In nomine Patris di Fra Tac

Note sulla Storia
Bene, nuova storia :'D E' molto semplice e molto a scazzo, è iniziata, agli albori della sua ideazione, come "storia da relax" ed è finita come "storia che devo riuscire a concludere entro l'inizio di io scrittore", con l'unico scopo di infilarci dentro più cose blasfeme possibili (come argomento partiva anche bene all'inizio, devo dire, mi mancano giusto i comunisti e i malvagi biotecnologi)
Astenersi religiosi convinti, comunque.
(metterò un sommario decente se mai riuscirò a pensare a qualcosa - sono in botta da antistaminici, capitemi :'D Il titolo mi schifa un po' meno di quello dell'altra storia, però, forse sto migliorando :S)
Note dell'Autore sul Capitolo
Storia monca causa mancanza prologo, ma vabbeh, in compenso questo è il primo capitolo. indecentemente corto, ma di nuovo vabbeh... spero sia divertente, ma soprattutto spero che vada bene a livello di scrittura. E' la prima volta che provo la prima persona su vasta scala (il diario segreto delle elementari non vale, no?) quindi non so se me la sono cavata bene :S a me non sembra male, da quel punto di vista, ma a voi l'ardua sentenza!
Come al solito buona - si spera - lettura ^_^
CAPITOLO 1: IN CUI QUALCUNO HA UN’IDEA GENIALE.


Non ho niente contro i preti.
Certo, non sono il genere di persone che inviterei volentieri per un tè pomeridiano. Sono fastidiosi e solo la loro vista mi irrita, però non è che arrivo ad odiarli.
E’ come per le mosche, possono infastidirti perché ti si posano sul panino che stai mangiando con le loro zampette schifose, ma non puoi arrivare ad odiarle. Non puoi odiare qualcosa che nemmeno sa scrivere la parola odio, no?
Ecco, per me i preti sono più o meno come le mosche: dei fanatici fastidiosi che mi ronzano intorno. Qualche volta sbucano fuori con i loro crocifissi e la loro acquasanta, ma in media basta fare qualche trucchetto, muovere qualche articolazione al contrario e quelli scappano via con la veste tra le gambe. Come le mosche, sono prevalentemente innocui.
Non arrivo spesso a detestarli, solo quando esagerano, e sono rare le volte che esagerano.
Purtroppo, questa è una di quelle.
«Stringete più forte le corde, fratelli.»
I due chierichetti di fianco a me mi stringono le corde ai polsi e alle caviglie. Mi chiedo come abbiano fatto a portare questa brandina nella chiesa, dalla porta non ci passa per il largo.
«Bene, così può andare.»
Forse di traverso? Comunque non è questo il punto, il punto è il letto. Che enorme cazzata. Come se legarmi ad un letto potesse far funzionare un esorcismo.
«Avete visto troppi film, ragazzi.»
Il chierichetto lentigginoso alla mia destra fa un salto manco avesse visto il Cristo in persona.
«Padre» sussurra «Padre, il demonio mi ha parlato.»
Alzo un sopracciglio. «Sì, e ora ti si scioglieranno le orecchie.»
Il chierichetto si porta le mani ai lati del volto con un singulto. Se avessi la mano libera me la batterei sulla fronte.
Sento un rumore frusciante davanti a me, le pagine di “Exorcism for Dummies” che vengono girate, probabilmente.
«Porgimi l’acqua benedetta e il sale, fratello.»
Ci manca solo uno “yo” e siamo a posto. Troverei il suo modo di parlare divertente, se non fossi nella posizione scomoda in cui mi trovo ora.
Sento il chierichetto alla mia sinistra avvicinarsi al prete e nell’aria si spande un basso salmodiare.
Non mi volto, continuo a guardare il ragazzino lentigginoso, trema come una foglia.
«Senti.» gli sussurro, con il tono di voce più calmo che un ragazzo legato ad un letto in una chiesa vuota con tre fanatici possa avere. «Qui finirà male, molto male. Non per il vecchio, per lui si muoveranno quelli del vaticano, figurati. Ma tu e il tuo amico? Siete solo dei ragazzini, vi beccherete come minimo due anni in un carcere minorile!» okay, forse due anni no, ma una bella multa non gliel’avrebbe tolta nessuno.
Il chierichetto si morde le labbra. «Demonio tentatore. Nessuna minaccia può piegare la mia fede.»
«Oh, non sarà la tua fede a piegarsi in cella. Hai presente Sodoma e Gomorra, vero?»
Prima che il chierichetto possa rispondermi il salmodiare del prete finisce.
Il chierichetto di sinistra ricompare, mi prende il viso e mi volta la testa. O meglio, io mi volto trascinandomi dietro le sue mani.
Quando il prete mi vede in faccia sussulta e tira una bestemmia. Subito, con uno sbuffo di fumo, compare un demonietto sul tabernacolo. Ah ah! Non riesco a trattenere un sorriso, sono le piccole soddisfazioni come questa a farmi superare certi momenti.
«Salve padre.»
L’uomo mi sventola davanti le mani in quello che credo voglia essere un gesto imperioso. Ho sempre avuto molta immaginazione.
«Vade retro, Satana!» esclama. Io non posso far altro che sospirare.
«Quindi è lei il sostituto di Joseph, eh? Devo ricordarmi di andarlo a trovare in ospizio. Era una brava persona, simpatica, ci teneva alla parrocchia, non rapiva e segregava poveri passanti indifesi...»
Il prete cerca di stappare la bottiglietta di acqua santa – di quelle a forma di madonnina da Lourdes, artiglieria pesante – con le dita grassocce. La pelle sotto il collo gli balla tutta, è quasi ipnotica. Ipnotica e disgustosa.
«Ah, il buon vecchio Joseph...» almeno lui era magro.
Finalmente riesce ad aprirla e ci butta dentro il sale. Si avvicina a me. Sospiro, ora inizia la commedia.
«Quest'acqua benedetta» comincia a salmodiare «richiami il Battesimo ricevuto e ravvivi in noi il ricordo di Cristo che ci ha redenti con la sua Passione e Risurrezione...», e intinge le dita nell’acqua.
Giuro che se me la schizza in un occhio...
«Senta, con tutto il rispetto, dovevo essere al lavoro tipo un’ora fa. Può andare subito al dunque e saltare tutti questi preliminari? Tanto sappiamo entrambi che sono inutili.»
Il prete si blocca con la mano a mezz’aria, l’acqua santa che gli cola lungo l’avambraccio formato würstel gigante.
«Ma le litanie...»
Roteo gli occhi. «E che cazzo, invochi Sant’Andrea di Totma se proprio deve e la faccia finita, ora che sta lì con tutti i Santi facciamo notte!»
Il prete avvampa. «Ah, come osi bestemmiare nella casa del Signore, demonio!»
Probabilmente ha una memoria a breve termine, poverino.
Lascia l’acqua e il libricino al chierichetto di sinistra e mi mette le mani sulla testa.
Oh no. Prova ad alitarmi in faccia come l’ultimo idiota che ci ha provato e ti tiro una randellata sui denti.
Il prete sussulta e si ritrae saggiamente. Devo avergli lanciato uno sguardo torvo mica da ridere.
Si mette a frugare tra i recessi della veste e tira fuori un crocifisso, che mi schiaffa davanti al naso. Oddio, due pezzi di legno. Che paura. Di bene in meglio.
Prende fiato, talmente tanto che diventa rosso e gonfio come un palloncino, poi caccia un urlo. Se non fossi legato al letto, sarei sobbalzato fino al soffitto.
«Esorcizzo te, antico avversario dell'uomo!» grida, la testa e il braccio libero levati verso l’alto. Molto scenografico, davvero.
«Esci da... ehm...»
«Ivan» suggerisco.
«Ivan! Creatura di Dio!»
Sospiro e appoggiò la testa al letto. A quanto pare se ne avrà ancora per molto. E io sono pagato ad ore. Olè!
Il demonietto sul tabernacolo sogghigna, il bastardo. «Che ci vuoi fare, i preti son fatti così.»
«Quello che non capisco è perché si ostinano a esorcizzare quelli come me.» gli rispondo, non udito da altri. «Insomma, capisco gli indemoniati, ma con noi... è come cercare di dividere la farina dalle uova in una torta già cotta.»
Il demonietto alza le spalle rossastre e si accarezza le corna. E’ più solido e ben delineato di quelli che vedo di solito, e ne intuisco la ragione. Nato dalla bestemmia di un prete in una chiesa, una combo vincente: di sicuro vivrà anche più del solito sputo di giorni.
«Se ti da fastidio liberati, no?» mi dice il diavolo, e mi mostra un sorriso da tagliola.
Torno a guardare il prete.
«...esci da lui spirito immondo, e cedi il posto allo Spirito Santo! Te lo comanda Cristo Gesù, Figlio di Dio e Figlio dell'uomo: egli, nascendo senza macchia dal grembo della Vergine
per opera dello Spirito...»
Sospiro di nuovo. Stiamo decisamente andando fuori controllo.
«Sì, missà che mi tocca.»


«Vattene, dunque, Satana! Vattene in nome di Gesù Crist-»
«Okay, okay» lo interrompo «Molto sentito, davvero, ma ora devo andare.»
Con un lieve strattone mi alzo dal letto, le corde si sfilacciano con facilità, e mi avvio verso la porta. Per qualche secondo riesco a sentire gli sguardi del prete e dei due chierichetti sulla mia schiena, poi...
«Fermatelo, fratelli!»
«Amen!»
«Lo prendo padre!»
«Le gambe, tienigli ferme le gambe!»
«Attento alla testa, so che la possono ruotare del tutto!»
«Ma che schifo!»
...sento due paia di braccia e i rispettivi corpi piombarmi addosso a cingermi i fianchi. Sospiro per l’ennesima volta e continuo a camminare fino all’uscita, trascinandomi dietro senza fatica i chierichetti.
«Un metro e settanta, Cristo! Per cinquanta chili!» sento urlare il prete, prima di chiudermi la porta della chiesa alle spalle, proprio mentre un altro “pof” segnala la nascita di un nuovo demonietto.
Guardo i due chierichetti che mi stanno appesi alla cintura. Il terrore sui loro volti è non è quantificabile. Mi soffermo su quello lentigginoso. «Sodoma e Gomorra!» esclamo.
Questo sobbalza e scappa dentro la chiesa, trascinandosi dietro il compagno.
Aspetto che la pesante porta di legno si richiuda e scuoto la testa. Ragazzini, farli andare a messa tutte le domeniche è il miglior modo per traviarli fin da piccoli.
Mi chino a raccogliere il cappello, che era rimasto lì da quando i tre mi avevano aggredito, lo spolvero per bene e me lo infilo con cura. E poi schizzo sul marciapiede con un tale slancio che sento i san pietrini scricchiolare sotto le scarpe.
«Cazzo, cazzo, cazzo!» urlo, mentre mi faccio largo a gomitate tra i passanti, con una mano calcata sul cappello. Non che sia poi così strano vedere ragazzi con i capelli verdi, con tutte le tinte assurde che ci sono in giro, ma voglio evitare altri imprevisti.
E forse, se non notano i capelli, non gli verrà la curiosità di guardarmi anche in faccia. Certe volte io stesso ho i brividi, guardandomi allo specchio.
Sguscio tra una coppia e mi infilo in un vicolo. C’è poca gente in giro, ma anche troppa se si considera la temperatura. Mentre corro per le vie serpentine vedo un paio di ragazze, una donna che porta a spasso un grosso san bernardo – decisamente più a suo agio della padrona – un gruppo di uomini che ridono. Tutti hanno intorno a loro almeno un’ombra che gli sguscia lungo le braccia, guizza sul selciato, gli si arrotola sulle scarpe.
Ormai è una vista a cui sono abituato, ma ogni volta mi dà una sgradevole sensazione alla bocca dello stomaco.
Rallento l’andatura perché cominciano a farmi male le reni e una delle ombre – che danza intorno ai piedi di una bambina – striscia verso di me. Le spuntano un paio di occhi e mi sorride con una bocca piena di denti, troppi e troppo aguzzi. Basta solo un pensiero cattivo, una buona azione mancata deliberatamente, una caramella presa senza chiedere il permesso a mamma o papà...
Mi chiedo quanti ne faccia nascere io ogni volta che impreco. Quelli, chissà perché, non riesco a vederli – ed è ancora peggio.
Distolgo lo sguardo dal demonietto per il fastidio e svolto ancora, sperando di aver preso la giusta scorciatoia per la Stepanska.
L’ho fatto, il negozio di Hans mi appare davanti come la visione di un’oasi in mezzo al deserto. Mi fermo con le mani sulle ginocchia, quel tanto che basta per riprendere fiato, e ne approfitto per gettare uno sguardo attraverso la porta a vetri. Tra cofanetti, sedie, specchi e paccottiglie di ogni genere c’è un orologio a pendolo funzionante. Leggo quello che segnano le lancette.
Fantastico, ho perso solo mezz’ora. Pensavo molto peggio, di gran lunga.
Do una spallata alla porta, lasciandomi praticamente cadere nel negozio. Uno scampanellio annuncia la mia poco elegante entrata.
«Ah, un attimo!» la voce di Hans mi raggiunge dal retro. Dopo due secondi, e un rumore che ricorda fin troppo il crollo di una pila di scatoloni contrassegnati dalla scritta “fragile”, lo vedo uscire dalla porta di legno. Mi guarda con un’espressione sorpresa mentre si sistema gli occhiali storti sul naso.
«Serve una mano là dietro?» gli chiedo. Lui si liscia il gilet. Sembra che per qualche strana ragione gli antiquari debbano dare l’idea di provenire dalla stessa epoca degli oggetti che vendono...
«Ivan! Pensavamo non venissi, sei in ritardo di mezz’ora.»
Ah, non dirlo a me. «Mi sono fermato in chiesa ad accendere un cero alla madonna.»
«Già, beh, uhm. La prossima volta però avvertici.»
Oh, Hans, scommetto che se ti tagli con un coltellaccio dalla ferita escono marshmellows. Annuisco e mi segno mentalmente di mettere in carica il cellulare, che giace morto sulla mia scrivania già da un paio di giorni.
«Bene.» l’uomo davanti a me si torce le mani nervosamente e fa guizzare i suoi occhietti scuri da una parte all’altra del negozio. «Ora voglio... ho bisogno che tu stia qui a badare al negozio per un’oretta.»
«Non c’è problema.»
«Non toccare, non toccare niente, non è che non ci fidiamo di te ma certe cose sono così fragili...»
Come gli scatoloni di prima? «Ricevuto.»
Hans mi sorride nervosamente e prende un cappotto e un cappello dall’attaccapanni accanto alla porta. «Noi dobbiamo uscire, è davvero importante, una, uhm, questione La signora Papadopoulos ci ha invitato per una cioccolata, è fatta, è fatta! Oh, stupido!» vedo Hans arrossire fino alla punta delle orecchie.
Io cerco di sorridere in una maniera che spero sia incoraggiante. Se c’è qualcosa di peggio di essere un uomo oltre la mezza età, scapolo, che ha il suo primo approccio con una donna dopo anni, è essere un uomo oltre la mezza età, scapolo, che ha il suo primo approccio con una donna dopo anni E con un demone a coabitare il proprio corpo. Quello del signor Hans si chiama MammaSperoTuMuoiaBruttaVecchiaDespote. O Ma’, per gli amici.
«Coraggio Hans, vedrà che se la caverà alla grande.» mi sento di spronarlo un pochino. Lui mi rivolge un sorriso imbarazzato e cerca goffamente la maniglia della porta. La trova dopo il terzo tentativo.
«Er, sì, se questo dannato Ehi non rovina tutto – non parlare più con la mia bocca! E’ anche la mia, si dà il caso.» Hans chiude gli occhi e fa una pausa per respirare profondamente. «Già, già.» si sistema il cappello e apre la porta, facendo entrare un soffio di aria gelida nel tepore del negozio, che mi fa rabbrividire nonostante abbia ancora addosso giubbotto e cappello.
«Contiamo su di te, Ivan. E uh, un’altra cosa...» si volta verso di me e accenna alla porta della stanza sul retro, con un’espressione colpevole negli occhi perennemente ansiosi. «Potresti…»
«Sistemo io. E, ehm, signor Hans…»
«Cosa?»
«La testa. Le conviene ruotarla di nuovo di centottanta gradi prima di vedere la signora Papadopoulos.»


Guardo nell’ultima scatola per controllare che i “lampadari di finissimo cristallo boemo” non si siano ridotti in un finissimo ammasso di spazzatura. Per fortuna o per disgrazia sono ancora interi, grazie al polistirolo. Richiudo la scatola con cura e la risistemo nell’ultimo scaffale.
Non sono molto d’accordo sulla politica di rifornimento di Hans. Voglio dire, noi siamo in Boemia, c’è una cristalleria che vende “lampadari di finissimo cristallo boemo” ogni due case, mi chiedo chi vorrebbe comprarne uno al doppio del prezzo solo perché è più vecchio.
Torno nel negozio e mi siedo sulla poltrona dietro alla cassa, mi lascio sprofondare nell’imbottitura fin troppo soffice.
Nel negozio tutto è tranquillo. Siamo nella zona pedonale della città, vicino al centro storico, e non un suono penetra all’interno. Dalla porta a vetri appannata riesco a vedere i palazzi di fronte già coperti di ombre, nonostante sia ancora presto. Il ticchettare dell’orologio a pendolo è l’unica cosa che guasta l’atmosfera di perfetta tranquillità.
Il lato positivo di lavorare per Hans è la pace di quell’ambiente. Certo, se dicessi di aver visto un cliente nell’ultima settimana probabilmente mi rinchiuderebbero insieme a chi dichiara di aver visto atterrare un UFO, o di aver visto Elvis in un bar, o di aver visto Elvis atterrare con un UFO in un bar. Ma la perfezione non è di questo mondo.
Soffoco uno sbadiglio. L’aggressione del prete e la corsa stanno cominciando a fare il loro lavoro, a meno che non mi compaia immediatamente davanti un termos pieno di caffè mi sentirò in diritto di addormentarmi. Conto fino a tre...
Niente? Perfetto, se proprio insisti, Universo...
La campanella sulla porta suona appena chiudo gli occhi. Raddrizzo la schiena e mi rivolgo al cliente con un poco professionale “Ergh?”.
Davanti alla porta, che si sta richiudendo, c’è un ragazzo più o meno della mia età – solo che lui vent’anni li dimostra. Capelli neri che sembrano tagliati con un rasoio da barbiere e solo un chiodo di pelle sgualcito sopra la maglietta troppo larga, come se fuori non si vada per lo zero assoluto. «Ti serve qualcosa?» gli chiedo, con la solita affabilità che mi contraddistingue.
Il ragazzo appoggia sul pavimento il sacchetto che tiene in mano – prego, come se fossi a casa tua – e tira fuori un bigliettino stropicciato dalla tasca del chiodo. Vedo la sua fronte corrugarsi mentre lo legge. «Qualcuno, in realtà. C’è Ivan Aleksandrovič?»
Il suo esperanto non ha quasi accento, ma dal modo atroce in cui pronuncia il mio nome capisco che viene dal mediterraneo, con tutta probabilità è italiano. Mi irrigidisco. L’equazione Italia-Chiesa è fin troppo facile da risolvere, ma è ridicolo pensare che vogliano qualcosa da me. L’incidente con il prete era una stupidata e, soprattutto, è successo solo un’ora fa...
«Sono io.» rispondo infine, sporgendomi un po’ più avanti. C’è da dire poi che il ragazzo non sembra fare parte dell’Inquisizione. Non ha addosso tre chili di seta, per cominciare, niente gioielli d’oro massiccio e niente sguardo folle o tic da sadico.
Mi guarda per qualche secondo e poi il suo volto si illumina. Sorride, e nel momento stesso in cui lo fa un piccolo vortice d’ombra si materializza sulla sua spalla e comincia a danzargli tutt’intorno.
«Ah, certo!» esclama. Io cerco di non seguire con gli occhi il demone che continua a guizzare da una parte all’altra della stanza. Brutta, brutta situazione. Qualunque cosa voglia questo tizio, che sia della Chiesa o meno, è qualcosa di pessimo. E il fatto che il demone non sia di quelli che evaporano dopo due secondi indica che è qualcosa di più che rubare un paio di caramelle, magari in un negozio gestito da malvagi capitalisti dolciari...
«Ivan, ho bisogno di parlarti.» il ragazzo è davanti a me, ora, le mani appoggiate al tavolo. Noto che ha gli occhi di due colori diversi. «Ho avuto un’idea geniale...»
«Buon per te.»
«...e tu sei la parte più importante.»
Forse mi sono sbagliato, una certa scintilla di follia negli occhi ce l’ha. Comincio a chiedermi come diavolo abbia avuto il mio nome. E perché. «Scusami, tendo a non voler essere parte di idee geniali avute da sconosciuti.»
Il ragazzo alza le mani. «Lo so, lo so ma ascolta. Dammi due minuti per spiegare, è una cosa che può tornare utile anche a te.»
«Ne dubito.»
«So quello che sai fare, Ivan. So quello che vedi.»
Non mi scompongo. O meglio, mi sforzo di non scompormi. «E io so a memoria il numero della polizia. Incredibile, vero?»
Il ragazzo di fronte a me fa un verso strozzato. «Oh, andiamo!» si picchietta lo zigomo sotto l’occhio sinistro, dall’iride di un verde vibrante – al contrario di quella dell’occhio destro, nera e morta. «Sono come te, vedi? E’ un po’ come essere della stessa famiglia.»
«Già, immagino tu sia il cugino rompiscatole che si vede solo a Natale.» mormoro, ma la verità è che non posso fare a meno di rilassarmi. Okay, non siamo più nel medioevo, l’eterocromia non è più un’etichetta, così come i capelli rossi o l’essere mancini, però... quelle iridi non sono qualcosa di umano. E’ decisamente probabile sia un mezzo-demone come me, direi che la possibilità c’entri la Chiesa è completamente eliminata.
Eppure il demonietto continua ad essere una presenza opprimente nella stanza. Riesco a vederlo accucciato accanto a un grammofono, mi guarda con due occhi come lune piene. All’improvviso ho la gola secca.
«Dimmi come sai il mio nome.» chiedo al ragazzo. Lui sorride, e all’improvviso le ombre nel negozio sembrano allungarsi sugli scaffali e sul pavimento, stirarsi quasi allo spasmo per convergere verso di me.
«Ti ho visto.»
«Non mi hai visto. Non sapevi nemmeno che faccia avessi prima di venire qui.»
«Non sto parlando della vista vista, ma dell’altra vista. Sono solo... informazioni, in effetti, quelle che mi arrivano. E c’erano informazioni su di te.»
C’è qualcosa che non va. C’è qualcosa che non va dall’inizio di questa conversazione, ma adesso quel qualcosa non è solo assurdo, sento che è pericoloso.
«Senti.» provo a mettere le cose in chiaro «Ho avuto una giornata pessima, l’unica cosa che voglio fare adesso è riposare almeno una mezz’ora prima che torni il mio capo, non ho davvero la forza di parlare con te di idee geniali. Fossi anche il nuovo Leonardo da Vinci.»
«Oh, tranquillo, capisco tu sia stanco.» dice il ragazzo, con un tono gioviale. Indica il sacchetto ancora abbandonato sul pavimento di legno. «Infatti ho portato il termos di caffè che volevi.»


Non sono il genere di persona che solleva di peso qualcuno, lo getta fuori da una porta sulla dura strada e gli richiude la suddetta porta in faccia senza dire una parola.
Ma questa volta il mio corpo si è mosso senza chiedere il consenso del cervello. Mentre chiudo a chiave la porta, e appiccico al vetro il cartellino “torniamo subito”, sento di nuovo la voce del ragazzo – anche se ovattata dal vetro.
«Oh, andiamo! E’ solo divinazione!» sta gridando «Okay, abbiamo iniziato con il piede sbagliato, lo ammetto, ma dammi due secondi per spiegare e...»
Invece non sento più la sua voce quanto mi richiudo la porta della stanza sul retro alle spalle. La sbatto così forte che mi rimane il pomello in mano.
«Oh, ma merda!»
Terribile. Prima quegli idioti in chiesa e poi questo drogato. Divinazione. L’idea che qualcuno sappia quello che tu farai di qui al giorno della tua morte mi dà i brividi. Mi ha sempre dato i brividi, più dei demoni che vedo per strada.
Senza contare le implicazioni sulla violazione della privacy. Mi chiedo cos’altro sappia di me, mi chiedo se sappia dove abito. Mi chiedo se la polizia non la debba chiamare davvero. Getto il pomello contro il pavimento in un impeto di stizza.
Quello rimbalza sulla pietra come se fosse una palla di gomma, lasciando un piccolo cratere come segno del suo passaggio, e si getta verso gli scaffali pieni di scatole e scatoloni.
Chiudo gli occhi come un condannato a morte davanti alla forca, e resto ad ascoltare la sinfonia in do minore di un paio di lampadari di cristallo ridotti a una nuvoletta di deprimenti scaglie di vetro.
Se rompere uno specchio porta sfiga, rompere due lampadari di cristallo boemo non è una buona cosa, vero?
Da sotto la porta striscia il demonietto di prima. Ha un aspetto quasi nebbioso, a vederlo da vicino.
«Era un’idea davvero geniale, però.» gracchia.
Sospiro, guardando il pomello che rotola traballante sul pavimento. «A meno che non sia il progetto per una macchina del tempo funzionante, non mi interessa.»




      Bookmark and Share




Inserisci il codice mostrato sotto:
Nota: Puoi inserire una recensione, un voto o entrambi.

Voci nel Vento è online dal 30/05/2009. Le Storie, le Serie, le Fan Art, le Fan Fiction e tutto ciò che troverete, appartengono ai rispettivi autori. Qualsiasi utilizzo va concordato con loro. Il materiale presente nel sito non può essere riprodotto in nessuna forma senza il consenso del proprietario.
Nessuna storia è stata pubblicata con fini di lucro, né intende infrangere alcuna legge su diritti di pubblicazione e copyright.
Il sito declina ogni responsabilità sui contenuti presenti.

Spread Firefox Affiliate Button   Use OpenOffice.org