Simbolo e storia di ico

Note sulla Storia
questa storia è un gesto inconsulto, e non aggiungo altro
Simbolo e storia



Lo fisso, lo scruto. Studio ogni suo minimo particolare.

E mi trovo a pensare che sia la cosa più banale che potrebbe essere immaginata.


È un quadrato di pietra, immagino marmo, rialzato di poche dita dalla pavimentazione. Dietro, o meglio, da un lato, ha uno scalino.

Al centro il quadrato ha una piccola area di terra, e fiori. A conti fatti è un’aiuola.

Nel mezzo, conficcata di non ho idea quanto, una spada.
Una spada, di quelle che ce ne sono a migliaia al mondo, per chi ha abbastanza soldi da farsene forgiare una che non si spezzi nei momenti peggiori.
Un fiore rampicante è cresciuto fino all’elsa, ed è sbocciato lì. Ironia.

È strano. È davvero strano.

È una cosa banale. Un’aiuola con un’arma nel mezzo.

Per gli occhi è questo, magari per le teste pure.

Ma è un simbolo.
È il simbolo. E, che possa finire mangiata da un gatto, è la rappresentazione della speranza.
Lo dicono tutti.

Suono stupida e banale, come nelle peggiori favole, e lo so.
Vorrei non esserlo, fare tre passi, sfoderare la spada e ridere in faccia a tutti quei babbei che non ci si avvicinano neppure.
Ma non posso e voglio farlo.

Quella spada non è una spada. Una qualsiasi.
È l’arma della Bestia, quella che ha usato per sterminare migliaia e migliaia di persone, neppure una dozzina di anni fa.
Mio padre c’è morto, su quella lama.
E ci sarebbe morto il mondo intero, se non fosse stato per l’Eroe.

Ci sono molte storie sulla spada; c’è chi dice che abbia dentro di sé tutta la disperazione di quelli che ci sono morti, chi dice che impugnandola si finirebbe posseduti dall’abisso di malvagità che fu la Bestia, e altre storie macabre e decisamente ridicole.

L’eroe la tocca tre volte l’anno, nel giorno della Promessa. Allora l’ho conosciuto la prima volta. È veramente differente da come le storie ne parlano.

Ma ha salvato tutti.
Tutto.

Sospiro. E la sua storia non è una favola.


Ero una bambina al tempo della guerra alla Bestia. Otto anni avevo.

Passavo le giornate al villaggio, un buco di quattro case, troppo piccolo anche per avere un nome, troppo lontano per avere una qualche importanza.
Se l’aveva avuta, certo io non lo sapevo. Né la so oggi.

Ci voleva un giorno e mezzo di cammino, di più se il passo era lento, per arrivare al paese più vicino, oppure metà giornata, nell’altra direzione, per arrivare al mare. Al dirupo sul mare.
Che vista che c’era!

Papà non era mai a casa. Faceva il mercenario, come tanti.
All’epoca non avevo idea di che volesse dire, ma lui ci teneva tanto a ricordarcelo.
A mamma non piaceva. Era un mestiere pericoloso, diceva.
Papà replicava che tutti lo erano, anche lavare gli stracci al fiume.
Mamma e papà non andavano più d’accordo, ma ero troppo piccola e distratta per accorgermene.

Comunque, le giornate passavano tutte più o meno uguali, tra giochi, risse coi bambini più grandi, fughe verso lo strapiombo e piccole cacce.
A quei tempi volevo fare la cacciatrice di lepri. Me la cavavo.
E le scuoiavo anche. Agli altri faceva schifo.

Poi arrivò quel giorno. Papà tornò, tetro in viso e cupo nella voce.
Parlava di una battaglia, di qualcosa che chiamava la Bestia, di un lavoro zero.
Diceva che il continente aveva dichiarato guerra a qualcosa, e che questo qualcosa era pericoloso.
Mamma lo prese per stupido.
A pensarci l’avrei fatto anche io.
Ma papà era serio. Ricordo quello che disse.
“La Bestia non è pericoloso. È molto di più. È il male più vero. Fosse il mondo intero composto da un unico esercito, non so chi vincerebbe.”
Poi aggiunse che difficilmente sarebbe tornato, accennò qualcosa sulla libertà di mamma, mi abbracciò e mi disse di non aver paura.

E se ne andò.

Non tornò mai. Se lo avessi saputo, avrei tentato di volergli più bene. Ho paura che se ne sia andato senza sapere quanto gliene volevo.
È una frase che dicono tutti, ma diventa reale solo quando si avvera.
Ci accorgiamo sempre troppo tardi delle cose, porca puttana.

Mamma pensava si fosse trovato una donna.
Era normale, disse, aveva fatto anche troppo. Loro non erano una coppia che poteva durare, aggiunse.

Tre giorni dopo arriverò l’esercito.
Erano quattro: un capitano, o almeno credo, mai capito nulla di gerarchie, e tre soldati.
Fecero radunare tutti nella zona più grande del paese, davanti casa mia, e ci dissero le stesse cose che aveva detto papà.

La guerra, la Bestia. Il capo aggiunse che c’era stato uno scontro e che molti uomini erano stati macellati.
Non disse morti. Macellati.
Pensai al giorno nel quale facevano a pezzi i maialini per cuocerli.

Aggiunse che dovevamo stare tranquilli, che gli scontri erano lontani, e altre frasi che anch’io, con la mia testa di bimba, capii fossero scemenze.

La vecchia acida che viveva in cima al villaggio, chiese col suo tono da gran signora che sarebbe accaduto se si fossero avvicinati.
Il capo non rispose.
Lo fece un soldato, quello con gli occhi blu e la voce da bardo.

Saremmo tutti morti.

Probabilmente quello che evitò attacchi di panico e gesti folli fu la dimensione del nostro villaggio. Venti persone più quattro soldati al massimo potevano fare qualche strillo.
Nessuno lo fece.
Tutti si lanciarono occhiate spaurite e nessuno fiatò.

Mamma mi strinse nelle spalle.

E per molti giorni la vita scorse come prima di tutta questa faccenda, solo con quattro nuove bocche da sfamare, e qualche storia in più da ascoltare.

Abitavano nella casa della vecchia acida, che era bella grande. Sia la casa che la padrona. Penso che tra lei e il capitano nacque qualcosa, ma non so.
Però gran parte del tempo la passavano accanto ai due muri arroccati appena all’inizio del paese, di guardia.

Li guardavo spessissimo, e molte volte mamma mi mandava a portare loro da mangiare. Uno era un ragazzino, biondo e mingherlino, che aveva sempre paura. Vedeva la Bestia in tutto.
Lo soprannominai Pisolone.
L’altro era sempre assieme il capo, dalla vecchiaccia.
Quello con la voce da bardo era simpatico, diceva che ero carina e parlava spesso con mamma.

Poi scoprii che facevano più che parlare. Dopo la guerra si sposarono, e dopo il matrimonio non li ho più visti. Loro hanno la loro vita in fondo.

Comunque, tra uno scherzo a Pisolone, una storia del bardo e troppe frasi dal capo, i giorni passavano senza troppo timore di un mostro invincibile e malvagio che poteva essere ovunque, tranne vicino a noi.

Poi arrivò quel messaggero. Trafelato, pallido da far paura.

C’era Pisolone di guardia quando arrivò. C’ero anche io.
Volle parlare col capitano a tutti i costi.
Lo fece, poi se ne andò, rapido come se avesse la fantomatica Bestia alle calcagna.
E non era troppo sbagliato.

Pisolone me lo disse, tre sere dopo, mentre strillava contro il bardo. Non a me direttamente, ma a tutti quelli che sentirono le sue grida.
La Bestia era vicina. E falciava un villaggio dopo l’altro. Seguirne le tracce era fin troppo facile, bastava seguire il fiume di sangue che si lasciava dietro.

Disse così.
E che molti gruppi di soldati l’avevano trovato, e che erano tutti morti.

Macellati.

E non l’avevano trovato, si era fatto trovare.
Li aspettava, come un predatore.
Come il predatore del mondo intero.
Disse così.

Allora cominciai.
Avevo paura, ero preoccupata per papà e i suoi amici. E per tutta la gente del villaggio. E per me.
Nessuno faceva più uscire i figli.
Mamma iniziò ad andare lei dai soldati.
Sarebbero servite le mura?

Non dormivo più.
La notte mi faceva una paura folle.
Il buio mi faceva paura.
Le poche volte che mi appisolavo, sognavo un’ombra gigante, una cosa che copriva il cielo, piena di zanne e artigli, con decine di occhi rossi e fiammeggianti, che arrivava dal mare, e che faceva tutti a pezzi, che strappava via il paese dal terreno, che sbranava tutta la zona. E alla fine divorava il sole e le lune.

Lo sogno ancora adesso, a volte.

Pisolone se ne andò, buttandosi dalla scarpata. Povero Pisolone.
Il bardo e mamma si avvicinarono molto allora. Stava da noi adesso.
Una volta mi disse che potevo chiamarlo papà. Scossi la testa e dissi che il mio papà combatteva la Bestia.
Lui disse che dovevo essersene orgogliosa.
Ed io gli risposi che avrei preferito averlo con me.

Durò due settimane.

Poi arrivò quel messaggero.
Un altro. Molto più trafelato dell’altro. Prese a gridare, a volerci tutti fuori.
Non era pallido, era felice, rideva e quasi soffocava.

Il capitano lo prese per pazzo.

Poi disse che la Bestia era caduta.

Lo prendemmo tutti per pazzo, ma lui non se la prese, schizzò via e basta.

Ne arrivò un altro, e un altro ancora. Tutti dicevano che la Bestia era caduta, che la guerra era finita.
O tutti erano impazziti, oppure doveva essere vero.

Il capo chiese all’ultimo dei messaggeri di poter incontrare qualcuno che glielo confermasse, e lo seguì.

Le cose non cambiarono al villaggio, tutti avevano paura, ma io ripresi a sgattaiolare fuori.
Se era finita papà sarebbe tornato, pensavo. O speravo.

Non tornò mai. Tornò il capitano, sbalordito.

Era vero, la guerra era finita.
Nella zona dei mercenari, lì c’era stato l’ultimo scontro. Tanti erano morti. Poi l’Eroe aveva abbattuto il mostro.

La mia testa di bambina immaginò un raggio luminoso che faceva a pezzi l’ombra zannuta, che alla fine la faceva dissolvere.

Tutto il paese andò al villaggio vicino. Là facevano feste.
La gente ha l’abitudine di fare feste, specialmente quando scampa a qualcosa. Chissà perché.
Là il bardo chiese a mamma di sposarla, e lo stesso fece il capitano con la vecchiaccia.


Ci vollero ancora qualche anno prima che decidessi di diventare mercenaria anche io.
Forse lo feci per rispetto alla memoria di papà, o più probabilmente perché era un mestiere redditizio.

Allora conobbi l’Eroe.
Non era un raggio luminoso, e neppure somigliava granché a come veniva rappresentato.
Mi piacque subito.


«E allora? Ci vogliamo muovere? Ti molliamo qua!»

La voce sgarbata del mio capo mi riporta alla realtà.

«Pazienza! Ho da fare!» Gli rispondo. Sento che mi lancia una maledizione e che qualcuno gli chiede di smetterla.
Prima o poi mi metterò in singolo. Lavorare in gruppo è divertente ma seccante.

Chissà se diventerò mai un Numero Singolo?




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