Cosma Latousse - Memorie di una strega di Amelie

Note sulla Storia
Come da tradizione, ecco a voi il raccontino di Natale.
Come l’anno scorso ha ben poco a che spartire con la festa in questione, se non che il tutto si svolge in periodo natalizio.
I contenuti non sono dei più allegri, ma sono stati scritti, a dispetto del finale, con un intento umoristico – forse non troppo riuscito -.
N.b.: Montmer, il paesino d’ambientazione, sebbene abbia rimandi ed intenti francesi (vedi anche il cognome del protagonista) è puramente inventato.
Specifico perché farò riferimento di sfuggita anche all’Inghilterra, facendo presupporre uno sfondo in qualche modo europeo. Insomma, tanto cosare di mente da parte mia ;)
Spero vi piaccia e vi prepari psicologicamente all’altro raccontino natalizio che ho in programma ^^
Buona lettura e buon Natale!

Lo trovate anche qui:http://un23prova.altervista.org/racconti/amelie/Cosma_Latousse.html
Cosma Latousse

Memorie di una strega





Fu allora che divenni la più grande strega di tutti i tempi, anche se ero e – ne sono piuttosto certo - sono un maschio.
Spesso mi avevano detto che io non avevo la faccia da forca e, da proverbio*, mi preparavo con tutto lo scetticismo possibile ad una morte in mare, e neppure tanto eroica.
Il viaggio per arrivare in quel luogo a metà tra monti e scogli non mi era costato nulla, imbarcato di nascosto grazie all’omertà di un mio conoscente, ma anche morire a bagnomaria nella stiva in lento annacquamento è gratis.
Tra galline starnazzanti e un gatto coraggioso solo quando si trattava d’azzannare le mie dita, non sapevo se offendermi o ringraziare le proverbiali previsioni angliche riguardo la mia fine.
Fatto sta che non morii quel giorno.
Sì sa che le decisioni vanno prese a mente lucida, e su una nave in procinto di affondare la mente fa più acqua dell’imbarcazione stessa.
Così mi ritrovai a Montmer con qualche guadagno immeritato ed un indesideratissimo felino che cresceva più in larghezza che in lunghezza.
Mi stabilii inizialmente nella locanda cittadina, una bettola piuttosto folcloristica in cui Sopravvissuto – così decisi di chiamare il gatto per quello sopraccitato e altri motivi – si giocò almeno cinque delle sue nove vite e qualche neurone felino nel rincorrere scarafaggi che in larghezza facevano tranquillamente a gara con lui.
E mentre il mio nero amico peloso distraeva le bestiacce, io cercavo di sopravvivere all’inverno – che avevo sentito essere piuttosto rigido - per mettere insieme un futuro.
Ero partito con l’esotica idea di mettere a frutto le mie abilità da erborista, ma se qualcuno allora mi avesse detto come la storia sarebbe andata a finire, mi sarei dedicato piuttosto alla puericultura, che sembrava andare tanto di moda tra le fanciulle dabbene di allora.
Rimasi anche alquanto inguaiato con una di queste signorine, ma quando mi si pose di fronte al
fatidico bivio, decisi che Sopravvissuto era molto più silenzioso e sporcava meno. Fu da quel giorno l’unico figlio che ebbi mai, almeno l’unico figlio legittimo.
Poi iniziai effettivamente a considerarlo tale in quella lunga settimana dell’anno seguente in cui ebbi paura di perderlo per una brutta febbre. Non mangiava, non beveva e la sua massa pilifera non si muoveva di un centimetro dal solito angolino. Gli facevano un baffo gli acari danzanti la giga sotto il suo muso.
Fu la prima volta che curai qualcuno o qualcosa con il solo ausilio delle mie erbe e di qualche sporadico ricordo d’apprendistato casalingo. Era nuovamente inverno, e come da tradizione tutti sono più buoni con una scodella di latte fumante di fronte e la neve fuori della porta.
Quel dannato felino mi doveva la vita, ma non ha mai fatto altro che mangiare e sbadigliare, ignaro che la sua sesta esistenza non l’aveva abbandonato solo grazie a me!
Di lì a qualche giorno, comunque, una targhetta pendeva irrimediabilmente all’angolo della mia porta e prima che potessi anche solo dare la mia umilissima opinione mi ritrovai a curare vesciche e emorroidi.
Sulla targhetta era intagliato “Cosma Latousse – Erborista”, ma era evidente che la cosa avesse più significati – o, se non altro, un senso molto ampio – da quelle parti.
Sopravvissuto passava i suoi pomeriggi fissandola mentre si leccava i baffi, compiaciuto. Odiavo spesso quella bestia e i suoi occhietti gialli mezzi guerci!
Passarono gli anni e di cicatrici potevo dire di averne viste tante. Mai quante le rispettive ferite, ustioni, abrasioni, pustole. Uno schifo continuo.
Sminuzzavo le erbe nel pestello e preparavo intrugli e tisane di cui non svelavo mai gli ingredienti. Non era una questione di segretezza professionale, ma, seriamente, ci avrei messo meno tempo a guarirli che a spiegare.
Non so cosa mi facesse andare avanti; non certo la miseria che ricevevo quando proprio ero a corto di generi primari.
Di quei tempi, effettivamente, inspiravo più laudano di quanto non servisse per i dolori addominali del vecchio campanaro.
Sopravvissuto era il più stordito tra i due e nelle sere migliori lo guardavo dall’alto con esultanza, pensando qualcosa del tipo “Ah, palla di pelo, sono più sobrio di te!”. La differenza di razza non doveva essere un problema molto rilevante per me allora.
Fu proprio una di quelle sere che guardandomi allo specchio mi resi conto di quanto in realtà stessi invecchiando. Avevo soli ventisei anni, ma quei due capelli bianchi sembravano far arrossire la mia capigliatura naturalmente fulva.
Ne era passato di tempo da quando ero sbarcato su quelle coste, e molto anche dall’ultima volta che ero sceso dal mio promontorio per andare ad osservare il mare.
Se era lì che dovevo morire, mi dicevo, tanto valeva prendere il coraggio ed il poco orgoglio rimastomi per andare a fare un sopralluogo.
Sopravvissuto pareva più entusiasta di me all’idea, la palla di pelo!
Passavo lunghi pomeriggi ad aspettare che il sole piombasse in acqua, cercando di convincermi che non era poi così male. Se lui poteva farlo, anche io ci avrei messo la mia dignità.
I tempi cambiavano, le mode pure, ma quelle che scoprivo ogni giorno più diverse erano le persone, la gente che mi stava attorno e che spesso mi aveva pregato e pagato perché mi occupassi della salute di familiare o conoscente.
Per quei pomeriggi in assorta contemplazione dell’orizzonte mi feci una certa fama romantica tra le donne - e una meno apprezzata tra i mariti ed i padri.
Sentivo gli sguardi farsi scettici, e, checché potessero pensare, udivo anche tutti i commenti a mezza voce, gli “strano” dietro l’angolo e gli stralci di predica che sempre più spesso avevo il sospetto parlassero di me e ne parlassero male.
Di me e della gente come me; ma chi fosse questa gente non l’avevo ancora capito. Gli erboristi? Gli speziali? I droghieri forse? Tutte brave persone da che mondo è mondo.
La risposta ai miei dubbi, comunque, non tardò ad arrivare.
Ricordo bene quel giorno, perché scoprii a malincuore che Sopravvissuto aveva esaurito ben più di cinque vite azzuffandosi con gli scarafaggi e che la nona se l’era presa il mare il giorno del naufragio. O almeno, era ciò che credevo. Lo ricordo bene come la parola che sfuggì al mugnaio con la cui figlia mi ero trattenuto più del consentito:
“Riportalo in vita con la magia, strega maledetta, perché sarà l’unica bestia in calore con cui potrai accoppiarti!”, e mentre realizzavo sgomento che Sopravvissuto in realtà era sempre stato una Sopravvissuta, l’uomo si portava via la fanciulla sbattendo la porta.
Rimasi un attimo atterrito, cercando di abituarmi al silenzio vuoto della casa. Per la prima volta nella mia vita piansi e lo feci senza alcun ritegno, tanto da inumidire l’angolo in cui il mio gatto, la mia fedele Sopravvissuta, si era sempre acciambellata per dormire.
Erano stati loro ad ucciderla, erano stati quegli “strano” e quelle prediche sempre più sconclusionate di domenica in domenica ad ucciderla!
Strega, la parola bruciava ancora nelle mie orecchie e sulla punta delle labbra.
Ancora sconvolto, spalancai la porta cercando con sguardo furente qualcuno cui rigettare addosso tutto il mio malanimo e disprezzo. Non dovetti cercare a lungo, sia chiaro. Il vecchiaccio stava tenendo comizio giusto fuori la porta.
“E’ mia quella creatura strillante che chiami nipote, vecchio zotico, e ancora non hai capito che Cosma è un nome maschile?!”.
La gente per strada parve come immobilizzarsi. Era stata quella, credo, la mia uscita migliore e ancora non avevano sentito niente.
Rimediarono piuttosto rapidamente; qualche ora dopo, con il beneplacito del parroco e del vescovo, me ne stavo legato a mo’ d’insaccato al centro della piazza, pronto per un rudimentale, ma piuttosto convincente rogo.
Tuttavia la condanna ufficiale non arrivava, e siccome quella gentaglia non doveva sentirsi troppo a posto con la coscienza, me ne restai lì fuori tutta la notte, aspettando una delegazione del tribunale d’inquisizione più vicino - che non sarebbe mai arrivata.
Non si scomodavano gli inquisitori per una sedicente strega di confine, tanti che fossero i parti di signorine dabbene a suo carico.
Intanto si avvicinavano i giorni più rigidi di quell’infernale inverno e con essi la festa della natività. Erano pochi quelli che si facevano vedere in strada, e non avevano quasi più il fiato da sprecare in insulti.
Io, dal canto mio, iniziavo seriamente a considerare che il freddo mi avrebbe ucciso prima che potessero anche solo pensare di accendere la pira. Ecco a voi la prima strega ibernata! Mi dicevo, e inconsciamente usavo quella parola, senza più la forza di darmi dello stupido.
Avevo curato i loro maiali ed i loro figli indiscriminatamente per anni, era tutta lì la loro riconoscenza?
Arrivai al punto di supplicare i due ragazzotti del turno di guardia notturno di dirmi quando avrebbero acceso il rogo o, al limite, di togliersi lo sfizio di persona. Almeno sarei morto al caldo. Ma quelli, imbronciati a loro volta per la nottataccia polare, rispondevano ad ingiurie.
“Che tu possa crepare congelata, strega!”, diceva il primo, il figlio del mugnaio.
“Ti piacerebbe, moccioso…Non eri così spavaldo mentre ti sverrucavo…”
Al che interveniva l’altro scuotendo il capo con aria vissuta: “Questo non ha la faccia da forca, te lo dico io!”
“Cioè?”, s’informava quello che a tutti gli effetti era mio cognato.
“Se dovesse nevicare…Sai che cosa significa, no?” Io non lo sapevo, ma sembrava che il giovane interpellato avesse di che essere scettico e guardandomi per poi sputare al suolo diceva:
“Puha! Quest’anno non nevica. Io non ce lo voglio uno così in paese!”
O in famiglia, pensavo io ricambiando con affetto il pensiero.
E poi mi sovvenne un po’ di folclore locale e certi discorsi su quanto il clima influenzasse negativamente quel paesino a metà tra mare e montagna.
Con le prime gelate Montmer cadeva in uno stato di paresi totale apparente.
Paresi perché con la neve era impossibile anche solo aprire la porta di casa tanti erano i centimetri gelati accumulati al suolo e il mare, più che uno spettacolo malinconico, non offriva. Apparente perché dentro le proprie casupole la gente lavorava di tornio, intagliava e faceva progetti per la bella stagione.
Se fosse caduta abbastanza neve, ci sarebbe stato qualcuno disposto ad uscire per punire me? Per dar fuoco all’erborista?
Soffiai una nuvoletta d’alito caldo nel freddo circostante e tentai di guardarli.
“È bianca e fredda…E cadrà!” declamai, facendo in modo che la mia raucedine suonasse minacciosa. Ma non ci credevo molto, l’aria era troppo secca perché nevicasse, e non ci credevano neanche loro.
Si diedero di gomito, guardandomi con sguardo pietoso. Come potevano veramente volermi morto? Che cosa avevo mai fatto loro se non allungargli un po’ di più l’esistenza?
Se ne andarono, consci che da solo non mi sarei mai potuto liberare.
Sapevano che la storia della strega era poco credibile e sapevano anche che il massimo che avrei potuto fare era schiattare di gelo. Erano persone alla buona, credenti solo quando faceva loro comodo.
Il mio rogo era solo una variante curiosa al nulla invernale e senza uno come me in giro, le loro donne avrebbero potuto tornare a figliare con i soliti quattro bellimbusti, che almeno erano più utili nei campi e non avevano quella strana infezione di nome ‘raziocinio’.
Li avevo dunque lasciati con la promessa di un’imminente nevicata, ma già alle prime ore del giorno seguente iniziavo a disperare per una svolta in quel senso.
Se ci fosse stata Sopravvissuta, si sarebbe probabilmente limitata a sbadigliarmi in faccia con noncuranza. Lei queste cose le capiva, o più semplicemente non le temeva, con tutto quel pelo in eccesso.
Era il 24 di Dicembre, quella stessa notte, da qualche parte nel deserto, sarebbe nato per la millesima volta un bambino che ancora non aveva capito d’essere la causa indiretta di molta umana stupidità.
Quell’anno, però, ero molto più propenso a sperare nei miracoli e guardavo il cielo, in attesa.
A poche ore dalla mezzanotte iniziai a sospettare che tutti, in cielo, in terra e in Palestina si fossero ugualmente dimenticati del sottoscritto.
La volta notturna era tersa e faceva capolino persino qualche timida stella. Come facessi a non essere ancora morto di freddo non lo so. So solo che quando cadde il primo fiocco e i primi curiosi misero il naso fuori dalle finestre, ciò che videro dovette sembrargli più magico di quanto in realtà non fosse.
Cosa non avrebbe potuto fare un pizzico di comprensione metereologica in più ed un po’ di timore divino in meno!
Quella volta mi salvai. Mi finsi morto e con l’aiuto silenzioso della figlia del mugnaio riuscii a fuggire.
Ma se stai leggendo queste poche pagine, caro lettore, è solo grazie alla carta e all’inchiostro prestatimi dal capitano della nave su cui, ancora una volta, mi allontano dalla forca. Lui non ne avrà più bisogno e tra poco, neppure io.
L’acqua scivola sulle assi della cabina. Sono tranquillo e il mio pensiero va a Sopravvissuta e al ‘miracolo’ di Montmer, dove la prima strega uomo è scampata al rogo.
Mi hanno sempre detto che non ho una faccia da forca…Ecco perché morirò qui ed ora.
In mare.



* Rovesciamento del proverbio inglese “Chi nasce per la forca non morirà mai annegato




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