Segreteria di una notte di mezza estate by Aealith
Summary: Pur di evitare richieste stavaganti nella segreteria si è disposti a tutto, comprensivo il servizio ad entità dubbie. No, non i massoni bavaresi. 
Categories: Saghe Characters: Nessuno
Genere: Commedia
Warnings: Nessuno
Challenges:
Series: Nessuno
Chapters: 2 Completed: No Word count: 7296 Read: 872 Published: 28 Jan 2015 Updated: 07 Feb 2017
Story Notes:
Con la rapidità tipica della geologia ecco un inizio di storia. Al solito insulti, mortaretti, consigli od altro son ben graditi, scatenatevi.

1. Segreteria di una notte di mezza estate by Aealith

2. Indovina chi viene a colazione? by Aealith

Segreteria di una notte di mezza estate by Aealith

Mai mescolare cassoeula e mescalina, soprattutto sei sei un architetto, altrimenti rischi di partorire una mostruositàdi cemento, come quella in cui sono ora prigioniera. L’unico suono che si sente è quello dell’attesa rotto da qualche pianto o il digrignare dei denti: non ho più le forze per tentare una conversazione, fosse solo per coprire il borbottio delle lamentele. Ormai l’aria stantia impregnata dell’odore di sudore mi strozza la gola. Per non parlare dell’odore di kebab e dei “panini” presi nei chioschi vicino dai nomi folkloristici come “Il lurido”, “Infarto miocardico” e “Ischemia verde”, l’unico paninaro vegetariano che si vanta di aumentare il tasso di infarti senza alcun derivato animale. Sì, sono una matricola in coda alla segreteria, siamo in piena quanto afosa estate e il condizionatore ha abbandonato questa valle di lacrime.

Mi correggo, attorno a me qualcuno parla: tentativi improbabili di abbordaggio alle ragazze più carine. Il che mi esclude dalla lista non essendo io Sophia Loren. E probabilmente non finirei nemmeno nella lista “ragazze forse guardabili se bevi a sufficienza”. Intendiamoci non è un grosso handicap. Soprattutto quando ti risparmia personaggi improbabili che ti abbordano con un «C’è maneggio vicino? Perché sei una bella cavalla!» o peggio ancora.

La coda pare del tutto immobile, quelli davanti avranno iniziato l’attesa all’incoronazione del primo re di Italia. Saranno stupiti quando scopriranno la proclamazione della repubblica. Ma non mi sento così ottimista, gli archeologi di un lontano futuro esumeranno i nostri corpi e cercheranno di capire le ragioni di questo suicidio rituale. Una ragazza davanti a me con un lungo dread, munito di campanello, si gira e mi fissa qualche secondo. Sicuramente ha più anni di me, ha un’aria più matura, il termine politicaly correct per invecchiamento, e soprattutto non pare essere del tutto smarrita. Indossa dei pantaloni colorati a tenda e una canotta color mandarino che le lascia scoperto l’ombelico e una cicatrice poco più in basso. Al collo una collana etnica e sulle braccia una manciata di braccialetti. È più alta di me di tutta la testa, ma non ci vuole molto ad essere più del mio “un metro e tanta voglia di crescere”. Ha un piercing al naso. Cinque euro che studi agraria e che abbia in borsa un pacchetto di tabacco sfuso. Ricordate: gli stereotipi fanno risparmiare tempo. La ragazza mi rivolge un ampio sorriso «Ciao, ti vedo spaventata, posso aiutarti? Sono ormai pratica della segreteria e sembri aver bisogno di aiuto» Aspetta, vuol dire che non solo qualcuno mi sta abbordando, ma per giunta è una ragazza più vecchia? Finiremo sulla Collinetta, a fumare un cannone con una quantità sufficiente di fumo a ricevere cartoline d’auguri dal Pakistan ogni Natale. E il giorno dopo, lei si vanterà con gli amici di come sia facile approfittare delle matricole smarrite. Nora, torna fra noi. Non posso farmi film mentali simili per ogni persona che vedo. O, almeno, potrebbero avere un lieto fine. E a pensarci bene potrebbe non essere un abbordaggio. All’ingresso l’altro ieri c’era quel ragazzo che cercava di farmi diventare mormona. O forse, una raccolta fondi. Come quella che chiedeva soldi per “Combattere la perdita di biodiversità attraverso la reintroduzione del vaiolo umano in natura”. Spero solo non sia qualche movimento politico. Sono stanca di rifiutare inviti per unirmi alle milizie islamiche salafite o di spiegare che non ho interesse in una dittatura platonica dei filosofi. E la ragazza sta ancora aspettando una risposta mentre io ero persa nel Cineteatro “Il Disagio della mia mente”. Devo rispondere prima che si renda conto che le mie abilità sociali siano al di sotto di un E.Coli. Possibilmente senza balbettare. E che non voglio unirmi al suo partito/religione/gruppo di avventurieri in un dungeon.

«Ho un ragazzo, anzi due. Uno lo uso quando l'altro è in riparazione. Penso che i panda debbano estinguersi. Adoro il Dio Sole, tradizione di famiglia materna»

Splendido: non ho balbettato, ma ora mi odia.

La ragazza mi guarda confusa mentre si arrotola il dread sull’indice sinistro «Non penso tu debba dichiarare il tuo stato sentimentale in segreteria. È un’università, non facebook. O perlomeno, saresti la prima che sento» smette di arrotolarsi il dread e agita il campanello in fondo «Non devi farlo vero? Non è qualche nuova norma vero?» aggiunge la Vecchia. Fantastico, ho collezionato un'ulteriore figura di merda.

«Scusa, ero sovrappensiero» È quello che si dice in questi casi no? Dovrebbe bastare come scusa? O devo spiegarle che temevo di essere sedotta, abbandonata e convertita in pochi minuti?

«Ciao? Dovevo consegnare il mio piano di studi, ma mi sono dimenticata di farlo in tempo»
Vedo il colore sparire dal volto della ragazza. Si morde il labbro con espressione preoccupata.
Non è un buon segno «Non posso più farlo via internet. Non sono riuscita a capire la procedura: il modulo legale aveva le note in latino. E io non so tradurre il latino. So solo che noi ritardatari dobbiamo consegnare il modulo nella versione a bassa tecnologia» Agito la cartelletta di plastica che tengo in mano. Un modulo cartaceo con tutti i miei dati compilati, compreso di oroscopo con ascendente, una boccetta col mio sangue e infine una copia della mia carta d’identità su tavoletta d’argilla. Non pensavo le copisterie ne fossero in grado, ma quando l’ho chiesto non hanno mostrato il minimo stupore: il tempo di finire il ritratto “sangue su pelle di bufalo” del ragazzo davanti a me e si sono dedicata alla mia tavoletta.

La ragazza smette di torturarsi il labbro «Mi dispiace dirtelo ma temo tu sia finita in una situazione piuttosto grave, forse ora non ti sembrerà, ma-»

«Non può essere così tragica dai, alla fine è solo una segreteria» rispondo.

Finalmente la coda pare muoversi: un ragazzo esce dagli sportelli. Più che ragazzo dovrei dire l’anello mancante fra l’uomo e autoblindo. Una sorta di macellaio ugro finnico, muscoloso e tatuato. Vestito di nero, con anfibi, chiodo e maglietta d’ordinanza di qualche gruppo sufficientemente brutal da aver il nome illeggibile. Sospetto qualcosa tipo “Sodomizziamo le foche” “Cadaveri di suore divorati dai vermi” o “Sistema di misura imperiale”. E ha il volto rigato di lacrime. Scuote la testa mentre due amici accanto - uno biondo, alto e pallido con un pentacolo al collo, l’altro rasato con cicatrici sul volto e crocefisso al contrario d’ordinanza - lo consolano sussurrando piano e accarezzandolo. La ragazza alza le spalle. Sul volto si legge fin troppo bene un “te l’avevo detto!”

«Prometto che non parlo più. Guidami e sono disposta a tutto» Non è il momento per andare sul sottile. La Vecchia sorride in modo preoccupante.

«È un ottimo punto di partenza. C'è una soluzione più semplice per tutto questo. Ma richiede una certa intraprendenza. È comune per chi come me, è decisamente navigata» Il sorriso diventa famelico e si porta una mano al cuore. O forse sulla scollatura. Oh splendido. Le avances sono da fare ai dipendenti della segreteria o ai prof? Nessuno dei due casi mi pare auspicabile.

«Non fare quella faccia. Non è quello che stai pensando»

Mi prende per mano e mi trascina oltre la fila verso gli sportelli. Aspetto solo il momento che la fila vada in rivolta e mi linci per aver cercato di sorpassare. Stranamente nessuno pare reagire. Non sembrano interessati a farmi a pezzi e ad esibirmi su una picca come monito per i futuri sorpassanti. Superiamo gli sportelli. Sto per chiederle se non dovevamo fermarci lì, ma mi trascina oltre. Giriamo l'angolo, scendiamo per una rampa di scale, passiamo per un dedalo di corridoi, dove il linoleum cede il posto a pietra scavata, e infine arriviamo ad una serie di uffici della segreteria.

Non sono mai stata qui, ma è un'affermazione che potrei fare per buona parte dell’università. Malgrado il corridoio da cui siamo sbucate sembrasse ricavato da una miniera qui è tutto tornato alla tecnologia più recente, anche se non proprio degli ultimi decenni: la luce viene da neon traballanti, pavimento in linoleum, scrivanie plasticose occupate da vari impiegati. Al centro della stanza qualcuno ha tracciato un pentacolo col gesso. Su un muro è attaccato un calendario di Frate Indovino risalente a diversi, troppi, anni fa accanto ad un armadio di metallo. E poco oltre la parete è coperta di rampicanti fioriti. Forse cresciuti da soli grazie all’umidità e al tetto che perde. Oppure uno dei dipendenti anziché processare pratiche ha deciso di dedicarsi al giardinaggio. Sospetto ambedue.
Uno degli impiegati osserva ridacchiando un pc antidiluviano. Monitor a tubo catodico, la spina sarà attaccata ad una caldaia a carbone o una ruota con gerbilli dopati.
L’impiegato pare trovare comico lo schermo appena sposta il mouse o preme la tastiera.

«Sembra che non abbia mai visto un televisore in vita sua. Mi sorprende abbia preso bene l’invenzione del fuoco e la lavorazione del bronzo» sussurro alla mia accompagnatrice. «Probabilmente hai azzeccato» risponde con aria serissima. Le hanno rimosso chirurgicamente il senso dell’umorismo? Magari quella cicatrice che vedo spuntare dalla maglietta non era l’appendicite.

«Ecco, mi sa che è la scusa migliore per spiegarti come stanno veramente le cose qui dentro» Non sento ironia nella sua voce. Forse è a me che hanno asportato l’umorismo? Magari quella mattinata che mi sono svegliata in doposbornia al parco non ho perso un rene come temevo. Mi passo la mano sulla schiena, rabbrividendo.

«Questo luogo ha dentro di sé forze oscure. Cioè, oltre a quelle normali in una segreteria. Guardati attorno, non vedi nulla di strano?» Più che strano è desolante. L’impiegato di prima continua a spanciarsi vedendo il cursore muoversi. Su una scrivania altri due impiegati dividono una pila di fogli alta come la mia anonima accompagnatrice in tanti mucchietti, usando criteri imperscrutabili. Uno dei due estrae dalla tasca un cristallo con una cordicella e lo fa oscillare sopra i mucchietti. Sembra apprezzarne uno più degli altri e lo porge ad una terza collega che inizia a compilarlo. Questo spiega molte cose.

Seduto ad un’altra scrivania c'è un ragazzo a cui un impiegato con un pizzetto rossiccio sta prendendo la distanza fra le narici con un metro. L'impiegato annuisce soddisfatto e si dirige verso l’angolo, davanti a un portaombrelli pieno. Considerato che è un mese che il sole sta caramellando la città, saranno mesi che attendono di essere adottati e riportati in una casa.

Pizzetto Rosso estrae dal portaombrelli una sciabola, la soppesa qualche secondo e porge il manico al ragazzo. Questo sorride, ringrazia e se ne va fischiettando muovendo a tempo la sciabola. Il motivo era “We saw the sea” di Fred Astaire. Anomalo, ma niente di sconvolgente dalla segreteria devo dire. Sto per farlo presente quando uno degli impiegati ai pc si alza in piedi ad esultare. «Finalmente ho capito come funziona excell, so usare il pc! Sono una fata libera!» Si sente uno schiocco di frusta e le porte dell’armadio di metallo si spalancano: dentro intravedo un bosco. Non so se credere alle mie orecchie sentendo lo scroscio della pioggia, finché non lampeggia un fulmine. L’impiegato si spoglia gettando i vestiti a terra e corre verso l’armadio. Si ode finalmente il rumore del tuono e l’armadio si richiude. Si riapre dopo un secondo. Dentro scorgo ancora degli alberi ma la scena pare assolata. Si sente un tonfo seguito da un urlo e dall’armadio rotola un tizio con addosso solo dei pantaloni colorati con una macchia a forma di stivale sul sedere. Non posso che notare il paio di zoccoli che ha al posto dei piedi. Mr. Zoccoli si rialza e si guarda attorno. «Cambiato tutto da ‘ste parti. Ai tempi di Juls non c’era tutta ‘sta sciccheria. Tizio interessante quel Cesare, e le loro terme erano una figata, ma roba così...» Batte lo zoccolo sul linoleum con aria soddisfatta. Senza perdere l’espressione beata si siede ad un pc, lancia un fischio di apprezzamento, scrocchia le dita e inizia a premere sulla tastiera come se suonasse un organo. La stessa espressione di un bambino con una bicicletta nuova.

«Mi avevano detto fosse assurdo ma non mi aspettavo qualcosa del genere. Uh, che significa format C? Qualunque cosa sia mi piace!» Mi correggo, diciamo pure come un bambino sotto anfetamine sul dorso della bicicletta nuova, mentre saccheggia una fabbrica di dolciumi.

Questo era inaspettato.

«Sei fortunata, sapevo accadesse, ma non l’avevo ancora visto coi miei occhi» mi dice la mia accompagnatrice. Continuo a non capire. È una segreteria: l’insolito è di casa e l’improbabile è scontato. Ma l’armadio? Gli zoccoli? Questo è troppo.

«La maggior parte degli impiegati sono costretti a star qui tramite dei con patti. A molti piace scendere nel mondo terrestre, ma pochi sono disposti a sopportare un lavoro a contatto con umani, per giunta studenti, tutto il giorno. È una punizione e dura finché non riescono a capire come usare un computer. Appena lo scoprono tornano nella loro corte felici di poter dimenticare l’esistenza delle apericene»

Ammetto che mi sembravano spesso confusi dalla tecnologia, ma ho sempre pensato fossero tecnofobi, o particolarmente imbranati o che vivessero in un mondo tutto lor- oh è quello che mi ha appena detto…lei. Fantastico non le ho ancora chiesto il nome. Complimenti Nora, altra figura di merda per te.

«Loro sono creature particolari. Possono sembrare umani ma non li comprendono appieno, sono confusi anche dalle norme sociali. Fai conto che vivano con la testa in tutt’altra realtà e siano spaesati quando si trovano fra noi» Magnifico, fin qui è la mia descrizione «Loro sono la forza oscura dietro l’università, si contendono il possesso delle segreterie e dei dipartimenti. Gli studenti non sono che un’altra pedina del loro ineffabile gioco. Diversi studenti negli anni scelgono di prestar loro servizio. E fra di loro ci sono anche io. Serviamo la loro causa, ma credimi, meglio questo che soccombere agli orrori della burocrazia ordinaria. Servendoli avrai molti meno problemi. E sanno come ricompensare un buon lavoro»

Sorride e appoggia la mano sulla sua borsa. Ho un’illuminazione. Il nome è sussurrato con timore e riverenza, se non con odio. O meglio, alcuni lo fanno, gli altri sono convinti che questi alcuni siano svitati e tuonati nel profondo. Sinceramente concordavo a ritenerli suonati, non avrei mai creduto che esistessero e tanto meno che mi sarei trovata con una loro proposta di lavoro.

«Mi stai dicendo che siete adepti di una qualche complotto massonico?» La ragazza si passa una mano sulla fronte. Pizzetto Rosso salta la scrivania, raggiunge il portaombrelli ed estrae due spade. Si gira verso di me, con i tre occhi iniettati di sangue e punta le armi verso di me. L’ultimo arrivato, Mr. Zoccoli, si gira a guardarmi, lancia un urlo e la mandibola scende a toccare la scrivania. Letteralmente: credo abbia la bocca aperta di mezzo metro. Tutto questo senza smettere di premere tasti a caso sulla tastiera. I fiori della pianta si aprono, mostrano dei piccoli denti sui petali ed una lingua esce al posto del pistillo. Fatemi indovinare: non avrei dovuto dirlo?

«Conlaoch, abbassa la spada. Tutte e due per favore. È solo nuova. Nessuno voleva nominare-» Oh, non ripeterlo «- la Massoneria»

Ecco, l’ha detto. Mr. Zoccoli riprende a strillare e a prendere a pugni la tastiera.
«NON DIRE QUELLA PAROLA» Urlano i fiori in coro. Hanno tutti assunto un color sangue.
«Va bene, recepito il messaggio. Non ripeterò quella parola»
rassicura la mia accompagnatrice. Pian piano i fiori sbiadiscono e ritraggono i denti. Mediazione riuscita.

«Tornando a noi e lasciando da parte simili forze, qui la segreteria è sotto controllo della magnifica Corte d’Estate»

Qualche lord inglese con l’hobby per la caccia alla volpe ha deciso di comprare l’università come giocattolo? Diventeremo i loro galoppini per la diffusione dell’ideale monarchico e della rigida separazione in classi nel paese. I più abili avranno il permesso di bere il tè in prossimità di un nobile e di preparare la loro muta di beagle per la caccia al plebeo. Non mi torna.

«Sono celebrati nelle opere immortali dell’umanità, sia quelle minor,i come poeti e drammaturghi, sia in quelle fondamentali, come le canzoni dei bambini. Avrai sentito anche tu i racconti sui bambini da loro rapiti» Ora sono confusa. Parla di Angelina Jolie o degli zingari? «In altre parole ti propongo di servire la Regina delle fate della corte d’estate»

È una metafora vero? O un effetto collaterale dell’umorismotomia di una di noi due.

«La corte Seelie controlla questa segreteria ma non è l’unico luogo sotto la sua egida. Ad esempio hai diritto a sconti per un sacco di locali fighissimi.» La vecchia apre la mano mostrando un depliant patinato. Ha ucciso ogni parvenza di drammaticità un colpo solo. Ben fatto.

«Mi stai dicendo che posso evitare che mi perdano moduli in segreteria se aiuto Trillie coi bambini perduti?» chiedo.

La vedo sudare. Si asciuga con una bandana estratta dalla borsa.

«Non chiamerei in questo modo la Regina delle querce. Ma il succo è questo: “Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia”. E in questo caso ci sono fate che in cambio del tuo lavoro ti eviteranno ogni altro problema di burocrazia. Fate che amano molto Shakespeare»

Una parte di me ha sempre desiderato che arrivasse il momento “Harry, tu sei un mago!”. Con mia confusione eccolo qui. Affermazioni straordinarie richiedono prove straordinarie. E quell’armadio si piazzava bene. Se mi permettono di evitare i problemi con la segreteria sono sufficientemente straordinari per me. Per quello non avrei problemi a distribuire regali per Babbo Natale o fare da personal shopper alla Fata dei Denti. I quali in effetti potrebbero esistere. Assieme ad un complotto massonico. E forse peggio.

«Credo di poter accettare l’esistenza delle fate. C’è qualche altra entità di cui dovrei saper qualcosa? Prima che un lupo mannaro mi azzanni in un vicolo» chiedo preoccupata

La Vecchia ridacchia.

«Ma dai, ti pare? Un lupo mannaro?»

Tiro un sospiro di sollievo. Una creatura magica per volta la posso sopportare, non è certo il momento di farsi prendere dal panico.

La Vecchia rimette in borsa la bandana e continua «Niente del genere qui, mica siamo negli Appennini!»

Da oggi, le vacanze le faccio in città.

«Conlaoch, sì quello che ti puntava contro le spade, ti spiegherà brevemente i termini del Contratto» la Vecchia si alza e continua «Molto più brevi di quelli di windows ma richiede un piccolo sforzo in più di un click. Perciò scappo a prendere il necessario»

Sì c’era decisamente la C maiuscola nella parola. La Vecchia prende al volo un oggetto lanciato da Conlaoch. Un mazzo di chiavi e tra tutte pesca una chiavetta per le macchinette e si allontana sorridendo nei corridoi. Starà cercando il distributore automatico di candele e agnelli sacrificali per messe nere.

Conlaoch si piazza alla scrivania e fa cenno - con una delle spade - di sedermi.

«La nostra offerta è semplice» spiega fissandomi con tutti e tre gli occhi «nessun problema con la segreteria per il tuo futuro. Tutte le date saranno scritte col calendario gregoriano. Niente esami da dare a brumaio o coi giorni del calendario giuliano. Il tuo corso di laurea non ti verrà cambiato in teologia per errori di trascrizione. La tua tessera universitaria non ti dichiarerà apolide o cittadina dell’unione sovietica. Potrai dire addio a tutto questo. Quello che vogliamo da te è semplice: tre favori per la Corte d’Estate e la sua regina»

Passare gli appunti di sistematica vegetale alla regina immagino non sia considerato un favore sufficiente.

«Avrai libera scelta su come compiere i favori. Non ti sarà chiesta direttamente nessuna azione più immorale od illegale di quelle abitualmente compiute dallo studente medio»

Non so se il copyright si sia fermato ad Eboli, ma di certo prima di arrivare alla Corte d’Estate a spiegare il concetto di pirateria informatica.

La Vecchia rientra nella stanza porge a Conlaoch un pacchetto di cracker e un caffè in bicchiere di plastica.

«A qualcuno spiace se fumo?» chiede rovistando nella sua borsa. Non si potrebbe qui dentro, ma, visto che il cartello di divieto ha ancora l’ammenda segnata in lire, dubito che interessi a qualcuno.

I fiori tossicchiano e cinguettano in coro «Lo sai come la pensiamo sull’argomento»

La Vecchia sbuffa e tira fuori un pacchetto di tabacco sfuso. Scommessa vinta per me. Si versa sulla mano un cumulo di tabacco e lancia la busta verso la pianta. Uno dei fiori addenta la busta squarciandola e sparge il tabacco attorno a sé. Gli altri fiori si gettano ad addentare il contenuto sparso. Mentre procede l’orrido pasto vegetale la Vecchia estrae una pipa dalla sua borsa di tela. Grossa quanto il mio avambraccio, di un materiale che sembra osso, intarsiata con decorazioni geometriche. Eviterò battute sulle persone che compensano circondandosi di oggetti visibili e massicci. La riempe, stringe la mani attorno e una fiammella tremola sul tabacco. Presto l’aria si riempe di nuvole di fumo proveniente dalla pipa e dai fiori. Mi sarei aspettata che una pianta fosse più salutista.

Conlaoch mi porge il pacchetto di cracker e il caffè. Sto per rifiutare ma la Vecchia mi fa un cenno con la testa mentre soffia un’altra nuvola. Consumo il tutto sotto lo sguardo silenzioso dei due. Conlaoch si rivolge a me solo quando finisco

«Hai accettato il nostro pane e sale, ti sei nutrita della nostra ospitalità»

In qualità di studentessa ho una piramide alimentare basata su caffeina e junk food, ma come inizio non mi pare particolarmente generoso. Prima che io possa lamentarmi l’occhio centrale del mio interlocutore mi guarda storto e assume una sfumatura rossastra. Ok sto zitta.

«Sei disposta a stringere il Contratto e a servire la nostra Corte?» mi chiede Conlaoch.

Potrei dire che lo faccio per liberarmi della burocrazia, o per paura di dire di no ad un essere sovrannaturale pesantemente armato. E intendiamoci, sono due ottime ragioni. Ma so perfettamente che lo faccio per la mia curiosità. Potrei girarmi sui miei tacchi - metaforici, solo un’idiota cammina su quelle trappole - e far finta di non aver visto nulla. Se provassi a raccontarlo a qualcuno mi regalerebbero una camicia dalle maniche troppo lunghe, e un pernotto garantito in una stanza imbottita. O più probabilmente attribuirebbero il tutto ad allucinazioni indotte da una permanenza troppo lunga nella segreteria. E avrei buttato un’occasione irripetibile. Se Bilbo avesse trattato Gandalf come un testimone di Geova e l’avesse spedito fuori a calci, avrebbe rinunciato a tutto quello successo dopo. Niente Pungolo, e soprattutto non avrebbe visto il mondo fuori dalla Contea. E sarebbe stato pure un pelo stronzo con il suo amico.

Annuisco e chiedo «Accetto. Devo firmare un contratto col sangue o…?»

Conlaoch scuote la testa «siamo la Corte d’Estate. La modulistica la lasciamo per i contratti con il Diavolo e i fuoricorte alla segreteria. Basta una stretta di mano. E del sangue in effetti. Il sangue è minimo per un contratto fra gentiluomini» strizza l’occhio in centro alla fronte «o gentildonne»

La Vecchia estrae dalla solita borsa un pugnale, mi afferra la mano destra e fa scorrere la lama sopra. È così affilata che non sento male quando inizia a gocciolare del sangue. Pulisce la lama sui pantaloni con un gesto distratto e la rimette in borsa. Inizio a chiedermi cos’altro abbia lì dentro. E come faccia a non tagliarsi quando ci rovista.

Conlaoch mi porge la sua mano. La stringo sentendo il sangue che cola. La ferita brucia improvvisamente.

«Per l’aria che respiro e per l’acqua che bevo, il cielo e la terra mi siano da testimoni. Se mento, mi inghiotta la terra nelle sue profondità. Se rimangerò la mia parola, il cielo si apra e crolli su di me con tutte le stelle.» Le parole mi sono uscite di bocca da sole, come una preghiera mandata a memoria «Servirò la corte a cui ora mi glorio di appartenere. Tre saranno i desideri che esaudirò prima che il nostro patto sia concluso»

Mi sembra, per un attimo, di stringere la zampa di un animale e di sentire il pelo sulla mia mano. La sensazione sparisce, sbircio e vedo che stringo una mano perfettamente umana.

Conlaoch molla la mia mano e sorride «capirai da sola quando verrà il momento di restituire uno dei favori. Considera il tuo piano di studi come già ricevuto e accettato dalla segreteria»

Mi rialzo e riprendo la mia cartelletta con modulo e lastra d’argilla. In questo momento l’unica cosa che voglio fare è tornarmene in casa a digerire la situazione. Io, un tè e nessun folletto variabilmente armato.

La Vecchia butta la pipa con ancora dentro la cenere nella sua borsa e si alza ad accompagnarmi. Prima di allontanarmi dalla stanza sento i fiori urlare «Ci si becca in giro, sei sempre benvenuta se vuoi farti un sorso con noi»

L’invito fuori da parte di un vaso da fiori con problemi di tabagismo, ecco cosa mi mancava. Camminiamo fino al portone di ingresso, quando la Vecchia si ferma «Posso avere il tuo nome prima di salutarti? Io sarei Marika» mi chiede.

Mi allunga un cartoncino, scritto sopra un numero di cellulare. Mi chiedo se ne abbia un set dentro la borsa.

Sarebbe ora che mi presenti: «Io sono Nora»

«Oh come Norah Jones?»

Sono stupita, non ha l’aspetto di una che ascolta Norah Jones. Avrei puntato più sul padre, Ravi Shankar. Musica di sitar, fumo ed amore libero era l’immagine che mi ero fatta di lei. In effetti, l’immagine non aveva previsto che fosse una reclutatrice per una fazione di fate nascoste nella segreteria. Forse è il momento di aggiornare i propri stereotipi. Includendo nei possibili pericoli delle vie malfamate l’assalto di lupi mannari.

E ora che ci penso se Bilbo si fosse fatto i cazzi suoi avrebbe evitato la morte di diverse persone, una città distrutta e una battaglia campale.

Indovina chi viene a colazione? by Aealith
*ding* *ding* *ding*
Un suono metallico prova a tirarmi fuori dal sonno, fallendo a metà strada tra “dormiveglia” e “coma farmacologico”. Povero illuso.
Il trapezio è un muscolo che riveste il collo e il dorso, origina dalla linea mediana dei suddetti, ed ha inserzione sull’acromion della scapola e sulla clavicola. È altresì noto come “nervo della bestemmia”, per via della particolare reazione elicitata se schiacciato. Esattamente dove sento un colpo secco. Risorgo dal torpore, dando ottime ragioni per il nome attribuito.
«We, testina, era ora che ti alzassi, c’è da lavorare oggi»
Fisso sconvolta la fonte della voce, appena saltata sul letto lanciandosi dalla mia spalla.
«Tu sei la mia moka, e parli»
Si trova a mezzo braccio di distanza dalla mia faccia. E sento chiaramente che mi fissa, pur non avendo occhi. È in quasi tutto la mia moka: alluminio, lercio come sempre, sagomata ad ottagono. Unica differenza sono delle braccia di bakelite, con cui solleva un cucchiaino. Immagino l’abbia usato per percuotermi. Mentre mi massaggio le spalle ancora dolenti torna a parlare. Ad ogni parola il coperchio si agita leggermente.
«Grazie per aver sottolineato l’ovvio. Ora, anziché poltrire potresti farti il favore di tirarti su? C’è da laurà!»
Oh no.
«Tu sei la mia moka, e parli con accento milanese»
Moka sbuffa, facendo gorgogliare il caffè all’interno e lasciando attorno a sé un forte aroma. Mi chiedo come faccia a non versarlo in giro.
«Ottieni in solo colpo il sogno femminile dell’infanzia e dell’adolescenza, il proprio giocattolo preferito che ottiene la parola, la colazione a letto dal proprio amato, e te ne lamenti?»
Accento fastidioso e anche sessista, meraviglioso. Non sono pronta a questi discorsi di prima mattina, non senza caffè in circolo.
«Hai un’idea piuttosto stereotipata. Non avrei mai voluto che Venceslao, il mio ornitorinco peluche, ottenesse parola, e soprattutto non voglio cibo nel mio letto» Moka salta a terra si dirige verso la porta «Hai per modello le mantidi religiose?»
Mi alzo dal letto, avevano detto che “avrei capito quando sarebbe arrivato il momento”, ma non poteva essere meno intrusiva? E non poteva intrudere al pomeriggio?
«La Corte contatta tutti in questo modo?» dico arrancando fino alla porta. La mia Moka lombardoparlante si è già allontanata, e non la vedo in soggiorno. Cammina rapida per non avere i piedi. Supero il sofà polveroso color nutria, un po’ più pulito del solito dato che mancano le mie due coinquiline. Se non altro non devo spiegare la presenza di articoli casalinghi parlanti.
«La corte d’estate è maestra del design. Ti sembrerebbe cool se ti avessi scritto su msn?» dice Moka. La voce viene dalla cucina, almeno ha le priorità giuste.
«Aggiornati, c’è whatsapp»
«Lo stai facendo notare ad una moka».
Varco la soglia della cucina e vengo investita dall’odore di fumo. Sottolineo fumo, e non tabacco.
Dentro il corridoio stretto della cucina non c’è nessuno, escludendo Moka che è saltata sopra il tavolino di plastica schiacciato sul muro. Il fumo avvolge la stanza al punto che faccio fatica a distinguere i magneti kitsch quanto colorati del frigorifero.
Guardo oltre il frigo, oltre la fila di fornelli untosi, oltre alla coltre di fumo: l’occhio del ciclone al carcinoma è sul balcone. Con la schiena appoggiata alla ringhiera bianca, o almeno quello che passa per bianco a Milano, c’è Marika, la vecchia, che pare rispettare un regime di droghe piuttosto rigido per mantenere la mente flessibile. Fuma dalla grossa pipa d’avorio dell’altro giorno, ed ha anche oggi il suo borsone di tela. Mi rivolge un sorriso ed un cenno, immagino sia il suo modo per dirmi “buongiorno, scusa se mi sono introdotta in casa tua a fumarmi un terzo del PIL del Pakistan”. Mi offre la pipa con aria interrogativa.
«No grazie, ho un’altra idea di colazione» rispondo.
Noto che Moka ha già pulito il tavolo, eliminando lo strato superficiale di sporco e briciole, lasciando solo il lerciume a media profondità. Con le sue mani di bachelite regge un paio di piattini puliti, è seduta - o in piedi? - sulla biscottiera di latta, salta giù sul tavolo, poggia i piattini ai due lati del tavolino e saltella verso la credenza.
«Ti devo alcune spiegazioni» dice Marika. Un buon eufemismo. «Però mia giovane padawan ricordati quel che insegna Buddha. O forse Yoda. Una buona domanda insegna più di una mediocre risposta. Perciò lascio a te le domande. Fammi vedere se Confucio o Oscar Wilde avessero ragione»
Prende una boccata di fumo e la incalzo «Potresti dirmi come sei entrata in casa mia senza invito per cominciare? E vuoi dello zucchero nel caffè?» mi alzo a prendere il barattolo dello zucchero, quello con scritto “pepe”.
Marika finisce di espirare l’ultima boccata e con un gesto casuale si rovescia le ceneri della pipa alle spalle, fuori dal balcone. Spero nessuno fosse lì sotto.
«Evito di entrare in qualunque luogo senza invito» dice Marika con un sorriso con troppi denti  «Sono già stata invitata in questa casa, ad una festa di un qualche coinquilino precedente. Non è difficile, basta festeggiare sufficientemente spesso e le giri tutte le case dei fuori sede. E sì, gradisco lo zucchero» detto questo entra in cucina e prende posto al tavolino.
Moka è tornata dalla credenza reggendo un paio di tazzine pulite. L’afferro per il manico, verso dentro una cucchiaiata di zucchero e mescolo tra le sue proteste contro “queste abitudini terrone”.
Zucchero a parte, la sua risposta mi ha più confuso che altro. Proviamo con altro, e togliamoci subito via il dente: «Qual è la situazione più pericolosa in cui ti sei infilata per le corti?» le chiedo.
«Non andiamo certo per le domande sottili» mi risponde Marika. Fissa assorta Moka che riempe la sua tazzina, prima di continuare.
«Credo il colpo gobbo all’ex druido dei Navigli»
Non mi trattengo «I Navigli avevano un druido?» chiedo.
Marika fa spallucce «Al giorno d’oggi cosa non ha un druido, uno sciamano o perlomeno il suo clochard stralunato?» Fino a qualche minuto fa pensavo tutto il mondo. Marika beve un sorso di caffè e continua «Hanno ancora un druido, ma il precedente aveva pensato di esondare sulla festa di Gruffyd Sidhe. Non la prese bene. Si decise di rubargli ciò che di più caro aveva al mondo, e per la nobiltà delle corti “decidere di fare” significa mandare un servitore a perdere a fare il lavoro sporco. Non c’era esattamente la coda per farlo: il druido, prima di druidificarsi, era noto come il Macellaio di Busto Garolfo. Credimi, non lo chiamavano così per la bontà del suo manzo. Io mi ero ritrovata con la pagliuzza corta, ma il colpo riuscì perfettamente: ho rubato tutti i suoi tatuaggi, lasciandolo nudo come un ragioniere, senza una stilla di inchiostro sulla pelle»
Mi fissa il pigiamone antistupro e il suo sorriso trionfante s’offusca. Devo interrompere il silenzio disagiante prima che si chieda se appartenga anche io alla genia dei ragionieri non tatuati.
«È impossibile rubare un tatuaggio!»
Moka si gira verso di me e mi fissa immobile, con mia la tazzina stretta tra le braccia di bachelite. Marika sbuffa «È impossibile rubare un tatuaggio. È impossibile che esistano streghe tra maschi. Impossibile ottenere un contratto di lavoro.» getta un’occhiata alla sua borsa e la scuote. Si sente un rumore simile ad una pila di libri che cade. Con un eco da caverna.
«Eppure io ho ancora uno dei tatuaggi del Macellaio nella mia borsa. Da qualche parte, credo.» continua Marika «Le streghe maschio sono pericolose quanto l’altra metà del cielo. E tu hai contratto di lavoro molto stringente, con la Corte Fatata dell’Estate. Nonché una Moka parlante con un buffo accento» Moka finalmente smette di fissarmi per girarsi verso Marika, senza mollare la mia tazzina «Non è buffo» dice piccato. Concordo, le mie orecchie sanguinano.
«Non ho problemi ad accettare il sovrannaturale» dico, e mi correggo «non troppi problemi. Diciamo che ho avuto diverse dimostrazioni. Il punto è: dovrei credere a tutto? Dovrei girare con un cappellino di carta stagnola e dar retta alla predicatrice della metro quando ci assicura che l’apocalisse è vicina?»
«No, che io sappia non è attesa a breve» mi risponde Marika
«Come faccio ad orientarmi in tutto questo? Non sarò certo la prima con questi problemi. Cerco un bignami “come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la Corte d’Estatate”? Il tutorial d’Aranzulla alle creature magiche? Cerco qualcuno su yahoo answer col mio stesso problema?» le dico.
Marika rimane in silenzio a fissare la tazzina. Posso quasi sentire il suono di ingranaggi, pulegge e ventole nella sua testa che lavorano. Moka approfitta del momento per rabboccare le tazzine. A un mio cenno apre la biscottiera di latta e serve sui piattini  tavolino i mostaccioli fatti dalle mie mani. Tanto vale discutere di fatine a pancia piena.
«Sì, ci sono stati altri, spero tu non sia gelosa» Marika mi strizza l’occhio e continua «e hai ragione, è il momento di spiegarti qualcosa di importante. Io sono la tua Madrina»
Darth Vader era stato un po’ più diretto, e sì, nella sua voce ancora una volta sento le maiuscole. «E almeno tu non fare battute su Star Wars» continua Marika. Ops.
«È il titolo che mi spetta, avendoti iniziata io. Mi spetta anche mio rispondere alle tue domande ed evitarti danni permanenti, fino a un certo punto» dice Marika.
Rassicurante, posso scegliere quali arti conservare più a lungo?Marika
pesca dalla sua borsa una fiaschetta di metallo. Almeno non è un tatuaggio separato dal suo proprietario. La svita, versa un goccio di liquido trasparente nella sua tazzina, e l’allunga la fiasca verso di me. Annuisco: caffeina, zuccheri, mancava solo dell’alcol per questa conversazione.
«Senza le giuste domande io non sono libera di parlare. Più tempo passi nelle corti è più sono i vincoli che ti legano. È fondamentale che ascolti e ricordi ogni mia parola attentamente»
Si ferma a prendere un altro mostacciolo dalla latta, io bagno le labbra nel caffè corretto. Grappa.
«Accordi e giuramenti sono la valuta corrente delle Corti» la mia nuova Madrina continua «non solo è lecito, ma ci si aspetta che si cerchino scappatoie legali a proprio vantaggio, e si cerchi di abbindolare l’altro sulla formulazione di una singola sillaba. Per chi è vincolato da simili patti non c’è nulla di più pericoloso che cedere liberamente qualcosa ad un altro, o accettare aiuti e doni senza prevederne il prezzo»
Mi blocco con la tazzina in mano. Marika ridacchia e annuisce.
«Corretto» continua Marika «ma con me non conta, sono la tua Madrina e sei sotto la mia tutela. Non posso desiderare più potere su di te che questo.» Mi ammicca per l’ennesima volta. Se doveva rassicurarmi non ci è riuscita. Rovista un altro mostacciolo dalla latta, mi sa che ha gradito.
«Ma è una buona abitudine mantenere la guardia su queste cose. Qui tu mi hai trattata come ospite, è più tradizionale del pane e sale , ma il tuo serviz- » Moka la interrompe con un colpo di tosse «Qualcuno sta dimenticando un responsabile»
Marika strappa il cucchiaio da Moka e le dà un colpo secco sul serbatoio.
«Il tuo servizio, Nora» continua Marika, ignorando il borbottio incessante di Moka «Le azioni del tuo seguito, solitamente, ti verranno attribuite. In quanto Madrina, sono responsabile per quello che fai, a meno che io non mi dissoci apertamente. Cosa dalle conseguenze spiacevoli per chi venisse, diciamo, dissociato»
Il cucchiaio nella sua mano brilla rossastro come fosse sulle braci. Moka si zittisce. Pur non avendo un volto, e tanto meno degli occhi, sento che fissa spaventato il cucchiaio che si piega tra le mani di Marika. Lo lascia cadere, prima di toccare il tavolo il cucchiaio torna al suo colore normale. Nessun sfrigolare o odore di bruciato, non fosse piegato potrebbe non essere accaduto nulla. Deglutisco con più rumore di quanto volessi.
«Il tuo servizio» continua Marika come non fosse accaduto nulla «è chiaramente valido come ospitalità. Accettandola sono tenuta a rispettare te, la tua casa e il tuo seguito» lancia un’occhiataccia a Moka e continua «Una volta concessa l’ospitalità sei tenuta rispettare a rispettare gli ospitati. Tu non li avveleni, e loro contraccambiano. Una violazione del protocollo è una pessima idea, o un’ottima occasione per far scorrere il sangue, se ne sei capace»
Allunga ancora una volta la mano dentro la latta, ma le sue mani si chiudono sul nulla. Affonda tutto il braccio dentro con lo stesso risultato. Si è scofanata tutta la mia produzione.
«Si tratta di convenzioni» continua Marika «dichiarare esplicitamente una situazione ambigua è un ottimo modo per manipolare l’altro. Ad esempio tu non hai dichiarato che quella fornita fosse un’ospitalità generosa»
Sono confusa, nonché depauperata della mia scorta di mostaccioli.
«Hai detto che era una buona ospitalità» le dico, lei scuote l’indice pieno di briciole «Io ho detto che poteva contare come una buona ospitalità. Abbastanza da vincolare un ospite normale, ma io posso vantare diritti. In questo caso considero che fosse la dovuta ospitalità per la tua madrina, e che mi spetti un dolce ad ogni incontro. Prendila come una lezione. In più io ci metto le sostanze psicotrope.» dice Marika, e agita la fiaschetta di metallo.
«Prima che te lo chieda: sì, siamo al servizio delle fate. Sì sono la tua Madrina. No, non trasformo zucche in carrozze. Ma sì, questa sera si balla»
Gli obblighi nei confronti della Madrina sono più crudeli di quanto pensassi.
«Io non ballo» dico
«Non sai che ti perdi, ma non è quello il punto. Oggi è arrivato il momento di restituire il primo favore» dice Marika. Il caffè è ormai finito, ma Marika riempe le tazzine con un altro giro di grappa.
«Il ballo» continua Marika «è solo l’occasione di gala, un buffo divertissement per tutti i partecipanti all’asta» devo interromperla:
«Tutti chi? Le streghe maschili? Altre fate? Chi mi sto perdendo?»
Marika alza le dita della mano contando «Noi per la corte dell’Estate. La corte d’Inverno manderà qualcuno. Le streghe difficilmente saranno interessate, e sono poco organizzate. Qualcuna verrà a ficcanasare a titolo personale. L’ordine dei maghi qui in città non si fa sfuggire nulla. Forse i vampiri.» Marika tiene sollevata la mano aperta. Si prospetta seratona: vampiri, maghi e streghe di passaggio. Direi che mi divertirò anche senza ballare.
«Asta per cosa?» chiedo. Preferisco non soffermarmi sugli amici succhiasangue.
«Diritti di passaggio. Diciamo che contrattiamo un telepass magico, per le autostrade del sovrannaturale. I luoghi con sufficiente magia sono degli ottimi punti di passaggio, e spesso sono più vicini tra loro di quanto potrebbe sembrare ad comune. Una fazione, ed è compito nostro che sia la corte d’estate, con suddetto telepass avrebbe un notevole vantaggio strategico. Vie più rapide per altri luoghi. Vie che i nemici non possono controllare» spiega Marika
«E vie di fuga» completo io.
Lei annuisce «Corretto. Passaggi magici mi hanno salvato più volte. E salvato altri da me» dice Marika, sempre più rassicurante.
«E questo luogo prodigioso sarebbe?» chiedo
«I Navigli. I corsi d’acqua, oltre a scarichi industriali e nutrie, spesso accumulano magia. Il ballo e l’asta sono tenuti dal loro nuovo Druido, niente macellai questi volta» dice Marika con un sorriso.
«Quindi non è pericoloso?» le chiedo. Gli angoli del suo sorriso scendono di qualche grado. Merda.
«Meno pericoloso. Diciamo non aggressivo. Non bere quello che ti offre, a meno che non lo prepari davanti a te»
Consigli da genitrice, splendido.
«Tutta la storia dell’ospitalità che fine ha fatto? Droga ed abuso sono usati da questa gente al posto dei mazzi di rose?» le dico agitando la mano. Il gesto inconsulto doveva imitare l’ipotetico mazzo di rose ma ottengo solo di far decollare la mia tazzina. Fortuna che Moka l’acchiappa volo. Sfortuna che la grappa dentro schizzi sul tavolo e sulla mano della mia Madrina.
«”Questa gente” comprende anche noi. Abituati. Non rischi niente del genere, su quello l’ospitalità è vincolante. Nella sua testa offrirti qualcosa di forte è una gentilezza, come una fetta di torta. Non ha cattive intenzioni, è ospitalità da druido. O almeno parte della natura di questo druido particolare» dice Marika. La sua voce non ha cambiato tono. Penserei che non si è nemmeno accorta del mio scoppio e della grappa versata, non stesse intingendo il dito nella grappa sul tavolo e leccandolo con aria assente. Riciclo completo, meraviglioso, la sua borsa sarà il sogno proibito di qualunque accumulatore patologico.
«E il mio ruolo esatto in tutto questo qual è? Fare da merce di scambio?» chiedo, sperando che l’ironia non vada sprecata.
«Poco. Vedilo come un giro di prova. Alla prossima sarai più autonoma, ma in questo caso mi farai da assistente. Per la prima parte della serata ci godiamo il divertimento, ti faccio vedere la crema della società sovrannaturale lì presente e darò risposte alle tue ovvie domande. Fai in modo che siano quelle giuste. Il tutto mentre ci intratteniamo con gli altri ospiti. Tu sai mescolarti bene ad una festa, vero?» alla domanda di Marika rispondo fissando in silenzio il tavolo, assicurandomi di non guardarla in faccia.
«Dopo la parte divertente» continua Marika «ci tocca trattare col Druido. La corte mi ha lasciato una certa libertà sui cordoni della borsa. Se possibile vincere le trattative. E per nessuna ragione deve vincere la corte d’Inverno. Durante la serata verranno fatte le proposte in privato. È importante capire cosa possa interessare al Druido, e cosa mettano sul piatto i concorrenti. Alla fine di tutto questo torniamo a casa. Senza finire in braccio a qualcuno che abbia perso l’asta per colpa nostra. Finita la festa, finita l’ospitalità. Non credo ti serva sapere altro».
Marika infila una mano in borsa e dopo un minuto abbondante di ricerche estrae una penna. D’oca, o un qualche parente pennuto particolarmente colorato. Scribacchia qualche secondo su un tovagliolo e me lo mostra: ci sono delle indicazioni per un rendez-vous, l’orario a cui presentarsi e si chiude con si balla <3. Sì, seguito da un cuoricino vezzoso.
Annuisco, Marika si alza e lo ferma sul frigo con uno dei magneti, ¡saludos de Honduras!, a forma di casco di banane.
«Apprezzo i coniglietti, ma spero che per questa sera tu abbia qualcosa di più...» Marika  riflette un istante «adatto al movimento» dice, squadrando la fantasia del pigiamone.
«Ovvio» rispondo. Quasi.
Marika mi sorride, e cammina fuori dalla cucina. Prima di varcare la soglia fa un gesto di saluto dalle spalle e prima che io riesca a salutare sento lo sbattere della porta di casa che si chiude. Perfetto, sparita come apparsa.
Rimango in silenzio a pensar- «Allora? Non vorrai rimanere ferma per mezza giornata. Che si fa?» dice Moka. Meraviglioso, mi tengo il trabicolo parlante. Sarà divertente spiegarlo alle coinquiline.
«Ci prepariamo per il ballo, ovviamente» rispondo.
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