Bergeldo di PenSiero

Gnomo



Me ne stavo seduto sul divano e guardavo con scarso interesse le immagini del film scorrere sullo schermo. Quella sera ci ero andato giù pesante con il caffè e la mia testa ronzava incessantemente per colpa dell'eccitazione. Considerai per qualche istante la possibilità di lanciarmi in una corsa a perdifiato nella notte, così, giusto per scaricarmi un po', ma la nebbia mi diede una buona scusa per desistere. Mi resi conto che il desistere era un chiaro segno del fatto che stavo invecchiando. O, forse, era proprio il fatto che avessi fatto quell'ultimo pensiero a essere il primo sintomo del fatto che stessi invecchiando.
Conclusi che non ero ancora abbastanza vecchio per poter rispondere a tale domanda e tornai a concentrarmi sul film. Anzi no, adesso c'era la pubblicità.
Se fossi stato un fumatore probabilmente quello sarebbe stato il momento giusto per andare fuori e accendere una sigaretta, purtroppo però non avevo mai voluto iniziare a fumare. Un tizio seduto vicino a me sul divano cercò di attirare la mia attenzione strattonandomi il maglione, e io chiaramente non potei far altro che dargli retta.
"Una sigaretta amico?" mi chiese.
"Uhm... Come facevi a sapere che ne volevo una?"
"So leggere il pensiero".
"Ok" risposi. Presi la sigaretta che mi porgeva. La infilai in bocca e aspirai l'essenza del tabacco che a me aveva sempre vagamente ricordato quella del tè. Stavo per chiedere un accendino quando mi resi conto che una fiamma ballerina già lambiva l'estremità della sigaretta. Attesi che la brace diventasse consistente e inspirai una profonda boccata. Una gratificante sensazione di benessere si diffuse in tutto il mio corpo.
"Grazie" dissi.
"Nessun problema" mi rispose il tizio.
Volsi lo sguardo e gli lanciai una rapida occhiata. No, come sospettavo, non era uno della famiglia.
"Sospetto che tu sia un'allucinazione prodotta dall'abuso di caffeina" dissi mentre soffiavo il fumo fuori dalle narici. Faceva molto Hollywood. Ma anche no.
"Ha importanza?"
"Uhm... Suppongo di no" risposi. Quel piccoletto mi piaceva, niente fronzoli. Era alto un metro al massimo. Probabilmente un nano. Pensai al porta fiori che avevo comprato a Copenaghen. Aveva le sembianze di un nano che trasportava una piccola carriola. Il tipo che mi stava accanto era vestito con una giacchetta in lana di colore blu scuro e portava un paio di pantaloni verdi rattoppati con pezze che non si abbinavano affatto con il verde. Decisi che il rosa non andava proprio d'accordo col verde, anche se in fondo è sempre questione di gusti.
"Ti spiace se ti lascio da solo per un minuto? Vorrei controllare una cosa."
"Nessun problema, fa pure" rispose con la sua vocetta roca.
Dopo avergli passato il telecomando mi alzai dal divano e andai a dare un'occhiata fuori, vicino alla porta d'ingresso. Come immaginavo, i pantaloni dello gnomo porta-fiori erano rossi. E anche il berretto era diverso, quello del tizio era nero. In più il nano porta-fiori era decisamente meno simpatico: in quasi due anni non mi aveva mai neanche salutato.
Quel tizio non era il nano porta-fiori.
"Fatto?" mi chiese il nanetto.
"Fatto" lo rassicurai.
Aspirai le ultime boccate di fumo e spensi il mozzicone, mentre sullo schermo Steve Buscemi stava incontrando qualche problema nel gestire la situazione. Mi voltai verso il nano con aria vagamente interrogativa.
"Bergeldo Asmergino di Valle Rugosa" mi rispose.
"Giordano" risposi io.
"Lo so. Piacere!".
"Chiaramente mio" risposi, e subito aggiunsi "ti va un caffè?".
Bergeldo mi squadrò per un secondo, la sua barbona fulva vibrava mentre vi passava la manina callosa.
"Ma non ne avevi bevuti troppi di caffè?" commentò corrugando la fronte.
"Non vorrei che te ne andassi proprio adesso. Il nano fuori non conosce molte barzellette" dissi "Inoltre per vedere l'unicorno avrò bisogno almeno di un'altra dose di caffeina. Deve essere bello grosso".
"Come fai a sapere dell'unicorno?" Si allarmò "sai leggere il pensiero anche tu?"
"No tranquillo" lo rassicurai "l'ho intuito per via dei peli sulla tua giacchetta".
"Chiaro" sorrise, mentre con il palmo della mano si colpiva la fronte, a sottolineare l'ovvietà di quell'osservazione.
Aspirai un'altra boccata di fumo, evitando di commentare il mio colpo di genio. Decisamente molto Hollywood.

Bevemmo insieme il caffè. Entrambi lo prendemmo liscio, amaro come la sfortuna. Mio padre fece capolino in cucina.
"E per me non hai preparato il caffè?" mi chiese.
"Faccio dopo" dissi. "Prima gli ospiti"
"Chiaro" disse mio papà sparendo dalla circolazione. Mi chiesi se davvero avesse visto Bergeldo.
"Ma tu fumi?" chiesi a Bergeldo, dopo che il dubbio era improvvisamente apparso nella mia mente.
"No. Ma tengo delle sigarette in tasca per le occasioni speciali o le emergenze".
Davvero un mito.
"Non ti piacerebbe far parte della famiglia?" gli chiesi. "Abbiamo anche un cane!".
"Mi spiace Gio, ma all'unicorno non piacciono i cani".
"Mi pare ragionevole" dissi.
Presi quel rifiuto con filosofia, dopotutto sistemare l'unicorno in casa sarebbe stato un problema. A mia mamma piaceva poco pure il cane.
Sciacquai le tazzine e le riposi ad asciugare, mentre Bergeldo faceva dondolare le gambe dalla sedia che era alta una volta e mezza la sua statura.
"Andiamo?" chiese Bergeldo.
"Sarebbe pure ora" sbuffai. Ci pensai su per qualche secondo, quindi aggiunsi "andiamo dove?"
"In soffitta, Antrace non sta bene".
"Antrace?!" esclamai, trattenendo a fatica una risata.
"È il nome dell'unicorno. Qualche problema?" sbottò lui leggermente offeso.
"Ah nulla..." risposi cercando di smorzare i toni. "È solo che da noi Antrace fa venire in mente qualcosa di diverso da un unicorno. È un nome un po' inusuale..." Mi accorsi di aver detto una scemenza: dopotutto stavo parlando con Bergeldo.
"Sarà" sbotto il nano seccato. "Andiamo in soffitta" aggiunse.
Mi chiesi come avesse fatto un unicorno a finire in soffitta.
"Devo prendere qualcosa? Voglio dire... Che cos'ha Antrace? Mal di pancia?"
Bergeldo ci pensò su un attimo, le sopracciglia incurvate erano così folte da nascondere gli occhi. Non potei fare a meno di notare una vaga somiglianza con Charles Bronson. Molto vaga. Ma molto Hollywood. Dovevo smetterla di pensare ai film.
"Ti ricordi di quel pupazzone che ti hanno regalato quando eri bambino?".
Mi grattai la sommità della testa, decisamente confuso. Mi aspettavo che mi chiedesse un'aspirina, ma forse per gli unicorni funzionava diversamente.
"Marroncino?"
"Sì"
"Con gli occhioni neri?"
"Sì"
"Un orsacchiotto?"
"Sì"
"Quello a cui per sbaglio ho fatto uno strappo sulla schiena?"
"Sì"
"Non mi ricordo".
Bergeldo si infuriò.
"Scusami" mi affrettai ad aggiungere "non mi ricordo dove sia finito".
Bergeldo si infuriò ancora di più.
"Ma vado subito a cercare" suggerii con la speranza di placare la sua ira che ai miei occhi sembrava eccessiva. Forse il caffè non fa bene ai nani. Aggiunsi un promemoria mentale.
"Ti aspetto di sopra" sbottò Bergeldo, dirigendosi stizzito su per le scale.
Vai a capire tu i nani.

Mi ci vollero venti minuti buoni per rintracciare il mio vecchio pupazzone. Quante memorie mi riportò alla mente il semplice stringerlo tra le mie braccia! Probabilmente anche al pupazzo tornarono in mente vecchi ricordi, visto che per la sorpresa gli cadde un occhietto di plastica per terra. Rimbalzò un paio di volte e si fermò sotto la scrivania. Decisi che avrei pensato all'occhio più tardi.
Entrai nella stanza dove si trovava la botola che dava accesso alla soffitta. La botola si trovava nella parte alta della parete di fronte alla porta, quindi dovetti posizionare la scala che giaceva inerte poco distante per raggiungerla.
Una volta aperta la botola ci infilai la testa e il buio più totale mi accolse: non un rumore che potesse tradire la presenza di Bergeldo o di Antrace. Solo odore di polvere, tanta polvere. Entrai completamente nella soffitta e iniziai a tastare la parete in cerca dell'interruttore della luce, che doveva essere poco distante. Lo trovai.
Accesi la luce e ancora non vidi nulla. Anzi no, in effetti c'era Bergeldo seduto su di uno scatolone con le gambe incrociate e le braccia conserte. Accennai un saluto con la mano, ma il nano sembrò voler ignorare i convenevoli, piuttosto afferrò con decisione il pupazzone che tenevo sotto il braccio. Fu in quel momento che percepii uno sbuffo provenire da dietro una pila di ciarpame accatastato. Mi avvicinai e senza grosse sorprese vidi che in quell'angolo buio si trovava un unicorno dall'aria abbattuta che a tratti strusciava uno degli zoccoli sul pavimento.
"Ebbene?" dissi.
"Antrace è infelice" mi rispose Bergeldo. "Gli manca la compagnia del suo padrone".
Un dubbio attraversò la mia mente.
"Non sapevo di possedere un unicorno!" aggiunsi eccitato. Avevo letto cose favolose sulle proprietà curative delle lacrime dell'unicorno. Magari sapeva pure volare.
Bergeldo mi guardò con aria divertita. "Infatti non lo possiedi" disse scoppiando poi a ridere a crepapelle. Io non ci vedevo nulla di così divertente.
"Antrace può essere di nuovo felice, visto che lui e Lomino adesso possono ricongiungersi" spiegò Bergeldo, mentre avvicinava il pupazzo all'unicorno. Sembra impossibile ma vi giuro che la bestia sorrise.
"Quindi il qui presente pupazzone sarebbe il padrone di Antrace?" domandai sconcertato.
Bergeldo rispose con un cenno del capo, mentre aiutava Lomino a mettersi in piedi. Quindici anni sul mio scaffale lo avevano lasciato un po' intorpidito.
"Piacere" mi disse Lomino-il-pupazzone.
"Piacere mio, bello" dissi. Quindi aggiunsi "Com'è che hai aspettato solo adesso per parlare? Non sarebbe stato male avere uno che mi desse una mano a riordinare la stanza negli ultimi quindici anni".
"A dire il vero non me l'avevi mai chiesto... di parlare, intendo".
Mentalmente mi diedi una pedata sugli stinchi. Lomino certo non mancava di cinismo, soprattutto quando si trattava di lavorare...
"Suppongo che adesso ve ne stiate andando" notai. Lomino era già saltato in groppa ad Antrace e Bergeldo era salito dietro di lui. "Ci siamo appena conosciuti e già ve la date a gambe?"
Lomino mi guardò. "Hai mica un euro da prestarci?" Avevo sempre odiato chi rispondeva a una domanda con un'altra domanda.
Diedi l'euro al pupazzo, chiedendomi se avessero iniziato a fare pagare pedaggio anche agli abitanti del mondo della fantasia. In effetti mi chiesi se quello che stavo vedendo fosse del tutto reale oppure no.
Lomino prese l'euro e l'appiccicò al posto dell'occhio mancante. Non so come ma la moneta non si mosse più.
"Così va meglio" commentò Lomino, quindi si voltò verso Bergeldo: "Hai mica il mio cappello?"
Bergeldo frugò una tasca ed estrasse un cappello alla Robin Hood. Ma lo porse a me. "Questo puoi tenerlo" mi disse "a me non serve. Tu bellino prendi questo!" E diede un cappello alla D'Artagnan a Lomino che lo sventolò per far cadere la polvere. Quindi se lo mise in testa.
Io, per solidarietà, mi infilai il cappello da Robin Hood.
"Posso fare una domanda?"
"Non personale però, grazie" mi pregò Lomino. Hai capito che tipo!
"Per quale motivo sei venuto qui a casa mia a sorbirti un bel po' di anni da pupazzo?"
"Ma io sono un pupazzo!"
"Vabbè, hai capito cosa intendo"
"Per portare a termine il mio dovere, caro mio. Io e il mio clan ci occupiamo della sicurezza dei bambini. Non sto neanche a raccontarti di quanti fantasmi e mostri terribili vivano dentro l'armadio di un ragazzino di sei anni".
"Non mi convinci. Io gli armadi li ho sempre controllati e non ho mai visto nulla!"
"Per forza, c'ero io a risolverti le grane!"
"Se lo dici tu..."
"Possiamo andare" sbottò Bergeldo, visibilmente annoiato.
"Ci rivedremo?"
"Probabile" rispose Bergeldo.
"No di sicuro" promise Lomino.
Accarezzai la testa di Antrace, probabilmente l'unico unicorno che avrei mai visto in vita mia. Mi feci un promemoria mentale di andare a lavarmi le mani una volta finito tutto.
Bergeldo infilò una mano in tasca e dopo aver rovistato un po' estrasse una piuma. Sembrava quella di un pavone. Come diavolo c'era stata in quella minuscola tasca senza rovinarsi?
"Segreto professionale" disse Bergeldo con un sorriso. Ah già, sapeva leggere il pensiero.
"A presto" mi disse Bergeldo.
"A mai più" disse Lomino.
"Ci si vede... Bergeldo" risposi.
Lomino avvicinò la piuma al naso di Antrace, il quale iniziò a fare delle smorfie davvero buffe. Starnutì una volta, due volte e al terzo starnuto sia lui che i due tipi che trasportava in groppa erano spariti in una nuvola di polvere.
A quel punto, non sapendo bene cosa fare, decisi che per quella sera poteva bastare e me ne andai a letto. Non ero poi così curioso di vedere il finale del film con Steve Buscemi.

Un paio di giorni dopo, mentre stavo uscendo di casa, mi bloccai sorpreso sull'uscio e lanciai uno sguardo enigmatico verso il nano porta-fiori.
Avrei scommesso di aver udito un Ehilà!





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