Abandoned City, ovvero La Regina della Città  Abbandonata di L_Vendect

Note sulla Storia
Adesso ho una nota da fare:
Tutto questo racconto, dalla prima all'ultima parolina che scriverò, dovessi sputare sangue, è dedicato alla persona più dolce che abbia mai conosciuto, alla mia piccola Twili *W*
Come si diceva? Ah sì, la vita fa schifo.
Ero stravaccata sul divano. Non c’era un cavolo in casa, niente.
Tanto per cambiare, il cielo era nuvoloso e nebbioso. Anche quello faceva piuttosto schifo. Infinitamente annoiata facevo zapping tra una sciocchezza e l’altra, leggendo brandelli di un thriller di cui ricordavo appena il titolo. Anche se avessi avuto problemi con gli affari scolastici, non mi sarei messa a farli in quel momento. L’orologio in salotto, di solito rumoroso, si era quietato. Per quanto fuori fosse freddo, la camera grigia sembrava chiudersi su di me, mi dava un senso di claustrofobia. Schifo.
Alla fine m’infilai gli stivali ed uscii, senza aspettarmi niente da quella giornata uggiosa. La strada era deserta, non passava neanche una macchina. Era un paese fantasma.
Diedi un calcio a una lattina, scoprendo che era ancora piena.
« Ma porca…» sbottai scuotendo il piede fradicio.
“ Potrei morire qua e nessuno se ne accorgerebbe!” pensai ironica. Il fatto che non fossi una ragazza camaleonte avvalorava la mia tesi di mondo morto. Mondo morto… faceva uno strano effetto pensarlo.
Abbandonai la via asfaltata finendo in aperta campagna, se campagna si poteva definire quella distesa di sassi ed erba. Ed era bella, talmente bella da togliere il fiato. Si protendeva sempre uguale, sterminata, fino al fiume vuoto; sugli argini era cresciuta un’erbetta soffice. Il letto, prosciugato da anni, era coperto di sassi grigi e lisci e da ghiaia. Anche lì alcune chiazze d’erba. Oltre il fiume in secca c’erano i vecchi stabilimenti industriali: un gioco di punte e camini che da lontano potevano apparire come le guglie di una cattedrale. Tecnicamente si poteva definire il nulla.
Le strutture che meglio avevano sopportato il peso degli anni, pur cadendo a pezzi, erano poche. Alcuni capannoni erano crollati, e di essi rimaneva solo uno scheletro di cemento e acciaio. Grossi fili dell’elettricità pendevano dai tralicci; uno di essi, probabilmente abbattuto da un fulmine, erano crollato su un edificio vicino. Tutto il complesso era talmente grande da rendermi impossibile esplorarlo a fondo.
Benvenuti nel mio regno.
La luce attraversava la coltre di nubi appena sopra l’orizzonte, conferendo al cielo un aspetto giallastro e malaticcio. Sopra la mia testa il muro oramai sfilacciato di nuvole era diventato verdastro o quasi nero. Minaccioso sì, ma bello. Molto meglio di quel grigio freddo che rasentava l’apatia.
Con le dita intirizzite dal freddo spinsi il cancello malandato e rovinato dagli anni. La mia prima tappa era la torre per le comunicazioni (ovviamente ce n’era un’altra più moderna, vicina al paese). Una struttura enorme, alta almeno venti metri, rosa dalla pioggia, come tutto lì intorno, come me. L’inno perfetto al mio romanticismo piuttosto gotico e vuoto. Un romanticismo nato da un cinismo cattivo e un disperato bisogno di loro.
Attenta agli scalini cedevoli, misi un piede sulla scala ferrosa.
« Danse mon Esmeralda, chante mon Esmeralda, laissez moi partir avec toi…» canticchiai; era il modo più semplice per combattere la nausea da vertigini.
Sentii una piccola fitta alla gamba, e feci una smorfia. Ripensai a Quasimodo, illuminato dai faretti rosso sangue, che prometteva all’amata un riposo eterno assieme a lui.
Salire. Salire. Salire. Salire.
Rimasi imbambolata, seduta sul bordo della botola, le gambe a penzoloni nel vuoto.
Tenendo una mano contro il corpo della torre, le girai intorno. Allargai le braccia, i palmi rivolti verso l’alto come un regnante benevolo. Lanciai il mio muto saluto alla città Abbandonata, dove le ciminiere sono le torri e le guglie delle cattedrali sono solo tralicci.
La vita fa sempre schifo.
Alzai la testa, beccandomi una goccia nell’occhio. Scivolò giù come una lacrima mai versata e altre sorelle la seguirono, rimbalzando sul metallo come proiettili. “ Cavoli”.
Di rimanere lì neanche se ne parlava: la città Abbandonata non era fatta per viverci. Assolutamente. Decisa, feci dietrofront e mi allontanai dalle fabbriche. Chiusi con cura il cancello, guadai il fiume e tornai nelle distese vuote della campagna.
Loro erano scappati, avviluppati nelle ombre della notte. E io ero rimasta sola.
« Dicevi sul serio?» Quella voce antica, misteriosa e familiare, danzò a lungo in me.
« Mangez mon corps, buvez mon sang, vautours de Montfaucon…» Un verso perfetto.
Da ballare.
Guardavo in su, respirando piano. Mi immaginavo la voce di mia madre: « Dove sei stata? Eravamo in pensiero per te!» Quando mai? A malincuore, mi rialzai.
« Eccomi, sono qua… sono la Regina dell’Abbandonata città» canticchiai.
Passai davanti alla casa di Rubens, ma non guardai neppure dentro. Non ci parlavamo più da mesi, nonostante i miei tentativi di contattarlo. Aveva fatto vacue promesse svanite come sabbia al vento. Peggio per lui: non capita tutti i giorni d’incontrare una Regina. Come mi aspettavo, mia madre era già tornata; guardava fuori dalla finestra, aspettando il mio arrivo.
« Era anche ora che tornassi! Come è andata oggi?»
Sospirai. « Bene, come al solito»
Lei annuì, evidentemente soddisfatta, e tornò a preparare la cena. Il mio stomaco si contrasse per la fame. Sorrisi gentilmente e le diedi una mano.


Suonavo il pianoforte, una volta. Provarci ancora è un’abitudine che non ho mai perso. Quella mattina mi aveva colto il desiderio di salire nella soffitta polverosa a suonare un po’. La luce del sole illuminava i granelli fluttuanti di polvere, e dipingeva l’abbaino di color crema. Andavo a orecchio, già da tempo avevo compreso di non avere talento per il comporre. Pigiavo quei quattro tasti, inframmezzati da lunghe e brevi pause che davano all’intera composizione un che di malinconico. Io non ero mai triste. Forse arrendevole, delusa, incazzata con il mondo, ma mai triste. Quella musica era solo l’eco frusciante di un sentimento più atroce. L’odio. Mi era impossibile allontanarlo, in qualunque modo avessi provato. Ogni nota si trasformava in fugaci fotogrammi. Una donna impiccata, vestita di quella stessa luce. Una ragazza seduta a guardare il vuoto lasciato dalle sue pistole. Qualche ciocca di capelli che scivola da dietro le orecchie. Non pensare al futuro. Un vetro che si infrange. I miei piedi si contorsero sul pavimento gelato.
« Se soffierò sulle mie mani, farò apparire un’opera d’arte?» risi a mezza voce. L’ultima nota si spense con un tremolio nell’aria.
Daccapo.
Era troppo… stentata per assomigliare ad una ninnananna, anche se l’intento iniziale era quello. Quattro note. Mi stufai, e lasciai stare. Che mi era preso? Un impulso romantico del genere non lo avevo mai provato. Gettai un’occhiata fuori dalla finestra, neanche attendessi chissà che. In quel mentre il telefono cominciò a squillare.
Scesi le scale di corsa e risposi con il fiatone.
« Pronto?»
« Buongiorno, sono Clara. Volevamo sottoporla ad un piccolo sondaggio…»
« Mi dispiace, non ho tempo.»
Ed era la verità.
Con più tranquillità, rifeci il percorso inverso. Però, seduta davanti al piccolo pianoforte della mia infanzia, riflettei. Mi sentivo una di quelle eroine tutto cuore e lacrime, dal visetto puro come un angelo, che stringevo appassionatamente gli aitanti eroi tra le fragili braccia. La semplice verità era che mi ero svegliata svuotata. Avevo bisogno di un po’ d’aria fresca. Elettrizzata, balzai in piedi, quasi all’attenti, e per la seconda volta mi fiondai giù per le scale, abbandonando la poesia infantile dell’amore classico.
Mi truccai un po’, giusto quanto bastava per apparire serena e sicura di me. Un velo di lucidalabbra color pesca, un filo di matita blu. Mi pettinai lentamente, districando con cura ogni singolo nodo, trattai i miei capelli come fili di seta dall’immenso valore. Davanti allo specchio ero la Regina Cattiva di Biancaneve, orgogliosa e crudele. Appena schivavo il mio stesso sguardo ero soltanto un essere umano, e mi sarebbe anche andato bene, se non fossi stata una foglia in balia del vento e dell’acqua, sospesa tra sferzate gelide e soavi carezze. Quella mattina io non mi trovavo più. Chiusi lentamente la porta alle mie spalle e m’incamminai, nella strada vuota.
Il tempo non era assolutamente migliorato durante la notte, anzi, l’asfalto era umido e alcune pozzanghere riflettevano il cielo grigio. Chiusi la zip del giubbotto e mi affrettai a infilarmi in un vicolo vuoto. Mi chinai e spostai un bidone, svelando un passaggio rotondo. Mi ci infilai e sbucai, i capelli coperti di ragnatele, dall’altra parte del muro. Armata di un frammento di specchio, mi ripulii diligentemente. Ributtai il vetro per terra. Allungai il passo fino a correre, quasi.
« Aspetta!» Troppo tardi. M’irrigidii un attimo, poi ricominciai a camminare come niente fosse, fingendo di star solo facendo una passeggiata. Il richiamo si ripetè un paio di volte, sempre più flebile; o almeno, così parve alle mie orecchie. Dopo poco l’unico suono fu quello dei sassi sotto le mie scarpe. Ad un certo punto mi fermai: ero nel bel mezzo del letto prosciugato del fiume. Qualcosa non andava. Mi guardai intorno alla ricerca di qualcosa, un pericolo, ma non c’era niente. Atterrita, mi sentii allo scoperto, e corsi via. Risalii di corsa l’altro argine, aiutandomi con le mani. Rimasi senza fiato. “ Il cancello…non è possibile”. Non riuscii a muovermi per andare a controllare; il cancello era aperto. Io lo chiudevo sempre. Fin da dove mi trovavo, vedevo il metallo riflettere debolmente la luce del sole, teso verso l’interno della Città.
Raccolsi una provvidenziale pietra dai bordi frastagliati per usarla come arma, anche se sarebbe stata inutile contro più avversari. In quel momento sembrava che ogni passo che facevo risuonasse in maniera innaturale.
Deglutii e mi avvicinai ancora, fino a fermarmi davanti al cancello. Strinsi la pietra, tagliandomi i polpastrelli. C’era dell’altro, in quella posizione. Una mano incerta aveva tracciato tre parole nel terreno duro. Decifrai a fatica ciò che era stato scritto.
Lui ti ama.
Intorno, sembrava avessero spruzzato qualcosa. Con un moto di disgusto, mi accorsi che era sangue. “ Potrebbe essere sangue di animale” feci un passo indietro “no, è impossibile. Ma non può essere neppure umano, altrimenti significherebbe che qui è passato un assassino. Ha visto che vengo qui e mi vuole condurre in una trappola, probabilmente.”
« Devo andarmene di qui» feci quasi una piroetta e cominciai a correre con quanta forza avevo nelle gambe, ignorando l’idea di aver lasciato laggiù qualcuno prossimo alla morte. Vidi, limpido come una fotografia, il volto irrigidito e immobile di un cadavere accasciato nella polvere. Mi sfuggì un lamento, ma non mi fermai.
Forse, alla fine, erano solo affari suoi.




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