La Guerra dei Sogni by Selerian
Summary: L'Impero non ha confini.
L'Impero non ha limiti. L'Impero si estende sempre.
L'Impero non si ferma mai.
L'Impero raggiunge mondo dopo mondo, sistema dopo sistema, popolo dopo popolo.
L'Impero non tollera alcuna resistenza.
L'Impero utilizzerà ogni mezzo per perseguire il proprio obbiettivo.
L'Impero utilizzerà le flotte, l'Impero utilizzerà gli eserciti, l'Impero utilizzerà gli assassini, l'Impero utilizzerà i maghi.
L'Impero incontra spesso opposizione.
L'Impero combatte i ribelli. L'Impero combatte altre nazioni. L'Impero combatte i traditori. L'Impero combatte gli dei.
L'Impero schiaccerà i ribelli.
L'Impero assorbirà le altre nazioni.
L'Impero stanerà i traditori.
L'Impero distruggerà gli dei.

http://un23prova.altervista.org/racconti/Selerian/Impero/Presentazione.html
Categories: Saghe Characters: Nessuno
Genere: Mistero
Warnings: Nessuno
Challenges:
Series: Nessuno
Chapters: 7 Completed:Word count: 26393 Read: 4238 Published: 07 Jun 2009 Updated: 20 May 2010

1. Cadono le Stelle by Selerian

2. Così Lontano by Selerian

3. Necessità by Selerian

4. Colei che guarda le acque by Selerian

5. Ven Yasa by Selerian

6. Invasione by Selerian

7. Vengono dal Mare by Selerian

Cadono le Stelle by Selerian
Author's Notes:
E cominciamo subito con la nuova storia - che procederà piuttosto lentamente, diciamo che la deriva dei continenti sarà appena un filo più svelta :S. Spero comunque che possa piacervi! So che c'è un numero eccessivo di personaggi, in questo capitolo, ma dal successivo si riducono, e hanno una ragione d'essere - se dà comunque troppo fastidio, ditemi!

P.S.: con Caladan ho trovato un errore tecnico (che sospettavo - ma pensavo di aver trovato una soluzione, che lui però ha smentito). Vediamo chi lo trova ;-D! Link: http://un23prova.altervista.org/racconti/Selerian/Impero/01-Guerra/01-Stelle.html buona lettura! P.P.S: che ve ne pare della presentazione generale della storia? Quella su http://un23prova.altervista.org/racconti/Selerian/Impero/Presentazione.html
 > Cadono le stelle

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Cadono le stelle - by Selerian



Orbita alta attorno al pianeta Ven Yasa Due. Fregata Nuvola di Stelle. Anno 12 481 dalla Diaspora.

 

“I Maghi imperiali hanno fatto breccia nell’ala di sinistra. A tutte le navi coinvolte, dispersione immediata”, annuncia la voce dell’Ammiraglio, stridula e distorta a causa dei continui tentativi di interferenza.

Sfioro lo schermo di luce che fluttua davanti a me, scelgo la visuale dei sensori di dritta. Le stelle vorticano attorno a me, mi trovo a destra della fiancata tondeggiante della nave, ad osservare la battaglia che infuria nel Vuoto Infinito.

Vedo solo puntolini luminosi, strie rosse e lontane, silenziose esplosioni. Osservo i pannelli illusori che fluttuano davanti a me, seleziono una distorsione visiva. Le navi coinvolte sembrano avvicinarsi, come se ora distassero poche centinaia di metri. I siluri ora sembrano lentissimi, perfino i raggi disgregatori tracciano le loro scie nel pulviscolo a una velocità percettibile.

“Che cazzo succede?”, chiede Alise.

“E chi ci capisce niente! Ma rischiamo di essere coinvolti!”, rispondo, preoccupato ed eccitato al tempo stesso. Non era previsto. Le retrovie di sinistra avrebbero dovuto essere il posto più sicuro.

“Basta che i loro maghi non ci facciano a pezzi”, commenta Itris, duro. Un breve sfarfallio, e una sua proiezione si materializza al mio fianco. L’illusione è perfetta, la sua pelle scura sembra perfettamente reale, la luce verde e azzurra del pianeta sotto di noi si riflette sui lunghi capelli ricci del giovane.

Cerco di osservare l’andamento dello scontro magico. Il potere imperiale si schianta contro le nostre fila in un flusso ininterrotto di luce rossa. Si avvicina alla nostra formazione come un fiume, arriva già a toccare le prime navi. Forma un muro di fiamme che anche nello spazio contratto sembra vasto chilometri e chilometri. Avanza lentamente, come premendo contro una forza immensa, travolge centinaia di caccia nel suo passaggio.

Tentano di voltarsi come piccoli, fragili insetti che vedano arrivare un’onda. Ma sono lenti, goffi, i piccoli motori Inas non riescono a spingerli abbastanza in fretta. Appena le fiamme magiche ne sfiorano uno, lo scudo azzurrino si materializza per una frazione di secondo, prima che la navetta venga disintegrata, esplodendo in un milione di frammenti metallici.

“Caccia implicati nello scontro a sinistra. Ritirata immediata. Tutte le navi dotate di supporto magico, puntare immediatamente verso l’ala di sinistra e tentare di ripristinare la barriera difensiva”

“Ci stanno massacrando”, commenta Alise, incredula. La ragazza è presente solo come una voce disincarnata: non distrae i sensi neppure per un istante dal cannone laser che ha ordine di tenere pronto. Anche se non siamo ancora coinvolti.

La parete di fiamme rosso cupo non sembra perdere energia, proseguendo in avanti verso di noi. Raggiunge due corvette di un modello che non conosco, allungate e con un rigonfiamento terminale, ardente di luce viola del motore Inas.

La parete di fuoco le attraversa in pochi istanti. Una delle due si spezza di netto, le due parti tranciate iniziano ad andare alla deriva, mentre frammenti metallici, corpi e idrogeno incandescente si disperdono nello spazio. L’altra viene percorsa da una serie di rapide esplosioni, e rimane lì, immobile, nera e spenta.

“Cannoniere Alise a Capo Flottiglia Erass. Il vostro stato?”, chiede la nostra comandante, preoccupata.

“Siamo all’interno del secondo perimetro difensivo. ma prestissimo potremmo trovarci sotto attacco”, avverte l’ufficiale, con tono nervoso. Uno sfarfallio inizia ad apparire alla mia destra, per un istante scorgo i suoi lineamenti, ma poi il contatto si interrompe.

“Merda. Comunicazioni a distanza disturbate”, commenta Itris, stringendo le labbra. Continua a controllare freneticamente i suoi quadri display, cercando di seguire la battaglia.

A me bastano gli occhi.

È un massacro.

Le navi imperiali sono di meno, e i nostri tre incrociatori pesanti, simili a gigantesche lame color rosso cupo, sono penetrati in profondità nel loro schieramento, distruggendo vascello nemico dopo vascello. Mentre guardo, una fregata nemica viene colpita più volte nella zona del motore. Una serie di esplosioni flagellano la nave a forma di anello, squarciando il metallo nero che la ricopre. Poi il motore Inas esplode, spaccando lo scafo in tre pezzi. Una di meno! Vedo le schegge dei gusci di salvataggio iniziare a partire immediatamente, in direzione del pianeta alla nostra destra. O sotto di noi, da questa angolazione.

Ma i maghi del nemico ci flagellano. Sul fianco sinistro, le nostre difese hanno ceduto pressoché completamente, e sugli altri due fronti, strale dopo strale i nostri incantatori reagiscono sempre più lentamente. Vedo una nave nemica – una semplice corvetta, all’apparenza – ricoprirsi di letale luce rossa, fino a superare in luminosità il sole di Ven Yasa. Poi libera l’impulso magico, una scia rossa di energia bruciante che va a colpire un nostro incrociatore, un’enorme, strana nave di forma simile a uno scorpione.

I nostri incantatori non reagiscono in tempo. Gli scudi della nave, già fiaccati dal fuoco dei proiettili, cedono definitivamente, lo scafo esplode come se una forza immensa l’avesse sventrato dall’interno. Per un istante penso di ingrandire, ma sarebbe inutile, mi infliggerei solo la vista di migliaia di miei compagni uccisi in un istante.

Bastardi. Che gli dei brucino voi e il vostro impero, penso.

“Un solo colpo di Soma azzurro, e potrebbero annientare l’ala sinistra, ormai”, commenta Itris. Le stelle si riflettono nei suoi occhi scuri, assieme alle esplosioni delle navi.

“Se ne avessero l’avrebbero usato”, risponde Alise, secca.

“Ehi. Ascoltate la banda di emergenza”, sussurra Hal, intervenendo per la prima volta. Come sempre, non si mostra. Probabilmente non è neanche interfacciato al visore olografico.

Ancora una volta, i quadri luminosi davanti a me si spostano, mentre seleziono rapidamente alcune opzioni.

“Siamo circondati! Richiediamo…”. E poi solo scariche.

“Qui capitano Savari. L’attacco sull’ala destra è arenato. I danni alla nave sono…”, inizia, con tono urgente. Poi la voce femminile grida “Rottura del nucleo! Dei, vi…”. Un suono profondo, minaccioso. Silenzio.

“Sono troppi, non…”

“Dannati imperiali…”

“Distruggete…”

“Danni irreparabili…”

“Siamo circondati, armi disattive…”

“Imploriamo aiuto, la situazione…”

Improvvisamente, quello che vedo sembra acquisire realtà. Una battaglia silenziosa continua a sembrarmi un gioco, una finzione.

Ascoltando quelle voci, capisco. Riesco davvero a realizzare che su ciascuna di quelle navi eterogenee e disorganizzate venute a combattere l’Impero ci sono uomini. Uomini che hanno paura, uomini che muoiono ad ogni vascello distrutto. Sotto i miei occhi, una rapida serie di raggi disgregatori annienta una corvetta. Il muro di fiamme dell’Impero, davanti a me, continua a guadagnare lentamente terreno, mentre le nostre navi maggiori tentano un’inutile inversione di marcia.

Una voce vicina, autoritaria, copre quelle frammentate e fioche delle richieste d’aiuto.

“Qui il Capitano Estriader. Sono stato informato che il nostro Complesso Magico cederà definitivamente fra pochi istanti. Prima che finiscano il Soma, è presumibile che gli Imperiali riescano a sfondare attraverso la prima linea. Prepararsi allo scontro”

Annuisco, sentendo il sudore che mi cola sulla schiena. Sono qui per questo. Da sempre.

“Orien! Incantesimo ad altissima energia, nelle fila nemiche!”, grida Hal, terrorizzato. Sento in modo distante, torpido che mi ha afferrato il braccio.

Trovo immediatamente la fonte dell’incantesimo. Una fregata nemica, che si è rapidamente portata in prima linea. Ed è circondata di luce azzurra.

“Cazzo. Tenetevi forte!”, avverte Alise.

Un solo istante, l’energia azzurra si distacca dalla nave imperiale, iniziando ad allargarsi come una falce lungo il piano della battaglia. Diventa presto un muro di fiamme, simile a quello più debole che lo precede. Sembra quasi, mentre si avvicina, che lo spazio sia tornato un cielo azzurro.

“No! Non così!”, implora Itris, con gli occhi spalancati. Morire disintegrati dal Plasma Azzurro. L’incubo, per tanti di noi.

La parete di fiamme raggiunge e inghiotte quella precedente. Un lampo rosso, per un istante le nostre difese magiche diventano visibili, come un fitto reticolato luminoso. Poi l’energia azzurra prosegue, appena rallentata, divorando lo spazio verso la prima linea di navi da guerra, intenta a bersagliare i nemici coi laser.

“Cazzo. Quanta energia ci hanno messo?” chiedo, a mezza voce.

“Abbastanza da comprare un pianeta”, si limita a rispondere Hal, con tono spento.

L’ondata azzurra, sempre più vasta, raggiunge le nostre navi. Fregate, incrociatori, trasporti truppe. Tutto viene cancellato, tutto esplode in un solo lampo luminoso al contatto con le fiamme.

Che proseguono verso di noi.

 

***

 

“Erass! Rientrate immediatamente agli hangar!”, ordina Alise, con la voce distorta dall’isteria.

“Lascia perdere, comandante. Se l’onda non viene fermata, moriremo tutti in ogni caso. E se viene fermata, così perderemo tempo quando inizieranno gli scontri”

Non riesco a distogliere lo sguardo dal muro di fiamme azzurre che si avvicina, come una falce che spazzi il campo di battaglia. Ha già travolto la sezione centrale, le prime fila di sinistra sono sempre più vicine.

La prima nave a venire raggiunta è un enorme incrociatore pesante di Ler, di forma simile a tre punte di freccia sovrapposte. Lo scafo verde cupo scintilla di centinaia di luci, la superficie è solcata da migliaia di torrette, antenne e generatori. Il motore Inas sembra una gemma viola, relativamente piccola, incastonata a poppa.

Le fiamme lo raggiungono, l’azzurro della magia si somma a quello dei potenti scudi. Riescono perfino a reggere una frazione di secondo, diventando chiaramente visibili – un reticolato di spettrali esagoni azzurrini – prima che l’assalto imperiale li annienti. La struttura dell’incrociatore viene squarciata dal muro mano a mano che avanza, un taglio secco, che non lascia tracce. Non fanno neppure in tempo a svilupparsi esplosioni secondarie, che già è svanito.

Sento le ginocchia divenirmi molli. Ho la gola secca. Non penso a niente. Mi limito a guardare le fiamme che ci vengono incontro, che raggiungono le duecento navi schierate nell’ala di sinistra. Vengono tutte annientate in un lampo – corvette, fregate, incrociatori, e il calo di potenza delle fiamme è appena percettibile, appena una sfumatura di intensità in meno rispetto al colore azzurro iniziale.

“Guardate! I nostri incrociatori!”, grida Alise, e una porzione della mia visuale sembra sfarfallare, o lampeggiare. È la sezione centrale della battaglia, dove l’elite della nostra flotta sembra aver sgominato le truppe imperiali.

E che importa? Fra pochissimo perderemo l’ala sinistra. Completamente. E comunque vada la guerra, la mia battaglia finisce qui.

Dicono che i soldati pensino di tutto, prima di morire in battaglia. Agli amici, alla causa, alla famiglia per chi ne ha ancora una. Ci provo, mi sforzo.

E invece riesco solo a guardare il muro di fiamme che, appena rallentato dai nostri controincantesimi improvvisati, procede verso di noi.

È inesorabile, come un’inondazione, come il destino. Come l’Impero. Continua a inglobare nuove navi, raggiunge le ultime mentre tentano inutilmente di cambiare rotta, di portarsi al sicuro in qualche modo. Esplodono una dopo l’altra. Non ho nemmeno il coraggio di sintonizzarmi sulle chiamate d’emergenza. Lo schieramento frontale sinistro è stato cancellato. E ora tocca a noi.

“Ce la fanno! Ce la fanno!”, grida tuttavia Alise. Fa lampeggiare di nuovo la zona centrale della battaglia. È vero, gli incrociatori sono penetrati molto in profondità. Il fuoco dei nemici li tempesta da tutte le direzioni, ma i maghi a bordo sembrano in vantaggio su quelli imperiali. Le tre immense navi puntano a sinistra con decisione, al passaggio i loro cannoni annientano qualche corvetta e altre unità secondarie.

Puntano verso una fregata. Una che si ritira, rivolta in senso opposto alle altre. Torna verso l’immensa Nave Stellare dell’Impero, il colosso simile a un uccello da preda, le cui dimensioni sembrano rivaleggiare con quelle del pianeta.

La attaccano all’improvviso, concentrando il fuoco di tutti i cannoni. Scie rosse, Siluri angosciosamente lenti, proiettili ipercinetici che sembrano muoversi nella melassa.

I primi attacchi arrivano a destinazione, infrangendosi contro una cortina di luce rossa.

I maghi. I Grandi Maghi dell’impero sono su quella nave!

“Ammazzateli! Ammazzateli tutti!”, grido. Sento stridula la mia stessa voce.

I raggi laser continuano a colpire, inesorabili. Poi arrivano i siluri, ondata dopo ondata. Lontani lampi azzurri della fusione nucleare. Lo scudo nemico ondeggia, si deforma. Poi collassa sotto un’esplosione terrificante, un lampo che sembra voler illuminare l’intera galassia.

La fregata nemica – a forma di anello, con il motore violaceo simile ad una pietra preziosa sul margine esterno – resiste ai primi colpi di laser. Poi gli scudi collassano, i tre incrociatori la trasformano in un ammasso di rottami dispersi nello spazio.

Ormai il muro di fiamme è diventato metà del nostro cielo. Ma è condannato, e lo so bene. La sua energia inizia a sfaldarsi, la sua struttura ondeggia, si intravede sempre meglio lo spazio nero dietro. È ancora a distanza di sicurezza, quando svanisce, senza più maghi a tenerlo in vita.

 

***

 

 “I Grandi Maghi del nemico sono stati uccisi o costretti alla ritirata. Questo ci pone in situazione di parita’ sul piano magico, e abbiamo un vantaggio tattico. A tutti i soldati: combattete! Questa è la prima occasione che abbiamo di sconfiggere l’Impero – e se dovessimo fallire, non è escluso che diventi l’ultima”, ci esorta una voce, profonda e decisa, dagli altoparlanti.

Mi sento scaldare il cuore. Vincere. Sconfiggere l’Impero. Mi rende ancora più felice che l’idea di essere sopravvissuto.

“Vai!”, esclama Itris, facendo il gesto di darmi un cinque. Dopo un istante di esitazione, lo assecondo. Ovviamente, le nostre mani si compenetrano, ottenendo soltanto uno sfarfallio nell’istante della sovrapposizione. Ma la soddisfazione c’è tutta.

“Capitano Estriader a equipaggio. Ci troviamo in prima linea, sul fronte più compromesso dello scontro. A tutti i combattenti, prepararsi a un duro scontro. La nostra nave tenterà di portarsi avanti, per impedire ai nemici di aggirare e accerchiare il gruppo centrale entrato in sfondamento”, avverte una voce sorprendentemente calma.

“Cazzo. La vedo nera”, commenta Erass. La sua voce arriva distorta, dalle navette che continuano a sciamare attorno a noi.

“Punto di vista sul nostro cannone”, ordina Alise, secca.

Seleziono il punto di vista originario con gesti rapidi. Mi trovo sulla parte superiore della fregata, lo scafo della nave scende alla mia destra e alla mia sinistra come un pendio d’acciaio, proseguendo in avanti per una distanza che sembra infinita.

Sfioro i soliti tasti per ottenere la contrazione dello spazio. Ne scelgo altri, e le navi nemiche vengono contornate da cerchi rossi. Alcune, tuttavia, sfuggono alle rilevazioni, e mi rendo conto facilmente che molti dei segnali provengono da falsi bersagli.

“Ufficiale tattico a tutti i cannonieri. Non aprite il fuoco fino a che non attacchiamo con le armi principali, poi tentate di colpire i sistemi d’armamento degli avversari. Priorità alla difesa degli incrociatori”

“Avrei preferito priorità al salvarvi la pelle”, bofonchia Hal.

“Zitto e usa quei cazzo di poteri. Ci sono maghi sulle navi nemiche?”, chiedo, iniziando l’analisi tattica.

“E che ne so? Ci sono talmente tanti residui di magia in giro che non capisco più niente!”, risponde il mago, nervoso.

Sospiro, scandagliando con i sensori le navi nemiche più vicine. È la cosa più inquietante delle navi imperiali, il modo in cui sono tutte uguali. Danno la sensazione che per quante se ne possa distruggere ce ne siano sempre altre.

“Orien, sei pronto a darmi un bersaglio?”, chiede Alise.

“Due fregate nemiche sono danneggiate, una ha perso il sistema di interferenza, puoi puntarla in automatico con precisione assoluta. L’altra ha lo scudo di dritta malconcio”. Mentre parlo, sfioro alcuni dei segni luminosi davanti a me per farle lampeggiare alla vista della ragazza.

“Comunicazioni dal ponte e dalle altre navi. Cercheremo di concentrare il fuoco sulla terza fregata in arrivo, quella con lo scudo indebolito”. Itris parla con un filo di voce. Continua a sentire le richieste d’aiuto delle altre navi. E le grida di morte. Non lo invidio.

Davanti a noi, le navi Imperiali si avvicinano a una velocità spaventosa. In realtà sono ancora lontanissime, ma nello spazio contratto le cinque fregate che si avvicinano sembrano distare poche centinaia di metri. Anelli neri con una gemma viola sul retro, l’esterno è irregolare, come una moneta zigrinata, a causa di armi e sistemi sensori.

Mi fanno paura. Non sono serviti a niente, otto anni di allenamento. Ho ancora paura, come la prima volta che le ho viste. Sento il sudore colarmi lungo le ascelle, inumidirmi la divisa.

Attorno a noi, troppe poche navi. Solo un’altra fregata, di uno strano modello allungato, e una decina di corvette. Il consueto sciame di caccia sembra penosamente inefficace rispetto alle cinque navi dell’Impero.

“A brevissimo apriremo il fuoco”, avverte Itris, con voce piatta.

Ricontrollo l’analisi sensoriale della terza nave Imperiale.

“La terza sporgenza a destra del motore è un banco disgregatore. Lo scudo è indebolito. Se colpisci al momento giusto, potresti farcela”, avverto.

Le navi nemiche sembrano spaventosamente vicine. I primi lampi, vedo i siluri che si dirigono verso di noi. Il cuore mi salta un paio di battiti.

I caccia si disperdono in una nuvola nello spazio, sfrecciando verso le navi nemiche e tempestandole con le loro armi leggere. Non che servirà a molto, finché non intacchiamo gli scudi.

“Fuoco”, ordina una voce secca.

Nello stesso istante, due raggi disgregatori gemelli squarciano lo spazio dalla prua della nave, perfettamente visibili mentre attraversano il pulviscolo. Raggiungono la fregata più vicina, le onde di perturbazione attraversano lo scudo violaceo.

Subito dopo vengono tutte le altre armi. Siluri, disgregatori, proiettili ipercinetici, impulsi ionici. Lo scudo sulla fiancata della fregata che abbiamo attaccato vacilla, viene annientato dopo un solo istante, e i colpi vanno a intaccare lo scafo della nave.

Pochi secondi dopo, arrivano i primi siluri. Un’esplosione di luce bianca di intensità accecante. Ho la sensazione di avere qualcosa dentro le orecchie. Come se si aspettassero di sentire qualcosa. E invece no, c’è solo il silenzio assoluto, come in tutte le battaglie spaziali.

E nel silenzio totale, l’energia della bomba a fusione squarcia la nave nemica, l’anello si rompe in due punti. Poi alcuni getti verdastri di disgregatori colpiscono il motore Inas. Un’ultima esplosione, e la nave nemica va definitivamente in pezzi.

“Ok. Orien, un altro bersaglio”, ordina Alise – evidentemente infastidita per non aver fatto in tempo a sparare.

“La seconda nave, quella che è quasi al nostro fianco. Se riesci ad agganciarlo, c’è un punto…”

Un esplosione mi interrompe. E questa volta la sento, oltre a vederla. La sento come un tuono nelle orecchie, come una vibrazione che mi attraversa tutto il corpo. La visuale olografica si oscura per un istante, prima di tornare a mostrarci le stelle.

“Danni?”, chiede Alise.

Verifico rapidamente.

“Ci hanno colpiti con i disgregatori, a sinistra. Niente di che. Dicevo, cerca di colpire la seconda nave dalla parte opposta al motore. Gli scudi da quella parte sembrano indeboliti”

La ragazza annuisce. Vedo il cannone – il mostruoso marchingegno lungo quattro metri, vicino al quale so che si trova anche il mio corpo fisico – ruotare nel suo alloggio. Poi parte la scarica, invisibile nello spazio se non per la linea rossa con cui la evidenzia il sistema olografico.

“Lo scudo nemico regge. Itris, cerca di coordinarti con gli altri cannonieri e i caccia, magari si riesce a…”

Una seconda esplosione. Questa volta mi trovo instabile sulle gambe, per poco non cado a terra. La visuale mi si oscura per diversi secondi, anche dopo la contrazione dello spazio e i sistemi di puntamento automatico sono fuori uso.

“Che cazzo…”

Una nuova esplosione.

“Capitano Estriader a equipaggio. Tre fregate nemiche concentrano il fuoco su di noi. Resistere fino a che possibile. Prepararsi comunque all’evacuazione immediata. Buona fortuna a tutti”

“Danni?”, abbaia Alise.

“Sezione di sinistra gravemente danneggiata. Falle nei ponti tre, quattro, cinque e sette. Perdita di energia”, leggo, cercando di non far tremare la voce.

Lo spazio torna a contrarsi, le navi nemiche – con tutti gli errori del caso – tornano a essere segnalate dai puntatori rossi. Almeno qualcosa torna a funzionare.

“Concentriamo il fuoco su quella più vicina, sono tutti concordi”, riferisce Itris. La sua voce è sempre più spenta. Cosa sente dai colleghi?

Alise non risponde. Il cannone fa nuovamente fuoco, il fioco raggio rossastro si dirige verso la nave nemica.

Ma le fregate Imperiali ci girano attorno come squali. Le corvette tengono impegnati i nostri alleati, e le nuvole di caccia si neutralizzano a vicenda. Mentre nuove navi dell’Impero si uniscono allo scontro.

“Oh, cazzo! Incantesimo ad alta energia!” grida Hal.

“Quanto alta?”, chiedo allarmato.

“Sicuramente non Soma Blu. Ma potrebbe essere Rosso”

“Ma non dovevano avere finito i Grandi Maghi, porca miseria?”, chiede Alise, furiosa.

Una delle tre fregate che ci girano attorno, tuttavia, avvampa già di luce rossa. Il rosso cupo che ho imparato ad associare alla magia.

“Tutti gli ufficiali concordano sul puntare le armi contro la fregata che trasporta i maghi”, riferisce Itris.

“Come se servisse a qualcosa, ora come ora”, commenta Hal.

I colpi di ogni genere continuano a volare in ogni direzione. I nostri scudi ora sembrano reggere di nuovo, solo qualche tremito attraversa la nave. Mentre Alise punta il cannone, osservo l’andamento della battaglia. A destra stiamo perdendo. Qui, a sinistra, è una catastrofe annunciata.

Ma al centro, i nostri incrociatori – per quanto isolati e circondati – hanno sfondato lo schieramento nemico, e attaccano le tre enormi Navi Stellari del nemico. I colossali vascelli sono simili a immensi uccelli da preda, con le ali piegate verso il basso. I dotti dell’idrogeno sono come nervature azzurro sul dorso e lungo le ali.

Proprio mentre guardo, i tre incrociatori concentrano il fuoco su una delle Navi Stellari, squarciandone definitivamente lo scudo. Le bombe atomiche si avventano immediatamente sul vascello nemico, spezzandone a metà l’immensa struttura. Le esplosioni all’interno si susseguono rapidamente, mentre l’idrogeno divora l’ossigeno.

“Cazzo! Arriva un altro incantesimo nemico!”, avverte Hal.

E in quell’istante, la fregata circondata di fiamme rosse colpisce. Un rozzo muro di fuoco, più piccolo, fragile e instabile rispetto a quelli che abbiamo visto in precedenza.

Ma più che sufficiente.

“Erass! Tornate immediatamente alla nave!”, grida Itris, terrorizzato.

“Tempo scaduto. Mi spiace”, risponde il ragazzo, a mezza voce, dal suo caccia.

E sotto i miei occhi allibiti, vedo le piccole navi venire divorate a dozzine, esplodere una dopo l’altra mentre attraversano le fiamme.

“Erass!”

Nessuna risposta.

E le fiamme proseguono verso di noi.

“Capitano Estriader a equipaggio. I nostri maghi non sono in grado di contenere l’attacco in tempo utile. Prepararsi all’impatto. Per tutti i superstiti, evacuazione immediata appena superato il fronte dell’incantesimo. Buona fortuna a tutti voi”

La marea di fuoco raggiunge le corvette più vicine. Vengono sballottate come tronchi in balia delle onde, iniziano a ruotare nello spazio, fuori controllo. Una esplode, altre due vengono percorse da una serie di lampi e rimangono nere, senza vita.

“Alise, sei l’ultima persona al mondo con cui desidererei morire”, commenta, solenne, Itris.

“Tranquilli. Anche nell’aldilà troveremo questo o quell’impero di assassini da combattere”, aggiunge la ragazza, con voce rotta.

Ho la gola secca. Non faccio in tempo a dire una sola parola, prima che le fiamme rosse ci raggiungano.




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Così Lontano by Selerian
Author's Notes:
Bleah :S. Orrendo :D. Questo capitolo e il successivo, ehm, ehm. Diciamo che avrò sicuramente scritto di peggio, ma non molto spesso spero - in particolare la prima parte di questo non va proprio. Ma intanto posto così com'è, la storia dovrebbe migliorare in seguito.
Per chi avesse letto il capitolo precedente parecchio tempo fa: questo capitolo si svolge 15 anni prima, ma il protagonista è lo stesso, Orien.
Buona lettura (si fa per dire :D)!

link: http://un23prova.altervista.org/racconti/Selerian/Impero/01-Guerra/02-Lontano.html
 02- Così Lontano

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Così Lontano - by Selerian



Così Lontano

Sistema Kossel. Orbita alta sopra il pianeta Kossel tre, navetta da trasporto personale in rotta verso l’Ammiraglia. Anno 12 470 dalla Diaspora.

 

La navetta a forma di falce è solo una fra le migliaia di velivoli che si spostano da una nave all’altra della Flotta Imperiale. Scie azzurrine di fusione, bagliori viola di motori Inas, tutti brevi lampi che si confondono con la luce fredda delle stelle.

Una nave fra tante. Un mondo fra tanti, una stella fra tante, pensa l’uomo.

Ma per oggi, è il centro dell’universo. O almeno il centro di quella piccola, egocentrica porzione di universo che di definisce umanità.

La navetta si avvicina all’ammiraglia. Una nave gigantesca, composta da tre anelli sovrapposti, ciascuno più stretto del precedente. Ricorda una corona fatta di lame,  immensa e nera come lo spazio che la circonda. Ma riflette mille milioni di stelle, e la luce di una schiera pressoché infinita di oblò filtra all’esterno.

Le darsene sono all’interno della struttura circolare, dalla parte opposta rispetto alla sfera del motore Inas. Sono tre grandi cilindri che vanno da una parte all’altra della nave – ottocento metri di distanza – con una serie di alloggiamenti per le navette. Appena la nuova arrivata si avvicina, viene catturata dai sistemi della nave, e attirata con precisione verso l’alloggiamento più vicino allo scafo.

Trattamento di riguardo, pensa fra sé l’uomo. Non si muove di un millimetro, rimane in piedi immobile, col volto a pochi centimetri dall’oblò.

“Procedura di attracco completata”, lo avverte una voce impersonale, alle sue spalle.

L’uomo respira a fondo, e si dirige verso il portello. Una sezione del metallo della navetta scorre sullo scafo esterno come un liquido, permettendogli di passare.

Si trova sul pavimento di una stanza circolare, una sezione del cilindro d’attracco. Una sottile scala metallica si estende nell’aria, fino a raggiungerlo. Il modo in cui si muove gli ricorda i bruchi con cui giocava nel suo mondo, da bambino. Si protendevano da una foglia all’altra, inarcandosi nel vuoto.

La scala si ferma davanti a lui. Descrive un arco fino alla parete, i gradini sono sempre più inclinati, fino a che la scala procede perpendicolare rispetto a lui. Il buon senso – ancora, dopo tutto questo tempo – gli fa notare che cadrebbe dopo gradini, trovandosi orizzontale rispetto al pavimento, ma lo ignora con tranquillità, e inizia a percorrere la scala. Mentre procede, ha la sensazione che la stanza si muova, che alto e basso si distorcano. Come se lui fosse fermo, ma le pareti e il pavimento si spostassero, fino a scambiarsi di posizione. Infine, si ritrova a camminare tranquillamente sul pavimento circolare che poco prima vedeva come parete. La nave da cui è sceso incombe su di lui, apparentemente sospesa sulla sua testa.

Una sezione della parete gli scompare davanti, permettendogli di passare. Con pochi passi, si trova nel corridoio che conduce all’ammiraglia vera e propria.

Sta immobile, e non prova alcuna sensazione di movimento. Ma la fine del corridoio si avvicina a una velocità vertiginosa. Sorride fra sé.

Un’eccellente metafora. Di noi, della nostra tecnologia. Ci siamo preparati una strada. Una strada che funziona benissimo. Ma ora, anche volendo, non possiamo fermarci, né rallentare.

Dopo pochi istanti, si trova davvero fermo, di fronte alla gigantesca porta nera, con il simbolo in argento della stella sopra due spade incrociate. Lo stesso simbolo impresso sulla sua uniforme, sull’elsa della spada che porta al fianco, sul dorso della sua mano destra.

Il simbolo dell’Impero.

 

***

 

Questa porta si apre con due battenti che si allargano verso l’interno – come quelle di tanto, tanto, tanto tempo prima. Al di là, un tappeto di stoffa nera, orlata d’argento. E una dozzina di soldati con l’uniforme degli stessi colori, che fanno il saluto militare mentre passa. Alcuni sembrano emozionati, altri spaventati.

L’uomo risponde al saluto, poi continua a camminare senza degnarli di uno sguardo. La sua uniforme non è molto diversa dalle loro: in più solo la spada, le stelle sulle mostrine e sui polsi. Ma basta a creare un abisso invalicabile.

È troppo tempo che occupo questo ruolo. Troppo tempo, dall’ultima volta che una recluta mi ha salutato senza rischiare un infarto.

Si chiede se potrà avere una tregua. O forse un congedo. Ma ne dubita. L’Impero non ha confini. L’Impero non si ferma mai. C’è sempre un fronte. C’è sempre un nemico. C’è sempre bisogno di me.

Si passa una mano fra i capelli nerissimi, scostandoli dal volto pallido. Devo avere occhiaie paurose. Sei o sette anni di riposo e potrebbero anche ridursi.

Ignora tutte le linee di trasporto automatico, cammina tanto lento quanto la sua coscienza gli consente. Ma dopo un quarto d’ora, si trova davanti a un’altra porta nera, a un’altra scalinata.

Sospira, si ferma a raccogliere le energie. Poi fa un passo avanti, e anche questa si apre verso l’interno, senza emettere alcun suono.

All’interno, una stanza nera, con vista sulle stelle. Un gigantesco stemma imperiale d’argento, sulle due pareti che danno verso l’interno.

E un uomo, su un trono di ossidiana. Vera ossidiana, lucida e scheggiata, ricavata dalle miniere di dio sa quale mondo lontano. E devono averne cercati parecchi, per trovarne con quella specie di infiltrazioni color argento.

“Vi saluto, Imperatore”, esordisce l’uomo, inchinandosi leggermente.

“Piacere di vederla, Ammiraglio Sanemar. Pare che lei sia un eroe di guerra. Anche più dell’ultima volta che ci siamo incontrati”

L’Ammiraglio, senza rispondere, per un istante rimane a scrutare il proprio Imperatore. Sembra sorpreso, sollevato. E forse un po’ incredulo.

Non un graffio. Non ha perso una ciocca dei dannati capelli bianchi. Il vecchio bastardo non si smentisce mai.

Solo dopo sembra ricordarsi di quello che ha detto il suo superiore.

“Eroe? Ho fatto il mio dovere”, risponde con tono incolore. Non sorride, non dà alcuna impressione di falsa modestia. Solo di sfinimento.

L’Imperatore sorride. Si alza in piedi, con un fruscio delle vesti nere e argentee, e indica il pianeta verde e azzurro che sembra incombere sopra di loro. Si vede uno spicchio della parte oscura, le strade e le città sono chiaramente visibili, come reticoli di luce dorata.

“Se tutti i soldati che fanno il proprio dovere ottenessero qualcosa come questo, avremmo assimilato da tempo tutte le nazioni della galassia”

L’Ammiraglio annuisce. Non è in vena di complimenti. Attende alcuni istanti, prima di prendere ancora la parola.

“Dopo i fatti degli ultimi giorni, devo ammettere che non pensavo vi avrei rivisto, Signore”

L’Imperatore sorride. I suoi occhi blu scintillano, e per un istante sembra una persona molto più giovane, sembra un ragazzino divertito.

“Non è così facile liberarsi di me, Ammiraglio”

L’altro annuisce. Lo so bene.

“Avrei dovuto prevederlo. Avrei dovuto prevenirlo, reagire in tempo”

L’Imperatore scuote la testa.

“Lei ha fatto il possibile, Ammiraglio. Ma abbiamo sbagliato tutti quanti. E i Grandi Maghi Ishol, Atnessar e Milien hanno pagato con la vita. In ogni caso, io sono ancora qui, l’impero è ancora in piedi. E quel che è fatto è fatto”

L’Ammiraglio prende fiato, prima di porre la domanda successiva.

“E ora? Quanto ci fermeremo, prima di tornare all’attacco? Chi sarà il prossimo nemico? I miei uomini implorano riposo, Sire”

L’Imperatore respira a fondo.

“Non ci fermeremo, Ammiraglio. Il Senato Imperiale ha deciso. Non possiamo permettercelo. Ormai è evidente che nessuna nazione, presa a sé, può opporsi a noi. Dobbiamo travolgerle, tagliare i contatti prima che ci attacchino e ci distruggano. Fra tre mesi, la Terza Flotta Imperiale dovrà ripartire per la guerra contro la Lega dei Mondi Liberi… come inizia già a farsi chiamare”

Tre mesi. Sembra che un peso gigantesco sia stato appoggiato sulle spalle dell’Ammiraglio.

“Come lei desidera, Imperatore”

L’altro scuote la testa.

“Non ci sarà riposo per gli eserciti, temo. Ma per lei sì, Ammiraglio”

Questi solleva la testa di scatto. Il primo segno di reazione emotiva, da quando è entrato in questa stanza.

“Cosa vuole dire?”

“Che è sollevato dal comando della terza flotta. Penso che lei meriti… e necessiti… un incarico più tranquillo, almeno per un po’. Qualcosa che le ricordi perché stiamo combattendo”

L’uomo è stupefatto.

“Devo ammettere che non me lo aspettavo, Signore”

L’altro sorride.

“Anche io imparo, Ammiraglio. Lentamente, ma imparo. E in questi giorni ho visto fin troppo bene dove possano spingersi gli uomini con i nervi a pezzi. Ammiraglio, il Senato intende nominarla Governatore Temporaneo del Kossel. Sarebbe disponibile ad accettare? Se c’è qualcuno adatto a portare questa gente nell’Impero, è lei”

L’Ammiraglio sorride leggermente. Con una lontana traccia di divertimento, perfino.

“Ne sarei onorato. Anche per l’ironia della cosa, mio Signore”

L’altro annuisce.

“Ricordi che il suo incarico è a tempo determinato. Avremo ancora bisogno di lei, nel futuro”

“Quanto tempo ho?”

“Dieci anni. Poi dovrà partire con una nuova flotta. E infliggere al nemico la sconfitta definitiva”

L’Ammiraglio pensa.

Dieci anni senza spade. Senza ondate di fiamme, senza morti, senza grida. Dieci anni su  un mondo che tutti definiscono paradisiaco.

“Mi dia quest’incarico, Sire. E fra dieci anni, rivolterò l’Universo per lei”

 

*****

 {Orien. Mondo di Almoa, venti giorni dopo}

Corro a perdifiato attraverso l’erba alta, con i fusti più alti che mi solleticano il volto.

Riesco a malapena a guardarmi attorno. Sento, più che vedere, il mio inseguitore che si avvicina.

Tento di accelerare, ma ho già la milza dolente e le gambe pesanti. Passo rabbiosamente una mano sugli occhi, per detergere il sudore. Pessima idea. Me li trovo pieni di minuscoli semini, ora lacrimano e vedo ancora meno.

Cambio bruscamente direzione, sperando di confondere il mio avversario per qualche istante – anche a costo di allungare la strada, dirigendomi dalla parte sbagliata.

Per qualche secondo il trucco funziona, poi sento il nemico cambiare bruscamente la rotta. Ho guadagnato il tempo che mi serviva, intanto.

Corro fino al fossato, e dopo un solo istante di esitazione mi ci butto dentro. Riempio i polmoni d’aria, e raccolgo le ginocchia al petto per attutire l’impatto. L’acqua è tiepida e non troppo veloce, ma mi trasporta più in fretta di quel che farebbero le mie gambe.

Per qualche istante, mi trovo completamente immerso nel canale, arrivo quasi a toccarne il fondo. Cerco di dimenticare gli avvertimenti, le storie di mostri che aspettano sul fondo, e con due rapide bracciate mi porto in superficie. Respiro avidamente l’aria, osservando i prati incolti, a destra, e le serre, a sinistra, che mi scorrono rapidamente a fianco.

“Eccolo!”, grida qualcuno, alle mie spalle. Sento il tonfo di un altro corpo che entra in acqua, ma so che non mi raggiungerà. Il problema sono i suoi compagni, vedo aprirsi la vegetazione in più punti, dove si sporgono, pronti a balzarmi addosso mentre passo.

Con una bracciata, mi porto sulla riva sinistra, quella coltivata. Le mie dita grattano nella terra umida, mi faccio male contro un sasso, ma non mollo la presa. Mi aggrappo con l’altro braccio, opponendomi alla corrente. Respiro nel momento sbagliato, e sento una sorsata di acqua sporca entrarmi nei polmoni. Tossisco, e finisco di tirarmi a riva. Mi rialzo subito in piedi, e comincio a correre verso casa.

Non manca molto. Posso farcela, non si aspettavano che attraversassi così in basso.

L’acqua mi appesantisce, ma per fortuna è estate e non ho addosso molti vestiti – né sento freddo. Il sole, anzi, inizia immediatamente ad asciugarmi e riscaldarmi la pelle.

Corro fra gli orti ordinati e le serre, tenendomi radente alle pareti traslucide, stringendomi il fianco con una mano. Desidererei con tutte le mie forze sedermi a riposare, ma so che non c’è tempo. Potrebbero raggiungermi da un momento all’altro.

Lo sento. Passi rapidi, un grido di eccitazione. Uno di loro appare alle mie spalle, accelera vedendomi. Con tutta la buona volontà del mondo, non riesco a pareggiare la sua velocità. Sono semplicemente troppo stanco.

Ormai mi sembra di mangiare aria più che respirarla, e ancora i miei polmoni ne reclamano altra, il cuore batte all’impazzata. Ma non posso fermarmi. Scarto rapidamente a destra, nell’interstizio fra due serre, poi entro in quella alla mia destra e la percorro per lungo, passando fra i cavolfiori nell’atmosfera calda e umida. Riemergo dall’altra parte, più indietro rispetto a dov’ero prima. Ma il mio nemico mi ha superato, e ora starà cercandomi chissà dove.

Riprendo a correre, e dopo l’ennesima svolta brusca vedo la salvezza. Il muro arancione, la piccola porta metallica.

Da qualche parte dentro di me trovo la forza per accelerare ancora, evocando riserve di energia che non sospettavo di avere. Digrigno i denti, sfreccio fuori dalle serre.

E un altro di loro emerge nello stesso momento, grida qualcosa di inarticolato nel vedermi. Corre anche lui verso la porta, deciso a precedermi.

No. Non ora, non quando sono così vicino.

Altri di loro cercano di rincorrermi, ma mi aspettavano all’altra uscita. Non sono un problema. Solo questo, un solo nemico. I miei occhi si fissano nei suoi. Sorride, truce. E accelera.

Ma faccio un ultimo scatto, con le gambe in fiamme e senza respirare. Raggiungo la porta, sento il metallo caldo sotto le dita.

“Un due tre, libera tutti!”, riesco a gridare, prima di crollare a terra.

 

***

 

Ci sediamo tutti, vincitori e vinti, all’ombra del grande noce, parlando della partita appena finita. Il bambino che è quasi riuscito a precedermi ha ancora un’espressione corrucciata, ma sembra che per gli altri io sia l’eroe della giornata.

“Sei grande, Orien!”, commenta Vetar, il mio migliore amico. Giocava contro di me, oggi. Ma mi dà un cinque.

“Cosa facciamo, adesso?”, chiede Semin, una delle bambine più piccole del gruppo. Come sempre, non è riuscita a partecipare del tutto ai giochi d’azione.

“Ci riposiamo”, rispondiamo in coro.

“E poi?”, chiede, insistente.

“Poi ti portiamo dal Mangiatore e ti lasciamo lì”, risponde, serissimo, Kalsin. Ha dodici anni, ed è il più grande di noi. Semin gli crede, qualunque cosa dica. La bambina sgrana gli occhi, sembra sul punto di mettersi a piangere.

Qualcuno ride. Un paio di altri bambini continuano a prenderla in giro, un terzo tenta di consolarla.

Io mi sdraio al sole, osservando le dozzine di alianti colorati che affollano il cielo. Anche i ragazzi più grandi approfittano della giornata, oggi.

Mi chiedo cosa, cosa in tutto l’universo, possa rovinare un’estate così bella.

 

***

 

 “Ciao mà! Ciao pà! Oggi…”

Mia madre sgrana gli occhi, vedendomi.

“Orien! Sei lercio! E che hai fatto a quei vestiti? Grande Jebb, è possibile che tu non riesca a evitare di sporcarti tutti i vestiti? Non sei un bambino, sei…”

Con una certa sorpresa, noto le macchie di terra ed erba che mi chiazzano la maglietta e i vestiti. Ops, penso fra me. Ma so che la mamma non se la prenderà più di tanto, in realtà, finché sporco i vestiti estivi. Seguo vagamente il suo discorso.

“… dovresti cominciare a stare attento a quello che fai, hai undici anni, ormai! Sono sicura che gli altri bambini non fanno così! Ereb, diglielo anche tu, non può… Ereb?” chiede, confusa. Sembra sgonfiarsi, quando il disinteresse di papà interrompe la sua sfuriata.

Mio padre è ancora seduto a tavola, si accarezza la corta barba sul mento. Sembra perplesso, o preoccupato, mentre legge qualcosa sul foglio elettronico che ha davanti.

“Aspetta, tesoro… sto leggendo il giornale”

Mia madre ride.

“Come al solito. E come se ci fosse mai scritto qualcosa di interessante. Che c’è, stavolta? Il vincitore dell’ultimo torneo di corsa nei sacchi del circondario?”

“Non sono le notizie locali… questa è una notizia dalla prima pagina dell’ognidove”

Vedo la mamma bloccarsi, stupita. Medito di sgattaiolare nella mia stanza, prima che si ricordi di me. Ma sono curioso di sapere cos’ha letto papà. Cos’è un ognidove?

“Da quando leggi il giornale della Repubblica?”

“Tutti i nostri quotidiani riportano l’estratto… la Repubblica l’ha diffuso ovunque potesse, pare. La notizia è confermata. Due settimane e mezzo fa, Kossal è caduta”

Kossal. La Repubblica. Tutti nomi che non mi sono nuovi. Nomi sentiti alla radio, nomi che ci sono stati mostrati sulle cartine. Ma i ricordi si confondono, non riesco a metterli a fuoco.

Mia madre, improvvisamente, sembra preoccupata.

“L’Impero ha vinto?”

“In modo piuttosto clamoroso, pare. A quando dice qui, non c’è nemmeno più una resistenza organizzata”

L’Impero.

Provo un brivido.

Questo nome sì, lo conosco bene. Il divoratore di Mondi.

“I Mondi Liberi hanno reagito?”

“Si parla già di una lega, forse con capitale Reshan, o Hathain. I delegati partiranno anche dal nostro mondo”

“Ma siamo sicuri che l’Impero intenda attaccarci?”

“A quanto leggo, una delle loro flotte è stata individuata a pochi giorni di viaggio da Tar Selen. La guerra sta per cominciare”

Rabbrividisco, sgrano gli occhi.

“Mamma, papà… la guerra arriverà anche qui?”

Ridono.

“No, stai tranquillo, piccolo. Tar Selen è lontano, e ci sono tanti mondi buoni fra noi e l’Impero. Li fermeranno. Delle persone così cattive non possono vincere sempre”. Lo dice mia mamma, in tono dolce, rassicurante.




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Necessità by Selerian
Author's Notes:
Ehm, capitolo un pò idiota :S. Ho usato uno dei più trucidi espedienti dela storia della narrativa. Per la verità si potrebbe evitare abbastanza dacilmente, ma questo richiederebbe piazzare altri eventi prima del capitolo uno, costringendomi a mostrarli con dei flashback o a riassumerli con ulteriori dump (ci sono fin troppe informazioni da dare). Ditemi quanto trucida è l'intera faccenda. E come al solito, consiglio di leggere al link:

http://un23prova.altervista.org/racconti/Selerian/Impero/01-Guerra/03-Necessita.html
 03- Necessità

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Necessità - by Selerian



Necessità

Orbita alta attorno al pianeta Ven Yasa Due. Fregata Nuvola di Stelle. Anno 12 481 dalla Diaspora.

 

Luce rossa.

Rumore di metallo piegato, esplosioni che si susseguono.

Perdo la visione dell’esterno. Vedo soltanto oscurità senza fine. Righe di codice appaiono davanti a me, caratteri sfocati di cui colgo solo frammenti.

Danno irreversibile… procedura di emergenza… Situazione di pericolo…

Provo una fitta di dolore alle tempie, intensa e improvvisa, nel momento in cui il sistema olografico collassa definitivamente.

Cado a terra, per qualche istante i miei muscoli non rispondono ai comandi. Un tremito scuote il pavimento metallico della stanza. Spingo con le braccia per tirarmi su, e realizzo conto che il mio peso aumenta e cala a intermittenza.

“Alzatevi, cazzo! Dobbiamo andarcene!”, intima Alise, dura.

Mi reggo su gambe malferme. Ho l’impressione che il pavimento si inclini, prima da una parte e poi dall’altra, poi per una frazione di secondo sembra che si inverta col soffitto.

“Danni?”, chiede Itris. Si alza da terra aggrappandosi a una consolle, vedo che ha il labbro spaccato.

Mi guardo attorno. La nostra piccola sala di artiglieria è nel caos più totale. Mentre guardo, la consolle principale, davanti ad Alise, ha un lampo bianco che attraversa tutti gli schermi, poi si spegne. A mezz’aria ci sono linee confuse e sfocate, come schizzi fatti da bambini, dove dovrebbero apparire immagini dell’esterno della nave.

La mia stessa consolle è miracolosamente in buono stato. Almeno, c’è ancora un’immagine coerente sopra, sebbene lampeggi di rosso.

Leggo i segnali di allarme che si susseguono, alimentando il mio stesso terrore.

“Energia principale andata. Energia secondaria andata, siamo a batteria! Scudi allo zero per cento. Danni irreparabili ai ponti uno, tre, quattro e nove. Perdite di atmosfera su tutte la nave. Sistemi di armamento non funzionali. Integrità strutturale compromessa. Rischio di rottura del nucleo!

Grido l’ultima frase, un istante prima che l’immagine sul monitor sfarfalli e diventi illeggibile. Sfioro più volte i controlli a fianco – quelli manuali che non usavo da tanto tempo – ma non reagisce.

Sento il suono stridente di una sirena lontana. La piccola luce di emergenza inizia a lampeggiare di rosso. Riconosco immediatamente il segnale.

“Evacuazione! Svelti, via tutti!”, grida Alise, precedendoci.

“Se arriviamo all’hangar navette possiamo considerarlo un miracolo”, commenta Hal. Si alza barcollando, ha del sangue che chiazza i lunghi capelli argentati.

“E comunque servirà a poco, se arriva un’altra di quelle ondate”, risponde Itris. Il ragazzo sta già avvicinandosi alla porta, quando un altro tremito attraversa la nave. Si sbilancia, perde l’equilibrio e cade bocconi, bestemmiando.

Un istante dopo, la gravità cede definitivamente. Mi trovo a fluttuare, privo di peso. Alise è sopra di me, che si sbraccia nel tentativo di aggrapparsi a qualcosa. Non ne usciremo vivi.

“Hal! Tirala giù! Dobbiamo andare!”, grido, tentando di avvicinarmi a Itris. Ma il mio impeto mi spinge avanti, oltre il ragazzo, e non riuscendo a frenare devo proteggermi con la spalla un istante prima di colpire la porta chiusa.

“Arriviamo! Apri quella cazzo di porta!”, ordina Alise. Sento Itris che graffia il metallo dietro di me, nel tentativo di mettersi in piedi senza finire chissà dove.

Odio la gravità zero. A ogni minimo movimento, rischio di trovarmi proiettato verso il soffitto. Cerco qualcosa cui aggrapparmi, ma la parete è perfettamente liscia. I miracoli della nuova tecnologia.

Passo più volte la mano sulla porta metallica, quasi graffiandola, ma facendo attenzione a non spingermi via, finché non riesco a sollevare lo sportellino. Giro la maniglia rossa e i blocchi magnetici all’interno cedono, permettendomi di aprire la porta semplicemente tirando.

“Forza, andiamo!”, grido ai miei compagni. Davanti a noi, il corridoio curvo è quasi completamente al buio, mi sembra anche di sentire l’aria più fredda di qualche grado. Decompressione. Ci mancava.

Guardo avanti. Più avanti c’è il condotto di emergenza, da cui so che possiamo raggiungere l’hangar. Ma in assenza di gravità, il mio cervello confuso ha già l’impressione di stare guardando verso un pozzo spalancato, un pozzo in cui sto per precipitare, senza nulla che mi trattenga. Mi aggrappo impulsivamente alla porta, come se temessi davvero di cadere.

Hal mi passa davanti, proteso verso il corridoio come se si stesse tuffando, con le mani in avanti e i lunghi capelli d’argento che fluttuano. Vedo goccioline di sangue sulla sua scia. Ma non ho tempo per pensare a lui.

Devo andare.

Mi do una spinta, sfruttando proprio la porta a cui mi aggrappavo. Volo in avanti, ancora con la sensazione di precipitare, attraverso il corridoio. Una serie di terribili scricchiolii, il suono di metallo che geme e si contorce.

“Andiamo a pezzi! Sbrighiamoci, o non ci arriveremo mai, alle navette!”, grida Alise, poco dietro di me. Vorrei spingermi, andare più in fretta, ma sono pressoché al centro del corridoio, e non posso fare nulla per cambiare la mia rotta.

A metà del corridoio, vedo una serie di paratie d’acciaio spuntate a tagliare alcune sezioni secondarie. Rabbrividisco. C’è gente, dall’altra parte. Con le stanze che perdono pressione. E possono solo rimanere lì. Imploro tutti gli dei a me noti che non mi succeda, non a me, non a me.

Poi, all’improvviso, davanti a noi c’è il pozzo d’emergenza. Le luci rosse delle sue pareti cilindriche sono accese, sbucando dal corridoio sembra di venire catturati da una grande ragnatela. Cerco di aggrapparmi alle pertiche e alle scale sul bordo, ma passo troppo oltre, e non posso che aspettare l’impatto con la parete dall’altra parte. Cerco di girarmi sulla spalla, ma calcolo male la rotazione. Arrivo di schiena, sento l’aria che mi esce dai polmoni. Impreco a mezza voce.

“Giù!”, ordina Alise, secca.

Mi guardo attorno. Il mio cervello non riesce a decidere quale sia l’alto e quale il basso, ogni volta che guardo corridoi orientati diversamente ho l’impressione che lo spazio ruoti, mi sento alternativamente steso a terra o sul punto di cadere.

Alla fine seguo gli altri, sperando che loro siano riusciti a mantenere il senso delle direzioni. Mi getto dietro ad Alise, per l’ennesima volta ho la sensazione di precipitare.

“Non siamo lontani, solo un paio di ponti. Possiamo farcela”, commenta la ragazza.

“Non vorrei mai deluderti, ma bisogna ancora vedere se le navette sono utilizzabili. E se riusciamo ad arrivare da qualche parte”, fa notare Hal. Un istante dopo, la luce bianca lo avvolge, e inizia a rallentare a mezz’aria, nel momento in cui io mi rendo conto che siamo quasi arrivati all’hangar. Metto le mani avanti, riesco ad assorbire abbastanza l’impatto, ma l’ennesima botta rischia comunque di sfracellarmi le costole. Mi rimetto in piedi, tenendomi a una pertica, giusto in tempo per vedere Hal che si ferma con grazia a pochi centimetri dal terreno. Bastardo.

“Cazzo”, si limita a dire Itris, indicando verso l’hangar davanti a noi.

Mi giro, rendendomi conto che la temperatura, qui, è sensibilmente più bassa, inizio ad avere i brividi.

Quello che vedo, tuttavia, mi distrae.

Una parete dell’enorme stanza cilindrica è piegata verso l’interno di una decina di metri, arriva quasi a toccare il pavimento. Filamenti biancastri di schiuma suturante tamponano quello che altrimenti sarebbe un taglio verticale abbastanza lungo da divorare l’atmosfera in pochi secondi.

Una ventina di tubi dei gusci di salvataggio sono stati spezzati, le navette giacciono a terra. Qualche sottosistema deve essere andato in corto circuito, fiamme rosse danzano vicino alle piste abbattute. Centinaia di persone, tuttavia, emergono dai diversi pozzi di emergenza, si gettano verso i piccoli mezzi di salvataggio spingendosi a vicenda e rimbalzando contro le pareti, incapaci di muoversi correttamente a gravità zero.

Le navette cilindriche si caricano di persone che gridano e spingono, tutte nella divisa verde cupo di Sheim. Poi si accendono i getti di fiamme, i gusci accelerano rapidamente sulle piste, simili a siluri, schizzando verso l’esterno. Vedo una ragazza correre verso un guscio già chiuso, agitando le braccia. Sotto i miei occhi, la coda incandescente degli scarichi si allunga all’improvviso e la avvolge. Grida. La sua immagine in controluce. I residui di un corpo bruciato, mentre il guscio lascia la nave. Chiudo gli occhi.

“Andiamo! Ci sono ancora gusci liberi!”, esclama Alise.

“Aspettate”, implora una voce roca, vicino a noi.

Mi giro di scatto. Perdo la presa sulla pertica, le mie dita cercano a vuoto per qualche istante, prima di riuscire ad afferrare il metallo freddo di una scala.

C’è un uomo, il suo corpo fluttua a mezz’aria qualche metro sopra di noi, abbandonato all’interno del pozzo di manutenzione. Qualcosa gli luccica attorno. Minuscole goccioline rosse, stabili a mezz’aria. Sangue.

Con evidente sforzo, si dà una leggera spinta verso il basso, fino ad arrivare alla nostra altezza. Il suo volto è sfigurato da un ustione, perde sangue da un fianco, ma riconosco i gradi sulla sua uniforme. Primo tenente. Appena sotto il nostro capitano!

Hat si getta sull’uomo, le sue mani si illuminano, mentre le avvicina alla ferita.

“Aspetti, forse posso…”

“Sei un mago della guarigione?”

“No, ma…”

“Risparmiati la fatica allora. Ho danni troppo profondi, li so riconoscere”

L’uomo gracchia, ogni parola deve costargli dolore. Ma parla in modo chiaro e distinto. Sangue sulla sua bocca. Altre goccioline che si staccano e fluttuano.

“Il ponte ufficiali… annientato. Probabilmente rimango solo io. Dovete portare questa su Sheim, prima della battaglia. A qualunque costo. A qualunque costo”, ripete l’uomo.

“Si calmi, dobbiamo…” inizia Hal, ma l’uomo scuote la testa, tendendogli una valigetta metallica, nera. Stampigliato su di essa, uno stemma azzurro che non riconosco.

“Questa ci è stata data di nascosto, da un agente della Repubblica che ha superato le linee imperiali… questa nave non avrebbe dovuto essere in pericolo, non questa nave! Prendete un guscio. Atterrate su Ven Yasa. Poi puntate al sistema neutrale Koltar. Da lì dovete trovare un modo di raggiungere la nostra flotta. Questa valigetta deve arrivare su Sheim. Ne và delle sorti della guerra!”

Ha gli occhi sgranati, respira a vuoto, e col sangue in bocca. Non oso dubitare nemmeno per un istante di quello che dice.

“Ma cosa…” inizia Itris.

“Non c’è tempo! Prendete la valigetta e portatela a Sheim. A qualunque costo! Fate attenzione. Consegnatela solo alla nostra flotta. Non separatevene mai. E ricordate che l’impero sa di questa missione. Loro la cercheranno. State attenti. E non perdete tempo, ora!”

Un altro stridio. Davanti a noi, vediamo una serie di piste navette inclinarsi e crollare, mentre una sezione dello scafo si deforma. Un guscio già in viaggio viene deviato, esce dalla pista, va a schiantarsi, impazzito, contro le pareti dell’hangar.

“Dobbiamo andare!”

“Portiamolo con noi! Tenente, ci…!”

Ma l’uomo non risponde. Ha chiuso gli occhi, e il suo corpo fluttua abbandonato.

“Dobbiamo cercare un ufficiale! Dargli quella valigetta!”, grida Alise, guardandosi freneticamente attorno.

“Non c’è tempo, cazzo! Prendiamo un guscio subito, o qualunque cosa ci sia lì dentro non servirà a nessuno”, risponde Hal. La luce lo avvolge ancora, iniziando a spingerlo verso una navetta vicina a noi. I tubi di lancio della nostra sezione sono quasi tutti carichi. Siamo stati fortunati a salvarci. Molto fortunati.

Mi spingo in avanti, con troppa forza. Mi rendo conto che sto per mancare la navetta. Sfioro il terreno con i piedi, ma non riesco a deviarmi, le mie dita si protendono ad afferrare lo scafo cilindrico, che però è troppo lontano. Se passerò oltre, rimbalzerò chissà dove.

Uno strattone alla mano. Luce bianca mi avvolge il polso, mi trascina verso il portellone che si apre, rivelando lo spazio cilindrico all’interno. Dodici nicchie, grandi appena a sufficienza da contenerci. Appena prendo posto, un’imbracatura cala dall’alto, mi avvolge in tutta le direzioni con spessi ammortizzatori.

“Io ai comandi”, ordina Alise, prendendo posto nella nicchia posteriore – cui fluttuano davanti dei controlli olografici.

“Arriva qualcun altro?”, chiede Itris.

“No”, risponde Hal.

“Aspettiamo un po’!”

“Ci sono gusci per tutti. E ogni secondo potrebbe essere l’ultimo”, risponde Alise, brusca. Il portellone si chiude con un sibilo, ci troviamo nell’oscurità, eccettuata la fioca luce del quadro comandi della ragazza.

“Via”, si limita a dire, e a un suo tocco sento accendersi i motori.

La gravità che era sparita sembra tornare tutta in un colpo, più forte che mai. Una forza in continuo aumento mi schiaccia contro l’imbracatura, sento il mio stomaco che si ribella. A dispetto di tutti gli ammortizzatori, sento la capsula traballare sotto la spinta del motore a reazione.

Il tuono dei nostri propulsori copre tutti gli altri rumori. Non ci sono più scricchiolii, né esplosioni. Stringo i denti, temendo di mordermi la lingua, mentre le vibrazioni aumentano. Davanti a me vedo Itris che storce la faccia come se avesse inghiottito un limone intero. I suoi lunghi capelli neri sono incollati sul volto, tirati verso destra dalla forza dell’accelerazione.

“Siamo fuori!”, esclama Alise. Pochi istanti dopo, un’immagine si compone davanti ai miei occhi, come uno schermo che fluttui a mezz’aria.

Non c’è più l’hangar di metallo, non ci sono più le fiamme né i soldati in fuga. C’è un’immensa distesa nera, trapunta di stelle luminosissime. Senza gli adattamenti dei visori della nave, è troppo immenso per distinguere le navi da guerra. Vorrei solo sapere chi ha vinto. Loro, quasi di sicuro.

Poi, dopo un breve sfarfallio, l’immagine si allarga, diventa più definita. Ora ai margini della visuale si vede una falce verde-azzurro.

Ven Yasa. Che gli dei ci aiutino.

“Cerco di immetterci in orbita di decadimento controllato sul pianeta. Sarà un atterraggio brusco”, avverte Alise. Cerco di annuire, ma ho la testa immobilizzata.

La spinta che ci schiaccia inizia finalmente a ridursi. Riesco a muovere le dita, non ho più l’impressione che qualcosa di pesantissimo mi comprima il petto. Al tempo stesso, la navetta inizia a ruotare, punta visibilmente verso Ven Yasa.

Ora vediamo una buona percentuale del pianeta. La sua atmosfera umida mi impedisce di distinguere le linee costiere, vedo solo il colore verde-azzurro, sorprendentemente carico dei suoi immensi oceani.

Cerco di concepire la distanza immensa che mi separa dal pianeta. E per un istante mi sembra di sentirla davvero. Migliaia di chilometri di vuoto, prima di un oceano alieno e forse in mano al nemico. Sono in una minuscola, inaffidabile scatola di metallo, e tutto attorno solamente vuoto, vuoto, vuoto.

Mi pento subito di averci pensato. Guardo il pianeta come se fosse un’ancora. L’unica cosa solida nel mezzo del nulla che ci avvolge. La nostra unica, tenue speranza di sopravvivere alla giornata.

 

***

 

Finalmente l’accelerazione si riduce. Alise ritira le imbracature, fletto le braccia e le gambe con soddisfazione. Siamo ancora in uno spazio minuscolo, ma almeno fino a che la gravità del pianeta non diverrà rilevante, potremo fare a meno delle misure di sicurezza.

Vedo i miei compagni che galleggiano attorno a me. Sembrano tre strani pesci, sospesi nell’assenza di gravità.

“Non riesco ancora a crederci. La nave è stata distrutta. E noi siamo qui. Ma siamo vivi”, commenta Hal. Cerca di darsi un tono, ma vedo facilmente che è scosso.

“Mi chiedo cosa sia successo a Erass”, dice Alise, evidentemente preoccupata.

Sento svanire immediatamente l’ombra di tranquillità che ero riuscito ad ottenere. So benissimo cos’è successo ad Erass. Ma non voglio dirlo, non voglio pronunciare a voce alta quelle parole.

“Cosa ci sarà in quella valigetta?” chiede Itris. Riesco quasi a vedere la curiosità muoversi dentro la sua testa.

La scatola metallica è in grembo ad Alise, che la protegge come se fosse una creatura vivente.

“Non lo so. E non sono neanche sicura di volerlo sapere. Ma il Tenente ci ha ordinato di consegnarla alla Flotta. E noi lo faremo”, risponde Alise, dura.

“Aspetta di uscire viva da qui. Stai già cercando la prossima occasione di menare le mani”, risponde Itris, sbuffando. La ragazza non risponde, si avvicina ai controlli della piccola nave.

Stringo con la mano l’interfaccia olografica, e mi sembra di novo di vedere l’esterno. Scie bianche di siluri tagliano ancora l’oscurità del cielo, si vede qualche lampo isolato di disgregatori. La battaglia non è ancora finita. Fa che gli Imperiali perdano. Fa che la nostra flotta mantenga il controllo di questo mondo. Ci basterà consegnare la valigetta al Comando, e sarà tutto finito.

Ma mentre Ven Yasa, sotto di noi, si avvicina, ho la sensazione sempre più forte che sia solo l’inizio di un lungo viaggio.

 

***

 

Sento l’aria che brucia attorno a noi, dagli ologrammi dell’esterno vedo solo fiamme.

Ho la sensazione, ancora una volta, che tutte le mie ossa vengano schiacciate, mentre le pile Zarion si attivano, iniziando a frenarci con un rozzo ombrello di forza.

La decelerazione è sempre più forte, mentre entriamo, fortemente inclinati, nell’atmosfera del pianeta. Ven Yasa, ora, non è più una palla nel vuoto, è una distesa che sembra infinita di nuvole, isole e acqua. Soprattutto acqua. Osservando l’oceano sconfinato, ancora centinaia di chilometri sotto di noi, provo un breve attacco di vertigini, mi sembra di sentire il vuoto infinito sotto di noi.

“Quel cazzo di oceano è dappertutto. Cerco di farci arrivare in acqua, ma vicino a un continente. Preparatevi. Si ballerà, soprattutto all’arrivo”, commenta Alise, le sue dita si muovono rapidissime sui comandi proiettati nell’aria.

“Ci porti tu a nuoto fino al continente?”, chiede Itris.

“Abbiamo un gommone. E risparmia il fiato che se rompi ancora i coglioni te lo faccio gonfiare a fiato”, risponde la ragazza, secca.

Li ascolto a malapena, osservando il pianeta sotto di noi che si ingrandisce lentamente. Stiamo davvero cadendoci sopra, con un paracadute di forza che cerca di impedire all’attrito di farci a pezza, e che potrebbe fallire. Con una misteriosa valigetta che sembra in grado di cambiare le sorti della guerra. E con il ricordo del mio migliore amico che probabilmente ora è lassù, ridotto in atomi dispersi nello spazio.

 

***

 

Stringo i denti. Ogni respiro è difficile, ho la sensazione che un peso immenso mi schiacci il petto, e che gli occhi stiano per andarmi a pezzi. Non capisco come faccia Alise a muovere le dita, continuando lentamente a toccare i controlli olografici.

“Venti secondi all’impatto! Paracadute a massima energia!”

I sensori esterni ormai rivelano soltanto un muro di fiamme che ci avvolge, mentre freniamo bruscamente la nostra caduta. Oltre il fuoco vedo la linea azzurra dell’orizzonte, qualcosa di frastagliato che potrebbe essere una massa di terra, ma il disagio fisico mi impedisce di vedere con chiarezza.

“Alise, se ci schiantiamo vedi di morire subito, che sennò ti ammazzo!”, rantola Itris, la voce distorta dalla compressione dei polmoni.

“Quindici”, si limita a replicare la ragazza. Mi chiedo se me ne accorgerò, nel caso la capsula dovesse andare in pezzi. Brucerò in un istante? O sentirò le fiamme dell’attrito che mi bruciano?

Le fiamme che ci avvolgono sembrano perdete intensità. Col paracadute allargato al massimo, iniziamo finalmente a frenare sul serio. Il mondo attorno diventa più nitido, ora riesco a vedere l’immensità verde e azzurra del mare in tre direzioni, una linea costiera appena visibile attraverso la foschia nella quarta. Sopra di noi non c’è più il sole, ma uno strato spesso e continuo di nuvole dal colore stranamente verdastro.

“Dieci”

Ripenso al mio pianeta. È tanto lontano. Avrei voluto tornarci una volta. Anche una volta sola. Ma forse è meglio così. Se dovessi morire a centinaia di anni luce di distanza, non saprò mai davvero cosa ne è stato.

“Cinque”

Cerco di non pensare, contraggo tutti i muscoli e chiudo gli occhi, ma sento il conteggio inesorabile nel mio cervello. Lo scafo della navetta vibra, sento una serie di scricchiolii secchi che mi preoccupano.

Poi una forza enorme mi schiaccia come un maglio. Mi sento compresso contro il sedile con tanta forza che sento esplodere i capillari. I miei stessi capelli, sul lato della faccia, sembrano un peso intollerabile, per un secondo tempo che la mia carne si lacererà, verrà strappata dalle ossa per rifluire verso sinistra.

Dolore. Tento di muovermi, ma sono paralizzato. Sento che cambiamo posizione, il peso si sposta, martoriandomi la schiena, e poi l’altro fianco. La forza, dopo quella che sembra un’eternità, torna finalmente a diminuire. Posso respirare, poi muovermi, e infine mi rendo conto con sorpresa di essere libero. Una forza gentile, adesso, ci spinge dal basso verso la superficie dell’oceano.

Sento l’acqua ribollire e schiumare attorno a noi – lo strato superficiale doveva essere rovente.

“Ci siamo”, mormora Alise. Mi volto verso di lei, per qualche istante mi sento di nuovo privo di peso, per contrasto con la forza precedente. La ragazza è piegata in avanti e boccheggia, con gli occhi chiusi.

“Figo. Rifacciamolo!”, propone Itris.

 

***

 

Il gommone è pensato per dieci persone – se non altro, ci stiamo comodi. Posso distendermi, sento tutti gli arti doloranti dopo la brusca decelerazione. Domani sarò pieno di lividi. Ma Alise è di nuovo al lavoro, mentre Hat, in piedi sul margine della piccola imbarcazione, sembra tastare l’aria con le lunghe dita scintillanti di luce bianca.

“Che cazzo fai, Alise? Non basta puntare verso la terra, adesso?”, chiedo. Non capisco perché la gente continui a complicarsi la vita.

Lei sospira.

“Sei utile come un incrociatore da battaglia in culo, se mi sono dimenticata di dirtelo oggi. No, comunque. C’è un arcipelago più grande, poco più lontano. Forse ci conviene puntare direttamente là”

“Ci cercheranno. Presto”, avverte Hal. Le sue mani continuano a muoversi lentamente nell’aria, i capelli d’argento si muovono attorno alle spalle, come respinti da una forza elettrostatica.

“Chi?”, chiede Alise.

“Caccia planetari dell’Impero. Stanno già entrando nell’atmosfera di questo mondo alla ricerca dei superstiti”

Sbuffo.

“Cortesia tipicamente imperiale”

“Quanto tempo?”, chiede Alise.

“Non lo so. In ogni caso non so con quanta precisione siano in grado di individuare il luogo di atterraggio. E quanto tengano a prenderci subito”

“Sempre che non stiano cercando la maledetta valigia”, commento, indicando la piccola scatola metallica che la nostra comandante tiene sulle ginocchia.

Itris, disteso senza energie vicino a me, schizza in piedi in tutta la sua notevole altezza a quelle parole.

“Ecco. Qualcosa di interessante, finalmente. Se devo passare il resto dei miei giorni nei campi di lavoro imperiali, almeno posso sapere cosa c’è lì dentro?”, chiede.

Alise sembra soprappensiero, poi annuisce.

“Immagino che dovremmo sapere cosa c’è lì dentro. Può essere importante. Per la missione”

Itris ride.

“Sei curiosa quanto me. Ma ci sai fare a inventare scuse. Più di me, te lo concedo. Dai, apri, e poi troviamo un modo di scappare dall’Impero”

La ragazza esita un solo istante, con le dita già pronte sui blocchi magnetici. Non sembra che ci siano codici per chiudere la valigetta. Poi li sfiora, e solleva lentamente il coperchio. Dalla mia posizione, non ne vedo ancora il contenuto.

“Oh cazzo”, commenta.

Hal, che pur è vicino a me, barcolla e cade in ginocchio, con il respiro affannoso. Guarda la valigetta con occhi stralunati.

“Hal! Che c’è? Cosa c’è lì dentro?”, chiedo, spaventato.

Il mago mi fa un gesto tranquillizzante, iniziando a rimettersi in piedi.

“Quanto…?”, si limita a chiedere.

Senza dire una parola, Alise gira la valigetta verso di noi.

All’interno, due scomparti di diverse dimensioni. Nel più grande circa un centinaio di fiale piene di un liquido rosso, debolmente luminoso. Nell’altro, solo venti fiale, color blu intenso.

Rabbrividisco.

“Questo è Soma?”

“Sì. Abbastanza Soma da tirare avanti per una fottuta battaglia. Quello di cui i nostri avrebbero un bisogno disperato, su Sheim. Questo Soma potrebbe”, la ragazza si ferma, deglutisce. Ci guarda uno dopo l’altro, prima di continuare.

“Potrebbe essere la fottuta arma vincente, per noi. Potrebbe cambiare le sorti della battaglia. O della guerra. Quella valigetta… potrebbe essere l’inizio della fine del loro Impero del cazzo"


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Colei che guarda le acque by Selerian
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Colei che guarda le acque

Lega dei Mondi Liberi, limiti del territorio Sheim, mondo di Almoa. Anno 12 474 dalla Diaspora

 

“Buon compleanno, Orien!”, gridano in coro i presenti.

Soffio sulle candeline. Si spengono tutte e quattordici. Applausi, qualche amico inizia ad abbuffarsi di dolci. Papà sorride, davanti a me, e mi accorgo ancora una volta di quanto sembra diventato vecchio, negli ultimi tempi.

Arriva Ilis, mi scompiglia i capelli con una mano. Mi ritiro istintivamente. Continua a trattarmi come un bambino. E davanti a tutti i miei amici.

“Ancora qualche anno e sarai buono per fare il soldato, fratellino!”

Di sfuggita, vedo la mamma che abbassa lo sguardo, mentre il mio fratello maggiore mi attira a sé, sento la pressione dei suoi muscoli d’acciaio sotto la divisa grigia. È una fortuna che sia potuto venire qui.

“Ancora convinto di voler fare il militare pure tu, Or?”, chiede Atile, biascicando le parole con la bocca piena di dolci. Qualche briciola le cade sulla camicetta bianca, come al solito.

Mi stringo nelle spalle.

“Se non avranno già fatto il culo agli imperiali, dovrò venire io”

Un ruggito di approvazione da parte dei miei amici. Ilis, dietro di me, mi solleva in alto, tenendomi per i fianchi. Le mani dei miei amici sono sollevate davanti a me, mio fratello mi spinge fra loro.

“In culo agli imperiali!”, esclama il fratellone, ridendo. I ragazzi attorno a me lo ripetono, tenendomi sollevato. Rido. Incrocio lo sguardo stanco e preoccupato della mamma. Lei e le sue fissazioni. Per fortuna c’è Ilis, a farmi fare una bella figura.

 

***

 La sera stessa.

“Allora, Orien? Andiamo?”.

Shar e Canevis sono già sulla soglia, con addosso i vestiti pesanti e le torce in mano.

Mi avvicino in punta dei piedi, tenendo con una mano un paio di scarpe pesanti.

“Silenzio! Se vi sente la mamma mi ammazza!”, sussurro in risposta.

“Hai paura della mamma? Avanti!”, commenta Shar, a bassa voce, dandomi un pugno scherzoso.

“Dovresti avere paura delle bestie del fiume, piuttosto. Dei mostri che mangiano gli uomini. Degli spiriti. Delle streghe”, commenta Canevis, serissimo.

È buio, fuori di casa. Il buio con cui non si deve uscire. In cielo non si vede nessuna luna, solo lo splendore lontano e minaccioso delle stelle. Le fattorie sono tutte buie, e la città sembra lontana, lontanissima, appena una chiazza di chiarore in lontananza.

È una notte fresca e sorprendentemente umida. Soprattutto, è silenziosa. Così silenziosa che già da quando sono sulla soglia inizio ad avere la sensazione che stia per succedere qualcosa. Mi sembra perfino di scorgere figure che si muovono nell’ombra. Ma vedo chiaramente i due amici, vicinissimi a me, e la loro presenza concreta allontana gli spettri.

“Allora? Siamo proprio sicuri?”, chiedo, mettendomi le scarpe. Sorrido. Ma a dire la verità, non mi sembra più un’idea così buona andare al fiume. È ovvio che posso andarci, se voglio. Non ho paura, lo sanno tutti che non c’è niente. Solo, a questo punto perché andarci davvero? La strada è noiosa, e ci inzupperemo le scarpe per niente.

“Hai paura, hai paura?”, chiede Shar, con tono cantilenante. Ma vedo che continua a muovere il fascio di luce della torcia, a destra e a sinistra, lentamente, illuminando i filari ordinati delle viti.

“Ripetilo e ti ci butto dentro, al fiume”

“Quest’estate dobbiamo fare il bagno di mezzanotte al lago! Quello sì che deve essere figo!”, aggiunge Canevis. Solo a voce un po’ troppo alta per sembrare davvero tranquillo.

“E allora sbrighiamoci, su!”

 

***

 

 “Non pensavo fosse così freddo”, commenta Shar. Si sfrega le mani sulle braccia, ha ancora addosso la maglietta a maniche corte che aveva portato durante il giorno.

“Sei l’unico che non ha preso una felpa, idiota”, rispondo. Non è il freddo a preoccuparmi. È la sensazione sempre più forte che ci siamo persi.

Guardo i miei amici, a pochi metri da me. È buio, distinguo appena le loro facce. Chi è stato così coglione da pensare di andare al fiume? L’avevo proposto io, è vero. Ma solo per scherzo. Sono stati i due deficienti a convincermi sul serio.

“Ragazzi, fermiamoci un secondo”, commenta Canevis, con tono esitante “dobbiamo trovare la strada giusta. C’è poco da camminare, altrimenti”

Shar sbuffa.

“Se teniamo il fiume alle spalle, torneremo al paese”

“Ma come cazzo facciamo a tenere il fiume alle spalle? Se non ritroviamo il sentiero, è impossibile andare dritti”, faccio notare, seccato dalla sua stupidità.

Si stringe nelle spalle. Sento un rumore. Batte i denti. Deve avere davvero freddo. La temperatura scenderà ancora? Non lo so.

“Meglio che stare fermi ad aspettare che venga a prenderci la mamma. Andiamo”

Canevis fa segno di calmarsi.

“Possiamo seguire il corso del fiume. Prima o poi raggiungeremo il ponte Shiv. E la strada”

“Ma è lontanissimo!”, commento.

“Un’oretta per arrivarci, altrettanto da lì a casa. Almeno saremo sicuri di arrivarci”

Le sue ultime parole sembrano raggiungere la mia mente con una nitidezza dolorosa. Mi sembra di risentirle, ancora e ancora, per diversi secondi.

Non siamo sicuri di riuscire a tornare a casa. Ci sono pericoli, nel fiume. Lo sanno tutti.

“E va bene. Seguiamo il corso del fiume”, rispondo, col tono più esasperato che mi riesce. Mi giro, facendomi strada verso l’acqua attraverso i rami e le foglie. Con l’erba umida e le foglie cadute, ho la sensazione di camminare su un terreno che mi marcisce sotto i piedi.

 

***

 

“Quanto lontano è il ponte?”, chiede Shar, evidentemente stanco.

“Siamo sicuri di stare seguendo il fiume dalla parte giusta? Il ponte è a valle, no?”, aggiunge Canevis. Non fa più nemmeno finta di essere sicuro di sé. Mi strappa un sorriso.

“Avanti. Da qualche parte arriveremo”, rispondo. Mi sfugge un tono irritato. Ma spero davvero di rassicurare i miei amici. Dopotutto, sono il più grande. Da oggi ho quattordici anni.

“Cos’è questo rumore?”, chiede Shar, improvvisamente preoccupato. Si ferma, trattenendo Canevis per una spalla.

Ci fermiamo tutti e tre. Mi concentro sui suoni della notte. Suoni che fino a questo momento ho tentato di ignorare.

L’acqua che scorre lenta. Foglie mosse appena percettibilmente dal vento. Ogni tanto, il fruscio di un piccolo animale che si muove nella notte.

“Adesso ti inventi le cose. Cerca di non fartela addosso”, sbuffo.

Con mia sorpresa, il ragazzo non mi risponde per le rime. Mi fa solo segno di aspettare. Muove il cono di luce a destra e a sinistra, illuminando nient’altro che tronchi esili e qualche roditore.

Poi lo sento.

Un suono simile a un debole risucchio. Impiego qualche istante a identificarlo. A visualizzare l’immagine di un piede enorme e pesante che si posa in silenzio sul terreno fradicio. Ma il rumore dell’acqua che rifluisce nell’orma appena si sposta non può essere nascosto.

“Cos’è?”, chiede Canevis, in un sussurro spaventato. Ora mi stringe il braccio. Rabbrividisco, puntando freneticamente la torcia attorno a me. Ma non riesco a individuare la fonte del rumore. Faccio un passo verso i miei amici, nemmeno io so se per proteggerli o per ripararmi.

“Deve essere… molto vicino all’acqua. Per fare questo rumore. Qualcosa che si muove sulla riva”, commenta Shar, con voce spezzata.

Cerco di guardare attraverso i tronchi, verso la riva del fiume, ma sotto il baldacchino delle foglie la luce stellare è praticamente nulla.

Ancora quel rumore, lo sciabordio. Passi lenti, distanziati. Una direzione che ancora non riesco a identificare.

“Andiamocene”, sussurra Shar.

“No. Restiamo immobili. Spegniamo le luci”, rispondo io, schermando la torcia. Non so cosa sia ad avvicinarsi. Probabilmente qualcosa di completamente innocuo, ma non mi sembra il caso di farci notare correndo.

I miei amici mi imitano, e piombiamo nell’oscurità pressoché totale. Mi sento rabbrividire. Mi sembra di scorgere profili che si muovono nel buio, esseri mostruosi che si avvicinano.

Non sono più un bambino. Non ho paura di queste cose!

Il suono si avvicina ancora. Sembra provenire da sinistra, seguendo effettivamente la riva. Ora riesco a sentire anche il tonfo attutito, prima del suono dell’acqua. Passi umani? No, non sembra. Troppo lenti, troppo pesanti.

 “Cosa…” inizia a chiedere Shar.

“Zitto!”, imploro, tappandogli la bocca con una mano. Si dimena un istante, poi si calma. Ho l’improvvisa sensazione che la nostra stessa vita dipenda da quanto riusciremo a non farci notare.

Ma cosa può essere, in effetti? Un Teral? E cosa ci farebbe, al fiume anziché a pascolare? Come ci sarebbe arrivato?

Penso alle creature che vivono in profondità nelle foreste del nostro mondo. In profondità, appunto. Non qui, vicino ai paesi.

Sento il respiro diventarmi sempre più affannoso. Devo lottare quasi fisicamente contro il desiderio di riaccendere la torcia. Un secondo solo. Un istante brevissimo. Solo per sapere, per essere sicuro.

I passi si avvicinano ancora. Ormai sono quasi alla nostra altezza. Guardo con attenzione fra i tronchi. La mia vista si è parzialmente abituata all’oscurità.

E riesco a distinguere qualcosa.

Bande chiare, bande scure. Come tutto il resto del bosco. Indistinguibile dai tronchi, quando è fermo.

Ma quando si muove, ora riesco a scorgerlo. Qualcosa sta camminando in riva al fiume. Qualcosa alto più di un cavallo, quasi quanto un Teral. Qualcosa di talmente lungo che non riesco a comprenderne pienamente le dimensioni.

Rimango immobile, senza sapere come reagire.

Poi anche Shar deve vederlo.

Inizia a divincolarsi nella mia stretta. Lo stringo più forte, gli premo la mano sulla bocca. Ti prego ti prego non fare niente. Ma gli sfugge un gemito. Un solo gemito, breve e acuto, che nel silenzio della notte sembra rumoroso come un’esplosione.

I passi pesanti si fermano.

Il ragazzo si pietrifica. Ora scuote la testa. Ha il respiro rapido, spezzato. La mano con cui gli premo la bocca è umida di lacrime.

Tump.

Un passo sulle foglie marce. Fuori dalla sabbia, la creatura non ha modo di nascondere la propria avanzata. Sento il rumore pesante della zampa che si posa a terra. Poco dopo, rami che vengono piegati.

Dov’è? Quant’è vicino?

Altri rami che si muovono. Ovunque, all’apparenza. Non ce la faccio più. Accendo la torcia, puntandola in avanti.

Grido. Grido, la torcia mi cade di mano, ma per uno scherzo della sorte continua a illuminare la cosa davanti a me. Tento di voltarmi, di correre, ma non riesco a smettere di gridare. Sento le gambe di cartapesta. Cado in ginocchio sul terreno fradicio, lo sguardo ancora fisso su quello che ho davanti.

Una testa triangolare, allungata, come quella di un coccodrillo. Ha anche scaglie, che fanno pensare a un rettile, di colore blu a bande verde chiaro. Si muove appena percettibilmente, e sembra sorridere, quella testa enorme, lunga due volte un mio braccio, sembra sorridere.

Mi butto sulla schiena, seduto a terra, senza tentare di rialzarmi mi spingo all’indietro con braccia e gambe. Shar grida, sembra non riuscire a fermarsi, vedo Canevis girarsi, correre a perdifiato scivolando più volte.

Il mostro si avvicina. Sembra muoversi pigramente, un solo passo delle sue zampe gigantesche, ma mi ha già raggiunto. La sua testa enorme è a più di un metro d’altezza, collegata a un lungo corpo da rettile che intravedo appena, retto su quattro zampe larghe come tronchi.

“Via! Via! Vai via!”, imploro. Tento di alzarmi in piedi, ma le gambe mi tradiscono, scivolo a terra. Il mostro si avvicina, apre la bocca, quasi con indolenza. Vedo file su file di denti che scintillano all’interno, pugnali lunghi venti centimetri che sembrano coperti di metallo.

No ti prego non così non mangiato…

La sua testa scatta in avanti.

E cozza contro un muro invisibile. Ondate di energia bianca di diffondono dal punto di contatto, come seguendo la superficie di una cupola invisibile attorno a me.

“Che cosa…?”, chiedo.

Il mostro si ferma per un istante, tasta con il muso la barriera, provocando nuove increspature. Pare confuso. E furioso. La sua testa scatta avanti, con decisione, due paia di malevoli occhi gialli mi fissano, e ho la sensazione di vedere la fame in essi.

Ancora, sbatte contro un muro invisibile. Luce bianca, questa volta più intensa. E poi fili sottili dello stesso colore fuoriescono dal terreno, strisciano sul corpo del mostro. Si rivela, così, nella sua interezza: simile a un coccodrillo, lungo almeno quindici metri, con spine dall’aspetto metallico che sporgono dai fianchi e dalla schiena. Ha artigli enormi sulle zampe e quelle che sembrano placche metalliche sotto la pancia.

I fili di luce lo avvolgono, diventano più spessi e luminosi. Il mostro alza la testa, emana un ruggito che mi fa vibrare i polmoni e scuote la terra umida sotto di me. Non riesco a muovermi, non riesco a fare altro che guardare, paralizzato dallo stupore.

La luce bianca avvolge il mostro, lo solleva in volo, ignorando i suoi arti giganteschi che si dimenano selvaggiamente, e la coda che trancia interi alberi nel suo sferzare.

“Che… che cosa?”, chiede Shar, scuotendo la testa.

“Andiamocene!”, grido, iniziando ad alzarmi in piedi.

“Non ce n’è bisogno”, risponde una voce gentile.

Mi blocco, in piedi a metà. Non è difficile trovare chi ha parlato. Luce bianca proviene dal fiume, a una decina di metri da noi. Attraverso gli alberi spezzati e le canne schiacciate, riesco a distinguere una figura umana.

“Chi sei?”, grida Shar. La sua voce và in falsetto, come quella di un bambino.

“Mi chiamano Colei che Guarda le Acque. E posso riportarvi a casa”, risponde in tono pacato. La voce è calda e femminile.

Ho la sensazione che l’adrenalina defluisca dal mio corpo, tutto d’un colpo. Sono calmo, ora. Dopotutto, il mostro se n’è andato. Perché dovrei essere nervoso?

Eppure dovrei, dice una parte di me. Mi resta la vaga, indefinita sensazione che qualcosa non vada, mentre mi avvicino alla voce. Come se avessi dimenticato qualcosa di importante, e non riuscissi a ricordare bene cosa.

Alla luce bianca prodotta dall’entità, vedo la serie di orme enormi della creatura. Poggio il mio piede all’interno di una di esse, e sembra improvvisamente piccolo, come quello di un bambino. La sensazione non mi piace.

Supero gli alberi spezzati, raggiungo la riva del fiume. C’è silenzio assoluto ora, sulla foresta, resta solo il rumore dell’acqua che scorre, e Shar che cammina dietro di me.

C’è una donna, in piedi sul pelo dell’acqua. Indossa una larga veste bianca, ha lunghi capelli simili alle canne che crescono attorno al fiume.

La luce emana dal suo corpo. Si riflette su di me e sui miei vestiti infangati, sull’acqua che scorre, sul tratto di bosco devastato dal passaggio del mostro.

Ci guarda, i suoi occhi azzurri sembrano gentili. Il suo volto è perfetto, come i suoi abiti e le sue mani. Nessuna macchia, nessuna asimmetria, nessuna irregolarità della pelle.

“Tu sei… la donna del fiume?”

La donna sorride. Ed è un normalissimo sorriso umano.

“La tua gente mi chiama così. Quando sono venuta a questo mondo, mi chiamavano Colei che Guarda le Acque”

Ricordo le leggende su di lei. Lo spirito del fiume, che si manifesta raramente, quasi sempre benefico. Quasi. Ci sono leggende di bambini attirati nel fiume, nel suo regno, e mai più tornati.

“Cos’era quel mostro?”, chiedo.

Sembra pensarci un istante. Mi guarda, inclinando la testa, ho la sensazione che mi stia valutando.

“Un demone minore creato molto, molto tempo fa per uccidere i nemici di un impero ormai dissolto. Dormiva da seimila anni… ma i tempi stanno cambiando, e si è risvegliato”

Rimaniamo lì per qualche istante. Guardo Shar, illuminato dalla luce bianca. Ha le braccia infangate e un graffio sul volto. Sembra piccolo, tutti i suoi tentativi di essere più di un bambino spazzati via dal mostro.

“C’era un altro nostro amico”

La donna annuisce.

“Non temete. Non è ancora al di là dei miei poteri. Aiuterò anche lui. Vi porterò vicini a casa, e vi darò una luce che vi indichi la strada”

La sua voce è calda, rassicurante. Ma nonostante tutto, le sue parole fanno breccia nei miei pensieri.

“I tempi stanno cambiando? Vuol dire che arriveranno altri… di quei mostri?”

La donna scuote la testa.

“Non come quello, forse. Ora sono pronta, cercherò di individuarli e di fermarli. Ma ci sono molte forze nei mondi. Forze molto più antiche e potenti della mia. Sono in molte a sentire il richiamo che viene dalle stelle. E molte risponderanno”

“Il richiamo?” chiedo. A dispetto della sua voce rassicurante, della certezza che presto tornerò a casa, mi sento rabbrividire.

La donna alza lo sguardo al cielo. Sembra più carico di stelle, rispetto a prima. Sembrano occhi, occhi che ci guardano con malignità.

“Ogni notte è più forte. L’impero umano che si sta avvicinando sembra portare… una voce. Una voce che risveglia molte antiche entità. Anche quelle che non dovrebbero essere risvegliate”

Il suo tono è distante, malinconico.

“Quel coso era un demone imperiale? Lo sapevo!”

Lei scuote la testa.

“No. L’Impero non è ancora qui, e non so quanto sia intenzionale nel cataclisma che porta con sé. Ma presto vi raggiungerà. Molto presto. E allora si risveglieranno”, fa una pausa, come cercasse le parole “altre cose. Cose da cui non potrò proteggere i ragazzini. Cose da cui forse l’umanità non si saprà difendere”

“Altri mostri?”

“All’inizio. Poi verranno quelli che avete creato con il vostro cuore. Poi quelli che avete creato con le vostre mani. E poi forse verranno altri, altri che non dovrebbero nemmeno essere in questo mondo, e voi avete trascinato”

Mi trattengo dallo sbuffare. Deve essere vero che agli spiriti piace confondere i mortali.

“Comunque l’Impero non verrà qui. Lo fermeremo!”

“L’impero verrà. Ho visto altri imperi, ho visto altre guerre. Ho visto altre resistenze. Forse alla fine verrà schiacciato, perché nessuno può sconfiggere l’intera umanità. Ma l’Impero verrà qui. E che poi lo ricacciate o no, il richiamo delle stelle lo seguirà. E di questo pianeta sarà quel che sarà”

“Tu non puoi aiutarci a combattere l’impero?”

La donna ride, in modo improvviso e inaspettato.

“Se anche potessi, non mi immischierei nelle guerre dei mortali. Sono nata per proteggere il fiume e i suoi abitanti da un nemico che non ho mai incontrato, nel nome di un popolo già sconfitto nel giorno in cui sono venuta al mondo. Ho fatto del mio meglio per la vostra gente, da quel giorno, e continuerò a farlo. Ma la prima guerra che ho vissuto ha cancellato un popolo e ucciso centinaia di miliardi di persone. Se volete combatterne un’altra, farete senza di me”

 

***

{Dieci mesi dopo}

“Interrompiamo le trasmissioni per una notizia appena pervenutaci”

Mi sfugge un mugolio di fastidio, quando lo spettacolo si interrompe. Mi trovo proiettato fuori dalla simulazione, di nuovo seduto a guardare uno schermo piatto. Alle solite. Qualche inutile notizia di guerra.

L’annunciatrice, tuttavia, è più nervosa del solito. Si aggiusta ripetutamente e si schiarisce due volte la voce, prima di parlare.

“Abbiamo appena ricevuto conferma via drone postale, anche se avevamo intercettato alcune comunicazioni tachioniche fin da ieri sera. Tre giorni fa, la Seconda Flotta dell’Impero delle Stelle è entrata in contatto con le forze dei Mondi Alleati nel sistema Ter Alin. Lo scontro è avvenuto in orbita alta sul quinto pianeta del sistema, dove era situato il terminale di Balzo Civile dei Mondi”

Una vera battaglia? Abbiamo perso, dalla sua espressione. Ma almeno per un po’, spero che abbiamo fermato l’impero. Presto la nostra Grande Flotta sarà pronta. E allora vedranno.

“I sicari dell’Impero, tuttavia, sono riusciti a penetrare nelle nostre navi. Il Grande Mago Sinof e sette Maghi Superiori sono stati eliminati dagli Agenti prima che iniziasse la battaglia. Le nostre forze non sono riuscite a contrastare l’assalto magico imperiale, guidato dalla Grande Tar’Enis. La battaglia si è risolta con la totale disfatta delle forze della Lega, e danni minimi all’armata imperiale. Il governo di Ter Alin cinque si è arreso alle forze imperiali, che troveranno rifornimento rapido, e la resistenza su Ter Alin tre e sei non potrà resistere a lungo”

“Porca miseria”, sussurra papà. Lo guardo. Penso di non averlo mai visto così preoccupato, prima d’ora. Ha gli occhi dilatati, una serie di rughe improvvisamente visibili sulla fronte, un braccio sulle spalle della mamma con un gesto a metà fra proteggerla e afferrarsi a lei.

“Papà… li fermeranno, vero?”, chiede Ili, seduta in braccio alla mamma.

“Certo. Arriverà la Grande Flotta e li spazzerà via… no, papà?”, chiedo.

Silenzio.

Papà?”

Lui prende fiato.

“La Grande Flotta non è ancora pronta. E c’è un’unica linea di difesa, fra qui e Ter Alin”

***

{Quattro mesi dopo}

“Cittadini del pianeta Almoa”

Sento mia sorella che piange, mentre l’uomo parla. L’immagine è disturbata e incostante, ma distinguo fin troppo l’uomo che ci parla. Siede su una larga poltrona con lo schienale alto, tiene le mani sui braccioli.

E indossa una divisa nera, con uno stemma d’argento sul petto. Una stella sopra due spade incrociate.

L’Impero è qui.

“Sono il Comandante Vethos, a capo della Flotta di Avanguardia Imperiale. Siamo penetrati nel vostro sistema con un Balzo Breve da Ter Isan. Intendiamo prendere possesso di questo sistema per costruire un Terminale di Balzo. Per le materie prime e gli spazi necessari, abbiamo bisogno della collaborazione del vostro governo”

“Da questo momento in poi, consideratevi annessi all’Impero delle Stelle. Aspettiamo una resa formale del vostro governo entro quarantotto ore”

“Se essa non dovesse pervenire, siamo disposti a intervenire con la forza. Ci sembra utile ricordare che la nostra Avanguardia dispone di due bombardieri pesanti, ciascuno con potenza di fuoco sufficiente a ridurre un pianeta a un deserto senza vita. Mentre parliamo, stanno disponendosi in orbita geostazionaria dalle parti opposte del vostro pianeta”

L’immagine del capitano svanisce. Al suo posto, si vedono due navi nere, contro lo sfondo del nostro pianeta. Assomigliano a due C molto allungate, o a due tenaglie. A metà fra i due bracci che le compongono, connessa da arcate di metallo scuro, c’è la sfera pulsante di viola del motore Inas.

E dalle fiancate delle navi vedo corte protuberanze verso lo spazio, circondate da una sorte di dentelli neri.

Bombe.

Sotto gli occhi di tutti gli abitanti del nostro mondo, i due bombardieri accendono i motori Inas, e iniziano a spostarsi verso il pianeta che potrebbero distruggere in pochi minuti.

 

***

{Il pomeriggio successivo}

“Cittadini di Almoa”

La Presidentessa Sikael si vede spesso nelle trasmissioni. Come in tutti i discorsi ufficiali, mi sembra di fluttuare nel vuoto, attorno al palco di colore azzurro da cui parla con i suoi ministri.

Come sempre, dietro di lei c’è lo stemma del nostro pianeta, circondato dalla catena azzurra della Lega. Ma si vede subito la differenza rispetto al solito. Sembra stanchissima, esaurita, il trucco nasconde male i segni neri sotto agli occhi.

“Conoscete tutti la situazione. La Flotta Imperiale ha inviato un’avanguardia su questo mondo, perché apra la strada alle altre navi con un Terminale di Balzo”

“Mi sembra necessario spiegarvi le implicazioni di tutto questo. Le navi sono state inviate qui con un Balzo Breve. Per coloro che non fossero familiari al concetto, si tratta di un viaggio di sola andata, a breve raggio, che tuttavia consente loro di partire ignorando la Barriera Interstellare di Vel Tarim, che non riescono a prendere con la forza”

“Se riusciranno a costruire un vero Terminale, potranno portare qui l’intera Flotta Imperiale. Le conseguenze di una simile eventualità sarebbero devastanti. Le linee di difesa dietro di noi non sono ancora ultimate, e la Grande Flotta non è ancora del tutto armata. Non possiamo permettere che l’Impero costruisca quel portale”

La donna si ferma. Deglutisce, sembra cercare le energie per pronunciare la frase successiva.

“Abbiamo deciso di rifiutare la resa all’Impero, mentre tentiamo di organizzare una qualche forma di resistenza. Il nemico non potrà davvero radere al suolo il nostro mondo, come minaccia, in quanto senza la nostra capacità industriale non ha la minima possibilità di realizzare quanto si propone. Le nostre forze armate si stanno preparando, nei limiti del possibile, alla resistenza all’invasione”

“Le conseguenze ci saranno. E non saranno piacevoli. Ma l’unica alternativa possibile è cedere all’Impero delle Stelle, ed essere ricordati come i traditori della Lega dei Mondi Liberi. I cittadini che lo desiderano si rivolgano alle caserme, finché possibile, per venire arruolati nella Resistenza. A tutti gli altri non chiediamo miracoli, e sconsigliamo atti di ostilità verso gli invasori. Tentate di sopportare quello che succederà ora, tentate la via della resistenza passiva”

“Che gli dei ci aiutino”

 

***

{Quella notte}

Un suono cupo e profondo, una vibrazione del terreno.

Salto su dal letto, sento il cuore che accelera i battiti.

Bum.

Il rumore è smorzato, distante. Come quando fanno i fuochi d’artificio in città.

Rabbrividisco. Mi infilo un paio di ciabatte ed esco sulla porta, a guardare.

Lontano, all’orizzonte, vedo un breve lampo di luce. Bum, bum. Due colpi secchi, e ravvicinati.

Poi guardo in alto.

Ho la sensazione che il cielo vada in pezzi. Sembra che spade infuocate stiano calando dall’alto, si lasciano dietro una lunga stria bianca nel cielo mentre puntano verso terra.

In cielo non si vedono lune, ma riesco a vedere a chilometri di distanza alla luce bianco-giallastra delle bombe che cadono.

Le striature di fuoco sono sempre più grandi, ora sembra veramente che frammenti infuocati di cielo si siano staccati e stiano cadendo a terra. Stringo la maniglia della porta, vorrei chiuderla, vorrei scappare, ma so già che non c’è difesa, non c’è nascondiglio.

E poi i primi frammenti toccano terra. Questa volta il rumore è assordante, l’esplosione sembra avvenire dentro la mia testa. A qualche chilometro di distanza, in mezzo ai campi, si alza una torre di fuoco giallo, terreno e sassi schizzano in tutte le direzioni.

I colpi si susseguono, diventano un unico, indistinto frastuono di sottofondo. Sento mia madre che grida qualcosa, poi una bomba arriva nei campi di pannocchie, quelli in cui ho giocato a nascondino per buona parte della mia vita. La luce è talmente accecante che vedo il lampo attraverso gli occhi chiusi, l’onda d’urto e il calore mi spingono indietro, sento la casa stessa scricchiolare. Grido, e sento in bocca il sapore della cenere.

I colpi continuano. Ho la sensazione che il rumore diminuisca, o forse sto perdendo l’udito. Tengo gli occhi chiusi, ma poi qualcosa mi costringe ad aprirli, a guardare. La pianura attorno a noi è illuminata a giorno, fuochi bruciano nei campi e incendi rossastri nella foresta. Si alzano colonne di fumo alte fino al cielo, sembrano dita, dita che vogliano salire a strappare dal cielo quelle maledette stelle.

Ven Yasa by Selerian
Author's Notes:
E qui comincia il viaggio dei protagonisti :P. Buona lettura!

link: http://un23prova.altervista.org/racconti/Selerian/Impero/01-Guerra/05-Ven_Yasa.html
Documento senza titolo

Ven Yasa

Lega dei Mondi liberi, pianeta Ven Yasa Due. Acque circostanti all’arcipelago Sir Dana. Anno 12 481 dalla Diaspora.

 

 

“Su un pianeta più noioso di questo non potevamo naufragare”, commenta Alise, con uno sbuffo. È seduta a prua, ogni tanto sfiora il display di controllo per correggere la rotta.

“Sole, mare, un’invasione imperiale in corso. Che vuoi di più dalla vita?”, chiede Hat, con gli occhi chiusi mentre continua a tracciare segni a mezz’aria. Il vento salmastro scompiglia i lunghi capelli del mago, la luce azzurrina di questo sole lo fa sembrare ancora più pallido del solito.

“Non so. Una  spiaggia con ragazze che prendono il sole?” risponde Itris. Si è tolto gli stivali e la parte sopra della tuta, prende il sole sul retro del motoscafo con i piedi in acqua. Sembra starsi rilassando davvero.

“Quanta gente pensi sia a prendere il sole in spiaggia, con l’invasione in corso?”, chiede il mago, divertito.

“Allora mi accontento delle ragazze. O della spiaggia, al limite”, risponde Itris, sorridendo. Immerge una mano in acqua e la usa per bagnarsi i ricci scuri. Non ha tutti i torti. Fa un caldo che si muore. Ma non mi sento abbastanza al sicuro da sfilarmi la tuta militare.

“Una ragazza ce l’abbiamo qui, tecnicamente”, faccio notare, indicando Alise.

Itris si alza in piedi, fa finta di scrutare l’orizzonte nella direzione della nostra comandante.

“Dove?”

Hat stesso, con espressione serissima, si gira da quella parte.

“Non trovo niente, neanche con la magia. Di che parli, Orien?”

“Avete scommesso su chi è il primo che butto in acqua o che? Sapete che ci sono squali in questo cazzo di oceano?”, ringhia Alise. Itris spalanca gli occhi, e ritira rapidamente i piedi dall’acqua.

“L’ha detto anche il Colonnello, no? I superiori non hanno sesso”, fa notare Hal.

“Ancora una battuta e potrai entrare nel corpo dei maghi eunuchi”

“Esiste?”

“Non ancora. Piuttosto, sai dirci che fanno gli Imperiali, Hal?”

“Non sono ancora atterrati i trasporti truppe, ma i caccia planetari sono in arrivo. Percepisco anche due motoscafi che si avvicinano. Non li vedo con abbastanza chiarezza da dire chi li mandi”

“Cazzo. Possibile che siano imperiali?”

“Arrivati dalla flotta di invasione no, non ancora. Ma sai che loro mandano sempre delle truppe ad aprire la strada. Penso che Ven Yasa non tenterà nemmeno la resistenza all’Impero, quindi è possibile che le mandino a stanare superstiti”, risponde il mago.

“Si arrendono senza combattere, dopo che noi ci facciamo il culo per proteggerli”, commenta Alise, in un ringhio.

Itris si stringe nelle spalle.

“Ho visto abbastanza bombardamenti imperiali da capire le loro posizioni”

“Bravo, difendi l’Impero. Intanto se prendono questa valigetta, siamo fottuti. Noi e la Lega dei Mondi”

Guardiamo tutti il piccolo contenitore rettangolare che Alise tiene sulle ginocchia, in un gesto protettivo. Rabbrividisco pensando al potere distruttivo che c’è lì dentro. Anni di guerre contro l’impero mi hanno insegnato un profondo rispetto verso la magia.

“Piuttosto dobbiamo distruggerla”, dice Hal, deciso.

“Lì c’è energia per combattere mezza guerra. Non puoi usarla per trasformare i caccia imperiali in merendine? O teletrasportarci in un hotel di lusso su Shein?, chiede Itris.

Il mago sbuffa.

“Complimenti. Non è facile essere un soldato della Lega e non aver capito così clamorosamente niente della magia, Itris. Non posso usare il Plasma Rosso. E se è per questo neanche un Grande Mago potrebbe, da solo. Serve una squadra intera. E un Superiore, o un Grande, per guidarla”

“Quindi abbiamo mezzo impero che ci insegue, l’arma più potente dell’universo in una valigetta, e il meglio che possiamo fare è scappare più in fretta che possiamo”, sintetizza Itris. Sembra divertito.

“Per ora non abbiamo mezzo impero che ci insegue. Non sanno che questa roba è a bordo. Quando lo scopriranno… beh, faremo meglio a essere molto, molto lontani”

 

***

 

La terra non si vede ancora all’orizzonte, quando avvistiamo gli altri due motoscafi.

Sono soltanto due macchie distanti, appena visibili fra un picco e l’altro delle onde. Distinguo il colore nero, e la scia che si lasciano dietro passando sulla superficie dell’oceano.

“Quanto siamo lontani da terra?”

“C’è un’isoletta del cazzo a qualche chilometro da qui, dovremmo anche vederla. Ma per la prima decente, sono ancora venti chilometri. Quei due motoscafi ci raggiungeranno ben prima”, ringhia la comandante.

Sbuffo. Un pianeta più stupido non ci poteva capitare. Acqua dappertutto. E l’impero che ci aspetta. Complimenti per la scelta del luogo di atterraggio, Alise.

“Ci sono maghi a bordo. Almeno uno su ciascun motoscafo”, commenta Hal. Sento la tensione nella sua voce, mentre simboli argentati si compongono in aria, davanti alle sue dita.

“Se serve, hai del plasma per combattere?”

Il mago sembra indeciso per qualche istante.

“Ho due fiale di Giallo. Ma non mi fido a usarlo da solo. Grigio ne ho una buona riserva, nero una dozzina di fiale. Meglio non sprecarlo”

“Usa tutto quello che hai, piuttosto che farci prendere”, ringhia Alise.

Il mago si stringe nelle spalle.

“Se saltiamo in aria perché sbaglio un incantesimo, non serviremo a nessuno. Non ho mai usato il Plasma Giallo in uno scontro, da solo”

Impreco fra me e me. Maghi. Non hanno fatto abbastanza danni, nell’universo.

Una serie di suoni acuti.

“Ci contattano”, avverte Alise. Fa un gesto, e dal piccolo quadro comandi a prua del gommone sentiamo provenire una voce pacata e priva di accento. Artefatta, probabilmente.

“Qui caporale Fores, dell’Avanguardia Imperiale. Il Signore delle Stelle ha preso possesso di questo pianeta, quindi come suo agente richiedo la vostra identificazione”

La ragazza fa un altro gesto.

“Cazzo”, si limita a dire.

“Verrai ricordata per queste tue ultime parole”, risponde Hal, senza sorridere. Tiene lo sguardo fisso sui due motoscafi neri, evidentemente più vicini.

“Puoi fare qualcosa? Creare un’illusione?”, chiede Itris.

“Non so fare illusioni e non so più come spiegarvelo. Le svelo, è un’altra cosa. Posso provare a cambiare bruscamente la densità dell’acqua sotto di loro. Ma se se ne accorgono, poi ci attaccheranno. È un’ostilità abbastanza evidente”

Sbuffo.

“Io non ho comunque molta voglia di passare il resto della mia vita in un campo di lavoro imperiale, non so voi”

Hal si stringe ancora nelle spalle, e fruga per qualche istante nel proprio zaino. Ne estrae con cura una fiala di colore nero.

“Plasma nero? Cominci subito a esaurirti le scorte? Ancora una settimana e ti rimarranno i conigli finti e i cappelli”, commenta Itris, con un sorriso.

“Se tu non vuoi esaurire la tua scorta di denti, vedi di stare zitto. Alise, falli parlare. Io tento l’incantesimo. Se ci beccano, siamo morti”

La ragazza annuisce, e si porta alla radio.

“Non abbiamo ricevuto comunicazione della vostra occupazione di questo mondo”, dice la ragazza, in tono innocente e sorpreso.

“Ora ce l’avete avuta. Accostatevi per l’identificazione”

“Come facciamo a sapere che dite la verità, e che questo mondo è sotto il vostro controllo?”, chiede la nostra comandante, fingendosi preoccupata.

Uno sfrigolio secco. Un lampo lontano, da uno dei due motoscafi. Nella luce intensa e azzurrina di questo pianeta, non riesco a distinguere l’impulso di energia che vola verso di noi, fino a che si schianta una ventina di metri alla nostra destra.

A contatto col mare, l’acqua vaporizza, forma un’onda circolare alta tre metri, sembra che l’oceano si ritiri disgustato dal contatto con la scarica. La torre di vapore sale a due dozzine di metri di altezza, il nostro motoscafo viene sollevato e inclinato fortemente più volte. Mi aggrappo al bordo, afferrando il mio zaino con una mano. Hal bestemmia, perde l’equilibrio, sbatte di faccia contro l’altra fiancata del motoscafo, dove Alise gli afferra un polso.

Dopo qualche oscillazione, le onde si placano.

“Prendete i vostri fucili”, ordina Alise. È evidentemente scossa, mentre aiuta Hal a rialzarsi in piedi. “Se il suo incantesimo non funziona, punto dritta verso di loro, e speriamo di portarcene un paio nella tomba”

Piano brillante come sempre, caporale. Appena ci gireremo, un colpo simile atterrerà esattamente su di noi, e ci ridurrà in atomi dispersi.

Un’altra serie di bip ravvicinati. Comunicazione.

“Spero che sia una dimostrazione sufficiente della nostra autorità su queste acque”

“Siamo pescatori di Elian”, risponde Alise. Non guarda più la radio, sta preparando il proprio fucile.

Sento il cuore che mi accelera i battiti, la sensazione familiare del mondo che rallenta, delle forme che si stagliano nella mia mente con assoluta nitidezza, tipica dell’adrenalina.

“Balle. Indossate divise dell’esercito di Konel e ci state puntando dei fucili. Rallentate, o il prossimo colpo sarà diretto verso di voi”

“Cazzo”, si limita a rispondere Alise. “Vai, Hal!”

Il mago abbassa bruscamente le braccia. Per un istante, sembra che un vortice di polvere nera lo avvolga, si alzi sempre di più, poi saetta nell’aria, verso il motoscafo più vicino, quello che ha sparato.

La chiazza di oscurità del Plasma Nero avvolge l’imbarcazione nemica, si abbassa, cade nell’acqua come polvere. E un tratto di questo mare azzurro chiarissimo sembra venire inquinato dal petrolio, sembra che lì, e lì soltanto, si rispecchi il cielo notturno.

“Reagiscono! Cazzo, il loro mago usa il Plasma Giallo!”, commenta Hal. E lo vedo io stesso, la sfera di luce vorticante, simile al sole del mio mondo natale, che avvolge una persona sull’imbarcazione nemica.

Ma qualunque cosa volesse fare, non ne ha il tempo. Sotto i nostri sguardi stupefatti, il motoscafo nemico inizia ad affondare, a una velocità stupefacente. Non come se fosse bucato: sembra piuttosto che sia diventato di pietra.

Le persone a bordo si tuffano nell’acqua nerissima, cercano di nuotare, ma affondano inesorabilmente, la superficie dell’oceano non li sorregge. Anche da questa distanza, li vedo annaspare, tentare di tenere la testa fuori, e poi affondare.

“Verso l’altro! Pronti a far fuoco! E tenetevi!”, grida Alise. Un istante dopo, il nostro motoscafo gira bruscamente, minacciando di mandarmi in acqua. Mi aggrappo al bordo, nell’istante in cui sento un altro sfrigolio secco, un altro lampo di disgregatore che sfreccia nel cielo.

La sfera di fiamme rosse cade in mare meno di dieci metri alla nostra sinistra. Ci avrebbe colpiti in pieno, se non ci fossimo spostati. Sento l’ondata di calore sulla guancia sinistra, l’ondata che viene prodotta ci sposta violentemente, supera il bordo del gommone, qualche secchiata d’acqua entra all’interno.

“Sparate!”, grida Alise. Sul motoscafo che balla, non faccio nemmeno il tentativo di agganciare il mirino telescopico. Punto nella direzione del nemico alla meno peggio, e premo il grilletto. Svuoto il caricatore dei trenta proiettili convenzionali, sentendo vicino a me gli scoppi delle armi dei miei compagni. Qualcuno deve aver colpito. Se non hanno qualche genere di difesa. Che avranno.

“Sparano ancora!”, grida Alise.

Questa volta, mi rendo conto immediatamente che il colpo di disgregatore è diretto a noi. Hal incrocia le braccia, la polvere nera che lo avvolge sale verso l’alto, in una colonna. A quattro o cinque metri d’altezza, collassa lungo i lati, avvolgendoci in una cupola oscura, un solo istante prima che l’impulso di luce rossa ci raggiunga.

Sento il suono dell’esplosione, vedo l’acqua che vaporizza davanti a noi. La cupola si dissolve, come se l’avesse spazzata via un vento fortissimo. Ma l’onda d’urto del disgregatore ci sfiora appena.

Continuiamo a puntare verso il motoscafo nemico, finalmente distinguo con chiarezza le persone a bordo. Preparo rapidamente un caricatore nuovo, e carico un impulso al plasma, riesco a vedere la piccola sfera di luce bianca formarsi sopra la canna del fucile.

“Ci sparano! Hal, puoi difenderci ancora?”

“Chiedilo al loro mago”, risponde il ragazzo. Lo vedo stappare coi denti una fiala di liquido nero, iniziando a berla più rapidamente possibile. Una goccia gli sfugge, prima ancora di cadere a terra si dissolve in una sottile polvere scura, che il vento disperde in pochi istanti.

“Ehi. Che cazzo fanno?”, chiede Itris, stupito. Abbassa di qualche grado il fucile, vedo che anche lui ha una sfera di plasma carica.

Il motoscafo dei nemici si è girato, e si allontana da noi, puntando verso l’oceano aperto.

Alise sfiora i controlli, mi trovo sbilanciato a sinistra mentre ci giriamo ancora di centottanta gradi.

“Perché si ritirano?”, chiede Hal.

Sbuffo.

“L’importante è che lo facciano. Forse il loro mago ha paura di te”

Hal inclina la testa, sorridendo leggermente. Ma poi si stringe nelle spalle.

“In questo caso è un coglione. Come potere mi superava di brutto. E se fossi stato un mago della Distruzione avrei fatto qualcosa da un pezzo”

“Ringraziamo il cielo che te la cavi con la Difesa”, commento. Se siamo vivi, molto probabilmente è grazie a lui. Mi chiedo a cosa servano i veri soldati, ormai. L’Impero e la sua battaglia di stregoni.

“Raggiungeremo la costa in circa mezz’ora” aggiunge Alise.

Itris sembra preoccupato.

“Se hanno trasmesso il messaggio dell’avvistamento, un loro caccia ci disintegrerà molto prima”

“O una squadra di maghi da terra, se è per questo”, commento. Cerco di non pensarci, non ricordare le colonne di luce verde che schizzano verso il cielo, la terra che và in pezzi. Non voglio finire così. Come tanti miei compagni. Come Erass.

 

***

 

L’isola sembra avvicinarsi a una lentezza agonizzante. Ma almeno, finalmente, ho la sensazione di muovermi davvero. Viaggiare in mare è perfino peggio che nello spazio, il mondo attorno sembra non cambiare mai. In compenso ondeggia, l’oceano continua a protendersi verso di noi come se volesse inghiottirci.

“Allora, Hal? C’è la spiaggia con le belle ragazze?”

Il mago sorride, chiude gli occhi, e vedo la luce bianca lampeggiare sulle sue dita mentre le muove nell’aria.

Hal annuisce, poi fa un basso fischio.

“Figa quella”, sentenzia.

Poi si volta verso Itris.

“Mi spiace. Ha guardato nella tua direzione e se n’è andata”

“Alise, posso buttarlo in acqua?”

“Vi ho appena salvato dagli Imperiali”, si lamenta il mago.

“Appunto. Non so per chi ti abbiano scambiato, ma è meglio eliminarti prima che tornino indietro a controllare”

Alise si volta, con le labbra dritte in una smorfia di fastidio.

“Fate i bravi bambini per qualche minuto. C’è qualcosa di strano”

“Più strano di un ufficiale mezzo morto che ci affida una missione da cui dipende la sopravvivenza della Lega?”

“Non lo so. Guardate qui, il registro delle comunicazioni. Rileva una trasmissione criptata, partita da un punto molto vicino a noi”

Guardo il display, curioso.

“Durata sei centesimi di secondo. Un qualche tipo di segnale convenuto, immagino”, sentenzia Hal.

“Non serviva il Grande Mago per questo. Ma è la distanza che non capisco. Stimata fra uno e dieci metri dal quadro comandi”

Mi guardo attorno, nervoso.

Ma Hal scuote la testa.

“Piano. La durata è bassissima. Potrebbe essere un grosso errore di misura. Questa non è precisamente la strumentazione di una nave stellare”

Alise annuisce, poco convinta.

“Anche così, da dove… mah. Comunque sia, sembra che nessun caccia imperiale si sia dato la pena di affondarci. Prepariamoci a fare più strada possibile, prima che cambino idea”

 

***

 

Ho la sensazione che mi giri la testa, quando finalmente raggiungiamo la riva, e il gommone si ferma contro la sabbia bianchissima. I miei stivali affondano sulla sabbia bagnata, ma finalmente ho terra, vera terra sotto i piedi.

Mi volto verso l’oceano chiarissimo, che passa dal verde all’azzurro allontanandosi dalla costa. Non mi piace per niente, ho scoperto. Sembra una creatura enorme, che cerci continuamente di inghiottire uomini, barche e isole. Lo spazio non mi è mai sembrato così affamato.

“Su questo pianeta voglio tornare a passarci la licenza”, commenta Itris, facendosi scorrere fra le dita la sabbia chiara.

“L’hai detto del novanta per cento dei pianeti abitabili su cui siamo stati”

“Appunto. Lo metterò in causale, quando chiederò cent’anni di licenza pagata”

“Prendila come una licenza pagata in territorio nemico”, dico. Faccio per dirigermi verso la giungla all’interno.

“Aspetta”, mi blocca Alise.

Mi volto, seccato. Il suono della risacca mi dà la nausea. Voglio solo allontanarmi da tutta questa dannata acqua, ora.

“Togliti quella tuta e mettila nello zaino. Attira troppo l’attenzione”

“E che mi metto? Non abbiamo un gran guardaroba dietro”

“Se hai un frac mettitelo pure. Altrimenti accontentati della divisa”

“Grandioso. È assolutamente identica alla tuta da combattimento, tranne che non protegge nemmeno da una fionda”

“Avanti. Un soldato in divisa dà meno nell’occhio di uno in tuta da combattimento. E metti via quel fucile, cazzo”

“Se troviamo i nemici potremo fare bang con le mani”

“Se troviamo i nemici siamo morti comunque”

 

***

 

Puntiamo verso il paese più vicino, seguendo le indicazioni del navigatore satellitare di Alise.

“Dobbiamo trovare vestiti civili. E presto”, commento.

“Vestiti civili leggeri, possibilmente”, aggiunge Itris. Si è tolto la maglietta, come me, e gronda comunque sudore. L’atmosfera calda e umida di questa foresta sembra risucchiare le energie.

Mi aggiusto le cinghie dello zaino sulle spalle. A occhio e croce direi che pesa dieci tonnellate. Ma non posso abbandonarlo: non con dentro il fucile, la tuta e le scarse scorte di viveri.

“Faremo un esposto all’esercito della Lega. Nei gusci di salvataggio mettano dei vestiti civili”, commento. In effetti, la stupidità di lasciare solo uniformi a disposizione dei soldati che scappano mi sembra improvvisamente mostruosa.

“Non penso che gli imperiali abbiamo già occupato ogni paesino di questo pianeta. Se ci sbrighiamo a comprare qualche vestito, saremo a posto”, commenta la nostra Caporale, in tono quasi allegro. Sembra divertirsi a sudare arrancando in questa giungla.

Ci fermiamo per l’ennesima volta davanti a una barriera di cespugli e liane troppo fitta per passare. Prendo fiato, bevo un sorso d’acqua, e noto con fastidio che i miei piedi affondano nel fango come se fosse una spugna. Vedo un lungo rettile azzurro strisciarmi vicino al piede sinistro. Non avessi il sospetto che sia velenoso, lo prenderei per fare qualche scherzo ad Alise.

Hal porta avanti le mani, una lama d’argento, simile a quella di una falce, si forma davanti a lui. Un suo gesto, e la magia saetta in avanti, attraverso il fogliame, squarciando foglie e liane. Una sottile scia di luce segue la falce nel suo percorso di distruzione.

Dalla foresta si solleva una ridda di suoni animali. Centinaia di uccelli decollano contemporaneamente dagli alberi vicini, assieme a quelli che sembrano pipistrelli coperti di peluria verde. Sento il suono di qualcosa più grande e pesante che si allontana rapidamente, al livello del suolo.

“Però. Anche la magia del Popolo fa la sua porca figura”, commenta Itris.

“Dovevi vedere mio nonno. Avrebbe spianato il percorso per cento metri”

“Non avrei voluto essere nelle truppe imperiali che hanno invaso l’Incudine d’Argento”

Hal si stringe nelle spalle.

“Evidentemente la mia gente non era poi così tosta”

Camminiamo in silenzio per un po’, lungo il sentiero aperto dal ragazzo. Scaccio con la mano un gruppo di insetti che mi volano attorno al volto, poi mi asciugo il sudore che continua a colarmi lungo la fronte. Davanti a me, Alise è l’unica che continua a tenere addosso la maglietta della divisa, fradicia di sudore. I corti capelli biondi della ragazza sono incollati al volto. Con tutti i suoi sforzi per sembrare un maschio, è attraente anche così. O forse veramente vediamo troppe poche ragazze nella Flotta.

 “Come cazzo facciamo ad andarcene da qui?”, chiedo dopo qualche minuto di silenzio, quando avanziamo di nuovo in mezzo al fogliame.

“L’ufficiale ci ha detto di puntare sul sistema neutrale di Koltar”

“E come ci arriviamo, con una cassa di plasma? C’è un incantesimo di schermatura piuttosto buono. Ma non passerà mai la sicurezza di uno spazioporto. Sempre che l’Impero tenga attivo il Terminale”

“Non penso che questo mondo possa sopravvivere a lungo senza commercio. Non chiuderanno il terminale. Ma la sicurezza è un problema”, commenta Alise.

Grazie, Caporale. Mi piace quando dici cose così profondamente utili.

Guardo il cielo, poche strisce azzurre appena visibili tra il fogliame. Lì sopra, da qualche parte, i trasporti truppe dell’Impero stanno già calando. Mondo dopo mondo, sistema dopo sistema, l’Impero delle Stelle continua ad espandersi come una malattia. Ven Yasa cadrà, e se tornerà libero sarà solo fra molto tempo.

E la speranza di arrestare il contagio, di fermare questo incubo almeno per qualche anno, è nella valigetta che Alise tiene nel proprio zaino, e che non abbiamo idea di come portare su Sheim.

Invasione by Selerian
Author's Notes:
Continua la storia "passata" di Orien, stavolta con l'invasione imperiale in corso. E inizieranno ad apparire i personaggi che avete conosciuto nel suo futuro.
Lo trovate al link

http://un23prova.altervista.org/racconti/Selerian/Impero/01-Guerra/06-Invasione.html

E na volta tanto mi son ricordato di cambiare il banner con quello della storia giusta. Buona lettura!
Documento senza titolo

Invasione

Lega dei Mondi Liberi, limiti del territorio Shein, mondo di Almoa. Anno 12 474 dalla Diaspora

 

 

Mi fischiano le orecchie. Non sento più il suono delle esplosioni, vedo soltanto le colonne di fuoco, sempre più lontane, e gli incendi ancora accesi nei campi.

Mani mi afferrano, mi stringono. Non ho la forza di divincolarmi. Solo dopo qualche secondo, mi rendo conto che si tratta di mia madre.

Mi giro verso di lei. Apre e chiude la bocca, ma non sento le parole. Piange, ha il volto contratto dal terrore. Alle sue spalle, vedo le colonne di fuoco che continuano ad alzarsi.

Papà arriva poco dopo. È in mutande, e per la prima volta in vita mia mi sembra davvero vecchio, soltanto un uomo piccolo e fragile come tanti altri. Mia madre non smette di stringermi, e realizzo, realizzo davvero che non serve a niente. Non può difendermi. Nessuno di loro può.

Non ci saranno adulti, non ci saranno poliziotti o spiriti del fiume ad aiutarci, questa volta. La furia dell’impero distruggerà tutto.

A meno che combattiamo.

 

***

 

Il mattino sembra sorgere su un mondo completamente diverso.

I campi a sinistra di casa nostra sono bruciati, c’è un cratere profondo e nero fra le pannocchie mature. Sono crollati alberi ovunque, una colonna del nostro portico è spezzata. Ci sono tegole, pali e rocce a ingombrare la strada. Sembra che il paese sia stato colpito da un uragano.

Non riesco a pensare in modo chiaro. Non sono nemmeno più davvero spaventato. Più che altro provo rabbia, una rabbia cieca verso l’impero che è venuto da una stella lontana per distruggere la mia vita.

Camminando per le strade del paese, noto che nessuna casa è stata colpita dalle bombe. Almeno un vantaggio ce l’abbiamo. Gli imperiali hanno una mira di merda.

In piazza ci sono qualche centinaio di persone. Alcuni indossano ancora la vestaglia, molti danno l’impressione di non aver dormito. Molti piangono.

Mi guardo attorno. Anche la piazza è ingombra di polvere, rami e sassi piovuti dopo il bombardamento. Le persone radunate hanno un aspetto stracciato e confuso.

La guerra è cominciata da poche ore. E sembriamo già gli sconfitti. Stringo i denti. Dobbiamo fare qualcosa. Dobbiamo.

Il sindaco è salito su un palco improvvisato. Dietro di lui una bandiera di Almoa e una della Lega. Entrambe spiegazzate e flosce. Parla attraverso un vecchio megafono, con voce gracchiante.

“…collassata. La rete dati planetaria è andata in pezzi, o almeno ne siamo fuori. L’Impero ha colpito anche con forti impulsi EM, noterete facilmente che tutti i vostri strumenti elettronici sono inutilizzabili. Quel poco che lo sappiamo, ci è stato detto dai maghi”

Il Sindaco tenta di avere un aspetto risoluto, ma sembra lui stesso sfinito e spaventato. Provo schifo per lui, e per tutti gli altri. Abbiamo sempre vissuto nella nostra stupida, finta pace. Siamo diventati deboli, impreparati. E ora non sappiamo reagire.

Dopo qualche secondo di pausa, l’uomo riprende a parlare.

“L’invasione imperiale è cominciata questa mattina. Soldati imperiali sono sbarcati a sud della Capitale, e pare che lo sbarco sia iniziato anche nei continenti di Essim e Kari. Il nostro esercito si prepara a iniziare le azioni di guerriglia”

Il mio cuore accelera i battiti. Vedo diverse persone alzare le mani. Ragazzi, per la maggior parte.

Il sindaco li guarda, e si ferma per qualche secondo. Non distinguo bene la sua espressione, da dove sono, ma non sembra affatto soddisfatto.

“Per chi volesse chiederlo, abbiamo ricevuto messaggi codificati dall’esercito. Una carovana di reclutamento passerà di qui per le quattro del pomeriggio. Tutti i cittadini maschi di età compresa fra i quindici e i cinquant’anni possono unirsi ad essa, ed entrare nella Resistenza”

Quindici! Potrò entrare. Senza nemmeno mentire sull’età! Oggi stesso! Mi sento improvvisamente felice. Almeno potrò fare qualcosa, qualcosa di davvero importante. Forse quest’invasione era quello che ci voleva. La mia possibilità di dimostrare quanto valgo.

Il sindaco riprende a parlare, dopo qualche secondo.

“Il mio consiglio personale, a tutti voi, è di lasciar passare quella carovana. Non vinceremo questa guerra. L’Impero è troppo grande, troppo potente, troppo organizzato. Loro divorano mondo dopo mondo, nazione dopo nazione, esercito dopo esercito. Non saremo noi soldati dilettanti a fermarli. E non c’è molta gloria nel venire vaporizzati da una scarica di plasma”

Sbuffo. Certo. Già che ci siamo, consegniamo all’Imperatore le chiavi di casa.

Mi volto e me ne vado, senza ascoltare altro.

 

***

 

Aspetto la carovana, nella piazza del paese. Mi passo la mano sulla guancia, sento ancora un leggero bruciore dove ha colpito lo schiaffo di mia madre.

Ci ripenso, sempre più arrabbiato. Anche lei, come tutti gli altri. Non solo ha intenzione di lasciar fare agli imperiali quello che vogliono, ma pretende che io faccia lo stesso.

Mi stringo nelle spalle. Non ho più bisogno di lei. Ho messo nello zaino dei vestiti, un po’ di cibo, lo spazzolino e qualche foto. Per il resto, la mia vita comincia oggi.

Guardo i volontari in attesa, assieme a me. Una trentina in tutto, la maggioranza ragazzi sotto i vent’anni. Un paio sembrano avere la mia età, solo uno pare superare i trenta. Cerco con gli occhi volti conosciuti. Solo qualcuno, e solo di vista. Chiudo gli occhi, sento riecheggiarmi nella testa le parole del mio migliore amico.

La morte l’ho già vista davanti a quel mostro. E questa volta non ci sarà nessuna signora del fiume a salvarci.

Stringo i pugni, furioso per la vigliaccheria dei miei amici e della mia famiglia. Ma vedranno. Quando avremo finalmente scacciato l’Impero, capiranno che avevo ragione io.

Sento il suono di voci concitate attorno a me, vedo i volontari che indicano verso la strada che porta a questa piazza.

Mi sporgo io stesso a guardare.

Quattro grandi LEV stanno avvicinandosi. Sono poco più che piattaforme sospese a un metro dal suolo, larghe due o tre metri e lunghe una dozzina. Le vele solari sono ripiegate sui fianchi, vedo le due bande di luce sui lati che le tengono sospese.

Si avvicinano rapidamente, vedo che le prime due sono completamente cariche, con persone stipate in ogni centimetro disponibile. Pochi dei passeggeri, quelli più davanti e più indietro, indossano le mimetiche dell’esercito. La maggior parte degli altri sono civili dall’aspetto spaesato. Come noi.

Le piattaforme rallentano, entrando in piazza. Vedo la polvere e le foglie schizzare via al loro passaggio, respinte dal campo di forza che tiene sospesi i LEV.

I due mezzi vuoti si fermano completamente proprio davanti a noi. Vedo l’orso dell’esercito Almoano stampigliato sui fianchi, e il cuore mi accelera i battiti.

Un soldato salta giù dal primo dei LEV. Guardo il simbolo sulle mostrine, ma non ho idea del grado a cui corrisponda.

Parla in tono duro ed energico. Mi sembra la prima persona che sento, dal bombardamento, a non essere sul punto di piangere.

“Cittadini. Mentre parliamo, l’invasione imperiale procede, soprattutto nel nostro continente. La capitale cadrà da un momento all’altro, e i contatti sono sempre più difficili da mantenere. Quindi dovete prendere una decisione, subito. Saltare qui sopra e resistere all’Impero, in particolare cercando di sabotare il Terminale che intendono costruire su questo mondo. Oppure correre a nascondervi nelle vostre cose. E poi non lamentarsi, succeda quel che deve succedere”

Ci guarda tutti, come sfidandoci a contraddire quello che dice.

“Chi verrà con noi diventa un soldato. Non ci sarà la possibilità di tornare a casa piangendo. Probabilmente non ci sarà nemmeno la possibilità di arrendersi al nemico. Potremo solo andare avanti, resistere fino a che arrivano i nostri rinforzi. Oppure morire tutti”

Le sue parole mi scoraggiano per un secondo, ma tutto sommato la semplicità dell’equazione mi piace. Vincere, o morire. Essere coraggiosi, o scappare.

E so già da che parte voglio essere.

 

***

 

I Lev su cui abbiamo viaggiato arrivano a destinazione soltanto tre notti dopo. Scendo, sentendo crampi in tutto il corpo per il lungo tempo trascorso seduto stretto fra altre persone. Stringo i denti. Immagino che dovrò abituarmi a questo e altro.

Ci siamo fermati davanti a una parete di roccia compatta, una delle prime montagne della Catena dei Lupi. Il sentiero continua davanti a noi, abbastanza ampio per il nostro mezzo, ma ci fermiamo qui.

Senza dire nulla, i militari che ci guidano camminano verso la parete rocciosa, la muraglia di pietra rossastra, muschio e licheni che incombe su di noi.

E ci camminano all’interno.

Sento un mormorio percorrere le fila dei volontari. Ho visto poche illusioni tridimensionali così perfette. Anche ora che so dell’ologramma, non riesco a vedere i punti in cui si salda con la realtà.

Dopo qualche esitazione, tuttavia, iniziamo a camminarci anche noi all’interno. Sento le gambe di piombo, dopo i tre giorni di viaggio. Dovrò anche fare parecchio esercizio fisico, immagino.

Entro io stesso nell’illusione, complimentandomi fra me per la previdenza dell’esercito. Basi dissimulate nella roccia. Chissà quante ne hanno, chissà da quanto tempo. L’Impero credeva di aver trovato un bersaglio facile, ma avrà una brutta sorpresa.

Superato l’ologramma, ci troviamo a camminare in uno stretto corridoio di pietra, squadrato e perfettamente regolare, tagliato col laser. Due fasce luminose lungo le pareti illuminano a giorno l’ambiente, ma resta freddo e umido.

Superiamo parecchi tunnel laterali, sempre privi di segnalazioni. Anche le nostre guide svoltano ripetutamente, e mi rendo conto che se mi perdessi qui, probabilmente potrei morire ben prima di essere ritrovato.

Quanti rifugi di questo genere esistono? L’Impero non li troverà mai! Non pensavo che il nostro governo avesse pensato tanto alla resistenza.

Mi sembra di aver camminato per un’eternità, ma probabilmente non è più di un quarto d’ora, quando raggiungiamo un’enorme caverna sotterranea, ancora una volta squadrata e scavata nella pietra viva. Il soffitto è basso, e a dispetto delle grandi dimensioni è affollata, mi sento improvvisamente soffocare. In compenso, probabilmente qui non ci raggiungerebbe nemmeno una bomba atomica. La sicurezza ha i suoi prezzi.

C’è una specie di palco, sempre ricavato nella pietra, su un lato della stanza. Sopra, vedo un uomo con la barba rossiccia e una divisa particolarmente elaborata. Alla sua destra e alla sua sinistra, tre uomini con uno stemma d’oro sulla divisa. Impiego qualche istante a riconoscerlo. Un drago. L’Ordine dei Maghi di Almoa!

Il militare sul palco alza le mani, chiedendo il silenzio. I mormorii nella sala si azzerano immediatamente.

“Voglio dare il mio personale benvenuto a tutte le reclute appena arrivate in questa base. Almoa ha bisogno di uomini come voi, e il grande numero di volontari che abbiamo reclutato ci permette di sperare bene riguardo all’esito della nostra resistenza”

Parla lentamente, in tono solenne, e guarda dritto davanti a sé, come se non vedesse nessuno di noi.

“Io sono il generale Vares, e comando questa base. Come avrete capito, i preparativi all’invasione erano in corso da tempo. Già dal giorno della caduta del Kossel, per la verità. Certo, l’arrivo di un’avanguardia con Balzo Breve non era prevista. Pensavamo ci sarebbe stato più tempo per reclutare volontari, trasferire gli uomini e preparare le difese di terra”

“Anche così, abbiamo a disposizione grandi riserve di cibo e acqua, in molte basi come questa. Abbiamo arsenali ben forniti di armi e mezzi d’attacco rapido, sempre in zone nascoste e ben difendibili. Quello di cui più abbiamo bisogno sono gli uomini, uomini coraggiosi e disposti a combattere per la nostra patria”

Ora abbassa finalmente lo sguardo, e ci osserva uno dopo l’altro.

“Ora verrete distribuiti in base ad età, competenze, capacità magiche e, nei limiti del possibile, vostre richieste. La maggior parte di voi dovranno essere soggetti ad un rapido addestramento, prima di poter fronteggiare le truppe imperiali. E non tutti combatterete al fronte: meccanici, spie, medici e maghi possono essere più preziosi dei soldati”

Una pausa di qualche secondo.

“Ora andate alla mensa. E ricordatevi di brindare alla sconfitta del nemico”

 

***

{Una settimana dopo}

“Allora, noi due?”, chiede un ragazzo, indicando uno dei VEL biposto ancora liberi.

Lo guardo. È uno dei miei compagni di camerata. Ricordo vagamente che mi ha sorpreso, quando avevamo fatto le presentazioni collettive. Ha un anno più di me, nonostante ne dimostri un paio in meno. È alto e filiforme, con corti capelli neri e un sorriso idiota dipinto in permanenza sul volto.

“Va bene. Guido io?”, chiedo. Non so se sia una buona idea. Non ho mai pilotato niente di più complicato che una bicicletta. Ma non ho intenzione di farglielo sapere. E poi, il piccolo LEV, tutto metallo scintillante e stemmi militari è semplicemente troppo invitante.

“Ok. Spero solo che sai quello che fai”, risponde lui, con un sorriso. Prende dalla rastrelliera un fucile da allenamento, indistinguibile da quelli veri a parte le due barre blu sull’impugnatura. Fa uno strano effetto, in mano al ragazzino sorridente.

Salgo sul sedile anteriore del LEV. Afferro il manubrio con le mani sudate, e aspetto di sentire il mio compagno salire dietro di me.

Attorno a noi, gli altri LEV si accendono e partono uno dopo l’altro. Premo il pedale di accensione, sento la sella e il manubrio vibrarmi sotto le dita, mentre ci solleviamo a qualche centimetro da terra.

“Avanti, non restiamo ultimi!”, esclama il ragazzo. Sento il veicolo oscillare mentre sposta nervosamente il peso.

Guardo le due manopole su cui ho stretto le mani. Qual’era il controllo levitazione? Destra o sinistra?

Provo a girare in avanti la sinistra. Il veicolo sussulta e si impenna, vedo il ragazzo dietro di me che grida mentre mi scivola addosso, finendomi sulla schiena.

Mollo immediatamente la manopola, e il VEL torna orizzontale. Quasi tutti i nostri compagni sono partiti, prendono velocità nella discesa lungo la vallata.

“Sicuro di saper guidare questo coso?”

“Certo”, rispondo, scocciato. Se non è quella manopola sarà l’altra, no?

Giro in avanti la manopola di destra. Il VEL si alza fino a una ventina di centimetri, poi continua ad alzarsi e abbassarsi leggermente, come se rimbalzasse su un cuscino elastico.

“Andiamo!”, grido, girando l’altra manopola.

Troppo in fretta, ancora una volta. L’accelerazione mi scaglia indietro, mi trovo aggrappato alle manopole con il resto del corpo schiacciato contro il mio compagno. Rallento, armeggio un po’ con le gambe fino a metterle negli alloggiamenti ai lati del veicolo. Ah. Ecco perché ci sono questa specie di staffe.

“Rallenta!”, grida l’altro ragazzo, fra il divertito e il terrorizzato. Stiamo scendendo a rotta di collo lungo la dolce discesa che porta in fondo alla valle – quella valle che dovrebbe essere nascosta agli occhi dei satelliti Imperiali. Arbusti e massi ci passano accanto, vedo alcuni sassi schizzare via per effetto del nostro campo repulsivo.

Gli alberi iniziano poco avanti, una foresta di conifere simili a pali altissimi e sottili. Il nostro LEV dovrebbe scartare automaticamente per evitare gli ostacoli, ma cerco di dirigersi verso la zona più sgombra.

“Stai pronto! Dovremmo trovare i primi bersagli appena nel bosco!”, grido. Dubito che il mio compagno riesca a sentirmi, col vento che mi fischia nelle orecchie.

Davanti a noi, ora, ci sono soltanto due o tre LEV. Tutti i copiloti tengono i fucili pronti a sparare.

Provo un brivido di esaltazione, quando entriamo nel bosco. Faccio del mio meglio per schivare gli alberi, ma sento più volte il LEV che si piega spontaneamente, per effetto dei repulsori frontali.

“Eccone uno!”, grido, avvistando un uomo in divisa nera. Punto nella sua direzione, e sento lo sfrigolio del fucile che spara alle mie spalle. Ma la tuta del nostro avversario non cambia colore, e resta in piedi. Lo vedo sollevare il proprio fucile e puntarlo verso di noi. Due impulsi luminosi volano nella nostra direzione.

Scarto più rapidamente che posso, i colpi ci passano accanto. Il mio artigliere spara ancora, e manca ancora il bersaglio. Impreco. Cambiare compagno, la prossima volta.

Un altro VEL spara, e questa volta vedo l’uomo in nero cadere a terra, la sua tuta bloccata. Il ragazzo che l’ha abbattuto grida di esultanza, altri si uniscono al coro. Io stringo i denti. Avremmo potuto riuscirci noi.

Ma il grosso dei bersagli ci aspettano in fondo alla valle. Supero una squadriglia di tre nemici, ignorandoli. Puntiamo sul grosso, senza perdere tempo.

Rallento un po’, in modo da trovarmi in linea con altri tre o quattro VEL. Finalmente entriamo in vista dei nemici. Una decina di avversari appiedati, disposti in cerchio con i lunghi fucili in mano. Appena ci vedono, iniziano a sparare una salva ininterrotta di proiettili.

Scarto a sinistra, cercando di evitare i colpi, e al tempo stesso tenerli sul fianco, perché il mio compagno – per incapace che sia – possa colpirne qualcuno. Sento lo sfrigolio del fucile, guardo il nostro colpo color blu intenso volare verso gli avversari, colpirne uno. Cade a terra, paralizzato. Grido di esultanza.

“Occhio!”, grida il ragazzo alle mie spalle.

Torno a guardare avanti, giusto in tempo per vedere un masso. Un grosso masso. E ci sto andando dritto contro.

“Cazzo!”, grido. Giro la manopola, sperando di aumentare la repulsione e passarci sopra, o schivarlo.

Ops. Era la destra.

Il LEV schizza in avanti, dritto contro l’ostacolo. Il campo repulsivo tenta di farci deviare, ma è troppo grosso e abbiamo troppa inerzia. Il veicolo si rovescia su un fianco, ancora levitando, mi disarciona e procede avanti. Lo vedo rimbalzare contro la roccia, senza arrivare a toccarla, e fermarsi sull’erba, prima di sbattere io stesso a terra.

Mi manca il fiato. Sono tanto veloce che continuo a rotolare. Tento di fermarmi, di farmi scudo con le mani, ma finisco la corsa contro un albero. Sento un’esplosione di dolore lungo la schiena, non riesco a respirare. Cado a terra, boccheggiando, fino a che non riesco di nuovo a far entrare aria nei polmoni.

Mi rialzo con difficoltà. Mi fa male da tutte le parti, ma mi accorgo con una certa sorpresa che riesco ancora a muovermi.

Mi guardo le mani. Sono insanguinate, infangate, e ho diverse unghie spezzate. La vista rischia di farmi svenire. Do un’occhiata ai jeans. Non ne rimane molto, attorno alle ginocchia, vedo pezzi di tessuto e sassolini dentro la carne insanguinata. Non fa nemmeno così male, ma la sola idea mi fa annodare lo stomaco.

Poi mi ricordo dell’altro ragazzo.

“Ehi! Dove sei! Stai bene?”, grido, improvvisamente terrorizzato.

Sento un suono flebile.

Qualche metro più in là, anche il mio copilota si sta rialzando. Ha un braccio che gli pende inerte, e sangue lungo il volto, ma sembra riuscire a muoversi anche lui.

Mi guarda, sorride, e vedo che gli manca un dente. Mi chiedo perché non sto provando un dolore folle. Lo stesso sembra valere per lui, comunque.

“Mi sa che l’abbiamo fatta grossa”, commenta.

 

***

 

Il sergente, davanti a noi, sembra furioso, mentre ci guarda da sotto le sue folte sopracciglia grigiastre.

“Siete due coglioni. Siete pericolosi. È praticamente impossibile rovesciare un LEV. Bisogna andare dritti contro un masso e accelerare, per fare un esempio – esattamente quello che avete fatto voi. Posso sapere come vi è venuto in mente?”

Pronuncia alcune parole come se ringhiasse.

Mi guardo i piedi. Anche le scarpe sono lacere e infangate. Un tocco della strega ha guarito tutte le nostre ferite, ma non ci hanno dato il tempo di lavarci e cambiarci.

“Io… ho confuso le manopole. Mi spiace”

Dalla sua espressione incredula, realizzo con qualche secondo di ritardo che avrei fatto meglio a inventarmi un’altra scusa.

Confuso le manopole? Tu e il tuo compagno potevate morire! Potevate ammazzare qualcun altro! Tutto perché sei salito su un VEL senza sapere come guidarlo! Ma santi dei, avevamo detto che chi non aveva esperienze precedenti doveva fare l’artigliere!”

Continuo a guardarmi i piedi.

“Se non foste due poppanti vi farei frustare! Ma adesso se fai una cosa del genere trovi tutti gli ufficiali superiori lì a blaterare, son piccoli, son volontari e bla bla. Due settimane di camera di punizione! Per tutti e due! E quando uscirete, un’ora di esercitazioni fisiche in più per altre due settimane! L’unica cosa che ci sarebbe da fare per soldati come voi sarebbe regalarvi all’Impero, sperando che siano così stupidi da utilizzarvi da qualche parte!”

Due soldati ci affiancano, uno mi afferra per il braccio sinistro e uno prende il mio compagno per il destro. Non ci guardiamo. Tengo lo sguardo fisso sui miei piedi, per tutto il tragitto lungo il corridoio di pietra. Fino a che raggiungiamo una porta simile a tante altre. Se non che non ha serrature all’interno, noto quando ci entriamo. È piccola, al massimo tre metri per tre. È completamente spoglia, ad eccezione di una toilette turca. Né brande, né lavandini.

La porta si chiude alle nostre spalle, lasciandoci la sola illuminazione di una piccola striscia rossastra sul soffitto. È piuttosto freddo, mi rendo conto. E avrei una gran voglia di liberarmi dal fango che ho addosso.

Io e il mio compagno ci sediamo entrambi a terra. Per qualche secondo rimaniamo lì, immobili, mentre sentiamo i passi in allontanamento.

Poi ci guardiamo.

E scoppiamo a ridere.

Rido fino a che mi fanno male i muscoli, completamente incapace di smettere. Appena mi fermo un istante, vedo l’altro ragazzo che continua, e riprendo a ridere.

Finalmente ci fermiamo, con il fiato corto. È lui a parlare per primo.

“Sei il peggior pilota di VEL del pianeta”

“E tu sei un artigliere di merda”

“In compenso guido bene”

“Non potevi dirmelo prima?”

“Chi è che aveva detto guido io, ok?”

Sorrido.

“Va bene. Scambio di posizioni, la prossima volta”

“Se mai ce ne faranno toccare un altro”

Qualche secondo di silenzio. Poi parlo di nuovo.

“Senti, mi dispiace se sei finito qui per colpa mia. Sono solo io il coglione”

Si stringe nelle spalle.

“Potevo salire con qualcuno che dava l’impressione di avere un’idea di cosa fare. O potevo guidare io. E poi son sempre due settimane di riposo”

Guardandomi attorno, nella piccola cella umida e spoglia, ho difficoltà a vederla in questo modo.

“Almeno mi hanno chiuso con un grande ottimista”

“Me lo dicono sempre. Mi chiamo Erass, a proposito”

 

Vengono dal Mare by Selerian
Author's Notes:
Qui abbiamo di nuovo Orien adulto, che, ricordo, è naufragato sul pianeta Ven Yasa, passato sotto il controllo imperiale, e deve trovare un modo per raggiungere i mondi della Lega. Buona lettura!
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Vengono dal Mare

Lega dei Mondi liberi, pianeta Ven Yasa Due. Acque circostanti all’arcipelago Sir Dana. Anno 12 481 dalla Diaspora. Mese 4, giorno 14.

 

 

“Finalmente un paese”, mormoro, vedendo i profili di palafitte che si stagliano contro l’oceano.

Usciamo dalla giungla, trovandoci su una lunga spiaggia di sabbia bianchissima. L’intero paese è costruito su piattaforme di legno, sostenute da pali. Un rampicante dai fiori viola cresce sulle case, sulle piattaforme e sui ponti che le collegano. Sotto il livello delle abitazioni, poco al di sopra dell’acqua, sono appese dozzine di bracieri che emanano un denso fumo chiaro. Resta sospeso al di sopra dell’oceano, sembra un velo di nebbia.

“Però. Si trattano bene”, commenta Itris. Il paese, in effetti, sembra perfettamente ordinato e curato. Segno di un livello tecnologico nettamente superiore a quello che appare.

“Diciamocelo. Non sembrano equipaggiati per fare una grande resistenza all’Impero”, commenta Hal, avvicinandosi al paese. Anche lui, finalmente, sembra stanco, e ha la fronte sudata. Si rimette la maglietta della divisa, e mi sembra di vederlo indossare la maschera da mago saggio e imperturbabile che gli piace tanto utilizzare con gli sconosciuti.

“Dovranno avere città da qualche parte. Potrebbero almeno provare. Guadagnare tempo. Sa il cielo se eravamo pronti a resistere, su Almoa”

“Doveva ancora succedere il disastro di Aris. Dopo di quello, non me la sento di lamentarmi, se i mondi si arrendono senza combattere”

Sorrido. Già. La migliore mossa dell’Impero, forse. E il motivo per cui la Lega si ostina a combatterli su tutti i mondi.

Mi rimetto addosso la maglietta della divisa, ormai cala la sera e fa più fresco. Mi costringo a recuperare lo zaino da terra, sentendo le cinghie che affondano nella carne. Mi auguro che troviamo un posto comodo dove dormire, questa notte. Non penso che in questa spiaggia la temperatura si abbassi molto, ma ho dormito all’addiaccio per abbastanza notti della mia vita.

 

***

 

La gente si ferma a guardarci, quando saliamo le scale di corda per la prima piattaforma. La gente di Ven Yasa, o almeno di questo paese, è bassa, con i capelli scuri e la carnagione di colore dorato. Vedo un paio di ragazze di bellezza stupefacente.

Indossano vestiti leggeri ma elaborati, sembrano fatti di lunghe foglie intrecciate. Molte donne hanno un complesso tatuaggio attorno agli occhi, o forse è un trucco. Dopo un po’ mi accorgo che anche gli uomini hanno un simbolo simile sul petto.

E tutta questa gente è ferma a guardarci. Il paese è più grande di quel che sembrava, vedo almeno duecento piattaforme, stimo un migliaio di persone. Almeno un decimo delle quali ferme attorno a noi, senza parlare, ora.

Noto che nessuno ha articoli tecnologici addosso. Non vedo antenne, né alcun genere di ricevitore satellitare. Mi chiedo se non sia una comunità rimasta tecnologicamente isolata. Non è il momento migliore per un primo contatto. E ci manca di finire l’intera storia fatti a pezzi da un gruppo di pescatori.

“Benvenuti, soldati della Lega”, ci accoglie una voce, in perfetto standard. Provo un immediato moto di sollievo. A parlare è stato un uomo sulla trentina, col corpo coperto di tatuaggi e una serie di collane appese al collo. I pendagli sono conchiglie coperte di simboli.

Parla Alise.

“Avete avuto notizia della sconfitta?”

L’uomo annuisce.

“Sì. E anche della vittoria”

“Vittoria?”

“Quella imperiale”, risponde l’uomo, senza alcuna ironia.

Alise annuisce, un po’ irritata.

“Comunque sia, abbiamo bisogno di aiuto. Possiamo comprare dei vestiti... civili?”, chiede Alise. La vedo esitare sull’ultima parola, mentre si guarda attorno. Si è appena resa conto di cosa indossa questa gente.

L’uomo annuisce.

“Vi daremo dei vestiti. Ma quale che sia la ragione che vi spinge a proseguire, fermatevi qui per la notte”, aggiunge.

Alise corruga la fronte.

“Perché?”

Perché sono stanco morto, per esempio.

“C’è una casa per gli ospiti. E fuori, la notte ci sono”, l’uomo si ferma, annaspa, come se cercasse la parola giusta in Standard, “altre cose. Cose che non fanno alcuna distinzione fra voi e gli Imperiali”

Guardo il sole azzurrino che tramonta su questo oceano troppo chiaro. Di norma, gli occhi si adattano alla luce di ciascun mondo, ma mi sembra di vedere il tramonto attraverso lenti blu. Sembra stranamente finto. E mi scopro ad avere paura di quello che verrà dopo, durante la notte.

Alise annuisce.

“Potrete aiutarci a ripartire, poi? Dobbiamo trovare un modo per raggiungere un altro pianeta. Aggirando la sicurezza imperiale”

L’uomo scuote la testa.

“Non ci metteremo contro l’Impero”

“Vi state già mettendo contro l’Impero, aiutandoci”, specifica Alise. Grazie, capo. C’era un gran bisogno di sottolinearlo.

L’uomo si stringe nelle spalle.

“Noi aiutiamo dei ragazzi in fuga. Perché non vogliamo che veniate divorati dalle altre cose, perché non vogliamo che veniate presi prigionieri o uccisi per le vostre guerre. Ma non dobbiamo nulla alla Lega dei Mondi. Né siamo ostili all’Impero delle Stelle. Dormite, riposate, e poi portate la vostra guerra fuori di qui”

 

***

 

“Dovrei davvero mettere… questo?”, chiede Alise, scandalizzata. Itris è a terra, piegato in due dalle risate all’espressione del nostro caporale, e Hal sta sghignazzando sul divano.

La ragazza tiene in mano un paio di pantaloncini e una sorta di top fatti di foglie intrecciate. Gli abiti della gente del posto. Non esattamente il genere di vestiti che indossa normalmente.

Itris sorride, mostrandole i pantaloncini, dello stesso tessuto, che sono capitati a noi. Ma la comandante continua a guardare i vestiti che le spettano, con un’espressione a metà fra l’imbarazzo e la furia.

“Sai che ti sfotteremo a morte, vero?”, chiede Hal, serafico.

“Almeno stasera terrò la divisa. Alla faccia della sicurezza. Allora, c’è una rete dati su questo dannato mondo?”, chiede, cambiando argomento.

Indico lo schermo del computer. Mi ha sorpreso trovarne uno, in un mondo dall’aspetto così arretrato. Ma ho notato dei pannelli solari dissimulati fra le decorazioni all’esterno. Dopotutto, sono più tecnologici di quello che vogliono far credere.

“Sì. E almeno qui abbiamo un buon segnale. L’Impero non sembra intenzionato a chiudere la rete”

“Riesci ad avere qualche notizia?”, chiede la ragazza. Itris sta rialzandosi con difficoltà, ancora scosso da qualche spasmo di risate.

“Diecimila soldati imperiali sono sbarcati nella capitale, e sembra che non abbiano incontrato resistenza. Il metodo è il solito. Hanno affiancato amministratori imperiali ai locali, e anche se non lo dicono chiaramente tutto il potere reale scivolerà gradualmente verso gli Imperiali”

“La loro flotta che fa?”

Cerco per qualche minuto fra le notizie in lingua Standard, prima di trovare la risposta.

“Fa un cazzo. Abbiamo tirato giù tutte le loro navi interstellari. Aspettano rinforzi”

Alise grugnisce.

“Fantastico. Dobbiamo andarcene da qui con l’intera Flotta Imperiale accampata in orbita. Scommetto che manderanno giù i marinai, se le cose vanno per le lunghe. Tanto per semplificarci un po’ il lavoro”

Continuo a leggere. Cerco la cronaca estera, finalmente trovo un bollettino ufficiale della Lega vecchio di tre settimane. Comunque meglio dell’ultimo su cui ho messo le mani.

“Oh, cazzo”, dico, sobbalzando.

“Che c’è?”, chiede Alise, allarmata.

“La Terza Flotta Imperiale. Ha sbaragliato la resistenza a Loth. Punta dritta su Sheim. Tenendo conto delle due linee di resistenza del cazzo ancora presenti e del tempo di viaggio, raggiungerà il sistema fra tre mesi”

La comandante annuisce.

“Tre mesi. Possono bastare, per arrivare su Sheim”

“Non se gli imperiali ci ammazzano prima”, risponde Hal, secco.

Stiamo tutti in silenzio per qualche secondo. Sono io a riprendere la parola. Vorrei portare la conversazione su qualcosa di più leggero. Ma la mia mente segue le proprie vie.

“Cosa pensate sia successo a Erass?”

Nessuno risponde.

“Quante probabilità che sia sopravvissuto?”

“Era un ottimo pilota”, risponde Alise, senza guardarmi.

Era. Appunto”

Hal scuote la testa. Assume il tono distaccato e tecnico che riserva ai momenti in cui si sente il grande esperto interpellato.

“Le probabilità che si sia salvato sono più alte di quello che pensi. Un pilota abile come lui potrebbe benissimo aver trovato una buca di potenziale nel muro di plasma. O essere riuscito a proteggersi dietro le pinne della nostra nave. Certo, la possibilità che sia stato vaporizzato non può essere esclusa. Ma non è una certezza”

So benissimo che è solo il suo personale modo di farmi star meglio dicendo due cazzate in tono professionale. Ma sento davvero chiudersi una frazione dello squarcio che mi è rimasto dal momento in cui si sono chiuse le comunicazioni con i caccia.

“In ogni caso, dubito che lo rivedrò in questa vita, se è prigioniero dell’Impero”, commento. Penso al mio migliore amico, su una gigantesca nave prigionieri, in viaggio verso Haith. Per una vita nei campi di detenzione, probabilmente. Vorrei soltanto la possibilità di parlargli, di salutarlo. Ma l’Impero si è preso anche quella.

 

***

 

La notte dormo male. Continuo a sognare la marea di luce rossa che avvolge il caccia di Erass. Continuo a sognare il suo volto, e poi le enormi navi nere dell’Impero. E Haith, il pianeta che non ho mai visto, ma che immagino come una distesa infinita, senza vita, di torri nere e prigioni sotterranee.

Mi sveglio per l’ennesima volta, rannicchiato sul materasso al livello del terreno che mi hanno dato per dormire. La notte è tiepida, ma sono coperto di sudore e ho i brividi.

Mi sembra di sentire un suono di sottofondo. Un canto lento e solenne, al di sopra del suono regolare delle onde.

Apro gli occhi. Dall’esterno filtra la luce delle stelle. Così vicini all’Ammasso del Toro, la luce notturna è piuttosto intensa.

Vedo Hal in piedi, fermo vicino alla porta. La luce si riflette sui suoi lunghi capelli argentati. Sembra esitante, con una mano sulla maniglia.

Mi alzo, cercando di non fare troppo rumore. Itris russa leggermente, ma vedo Alise, a qualche metro da me, che apre un occhio e ci guarda.

“Cazzo avete?”, chiede, senza darsi la pena di abbassare la voce.

“Piano”, rispondo, indicando l’ultimo membro addormentato della nostra squadra. Ma ho la sensazione che ci sia qualcosa di più che il desiderio di lasciarlo dormire. Sento che è pericoloso parlare a voce alta.

“C’è magia, qui. C’è tanta magia”, si limita a dire Hal.

Alise sbuffa.

“Sono proprio l’unica sfigata nell’intero universo che non riesce a fare un incantesimo neanche a provarci per tutto il mese?”

Hal scuote la testa.

“Questi sono professionisti. Mi stavo giusto chiedendo dove trovino i soldi per i computer, i pannelli solari e gli altri articoli tecnologici. Penso che vendano paccottiglia magica. Le collane che portano addosso, i tatuaggi, perfino quel fumo. È tutta stregoneria, e di un buon livello. Adesso stanno facendo… qualcos’altro”

“Che cosa?”, chiedo.

“Che cazzo ne so? Andiamo a vedere”, risponde il ragazzo. Vedo la curiosità lottare per qualche secondo con la prudenza, sul suo volto. Poi sorride, e abbassa la maniglia.

 

***

 

Il paese sospeso sull’acqua è di una bellezza surreale, nella notte.

I fiori viola sono chiusi, ora, ma se ne sono aperti degli altri, che non avevo visto durante il giorno. Grandi come la mia mano aperta, i loro petali brillano di luce azzurra. La stessa luce che dalle stelle si riflette sul mare sotto di noi. E sul banco di fumo artificiale che copre l’acqua.

Passerelle, case di legno e pali di sostegno sorprendentemente sottili. Ora tutto sembra un disegno in toni di blu, immobile nella notte tiepida.

E poi c’è il canto. Un canto leggero, impiego qualche secondo anche solo per capire che è davvero reale. E poi ne individuo la fonte.

Una piattaforma, al centro del paese. Una piattaforma senza case sopra, ma ai cui angoli bruciano quattro bracieri.

Ci sono una ventina di uomini e donne, sopra, disposti in cerchio, che guardano verso l’esterno.

Cantano. Cantano una nenia dolce e ripetitiva, e il fumo dei bracieri sembra seguire il ritmo, tessere simboli nell’aria seguendo le loro parole.

All’interno del cerchio, ci sono quattro danzatori.

I tatuaggi sui loro corpi splendono di luce azzurra, i simboli si accendono e si spengono seguendo il ritmo di una danza forsennata, in totale contrasto con la musica.

Ci avviciniamo in silenzio, guardando i danzatori. Li distinguo sempre più chiaramente. Un ragazzo e una ragazza, più giovani di noi. E un vecchio, e una vecchia, con la pelle rugosa, gli occhi infossati.

Ballano tutti nello stesso modo. Come se fossero indemoniati. Il vecchio fa una capriola in aria – rimanendo sospeso una frazione di secondo in più di quanto vorrebbe la gravità – e poi atterra sulle proprie mani. Fa un paio di ruote, poi si rimette in piedi con un balzo.

I due più giovani fanno un giro all’interno del cerchio, appoggiandosi una volta sulle mani, una volta sui piedi, a una velocità sbalorditiva. E i loro corpi bruciano di luce azzurra.

Poi la vecchia spicca un salto, e non ricade. Rimane lì, sospesa in aria, tutti i simboli sul suo corpo illuminati, come una ragnatela di luce azzurra.

Guardo Alise. Vedo il suo sguardo di desiderio e invidia. Sorrido fra me. Alise. La dimostrazione più perfetta dell’incontentabilità della nostra specie. Vorresti i loro poteri. E rifiuti i tuoi.

“Cosa stanno facendo?”, chiedo.

“Non lo so. Ma c’è potere in quella danza. Ne ho sentito poche volte così tanto, in una stregoneria”, risponde Hal. Sembra ipnotizzato, incapace di distogliere lo sguardo dall’incantesimo.

Ora tutti e quattro i danzatori sono sospesi in aria, continuano lì i loro movimenti forsennati, come se la gravità agisse solo dove sono loro a volerlo.

“La danza tiene lontane le cose malvage”, spiega una voce alle nostre spalle.

Mi giro di scatto, e vedo una ragazza. Le darei meno di vent’anni. Ha tatuaggi attorno agli occhi, brillano di una debole luce azzurra.

“Un rito contro le influenze negative? Così potente?”, chiede Alise, stupita.

Hal scuote la testa.

“Penso che quelle cose malvage siano qualcosa di più concreto”

La ragazza annuisce, tranquilla.

“Loro vengono dal mare. Sono sempre venute. Ogni tanto trovano qualcuno che si è allontanato, e lo portano giù. Quando sono affamate provano a entrare nel villaggio, e la danza le manda via. Ma negli ultimi mesi sono sempre di più, sempre più forti. Gli anziani dicono che c’è un richiamo che viene dalle stelle, e loro lo sentono”

Rabbrividisco. Un richiamo che viene dalle stelle.

Io e Hal ci guardiamo.

Mondo dopo mondo. Spiriti, dei e entità di cui non comprendiamo nemmeno la natura. Seguono l’invasione degli imperiali. Anzi, la precedono.

Grandi cieli, cosa stanno scatenando quei pazzi?

 

***

 

Le danze sono finite. Una quiete surreale scende sul paese. Rimangono i bracieri, il fumo sospeso sull’acqua, il debole scintillio azzurro che sembra emanare dall’intero villaggio.

Alise e Itris dormono. Io aspetto ancora qualche minuto, non so nemmeno bene perché. Hal è fermo, seduto sul molo con le gambe penzoloni, la luce fredda e azzurrata che si riflette sui capelli argentati.

“Che bello stare su un mondo che non dovrebbe nemmeno esistere”, commenta. Come se parlasse del tempo.

“Che cazzo dici?”, chiedo. Il suo tono trasognato mi preoccupa. Per un istante penso che mi stia prendendo per il culo, ma in quel caso in genere usa un tono serissimo.

“Avanti. Connetti i due neuroni. Una stella blu. È uno dei Mondi Sbagliati”

Frugo faticosamente fra i ricordi ammassati di lezioni frettolose e poco interessanti.

“Uh. Quelli che non potrebbero esistere in natura?”

“Bravissimo. Vinci un costumino di erbe intrecciate. Questo mondo non dovrebbe mai essersi formato. La vita non dovrebbe avere avuto il tempo di svilupparsi. In ogni caso, noi dovremmo friggere per gli ultravioletti e per il bombardamento del vento solare”

“Beh, non è così. Meglio, no? E poi gli ultravioletti mi stanno spellando a sufficienza”

Ride.

“Dovresti sopravvivere fino a cinque minuti, sulla superficie di questo pianeta. Pianeta che non dovrebbe nemmeno esistere, non vicino a una stella che ha quaranta milioni di anni e ha già un piede nella fossa”

“Uh. Interessante. Beh, c’è e basta, no?”

Hal ride.

“Ogni tanto è divertente osservare quante cose ci sono in questo universo, non ti pare? C’è la specie umana, e c’è una Diaspora di cui nessuno ricorda un cazzo. Ci sono migliaia di pianeti, e sanno gli dei chi li abbia resi abitabili. C’è un pianeta di origine, da qualche parte, e nessuno lo ha mai trovato. Ci sono mondi che non dovrebbero esistere, ma sono qui. C’è il mio Popolo, e vorrei tanto sapere da dove siamo venuti. E ora c’è un Impero di pazzi, e c’è una voce che li segue. Ogni tanto vale la pena pensare qualche minuto alle cose che ci sono, non ti pare?”

Non sembra preoccupato. Solo divertito, come se l’intera faccenda fosse un bellissimo scherzo.

Cerco di pensarci sopra. Ma sento solo tanta confusione. Ho la vaga nozione che il nostro universo è pieno di misteri, ma se c’è una cosa di cui sono sicuro è che non sarò io a risolverli.

C’è anche un sacco di strada da fare. E perfino tu devi dormire”, concludo.

Hal sbuffa, poi si alza e mi precede nella stanza dove dormono gli altri due. Mi pento di averlo interrotto. Per la prima volta da tanto tempo, nei suoi occhi mi sembra di avere visto una luce che non c’entra nulla con lo sgozzare qualcuno.

 

***

 

Ci svegliamo tardi, il mattino dopo, sotto un sole azzurro e caldo. Mi sento sorprendentemente riposato, come non mi capitava da tempo. Mi stiracchio con soddisfazione, in quei momenti, appena svegliati, in cui i ricordi sono ancora lontani e indistinti.

Poi arrivano. Ricordo la muraglia di fiamme, ricordo Erass. Ricordo la valigetta piena di Soma e le notizie dell’invasione imperiale. Ricordo i canti e le danze degli stregoni. Per quando sono in piedi, la giornata è già irrimediabilmente rovinata.

“Sveglia, gente. Abbiamo ancora sei o settecento anni luce da fare. Meglio partire di buon mattino”

Risponde Hal, assonnato.

“Appunto. Come hai intenzione di farli? A piedi? Una grande occasione di sfoggiare il vestito nuovo, ma non molto pratico”

La ragazza sbuffa, tirando su di peso il mago per un polso.

“Dobbiamo chiedere ai paesani se hanno idea di come aiutarci. Altrimenti dovremo provare a dirigerci in città, e trovare qualcuno da corrompere per farci passare quella valigetta”

“Corrompere con che soldi?”, chiedo.

La ragazza si stringe nelle spalle. “Quelli ce li procuriamo, in qualche modo. Intanto chiediamo ai paesani”

Itris si alza, con un sorriso maligno sul volto.

“Ah, certo. Solo, mettiti subito gli abiti civili. Per quel che ne sappiamo, la Guardia Imperiale potrebbe essere accampata qui fuori”

La ragazza non risponde, ed esce sbattendo la porta.

 

***

 

“La prego. Abbiamo bisogno di un trasporto sicuro fino a Koltar. E dobbiamo trasportare qualcosa che non vogliamo sia individuato”, chiede Alise. Sembra più che altro che stia implorando.

Parla con una donna anziana, con tatuaggi particolarmente elaborati che coprono buona parte del corpo. Non ne sono sicuro, ma ho il sospetto che sia la danzatrice che ho visto in azione questa notte.

Questa rimane in silenzio diversi secondi, scrutando Alise come se volesse controllare qualcosa dentro di lei.

“Non so se voglio aiutarti, ragazza. Non penso che voi siate cattive persone. Ma c’è qualcosa di sbagliato in voi. Nel modo in cui parlate di questa guerra. Io non credo che renderete l’universo un posto migliore”

Alzo gli occhi al cielo. Ci mancava la vecchietta intenzionata a darci lezioni di vita.

“Ad ogni modo”, continua, “penso vi siate già accorti che il mio popolo non si occupa di navi stellari e guerre galattiche. Non so come potrei aiutarvi”

Rimaniamo in silenzio per qualche istante. Poi è Hal a prendere la parola.

“Le cose che vengono nella notte. Vengono più spesso, vero?”, chiede.

La donna sembra stupida, la sua testa si gira rapidamente verso il ragazzo.

“Chi sei? Anzi, cosa sei, giovanotto?”

Lui sorride.

“Sono nato dall’umanità e dal Popolo d’Argento. E vedo molte cose che riguardano la magia. Sono stato su diversi mondi invasi dall’impero. Non è la prima volta che assisto al risveglio di entità soprannaturali. Portano qualcosa con loro. Una voce, un richiamo. E le cose andranno solo peggio, sempre peggio. Aiutaci a combattere l’Impero, strega, oppure arriverà un giorno in cui le tue danze nell’aria non basteranno più”

La donna guarda il ragazzo. Sembra oltraggiata. Per un istante penso che stia per attaccarlo – e ho la sensazione che sarebbe una gran brutta faccenda, per Hal. Poi sembra calmarsi. Respira a fondo, ci guarda uno dopo l’altro.

“Non so se diciate la verità. Non so che implicazioni abbia tutto questo, in ogni caso. Comunque sia, io non so davvero come aiutarvi. Ma forse so chi potrebbe. Una canoa vi porterà al Monastero Mutevole. Colui che Cambia potrà sicuramente aiutarvi, se lo vorrà. Quello che chiederà in cambio è affar vostro”

Senza dire altro, l’anziana strega si gira e se ne va, rigida e preoccupata.

 

***

 

Nuoto a grandi bracciate verso la riva. L’acqua è limpida e meravigliosamente tiepida, all’interno ho visto pesci colorati e piante di cui non avrei mai sospettato l’esistenza. Ma ora sono stanco, cammino verso terra assieme a Itris.

“Dei cent’anni di licenza, almeno una decina li voglio passare qui”, commenta Itris.

“Ti dovrai far scalare il giorno che ci hai passato oggi”

“Che c’entra? Sto lavorando”, risponde lui, scomparendo sott’acqua con una bracciata. Sorrido, sputacchiando acqua salmastra.

Raggiungo la spiaggia, rimetto la divisa. Almeno in questo paese non sembra che ci siano soldati imperiali, e Alise non è l’unica a sentirsi ridicola con una specie di costume da bagno in foglie intrecciate.

Hal è stato il primo a stancarsi di nuotare. È già seduto in divisa sulla spiaggia, con i lunghi capelli d’argento compattati in una massa unica che sgocciola lungo la schiena.

Guarda a terra, sembra studiare una serie di segni sulla sabbia.

“Che c’è?”, chiede Itris.

Il mago si stringe nelle spalle.

“Non so bene. Ma mi chiedo se c’entri qualcosa con i riti che facevano ieri notte”

Indica a terra. Sulla sabbia, dove il vento non li ha ancora cancellati, si indovinano una serie di tracce sinuose e poco profonde. Come se enormi serpenti avessero strisciato verso l’entroterra.

“Cosa sono?”, chiede Itris. Sembra più incuriosito che spaventato.

Hal sembra confuso.

“Non lo so. Per vedere cos’è successo stanotte, mi servirebbe almeno una fiala di plasma nero, e me ne restano solo undici. Penserei a dei maridi, comunque”

“Le entità malvage di cui parla questa gente… semplicemente maridi?”, chiedo, perplesso.

“Difficile. La stregoneria di questa notte era una cosa impressionante. Basterebbe per un intero esercito di tritoni. E poi mi sembra di sentire qualcosa di più antico e potente”

“Tipo?”

“Che ne so? Un demone del mare, forse. Sicuramente è uscito dall’acqua questa notte, e ha camminato su questa spiaggia. Dove sia ora, non ne ho idea”

“Pensi che c’entri davvero qualcosa con l’Impero?”

Il mago si stringe nelle spalle.

“Non lo so. Ma la coincidenza inizia a convincermi sempre meno. Arrivano gli imperiali, e entità magiche quiescenti per secoli decidono di saltare fuori. Sono l’unico che lo trova un po’ sospetto?”

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