Streghe di wasmehr

Note dell'Autore sul Capitolo
questa è una storia che mi sta tormentando da qualche giorno, ho cominciato a scriverla anche se al momento non so come farla andare avanti, ho solo delle idee vaghe. anche il titolo è messo lì in mancanza di qualcosa di più originale :S intanto se qualcuno la legge può dirmi francamente se vale la pena continuarla :P
quindi buona lettura ^__^
ah, dimenticavo: colonna sonora: "Slowly Comes My Night" & "Reincarnation", by Deine Lakaien, sul blog le trovate corredate di testo e traduzione ^__^
aggiungo i link su YouTube: http://www.youtube.com/watch?v=pWJTcI8p73c e http://www.youtube.com/watch?v=U7vCm7U3-Bc&feature=related
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Alice si picchiettò il mento con il fondo della biro, mentre stringeva le labbra in atteggiamento pensoso.
Si diede un’occhiata intorno, stanca e poco interessata. Il locale era ancora mezzo vuoto. Spostò lo sguardo sul boccale pieno a metà di liquido scuro, sul vetro si erano formate minuscole goccioline di condensa, la schiuma era ridotta a un sottilissimo strato. Tornò a guardare il blocchetto su cui stava scrivendo e si lasciò sfuggire un sospiro di disappunto, scuotendo lentamente la testa. No, non andava affatto bene, pensò strappando il foglio su cui aveva appuntato pochi versi solo qualche minuto prima.
Un sospiro più profondo seguì il primo: quel periodo sabbatico non stava dando i frutti sperati. Se possibile si sentiva ancora più stanca e vuota di quando era partita. Aveva praticamente perso i contatti con tutti, rispondendo in maniera sempre più laconica e svogliata ai loro messaggi: alla fine si erano stancati di rincorrerla. Ormai la sola che le inviava sms ogni tanto era sua mamma. Chissà quando avrebbe rinunciato anche lei?
Nel tentativo di arginare il corso dei pensieri, che si facevano sempre più inconcludenti e malinconici e di certo non la aiutavano, Alice prese un lungo sorso di birra dal bicchiere, per poi tornare a posarlo sul tavolo, picchiandolo appena un po’ più violentemente del necessario.
Mentre ponderava se fosse meglio ubriacarsi fino a cadere sotto al tavolo, o ritirarsi nella camera che aveva preso in affitto e dormire per due mesi filati, un vociare allegro la indusse a sollevare gli occhi dalla gocciolina che stava seguendo da mezzo minuto, nella sua lenta discesa dalla cima del boccale verso il sottobicchiere di cartone.
Un gruppetto di giovani era appena entrato nel locale e si era fermato all’ingresso, ridendo.
Tra loro riconobbe Dorothy e abbozzò un sorriso, quando questa si mosse verso di lei.
In un attimo, gli sgabelli attorno al tavolino che occupava si riempirono e mani si tesero verso di lei.
“Questa è mia sorella Lorraine”, squillò la voce di Dorothy presentando la ragazza bionda, “E lui è Nathan”, concluse accennando al giovane che aveva preso posto accanto a lei.
Prima che Alice facesse in tempo ad aprire bocca, Lorraine si scusò e si allontanò:
“Ho un appuntamento da un’altra parte”, spiegò prima di riavvolgersi il foulard di cotone al collo e andarsene.
Alice rimase a fissare Nathan per qualche secondo ancora, aggrottando le sopracciglia: aveva qualcosa di familiare, ma non avrebbe saputo dire cosa.
L’uomo si accorse del suo sguardo e lo ricambiò con un sorriso pieno di sicurezza, di fronte al quale lei si sentì molto imbarazzata.
“Io, non, cioè. Ci siamo già incontrati prima?”, chiese infine.
Il sorriso di lui si allargò mentre annuiva.
“In un sogno”, rispose.
L’espressione di Alice passò rapidamente dal confuso, all’incredulo, allo schifato. Di certo non aveva bisogno di attraversare mezza Europa per incontrare l’ennesimo buffone che ci provasse con lei. Distolse rapidamente lo sguardo, facendo attenzione a mostrare tutto il proprio disappunto.
“Non mi hai sognato?”, insistette l’altro, cercando di incontrare i suoi occhi.
Alice tornò a guardarlo truce:
“Fai sul serio o hai bisogno di rinfrescarti le idee?”, propose sollevando minacciosa il boccale.
Nathan arretrò appena, mantenendo il sorriso.
“Beh, sia come sia, io ti ho sognata”, affermò.
Esasperata, Alice posò il boccale e abbassò di nuovo lo sguardo, decisa a concentrarsi sul ripiano del tavolo.
Un minuscolo bagliore attirò la sua attenzione. Risollevò gli occhi, cercandone la fonte.
Un ciondolo d’argento spuntava dondolando dal maglione di Nathan, rimandando la luce della candelina che c’era sul tavolo. Si trattava di un sottile circoletto d’argento, grande quanto una moneta da una sterlina, all’interno del quale era riconoscibile una mezza luna.
Alice si sentì impallidire, e alzò di scatto gli occhi verso Nathan.
“Quanto tempo fa mi hai sognata?”, chiese, con la voce che tradiva, suo malgrado, una certa agitazione.
“Oh, direi una decina di anni fa”, rispose lui senza scomporsi.
Alice assorbì l’informazione e chiese ancora:
“E come mi hai riconosciuta, dopo tutto questo tempo?”
Nathan allungò appena un dito verso di lei:
“Il tuo ciondolo.”
La ragazza si portò una mano al collo, da cui pendeva un cuoricino di vetro, regalo della sua migliore amica.
“Ho questo ciondolo da appena quattro anni”, lo informò, “Come puoi averlo sognato su di me dieci anni fa?”
L’uomo si strinse nelle spalle:
“Ecco spiegato il motivo per cui non ci siamo incontrati prima.”
Alice si lasciò scappare una risatina nervosa, ma non commentò.
Nathan prese un sorso dal bicchiere della ragazza, senza prendersi il disturbo di chiedere il permesso.
“E tu quando mi hai sognato?”, domandò a quel punto.
Alice spalancò la bocca, ma la curiosità riguardo alla bizzarra situazione ebbe la meglio sulla sorpresa, e rispose a denti stretti:
“Una decina di anni fa”, bisbigliò.
Nathan si allargò in un sorriso.
“E come sai che sono proprio io?”, domandò a bassa voce.
Alice deglutì, distolse lo sguardo e sollevò un dito.
“Il tuo ciondolo”, confessò.
“Oh”, replicò lui tastandolo con due dita, “Io lo porto praticamente da sempre, è stato l’ultimo regalo di mia mamma, prima che morisse. Avevo otto anni”, concluse con tono piatto.
“Ma fate sul serio?”, si intromise a quel punto Dorothy, che aveva assistito allo scambio di battute tra i due con una incredulità sempre crescente, “Vi siete sognati quando eravate dei ragazzini e adesso vi incontrate in questo bar sfigato in mezzo alla campagna gallese, riconoscendovi grazie a dei ciondoli? Tu che vieni dal Canada”, sottolineò indicando Nathan, “E tu dalla Svizzera…”
Scosse la testa senza riuscire a proseguire, e gli altri due la ignorarono.
“Com’era il tuo sogno?”, chiese Alice.
“Oh, basta, io me ne vado”, annunciò seccata Dorothy a quel punto, alzandosi dallo sgabello, “Tanto l’ho capito, che sono di troppo.”
Nathan si voltò appena a guardarla, mentre Alice la salutava frettolosamente.
“Ricordo solo che ero insieme a una ragazza”, riprese il giovane, “Non le ho visto la faccia, aveva i capelli scuri. La stavo per abbracciare, credo. E ho notato il ciondolo. La cosa più intensa è stata la sensazione di essere insieme, come se ci appartenessimo l’un l’altro. Da allora ho saputo di doverti incontrare.”
Alice sollevò le sopracciglia, ancora molto scettica.
“Neppure io ricordo di aver visto la tua faccia”, rivelò prima che l’altro potesse chiederglielo, “Ho solo questa immagine, in cui sono in piedi di fronte a qualcuno dai capelli castani e quel ciondolo appeso al collo.”
La sua voce si intenerì appena nel ricordare:
“Sì, forse ci stavamo per abbracciare. Anche io ho avuto la sensazione che ci fosse un legame profondo tra me e … quella persona”, concluse imbarazzata.
“Ma perché dici che mi cerchi da quattro anni?”, domandò quindi.
“Quattro anni fa ho rotto con la mia fidanzata”, rispose lui stringendosi nelle spalle, “Era diventata una cosa senza speranza. Allora ho deciso che dovevo cercare te”, disse semplicemente alzando una mano verso di lei.
“Ho cominciato a leggere dei libri sui sogni, poi sulla magia e infine sono stato da un uomo che mi ha ipnotizzato e fatto regredire, fino a quando ti ho ritrovata in una vita, secoli fa. Allora mi sono messo in viaggio.”
Alice si limitò a un sorriso di circostanza, sforzandosi disperatamente di non mostrare il suo scetticismo in maniera troppo palese.
“Non credi nelle altre vite?”, le domandò lui gentilmente.
“Oh, ecco”, tossicchiò Alice, “Non saprei… Diciamo che ho molti dubbi”, concluse imbarazzata.
“Mh”, commentò lui, “E riguardo alla magia?”
Alice si strinse nelle spalle:
“La magia mi incuriosisce. Ho letto anche io qualcosa, in fondo è per quello che il mio viaggio mi ha portato qui. Credo che questo posto abbia qualcosa di magico, lo posso quasi toccare. Non ridere, ma ho l’impressione che mi abbia chiamata.”
Il giovane sorrise, prima di proseguire:
“Beh, in ogni caso, questo è ciò che mi è successo: ti ho ritrovata, secoli fa. Eri una strega, e vivevi proprio qua, in Galles. Insieme a me. Forse questo posto ti sta davvero chiamando.”
Alice impallidì e perse la voglia di scherzare.
“Abbiamo vissuto altre vite, chiaramente”, prosegui Nathan, “Quella di cui sto parlando è stata nel 1200. Forse in quelle dopo non ci siamo più incontrati, o comunque non ci siamo riconosciuti. Capisci?”, esclamò allora, con gli occhi che brillavano di entusiasmo, “Magari abbiamo trascorso secoli cercandoci, e finalmente ci siamo trovati di nuovo!”
Alice era ancora sconcertata, aveva perso le parole e rimase a sorridere educatamente, senza osare muovere un muscolo.
Nathan svuotò il boccale e fece cenno al cameriere di portarne altri due, poi tornò a guardarla, seriamente.
“È inutile che faccia finta: sono in questa zona da un paio di mesi e ho cercato di conoscere più gente possibile, di ogni tipo. Ogni volta chiedevo di te, fino a quando ho incontrato Dorothy, che ti ha riconosciuta dalla mia descrizione. Le ho chiesto di presentarci, non ero certo che fossi davvero tu finché ti ho vista e ho capito che anche tu sapevi chi ero io.”
“Ma questo non è vero!”, esclamò Alice, spaventata e quasi disperata, “Non ho idea di chi tu sia!”
“Io però so chi sei tu”, annunciò Nathan, “Frequenti Dorothy e il suo circolo di streghette apprendiste…”
“Non è così”, protestò debolmente lei, “Frequento Dorothy, ma non ho mai fatto parte del suo cerchio, né di nessun altro. È una cosa che mi spaventa un po’”, confidò.
“Ma tu hai un potere immenso!”, esclamò lui incredulo, “Tu sei capace di diventare Uno, di entrare in connessione con l’energia dell’universo. Non ho mai conosciuto nessuno in grado di espandere la propria percezione in maniera così uniforme e totale!”
“Ma cosa ne sai tu?”, domandò seccata Alice, alzando appena la voce.
Nathan fece un gesto con la mano.
“Ti conosco, ricordi? E comunque, è riuscita ad accorgersene anche Dorothy”, la informò.
Alice aprì la bocca, ma non le venne in mente nulla di ribattere e la richiuse, coprendosi poi gli occhi con le mani.
“Mi spaventa, d’accordo?”, disse quindi, “Non ho controllo, non c’è limite. Quando mi immergo nel Tutto rischio di essere trascinata via, non sono mai sicura di come farò a tornare indietro e quasi sempre il ritorno è uno shock. Sarà anche un immenso potere”, concluse acida, “Ma non so come usarlo.”
Nathan rimase pensoso per qualche momento, poi le chiese:
“Potresti riuscire a espanderti solo entro un certo limite? Diciamo, includendo almeno me?”
“Perché?”, domandò lei sospettosa.
“Potresti, o no?”, insistette lui.
Alice fece spallucce:
“Può darsi, credo di sì. Non so per quanto posso tenermi in equilibrio, però. Adesso mi dici perché mi fai questa domanda?”, concluse aggressiva.
Nathan fece un accenno di sorriso.
“Il mio dono è l’evocazione”, rivelò, “Il che fa di me un ottimo cantastorie, per inciso.”
Lo sguardo di Alice rimase inespressivo e Nathan sollevò gli occhi al soffitto sospirando.
“Evocazione: quando racconto qualcosa riesco a richiamare nella mente altrui immagini vivide e reali di ciò che sto descrivendo, che si tratti di una storia inventata o di un fatto storico. Mi segui?”
La ragazza lo degnò di un cenno affermativo.
“Tu includimi nella tua percezione”, propose lui ancora, “E io cercherò di trasmetterti i miei ricordi della nostra vita insieme. Vuoi provare?”, chiese tendendo le mani attraverso il tavolo.
Alice ebbe un solo istante di indecisione, la curiosità era troppa, non aveva neppure più il timore che fossero tutte storie inventate ad arte da quel bellimbusto solo per rimorchiarla. A quel punto non glie ne importava affatto, voleva solo vedere cosa veniva dopo.
Annuì e respirò profondamente, preparandosi a espandere i sensi.

È sempre più facile, ogni volta immergermi nell’Energia del Cosmo viene più naturale e spontaneo della volta precedente.
Chiudo gli occhi, riempio e svuoto ritmicamente i polmoni, rilasso ogni muscolo. Le prime volte ci voleva mezz’ora: ogni rumore, pensiero, ricordo… interferiva e mi richiamava bruscamente alla realtà. Adesso è un attimo, e tutto rimane chiuso fuori, tendo all’unione con il Tutto con una brama sempre più bruciante.
Dentro di me tutto si fa fluido e la mia coscienza attraversa i limiti corporei come se fossero gelatina.
Sono una cosa sola con il Tutto. Comprendo meglio le cose, le persone, le situazioni, come se potessi avere una visione dall’alto e da dentro nello stesso tempo. Avverto come mie le sensazioni della natura, di tutto ciò che è vivo. E a mia volta riverso nel Tutto i miei pensieri, le mie tristezze, i miei dubbi, le mie domande, le mie speranze, la mia rabbia, persino il mio dolore fisico, a volte. Spesso trovo le risposte che stavo cercando.
Lentamente, debolmente la mia coscienza mi ricorda che devo concentrarmi su un punto in particolare: Nathan.
Potrebbero essere trascorse ore, ma so benissimo che probabilmente non ho chiuso gli occhi da più di due minuti. Il tempo come lo misuriamo normalmente non ha molto senso quando sono Uno.
Cerco Nathan, difficile valutare le distanze da dove mi trovo. Non è l’unica forma di vita a cui mi trovo vicino e ho solo una vaga idea di come fare a limitare la mia percezione. Come ho detto: immenso potere, può anche darsi. Ma non lo so usare.
Avverto una scossa, leggera e distante, un pizzicore là dove dovrebbe esserci la punta delle dita. Davanti ai miei occhi comincia ad affiorare qualcosa. Se di “occhi” posso parlare in questo momento, è difficile trovare parole per esprimere qualcosa per cui le parole non sono mai state inventate.


Nathan osservò affascinato e commosso la ragazza davanti a lui chiudere gli occhi e trarre pochi respiri profondi. Si accorse del momento in cui era entrata nel Tutto, in quella sorta di trance che aveva imparato a riconoscere osservando i ricordi della loro vita passata da secoli.
Le prese delicatamente le mani tra le sue e si concentrò a sua volta sul momento in cui si erano conosciuti, otto secoli prima, sperando di innescare la memoria di Alice. Si sentiva emozionato come non avrebbe mai creduto possibile.

“Cos’era quello?”, esclamò Alice spaventata, ritraendo violentemente le mani e rischiando di cadere dallo sgabello per il fortissimo capogiro che l’aveva accolta al suo brusco ritorno.
Nathan si stropicciò nervosamente le mani. Alice stava ansimando, uno sguardo di terrore negli occhi. Cosa, di preciso, l’aveva turbata? Considerate le circostanze, la scelta era piuttosto ampia.
“Cosa- Cosa hai visto?”, le chiese, ansioso.
Alice si massaggiò con forza la fronte, calmando i respiri.
“C’era una casa, all’inizio. Cioè, una specie di casa, una capanna, diciamo.”
Sorrise appena:
“Mi piaceva molto il tetto: era ricoperto di foglie di colori impossibili: marroni, viola, bordeaux, nere… sembrava una tavolozza, era splendido!”
“Sai a chi apparteneva la casa?”, domandò ancora Nathan, quasi sottovoce per timore di spezzare l’incanto. Aveva provato a immaginare quel momento almeno un milione di volte, ma nulla lo aveva preparato all’emozione che stava provando.
“Era mia, credo”, rispose con tono incerto e sognante Alice, “Però poi l’ho abbandonata, non ci sono più tornata, non più, dopo che…”
Si fermò e aggrottò la fronte, concentrata.
“Nel bosco, c’era una danza. Sei, otto persone, tutte per mano. Saltavano, cantavano con versi strani. Oh, era bellissimo!”, esclamò sorridendo.
“Continua!”, la incitò Nathan, rapito.
“La danza. Erano streghe, vero? Stavano… Evocando il vento? Credo. Oh, era bellissimo, essere una cosa sola con il vento, sollevarsi da terra, volteggiare tra i rami degli alberi, far vorticare le foglie, sfiorare i capelli delle persone…”
Si bloccò e spalancò di nuovo gli occhi, l’espressione spaventata ancora una volta stampata sul volto.
“E poi?”, sussurrò lui, pallido.
Lei gli rivolse uno sguardo perplesso e scosse debolmente la testa.
Nathan le accarezzò una mano.
“Posso chiederti com’erano le immagini che hai visto? Voglio dire: sembrava che tu stessi ascoltando una storia, o avevi la sensazione che si trattasse di ricordi?”
Alice rifletté per qualche istante, poi lo guardò incredula e sorpresa:
“Sai, sembravano davvero ricordi. Io ero in quel cerchio di streghe, quella casa era davvero la mia.”
Gli rivolse un mezzo sorriso e aggiunse:
“Vuol dire forse che la tua abilità di cantastorie si è affinata? O vuoi farmi credere che ho davvero rievocato qualcosa che mi è successo prima che nascessi?”
“Conosci già la mia risposta”, replicò lui, lievemente infastidito.
“Non riesci a ricordare da sola quello che è successo dopo?”
Alice rimase a guardarlo con lo sguardo spento per qualche momento, poi scosse la testa.
Nathan si massaggiò una guancia, poi raccontò:
“C’ero anch’io nel cerchio. Era la prima volta che ci trovavamo nello stesso, non ci eravamo mai visti prima. Ti davo la mano, potevo sentire il tuo potere fluire attraverso di me, attraversarmi come fossi acqua e passare oltre.”
Sorrise, lo sguardo perso nel ricordo.
“Grazie a te, anche io sono stato il vento. Senza di te non ne sarei stato capace. Ero affascinato e spaventato dall’intensità del tuo potere. Forse mi sono innamorato di te in quel momento”, aggiunse abbassando la voce e gli occhi.
Alice tacque, non sapendo se sentirsi più imbarazzata o folle.
“Sono venuti a prenderci”, riprese Nathan bruscamente, “Da quel pidocchioso villaggio di cui non ricordo il nome. Tutti quegli uomini, con il fuoco. Ci hanno seguito e assalito, volevano arrestarci.”
Si fermò per deglutire, strinse un attimo le labbra, indeciso su come proseguire.
“Abbiamo rotto il cerchio, ci siamo dispersi. Il vento che avevamo evocato si è messo a soffiare più forte e le fiamme si sono rapidamente diffuse nella foresta. Tu sei caduta, non eri riuscita a tornare dallo stato di trance. Avevo già cominciato a fuggire, ma mi sono voltato e ti ho vista accasciata per terra. Gli uomini del villaggio erano scappati, lasciandoci in mezzo al boschetto in fiamme, non c’era più nessuno e il vento continuava a soffiare violento. Mi sono sempre chiesto se fossi tu a guidarlo, o se stesse prendendo velocità da solo. Comunque, sono tornato indietro e ti ho raccolto da terra, poi ho ripreso a correre trascinandoti con me lontano dall’incendio. Tu sei rimasta sempre incosciente.”
Alice fece una smorfia:
“Come potevi pretendere che ricordassi, allora?”
Nathan la guardò negli occhi, una scintilla di speranza nelle iridi verdi.
“Ricordi il tuo risveglio?”
Alice si concentrò, chiuse un istante gli occhi e un paio di immagini, accompagnate da sensazioni molto vivide, le squarciarono la mente.
Sollevò di scatto la testa fissando uno sguardo sgomento su Nathan, arrossendo violentemente.
“Tu, Io, Noi… Oh, ma come hai potuto farlo? Ero svenuta!”
Prevenendo qualunque reazione da parte del giovane, si coprì gli occhi con una mano, afferrando con l’altra la borsa e alzandosi per dirigersi verso l’uscita del locale.
“Mio Dio, devo essere impazzita”, borbottò a mezza voce, “Cosa sto facendo, di cosa sto parlando?”
“Aspetta!”, le gridò dietro Nathan, rincorrendola.
Alice non si fermò fino a quando non si trovò all’esterno, dove sollevò il viso sotto la sottile pioggerellina, decisa a far penetrare l’umido e il freddo fin sotto la pelle.
“Non sembravi tanto dispiaciuta, all’epoca”, sussurrò divertita la voce di Nathan accanto al suo orecchio.
Tentò di ignorarlo, lo sentì sospirare.
“So che può essere difficile da accettare. Intendo tutto quanto nel suo insieme, non solo i, beh. I singoli fatti.”
“Ah! I singoli fatti? I singoli fatti?”, esclamò Alice irritata, “Ascoltami bene: se è tutta una finta, ti sei decisamente spinto troppo in là, dì una sola altra parola in quella direzione e ti denuncio. E se non è una finta, beh allora sei un cafone adesso e lo eri anche ottocento anni fa! Mio Dio, ero svenuta, non hai un po’ di decenza? Mi sei saltato addosso come un, come un… Ah, non ci posso credere!”
“Ehi, aspetta un momento. Io non ho proprio niente di cui scusarmi, sai? Per tua informazione, non eri svenuta: eri rimasta intrappolata nella trance del cerchio, sei rimasta in quello stato per ore. Non ti sono affatto saltato addosso come un, qualsiasi cosa tu avessi in mente. È stato l’unico modo a cui sono riuscito a pensare per riportarti indietro. E ha funzionato”, concluse con una punta di soddisfazione nella voce.
Alice si voltò a guardarlo, ma appena incontrò i suoi occhi si sentì invadere da una rabbia impotente e si prese la testa tra le mani, emettendo un verso di frustrazione.
“Cosa diavolo vuoi da me?”, chiese con tono aggressivo.
Nathan rimase in silenzio per qualche secondo, poi le sollevò con delicatezza il cappuccio della felpa sulla testa.
“Vieni, facciamo due passi”, mormorò incamminandosi.
Istintivamente Alice prese a seguirlo.
Non era mai stata tanto combattuta in vita sua. Stava sognando? Chi era quel pazzo che l’aveva abbordata in un bar, pretendendo di essere il suo amante spuntato da otto secoli prima? Cosa erano tutti quei… quei ricordi, perché tali davvero apparivano, che si erano smossi nella sua mente? Poteva sentire chiaramente che qualcosa si era risvegliato, come se una zona della sua testa fosse in ebollizione. Cosa ne sarebbe venuto fuori? E cosa significava? Lei e Nathan erano davvero strega e stregone, con un passato lontanissimo in comune? E se così era, per quale motivo si erano incontrati di nuovo a distanza di tanto tempo?
“A cosa stai pensando?”
La voce di Nathan la raggiunse da lontano.
Alice si strinse nelle spalle e non rispose.
“Cambiamo discorso”, propose lui a quel punto, “Come sei arrivata qui? Chi sei e cosa fai, in questa vita?”
Alice lo guardò: non era stato sarcastico, nel chiederlo, non la stava prendendo in giro.
Sospirò e rispose:
“Stavo per sposarmi. Circa un anno fa.”
Deglutì e fece qualche passo rimanendo in silenzio.
“Il mio fidanzato ha avuto un incidente d’auto ed è morto sul colpo. Nello stesso momento stavo facendo la prima prova per il mio vestito da sposa.”
“Oh”, commentò Nathan.
“Sì, oh”, ripeté lei.
“Vivevamo insieme da un paio d’anni”, proseguì, “Mi ha lasciato dei soldi. E io ho deciso di usarli per viaggiare. Sai”, aggiunse in tono riflessivo, “Avevo rinunciato a tante cose per stare con lui, facevo un lavoro che non mi interessava e vivevo in un posto che non mi piaceva. Ma ero con lui, e ci volevamo bene e tutto era perfetto così lo stesso. Quando lui non c’è stato più, cosa mi rimaneva? Non avevo più un motivo per continuare a fare quel lavoro, per continuare a vivere in quel posto. Così ho salutato tutti, ho chiuso a chiave la porta dietro di me e sono partita.”
“Non so cosa dire”, ammise lui, “Sembra proprio una storia triste.”
“Non è stata triste, finché c’è stata”, replicò lei serenamente, “Il problema sai qual è? Che in questi mesi non ho capito chi sono e non ho niente a cui tornare. Ma qualcosa dovrò pur fare, prima o poi, non fosse altro che per i soldi, che un giorno o l’altro finiranno. Insomma, mi ritrovo a ventisei anni, senza una casa e senza un’identità. E come ciliegina sulla torta, ecco che arriva un pazzo che mi racconta storie impossibili e che mi trasmette sogni in cui amoreggio nel bosco con un fantasma…”
Si fermò e scoppiò a ridere, tanto di gusto che cominciò a piangere e non riusciva a fermarsi.
Nathan rimase fermo, con le mani in tasca, senza sapere cosa dire o cosa fare.
“Vorresti provare a ricordare altro?”, suggerì quando lei ebbe finito di ridere.
Alice rimase sovrappensiero riprendendo a camminare, poi si fermò e lo fissò seriamente.
“Sì”, bisbigliò annuendo.

Alice portò Nathan nella casa dove abitava in quel periodo: una piccolissima abitazione su due piani, che divideva con Dorothy e una terza ragazza, che in quel momento era in viaggio.
“Non si arrabbierà, la tua amica?”, sussurrò il giovane seguendola nel minuscolo ingresso, rivestito da una carta da parati rosa costellata di fiorellini che mandavano insieme la vista.
Alice si strinse nelle spalle e si diresse a passo sicuro attraverso il soggiorno. Passò davanti a un angolo cottura e aprì la porta finestra che conduceva in una veranda chiusa.
“Accomodati”, lo invitò indicando un divanetto in vimini sommerso da una montagna di cuscini consunti.
“Posso offrirti un tè? Dopotutto, siamo in Inghilterra”, aggiunse con un sorriso.
“Perché no?”, replicò lui sprofondando tra i cuscini.
Pochi minuti dopo, Alice tornò con due tazze bollenti e glie ne porse una. Dopodiché si sedette accanto a lui e rimase a guardarlo da dietro il fumo che saliva dal tè, improvvisamente non tanto sicura di voler proseguire l’esperimento.
“Quindi...”, cominciò lui, altrettanto imbarazzato.
“Eh, sì…”, ribatté lei.
“Okay”, si decise infine Alice, dopo una ridicola risatina nervosa da parte di entrambi.
“Se dobbiamo fare questa cosa, facciamola”, disse appoggiando la tazza di tè al pavimento.
“D’accordo”, acconsentì lui, un po’ tentennante.
Alice finse di non notare il tono di lui e si dispose a immergersi nel Tutto.

Abbasso le barriere ancora una volta, di notte è più facile. C’è più calma, più silenzio, ci sono meno stimoli o distrazioni. Il che significa anche che è più difficile mantenere il controllo, più facile perdersi e venire trascinati via dal Tutto. Diventare Uno è una cosa grandiosa, ma bisogna saper ritrovare la strada di casa.
Ho la sensazione di galleggiare sostenuta da immensi cuscini d’aria, mentre cerco di dirigere la mia attenzione verso Nathan. Lo trovo subito, questa volta, è l’unica presenza viva di una certa consistenza nelle immediate vicinanze.
Avverto un lieve formicolio là dove penso ci debba essere la mia bocca, e le immagini cominciano a scorrere davanti a me. Mi rendo conto subito che non si tratta di un sogno: sono io quella donna.
Sono inginocchiata di fianco a un lettuccio, in cui riposa un bambino di nove, dieci anni. No, non riposa: è morto e io sto piangendo, la testa appoggiata alle braccia incrociate accanto alla sua testa, ricoperta di riccioletti rossicci.
Avverto dietro di me la presenza di un uomo- Nathan. Come so che è lui, non ne ho idea, ma ne sono sicura. Mi posa una mano sulla spalla, stringe appena.
Il ricordo sfuma, ma la mia mente rapida mi restituisce il resto.
Non è il nostro bambino, è un trovatello, si chiama Lance. No, non è un trovatello: è il figlio di una strega, che è stata catturata, torturata e mandata sul rogo. Non la conoscevamo, ma non potevamo permettere che il suo bambino subisse la stessa sorte, cacciato e aggredito da gente superstiziosa e ignorante.
Una vampata di rabbia mi assale: cosa non avrei voluto fare a quei giudici, a quei soldati, a quegli ecclesiastici! Solo Nathan è riuscito ad avere ragione della mia furia cieca, a trattenermi, a farmi capire che l’unico risultato che avrei ottenuto sarebbe stato farmi catturare e bruciare come quella donna sfortunata. Ero svuotata e triste, scoraggiata e demotivata. Certe cattiverie hanno il potere di annientare anche lo spirito più forte.
È stato Nathan a decidere che ci saremmo occupati di Lance, prendendolo con noi come se fosse nostro figlio e andandocene a vivere in un altro villaggio. Lontano, dove nessuno avrebbe potuto riconoscerlo e condannare a morte tutti e tre noi.
Lo abbiamo raccolto, sporco e affamato, dalle rovine della casa in cui aveva abitato con la madre. La casa era stata bruciata, i pochi beni della donna distrutti o rubati.
Lance ci ha seguito, triste e silenzioso.
Ero brava a usare le erbe. Nel nostro nuovo villaggio, chi ancora aveva fiducia nei metodi tradizionali ricorreva alle mie cure, sebbene questo genere di medicina fosse mal visto dai religiosi e dai loro bigotti seguaci. Preferivano che un malato crepasse stringendo tra le mani un crocifisso, piuttosto che consentirgli di bere una delle mie pozioni. Siccome però nessuno era mai morto a causa mia, ero ancora al riparo dai cacciatori di streghe o dalle spie.
Il primo dei miei pazienti a morire fu Lance. Non sono una stupida, so benissimo – e lo sapevo anche allora – che le erbe non hanno il potere di guarire da qualunque tipo di male, che quando il corpo è troppo debole o compromesso non può fare altro che morire. Ma non potevo accettare di aver fallito proprio con Lance, non dopo averlo salvato dal rogo di sua madre.
Il ricordo relativo a Lance comincia a sfumare, mescolandosi ad altre immagini che non capisco. Sento un peso nella zona del cuore, lo sciolgo e lo immetto nel flusso del Tutto, cerco di riemergere ma una seconda volta un lieve solletico alle labbra mi fa ripiombare nel mondo dei ricordi.


Nathan posò la propria tazza accanto a quella della ragazza e rimase a guardarla mentre si lasciava andare affondando nei cuscini, con gli occhi chiusi, le palpebre rilassate, il respiro profondo e regolare.
Fece per prenderle le mani, come aveva fatto al bar solo un paio di ore prima, ma all’ultimo momento cambiò idea e le sfiorò le labbra con un bacio.
Si scostò appena dal suo viso, scorgendo nella penombra i cambiamenti che il suo gesto aveva portato: come se stesse sognando, la ragazza continuava a fare movimenti impercettibili, gli occhi in frenetico movimento dietro le palpebre abbassate.
Nathan avvertì il proprio cuore accelerare i battiti: era davvero lei, l’aveva trovata! Dopo anni trascorsi a sognare, immaginare, in cui si era annegato nei ricordi pur di vederla e assaporare la sensazione di appartenenza, di complicità che gli rimandava la sua memoria. Si rese conto che non aveva mai creduto di potercela fare. Era una specie di missione senza speranza, in cui si era imbarcato per mancanza di vere alternative. Invece adesso lei era lì, così vicina che poteva toccarla, l’aveva persino baciata!
La vide tentare di riemergere dalla trance e scelse un altro ricordo, prima di posare un secondo bacio sulla sua bocca.

La luna è alta nel cielo, le stelle disposte ordinatamente sulla volta blu. Le fronde degli alberi danzano nel vento, sopra di me. Osservo incantata le foglie che vibrano, mostrando rapidamente una faccia scura e subito catturando con l’altra la luce argentata della luna. L’erba è morbida e leggermente umida sotto di me. Chiudo gli occhi e respiro profondamente. Sono serena, mi sembra di avere il mondo tra le mani. Accanto a me Nathan si solleva su un gomito e resta a guardare il mio profilo nel buio, delimitato solo da un raggio di luna. So che è così, la mia percezione è al minimo ma mi permette di esserne certa. Sorrido, convinta che possa vedermi, e tengo gli occhi chiusi. Segue il mio profilo con un filo d’erba, mi fa il solletico e intanto sussurra parole senza senso, come fanno gli innamorati. Rido, lo afferro per i capelli e lo costringo ad abbassare la testa su di me, a baciarmi. Siamo insieme, siamo felici, siamo Uno.
È la notte del solstizio estivo, questo è il nostro modo per celebrare la Terra, la Luna, la Natura, la Vita. Non avremmo potere, senza l’energia del Tutto, non saremmo nulla, non potremmo vivere. Abbiamo fatto l’amore, abbiamo nuotato nella gelida acqua del lago, abbiamo unito i nostri poteri per unirci al Tutto e fonderci l’uno nell’altra. In certe notti, tutto sembra possibile.
Nathan si stacca da me, mi posa rapido un dito sulle labbra, per impedirmi di parlare. Ho una mano appoggiata sul suo petto, mi rendo conto immediatamente che il suo cuore ha accelerato i battiti.
Silenziosamente si alza e butta uno dei nostri mantelli di lana sul fuoco, spegnendolo. Mi aiuta ad alzarmi, sempre facendomi cenno di tacere. Cosa ha sentito? Espando la mia percezione, come ho fatto a non accorgermene?
Uomini, nella foresta, tutto attorno a noi. Non hanno bisogno di torce, la luna è a tre quarti, il cielo è sereno.
Una morsa gelida mi stringe il cuore. Pensare che pochi minuti fa mi sentivo la signora del mondo.
Nathan mi sta guidando nel folto del bosco, dove la luce della luna non arriva. I rovi mi stanno ferendo le piante dei piedi, mi sento braccata. Penso a Lance, a sua madre, alle centinaia di donne che hanno subito la sua sorte in tutta l’Inghilterra e una rabbia cieca gonfia il mio cuore.
Mi fermo, divento di roccia, Nathan non riesce più a farmi camminare. Non prova nemmeno a farmi cambiare idea, rimane fermo, in piedi davanti a me. Non vedo il suo volto, celato dall’oscurità, ma avverto la sua rassegnata fiducia in me.
Respiro, due battiti di cuore e sono Uno. Tengo il mento abbassato sul petto, le braccia abbandonate lungo i fianchi, stringo a pugno le mani.
Non sono in grado di valutare tempi e distanze, quando mi trovo nel Tutto, non so se riuscirò a fare qualcosa prima che gli uomini ci abbiano stanato. Non importa, ormai non c’è altro che io possa fare.
Mi spingo al limite, sento il mio cuore pulsare in punti del mio corpo che ormai non mi appartengono più, non so più riconoscere. Non ho mai evocato gli Elementi da sola, senza l’aiuto del Cerchio. Cosa succederà?
Non ci riesco, è troppo, sento il peso del Tutto su di me, devo sciogliermi da questa presa. E mente provo a liberarmi, capisco come devo comportarmi in questa occasione. Non devo provare a controllare gli Elementi, non sono abbastanza forte da sola. Devo usare il Tutto, di cui faccio parte, e rivolgermi da lì ai nostri inseguitori.
Perdo coscienza di me stessa, spero di riuscire a tornare al mio corpo, dopo, di non perdermi per sempre nell’energia del mondo.
La mia mente rincorre il ricordo, che tenta di oscurarsi.
Mi sveglio con dolori dappertutto. Nathan dice che sono trascorsi tre giorni, mi ha trasportata attraverso il bosco finché ha trovato la casa di una sorella, che ci ha accolto e che si è presa cura di me.
Era disperato, pensava di avermi perso per sempre, piangeva e singhiozzava.
Dice che quella notte, nella foresta, ha provato il più autentico e totale terrore della sua vita. Non pensava si potesse arrivare ad avere tanta paura. Era rimasto fermo accanto al mio corpo privo di coscienza solo perché era certo che fossi io a causare quello strano fenomeno. Naturalmente, i nostri inseguitori si erano dileguati e lui era certo che quella zona della foresta fosse ancora impregnata di tali sensazioni negative, che per un bel pezzo nessuno avrebbe osato avventurarsi al suo interno.
La sorella che ci ha accolto entra e sorride: è in là con gli anni, la sua bocca ha più buchi che denti, ma ha un viso pulito e un sorriso sincero.
Ci indirizza verso il villaggio in cui vivono altri come noi, è certa che ci troveremo bene in mezzo a loro, il lungo braccio della Chiesa sembra aver dimenticato quella zona e lei è sicura che i nostri si siano adoperati per ottenere un tale risultato.
L’idea mi stuzzica e mi intriga: non vedo l’ora di raggiungere quel villaggio e unirmi al Cerchio, sono certa che il mio potere sarà messo a buon uso.
Tento di afferrare nuovi sprazzi di memoria, ma i ricordi sembrano sfuggirmi.
Ancora una volta, avverto un tocco sulle labbra, adesso sono sicura che Nathan mi stia trasmettendo questi ricordi con dei baci.
Proprio mentre sto per riemergere, mi sento trascinare di nuovo con forza verso nuove immagini.


Nathan esitò, prima di dare un terzo bacio ad Alice. Sarebbe stata pronta a ricevere quel ricordo? Aveva riflettuto spesso e a lungo, nella remota ipotesi in cui fosse riuscito a trovarla, su quali fossero i ricordi da trasmetterle per aiutare la sua memoria a mettersi in moto da sola. Li aveva scelti tra i più intensi, d’altronde si trattava pur sempre dei suoi ricordi, non era detto che fossero altrettanto forti per lei. Doveva tentare. Tra le prime memorie che le consegnava, voleva che ci fosse qualcosa che le facesse capire il tipo di legame che avevano condiviso, il tipo di vita che avevano vissuto, cosa avevano dovuto affrontare insieme e come lo avevano fatto. Le aveva mostrato il suo potere, si augurava di aver risvegliato in lei il sentimento che li aveva legati e pensava fosse il momento di farle sapere come e perché tutto era finito.
Sospirò e baciò Alice per la terza volta.
La vide agitarsi, spalancare la bocca sorpresa o spaventata, si accorse delle lacrime che le rigavano generosamente le guance.
Per un attimo si domandò cosa fare: era possibile che questa Alice non sopravvivesse ai ricordi della vita che aveva avuto?
La ragazza si alzò a sedere di scatto, soffocando un singhiozzo e spalancando gli occhi. Rimase a guardarlo con espressione impotente, sconvolta.
Nathan aprì la bocca per chiederle di raccontargli cosa avesse vissuto, ma lei fu più rapida e cominciò a parlare a raffica, senza riuscire a trattenere le lacrime.
“Ero in casa, stavo mettendo a seccare le mie erbe, loro sono entrati, quegli uomini, erano in tanti. E quello, lui, avevo guarito suo figlio, ma sua moglie era gelosa, lo aveva mandato contro di me e lui è venuto. Mi hanno picchiata, mi hanno fatto male, mi hanno legata alla sedia e hanno distrutto tutto quello che c’era, poi hanno bruciato la casa e io ero lì e tu… tu non c’eri! Tu non c’eri!”, ripeté disperata, “Dov’eri? Dov’eri tu?
Nathan si accorse di aver cominciato a piangere. Quel ricordo era il più doloroso anche per lui.
“Ero fuori a spaccare la legna, mi hanno preso e mi hanno immobilizzato. Non volevano farmi del male, credevano che io fossi una tua vittima, che tu mi avessi stregato. Ho provato a liberarmi, a correre da te, ho gridato, ho implorato, ho anche steso un paio di loro prima che riuscissero a bloccarmi. Non ho potuto fare niente, ho visto la casa bruciare, ti ho sentito urlare…”
Si fermò, senza riuscire a proseguire. Alice aveva abbassato lo sguardo, apparentemente rassegnata.
“Quando tutto è finito mi hanno lasciato andare, assicurandomi che sarebbe andato tutto bene per me, che finalmente ero libero dal mio demonio. Credo di essere svenuto per il dolore, avrei voluto morire io quel giorno.”
Alice rimase in silenzio e Nathan non riprese più a parlare. Quasi contemporaneamente raccolsero da terra ciascuno la propria tazza di tè e lo sorseggiarono per qualche istante.
“Vuoi sapere cosa ho fatto dopo?”, chiese Nathan dopo un po’ a bassa voce.
Alice si strinse nelle spalle e continuò a bere il suo tè.
“Ho rovinato i loro raccolti. Tutti, uno dopo l’altro. È cominciata a girare la voce che la tua esecuzione fosse stata uno sbaglio. Avevi ragione sulla moglie di quell’uomo: era stata lei a sobillare il villaggio contro di te e adesso si sentiva sulle spine, tutti la guardavano male, rischiava di fare la tua stessa fine, o peggio e lo sapeva. Poi ho compiuto il mio capolavoro, la mia vera vendetta.”
Alice lo scrutò, curiosa.
“Cioè?”
Nathan fece un sorriso maligno, prima di rispondere.
“Ho messo incinte tutte le loro figlie nubili. Tutte. Le ingannavo, facevo vedere loro quello che volevano vedere. Ero bravo anch’io, sai. Hanno cominciato a dire che era opera del diavolo, c’è stata una strage. Gli uomini sono stati costretti a uccidere le ragazze con le proprie mani, chi si impietosiva e faceva fuggire la figlia veniva impiccato dai suoi vicini. Non è rimasto molto, del villaggio, quando tutto è finito.”
Alice non rispose, era stordita dai propri ricordi e dalle dichiarazioni di Nathan.
“Sai cosa mi ha tradito?”, le chiese lui a quel punto.
“Il profumo di menta”, rivelò, “Tu mi prendevi in giro perché sudavo e puzzavo e mi avevi cucito una tasca piena di foglie di menta nella camicia. Non so perché ho continuato a usarla, buttando regolarmente le foglie vecchie e sostituendole con quelle fresche. Abitudine, desiderio di tenere vicino a me qualcosa che mi ricordasse di te… Chissà. Comunque, il fratellino di una delle ragazze ricordò di aver sentito profumo di menta nella camera della sorella, un altro nel campo dietro casa la notte in cui era stato devastato e poi sai come sono queste cose nei villaggi pidocchiosi come era quello. Alla fine, se il ciuco aveva la diarrea qualcuno aveva – toh! – appena notato profumo di menta nelle vicinanze. Mi hanno aspettato sulla via di casa una sera e mi hanno pestato fino a farmi morire. Almeno, credo, visto che dopo non ricordo più nulla.”
Alice riprese a piangere silenziosamente, scuotendo debolmente la testa.
“Non abbiamo avuto una vita felice”, commentò sconsolata.
“Ehi”, sussurrò lui prendendole una mano e sollevandole il viso con un dito, “È stata felice, fino a che l’abbiamo avuta. È una cosa che ha detto una mia amica, sai”, concluse tentando di strapparle un sorriso.
“E adesso?”, chiese Alice fissandolo con espressione interrogativa.
“In che senso?”, volle sapere lui, corrucciato.
Alice si sentiva stanchissima e scombussolata. Fino a poche ore prima avrebbe affermato con sicurezza che la reincarnazione non esisteva e che la magia era un bel gioco. Che i sogni erano fenomeni curiosi e interessanti e che però la realtà era un’altra cosa.
Adesso si ritrovava catapultata in una vita che, minuto dopo minuto, era sempre meno quella di un’estranea. Cosa doveva fare? Cosa voleva dire tutto quello che era successo?
“Dopo stasera so chi sei stato e so che tra di noi c’era un sentimento molto forte. Ma non ho idea di chi tu sia oggi. Così come io non sono la stessa, anche tu sarai differente. Per quale motivo ci siamo ritrovati e riconosciuti? Perché è successo adesso, perché in questa vita? C’è un motivo? Cosa dobbiamo fare? Come…”
“Ehi, calmati!”, rise lui, frenandola.
“Perché dici che sei diversa da allora? Per me tu sei la stessa”, la informò.
“Dai, non posso essere la stessa! Sono nata in un altro paese, da genitori diversi, ho avuto esperienze diverse, amicizie diverse… Non sono la stessa e nemmeno tu lo sei!”
“No, Alice, ti sbagli. Tu non sei il posto in cui nasci, le esperienze, le amicizie… Tu sei qualcosa di molto più inafferrabile e profondo e sei sempre tu, non cambierai nemmeno in duemila vite.”
La ragazza gli rivolse un’occhiata scettica, ma non rispose e lui proseguì:
“Pensa a quello in cui credi, alle cose che vuoi, ai desideri del tuo cuore. Pensa ai tuoi ideali, a quello che per te è importante. Ora sai com’eri nel 1200, pensaci: eri molto diversa nel tuo animo, da come sei adesso?”
Alice rimase sovrappensiero qualche istante, poi si rassegnò e tornò a guardare Nathan. Scosse la testa:
“No, sono sempre la stessa. Hai ragione.”
“E tutto il resto?”, domandò aggressiva, cancellando l’espressione trionfale sul volto del ragazzo, “Perché ci siamo ritrovati, perché adesso? Cosa ci si aspetta da noi?”
Nathan parve incerto per un istante:
“Beh, ma perché qualcuno dovrebbe aspettarsi qualcosa da noi? Potremmo semplicemente esserci ritrovati per stare finalmente insieme in pace, come non abbiamo potuto fare allora.”
“No, non ci credo”, insistette lei, “Una vita qualunque poteva andare bene e tu hai detto che ne abbiamo vissute diverse altre, senza mai incontrarci, o comunque senza riconoscerci. Perché adesso?”
Nathan sbuffò appena e scrollò le spalle:
“Faccio ipotesi, okay? Non è che ci siano enciclopedie infallibili che parlino delle vite precedenti, sai. Immagina che a ogni vita che vivi, tu salga di un livello nella tua consapevolezza. Arriva un momento in cui sei in grado di rielaborare i ricordi delle tue vite passate, esattamente come abbiamo fatto tu e io adesso. Quante vite occorrono, per arrivare a un tale livello? Due, tre, dieci…? Che ne so? Per me, questa è la prima volta in cui siamo abbastanza evoluti, avanzati e abili. Tutto qui.”
“Non lo puoi sapere”, osservò cocciuta Alice.
“No, non posso”, confermò lui.
Alice sospirò e lasciò vagare lo sguardo attorno alla piccola veranda.
“Ho la sensazione che dobbiamo rimanere insieme”, gli confidò infine, “Ma che ritrovarci fosse solo l’inizio.”
Nathan sorrise e le fece scivolare un braccio attorno alle spalle, stringendola a sé.
“Per me va bene”, acconsentì.




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