The Legend di Naglu

Note dell'Autore sul Capitolo
ecco a voi il prologo della mia storia :D
Il generale Dgun era a cavallo, in cima ad una collinetta, e osservava i propri soldati che si disponevano; si schiarì la gola.
“Soldati, colonnelli. Oggi non è un giorno come un altro: oggi verrà combattuta una battaglia qui, in questo terreno, da voi, dalle vostre armi, dalla vostra forza e questa battaglia verrà trascritta in tutti gli annali di storia. Sarà la battaglia più grande che voi abbiate mai combattuto, sarà la più grande battaglia nella storia di questo mondo. Se combatterete con onore, i protagonisti di questa storia saremo noi!”
I soldati sollevarono gli scudi al cielo e intonarono un urlo di assenso.
“Noi siamo qui non solo per combattere contro dei nemici, ma soprattutto per vendicarci delle morti di innocenti che quelle bestie dei Guntiani hanno perpetrato nell’assalto della nostra città; per tutti i famigliari e per tutti gli amici uccisi”
I soldati alzarono le teste al cielo nominando i propri cari con desiderio di vendetta.
“Io vi ordino di vincere e se seguirete i miei ordini noi vinceremo!”
I soldati batterono le spade contro gli scudi.
“Ora in formazione! Avanti, sbrigatevi!”
Lo squadrone A si allineò allo squadrone B; le prime linee di entrambi gli squadroni fecero quattro passi avanti per permettere alle file seguenti di distribuirsi meglio. Le ali si affiancarono all’esercito, all’esterno degli squadroni, lasciando lo spazio di cinque file di uomini, portandosi leggermente più avanti degli stessi.
“Squadrone A!” urlò Dgun.
“Pronti signore”
“Squadrone B”
“Pronti signore”
“Ali!”
“In posizione signore”
Dgun osservò la disposizione dei suoi uomini e sorrise compiaciuto accarezzandosi la barba incolta. Cavalcò davanti alla prima linea fino ad arrivare al centro dell’esercito, guardò i propri soldati dopodiché si girò verso quelli di Guntar. I due eserciti possedevano quasi lo stesso numero di soldati.
“Non hanno cavalleria” osservò il generale “Mentre gli arcieri sono sulle mura; certamente non caricheranno, anzi, cercheranno di decimarci con gli arcieri prima dell’impatto contro i loro lancieri; ma non sanno che noi abbiamo archi più potenti”
“Arcieri, avanzare” urlò.
Gli arcieri, dopo aver superato i propri compagni, si disposero su quattro linee ordinate e avanzarono a passo di marcia attendendo un ordine dal generale.
“Fermi” ordinò Dgun “Posizione statica, pronti a scagliare le frecce”
Gli arcieri in prima linea si inginocchiarono, rimanendo molto bassi, quelli di seconda linea fecero lo stesso rimanendo però leggermente più alti dei primi mentre quelli di terza e quarta linea rimasero in piedi. Il generale guardò i colonnelli degli squadroni A e B i quali si misero subito sull’attenti.
“Mantenete i soldati in posizione”
“Ma signore, non dovremmo…” tentò di replicare Nebur, colonnello dello squadrone A.
“Vorresti contraddire un mio ordine?” tuonò Dgun prima di voltarsi e spronare il cavallo al trotto in direzione degli arcieri.
“Nossignore” rispose mortificato Nebur alle spalle del generale e, rivolgendosi ai suoi soldati disse: “Mantenere la posizione, massima attenzione”
I lancieri di prima linea si inginocchiarono puntando le lance in orizzontale, quelli di seconda linea appoggiarono le proprie lance sulle spalle dei compagni in prima linea, che ovviamente era formata dagli uomini più robusti, mentre quelli delle altre quattro le tenevano verticali.
Il generale Dgun arrivò, con un sorriso divertito stampato sul viso, dal colonnello Duyf , il colonnello degli arcieri, mentre alle proprie spalle i soldati stringevano con le mani sudate le proprie armi e i colonnelli si sistemavano gli elmi.
Dgun mandò un’occhiata decisa a Duyf il quale alzò il braccio destro al cielo mentre Dgun ordinò: “Mirare agli arcieri sulle mura”.
Gli arcieri incoccarono le frecce. Si alzò una leggera brezza. Il colonnello guardava Dgun. Il generale attendeva il momento giusto. I suoi corti capelli erano scossi dalla brezza. Gli arcieri sistemavano il tiro. Le braccia tremavano. Rivoli di sudore imperlavano le fronti. La brezza cessò. Dgun fece un cenno al colonnello il quale abbassò di scatto il braccio.
Una nube di frecce colme del desiderio di vendetta degli arcieri oscurò il cielo. I soldati nemici alzarono prontamente gli scudi. Le frecce li superarono, diretti alle mura. Le frecce piombarono su di esse come aquile sulla propria preda. Molti uomini morirono subito trapassati da numerose frecce, altri si protessero sfruttando le merlature, altri ancora furono solamente feriti. Lunghi fiumi di sangue sporcavano le candide mura dell‘impenetrabile città. Le urla di disperazione degli arcieri feriti demoralizzavano i soldati molti dei quali si guardavano intorno in cerca del sostegno dei compagni. Nel frattempo Duyf aveva dato l’ordine di scagliare una seconda ondata di frecce, la quale uccise quasi tutti gli arcieri restanti nonostante la protezione delle merlature. Mentre stava dando l’ordine per la terza ondata Dgun alzò il braccio possente fermandolo.
Il generale nemico si stava sbracciando dando ordini ai suoi colonnelli mentre Dgun sorrideva compiaciuto.
“Arcieri, recuperare la posizione; compagnia, preparatevi a ricevere l’assalto” ordinò Dgun.
“Ma generale, è impossibile che carichino” intervenne Jereb, colonnello dello squadrone B “possiedono solo lancieri e fanteria pesante, non hanno la cavalleria e gli arcieri li abbiamo appena debellati; il loro generale non è uno sprovveduto. Si ricorda cos’è successo quando ha attaccato Inshar?”
Dgun si voltò verso Jereb e il suo sorrisetto si trasformò in un ghigno beffardo: “Quello che mi chiedo è se se ne ricorda lei, colonnello. Quella battaglia mi è valsa una doppia promozione ad opera del re in persona.” tornò a scrutare le file nemiche, senza attendere risposta “Si fidi di me: con l’uccisione degli arcieri la loro copertura principale al nostro assalto è stata distrutta per cui non resisterebbero ad un nostro impeto. L’unica soluzione per loro è coprire questa debolezza caricando, ma loro non hanno cavalleria per cui la forza principale dell’impeto sarà quella di una stanca fanteria pesante, quindi lasciamoli correre: tutta la forza dell’impeto terminerà a contatto con la barriera dei nostri lancieri i quali saranno ancora freschi, come il resto del nostro esercito. Sarà un vero massacro. Per loro.”
Jereb aggrottò la fronte: “Non ci avevo pensato”
“Non per nulla sono generale” rispose spavaldo Dgun “Ora torna in posizione”
Jereb raggiunse il proprio squadrone mentre si sentirono in lontananza risuonare le trombe.
I colonnelli e i soldati si volsero verso l’esercito nemico. Dgun sorrideva. I soldati si asciugarono le gocce di sudore dalla fronte prima di afferrare tremanti le proprie armi. Il sorriso di Dgun si allargava sempre più. I colonnelli si posizionarono accanto alle proprie compagnie.
I soldati di Guntar avanzavano a passo di marcia, le fila partirono canonicamente lasciando uno spazio di circa tre metri tra loro.
Le due fazioni ora erano a soli seicento metri di distanza.
I fanti nemici estrassero le armi.
Quattrocento metri di distanza.
I fanti di Dgun sollevarono i giavellotti, Duyf alzò il braccio destro e gli arcieri incoccarono le frecce, Dgun sollevò entrambe le possenti braccia al cielo.
Duecento metri.
I soldati di Guntar iniziarono la carica urlando e incitandosi l‘uno con l‘altro. Duyf abbassò il braccio e i nemici furono investiti da una scarica di frecce che ne divise la compattezza. Dgun abbassò a sua volta le braccia e la cavalleria partì.
I cavalieri di Dgun erano molto vicini alla fazione nemica, erano in procinto di scontrarsi quando sul terreno calpestato dai cavalli si aprì una spaccatura. I cavalli si imbizzarrirono disarcionando i cavalieri. Dalla fenditura del terreno uscì una lingua di fuoco che investì la cavalleria bruciando i cavalli e ustionando i cavalieri. Un misto di urla umane e nitriti di dolore si espanse nel campo di battaglia. Dgun aggrottò la fronte spaziosa e sgranò gli occhi: la propria cavalleria stava bruciando senza che lui ne conoscesse il motivo. I soldati rimasero immobili, increduli. Si sentì un tonfo e improvvisamente si spensero le fiamme che ardevano voraci sui corpi di cavalli e cavalieri. I soldati di Inshar si girarono tutti in una stessa direzione: un ragazzino, probabilmente di soli dodici anni, era caduto a terra privo di sensi, grondante di sudore.
“Meddu” gridò Dgun “Cerca di guarire quei poveri cavalieri, ci servono al più presto”
Dalle spalle di Dgun apparve un ragazzo biondo che disse: “Subito signore” pensò qualche secondo poi continuò “Tofonur Mwar. Scloe Turh”
Le ferite e le scottature di cavalli e cavalieri divennero rosse incandescenti prima si sparire completamente. Purtroppo molti di loro però erano già morti.
“Asce!” urlò qualcuno dello squadrone B.
I soldati di prima linea fecero appena in tempo a girarsi prima di essere massacrati dalle asce da lancio.
Duyf diede il segnale e gli arcieri scoccarono le frecce che si alzarono nel cielo, raggiungendo il culmine dell’ascesa proprio sopra alla prima linea nemica. Iniziarono la discesa in direzione del centro dell’esercito nemico. Dalle mura della città si sollevarono cinquanta uccelli neri, somiglianti ad enormi aquile.
“Grifoni, sono Grifoni!” urlò Jereb.
“Dannati uccellacci” imprecò Dgun “Fanti, arcieri: abbatteteli!”
I Grifoni si diressero a gran velocità verso la nube di frecce ancora molto alte nel cielo. I fanti scagliarono i giavellotti e gli arcieri scoccarono le frecce in direzione dei Grifoni, uno fu colpito da una decina di giavellotti e venti frecce, nonostante i pesanti danni subiti continuò imperterrito il suo volo attraversando con i compagni la precedente nube di frecce provocando un vento contrario che ne cambiò la direzione. Ora le frecce si stavano dirigendo verso gli arcieri di Duyf, i quali tentarono invano di colpire i Grifoni prima di darsi alla fuga. Le frecce, però, si abbatterono senza tregua sui loro corpi. Gi arcieri furono trapassati o rimasero infilzati; caddero a terra morti o moribondi.
“Meddu” chiamò nuovamente Dgun “Presto, guarisci chi puoi”
“Sissignore. Dvarz Trun Bral Tun Bagal” eseguì rapidamente con la sua voce melodiosa.
Una luce bianca ricoprì gli arcieri i quali si sollevarono in aria. Le ferite si richiusero, i muscoli lacerati si ricomposero, il sangue perso si riformò.
“Mi dispiace generale, ma prima di altri trenta minuti non potrò compiere un’altra guarigione”
“Vatti a riposare Meddu: ti do venti minuti per riprenderti al meglio”
“Ma signore…”
“Quindici minuti”
“Agli ordini” disse Meddu, sbuffando, prima di dirigersi alla sua tenda.
“Ragazzo mio, tu ci servi il prima possibile” bisbigliò Dgun.
Un grifone si staccò dal gruppo e si diresse verso la tenda del giovane guaritore. Dgun saltò prontamente dal cavallo e colpì la bestia atterrandola. Sfruttando le feline zampe posteriori la bestia spinse lontano il muscoloso generale e si rimise in piedi. Dgun atterrò tranquillo ed estrasse la spada correndo verso il grifone il quale lo attaccò con l’affilato becco, il generale parò prontamente l’attacco con lo scudo. Il becco dell’animale era grande quanto il suo scudo, la forza era immane ma l’uomo riuscì a contrastarla quasi senza problemi, arretrò di scattò facendo perdere l’equilibrio all’animale e lo colpì violentemente al muso facendolo girare, allungò la spada mirando alla gola. Il grifone spostò la sua zampa di aquila nel tentativo di colpirlo. Dgun fu obbligato a cambiare il suo bersaglio e gli mozzò la zampa prima di essere colpito al fianco dal becco dell’animale. La sua carne su strappò lievemente e il grifone fu sorpreso della resistenza dell’uomo. Quell’attimo di sorpresa fu sfruttato dall’uomo per conficcare la sua lama nella gola dell’animale il quale si impennò e strillò ferocemente. La spada rimase nel collo dell’animale e il generale si trovò presto disarmato. Il grifone lo guardò con occhi avvelenati di rabbia e tentò più volte di colpirlo. I primi colpi furono facilmente parati dal generale, lo scudo però non resse e si ruppe dopo circa cinque assalti.
“Dannato fabbro” imprecò l’uomo prima di essere colpito al petto ed atterrato. Il grifone colpì più e più volte il generale rompendo rapidamente la corazza e tentando poi di dilarniargli la carne. Operazione che si rivelò molto difficile: il corpo di Dgun subì gravi ferite ma non profonde quanto sarebbe dovuto essere. Il grifone guardò la sua preda sorpreso, il generale afferrò il becco dell’animale il quale tentò invano di divincolarsi, l’uomo si alzò in piedi e guardò negli occhi l’animale.
“Mi dispiace ma è già durata troppo” Dgun balzò in groppa al grifone il quale cercò di liberarsi dall’indesiderato cavaliere scuotendosi e roteando furiosamente il poderoso collo, il generale si aggrappò saldamente con le gambe e si chinò di lato per recuperare la lama dal collo dell’animale. Sangue iniziò a fiottare dalla ferita. Tornatogli in groppa Dgun sollevò la spada “E’ ora di finirla” spiccò un balzo e eseguì un fendente verticale mentre ricadeva a lato dell’animale. La testa si staccò dal corpo il quale cadde a terra esanime.
Dgun rinfoderò la spada e si asciugò il sudore dalla fronte.
“Frun” urlò “Frun, vieni qui”
Una nube di polvere, sollevata come da una freccia rasente il terreno, si diresse verso Dgun; raggiunto il generale ne uscì un uomo alto che si passò le mani tra i capelli neri impastati di polvere e sudore prima di esclamare: “Son qui, che vuoi?” il suo sguardo cadde subito al corpo decapitato del grifone, lo osservò con disgusto.
“Cos’è quest’insolenza?” sbottò Dgun “Vuoi altre duecento frustate?”
“Nossignore” disse Frun mettendosi sull’attenti dopodiché pensò “Ma chi me l’ha fatto fare a venire in ‘sto posto? Mi si rovina il vestito”
“Guntar possiede delle bestie magiche da combattimento e ciò non era previsto: abbiamo bisogno di rinforzi”
“Sissignore, ho capito: vado e torno in un baleno” disse Frun, prima di sparire nuovamente in una nube di polvere, questa volta diretto verso Inshar.
“Siamo nelle tue mani, insolente che non sei altro”
I due eserciti si scontrarono e della prima linea di Inshar non cadde nessuno, mentre quella di Guntar fu completamente eliminata e furono uccisi molti della seconda. I soldati di Inshar tentarono di penetrare nei buchi fra gli uomini lasciati dai morti per spezzare l’unità della compagnia nemica ma i soldati di Guntar li riempirono prontamente. Era una battaglia accanita, i soldati si sfidavano a duello e vendevano cara la pelle. Urla di dolore si sollevavano dai ranghi quando qualcuno veniva gravemente ferito, il sangue macchiò il sassoso terreno sul quale si stava combattendo.
I cavalieri sopravvissuti alla lingua di fuoco attaccavano accanitamente i fanti di retroguardia di Guntar i quali non riuscivano a difendersi dagli esperti attacchi e dalle studiate tecniche di assalto.
I Grifoni spolpavano senza alcun ritegno la retroguardia di Inshar, strazianti urla di dolore si sollevavano dai corpi straziati dei guerrieri morenti, i quali tentarono invano di difendersi dalla brutalità delle bestie. I soldati rispondevano usando le spade ferendoli gravemente, gli esseri non tentavano neanche di schivare i colpi tanto erano intente a massacrarli.
La terra tra i soldati di prima linea di entrambe le fazioni iniziò a tremare. I soldati indietreggiarono. Una mano di argilla lunga ottanta centimetri uscì dal terreno. La seguì un braccio lungo circa tre metri e largo una sessantina di centimetri; la mano si appoggiò al terreno come per reggersi in equilibrio. Il braccio tremò come in preda ad uno sforzo immane e a circa quaranta centimetri da esso sbucò una testa dal terreno, anch’essa d’argilla, grande quanto la mano.
“Dannazione: Golem” esclamò Dgun “Cos’altro hanno quei maledetti?”
I Golem erano cinque e attaccarono frontalmente l’esercito di Dgun massacrando i soldati impauriti e impreparati con facilità incredibile. Uno fu fermato e il suo braccio mozzato da un grosso soldato con una vistosa cicatrice sul braccio sinistro. L’uomo venne afferrato dal mostro e scaraventato in mezzo ai suoi compagni, troppo lontano per poter riprendere il combattimento presto.
“I maghi di Wetar” disse Jereb “Ci vorrebbero i maghi di Wetar, sia per i Grifoni che per i Golem”
Si sentì nuovamente un tonfo: il ragazzino era svenuto una seconda volta.
I cinque Golem si sgretolarono sui corpi dei lancieri morti.
A Inshar rimanevano solo una fila di arcieri, tre di lancieri e cinque di fanti.
A Guntar rimanevano tre file di lancieri, quattro di fanti e quarantanove grifoni.
“Ci stanno sopraffacendo” osservò Jereb, colonnello dello squadrone B “Hanno eliminato anche la cavalleria”
“Lo so, ma dobbiamo resistere” rispose Nebur, colonnello dello squadrone A “Dgun ha mandato Frun ad Inshar”
“Speriamo mandi perlomeno i Rinos da carico con lancieri e fanti, conoscendo quel tirchio di un re”
“A noi servirebbero i maghi di Wetar: con i dieci Rinos e mille maghi di Wetar risolveremmo la situazione”
“Zitti voi laggiù” sbottò Dgun “chiacchierate di meno e combattete di più”
“Sissignore” risposero in coro, prima di tornare a combattere.
La terrà tremò nuovamente.
“Inizio ad essere stufo di tutti questi terremoti” sbottò Dgun “Quante diavolo di bestie magiche possiede Guntar? Che le metta in campo tutte insieme: di questo passo mi verrà il mal di mare”
“Signore” disse Meddu, il guaritore.
“Che c’è ancora? Oh Meddu, ti sei ripreso?”
“Sissignore”
“Bene, avevi qualcosa da dirmi?”
“Guardi là!” esclamò Meddu indicando alle spalle di Dgun il quale si voltò.
Scorse in lontananza cinque creature color ebano galoppare a gran velocità verso il suo esercito.
“I Rinos da carico” esclamò sollevato Dgun “Finalmente arrivano i rinforzi”
Una nube di polvere di piccole dimensioni, rispetto a quella sollevata dai Rinos, si staccò da loro e si diresse con maggior velocità verso Dgun.
“Sta arrivando Frun” osservò Meddu “Sarà stanco, preparo qualche incantesimo per aiutarlo a riprendersi?”
“No Meddu, Frun si riprende in fretta, risparmia invece la tua magia per i nostri soldati, anzi, individua quelli messi peggio e inizia a curarli”
“Agli ordini signore” disse Meddu, il quale si diresse alla base della collinetta e iniziò a lanciare incantesimi.
“Frun è ancora lontano” disse Dgun “ Prima di arrivare qui impiegherà almeno cinque minuti, i Rinos invece arriveranno non prima di venti minuti” Dgun si voltò verso il proprio esercito e notò che erano state debellate altre due fila frontali e due di retroguardia, mentre i suoi soldati eliminarono solo una fila frontale si Guntar e ferito gravemente una decina Grifoni i quali nonostante il petto sanguinante e le ali lacerate continuavano a mietere vittime.
“Eccomi” disse Frun. Dgun trasalì.
“Non farmi più spaventare in questo modo “ disse ansimante “Come hai fatto ad essere qui così in fretta?” chiese, ma senza attendere risposta continuò “Cosa ci ha inviato il re?”
“Cinque Rinos da carico con tre vagoni da cinquemila l’uno”
“Solo cinque? Hanno inviato solo soldati?”
“Nossignore, hanno inviato anche duecento maghi di Wetar e cento maghi di Nusom”
“Ne cavalleria ne i due curatori. Tipico del re: inviare il minimo possibile. Cosa gli servono in città cinque Rinos, svariate unità di evocazione, maghi di Wetar e migliaia di soldati? Chi pensa che lo attaccherà in questo momento?” sbuffò “Vedrò di arrangiarmi. I Rinos hanno la corazzatura?”
“Nossignore”
“Per Deusul. Il re ci vuole morti? Se ce ne sarà bisogno li userò anche senza corazza”
“Ma signore, se venissero feriti lei sa bene cosa ci aspetterebbe”
“Preferiresti morire?”
“Nossignore”
“Bene, ora preparati: i Rinos sono quasi arrivati e mi servi per riferire gli ordini ai colonnelli”
“Sissignore”
Dgun scorse il generale nemico volgere il cavallo verso Guntar e partire al galoppo.
“Cosa fa quel dannato?” pensò Dgun “Perché lascia i suoi soldati allo sbaraglio? Sei talmente sicuro della tua strategia che ritorni in città? Oppure hai paura di perdere? Dannazione che grattacapo”
I Rinos, arrivati a gran velocità, arrestarono la loro corsa spostando il peso del corpo sulle zampe anteriori. Molti soldati nemici rimasero paralizzati dall’incredibile mole di questi animali alti sei metri e lunghi diciotto. Alcuni di loro tentarono di fuggire spaventati ma furono riportati prontamente fra i ranghi dai colonnelli.
Si aprirono le porte dei vagoni e migliaia di soldati ne uscirono in ordine perfetto, alcuni dei quali sganciarono i vagoni dalla schiena dei Rinos per lasciarli liberi dal peso. Si disposero davanti alle bestie in file ordinate lasciando dietro ai fanti i maghi; i colonnelli attendevano ordini da Dgun.
“Frun, ordina ai colonnelli dei lancieri e dei fanti di superare esternamente i soldati già in combattimento e di attaccare lateralmente l’esercito di Guntar. I maghi invece hanno come priorità assoluta i Grifoni. Sbrigati Frun, và”
Frun passò di colonnello in colonnello portandogli ordini del generale prima di tornare da lui.
Gli squadroni sulla sinistra dell’esercito lo affiancarono da quel lato ed entrarono in contatto con la fazione nemica solo dopo averne superato la prima linea, gli squadroni di destra fecero la stessa cosa ma dal lato opposto.
Dal gruppo dei maghi di Wetar si sollevavano numerose palle di fuoco, lance di ghiaccio, onde d’acqua e numerosi altri incantesimi diretti ai Grifoni i quali incassata la prima ondata di colpi abbandonarono la retroguardia di Inshar per assalire il pericolo appena sopraggiunto. Solo i Grifoni feriti precedentemente morirono nel giro di pochi minuti non senza aver dato il loro contributo nella morte di molti maghi. I maghi di Nusom si disposero in cerchio, il Grande Druido disegnò strani segni sul terreno e vi si pose al centro. Tutti insieme iniziarono una cantilena, i segni sul terreno iniziarono a brillare di un’intensa luce cremisi. Un tornato di fiamme circondò i maghi prima di alzarsi in cielo, dopo pochi minuti si alzò un tornado molto simile a questo anche all’interno delle mura di Guntar.
Urla strazianti si sollevarono dal gruppo dei maghi di Wetar, spolpati vivi dai Grifoni. Entrambi combattevano accanitamente, ognuno nel miglior modo che conoscevano. I maghi erano rimasti solo in settanta mentre i grifoni in quindici, l’esercito nemico era quasi completamente distrutto eppure opponeva una forte resistenza.
“Frun, ordina ai maghi di Nusom di fermare l’invocazione: oramai abbiamo vinto la battaglia” disse Dgun, Frun obbedì.
La cantilena cessò improvvisamente, e con lei il vortice di fuoco si placò.
I pochi soldati di Guntar rimasti vendettero cara la pelle e uccisero ancora molti soldati prima di cadere anche loro e di porre fine alla guerra.
I soldati di Nebur e di Jereb erano decimati, i maghi di Wetar erano solo venti.
Dgun trasse un sospiro di sollievo: “Finalmente questa battaglia è…”
Un ruggito di intensità colossale obbligò Dgun, e tutti i soldati, a tapparsi le orecchie.
Il ruggito cessò e tutti si girarono in direzione della sua provenienza: Guntar. Era ancora presente il turbine di fuoco, anche se pian piano si abbassava.
“Hanno continuato l’invocazione anche se oramai l’esercito è stato completamente debellato. Non serve a niente evocare un Drago in queste condizioni” esclamò Dgun.
Il turbine di fuoco iniziava a perdere d’intensità diminuendo la sua altezza, si intravedeva al di sopra delle fiamme un muso di toro con occhi di fuoco. Il turbine si abbassò nuovamente mettendo in mostra un collo squamato che si congiungeva ad un corpo con una pelliccia color ebano, sulla schiena crescevano enormi ali formate da squame nere. Al posto delle zampe anteriori aveva delle enormi braccia umane, mentre le zampe posteriori erano quelle di una strana creatura ancestrale, molto probabilmente un rettile dei più grandi mai esistiti.
“Un Meticcio, hanno evocato un Meticcio” esclamò spaventato Meddu “Sono pazzi, evocare un Meticcio? Perché? Sono completamente pazzi!”
“Soldati, salire sui Rinos: torniamo in città. Avanti sbrigarsi!”
I soldati che avevano sganciato i carri dai Rinos li riagganciarono mentre gli altri vi salirono in massa. Il Meticcio ruggì e colpì le mura della città sgretolandole, un pezzo di esse si staccò e volò al di sopra dell’esercito colpendo un Rinos al fianco.
Il Rinos cadde a terra pesantemente ribaltando le tre carrozze ad esso attaccato, i soldati al loro interno urlarono di terrore mentre cadevano uno sopra l’altro.
Il Meticcio si alzò in volo ruggendo in direzione dell’esercito di Inshar.
“Maghi di Nusom” chiamò Dgun “Effettuate l’invocazione più veloce che conoscete: dobbiamo distrarre il Meticcio.”
I maghi discussero fra loro per qualche secondo dopodiché si disposero a quadrato, il Druido fece rapidamente dei segni sul terreno e si unì agli altri maghi. Iniziarono la cantilena. Un turbine di sabbia si sollevò verso il cielo.
“Maghi di Wetar sollevate il Rinos, e voi soldati entrare ORDINATAMENTE nelle carrozze.”
Il Meticcio atterrò pesantemente sul terreno accanto ai maghi di Nusom; ruggì nuovamente prima di mettere il muso nel turbine di sabbia.
Si sentirono strilli e urla di dolore. Il turbine cessò improvvisamente e si scorsero i corpi massacrati dei maghi di Nusom.
“Come ha fatto?” esclamò stupito Duyf “Li ha uccisi in pochi secondi!”
“Il Meticcio è una bestia da massacro, non da combattimento come i Draghi” rispose Dgun “Lui distrugge tutto ciò che vede, massacra tutto ciò che si muove, tende a divorare chi è dotato di magia per assorbirne il potere e non può essere controllato”
“Allora come mai non si è fermato ad uccidere gli abitanti della città e si è diretto verso di noi?”
“Non lo so, me lo sono chiesto anche io. Non riesco proprio ad immaginare cosa siano riusciti ad escogitare quei dannati”
Il Meticcio incornò un Rinos e lo scaraventò in aria come se fosse un fuscello, i vagoni si divisero, i soldati precipitarono. Il secondo Rinos fu afferrato fra le due mani e stritolato con la stessa facilità con cui si appallottola un foglio di carta, i vagoni rimasero appesi e i soldati, precipitando, formarono un mucchio alto quindicimila anime di cui solo le ultime sarebbero sopravvissute se non fossero state schiacciate dalle zampe del Meticcio trasformandoli in un‘enorme polpetta di carne umana.
Tutti i soldati sopravvissuti erano saliti sui vagoni e due Rinos erano già partiti. Il cavallo di Dgun scalciava mentre lui lo tratteneva: voleva essere sicuro che tutti i soldati rimasti fossero in salvo.
Erano rimasti gli arcieri di Duyf e lo squadrone B che stavano risollevando i vagoni e i maghi di Wetar che avevano appena risollevato il Rinos, il quale sanguinava vistosamente dal fianco.
“Meddu guarisci il Rinos, poi sali su un vagone”
“Ma signore…”
“Non discutere”
“Sissignore” rispose Meddu prima di dirigersi verso il Rinos.
Il Meticcio intanto aveva raggiunto i due Rinos che erano partiti, e li aveva massacrati assieme ai soldati.
“Per Deusul, ci vorrebbe un miracolo per uscirne vivi qui” disse Dgun.
L’ultimo Rinos, guarito da Meddu, era appena partito; Dgun stava per partire al galoppo quando notò un soldato sdraiato a terra rigirarsi su se stesso. Gli si avvicinò e notò che era ferito ad un braccio e aveva una spada conficcata nella gamba sinistra; era un ragazzino molto giovane.
Scese da cavallo, estrasse la spada dalla gamba e lo sollevò, lo mise sul cavallo e vi montò.
Il Meticcio intanto aveva massacrato anche l’ultimo Rinos e si era diretto verso il generale.
Dgun si voltò e vide il Meticcio, il quale si avvicinò di scatto al cavallo con le fauci spalancate.
Dgun saltò prontamente giù dal cavallo, arrivato a terra si ricordò del ragazzo e si voltò.
Era troppo tardi: il cavallo era stato ingurgitato assieme al ragazzo.
Dgun guardò negli occhi il Meticcio senza la minima paura nel cuore, estrasse la spada.
Il Meticcio mostrò i denti.
Dgun inspirò profondamente e si incamminò verso quella che, ne era certo in cuor suo, sarebbe stata la sua ultima sfida.
Note Conclusive
spero vi sia piaciuto
e siate critici xD più lo sarete più io imparerò :D

ps
ho già ricevuto diversi consigli riguardanti le dimensioni degli eserciti per cui ho deciso di basarmi sui numeri dell'impero romano...all'incirca xD
spero di aver fatto una scelta giusta xD




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