Esperimenti & Leggende di wasmehr

Note sulla Storia
Racconto per Natale 2009! (che con il Natale non ha proprio niente a che fare!)
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"C6H11NO3S…”
Sabine mordicchiava nervosamente il fondo della matita che teneva in mano. Tamburellava con le dita sul tavolo, intanto che rifletteva intensamente, gli occhi arrossati fissi sull’ampolla che gorgogliava davanti a sé.
“Deve funzionare, deve funzionare, deve, deve, deve…”, mormorava mentre, sempre più nervosa, socchiudeva gli occhi in un disperato tentativo di non battere le palpebre e stringeva convulsamente la matita tra le dita, tanto che presto riuscì a spezzarla.
E fu proprio in concomitanza con il crac! del legno che le si rompeva in mano, che si sollevò un discreto puf! seguito da una debolissima luce azzurrognola nell’ampolla. Dopodiché, Sabine si ritrovò a fissare desolata l’ampolla vuota. Di nuovo.
Chiuse gli occhi e si picchiò il palmo sulla fronte, dapprima leggermente, poi con forza sempre maggiore, mentre dallo stomaco le saliva un verso rabbioso che esplose infine in un grido di profonda frustrazione.
“Sabine, va tutto bene?”
La voce melodiosa di sua mamma, che le parlava come sempre colma di dolcezza, ebbe il potere di irritarla e le rispose sgarbatamente, dando nel contempo un calcio alla sedia sulla quale era rimasta seduta fino a poco prima.
Con un’ultima occhiata mesta al tavolo degli esperimenti falliti, sospirò e si avviò verso le scale. Era quasi ora di cena.


Roland si guardò cautamente attorno e tese l’orecchio. Silenzio.
Tornò un’ultima volta a controllare la porta del salotto: era chiusa, ottimo. Non voleva essere sorpreso, non poteva! Aveva già dovuto cambiare nascondiglio ai suoi libri proibiti tre volte, se suo padre li avesse scoperti di nuovo non si sarebbe limitato a farsi promettere che lui se ne sarebbe disfatto, ci avrebbe pensato personalmente. Con un bel falò, c’era da scommetterci.
Avvicinò il tavolo allo scaffale e ci salì sopra. Spostò quindi i volumi V, VI e VII della polverosissima enciclopedia, che non venivano mai consultati. Diede infine una leggera spinta alla parete retrostante, riuscendo a scalzare un mattone mobile, dietro al quale era celato il suo tesoro: la serie delle “Storie leggendarie”!
Si guardò intorno circospetto, pur sapendo che non era possibile che suo padre fosse entrato senza che lui se ne accorgesse. Sistemò nuovamente il mattone e i tomi dell’enciclopedia e infilò i libri sotto la felpa sformata.
Corse in camera sua e li nascose sotto al cuscino: li avrebbe riletti più tardi, quando il papà fosse uscito. Lanciò un’occhiata fuori dalla finestra: la luna era già all’orizzonte, se ne sarebbe andato presto. Lui avrebbe finto di non sentirsi in forma, sarebbe stato lasciato in pace.
Sorridendo tra sé, tirò le tende e rimase al buio.


Sabine si sedette a tavola, accanto alla sorella minore, che cominciò subito a darle il tormento, come sempre.
“Uff, piantala!”, la interruppe bruscamente allungando una mano verso il centro della tavola, dove campeggiava una gabbietta coperta da un telo.
“Che c’è da mangiare, oggi? … Oh, no! Coniglio! Non ancora!”, sbuffò infastidita.
Sua mamma si avvicinò al tavolo con un discreto frusciare di sete e sorrise schiudendo appena le labbra scarlatte.
“Sabine, non lamentarti!”, la rimproverò con la sua solita voce melodiosa.
Si sedette e il marito le rivolse un gran sorriso al quale lei rispose porgendogli la mano.
“Oh, vi prego!”, osservò schifata Sabine, “Non a tavola!”
“Non si fanno certe cose davanti ai bambini!”, protestò la sorellina, arraffando un coniglio dalla gabbietta e facendolo squittire in maniera stridula.
Sabine si prese la testa tra le mani: le sembrava di impazzire! Davanti a lei, il padre aveva affondato i canini nel polso della moglie e ne assaporava il sangue con un’espressione estatica sul volto mentre quella non la smetteva di emettere risolini; sua sorella aveva azzannato la bestiola esattamente nella carotide, da cui era schizzato rapido un getto di sangue rossastro. Gli altri conigli si stavano agitando all’interno della gabbia, facendo un gran trambusto.
“Basta!”, strillò alzandosi bruscamente dalla sedia.
Rimase un istante a osservare i volti dei suoi familiari: suo padre le stava rivolgendo uno sguardo perplesso, gli occhi vacui e il mento sbrodolato di rosso.
Sua sorella aspirò rumorosamente le ultime gocce di sangue dall’animale che teneva tra le mani e le gettò un’occhiata interrogativa.
Sua mamma era la sola che la guardasse con rimprovero.
“Sabine, credo che dovresti smetterla con i tuoi esperimenti in cantina”, annunciò con fermezza, “Ti rendono oltremodo nervosa e comunque sai meglio di noi che non porteranno mai a niente!”
A queste parole, Sabine si infuriò ancora di più.
“Solo perché nessuno ci ha mai provato, non significa che sia impossibile”, ribadì piccata, “La scienza è logica, le mie premesse sono logiche, pertanto non ci può che essere una soluzione. Logicamente.”
La sorella rise, mentre si asciugava il sangue dalle labbra con il dorso della mano.
“Lo prendi, il tuo coniglio, o posso averlo io?”, domandò già con un dito sul chiavistello della gabbia.
Esasperata, Sabine levò le braccia al cielo e si limitò a sospirare rumorosamente, prima di tornare in cantina e riprendere in mano le sue provette.


Ronald tese l’orecchio: sentì il clac! della porta d’ingresso che si richiudeva dietro a suo padre.
Si strinse al polso il massiccio bracciale d’argento e serrò con più attenzione le tende pesanti. Accese una per una le candele sulla mensola sovrastante il letto e si accomodò, appoggiando la schiena a una pila di cuscini.
Sospirò soddisfatto, prendendo in mano il volume di “Storie Leggendarie” che più gradiva. Era il plenilunio, papà sarebbe rimasto fuori ore, aveva tutto il tempo del mondo per tuffarsi nella sua lettura preferita e rimettere a posto prima che fosse di ritorno.
Sfogliò le pagine ingiallite, aspirandone l’odore con gli occhi socchiusi. Si sentiva emozionato, quasi fosse sul punto di ritrovare un vecchio amico.
Mise il broncio e soffiò lontano dal labbro i peli che gli ricadevano dalle guance, pensando ai rimproveri che gli rivolgeva insistentemente il padre. Solo perché non riusciva bene in astronomia e lunologia applicata, non voleva dire che fosse un incapace, dopotutto!
La sua passione era la storia, soprattutto se antica e dimenticata. Anzi: più antica e dimenticata era, più lo incuriosiva. Era nelle vecchie leggende, che si potevano trovare i frammenti della verità più profonda, di questo lui era sicuro.
Si sedette più comodo e afferrò i bordi del libro con rabbia. Se nelle leggende esisteva un fondo di verità, sarebbe stato lui a trovarla.


Sabine si chiuse violentemente alle spalle la porta della cantina e si avviò a grandi passi verso il tavolo degli esperimenti.
Cominciò a spostare libri, appunti, attrezzi, soluzioni, ampolle e provette con gesti bruschi, bofonchiando tra sé.
“Non mi credono, nessuno mi crede. Eppure sono la migliore del mio corso, in chimica. Sono certa delle mie premesse, ho solo bisogno di un risultato, uno! Ho distillato l’alliina”, borbottò estraendo dal mini-frigo un vasetto contenente un liquido trasparente e inserendovi con delicatezza una pipetta.
“C6H11NO3S”, mormorò lasciandone cadere poche gocce in un’ampolla e tappandosi il naso con due dita della mano libera.
“Non capiscono, non capiscono”, continuò a brontolare, “Ma cosa mai c’è da capire, poi! L’aglio ci fa stare male, punto primo”, enumerò con decisione a favore di un immaginario pubblico, “E cosa, precisamente, ci danneggia, dell’aglio? L’alliina”, esclamò gesticolando con foga e gettando un’occhiata amorevole all’ampolla nella quale riposavano le poche gocce di liquido incolore.
“Alliina!”, declamò una seconda volta, vibrando di emozione, “Un semplice aminoacido, che insieme a cicloalliina, isoalliina e metiina forma il composto che, conservato accuratamente in frigorifero, altro non è che…”
Quasi gridò, indicando con gesto teatrale l’ampolla, e proseguì con più calma:
“… quel che conferisce all’aglio quelle qualità antibatteriche che tanto danneggiano noi vampiri, fino al punto da renderci vulnerabili ad altri tipi di aggressioni esterne, che possono addirittura esserci fatali!”
Si fermò, ansimando, per qualche istante e si asciugò la fronte imperlata di sudore con il dorso di una mano.
“Logica vuole”, proseguì avvicinando all’ampolla una mano e afferrando un taglierino con l’altra, “che il nostro sangue contenga in grandi quantità il batterio verso il quale l’aglio agisce.”
Con il taglierino si procurò una piccola ferita al polso teso sopra l’ampolla e lasciò cadere all’interno qualche goccia di sangue.
Rimase a osservare rapita quel che accadeva. Immediatamente il composto aggredì il sangue, che si separò in grosse bolle rossastre, le quali si fecero poi giallognole entro pochi secondi.
Lo avrebbe mai trovato? L’elemento in grado di legarsi al sangue vampiro e capace di neutralizzare efficacemente la maledetta C6H11NO3S?
Sospirò e si lasciò cadere la mano lungo il fianco, afflitta.
“Ma ce la farò”, mormorò con decisione, prima di tornare a tavola e consumare ciò che rimaneva della cena.


Secondo la leggenda, l’Uomo Semplice è una creatura condannata da una maledizione a rimanere sempre se stessa. Gli influssi della luna non hanno effetti su di lui e nelle notti di plenilunio esso si nasconde, per timore di diventare preda dei Lupi Mannari.
L‘Uomo Semplice è facile preda anche di altre creature reali, in quanto gli mancano i mezzi di difesa comuni, come artigli o zanne e neppure possiede sufficiente forza o rapidità nella fuga. Questo è il motivo per cui preferisce rimanere occultato ed è sempre stato così difficile incontrarne.
Si distinguono quattro razze principali, tra gli Uomini Semplici: i Gialli, i Neri, i Rossi e i Bianchi. Tali nomi derivano dal colore della loro pelle, di norma quasi del tutto glabra.

Nonostante il fascino che Ronald subiva nell’immaginare queste creature mitologiche, rimaneva sempre un po’ disgustato osservando il disegno in fondo alla pagina, che riportava gli Uomini Semplici così come venivano descritti dal dizionario mitologico. Implumi.
Si accarezzò le braccia e il viso. La pelliccia che ricopriva il suo corpo era confortante, non avrebbe potuto immaginare di perderla. Come si sarebbe sentito? Nudo, pieno di vergogna, esposto alle intemperie…
Un brivido dettato dal ribrezzo lo percorse da capo a piedi, mentre paragonava mentalmente l’Uomo Semplice ai Vampiri. Neppure quelle creature irritanti avevano il pelo. La loro pelle era diafana e solcata da sottili linee azzurre in corrispondenza delle vene. Ributtante. Non gli piacevano i Vampiri.
Scosse la testa, riprendendo a leggere.
Si dice che fossero diffusi sull’intera superficie del pianeta, ma a forza di nascondersi dalle creature più forti si siano infine estinti.
Altre tradizioni riportano invece che gli Uomini Semplici si siano un giorno imbarcati su una enorme nave e abbiano preso il mare, per non fare ritorno mai più, abbandonando il mondo alle creature dominanti: i Lupi Mannari, i Vampiri, gli Yeti, i Ciclopi e le Banshee*

Pur conoscendo la pagina pressoché a memoria, Ronald non poté frenare il riflesso automatico che gli fece spostare gli occhi in basso, per leggere la nota:
*Secondo le più recenti fonti giornalistiche accreditate, infatti, anche le Banshee sono da considerarsi creature dominanti a tutti gli effetti. Se la cosa sorprende, non si dimentichi che nel 1865, con la rivolta degli Yeti, questi ottennero lo status di creature dominanti che così a lungo era stato loro negato. Pertanto ricordiamo quanto non sia politicamente corretto mantenere la pregiudizievole opinione che vuole le Banshee creature di serie B, condannate per loro stessa natura a impiegarsi nelle nostre dimore in qualità di semplici badanti per gli anziani moribondi.
Ronald chiuse gli occhi, sospirando. Quanto gli sarebbe piaciuto incontrare un vero Uomo Semplice!
Senza rendersene conto, sprofondò lentamente in un sonno denso di visioni e sogni popolati da mitici Uomini Semplici, che lo accoglievano volentieri nelle loro comunità e lo trattavano con tutti gli onori.


Sabine si alzò poco prima del tramonto, quando gli altri ancora si stiracchiavano nelle loro bare, e scese circospetta in cantina.
Non riuscì neppure a gridare per lo stupore e la rabbia, rimase in attonito silenzio a contemplare il locale, che era stato accuratamente svuotato. Tutti i suoi appunti, la sua lavagna imbrattata di gesso, il frigorifero con il composto di alliina, i termometri, il microscopio, il fornelletto, le provette, le ampolle… niente, non era rimasto niente!
Solo la sedia con la gamba intaccata dai calci che le rifilava nel corso delle sue sfuriate e il tavolo, malconcio e rovinato dalla fuoriuscita di alcuni liquami più corrosivi del consentito.
Alle sue spalle avvertì appena il delicato frusciare di seta che sempre accompagnava l’arrivo di sua madre.
“È tutto per il meglio, tesoro”, le sussurrò con dolcezza infinita all’orecchio, posandole leggera una mano sulla spalla.
Sabine chiuse stretti gli occhi, strizzandoli fino a far cadere qualche lacrima rosata. Strinse le labbra e fremette al tocco delle dita sottili della madre.
Poi non riuscì più a trattenersi ed esplose in un grido selvaggio.
“Tu! Hai fatto questo!”, gridò senza alcun ritegno, “Tutto il mio lavoro, i miei sforzi…! Lo sai quanto era importante per me! Io… Tu…”
Si fermò un istante, ansimando.
Gli occhi della madre erano grandi e blu, ricolmi di crudele dolcezza. Alle sue spalle era comparsa la sorellina, che osservava la scena piena di curiosità, e il padre, con la giacca ancora a metà.
“IO TI ODIO!”, urlò con quanto fiato aveva in gola.
Le diede una spinta e si precipitò su per le scale, lasciandosi tutti alle spalle.
Corse fuori di casa, senza preoccuparsi di chiudere la porta. Corse, corse e corse, senza sapere dove andare, la vista offuscata dalle lacrime che sgorgavano rosse dagli occhi.
Si fermò incerta solo quando si rese conto di aver raggiunto il confine.
Appoggiò mesta una mano alla rete metallica che separava la sua terra da quella abitata dai Lupi Mannari. Era in vigore un trattato di pace, le guardie vampire entravano in servizio solo nelle notti di luna piena, per evitare che i Mannari, storditi dalle loro celebrazioni rituali, sconfinassero senza rendersene conto. In quel momento, la torretta di guardia era deserta.
Sabine si accasciò a terra senza più forze e continuò a piangere sommessamente.


Ronald dormiva e sognava e non si svegliò neppure quando il padre entrò nella sua stanza, di ritorno dal Rito della Luna Piena, per salutarlo e chiedergli come si sentiva.
Furono il suo grido pieno di rabbia e il colpo che gli sferrò alla testa, a ridestarlo bruscamente.
Pochi secondi per riaversi dallo sconcerto furono sufficienti per capire perfettamente cosa fosse accaduto.
Suo padre, ancora nella sua Forma Totale, campeggiava alto sopra di lui, brandendo furioso il libro sul quale lui si era addormentato.
“Cos’è questo?”, tuonò fremente, “Avevi giurato di averlo bruciato!”, gli ricordò gridando.
Ronald si passò una mano sulla fronte, scostando il lungo ciuffo dietro un’orecchia, che abbassò sentendosi ormai vulnerabile e sconfitto.
“Sai perfettamente che non voglio questa robaccia in casa mia!”, continuò furibondo il padre, prendendo a strappare le pagine di “Storie Leggendarie I - L’Uomo Semplice”.
Ronald allungò rapido una mano verso di lui, scivolando dal letto nel tentativo di arraffare il suo tesoro.
“No, papà, ti prego…!”, implorò, inutilmente.
Il grosso Lupo Mannaro, nella foga di togliere definitivamente di torno l’odiato oggetto, si stava ingozzando con le pagine accartocciate, ingoiandole una dopo l’altra.
A Ronald salirono le lacrime agli occhi. Non si stampava più quella collana, era stata tolta dalla circolazione anni prima, censurata da una feroce campagna di parental advisory. Lui era fortunosamente riuscito a conservare una copia di tutti e tre i volumetti: oltre a quello che suo padre stava ormai per digerire aveva “Storie Leggendarie II- Carlo e Camilla ” e “Storie Leggendarie III - Elvis Presley, Jim Morrison & Michael Jackson”.
“Devi smettere di riempirti la testa con queste sciocchezze!”, continuò suo padre, ancora preda dell’ira, “Se non porterai a casa ottimi voti in astronomia e lunologia applicata il prossimo semestre, spariranno anche gli altri!”, concluse afferrando il libro con la raffigurazione di tre Uomini Semplici e rimanendo a contemplarla per qualche istante.
“Come puoi credere a queste cose?”, gli domandò ancora il grosso Lupo, agitando la copertina davanti agli occhi del figlio.
“Guarda qui: uno sgorbio con uno sproporzionato ciuffo di pelo nero innaturalmente sistemato di traverso sulla fronte e gli occhi coperti da queste abnormi lenti scure! Per non parlare dell’abbigliamento, lucido e pieno di paillettes! Chi dovrebbe essere mai, un tale scriteriato?”
“Lo chiamano Elvis the Pelvis…”, azzardò timidamente Ronald, accorgendosi immediatamente di aver commesso uno sbaglio.
Gli occhi del padre sporgevano in maniera preoccupante, quando, senza smettere di produrre improperi a raffica, ingoiava Elvis, Jim e Michael.
“… non permetterò … diseducativo … società moderna … grilli per la testa …”
Ormai suo padre era davvero fuori di sé, Ronald comprese di non avere alcuna possibilità di salvare il proprio diritto a sognare e si accucciò mesto, nascondendo gli occhi, per non mostrare le lacrime che glieli inumidivano.
Quando, ore dopo, si risvegliò, il sole era già basso sull’orizzonte e in un momento gli tornarono in mente le immagini del mattino, quando suo padre torreggiava sopra di lui distruggendo i suoi tesori.
Scagliò lontano il bracciale d’argento, che aveva indosso dalla notte precedente, e permise al proprio corpo di crescere e aumentare di volume, ai suoi denti di affilarsi e alle sue corde vocali di vibrare nell’emissione di un ululato disperato e in seguito a ruggire con rabbia.
Nell’arco di un minuto, suo padre era entrato, preoccupato che il figlio si sentisse di nuovo male.
Si ritrovò invece davanti a un giovane Lupo, ferito e furibondo, che in due balzi sparì nel bosco dietro casa.
“Ronald!”, gli urlò dietro, ma il figlio proseguì nella sua corsa attraverso la foresta, intanto che la luna lentamente saliva a occupare il suo posto nel cielo.


Sabine si riscosse e sollevò la testa, che teneva posata sulle ginocchia strette contro il petto. Aveva sentito un rumore proveniente da dietro, dal territorio dei Mannari. Lesta si alzò da terra e si nascose come meglio riuscì tra il fogliame che cresceva disordinato intorno alla torretta di guardia.
Il cuore prese a palpitarle: nella radura che si stendeva al di là della rete divisoria era appena comparso un Lupo, bene illuminato dalla luna quasi perfettamente tonda.
Rimase a osservarlo in silenzio mentre saltava e girava su se stesso, rincorrendosi la folta coda come impazzito, alternando guaiti a ruggiti.
Cercava di osservarlo con occhio critico, sforzandosi di mantenere il posato distacco proprio degli scienziati, ma lo spettacolo era troppo ridicolo e alla fine Sabine scoppiò a ridere.
Quello si sollevò sulle zampe posteriori e mosse rapido le orecchie, alla ricerca della fonte del rumore.
Sabine si ritrasse di un passo, ma la curiosità era troppa e sporse appena la testa per continuare a seguire la scena.
Si allungò un po’ di più, non riuscendo a individuare la creatura. Nel brevissimo tempo che lei aveva impiegato per nascondersi, lui sembrava sparito.
“Bù!”, fece una voce profonda a pochi centimetri dal suo orecchio.
Sabine sussultò, ma rimase immobile a fissare i propri occhi in quelli del Lupo, proprio davanti ai suoi.
La creatura si era aggrappata alla rete e ora la stava guardando con intensità e, le parve, un pizzico di timore.
“Chi sei?”, domandò per spezzare il silenzio.
Le narici del Lupo fremettero.
“Un sognatore senza futuro”, le rispose bruscamente, lasciandosi cadere a terra.
“Oh. Ma che combinazione”, replicò lei con voce piatta.
I loro occhi si incontrarono di nuovo.
“Uhm. Diventiamo amici?”, le propose subito il Lupo.
Sabine sollevò le sopracciglia sorpresa e lui aggiunse rapido:
“Non ci sarebbe niente di peggio, stasera, per far arrabbiare mio padre, che diventare amico di una Vampira.”
Sabine trattenne a stento un’altra risata.
“In effetti… Credo che anche mia mamma rimarrebbe alquanto scioccata dalla mia amicizia con un Mannaro. Forse sarebbe persino disposta a rendermi il mio laboratorio, purché ci rinunciassi.”
Il Lupo stava ridendo, avendo intuito quanto fosse incredibile il loro incontro.
“Io non riuscirei a farmi restituire i libri da papà, purtroppo. Se li è mangiati! Ma mi accontenterei di vedergli schizzare gli occhi fuori dalle orbite per la rabbia.”
“Ottimo!”, concluse Sabine, “Come ti chiami?”
“Ronald”, rispose lui, mettendosi immediatamente a scavare sotto la rete per raggiungerla.


Pochi minuti più tardi, Sabine e Ronald passeggiavano insieme lungo il fiumiciattolo che attraversava entrambe le loro terre.
Si stavano sfogando come mai prima d’ora: sebbene i loro interessi fossero tanto diversi, avevano entrambi trovato finalmente qualcuno che li capisse appieno. Qualcuno che fosse ancora in grado di sognare, di tentare, di credere.
“Non sei male, per essere una Vampira”, commentò Ronald quando l’alba stava per sopraggiungere.
Sabine sorrise scoprendo di proposito i canini affilati.
“Nemmeno tu sei male, per essere un Mannaro”, concesse.
“Ho un’idea”, esclamò lui, illuminandosi.
“Un’altra?”, domandò lei, sorpresa e divertita.
Ronald annuì:
“Fuggiamo insieme, andiamo a vivere in terra neutrale… Non so, cosa c’è, per dire, da quella parte?”, chiese indicando verso ovest.
“Andiamo a vedere!”, sorrise lei prendendolo per mano e mettendosi a correre.


Ronald e Sabine rimasero sempre insieme, non tornarono mai a casa e le loro famiglie, dapprima disperate, lentamente si rassegnarono all’assenza dei due fuggiaschi.
Erano riusciti, attraversando molte peripezie, a raggiungere la città più aperta e multirazziale che ci fosse al mondo, Woodstock.
Lì non avevano incontrato difficoltà a inserirsi, nonostante la loro fosse una coppia anticonvenzionale anche per la gente di lì.
Avevano proseguito le proprie ricerche, dal momento che a Ronald non era stato difficile mettere le mani su una copia clandestina di “Storie Leggendarie” e da lì era risalito a una biblioteca fornitissima di opere vietate e censurate in altre parti del mondo.
Fu quando Sabine dette alla luce il loro primogenito, che si resero conto che le loro domande avevano trovato una risposta, nel modo più inaspettato e stupefacente.
Il frutto del loro amore, infatti, non aveva le orecchie da lupo, né i canini affilati dei vampiri.
Non era peloso, ma neppure tanto bianco da essere trasparente.
Non mutava con la luna piena e non si nutriva di sangue.
L’aglio non aveva alcun effetto su di lui, e neppure l’argento.

Era un Uomo Semplice, e nel suo sangue era assente il batterio che veniva aggredito dall’alliina. La sua razza divenne presto tanto di moda, che la terra in breve ne fu piena e le creature che avevano dominato il pianeta fino a quel momento lentamente scomparvero.




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