Risa di DarkDec

Note sulla Storia
Uno scritto recente, per il quale ho usato uno stile sperimentale di cui non so l'efficacia. Quindi, potrebbe benissimo essere tutto una straboiata.
Non metto warnings o VM (diamine, manco ce li ho 14 anni), ma il contenuto potrebbe risultare un po'indigesto.
Vento.
Un vento freddo e tenace mi sferza il volto.
Fumo.
Del fumo sale oltre la linea degli edifici devastati. Forse, dai fuochi. Forse, dagli incendi.
Risa.
Infrangendosi in mille echi sulle superfici delle stanze distrutte, delle risa mi giungono alle orecchie.
Mio muovo. La divisa mimetica raccoglie lo sporco rugginoso del mio riparo. Lo scorgo, una sagoma appenza abbozzata oltre un appartamento devastato. Ma ride.
Faccio silenzio, e cammino. Ho paura, e non so perchè. Non voglio che mi vedano, e mi nascondo.
Dietro le pareti rovinate dalle bombe e dai fucili, dietro i cumuli di macerie ancora caldi, dietro ogni qualsiasi oggetto integro che mi possa coprire con l'ombra. Dietro di me, sento i passi lievi dei miei compagni. Non mi volto.
Continuo a guardare.
Davanti a me c'è un grosso squarcio nel muro. Come una proiezione su una parete, vedo scorrervi sopra persone che si muovono.
Bambini.
Giocano. Calciano una palla fatta di stracci e pezzi di giornale, che lascia dietro di se cartacce e scie di fuliggine. Giocano, vestiti di capi laceri e rattoppati, macchiati come i loro volti da fango e fumo. Giocano, in mezzo alle macerie di quella che un tempo era una cittadina. Giocano, e ridono, echeggiando fra le case distrutte.
Le loro case, forse.
La palla finisce sui resti di un marciapiede. Una stampella la respinge, sparpagliando ovunque coriandoli di stoffa e di carta. Guardo il suo proprietario. Un ragazzo. Senza una gamba. Lo guardo negli occhi.
Mi vede.
Ma non avvisa i compagni.
Perchè capisce il mio allarme. Perchè vede i miei occhi saccarsi da lui. Perchè nonostante il corpo meneomato dev'essere intelligente. Perchè sa che i soldati imparano in fretta a capire quando qualcosa di brutto sta per succedere.
I soldati hanno un sesto senso. Lo sviluppano.
I soldati capiscono quando c'è un pericolo nell'aria. Lo avvertono.
I soldati sanno che loro sono portatori di sventura, che davanti a loro niente potrà mantenere la sua calma, che niente potrà essere in pace. Ci si abituano.
Alcuni.
Io no.
Un ragazzo a torso nudo corre in avanti, verso la palla rotolante, gli stivali spaiati che calpestano i frammenti. La palla rotola in avanti, verso il limite del campo. Dove rampicanti e insetti hanno invaso un muro, dove detriti, polvere e fanghiglia invadono la strada.
La vedo.
Una mina.
Lui no.
Non arriva alla palla. Quella compie gli ultimi centimetri lentamente, davanti al mio guardo che si spalanca. L'unico rumore udibile è quello dei respiri affannati dei ragazzini, che ancora non si sono accorti di nulla. Ed il lieve suono di una stampella, che batte sul terreno. Ma so che lo fa troppo lentamente.
E poi, al silenzio succede il familiare boato di un'esplosione. Un unico rumore. Copre ogni altro suono. Copre le urla.
Fumo. Detriti. Polvere. Cenere. Oscurano il mio campo visivo. Ma li vedo. All'inizio, solo sagome. Dopo li riconosco.
Sono lì. Visibile. Scoperto. Scatto in avanti, tentando di confonderli. Ci riesco.
Ma attraverso il luogo dell'esplosione.
Polvere.
La polvere mi irrita gli occhi e rende ogni mio respiro una scaria di pugnalate nel petto. Ma si sta diradando, e me li fa intravedere.
Corpi.
I corpi dei bambini giacciono a terra, smembrati e devastati. Alcuni non sono neanche più interi. Solo arti, e dita, e mani, e brandelli, che si sparpagliano insanguinati.
Sangue.
Il sangue copre il terreno, creando fiori rossi attorno ad ogni pezzo di carne sul terreno. I miei anfibi li calpestano, vi scivolano, nel tentativo di portarmi via dagli spari.
Spari.
Rischiarano la nebbiolina. Generano altro sangue.
Finalmente, mi riparo. I polmoni ancora mi fanno male. I polmoni ancora gemono. Le immagini ancora mi scorrono davanti.
Oltre agli spari, un'imprecazione strozzata. Nella mia lingua. Ed esultanze. In un'altra lingua.
Mi allontano, strisciando sul muro. Come un verme. E appena dopo gli ultimi lamenti della mia squadra, un soldato compare oltre l'angolo.
Stringo forte l'M4 Custom., e mi preparo a sparare, voltando di novanta gradi. Con una precisione infallibile. Sono veloce.
Lui di più.
Mentre una mia singola cartuccia lascia un solco rosso nella sua fronte, una decina di proiettili mi raggiunge alle costole. Li sento. Uno ad uno. La stoffa dell'uniforme lacera si attacca alla pelle. A causa del sangue.
Mi accascio all'indietro.
Quando stai per morire in guerra, la vita ti scorre davanti agli occhi. Rivedi la famiglia. Rovedi gli amici. Rivedi i momenti migliori della tua vita. Così si dice.
Ma non è così. Rivedo solo gli ultimi minuti. Le rovine. I ragazzini che giocano. Lo scoppio. Gli spari. I proiettili che mi colpiscono.
E'così. Perchè non posso non ricordarmi di quel che è successo negli ultimi momenti. Non posso abbandonare il ricordo di questa gente. Non posso farlo a favore di una realtà passata. Non posso farlo a favore della mia famiglia, con la quale ho avuto solo pochi, fievoli contatti a causa di lettere spiegazzate e marce.
Non posso.
La vista mi si annebbia, il cielo gravido di nubi diventa un unico guazzabuglio nero e rosso. Prima di morire, un ultimo pensiero trabersa da parte a parte la mia mente.
Sono un soldato. Andrò all'inferno?
No.
L'inferno è questo. Qui, in terra.




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