La vita è sogno? di wasmehr

Note sulla Storia
Un rigurgito onirico prima di risprofondare nel dimenticatoio. Buona lettura e ringraziamenti a chi vorrà cimentarsi ^___^
Giacobbe Mancini era un uomo come tanti.
Aveva da poco compiuto quarantacinque anni, aveva una ex-moglie e una figlia dodicenne.
Viveva in un bilocale al settimo piano di un grosso condominio in una frazione di una città come tante, senza pretese.
Era un ingegnere edile e il suo lavoro consisteva per lo più nel controllare calcoli effettuati da qualcun altro, verificare che tutto tornasse e apporre la sua firma da ingegnere laureato in calce al progetto.
La sua ex-moglie gli rimproverava di essere troppo noioso, lei che lavorava nel settore della moda. In realtà lavorava nel settore della moda proprio come Giacobbe lavorava nell’edilizia, visto che passava le sue giornate a stirare i capi che le modelle dovevano indossare. L’ambiente frizzante e i personaggi ambigui e fantasiosi che popolavano le sue giornate, però, la rendevano insofferente alla monotonia della vita insieme a Giacobbe. Per questo lo aveva lasciato.
Giacobbe all’inizio c’era rimasto male: si considerava un brav’uomo, tutto sommato. Poi si era reso conto che vivere da solo presentava numerosi vantaggi: poteva lasciare sempre alzata la tavoletta del water, per esempio. Se una sera non gli andava di lavare i piatti, li lasciava nel lavello e nessuno brontolava per il disordine. Quando dimenticava i calzini usati sul pavimento della camera da letto non c’era nessuno che si lamentava di averli dovuti raccattare da terra. Il vantaggio indiscutibilmente più grosso, però, era un altro. Giacobbe poteva finalmente dedicare tutto il proprio tempo libero al suo passatempo preferito: fantasticare.
Certo, alla sua età era un hobby alquanto insolito e fintanto che aveva vissuto insieme a sua moglie e a sua figlia doveva necessariamente aspettare che loro dormissero, per dedicarvisi. Da quando era solo, invece, cominciava nel momento stesso in cui usciva dall’ufficio e praticamente non smetteva più fino a quando doveva rientrarci il giorno seguente. Faceva solo delle piccole pause (“emersioni”, avrebbe detto lui) per scambiare le poche parole necessarie con la portiera, o con i commessi al supermercato. Quando era costretto a incontrare la sua ex-famiglia continuava a controllare l’orologio: non vedeva l’ora di rimanere solo e riprendere a sognare a occhi aperti.
Ogni tanto ridacchiava tra sé e sé: era un drogato, ormai, ma cosa importava? Non si stava bruciando neuroni, in fondo. Si stava solo perdendo la vita reale in favore di quella immaginaria che creava ora dopo ora, ma capirai che perdita! Una volta sua figlia gli aveva chiesto che mestiere facesse: per compito doveva intervistare uno dei suoi genitori. Lui glielo aveva spiegato e lei aveva storto la bocca. “Il tuo lavoro non è interessante”, aveva obiettato, “Facessi almeno il muratore!” Certo, aveva pensato lui, uno suda all’università per sei anni e cosa ottiene? Che la propria figlia lo considera meno di un muratore, il quale, per quanto nobilmente impegnato, una laurea di certo non si era dato la pena di prendere. E che magari guadagnava più di lui.

Mese dopo mese, la sua abilità di sognatore si andava affinando. A un certo punto cominciò ad accadere qualcosa di straordinario: quando si addormentava, continuava a sognare del suo mondo, di quel mondo che aveva creato fantasticando mentre era sveglio.
La scoperta lo rese più felice che mai e decise quindi di dedicarsi a un progetto grandioso: crearsi una vita parallela in piena regola! Doveva essere ambiziosa, certo, ma anche credibile. In qualche modo doveva essere possibile, sebbene sicuramente eccezionale.
Per prima cosa, decise, gli ci voleva una donna. Cercò di darle un volto: passò in rassegna, scartandole, le colleghe, le vicine di casa, le commesse nei negozi sotto casa, le attrici nei film che guardava, le modelle sui cartelloni pubblicitari… Finché, con un moto di emozione, gli venne in mente Vaike Tamm. La bellissima e bravissima Vaike: violinista e compositrice originaria di Tallinn. Vaike, dai lunghi e morbidi boccoli rossi, la pelle candida e le guance rosee, gli occhi un po’ affilati dall’iride nera e le lunghe ciglia. Vaike.
Bene, pensò Giacobbe soddisfatto: avrebbe conosciuto Vaike, finalmente.
Gli risultava che fosse single, uscita pochi anni prima da una storia lunga e travagliata con un vecchio compagno del conservatorio, che aveva infine deciso di trasferirsi in Giappone con una modella del posto, abbandonando per sempre la fredda Estonia, che Vaike invece amava profondamente.
Giacobbe amava l’Estonia, naturalmente. Per riuscire a essere più credibile con Vaike, trascorse diverse ore su internet, guardando foto e imparando curiosità del posto. Avrebbe fatto buona impressione, quando si fossero incontrati. A proposito. Giacobbe abbassò lo sguardo e incontrò una pancetta prominente, che di sicuro non voleva avere nella sua vita parallela. Valutò svariate opzioni, e decise infine di frequentare una palestra. Dopo aver constatato che la palestra richiedeva costanza, impegno ed esborso economico, stabilì di frequentarla per ora solo nelle sue fantasticherie: sarebbe stato sufficiente.
Per qualche settimana si impegnò a cambiare le proprie abitudini: mentre addentava una salsiccia grondante grasso e senape, fantasticava di sgranocchiare gambi di sedano e carote al limone. Andando in ufficio a bordo di un autobus affollato, si immaginava a cavallo di una bicicletta, facendo abilmente lo slalom tra le automobili. Seduto sul balcone a fumare una sigaretta prima di cena, pensava di essere in palestra a sollevare pesi e fare flessioni.
Quando si sentì sufficientemente in forma, decise di avere assolutamente bisogno di una pausa sabbatica dal lavoro. Il divorzio, la figlia sempre più distante… Lui era un uomo sensibile, gli serviva un po’ di tempo da solo, per ritrovare se stesso. Certo, i conti a fine mese in qualche modo bisognava pagarli, quindi avrebbe lasciato il lavoro solamente nella sua vita parallela, non in quella reale.
Però… Ci voleva qualcosa di più stimolante, qualcosa di lui che avrebbe acceso l’interesse in Vaike. Rifletté a lungo: cosa lo colpiva tanto, della donna, a parte la sua evidente bellezza? La sua musica, i testi delle canzoni che scriveva e che faceva cantare a una giovane kazaka. Oh, sì: i suoi testi! Parlavano alla sua anima, lo facevano sentire meno solo. Cosa poteva interessare, a una persona così? Sicuramente non un banale ingegnere edile divorziato, per quanto in splendida forma. Magari… Uno scrittore? Ma sì, certo! Vaike non avrebbe resistito al suo indiscutibile fascino da scrittore un po’ ribelle, alla profondità dei suoi scritti. Era deciso: si sarebbe preso una pausa dal lavoro, avrebbe messo nero su bianco tutti i racconti che le sue fantasticherie avevano prodotto nel corso degli anni e sarebbe diventato il Caso Letterario dell’anno, acclamato da tutti, invitato ai talk show, intervistato alla radio…

Giacobbe sorrise e sospirò nel sonno. Questa nuova vita era un vero sballo!
Tempo qualche settimana, Giacobbe era un altro: le sue giornate erano piene di impegni, il suo agente letterario non gli dava tregua! Un’intervista oggi, una conferenza domani… Non ce la faceva più! La sua ex-moglie aveva cercato di tornare da lui, ma la sua anima era troppo tormentata per accoglierla. “Nella vita bisogna sempre andare avanti”, le aveva detto, “Non si può continuare a rileggere sempre lo stesso capitolo.” Una frase da scrittore, assolutamente. La donna avrebbe dovuto farsene una ragione: lui ormai apparteneva al passato.
Infine, un giorno aveva preso un aereo, di nascosto da tutti, e si era recato a Tallinn. Aveva affittato un monolocale molto grazioso da un’anziana signora con cui, molto simpaticamente, era riuscito a stipulare subito un patto: per due sere alla settimana lui avrebbe cucinato per lei (giusto: lui era un abile cuoco) e lei in cambio gli avrebbe insegnato la lingua del posto (qual era? Esisteva l’estone? Doveva controllare.)
Era in vacanza, ma non poteva rimanere con le mani in mano: lui, abituato a una vita frenetica e piena di impegni! Trovò nelle vicinanze un boschetto perfetto per andare a correre: dieci chilometri almeno tre volte la settimana, e quando faceva molto caldo completava l’allenamento con un tuffo nel lago (c’era un lago, a Tallinn? E un boschetto adatto? Bisognava controllare anche questo dettaglio, e in caso sostituire il lago con una piscina, il boschetto con una pista o un parco.)
Un giorno andò a farsi visitare dal medico di quartiere, per uno stiramento al muscolo di una spalla. No, il muscolo della spalla stirato non andava bene: lui era un vero atleta! Per quale motivo, allora, aveva avuto bisogno di consultare il medico? Trovato! Nel corso di un bagno nel lago si era ferito a una mano con un sasso tagliente. Era uscito un sacco di sangue, e lui aveva dovuto tamponare la ferita con una striscia di stoffa strappata con i denti dalla T-shirt. Il dottore gli aveva messo cinque punti e gli aveva raccomandato di tenere la mano a riposo assoluto, ma lui non era capace di rimanere fermo, era una persona così attiva! Così quella mattina era uscito in bicicletta, ma a causa di una brusca frenata (per evitare di investire un cagnolino momentaneamente sfuggito al controllo della sua padrona) la ferita si era riaperta e lui era stato costretto a tornare dal medico. Uscendo dall’ambulatorio aveva incrociato Vaike, che si era fermata a fissarlo, ma lui non si era neppure accorto della sua presenza, tutto concentrato com’era a struggersi perché gli toccava riportare la bici a piedi.
La sera dopo, mentre cucinava ascoltando un CD di Vaike… no, meglio di no, troppo ovvio. Stava cucinando e ascoltando… musica classica, quella va sempre bene con i violinisti. Bene: mentre cucinava e il monolocale era pervaso dalle soffici note di una sinfonia di Brahms (Brahms aveva composto almeno una cosa che si chiamava Sinfonia? L’unica cosa che ricordava di Brahms era la celebre Ninna Nanna, ma di certo non poteva farsi trovare da Vaike ad ascoltare la Ninna Nanna. Altro dettaglio da controllare.) Dicevamo? Ah, sì: mentre cucinava e il monolocale era pervaso dalle soffici note di una sinfonia di Brahms, qualcuno bussò alla porta. “Hetkel!”, gridò lui abbassando la fiamma (“Hetkel” voleva dire “Un momento!” in estone, almeno così diceva il traduttore di Google. E intanto aveva scoperto che esisteva la lingua estone. Benissimo.)
Aprì la porta e trovò davanti a sé una bella donna: i capelli rossi raccolti in una semplice coda, una camicetta nera su un paio di jeans. Giacobbe sorrise e cominciò a parlare in inglese (lingua che conosceva benissimo, naturalmente): “Purtroppo Hetkel è una delle poche parole estoni che conosco. Meglio se da questo momento parliamo inglese!” La donna sorrise a sua volta, lievemente imbarazzata: “Ma certo!”, rispose.
Giacobbe corrugò la fronte, concentrato, e si portò un dito al labbro superiore. “Io so chi sei!”, azzardò in direzione della donna, che continuava a sorridere timidamente. “Davvero?”, gli chiese. “Credo di sì”, replicò lui allargandosi in un sorriso che trasudava sicurezza, “E se ho ragione dovrei trascinarti nel mio appartamento prima che tu ti renda conto di aver sbagliato porta!” (Oh, sì, che frase eccezionale: simpatico e alla mano, aveva mostrato di riconoscerla, ma senza lasciarsi andare a una stupida adorazione. Nonchalance. Praticamente perfetto.) La donna sorrise: “No, non ho sbagliato porta.” “Allora, prego! Entra! Sto giusto finendo di preparare la cena, hai fame?” “Oh, grazie, accetto volentieri, c’è un tale profumino!” “Siediti, sarò subito da te. Il tempo di grattugiare un po’ di tartufo sul risotto.” “Risotto al tartufo? Incredibile, è il mio piatto preferito!”, esclamò Vaike sgranando gli occhi. “Ma non mi dire!” (era troppo? Forse era un po’ troppo. Ma no, non era troppo: le grandi storie hanno sempre qualche coincidenza, in fondo. Lui avrebbe cucinato per puro caso il piatto preferito di Vaike, perché no?)
“Allora, come mai hai bussato alla mia porta?”, le chiese mentre cenavano. “Ero curiosa di conoscerti”, rispose lei. “Davvero?”, domandò lui sollevando un sopracciglio (doveva esercitarsi un po’ in questa mossa: lo scopo non era somigliare a Igor di Frankenstein Junior, bensì ricordare James Bond). Lei annuì: “Ti ho visto ieri dal dottore, sono rimasta colpita e ho subito capito che avrei dovuto incontrarti.” “Bene, eccomi qui! Cosa vuoi sapere di me?” “Uhm. Il dottore mi ha detto che sei un atleta.” “Un atleta? Ma no”, si schernì lui, “Corro un po’ e magari mi faccio una nuotata, ma solo per tenermi occupato. Sai: sono in vacanza, ma sono così abituato ad avere le giornate piene… In ozio non riesco proprio a stare!” “Ecco una cosa che abbiamo in comune!”, esclamò Vaike, “Dove vai a correre, di solito?” “Nel boschetto che c’è a pochi chilometri da qua. Alla fine del percorso, se c’è bel tempo mi tuffo nel lago. Questo Paese è un vero paradiso!” (ed era riuscito a farle sapere che amava l’Estonia, davvero bravissimo.) “Ho un’idea”, annunciò lei con una luce birichina negli occhi neri, “Domani andiamo a correre insieme e ti mostrerò luoghi magnifici!” “Con molto piacere!”, accettò Giacobbe prendendo un sorso di vino bianco dal calice.

Oh, la sua vita parallela procedeva alla grande, peccato doversi svegliare al mattino per andare in quel noiosissimo ufficio a svolgere quel lavoro ancor più noioso. Il parco cittadino non era neppure lontanamente paragonabile ai boschi dell’Estonia, e quella pozza d’acqua su cui galleggiavano due papere, tre cigni e molta spazzatura non reggeva certo il confronto con il placido laghetto in cui si tuffava dopo aver corso per dieci chilometri. E Vaike… Oh, Vaike! Che magnifici momenti trascorrevano loro due! Passeggiavano, correvano, mangiavano, chiacchieravano e ridevano insieme. Un giorno erano stati sorpresi dal temporale, non lontano dalla casa dove lei abitava. Vi si erano rifugiati e l’aria si era caricata di elettricità, mentre si toglievano i vestiti bagnati. Vaike si era lasciata scappare diversi apprezzamenti, che lui aveva accolto con stupore e innocenza (bravissimo!), e infine gli si era praticamente gettata tra le braccia, languida e morbida. Ed ecco il suo capolavoro: lui si era mostrato offeso (“Per chi mi hai preso? Non sono certo uno dei tuoi milioni di fan, venuto da lontano come uno stalker dietro alla famosa Vaike Tamm! Sono deluso, pensavo davvero che tu fossi diversa, che avremmo potuto essere amici!”) e lei aveva cercato di mitigare il proprio gesto (“Suvvia, sei un uomo brillante e con una vita intensa. Hai il diritto di prenderti un po’ di svago!”). Lui si era mostrato irremovibile (“La mia vita è già abbastanza complicata. Sono venuto a Tallinn per prendermi una pausa, non per complicarla ancora di più. Addio.”) e lei gli era corsa dietro gridandogli di fermarsi (“Dove vai, sta ancora piovendo a dirotto e tu sei a piedi!”), ma lui non si era lasciato convincere (“Sono un atleta: correrò!”)
Quel piccolo dramma gli piaceva, gli era venuto benissimo, era proprio soddisfatto. Ora Vaike non avrebbe pensato che a lui per giorni, maledicendosi per il proprio comportamento troppo libertino, mentre lui avrebbe ricominciato a correre da solo, nel boschetto vicino casa, sforzandosi di guarire dalla delusione.

Una sera la sua padrona di casa gli comunicò di aver parlato di lui con il proprietario di una importante libreria del centro. L’uomo si era mostrato entusiasta all’idea di ospitare l’autore italiano Giacobbe Mancini (era sempre divertente ascoltare gli stranieri che cercavano di pronunciare il suo nome correttamente) e aveva fissato un incontro con il pubblico il sabato seguente. Il signor Mancini era d’accordo? “Naturalmente! Dovevo immaginare che la naturale attrazione tra me e le librerie si sarebbe fatta sentire anche qui a Tallinn!”, sospirò, sorridendo grato all’anziana signora.
Sabato pomeriggio la libreria era piena di gente. Il proprietario gli aveva messo a disposizione un interprete, anche se lui ormai se la cavava discretamente. Aveva commosso e divertito il pubblico, e firmato una quantità di copie del suo libro. Stava per andarsene, quando fu avvicinato da un giovane uomo. “Signor Mancini, la prego di concedermi qualche minuto. Sono il cugino di Vaike Tamm.” Si misero a passeggiare lungo il corso, e intanto l’uomo parlava: “Ho assistito alla sua presentazione in libreria, complimenti. Lei è davvero un personaggio profondo e interessante. Vaike è molto dispiaciuta per come sono andate le cose tra di voi.” “Vaike ha visto in me solo un trastullo, purtroppo. Io non sono quel tipo di uomo.” “No, certo. La prego di credere che nemmeno Vaike è così. Il suo è stato solo un momento di debolezza, del quale è profondamente pentita. Sarebbe disposto a concederle una seconda possibilità?” Giacobbe sospirò, guardando lontano. “Vaike può avere tutti gli uomini che desidera, non avrà certo bisogno di me. Io avevo visto in lei uno spirito affine, ma forse mi sbagliavo.” “No! Vaike è una donna molto sensibile, ma è sola da troppo tempo. La prego di riconsiderare la vostra relazione. Se mia cugina si scusasse, lei sarebbe disposto a perdonarla?” Giacobbe scrollò le spalle, indifferente: “Ma certo, si capisce.” L’altro sorrise, visibilmente sollevato, e i due uomini si scambiarono un paio di convenevoli prima di separarsi. (ottima combinazione di tenebrosità e indifferenza, irresistibile. Vaike ormai era ai suoi piedi.)
La mattina dopo, al suo risveglio, Giacobbe trovò un biglietto sul pavimento davanti alla porta. Lo raccolse e lo lesse, intanto che preparava il caffè. Era di Vaike! Si scusava per la sua sfacciataggine e sperava di non aver rovinato irrimediabilmente la sana amicizia che era nata tra loro. Lo considerava un uomo speciale, e non voleva perderlo. Era per questo motivo, che si era comportata in modo sconveniente, essendo purtroppo abituata a un altro tipo di uomini. Chiaramente, Giacobbe era diverso, d’ora in poi non ne avrebbe più dubitato! Se lui era disposto a perdonarla, si sarebbero potuti incontrare nell’ultimo posto in cui avevano corso insieme, l’indomani mattina.
Giacobbe guardò l’orologio: era tardi, probabilmente Vaike aveva già rinunciato a vederlo arrivare, ma decise comunque di fare un tentativo. E incredibilmente lei era lì ad aspettarlo (da ore, ovviamente).
“Ehi, allora mi hai perdonato!”, esclamò sorridendo e correndogli incontro festosa.
“Siamo tutti umani, dopotutto”, aveva commentato lui con un sorriso un po’ stiracchiato (sì, doveva continuare a mostrare indifferenza, come un vero duro. Bravissimo.)
Da quel momento non si separarono quasi più: correvano, passeggiavano, nuotavano, mangiavano, andavano per negozi sempre insieme. Lei suonava per lui e lui leggeva per lei, la loro intesa intellettuale cresceva sempre di più.
Una sera si trovavano seduti in riva al lago a guardare le stelle. Lei era appoggiata al petto di lui, che la riparava dal vento. Rompendo il silenzio, gli chiese con un sussurro: “Se fossimo i personaggi di uno dei tuoi racconti, pensi che ci baceremmo, stasera?” Lui si irrigidì appena, infine cedette: “Penso che sarebbe molto probabile.” Timidamente, lei sollevò il viso verso quello di lui e finalmente si scambiarono un bacio sincero e appassionato.

Quella notte Giacobbe fece un sogno molto strano e noioso: sognò di trovarsi in un appartamento piccolo e sciatto, al settimo piano di un grosso condominio in una frazione di una città come tante. Sognò di essere un ingegnere edile e di fare per otto ore un noioso lavoro d’ufficio. Sognò di avere una ex-moglie e una figlia dodicenne che lo riteneva meno interessante di un muratore, nonostante la sua laurea. Sognò di fermarsi a comprare una insipida zuppa in scatola in un piccolo supermercato di quartiere e di mangiarla direttamente dal pentolino in cui l’aveva scaldata, mentre con il telecomando saltava da un canale all’altro del televisore, fino a quando si addormentava accasciato sul divano.
Poi si svegliò e, aprendo gli occhi, vide accanto a sé la bella Vaike ancora addormentata. Le scostò una ciocca di capelli ramati dal viso e le posò un bacio sulla fronte candida. Era davvero un uomo fortunato.




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