Ricordi e Halloween di Neris

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Ricordi e Halloween


Sin da quando ero piccola ho capito che Halloween per mia madre non era una festività come le altre. Non sentiva molto il Natale, per quanto preparassimo l'albero e la mattina del venticinque io trovassi una fila di regali che mi aspettavano. Regali che io credevo arrivassero da Babbo Natale e che in realtà erano frutto della fatica e del lavoro di mia madre. Non preparavamo il presepe, non facevamo discorsi religiosi, nonostante io frequentassi il catechismo come tutti i miei compagni di classe. Per noi era una festività commerciale, un momento di dono e contro-dono: mia madre - per quanto nascosta sotto la figura fiabesca di Babbo Natale - mi regalava giocattoli o libri e io la contraccambiavo con la mia gioia.
Ma ad Halloween tutto era diverso. Jennifer, mia madre anche se adottiva, mi diceva: "Ecco Kim, è arrivata la notte delle streghe. Per una volta chi come noi ha doni per così dire 'anormali' si sente a casa, a suo agio, benvenuto tra le strade e le case." Allora non aveva capito che io non avevo il suo stesso 'dono', ma uno diverso, anche se per certi versi simile.
In realtà non è che a Milano si facesse granché. Sì, si festeggiava, i bambini andavano in giro per i quartieri suonando alle case che avevano in bella mostra una zucca e facendo 'dolcetto o scherzetto?' Ma non era niente a livello americano e aveva anche ben poco a che fare con i riti e il sistema di credenze di mia madre. Eppure lei mi portava lo stesso in giro per la città. Vestite entrambe da streghe non davamo nell'occhio in quella notte stregata, a differenza di quello che succedeva nel resto dell'anno, quando eravamo vestite normalmente ma andavamo in giro a raccogliere erbe o a comprare qualche oggetto che in una casa di persone ‘per bene’ non dovrebbe esserci. Come l'athame, ad esempio, o il calderone. Era un’emozione, ci sentivamo libere di fare quello che desideravamo. Così, nella mia zucca di plastica si accumulavano caramelle, cioccolatini, ma anche erbe, pietre e qualsiasi cosa che attirasse l’attenzione di mia madre. Una volta ci abbiamo messo pure un mucchio di piume che ci siamo divertite a raccogliere per la strada. Erano soprattutto di piccioni, se non erro. Ci sono servite per creare vari oggettini: orecchini, braccialetti, sacchettini magici e, temo, che siano finiti anche in qualche pozione che ho bevuto, ma non ne sono sicurissima. Negli intrugli di mia madre ci si poteva trovar di tutto, quindi - visto che io ero costretta a berli - preferivo evitare di chiederle cosa ci avesse messo. Mi sarei sentita male se avesse risposto qualcosa come ‘code di lucertola e bava di cane’, come ha fatto una volta. Ancora adesso mi chiedo se stesse solo scherzando o se ci fossero davvero quegli ingredienti in quella pozione per la tosse al vago gusto di fragola.
Mi ricordo che dopo Halloween avevo sempre un terribile mal di pancia. Mamma mi sgridava perché mangiavo troppe caramelle. Diceva che prima o poi avrebbe messo una maledizione sul contenitore dei dolci, in modo che io non potessi avvicinarmi. Ma non l’ha mai fatto. Anche se... forse ha chiesto allo spirito di famiglia di tenermi alla larga, visto che una notte - mentre mi avvicinavo furtivamente ad un certo contenitore - ho sentito una presenza... spettrale. O è stato lui a prendere l’iniziativa preoccupato per la mia salute? Adamante era veramente affezionato a me, quindi tutto è possibile.

Insomma, era una bella festa. Mi divertivo molto.
Ora invece sono solo un po’ malinconica la notte di Halloween. Non esco, preferisco stare in camera mia a riflettere. E’ una notte di ricordo e rispetto. Accendo una candela, solitamente a forma di zucca o comunque arancione, e ripenso a mia madre, al suo caratteraccio, ai suoi scherzi, ai suoi sorrisi e alle sue magie. Era una strega, questo è vero, ma era mia madre. E mi manca.
Molto.

Ora ti devo lasciare, diario.
E’ quasi mezzanotte. Devo accendere la candela. Questa volta è proprio carina. La base, di cera ovviamente, è composta da un pipistrello nero molto simpatico. Ha un bel nasone rosso e degli occhietti proprio carini. Sopra la sua testa spunta il resto della candela, cilindrico e di colore arancio. Credo che le piacerebbe. Chissà, magari mi sta guardando da lassù e sta sorridendo. O magari si è reincarnata, esattamente come desiderava, e non si ricorda più di me. Chi lo sa, può darsi che io l’abbia già incontrata.




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