Alla Fine di Selerian

Note sulla Storia
Storia scritta a ore abbastanza folli in seguito ad apparizione improvvisa :D. Mi scuso per il ritardo, e mi scuso ancora di più per non essere assolutamente in grado di rileggerla per correggere, questa sera - rimanderei a domani, ma è pur sempre il racconto di natale, quindi non perdo altro tempo :D.
Con il natale non c'entra un'arcana minchia, ma ormai anche questo è parte della tradizione :D. Meno tradizionalmente, è lunghetto - mi è un pò sfuggito di mano. Ma sono abbastanza soddisfatto. Buona lettura!




Documento senza titolo






Alla fine


 


“Ti ricordi quando si vedevano le stelle?”


Mi sfrego le braccia sotto la coperta, tentando di scaldarmi. Il fuoco di benzina davanti a me emana un fumo denso e puzzolente, ma non sembra in grado di scaldarmi. Sopra di noi, solo oscurità ininterrotta. Guardando meglio distinguo un vago, fioco bagliore. Dietro, forse, c’è la Luna.


Suli guarda in alto. Le rughe sul suo volto segnato sembrano aumentare, farsi più profonde. Sta sorridendo.


“Cazzo. Non le ho mai guardate per bene, in una vita. Adesso mi taglierei un braccio per vederle mezzo secondo”


Mi avvicino ancora un po’ al fuoco, ignorando la puzza. In che mese siamo? È ancora estate, credo. Moriremmo tutti, quest’inverno. Se qualcuno avesse la minima speranza di arrivarci vivo.


“Pensi davvero che Lui possa riportare qui tutto? Le stelle, il sole? I fiumi, la foresta?”


Ogni parola mi provoca un’immagine dolorosamente vivida nella mente. Con le dita semicongelate, mi sembra di sentire per un istante il tepore del sole, il contatto fresco dell’acqua. Devo starmi addormentando, per un istante credo di sentire perfino il profumo delle foglie.


Suli annuisce lentamente, tre volte, come sempre.


“Lui può tutto. Non ci sono limiti al suo potere”


Cerco di crederci. Ma i soliti dubbi riaffiorano. Fra il freddo, la fame e l’oscurità, questa volta proprio non mi riesce di ricacciarli.


“Allora perché non lo fa? Che cosa aspetta? Ci sono sempre meno sopravvissuti. Non poteva fermare la guerra? Prima dei draghi, delle armi nucleari? Non poteva fermare tutto?”


Il vecchio scuote la testa.


“Conosci la leggenda. Lui aspetta i mortali che lo troveranno. E non ci resta più altro da fare”


Sospiro. Vorrei crederci. Ma perfino il ricordo del mondo che ho conosciuto fino a pochi mesi fa sta scomparendo. Difficile credere che a riportarlo indietro possa essere una leggenda per bambini.


“Non voglio, Suli. Potevo accettare di morire, sai? Anche a vent’anni. Ma non così. Non sapendo che dopo non ci sarà niente”


L’uomo scuote la testa.


“Dormi, ragazzino. Tu hai avuto appena il tempo di vederlo, l’altro mondo. E ti resterà tutta una vita, per conoscerlo”


Chiudo gli occhi, ancora scosso dai brividi. Sento le dita callose del vecchio che mi appoggiano addosso un’altra coperta. La sua. Mentre il mondo si allontana, per un brevissimo istante ho la sensazione di sentire il sole sulla pelle.


 


***


 


Cammino sotto il solo grigio, ogni passo mi sembra di sollevare una montagna. Guardo a terra, fra la cenere, il terreno accidentato, i frammenti di metallo e cemento che sembrano coprire l’intera pianura, fin dove vedo. Sarebbe facile scivolare, rompermi una gamba o procurarmi una ferita infetta. E morire qua, sotto il sole pallido e freddo di questo nuovo mondo.


“Che senso ha andare in fretta? Non sappiamo dove stiamo andando, commento”


“Taci e cammina, ragazzino”


Sospiro. Mi sento svuotato di tutte le energie. Butto giù lo zaino, in mezzo alle macerie, e ci collasso sopra.


“Non ha senso. Non ha nessun senso, lo sai bene. Andiamo a cercare un Oracolo che nessuno da dove sia. Fare più in fretta o più piano cosa conta, in un mondo che non cambia mai? Se Lui vuole trovarci ci troverà. Altrimenti non lo troveremo mai”


Suli mi si avvicina, e mi prende in spalla. Mi solleva come un fuscello, e anche quando tento di dibattermi non vacilla di un millimetro. Per l’ennesima volta, mi stupisco alla forza del vecchio.


“Mollami! Ho detto che non voglio andare avanti! Cazzo, mollami!”


“Stai zitto, ragazzino idiota. Dobbiamo andare avanti. Dobbiamo, capisci? Non c’è più nient’altro da fare. Se ci fermiamo moriremo”


“E che me ne frega? Cosa mi importa di morire, ormai?”


“Te ne importa. Te ne importa perché ti incazzi ancora. L’ho vista la gente a cui davvero non importa niente. Si lasciano cadere in mezzo alle macerie. E non si muovono finché non congelano, o arrivano i razziatori”


Il solo pensiero mi fa rabbrividire. Smetto di dimenarmi, e mi rimetto in piedi quando il vecchio mi abbandona, di malagrazia, vicino al mio zaino.


Senza aggiungere una parola, me lo rimetto addosso con uno strattone, e torniamo a camminare.


 


***


 


La sera, un paese spunta dalla nebbia grigiastra che nasconde l’orizzonte. È fatto di lamiere ammucchiate, pezzi di tubi e qualche pannello di legno recuperato chissà dove. Tutto ha assunto lo stesso colore grigio sporco, chiazzato di marrone. Cerco di ricordare l’ultima volta che ho visto qualcosa rosso vivo. Cerco di ricordare il rosso vivo. Non ce la faccio.


Due uomini montano la guardia all’ingresso. Sono vestiti di stracci e sporchi di polvere, ma imbracciano fucili perfettamente puliti e perfino scintillanti. Davanti a loro, una rozza barricata fatta con la carcassa arrugginita di una macchina, un paio di biciclette e tanti frammenti irriconoscibili di metallo contorto.


“Amici o nemici?”, chiede uno, con un accento che non riconosco. È strano ricordare che una volta esistevano cose come i paesi e le nazioni.


“Amici, soprattutto di chi ha in mano un fucile”, commenta Suli.


I due annuiscono. Non sono preoccupati. E del resto non dobbiamo avere un aspetto particolarmente spaventoso. Un vecchio alto e secco, un ragazzo che, me ne rendo conto benissimo, pare una massa di stracci tenuta insieme dallo sporco.


“Portate qualcosa?”, chiede.


Suli annuisce.


“Notizie dell’ovest. Magia che pulisce l’acqua e guarisce le ferite. Qualche seme. In cambio chiediamo cibo e ospitalità per la notte”


L’uomo annuisce.


“Passate. Partirete domani mattina”


Entriamo in silenzio, superando la barricata. La strada del paese è quasi pulita dalle macerie, mi sembra un lusso camminare su terreno pianeggiante. Ci sono perfino tracce di asfalto per terra. Qualcosa che i venti degli Stregoni non hanno strappato dal suolo, finalmente.


All’interno del primo cerchio di costruzioni c’è poco altro. Due o tre grandi casermoni, forse costruiti con più cura, con blocchi di cemento impilati e solo dopo le vecchie lamiere. Un paio di pozze. Una zona di orticelli stentati, in cui dozzine di persone lavorano fra le verdure stentate. Si muovono lentamente, svogliatamente. Non dureranno a lungo, lo sappiamo tutti. L’inverno spazzerà via le piante e gli animali, tutti quanti. Quel poco che è rimasto.


 Per un istante la disperazione sembra inchiodarmi fisicamente al suolo, non riesco a muovermi. Vedo nella mia mente, orribilmente distinte, le immagini di questi campi che moriranno. Delle persone che si nasconderanno fra i prefabbricati, ammucchiati per resistere agli spifferi, chiedendosi chi vincerà prima, fra il freddo e la fame.


Non serve a niente. Tutto questo non serve a niente. Zappare i campi, cercare l’acqua, implorare l’oracolo. Siamo tutti condannati, e ci rifiutiamo di ammetterlo.


“Vieni con me, ragazzo. Cerchiamo di dare una mano”, mi invita il vecchio.


Vorrei ridere. E invece mi limito a seguirlo.


 


***


 


La minuscola baracca della vecchia puzza di feci e sudore. Mi rendo conto che non mi dà nessun fastidio, ormai. C’è stato un tempo in cui potevamo davvero occuparci della pulizia. Incredibile.


Nella semioscurità, distinguo appena la vecchia, distesa su un mucchio di vecchi stracci. Colgo una vaga immagine di lunghi capelli bianchi, occhi lattiginosi e mani contratte, nodose, simili ad artigli. Mi chiedo come sia riuscita a sopravvivere fino ad oggi.


“Ci hanno detto che hai bisogno di un guaritore”, inizia Sulu.


La vecchia ride. Un suono rauco, raspante, che degenera presto in un attacco di tosse.


“Non so che farmene di un guaritore. Se te l’ha detto quell’idiota di mio figlio, rispondigli che mi ha già dato abbastanza casini in vita. Non mi importuni anche ora che devo morire”


“Posso guarirti”, dice l’uomo.


“No. Voglio morire. Con questo mondo”


“Questo mondo morirà comunque”


La vecchia ride ancora. Sembra che siano le vecchie coperte sopra di lei a sussultare.


“Ma se l’Oracolo lo vorrà, ne verrà un altro. E io sono troppo vecchia per un mondo nuovo. Dovete ricominciare voi. Fare meglio di quello che abbiamo fatto noi. Ce l’avevamo, un mondo. E guarda che ne abbiamo fatto”


La sua mano si sporge, indica rabbiosamente verso l’unico spiraglio di luce grigia fra le lastre.


“L’Oracolo non sembra troppo interessato a cambiare il mondo”, commento.


La donna geme. Per un istante non capisco cosa faccia, poi mi rendo conto che si è messa a sedere. Un raggio di luce grigiastra le arriva sul volto, distinguo gli occhi scuri, velati da una patina grigia.


“L’Oracolo non lo è. Non ancora. Quello che Lui desidera davvero, diventa realtà”


“Come fa a non desiderarlo? Gli piace tutto questo?”, chiedo. Mi rendo conto di avere gridato.


Ho la sensazione che i suoi occhi velati, forse ciechi, si fissino nei miei.


“Conosci la leggenda. Per questo c’è bisogno dei mortali. Per convincere l’oracolo. Convincerlo che vale la pena di salvare questo mondo. A costo della sua vita”


Sputo per terra. Mi è difficile immaginare di convincere qualcuno a dare la vita per me, ora come ora.


La donna geme, e torna a distendersi.


“Ora lasciatemi qui. Voglio morire. Sapete la verità? Non è del mondo nuovo che ho paura. Quello che mi spaventa davvero è non vederlo. Morire in inverno, e sapere che con me moriranno tutti gli altri. No, voglio andarmene ora. Continuando a pensare che il mondo nuovo verrà. Per gli altri”


Che senso ha? Morire per illudersi che agli altri possa andare meglio?


Ma non so che fare. Non ho certo l’energia per convincere qualcun altro a vivere. Mi volto ed esco, sentendo Suli che mi segue pochi istanti dopo.


 


***


 


La sera, consumiamo un magro piatto di verdure dentro uno dei casermoni.


Mastico la radice molliccia e insapore, osservando la ragazza che ha servito le razioni.


Mi sorride. Indossa un vestito rosso, stracciato e impolverato. Penso sia la cosa più colorata che vedo da mesi.


Si avvicina. È sporca e ha i capelli arruffati. Ma una parte del mio cervello che credevo dimenticata mi dice che è bella. Ha occhi leggermente a mandorla, una carnagione che mantiene un po’ di colore dorato, e soprattutto sorride.


“Dove andate, tu e il vecchio?”, chiede.


Mi stringo nelle spalle.


“A est. Siamo alla ricerca dell’Oracolo. Come tanti altri. E ascoltiamo le voci secondo cui si è rifugiato a est, in riva all’oceano”


La ragazza annuisce. La pentola delle verdure è vuote, la poggia a terra, con cura sorprendente. Poi si siete davanti a me, a gambe incrociate, appoggiandosi sulle braccia.


“Sempre meglio che starsene qui ad aspettare”, commenta.


Sbuffo.


“Non lo so. Camminare per tutto il giorno, verso una direzione sostanzialmente a caso. Alla ricerca di una leggenda”


“Non è una leggenda. Era un esperimento, uno vero, lo sai”


Il suo tono convinto mi fa ridere.


“Certo. L’Arma Finale. Il Punto di Convergenza dei maghi. Che dovrebbe essere scappato dai loro laboratori, per di più. Se ho mai visto qualcosa che puzza di leggenda, è questo”


Lei scuote la testa, non smette di sorridere.


“Ce la farà. Riporterà indietro il mondo, vedrai. Dimmi. Quando il mondo tornerà quello di una volta, quale sarà la prima cosa che farai?”


La domanda mi prende di sorpresa. Ridacchio, un po’ confuso. Non ho mai neanche preso in considerazione la cosa. Cerco di immaginarlo, di pensare che davvero il mondo torni a vivere.


“Un bagno. In un fiume. Tanta acqua fresca e pulita sulla pelle. E poi asciugarmi al sole caldo”


Lei annuisce.


“La prima cosa che farò io sarà mangiare tantissima frutta. È la cosa che mi manca di più, sai? Tanta frutta dolce”


Sorrido.


“Io preferivo le patate fritte”


Si stringe nelle spalle.


“E io la doccia calda”


Rido. Sento un crampo ai muscoli del diaframma. Deve essere la fame. Ed il fatto che non ridevo da tanto, tanto tempo.


 


***


 


Non ne sono del tutto sorpreso, quando la ragazza si avvicina, mentre dormo, e solleva le coperte.


“Voglio venire con voi”, sussurra.


“Il viaggio è duro”, rispondo.


“Non mi importa. Verrò con voi”. Sento il suo braccio attorno al fianco. Mi distendo dalla posizione raggomitolata. Il suo calore fisico, per una volte, sembra in grado di allontanare il gelo notturno.


“Non lo troveremo”


“E se invece lo trovaste? Tu e il vecchio lo convincereste a suicidarsi e basta”


Rido. La bacio. E almeno per qualche minuto, mi sembra davvero che il mondo sia tornato quello di una volta.


 


***


 


“Ma che bene. Una comitiva di bambini, mi toccava”, commenta Suli, mentre ci lasciamo il villaggio alle spalle.


La ragazza si stringe nelle spalle, indicandomi.


“Sono un anno più vecchia di Alit”


“E lui almeno sa stare zitto”


Perfino il vecchio sembra più loquace del solito.


“Infatti. Dovrò pensarci io a convincere l’oracolo. Voi due cerchereste di spingerlo a salvare il mondo a gesti e grugniti”


La marcia sembra un po’ più leggera, ora. Riusciamo perfino a sprecare un po’ di fiato per scherzare.


Ogni volta che bacio Shelei, però, sento una fitta al cuore.


Perché adesso vorrei davvero che ci fosse un dopo. La nostra morte, e la fine del nostro mondo, ci porterà via qualcosa.


 


***


 


Troviamo un altro villaggio, qualche giorno dopo.


Nessun guardiano all’esterno, questa volta.


“Dalle nostre parti erano maniaci della sicurezza” commenta Shelei.


 Mi stringo nelle spalle. Almeno avremo un altro piatto di verdure. Meglio delle nostre strisce di carne secca.


Non ci sono barricate, questa volta. Solo le case sparpagliate in lamiera, gli orticelli e qualche piccolo canale di irrigazione.


Shelei si ferma all’improvviso, mi afferra il braccio. Ha gli occhi sgranati, apre la bocca, ma sembra incapace di gridare. Punta il braccio in avanti.


Guardo in quella direzione, verso il centro del paese.


Ho qualche difficoltà a capire cos’è la montagnola irregolare disposta attorno a un pozzo.


Corpi.


“Porca puttana. Attenti, ragazzi”, dice Suli, estraendo la pistola. Si avvicina ai cadaveri, con l’arma puntata in alto. Vicino a me, sento Shelei che respira affannosamente, le sue gambe tremano.


“Non c’è più nessuno”, commenta il vecchio, in tono neutro.


Mi avvicino, come attratto da qualche morbosa curiosità.


Una trentina di cadaveri, ammucchiati in modo sorprendentemente regolare, distesi a formare una piramide. Tutti sono stati sgozzati, qualcuno ha altre ferite coperte dal sangue secco.


“Ecco la ragione”, dice Suli, ancora in quel tono lontano, distaccato.


A terra, c’è una scritta sulla polvere. Una scritta tracciata col sangue, sangue che un qualche incantesimo tiene ancora fresco e di colore brillante.


“ORACOLO SALVA I TUOI SERVITORI”, dice la scritta.


Mi stacco da Shelei, spingendola da parte. Mi allontano. Cado in ginocchio, sento frammenti di vetro e cemento che mi graffiano le gambe. Mi piego e vomito, vomito tutto quel poco che ho nello stomaco. Anche se guardo nella direzione opposta, i volti senza vita sono perfettamente impressi nella mia mente, come una foto.


Forse l’Oracolo non vuole darci un’altra possibilità. Non ce la meritiamo.


Mi costringo a guardare la scritta. A imprimermi anche questa nella mente.


È la prima traccia di rosso vivo che vedo da mesi.


 


***


 


Parliamo poco, il giorno dopo. Io non sono riuscito a mangiare. Sento un blocco all’altezza dello stomaco.


Nel nome della salvezza. Li hanno uccisi tutti.


E dopotutto, avevano così tanto torto?


Forse l’oracolo vuole davvero questo. Sangue. E se invece si sbagliano, quella gente sarebbe morta comunque. Nel giro di pochi mesi.


Stringo i denti. Non voglio piangere. Non davanti a Shelei, che questa notte si è aggrappata a me come temendo di vedermi sparire. Non davanti al vecchio, che continua ad andare avanti, sempre avanti, senza dubbi e senza domande.


A est, iniziamo ad intravedere le colline. Profili grigio cupo all’orizzonte, ci metto un po’ a capire che non si tratta di nuvole particolarmente dense.


Distinguo anche la grande città alle pendici. Scheletri di grattacieli, come costole spezzate di qualche animale gigantesco. Colossali campi di macerie, crateri di bombe e incantesimi.


“Stiamo alla larga dalla città. I poveri cani lì dentro sono… gente nervosa”, commenta il vecchio.


Annuisco, senza rispondere. Il disinteresse che Shelei era riuscita a scacciare per un po’ sembra essere tornato. Penso che nella notte potrebbero venire i razziatori e ucciderci, come gli abitanti di quel paese. Non me ne importa poi tanto.


 


***


 


È quasi sera, quando vediamo il giardino.


Non riesco a crederci, all’inizio.


“Lo vedete anche voi?”, chiedo.


Shelei stringe gli occhi, i suoi begli occhi a mandorla. Ridacchia. La prima volta che ci riesce, dopo che abbiamo trovato i cadaveri.


“Sembra… un giardino. Un giardino in mezzo alle macerie”


Il vecchio si stringe nelle spalle.


“Non è un’allucinazione di voi bambini. C’è davvero”


Perfino sotto la luce grigio cupo della sera, l’erba sembra verde. Verde brillante, perfino. Ci sono fiori, c’è una casa di mattoni ordinati.


“Mi chiedo se sia un’illusione”


“No, non lo è”, risponde il vecchio. Ho imparato a fidarmi di lui, quando si tratta di magia.


“Pensate che sia pericoloso?”, chiedo.


Shelei si stringe nelle spalle.


“Se sì, ci sono posti peggiori dove morire”


Ci avviciniamo tutti, accelerando il passo. Ho il fiatone, e sono sudato, quando arrivo al limite del giardino. Appena mi fermo, sento l’aria fredda gelarmi le gocce di sudore sulla pelle. Rabbrividisco, cercando le forze per fare un passo oltre.


Davanti a me, le macerie finiscono all’improvviso. Si passa dalla polvere grigia all’erba verde, senza alcuna sfumatura.


Esitando, come temessi di vedere il terreno svanirmi sotto i piedi, faccio un altro passo avanti.


Le mie scarpe consunte si appoggiano sul terreno soffice e regolare.


Incredulo, faccio un altro passo.


Erba.


Mi inginocchio, tasto il terreno con le mani.


Erba soffice, fresca. Viva.


D’impulso, mi strappo le scarpe da ginnastica consunte, poi le fasce di tessuto in cui avvolgevo i piedi. Sotto i calli e le vesciche del gran camminare, ora sento l’erba. Chiudo gli occhi, e per un momento riesco davvero a credere che quando li riaprirò mi troverò in un mondo diverso, dove splende il sole e scorrono ancora i fiumi.


Mi ritrovo, invece, sotto lo stesso cielo grigio, con lo stesso tramonto pallido e incolore. Ma sotto di me c’è erba morbida, e mi rendo conto che varcata la linea invisibile del prato non ho più freddo. La temperatura è tiepida, piacevole.


“Alit! Alit! È fantastico! Questo posto è bellissimo!”, esclama Shelei. Anche lei si toglie le scarpe, salta, ride. Mi balza addosso, e mi getta per terra. Rido anche io.


“Fermi, voi due. Avete tutta la notte per questo. Ma prima scopriamo cos’è questo posto”, commenta Suli.


Mi rimetto in piedi, sorridendo. Mi sento di nuovo come a scuola, come un bambino che viene rimproverato da un insegnante, ma non si sente davvero in colpa.


La casa davanti a noi è come quelle del vecchio mondo. Mattoni rossi, una porta di legno, finestre di vetro. Ci sono disegni, appesi alle finestre. Disegni di carta colorata, sembrano fatti da bambini.


La porta si apre.


Ne esce una vecchia, sorridendo. Indossa una lunga veste azzurra, con ricamato lo stemma degli Stregoni. Dietro di lei, sciamano una dozzina di bambini curiosi.


Bambini.


Li guardo, incredulo. Fra i cinque e gli undici, dodici anni. Sembrano piccolissimi, fragili. Non credevo potessero sopravviverne, nel nostro mondo.


Guardo la loro pelle liscia, le loro mani assurdamente piccole e rosee. Sembra che tutto quello che è successo non li abbia toccato. Soltanto i loro occhi sono diversi, sottilmente diversi dai bambini come li conoscevo prima. Ma sorridono, tutti quanti. Ci indicano, parlottano fra loro, qualcuno fa il gesto di avvicinarsi.


“Non vogliamo fare male a nessuno”, annuncia subito Suli.


“Non che ci riuscireste, anche volendo”, risponde la vecchia. I suoi occhi sono azzurro chiarissimo, sembrano sbiaditi. Guarda il vecchio, poi Shelei, poi si sofferma su di me.


“Chiediamo ospitalità per la notte”, aggiungo io.


“Potete stare qui una notte. O tutto il tempo che volete”, risponde lei.


 


***


 


“E cos’altro avrei dovuto fare?”, chiede la donna, con un sorriso gentile.


Mi stringo nelle spalle.


“Non lo so. Ci sono i centri di ricostruzione. Le città della resistenza. Lei è probabilmente l’ultima degli stregoni! Potrebbe essere di grande aiuto!”


La donna scuote la testa.


“Tutti destinati al fallimento. Io capisco l’enormità di quello che abbiamo fatto. Ho fatto il possibile per fermare le cose, prima. Ma non abbastanza, a quanto pare. Ora il mondo è ferito a morte. Gli stessi flussi da cui traggo energia si esauriscono ogni giorno di più. Non ho più le forze di cercare bambini e richiamarli qui. Potrò tenere in vita questo rifugio al massimo per un anno. Poi moriremo. Come tutti gli altri”


“E allora perché va avanti? Crede anche lei nell’oracolo?”, chiede Shelei. Per la prima volta, sento una sfumatura acida nel suo tono.


La donna sorride.


“Io non credo. Io so. Ho collaborato al progetto Volontà Finale abbastanza a lungo da sapere che è reale”


Ho la sensazione che il cuore mi salti un battito.


“Ha lavorato per creare l’Oracolo?”


“Non l’Oracolo. Il suo potere, l’incantesimo Volontà Finale. Il potere di disfare il mondo, e ricrearlo a proprio piacimento. Il potere che non siamo riusciti a gestire o a trattenere, e che se n’è andato”


“Quindi le leggende danno la caccia a un incantesimo che non esiste più?”, chiede Suli. Sembra divertito.


La nostra ospite scuote la testa.


“No. La Volontà Finale non può essere distrutta. Come hanno detto le indiscrezioni, quelle che ora sono leggende… c’è un solo posto dove può avere trovato rifugio. Un essere umano. L’Oracolo, se volete”


“E questo Oracolo può davvero cambiare il mondo?”


“Sì. Nel momento in cui dovesse volerlo, volerlo sopra ogni altra cosa, l’Oracolo potrà utilizzare l’incantesimo Volontà Finale. E ridisegnare il mondo come lo desidera”


Rabbrividisco. Il tono tranquillo e pacato della donna contrasta con tutte le leggende e le profezie che ho sentito. All’improvviso, sembra tutto più reale.


“E allora perché non ha ancora agito? Cosa aspetta?”, chiedo.


Lei scuote la testa.


“Forse non vuole ridisegnare il mondo. Forse non sa come vuole ridisegnarlo. Forse gli importa troppo della propria vita. Forse non sa nemmeno di essere l’Oracolo. L’importante è cercarlo. Trovarlo, e implorarlo di fare ciò che deve”


Suli la guarda, stringendo gli occhi.


“Non mi sembra che tu stia sputando sangue per trovare questo Oracolo”


La donna si stringe nelle spalle, indicando la casa attorno a sé.


“Sono troppo vecchia per viaggiare, cercare e combattere. Sono troppo vecchia per convincere un essere onnipotente che davvero valga la pena salvarci tutti. Preferisco prendermi cura dei bambini abbandonati”


“E se l’Oracolo non venisse mai trovato? Che senso avrebbe tutto quello che sta facendo?”


La donna mi guarda. Sembra terribilmente divertita da quello che ho detto.


“E allora qualche dozzina di bambini avranno vissuto qualche mese in più, giocando sull’erba, anziché morire congelati in mezzo alla polvere. È così poco?”


 


***


 


Il pomeriggio successivo, i bambini si affollano attorno a noi, in giardino. Sembrano andare matti per Shelei. La circondano, la sfiorano con le loro manine, la tempestano di domande. Lei sorride, risponde, abbraccia. Io me ne sto volentieri in disparte, seduto sull’erba, a guardare.


Ho fatto una doccia, lavato gli stracci che indosso, mangiato come si deve. Il sole, una chiazza appena più chiara nel cielo sempre grigio, mi sembra un po’ più luminoso, oggi.


Me ne accorgo appena, quando Shelei si alza, fa spostare i bambini, prende due passi di rincorsa e fa la ruota. I suoi capelli, puliti per la prima volta da tempo, la seguono come una scia nera nell’aria.


Atterra perfettamente in piedi, sorridendo.


I bambini schiamazzano, qualcuno applaudisce, tanti tentano di imitarla, tanti cadono a terra. Lei li prende, uno per uno. Corregge la posizione delle mani, li sorregge mentre tentano l’esercizio.


“Vieni anche tu, Alit”, mi dice.


Rido.


“Non l’ho mai saputa fare. Mi spaccavo le ossa già con una capriola”


“Ragazzino vigliacco che non sei altro”, commenta Suli. Fa alcuni passi, depone lo zaino. Poi, con movimenti rigidi e veloci, fa una rozza capriola, ed atterra in ginocchio.


Lo guardo ad occhi sgranati, mentre si rialza e ride, la pelle tesa come cuoio sugli zigomi.


“Su, Alit. Manchi solo tu”, commenta la ragazza.


Mi tolgo le scarpe, sento di nuovo l’erba morbida sotto i piedi. Mi stringo nelle spalle. Faccio un paio di passi avanti, metto le mani a terra, come ho visto fare a lei, e cerco di gettare in alto le gambe. Mi sento immediatamente sbilanciato, tento di recuperare l’equilibrio, e mi trovo a cadere a terra di pancia, con l’aria che mi esce bruscamente dai polmoni.


Sento i bambini che scoppiano a ridere. Rido anch’io, sputando qualche filo d’erba. Faccio qualche passo indietro, cercando di defilarmi, ma Shelei mi afferra un polso.


“Adesso impari. Bambini, insegniamo anche a questo incapace a fare la ruota! Avanti, possiamo farcela!”


La ragazza mette le braccia a terra, fa una ruota, due, tre, e atterra ancora in piedi. Sorride, e mi fa il gesto di seguirla.


Provo anche io. Sento dozzine di piccole mani che mi spingono, mi sorreggono. So che cadrò.


Cado, sento in bocca il sapore di erba e terra. Mani che mi sollevano, risate. Mi gira un po’ la testa, sento Shelei che mi afferra i polsi, mi solleva. La afferro a mia volta, la faccio girare, e quando mollo finiamo entrambi a terra.


I bambini ridono, sento il mio respiro affannoso. Rido ancora.


 


***


 


Ci fermiamo di nuovo in mezzo al nulla. Nuovo sudore e nuova polvere hanno rapidamente cancellato gli effetti della doccia di ieri. Sopra di noi, il solito cielo plumbeo e privo di stelle.


L’oscurità, però, non è più totale. Le colline all’orizzonte luccicano, emettono una luce azzurrina fioca e tremula.


“Quella zona deve essere radioattiva da far spavento. Davvero dobbiamo passarci dentro?”


Suli sbuffa, avvicinando le mani al fuoco.


“Non proprio la zona luminosa. Ci terremo ai margini. Lì i miei poteri dovrebbero tenerci al riparo, tutti e tre”


Osservo il vecchio, l’espressione pensosa con cui guarda a est.


“Suli, tu non sei un mago da poco. Lascia perdere le balle, me ne sono accorto benissimo. Cosa sapevi dell’Oracolo, in realtà?”


Si stringe nelle spalle.


“Che devo trovarlo. È la missione della mia vita”


La sicurezza con cui risponde mi convince.


“E come lo sai?”


“Ero anche un veggente. Prima che la nebbia della guerra velasse anche il futuro. Sapevo che la mia missione era trovare l’oracolo. L’ho capito sempre più chiaramente, negli ultimi mesi prima del disastro. Ho saputo che dovevo andare a Est. E ho saputo che dovevo viaggiare con te”


Lo guardo, stupito.


“Che cosa? Sapevi? Perché non me l’hai detto prima?”


Si stringe nelle spalle.


“E se non l’avessi saputo? Se avessi solo trovato per caso un ragazzo ferito tra le macerie, mi sarei comportato diversamente? Le profezie hanno fatto abbastanza male, ragazzo. Più di quanto puoi credere”


“E che bisogno ci sarebbe di me?”


L’uomo non risponde. Rivolge lo sguardo verso le fiamme, e rimane in silenzio una decina di secondi, prima di parlare in tono lento, cauto, come se stesse scegliendo le parole una per una.


“Me lo sono chiesto molte volte. E ho sempre pensato che non fosse il caso di discuterne con te. Alla fine mi sono convinto che io dovrò trovare l’Oracolo, ma il compito di convincerlo a fare quello che deve spetta a te”


“Stai scherzando? Faccio già abbastanza fatica a convincere me stesso che valga la pena fare qualcosa. Shelei è sicuramente più adatta di me!”


La ragazza sorride.


“Magari servivi a questo. Eri l’esca per attirarmi”


La guardo. Il suo vestito rosso è impolverato, ma alla luce delle fiamme sembra coperto di sangue.


Almeno su di lei, sembra che io sia riuscito davvero ad avere un effetto positivo.


Improvvisamente mi si stringe lo stomaco.


Almeno su di lei.


Non è detto che l’Oracolo sappia di esserlo.


 


***


 


Di nuovo in marcia attraverso le pianure grigie. Ci lasciamo alle spalle le inquietanti macerie della città, ora camminiamo dove un tempo doveva esserci una foresta. Un tappeto di cenere alto venti centimetri rende difficoltoso ogni passo, qualche tronco scheletrico e annerito si alza ancora in mezzo al nulla. Non una sola foglia. Gli incendi, le radiazioni e i draghi hanno svolto bene il loro compito.


“Mi chiedo come faremo a riconoscere l’Oracolo, incontrandolo”, dico. Cerco di non pensare a Shelei, al sospetto che da ieri notti fluttua ai margini della mia coscienza.


Suli si stringe nelle spalle.


“Lo riconosceremo. Ne sono sicuro”


“Hai visto anche questo?”


“No. Ma se la mia missione è trovare l’oracolo, non sarà certo riconoscerlo, il problema”


Il suo tono esprime una certezza talmente incrollabile che non mi rassicura nemmeno per un secondo.


Shelei si stringe nelle spalle.


“Piuttosto, cosa sono quelli?”, chiede in tono curioso.


Mi schermo gli occhi con una mano. Nonostante il sole sia debole e velato, il suo riflesso sulla polvere chiara è sorprendentemente intenso.


“Non riesco a vedere bene. Comunque sono tanti. E… e penso che si avvicino”, dico, improvvisamente allarmato.


Suli tira subito fuori la pistola, e si guarda nervosamente attorno, alla ricerca di un rifugio.


“Non un cazzo di riparo nel raggio di chissà quanti chilometri”


“Via dalla loro strada”, propongo, avviandomi verso nord. Ma la visibilità di questa pianura è bassissima. Le figure emerse dalla polvere, realizzo ora, distano poche centinaia di metri. E sì, sono esseri umani. Tanti. Mi sembra di scorgere i profili di fucili e cartucciere.


“Forse faremmo meglio a correre”, propone Shelei.


“Meglio di no. Potrebbero decidere che siamo prede divertenti. Facendo così, magari ci ignorano e basta”, risponde Suli. Non sembra troppo preoccupato, mi rendo conto. Le sue visioni. Non riesce a concepire che qualcuno osi fermare la sua sacra missione.


Camminiamo per un po’ verso nord, di buon passo. Ma le figure nella polvere non svaniscono. Si fanno sempre più definite, sempre più vicine. Presto distano da noi poche dozzine di metri. E ancora non riesco a distinguerle chiaramente. Distinguo solo profili scuri, simili agli alberi scheletrici e alle occasionali macerie.


Se non per il fatto che sono armati.


“Cazzo. Ne abbiamo altri davanti!”, esclama Shelei.


Effettivamente, altre figure stanno emergendo dalla foschia, dritti di fronte a noi.


Mi guardo alle spalle. A sinistra. A destra. Figure ovunque.


“Cazzo. Siamo circondati”


“Dobbiamo uscire prima che si stringano. Andiamo avanti. E preparatevi a combattere”, ci esorta il vecchio.


Estraggo la pistola dallo zaino. Ha un aspetto malconcio e impolverato. Mi è terribilmente difficile credere che funzionerà davvero.


Quanto è forte la tua magia, Suli? Se sono ostili, temo che tutti dipenda da questo.


Mentre ci avviciniamo rapidamente agli uomini davanti a noi, finalmente li distinguo chiaramente. Sono effettivamente vestiti di nero, e non sembrano indossare stracci. Non completamente, almeno. L’uomo più vicino a me porta quella che sembra una corazza fatte di lame scure sul torace e sulle gambe. Sono scoperti solo il braccio sinistro, nudo, in cui tiene un lungo fucile automatico, e la testa. Ha pochi anni più di me, o almeno così sembra, ma è completamente calvo.


Guardo gli altri, mano a mano che si avvicinano. Tutti indossano le stesse corazze di lame nere. Alcuni hanno braccia scoperte, altri le gambe, qualcuno tutto il torso. Tutti imbracciano identici fucili d’assalto.


“Armature d’assalto militari, in discrete condizioni. Sono ex soldati, o hanno depredato i cadaveri di un reparto”, avverte Suli, a bassa voce.


Abbasso la mia pistola. Non riesco a immaginare cosa potrei fare, contro tutte quelle armi spianate. Uso il braccio libero per stringere le spalle di Shelei. Anche lei ha una pistola, una vecchia arma a tamburo che probabilmente le esploderà in faccia.


“Speriamo che non ce l’abbiano con noi”, sussurro. In quel momento, il ragazzo calvo arriva a pochi metri da noi, e si ferma. Sorride.


“Saluti, gente. Bella quella ragazza. Ce la date?”


Provo un’improvvisa ondata di panico e impotenza. So cosa vogliono. E so anche di non poterla proteggere.


“Non cerchiamo guai, ragazzo”, risponde Suli.


“Dateci la bruna, e non ne avrete. E magari anche quella pistola, vecchio”


Il mago guarda il giovane soldato.


Mi rendo conto con orrore che ci sta pensando.


Lo faresti, per la tua missione, vero?


Con una mano, stringo a me Shelei. Con l’altra, alzo lentamente la pistola. Puntandola verso il vecchio. Idiota. Accecato dalle tue visioni. Probabilmente è lei, il tuo Oracolo! E tu la consegneresti, per continuare a seguire le tue visioni!


Il vecchio apre la bocca, poi la richiude.


“Mi spiace”, dice.


Poi alza la pistola, con un movimento fulmineo, e spara sul volto al ragazzo.


Il sangue schizza dal volto del soldato, non fa in tempo nemmeno a imprecare, prima di cadere a terra, nella polvere.


Ci sono altri cinque dei loro, vicini. Tutti alzano i fucili, gridando.


Suli alza le braccia, ora sono coperte di fuoco nero, la polvere si solleva e viene soffiata via attorno a lui, come se il corpo del vecchio emettesse un vento fortissimo. Tende una mano verso l’assalitore più vicino, il fuoco si stacca dal suo palmo, vola nell’aria come una grossa perla, colpisce un soldato al petto. L’esplosione mi assorda per diversi secondi, il militare vola in aria, frammenti della corazza nera che saltano in tutte le direzioni, e il suo corpo cade a terra in due pezzi separati.


“Correte! Correte, via!”, grida Suli.


Per qualche istante sono pietrificato dall’orrore. Vedo i soldati sparare al mago, vedo i loro proiettili esplodere, inutili, contro il muro di fiamme nere che lo circonda. Poi Shelei mi strattona, e corro, corro maledicendo la cenere in cui affondano i miei piedi, implorando di andare più in fretta, di lasciarmi alle spalle i soldati.


Corriamo nella polvere, tengo il polso di Shelei stretto nella mano destra, sento il suo sudore e il suo battito accelerato. Corriamo più in fretta possibile, senza guardarci indietro, ma so che siamo terribilmente lenti.


Sento altri spari, altre grida. Poi un suono più intenso, come una fiammata colossale che dura pochi secondi.


E poi il silenzio.


“Cazzo. È morto. È morto!”, dico, cercando di recuperare aria. Non riesco a crederci. Non riesco a immaginare come possiamo proseguire, ora. Senza Suli non reggeremo più di pochi giorni.


Ma continuiamo a correre, perché non c’è altro da fare. Finché non sento una serie di spari in aria.


“Voi due! Fermatevi immediatamente, o vi uccido da qui! Fermatevi, ho detto!”


Io e Shelei ci guardiamo.


“Meglio morire”, dice lei.


Annuisco.


“Non ce la faccio”, mi limito a rispondere. Mi butto a terra, inginocchiato. Per vivere altri cinque minuti.


 


***


 


Ogni respiro mi causa dolore. Sputo saliva mista a sangue. Ho la sensazione che ci siano spine attorno ai miei polmoni, ogni boccata d’aria è una tortura.


Tento di alzarmi, anche solo in ginocchio, ma le gambe non me lo consentono. Non so quante ossa mi abbiano rotto. Il mio corpo è un dolore unico, diffuso. Vedo il sangue, il mio sangue nella polvere attorno a me.


Il dolore più forte è l’anello di fuoco attorno ai polsi, dove la carne gonfia e sanguinante sfrega con la corda. La corda che mi lega al palo, qui nel rifugio dei razziatori.


Shelei è al mio fianco. Non l’hanno toccata, non ancora. Si limita a guardare, con occhi spalancai e lacrime che scorrono lungo il viso, tutto quello che mi fanno.


E poi io dovrò guardare lei. E ora sì, vorrei soltanto morire, e mi odio per la vigliaccheria con cui mi sono inchinato.


Un giovane si avvicina. Sembra forte, in salute, più dei suoi compagni. Ho difficoltà a mettere a fuoco, il sangue mi vela l’occhio sinistro, ma colgo una vaga immagine di lineamenti squadrati, di un sorriso allegro.


Si siede vicino a me, sento il sibilo delle placche metalliche che scorrono le une sulle altra.


Mi poggia la mano guantata di metallo sulla spalla destra. Preme. Sento uno spasmo di dolore, ho la sensazione che scapola e clavicola siano completamente staccate dalle altre ossa.


Chiudo gli occhi, sento sfuggirmi un piagnucolio.


Il ragazzo ride.


“Non te la sei cavata male. Sei ancora vivo. Sei in salute, tutto sommato. Vuoi essere dei nostri?”


Me lo chiede in tono gentile, come un amico che mi offra qualcosa da bere.


Cerco di capire cosa vuole, di ragionare, ma ho l’impressione che la mia mente sia spezzata e sconnessa quanto il corpo.


“Bastardo. Se… anche... accettassi. Non vivrò… a lungo”, commento. Mi rendo conto che se anche non mi facessero altro, non arriverei vivo alla sera. Guardo Shelei. Avrei voluto più tempo con lei. Solo questo.


Si stringe nelle spalle.


“Abbiamo bravi maghi guaritori. Possiamo rimetterti in sesto. Ma solo se sei un tipo divertente. Se diventi dei nostri e poi non ti diverti, ti uccidiamo. Ma facendoti male. Molto più di così”, aggiunge in tono noncurante.


Per un istante penso di ridere, ma le fitte me lo impedirebbero. Anche solo parlare è una tortura. Forse è quello che vuole. Costringermi a farmi del male da solo, per i suoi discorsi vuoti.


Più male di così? Vuol dire che non è mai stato così.


Penso alla guarigione. Il dolore che se ne và. Essere di nuovo integro.


Poi guardo Shelei.


“Lasciatela… andare. Fatemi quello che volete”, imploro.


Il ragazzo ride. Aumenta la pressione sulla spalla, fino a che sento uno schiocco. Fitte in tutto il torace. Grido, ho la netta sensazione che un paio di costole si siano spezzate.


“Ma quanta nobiltà. Va bene, sei noioso, senza speranza. E allora guarderai mentre ci divertiamo con la tua amica. Sei proprio stupido, sai? Quest’inverno non rimarrà più nessuno. Che importa quello che facciamo?”


Sbuffo.


“Importa”, mi limito a dire.


Il ragazzo ride.


“Stupidi. Ipocriti. Anche adesso, anche dopo che abbiamo distrutto il mondo, continuate a dire che devo comportarmi bene. Per cosa? Per amore verso l’umanità? Come fai ad amare l’umanità? Ci siamo sempre odiati. E finalmente abbiamo ottenuto le armi per ammazzarci tutti quanti a vicenda. Non c’è niente da proteggere. Non c’è niente da salvare. Diventa dei nostri. Ci divertiremo di più. Non ha senso si preoccuparsi per qualcos’altro. Davvero”


Ci penso, per un istante.


Forse ha ragione. Sa il cielo quante volte ho pensato qualcosa di simile, negli ultimi mesi. Ma la mia conclusione era uccidere me stesso. Non tutti gli altri.


E perché non l’ho fatto, allora?


Guardo Shelei.


Per lei?


Forse.


Ripenso alla ruota, all’erba, ai bambini. A Suli, alla sua certezza assoluta di una rinascita. E alla sua scelta finale, di rinunciare a tutte le sue speranze, alla missione di una vita, per proteggere una ragazza qualunque.


Ripenso alla donna membro degli stregoni, convinta che valesse la pena, valesse davvero la pena, di lottare per dare qualche mese di vita in più a quei bambini.


Ripenso alla vecchia del paese di Shelei, morta per lasciare a noi la speranza di un mondo nuovo.


Sorrido. Non dev’essere una bella vista, mi sono saltati dei denti, e mi cola sangue dalla bocca. Ma all’improvviso il dolore è lontano. E sono davvero divertito.


“Non me ne importa niente di guarire. E neanche di vivere. Me ne importa di questo mondo. E anche di tutte le persone che ci sono sopra. Anche adesso”


Il ragazzo mi guarda, annoiato e infastidito, e inizia un cenno in direzione di Shelei.


Poi si blocca. Mi guarda, ad occhi sgranati.


E io mi rendo conto che non provo più dolore. Nemmeno un poco.


Con occhi che improvvisamente tornano a fuoco, guardo il mio corpo insanguinato. Scintille dorate mi avvolgono, danzano sulle ferite e le ossa rotte. Poi salgono, verso il cielo, in una colonna di luce sempre più alta.


Spezzo la corda senza alcuno sforzo, e mi alzo in piedi. Sento un calore, sempre più intenso, all’interno del mio corpo. Un calore che scaccia, finalmente, tutto il freddo di questo nuovo mondo.


E mi sento potente. Sempre più potente. Non ho più paura del soldato vicino a me, dei suoi compagni che puntano i fucili e sparano. I proiettili mi rimbalzano addosso, e io rido. Allargo le braccia, spezzate e sanguinolente, e vedo il potere scorrermi fra le mani, congiungerle con un arco d’oro.


Poi flutto al di sopra del mio corpo, sono dappertutto e vedo tutto. Vedo Shelei, la sua espressione incredula, e felice, felice, felice. I soldati sono confusi e sconvolti, mi sparano addosso proiettili e magia, nessun colpo raggiunge il mio corpo, e nessun colpo, comunque, potrebbe fare niente.


Perché, con improvvisa certezza, so di essere invincibile. La mia vista si allarga sempre di più, passo sopra campi di cenere e foreste carbonizzate, città in rovina e profughi nascosti nei loro rifugi sotterranei. Passo sopra gli accampamenti dei razziatori e i poveri paesi dei superstiti. Passo sopra uomini disperati che coltivano la terra, uomini rassegnati che rimangono immobili, senza fare nulla.


Passo sopra uomini che ridono, che scherzano in faccia alla fine del mondo. Passo su ragazzi che si baciano e fanno l’amore, passo per la casa della Strega, con i suoi bambini festanti, e ho l’impressione che mi riconosca, mi sorrida.


Poi mi estendo ancora. Sono sopra i continenti, tutti quanti. Vedo le ultime città di sopravvissuti, dove si tenta di organizzare una resistenza alla catastrofe. Vedo il poco che resta delle grandi foreste, vedo la superficie sporca e mora degli oceani. Poi percepisco l’aria ingombra di polveri, entro nella terra avvelenata da magia e radiazioni.


E decido di cambiare tutto questo.


Le mie mani, mani di potere puro, spazzano l’aria di questo pianeta, lacero il velo di polvere e foschia. Il sole, giallo e brillante come lo ricordavo, splende di nuovo su metà del mondo, e posso vedere i superstiti, uomini, donne e bambini, dal primo all’ultimo, che si sporgono a guardare, increduli, e puntano la mano.


Poi immergo le mani nella terra, in tutta la terra del mondo, le affondo in profondità, e il mio tocco cancella le radiazioni, la magia. Nell’emisfero avvolto dalla notte, si spengono le luci azzurrine della radioattività, e tornano a splendere soltanto la luna e le stelle.


 Prendo la polvere, e voglio che torni terra, solida e polvere. Poi cerco i semi dispersi nel vento delle piante che hanno dominato il mondo, e appena io lo voglio aumentano mille milioni di volte, e a un mio comando erba, cespugli e alberi sorgono sulla terra scura e fertile del nuovo mondo.


Rido, e so che la mia risata riecheggia su tutto il pianeta, che tutti gli esseri umani la sentiranno, e che Shelei capirà.


Tocco l’acqua, e cancello la sporcizia, i veleni e i relitti, lascio che gli oceani tornino a respirare, e li ripopolo delle loro alghe. A un mio gesto, si sgretolano le città, quel che resta dei grattacieli diventa soltanto polvere di metallo, e poi anche quella svanisce in tante scintille di luce dorata.


Prendo la magia, ne riallaccio i fili dispersi. Vita, morte, luce e buio. Gli elementi si riallineano, l’antico potere dell’umanità torna a scorrere come avrebbe dovuto essere per sempre.


Poi tocca agli animali. Raccolgo gli ultimi esemplari dispersi, riporto in vita cadaveri congelati e creo branchi attorno a loro. Sono ancora pochi, e me ne rendo conto. Ma hanno tanto, tanto tempo per ripopolare questo mondo.


Infine è il turno degli umani. Li tocco tutti, vittime e carnefici, li guarisco con un gesto, e se non posso fare nulla per la loro anima, lascio che almeno i loro corpi tornino a scoppiare di salute.


Guardo il mio lavoro, vedendolo da infiniti punti di vista, come un vero dio. È quello che doveva essere. Laghi, oceani, foreste, valli e montagne. Niente più città, ma verranno. Nel bene e nel male, verranno.


Per un istante mi chiedo se dovrei cambiare qualcosa. Cancellare la magia, tentare di annullare tutte le riserve di uranio. Eliminare gli idrocarburi e buona parte del metallo, sperando che questo mondo non raggiunga mai la tecnologia necessaria ad autodistruggersi.


Potrei farlo, me ne rendo conto.


Ma per quanto potente io sia in questo momento, se c’è una cosa che non posso cambiare la natura umana. Darò alla mia gente un’altra possibilità. Ma non cercherò di truccare i dadi. Do loro la possibilità di fare tutto ciò che vogliono, e poi sarà quel che sarà.


In tutto il mondo, vedo uomini che saltano e gridano di gioia. Vedo pianti di felicità e sorrisi estasiati.


Sono felice.


Vorrei solo avere il tempo io stesso per godermi qualcosa di tutto questo.


Ma ho fatto quel che dovevo. Ho lanciato l’Incantesimo Finale. E sento già il potere che mi sfugge fra le dita, il mondo mi sembra sempre più lontano, fioco.


Osservo il mio vecchio corpo, ma è svanito in una nube dorata. Lo sapevo, avrei dato la vita per questo incantesimo.


Mentre i miei pensieri si fanno sempre più lenti e confusi, mi aggrappo a tre immagini, le uniche tre che mi sembrano chiare e nitide, fino all’ultimo.


Il sole, che brilla con tutta la sua forza, che scalda questo mondo nuovo.


Le stelle. Che sì, sono belle come ricordavo.


E Shelei, che mentre guarda il sole, mentre osserva incredula la foresta cresciuta attorno a lei, capisce tutto. E versa sulla terra scura le prime lacrime del nuovo mondo.





      Bookmark and Share




Inserisci il codice mostrato sotto:
Nota: Puoi inserire una recensione, un voto o entrambi.

Voci nel Vento è online dal 30/05/2009. Le Storie, le Serie, le Fan Art, le Fan Fiction e tutto ciò che troverete, appartengono ai rispettivi autori. Qualsiasi utilizzo va concordato con loro. Il materiale presente nel sito non può essere riprodotto in nessuna forma senza il consenso del proprietario.
Nessuna storia è stata pubblicata con fini di lucro, né intende infrangere alcuna legge su diritti di pubblicazione e copyright.
Il sito declina ogni responsabilità sui contenuti presenti.

Spread Firefox Affiliate Button   Use OpenOffice.org