Jacopo's Dream di wasmehr

Note dell'Autore sul Capitolo
In questa storia non troverete nessuno Jacopo e nessun sogno. Il titolo si riferisce al sogno del mio amico Jacopo, su cui è basato questo racconto :)
Se anche voi avete amici che fanno sogni un po' creepy sfruttatateli, ché sta per arrivare Halloween!
Quando i fantasmi hanno crsi d'identità.

Sì, anche i fantasmi vanno dallo psicologo. Non lo sapevate?
Avete paura? Di cosa, esattamente? Dei fantasmi? Degli psicologi? Dei fantasmi disturbati? Dai, davvero: di cosa avete paura?
Pensateci bene: scoprirete che l’ignoto è ciò che il vostro cuore teme più di ogni altra cosa. Chi si butta a capofitto in nuove esplorazioni e scoperte non è meno terrorizzato di voi, semplicemente la sua curiosità è più grossa della sua paura.
Vi sentite a disagio in una stanza buia? Vi sforzate di razionalizzare, vi ripetete che è solo una luce spenta, ma dentro di voi sentite una piccola bolla d’aria che si espande, partendo dallo stomaco per poi occupare tutta la pancia, i polmoni e la testa. Perché non sapete cosa è nascosto nel buio.
Si chiama paura.
La paura è un’emozione potente, capace di paralizzarvi o di spingervi a gesta eroiche.
Avete paura della morte? Sapete perché? Perché non sapete cosa succede dopo. Già, perché dopo deve sempre succedere qualcosa, vero? Non riuscite a concepire qualcosa che succeda e basta, il tempo che si ferma e cessa di esistere, la vostra coscienza che si annulla. Siete talmente spaventati da questo pensiero, che lo cancellate, lo eliminate, considerate l’intero concetto di fine dell’esistenza impossibile.
Vi dico una cosa. La morte non è spaventosa. È la vita a esserlo. La vita è piena di tranelli, di salite da superare, di fossi da saltare, di ferite, di inganni, di pericoli, di scelte, di dopo.
Come si può avere timore della morte? Andiamo, ragionate: siete morti, cos’altro può succedervi?
Io, per esempio, sono morta e non ho più paura di niente.

Il mio psicoterapeuta dice che devo raccontare la mia storia. Ha detto che devo provare a rappacificare le due parti opposte del mio spirito. Sono sicura che si aspetta un racconto tradizionale: inizio – storia – fine. Proprio per questo motivo farò tutt’altro, e spero di farvi paura, perché io sono morta e voi siete vivi: io so cosa significa essere vivi, ma voi non avete idea di come sia essere morti, quindi avete già più paura di me. Inoltre, vi ho fatto sapere che sono in cura da uno psicologo, pertanto potete aspettarvi di tutto. Anche che a un certo punto mi stanchi di comunicare con voi in forma scritta e decida di uscire dal foglio per attraversarvi la mente: un soffio gelido che vi trasmetta tutti i miei ricordi in un solo istante.
Oh, gridereste.
Chissà, forse lo farò.

Riuscite a provare amore e odio contemporaneamente? Da cosa preferite lasciarvi sopraffare? Perché siatene certi: se uno dei due sentimenti non prevale sull’altro, è un corto circuito, un’esplosione, una rovina.

Mino aveva la mia età, aveva capelli ricci e rossi, e suonava il violino. Immaginatelo così: il viso pulito, vestiti ordinati, sguardo quieto. E io lo odiavo. Il mio non era un odio piccolo, come quello dei bambini, che in realtà proprio odio non è. Non gli facevo dispetti, non lo prendevo in giro, non lo insultavo. Stavo lì, lo guardavo e lo odiavo.
Ah, comunque lui odiava me di un odio equivalente, intendiamoci. Era stato, come dire? Un odio a prima vista. Suona strano? Solo perché non lo avete mai sentito dire, per questo vi sembra strano. D’altronde non si capisce perché, se esiste l’amore a prima vista, non debba esistere anche un odio altrettanto subitaneo e intenso.
Dopo il mio incidente non ci siamo incontrati per un bel po’. Questo riferimento temporale è per voi, naturalmente: dopo la morte, parlare di tempo, di prima, di dopo… ha poco senso. Non sto a spiegarvelo, tanto non capireste.
In ogni caso, il momento dell’incidente è ben fisso nel tempo: bambina con adorabile abitino bianco e nastri rosa sta in piedi accanto alla sorella maggiore sul ciglio di una strada di campagna tenendo tra le braccia grosso mazzo di fiori di campo; auto che viaggia troppo velocemente sbanda, sterza, frena, scivola, piroetta e centra in pieno la bambina; bambina con adorabile abitino bianco stracciato e sporco sta riversa e scomposta a metri di distanza, macchia scura si allarga sotto la sua testolina bionda, e petali rossi, bianchi e azzurri galleggiano nell’aria che puzza di bruciato.
Ecco qua. Io resto a guardare, senza capire cosa stia succedendo, pensando con rammarico all’adorabile abitino irrimediabilmente rovinato. Chi lo sapeva, che dopo sarebbe diventato più candido di prima?
Con il mio bel vestitino indosso diventai l’ombra di mia sorella. Pensavo di essere sopravvissuta, capite? Sì, certo: alcuni dettagli della mia esistenza erano insoliti, non me li potevo spiegare, ma in fondo avevo nove anni e le cose che non sapevo erano tante, una in più o in meno faceva poca differenza.
Ci vedevo male, per esempio: avevo sempre la vista un po’ annebbiata, come se avessi gli occhi pieni di lacrime che non riuscivano a cadere. Però mi sforzavo di far finta di niente, pensavo che se la mamma lo avesse scoperto mi avrebbe portato a fare esami e visite e alla fine mi sarei ritrovata un paio di occhiali sul naso, come mia nonna.
Anche l’udito era scarso, dopo l’incidente. Sembrava che qualcuno mi avesse premuto del cotone nelle orecchie, ma se non volevo gli occhiali potete immaginare quanto mi sarebbe piaciuto avere un apparecchio acustico! Così giorno dopo giorno seguivo in silenzio la mia sorellona, crucciandomi per il suo sguardo triste e i suoi sospiri. A volte la abbracciavo, ma non riuscivo a stringere perché mi formicolavano le braccia, e poi lei si lamentava sempre del freddo quando lo facevo.

Quanto tempo ho trascorso così? Non ne ho idea, ve l’ho detto: gli orologi non si usano, da questa parte dell’eternità. Quindi non so dirvi quando lei ha cominciato a esistere.
Lei era la bambina con l’abitino sporco e stracciato e i capelli biondi imbrattati di sangue, che si muoveva accompagnata da petali di papavero, margherita e non-ti-scordar-di-me. Lei era la bambina che nell’incidente era morta. Lei era la bambina che odiava.
E sempre lei era la bambina che aveva un amico.
Anche lui era morto: i suoi abiti erano sporchi e strappati, i suoi capelli impastati di sangue e cemento dopo un volo dal sesto piano. E anche i suoi occhi erano pieni di odio, dietro al velo di lacrime mai piante.

I sentimenti forti sono devastanti e hanno un grande potere, ve lo dico a titolo informativo. Perché non lo sapete, non vi rendete conto di niente, con la vostra mente raggomitolata in uno spazio angusto, continuamente ed esasperatamente distratta da argomenti triviali e dalle mille inutilità della vita quotidiana. Non permettete a voi stessi di provare emozioni travolgenti, perché avete paura. La vostra stupida, ridicola paura di morire vi impedisce di vivere. Così annacquate i vostri sentimenti con la ragione e non ne assaporate mai pienamente la potenza. E neppure la devastazione, certo, ma ditemi: se non vivete quando siete vivi, cosa pensate di fare una volta che sarete morti?

L’odio condiviso dei due fantasmi bambini li univa in un amore saldissimo, e il potere che si sprigionava dall’unione dei loro spiriti era immenso. Petali colorati e note di violino. Quando erano nell’aria, gli uccelli scappavano e il silenzio si srotolava davanti a loro come un tappeto: per incutervi paura a volte basta solo quello. Ma non era sufficiente un semplice spavento: era necessario terrorizzarvi a morte, annegarvi nelle vostre paure, finché l’ultimo grido vi avesse prosciugato l’aria nei polmoni e il vostro cervello esplodesse, sopraffatto dalla follia. Solo petali colorati e note di violino rimanevano a cullare l’entrata di un nuovo spirito nel mondo di là. Sì, avete capito bene: i due fantasmi bambini uccidevano. Utilizzavano il loro odio e la vostra codardia, e lasciavano dietro di sé solo morte, petali di fiori e il suono di un violino. E tanta, tanta paura.
Preferivano la notte, il buio, un luogo isolato. Magari una pioggia torrenziale, il freddo, la foschia, l’inverno con i suoi rami spogli e l’aria triste.
Ah, se voi foste stati lì! Con la nebbia nella gola a impedirvi di respirare e il vostro grido che si perde nel buio e si incastra nelle dita scheletriche degli alberi, mentre il vostro cuore pulsa così rapido da farvi sentire il sangue pungere nei polpastrelli. Volete correre, ma il cervello non riesce a mandare impulsi coerenti alle vostre gambe, pervaso com’è dagli accordi di un violino; continuate a incespicare, ferendovi le mani e la faccia, strappandovi i vestiti. I vostri occhi non distinguono altro che petali freschi, rossi, bianchi e azzurri, che vi volteggiano intorno, eleganti e rassegnati, tutto il resto è ombra e oscurità. Vi attraversa un soffio gelido, poi un altro e un altro ancora, vi si infila nelle orecchie, nel naso e nella gola, vi penetra nei polmoni e vi ghiaccia le membra. Di cosa avete paura, adesso?

Un giorno, con il mio bell’abitino bianco indosso, seguivo mia sorella per le strade del paese. Le stavo accanto, attenta a non perdermi, prestando molta attenzione ai pericoli per non rischiare di essere colpita ancora una volta da un’auto impazzita.
Era pomeriggio, un glorioso pomeriggio d’estate: azzurro, luminoso e pieno di vita, dagli uccelli nel cielo alle cicale nei prati. Uno di quei pomeriggi in cui non si hanno pensieri e l’anima ti sorride scaldandosi al sole. È stato allora, che l’onda di odio mi ha investito in faccia, forte come l’impatto della macchina al tempo dell’incidente.
Ho alzato gli occhi e l’ho visto: affacciato al balcone, con i suoi ricci rossi e i suoi vestiti ordinati. Solo che improvvisamente non aveva più vestiti ordinati, ma sporchi e laceri; i suoi ricci rossi erano grumosi e impastati. E urlava, oh come urlava!
Ho urlato anch’io, fortissimo, con tutta l’aria dei miei polmoni, che sembravano diventati enormi. Perché anche il mio abitino adesso era stracciato e sudicio, la vernice delle mie scarpette scrostata e la mia testa coperta di sangue. E tutto quell’odio, dentro e fuori di me, mi faceva impazzire! Hanno cominciato a turbinare attorno a me nuvole di petali rossi, bianchi e celesti, mentre le stridule note di un violino riempivano l’aria in modo assordante. E noi due gridavamo, gridavamo così forte! L’amore che ci legava da morti era pari all’odio che ci separava da vivi. Ve l’ho detto: le emozioni travolgenti sono devastanti: il nostro amore non sopraffece il nostro odio, né l’odio ebbe la meglio sull’amore. E corto circuito fu.
Tra petali e accordi impazziti, si levò una formidabile tromba d’aria, che avvolse e comprese tutto ciò che ci circondava: il vento sradicò alberi, sollevò auto, cani e persone, scardinò porte e finestre, strappò lampioni e panchine. Distrusse tutto, e uccise tutti, si lasciò dietro solo un quartiere morto e silenzioso, sotto un luminoso sole estivo, in una tranquilla giornata azzurra.

È stato dopo questo episodio, che ci hanno costretti a sottoporci alla psicoterapia. Perché, capite: abbiamo lo spirito diviso. Vita e morte, amore e odio non riescono a coabitare in noi, sono sentimenti fortissimi ed esclusivi, che ci dilaniano quando si incontrano. Siamo pericolosi, siamo mortali.

Ma voi non dovete avere paura, se vedete petali colorati, o sentite suonare un violino. Forse non siamo noi.




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