! Un corpo, un corpo, datemi un corpo!» continua a strillare il demone, che comincia a schizzare da una parte all’altra della stanza, fermandosi davanti a ogni guardia svizzera che gli capita a tiro. «Ehi, posso entrare nel tuo corpo? No. Nel tuo? Nel tuo? Ehi! Ho bisogno di un corpo!»
Mi ritrovo a seguire con gli occhi delle saette nere che balzano da una parete all’altra della stanza. Non ho idea di cosa abbia aperto la porta per questo demone, ma punterei sul consumo massiccio di anfetamine, a giudicare da come è uscito! Sta cominciando a diventare insopportabile.
«Stai fermo un attimo, per carità!» gli ordino. Il demone si blocca subito a mezz’aria, proprio sopra la testa del Cavaliere. Che mi fissa come se avessi appena dichiarato di voler far saltare in aria la sede pontificia. Riesco a sentire l’eco delle sicure delle pistole in dotazione alle guardie svizzere che scattano in contemporanea.
Che diavolo...
«Quello era solo un comando rivolto al demone, del tutto innocuo.» interviene 52. Mi lancia uno sguardo di rimprovero, gli occhi che grondano luce azzurra. Non so se essere più sconvolto dalla reazione che il mio comando ha scatenato o dal fatto che è quel nephilim a calmare gli animi.
Il Cavaliere fa un gesto e vedo con la coda dell’occhio le guardie svizzere rilassarsi. Non rimettono la sicura alle armi, però.
Bene, quando finalmente si decidono ad interagire con me è per tenermi sotto tiro. Mi sento davvero lusingato.
«Non provare mai più» sibila il Cavaliere «a controllare un demone senza il nostro permesso.»
Sembra si stia attivamente sforzando per mantenere la calma. Santo cielo, come se avessi dato questo gran ordine...! «Sembrava una pallina da flipper impazzita» mi sento addirittura in dovere di giustificarmi. «voi non ve lo dovete sorbire ma io sì.»
«Prova ad usare ancora il tuo potere senza il nostro permesso e darò l’ordine al nephilim di bruciarti sul posto.»
Giustificazione gettata al vento, ovviamente. Roteo gli occhi. «Questa conversazione mi sembra un po’ a senso unico.» mormoro, ma per la dannata acustica di questa stanza è come se avessi urlato. Il Cavaliere mi fulmina con un’occhiata. «Perché non è una conversazione.» ah, beh, almeno se ne rendono conto e... «Ora, ordina al demone di morire.»
...prego? Guardo prima il Cavaliere, poi l’Inquisitore, che mi regala un’eloquente alzata di sopracciglia. Vogliono davvero che ordini a questo demone di suicidarsi? Sollevo appena lo sguardo, incrociando gli occhi del demone in questione, e mi sento cedere le gambe. Non ho mai avuto rimorsi di coscienza per tutti i demoni che ho effettivamente ucciso – o rispedito dove stavano prima? Beh, in ogni caso avrebbero perso la loro individualità, quindi...– ma in questo caso è diverso. Non posso uccidere questo demone. Non voglio uccidere questo demone. La sola idea mi fa attorcigliare lo stomaco.
«Non posso.» dico, infatti. Perché, poi, non saprei nemmeno dirlo. So solo che mi sentirei come se stessi accoltellando una persona, ed è ridicolo perché dei demoni non mi è mai fregato niente. Ma ora, in questa situazione, il solo pensiero di ucciderne uno su ordine della Chiesa mi fa stare di merda. Distolgo lo sguardo dal demone, che mi rifila una sequela di grazie pronunciati a velocità supersonica. Il Cavaliere aggrotta la fronte, l’Inquisitore sospira. Il Cardinale, invece, continua ad osservarmi senza dire niente. Anzi, si è accomodato su una sedia, le mani appoggiate pigramente in grembo. Mi fa venire subito l’orticaria. Perché diavolo è qui, se non fa nulla?
«Non puoi» dice l’Inquisitore. La voce è calma, molto più calma e rassicurante di quella del Cavaliere. E per questo mi terrorizza. «o non vuoi?»
«E’ in grado di uccidere demoni.» li informa gentilmente il nephilim «Non gliel’ho mai visto fare personalmente, ma è in grado di comandarli. Può chiedere loro di suicidarsi. Non ha scuse per non farlo, specialmente vista la debolezza di questo demone in particolare...»
«Dovevi essere il preferito della maestra all’asilo, eh?» mugugno. Il nephilim si blocca, ma poco mi frega di aver offeso la sua sensibilità. Fisso i tre davanti a me.
Oh, è facile mettere in atto tutti i buoni propositi sul tenere la testa alta quando l’unica cosa da fare è rompere le scatole a un nephilim che per sua ammissione non può toccarti. Adesso, invece, adesso è quando conta davvero: non sono il Papa, ma ciascuno di questi tre è sufficientemente importante da esserne un degno sostituto. Sono loro che hanno avuto la malsana idea di spedirmi a Gerusalemme, lo so, altrimenti non sarebbero qui ora. Sono loro quelli contro cui devo scagliarmi.
E Cristo, sono così pomposi, e si sentono così superiori... non posso lasciarli vincere.
Prendo un grande respiro. «Non potete costringermi.» affermo, ed è vero. Okay, mi hanno preso, okay, probabilmente farei di tutto per sopravvivere se mi spediscono a Gerusalemme, ma... ma da qui ad essere al loro servizio ne passa di acqua sotto i ponti. Ed è questo il punto. Che mi spediscano pure a Gerusalemme, ma prima dovranno gettarmici a forza su quell’aereo. L’ha detto Sergio, non sono di loro proprietà, e glielo farò capire. Non possono...
L’Inquisitore sorride. È il sorriso che potrebbe fare una tigre davanti a un topo che sostiene di poterla scacciare con uno stuzzicadenti spuntato.
«Uccidi quel demone.» ripete il Cavaliere, un’inflessione più dura nella voce.
Mi sento la gola secca, il cuore aumenta i battiti. Improvvisamente ho un lampo di consapevolezza. Sento dove mi trovo, avverto la situazione intorno a me. È il risveglio di qualche istinto ancestrale, ogni cellula del mio corpo mi ordina di fuggire. Percepisco le armi puntate su di me come se fossero a contatto con la mia pelle, il calore dell’energia del nephilim, lo sguardo dei tre davanti a me che mi schiaccia, togliendomi il respiro. Più di tutti, è il Cardinale a spaventarmi. Non ha detto niente, ha continuato a fissarmi, e questo perché non ha bisogno di dire niente. Perché in ogni caso capitolerò, perché loro sono superiori e io sono solo io. Dovrei ubbidire, dovrei uccidere quel demone. Non posso dire di no a gente che per così tanto tempo ha tenuto in scacco l’Europa.
No. No, no, no. Ci siamo già passati con il nephilim, ora ci stiamo ritornando? Ivan, non essere ridicolo, non sono Dei. Sono solo uomini, della peggior specie, e col cavolo che puoi permettere a certa gente di romperti le scatole così.
«Non potete costringermi.» ripeto, tirandomi un ceffone mentale.
L’Inquisitore sospira. Dice qualcosa in italiano a 52, che annuisce. Cos’è, vogliono torturarmi? Ah, controproducente direi, visto che gli servo vivo e vegeto per Gerusalemme. No, non c’è davvero niente che possano...
Il nephilim fa un gesto, gli basta un movimento del polso e una falce di energia azzurra disintegra il demone che mi sono appena rifiutato di uccidere.
Ed è solo un demone, lo so. E non è la prima volta che vedo una cosa del genere. Ma, ugualmente, mi si mozza il fiato in corpo.
«Vede, signor Kozyrskij» a parlare è una voce che non ho mai sentito. Il Cardinale, realizzo. Ruoto lentamente gli occhi verso di lui e lo vedo sporgersi appena verso di me, mentre i resti del demone e dell’attacco del nephilim ricadono intorno a lui. Scintille azzurre circondate da fumo nero, che si dissolvono sul suo mantello rosso. «lei sembra non considerare nella giusta ottica la situazione in cui si trova. È inutile che faccia l’obiettore di coscienza, perché quello che vogliamo noi otteniamo. Che lei ci aiuti ad ottenerlo è solo un risparmio di energie per noi, e un risparmio di sofferenze per lei.»
Io... non credo proprio. «Non è vero.» rispondo, ma la voce mi esce troppo bassa, troppo tremolante. Inspiro e ripeto: «Non è vero.»
«Cosa non è vero? Mi dica.» il Cardinale mi parla come se fossi un bambino. Non mi è mai piaciuta la violenza gratuita, ma in questo momento vorrei tirargli un pugno. Con tutta la mia forza.
«Non è vero che otterreste qualcosa comunque, senza di me. L’avete detto, no? Vi stanno massacrando in Palestina.» il Cardinale si irrigidisce, e io sorrido. Sì, è questo il punto: non sono loro ad avere in pugno me. «Hanno distrutto le vostre Fortezze e i vostri nephilim. Siete dovuti ricorrere a me, a me, perché non avete nessun’altra speranza. Siete disperati. L’ha detto, siete disperati!»
Sono io ad avere in pugno lor-
«E questo come cambia la sua posizione?» mi interrompe il Cardinale. E tutta la mia esaltazione scema nella confusione. E questo cosa diavolo vuol dire?
«La faremo comunque salire su un aereo per Gerusalemme, si troverai comunque davanti a un demone da distruggere. E lo distruggerà, se vuole sopravvivere.» mi risponde il Cardinale. Si ferma un attimo, come per lasciarmi il tempo di ribattere, ma io non so onestamente cosa dire. «Immagino sia stata un modo simpatico per occupare il tempo, quello di comportarsi da martire contro la Chiesa cattiva. E quello che ha detto è vero: la nostra situazione è disperata, non lo nascondo. Ma lei continua a non avere voce in capitolo, mi dispiace. Può provare a fuggire, e il nephilim la fermerà dovesse radere al suolo il Vaticano stesso. Può rifiutarsi di salire su quell’aereo, e la situazione non cambierebbe. Può rifiutarsi di affrontare il demone una volta arrivato a Gerusalemme, e morirebbe con noi.» un veloce sorriso fa capolino sulle labbra del Cardinale. «E lei non mi sembra il genere di persona che potrebbe morire per proteggere la sua libertà personale, o per trascinarsi dietro quello che considera un nemico. Del resto, è arrivato fino a Roma senza darci troppi problemi. Si diverta pure a insultare la Chiesa, ci basta che, alla fine, faccia comunque ciò che vogliamo farle fare.»
Il Cardinale ritorna ad appoggiarsi allo schienale, e so che il suo discorso è finito. E come potrebbe essere altrimenti? Ha detto tutto quello che poteva dire, se mi avesse schiaffeggiato con un crocifisso avrebbe fatto meno male. Non riesco a guardarlo. Abbasso lo sguardo, la mia testa è completamente vuota, non so cosa rispondere. Mi sento un idiota.
E lo sono. Sono un idiota. Davvero, cosa pensavo di ottenere? Alla fine quello che conta sono i fatti e le azioni, e i fatti e le azioni che posso compiere io contro la Chiesa sono un numero negativo.
Tutta la soddisfazione che potevo provare a non cedere facilmente svanisce. Perché tanto alla fine sto cedendo, cosa importa se lo faccio insultandoli? Dio, sono patetico. E il fatto che fino ad ora avevo seriamente pensato di poter... avevo seriamente pensato... Dio, quanto mi sono comportato da idiota.
Stringo i pugni. Dovevano proprio ricordarmi in che razza di situazione mi trovo? Dovevano proprio togliermi anche questa minima soddisfazione?
E perché, perché non la vogliono capire che tanto non posso fare nulla di nulla contro quel dannato demone?
«Okay, va bene, ho capito. Grazie per la lavata di testa.» sussurro. Con un movimento che mi costa immane fatica, torno a guardare il Cardinale. «Ma vuole i fatti? Bene, questo non cambia il fatto più importante, che sembra non abbiate esattamente colto: non posso controllare il demone che vi serve io controlli. Voi non... voi non avete la minima idea di cosa sia quella cosa.»
Il Cavaliere ride, una risata amara. «Ha distrutto tutte le fortezze che avevamo in Giordania, eliminando come se niente fosse i nostri nephilim più potenti. Ci siamo fatti un’idea sufficientemente chiara su quella mostruosità.»
«E allora perché mandare me?!» lo urlo. Non avevo intenzione di farlo, ma lo urlo, e Cristo, voglio una risposta adesso. La sento di nuovo, la morte che mi striscia addosso, ora che mi hanno levato quella minima difesa che Sergio mi aveva convinto a costruire... mi passo le mani sulla faccia. «Cristo, cosa pensate di guadagnare dal farmi morire a Gerusalemme?»
«E cosa guadagneremmo a non provare a usarti?» è il Cardinale a parlare, di nuovo. Lo guardo attraverso gli spiragli delle mie dita, si è alzato dalla sedia e ora si sta allontanando dandomi la schiena. «Una minima possibilità di vittoria è sempre meglio che la certezza della sconfitta.»
Proprio non ci arrivano, eh? Proprio non ci arrivano. «E’ la certezza della sconfitta contro la certezza della sconfitta, genio.» ringhio, muovendo un passo verso il Cardinale. Le guardie svizzere avanzano con me, ricordo di fermarmi prima di venire crivellato di proiettili. «Quale parte del “non posso controllare quel demone” è così difficile da capire, per voi? Non è mica il sistema eliocentrico!»
Il Cardinale si ferma, sembra indeciso sul rispondere o meno. Alla fine, decide di voltarsi. «Quello che lei sembra non capire, è che dal nostro punto di vista, anche nella peggiore delle ipotesi avremmo comunque distrutto un demone.»
Ci metto qualche secondo per capire che il “demone” in questione sono io. E questa... questa me la deve proprio spiegare.
«Ci sono migliaia di mezzi-demoni in Europa!» esclamo.
Il Cardinale mi sorride. «Ma nessuno come lei, signor Kozyrskij. Purtroppo o per fortuna, nessuno come lei.»
Uomini (II) by Fra Tac
Author's Notes:
Beh, non potevo non fare una particina con i turchi :P
Sto facendo la guardia a questa porta.
Po-po-porta!
Oooh, una grande porta di metallo, me-me-metallo, nel palazzo del su-sultano.
Assolo di chitarra!

Non riesco a trattenermi e batto le dita sul manico della mia sciabola, a tempo con la melodia che mi sto costruendo in testa. Che, modestamente, è geniale. Forse dovrei prendere in considerazione la carriera di musicista. È la prima volta che penso a una canzone, ma se mi viene bene già così figuriamoci se mi metto a lavorarci sopra seriamente. Mio padre è un pazzo, a rinchiudermi qui dentro quando ho tutto questo potenziale inespresso...!
Devo aver iniziato a canticchiare ad alta voce, perché il giannizzero dall’altro lato della porta mi fulmina con un’occhiata. Mi ricorda quelle di rimprovero che mi lanciavano i miei precettori. Blocco momentaneamente la mia canzone e raddrizzo la schiena, di riflesso, ma non capisco perché si scocci tanto. Qui è una noia mortale, cosa si aspetta, che io rimanga immobile come lui? E’ già tanto se non ho fatto storie quando mi hanno requisito il cellulare perché mi sono fatto quelle foto con la divisa.
Certo però che mi sta davvero bene questa divisa. Unico lato positivo di tutta questa faccenda...
Sento il giannizzero borbottare qualcosa. Stava parlando con me?
«Hai detto qualcosa?» gli chiedo, voltandomi verso di lui. Lo vedo irrigidirsi subito, la mano stretta intorno alla scimitarra e lo sguardo fisso avanti a sé, lungo il corridoio. Sembra quasi... spaventato?
Deglutisce un paio di volte, prima di decidersi a parlare. «Mi chiedevo solo cosa ci facesse qui, signore.»
Non capisco cosa intenda. «Qui... a fare la guardia a questo posto?»
«Anche, signore. E nei beyliks. Non ha capacità, né disciplina, eppure ha scalato i ranghi più in fretta di qualunque altro giannizzero addestrato.»
Ah, questo invece lo capisco! Non riesco a frenare un sorriso. «Non ti preoccupare, uhm» cerco di ricordare il nome di quest’uomo, ma mi sfugge. «Aziz» beh, ha la faccia da Aziz. Mi chino verso di lui, prima di sussurrargli: «Non è che sono più bravo di voi, tranquilli. È solo che mio padre ha pagato i funzionari per non farmi mandare al fronte.»
Il giannizzero si volta, fissandomi sconvolto. Immagino non si aspettasse una simile rivelazione, in effetti, deve averlo talmente turbato che - «Questo lo sanno un po’ tutti.» mi blocca.
Io sbatto le palpebre, ma il giannizzero non mi dà tempo di rispondere, continua a parlare quasi inciampando sulle parole tanto le pronuncia velocemente. «Il fatto è che, signore, questo è un incarico la cui gravità lei non sembra cogliere per niente. Un lavoro a cui aspirano centinaia di altri uomini. E, signore, anche se ci è finito non per sua volontà potrebbe almeno avere la decenza di impegnarsi nel compierlo e a non mostrarsi ogni secondo come lo stupido ragazzino viziato che è.»
Appena il giannizzero finisce di parlare, torna a guardare di fronte a sé, il volto in fiamme. Non riesco a capire se per l’imbarazzo o per la stizza. Il tono infastidito con cui ha pronunciato le ultime parole, però, mi fa propendere di più per la seconda ipotesi.
Sono spiazzato. Perché dovrebbe dire tutte queste cattiverie gratuite contro di me? Cosa gli ho fatto?
«E’ quello che pensate anche voi?» chiedo agli altri giannizzeri che se ne stanno disposti lungo il corridoio. Li vedo spostare il peso da un piede all’altro e borbottare qualcosa tra loro.
«Ma io pensavo di starvi simpatico!»
Uno dei giannizzeri si sporge un po’ e muove una mano per esprimere la sua incertezza.
«Ma io...»
«Zitto.» mi interrompe Aziz, cosa che mi fa sobbalzare. Non si è mai rivolto a me così! Non si è mai rivolto a me in primo luogo, in realtà, ma perché dovrebbe metterci così tanto veleno... «Raddrizzati e torna alla tua posizione, sta arrivando qualcuno.»
Non ho nemmeno più la prontezza mentale di rispondere. Torno a fare la guardia come un automa, anche se non riesco a non lanciare ancora qualche sguardo ai giannizzeri intorno a me.
Davvero, come faccio a non piacergli? Sono adorabile!
Il rimbombo di passi nel corridoio mi fa accantonare momentaneamente questi pensieri. I giannizzeri intorno a me, se possibile, raddrizzano ancora di più le schiene – mi sorprendo di non sentire qualche vertebra schioccare.
Quando focalizzo chi si sta dirigendo verso di noi, però, capisco perché tutta questa pompa magna.
La Valide Sultana si dirige verso di noi a grandi falcate, veloce ma elegante. Indossa il tailleur rosa pallido che ha sempre quando presenzia alle cerimonie pubbliche, le uniche volte in cui l’ho vista dal vivo. Nonostante la posizione di mio padre, questi titani rimangono inarrivabili... grande Allah, è come trovarsi di fronte al sultano in persona! Per un attimo ho l’impulso di cercare nelle mie tasche il cellulare, prima di ricordarmi che mi è stato sequestrato. Ma che cavolo, proprio quando ho la Valide a due metri...!
La Valide attraversa con passi misurati le due file di giannizzeri ai lati del corridoio. Ogni uomo abbassa il capo al suo passaggio e lo rialza solo quando anche le sue guardie personali sono passate oltre. I tacchi della Valide, sul marmo del pavimento, sembrano scandire un ritmo marziale. Sul suo viso, però, non leggo austerità quanto più... indifferenza. Sotto le ciglia perfettamente truccate i suoi occhi vagano colmi di noia, mostrano una scintilla di interesse solo quando si posano su di me.
Mi sento subito lusingato.
«Questo è nuovo o sbaglio?» chiede, sollevando un sopracciglio nero e dalla forma perfetta. Faccio per risponderle, ma una delle sue guardie mi precede e si avvicina al suo orecchio. Le sussurra qualcosa che non riesco a sentire, prima di tornare un passo indietro. La Valide non smette di fissarmi.
«Ah, sì, in effetti riesco a vedere la somiglianza.» commenta «Ma che razza di inetti possono aver permesso una cosa del genere? Gli inconvenienti della segretezza, immagino, e della burocrazia di questo paese che è gestita in modo veramente imbarazzante. Se solo quell’idiota militarista di mio figlio...!» la vedo sospirare e massaggiarsi le tempie, per un millisecondo mi sembra addirittura esausta. «Non importa, a questo punto. Spero almeno lo abbiate informato su quanto stiamo facendo qui. E addestrato di conseguenza.»
I giannizzeri annuiscono come un sol uomo. Io mi sento un attimo spaesato: non ricordo niente che... oh, forse quella riunione noiosissima nella caserma ovest? Avrò smesso di seguire dopo due minuti, ma uno come fa a mantenere la concentrazione per certe cose, stavo pure progettando il mio primo sicuro best seller...
Forse, però, non è il caso che la Valide Sultana ne sia a conoscenza. Così, anche se un po’ in ritardo e con un po’ meno convinzione, annuisco anche io. Cosa che avrei potuto tranquillamente non fare, visto che la Valide ha già rivolto la sua attenzione verso qualcos’altro.
«Tipicamente» commenta, sistemandosi una ciocca grigia sfuggitale dall’hijab «quella serpe è in ritardo.»
«Ha insistito perché vedesse il sacrificio di persona, mia signora.» interviene la guardia alle sue spalle. La Valide sospira di nuovo.
«Com’è ovvio, non si fida del mio giudizio.»
«Signora, mi perdoni, ma visti i risultati delle ultime volte...»
La Valide non si volta nemmeno a osservare la guardia, stiracchia un sorrisetto divertito e commenta: «Caro Ismail, quante volte te lo devo dire che ti conviene tirare fuori la lingua solo a letto?»
Rischio di soffocare con la mia stessa saliva. La Valide Sultana ha detto davvero una cosa del genere? Non riesco a non fissarla a bocca spalancata, ha praticamente detto di scopare con la sua guardia del corpo con la stessa nonchalance con cui avrebbe detto di avere male a un piede. Una donna, e nella sua posizione per di più, che dice simili cose...!
Cavolo, ma perché dovevano requisirmi il cellulare proprio ora? Se solo avessi potuto registrare questa conversazione!
«Sì, signora, scusi signora.» risponde la guardia, tossendo per dissimulare l’imbarazzo. I suoi colpi di tosse, però, non riescono a coprire il rumore di passi che riempie nuovamente il corridoio.
Aggrotto la fronte, sembra che stia arrivando un intero esercito a giudicare da tutto questo rumore.
«Ah, stella dei sette mondi!» esclama una voce maschile, appena prima che un uomo spalanchi la porta all’altro capo del corridoio. «Sole di Persia, lago di ghiaccio nel deserto, rosa d’argento nei giardini di Babilonia!» continua l’uomo, misurando a grandi falcate il corridoio, le braccia allargate come se dovesse abbracciare un amico che non vede da tempo. Sul suo volto incorniciato da una barbetta nera e curata, campeggia un ghigno divertito, lo stesso che ho visto centinaia di volte sui giornali e in televisione, sempre alle spalle di Solimano.
Il gran Visir. Oh. Grande. Allah. Le persone più potenti del nostro impero qui, davanti a me. E io dovrei rimanere immobile e non far nulla?
La Valide Sultana rotea gli occhi, ma si volta. «Immagino che tu ritenga che questi epiteti inventati ti rendano più affascinante ai miei occhi.»
Il gran Visir ride e si ferma poco davanti alla Valide Sultana. Vedo le guardie di lei irrigidirsi. «Mia cara» il tono del gran Visir è proprio viscido come me l’ero immaginato «come posso cercare di rendermi più affascinante? Ho già raggiunto la massima vetta del fascino, ancora di più e vi abbaglierei tutti.»
«Quindi il tuo sforzarti di essere così sgradevole è da intendersi come un favore verso di noi?»
Il Gran Visir scoppia a ridere, una risata gracchiante e forzata. «No, quello è un abbassarsi al livello di sgradevolezza dei propri interlocutori.» risponde, guardando la Valide con un’espressione quasi ammiccante.
Lei non risponde in alcun modo, non si mostra nemmeno infastidita – almeno, non più del solito. «Visto che ti sei fatto attendere, direi che possiamo anche cominciare senza perderci in convenevoli.»
Il Gran Visir finge di rabbrividire. «Quanto gelo, in una sola donna! Ma regina della notte e araldo del giorno, devo dissociare la mia squisita persona da questo ritardo. Prelevare la tua ospite è stato più faticoso del previsto.»
Così dicendo, fa un passo di lato, scoprendo una bambina che se ne stava tutta tremante nascosta dietro di lui. E questo mi fa emettere un involontario “oh!” di sorpresa: ero così concentrato dal seguire la discussione tra i due da non averla notata minimamente! Dev’essere davvero piccola, non indossa nemmeno il velo, e a giudicare dagli abiti deve avere origini modeste. O con dei genitori con del pessimo gusto. O pesantemente negligenti. Stringe tra le mani sporche un fagotto di stoffa, così involtolato che non riesco a capire cosa contiene. Ma cosa ci fa qui?
Il Gran Visir le dà un gentile buffetto sulla testa, e lei lo guarda confusa. A giudicare dal modo in cui si tormenta le mani e da quanto tiene spalancati i suoi grandi occhioni neri, direi che è anche parecchio spaventata – non che la cosa mi sorprenda, di fianco al Gran Visir chiunque sarebbe spaventato.
La Valide Sultana le si avvicina, si inginocchia davanti a lei e sorride – cosa che, invece, fa sobbalzare me. La Valide che sorride. Oh, ma proprio adesso doveva succedere tutto questo...!
«Ciao, tesoro, come ti chiami?» chiede, la voce più dolce dell’acqua di rose. Sembra una persona completamente diversa, davanti a questa bambina.
La bambina si ritrae appena, dubito che si renda conto di chi si trova davanti. «Fatima.» risponde, con una vocina piccina piccina.
La Valide si copre la bocca con la mano, sbaglio o ha le lacrime agli occhi? Sembra addirittura commossa. Accarezza la guancia della bimba e si volta verso una delle sue guardie, come se fosse suo marito e quella la loro neonata.
«Mi ricorda così tanto la mia piccola Azra.» dice. Azra? La principessa? Fa così strano sapere che i nostri governanti hanno avuto una madre e un padre. La Valide torna a guardare la bimba, le prende il viso tra le mani con dolcezza. «Non preoccuparti, tesoro. Quello che stai per fare è qualcosa di meraviglioso, qualcosa per cui tutto il nostro popolo un giorno ti sarà riconoscente. So che non puoi ancora capire le mie parole, ma un giorno... un giorno ripenserai al qui ed ora e sarai fiera di te. Sei così importante, piccola mia.»
Incrocio lo sguardo di un giannizzero davanti a me, lo vedo rabbrividire. Dovrei sapere cosa sta succedendo qui, a quanto pare, però... non ne ho la minima idea. A giudicare dalle espressioni delle altre guardie non sembra qualcosa di buono.
«Sono... come una principessa?» dice Fatima, con un po’ di meraviglia nella voce. Uhm, se fosse una bastarda del sultano?
La Valide fa per rispondere, ma il Gran Visir si intromette. Posa le sue mani sulle spalle della bambina e le sorride, mi sento unto solo a guardarlo. «Esattamente.» dice, sospingendo appena la piccola verso la porta che sto sorvegliando. «Una principessa. Vedi quella porta? Là dietro c’è il tuo trono. Ora devi entrare da sola, perché non può esserci nessun altro insieme a te. Lo capisci, questo?»
Fatima sobbalza, prova ad impuntarsi ma non ci riesce. «Non voglio essere sola, per favore, signore!» esclama. La Valide distoglie lo sguardo dalla scena, ma il Gran Visir si limita a scrollare le spalle, il suo sorriso viscido imperturbato.
«Tutti devono fare cose spiacevoli, piccola. Mangiare le verdure, ad esempio – sì, lo so, mai piaciuto. O fare i compiti. Una noia, vero? Ma dopo che hai mangiato le tue verdure la mamma è contenta, dopo che hai fatto i compiti la maestra ti dà un bel voto. Anche le cose brutte hanno un risvolto positivo, vedi?» si ferma e si inginocchia davanti alla bimba, che stringe con più forza il suo fagotto. Il Gran Visir fa un gesto con la testa, indicando la porta, e rende il suo sorriso giusto un po’ meno viscido. «Ora, devi solo andare lì dentro da sola, non c’è niente di cui aver paura. È una bella stanza, come quella che ti ho mostrato prima, una bella stanza con dei disegni sul pavimento. Ora, dammi il tuo braccio piccola. Hai il coltello che ti ho dato? Me lo fai vedere?»
La bambina stringe il suo fagotto al petto, poi, con reticenza, lo allunga al Gran Visir. Lui lo prende e lo svoltola con la punta delle dita, quasi avesse disgusto a toccarlo. Vedo un lampo metallico brillare tra la stoffa: un pugnale. Il Gran Visir lo estrae con reverenza e se lo rigira un po’ tra le mani, un vecchio pugnale con l’elsa intarsiata di pietre preziose.
Ora, non vorrei fare il passo più lungo della gamba, ma credo che qui ci sia qualcosa di sospetto e...
Il Gran Visir afferra il braccio della bambina e preme la lama del coltello sulla sua carne scura, fino a farle sgorgare sangue vermiglio che gocciola sul pavimento. La bambina urla, e io rimango impietrito.
«Su, su, è come una puntura.» dice il Gran Visir, mentre preme il pugnale sull’altro braccio. La bambina continua a urlare, ma tutte le guardie rimangono immobili. «Non ti hanno mai fatto il vaccino per il morbillo? Sanguina solo un po’ di più. Ora vai, principessina, e assicurati di sgocciolare bene su quel disegno di cui ti ho parlato.» continua il Gran Visir, spingendo la bambina piangente verso la porta. Il giannizzero di fianco a me la apre quasi subito, io invece ho bisogno di qualche secondo per riuscirci. Tiro il battente in un gesto puramente meccanico, non riesco a staccare gli occhi dalla scena che sto vedendo. È... non può essere vera.
La porta si apre, e il Gran Visir spinge dentro la bambina. Mentre richiudo il battente riesco a gettare uno sguardo dentro: una grande stanza circolare, il pavimento spoglio di ogni tappeto è stato dipinto con strani simboli concentrici. Vedo la bimba arrancare in mezzo a questi simboli, voltarsi verso di noi. I suoi occhi neri, lucidi per le lacrime e per la paura, incontrano i miei poco prima che io richiuda completamente la porta.
Rimango a fissare il legno qualche secondo più del dovuto. Credo che avrò bisogno di un po’ di terapia dopo questo.
«Fa questo effetto a tutti, la prima volta.» sento sussurrare Aziz di fianco a me. La prima volta? Cioè, sono cose che si ripetono, queste?
Riprendo la mia posizione di guardia accanto alla porta, ma le gambe mi tremano, non riesco a stare sull’attenti come dovrei. Seguo con gli occhi il Gran Visir che si pulisce una mano macchiata del sangue della bambina.
«Quanta ironia» dice verso la Valide Sultana «quello è lo stesso coltello con cui ho sgozzato sua madre.»
La Valide si volta di scatto, e io sobbalzo. Delle lacrime rigano il suo volto impassibile, scorrono sulle sue guance lasciando una sottile linea lucida. «Sei un uomo crudele.» mormora appena. Io guardo il sangue della bambina che si sta rapprendendo sul pavimento. Siamo tutti uomini crudeli.
Ma da dove viene questo pensiero?
Il Gran Visir scrolla le spalle. «Sono il Gran Visir, è implicito che io debba essere un uomo crudele, viscido e senza scrupoli. Ma non molto bravo a progettare attentati contro il sultano – a proposito, sarai felice di sapere che tuo figlio ha abilmente schivato il mio veleno, oggi. Sto cominciando a perdere la pazienza, credo che la prossima volta proverò con delle bombe. Voglio vedere come riesce a trovare l’antidoto a quelle.»
Ride, e la Valide aspetta che la sua risata scemi per rispondere: «Quando smetterai di comportarti in questo modo?»
«Quando mi verrà a noia giocare con gli stereotipi.»
«Era una bambina così piccola...»
«E così lo erano quelli prima di lei. Spera che sia di gradimento al nostro collega, stavolta, sarebbe alquanto noioso dover far sparire un altro cadavere.»
La prima volta, un altro cadavere. Ma da quanto tempo sta andando avanti questa storia? Anzi, cos’è questa storia? «Strano tu non ti sia fatta tutti questi scrupoli quando si trattava di centinaia di carcerati alla volta.» Centinaia di carcerati alla volta? «Puoi dire tante cose di me, tranne che io sia un’ipocrita. Vedi, al contrario di te io do lo stesso valore a ogni vita umana. Un valore non molto alto, te lo concedo, ma uguale in ogni caso.»
Fisso il Gran Visir e la Valide Sultana, che distoglie lo sguardo, si mette a guardare di nuovo con la sua aria annoiata e vagamente infastidita. Questi sono i nostri governanti. E... non credo siano brave persone.
Abbasso lo sguardo, completamente sopraffatto da quello che ho appena visto. Sembrava quasi... ma no, non può essere. Non avrebbe senso.
Un... sacrificio?
So che i cristiani pensano che tra le nostre file ci sia un jinn, ma è ridicolo, e in ogni caso i jinn non hanno bisogno di queste cose. Almeno, a giudicare dalle storie che mi raccontava mia nonna... non ci posso credere, stiamo davvero uccidendo persone per inseguire una fiaba?
«Dovrebbe aver fatto a momenti, comunque.» dice il Gran Visir, controllando un orologio da taschino. Sollevo subito lo sguardo a sentire la sua voce, il cuore che mi salta un battito. «Tre, due, uno...» rimane in silenzio, alzando appena un sopracciglio. Io mi trovo mio malgrado a trattenere il fiato. «Zero.» commenta, richiudendo l’orologio con un sospiro. «Ecco, come volevasi dimostrare, anche questa volta non andava ben-»
Non conclude la frase, un boato lo fa per lui. Io sento una pressione fortissima sulla schiena, come se ci fosse appena stata una deflagrazione. Barcollo in avanti e vedo delle crepe allargarsi sul pavimento, saettando proprio tra i miei piedi. Anche se non sento il terreno vibrare le vedo continuare ad allargarsi per tutto il corridoio, come i rami di un albero che si origina da... da lì.
Mi volto verso la porta e forse – forse – mi sembra di vedere la fessura tra i battenti brillare debolmente.
Cosa...
«Ah, come non detto.» la voce del Gran Visir è stranamente calma, ma quando mi volto verso di lui noto che ha la fronte aggrottata, un’espressione seria che non gli ho mai visto in faccia. La Valide Sultana si allontana dalla guardia che l’aveva sostenuta, si liscia il tailleur senza staccare gli occhi dalle crepe sul pavimento.
«Non era... non era mai successo prima.» dice, e non credo sia una buona cosa, non lo credo per niente.
«Forse abbiamo fatto qualche piccolo errore di valutazione.»
Un piccolo errore di valutazione?
«E’ anche vero che è la prima volta che decidiamo di richiamarlo in questo modo.»
In questo modo come? E chi?
«Penso... potrebbe esserci un piccolo problema di spazio.»
Appena il Gran Visir finisce la frase il corridoio esplode.
Trattengo il fiato, il tempo rallenta davanti ai miei occhi. Riesco a vederle con chiarezza: le crepe del pavimento allargarsi sempre di più, salire sulle pareti, spezzare l’intonaco e i muri stessi, come se fossero fatti di vetro. E poi, tempo di un istante, tutto cade in pezzi. I muri, il pavimento, il soffitto, tutto va in frantumi, tutto conflagra verso di noi come se ci trovassimo in una gabbia di specchi.
Mi getto istintivamente a terra, la testa coperta dalle braccia, ma avverto comunque un colpo fortissimo quando uno dei frammenti mi cade addosso. Mi colpisce da sopra, ma è come se lo facesse di lato, perché sento le costole contrarsi e il mio corpo venire scaraventato diversi metri più in là. Non vedo cosa sta succedendo, ho le palpebre serrate, ma l’impatto contro il pavimento irregolare mi basta come informazione. Intorno a me improvvisamente c’è solo silenzio, non sento nemmeno quel fischio che mettono sempre nei film dopo un’esplosione. Credo... sia tutto calmo, ora. Apro le palpebre piano, sbattendole più volte per scacciare la polvere dalle ciglia. Non ho molto successo.
Cerco di alzarmi, ma appena provo a muovere braccia e gambe mi rendo conto di non averle più, oh merda, merda, merda. Sollevo il viso di scatto, il sangue che mi pulsa in testa per il terrore, ma no, ci sono ancora, ci sono ancora. Non le sento, non riesco a controllarle, ma ci sono, vedo le mie braccia distese lungo i miei fianchi, le mie gambe piegate appena accanto a una crepa del pavimento.
Provo a ruotare la testa, ma non riesco ad alzarmi più di tanto. La mia visuale è tutta storta, vedo il pavimento inclinato, le pareti occupano più spazio di quanto dovrebbero occupare... e ogni cosa sembra aver perso il suo colore. Le mezze-colonne con foglie dorate sui capitelli, il marmo bianco, il controsoffitto con stucchi arabescati color terracotta... li vedo tutti grigi, ora, smorti e illuminati da una luce asettica.
Ma io li ho appena visti venire completamente distrutti. Come possono essere ancora qui?
Ho sbattuto la testa, vero? Deve essere così, perché davanti ai miei occhi le immagini si sdoppiano, e nelle orecchie... ah, sì, eccolo che comincia, quel fischio continuo! O almeno credo sia un fischio, perché a ben vedere, sotto sotto, sento come... un tamburo? Un battito, una lunga pausa di silenzio, un altro battito.
Un’esplosione, sono certo che debba esserci stata un’esplosione. Un attentato dei cristiani, sono morto, sono svenuto, sto sognando. Cosa altro può essere stato, del resto? Volevano uccidere la Valide e il Gran Visir, se le mie doti da investigatore non mi stanno portando sulla cattiva strada sono certo che...
No. Non è questo. La Valide e il Gran Visir sono ancora in piedi, li riesco a mettere a fuoco davanti a me. Come fanno ad essere ancora in piedi?
Lui con le mani dietro la schiena, lei con le braccia conserte, entrambi dritti in mezzo a un corridoio grigio che percepisco come sufficientemente grande da contenere un esercito. Stanno fissando verso la porta a cui stavo facendo la guardia, o meglio, davanti a una porta che avrebbe dovuto essere quella. Perché la porta che vedo adesso, in fondo a questo corridoio, è cento, duecento, mille volte più grande.
So che il mio sguardo non potrebbe coglierne per intero la grandezza, eppure la vedo, più nitida di qualunque altra cosa. Riesco a coglierne ogni dettaglio anche se è così lontana, più lontana della fine del corridoio, anche se razionalmente so che è lì che si trova.
Sento qualcosa di caldo scendermi lungo la guancia, colarmi all’angolo delle labbra. Faccio guizzare la lingua e sento il sapore salato delle lacrime, ma perché sto piangendo? È quella porta, quelle due persone, questo corridoio grigio, i corpi dei giannizzeri sparpagliati intorno a me, questo incessante e monocorde battito di martello su pelle di tamburo che mi riempie la testa...
Ho paura.
Ma il mio corpo è paralizzato, il mio respiro sempre più debole. Non sto morendo, però, io non posso morire. Non prima di aver visto oltre quella porta.
Anche le decorazioni sui battenti sono diverse da prima. Le vedo arricchirsi sotto i miei occhi, è come se delle radici di pietra si arrampicassero dal pavimento, formando intrecci, un roveto in crescita su quello che avrebbe dovuto essere un semplice pezzo d’arredamento di legno. Ora quella porta è di solida roccia, pesante, antica.
Sento un risucchio, un brivido lungo la schiena, e una luce dorata scorre all’interno dei rovi di pietra, veloce e increspata come un’onda. Sparisce subito, è poco più di una pulsazione, ma appena passa i rovi smettono di crescere. E so, in qualche modo, che significa che qualunque cosa sia appena successa è finita. E che qualunque cosa ci sia là dietro è pronto per uscire.
Cosa c’è oltre quella porta? Non voglio più saperlo. Improvvisamente tutto ciò che desidero di più al mondo è NON sapere cosa c’è oltre quella porta. Ma è un desiderio vano, perché una luce bianca comincia a filtrare nel corridoio, e quella luce proviene dallo spiraglio tra i due battenti che si stanno pian piano aprendo. Il rumore della pietra che sfrega sul marmo del pavimento e profondo, lo sento viaggiare per il corridoio come se fosse qualcosa di tangibile, oltrepassarmi e continuare oltre, all’infinito. Anche la luce aumenta, inghiotte prima il Gran Visir e la Valide Sultana, trasformando i loro corpi in semplici silhouette nere. Poi anche il corridoio stesso, cancellando ogni dettaglio che compare nel suo cono. Il resto, sono solo ombre.
Vorrei distogliere lo sguardo, ma invece che ferirmi gli occhi la luce è come se me li catturasse. Non riesco a non guardare la piccola figura nera che prende forma in mezzo al bianco della porta spalancata. Dal bozzolo di oscurità che era nascono quattro filamenti che sembrano quasi degli arti, e la figura diventa sempre più grande, più definita. E io non voglio che esca.
Non voglio. Non voglio, non voglio, non voglio, non voglio, no, no, non-
La figura esce fuori dalla luce.
Sento il mio cuore finirmi nello stomaco per il sollievo. È la bambina di prima. Solo la comunissima, umanissima bambina di prima. Esce dalla luce sbattendo le palpebre, spaesata. Il sangue rappreso sul suo braccio è rosso scuro, come dovrebbe essere, la sua pelle è pallida ma non in modo innaturale. I suoi occhi sgranati, confusi e terrorizzati, vagano lungo il corridoio. I suoi passi sono incerti, scossa com’è dal tremore per la paura e per i singhiozzi che cominciano a farla sussultare.
Ed è terribile, lo so, ma ora come ora è lo spettacolo più bello che potessi vedere. Qualcun altro spaventato quanto me. Qualcun altro che si comporta in modo normale, qualcosa, finalmente, di reale in mezzo a questo mondo slavato.
La bambina apre la bocca, credo stia per urlare. Riesco a sollevarmi quel tanto che mi basta per parlare, voglio dirle che va tutto bene e che...
La testa della bambina scatta all’indietro, sento il rumore delle ossa del collo spezzarsi. La sua bocca è ancora spalancata, rivolta verso l’alto, e con uno sbuffo di goccioline rosse da quella stessa bocca esce una lancia che corre su, verso il soffitto, allungandosi per quelli che mi sembrano metri prima di fermarsi.
Il corpo della bambina si accascia, in ginocchio, le braccia a penzoloni lungo i fianchi si muovono come fili di stoffa sotto una brezza leggera. Dalla sua bocca, la lancia svetta perfettamente dritta.
Seguo con gli occhi il bastone lucido, nero, intonso. Il sangue è solo sul volto della bambina, non ha macchiato quella... cosa.
Uno stendardo. Me ne rendo conto appena il mio sguardo arriva alla fine del bastone, chilometri più in su: non è una lancia, ma uno stendardo. Il pannello di stoffa si srotola dalla cima con un fruscio, si lega da solo al suo supporto e rimane così, teso, pulito e perfetto, a mostrarmi un simbolo che non riconosco. Ma c’è qualcosa, in quello stendardo, di familiare.
Mentre lo fisso sento ritornarmi alle orecchie il tamburo di prima. Non se ne è mai andato, ma ora il suono è più nitido, più ritmico, più marziale.
Il sangue mi drena dalle vene. Ora capisco cosa c’è di familiare in quel vessillo, cosa c’è di familiare in questo tamburo. Abbasso lo sguardo, mi focalizzo di nuovo verso la porta, incapace anche solo di respirare per paura di attirare l’attenzione di qualunque cosa ci sia là dietro.
E, attraverso la luce bianca e la polvere che improvvisamente si solleva dal pavimento, vedo cominciare a delinearsi i contorni di una figura. E poi di un’altra. E di un’altra, e un’altra ancora...
In cui ci sono grandi martelli by Fra Tac
Author's Notes:
Okay, dopo eoni ecco il nuovo capitolo, primo della parte finale :'D Spero sia degno S: Continua a sembrarmi un po' poco "woah" per l'arrivo a Gerusalemme, ma spero sia solo una mia impressione e non vi schifi.
Insomma... fatemi sapere, come sempre :'D
CAPITOLO 14: IN CUI CI SONO GRANDI MARTELLI

«Quindi quello è il demone?»
Sarà la quinta volta che lo sento dire da quando ho preso l’aereo da Roma. Numero stupefacente, considerando che non abbiamo fatto scali fino a Gerusalemme.
«Lo è.»
Non mi disturba nemmeno più il sentir parlare di me come una cosa, o l’essere palesemente ignorato nonostante possa benissimo sentire la conversazione. La mia aliquota di resistenza passiva alla Chiesa l’ho data, e si sono visti i risultati che ho ottenuto. Tutta questa situazione fa così schifo che non ho più nemmeno l’energia per infastidirmi.
La donna che ha fatto la domanda annuisce a 52, senza smettere di fissarmi un secondo. Fa per avvicinarsi, ma appena muove un passo nella mia direzione il vento che sferza l’aereoporto militare si intensifica. Una nuvola di sabbia si solleva da terra, costringendo me a riparare gli occhi con una mano e costringendo lei a rimanere dov’è.
«Sono Caterina Maraldi, dama dell’OESSG» si presenta. Parla esperanto con una cadenza che non ho mai sentito, non credo sia italiana nonostante il nome. «il mio compito è difendere Gerusalemme, ad ogni costo. E da ora sarà anche il tuo. Da adesso sarai sotto la mia supervisione, anche se non sempre fisicamente. Ma fai un passo falso e rimpiangerai la custodia del nephilim.»
E lei invece. Crede di riuscire. A non parlare. A scatti? Alzo le spalle, non ho voglia di rispondere, né per ribellarmi, né per farle capire che ho capito. Chi vuole fare passi falsi, poi? Come se avessi una minima possibilità di scappare da qui! La cosa più deprimente è vedere quanto la Chiesa veramente mi tema e pensa io sia in grado di fare qualcosa. Quando, invece, io e qualcun altro sappiamo benissimo quanto non sia in grado di fare proprio un bel niente.
Mi volto verso il nephilim per sottolineare la questione, ma lui mi ignora deliberatamente. Ha occhi solo per la dama, strano non si sia ancora inginocchiato a leccarle gli stivali.
La donna si volta, mi fa cenno con una mano verso un fuoristrada parcheggiato. Noto che al fianco porta una lunga spada dall’elsa argentata. Giusto per sottolineare il fatto che serve un’istituzione medioevale. «Seguimi, demone.» mi dice, senza dimenticare l’appellativo. Ubbidisco, aspettandomi che 52 mi segua a una distanza ben inferiore al mio spazio vitale, come ha fatto dall’Impero a qui. Invece, si limita a chinare la testa in segno di saluto, un sorrisetto di soddisfazione sul volto. E, nonostante tutto quello che mi ha fatto, nonostante sia la causa di tutta questa storia assurda che mi sta capitando, sento crescere una certa ansia nel vederlo rimanere lì.
«Il nephilim non viene?» chiedo. La dama non si degna nemmeno di guardarsi, mentre un crociato le apre la porta del fuoristrada.
«Il suo compito era portarti a Gerusalemme. E’ quello che ha fatto, ora è richiesto per motivi diversi. D’ora in poi sarai sotto la mia supervisione.» si ripete Caterina. «Ora sei...»
Solo. Ecco cosa sono, senza niente di famigliare, nemmeno un nemico. Se volevano destabilizzarmi, direi che ci sono riusciti fin troppo bene.



Non so davvero perché io mi metta a guardare fuori dal finestrino del fuoristrada, come se fossi un qualunque turista. E come se ci fosse qualcosa di interessante da guardare, poi. Il paesaggio prima di arrivare a Gerusalemme è un monotono susseguirsi di rocce, sabbia e sterpaglie, intervallato solo da alcune serie di pali – la cui utilità mi sfugge – che spuntano ogni tot. Un posto schifosamente depresso dove morire.
Le mura della città sono davanti a noi, oltre la sabbia sollevata dal vento, si stagliano contro un cielo grigio metallo. Hanno lo stesso colore del deserto intorno a noi, quell’ocra spento ho-perso-la-voglia-di-vivere, che è praticamente lo stato d’animo che la monotonia di questo paesaggio mi sta facendo assumere.
Tranquillo, fra poco smetterai di vivere del tutto.
Mi appoggio al finestrino, ma non è che il pensiero mi turbi granché. Ormai sono solo stanco, così stanco dell’assurdità di questa situazione e di quello che mi stanno costringendo a fare che non ho nemmeno più la voglia di avere paura. È come se stessi vedendo la mia vita dagli occhi di qualcun altro. E cavolo, è davvero un pessimo spettacolo.
«Ecco la tua divisa. Indossa almeno la casacca, prima di scendere.»
Un peso sulle ginocchia mi avverte che la dama mi ha generosamente lanciato qualcosa. Abbasso lo sguardo e mi trovo a fissare una mimetica color sabbia. Giustamente, non sia mai che conservi un minimo di individualità in tutto questo. Mi basta guardarla per capire che è troppo grande per me, non so perché ma questo dettaglio mi tocca davvero, per due secondi credo di potermi arrabbiare davvero.
«Porta rispetto per quella croce, demone.» mi intima Caterina, come se mi importasse qualcosa. Prima non l’avevo nemmeno notata, nonostante campeggi in bella vista sul petto della casacca, in corrispondenza del cuore. La croce rossa dei crociati.
Mi tolgo la felpa e, altrettanto meccanicamente, faccio come mi hanno detto e mi infilo la parte superiore della divisa. Allacciare i bottoni è il gesto più faticoso che io abbia mai fatto.
È reale. penso, guardando la mia immagine riflessa. Sì, la casacca è troppo grande, devo arrotolarmi le maniche tre volte perché non mi coprano le mani. L’ocra del tessuto, poi, fa sembrare il mio pallore ancora più malato.
È tutto reale.
Ed è tutto così sbagliato.
Il fuoristrada ballonzola un po’, prima di fermarsi con uno scossone che quasi mi fa finire contro il vetro. Siamo praticamente a ridosso di una delle porte della città, ora, oltre la mia immagine riflessa vedo crociati in mimetica uguale alla mia muoversi avanti e indietro intorno alle mura. Non sembra una qualche ronda, però, o qualunque cosa facciano i militari di solito. Stanno trasportando grossi pali sulle spalle – simili a quelli che ho visto piantati nel terreno, ora che ci penso – e sembrano coordinarsi tra loro in base ai gesti di un paio di persone al centro di un... cerchio di pietre?
«Cosa diavolo stan-» comincio a chiedere, ma mi blocco subito. A che pro? Tanto non mi risponderebbero, e poi cosa mi cambia saperlo o meno? Stringo i denti per fermare la bile che mi scivola in bocca. Cazzo, e dire che negli ultimi tempi ci ero arrivato ad avere un minimo di spina dorsale. Ce la stavo quasi facendo a diventare una persona decente, e poi... e poi questo ha rovinato tutto. E onestamente non so se mi riferisco alla situazione o a me stesso.
Scuoto la testa, e quando Caterina mi ordina di scendere dal fuoristrada ubbidisco subito.
Appena salto dalla portiera il vento mi colpisce come un maglio, ficcandomi tutta la sabbia della Palestina negli occhi e gonfiandomi la casacca quasi a trascinarmi via. Okay, ho capito che qui il comitato di benvenuto lascia a desiderare, ma sottolinearlo così non mi pareva esattamente necessario...
Cerco di pulirmi gli occhi mentre seguo Caterina, che cammina a passo marziale verso le due persone nel cerchio di pietre. Man mano che mi avvicino li noto meglio attraverso la sabbia: una donna avvolta in uno strato imbarazzante di vestiti e foulard, e un uomo con una divisa da crociato. Entrambi sono di spalle, occupati a fissare un gruppo di crociati intento a trafficare con uno dei pali.
«...ettetelo lì, sì, così. No, aspettate, un po’ più a destra...!» dice la donna, muovendo un braccio verso il gruppo di crociati, che cominciano a piantare il palo nel terreno. Nel movimento, la manica del vestito le scivola in basso, scoprendo un braccio bianco. Letteralmente bianco. Mi blocco, una secchiata di paura che mi sciacqua da capo a piedi.
L’uomo di fianco a lei si volta verso di noi, e a giudicare dalle quantità di mostrine che fanno bella mostra sotto la croce deve essere un generale. Al fianco porta anche lui una spada, simile a quella della dama ma a due mani questa volta, a due mani forse? Va di moda l’arma bianca in questo esercito, vedo. Il generale sorride a Caterina per irrigidirsi appena i suoi occhi passano da lei a me.
«Quindi questo è il demone?» e rieccoci...
«A quanto ci dicono da Roma, sì.»
Giusto, perché fare rispondere me sulla mia identità?
«Oh, fantastico! 52 è riuscito a fare qualcosa di buono per una volta, allora.» interviene la donna velata, e la sua voce mi fa rabbrividire. Melodiosa, delicata, perfetta. Sì, decisamente...
Si volta e si toglie il velo con un gesto ampio, quasi teatrale, scoprendo un volto perfettamente identico a quello di 52. Stessa androginia, stessa età indecifrabile, stessa perfezione da statua neoclassica. Nephilim. Un altro. Un clone al femminile di 52, solo che al contrario di lui questo modello ha le ali che le escono direttamente dalla testa, con le piume che le ricadono attorno al volto come capelli. Orribili capelli mutanti.
E, altra differenza non da poco, al contrario di 52 non ha una luce omicida negli occhi. Anzi, per ora è l’unica persona – creatura? – che non mi osserva con disgusto o paura. La cosa negativa, però, è quella scintilla di curiosità morbosa che fa da sostituto. Oh Gesù, proprio come i quindicenni metallari...
«Vieni, vieni.» mi dice la nephilim, facendomi cenno con la mano destra. L’altra, noto, è occupata a reggere un plico di fotocopie. «E non ti preoccupare, non voglio farti esplodere il cervello, siamo nella stessa squadra adesso, no?»
«Temporaneamente.» sottolinea Caterina, per una volta parlando sul serio a mio nome. Oltrepassa il cerchio di pietre per portarsi vicino all’uomo con la divisa da crociato. Io, invece, rimango stoicamente dove sono – non ci tengo per niente a trovarmi in uno spazio circoscritto con un nephilim. Ci tengo alla mia epidermide.
«Come sta andando, qui?» chiede Caterina.
«Siete arrivati giusto in tempo per il gran finale.» interviene la nephilim, senza scollare i suoi occhi bianchi da me. «Se qualcuno si degnasse di sistemare il catalizzatore come da manuale...!»
Solo adesso si volta, per fulminare con lo sguardo il gruppo di soldati dietro di lei, immagino. Quelli sobbalzano e raddrizzano subito il palo di metallo, che pendeva instabile da un lato. Appena lo fanno sento come una scarica statica scivolarmi sulla pelle. Il vento improvvisamente si placa. O almeno... qui, entro il perimetro tracciato da quei pali, il vento si placa, perché in lontananza vedo ancora la sabbia sollevata in mulinelli e le poche sterpaglie piegate dalle folate.
La nephilim si volta di nuovo verso di me, sorridendo in una maniera quasi divertita. «Ti consiglio di entrare davvero nel cerchio di pietre, ora.» mi dice, e sarà il suo tono, saranno le scintille blu che cominciano a saltellare sui pali, ma non me lo faccio ripetere una terza volta. Corro dentro il cerchio di pietre insieme ai crociati rimasti, e solo nello scavalcarlo noto come le pietre – perfettamente lisce e piatte – siano state incise con dei simboli tutti collegati tra loro, come vari canaletti.
«Non mi piace questa cosa. Per niente.» mormora Caterina. Il generale crociato sospira.
«Spera piaccia ancora meno a quello che ci stanno mandando contro i turchi.»
Entrambi guardano fissi verso la nephilim, che si è chinata sopra una delle pietre. La vedo metterci sopra una mano, a dita divaricate, e trafficare con qualcosa nelle tasche del pastrano che la ricopre. Tira fuori quello che sembra un pugnale.
Ma cosa diavolo...
Cala con slancio il pugnale sulla sua mano, la trafigge senza emettere un fiato. Mi rendo conto di essere sobbalzato solo quando rischio di inciampare contro un crociato dietro di me, che se ne rimane fermo, immobile, come tutti gli altri... completamente impassibile. Di fronte a una donna che si è pugnalata.
Lentamente, torno a fissare la nephilim. Riesco a vedere il suo sangue azzurro colare lungo la lama del pugnale, ancora conficcato attraverso il suo palmo, e gocciolare nel simbolo intagliato nella roccia.
Ah, ma non è che si limita a raccogliersi lì. Si muove. Scorre attraverso i canalini da una pietra all’altra, riempiendo man mano tutti i simboli. Sangue... ma quanto cazzo ne ha in corpo? E quanto ne può uscire da quella ferita? Tutto questo è innaturale!
Anche se, a ben pensarci, sarei l’ultima persona a dovermi lamentare di qualcosa del genere. Mi viene quasi da ridere.
Il sangue, azzurro e opalescente, continua a scorrere, riempie tutte le incisioni su tutte le pietre, senza sbavare di un millimetro. Quando passa a riempire la pietra accanto a me avverto una sferzata di calore.
«E anche questa è andata» mormora la nephilim. Appena lo dice, tutti gli altri si abbassano, accucciandosi a terra. Perché cavolo...
Una mano mi trascina verso il basso, mentre cado faccio in tempo a vedere la nephilim estrarre violentemente il pugnale dalla sua mano, la punta disegna una linea azzurra nell’aria con le goccioline di sangue che le sono rimaste attaccate. E, immediatamente, le mie orecchie si tappano. La terra sotto di me trema, o la avverto tremare, mentre un’ondata di energia azzurra si irradia dal cerchio di pietre. Riesco a vederla, con la coda dell’occhio, sollevare la sabbia come se fosse l’onda d’urto di un’esplosione. Scivola veloce a pochi centimetri dal suolo per infrangersi bruscamente sui pali di metallo – catalizzatori, li ha chiamati la nephilim – che subito si illuminano a loro volta. È come se raccogliessero l’ondata di luce, che li risale arrampicandosi attraverso venature che non avevo notato, formando una figura come di un circuito sul metallo lucente del palo. La luce sale, sale sul catalizzatore... e poi esplode nell’aria in colonne di azzurro purissimo e brillante, così forte da costringermi a chiudere gli occhi. Un’altra ondata di vento ci investe, mi costringe ad abbassare la testa fino a toccare terra. La sabbia che mi sferza la schiena è quasi dolorosa.
Dopo pochi secondi, però, sento già la forza del vento scemare. È tornato quello di prima, fastidioso ma naturale. Mi arrischio a sollevare lo sguardo. Davanti a me vedo una rete di luce azzurra partire dal terreno e finire metri e metri più in alto. L’immagine tremola, diventa sfocata e in pochi secondi svanisce, ma non nutro dubbi sul fatto che continui ad essere lì, invisibile.
«Bene, bene.» commenta la nephilim, alzandosi dalla sua posizione accucciata e spolverandosi i pantaloni. È quello che stanno facendo tutti gli altri intorno a me, con una naturalezza che mi sconvolge. Cioè, io ho parlato con demoni che mi hanno detto che Dio non esiste e che ci sono altri universi oltre al nostro, ma dopo questo spettacolo non è che sia esattamente tranquillissimo...!
«E qui abbiamo finito. Soldato Kozyrskij!» sobbalzo sentendo il mio nome, e l’appellativo messo di fianco ad esso mi fa saltare in cuore in gola. Sentire quel “soldato” mi ha terrorizzato come poche cose. Mi volto verso la nephilim, che mi tende la mano che si è pugnalata. Della ferita è sparita ogni traccia. «Sono 50. E ho un po’ di cose da spiegarti.»


Gerusalemme sembra rimasta ferma negli anni mille – o qualunque fosse il periodo della prima crociata. Le mura sono perfettamente integre – almeno nello spazio che riesco a vedere – e fuori da esse non è stato costruito nulla di nuovo. All’interno, la città sembra solo una gigantesca caserma. Non dubito ci sia un centro storico, da qualche parte, pieno di valore artistico, storico ed archeologico... ma qui, oltre la Porta Est, vedo solo grigiore e schifo. Cose che a confronto la periferia dove vivo... o vivevo. Vivevo. Non riesco a continuare il pensiero, provo talmente tanta amarezza da non riuscire nemmeno più a incanalarla in sarcasmo.
«Ci sono anche civili, qui dentro, o è tutto così?» chiedo alla nephilim, per distrarmi, mentre mi accompagna lungo una strada piena di crociati. Lei ride, facendomi sentire veramente a disagio. Vedere la faccia di 52 con un’espressione così affabile mi scombina il cervello.
«C’erano, quantomeno, hanno un paio di quartieri tutti per loro qui.» mi risponde «Li abbiamo fatti evacuare tutti, ovviamente. Giusto nel caso la questione si scaldi un po’ troppo.»
Questa volta è il mio turno di ridere. Una risata sprezzante, almeno nelle intenzioni. Nella pratica mi esce una specie di singulto strozzato che mi fa guadagnare un’occhiata di compatimento dalla nephilim.
«Certo che per essere un potente mezzo demone sei parecchio deludente.» commenta, con sincero dispiacere. Sarà che grazie a Sergio mi sono abituato alla gente strana, sarà che ormai me ne frega poco di tutto, ma mi limito ad alzare le spalle.
«E secondo te perché?» mormoro, senza guardarla.
«Forse perché di potente, qui» mi risponde, alzando le sopracciglia «c’è solo il tuo atteggiamento da drama queen.»
Mi blocco istantaneamente, senza riuscire a impedirmi di sgranare gli occhi, indignato. «Io non sono una drama que-» ho la prontezza di chiudere la bocca appena vedo la nephilim sogghignare. Okay, ho capito, non parlerò mai più.
«Risparmiami la solfa sul quanto tu sia incapace, tesoro.» mi dice 50, trascinandomi lungo una strada parallela alle mura, sterrata e deserta. «I ricordi di 52 sono anche miei, quando decide di condividerli, ho un’idea di quello che sai e non sai fare. Perché credi mi sia data tanto lavoro con quello spettacolo, là fuori?»
Mi limito a una scrollata di spalle, di nuovo. E per quanto senta un barlume di curiosità, non faccio troppo sforzo per aggrapparmici. Sento, per un attimo, la voce di Jana nel retro della mia testa, blaterare qualcosa sull’inutilità del piangersi addosso, e la gola mi si chiude in un nodo. Vorrei fosse qui per tirarmi un pugno, ora.
«Era un incantesimo di protezione, perfezionato e applicato su larga scala a partire da quelli personali dei vecchi grimori.» continua la nephilim, senza badare alla mia mancata risposta. Agita le sue mani diafane in aria. «Sì sì, lo so, quanto siamo ipocriti noi della Chiesa a ricorrere alla magia che perseguitiamo. Dal canto mio, però, ho la coscienza pulita: trovo demoni e goetia un argomento decisamente affascinante.» mi fa l’occhiolino, e non capisco se scherzi o sia seria, ma nel dubbio rabbrividisco con disgusto. «E, non per vantarmi, ma l’ho perfezionato io. Sono capo della sezione demonologia mica per niente, bello mio. Inserendo il simbolo di Paimon, l’ho reso specifico per proteggerci da lui. Non so quanto sia efficace, non so quanto possa resistere, ma ho ripetuto l’incantesimo in così tanti strati che mi riesce difficile pensare qualcuno possa passarci attraverso con facilità. Anche un re dei demoni.»
Si ferma, e io con lei, davanti a una scalinata che si arrampica sulle mura. Mi fa cenno di salire per primo. Cosa che mi blocca, proprio come quando mi ha fatto cenno di avvicinarmi al cerchio di pietre, la prima volta. Mi chiedo se sia qualche sesto senso all’opera, o se il mio corpo si rifiuti di riconoscere che devo fare come mi viene chiesto anche se loro non mi trascinano attivamente.
«Perché?» domando, con un filo di voce.
«Ah, ma che domande, perché voglio guardarti il culo no?» risponde la nephilim, spingendomi sulle scale e rompendo qualunque pretesa di dramma interiore io stessi iniziando. Mi chiedo se tutti i nephilim siano psicopatici come i due che ho incontrato.
«Comunque, tornando a discorsi seri: non stavo blaterando per lisciare il mio ego, ti ho spiegato l’incantesimo per farti capire che siamo messi meglio di quanto io stessa osassi sperare.» continua, mentre saliamo le strette scale di pietra. Pure queste devono risalire alla prima crociata... «Sono riuscita a creare un sistema di difesa, seppure non testato, e abbiamo un numero di nephilim sufficiente a far esplodere una regione. Certo, la situazione rimane orribile e se non vinceremo tutto sarà perduto – le nostre vite in primis – ma non siamo così disperati, non ci siamo già scavati le fosse. E, soprattutto, anche se sarai tu a fare la differenza... non sarai solo, contro quel demone.»
Non faccio sforzi per nascondere la smorfia che piega la mia bocca. Sorpasso l’ultimo gradino, e subito il vento che spazza le mura minaccia di farmi ricadere di sotto. 50 mi aiuta a mantenere l’equilibrio sostenendomi la schiena con una mano, cosa che fa suonare abbastanza ridicola la frase che sto per pronunciare.
«Scusa se dubito dell’aiuto che la Chiesa si sente di concedermi.» commento, issandomi sul corrimano e sulle mura.
50 balza con grazia appena dopo di me e, con passo sicuro, si mette di spalle contro il parapetto opposto a noi, il viso rivolto verso la città in modo da schermarsi dal vento e dalla sabbia.
«Oh, ma guarda il povero, piccolo demone maltrattato dalla grande Chiesa cattiva. Oh, come ho potuto osare offrirgli il mio aiuto!»
Stringo i denti. Questa donna sta cominciando a sembrarmi Sergio in modo decisamente fastidioso. E doloroso. «Già, chissà perché sono così reticente a... no, senti, lascia stare, non ha senso parlarne ancora.» sto cominciando ad avere la nausea per quante volte ho ripetuto la questione della morte e della costrizione. Sta cominciando a sembrare ridicolo anche a me lamentarmene, che è la cosa che più mi fa salire la bile. Mi avvicino al parapetto anche io, ma non ci tengo a guardare verso Gerusalemme. Lascio che il mio sguardo vaghi verso l’orizzonte desertico, bagnato dal tramonto più orribile che io abbia mai visto in tutta la mia vita. Sembra che qualcuno abbia rovesciato della risciacquatura di piatti nel cielo.
50 sorride, un sorriso di compatimento, ma la luce che le brilla negli occhi mi sembra di puro divertimento morboso.
«Ah, già, come posso comprendere quello che provi?» mi dice, dopo qualche secondo, e qualcosa nel suo tono mi fa sollevare lo sguardo verso di lei. «Come potrei capire questo tuo tormento, io, che appartengo a quegli spregevoli individui strappati dalle proprie madri ancora in fasce, cresciuti come strumenti, senza possibilità di scelta, con un numero come unico spettro di un’identità? Hai ragione, non posso davvero capire l’orrore di essere usati contro la propria volontà. Che razza abietta, quella dei nephilim.»
Non riesco a sbattere le palpebre. Nonostante gli occhi comincino a bruciare per la sabbia, quello che ha detto 50 è stata una doccia talmente fredda che mi ha congelato sul posto. Anche se solo per un secondo. Torno a guardare verso il tramonto, scrollando le spalle.
«Quindi adesso dovrei giustificare 52 perché ha avuto un’infanzia disagiata o cose del genere?» chiedo, il tono più acido di quello che avrei voluto, per una volta.
50 sbuffa. «No, adesso, lui è uno psicopatico fatto e finito. Quello che volevo dire è...» sospira, scuote la testa. «Lascia stare. Ripensaci quando non starai affogando nel risentimento, probabilmente ti farà bene renderti conto che non sei circondato da gente che ti odia.»
E probabilmente potrei anche crederle. Potrei, se prima non avessi parlato con quel Cardinale, se non avessi visto cosa davvero la Chiesa pensa di me. E di tutti i mezzi-demoni. E di tutto le persone, per quello che vale.
50 scuote la testa, come a rispondere ai miei pensieri. «Tornando alle cose serie, di nuovo...» ricomincia, voltandosi e allargando le braccia verso il deserto. «Non ti ho portato qui per il panorama – francamente osceno. Paimon attacca sempre da est, probabilmente teletrasportandosi o usando qualche trucco del genere, non conosco l’estensione delle sue capacità. Tutti i suoi attacchi alle nostre fortezze sono stati uguali: si palesa all’orizzonte, fa uno show camminando verso le mura senza curarsi di qualunque cosa gli lanciamo contro, e poi boom. Purtroppo non ci sono pattern negli orari in cui attacca.» sorride «Potrebbe farlo tra una settimana o tra un secondo. Dio solo sa perché ci ha messo così tanto dall’ultima fortezza che ha preso! Siamo stati schifosamente fortunati ad aver fatto in tempo a finire la rete di sicurezza e ad averti qui. Abbiamo anche intarsiato abbastanza spade e pugnali, gli ufficiali per lo meno sono tutti coperti. E, a questo proposito...» fruga tra il pastrano che indossa e sgancia dalla cintura un pugnale, me lo porge come se mi stesse offrendo una sigaretta. «Giusto per precauzione.» dice, a mo’ di spiegazione. «I proiettili si è visto che servono decisamente a poco contro un Re dell’Inferno. E... beh, se arrivi abbastanza vicino a Paimon da colpirlo con un pugnale probabilmente sei già bello che morto, ma non si puoi mai sapere.»
Che bello, ora sì che sono rincuorato e pronto ad affrontare la situazione con ottimismo. Sospiro e prendo il pugnale. Lo sfodero appena, per sbirciare la lama. Vedo dei simboli incisi di piatto, posso immaginare a cosa servano, dopo aver visto l’incantesimo di 50. Cerco di agganciare l’arma alla cintura, ma capisco come si fa solo dopo un paio di tentativi. Non mi sono mai sentito così ridicolo in vita mia come adesso.
«Anche se non mi aspetto tu sia davvero in grado di fare qualcosa con quello.» continua 50, osservando i miei patetici tentativi con una perfetta faccia di bronzo. Beh, tranquilla, siamo in due. Certo, io non mi aspetto di essere in grado di fare qualcosa in generale, ma...!
«Quello a cui dobbiamo lavorare è ben altro, no?» continua «Come esperta ufficiale di demoni del Vaticano, sarà mio compito cercare un modo per farti funzionare al meglio. Ogni giorno, dall’alba al tramonto, ci troveremo esattamente qui e... capiremo come usare il tuo potere contro il pezzo da novanta. Vediamo di far uscire un po’ del potenziale che nascondi in quelle ossa, eh?» sogghigna «Certo, se Paimon non ci compare davanti in questo esatto momento...!» si blocca, sporgendosi per qualche secondo dalle mura. «Niente, eh? Dannati demoni, mai una volta che si presentino quando servono.»


«Questa sarà la tua stanza. Accanto agli alloggi degli ufficiali. Non potrai fare nulla senza che l’elite del nostro esercito lo sappia. Immediatamente. Quindi non provare a fare nulla e basta.»
Caterina mi sta già facendo rimpiangere 52. Questo sprezzo così freddo e impersonale è insopportabile, almeno il nephilim mi dava un certo... calore.
E dopo questa sono certo che, ovunque sia, Sergio si sia commosso. Sorrido, guadagnandomi così un’occhiata confusa di Caterina che, nel dubbio, sottolinea come ci siano tot guardie davanti alla porta e bla, bla, bla. Ripeto: come se me ne fregasse qualcosa. Ecco, almeno non possono togliermi la libertà di ignorarli bellamente mentre parlano. O di elencare mentalmente una sfilza di santi a cui appioppare qualche bell’epiteto animale, così, per sfizio.
Riesco ad arrivare alla O quando Caterina, finalmente, esce dalla stanza.
Appena si chiude la porta alle spalle il silenzio che mi preme addosso mi sembra irreale. Realizzo che è la prima volta che rimango davvero da solo, da quando sono partito dall’Impero.
Mi siedo sul bordo della branda – toccarla mi fa quasi schifo – e mi slaccio gli stivali, quanto più lentamente posso. Che non è molto, visto che hanno la zip, e così in due secondi scarsi se ne va la mia possibilità di tenere occupata la mente.
Per la prima volta nella mia vita realizzo di essere dannatamente spaventato dal rimare solo, perché ho paura di quello che potrei iniziare a pensare. Inspiro, rimango a fissare la porta davanti a me. Bianca, come la parete, un crocifisso di legno sopra. Fine. Niente su cui possa concentrare la mia attenzione. Mi lascio ricadere sul letto, e appena la mia schiena colpisce il materasso mi rendo davvero conto della situazione. Come se qualcuno fosse appena entrato dalla porta e mi avesse scaricato addosso due tonnellate di piombo.
Devo davvero scontrarmi con un Dio. Devo davvero cercare di fermare una creatura per definizione onnipotente, e non ho nessuna possibilità di oppormi, solo di –
Oh, ma basta, chi prendo in giro.
Le mie stesse lamentele mi stanno dando sui nervi! Non posso più usarle per schermarmi, non posso più usarle per edulcorare la consapevolezza di quello che mi succederà, inevitabilmente, tra un’ora, un giorno o una settimana. Non riesco nemmeno più a preoccuparmi, ora, almeno non per me stesso.
Mi chiedo solo... come se la passa Agnese. E Jana, se le hanno fatto problemi per averci aiutato. E Sergio, poi, mi chiedo se... se davvero...
Un flash del fuoco azzurro dei nephilim mi passa davanti agli occhi, mozzandomi il respiro. Mi alzo in piedi di scatto, colpito da una paura così forte da causarmi fisicamente dolore. E appena il mio respiro si calma realizzo che mio padre probabilmente non sa nemmeno io sia qui.
Non mi è mai fregato niente di lui per tutta la mia vita. Non mi è mai fregato niente di nessuno, se è per questo. Proprio adesso, cazzo, proprio adesso dovevo cominciare a socializzare?
Tutto il tempo passato a pensare alla mia morte, adesso lo capisco, speso solo per evitare di pensare a quello che mi lascerò indietro. Ma ora non posso più evitarlo, no? Devo proprio ricordare ogni minimo dettaglio di questi ultimi mesi passati con Sergio, di quei quaranta minuti in cui ho parlato con Jana, di mia madre che guarda la televisione ignorandomi dopo essersi comunque spaccata la schiena per me, per badare a me, da quando ha divorziato ad adesso e io non ci ho mai nemmeno pensato.
Così tante cose di cui mi sto rendendo conto solo ora, così tante cose... e quanto mi rimane? Non ho nemmeno un cellulare per chiamare... qualcuno, chiunque! Tutto quello che avrei dovuto fare, che avrei potuto fare... dio. Dio. Mi lascio ricadere sul letto, porto un braccio a coprire gli occhi.
Ho vissuto una vita di merda.


...osa? Cosa? Devo svegliarmi per andare al lavoro? Ma col cazzo, sono morto. Sveglia, dov’è la sveglia, la devo spegnere...
Allungo la mano di getto, ma non trovo nessun comodino. Ma che diavolo... socchiudo gli occhi e mi sollevo appena dal materasso, ignorando gli scricchiolii poco rassicuranti delle mie giunture. La luce nella stanza è accesa e mi fa per un attimo girare la testa, costringendomi ad abbassare gli occhi. Sulla mia divisa da crociato. Stringo i denti così forte da farli scricchiolare. Ah, già... mi era sfuggito di mente.
Mi siedo ai piedi del letto, stropicciandomi gli occhi. Sento il corpo completamente intorpidito, come prevedibile avrò dormito da far schifo. E perché diavolo questa sveglia continua a suonare, se non la smette subito comincerà a uscirmi il cervello dalle orecchie.
Sollevo appena il viso quando la porta si spalanca, sbattendo contro la parete, visto che la sveglia trapana-sinapsi non bastava. 50 mi fissa dalla soglia con un sorriso. Credo si sia appena alzata anche lei, perché indossa solo un paio di pantaloni morbidi e una canottiera aderente che... le fascia un petto completamente piatto.
Ma che... strizzo gli occhi. No, non è piatto come in “poco seno”, è piatto come in “cromosoma y”. Però allo stesso tempo quei fianchi e quelle braccia non possono essere maschili. Okay, ma che razza di corpo hanno i nephilim?
«Per Cristo, ragazzo, alzati!» esclama 50, per sovrastare la sveglia che non accenna a finire di suonare.
«Prima spegni questo aggeggio infernale o mi esploderà la testa.» mugugno, massaggiandomi le tempie. A quel punto, almeno, avrei risolto la questioncina dello scontro col dio che...
Stop. Stop.
Lascio ricadere le braccia lungo i fianchi. Questa... non è una sveglia, vero?
50 continua a sorridermi, ma adesso noto che quel sorriso non ha niente di rilassato: la sua espressione è rigida e deformata in un ghigno di paura ed eccitazione. «Voi demoni» commenta, con la voce incrinata «avete un pessimo tempismo.»


Corro fuori dal palazzo, nella strada che è un caos di ombre nere che assorbono impietosamente la poca luce dell’alba. Demoni. Demoni ovunque, originati da migliaia di soldati completamente nel panico. Mi sembra di essere tornato agli anni del liceo, non vedo a un palmo davanti a me, e per un attimo la confusione mi impedisce di avere paura. Poi...
«E’ qui.»
«E’ qui, è qui, è qui, è qui, è qui!»

Le ginocchia mi cedono, cado a terra tappandomi le orecchie per schermarmi dalle urla dei demoni. Non basta che mi impediscano di vedere qualunque cosa, devono pure urlare con le loro vocette stridule! Mi fanno male, come gessi che stridono sulla lavagna, non riesco ad alzarmi, non vedo, non sento... e devo combattere in questa situazione. Proprio ora! Non posso, non posso, non posso...
«...azzo, ragazzo! Ivan!»
Il volto di 50 emerge dall’oscurità dei demoni, che ne lambisce i contorni come se fosse qualcosa di liquido. La nephilim mi osserva dall’alto, bianco e quasi illuminato dal contrasto con il nero pece dei demoni che gorgogliano intorno a lei. «Forza, dobbiamo muoverci, non possiamo perdere un secondo!» esclama, ma la sua voce è lontana, coperta dalle grida dei demoni. Sento che mi afferra un braccio, mi alza di forza, mi trascina verso le mura... NO!
Mi blocco, irrigidisco il braccio per impedire a 50 di spostarmi ancora di un millimetro e lei si volta, sorpresa. «Cosa stai facendo?» sibila.
«Non posso!» grido, e quando lo faccio sento tutta la paura che ho addosso, che mi striscia sulla pelle, nel cervello, nella bocca... la sento come qualcosa di solido, una paura che non so dirigere, ma dannatamente reale, dannatamente soffocante. Dio, soffoco, soffoco! I demoni sono solidi, si chiudono su di me, mi stritolano come questa cazzo di Chiesa, come tutta questa situazione in cui non dovrei trovarmi in primo luogo! Perché, perché non posso tornare a casa?
«Non posso...» ripeto, è l’unica cosa che riesco a dire ed è l’unica cosa che ha senso dire! Non posso e non voglio incontrare quel Dio!
Un’altra ondata di paura, un panico che sale nello stomaco e mi mozza il respiro. Un Dio. Il mio Dio. Non posso incontrarlo, non posso, non voglio, non posso...
Lo schiaffo di 50 mi colpisce così all’improvviso che mi fa quasi male. Si inginocchi di fronte a me – sono caduto a terra? – e comincia a scuotermi per le spalle. «Oh per la Madonna, dimmi che ci sei!»
Muovo la mano davanti a me, per scacciare un po’ di demoni, riesco a vederla meglio ora. Ancora attraverso una nebbiolina nera, ma meglio di prima... «Sì, perché non...» mi blocco, la voce che si trasforma in un grido strozzato. Mi afferro le braccia con le mani e devo chinarmi verso terra per non vomitare, il panico che mi si stringe di nuovo attorno allo stomaco, al collo, e stringe, stringe, stringe...
«Non è niente, mi senti? Non è niente! È solo... la paura è un trucco del demone, ne hanno parlato i sopravvissuti di Al Karak, devi ignorarla, è il suo primo attacco. Ignorala, ignorala...»
Ignorala, ignorala, ignorala, ignorala... come faccio a ignorarla? Come cazzo faccio a ignorare questa cosa che mi striscia in testa? Devo andarmene da qui, per favore, lasciatemi scappare o uccidetemi ora.
Il volto di 50 sfarfalla, come se fosse un immagine su un canale che prende male. La vedo alternata al nero dei demoni che volano tra me e lei, che continuano a urlare terrorizzati. Forse dovrei urlare anche io, lasciare uscire tutto questo, urlare perché sento che mi manca l’aria e...
Le mani di 50 mi afferrano di nuovo, mi stringono il volto, e le sento bollenti. Vuole... vuole uccidermi? No! Lasciami, lasciami...!
Sento come uno strappo, e per un attimo mi sembra di essere in due punti contemporaneamente, di guardare il mio corpo da fuori a due angoli differenti. Poi, con un “pop”, tutto finisce. Ricordo di aver provato terrore come mai in vita mia, ricordo di essere caduto a terra, ma... adesso sono solo confuso. Che cazzo è successo?
Attraverso i di demoni riesco a intravedere 50 che si accascia al suolo, le mani a sorreggersi mentre vomita l’anima. O... qualunque cosa sia quella sostanza azzurra e gelatinosa che le vedo uscire dalla bocca. Grazie a Dio un velo di demoni mi copre il pietoso spettacolo.
«Grazie della premura, ma ora lasciatemi vedere.» ordino loro, e subito i demoni si aprono a ventaglio intorno alla figura di 50. Lei si passa una mano sulla bocca, respira a fatica e sembra veramente messa di merda.
«Cosa è successo?» chiedo.
Si alza, ma è instabile sulle gambe. Riesco a non essere completamente uno stronzo e ad allungarle una mano per non farla ricadere a terra.
«Il demone... nessuno ha descritto il terrore che causa come qualcosa di così debilitante. È perché sei un mezzo-demone, ho pensato, lo senti di più, e così... ho provato a fare una cosa molto, molto stupida. Assorbire la parte demoniaca della tua anima, o qualcosa del genere.» tossisce «Almeno ti ha dato una svegliata, vedo.» sorride, ma dura poco. «Ora però dobbiamo salire sulle mura, in fretta.»
Comincia a correre, nonostante sia ancora non esattamente stabile sulle gambe, e mi trascina dietro di lei. I demoni, dopo il mio ordine, si aprono come un sipario al nostro passaggio, mi permettono di vedere i crociati che sciamano lungo le strade, che gridano ordini, che corrono dalla parte opposta rispetto a quella in cui stiamo correndo noi.
E stavolta il terrore che provo è genuinamente made in Ivan, senza contributo da parte di demoni o déi vari.
«Non posso.» mormoro. 50 si volta di scatto, senza smettere di correre.
«Non dirmi che stai ricominciando...»
«No, stavolta sono io che parlo. Cioè... coscientemente. Non posso controllare quel demone, cazzo! Non è nemmeno un demone, è un... un di Dio di un altro mondo, è...» mi blocco, non riesco a trovare le parole per descrivere quello che vuol dire “è qualcosa di cui i demoni di Agnese hanno paura.”
50 si volta di nuovo in avanti, fa per dire qualcosa ma il rumore di un’esplosione le mangia le parole. Vedo del fumo ergersi oltre le mura, e per un attimo mi blocco a guardarlo, almeno finché la nephilim non mi strattona di nuovo in avanti.
«Quello era... era...» era lui? Non riesco a chiederlo, sento la bocca impastata.
«No, se il demone fosse già così vicino saremmo tutti morti. Quelli sono gli altri nephilim che si stanno preparando.»
Cosa? Mi volto di nuovo a guardare le mura. La colonna di fumo ora si è trasformata in una strisciolina sottile – anzi, numerose striscioline sottili, che salgono oblique oltre la sommità delle mura. L’aria mi sembra farsi più elettrica, per un istante mi sento le dita solleticare, come se avessi toccato qualcosa di carico. E poi una figura di luce blu si alza da oltre le mura.
No, non solo una, due, tre, quattro... una ventina di figure traslucide dalla forma umanoide, piegata in avanti come una marionetta dalle stringhe smollate. A giudicare da quello che vedo da qui sotto, le mura di Gerusalemme devono arrivar loro giusto ai fianchi.
Credo che le mie gambe stiano per cedere.
Lo strattone di 50 mi costringe a voltarmi di nuovo, a guardare la strada. Siamo appena sotto le mura, adesso, e non c’è un crociato che sia uno in vista. Comincio a salire i gradini, gli stessi di ieri, ma non provo nemmeno a star dietro a 50, che li salta due a due. Mi volto ancora un po’ a osservare i nephilim o... qualunque cosa resti di loro in quelle figure di luce semitrasparente. Vedo la loro superficie tremolare, la loro schiena raddrizzarsi lentamente, come se davvero avessero un peso. Due ali si staccano dalle loro scapole, larghi ovali di luce che cola, letteralmente: mentre salgo le scale e l’angolo della mia visuale migliora, la vedo cadere in grosse gocce sulle mura e svanire in sbuffi di fumo azzurro. Non un alito di vento si solleva mentre le gocce cadono, quelle cose non sono solide. Sono... energia pura, come quella che usano i nephilim per attaccare, sono... tipo la forma finale dei nephilim, lo so. E sono terrificanti.
E il Vaticano pensa comunque non siano sufficienti contro quello che io da solo dovrò affrontare.
«Potevate prendervela un po’ più comoda!» sento la voce di Caterina ringhiare, e poi un paio di mani mi afferrano e mi trascinano a forza oltre l’ultimo gradino. Ero così occupato a fissare i nephilim che non mi sono accorto di essere arrivato in cima. 50 è già corsa al parapetto, accanto al generale crociato di ieri, fissano l’orizzonte lui con un binocolo, lei semplicemente con una mano a pararsi la fronte dal sole dell’alba. Altre persone sono nella stessa posizione, immagino altri ufficiali dell’esercito. Tanto cosa hanno da comandare? A cosa può servire un esercito contro un Dio? Mi chiedo perché cavolo siano qui in primo luogo.
«Soldato, qui.» mi ordina il generale crociato, senza nemmeno voltarsi. Mi divincolo dalla presa di Caterina e mi avvicino al parapetto, senza staccare per un secondo gli occhi dalle forme luminose dei nephilim. Si sono disposte lungo le mura, una accanto all’altra, non capisco se pronte a difendere o ad attaccare. E ora, a quest’altezza, riesco a vedere cosa davvero ne è stato del nephilim propriamente detto. Al centro delle figure, in corrispondenza di quello che in un umano sarebbe stato il cuore, vedo una specie di... palla informe. Potrebbe ricordare una persona che si stringe le ginocchia al petto, se non ci fossero tutte quelle ali che escono dal corpo, che si creano dalla carne stessa per poi venire riassorbite, e poi riuscire ancora, e così via... così, quel corpo sembra solo una palla deforme di ali che ricorda molto, molto, molto alla lontana la figura di un essere umano. Se i loro enormi involucri di luce mi avevano terrorizzato, questo mi disgusta come hanno fatto poche cose in vita mia.
La mano che 50 mi mette sulla spalla mi fa sobbalzare, mi volto verso di lei di riflesso.
«Non è loro che dovresti guardare.» mi dice, e anche se sento la sua agitazione dalla voce non riesce a mascherare una scintilla di eccitazione negli occhi. Pazza. Pazza come tutti i nephilim. Mi passa in mano un binocolo.
«All’orizzonte, come volevasi dimostrare, quella cosa su un cammello.» bella descrizione, per un Dio.
Guardo il binocolo che tengo tra le mani. Devo ricordarmi di respirare. Svenire non sarebbe il massimo, anche se ogni cellula del mio corpo sembra volerlo fare. L’incoscienza sembra allettante, in effetti, mi permetterebbe di lasciarmi dietro tutto questo. Almeno fino alla mia inevitabile morte... ma non dovrei assistere, in questo modo. Non sono davvero sicuro di volermi portare il binocolo agli occhi, non sono davvero sicuro di volerlo vedere. Perché, poi? Spero ancora sia tutto un grande scherzo finché non vedo con i miei occhi il Dio che ci spazzerà tutti? Sì, e i nephilim si sono conciati così per svago, le persone su queste mura sono qui per godersi il panorama.
Rendiamoci conto, posso spingere la mia auto-illusione fino a un certo punto. E quel punto l’ho oltrepassato da un pezzo.
Sollevo lo sguardo. E lascio cadere il binocolo a terra.
Non ne ho bisogno. Lo vedo. Riesco a vederlo anche da qui, solo lui, come se fossimo distanti solo pochi passi. Siede su un cammello dal pelo stranamente lungo, le redini sono decorate con oro e pietre preziose, o cose che ci assomigliano molto. Il suo corpo è nascosto da strati e strati di tessuti che sembrano più costosi di tutta la Palestina, probabilmente.
E per un attimo ne sono quasi deluso. Insomma, tutto questo casino per un tizio su un cammello vestito come un cardinale della curia romana – e nemmeno di quelli più importanti? È vero che Vicky me lo aveva detto che sembrano uomini normali, ma avevo cominciato comunque a costruirmi delle aspettative, mi sento moderatamente preso in giro per tutta la paura che ho avuto. Almeno un paio di corna le avrei viste volentier-
Gli occhi. Poi vedo gli occhi.
Senza sclera né iride, solo nero, nero liquido come petrolio, nero... pieno, che non ha niente a che vedere con il buio di una stanza, o con il nero dei demoni, o con quello leggero della notte. È denso, e mi attira come una calamita, come la luce le falene. Ci posso entrare, se voglio, e lo faccio. Entro letteralmente negli occhi di Paimon, non devo nemmeno allungare un dito, o muovermi, basta che io stia fermo e lo guardi... e in poco ne sono circondato. Mi sento immerso in questo nero vischioso, e appena si mangia l’ultimo barlume di luce esterna... vedo.
Vedo tutto.
Vedo le stelle e le galassie, come in quelle immagini dello spazio prese dai telescopi, solo che sono vive, si muovono. Vedo il fuoco, vedo l’acqua, vedo la luce e il buio e i primi uomini che si alzano in un mondo di ferro e ghiaccio, camminano su una strada illuminata da linee di energia arancione, camminano, camminano, camminano lungo questa strada che non sembra finire, mentre accanto a loro sorgono città di ferro, ognuna di esse con una torre da cui parte uno di quei raggi arancioni che si perde oltre le nuvole, le buca, le piega intorno ad esso in un vortice grigio, lasciando così scorgere un cielo nero senza stelle. Il cielo di un altro mondo, di un altro universo, di un altro tempo. Nero come gli occhi del demone, gli occhi di Dio, in cui c’è tutto quello che è stato migliaia e migliaia di anni prima che questo universo fosse solo il germe di un pensiero nella mente di qualunque cosa abbia creato la nostra Realtà.
Non riesco nemmeno a commisurare quanto io sia insignificante di fronte a un essere del genere. Non è nemmeno possibile fare un paragone, io sono... sono niente. Questo universo è niente, confronto a lui, e io... io...
Io devo uscire da qui.
Sento la pietra delle mura sulle ginocchia, mi rendo conto di essere caduto. Qualcuno mi solleva, mi dice qualcosa, ma non capisco cosa. Continuo a essere in due posti contemporaneamente, sulle mura e qui di fronte a Dio. Non più dentro di lui, però, in qualche modo sono riuscito a uscire.
Lo vedo avvicinarsi alla prima linea di pali, cavalca piano, come se avesse tutto il tempo del mondo. E dopotutto cosa sono minuti, ore, anni, secoli o milleni per lui? Niente. Come tutto il resto.
50 ha detto che uno dei suo poteri è quello di creare terrore. Non ha capito nemmeno un protone di quello che è questo essere, non si può parlare in termini di poteri perché è onnipotente. Quel terrore è qualcosa di naturale, siamo noi che non possiamo fare a meno di provarlo di fronte a creature del genere, e adesso lo sento appieno. Il timore di Dio di cui si parla tanto nella Bibbia. Oh, l’ironia.
Paimon si ferma, guarda il palo di fianco a lui inclinando appena la testa. Allunga una mano avanti a sé, allungandosi appena sopra il cammello. Le sue dita si piegano, come se ci fosse una barriera, e appena il suo palmo la tocca un lampo di luce blu si spande per tutto il perimetro del cerchio tracciato dai pali. Io mi sento come spinto all’indietro, di nuovo nel mio corpo, di nuovo sulle mura.
«Ha funzionato! Oh ca-aavolo, ha funzionato!» sento 50 esclamare di fianco a me. La vedo saltare, battendo le mani e ridendo come una bambina. Caterina, invece, comincia a sbraitare ordini.
«Dite ai nephilim di partire! Che lo tengano bloccato lì il più a lungo possibile!» urla, prima di voltarsi verso di me, gli occhi sgranati per la tensione. «Ora tocca a te, soldato. I nephilim non riusciranno a tenere quella forma. Non a lungo, almeno. E non so quanto potranno... sopravvivere. Controlla quel demone. Hai tempo. Cerca di riuscirci. Devi riuscirci.»
Io guardo prima lei, poi 50, che ancora fissa Paimon con un sorriso maniacale in volto.
«Io non...» comincio, ma mi fermo subito. Non posso spiegarlo. Loro non hanno visto quello che ho visto io, come posso anche solo descrivere... Dio? Il fatto che siano tutti così ignoranti, che non abbiano la benché minima idea di cosa davvero stiamo per affrontare mi stringe la gola, mi sento soffocare.
Guardo di nuovo 50, e una vibrazione nelle mura mi avverte che i nephilim si stanno muovendo. E per un attimo... penso. È un Dio ma... ma lo abbiamo bloccato. Nonostante tutto quello che ho sentito, si è fermato di fronte alla barriera di 50, e i demoni mi hanno detto che il suo mondo è finito. Forse... non ha più il potere che aveva un tempo. Non qui. Tutto quello che ha è ciò che è, la sua natura, ma qui che valore ha? Non è il suo mondo. Forse... forse posso fare qualcosa. È solo uno, dopotutto. Contro così tanti nephilim, contro quelle barriere... forse...
Un flash, e sono di nuovo davanti a Paimon. Dura un istante solo, giusto il tempo di vederlo sorridere. E ritrarre la mano dalla barriera, alzarla all’altezza del suo volto con un movimento pigro, e schioccare le dita.
Una pioggia di scintille arancioni cade dalle dita di Paimon, rimbalza sulla sabbia ai suoi piedi, ma non si esaurisce. Ad ogni rimbalzo le scintille aumentano, diventano più grandi e lunghe, strisce di luce che si muovono sulla sabbia, si irraggiano per metri e metri intorno a Paimon, di fianco e dietro di lui. Corrono sulla sabbia, toccando il terreno in modo quasi ritmico. Un, due, tre...
Oh, no.
«I nephilim si sono bloccati. Perché si sono bloccati?»
Là dove le strisce di luce toccano il suolo, la sabbia si solleva in mulinelli alti quasi due metri. Mulinelli che si ingrossano, si deformano, si dividono formando figure che sembrano... che sembrano
No, no, no, no, no, no!
«Non capisco, è tutto fermo. Paimon ha mosso una mano ma non è successo nulla, non..»
Scoppio a ridere. Scoppio a ridere così forte che quasi mi fa male la faccia, devo stringermi la pancia per non finire in preda a spasmi.
Riesco a vedere Caterina, 50 e il generale dei crociati che mi fissano ad occhi sgranati. Caterina ha sfoderato la spada, la solleva verso di me – come se fossi io il loro problema.
«Vi ha fottuti tutti, tutti!» esclamo, appena sento la risata che si calma. Un secondo di vuoto, quando smetto di ridere, e poi il panico. Un panico freddo, che mi fa immobilizzare e mi fa gelare pure le ossa. «Avete detto che era un demone. Un demone.»
Mi guardano senza capire. Non lo possono vedere, vero? No. Non possono vedere il fottutissimo esercito che Paimon ha richiamato con uno schiocco di dita, non possono vedere le fila che sono appena nate dalla sabbia, schierate al suo fianco e dietro di lui fin quasi all’orizzonte, guerrieri con armature che sembrano uscire da un videogioco fantasy, tutte borchie, spuntoni e mantelli.
Non so quanti sono. Centinaia, credo, centinaia di fottutissimi... demoni? Dei? Non ho più idea di cosa io mi trovi davanti.
La prima fila dell’esercito di Paimon fa un passo oltre i pali più esterni e per loro la barriera non si attiva, rimane inerte. Un essere con un’armatura rossa iridescente, che sembra fatta di tizzoni ardenti, allunga un braccio e in un lampo di luce arancione tra le sue mani compare uno stendardo. Ne afferra il sostegno con entrambe le mani e lo conficca a terra, prendendo lo slancio, facendo penetrare la punta del sostegno nel terreno con così tanta forza da sollevare uno sbuffo di sabbia. Nessuno degli altri guerrieri fa nulla, rimangono tutti immobili dietro lo stendardo che sventola placidamente. Del resto cos’altro dovrebbero fare, ora? Basta questo, è una dimostrazione. Ci hanno gentilmente fatto capire che facciamo prima a spararci in bocca.
Uno sfarfallio nell’aria, e davanti a me compare un altro di quei soldati, la sua armatura stavolta simula la pelle di un drago, le placche di metallo – o qualunque materiale sia – sembrano squame. Ci metto un istante per capire che è davvero davanti a me, galleggia nell’aria di fronte alle mura. Non ho nemmeno la prontezza di sobbalzare, tutto questo è talmente... esagerato che mi blocca le reazioni.
Il demone estende una mano, linee arancioni saettano tra le sue dita e in poco tempo prendono la forma di un martello grande quanto me. E stavolta, invece, sento il cuore che mi salta in gola quando un barlume di comprensione mi solletica le sinapsi.
Vorrei urlare, vorrei ridere, vorrei... fare qualcosa, qualsiasi cosa, ma invece l’unica cosa che riesco a fare è rimanere perfettamente immobile mentre il demone mi saluta con un cenno del capo e un gesto della mano libera, prima di smaterializzarsi. Non devo sporgermi dal parapetto per vederlo rimaterializzarsi poco più sotto, per vederlo stringere il manico del martello con entrambe le mani, le linee arancioni che si intrecciano alle sue dita, e prendere lo slancio per colpire.
Un lampo di luce, un leggero tremolio, e le mura di Gerusalemme crollano sotto i miei piedi come fossero fatte di sabbia.
In cui succede qualcosa by Fra Tac
Author's Notes:
Volevo postare il nuovo capitolo insieme alla storia di Natale, ma queste vacanze sono stato un periodo proprio no per la scrittura :'D Quindi beccatevi il nuovo capitolo di in nomine patris e basta. Spero non vi faccia troppo schifo - ultimo capitolo di seghe mentali prima dell'azione, lo prometto!
CAPITOLO 15: IN CUI SUCCEDE QUALCOSA

«Signore, è richiesta la sua presenza fuori dalle mura.» mi avvisa il crociato. Tiene gli occhi bassi, non osando incrociare il mio sguardo, e ciò gli impedisce di vedere il sorriso che non riesco a impedirmi di fare. Deferenza. Rispetto. Sono come una sorsata d’acqua fresca dopo una traversata nel deserto, tutto ciò di cui ero stato privato nell’Impero finalmente mi ritorna come dovuto. Tutto, finalmente, è come dovrebbe essere.
Congedo il soldato con un gesto ed esco dall’ala della caserma dedicata a noi nephilim, per dirigermi verso il campo minato fuori dalla porta Est di Gerusalemme.
Tutto è come dovrebbe essere... o quasi. Non posso evitare di provare un leggero fastidio, camminando per le strade polverose del nostro avamposto in Terra Santa, pensando al fatto che non dovrei essere qui. Sono un inquisitore, non un soldato, dovrei stare epurando l’ordine dei Teutonici in questo momento. Mi rendo però conto che sono anche un nephilim, e che la Chiesa ha bisogno di me qui. Inoltre poter attingere al pieno della mia forza, seppure in un contesto militare, sarà piacevolmente liberatorio.
Le sentinelle di guardia alla porta mi salutano come se fossi un generale, e il mio sorriso si allarga. Finalmente. Finalmente.
Nonostante il contesto spiacevole, non posso fare a meno di crogiolarmi nella soddisfazione di vedermi nuovamente trattato con il rispetto che merito. Avere consegnato Kozyrskij ed essermi liberato della sua irritante e demoniaca presenza, poi, non è altro che una piacevole aggiunta alla mia già ottima situazione.
Ti ricordi che la “situazione” in questione è una guerra, 52, contro un demone che ha spazzato via quasi tutti i nostri fratelli?
Il sorriso mi muore sulle labbra. 51. Riconosco subito la sua impronta nella voce che mi striscia nella mente, guastando i miei pensieri.
Sollevo lo sguardo, senza nascondere un moto di stizza, per cercare mio fratello tra i crociati e i nephilim vicino al campo. Lo noto quasi subito: è seduto nella sabbia, la schiena appoggiata al cartello che delimita la zona come off limits. Le scintille blu che gli danzano sulla pelle mi segnalano che ha già finito di assorbire la sua quota giornaliera di energia, quindi non ha nessuna scusa per trovarsi qui, eccezion fatta per il suo palese desiderio di infastidirmi.
«Anche per me è un piacere rivederti, fratello.» gli rispondo, senza preoccuparmi di mascherare la freddezza nella mia voce. E’ passato il tempo in cui mi preoccupavo di mantenere buoni rapporti con tutti i miei fratelli. Ormai ho imparato fin troppo bene che anche all’interno delle nostre stesse fila ci sono mele marcescenti.
51 ricambia con un sorriso, un gesto reso grottesco dalle ali che escono dalle sue labbra.
“Spero il demone ti uccida per primo” è un saluto più appropriato, a tuo parere, o Grande e Giusto Inquisitore?
Distolgo lo sguardo da 51, la sua provocazione non è nemmeno degna di essere raccolta. Se dopo tutti questi anni ancora non riesce a venire a patti con una sentenza che si è procurato da solo, allora è semplicemente oltre la possibilità di redenzione.
«Chi sta occupando il campo, ora?» gli chiedo, invece. Lui alza le spalle, facendo fremere le ali che gli incorniciano il collo e la gola.
48, ma ha quasi finito di metabolizzare.
Annuisco. Non avrei mai saputo distinguere, nella sagoma di luce che vedo al centro del campo minato, l’aspetto di mia sorella. Una sfera azzurrina cela il suo corpo, che so essere in preda agli spasmi, pervaso dall’energia sprigionata dalle mine.
Una, due mine, non di più. Il massimo dell’energia che possiamo assorbire e ancora riuscire a camminare ed agire sullo stesso piano degli esseri umani, il massimo che possiamo tenere dormiente, pronto all’utilizzo in situazioni d’emergenza, senza esserne sopraffatti, senza diventare... altro. Poche volte mi sono trovato a dover gestire una tale quantità di energia. Non è stato spiacevole.
Il bozzolo di luce azzurra comincia a sparire, assorbito da 48 con lentezza. Comincio a intravedere il corpo di mia sorella: è piegata su se stessa, i suoi piedi che fluttuano a pochi centimetri da terra, le sue braccia raccolte al petto. La sua pelle si gonfia come se fosse un liquido, il suo intero corpo sembra un cangiante insieme di onde sempre in movimento. Dalla sua carne nascono nuove ali, subito riassorbite, sempre in zone differenti. Le ali che invece le escono normalmente dalle orbite sono aumentate di dimensione, e le punte delle piume hanno assunto una colorazione bluastra.
Appena assorbe completamente il bozzolo di luce intorno a lei, però, il suo fisico torna normale. Uno specchio di me stesso, immagine perfetta del nostro Dio, come tutti noi nephilim – tranne 51, s’intende.
Anche il semplice vedere una figura familiare non fa che riempirmi di soddisfazione: dopo quella marea di mostri imperiali la sola presenza dei miei fratelli mi sembra un piccolo miracolo.
48 mi sorride genuinamente appena mi nota. «52! Ho saputo della consegna del... ho saputo che la tua missione è andata a buon fine.»
Non posso che apprezzare il fatto che abbia glissato sul cosa mi sia stato chiesto di recuperare. Ancora non approvo la strategia di chiedere aiuto a un demone per combatterne un altro, tanto più dopo aver visto le effettive capacità – o la loro mancanza – di Kozyrskij. Inoltre, nonostante le preoccupazioni di 50 e dei Cinque Ordini, non posso davvero credere la situazione sia così disperata da richiedere misure così poco ortodosse.
Mi basta vedere 48 qui, davanti a me, il suo corpo ancora luminescente a causa dell’energia appena assorbita, per convincermene ancora di più. Riesco quasi a percepirla anche io, l’energia grezza che le scorre nel corpo, lo Spirito che ribolle, pronto perché lei ne utilizzi appieno la potenza. E come lei, tutti gli altri nephilim in questa città sono in una simile situazione. Non può assolutamente esistere un essere in grado di uscire vivo quando tutti i nephilim che la Chiesa ha a disposizione sono preparati a –
Lo sento.
Un attimo prima che la sirena cominci a suonare, prima che 48 si volti, che 51 si alzi in piedi, che gli altri nephilim corrano attraverso la porta ordinando ai soldati di guardia di far esplodere tutte le mine, sento l’ondata di forza colpirmi in pieno. Riverbera nelle mie ossa facendole vibrare una ad una, nei miei muscoli, nelle mie vene. Divento consapevole di ogni segmento del mio corpo come mai lo sono stato prima d’ora, in una maniera a me del tutto nuova.
Sento il mio cuore pulsare. Uno. Due. Tre. Battiti. Così fievole.
Così... mortale.
Oh quanto mi dispiace doverlo fare...!
Sento 51 afferrarmi il braccio e trascinarmi oltre il limite del campo minato, proprio mentre gli altri nephilim arrivano correndo. Il contatto con mio fratello mi scuote, ma non riesco a ricordare da cosa. Cosa stavo pensando?
Vedo 46 sorpassarmi indossando solo una leggera sottoveste bianca, e non posso fare a meno di pensare sia impropria. Ma mi rendo conto di essere in una situazione in cui preoccuparsi della decenza è qualcosa di secondario.
«Okay, fratelli e sorelle, è ora di darci dentro con l’armatura pesante. Chi di voi è già carico non assorba troppo, gli altri pronti entro uno...!»
Mi ritrovo in mezzo al campo minato, 51 e 48 a qualche distanza da me. Riconosco la voce di 34, è lui a urlarci ordini, la sua voce è così forte da sovrastare il rumore della sirena.
«...due...!»
La sirena che, a sua volta, ci avverte dell’attacco del demone. Quell’ondata di forza e terrore immagino fosse causata da lui. Un motivo in più per non temerlo, dunque: chiunque abbia bisogno di un trucco come questo per tenere a bada dei nephilim deve essere cosciente che, così numerosi, non può affrontarci in uno scontro equo e-
«...e tre!»
I crociati fanno saltare all’unisono tutte le mine sotto di noi. Dell’esplosione non sento né il suono né la scossa del terreno, solo l’improvvisa ondata di energia che mi assale, mi circonda, mi brucia costringendomi a spalancare la bocca in un muto grido. La sensazione di essere dilaniato nel fisico e nella mente in centinaia, migliaia di pezzi mi sembra durare in eterno. Ma so che in realtà si tratta di pochi millesimi di secondo, solo il tempo sufficiente perché le mie barriere cadano di propria volontà e io cominci ad assorbire l’energia che mi viene donata. Così tanta, così tanta non l’ho mai... mai...
Il mondo intorno a me sfuma in un'unica, vibrante tonalità di azzurro, con puntini ancora più intensi là dove so essere presenti gli altri nephilim. Sempre più luminosi anch’essi, luci azzurre che sfumano nel bianco, brillanti, vive, forti. Come me. Siamo tutti immersi in questo mare di energia, nel flusso più puro dello Spirito, canali di un blu intenso che saettano intorno a noi così vicino, così vicino che riesco quasi a toccarli. Se lo facessi, se li prendessi, potrei... con un dito... la sua energia piena, piena, contenerla, liberarla...
No, non toccarla
Sono io a parlare? La voce mi sembra la mia, ma al contempo quella di 48, e di 51, e di 34, 46... di tutti gli altri. Tutti noi. Io. La mia voce, ma che senso ha chiamarla mia, ora?
Chi sono io?

Cosa è... un io?

[Nephilim. È quello che siamo noi. Nephilim. Uno, molti. Noi.
[Muoviamoci, dobbiamo proteggere Gerusalemme da Paimon. Lo vediamo all’orizzonte, da solo su un cammello. Possiamo distruggerlo. E poi il demone sulle mura. Possiamo distruggere anche lui. Le nostre mani... guardiamo le nostre mani, qualcosa ci dice che non sono sempre state così, ma non importa ora. Non più.
[Quella era un’altra vita, un altro tempo, ricordi di singoli che non esistono più. Ora c’è solo il demone. Muoviamoci.
[Fermiamoci.
[Altra energia. Ma non è buona, non è per noi, non è di questo mondo. Compaiono a decine. A centinaia. Cosa sono?
[Sono loro l’arma di Paimon! Sono loro che dobbiamo distruggere!
[Sentiamo un rumore. Cos’è? Le mura. Le mura stanno cadendo.
[Perderemo.

* * *

Lo sento dire spesso, del tempo che rallenta quando uno si suicida gettandosi da un ponte. Sono caduto un sacco di volte da posti alti, ma a me non è mai capitato. Non fino ad ora, almeno.
Sto per morire
Vedo a rallentatore le mura di Gerusalemme crollare con me, sono circondato da pezzi di pietra che sembrano galleggiare in aria, e polvere, e persone che cadono nello stesso modo, con la stessa finalità dei detriti. E cosa cambia tra loro e le mura? Non possono far niente comunque. E Dio, pure io, pure io sono come loro.
E sto per morire, sto per morire, sto per morire...
NON sto per morire.

Riesco appena ad appallottolarmi su me stesso prima di colpire il terreno. Non sento nemmeno l’impatto, né con il suolo né con i detriti che mi sommergono subito dopo. Non spreco tempo a pensare e li colpisco subito per liberarmi – bastano un paio di pugni e quelli si frantumano come se fossero fatti di zucchero. Perché fanculo, io ho la superforza e l’invulnerabilità che ci va a braccetto, col cavolo che muoio in un crollo edilizio!
Tossisco polvere e mi arrampico sui detriti che ho polverizzato, strisciando alla luce del sole. Prego in tutte le lingue che conosco che quella... quella cosa che ha distrutto le mura non sia ancora nei paraggi. Come se potessi vederla, poi: la nube di polvere che si solleva dalle macerie, insieme a un piccolo tornado di demoni neri, mi oscura la vista quasi completamente.
«Andate via!» ordino loro. Quelli ubbidiscono subito, nonostante la voce mi esca roca a causa della polvere. Tossisco un altro po’, mentre i demoni volano via dalle macerie. E... per un attimo vorrei non l’avessero fatto.
Non avevo realizzato le mura di Gerusalemme fossero così massicce prima di vederle sparse per metri intorno a me. Sotto di me. E sopra... gli altri. Sento lo stomaco che minaccia di rivoltarsi su se stesso.
Cazzo, sto camminando su una tomba. Per quel che ne so, sotto di me potrebbe esserci una persona morta. O peggio, che sta morendo, seppellita sotto metri di detriti che io potrei sollevare con una mano sola, se solo volessi. Se perdessi del tempo a spostare le macerie. Se perdessi del tempo a salvare qualcuno...
Comincio a camminare verso l’interno della città, scivolando sui detriti, facendomi largo tra i cumuli di polvere. E non so se è quella che mi finisce negli occhi a farmi lacrimare, o solo la frustrazione del sapere che sto facendo la Cosa Sbagliata per eccellenza. E stavolta consciamente.
Oh, dovrei fermarmi ad aiutare quella gente, no? E non dovrei pensare a questa catastrofe come alla botta di culo che mi può permettere di scappare. Non posso sconfiggere Paimon e il suo esercito, ma forse io – e solo io, nephilim eccettuati – ho una minima chance di fuggire, se mi muovo abbastanza in fretta. Sia da morte certa che dalla Chiesa.
Tanto che senso ha fermarmi ad aiutare quella gente? Con un cazzo di esercito di demoni magici in armatura pronti a infilzarli sulle loro spade di energia. Che senso ha? Nessuno. E in ogni caso probabilmente sono già tutti morti, a una caduta del genere potevo sopravvivere giusto io. O 50...
Salto un ultimo grosso detrito, scivolo su una tavola di roccia e appena mi rialzo sento il mio piede calpestare qualcosa di morbido. Il sapore della bile mi sale in bocca. Non mi serve guardare in basso per sapere cos’ho toccato, ma lo faccio comunque perché sono uno schifoso masochista e voglio davvero perdere due minuti a vomitare.
Sotto la pietra, in una pozza di sangue azzurrino, vedo sporgere il braccio diafano di 50. Oh, Cristo...
Mi passo una mano sulla faccia, tra i capelli, per pulirmi via dalla polvere e da questo schifo di situazione. Non credo nemmeno per un secondo che un nephilim possa davvero morire così, e non sono così stronzo da non essermi reso conto che lei ci ha provato... ci ha provato a trattarmi bene, a trattarmi come una persona, forse l’unica nello Stato della Chiesa che mi considera davvero tale. E davvero, davvero pensavo di essere diventato una persona migliore. Davvero volevo...
Il braccio di 50 si muove appena, un piccolo spasmo, e comincia a brillare tenuamente di luce azzurra. È viva. Posso aiutarla. E così lei poi potrà... fermarmi e riportarmi indietro?
Non sono diventato una persona migliore per un cazzo.
Stringo i denti, e non riesco nemmeno a dire “mi dispiace”, perché non mi dispiace davvero lasciarla lì, come sto lasciando qui tutti gli altri. Mi disgusta e mi fa sentire appieno la persona di merda che sono, ma non mi dispiace. Mi volto e faccio per saltare l’ultimo cumulo di detriti prima del suolo, ma qualcosa mi blocca e finisco faccia a terra.
Merda, merda, merda! Non devo nemmeno voltarmi per sapere che sono le dita di 50 quelle che mi stringono la caviglia, sento la sua mano bollente attraverso il tessuto dei pantaloni. Lasciami andare cazzo, lasciami andare! Mi giro su me stesso e scalcio per liberarmi dalla sua presa. Ma che cazzo, improvvisamente sono finito in un film di zombie? Le dita di 50 continuano a stringere e il tessuto sotto di esse comincia a sfrigolare in modo poco rassicurante. È solo polvere che si solleva, quella, o una striscia di fumo...? Okay, basta. Scatto in avanti, afferro il polso di 50 con la mia mano.
Mi basterebbe fare una leggera pressione e... crack, addio presa. Un polso rotto le cambierebbe poco, dopo tutto, e... e... e non posso stare davvero pensando questo.
Oh, fanculo. Mi alzo in piedi, la mano di 50 ancora saldamente ancorata alla mia caviglia, e con una leggera spinta sollevo la tavola di pietra che sta schiacciando la nephilim. La lascio ricadere dall’altro lato, provocando una piccola frana, ma dubito a qualcuno cambierà la vita.
Appena la frana si stabilizza, abbasso lo sguardo su 50. E per poco non mi cedono le gambe.
Pensavo di trovarmi davanti la nephilim così come l’avevo lasciata. È una nephilim, santo cielo, come potevo... come potevo immaginare che anche loro potessero...
Mi allontano di un passo, la mano di 50 scivola via dalla mia caviglia senza più la forza per trattenermi.
Non riesco comunque a staccare lo sguardo da lei, o meglio, da quello che rimane di lei. La luce azzurra che emana il suo corpo, grazie al cielo, riesce a mascherare il peggio. E il sangue del nephilim, con quel colore, non sembra davvero sangue, ma il costato rivolto all’indentro, e il cranio sgonfio come un palloncino, e quelle... quelle cose che dovrebbero essere le gambe... oh, Dio, è questo che succede a un corpo umano schiacciato? E come cazzo fa a essere ancora viva così... così... distrutta.
Riesco a vedere i tessuti che si rigenerano a vista d’occhio, però, man mano che la luce azzurra viene assorbita dal suo corpo. Come era messa, allora, dieci secondi fa?
Il solo pensiero mi fa cedere le gambe definitivamente, devo accasciarmi a terra e respirare. Grandi respiri per calmare lo stomaco.
«Grazie.» la sua voce mi arriva ridicolmente distinta per una persona con i polmoni collassati «Faceva parecchio male, avere quella cosa addosso.»
Penso che vomiterò. Sì, penso che vomiterò, e non per il disgusto, è che tutta questa situazione... tutta questa situazione mi sta devastando fisicamente. O scoppio in un pianto isterico o vomito, e la seconda mi sembra una scelta minimamente più dignitosa.
Invece, scoppio in un pianto isterico. Ti pareva.
«Quando hai finito di annaffiare quel povero pezzo di pietra» dice 50, a quanto pare le mura non le hanno schiacciato il sarcasmo «puoi sollevarmi. Come credo tu abbia notato, sono leggermente impossibilitata a muovermi, e abbiamo... un demone da abbattere.»
Scoppio a ridere. Evidentemente si è persa l’esercito e il crollo delle mura e il fatto che ora non c’è nessuno a impedirmi di scappare. Lei no, di certo, non nella condizione in cui è.
Respiro un paio di volte, cerco di calmarmi. Ma non riesco ad aprire bocca, per parlare devo sibilare tra i denti: «Col cazzo, io me ne vado.»
Sollevo il volto verso 50, la vedo ricambiare il mio sguardo con un’espressione attonita da una testa ora perfettamente intatta. Solo le sue gambe continuano ad essere uno schifo di spezzatino.
«Non puoi dire sul serio, non abbiamo nemmeno provato a...» comincia, ma la sua voce muore appena io mi alzo in piedi. Mi asciugo la faccia con le maniche della divisa. «Okay, okay, vattene pure.» stavolta 50 sembra quasi offesa. «In ogni caso penso che non avresti davvero la possibilità di fermare Paimon... non ridotto così. Ma almeno, per favore, portami fino al Santo Sepolcro. Se quella zona di Gerusalemme non è già stata presa...»
La guardo, ora si è sollevata sulle braccia. Trema appena, ma la luce sta scemando, e qualcosa mi dice che non riuscirà a curarsi le gambe. La sua espressione è di sincera disperazione.
«Portami al Santo Sepolcro, e ti prometto che farò tutto in mio potere per aiutarti a scappare. E se ne uscirò in qualche modo viva testimonierò la tua morte qui, niente più Inquisizione che ti cerca, niente più strumento della Chiesa. Basta che mi porti lì, va bene?» mormora.
E io cosa dovrei rispondere? Che alternativa mi lascia, messa così? La sollevo, più delicatamente che posso, tenendola sotto le cosce in mancanza di ginocchia integre a fare da appoggio. La sento fare un sospiro di sollievo, mentre mi ficca le unghie in una spalla per sorreggersi.
Spero che quel posto sia molto vicino.

«La prima strada a destra, a destra! No, non questa destra, la mia destra.»
«Siamo rivolti nella stessa direzione, Cristo!»
«Okay, allora l’altra destra.»
Ricaccio indietro la tentazione di mollare 50 a terra e inverto rapidamente direzione, infilandomi nella stradicciola alla nostra sinistra. Non faccio in tempo a girare l’angolo, però, che sento il terreno tremare e, attraverso l’uscita del vicolo, vedo sollevarsi una nuvola di sabbia. Un gruppo di demoni sciama lungo le pareti del vicolo, come se stesse scappando da qualcosa. Non devo nemmeno chiedermi cosa, le urla dei crociati arrivano subito a confermarmi che siamo nella merda. Di nuovo.
«Cosa succede?» chiede 50, come se non sapesse anche lei cos’è che ha sollevato quel polverone.
«Bloccata anche questa.» le dico, e lei impreca in italiano.
«Okay, fammi pensare a dove possiamo girare...»
Una saetta arancione brilla due, tre volte attraverso la polvere. Le urla dei crociati finiscono in dei rantoli che lasciano poco dubbio sulla loro fine. A conferma, vedo i cadaveri cadere a terra appena la polvere scivola via nel vento.
Il guerriero che li ha uccisi non si preoccupa nemmeno di calpestarli mentre avanza. Questo qui ha un’armatura azzurra dalle linee spigolose, sembra fatta di ghiaccio.
Si ferma con un piede sul corpo di un crociato, proprio in mezzo alla strada, incorniciato dalle case che delimitano l’uscita del vicolo. Attraverso il suo elmo, vedo due lucine arancioni brillare là dove avrebbe dovuto avere gli occhi. La luce mi sembra quasi fumosa, sale nell’aria in spire e sbuffi, al contrario di quella di cui è composta la spada che stringe in mano. Quella è la stessa luce arancione di tutte le armi dei soldati di Paimon, che sembra, sembra... elettricità solida.
Di certo abbastanza solida da falciare decine di crociati e noi, se non ci muoviamo.
«Ti dico io dove giriamo» sibilo a 50 «sui nostri tacchi, e di corsa.»
Non aspetto la sua risposta e corro via, fuori dal vicolo e dal campo visivo di quel demone.
Demone. Non lo è, non ho idea di cosa sia, ma ora come ora la parola mi sembra calzargli alla perfezione. Giuro, mi sarei aspettato di vedergli nascere del fuoco alle spalle, prima.
Dopo i primi due incontri, però, hanno smesso di farmi paura. Ormai credo di non riuscire più a provare paura, o una qualsivoglia emozione a parte l’adrenalina. Questa situazione – scappare mentre dei cazzo di guerrieri magici distruggono un esercito un uomo alla volta – è così ridicola, così assurda che... che cosa devo pensare? Cosa devo fare, a parte continuare a correre e levarmi di torno il più in fretta possibile? Potrò metabolizzare e avere uno shock dopo. Se ci sarà un dopo.
Stringo i denti quando una fitta allo stomaco mi fa piegare in due, costringendomi a rallentare la corsa. Ma porc- come cavolo funziona il mio corpo? Posso sollevare una tonnellata di roba senza versare una goccia di sudore, ma se corro per più di dieci minuti finisco in bilico tra vita e morte! E decisamente più sbilanciato verso la seconda.
50 mi batte su una spalla. «Sì, mi ricordo questa strada, basta che continui dritto e...»
E niente, un tizio davanti a noi – Cavaliere del Sacrosantoqualcosa, a giudicare dalla divisa e dalla spada sguainata – ci urla di levarci dalle scatole. Sta correndo nella nostra direzione e dà l’impressione di non voler assolutamente rallentare. Faccio appena in tempo a scivolare di lato – letteralmente, finisco con le ginocchia a terra – prima che lui ci travolga, o ci infilzi, visto che ha la spada dritta davanti a sé.
Non ci degna di uno sguardo mentre scatta in avanti, ruggendo, la spada che si abbassa velocemente e genera una cascata di luce arancine là dove cozza con l’arma di un guerriero di Paimon. Un guerriero che non avevo minimamente visto.
Che era a due centimetri da noi e non avevo minimamente visto, cazzo, al posto di quella spada ci sarebbe stata la mia testa!
Scivolo indietro, sento le gambe improvvisamente fatte di gelatina. Il Cavaliere viene spinto all’indietro dall’arma del demone – un’ascia, stavolta – e non fa nemmeno in tempo a tornare in guardia che il demone, con un unico movimento del braccio armato, gli trancia la testa di netto.
Sono così vicino che gli schizzi di sangue mi sporcano le scarpe. È... troppo assurdo. Troppo, troppo assurdo.
Ora si gira. Ora si gira e finisco pure io come quel poveraccio. Perché cazzo... perché cazzo ho deciso di aiutare 50? Sarei dovuto rimanere nascosto, ecco cosa avrei dovuto fare, invece no, fatti sfruttare di nuovo dalla Chiesa, vai in giro come un coglione in mezzo alle strade di una città assediata da dei cazzo di guerrieri magici e, beh, muori, che altro vuoi che succeda? Muori, ecco cosa succede!
Il demone riprende in mano la sua ascia, la luce si increspa là dove tocca la sua mano, e si gira, so che si gira, ora si gira...
Un gruppo di crociati esce da una caserma poco più avanti, gridano qualcosa, cominciano a sparare. E il demone si gira verso di loro. Muove le spalle come se stesse ridendo e si avvicina a loro, camminando tranquillo, l’ascia in una mano.
Lontano da noi. Cazzo, se ne sta davvero andando. Se non fossi completamente paralizzato potrei scoppiare a ridere, credo di non aver mai provato così tanta gioia in vita mia come ora. Più lampante segno del fatto che ormai sono partito per la tangente, o che ho avuto una vita davvero schifosa.
«Va bene, ci è andata... bene, direi.» la voce di 50 mi arriva lontana, come se mi parlasse attraverso una parete. Mi alzo e comincio a muovermi verso una caserma ai lati della strada. «Ma dobbiamo cambiare di nuovo percorso, forse se torniamo indietro... uh, Ivan, cosa stai facendo?»
Non le rispondo, l’impatto con la parete rende un po’ superflua la cosa. Do una spallata con quanta più energia posso e la parete della caserma si sbriciola davanti a me, la oltrepasso come se fosse fatta di cartongesso.
Riesco a recuperare l’equilibrio appena prima di finire faccia a terra e mi sposto di lato, tossendo intonaco. Mi accascio sulla zona di parete ancora integra, giusto il tempo di fare un paio di respiri e lasciare andare 50, che mi fissa sbattendo le palpebre.
«Cosa cazzo... Gerusalemme è già abbastanza martoriata, si può sapere perché hai deciso di distruggere pareti a caso? Non possiamo perdere tempo qui dentro, dobbiamo-»
«Noi» la interrompo, con un tono di voce più stridulo di quanto avrei voluto «Non andiamo proprio da nessuna parte. Tu adesso ti ricarichi, o qualunque cosa facciate voi nephilim, ti ripari quelle gambe e vai al Santo Sepolcro da sola.»
Non perdo tempo a sentirmi in colpa per l’espressione shockata che mi lancia 50. «Cosa? Non puoi dire sul serio.»
Rido mentre mi alzo in piedi, voglio allontanarmi dal buco che ho fatto nella parete. «No, hai ragione, è uno scherzo. Come quei demoni in giro per Gerusalemme, un gran bello scherzo.» mi abbasso appena a indicarle le macchie di sangue sulle mie scarpe e sui pantaloni. «Questo è ketchup, infatti.» non so perché, non riesco a smettere di ridere. Quella che era iniziata come una risatina amara sta pericolosamente sfociando in una crisi di risa incontrollabile.
Davvero divertente, Ivan, le stragi sono sempre un simpatico sketch per rallegrare una serata. Ma Cristo, non riesco a smettere! E più rido, più l’espressione di 50 si fa cupa.
«Mi rendo conto che tu sia spaventato...» questo, invece, riesce a farmi smettere di ridere. E, al contrario, mi fa incazzare mostruosamente.
«Non sono per niente spaventato, è questo il fatto!» non avrei voluto urlarlo, ma lo faccio. «Sono andato chilometri oltre il limite dello “spaventato”.» e ora non ho nemmeno idea del perché io sia così arrabbiato. Ma è una sensazione che dura due secondi, mi risale come un’onda calda dallo stomaco fino alla testa e poi puf, addio collera, benvenuta stanchezza. E nausea. Nausea per... tutto, mi devo voltare, guardare la faccia di 50 mi fa davvero venire da vomitare.
«Hai ragione» solo quando lei ricomincia a parlare mi rendo conto di quanti secondi abbiamo passato in silenzio «se mi trovi qualche fonte di energia posso curarmi, ma ho davvero bisogno del tuo aiuto, non... non posso andare là fuori da sola, non vedo quei demoni, non-»
Non potevi sceglierti una bugia migliore? «Non dire cazzate» la interrompo «se quei crociati hanno visto il demone con l’ascia si saranno resi visibili, li puoi vedere anche tu. E di certo hai più chance di sopravvivenza di chiunque altro, con i poteri che ti ritrovi.»
Altro silenzio. Cerco di concentrare la mia attenzione sul fascio di luce che filtra dalla nuova porta della caserma. C’è un sacco di polvere che ci fluttua dentro, osservarlo sarebbe quasi rilassante, se non ci fossero grida di soldati morenti come musica di sottofondo.
Non voglio voltarmi, non voglio guardarla, non voglio guardare una di quelli che mi hanno costretto a vivere questo inferno. Non l’ennesima persona che sto lasciando a morire.
«Ivan» credo sia la prima volta che mi sento chiamare con il mio nome, da quando sono fuori dall’Impero. O almeno, è la prima volta che mi sento pronunciare il mio nome in modo così... normale. Nonostante tutto lo sforzo di volontà che ci metto, non riesco a non voltarmi appena, giusto per vedere 50 con la coda dell’occhio. Ha un’espressione quasi colpevole. «C’è un motivo se sono qui e non in prima linea a combattere il grosso dell’esercito di Paimon» dice «non sono capace di utilizzare l’energia come gli altri nephilim, avrei giusto un bonus di resistenza là fuori, ma se incontrassi uno di quei legionari finirei tagliata alla julienne in due secondi. E non posso permettermelo, davvero, tu non – non capisci cosa c’è in gioco ora.»
Ed eccola di nuovo, l’ondata di rabbia – solo che stavolta so precisamente verso chi è rivolta. E non è 50. Mi giro del tutto verso di lei, alzando le braccia al cielo. «So benissimo cosa c’è in gioco ora, Cristo!» so che è una questione di vita e di morte per un sacco di gente, e non sono così coglione da sapere che i turchi non vogliono Gerusalemme a caso, e... e Dio, quella visione di Sergio e la guerra in Europa. So che può succedere nel 99% dei casi, che i turchi arriveranno fin lì se cade Gerusalemme, e ora come ora mi sembra una cosa a probabilità 1 visto che hanno un cazzo di esercito di demoni magici al loro servizio! E con tutto questo, sapendo tutto questo... voglio solo andarmene via da qui e vivere qualche giorno in più, va bene?
Stringo i denti e abbasso lo sguardo, distogliendolo da 50. «Perché, perché è così difficile per te pensare che preferisca vivere piuttosto che aiutarti? Sono una persona di merda, okay, lo dico e me ne rendo conto, è così difficile pensare che io stia scegliendo coscientemente di rimanermene qui a vedere questa dannata città bruciare?»
«Allora morirai.»
E questa è una risposta che non mi aspettavo. Specie detta con un tono così rilassato, ma almeno mi ha risparmiato qualche pippone moralistico e uno scontato “allora andrai all’Inferno”.
Alzo le spalle. «Già, un po’ difficile non sia così, ma spero non succeda nell’immediato futuro.»
50 sorride, e non riesco a capire perché. Si alza appena sulle braccia, il sorriso che si tramuta in una smorfia mentre cerca di sistemarsi meglio contro la parete, muovendo con una mano le gambe macinate. «Non hai capito.» mi dice, senza guardarmi. Il suo tono è discorsivo e rilassato, ma anche... freddo. Non sembra la stessa persona che mi ha parlato fino ad ora, questo distacco improvviso mi lascia quasi spaesato. Mi sembra quasi scorretto, che io abbia fatto quella scenata e lei ora mi parli così freddamente di... di cosa?
«Se io raggiungerò il Santo Sepolcro, attiverò l’incantesimo che ho preparato al suo interno» spiega «abbasserò le difese e permetterò a Paimon di entrare a Gerusalemme. E, appena lui metterà piede oltre le mura della città, cambierò un simbolo dell’incantesimo e lo trasformerò in una trappola per contenere il demone. Tutti gli esseri umani o mezzi tali che si troveranno all’interno delle mura di Gerusalemme moriranno all’istante, assorbiti dall’incantesimo come pegno richiesto per la sua riuscita. Quelli che sono già morti, ovviamente, hanno fatto la stessa fine – solo, risparmiandoci un passaggio. Onestamente, perché credi avremmo lasciato così tanti soldati umani qui, dopo quello che è successo alle altre fortezze?»
E lo dice con la stessa voce monocorde e calma, come se fosse una discussione accademica su... non so, qualche nuova specie di rane appena scoperta, e non l’ammissione di aver sempre avuto il piano di usare Gerusalemme come un gigantesco altare sacrificale.
«Tu...» comincio, ma mi blocco. Tu cosa? Sei un mostro? Non riesco a pensarlo davvero. Non riesco a pensare a niente, a parte il fatto che avevano detto che io ero la loro ultima speranza. Ero la loro ultima speranza prima di questo? Ma lo sapevano, lo sapevano che non avrei potuto fare niente, e se avevano questo piano allora perché portarmi qui in primo luogo, ma cazzo! Cazzo!
Perché se avessi potuto fare qualcosa non avrebbero perso Gerusalemme, avrebbero vinto. E avrebbero evitato di sacrificare così tanti soldati per fermare un demone che potrebbe mettere a ferro e fuoco l’Europa. Se solo avessi potuto fare qualcosa... Cristo, no, non posso sentirmi in colpa per questo! Eppure il mio stomaco si attorciglia ugualmente: perfetto, la mia incapacità costerà la morte di centinaia di persone.
«L’incantesimo è come un anello, il Santo Sepolcro è zona franca. Se mi aiuti ad arrivarci, prima che venga distrutto...»
Non riesco a concentrarmi su quello che dice 50, solo al mio ruolo in tutto questo. Centinaia di persone... so che è qualcosa di terribile, ma un numero così grande non riesco nemmeno a immaginarlo. Non mi sembrano davvero persone reali. «Centinaia...» mi rendo conto di averlo ripetuto ad alta voce dallo sguardo che mi scocca 50.
«E decine dei miei fratelli.» mi risponde, con la voce che si incrina. E mi rendo conto che la calma di prima era una forzatura, che a lei, che ha progettato questa cosa e che dovrà premere il metaforico grilletto, pesa veramente tantissimo. «E poi l’hai detto tu stesso, no? Là fuori ormai sono tutti spacciati, almeno che muoiano per un motivo! Questa non è più una guerra tra potenze, razza di idiota!» ora sta ringhiando, e la sua rabbia improvvisa mi colpisce come un maglio. «Sono l’unica che si rende conto che un Re dell’Inferno a piede libero va fermato con ogni dannatissimo metodo? Tu eri la nostra ultima chance per fermare i turchi. Ce la siamo giocata mostruosamente male, perderemo tutti i nostri nephilim o quasi e gran parte del nostro esercito, la Chiesa e l’Europa potrebbero finire ma almeno avremo bloccato un Re dell’Inferno. L’avremo bloccato per secoli, un tempo sufficiente perché il suo contratto scada e sia rispedito da dove venga. È difficile per me orientarmi, riesco a sentire i demoni intorno a me, la loro energia, è come una... come un martello che mi batte nel cranio da dentro. E se provassi a combattere rischierei di perdere il controllo e fare metà del lavoro di Paimon per lui. Cazzo, Ivan, quando dovevi salvarti la pelle stavi per lasciarmi a morire sotto tonnellate di roccia, ma ora che per salvare miliardi di persone devi ucciderne centinaia ti scopri moralista, eh?»
«Non è...» non è quello che stavo pensando. Stavo pensando che potevano evitare di tirarmi dentro in primis, e di quanto poco mi importi delle vite di quei soldati. Insomma, il peggio che può pensare di me 50 è comunque meglio di quello che sono davvero. «Ti trovo qualcosa per ricaricarti.» le dico, meccanicamente. Mi rendo conto che la voce mi esce come un sussurro, devo alzarla un po’ per farmi sentire. Ed è la cosa più difficile che io abbia mai fatto. «E poi ti accompagno al Santo Sepolcro.»

Sintesi dei miei risultati.
Ho rifiutato di ascoltare un veggente e ho fatto crepare una donna, ho rischiato di far arrostire una suora da un inquisitore psicopatico e ora non trovo niente di meglio da fare che aiutare una nephilim a sacrificare un esercito. Dov’è una borsa piena di gattini quando serve? Se la butto in un fiume ho fatto la combo.
Apro l’ennesimo scaffale. Vuoto, come tutti gli altri – ma che cavolo, siamo in una caserma in zona di guerra, non dovrebbero esserci, non so, delle armi? Anche solo una fionda mi andrebbe bene, a questo punto. Sospiro e richiudo le ante. Okay, passiamo al prossimo...
Mi rendo conto che non dovrei sentirmi in colpa. Eliska... su Eliska ci ho già perso abbastanza, e non voglio rivangare. E stavolta non è che posso farci granché, non posso affrontare Paimon, non riesco nemmeno ad affrontare i demoni di Agnese!
Stringo così forte l’anta che sto aprendo da incrinarla. È colpa loro. Se non mi avessero trattenuto al convento sarei riuscito a scappare, e...
E comunque avrei potuto scappare anche dopo, mentre 52 stava attaccando Agnese. Alla fine... alla fine sono io che mi sono cacciato in questa situazione, anche se continuo a incolpare la Chiesa o i demoni di Agnese o... sono io che ho deciso di aiutare Agnese. E sono finito qui per questo. Insomma, mi lamento che non riesco mai a comportarmi bene, e quando faccio la cosa giusta finisco comunque a piangermi addosso. Anche adesso, so che aiutare 50 in questo sacrificio è la cosa giusta da fare, ma non riesco a non farlo senza lamentarmi del fatto che devo uccidere delle persone – e nemmeno perché mi dispiaccia per loro, ma perché non mi dispiace davvero e... e Cristo, da quand’è che la mia mente è diventata così contorta?
Guardo dentro all’armadietto. Questa volta ci sono un paio di pistole e munizioni, lasciate scomposte insieme a scatolette di non so cosa. Sembra un videogioco, mi aspetto almeno cento punti esperienza dopo questo livello. E dov’è la roba per ricaricare la vita?
Sospiro e prendo entrambe le pistole, più un coso per la ricarica, per precauzione. Se tutti i nephilim funzionano allo stesso modo, queste dovrebbero funzionare per ricaricare 50 da qui a fine anno. Spero solo non faccia una colonna di fuoco satanico come 52...
Agnese. L’unica cosa positiva che potrei aver fatto in tutta la mia vita, fermare 52 in quel momento. E controllare i demoni, prima... aver fatto qualcosa, alla fine, invece di rimanere fermo in balia degli eventi come una gelatina verdognola.
Perché alla fine è questo che sto facendo ora, no? Andare dove mi dicono di andare, fare quello che mi dicono di fare nella speranza di sopravvivere alla fine. E lamentarmi, lamentarmi, lamentarmi... di essere una persona orribile, e dire che sarebbe davvero facile cambiare la situazione. Dovrei semplicemente smettere di essere una persona orribile. Provare ad andare contro Paimon mentre 50 pensa al suo incantesimo, decidere di fare qualcosa, di provarci almeno.
Avrei dovuto provare a ripescare Eliska in mezzo a quel demone. Non avevo controllo sulla situazione, ma se solo avessi provato, invece di scappare subito...
La verità non è che sono una generica persona di merda. Sono un codardo, ecco, non ho nemmeno le palle per provarci, a migliorare. E sono così ipocrita da lamentarmene.
– oh poverino la tua situazione ci spezza il cuore –
Sento lo stomaco attorcigliarsi e le pistole mi cadono dalle mani. Non c’è nessun, nessun modo per cui io possa sbagliarmi sul proprietario (i proprietari?) di questa voce. Mi volto subito.
Questa stanza ha le finestre sbarrate, solo due strisce di luce riescono a passarci attraverso, e quelle luci non fanno altro che sottolineare ancora di più le ombre che avvolgono le pareti. Ombre che mi sembrano più nere e profonde ora rispetto a quando sono entrato, no, non che mi sembrano, che sono. E sono anche più lunghe, si muovono sul pavimento, strisciano a inghiottire la prima striscia di luce.
Enno, cazzo, ci mancavano pure loro!
«Non potete essere qui...» mormoro, come se l’evidenza non fosse già schiacciante.
L’oscurità si lacera, compare una bocca, due occhi bianchi, quelli che ho imparato a conoscere fin troppo bene.
– così tanti soldati così tanta paura per così tanto tempo non ci ha aperto una porta ci ha aperto un arco trionfale –
Altre bocche e altri occhi si formano nell’ombra, si muovono all’unisono a formare un ghigno come una mezzaluna. L’ultima striscia di luce saetta sul corpo del demone, lo illumina davvero come farebbe con una cosa solida, un contorno arancione sul nero. Sono reali, più reali di quanto lo siano mai stati.
– non è stato carino il modo con cui ci hai salutato al convento ivan –
Un brivido mi scende lungo la schiena. Ovviamente, una mente unica, no? Non sono fisicamente i demoni di Agnese, ma non c’è davvero differenza. Non per quello che sono questi demoni, non senza la loro individualità.
– avevamo scommesso su di te e a quanto pare abbiamo scommesso male –
Oh, sì, ci si devono mettere pure loro. Se non altro, dopo averli visti bruciati da 52 e dopo aver visto Paimon negli occhi, non mi fanno più paura, posso tranquillamente mandarli affanculo.
«Sì, beh, guardatevi intorno. Non siete gli unici che hanno scommesso male. » mi chino per riprendere le pistole e faccio per uscire dalla stanza, ma i demoni occupano tutte le pareti a parte quella della finestra, non riesco a raggiungere la porta. Mi fermo davanti a uno dei volti ghignanti e sospiro, sostenendo il suo sguardo vuoto. «Se volevate così tanto che qualcuno vi levasse di torno il vostro dio, potevate scegliervi qualcun altro. O farlo da soli, visto che ve la tirate così tanto.»
Gli occhi e la bocca che sto guardando cominciano a scivolare gli uni nell’altra, come pittura che cola, e si trasformano vorticando in un ovale bianco. Delle linee nere cominciano a rompere l’ovale, sembrano tratti d’inchiostro, e disegnano un volto, degli occhi... il risultato è spaventosamente umano, nonostante sembri un bozzetto a china.
– hai visto Paimon l’hai sentito lui è Dio e noi non possiamo toccarlo –
«E allora cosa vi ha fatto anche solo pensare io potessi farci qualcosa?» ringhio, girandomi di scatto verso gli altri volti del demone. Una fila di maschere bianche mi guardano con aria quasi contrita.
– salomone era riuscito a controllare paimon e tutti gli altri pensavamo tu fossi come lui eri un’occasione da non perdere –
I demoni scivolano in avanti, le loro maschere umane svaniscono. Dall’ombra si staccano figure oscure che sembrano grossi lupi neri, il contorno solo abbozzato, ma sufficiente a restituirmi l’immagine di un branco che si avvicina piano a me. E ammetto che un balzo il cuore me lo salta, ma la postura dei demoni non sembra minacciosa, anzi... si siedono, piegano appena la testa, le orecchie ritte. Sembrano cani in attesa.
– ci siamo resi conto di avere sbagliato ma la posta in gioco è troppo alta la libertà che da tempo vogliamo ottenere – si fermano, piegano la testa dall’altra parte e muovono appena la coda. Le ombre danzano da un lupo all’altro, non so perché ma riesco a capire stiano cercando il modo migliore con cui formulare una frase.
– per questo siamo qui se vuoi possiamo offrirti aiuto –
Mi viene quasi da ridere. Apprezzo il gesto, davvero, ma... ma anche no. «Di grazia, spiegatemi come potreste aiutarmi» gli dico, con il mio miglior tono sarcastico «visto che non siete in grado di sfiorare Paimon nemmeno con un dito. Inoltre, forse vi è sfuggito, ma lui ha tipo un dozzilione di guerrieri magici che ha sguinzagliato nei dintorni. Per fargli qualcosa dovrei avere un... esercito.»
Mi blocco. I lupi sorridono, zanne bianche brillano nel buio. Oh. Oh, era questo che...
Devo leccarmi le labbra, le sento improvvisamente secche. «Ditemi» azzardo «contro quei guerrieri magici, invece, come ve la cavereste...?»
Il ghigno dei lupi diventa ancora più grande.
– pensavamo non ci saresti mai arrivato –

* * *

La carne delle mie gambe è schifosamente molliccia, e non credo le ossa ci siano tutte. Riesco a vederle bene solo ora, e ammetto che la prospettiva di ripararle in fretta comincia ad avere il suo fascino. Sono della fazione ricerca io, dovrei starmene tutto il giorno a tu per tu con tomi polverosi e proibiti, non in mezzo a un campo di guerra! Volevo vedere un re dell’Inferno da vicino, lo ammetto, ma non così vicino. Distanza-di-sicurezza-vicino, ecco.
Sento la porta della stanza aprirsi di nuovo e Ivan sbuca fuori poco dopo, l’espressione ancora più stralunata di quando è entrato. «Ho trovato un paio di pistole, ti bastano?» mi chiede. Il suo tono di voce è stranamente trafelato, e dovrei essere io ad essere di fretta per... oh, oh porca Eva...!
«Ivan... stai fermo.» ordino subito al ragazzo. L’ondata di energia che ha appena varcato quella porta è qualcosa di assurdo, non ho mai sentito niente del genere. La forza è paragonabile a uno dei legionari di Paimon, ma l’impronta è chiaramente diversa, più caotica. È... dannatamente emozionante, anche se potenzialmente molto, molto pericoloso. Cosa che lo rende ancora più emozionante. «C’è qualcosa dietro di te che... potrebbe essere un problema.»
Credevo Ivan sarebbe subito balzato in avanti a sentire questo, considerato quanto ha brillato di coraggio finora, ma si limita a portarsi una mano alla nuca. Se la passa tra i capelli come se fosse... in imbarazzo?
«Sì, beh, le pistole non sono l’unica cosa che ho trovato.» mi dice, mentre mi lancia una delle armi. La prendo al volo per puro miracolo, e gli scocco un’occhiataccia di rimprovero – cosa che non vede minimamente. È voltato di tre quarti, e sta allungando una mano dietro di lui, come se stesse sfiorando qualcosa di invisibile per me. Oh, ma tu guarda...
«Loro sono, uhm... la nostra controffensiva.» dice, e devo mettercela davvero tutto per frenare il sorriso che mi stira le labbra. Oh, demoni, un nuovo tipo di demoni che non ho mai avvicinato! Non mi sentivo così da quando abbiamo decifrato quel grimorio del terzo secolo.
Certo, la situazione contingente è un po’ diversa, ma...!
«Cosa... sono? Come...?» provo a chiedere, ma la stanchezza deve avermi devastato le capacità oratorie, e comunque Ivan non sembra molto propenso a dare spiegazioni ora. Lo vedo avvicinarsi a quella voragine che ha aperto di suo contro il muro – una cosa che avrei trovato parecchio eccitante se, beh, avessi un sistema riproduttivo – e sporgersi appena. Stringe i pugni e si volta a guardarmi, con quell’espressione da volpe sotto acidi che non gli ho ancora visto abbandonare dall’inizio della battaglia.
«Andrò con loro verso Paimon.» dice. E dal suo tono, credo la cosa sorprenda lui almeno quanto sorprende me. «Ma non preoccuparti, te ne lascio uno per accompagnarti verso il Santo Sepolcro. Possono affrontare i guerrieri di Paimon, ti sarà più utile di me. Ti chiedo solo, quando arriverai, di aspettare... finché non ti dirà lui, prima di dare il via a quell’incantesimo.»
Sento una parte dell’energia del demone separarsi, come un torrentello che si origina da un grosso fiume. Scivola verso di me, finché la sento bruciare vicinissima. Mi viene spontaneo allungare una mano e... oh, cuore, placati, riesco a toccarlo.
«Ivan.» mi volto appena verso il mezzo-demone «cosa diavolo vuoi fare?»
«Qualcosa di molto stupido, e probabilmente suicida.» sospira ed esce, così, senza neanche salutarmi. Riesco a sentire l’ultima cosa che dice come una specie di borbottio. «Ma almeno... qualcosa.»
Capitolo 16 by Fra Tac
Author's Notes:
Vi prego qualcuno mi suggerisca titoli per i capitoli plz
A parte questo... okay, siamo al terzultimo capitolo :'D Ci sono un paio di cose da sistemare, ma questo capitolo (e il successivo) è stato talmente un parto che ho deciso di mettere su tutto alla fuck it all.
Spero comunque risulti figo e non deluda eventuali aspettative su tamarraggine varia (*fissa Caladan con ansia*)
Buona lettura, spero!
CAPITOLO 16

Okay, okay. Sto davvero andando ad affrontare Paimon. Anzi, no, ancora meglio: ho davvero scelto di andare ad affrontare Paimon. Un dio con un esercito di guerrieri magici, di quelli che sembrano usciti da un videogioco fantasy particolarmente cazzuto.
Avrebbe un suono quasi eroico, come azione. Peccato io mi senta tutto fuorché eroico, o risoluto. A dirla tutta, l'unica cosa che mi sento di essere è un emerito idiota.
«Perché diavolo lo sto facendo?» mormoro.
- perché è la cosa giusta - mi risponde uno dei lupi demoniaci che sta correndo di fianco a me. E quando dei demoni che si nutrono di paura e orrore ti danno lezioni morali è il momento di farsi qualche domanda. Sospiro, e gli angoli della bocca si tirano in quello che più che un sorriso è uno spasmo.
I lupi neri mi superano, le loro zampe qualche centimetro sopra la terra. Sembrano scivolare sull'aria, così veloci che la loro immagine diventa allungata, affilata dal vento. Uno di loro si separa dal branco, rimane vicino a me.
- sali - mi dice, e non mi serve chiedere precisazioni per capire cosa intenda. Allungo una mano verso di lui, lo afferro e devo fare sforzo su ogni mia sinapsi per non mollare la presa.
Non mi aspettavo certo del soffice pelo, ma la sensazione di toccare questi demoni è... è assurda, come infilare la mano in qualcosa di viscido, freddo, che si muove pur essendo solido allo stesso tempo. Non è propriamente disgustoso, ma la percezione è così sbagliata che mi sta facendo crashare il cervello. Nonostante questo, riesco a salire a cavalcioni del lupo, che mi porta via con un balzo, lontano dagli altri.
«Ma cosa...» comincio, ma non riesco a finire la domanda. Il muro di una caserma esplode, un'ondata di frammenti e luce arancione investe il resto del branco. Dalla polvere che si è sollevata emerge l'ennesimo guerriero di Paimon, l'armatura stranamente sobria per gli standard: sembra qualcuno abbia rovesciato un secchio di oro liquido su una persona molto alta e molto snella, e poi l'abbia modellato puntandoci contro un ventilatore industriale.
Non che il guerriero risulti meno inquietante per questo, specie considerato il fatto che tiene appoggiato alle spalle uno spadone a due mani di pura luce arancione. Lo vedo voltarsi verso di me, piegare di poco la testa per la sorpresa quando una massa di ombre gli si staglia davanti. I lupi demoniaci si fondono insieme, aumentano di volume, deformano il loro corpo fino a diventare una perfetta copia del guerriero dorato, soltanto nera. L'ultima cosa che vedo, prima che una curva mi rubi la visuale, è una lama di oscurità penetrare nell'armatura del guerriero dorato, spargendo scintille arancioni e nere in eguale misura.
Beh, è andata bene... credo. Un'ombra mi scorre sugli occhi, alzo lo sguardo. I lupi corrono di nuovo, stavolta sui tetti, e non mostrano ferite. Non che questo abbia significato quando il tuo corpo è praticamente oscurità condensata, ma ammetto che la cosa mi fa provare soddisfazione. Niente ti risolleva il morale come essere circondato da un branco di demoni neri e sanguinari.
«L'hanno davvero ucciso» mormoro. Sento il demone sotto di me fremere, allungarsi. Devo aggrapparmi ancora più saldamente per non essere sbalzato, le mie braccia affondano nel corpo del lupo fino al gomito. Lupo, poi... come se ne avesse ancora la forma.
Non ho idea di cosa stia cercando di imitare ora, non credo sia davvero un animale del nostro mondo - o se lo è deve essere qualcosa di australiano. Artigli di oscurità si conficcano nel muro più vicino e il demone comincia ad arrampicarsi, il buio che mi risale anche le caviglie per tenermi immobile fino a che, con un balzo, il demone non ritorna in posizione orizzontale, su un tetto piatto della caserma. Con mio grandissimo sollievo, l'oscurità si ritrae dal mio corpo.
Due secondi stando larghi, e anche gli altri lupi si riuniscono su questo tetto. Non dicono nulla, nessuno dei demoni - o delle parti del demone? - e si limitano a voltarsi verso le mura ad est, verso la battaglia vera e propria. Da quest'altezza riesco a vedere le colonne di fumo che si sollevano da Gerusalemme e, oltre le mura semidistrutte, le forme di luce azzurra che sono i nephilim, torreggianti in un cielo percorso da lampi di luce arancione - frecce dei guerrieri di Paimon, immagino. Una grossa quantità di quelle frecce piove su uno dei nephilim più vicini alle mura, attraversano il suo corpo da parte a parte, lasciandosi dietro schizzi di luce azzurra. Stringo gli occhi, mi concentro meglio sul nephilim e noto che il suo involucro ora è venato da striature arancioni, che sembrano irradiarsi da dove le frecce lo hanno colpito. Cose luminose si stanno arrampicando sul suo corpo, come insetti, e posso facilmente immaginare siano i guerrieri di Paimon. Le venature arancioni brillano un paio di volte, come delle pulsazioni, e il nephilim crolla. Lentamente, come una statua tirata giù dal piedistallo, si accascia fino a sparire dalla mia visuale, oltre le sommità delle mura. Poco dopo il rumore della caduta mi raggiunge, un'esplosione almeno cinque volte più forte delle altre. D'istinto mi porto le mani alle orecchie e mi accuccio sul tetto, chiudendo gli occhi. Quando li riapro vedo una nuova colonna di fumo sollevarsi oltre le mura, questa però non si disperde nell'aria, sale dritta fino ad allargarsi come una fontana. L'intera colonna è pervasa da scintille azzurre, che scoppiettano e ricadono a terra come una pioggia ardente. Ci sono altri due nephilim nella mia visuale, più lontani di quello appena abbattuto, ma che riesco comunque a distinguere con relativa chiarezza. Vedo la loro luce vacillare.
Della sabbia mi entra in un occhio, devo strofinarla via, e l'azione in qualche modo mi risveglia da una trance in cui non mi ero reso conto di essere caduto. Ho visto cadere un nephilim, una cosa che fino ad ora pensavo essere praticamente invincibile. Caduto come... come un alberello tagliato, cazzo, i guerrieri di Paimon possono uccidere quei colossi di luce che sono i nephilim. Ma i miei demoni possono uccidere i guerrieri di Paimon! Possono farlo... vero? Mi volto verso di loro, e quello che vedo non mi piace per niente. I lupi neri che mi circondano stanno vacillando proprio come i nephilim superstiti - riesco a vedere qualcosa simile a spasmi muovere il loro corpo. Più come se... avessero scintille sotto pelle. Se, beh, avessero una pelle. E la loro figura è meno stabile, in qualche modo meno reale. La solidità che ho imparato ad associare a questi demoni ora mi sembra qualcosa di impensabile, è come se li stessi osservando attraverso una coltre di nebbia. Il guerriero di Paimon è riuscito a colpirli? O anche solo averlo combattutto li ha feriti? Ora, non so bene com'è la situazione oltre le mura in quanto a numeri, ma posso immaginare ci siano tre o quattro guerrieri in più da affrontare, se uno solo li concia così come cavolo -
Un lampo di luce arancione, una freccia si conficca nel tetto trapassando due demoni al suo passaggio. Il loro corpo si lacera come se fosse fatto di nuvole, l'oscurità cade a terra in rivoletti fumosi. Non riesco a vederli scomparire, però, devo chiudere gli occhi prima e premermi le mani sulle orecchie. Le urla degli altri demoni mi stanno facendo esplodere la testa.
I versi che fanno, come quelli di un rapace in trappola... grida così non ne ho mai sentite. Sento il demone su cui sono muoversi bruscamente, tanto da costringermi ad abbassarmi su di lui, la testa premuta contro il suo corpo mentre salta da un tetto all'altro. Solo quando lo sento fermarsi mi arrischio ad aprire un occhio e a voltarmi indietro, vedo i demoni superstiti chiudersi intorno all'arciere - un cosetto sobrio che sembra aver deciso di indossare un vulcano - e dilaniarlo. Letteralmente. Non sprecano nemmeno il tempo di cambiare forma, gli balzano addosso, le fauci spalancate e i canini che macinano l'armatura come se fosse fatta di burro.
«Cavolo se siete permalosi.»
- è stato molto doloroso - risponde il demone, e per la prima volta credo di sentire una tonalità nella sua voce - fastidio, in questo caso. Gli altri demoni - le altre parti di questo demone, dio se mi incasina 'sta cosa - hanno finito con il guerriero, lo vedo scomparire in un lampo di luce arancione, l'armatura che si scioglie come se fosse davvero fatta di lava. Le ombre si allontanano dai resti della loro vittima scivolando sul tetto come, beh, ombre. Si uniscono le une alle altre, formano un ponte nero che si infrange come un'onda sul nostro tetto, la cresta che torna ad assumere le sembianze del branco di lupi. Un branco decisamente più piccolo e più trasparente di prima.
Anche il demone che mi sostiene mi sembra meno solido, al contatto, ora che ci faccio caso. Non sempre, ma è come se avesse dei flash... un singhiozzo di solidità, per un brevissimo, infinitesimo istante non è più qui.
Guardo avanti a me, le mura di Gerusalemme distano ancora parecchio, e oltre ad esse prima di Paimon c'è una guerra. I demoni di Agnese riescono ad affrontare i guerrieri di Paimon, okay, ma in effetti non hanno detto niente sul sopravvivere al processo...
Non avrei mai pensato la mia massima preoccupazione sarebbe stata riuscire ad arrivare a Paimon.
«Non ce la potete fare.» dico davanti alla mia platea di lupi demoniaci a cattiva trasmissione.
- no non possiamo - mi rispondono, dopo un momento di sfarfallio. E la cosa mi destabilizza, sarà che di recente sono troppo abituato a interagire con degli umani... o con, beh, demoni con una personalità. Il modo freddo con cui constatano la loro inadeguatezza mi sorprende.
«Ci sono millemila soldati qui, non potete nutrirvi dei loro demoni come facevate con Agnese? Siete qui grazie a loro, come cavolo è possibile non siano in grado di sostentarvi?»
I lupi muovono la coda, un pigro alzarsi e abbassarsi, mentre scoprono le zanne.
- oh - dicono - erano in grado -
Neanche fosse programmato, qualcuno grida in una maniera che mi fa subito pensare a interiora trapassate da una lama di energia. Devo deglutire un grumo acido che mi è salito in gola. Okay, la spiegazione non poteva essere più chiara.
Più chiara e più frustrante. Tipico, decido finalmente di darmi una svegliata e non riesco ad andare più avanti di un isolato perché il mio esercito ha finito il carburante.
Scendo dal lupo con un balzo e arrivo all'angolo del tetto, mi sporgo quel tanto che mi basta per vedere la strada sottostante. Detriti, detriti, pozze scure di indubbia origine organica... e lì, eccolo, un serpente di fumo nero che striscia lungo un muro.
Perché cavolo non possono mangiarsi quelli? Ah, aspetta... sentimento che dura a lungo, costantemente alimentato... non certo dei demonietti nati da qualcosa di specifico e momentaneo. E ce ne saranno parecchi in giro, perché chi cavolo sta a pensare a lungo alla paura di trovarsi di fronte a un guerriero magico in armatura?
Tanti piccoli demoni con tante piccole identità, inutilizzabili dai demoni di Agnese, quindi da me per proprietà transitiva.
A meno che...
Quanto posso spingermi, con gli ordini ai demoni?
Mi volto di nuovo verso i demoni di Agnese, che ora si sono disposti a semicerchio, tante sagome nere dalle orecchie ritte che mi fissano in attesa. Come sempre. Sono davvero dei maestri nel farti sentire sotto pressione, eh. Apro e chiudo i pugni, per smorzare la tensione.
«E se provassi» dico «a fare del reclutamento?»


Sono in piedi sul bordo del tetto, un leggero venticello mi solletica il collo portando con sé il piacevole pizzicorio dei calcinacci macinati.
L'unica cosa che vedo sono colonne di fumo, i nephilim azzurri oltre le mura e qualche lampo arancione tra gli edifici. Nessun demone, ma so che ce ne sono a valanghe. Solo non attualmente a portata di mano.
«Okay, ma se glielo ordino... se glielo ordino ora, qui, mi sentiranno?»
I demoni di Agnese hanno di nuovo cambiato aspetto, ora sono nella loro solita mise di un'unica ombra con artigli rachitici e grossi occhi bianchi. Così condensati sembrano di nuovo solidi come sempre, niente più sfarfallio, ma non mi inganno su quanto effettivamente stiano meglio.
- avvertiranno qualunque tuo ordine la voce è solo un tramite un seme un fuso è quello che vuoi ciò a cui loro sono legati è la tua mente che si impone sulla loro e la tua mente non ha limiti spaziali - mi dicono. Ottimo, i demoni versione poster motivazionale mi mancavano.
Ma l'importante è che io non debba urlare come un idiota per farmi sentire dalla maggior quantità di demoni possibili. E poi, certo, che tutto questo serva a qualcosa.
Inspiro, prima di rendermi conto di non avere idea di come formulare l'ordine che ho in mente. Come cavolo si dice a qualcuno di fondersi con una mente alveare - o simil tale - rinunciando alla propria identità?
...beh, così, immagino.
«Bene. Bene. Tutti... tutti voi, demoni vari qui in giro, se mi sentite... vi ordino di... di...» mi fermo, non riesco a mettere le parole in frasi che esprimano davvero quello che ho intenzione loro facciano. Anche perché, di fatto, non ho idea di come funzioni l'essere assorbiti da un demone come quello di Agnese, non ho nemmeno idea se sia possibile! «Oh, al diavolo. Sapete meglio di me cosa io voglia da voi. Lasciate stare le vostre... differenze, lasciate perdere quello che siete e quello che, beh, vi rende voi. Vi ordino di liberarvene e di diventare... di diventare quello che eravate prima di venire in questo mondo. O quanto di più simile vi è permesso.»
Concludo trattenendo un respiro tra i denti, lo sguardo fisso davanti a me. Uno... due... tre... no, niente. Non sta succedendo assolutamente niente. Mi sento sgonfiare come un palloncino bucato - ecco perché non dovrei nemmeno provarci, a fare qualcosa, poi fallisco schifosamente e...
E la terra trema. Il tetto su cui sono, l'intero palazzo, riesco quasi a vedere le vibrazioni attraverso il cemento. Cado all'indietro, ma riesco a tenere gli occhi aperti, riesco a vedere la parete nera che come un getto di pece sale dalla terra, su fino al cielo, da ogni strada, da ogni lato, ovunque intorno a me: pareti nere di demoni che si ergono fino a coprire il sole e la luce dei nephilim, il suono delle loro voci e del loro movimento che copre quello delle urla e delle esplosioni. Demoni, demoni deboli e poco più che nebbia, ma così tanti, così fitti da essere più solidi del marmo. E li ho chiamati io. Sono miei.
«...cazzo.» mormoro. E poi i demoni si infrangono su di me.
No, non propriamente su di me, me ne rendo conto quando riapro gli occhi: sono come il getto di una fontana, solo che scorre in senso inverso, e convergono sulla figura del demone di Agnese. Che cresce, e cresce, e... e non mi rendo conto di quando smettono di essere centinaia di demonietti, e quando tutto questo nero diventa solo una gigantesca, enorme ombra che torreggia sopra ogni cosa.
Due occhi si aprono nell'ombra, e poi una bocca, bianca come una falce di luna. E anche più grande. Il demone si volta lentamente verso di me, e mi tende una mano scheletrica che potrebbe tranquillamente contenere l'intera caserma su cui sono.
- così va molto meglio - dice. La sua voce non è amplificata in nessun modo, e in un certo senso è ancora più inquietante così.
Mi alzo - o meglio, il mio corpo si alza di sua spontanea volontà, visto che non gli ho dato nessun ordine a riguardo. Abbiamo nephilim di energia azzurra, guerrieri magici demoniaci e un dannatissimo dio alle porte di Gerusalemme...
Ma questo... questo demone è mio. L'ho fatto io. Ho contribuito a creare una delle cose più spaventose che io abbia mai visto, e non so se sentirmi vagamente orgoglioso della cosa o totalmente terrorizzato.
Di certo, però, il culo ai guerrieri di Paimon glielo facciamo. E con stile.
Esito giusto un secondo prima di decidermi ad arrampicarmi sulla mano del demone, ma mi pento subito di averlo fatto appena questo la solleva. Non ho mai sofferto di vertigine, ma l'essere caduto da un muro distrutto da un guerriero magico solo qualche ora fa non mi rende particolarmente ben disposto verso le altezze in questo momento...!
E il fatto che la mano del demone si stia lentamente sfaldando non aiuta. Ma cazzo, ma non doveva essere a posto ora?
«Ehi, ehi aspetta...!» comincio, ma mi rendo subito conto di non aver capito niente: il demone non si sta sfaldando, sta mutando - come al solito. Non mi rendo nemmeno conto di essermi alzato in piedi, tanto sono perso ad osservare come da questa colonna di oscurità si stiano generando decine, centinaia, migliaia di creature alate. Sono ancora poco più che abbozzi, ma vedo l'oscurità riaggiustarsi in forme che mi ricordano fin troppo bene quelle di...
«Draghi» mormoro.
I demoni hanno preso l'indiscutibile forma di migliaia di draghi, non quei grossi cosi pieni di aculei che si vedono nei film, ma delle creature lunghe e sottili, fatte per tagliare l'aria e... altro. Spalancano le ali, che per la forma e la sottigliezza mi ricordano quelle dei pipistrelli, solo di un nero che non lascia filtrare un filo di luce. Ogni figura ha qualcosa di diverso dall'altra, vedo un drago con lunghe corna appuntite, un altro in cui invece prendono una forma a spirale. Un paio hanno una coda che termina con degli aculei, altri non hanno le zampe anteriori... ma nello stesso istante tutti, nonostante differenze di forma, aprono un paio di occhi di un bianco luminescente come non ne ho mai visti su questi demoni, occhi che non sono più le lune immobili come strappi su un telo nero, ma che... che nascondono qualcosa dietro, qualcosa che si muove, come i tizzoni ardenti.
Bene. Okay. Ho un esercito di draghi con occhi di fuoco bianco. Ho un flash mentale con Sergio che sorride come un idiota e dice qualcosa del tipo "vedi, se fai la cosa giusta hai la figaggine come ricompensa" - e poco ma sicuro, se fosse qui direbbe la stessa cosa. Anche se forse con dieci subordinate in più, ma il succo sarebbe questo.
Però io... io non riesco fare niente di più che tenere la bocca aperta come un idiota ancora più grande, mentre il demone si divide completamente, gli ultimi draghi che prendono il loro posto in uno sciame che già oscura il cielo. Il mio sciame di draghi. Anche la mano su cui sono cambia forma, le dita che si allargano a formare due paia di ali, e il collo, e una coda uncinata... non sono veri e propri draghi, ne hanno solo la forma, ma in qualche modo il fatto che siano sagome oscure dalla forma di drago rende la cosa ancora più terrificante. Ma lo concedo, potrebbe non essere terrificante nel senso orribile del termine.
«Quindi, uhm...» la mia voce mi sembra ancora più traballante e striminzita, di fronte a un cielo pieno di draghi neri. Io mi sento ancora più traballante e striminzito. «andiamo verso il grosso della battaglia?»
Un ghigno zannuto deforma il viso di ogni singolo drago. E giuro, giuro che sento un tono di scherno, quando i demoni parlano:
- come comandi -


Volare è terrificante, volare a cavallo di un drago demoniaco è ancora più terrificante. Ma cazzo se ne mette in circolo di adrenalina!
Il drago fa un avvitamento per schivare una freccia di energia arancione, nel tempo che impiega a ritornare dritto riesco a vedere un altro gruppetto di demoni scendere in picchiata, sparire tra gli edifici e risalire in cielo subito dopo, una figura in armatura stretta tra le fauci. Il guerriero cerca di incoccare un'altra freccia, ma con la coda dell'occhio lo vedo sparire in una pioggia di stintille arancioni ancora prima che riesca a tirarla fuori dalla faretra. Uno dei guerrieri che ha decimato l'esercito crociato, morto in pochi secondi.
Se non fossi troppo occupato a cercare di non vomitare per le giravolte, credo che potrei provare una specie di orgoglio.
Mi appiattisco di più contro il corpo del demone, guardando fisso davanti a me per quanto me lo permette l'aria che mi frusta la cornea. Da quassù è facile dimenticarsi della guerra laggiù - certo, a parte per il fumo e i nephilim giganteschi e i lampi di luce arancione... però cavolo, perfino le grida e il rumore delle esplosioni non si sentono più, con il vento che fischia così tanto.
Faccio un grande respiro, chiudo gli occhi e mi godo quest'ultimo attimo di pace prima che finisca tutto nell'Orrore. Perché stiamo sorvolando le mura di Gerusalemme. E quando li riaprirò so che sarà tutto orribilmente reale, e ci sarà una vera guerra, e io ci sarò in mezzo.
Li riapro.
E per qualche secondo perdo la presa del demone.
Ho visto immagini di battaglie, nei film. I soldati che sciamano lungo colline verdeggianti e sollevano le loro spade, con quella luce dorata che esce fuori al momento giusto per far brillare l'armatura degli eroi, e quella musica epica che se non fossi morto dentro mi farebbe un po' commuovere, prima di passare al campo lungo con i due eserciti che si scontrano in slow motion...
Ecco, sotto di me c'è la stessa cosa. Solo che vista dal vivo non è epica, è fottutamente terrificante.
I guerrieri di Paimon sono infiniti. Semplicemente infiniti. So che devono avere un numero sensato, e non so se è un trucco del dio, o se è un problema della mia visuale o che altro, ma da qui mi sembrano estendersi per tutto il deserto. Le loro armature, una diversa dall'altra, brillano sotto il sole e sembrano tante perline colorate. Perline colorate assassine che hanno armi di energia pura color arancio-morte. Sciamano sulla sabbia del deserto come un flusso, come se avessero un'unica mente - non è per niente una battaglia caotica, è assurdo, sono come tante formiche che corrono verso la carcassa che vogliono ricoprire. La carcassa, in questo caso, sono i nephilim.
E cazzo... i nephilim.
Da vicino sono qualcosa di assurdo, la loro luce è praticamente liquida, riesco a vedere gocciolare le loro ali! Gocce di luce che cadono sui guerrieri di Paimon, facendoli sparire all'istante in una nuvola di luce arancione, lasciando sotto di loro non più sabbia, ma vetro con venature azzurre che pulsano ancora di luce residua.
Il mio demone-drago curva un po' per schivare una lancia arancione, e nel farlo sorvola un grosso spiazzo completamente vuoto, niente guerrieri di Paimon lì, e niente sabbia: solo altro vetro con venature azzure, ma che non pulsano, non hanno più luce. Capisco che qui è dove è morto il nephilim che ho visto cadere poco fa, niente più che una piana vetrosa a ricordarlo. Oltrepassiamo quel vuoto, torniamo a volare sopra la battaglia, così vicini ad un nephilim che per un attimo tutto quello che il mio campo visivo riesce a carpire è una parete di luce azzurra. Mi sembra di starci mettendo un'ora ad oltrepassare questa... questa creatura. Un'ora che passo a osservare questo azzurro che nemmeno nelle foto dei mari tropicali, senza più il vento che mi fischia nelle orecchie, senza più nessun suono a parte quello del mio cuore che mi rimbomba in testa. E oltre quell'involucro di luce liquida, mi ritrovo a osservar quella... cosa che era il corpo del nephilim, una forma in cui ancora riesco a riconoscere tratti umani - le gambe raccolte al petto, la testa sulle ginocchia - seppelliti sotto innumerevoli ali che continuano a formarsi e ed essere riassorbite da una pelle ancora più bianca del solito.
Tutt'ora, mentre sto cavalcano un drago demoniaco per affrontare il dio di un altro mondo, i nephilim mi sembrano la cosa più aliena nel circondario. Non riesco a staccare gli occhi da questo in particolare, nemmeno quando lo oltrepassiamo. Osservo i guerrieri di Paimon che si arrampicano sul suo corpo come se la luce fosse qualcosa di solido, ferendolo con le loro armi arancioni. Non riesco a chiudere gli occhi nemmeno quando il nephilim solleva uno dei suoi bracci azzurri, con estrema lentezza, come ci si potrebbe aspettare da una creatura così grande, e lo abbatte davanti a lui, sollevando una nuvola di sabbia che vetrifica a vista d'occhio, man mano che viene percorsa da linee di luce azzurra. Attraverso quel vetro - che credo violi gran parte delle leggi di fisica, chimica e probabilmente anche qualcosa di biologia - vedo la solita luce arancione dei guerrieri di Paimon, ma stavolta non lampeggia come quando spariscono. Il nephilim solleva il braccio e capisco: i guerrieri che sarebbero dovuti rimanere schiacciati sono perfettamente illesi, circondati da un alone arancione che solo ora comincia ad incrinarsi. Uno scudo come la barriera di Jerard, solo una versione uberpotenziata.
Mi volto di scatto, ora verso i draghi neri che mi seguono. Questi demoni che mi sono fabbricato sono in grado di uccidere ciò che nemmeno un nephilim riesce a scalfire, e ora non posso più controllarli. Comincio a provare una certa inquietudine verso ciò su cui sto volando...
Posso solo sperare che dopo tutto questo decidano di starsene tranquilli in una casetta in campagna. Ipotesi ottimistica, ma mai quanto il presupposto a suddetta ipotesi. Visto che non è affatto detto ci sia un dopo.
Se non altro, però, una minima possibilità di riuscita ce l'ho. Forse. Okay, diciamo che dovrei riuscire a raggiungere Paimon, e poi... vada quel che vada.
Sospiro, e grido contro il vento: «Okay, portatemi di fronte a Paimon, gli altri... facciano quello che gli pare.»
O almeno, credo di averlo detto, perché tra il vento e le esplosioni non sono davvero sicuro di cosa sia uscito dalla mia bocca. Uno spostamento d'aria alle mie spalle, però, mi fa capire che i demoni si stanno lanciando in picchiata. Mi volto appena e li vedo uno ad uno chiudere le ali e tuffarsi verso il suolo, mi devo sporgere dal mio drago per seguirli mentre planano sui guerrieri di Paimon, uno sciame nero che visto dall'alto fa l'effetto di ombre di draghi ancora più grandi.
E, finalmente, anche i guerrieri si accorgono dei draghi. Li vedo fermarsi nel loro avanzare, sollevare le armi, ma sono troppo lenti: i miei draghi demoniaci sono già su di loro. Le ombre planano raso terra, falciando i guerrieri con le loro ali. Vedo figure in armatura scintillante venire sbalzati in aria uno dopo l'altro, le fila ordinate ridotte in una marmaglia sparsa, mentre i draghi tornano in cielo, fuori dal range delle armi dell'esercito. Volano alti solo per calare di nuovo, in un altro punto, le fauci spalancate pronte a raccogliere tutto quello che si trovano davanti. Sembrano dei gabbiani sopra un banco di pesci.
Il mio drago, invece, non si ferma. Superiamo questa scena in due battiti d'ali, voliamo avanti, di fianco ad altri nephilim e guerrieri che combattono senza curarsi di quello che sta succedendo poco indietro. Un nephilim spalanca le ali, una pioggia di luce azzurra cade sui guerrieri davanti a lui, che riescono a ripararsi con i loro scudi di energia appena prima di venire vaporizzati.
In lontananza dietro di loro altri due nephilim, uno circondato da cerchi di vetro. Lo vedo arrancare, l'involucro di luce gocciola in più punti in modo malsano, riesco a vedere le venature arancioni corromperlo. Ricordo il nephilim che ho visto cadere oltre le mura, e so che questo non durerà a lungo.
Saggiamente, il mio drago decide di cambiare rotta, vira a sufficienza da essere a distanza di sicurezza, dovesse il nephilim cadere nella nostra direzione.
Sento all'improvviso un brivido e un pizzicorio sulla pelle. L'aria per un attimo mi sembra colorarsi d'azzurro. Mi sporgo un po' dal drago per controllare, e vedo che abbiamo appena sorvolato quei piloni che 50 ha messo a protezione. E questo significa che...
Guardo avanti, e come volevasi dimostrare eccolo lì. Paimon ritto sul suo cammello, che osserva la battaglia davanti a sé come se davvero gli importasse del risultato, come se davvero gli importasse qualcosa di queste schermaglie tra creature di un mondo che probabilmente non esisteva ancora, prima che lui perdesse il suo.
Dio, cosa cazzo sto facendo. Non ho idea di cosa fare, ora, ma se tutta questa situazione mi sembra assurda, trovo ancora più assurda l'idea di tornare indietro. Persino io la considero un'opzione troppo vergognosa, arrivati a questo punto, che è dire tutto.
«Fammi scendere» lo dico con un sospiro, ma il demone mi sente, figurati se non mi sente. Plana sugli ultimi guerrieri, che si aprono di fronte a lui - a noi - come onde su uno scoglio. O meglio, tutti tranne tre, in ginocchio, gli archi già pronti. Una nuvola di sabbia si solleva quando scoccano le frecce, ma riesco a seguirne almeno due, che passano a distanza di sicurezza dal drago senza nemmeno scalfirlo. Riprendo a respirare, va bene che sopravvivrei a una caduta ma cadere in mezzo a un esercito di mostri magici non-
Il mio demone grida, lo stesso grido di quello colpito sui tetti, e comincia a perdere quota. Non ho nemmeno tempo di imprecare, mi stringo su di lui per non venire sbalzato in un avvitamento - un vano tentativo di riguadagnare quota. Ma non c'è niente che possa fare davvero, lo vedo mentre ci schiantiamo sul suolo e io vengo scaraventato via dalla schiena del demone, che si rigira su se stesso in un patetico tentativo di rimettersi in piedi: la freccia gli ha trapassato il ventre, icore nero sgorga dalla ferita e vaporizza in un fumo grigiastro, la sostanza stessa del demone che si sfalda pian piano.
- corri -
Mi rialzo subito sputacchiando sabbia, indietreggio di default mentre cerco di capire dove cavolo siamo caduti. Vedo i guerrieri di Paimon chiudersi intorno al mio demone, che muta la sua forma draghesca, diventa ancora più grande, con più teste.
- corri - mi ripete, con la sua voce che sembra provenire da ogni parte contemporaneamente, da più entità contemporaneamente. Un guerriero di Paimon prova a colpirlo con una lancia, ma la testa più vicina a lui saetta, gli trancia un braccio di netto in un'esplosione di scintille arancioni.
E sì. Mi volto e corro. Istintivamente porto la mano al pugnale che mi ha dato 50 - come se gli incantesimi sulla lama fossero serviti a qualcosa a quel cavaliere decapitato - ma non ne ho davvero motivo: davanti a me non ci sono più guerrieri, via libera, solo io, la sabbia e Paimon là, su quella duna, a pochi metri da me.
Sento un sibilo, una sensazione di calore alla parte destra del viso, ma non mi importa se una freccia di energia mi ha appena mancato o cosa. Ora come ora, se venissi trafitto da qualche guerriero lo considererei come qualcosa di positivo, visto che sto correndo dritto dritto verso Paimon. Verso un Dio che probabilmente è in grado di strizzare la mia anima come se fosse un limone.
E Paimon lo sa, sa che sto venendo. Lo vedo muovere pigramente la testa, abbassare i suoi occhi neri su di me. La seconda volta, però, col cazzo che ci ricasco. Abbasso subito gli occhi, li tengo fissi sulla sabbia, sulla roccia marrone del deserto che... che non è più marrone, no, è grigia. Roccia grigia.
Sollevo lo sguardo, e non vedo più Paimon davanti a me. Non vedo più niente davanti a me, niente che mi sia famigliare. Niente più deserto. Smetto di correre.
Dove... dove cazzo sono?
Dovunque io riesca a guardare vedo solo una distesa di rocce scure sotto un cielo nero senza stelle, davanti a me una strada... la stessa che ho visto negli occhi di Paimon. Muovo un passo, e le luci arancioni ai lati si illuminano, proprio come ricordo, delineando i contorni di questa strada infinitamente dritta, che si perde in un orrizzonte fatto di nuvole grigie e un leggero, quasi insondabile bagliore arancione. Faccio un altro passo. E un altro ancora. Mi ci vuole un attimo di tempo per rendermi conto che non voglio davvero camminare, qualcos'altro mi spinge a farlo.
«Non ti preoccupare. E' una sensazione normale, ti ci abituerai. Io è dalla scorsa città che ho iniziato il Viaggio.»
Sobbalzo e mi volto, il cuore che mi ostruisce la gola. Di fianco a me si è materializzata una donna vestita di nero, con lunghi capelli biondi che le incorniciano un volto dalla pelle con riflessi quasi metallici. I suoi occhi non hanno né iride né pupilla, sono pozze arancioni che emettono un soffuso bagliore nell'oscurità.
E già questo basterebbe per farmi venire quattro infarti, ma quello che vedo dietro di lei è di gran lunga più... più tutto. Una città si sta formando dal nulla, poco più che un'intelaiatura di metallo che nasce dal suolo e che si articola intorno a una torre centrale. Piloni e archi si assemblano l'uno con l'altro, la terra si sposta e si incurva per lasciare spazio a questo mostro meccanico che sembra uscire fuori da... beh, dalla roccia, come dei viticci. Viticci che si arrotolano su quella torre sempre più alta, uno scheletro di ferro cavo e pieno di finestre, che improvvisamente ferma la sua crescita. La vista mi si sdoppia - no, non è la mia vista a farlo, è il mondo stesso che si sdoppia, come se fosse tirato da due parti opposte - e un raggio di luce arancione esplode dall'interno di quella torre, prosegue ben oltre il suo limite, verticalmente, fino a bucare le nuvole del cielo. Come fosse stato un segnale, altri raggi arancioni cominciano a spuntare da tutta la piana, altre città di ferro vengono illuminate dalla loro luce. Anche le nuvole nel cielo si spostano per lasciare spazio a quel raggio, ne inghiottiscono la luce.
«Sono Massaka, Arcimago.»
Mi volto di nuovo verso la donna, così lentamente che quasi sento le mie vetrebre scricchiolare. Ora, illuminata com'è dalla luce arancione delle città, riesco a vedere che tutto di lei ha un carattere metallico, i capelli sembrano scolpiti nell'oro. Mi sorride, e la sua faccia si stira in modo strano... come se non avesse muscoli, come se la pelle semplicemente si fosse risistemata sul momento.
«Sono l'unica compagnia che avrai per molto tempo, si sicuro di non volermi dare almeno il tuo nome?» mi dice, e vedo che quando parla le sue labbra si muovono con un leggero ritardo, la sua voce ha una strana eco.
Non è normale. Tutto questo non è normale, e io non sono qui davvero. Non posso essere qui davvero, perché questo è... era il mondo di Paimon, e ora quel mondo è finito. Me l'hanno detto i demoni.
Ma i demoni mentono.
Cerco di aumentare il passo, di allontanarmi da questa... persona, ma è come se il mio corpo non rispondesse più, non fosse più in grado di fare altri movimenti se non camminare. Camminare, camminare, camminare lungo questa fottutissima strada! E questo mi getta nel panico, non ho più il controllo di me stesso, sono totalmente alla mercé di Paimon e di questo mondo che ha creato e che... che non esiste più, l'ho detto e lo ripeto, questo non è il suo mondo, è solo un'ombra! Un'ombra dannatamente realistica, ma non reale.
Perché i demoni avrebbero dovuto mentirmi su una cosa del genere? Cosa ne avrebbero ricavato? Mi rendo conto di quanto sia stupida questa domanda - cosa cazzo ne so di cosa hanno in mente davvero quei demoni? Non sono nemmeno cosa abbiano in mente la maggior parte degli uomini! Non so se questo mondo è reale o meno, ci sono dentro ma mi sembra sbagliato, non so se è un'illusione di Paimon o se l'illusione era tutto il resto. E che cazzo di mezzi ho per decidere una cosa o l'altra?
Guardo la donna - Massqualcosa, ha detto che si chiama - che mi sorride con il suo sorriso senza muscoli, la pelle del suo volto che ha un'iridescenza metallica e che mi sembra la cosa più reale e al contempo più sbagliata di tutto questo mondo. Ho la sensazione che se allungassi la mano potrei toccarla, ma non è quello che voglio. Non è quello che voglio credere, mi rifiuto di dover rivedere di nuovo tutto quello che ho fatto fino ad ora. Mi rifiuto di pensare di aver compiuto tutte le azioni che ho compiuto sulla base di presupposti sbagliati. E sarà pure il modo di pensare peggiore del mondo, ma che cazzo, sono stanco di non avere mai un'idea chiara su niente! E in questo momento preferisco essere sicuro di qualcosa piuttosto che non essere sicuro di niente, quindi vaffanculo, i demoni hanno ragione, questo posto non è reale e se voglio io posso correre.
E corro.
Nel momento in cui lo faccio, sento come uno strappo, per un attimo mi ritrovo di nuovo nel deserto, vicino a Paimon, così vicino che se volessi potrei sfiorare la punta del mantello di lino che indossa. Lo vedo chinare il capo e sorridere. Sorridermi.
E poi un altro strappo, e torno in quel mondo scuro. Ma non nello stesso punto di prima, e non è poi così scuro, visto che ogni cosa è ricoperta da una luce arancione che... proviene da...
Sollevo lo sguardo. Sopra di me, circondato da spirali di nuvole nere, c'è... luce. Luce arancione che filtra dalle nuvole, che si avvolge su se stessa creando una forma quasi sferica, luce che sembra avere una consistenza tangibile come le armi dei guerrieri di Paimon. E illuminate dai raggi di quel grosso e strano sole, decine di figure davanti a me sono immobili. Riconosco tra loro la donna che mi si è presentata e provo ad avvicinarmi, perché cazzo, qualunque cosa sia mi ha parlato e ora come ora ho bisogno di gridare cose a qualcuno. Corro verso le figure che vedo davanti a me, ma più mi avvicino più loro sembrano essere lontani. E vedo che non sono solo decine, le persone davanti a me, sono centinaia, migliaia di figure immobili, sempre lontane, qualunque movimento io faccia. Pensavo che l'esercito di guerrieri magici fosse la cosa più terribile che io avessi mai visto. E anche se è rassicurante fare sempre nuove scoperte, questa cazzo di visione è durata abbastanza, svegliatemi e tiratemi fuori da questo posto.
«E cosa ti fa pensare sia una visione, Ivan Aleksandrovic Kozyrskij?»
Mi volto di scatto. Ed è lì davanti a me. Paimon, in mezzo alla strada, circondato da due linee di luce arancione, mi guarda con i suoi occhi neri. No, non più neri, ora anche i suoi brillano di arancio - ma non come quelli della donna, solo un puntino in mezzo al nero, una stella ai limiti dell'universo.
Mi parla con una voce neutra, una voce da uomo, non da Dio. Niente tuoni che ruggiscono, niente comandamenti altisonanti. Mi parla come un suo pari. E questo mi terrorizza, perché la sola idea di considerarmi un suo pari mi sembra la cosa più sbagliata e orribile io possa mai pensare.
«Io sono reale. E questo sono io.» allunga un braccio verso il panorama intorno a noi. Verso questa piana nera, verso le nuvole, oppure... verso quella luce che illumina ogni cosa. «Il mondo che ho plasmato con le mie mani e la mia mente, la terra e il metallo che ho forgiato con il mio respiro. In tutto questo ho perso e custodito parti di me stesso. Questo mondo, le sue regole, i suoi abitanti. Io appartengo ad ogni cosa, e quindi ogni cosa mi appartiene.»
Paimon sorride, mentre riabbassa la mano, che sparisce sotto gli strati della veste che indossa. Non più quella roba da arabo con cammello, ma una lunga tunica nera, spigolosa e lucida come se fosse stata fatta increspando un foglio di qualche metallo.
«Il tuo mondo è morto.» sussurro, e non so neanche io perché lo faccio, visto che mi rendo subito conto che è la cosa più stupida io potessi mai dire - ma sì, andiamo a contraddire un Dio nel suo campo di battaglia!
Ma Paimon, invece di incenerirmi sul posto o rivoltarmi da dentro a fuori, si limita a sorridere, proprio come mi ha sorriso prima, in quel breve istante di normalità.
«Sì, lo è. Morto ancora prima che l'ultimo mondo di noi Primi nascesse. Scomparsa anche la polvere che ha lasciato in questo Multiverso prima che il tuo mondo fosse altro che un embrione. Non è più che un ricordo nella mente di chi l'ha creato, un'eco in quella degli ultimi che vi hanno vissuto, degli ultimi che sul suo suolo sono morti.»
Non riesco a smettere di guardare Paimon mentre parla - con lo stesso tono di una persona che mi raccontasse la sua giornata, invece è un dio che mi sta parlando della fine del suo mondo - ma riesco comunque a notare che qualcosa, dietro di lui, sta cambiando. Il panorama si schiarisce, sembra meno vasto, più lontano, come se fosse un quadro o una fotografia e non qualcosa che ti circonda a trecentosessanta gradi.
«Ho fatto nascere questo mondo, ma non ho avuto diritti sulla sua morte. L'ho visto sfaldarsi di trama in trama e tutt'ora mi interrogo sul perché e sul come. In quelli che per me sono stati pochi minuti, ho assistito alla sua annichilazione, la sua completa scomparsa da ogni singola piega del Multiverso. Quindi mi perdonerai, uomo, se di tanto in tanto cedo alla nostalgia.»
Finestre. Ecco in cosa si è trasformato questo mondo, in una stanza bianca piena di finestre che mostrano lo stesso panorama di prima, solo visto da più lontano, e meno... vivo.
«Ma prego.» mi dice Paimon, ora in piedi tra due finestre che mostrano il suo mondo distrutto, una mano color alluminio allungata verso una sedia davanti a me che giuro, due secondi fa non era lì. «Siediti, e persuadimi. Hai trenta dei tuoi minuti per convincermi a non indulgere nel mio desiderio di vendetta su Salomone e farti sprofondare in una pazzia senza fine.»
Dei (I) by Fra Tac
Author's Notes:
E ti pareva che voci doveva rompermi l'ultimo capitolo. Per 300 parole. Sigh sigh.
Comunque... okay, tecnicamente non è l'ultimo, ma ne manca uno solo quindi festeggio in anticipo. Come prima, ci sono molte cose da sistemare, ma considerando quanto mi ha fatto penare non voglio rimetterci mano ancora per un bel po' :'D Spero risulti comunque figo, visto che, beh, è lo scontro con Paimon ci tenevo alla figaggine S: In particolare spero che le descrizioni risultino evocative e che le dinamiche dello scontro siano chiare (insomma, che si capisca perché tizio faccia questo e quest'altro)
E... niente, a voi la parola :'D Buona lettura, spero!
CAPITOLO 17: Dei

Hai trenta dei tuoi minuti. Trenta minuti.
Ed esattamente, cosa dovrei farci con questi minuti? Perché a parte fissare il Dio che ho davanti sperando di sentire la sveglia suonare, non mi vengono in mente molte altre alternative.
Paimon fa un gesto della mano, nell'aria davanti a lui compare una clessidra piena di sabbia argentea che cade fin troppo velocemente per i miei gusti. Trenta minuti un cavolo, ma del resto che senso ha il tempo per un Dio che è in grado di creare il proprio mondo? Può anche crearsi il proprio tempo, se vuole.
«Il tempo» dice Paimon «sta scorrendo.»
E grazie, lo vedo da me che il cazzo di tempo in questo cazzo di posto sta scorrendo! Dio, ma cosa credevo di fare arrivato a questo punto? Cosa credevo di dire? Devo aver avuto un piano, devo aver avuto in mente qualcosa, non posso davvero essere stato così stupido da pensare di improvvisare il duello con un Dio.
E invece no, e del resto, cosa diavolo potevo inventarmi? Questa situazione è troppo oltre... tutto. Oltre le mie capacità di metabolizzarla e oltre le mie capacità di gestirla in qualche modo. Ci ho provato, va bene? Ci ho seriamente provato, coscienza, sono qui davanti a Paimon, ma la triste realtà è che con tutta la buona volontà del mondo ci sono sempre cose fuori dalla propria portata. Affrontare un Dio è una di queste. Anni luce fuori dalla mia portata.
Ci ho provato, almeno. Almeno un paio di maniche, è una merda comunque!
«Perché non la facciamo finita subito?» mi sorprendo di sentire la mia stessa voce, di avere la capacità di pronunciare qualcosa. Ma questo giochino è ancora più esasperante, tanto vale chiudere subito il sipario. Sono stato così terrorizzato per la mia vita, e ora invece... voglio solo che questa situazione finisca, in un modo o nell'altro! Ma Paimon sorride - di nuovo, e ora comincia a diventare irritante - e so che non finirà in fretta.
«Perché ci sono tre cose da cui anche gli dei non possono fuggire. Il cambiamento, i ricordi e la noia.» Paimon avanza, il suo abito che scivola come mercurio sul pavimento lucido di questa stanza «Ivan Aleksandrovic, la tua presenza offre una momentanea distrazione da almeno una di queste tre cose. Mi interessa moderatamente vendicarmi, per quanto possibile, della prigionia in cui mi ha costretto Salomone, ma mi interessa ancora di più sapere cosa tu hai da dirmi.»
Credo che potrei ridere, dopo questa affermazione. L'ultima volta che qualcuno mi ha trovato interessante è stato per trascinarmi in mezzo a una guerra.
Paimon si ferma di fianco a me, riesco a sentire i suoi occhi che squadrano ogni millimetro della mia pelle. E quello che c'è sotto la pelle, me li sento sondare il cervello. Vorrei allontanarmi, ma dubito farebbe qualche differenza - questo mondo è suo, e quindi lui è questo mondo, no? Qualunque significato abbia la parola "mondo" in riferimento a questo posto fuori da ogni... da ogni senso.
«Il fatto che tu mi sia venuto incontro mi ha lasciato sorpreso.» dice Paimon, colloquiale come se stessimo prendendo un té «E hai idea di che bene raro sia, la sorpresa, per chi ha visto passare il tempo che ho visto passare io? Non è la prima volta che qualcuno cerca di affrontarmi. Ma è la prima volta che qualcuno cerca di farlo... in questo modo.» Colgo una nota di ironia? «Quindi dimmi, almeno, perché sei qui.»
E improvvisamente di fianco a Paimon fa troppo caldo. E troppo freddo. Troppo tutto. Mi allontano, o almeno ci provo, perché il pavimento di questa dannata stanza è scivoloso e allo stesso tempo vischioso. Ogni passo mi costa uno sforzo immenso - a me! - e non riesco a mantenere l'equilibrio. Scivolo all'indietro e mi ritrovo seduto sulla sedia che prima era davanti a me, gli occhi di Paimon che non mi hanno lasciato un secondo, qulle due stelle arancioni che mi trapanano il cranio.
Perché sono qui? Ah! Bella domanda! Perché sono qui? Perché cazzo sono qui, dannate velleità eroiche dell'ultimo minuto? Morire da brava persona fa schifo, figuriamoci da persona moderatamente decente o persona che ha provato ma ha fallito ad essere migliore.
E in ogni caso dubito che a un Dio interessino questi piagnistei.
«Devo fermarti... no, devo rompere il contratto che hai con i turchi.» che sembra una cosa più fattibile che il "fermarti dal distruggere Gerusalemme", anche se mormorarlo a mezza voce mi imbarazza lo stesso, come mai mi ha imbarazzato qualcosa in vita mia.
Paimon, ovviamente, sorride. Ma stavolta non quel sorriso delicato a mezza bocca, un sorriso ampio che si trasforma in una breve, singola risata che rimbomba per tutta la stanza.
«Contratto?» dice, con la sua voce calda e misurata e per questo inquietante in modo assurdo «Credi davvero che quell'incantesimo raffazzonato fosse in qualche modo vincolante? Per pura fortuna sono riusciti a rompere le pareti già sottili tra le nostre realtà, non dare troppo credito alle capacità dei vostri maghi. No, Ivan, se sono sconfinato nel vostro mondo non è per contratto, ma per mia volontà.» il suo sorriso si addolcisce, come se provasse sinceramente pena per dover ribadire per l'ennesima volta la sua onnipotenza. «Un modo alquanto misero per fuggire la noia, quella schermaglia.»
Voglio alzarmi da questa sedia, ma mi sembra come se mi si richiudesse intorno e l'unica cosa che riesco a fare è spiaccicarmi ancora di più contro lo schienale, mentre Paimon fa un passo verso di me. No, non è lui a fare alcunché, è l'universo che si restringe in modo da annullare le nostre distanze. Perché lui qui è un Dio tutt'altro che morto, e tutto quello che fa lo fa perché lui vuole e lui può. Quindi come cazzo dovrei fare a fermarlo? Devo trovargli un'altra distrazione? Cos'è, uno strano contrappasso, anni di asocialità e ora devo inventarmi qualcosa per intrattenere una piacevole conversazione con un Dio?
«E cosa... cosa potrei offrirti io per farti cambiare idea? Per farti smettere l'attacco, intendo.»
Dio, se mi sento ridicolo... ma nonostante questo, le stelle arancioni negli occhi di Paimon brillano per un secondo più intensamente. «Qualcosa di interessante. Qualcosa di curioso, di particolare, di strano. Qualcosa che mi stupisca quanto il tuo comportamento, qualcosa che io non abbia ancora visto. Qualcosa che mi distragga da questo monumento funebre che ho deciso di costruire.» dice, allargando le braccia, e anche se non riesco a staccare gli occhi dai suoi so benissimo che sta indicando il panorama al di fuori delle finestre.
E... e cosa devo rispondere? Apro e chiudo la bocca come un pesce, mentre il sorriso di Paimon svanisce. Questo mi raggela. Credevo che le cose fossero state pessime, prima. Credevo di avere avuto paura. Mi sbagliavo. Ora... ora le cose sono davvero pessime, ora ho davvero paura. Perché so... di aver perso tutto.
E lo so lucidamente, me ne rendo conto, non c'è terrore o adrenalina, solo la constatazione che... che... dio, dovrei desiderare finisca in fretta, ma ora come ora ogni secondo in più mi sembra oro colato.
Paimon scuote la testa, di nuovo sembra davvero dispiaciuto. Devo trattenermi dallo scoppiare a ridere - è questa la famosa compassione di Dio?
«Avrei dovuto immaginarlo.» dice, e davanti a lui ricompare la clessidra di prima, la sabbia ormai del tutto consumata. Riesco quasi a contare i granelli che mancano... e attraverso il vetro, leggermente deformato, il volto di Paimon mi fissa senza più espressione. I suoi occhi sono di nuovo una pozza nera, la piccola luce arancione brilla ancora, ma riesce in qualche modo ad essere fredda. «Il tuo tempo è scaduto.»
La clessidra sparisce e Paimon allunga una mano verso la mia fronte. Appena le sue dita mi sfiorano la pelle mi brucia e un lampo verde mi appanna la vista, come se mi avesse dato un pugno alla tempia. Sbatto le palpebre un paio di volte, la visuale piena di scintille colorate che pian piano vanno a dissiparsi, lasciandomi vedere la mano di Paimon che si ritrae, stringendo qualcosa. Qualcosa, qualcuno... qualche tempo, qualche posto, scene che appartengono ai miei ricordi e che ora il Dio stringe tra le sue dita.
Vedo mio padre e mia madre discutere del divorzio, il trasloco, "Lascia perdere la scuola tanto all'università non riesco a mandartici". Il lavoro promesso a mia madre che no, non assumiamo più, e ancora più indietro, la vacanza a Tallin, quando eravamo ancora tutti insieme, senza preoccupazioni.
Tutto quello che riesco a ricordare dei miei vent'anni di vita, tutto quello che ho visto, pensato e provato, stretto tra le dita di Paimon.
«Conosco i segreti dell'universo e di ciò che lo contiene, rido di fronte a ciò che voi chiamate scienza e posso rispondere con una sola parola a tutta la vostra filosofia. La tua mente si dispiega davanti a me nella sua semplicità, diventa argilla nelle mie mani» la voce di Paimon si fa strada nel mio cervello attraverso quella di mia madre, di mio padre, di tutte le persone che ho incontrato e che mi parlano adesso come allora, migliaia di voci una sopra l'altra che ritornano nel presente man mano che Paimon muove le sue dita.
Come se fossero un filo, tira via dalla mia testa la striscia dei miei ricordi, mentre io non riesco a fare niente se non rivederli uno a uno come un filmino. Arrivano a ondate rabbia, divertimento, paura... tutti sentimenti ovattati, le emozioni che ho provato in un determinato luogo e in un determinato tempo, che si alternano a ogni movimento di Paimon. Li sta raccogliendo, sta raccogliendo i miei ricordi, la mia mente nel palmo della sua mano. E ci può fare quello che vuole.
Il volto di mia madre si sovrappone a quello di Paimon - o è il contrario? - e sono di nuovo a San Pietroburgo, a Gerusalemme - o da nessuna parte? No, dove sono lo so bene, fin troppo bene, e so cosa sta succedendo e cosa Paimon mi sta dicendo.
«Io posso strappare ogni ricordo dalla tua mente, posso modificare ogni interazione e distruggere le persone che hai conosciuto senza torcere loro un capello.» Paimon sorride, le sue dita si stringono intorno allo spettro di mia madre che mi guarda nervosa nel suo vestito rosa sbiadito, credo fosse quel giorno in cui siamo andati a fare domanda per uno psicologo e... le dita di Paimon si chiudono e in un lampo arancione quel ricordo sparisce. So che stavo pensando a qualcosa, una cosa successa prima ancora di andare in Boemia, ma ora c'è solo un gran vuoto. E il sorriso di Paimon, quello c'è sempre.
«Posso ucciderti senza far smettere il tuo cuore di battere.»
E con tutti i miei ricordi fuori dalla mia mente, liberi di essere toccati, modificati e cancellati, mi rendo perfettamente conto di quello che intende. Ciò che sono è ciò che ricordo, giusto? Se cancella tutto... o quello che vuole lui, che cosa rimarrà? Che persona rimarrà? Non io, non più.
Un gesto della mano, e Paimon si trova di fianco a Jana, quel giorno dopo Eliska. "Grazie", non riesco a sentirlo, ma so che Jana lo sta pronunciando, è un ricordo che mi brucia ancora, è... importante, lo so che è importante. Non posso permettergli di cancellare quel ricordo, non posso permettergli di tirarmi via l'unica cosa buona che ho fatto, l'unica persona che ha davvero pensato io valessi qualcosa!
Paimon ha le dita immerse in quel ricordo, tira, lo allontana sempre di più da me, lo vedo come un ponte vero e proprio tra le mani del Dio e la mia mente. Jana che mi parla, che mi ringrazia, che mi spiega quanto sia stato importante quello che ho fatto, anche se involontariamente, per lei. E che il resto è stato un incidente, solo un incidente... non voglio perdere quel ricordo, non voglio. Non posso.
Sento la mia mano che si muove ancora prima di processare la cosa, le dita stringersi intorno al pugnale che mi ha dato 50.
«Non essere ridicolo.» la voce di Paimon mi arriva attraverso la bocca di Jana che continua a sillabare quel "Grazie" «Questo è il mio mondo, la vostra magia non può funzionare qui.»
Ma vaffanculo, il tuo mondo è morto! E... e non ho intenzione di morire anche io! Non così. Mi sembra di metterci un'eternità a tirare fuori il pugnale dalla cintura, e quando sollevo il braccio giurerei l'aria si sia trasformata in melassa per quanto ci metto ad arrivare a tagliare il filo di pensieri che mi lega a Paimon. Ma lo faccio. Appena la lama sfiora quel ponte di ricordi un lampo di luce azzurra mi costringe a chiudere gli occhi, ma stringo i denti e non lascio la presa, spingo contro la lama pregando ogni Dio che - no. Meglio evitare le preghiere. Ma cazzo, spero solo il pugnale non si rompa, non ora...!
Qualcosa però si rompe, perché improvvisamente non sento più resistenza. Sono sbilanciato in avanti, nemmeno mi ero reso conto di essermi alzato, e cado in ginocchio sul pavimento della stanza di Paimon, il coltello ancora stretto tra le mani. La lama mantiene un debole bagliore azzurro, e quando sollevo lo sguardo vedo intorno a me le ombre dei miei ricordi scorrere intorno a me e Paimon. Jana mi guarda ancora, ma la sua figura è meno definita, si fonde con quella di mia madre quel giorno al mare, con quella di mio padre quando mi ha dimenticato alla fermata dell'autobus, che a sua volta si fonde con quella di Sergio la prima volta che è entrato nel negozio di antiquariato, che diventa la mia vecchia camera a San Pietroburgo...
E quando vedo Paimon guardarmi con la testa leggermente piegata capisco di avercela fatta. Le sue mani non stringono più nulla, ho davvero tagliato quel collegamento. Qualunque cosa... qualunque cosa abbia fatto 50, ha fermato Paimon. Si può fermare. No, non si può davvero fermare, ma io posso uscire da qui, posso guadagnare tempo... posso fare qualcosa invece di rimanere totalmente alla sua mercé, che cazzo, ora come ora è più di quanto io potessi mai sperare.
Guardo di nuovo il pugnale, e poi il pavimento bianchissimo sotto di me. Riesco a vederci il mio riflesso, circondato dai colori dei miei ricordi. E... e se provassi a rompere anche questo?
Stringo di nuovo il pugnale e lo pianto dritto nel pavimento di Paimon. Un altro lampo di luce azzurra, e la lama affonda fino all'elsa.
«Questo» la voce di Paimon mi fa gelare il sangue che l'adrenalina mi aveva fatto ribollire «è decisamente interessante. La peculiarità del tuo mondo deve essere molto più forte di quanto pensassi. Ma continua pure, non fermarti. Sono curioso di vedere cosa hai intenzione di fare.»
Sollevo il volto, e andando contro ogni mia cellula cerebrale che mi dice di non farlo cerco Paimon con lo sguardo. Mi osserva con la testa sempre piegata da un lato, le mani intrecciate, a riposo. Tranquillo, padrone della situazione. E perché dovrei sorprendermi, quello che faccio è per sua concessione, del resto.
Proprio come davanti ai tre della Chiesa, la paura lascia il posto a un enorme fastidio. Meglio sfruttare la carica che mi dà finché dura.
«D'accordo.» mormoro a denti stretti, più per la tensione che per altro, e muovo il coltello. Altra luce azzurra, meno intensa del primo lampo ma continua, scaturisce da taglio che sto facendo nel pavimento. E si espande, come se fosse acqua, scivola sul bianco, intorno e sotto di me finché non mi ritrovo a stare inginocchiato in due centimetri di luce azzurra, il suo calore che mi solletica le gambe attraverso i jeans.
E, a partire dal taglio iniziale, la luce comincia a spegnersi mostrando il pavimento corroso al di sotto. Faccio giusto in tempo ad inspirare, prima che tutta la luce si spenga e il pavimento sotto di me ceda, facendomi precipitare nel buio fuori dalla stanza di Paimon.
End Notes:
Sì, il taglio è alquanto repentino, ma era l'unico punto in cui potessi interrompere sorry /:
Dei (II) by Fra Tac
Un colpo secco, le vibrazioni che riverberano nelle ossa. Dovrei sollevarmi subito da terra, ma mi prendo due secondi per rigirarmi sul fianco. Giusto il tempo che la nuvola di polvere metallica che mi circonda impiega per diradarsi.
Mi alzo in ginocchio, e solo quando provo a fare leva con le mani mi rendo conto di stringere ancora il pugnale di 50. Continua ad emettere luce azzurra costante, anche se meno intensa, come quella di una torcia.
Cosa che potrebbe servirmi, visto che sono finito in un posto completamente buio. Mi sento la gola stretta da un'improvvisa claustrofobia, ma mi basta sollevare il pugnale per vedere che non mi trovo davvero in una stanza chiusa, o in chissà che buco. La luce azzurra delinea i contorni di piloni di ferro intarsiati con simboli geometrici che non riconosco, che incorniciano quelle che sembrano porte, una accanto all'altra come se fossero gli ingressi di tante villette a schiera. Abbasso lo sguardo, e mi rendo conto di non trovarmi in una specie di deserto come avevo inizialmente pensato: sono in piedi in mezzo a una strada di ferro, corredata di scoli per l'acqua e marciapiedi ai lati. Ma che cazzo... e la polvere che si era sollevata prima?
No, non chiedere. Sono caduto dal salotto minimal di un Dio in mezzo a una città di ferro, chiedermi come funzioni questo mondo è l'ultima cosa che dovrei fare.
O forse no? Se capissi come funziona, potrei anche capire come uscirne, no? Sì, col cazzo, so benissimo come funziona: Paimon decide qualcosa e quella succede.
Ma non ha deciso che il mio pugnale potesse tagliare qualunque... qualunque cosa stesse facendo con i miei ricordi. Quello è successo perché... perché è successo, e lui non ha potuto farci niente.
Guardo il pugnale e la luce azzurra sembra per un attimo pulsare, come in risposta. Forse dovrei cominciare a tagliuzzare questa città, magari riuscirei ad aprirmi un varco verso Gerusalemme e...
E la terra trema, trema così forte da farmi ricadere a terra. La luce del pugnale vacilla, la strada torna nel buio. Merda. Batto con la punta dell'indice sulla lama del pugnale, la sua luce azzurrina ormai non basta nemmeno più a illuminarmi le dita.
Un lampo di luce arancione e la strada si illumina a giorno. Le case metalliche riflettono il bagliore sui loro spigoli, solo adesso riesco a percepire appieno la loro altezza. Devo alzare la testa e anche così non riesco a vederne la fine, si perdono in un groviglio di ponti che le collegano una all'altra... e poi anche questa luce sparisce, lasciandomi impressi nella retina solo i contorni di ciò che ho visto, come dopo un fulmine.
Ma no, non è stato un fulmine ad originare quella luce arancione. Mi alzo, corro lungo la strada finché questa non gira bruscamente, la serie di case interrotta su un lato da una sorta di piazzetta panoramica, con tanto di panchine. Ora che la mia visuale è libera di spaziare sul mondo di Paimon, non riesco a fare niente di più che bestemmiare sotto voce.
Il cielo è in fiamme. Migliaia di... di raggi di luce arancione stanno trapassando le nuvole nere, che vorticano come mosse da un vento che non esiste, almeno non qui, visto che l'aria è perfettamente immobile. Sembra siano i raggi stessi a smuovere le nubi, raggi che sono come i lampi delle frecce che ho visto scagliare dai guerrieri di Paimon, ma centinaia di volte più grandi e luminosi e terrificanti. E'... è come immagino sarebbe una pioggia di meteoriti.
I raggi di luce svaniscono in un lampo arancione appena fuori dalle nubi, illuminano l'intera piana davanti a me e fanno brillare di bagliori arancioni le nubi stesse. Riesco a vedere altre città sotto questa luce, gli stessi giganteschi ammassi di ferro che avevo visto lungo la strada, ma il raggio arancione che esce dalle loro torri centrali non è imponente quanto ricordavo, ma solo una striscia sottile che impallidisce rispetto al casino di luci pirotecniche del cielo.
«Questa è l'alba del mio mondo.»
La voce di Paimon sembra provenire direttamente dal cielo. E non mi sorprende per niente, non voglio nemmeno pensare a come interpretare la sua frase, ora come ora ho occhi solo per la pioggia di luce davanti a me. Non sono nemmeno sicuro di stare respirando ancora.
Inspiro con un suono che sembra quello di un rubinetto otturato e comincio a indietreggiare, stringo il pugnale più forte che posso per non farlo scivolare via, visto quanto mi stanno sudando le mani.
Mi fermo solo quando sento il freddo del metallo sulla schiena, in qualche modo rassicurante. Mi lascio scivolare lungo la parete di questa casa, aggrappandomi alla sua solidità come se fosse l'ultima cosa reale al mondo. Cosa che probabilmente non è per un cazzo, ma non importa, sentire qualcosa di familiare - fosse anche la sensazione del metallo - è un'ancora di salvezza. Sbatto le palpebre, l'ombra che getta la casa non basta per oscurare la luce dei dardi che piovono dal cielo.
Anche solo vedere i riflessi arancioni che gettano sulle case intorno a me mi fa venire la nausea, e il fatto che non ci sia neanche un rumore mi destabilizza ancora di più. Non dovrebbero esserci delle esplosioni? Cose... cose così non possono piovere silenziosamente dal cielo, non possono.
E come se non bastasse, il pugnale ha ormai perso del tutto la sua luce. Ma non significa niente, no? Anche prima non è che fosse luminoso, ma per tagliare ha tagliato lo stesso. Sì, e ci credo davvero.
Osservo la lama, seguo i simboli incisi lungo il filo, ma non ho idea di che roba ci sia scritta. 50 non mi ha dato un foglietto di istruzioni. Alcuni, però, hanno una certa somiglianza con quelli che vedo incisi lungo le porte...
La lama è perfetta, liscia e pulita, e riflette la luce arancione che sta esplodendo di fronte a me. Alba del mio mondo, spero seriamente fosse la descrizione di quest'orrore e non... altro. Sento il mio respiro farsi più affannoso, alzo ancora lo sguardo e vedo qualcosa formarsi in mezzo alla piazza.
Si sta sollevando un piccolo mulinello, continua a non esserci un refolo di vento. La polvere è argentea, mentre si muove riflette questa dannatissima luce arancione. So che si sta formando qualcosa, e non voglio rimanere qui per vedere cosa.
Mi passo il pugnale di mano in mano, più per recuperare la sensibilità alle dita che per altro, mentre mi metto in ginocchio. Luce o non luce, tanto vale che ci provi, a questo punto. Potrei scappare, ma a che pro, se tutto questo mondo è di Paimon? L'unica cosa che finora ho fatto senza che lui potesse controllarla è stato piantare un pugnale nel suo pavimento. E non ci credo nemmeno un secondo che mi farà ripetere il trucco, però... però c'è il cielo che sta cadendo e quel vortice di polvere diventa sempre più grande e questa non è un'illusione ma un altro mondo e io ne ho abbastanza.
Calo di getto il pugnale sulla strada. La lama brilla, meno forte di prima ma brilla, e non avrei mai pensato che vedere la luce azzurra dei nephilim potesse darmi così tanto sollievo. Se non avessi i denti stretti convulsamente per il nervosismo, credo che potrei sorridere.
Okay, ora, piano e lontano da me, prima di caderci dentro di nuovo... e lo faccio, muovo il pugnale nel ferro, lo taglio come se fosse un budino. Come prima, la luce azzurra si spande in una pozza, corrode il mondo sotto di sé, apre un nuovo varco.
Stringo i denti talmente forte da sentirli stridere, ma quando mi sporgo per vedere cosa c'è dall'altra parte rimango a bocca aperta. Per la frustrazione.
Oltre il varco che ho aperto vedo un'altra di queste città dall'alto, un groviglio di ponti e strade che si arrampicano da una torre all'altra... e posso benissimo immaginare che sia questa stessa città, che anche il varco che ho aperto la prima volta mostrasse questo e che la polvere metallica in cui ero avvolto derivasse dai ponti che ho distrutto durante la caduta.
Non posso crederci. No, non voglio crederci, non posso tollerarlo, non è possibile che l'unica cosa che poteva darmi una speranza di uscita si rivelasse... questo, un totale fallimento! Mi alzo in piedi, provo ad aprire un varco nella porta su cui mi sono appoggiato, uno sul muro... ma niente, la luce cola e corrode, e sotto c'è sempre questa dannatissima città.
«Oh, Ivan, pensavi davvero sarebbe stato così semplice?» mi volto di scatto, come se non sapessi a chi appartiene questa voce, è da quando ho visto il vortice che me lo sussurra una vocina in fondo alla testa. La polvere metallica ha smesso di vorticare, al suo posto Paimon mi guarda con ancora qualche scintilla arancione sul suo vestito e il cielo dell'Apocalisse dietro di sé. Il carattere metallico della sua pelle è ancora più evidente sotto la luce arancione del cielo, le scintille nei suoi occhi sono ancora più brillanti. E il suo sorriso riesce ad essere cento volte più inquietante. Fatalistico, mi viene in mente come aggettivo.
«Le nostre due realtà sono più collegate di quanto fosse lecito pensare, quell'incantesimo più forte qui di quanto mi sarei aspettato.» continua Paimon, con il suo tono da conversazione pomeridiana, mentre ogni mio muscolo si irrigidisce. «Ma se tu puoi sfruttare questo fortunato caso contro di me, non credere io non possa fare lo stesso con te.»
Appena finisce di parlare fa un gesto della mano, come se dovesse scacciare una mosca, o congedare un servitore. E il metallo della città si richiude sui varchi che ho aperto, la luce azzurra del pugnale si spegne di nuovo, con il potere di Paimon che annulla quello di qualunque incantesimo abbia fatto 50.
L'elsa del pugnale diventa per un attimo talmente calda da farmi male, e se non getto l'arma a terra urlando è solo perché sono completamente bloccato dal terrore.
«Ti ho detto, ricordi, che nel creare un mondo relego ad esso parte di me. Questo mondo sono io. Credi io non abbia controllo su me stesso?»
La piazza sembra piegarsi, accartocciarsi intorno a Paimon che ne diventa il fulcro. Il fulcro di tutto. E non riesco più a capire se questi sono solo effetti che sta facendo sulla mia mente o distorsioni reali dello spazio.
«Non puoi uscire con la forza da questo mondo, Ivan. Siamo in un luogo al di là della tua comprensione, ospiti nel vuoto tra gli universi. I nostri due mondi si toccano, si contaminano più di quanto sia normale, ma non puoi sfruttare questa situazione nel modo in cui tu vorresti.»
Paimon mi tende una mano, in modo gentile, come se volesse aiutarmi ad alzarmi. Non mi ero reso conto di essere scivolato a terra.
Le case si chiudono anche alle spalle di Paimon, oscurano il cielo, ora l'unica luce che vedo è quella negli occhi del Dio, ed è più brillante del sole.
«Ma quello non è l'unico modo. Se io volessi, potrei riportarti nel tuo mondo così come ti ho portato qui. Se io volessi. Ma non voglio, non senza avere niente in cambio.» la luce di Paimon brilla più forte, noto qualcosa nella sua espressione serafica, qualcosa che dura per pochi secondi ma troppo forte per passare inosservata. Qualcosa che sembra fame.
«Pensaci, te ne prego.» la voce di Paimon è solo un sussurro, ora, che... che... «Mi puoi dare molto più di quanto io pensassi, molto più di quanto osassi sperare. Non deludermi nel non capire.»
...cosa? Scuoto la testa, rompo il contatto visivo con Paimon e sento qualcosa nella mia testa scoppiare come una bolla. No, non capisco. Mi spiace per la delusione, ma non capisco perché mi stia dicendo queste cose in primo luogo, né perché mi lasci ancora... ancora essere qui, vivo e vegeto, se fino a poco fa voleva nemmeno uccidermi, ma cancellarmi. Mi sento un topo in un labirinto, il modo in cui Paimon guarda e valuta le mie azioni... è logorante. E cosa diavolo era quella sensazione di prima, e la fame che ho visto?
Ripenso alla becchina - cristo, come si chiamava? Victoria - alla storia del suo patto con un demone, un Dio, della fine che le ha fatto fare. E mi sento gelare il sangue.
Allontano la mano di Paimon con uno schiaffo e mi rialzo in piedi, comincio a correre senza guardarlo, via da questa piazza, in un'altra strada di ferro che mi sembra identica a quella da cui sono venuto.
Ho bisogno di pensare, di un posto dove fermarmi un attimo e solo... capire cosa cavolo fare. Ma dove, dove se questo mondo è Paimon?
Dio, mi rendo conto solo ora di averlo toccato. Il bollore che sento alla mano non è solo sangue e adrenalina, guardo il dorso e lo vedo sporco di polvere metallica. La pelle sotto sta fumando.
Cerco di pulirmi sui pantaloni, ma la polvere non viene via. Forse dovrei semplicemente lasciarla perdere e continuare a correre. Sì, ma correre dove?
Guardo davanti a me, la strada continua per qualche metro in salita, fino a diventare una scala che si arrampica tra le case. Non riesco a vedere dove termini, curva troppo presto, ma ricordo bene come sono fatte queste città, tutte con la stessa impostazione. Tutte con quel raggio di luce che le trapassa al centro, o che parte dalla cima. In ogni caso, si va in alto e si trova quello, e se questa scala non ci va direttamente di certo sarà un collegamento per qualcosa che ci arriva.
Forse dovrei andare lì, verso quel raggio di luce arancione. Non ho idea di cosa faccia, ma almeno posso buttarci la testa dentro e farla finita con questa situazione. Mi si attorciglia lo stomaco al solo pensiero, non voglio morire, ma non voglio nemmeno perdere il resto della mia esistenza in questo schifo di - oh. Oppure no. Posso fare qualcos'altro. Quel raggio di luce sembra una cosa importante, se io semplicemente... no!
Mi volto di scatto, lo sguardo più lontano possibile dal ponte. Non pensarci, non pensarci, non pensarci. Ad altro. Devo pensare ad altro. Qualcosa che mi distragga, dio, non ricordo una canzoncina idiota che sia una, perché la mia memoria mi abbandona sulle cose importanti? Guardarmi intorno, devo guardarmi intorno e distrarmi...
Mi volto verso la casa dietro di me, una sequela di porte e feritoie senza delle vere e proprie finestre, ma con tanti piccoli balconcini su cui sono arrotolati dei fili che potrebbero essere strani rampicanti metallici. Ci sarà qualcuno, lì dentro?
Ecco, pensa a questo, questo è strano. Perché non c'è nessuno? La donna che ho visto sulla strada... e tutti i tizi fermi in piedi sotto quella luce arancione. Erano anche loro parte di Paimon? Qualcosa creata da lui, un'illusione? Sono l'unica persona reale qui dentro?
«E con che criterio definiresti "reale", sentiamo?»
Sobbalzo, a parlare è stato qualcuno alle mie spalle. A quanto pare a Paimon piace come entrata. La voce però non è la sua, è femminile, me ne rendo conto un secondo dopo. Mi volto e la donna della strada è davanti a me, la schiena rivolta alle scale, con la stessa posa e lo stesso identico sorriso di Paimon. Ha gli occhi diversi, però, sia da quelli del Dio che da quelli che le avevo visto la prima volta: non sono più completamente arancioni, ma dei normalissimi occhi grigi. Per quanto la parola normale abbia senso, in questo posto.
«Mi sento abbastanza reale, Arcimago. O... qualunque sia il tuo titolo.» il suo sorriso cambia, diventa più beffardo, più... vero. «Vogliamo vedere se anche questo è abbastanza reale
Allunga una mano, le sue dita cominciando a illuminarsi di arancione. La stessa luce vetrosa dei guerrieri a Gerusalemme le circonda la mano, si muove nell'aria fino ad assumere la forma di una balestra. Che la donna mi punta subito alla testa.
Colpisco il suolo prima ancora di rendermi conto di essermi gettato di lato. Sento il sibilo della freccia a pochi centimetri di distanza e poi il rumore dell'esplosione dietro di me, dove la freccia colpisce la casa scavando nel ferro un buco grondante scintille arancioni.
Correre, devo ricominciare a correre, ma non riesco a non fissare la parete distrutta di quella casa. Il primo vero cambiamento che ho visto da quando sono arrivato qui. Se non fosse così mortale, ne sarei quasi felice.
E ora che ci penso, forse quella roba arancione in qualche modo alimenta queste armi... no, non pensarci, cristo, non pensarci!
La donna ride, la sua balestra che cambia di nuovo, diventa una sciabola che si passa all'altra mano prima di avanzare verso di me, lasciando le scale scoperte.
Io indietreggio. Indietreggio parecchio, strisciando contro la parete, guadagnando centimetro dopo centimetro. Un fendente della donna taglia l'aria con un sibilo e mi fa scattare in piedi. Comincio a correre all'indietro senza voltarmi, finché quasi non inciampo in un gradino.
Dio, tra tutte le cose, pure le scale.
«Sul serio, tutto quello che vuoi fare adesso è scappare? Così la fai sembrare come un'esecuzione.»
La voce della donna ora è quasi triste, ma non so più se è lei a parlare, o Paimon, o a cosa si stia riferendo per quel vale. La mia attenzione è completamente assorbita dalla lama della sciabola, che la donna solleva con un ampio gesto del braccio. E che cala così veloce da lasciare una scia arancione nell'aria.
Okay. Sono morto. Sollevo le braccia come se servisse a qualcosa, chiudo gli occhi, ma invece di sentirmi trapassare da parte a parte vengo sballottato indietro, me se qualcosa mi avesse colpito. Anche attraverso le palpebre chiuse, riesco a vedere un lampo di luce. Ma cosa... mi arrischio ad aprire gli occhi e vedo il volto della donna attraverso una patina azzurrina. Mi ci vuole qualche secondo per rendermi conto che quello che ho davanti è una specie di scudo di luce, un'ovale azzurro che si origina dal pugnale che tengo ancora in mano. Non è molto grande, mi copre giusto il braccio e parte della testa, ma è stato sufficiente ad incastrare la lama della donna in un bozzolo di venature pulsanti.
La donna aggrotta la fronte. «Che razza di magia stai usando?» mormora, ritraendo la spada.
Non ne ho la minima idea, ma importa decisamente poco. Mi rialzo in piedi e continuo a indietreggiare sulle scale - non sono così idiota da dare le spalle a una tizia armata di spada energetica, ma salire le scale al contrario è pure peggio.
La donna salta un paio di gradini, nel momento in cui tocca terra cala la spada sul mio fianco. Non riesco a portare la mano con il pugnale nemmeno a metà strada, ma lo scudo di 50 riesce comunque a intercettare la lama, spargendo in aria scintille arancioni.
In compenso, però, mentre cerco di salire un altro gradino inciampo e finisco a terra. E se ora la tizia mi infilza un polmone me lo merito anche.
La donna invece esita, abbassa la spada e allarga le braccia. «Un'esecuzione. Questa è un'esecuzione! Avanti, prova a metterci impegno, posso lasciarti fare un paio di colpi se preferisci.»
Ora so per certo che è Paimon a parlare. E che quella donna non è reale, non del tutto almeno, e che anche lei è qui solo per un altro dei giochetti ammazza-noia di Paimon.
Stringo l'elsa del pugnale. «Vuoi che faccia qualcosa? Okay. Faccio qualcosa.»
E conficco il pugnale nel gradino su cui è ferma la donna. Lei solleva un sopracciglio guardando prima il pugnale e poi me con un'espressione confusa. Poi la luce azzurra comincia a fare il suo lavoro e la confusione della donna si trasforma in stupore appena il gradino le si corrode da sotto i piedi e lei precipita da qualche parte in questa città.
Riprendo il pugnale e mi volto, inizio a correre ancora prima che la luce smetta di colare dal pugnale, lasciando dietro di me una scia di metallo corroso. Faccio in tempo a superare un ponte tra due case prima che la voce di Paimon mi rimbombi di nuovo nelle orecchie.
«Devo scusarmi, ti ho sottovalutato.» dice, sembra divertito. «Ogni volta che decido avere fiducia nelle tue capacità, mi deludi, ma ogni volta che decido di liberarmi di te, mi sorprendi. Ora dimmi, dove vuoi andare?»
Non pensarci, non pensarci... ma non me ne rendo conto abbastanza in fretta, l'immagine del raggio di luce arancione mi si forma nella mente. Un secondo prima che io la cancelli, ma sufficiente perché Paimon lo colga, lo so.
«Ah, e cosa vuoi fare lì? Sono curioso. Davvero, davvero curioso.»
Non rispondo, non ci penso. Macino un altra decina di gradini, che ora si arrampicano di fianco ai tetti delle case. Non pensavo possibile raggiungere la cima di queste torri di ferro, ma a quanto pare non sono infinite. Sia in altezza che in numero. Oltrepasso gli ultimi tetti a punta pieni di comignoli sporgenti, ma le scale non finiscono qui, diventano un lungo ponte sopraelevato che torreggia sopra dal vuoto nero lasciato dalle case, che terminano di botto come a scogliera. Altri ponti del genere si sollevano dalle altre case, che come quelle appena contigue a me terminano perfettamente dritte e disposte a cerchio, come se qualcuno avesse scavato un pozzo gigantesco, dalle pareti perfettamente lisce, in mezzo alla città. E al centro di questo pozzo, partendo dalle sue profondità che spariscono nel nero più totale, il raggio di luce arancione sale verso il cielo.
Distolgo subito lo sguardo. Non che sia importante, adesso, ma non voglio pensarci fino all'ultimo. I ponti in cui si trasformano le scale sono sopra a tutto questo, e termimano in una specie di passerella ad anello intorno a quel raggio. Mi concentro su quello, sul ferro e sul nero, non sull'arancione. Non devo pensarci, non devo pensarci... ma Dio, nonostante tutto il terrore che mi provoca, quanto vorrei alzare lo sguardo per vedere dove sparisce tra le nuvole.
«Puoi farlo. Non c'è bisogno di essere così elusivo.»
Digrigno i denti in un sorriso. «Oh, ti piacerebbe»
Dovrei correre, ma ho esaurito la mia dose di esercizio fisico oggi, credo di avere la milza che mi sta uscendo dal corpo a giudicare da quanto mi fa male il fianco. E se cadessi da queste passerelle mi suiciderei per la frustrazione di dover ricominciare daccapo. E non è difficile, cadere. C'è del vento ora, sopra il pozzo di case da cui esce il raggio di luce, soffia così forte da trasportare qualche scintilla.
Muovo un passo davanti all'altro con quanto più cautela riesco, senza neanche un pidocchioso corrimano a cui reggermi. E il vento è sempre più forte. Mi chiedo se sia causato dal raggio stesso...
Non pensarci.
Sento qualcosa che si muove dietro di me, qualcuno che mima i miei passi. So che è Paimon, ma non mi volto. Non penso neanche a quello, solo a dove metto i piedi.
Dio, passerò un'eternità su questa passerella.
Sollevo gli occhi, giusto per guardare dove diavolo sono arrivato, e il respiro mi si congela in gola con un rumore strozzato. Il raggio sarà pure più piccolo, visto da lontano, rispetto a quando avevo visto 'sta cosa la prima volta, ma rimane... spropositato.
Occupa completamente tutta la mia visuale, una colonna di luce arancione che si muove verso l'alto, circondata da tentacoli di ferro. E perfettamente al centro della passerella, una figura nera stagliata contro quel mare arancione, Paimon mi aspetta.
Ma che... ero convinto fosse dietro di me. Mi fermo solo un'istante, senza voltarmi, e riprendo a camminare. Per quel che ne so potrebbe benissimo essere sia davanti che dietro di me, non importa.
Stringo il pugnale di 50 e lo sollevo appena arrivo sulla passerella circolare. Il raggio di luce è così vicino che potrei toccarlo solo allungando il braccio. E' caldo, così caldo che mi sembra di stare facendo un bagno nella lava, ma non fa male.
Tengo gli occhi fissi su questo mare arancione, fino a farmi lacrimare gli occhi, pur di non cedere alla tentazione di voltarmi verso Paimon.
«Oh.» lo sento dire di fianco a me «Ora capisco cosa vuoi fare. Ma non funzionerà.»
Probabilmente ha ragione. Ma è la migliore idea che mi è venuta, e non è ci sia molto altro che io possa fare. Sollevo il pugnale e lo conficco nella colonna arancione. La lama si illumina subito di una luce azzurra così intensa da diventare bianca, man mano che spingo la punta all'interno del flusso. E ora sì che sento dolore, ho la sensazione la carne mi si sciolga dalle mani, mi sembra la polvere di metallo che mi era rimasta sul dorso mi stia scavando le ossa.
Stringo i denti e muovo il pugnale di lato, spostandomi anche col corpo lungo la passerella, mettendoci sutta la forza di cui sono capace. La luce arancione della colonna si partisce al mio passaggio come se fosse acqua, si muove vorticosa vicino alle mie mani, ha una consistenza vischiosa. Mi arrischio a voltarmi, per vedere se davvero sto facendo qualcosa di sensato, se riesco a separare questa luce o se dopo il mio passaggio riprende a scorrere come se nulla fosse.
E sì, il taglio che ho fatto rimane, i due lembi che ho separato sono cristallizzati in un vetro azzurro che incapsula la luce arancione che continua a turbinare, interrotta nel suo flusso ma non privata di qualunque energia la alimenti.
E oltre al taglio, di striscio, riesco a vedere la piana e le altre città, gli altri raggi di luce che si assottigliano, tremulano proprio come sta facendo questo.
Copie, mi viene da pensare. E il pensiero mi colpisce appieno con tutta la sua correttezza. Cazzo, ecco perché oltre il taglio si mostrava solo questa città, le altre sono tutte copie, e questa è a sua volta una copia di qualcosa che non esiste più da ere ed ere. E' questo davvero il potere di Paimon, riportare indietro cose passate? Ricordi, mondi, magie... ma tutti a metà, tutti sbagliati.
Non ho idea di come fosse il mondo di Paimon, ma qualcosa mi dice fosse migliore di quello che sto vedendo ora. Improvvisamente, il potere di Paimon non mi sembra più così grande. Anche lui è a metà, rotto, come il mondo che ha provato a ricreare.
E non so se davvero distruggere questo coso fermerà i guerrieri di Paimon, ma vedo una certa logica in armi di energia arancione alimentate da un grosso flusso di energia arancione, quindi continuerò a tagliare, dovessi procedere trascinandomi centimetro per centimetro per - il mio polso impatta con qualcosa di freddo, qualcosa che stringe fino a bloccarmi il sangue.
«Direi che può bastare.»
La voce di Paimon è priva di inflessione, la sua stretta fredda come il metallo, e forte. Per la prima volta non riesco a liberarmi da qualcosa, stringe così tanto da farmi male. Il pugnale mi cade dalla mano, colpisce la passerella di ferro on un rumore cristallino e cade giù, nel pozzo senza fine di questa città. Perso per sempre.
Merda. Merda, merda, merda.
Mi volto verso Paimon, il suo viso è una maschera vuota, mi rendo conto solo ora, per contrasto, di quanto prima fosse espressivo. Umano. Prima era umano confronto a quello che mi trovo davanti ora.
Credo di sentire le ossa nel mio polso che scricchiolano.
«Posso pure essere il Dio distrutto di un mondo distrutto» dice di nuovo «ma rimango comunque un Dio. E bada, da Signore della Luce sono diventato Signore dei Ricordi pur di rimanere tale, e anche dovessi finire per diventare Signore della Polvere, accoglierei a braccia aperte quel titolo e mi costruirei una corona con lo scheletro dell'ultimo Universo.»
Fa pressione sul mio polso, mi spinge verso il basso e io mi ritrovo ad assecondarlo, ma non per il dolore o perché potrei rompermi qualche osso se non lo facessi. Sono solo troppo terrorizzato per opporre davvero resistenza. Di nuovo mi trovo a pregare sia finita in fretta, sento il cuore che mi trapana il petto.
Paimon mi costringe in ginocchio e solo allora mi lascia il polso, io lo stringo subito accartocciandomi su me stesso. Non sto respirando, mi rendo conto che non sto respirando. E non riesco a sbattere le palpebre.
Volto appena la testa, la guancia appoggiata sul metallo freddo della passerella che mi sembra una benedizione, visto che ho la testa che sta andando a fuoco.
Riesco a vedere con chiarezza Paimon che si avvicina al flusso che ho tagliato, sfiora appena il vetro azzurro lasciato dal pugnale e poi appoggia la mano sull'arancione sotto di esso, la immerge completamente.
Chiude le dita a pugno all'interno del flusso, quando tira fuori la mano stringe una scheggia di pura energia arancione, cento volte più luminosa e vibrante di quella che ho visto in mano ai guerrieri. Si volta di nuovo verso di me, la sua veste mossa dal vento sembra davvero fatta di mercurio e l'energia che pulsa nelle sue mani è... cristo. Cristo, perché ho pensato di poter distruggere quella roba, forse avrei potuto ancora sopravvivere se non fossi stato così idiota da... cristo.
«Oh, stai fraintendendo.» Paimon sorride, ma la cosa non mi rassicura per niente. Lascio andare solo un breve respiro, quanto meglio riesco ad articolare un "Non uccidermi". Ma il mio corpo non risponde, i miei polmoni è già tanto se continuino a funzionare. Solo il mio cuore è a pieno regime, pompando una quantità di sangue tale da farmi male alla testa.
«Non uccidermi.» ripete Paimon. Inclina di poco la testa, la luce arancione che danza sul suo viso, che esce dai suoi occhi come stringhe di fumo e scintille e tutto il potere dell'Universo. «Ammetto, ho accarezzato l'idea. Ma il tuo mondo, Ivan... il tuo mondo è così particolare, la sua magia così appropriata. E quando ti sei accorto di che patetica imitazione di un mondo sia questo angolo di nulla» allarga le braccia, così all'improvviso da farmi tremare come se mi avesse colpito «mi hai fatto infuriare, è vero. Ma mi hai anche fatto capire quanto così disperatamente io abbia bisogno di te.»
Cosa?
Paimon solleva la scheggia di energia, ruota il polso e apre la mano. La scheggia ruota in aria, lentamente si porta in posizione verticale e rimane a galleggiare qualche centimetro sopra il palmo del Dio.
La luce ora è meno forte, l'aspetto meno vetroso. Ci metto un attimo per capire che sta cambiando, in modo così delicato da essere quasi innotabile. Un attimo prima era una scheggia di energia pulsante, ora è un calice di cristallo arancione. Paimon lo stringe tra indice e police.
E qualcosa nella mia memoria scatta, di nuovo la storia di Victoria. C'era un calice anche lì, un calice da cui il Dio che era arrivato da lei le aveva fatto bere per il patto.
Paimon sorride e annuisce, in risposta ai miei pensieri. Mi stringo il polso così forte da farmi male da solo.
«Questa è l'ultima volta che ti farò un'offerta simile.» mi dice Paimon, la sua voce di nuovo con quel tono da conversazione cortese, quasi rassicurante dopo il gelo di poco fa. «Sei più interessante di quanto ti avessi dato inizialmente credito, ma non sei unico. Quante persone ci sono nel tuo mondo? Quanti desideri cela ognuno di loro? Ho atteso così tanto. L'eternità non è niente per me. La tua vita, invece, quel granello infinitesimo di tempo che intercorre tra la tua nascita e la tua morte... quello è tutto ciò che tu hai. Ora puoi scegliere, se dare parte di quella vita a me, o perderla per sempre.»
Un'altra folata di vento investe la passerella e solleva un poco del contenuto del calice. Vedo una goccia trasportata in aria diventare polvere, volare davanti al viso di Paimon e oltre. Gli occhi del dio sono di nuovo neri, l'arancione nuovamente confinato nei recessi di... qualunque cosa ci sia dentro il suo corpo, ma ora so bene che non è un Dio rotto. Il suo mondo potrà pure esserlo, ma lui è solo a riposo. Sta solo aspettando qualcosa. E... sarei io quel qualcosa?
Ripenso a Victoria, confinata nel suo cimitero per un patto idiota e mi sento la gola secca. La morte o un'eternità di tortura? Un attimo fa avrei scelto la seconda senza pensarci due volte, ma ora non ne sono più così sicuro.
E cosa ha detto che vuole, Paimon? Parte della mia vita? Dei miei ricordi? Ripenso a quello di Jana che stava per strapparmi e sento un'ondata di gelido terrore attanagliarmi lo stomaco.
«Cosa... cosa vuoi?» la voce mi esce strozzata, il vento la trascina via. Ma so che a Paimon non serve sentirla davvero, solo che preferisco non pensare troppo al fatto che la mia mente per lui è un libro aperto.
«Niente che sia davvero di alcuna importanza per te.» abbassa il calice, me lo porge. «Alcuni di noi si divertono a collezionare momenti. Pensieri, ricordi. Sentimenti o emozioni, come souvenir di mondi e tempi che passano ormai intoccabili dalle nostre azioni. Io, però, mi considero un nostalgico.» sorride «La tua anima dovrebbe essere sufficiente.»
La mia... cosa? Se non fossi completamente paralizzato dal terrore, di fronte a un Dio che tiene la mia mente e la mia vita nelle sue mani, fuori dal mio mondo e in generale in una situazione di merda come poche... scoppierei a ridere.
Anche così trovo la frase abbastanza anticlimatica. Insomma, prima stava parlando di mondi e morte e deismi vari e ora... la mia anima? Il contratto con il demone per l'anima? Tutto qui?
Voglio dire, io pure so che non c'è un'aldilà in cui serve un'anima. E se ci fosse finirei all'inferno, quindi...
«E' un sì, allora?»
Il calice si solleva dalle mani di Paimon, si muove verso di me e aleggia a metà della distanza tra di noi. Potrei alzarmi, prenderlo e farla finita con tutto questo, ma... di nuovo, quell'espressione come di fame sul volto di Paimon.
Forse dovrei pensarla meglio, sta cosa, prima di accettare un patto di sangue da un Dio che ha appena dichiarato di essere disposto a diventare Signore delle rovine degli Universi. O qualcosa di simile.
«A cosa ti serve?» chiedo, la voce mi esce più stabile ora, anche se da qui a riprendere a respirare normalmente è lunga.
Gli occhi di Paimon brillano in un modo che mi fa quasi pensare al divertimento. «Sono un nostalgico, ti ho detto. Converrai che c'è un legame molto stretto tra l'essere un Dio e possedere anime.»
Battesimo, estrema unzione e affini assumono parecchio valore ironico sotto questa luce.
Ma non credo a quello che ha detto Paimon, nemmeno per un secondo. Fa tutto questo solo per avere un'anima? Col cazzo, so che non è fine a se stesso, è troppo... assurdo lo sia. Ma d'altra parte tutta questa situazione è assurda, e non so davvero come possa ragionare un Dio. Il calice è ancora lì, davanti a me. Mi alzo in piedi, con molta lentezza considerando il vento e il fatto che mi sento le gambe fatte di polistirolo.
«Solo per chiarire, comunque.» dico, sperando Paimon non si scocci e decida che tutto sommato la mia anima non gli piace così tanto quanto trapassarmi con lance di energia magica. «Se io... se io accettassi, e ti dessi la mia anima, non è che tu avresti controllo su di me? Io sarei ancora io, fino alla morte, solo che poi invece di sparire per sempre finirei da te?»
Messa così sembra quasi allettante. Paimon annuisce.
«Sì.»
E il fatto che mi risponda con una sola sillaba, più di ogni altra cosa, mi convince che questo sia un grandissimo errore.
«E se io ti do la mia anima, tu smetti di attaccare Gerusalemme? E mi fai tornare nel mio mondo sano e salvo?»
«Sì e sì.»
Guardo il calice, il vetro arancione di cui è composto riflette la luce del flusso di energia, brillando come se emettesse raggi mistici esso stesso. Riesco a vedere il mio riflesso nel vetro, anche se sarebbe troppo lontano, ma ormai è già comprovato che qui le distanze non hanno molto senso.
Sento un sapore amaro in bocca. Dio, se guardo con attenzione riesco a vedere "trappola" incisa in quel vetro, ma non riesco a capire... cosa. Che cosa vuole davvero Paimon, perché vuole qualcosa di più, lo so. Quella fame che gli ho visto prima... non poteva essere solo per questo. Non sono così stupido.
«Come faccio a sapere che quello che hai detto è vero?» mormoro. E il sorriso di Paimon si allarga, diventa un ghigno vero e proprio, un'espressione che non gli ho mai visto. Scopre i denti per la prima volta, sono neri e lucidi come l'ossidiana.
«Non puoi. Devi solo... avere fede in me, immagino.»
Oh, ora sì che sono del tutto rassicurato. Deglutisco, il sapore amaro sempre più forte, come se già avessi bevuto quel dannato calice.
«Immagino di non avere scelta, no?»
«C'è sempre una scelta. Ma in questo caso, la seconda è per te decisamente più spiacevole.»
Sopra di noi, il cielo continua ad essere percorso da raggi di luce arancione, e non ho dubbi che Paimon potrebbe scagliarmeli tutti addosso se decidessi di non accettare la sua offerta.
Fa schifo. Non sono riuscito a fare qualcosa di mio nemmeno adesso, prima la Chiesa e ora il Dio di un altro mondo... non pensavo sarebbe mai stato possibile, ma rimpiango la mia vita. Almeno decidevo per me.
No, non è vero, altro decideva per me. I soldi, tanto per cominciare, hanno deciso cosa potevo e non potevo fare - o essere.
Già che ci sono, in effetti, se proprio devo fare un patto con un Dio... ma no. Ho visto com'è finita Victoria e non ho voglia di stare attento a fare una formulazione a prova di cavilli. Voglio solo tornare in quel dannatissimo deserto e non fare mai più un atto di eroismo in vita mia.
Afferro il calice, appena le mie dita lo sfiorano sento un calore assurdo alla mano, e poi all'avambraccio e al braccio e a tutto il resto del corpo. Portare il calice alla bocca credo sia la cosa che più mi sta costando fatica di sempre, ogni centimetro guadagnato corrisponde a una scarica elettrica che mi attraversa il braccio.
Anche così, lo prendo, lo sollevo e lo bevo. Mi sembra di mandare giù aria, qualunque cosa ci sia dentro. Appena lo faccio, però, il calore e l'elettricità svaniscono.
Porgo il calice vuoto a Paimon. E tanti saluti.
Lui lo riprende e nelle sue mani il calice sfrigola, sfarfalla e ritorna pura energia, una matassa di lampi arancioni che pulsano come arterie. Una matassa che diventa sempre più grande, fino ad inglobare la mano di Paimon, il suo polso, il suo braccio. La luce che cade da quella matassa è come acqua che scivola sulla passerella metallica, cola giù nel pozzo che comincia a brillare di arancione.
No, non è il pozzo che brilla, è il raggio di luce che pure si sta sciogliendo, riempiendo tutto con quest'acqua brillante, la versione arancione di quella che ho visto originata dai poteri dei nephilim.
Sento qualcosa bruciare sulla pelle, ma non in modo sgradevole... sono solo punti di calore, e quando alzo lo sguardo vedo anche da cosa sono originati: le luci del cielo stanno piovendo sul serio. Tutto nel mondo di Paimon sta colando, sottoforma di luce arancione che sommerge ogni altra cosa abbia ancora una forma propria. Tutto eccetto quella sfera di luce perfetta che Paimon sta tenendo in mano e che continua ad allargarsi ed allargarsi...
«Arrivederci.» sussurra il Dio nella mia mente, senza muovere le labbra.
E l'ultima cosa che vedo è un'esplosione di luce.
In cui qualcosa finisce by Fra Tac
Author's Notes:
Plz aiutatemi con i titoli dei capitoli
Comunque, ecco l'ultimissimo capitolo :'D Non c'è molto da dire, spero che come chiusura risulti interessante e che la storia nel complesso vi sia piaciuta. Al solito, fatemi sapere ogni considerazione/critica generale che avete.
Byez
CAPITOLO 18: IN CUI QUALCOSA FINISCE


La durezza della pietra sotto i piedi è quasi una benedizione, ma le mie gambe non sembrano apprezzare quanto me. Barcollo in avanti appoggiandomi sulle pareti, stringendomi il fianco più forte possibile per fermare il sangue. Inutile, sto già lasciando una traccia azzurra così larga da far concorrenza al Giordano.
Ma non è ancora letale, la mia anima ancora non sta uscendo. Se sarà necessario, dirotterò verso la rigenerazione l'energia che sto utilizzando, ma per adesso... per adesso ho bisogno di avere i sensi al massimo.
Maria trafitta da mille spade, come potrei non sprecare ogni goccia di energia per ammirare questa meraviglia?
Il demone che mi ha accompagnato fin qui scivola lungo le pareti come se fosse davvero un'ombra, la sua forma ricorda quella di un lupo, grande ed elegante e nero come una notte senza luna. Nero salvo che per quegli occhi, due sottili ferite bianche che sembrano finestre su un altro mondo. Chissà quali segreti cela la mente che si annida lì dietro? Una mente più vecchia di questo mondo, più complessa di questo stesso universo, riesco a percepirlo. E questo mi fa infuriare. Mi trovo davanti a una delle creature più affascinanti che io abbia visto e non ho posso nemmeno studiarla per un minuto. Perché sta morendo tanto quanto me.
Questi sono i veri orrori della guerra.
Rido, il suono mi esce gorgogliante e umido. Quel legionario deve aver colpito più in profondità di quanto credessi, prima che il demone di Ivan lo uccidesse.
Beh, almeno siamo arrivati al Santo Sepolcro. E mi hanno pure detto che non era un luogo appropriato per piazzarci questo incantesimo...! Sogghigno, l'ironia è sempre così consolante - lo dico seriamente: mai fare ironia sull'ironia, troppi loop da seguire.
Ma tornando a cose serie... «Come sta andando il nostro ragazzo?» chiedo al demone.
Lui si sdraia a terra su un fianco, il ventre che si alza e si abbassa proprio come se fosse un vero lupo ferito. Dallo squarcio sulla schiena scorre copiosa parte della sua essenza, un vapore nerastro che si condensa a terra in rivoletti che sembrano spuma di mare.
- non lo sento più -
Nonostante la sua amara situazione, però, la voce del demone non è per niente flebile. La sento rimbombare nella mia mente come una tempesta, più un coro che una voce isolata. E' fantastica.
Quello che dice, però, lo è un po' meno.
«E' morto?» chiedo, abbassando la voce.
Il demone scuote debolmente la testa. - non è morto ma non è nemmeno vivo non qui è in un luogo dove vita e morte non hanno significato - si interrompe - e paimon è con lui -
Ma non i suoi guerrieri. Loro sono ancora qui, sento i loro passi avvicinarsi, le armi di energia che ronzano nell'aria, lancette di un orologio che scorre troppo in fretta. Avanzo a tentoni lungo la cripta, più in profondità nel Sepolcro. Ogni cosa mi appare completamente avvolta in una luce azzurrina, che non saprei se attribuire alla mia visione distorta o alle parole del mio incantesimo che brillano tutte intorno a me. Le scritte sono ancora qui, pronte e perfette come quando le ho lasciate, e con la loro luce accentuano le ombre di questo posto. Salgono serpeggiando lungo le pareti e strisciano sul pavimento del sepolcro, formando cerchi concentrici che ora, a guardarli, mi fanno girare la testa. Manca solo una frase per chiudere il cerchio più interno, l'ultima pennellata per completare il mio piccolo capolavoro - perché siamo seri, senza falsa modestia, questo incantesimo è un gioiello. Eppure, nonostante questo, preferirei davvero rimanesse un capolavoro incompiuto. Cosa che, a questo punto, direi non essere più possibile.
- non è ancora morto - mi dice il demone, che ha trovato la forza di strisciare ai miei piedi.
«No, lui magari no, ma noi non siamo lontani dall'esserlo. E a questo punto, non posso davvero aspettarlo.»
Mi inginocchio, ritraggo la mano insanguinata dal mio fianco. Pragmatismo, 50, ora o mai più. Li sento fin troppo bene, i passi dei legionari lungo questi corridoi, sempre più vicini...!
Mi spiace solo che i soldati che sto uccidendo non possano sapere che meraviglioso epitaffio io abbia loro preparato. Ho pure inserito una poesia, in questo incantesimo, ma dubito che alle loro famiglie interessi qualcosa.
Il demone morente ringhia, si solleva da terra, striscia via dai miei piedi. Non mi volto a seguirlo, so fin troppo bene verso dove sta andando. Non passano nemmeno due secondi che sento il suo urlo mentre viene dilaniato dalle armi dei legionari di Paimon. Che sono qui, ora, in questa stessa stanza.
Merda. Striscio più in fretta che posso verso il centro dei cerchi, verso lo spazio che devo riempire ora, prima che sia troppo tardi.
Il legionario mi si para davanti nella sua scintillante armatura, in mano ha una lancia di luce pronta a trafiggermi la schiena. Non importa. Riesco a tracciare la prima parola della frase mentre la lancia cala, riesco a percepire i tempi dilatati con i miei sensi così gonfi di energia. La lancia che mi trafiggerà la spina dorsale, inchiodandomi al suolo e costringendomi al fallimento, cala lentissima. Il problema è che sono solo i miei sensi a percepire la dilatazione dei tempi, e la mia mano si muove con altrettanta lentezza. Mi manca una parola, una sola parola per finire la frase, ma la punta della lancia è così vicina da bruciarmi già la pelle... no. Ce la faccio. Ce la devo fare. Ignoro il dolore della prima ferita e continuo a muovere la mano, ora una lettera, la lettera finale, quella dannatissima N che non ne vuole sapere di prendere forma dalle mie dita...!
- aspetta -
Mi blocco per la sorpresa. Il demone... non doveva essere morto? E la lancia dovrebbe essere già affondata nel mio corpo, ma non sento niente più che il bruciore superficiale della sua punta, e anche quello va già scemando. L'aria stessa della stanza, in qualche modo, mi sembra essersi alleggerita di molto.
Sento un sorriso affiorarmi alle labbra. Oh, Ivan, che il diavolo ti porti...!
Sollevo lo sguardo, e non posso trattenermi dal sogghignare pienamente. Il legionario di Paimon è sparito. A ricordarlo c'è solo l'impronta arancione della sua energia, uno smacco nel mondo azzurro che i miei sensi mi mostrano.
Mi volto, e il demone di Ivan è lì dove avrei giurato fosse stato trapassato a morte. Al posto del lupo, però, vedo una sagoma dritta che si allunga fino a coprire il soffitto, con due occhi tondi come lune. Certo, ha due nuove ferite che grondano fumo, ma a giudicare dal ghigno che si sta aprendo sotto i suoi occhi se la sta passando molto meglio di prima.
- abbiamo vinto -
Me lo dice come una semplice constatazione. Poi esplode in una miriade di torrenti di fumo nero che fuggono lungo le pareti, scivolano sulle pietre insinuandosi in ogni insenatura fino a scomparire del tutto. Anche di lui non rimane altro che l'alone della sua energia. Questo, però, scintilla come se fosse composto da migliaia di diamanti neri.
Con calma, ritraggo la mano dalla frase incompleta. Lascio calare i miei sensi, infondo quel poco di energia che mi rimane nella mia ferita per dare il via alla rigenerazione. Mi concedo il lusso di due secondi per recuperare le forze e schiarirmi un po' la mente, anche se devo farmi forza per non scoppiare a ridere.
«Ah!» esclamo, come se quel mezzo-demone potesse sentirmi ovunque si trovi «potevi prendertela un po' più comoda!»
Mi alzo in piedi, prendo la pistola dalla cintura e svuoto il caricatore contro le scritte del mio incantesimo, fino a che la loro luce non scompare e tutto quel che rimane non sono che parole a casaccio, inutili e soprattutto innocue.
Era da quella visita agli Uffizi che non mi divertiva così tanto, distruggere un'opera d'arte!
Mi dispiace interrompere il tuo festeggiamento, sorella, ma qui abbiamo un problema.
48 si introduce con forza nella mia mente. Quello che mi mostra mi fa cadere la pistola di mano.


Il punto che mi ha mostrato 48 si trova appena fuori dal mio perimetro di sicurezza - che è ancora perfettamente intatto, ah! - e per raggiungerlo devo farmi largo a gomitate tra i miei fratelli.
«Gesù, vi avevo detto di non toccarlo!» urlo, per farmi sentire sopra lo sfrigolare della loro energia.
Uno di loro si volta verso di me, e così a vista non riesco a riconoscerlo. Il suo corpo ancora gonfio di luce è in piena metamorfosi, con ali che ricoprono ogni superficie addocchiabile.
«Io di certo quell'abominio non lo tocco con altro che non siano fiamme purificatrici!»
Ah, 52. Come non detto, tu si che ti fai riconoscere facilmente.
«Nessuno qui brucerà nessuno.» dico «Per ora.» l'aggiunta sembra in qualche modo placarlo, anche se riesco a vedere la luce azzurra intorno a lui vibrare in modo minaccioso, proprio come quando gli mettevo in disordine i santini. Sospiro. «E adesso, lasciatemi passare.»
I miei fratelli si aprono a ventaglio, con un sonoro "pop" quando la massa di energia che aleggia tra loro si spezza. Attraverso questo spiraglio vedo il corpo di Ivan a faccia in giù nella sabbia, pochi metri davanti a noi. E, altrettanto chiaramente, vedo i segni tracciati intorno a lui. Linee di luce arancione aleggiano appena sopra la sabbia e si intersecano a formare un simbolo che 48 mi ha mostrato, e che conosco fin troppo bene. Il sigillo di Paimon.
L'unica cosa che mi trattiene dal bestemmiare è la vicinanza di 52.
«Spiegatemi cosa diavolo è successo.» ordino, subito. E' 48 a parlare, a giudicare dall'aspetto è anche quella che si sta riprendendo più in fretta - il suo corpo è tornato sostanzialmente normale e l'alone di luce azzurra è quasi trasparente.
«I legionari di Paimon sono scomparsi all'improvviso, e il demone con loro. E al loro posto è comparso questo.» fa un gesto indicando il sigillo. «Vorrei poterti mostrare quello che abbiamo visto, ma... al livello in cui eravamo...»
Erano al limite dell'umanità, e scollegati da me. Sì, lo so, e mai ho provato tanta frustrazione per la mia incapacità di gestire lo Spirito come loro. Comincio a camminare lungo il sigillo, le linee luminose che lo compongono non sembrano reagire alla mia presenza. Anzi, sembrano diventare addirittura meno intense con il passare dei secondi.
«Di una cosa però siamo certi» continua 48, il tono della sua voce mi sembra più acido «non si sono arresi. Paimon e i suoi legionari stavano vincendo, 50. Hanno ucciso 46 e per poco anche 54, non c'era ragione si arrendessero. Però... l'hanno fatto. E questo demone sa perché.»
Era da un'altra parte... sì, mi sembra di riconoscere, ai lati del sigillo, un incantesimo di evocazione. O meglio... caratteri che sembrano quelli di un incantesimo di evocazione, ma messi in un modo che non ho mai visto. Mancano le restrizioni, ecco, e le protezioni... sembra solo...
«Un rituale per il passaggio.» mormoro, ma non riesco davvero a provare sollievo, nonostante le linee ormai siano praticamente scomparse. «Non preoccupatevi, è solo un innocuo e semplice rituale per il passaggio. Credo non ci sia niete di pericoloso.» almeno nell'immediato, ma la barriera continua ad essere attiva e... «Datemi due secondi e vedrò cosa posso-»
Ivan grugnisce qualcosa di inintelleggibile e 52 mi passa di fianco, ci mette meno di due secondi a raggiungere il centro del simbolo, afferrare il ragazzo per il bavero della divisa e sollevarlo in piedi di forza.
«Cosa hai cospirato insieme a quel demone, eh?» lo vedo ringhiare in faccia al ragazzo, che sta ancora sbattendo le palpebre come se si trovasse in pieno doposbronza - ha anche lo stesso colorito. «Cosa gli hai dato per farlo andare via così?»
«Cazzo, 52, ti ho detto di non-» mi blocco. Ivan ha spalancato gli occhi, come se avesse appena realizzato qualcosa, e riesco a cogliere uno scatto della sua mano sinistra a coprire la destra.
«Non ho idea di che cazzo tu stia dicendo!» esclama. Fa un passo all'indietro, in modo abbastanza brusco da liberarsi dalla presa di 52. «Vi ho appena salvato il culo, Cristo, potete lasciarmi in pace almeno ora?»
«Tutti lasceranno in pace tutti, adesso.» intervengo, portandomi tra 52 e il ragazzo. «52, a cuccia, se proprio vuoi fare qualcosa vai ad avvertire i generali. Se ne trovi qualcuno ancora vivo. Altrimenti sentiti libero di bruciare tutti i cadaveri che vuoi. E in quanto a te...» mi volto verso Ivan. Dio, ha un colorito così verdognolo da essere intonato ai capelli. «Andiamo, ti accompagno a svenire da qualche parte. Poi, quando ti sarai ripreso, ti estorcerò ogni singolo dettaglio di quello che è successo.»
Non mi sfugge l'espressione esasperata che gli passa negli occhi. Così come non mi è sfuggita, appena si è stretto la mano destra, la fioca luce argentea che è filtrata tra le sue dita.


* * *


«E allora ho visto che il pugnale poteva distruggere in qualche modo il mondo di Paimon.»
Paimon. Ogni volta che dico il nome di quel dannato Dio, la mano mi brucia come l'Inferno, peggio di quando 52 mi ha scorticato le braccia. Devo costringermi a non toccarla, non di nuovo, non davanti a 50.
Perché, poi? Potrei benissimo lasciare che scoprano il mio patto con... quello. Che mi brucino per stregoneria, o chessò io, così almeno potrei riposare.
«E poi? Poi cosa hai fatto?»
Poi vi ho mandati affanculo e vi ho detto di chiedere queste cose alle diecimila persone a cui le ho già ripetute, ma porco Cristo.
Inspiro. Espiro. «Poi ho pensato di usare il pugnale per distruggere le colonne di luce. Pai... il demone non l'ha capito in tempo. Le ho distrutte. Fine.»
E se volete i dettagli chiedeteli a qualcun altro. Non ricordo nemmeno quali ho detto o quali mi sono inventato.
Il Cavaliere si volta verso 50, in piedi di fianco a lui. «E' plausibile?» le chiede, senza nemmeno preoccuparsi di mascherare la voce. Eppure dovrei esserci abituato, anche la prima volta era così: non è che gliene freghi qualcosa della mia presenza. Non è che io sia, chessò, una persona, del resto.
Ma non è che freghi poi più di tanto nemmeno a me, di queste cose. Non ora. Ora vorrei solo lasciarmi alle spalle tutto questo il prima possibile.
Sono vivo, santo cielo, vivo! Non ci avrei scommesso un centesimo, ma non è che la cosa mi riempia poi molto di... vita. Sono solo stanco. E mi fa male la mano.
Ogni volta che chiudo gli occhi vedo lampi di luce arancione.
«...essere.» non mi sono nemmeno reso conto che 50 ha iniziato a parlare. Mentre risponde al Cavaliere, però, è me che fissa. «E' possibile che quei raggi di luce siano qualche fonte di energia per i demoni, correnti infernali o qualcosa di simile. Se Ivan è riuscito a romperne almeno uno, è possibile Paimon abbia deciso di ritirarsi. Inoltre questa non era la sua guerra, era stato chiamato dai Turchi e credo anche di sapere con quale rituale, ormai. Dubito ne sentiremo parlare presto.» fa spallucce «Sembra che abbiamo davvero vinto, alla fine.» sorride, ma i suoi occhi continuano a trapanarmi come due chiodi di ghiaccio e morte.
Lei sa. Non ha detto niente, la prima volta che le ho raccontato tutta questa balla, ma lo sa. Continua a guardarmi la mano, e la cosa che mi mette più ansia è il fatto che non abbia detto niente a nessuno.
Sposto l'attenzione sui tre uomini di fronte a me. Il Cavaliere ha una versione ancora più barocca dell'uniforme che gli ho visto l'ultima volta, tutta piena di nappe e drappeggi dorati. L'Inquisitore ha pensato che una spilla d'argento grande come la mia testa sarebbe stato un sobrio ed elegante accessorio per il suo bozzolo di broccato nero. E il Cardinale... beh. Mi chiedo come mai non sia stato ancora assalito da un kommando di gazze armate, con tutto l'oro che ha addosso. Sbaglio o pure i suoi occhi cominciano ad essere un po' giallini...?
Mi osservano tutti e tre circondati da un anfiteatro di guardie svizzere, seduti sopra delle poltroncine tardo '700 - che scricchiolano. Tanto. Sedie del genere dovrebbero essere esposte in una teca di vetro, non usate per sedersi, nello stato in cui mi ritrovo potrei davvero piangere se si rompessero.
L'Inquisitore sorride. «Bene, ora a quanto pare non ci rimane che riscrivere tutta la nostra descrizione dell'Inferno in base a quello che ci ha detto questo demone.»
Il tono con cui lo dice è calmissimo, ma il gelo di fondo è palpabile. Lo sapevo che avrei dovuto inserire descrizioni di fiamme e torture varie, quando ho descritto il mondo di Paimon. Del resto è questo che vogliono loro, no? Sapere che il demone cattivo se ne è tornato nell'Inferno che la Chiesa gli ha costruito.
Perché dovrebbe interessargli sapere che questo demone in realtà è un Dio più vecchio di questo Universo? Non possono capire. Guardo questi tre pagliacci davanti a me, queste persone che mi stanno giudicando per aver appena vinto la loro guerra, e mi viene da ridere. Non hanno idea di un cazzo di niente.
Ma forse è meglio così. 50 un'idea ce l'ha, ed è questo che più mi spaventa.
Dio, per favore, voglio solo tornarmene a casa.
«Ho fatto quello che volevate» mi sento dire, la mia voce che ripete qualcosa di diverso dal resoconto della battaglia con Paimon mi sembra quasi irreale. «Ho liberato Gerusalemme da quella cosa, avete ancora la vostra preziosa Palestina e i vostri preziosi nephilim. Ora, per favore, per favore, lasciatemi andare.»
Forse non dovrei suonare così disperato, ma cazzo, lo sono. E sono troppo stanco per aggrapparmi a quel poco di rancore e di dignità che ancora sento. Queste persone mi fanno troppo schifo anche solo per quello.
Negli occhi dell'Inquisitore passa un lampo di divertimento, mentre il Cavaliere rimane impassibile. Il Cardinale, invece, congiunge le mani davanti alla bocca, i gomiti appoggiati ai braccioli della sedia che stridono pericolosamente.
«Temo» mi dice «che ciò non sia possibile.»
Dio. Cristo. Mi passo le mani sulla faccia, sfregandomi gli occhi con i polsi. Come se, scavandomi la cornea, potessi levarmi di dosso tutta questa frustrazione e tensione e... Cristo.
«Che cazzo volete ancora? Che vada a baciare i piedi del Papa? Che salga in cima a San Pietro urlando quanto è bello servire la Chiesa? Mi faccio tatuare un crocifisso in fronte, se volete, giuro che lo faccio.» vorrei urlarlo, ma non ce la faccio, ho un rospo in gola. «Farò tutto quello che mi chiederete, basta che mi fate tornare a casa e mi lasciate in pace per il resto della mia vita.»
Il cardinale fa cenno a 50 di avvicinarsi a lui, lei scivola diligentemente da dietro il Cavaliere a dietro il Cardinale.
«50, ha detto che è in grado di controllare una quantità di demoni pressoché illimitata?»
50 annuisce. «Ha un tetto di potere ma non di numero, a quanto pare, o almeno non a numeri avvicinabili. Da quello che mi ha detto, e non credo avrebbe avuto motivo di mentire su questo punto, ha di fatto controllato tutti i demoni minori presenti a Gerusalemme in quel momento. E - eminenza, mi creda - erano un casino fottuto
Distoglie lo sguardo dopo che l'ha detto. Almeno quello. Allora un po' di vergogna la prova. E tante grazie per tutto il discorso sul "non siamo tutti mostri e io sono dalla tua parte e blah blah blah". Non avrei dovuto raccontarle dei draghi, dannazione - non avrei dovuto raccontarle niente.
«E allora?» intervengo, e stavolta la voce riesco ad alzarla. La rabbia che provo per un attimo mi trascina fuori dall'apatia. «Okay, ci riesco, ma non ci sono più demoni ultrapotenti in circolazione e... Cristo, cosa volete seriamente che faccia?»
Il Cardinale si sposta di poco in avanti, come se facendo così potesse includere nella conversazione solo lui e me. Come se non lo sapessi, che ogni cosa che diciamo qui è registrata e ascoltata da almeno altre venti persone. Ho visto i microfoni, era difficile non notarli, sono l'unica cosa non laccata d'oro.
«Il suo potere, signor Kozyrkij, è straordinario.» mi dice il Cardinale. Se pensa di abbonirmi lusingandomi è decisamente fuoristrada «Ma anche molto, molto pericoloso. E non vogliamo finisca nelle mani sbagliate.»
Io invece credo di esserci davanti, alle mani sbagliate. E poi pericoloso per chi? Per cosa? Per i demoni, forse! «50 può testimoniare, come vi ho detto almeno tremila volte» e qui non riesco proprio a non roteare gli occhi «o giù di lì, non posso controllare i demoni così forti da essere effettivamente pericolosi. Quelli che controllo io interagiscono con le persone solo tramite possessione, Cristo, al limite posso chiedere loro di uscire da un corpo e non-»
«Oppure» mi interrompe l'Inquisitore «di entrarvi.»
Mi blocco, una scarica di puro gelo che mi percorre la spina dorsale. Anche con tutta la stanchezza che provo, anche se io e il mondo reale siamo ancora due cose nettamente separate, riesco a capire. Ma non voglio, no davvero, non voglio capire quello a cui quest'uomo sta alludendo. Dio, ma che razza di depravati potrebbero pensare...
Sorrido, mio malgrado. Già, che razza di persone potrebbero pensare a una cosa del genere? Guardo chi mi trovo davanti, e mi sembra improvvisamente una domanda così stupida.
«La guerra contro i Turchi è ancora lontana dall'essere vinta.» interviene il Cavaliere. «non siamo del tutto sicuri Paimon sia fuori gioco, e abbiamo tutta la Palestina da riconquistare. Su quel fronte vogliamo tenere impegnati i nephilim, nel remoto caso Paimon si ripresenti. Il grosso del nostro esercito, o almeno quello che ci rimane, sarà occupato a rendere sicure le zone riconquistate, bloccare l'armata dei Turchi nella sua avanzata ad est e dei loro alleati mori in Spagna. E anche lì ci sarà un lavoro di riconquista da fare... non sarà facile tenere sottocontrollo così tanti fronti. Diciamo pure impossibile. A meno che... a meno che non si renda superflua la presenza di un vero e proprio esercito, almeno su uno dei fronti.»
Perché. Doveva essere solo Gerusalemme. Perché questa cosa deve continuare? Non riesco a crederci, e quello che mi stanno chiedendo... no, non riesco davvero a comprendere quello che mi stanno chiedendo. Forse perché, nonostante tutto, io ho ancora una morale, al contrario di loro.
«Siete più pazzi di quanto pensavo se credete io possa accettare una cosa del genere.»
L'Inquisitore sorride con quel suo sorriso viscido. «Credevo che la tua posizione l'ultima volta fosse stata messe sufficientemente in chiaro. Qui tu non hai scelta, o questo o il rogo.»
Però quasi è un piacere, avere qualcuno che finalmente mette le cose come stanno. Guardo 50, ma il suo volto è insondabile. Così, senza nessun'espressione amichevole a mediare, la somiglianza perfetta tra lei e 52 mi colpisce come un maglio in pieno stomaco.
E non è giusto. Tutto questo non è giusto, e il fatto che io non ci possa fare niente non è giusto. Cristo, non c'è uscita vero? Forse dovrei semplicemente farmi bruciare. Mi sembrano passati secoli da quando sono stato qui l'ultima volta, e... sono solo stanco. Dio, non pensavo di poter arrivare ad essere così stanco.
«Volete usarmi come...» un'arma. Come un'arma. Considerando che ora mi ritengono meno che feccia, sarebbe un miglioramento.
Avrei dovuto lasciare che Paimon radesse al suolo quella cazzo di Gerusalemme, e poi marciasse su Roma. Sento di nuovo bruciarmi la mano. Chissà, forse potrei ancora farglielo fare...
Faccio un sorriso così stirato da farmi vibrare una palpebra.
«Ci saranno notevoli vantaggi anche per la tua parte»
«Rimanere in vita, per citare il primo.»
«E sicurezza per la tua famiglia e per le persone a te care. Economica, in primo luogo.»
E poi? Che altro tipo di sicurezza? Fisica, eh? E' una guerra di riconquista o di conquista e basta, quella che volete fare?
Ripenso alla visione di Sergio sulla guerra nell'Impero. Lui pensava fossero i turchi, ma non senza Paimon, non ci arriveranno mai in Europa senza Paimon.
Ma la Chiesa, con me? Ci arriverebbe ad Aquisgrana, la Chiesa, con me?
Credo di aver bisogno di una boccata d'aria, le cose intorno a me stanno cominciando a sdoppiarsi. Ma non riesco a non rimanere immobile mentre quei tre cani si alzano.
«In ogni caso, stavolta abbiamo abbastanza tempo per farti pensare. Una settimana, e potrai decidere se considerare la nostra offerta.»
Il pesante deja vu mi fa quasi collassare le gambe, e la mano mi fa ancora più male. Il Cardinale si volta verso 50, mentre fa per uscire dalla stanza. «Ho già avvertito Padre Domenico, lo lasceremo alla vostra custodia.»
«Mi sembra la scelta migliore, sì.» risponde 50. Mentre gli altri se ne vanno lei rimane qui, guardando fissa verso la parete.
«Lo sapevi» dico, appena anche l'ultima guardia svizzera esce dalla stanza. «Lo sapevi che era questo quello che volevano farmi.»
50 si volta verso di me, una scintilla azzurra le saetta negli occhi e un'altra le sfrigola sulla punta del naso. Copre la distanza che ci separa con due falcate, mi afferra il polso e mi trascina fuori dalla stanza.
«Non finché non siamo arrivati qui a Roma.» mi dice, quasi coperta dal rimbombo della porta che sbatte dietro di noi. «E a questo punto, cosa cambiava dirtelo o meno? Del resto sei tu il primo ad avere dei segreti, qui.»
Mi rendo conto solo ora che il polso che mi ha stretto è il destro, e che non me l'ha ancora lasciato. Mi solleva la mano, il dorso rivolto verso di me, e con due dita mi separa le bende che mi sono messo per coprire quello schifo che Paimon mi ha fatto. Attraverso i due lembi bianchi mi ritrovo a fissare per l'ennesima volta il simbolo in cui si sono riarrangiati i residui di polvere metallica, quelli che il raggio arancione mi ha fatto penetrare sottopelle. Al contatto con le dita di 50, il simbolo comincia a brillare leggermente di una luce argentea.
«Hai fatto un patto con lui.» mormora 50 «Hai fatto un fottutissimo patto con un Re dell'Inferno.»
Per un secondo provo una rabbia così forte da farmi ronzare le orecchie. Mi hanno mandato contro a un Dio, ora mi stanno chiedendo di fargli da arma e trovano anche da ridire sulla moralità di come io gli ho vinto la guerra?
Ma sono troppo stanco per incazzarmi. Mi limito ad allontanare la mano dalla presa di 50.
«Sì, sai com'è, non è che avessi molta scelta.» sibilo. Ho detto che sono troppo stanco per incazzarmi, non che sono troppo stanco per essere infastidito a morte. «Sembra una situazione in cui mi trovo spesso, ultimamente.»
50 decide di ignorare completamente l'ultima frase. «Non hai idea della portata di... di questo!» esclama, indicando la mia mano «Potresti aver appena ceduto una parte di te al controllo di Paimon, o potresti aver creato un collegamento permanente tra lui e questo mondo, oppure...»
«Oppure a Paimon piace avere una collezione di anime con cui giocare al Dio vendicatore i sabato sera!» la interrompo, senza riuscire a mantenere la mia voce a un livello umano. Grazie al cielo non ci sono guardie svizzere nei paraggi - o forse sarebbe stato meglio ci fossero state, almeno mi avrebbero trascinato via da questa situazione «Non hai davvero idea di cosa significhi questo patto perché non hai visto Paimon. Non l'hai visto, non hai nemmeno idea di cosa sia davvero, ma io invece sì. Io l'ho visto. Io ci ho parlato. Per colpa vostra, io ci ho parlato e quello che ho fatto l'ho fatto solo per colpa vostra! E senza che voi abbiate la benché minima idea di cosa sia... tutto.»
E mentre lo dico mi viene da ridere, perché è vero. Dio, Dio... la Chiesa crede di avere l'ultima parola su ogni questione soprannaturale, loro e il loro Dio... ma io l'ho visto, Dio, un Dio, ci ho parlato e cazzo, se prima Paimon mi riempiva di terrore solo a ricordarlo ora mi fa sentire così superiore. Ma forse, di nuovo, è perché ho appena vinto una guerra e non sono riuscito a vedere nemmeno l'ombra di un materasso.
In ogni caso, 50 abbassa lo sguardo. Si passa una mano sulle piume che le escono dalla fronte. «Hai ragione, non ho idea di cosa significhi davvero quello che hai fatto.» solleva di nuovo gli occhi, e quando mi guarda giuro che è uguale a 52. «E questo è il motivo per cui non ti ho ancora consegnato all'Inquisizione. Questo e perché non ho davvero idea di cosa scatenerebbe la tua morte. Ma Ivan, quello che hai fatto è qualcosa di grosso e potenzialmente pericoloso per l'intera umanità.» sospira e sorride, come se non avesse appena ammesso di considerarmi un'atomica su gambe. E tante grazie per il "non tutti qui dentro ti odiano". «Poi lo ammetto» continua 50 «studiare un collegamento con un Re dell'Inferno è un po' come se Satana si materializzasse nella cucina della mensa. E mi rendo conto che suona strano ma giuro, è solo interesse professionale.»
In qualche modo, trovo le energie di sollevare un sopracciglio. «Dovrei ridere?» chiedo, suonando meno acido di quanto vorrei. «Mi hai appena detto che mi avresti tranquillamente fatto uccidere. Dopo che tre persone che non dovrebbero avere nessun potere su di me mi stanno costringendo a combattere una guerra che non dovrebbe toccarmi nemmeno con una pertica. E tu... tu pensi che basti dire una minchiata per mettere tutto a posto?»
Il pensiero "Non sei Sergio" si forma troppo in fretta perché io possa fermarlo.
Il sorriso di 50 sparisce troppo velocemente per credere fosse stato genuino. La odio, Cristo, la odio. Almeno quei tre non hanno cercato di essere amichevoli per poi accoltellarmi alle spalle. E tirarmi un pugno dritto sulla ferita.
«Mi dispiace.» dice, e non so se dica la verità o meno, ma so che di certo non muoverà un dito per aiutarmi davvero. «Se c'è qualcosa che posso fare, io...»
«Puoi farmi tornare a casa?» la blocco «Puoi convincere quei tre a farmi riprendere la mia vita, per quanto patetica fosse, eh? Puoi convincerli a combattere le loro guerre senza tirarmi in ballo solo perché sono conveniente?» e Cristo, puoi farmi chiudere gli occhi senza farmi vedere tutto arancione?
50 si irrigidisce. «No» mormora «Non posso, non... non sono neanche lontanamente così in alto, mi dispiace.»
Ecco. Come volevasi dimostrare. Faccio per girarmi e andarmene - non so dove, a collassare al primo angolo, probabilmente - ma 50 risponde più in fretta.
«Ma posso portarti in prigione.»
Beh, immagino che dovrei sentirmi lusingato, dopo le minacce di bruciarmi vivo questo mi sembra quasi un regalo. Poi, però, 50 aggiunge: «E' orario di visite.»


La prigione del Vaticano è straordinariamente normale. Mi sarei aspettato il soffitto stuccato giusto per far vedere che, sì, abbiamo così tanti soldi e potere che li ficchiamo pure ai nostri detenuti. Oppure, in alternativa, delle segrete con le pietre a vista e attrezzi di tortura medioevali appesi alle pareti - visto che, dopotutto, stiamo parlando della Chiesa.
Invece è una normalissima e anonima prigione con pareti color vomito e pavimento di linoleum. Non so se sia la prassi o cosa, ma 50 mi ha portato in una grande sala con grossi tavoli di plastica e una marea di detenuti che fingono di non vederci. Da come le guardie ci fissano da quando siamo entrati, invece, non credo proprio sia orario di visite.
«Lo è per noi.» mi risponde 50, quando glielo chiedo. «I piccoli vantaggi di essere sotto la custodia di un nephilim.» mi dice, facendomi l'occhiolino.
Se pensa che mi senta in dovere di ringraziarla si sbaglia di grosso. Scansiono i detenuti, ma non ci metto più di dieci secondi a localizzare Sergio. E' seduto a un tavolo con tre tizi che sembrano l'anello di congiunzione tra l'uomo e i bufali e sta disponendo quelle che credo siano sigarette una dietro l'altra. E' anche l'unico, qui dentro, a sorridere come se si stesse genuinamente divertendo. Cosa che credo stia facendo, perché se c'è qualcuno che può considerare divertente l'esperienza carceraria quello è Sergio. Se mai uscirà da qui, e non sottoforma di un cumulo di ceneri, probabilmente metterà "recluso nel carcere Vaticano" in cima al suo curriculm vitae, se lo conosco bene.
Lo vedo appoggiare l'ultima sigaretta sul tavolo e scoppiare a ridere. E mi blocco completamente.
E' strano, tutto questo mi sembra all'improvviso come qualcosa di così distante. Voglio dire, ho parlato con un Dio, sono appena tornato da un meeting con i vertici della Chiesa, e qui c'è Sergio che ride. E' una situazione che non mi sembra reale, questa ma anche quella prima... mi sento come se fossi a metà tra due mondi. In stasi. E non so davvero se voglio romperla, questa stasi, perché ora ho l'impressione che ci sia qualcosa di normale, guardando Sergio che fa l'idiota come al solito, e se facessi qualcosa... se facessi qualcosa potrei scoprire che anche questa è solo un'illusione.
Questa volta, però, la decisione non spetta a me. Sergio si alza in piedi, si volta nella mia direzione. Riesco a cogliere l'esatto istante in cui mi nota da come sgrana gli occhi. Credo sia la prima volta che lo vedo sorpreso.
«Ivan!» esclama, insieme a qualcosa in italiano che non posso capire. Ma anche solo il mio nome basta a rompere la stasi, e ora è tutto il resto ad essere distante. La guerra, la Chiesa... sembrano cose successe eoni fa, in un posto anni luce da qui.
Dio, per un po' voglio credere lo siano. Non so davvero cosa dire, però, quindi mi limito a raggiungere Sergio e ad abbracciarlo. In modo molto virile. Ma Dio, avevo bisogno di questo contatto, volevo questo contatto.
«Dai mamma, non davanti ai miei amici.» dice Sergio, ma quando mi allontana continua a stringermi le braccia così forte da bloccarmi la circolazione. Ha un sorriso così largo che mi chiedo se non abbia cominciato a farsi di cocaina.
«Se fossi davvero tua madre ti metterei in punizione per tre mesi. Bell'accoglienza che mi fai, dopo che sono tornato da una cazzo di guerra!»
Dio, è tutto così assurdamente normale. Non avrei mai pensato di poter associare la normalità al parlare con Sergio. Vorrei poter dire sia colpa della stanchezza, ma anche quella mi sembra lontana, come la guerra e la Chiesa e tutto il resto.
Sergio mi lascia le braccia e si porta una mano alla bocca. «Oh, Gesù! Sei vivo! Sei vivo, sia ringraziato il cielo, se penso a tutte le notti passate insonni a pensare al tuo triste destino! Oh, mai avrei sperato di poter vedere di nuovo il tuo volto infuso di vita!»
Ecco, queste recite invece non mi mancavano. «Hai avuto una visione sul mio ritorno, vero?»
Sogghigna, il bastardo. «L'altro ieri, per essere esatti. Ma sai, non sono mai sicure al cento percento. Ero preoccupato comunque.»
So che il suo essere preoccupato probabilmente significava sentirsi mortalmente in colpa, e ammetto che la cosa mi fa piacere. «Forse avrei dovuto preoccuparmi anche io per te.» dico, ma non è che lo pensi davvero. Dopotutto, lui è finito in prigione, io in guerra.
E poi Sergio sembra onestamente stupito. «Scherzi? Qui è fantastico.»
Okay, ritiro quello che ho detto sulla normalità.
«No, sul serio.» continua, evidentemente notando la mia espressione di puro scetticismo. «Quegli idioti mi hanno messo in cella con il loro peggiore criminale, cioé un satanista. Un satanista! E' letteralmente caduto ai miei piedi appena sono entrato in cella. Saluta il mio amico, Desecrator!»
Si volta verso uno dei tizi seduti, una bestia con una croce nera tatuata sulla fronte che mi ringhia.
«Desecrator è il suo nome d'arte.» mi mormora Sergio
«Ma non mi dire.»
«Faceva il batterista in una band Death metal, poi però ha mangiato una persona durante una messa nera per Baal. Con i nephilim in guerra, il suo rogo è stato rimandato a data da destinarsi, una gran fortuna per me, altrimenti dubito me la sarei cavata così bene. Con la sua reputazione e il mio soverchiante ingegno questo posto è praticamente caduto nelle mie mani! Guarda, posso addirittura permettermi di fare questo:» prende una stecca di sigarette e la rompe tra le dita, con un sorriso di trionfo stampato in faccia. «E fra poco avremo addirittura il controllo del traffico di cartine tra i detenuti dell'ala ovest. Ah ah ah!»
Sbaglio o c'è una sfumatura di delirio di onnipotenza nella risata finale?
«Mi fa piacere vedere come la tua carriera criminale stia crescendo dietro le sbarre.»
«Vero? Non si può che nutrire ammirazione, davanti agli ingranaggi bene oliati del sistema giudiziario.» commenta, pulendosi sulla divisa il tabacco che gli è rimasto attaccato alle dita «L'unica nota negativa del trovarsi al vertice della catena alimentare carceraria è la monotonia, ma credo di aver trovato la soluzione. Questa settimana proverò a darmi agli esperimenti sociali, voglio vedere se riesco a far nascere una rivolta.»
Non sono sicuro lo stia dicendo come battuta o sia serio, ma per un attimo mi sento tradito. Insomma, anche a lui le cose sarebbero dovute andare di merda, no? Invece si sta divertendo. «Dio, spero che qualcuno ti abbia già pestato, perché te lo meriti.» dico, scherzando solo a metà.
Sergio sogghigna. «Oh, ci hanno già provato, quando Desecrator è stato spostato in cella di isolamento per un paio di giorni. Purtroppo per loro, nessuno ha pensato di insegnargli a non sfidare mai nel corpo a corpo qualcuno addestrato dalle suore.»
Mima un montante al mio stomaco - che è comunque in grado di farmi accartocciare di riflesso. Ride, ma mentre ritrae il pugno noto che ha un livido sull'avambraccio, come se qualcuno l'avesse stretto troppo forte e troppo a lungo. Sta palesemente sbiadendo, ma ha un aspetto orribile comunque. Mi sento un emerito stronzo per quello che ho pensato poco prima. Per un istante, quel livido mi sembra peggiore di tutto quello che ho passato io.
«E' stato un episodio isolato, comunque, qui è molto tranquillo.» ripete Sergio, credo che abbia notato che ho notato. «Anche con le guardie vado abbastanza d'accordo. Come con Luca, quello laggiù. Ehi, Luca!» si sbraccia verso una guardia, che credo stia attivamente impegnandosi per far finta di non vederlo. «Mi hanno fatto chiamare casa già due volte. Nell'Impero se la stanno cavando bene, dopo che quel nephilim si è levato di torno il dipartimento di polizia e i Cavalieri Teutonici hanno deciso di far finire la faccenda nel dimenticatoio. Ergo, niente problemi per Jerard o Jana.»
Quando lo dice sento sollevarsi un peso che non avevo realizzato di avere addosso.
«Anche al convento se la passano più che bene.» continua Sergio, e dal modo in cui mi guarda so che capisce, anche meglio di me, quanto sia importante farmi sapere queste cose. «Quando ho sentito Agnese mi è sembrata rilassata come non mai - nella misura in cui quella santa donna potrà mai essere rilassata, s'intende. Ah, e tua madre sta minacciando di far guerra al Vaticano se non ti fanno tornare a casa prima del tuo compleanno.»
L'ha detto pensando di farmi piacere, ne sono sicuro, ma l'unica cosa che fa è raggelarmi il sangue. Tutta la stanchezza mi ritorna addosso, questa bolla di normalità scoppia. Sento sparire il sorriso che non mi ero accorto di aver fatto.
«Non mi lasceranno tornare a casa.» mi sorprende quanto amara suoni la mia voce «Gli ho ripreso Gerusalemme, ma per loro non è comunque abbastanza.»
Anche il sorriso di Sergio sparisce. Guarda me, poi Desecrator, che ringhia di nuovo - stavolta in modo meno amichevole. «Non possono.» commenta, alla fine, tornando a guardarmi con un'aria così confusa che per un attimo ho pena per lui. Solo perché, di nuovo, sono troppo stanco per incazzarmi. Ma lui non li ha visti, non ha parlato con quei tre, non ha realizzato...
«Ti seri reso conto a casa di chi siamo?» commento, solo. «Se ne fottono di qualunque cosa non sia quello che vogliono loro. Possono fare tutto quel cazzo che vogliono, qui.»
Sergio si fa serio, annuisce e si volta a guardare un grosso orologio da parete. «L'ora d'aria finisce tra dieci minuti.» dice «Ce la fai a raccontarmi tutto prima?»
Rimango a boccheggiare per qualche secondo. Tutto? Potrei raccontargli tutto. A lui potrei perfino raccontare del mondo di Paimon, di quello che mi ha chiesto e di quello che ho fatto, ma per quello ci vorrebbero dieci ore, non dieci minuti. Vorrei dirglielo comunque, almeno accennargli la questione, ma non ce la faccio. Anche il solo pensiero mi spaventa quasi quanto Paimon stesso. Mi passo una mano sulle bende. No, lasciamo stare, è meglio. «Non c'è molto da dire, la situazione è semplice.» dico, e mi sembra di dover spingere fuori le parole a forza, fisicamente. «Hanno tanti nemici. Io controllo tanti demoni. Se non faccio quello che dicono, rogo. E... nonostante tutto, nonostante l'alternativa, continuo a non voler morire.» e qui mi fermo.
Perché, effettivamente? Perché non la faccio finita e basta? Non è che le prospettive siano così rosee, e finora la mia vita è stata abbastanza inutile. Tranne che negli ultimi mesi, mi rendo conto. Nonostante tutto... da quando Sergio mi ha tirato dentro in quella minchiata degli esorcismi, ho cominciato davvero a... a sentirmi come se fossi parte di qualcosa, e che quel qualcosa avesse un senso, me ne rendo conto solo in retrospettiva. «Non è che mi piaccia particolarmente la mia vita, ora, è che... è che mi sembra di non averla ancora vissuta davvero.» mormoro.
Ho realizzato da poco che posso fare qualcosa di più che aspettare la vecchiaia in apatia. Non è giusto mi portino via anche questo.
Rimaniamo in silenzio, io e Sergio, per un tempo che mi sembra di gran lunga superiore a quei dieci minuti. E credo che Desecrator si stia asciugando una lacrima di nascosto. Bene, la mia causa muove un cannibale satanista, ora sì che la Chiesa mi ascolterà.
E' Sergio a rompere il silenzio, come sempre. «Per come la vedo io» dice, sfregandosi il mento. «la tua posizione non è sfavorevole come pensi. No, ascolta: loro vogliono qualcosa da te, stavolta, qualcosa che gli puoi dare e che non è un azzardo come la faccenda di Gerusalemme. Questa volta, ad ucciderti non ci guadagnano davvero niente. Questa volta, puoi avanzare delle richieste.» sorride, l'occhio verde che brilla malignamente. Due millesimi di secondo fa stavo per tirargli un pugno in faccia, ma ora credo di capire dove voglia andare a parare. «E se io fossi in te, ne avanzerei parecchie. Fammi pensare due secondi - che è anche il tempo che ci resta, direi - e ti dico per filo e per segno cosa dire a quei figli di libera professionista.»


E' incredibile quanto il mondo sia un posto migliore dopo una notte di sonno. Riesco quasi a guardare i riflessi sugli stucchi dorati senza che mi vada insieme la vista.
«Non ci aspettavamo una risposta così in fretta.» a parlare è il Cardinale.
Beh, nonostante non se l'aspettassero sono riusciti comunque ad allestire un bel siparietto come le altre volte. Non sia mai che mi parlino a tu per tu come se fossero anche loro esseri umani, eh.
Faccio spallucce. «Non è stata una scelta così difficile. Anzi, non è stata nemmeno una scelta, no?»
L'Inquisitore sorride con condiscendenza, come se il mio atteggiamento gli facesse tenerezza.
«Ne deduco che hai accettato l'offerta.»
Mi trovo a rispondere al suo sorriso in un modo che spero sembri vagamente spavaldo. Ma non sono Sergio, quindi probabilmente avrò più l'aspetto di uno che sta per rimettere dopo una pessima sbronza.
«Oh, sì.» dico, comunque. «Ma con un paio di condizioni.»
Tiro fuori da dentro la felpa la lista e lascio che si srotoli fino quasi a toccare il pavimento. E devo ammettere, Sergio aveva ragione, è valsa la pena di scrivere così in grande e attaccare insieme tutti quei fogli per vedere le loro facce in questo momento. Sento il sorriso diventare più genuino.
Il Cavaliere, quello in mezzo, allunga una mano e io gli passo la lista. I tre cominciano a leggerla con un'espressione che nemmeno avessero visto il Signore in persona.
«"Far rilasciare il detenuto numero 6096 con totale perdono di tutte le colpe. Soprattutto la rivolta carceraria".» inizia a elencare il Cavaliere. Il Cardinale mi guarda allibito da sopra il foglio e io faccio spallucce. Sergio doveva mettersi al primo posto, chiaramente. "Così ho tutto il tempo che voglio per escogitare un modo per toglierti dalle grinfie della Chiesa".
«"Trattare il sottoscritto con il rispetto che merita per avervi vinto la guerra - questo significa licenze regolari, orari di lavoro regolari. E tutte le spese coperte. Dare un'indennità mensile alla signora Kozirkij, per averle requisito il figlio, pari a-" no, non posso credere che ci sia scritta una cifra del genere.» esclama il Cavaliere, abbassando il foglio.
Faccio un gesto alla sala qui intorno. «Andiamo, non venite a dirmi che non potete permettervelo.»
Il Cardinale strappa la lista dalle mani del collega e continua a leggere. Dall'espressione di 50, in piedi dietro di lui, credo che sia arrivato al punto in cui chiedo si investa nella ricerca di modi per rompere patti con i demoni. Non che per me possano fare qualcosa, visto che, beh, Paimon, ma credo a Vicky non dispiacerebbe.
«Questa lista è semplicemente ridicola.» mormora il Cardinale.
«A me sembra che avere una divisa fatta su misura con un drago nero al posto della croce sia una richiesta del tutto ragionevole.» ribatto. E sobria.
«Non puoi pensare davvero possiamo prendere in considerazione simili idiozie!»
Sorrido. «Io credo che dobbiate farlo, invece. Altrimenti, potete pure uccidermi.» lo dico fissando 50, la vedo diventare - se possibile - ancora più bianca.
«Non lo faresti.» è l'Inquisitore a parlare, sempre con quel tono di condiscendenza e superiorità. Non mi degno neanche di guardarlo. «Sei troppo attaccato all vita, o non saresti qui in primo luogo.»
«Prima di Gerusalemme, forse. Ma grazie a voi, ho potuto avere un'anteprima dell'Inferno. E sapete, ora come ora, mi sembra un'alternativa più allettante di quella che mi state offrendo voi.»
Mi sforzo di mantenere voce ed espressione neutrale, spero che non leggano che si tratta di un bluff disperato. 50, ora, è china a parlare con il Cardinale. Non riesco a capire cosa gli sta dicendo, ma credo qualcosa sulla necessità di mantenermi in vita considerando il mio legame con Paimon. O almeno, ci conto.
Dopo quelli che mi sembrano secoli, il Cardinale zittisce 50 alzando una mano inanellata.
«Bene. Accettiamo le condizioni.» dice, per la prima volta riesco a sentire una nota di frustrazione nella sua voce, ed è qualcosa di meraviglioso. Ripiega con cura la lista e la fa sparire nei meandri della sua veste di velluto. «E' un piacere fare affari con lei, Kozirskij.»
Sogghigno. Sì, Sergio ha ragione. Tutto sommato poteva andarmi peggio - non di molto, ma comunque... è una piccola vittoria, questa, ma è la mia vittoria. E mi piace.
«Non è il primo a dirmelo, sa?» rispondo al Cardinale.


* * *


Seduto nella sua stanza bianca, Paimon osserva.
Il suo sguardo vaga oltre le finestre, a quel pallido spettro di mondo che ha costruito.
Esattamente centodieci altri universi sono nati da quando il suo è caduto. Quattro di essi sono ancora in vita. Pulsano di possibilità.
Le dita di Paimon si muovono, giocherellano con qualcosa che sembra un filo argenteo, macchiato di nero qua e là. Il filo scorre tra dito e dito come se fosse liquido.
E' un'occasione che gli si è presentata davanti poche volte, ed è solo ora che ha deciso di coglierla. Solleva la mano, e il filo d'argento si attorciglia sotto il suo palmo, striscia lungo il suo anulare e si chiude in un anello brillante. Le macchie nere ne rovinano un po' l'aspetto, ma se Paimon volesse potrebbe toglierle.
Se Paimon volesse, potrebbe fare molto con quel filo argenteo.
Le vite degli uomini sono così brevi, e per una creatura che considera un soffio la vita di un universo diventano questione di un infinitesimo. A Paimon non è mai capitato di dover agire così in fretta - no, fatica a comprendere il concetto stesso di fretta. Ma a certe cose si sa adattare.
Ad altre, invece, non riesce ad adattarsi affatto.
Sorride e si alza in piedi, stanco di contemplare delle ombre. Ha ben altro di cui occuparsi, ora.
E' da parecchie ere che si sente molto nostalgico.
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