Le porte dei mondi di Selerian

Note sulla Storia
Una volta tanto provo una storia autoconclusivi (16 capitoli, poi la storia muore lì xD). Feedback molto, molto apprezzato...!
Note dell'Autore sul Capitolo
Capitolo uno. Il tono del protagonista mi è venuto un pò (ehm, abbastanza xD) più cupo di quel che volevo, temo rischi di dare fastidio... comunque, fate sapere!
Documento senza titolo

Repressione

 

“I selvaggi ci sanno fare un po’ più del previsto. I loro fottuti stregoni chiamano un elementale!”, grida Eshili, indicando verso il mare.

Strizzo gli occhi, maledicendo il riflesso dell’assurdo sole blu. Oltre la fiancata della nave l’oceano mi sembra un’unica massa azzurra e luminosa.

“Dove cazzo…?”

Il mio amico indica dritto davanti a noi. Impiego ancora qualche secondo a distinguerlo. Una massa d’acqua ribollente si alza lentamente dalla superficie delle onde. Sempre più grande, in movimento sempre più rapido. In pochi secondi diventa una colonna alta una dozzina di metri, ancora in movimento frenetico, con scariche di luce azzurra che lampeggiano all’interno.

“Dove sono gli stregoni?”, chiesi. La mostruosità è sempre più alta, non mi sento poi tanto sicuro di poterla distruggere direttamente.

Eshili chiude gli occhi. Simboli luminosi appaiono a mezz’aria davanti alle sue mani. Cerco di leggerli, seguire i movimenti delle sue dita. Inutile, non sono mai stato bravo nelle analisi magiche.

Il mio amico riapre le palpebre e scuote la testa.

“Non lo trovo. La loro fottuta magia tribale, non ci capisco niente”

Mi giro all’indietro, verso il capitano. L’idiota guarda con tranquillità verso la colonna d’acqua in formazione a meno di cento metri da noi, con un leggero sorriso sul volto, come si trattasse di un simpatico scherzo.

“Capitano! Dica al Quadro di Luce di trovare lo stregone che sta evocando quel coso, altrimenti qui non ne usciamo bene”

Il sorriso cortese dell’uomo non si increspa minimamente.

“Si tratta pur sempre di magia tribale”

“Sì, ma ci può ammazzare bene quanto la bella e raffinata magia accademica se non vi sbrigate a trovarci da dove cazzo lo evocano” rispondo, secco.

Il capitano sembra accigliarsi. Lo ignoro, sperando che l’idiota faccia il suo dovere, e torno a guardare verso l’elementale in formazione. Ormai è alto venti metri, una torre d’acqua diverse volte più alta della nostra nave. Smette di essere un vortice informe, nella parte più alta vanno a formarsi due rozze braccia, l’abbozzo di una testa.

“Qui se aspettiamo il Quadro di Luce facciamo in tempo a morire venti volte. Cerchiamo di abbattere quel coso, o almeno rallentarlo”

Moen appoggia le mani sui cristalli canalizzatori, senza dire nulla. Eshili mi guarda per un istante, come per protestare. Poi si stringe nelle spalle e inizia ad inviare energia.

Allargo le braccia, ricevendo l’energia dei miei compagni. Lascio che l’energia della Tempesta mi scorra nel sangue, che trascini via i dubbi, le debolezze. All’improvviso il sole intenso non mi ferisce più gli occhi, la mostruosità torreggiante che si avvicina non mi spaventava poi tanto.

Un movimento delle mie dita, dozzine di sottili simboli rossi appaiono nell’aria davanti a me, allineandosi di fronte ai miei occhi nell’istante in cui li penso.

Porto le mani in avanti, lasciando che l’energia liberata dai miei compagni la riempia, attingendo al potere della Tempesta. Ora posso vedere l’energia scorrere nel mondo attorno a me. Sottili linee rosse che venano ogni cosa, invisibili ai comuni mortali. Il calore che emana dal metallo della nave, il movimento delle onde, lo stesso vorticare dell’elementale.

A me, penso. E le linee si distorcono, si contraggono, affluiscono alle mie mani. I simboli rossi della Tempesta, rossi e ormai visibili a chiunque, mi vorticano attorno alle dita.

Aspetto che la mostruosità liquida si avvicini a meno di cinquanta metri, prima di concentrarmi su una rapida sequenza di simboli e lasciar andare il potere raccolto fra le mani. In poco più di un secondo, vedo la sfera di energia violacea attraversare lo spazio fra la nave e l’elementale, colpendo a metà altezza la colossale colonna d’acqua.

Un’esplosione, uno sfrigolio. Un’ondata di vapore biancastro si leva dal punto d’impatto, coprendomi per un istante la visione del nostro avversario. Si dirada in pochi istanti, permettendomi di vedere la parte superiore del suo corpo che perde coesione e scivola giù, torna all’oceano da cui è appena uscita. Alcune parti cedono così velocemente che cadono giù del tutto, sollevando piccole ondate all’impatto.

“Fottuto?”, chiedo.

“Non contarci”, rispode Eshili, calmo, tornando a farmi affluire energia. Annuisco. Non avevo mai combattuto elementali, ma non mi illudevo che cedesse così facilmente.

Mentre già preparo il colpo successivo, la colonna d’acqua prende rapidamente a innalzarsi e ispessirsi, tornando in pochi secondi alle dimensioni originarie.

“Cazzo. Sparargli con una pistola giocattolo era la stessa cosa”, commento. Inizio a sentirmi nervoso. E se il mostro fosse abbastanza potente da forare lo scudo di forza della nave?

Come in risposta ai miei dubbi, vedo simboli azzurri scintillare brevemente oltre la fiancata, potenziando le nostre difese.

Richiamo altri schemi nella mia mente, i cerchi di simboli rossi nell’aria scorrono rapidamente a comporre la sequenza.

Una raffica di scintille viola saetta dalle mie dita verso il mostro, l’energia della Tempesta esplode contro l’enorme massa d’acqua torreggiante. Il lampo delle esplosioni si perde contro il cielo luminoso, nuvole di vapore si alzano dall’Elementale. Ancora una volta, la sua forma umanoide vacilla, parte del liquido che lo compone rifluisce all’oceano. Ma questa volta nemmeno si ferma, inizia subito a ricostituirsi.

“Cazzo, quel coso non cede. Quanto ci mettono i maghi della Luce?”, chiedo. Il mostro è a meno di trenta metri, torno a raccogliere energia fra le dita resistendo all’impulso di scagliarla subito, di difendermi impulsivamente dal nemico che si avvicina.

Anche Eshili inizia a sembrare nervoso. Sento instabilità nel flusso di energia che mi invia. “Proviamo con più energia. Un colpo abbastanza potente dovrebbe disperdere la magia che lo tiene in vita”

Inizio a dubitare di avere abbastanza potere, ma non c’è molto altro che possa fare. Osservo le braccia del mostro, lunghe dieci metri l’una, sembrano impossibili vortici d’acqua sospesi a mezz’aria.

La voce distorta di un mago della Luce mi rimbomba all’improvviso nella mente.

“I loro stregoni si nascondono fottutamente bene. So dirvi solo che sono da qualche parte a riva”

Impreco fra me, osservando la lontana striscia di sabbia e alberi. Tanto valeva dirmi che sono da qualche parte su questo Mondo.

“I nostri amici della Luce non sembrano ottenere granché. Arrangiamoci”

Continuo a raccogliere energia, scelgo i simboli del Legame e dell’Attesa per trattenerne più di quanto mi sia normalmente possibile. Inizio a sentire la pressione della magia all’interno delle mani, le linee della Tempesta che cercano di liberarsi.

Il mostro è ormai a venti metri. Serve tutto il mio autocontrollo per non attaccarlo immediatamente, per restare a guardare mentre l’enormità liquida si avvicina ancora alla nave. Calma, non ancora. Si avvicina, si avvicina ancora, le onde si gonfiano e fluiscono nel suo corpo.

Non vedo più i confini fra l’Elementale davanti a noi e il mare da cui si è formato. L’acqua vortica e fluisce al mostro, forma il suo torso gigantesco, scorre a generare le sue braccia titaniche. La nave si inclina debolmente sul fianco, l’oceano davanti a noi è in pendenza, scariche azzurre si agitano nell’acqua.

Alza uno degli arti, una mazza d’acqua grande a sufficienza da inghiottire una piccola abitazione, e capisco che si prepara ad attaccare.

Gli scaglio contro, a dieci metri scarsi di distanza, tutta l’energia che ho accumulato. Una scheggia di energia viola vola verso di lui.

L’esplosione è accecante, i simboli azzurrini del nostro scudo diventano visibili per qualche istante mentre assorbono l’onda d’urto. Il mare vaporizza, schiuma e ribolle, l’enorme mole del mostro si agita, collassa in acqua.

Il suo braccio già lanciato prosegue per inerzia, colpisce con terribile potenza il nostro scudo, l’intera barriera azzurra diventa visibile e si deforma verso l’interno, per alcuni secondi sembra che una cascata scorra sulle nostre difese. La nave si inclina mentre il collasso del mostro solleva un’ondata paurosa, sento i miei due compagni che mi sorreggono per le spalle mentre tento di aggrapparmi ai sistemi di Canalizzazione per non cadere.

Sento diversi membri dell’equipaggio che gridano, ma io guardo solo avanti, verso l’oceano scosso da onde e scariche azzurre. Il vapore si dirada, cerco di capire se l’Elementale si stia riformando o no.

Mentre la nostra nave torna in posizione orizzontale, vedo distintamente l’acqua che torna a vorticare, a crescere verticalmente. Sospiro, mi sento all’improvviso stanchissimo. Come faccio a distruggere questa mostruosità? Non ho il tempo di preparare un colpo come il precedente.

“Abbiamo trovato gli stregoni nemici”, avverte la voce del mago della Luce, nella mia mente. Sfioro i cristalli di Canalizzazione, e per un istante sono con loro, con la magia della Luce. Chiudo gli occhi, e volo a una velocità inconcepibile su un raggio luminoso, il mondo attorno a me è congelato, sorvolo in un istante l’oceano immobile, le spiagge bianchissime e la vegetazione lussureggiante di questo mondo. Una roccia coperta di muschio, sopra cinque uomini dalla pelle nerissima e il corpo dipinto di segni azzurri. Hanno le mani levate, salmodiano in una lingua sconosciuta.

“Lasciamo perdere il mostro. Abbiamo i maghi”, ordino ai miei compagni. Loro annuiscono, per la terza volta riversano la loro energia in me.

Questa volta scelgo subito simboli diversi. Ignoro completamente la massa torreggiante d’acqua che si forma davanti a me, scelgo i simboli della Coesione, della Volontà e della Ricerca, per poi scorrere rapidamente la sequenza necessaria a tenere assieme i tre. Guardo verso la costa. Contro il cielo luminoso distinguo debolmente un filo di luce gialla, un marcatore che so essere presente solo nella mia mente.

Davanti a noi, il mostro inizia a generare nuove braccia, torreggia di nuovo come una montagna. Lo lascio perdere e rifinisco l’incantesimo, do forma alla luce viola fra le mie dita, le apro permettendole di scattare verso l’alto.

La stanchezza mi assale appena completo l’attacco. Troppi incantesimi, troppo complessi, troppo potenti. Sono stanco. L’essere davanti a me mi impedisce di seguire la traiettoria del mio colpo. Posso solo sperare che arrivi a destinazione.

L’Elementale solleva un braccio titanico, ce lo scaglia contro. Questa volta ci colpisce con tutta la sua forza, prima che io possa anche solo azzardare una reazione la massa d’acqua travolge lo scudo. Questo diventa visibile, si piega, cede.

Bestemmio. L’attacco ha perso buona parte della sua energia per sfondare lo scudo, l’Elementale perde coesione, ma una gigantesca massa d’acqua si riversa comunque sul ponte. Mi sento trascinato all’indietro, faccio per gridare e mi si riempie la bocca di acqua salmastra.

Perdo l’equilibrio, cado e l’acqua mi trascina, non distinguo più l’alto dal basso. Tento di prendere fiato, respiro aria mista ad acqua. Voci gridano il nome, tento di rialzarmi, di rimettermi in piedi, ma come sempre i muscoli non mi obbediscono del tutto, e mi trovo a vorticare senza controllo quanto prima.

Un’ultima ondata mi sbatte contro il parapetto della nave. Lo colpisco con la spalla, impreco contro il dolore ma dopo un istante l’acqua che mi ha trascinato scorre oltre, e mi trovo finalmente in grado di muovermi.

Tento di rialzarmi. Inutile, i muscoli delle gambe mi cedono, non riesco a fare forza sufficiente sulle braccia. Impreco un’altra volta contro la mia debolezza nell’istante in cui sento mani che mi sollevano da sotto le ascelle. Eshili e Moen, preoccupati.

“Tutto bene?”, chiede Eshili.

Annuisco, cercando di schiarirmi la visuale. Ho ancora dell’acqua nei polmoni, tossisco un paio di volte e sputo. Finalmente riesco a mettere a fuoco l’oceano oltre la fiancata. Ancora scosso dalle onde e dai vortici, ma più nessuna traccia dell’Elementale.

“Tutto bene. Anzi, non va bene un cazzo. Diciamo che io sono vivo, e che abbiamo… vinto”

Sputo saliva mista ad acqua salmastra per sottolineare l’ultima parola.

 

***

 

Cammino lentamente lungo la spiaggia sabbiosa. Le stampelle affondano di diversi centimetri, mi fanno male le braccia e ho il fiato corto, ma non ho intenzione di farlo sapere al Capitano.

Respiro affannosamente l’aria calda e umida, sento il sudore che mi cola lungo la fronte, che inzuppa l’uniforme rossa appena asciugatasi dopo l’attacco dell’Elementale. Non mi piace questo mondo. Troppa luce, troppo caldo, la sfumatura azzurra del sole rende tutto irreale, distante.

Anche il palco improvvisato per le impiccagioni. Anche i venti uomini dalla pelle nera su di esso, i loro corpi tatuati di strani simboli azzurri, le corde attorno ai loro colli.

Anche la folla di uomini raccolti oltre la barriera di Forza. Qualche centinaio di uomini, ancora pelle scurissima, volti increduli, distorti dall’odio e dal terrore.

Alcuni ci guardano. Distolgono subito gli occhi. Quasi sorrido, è facile immaginare come vedano me e i miei due compagni. Stranieri provenienti da un altro mondo. Uniforme rossa, capelli grigio argento o vicini a diventarlo. Probabilmente ne conoscono il significato. Potere della tempesta, il potere che ha bruciato i loro maghi, la loro gente, le loro case.

Penso quasi di spiegare. Di avvicinarmi a loro, gridare che noi non siamo come gli altri, che non portiamo il simbolo della Corporazione, che facciamo questo solo perché abbiamo bisogno di mangiare, che non abbiamo scelta. Osservo le loro facce mentre guardano i compagni sul palco dell’impiccagione. Mi sento ridicolo al solo pensiero di parlare.

Ci guardano, infine, la manciata di uomini incatenati sotto il palco. Alcuni hanno la carnagione chiara, altri giallastra. Abiti di stoffa tessuta, uno ha i capelli assurdamente chiari dei maghi della Luce. Loro ci riconoscono per quello che siamo, vedo la rabbia e lo schifo nei loro occhi.

Vorrei solo andarmene da qui. Tornare sulla nave, su Athan. Lontano da questo cielo sbagliato, da questo oceano luminoso, da quest’aria soffocante. Non dover guardare gli uomini che muoiono senza nemmeno davvero capire chi siamo, cosa vogliamo.

Un inviato della Corporazione, livrea bianca e azzurra perfetta e immacolata, parla da sotto il palco delle impiccagioni, la magia amplifica la sua voce. Mi chiedo se gli indigeni capiscano a sufficienza la nostra lingua. Non che importi qualcosa, probabilmente. Il messaggio è fin troppo chiaro.

“La Corporazione Aragali prende possesso di queste persone, per infedeltà contrattuale. Procediamo all’immediata eliminazione fisica degli indigeni considerati a capo della rivolta. I nativi di Athan recentemente acquisiti verranno invece riportati sul nostro mondo per ulteriore utilizzo”

Uno degli uomini incatenati ride, scuotendo la testa. Ha gli occhi chiusi, lacrime gli scendono lungo le guance, ma ride.

“Che sia di lezione a tutti voi. Rispettate i contratti e sarete ricompensati. Lavorate per la Corporazione e sarete protetti. Opponetevi e sarete distrutti”

Un suo gesto secco. Le botole si aprono, venti uomini dalla pelle nera cadono, i cappi si stringono attorno al loro collo. Gemiti, parole soffocate in lingue che non comprendo. Vorrei distogliere lo sguardo, ma per qualche motivo non posso distogliere lo sguardo. Forse perché è colpa mia. Come se li avessi uccisi io, uno per uno.

Non ho più la forza di provare rabbia, verso me stesso o contro la Corporazione. Sono solo terribilmente stanco.

I venti condannati a morte si agitano ancora per interi minuti prima di morire.

 

***

 

Di nuovo nella nostra cabina. Sono disteso nella mia cuccetta, guardo il mare fuori da un oblò. L’oceano è incredibilmente blu, il movimento delle onde ipnotico. Il mare di Herian e Shelis non era così bello. Mi chiedo come sia quello del mio mondo. Morente come tutto il resto, probabilmente.

“Il nemico era… potente” dice Eshili. È troppo alto per la sua cuccetta, ci si stende rannicchiato. Ha la fronte corrugata, con le ciocche di capelli argentei mescolate a quelli scuri, sembra vecchio, per una frazione di secondo davvero mi pare vederlo come sarà fra venti o trent’anni.

“Non credo saremmo stati in grado di sconfiggerlo direttamente”, rispondo. Ricordo il mostro che incombe sopra di noi, il modo in cui si rigenerava dopo ogni attacco. Come se questo giustificasse quello che abbiamo fatto. Come se fosse quello di cui voleva parlare Eshili.

“Non avevamo scelta”, commenta Moen, senza guardarci. Non rispondo. È la prima volta da tempo che ci troviamo a parlarne, e ne avrei fatto volentieri a meno.

Eshili si stringe nelle spalle.

“Se non fossimo andati noi sarebbe andato qualcun altro. E si sarebbe beccato il premio di fine missione”

Moen annuisce frettolosamente. Non risponde.

“Non potevamo fare niente, lo sai benissimo. Tantovale che i soldi andassero a noi, almeno. Per un po’ di tempo non dovremo accettare altri incarichi”, dico col tono più gentile che mi riesce. Come se fosse vero. Come se potessimo smettere di schizzare da una parte all’altra del multiverso cercando altri soldi per mangiare, per sperare un giorno di pagare le mie cure.

Moen si morde il labbro. Al contrario dell’altro, la luce azzurra lo fa sembrare ancora più giovane di quel che è. Provo rabbia verso la Corporazione. Non per mondi distrutti e popoli in schiavitù, non per i venti cadaveri impiccati sulla spiaggia, non per quel che mi costringono a fare per avere da vivere. Per Moen, per i ricordi che una delle persone più buone che abbia mai conosciuto sarà costretta a portarsi dietro.

 

***

 

“Un lavoro eccellente, Mago Araich” commenta il Capitano. Sulle sue labbra c’è stampato il solito, immutabile sorriso. Indossa una divisa impeccabile della Corporazione Shaiali.

Fa un gesto al suo servitore, che si avvicina versando a me e a lui un bicchiere di vino dallo strano colore verde.

L’uomo sorride notando la mia curiosità.

“Tenute della corporazione nel mondo di Rie. Sul mercato si vende a peso d’oro, ma questa nave viene da lì e ne ho lasciate un paio di bottiglie in cabina”

Ride, sorseggiando il suo calice. Assaggio io stesso, riesco appena a trattenermi dallo sputare il sapore acidulo, in qualche modo alieno. Continuo a non dire nulla. Sto impiegando tutte le mie forze per convincermi a non attaccare il bastardo davanti a me.

“Davvero, mi è capitato rare volte di trovarmi un quadro tanto potente e abile fuori dall’Accademia. Credo che farò il suo nome alla Corporazione. Sono sicuro che potremo fare molti ottimi affari”

“La ringrazio”, rispondo in tono incolore. Vorrei urlare, vorrei almeno trovare il coraggio di essere apertamente scortese con quest’uomo. Ma una raccomandazione mi fa davvero comodo, e so già che striscerò finché richiesto.

Mi sorride ancora, indica attorno a noi, oltre le pareti perfettamente trasparenti della cabina. Attorno a noi la consueta distesa di acqua azzurro intenso, una mezza dozzine di isolette coperte da vegetazione lussureggiante. Noto che in questa zona gli alberi sembrano avere piume piuttosto che foglie.

“Mi piace questo mondo. Un po’ troppo caldo, ma la luce azzurra è affascinante, mi piacciono le sue foreste, mi piace questo oceano. Credo mi piacerebbe andare in pensione qui”

Inutile che giochi all’ufficiale gentiluomo. Sei un assassino prezzolato quanto me, e in fondo in fondo lo sai.

“L’aria è molto calda”, rispondo.

Annuisce, sembra sinceramente dispiaciuto.

“Mi rendo conto che possa complicare la situazione per la sua… disabilità. Ma con la sua intraprendenza, Mago, sono sicuro che un giorno troverà i soldi per una guarigione di alto livello”

Odio quest’uomo, tutto quel che dice mi suona falso e ipocrita. Ma quando pronuncia questa frase vorrei solo abbracciarlo e gridare che sì, voglio crederci. Guarigione. Guarigione.

 

***

 

La battaglia è passata da tre giorni quando in mezzo all’arcipelago avvistiamo quella che pare un’isola di vetro e metallo. Nella luce del tardo pomeriggio, il Porto Galleggiante sembra un’antica fortezza, merli e torri che si alzano sull’acqua, maghi a presidiare le mura.

Sono in piedi sul ponte, reggendomi sulle stampelle. Vedo migliaia di puntini luminosi danzare attorno la nave per qualche istante mentre veniamo identificati, vedo i maghi e gli ufficiali, puntini neri in controluce, che si muovono sugli spalti della fortezza galleggiante per accoglierci.

Sul fianco dell’immensa struttura si solleva lentamente una saracinesca, lascia un’apertura grande a sufficienza da far passare la nostra nave. Il vento salmastro si attenua mentre ci avviciniamo alla fortezza, la nostra velocità diminuisce.

Distinguo gli enormi simboli verdi della corporazione tracciati sulle fiancate metalliche della Fortezza Galleggiante, gli uomini in livrea che presidiano le torrette e sciamano fra i moli. Distinguo una manciata di veri maghi della Tempesta, nella divisa rossa dell’ordine. Mi coglie un lampo di invidia mista a rabbia, mentre la nave penetra nel bacino interno alla base.

Mi volto a poppa, guardo la notte che cala in lontananza su questo mare alieno. Sono sollevato che per un po’ non dovrò respirare quest’aria troppo calda, non dovrò subire questa luce troppo intensa.

Più avanti, a poppa, vedo gli anziani Maghi della Luce avvolti nel loro potere, scintille di energia gialla lampeggiano attorno a loro, simboli che non comprendo si materializzano nell’aria e si spostano ai loro comandi.

Per qualche istante attorno a noi è quasi buio, mentre attraversiamo lo spessore della fortezza. Poi sopra di noi di nuovo cielo azzurro intenso, il bacino interno.

Al centro, il Portale si sta aprendo.

I due ritti alti dozzine di metri si allontanano gradualmente, le scariche bianche all’interno si estendono come una pellicola che venga tirata. Ne sento il crepitare, ne percepisco il potere nella Tempesta.

La nostra nave si ferma, mentre i ritti si allontanano a sufficienza da far passare l’intero scafo. Le scariche si intensificano, sempre più spesse e luminose. Ho scelto l’Accademia della Tempesta perché volevo imparare a chiamare i fulmini. E alla fine la cosa più simile che ho mai visto la fanno una stupida macchina e i maghi del Vuoto.

Presto l’intera superficie fra i due ritti è un’unica crepitante ragnatela di scariche, sento l’odore di ozono e le orecchie mi ronzano.

Dopo più di una dozzina di passaggi fra i mondi, ancora non riesco ad abituarmi a quel che viene dopo, ancora non riesco a descriverlo, ancore non riesco a ricordare, quando è finito, qual è l’effetto di vedere una fetta di realtà che viene tagliata e portata via. Come se il cielo fosse carta che si può tagliare e strappare, rivelandone un altro sotto.

Le scariche cessano, ora fra i due pali c’è un altro mondo. Un altro bacino, simile a quello da cui veniamo. Un luogo tanto, tanto diverso.

 La nave torna ad avanzare. Come sempre, non sento niente, non percepisco nulla di particolare nel varcare la barriera fra i mondi. Solo, da un lato del Portale ci circondano una fortezza galleggiante e sopra di noi c’è un cielo azzurro. Superati i due ritti galleggiamo nelle acque scure di un bacino in cemento, con un cielo grigio sopra di noi.

Mi giro, una parte di me ancora si aspetta di vedermi alle spalle il mondo da cui sono venuto. Invece ne resta solo un frammento, una fettina di cielo azzurro incastrato nel Portale.

Appena la nave finisce di passare, tornano le scariche, il varco fra i mondi si chiude e i ritti si riavvicinano.

Mi guardo attorno. Dozzine di altre navi attorno a noi. Centinaia di uomini con la divisa verde e grigia sciamano in tutte le direzioni, migliaia di aure magiche abbagliano la mia percezione in tutte le direzioni.

Oltre il bacino, un po’ più in giù rispetto alla nostra posizione di vantaggio, la città. Dopo la settimana di oceano senza fine, mi stordisce per qualche secondo. Un numero che pare infinito di case abbarbicate le une sulle altre, agglomerati costruiti a strati irregolari e baracche in tutte le direzioni. Mura che circondano i quartieri delle Corporazioni.

Palazzi che sembrano di vetro e di pietra, palazzi alti centinaia di metri. Piramidi, torri, forme astratte che sfidano la gravità con guglie e spirali. I Palazzi delle Corporazioni si stagliano contro il cielo.

Un cielo grigio, nuvole gonfie e pesanti che non se ne vanno mai. Aria polverosa e puzzolente, migliaia di odori impossibili da identificare. Vortici di sabbia e terra secca in lontananza, venti impetuosi che spazzano le rocce nude appena oltre le serre, al di là del debole scintillio dello Scudo Climatico. Devo cercare a lungo, con attenzione, per vedere pochi alberi stentati. Fulmini azzurri e violacei saettano in lontananza, come se dei furiosi combattessero all’orizzonte.

Alzo lo sguardo, mi rendo conto che sto cercando il sole. Mi viene quasi da ridere. L’ultima volta che l’ho visto, su questo mondo, sembrava anche quello stinto e polveroso.

“Bentornati a casa”, commenta Moen indicando con un gesto il nostro mondo.





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