Proteziocrazia di Amelie

Note sulla Storia
Per vostra sfortuna la mia testolina continua a sfornare idee malsane anche di notte ed ora vi tocca anche questa nuova storiella.
Eh sì, galeotto fu quel sogno, o quel frammento di sogno che dir si voglia ;-D
Per la gioia (?) di qualcuno il personaggio principale è una donzella e la narrazione, per forza di cose, è in terza persona.
È un esperimento dunque, e per ora lo trovate solo qui. Se poi non dovesse proprio fare schifo, e se voi mi date l’ok, lo posterò anche sui Messaggeri.
Fatemi sapere che cosa ne pensate, grazie ;)
Buona lettura!
Note dell'Autore sul Capitolo
Lo trovate anche qui: http://un23prova.altervista.org/racconti/amelie/proteziocrazia/cap_1.html
1
Sicuro meriggio



Lasciato l’agro familiare, era tutta pianura quella che le si prospettava, o quasi.
Mo’ Liz si era raccomandata che seguisse il sentiero, che - per il meriggio! - non si fosse persa in fantasticherie. Dritta sui suoi passi, sempre dritta sulla via per il perimetro di studio.
Ed era quello che Annie faceva tutti i giorni e faceva meglio, ma il soffice velo sabbioso in cui affondavano i suoi piedi e i grani d’erba che dispettosi le solleticavano le caviglie erano una distrazione ben più corposa di quanto Mo’ Liz avrebbe anche solo potuto immaginare.
Era pieno pomeriggio, quasi tardo, e il sole premeva caldo e più brillante sulle sue palpebre, gli occhi muschiati spalancati d’improvviso su un mondo che aveva solo iniziato a conoscere.
Contando i passi, Annie proseguiva sul ciglio del sentiero sollevando nuvolette color vaniglia, chiare come il sole, tiepide sotto i suoi raggi.
Ogni tanto si fermava, affondando con le palme delle ciabatte estive nelle sue stesse orme. Doveva essere sicura che al ritorno, il mattino seguente, le avrebbe ritrovate a piedi nudi sul terriccio fresco di nottata. Un po’ come una favola che le aveva raccontato Mo’ Liz, solo che parlava di briciole di pane; non un metodo molto sicuro.
Mo’ Liz si era raccomandata tanto di non sporcarsi, ma la cara balia non aveva provato, e neppure Annie gliel’augurava, che cosa significava vedere il mondo sfocato, in filigrana, perso sotto strati e strati di semi-cecità. Guardava con gli occhi della mente Annie e si orientava con gli altri sensi.
Il peso dei quaderni di Cura e Genealogia su una spalla e contro il fianco, la ragazza proseguiva. Nessuno passava mai di lì, tanto che il sentiero risultava assente persino sulla planimetria cartacea dell’agro. I visitatori ufficiali ed i protettori arrivavano al perimetro Copelle per le strade battute ed i ponti sulle pozze.
Canticchiando a bocca chiusa, Annie teneva d’occhio il graduale cambiamento di luce, più lineare, più spesso, il vento più freddo e brusco tra i capelli corvini. Seppe d’aver raggiunto la strada battuta quando il terreno si fece più solido e terroso.
Le mani tese di fronte a sé, mosse qualche cauto passo sulla destra. Sollevando il capo avvertiva ancora l’arancio del tramonto, ma davanti il cielo era ombroso, chiazzato a tratti da nuvoloni che disegnavano zone d’ombra come stagni sporchi sul suo già precario piano visivo, crepe di luce tutt’attorno.
Il suo era uno sguardo a metà strada tra gli occhi e la mente, non un vero e proprio punto di vista, ma era l’unico che aveva.
Tentò, come faceva spesso, di mettere a fuoco, di unire e colorare le sezioni di filigrana che i suoi occhi le rimandavano, ma il solito capogiro d’avvertimento la costrinse a desistere. Sospirò.
Da che si ricordasse era sempre stato così il suo mondo, la sua vista. Una cosa congenita, qualcosa accaduto quando era ancora piccola o forse prima; e tuttavia aveva imparato a conviverci. Quella meta-vista era ciò che più le permetteva di capire di che materia erano fatti i sogni. Sapeva di doverla prendere in quel modo, o altrimenti sarebbe impazzita.
Ogni tanto le pareva di scorgere se stessa in quel mondo color panna e latte, ma aveva bisogno di uno specchio o di fissarsi negli occhi altrui. Era l’unico modo che aveva per vedersi, per capire cosa le altre persone vedessero di lei. Sul come ci stava ancora lavorando.
E poi Annie aveva gli altri: Mo’ Liz, tanto per iniziare, e Fa’ Tuc che aveva fatto della balia la sua sposa e protetta. E poi c’era Copal Bes, la curatrice dell’agro ed i suoi protettori, e i protettori dei protettori e così via discorrendo.
Annie, nonostante la semi-evanescenza in cui viveva, aveva imparato a riconoscerli e ad attribuire loro certe caratteristiche, certi colori. Mo’ Liz, per esempio, era rosa: calda ed avvolgente come una coperta e, talvolta, appiccicosa come zucchero filato; era la persona più vicina ad una madre che lei potesse avere. Fa’ Tuc era ardesia: schivo e burbero, sfumato d’azzurro a tratti.
Copal Bes, invece, non aveva un colore definito nel suo immaginario, non le aveva ancora dato modo di scoprirlo. Si faceva viva talmente di rado che Annie aveva iniziato a domandarsi se non fosse un bene. Per disinteressarsi così del suo agro familiare non doveva essere una persona molto cordiale. Quando pensava a lei, difficilmente riusciva, come con gli altri, a restare più di qualche istante concentrata sulla sua immagine. Le sembrava ogni giorno un po’ più lontana e forse c’era qualcosa in atto che lei non aveva ancora voluto riconoscere.
L’agro, per quanto scorbutica potesse essere, aveva bisogno di Copal Bes, della sua cura. Senza di lei, e con legami di protettorato periferici quali erano quelli di Ma’ e Fa’ nei suoi confronti, la sicurezza del casato non sarebbe durata a lungo.
Annie era scoperta su più fronti, lo sapevano tutti e anche lei ne era consapevole. Era troppo giovane, troppo poco intraprendente o troppo femmina per essere curatrice di qualcosa o qualcuno. La proteziocrazia non aspettava altro che coglierla alla sprovvista, di fare dell’agro e di lei il suo personale protettorato, uno scalino più vicini all’Indipendente, il governatore Indi Ra.
Eppure Annie non si abbatteva e cercava di curarsi il meno possibile del sistema in cui era costretta a vivere. Il protettorato su altri era una condizione di fatto ma se non lo si rispettava, –per scelta o per forza di cose – Agrasi aveva comunque uno spazio, seppur ridotto, per tutti. Bisognava soltanto restare a galla.
A lei piaceva il suo angolino. Sapeva di non essere sola, e di non esserlo neppure nella sua condizione di protetta e non protettrice. Era insieme a persone che amava e che facevano del loro meglio per restituirle amore. Aveva tutto un universo in bianco e nero su cui concentrarsi. E poi c’era lui, Copal Neesh, e tanto le bastava.
Si fermò a quello che sapeva essere l’imbocco della prima, unica e più frequente delle sue deviazioni sulla strada per il perimetro di studio. Una curva piuttosto brusca spezzava il colle da cui era arrivata e quella nuova salita.
Tastò distrattamente con il dorso del sandalo l’orlo del basso fosso laterale, ascoltando il frinire di insetti sullo sfondo, poi s’incamminò contando i ciottoli squadrati e talvolta mal assestati che la separavano dalla casa.
Fin da metà del suo tragitto, la giovane aveva avuto come l’impressione che qualcuno la stesse seguendo. Qualcuno o qualcosa, per quanto poteva saperne, ma non si era fermata ad indagare.
Il tramonto non si era ancora consumato del tutto, e finché ci fosse stata luce niente avrebbe potuto ferirla. Certo, però, l’era sembrato strano che un colore diverso da quelli conosciuti si fosse potuto mettere sulle sue tracce.
Di solito si accorgeva se l’avvolgente rosa di Mo’ Liz la seguiva e spiava per assicurarsi che non le accadesse nulla, ma questa volta c’era qualcos’altro. Era anche un profumo: un po’ pungente ma fragrante, come pagliericcio o erba appena tagliata. Soffuso a tratti grazie alla brezza serale, discreto, ma vicino.
Si fermò nell’accorgersi dell’uguale scricchiolio di pietre e cocci in risposta al suo, come un’eco, ma non c’era eco nell’agro di Copal Neesh.
“Povera Eco, snobbata persino dal poco narcisistico Napa”, aveva detto una volta Neesh, raccontandole poi quella triste storia.
Avrebbe tanto voluto sentire il rimando della sua voce: aveva come la sensazione che in quell’angolo di Agrasi sarebbe stato più puro, più reale e vivido ai suoi occhi, restituendole anche il tassello mancante della sua figura. Ma la voce che parlò in quel momento non apparteneva certo a Copal Neesh, né a Napa, né – tanto meno – era un rimbombo.
-Siete pallida, Copelle Annie- La mano che sfiorò la sua era calda, liscia. La ragazza si ritrasse garbatamente, gli occhi verdi nuovamente spalancati alla ricerca di una sagoma.
-State bene?-
-Sempre stata pallida-, non del tutto una menzogna, ma sentiva già il battito del proprio cuore farsi più pressante. Doveva sbrigarsi a raggiungere la protezione della casa poco più sù. Eppure, il volto che si stava delineando nella sua testa le piaceva e non le trasmetteva alcun pericolo. Era un giovane uomo, i lunghi capelli chiari raccolti dietro la nuca, una sincera apprensione sul volto ovale.
Era impressionante come le apparve vivido, seppure privo di colori definiti. Avrebbe voluto avere più tempo, più coraggio e meno debiti nei confronti di Copal Neesh, ma lui si sarebbe dispiaciuto di quell’incontro, tanto più sul suo agro.
Doveva andarsene. Fece un breve inchino, risultando un po’ goffa nei pantaloni alle ginocchia, poi accelerò il passo.
-Riguardatevi!- Fu la ferma preghiera dello sconosciuto, ma mentre raggiungeva già la pozza e superava l’orticello antistante la vecchia cascina seppe che colore attribuirgli.
Non ebbe neppure bisogno di allungare il braccio alla ricerca dello spesso batti-mano. Il rapido scatto di cardini ben oliati e gli odori antichi della piccola tenuta l’avvolsero, accompagnati da uno schiocco appena percettibile tra lingua e denti.
Una massiccia ombra, alta e più grande di lei, oscurò per un istante l’angolo in cui aspettava, confermandole la presenza di Napa.
-Sicuro meriggio, Copelle Annie-, salutò rapidamente l’uomo.
-E certamene lo è-, rispose la giovane con allegria non appena quel nuovo profumo ebbe lasciato le sue narici per quello pungente e resinoso dell’edera che ricopriva la casa. Lo sconosciuto se n’era andato, valutò un po’ delusa.
Nel frattempo, Napa, il protettore indipendente di Copal Neesh, si era già allontanato giù per il sentiero, i sensi allerta ed una furtività nei movimenti che difficilmente un altro uomo della sua stessa stazza avrebbe saputo imitare.
Annie si morse la lingua, preoccupata. Avrebbe dovuto pensare che un così improvviso cambio d’umore da parte sua avrebbe insospettito il guardiano.
-Come sempre! Era come sempre la risposta, maledizione!-, si rimproverò amareggiata. Una ventata d’aria fredda le scompigliò i capelli, portando con sé l’inconfondibile odore della pioggia.
-Una mia influenza fuori stagione non faciliterà certo il tuo compito, Agantal Napa, bada bene!- Giunse dall’interno la voce profonda, ma sempre un po’ puerile che conosceva bene ed amava.
Entrò, sapendo di avere alle spalle la massiccia guardia del corpo, il capo rasato e gli occhi color caramello. Quello era il colore di Napa, lo stesso della perenne abbronzatura.
-Chiudi la porta, Napa- La ragazza mosse alcuni quieti passi avanti, fermandosi di fronte alla poltrona su cui era sdraiato il giovane. Neesh stava sfogliando un libro o un quaderno, ne aveva il profumo.
-La porta!- Ingiunse ancora, senza apparentemente muoversi. Annie cercò la sua sagoma famigliare sul piano sbiadito, accostandosi con circospezione al tavolo dietro di sé nel sentire un’improvvisa debolezza.
Neesh stava lì, il capo chino sulle sue fiabe, la barba di qualche giorno sul viso spigoloso.
-Copal Neesh?- Chiamò.
Un secco schiocco, frusciare lamentoso di vecchia rilegatura; -Porta!-, tuonò il giovane uomo, con voce un po’ strozzata. Annie sussultò, portandosi una mano al cuore. Solo allora lui sollevò lo sguardo.
-È chiusa, Agantelle Neesh- Rispose Napa con qualche istante di ritardo e molta calma, poi si allontanò, lasciandoli soli.
Annie gli si sedette a fianco, cercando le sue mani tentoni, le strinse, portandosele poi al viso, sulla guancia. –È chiusa-, confermò con tono sommesso, il battito cardiaco che iniziava a regolarizzarsi.
-Annie…-, commentò lui, un’ombra di confusione negli occhi grigi. La ragazza non era ancora riuscita a capire se lo erano realmente o se quello fosse il colore mancante alla sua figura.
-Il tramonto è passato da un po’. Dovresti essere già a scuola!- Neesh si alzò, riponendo il libro in una nicchia tra i mattoni.
-E voi dovreste aver barricato l’ingresso, Copal-, ribatté lei, aspettando in un angolo a braccia conserte. Faceva freddo in quella stanza della casa nonostante fosse inizio estate, forse perché era la più vicina alle cantine. Ad ogni modo sapeva che niente era più gelido di una notte di pioggia ad Agrasi, e sembrava proprio, da quanto aveva potuto percepire, che si prospettasse qualcosa di simile.
-Era barricato, Annie. Niente paternale, non è giornata!-, il giovane, punto sul vivo, continuò a raccogliere le sue cose senza guardarla.
-Come sempre- Mormorò Annie, sospirando. Lui fece finta di non aver sentito, proseguì, frugando in giro.
-Che strano…Avrei giurato che era qui da qualche parte…-, commentò poi.
-Cosa?-
-Il mio documento di protettorato, Anniè!- La ragazza spalancò la bocca per protestare, ma Neesh non la lasciò intervenire: -Dove è attestato chi protegge chi…Non ne sono sicuro, ma mi pare di ricordare che non ci fosse scritto che Copelle Annie fosse l’Agantal di Agantelle Neesh…-
-Siete di buon umore, vedo-
-Lo sarei di più se ogni volta non mi invecchiassi di qualche decade con quel maled…- Si bloccò a metà frase. Annie avvertì il suo sguardo addosso, senza vederlo. Cercò di darsi un contegno -…Aspetta, e tu invece? Sei di buon umore?- Le si avvicinò per meglio studiare la sua espressione.
-Che cosa è successo?- Domandò il ragazzo.
La giovane fece spallucce, cercando di mostrarsi indifferente. Neesh le posò una mano calda sulla fronte, come per misurarle la temperatura, poi la ritrasse, sfregandola con l’altra e soffiandovi sopra: -Anemica come sempre, direi…-
Annie cercò di ritrarsi, ma non ne ebbe il modo. Poi, quando stava per sbottare, intervenne il massiccio Napa, fermandosi discretamente sulla soglia: -Copelle Annie è stata seguita-, riferì scrupoloso.
La ragazza strinse i pugni, contrariata: rovinata da quelle cinque parole. Non riusciva a mettere a fuoco l’espressione del suo protettore, ma poteva facilmente immaginarla.
-Era un giovane molto gentile!-, precisò, prima che potessero porle domande scomode. Avverti il sommesso frusciare di passi sulla pietra, il rinnovato moto del giovane.
-Ah, ah, e scommetto che è color pagliericcio: fragrante come il grano, profumato come l’erba appena tagliata…Dei! Sembra la promozione della pasta sfoglia!-
La ragazza fece un brusco passo avanti cercando di seguire la sagoma in penombra, ma lo sforzo, come sempre, non rimase impunito. Un brivido freddo le ghiacciò il sangue nelle vene – il poco che vi scorreva -, poi dovette reggersi alla parete per non crollare.
-Annie- Neesh tornò sui suoi passi, reggendola per un braccio. Lei rifiutò l’aiuto e si appiattì ancor più in un angolo. Le capitava spesso, data la sua malattia, ma aveva fatto una trasfusione in giornata, perché quella debolezza?
-Era prestante, biondo, premuroso…-, aggiunse, chiudendo gli occhi anche sulla filigrana sbiadita che la circondava.
-E con che occhi l’avresti visto, mia cara?- Il tono del giovane non era più sarcastico, solo pratico. Annie sapeva che Neesh spesso non si rendeva conto di quanto fuori luogo potevano apparire certe sue affermazioni, ormai quella era la regola. Ma nonostante questo, le fece male.
-Si è preoccupato per il mio stato di salute!- Esclamò, convinta di fare segno, ma quando l’altro rispose c’era solo ragionevolezza ed un pizzico d’apprensione: -E non ti sei chiesta perché?-
La ragazza ci pensò sù, isolando anche quella volta le palpitazioni causate dall’improvviso cambio d’umore. Presto fu in grado di scostarsi dalla parete fredda.
-Certo-, mormorò un po’ avvilita. Recuperò poi la sua borsa, imbarazzata e dispiaciuta della lite. Amava Copal Neesh più di quanto lui sembrasse comprendere, ma sapeva essere davvero irritante.
Il giovane, forse impietosito dalla sua espressione, o semplicemente desideroso di chiudere in egocentrismo, le si avvicinò dandole un bacio sulla fronte con fare condiscendente:
-Non prendertela, Copelle Annie, non è colpa tua. È il sistema, la proteziocrazia. Se non fosse perché ho già i miei bei problemi a badare a me stesso, forse tenterei anceh io l’arrampicata sociale.-
Annie scosse il capo, incredula, i capelli neri appuntati dietro le orecchie.
-Ora che Copal Bes è presumibilmente morta…-
A quelle parole, Annie si rivoltò violentemente, allontanandolo con forza.
-Che cosa orrenda da dire! Siete crudele!-
Lo cercò, ignorando le vertigini ed il pulsare sordo delle tempie. Le braccia alzate in segno di resa, sembrava comunque sorpreso della sua reazione. Sapeva che cosa poteva significare una cosa simile sul piano politico-sociale del casato Copelle, come poteva dire certe cose?!
-Suvvia, è la curatrice del tuo casato e lo lascia allo sbaraglio! Non scordare, Annie, che io sono il tuo protettore, non posso niente per l’agro. –
La giovane continuò a scuotere il capo, portandosi le mani alle orecchie per tagliare fuori quella cattiveria.
-Non la conosci neppure!- Esclamò Neesh perdendo la pazienza.
-Ma avrei potuto…- Sussurrò lei, cercando di fermare le lacrime. Il giovane si era fermato e la stava studiando, il respiro regolare e vicino. Sbuffò sommessamente riscaldando l’aria di fronte al volto di Annie.
-Vai a scuola -, consigliò lui spiccio, mentre i suoi passi già si amplificavano nell’ampio spazio vuoto d’ingresso. Il chiavistello del portone cigolò lamentoso.
-Piangere per una persona che si disinteressa completamente del suo agro senza neppure averla mai vista è fuori da ogni grazia divina! Non è reale!-
-Sta per piovere…- Pigolò Annie in risposta, cercando il fazzoletto in una tasca della giacchetta color cachi. Aspettò, ma Neesh non aggiunse altro ne si mosse. La ragazza tremava violentemente perché sapeva che a risolvere la situazione sarebbe dovuta essere lei. Napa, anche volendo, aveva già un protetto ed era lui che doveva favorire.
-Neesh, ti prego…-, implorò, cercando tutta la ragionevolezza che ancora riuscì a trovare. Ormai era troppo tardi per uscire, ed era colpa sua, lo sapeva, non avrebbe dovuto deviare dalla via per il perimetro di studio. Ma non voleva, non voleva assolutamente trovarsi sola nella notte di Agrasi, non dopo lo sconvolgimento di cent’anni prima.
-Sono due gocce, non ti uccideranno!- La ragazza si sentì afferrare per un braccio e cercò di puntare i piedi per non lasciarsi trascinare.
-Ma le bestie sì!- Tentò ancora, sempre più disperata. Non poteva impuntarsi, non poteva disobbedire così apertamente al Copal, non se la sentiva.
-Le bestie…Le bestie!-
-Come in quella vostra favola pazzesca, Copal Neesh, quella in cui gli animali impazzivano, ricordate?!- Il fermo brusio serale s’impose alle orecchie di Annie, che tesa tastò attorno a sé alla ricerca di conferme. Ecco la porta, ecco i mattoni, ecco l’edera. Il cuore le pulsava assordante in petto, soffocando qualsiasi altro suono, qualsiasi altra percezione.
-No-, sussurrò.
-Favola, Annie? Era un film, ma in che epoca vivi?!-
Una ventata tiepida annunciò il richiudersi dell’ingresso di fronte a lei. I passi di Copal Neesh oltre ad esso.
Annie si lasciò cadere in ginocchio, un tonfo sordo di libri sul pavimento. Iniziò a piovere e le gocce si mischiarono calde e sporche con le sue lacrime, chiazzando abiti e pelle. Sollevò lo sguardo, Annie, conscia di cosa, finalmente, avrebbe visto. Succedeva solo quando quella malsana pioggia si riversava come un monito sulla terra. Come a ricordare agli uomini che qualcosa era cambiato e che la realtà era quella notturna, non quella del soleggiato pomeriggio.
Quando le gocce toccavano terra, ad occhi spalancati, Annie riusciva a scorgere tutti i colori che le erano stati tolti, come se fossero ad un passo, a portata di mano.
Il grigio cupo del cielo, il bianco sporco dell’acqua, il marrone umido della terra, il verde sbiadito della poca erba. Una vallata intera di vuoto e nebbia, piante contorte, foglioline estive già in procinto di cadere, e soffioni, intere distese di soffioni che disperdevano la loro corolla trasparente al vento tempestoso. Un rauco ringhio sembrò spezzare per un istante l’incanto post-apocalittico che teneva lontano l’eco dall’agro Agantelle, subito seguito da un morente, ma acuto guaito. Se era umano o animale non lo sapeva, non osava immaginare.
-Copal Neesh-, sussurò portandosi le mani infangate al volto, la certezza schiacciante di non essere la sola creatura vivente lì fuori nella notte.




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