In nomine Patris di Fra Tac

Note dell'Autore sul Capitolo
Secondo capitolo che avevo già in canna. Al solito, qualunque segnalazione è più che benvenuta ^_^ Spero anche che quelle due o tre cose sull'ambientazione, buttate proprio lì, risultino abbastanza chiare per inquadrare il tutto dall'inizio :S E' mia intenzione comunque chiarire la situazione politica di quest'Europa alternativa aggiungendo dettagli man mano... ma spero che si possa cogliere quantomeno il quadro generale
(specifico giusto che politicamente è ambientata nel Sacro Romano Impero - ma come epoca siamo ai giorni nostri)
CAPITOLO 2: IN CUI QUALCUN ALTRO ACCETTA UNA PROPOSTA DI LAVORO.


Soffoco un grugnito nel cuscino e faccio lo sforzo di alzarmi. Al mio cervello ci vuole un attimo per registrare che il corpo non è più in posizione orizzontale. Barcollo fuori dalla stanza strofinandomi gli occhi e cercando di non sbattere contro le pareti per arrivare al bagno. Lì, con più arti divinatorie che senso dello spazio, mi getto dell’acqua gelida in faccia.
Rabbrividisco, ma per lo meno mi sveglio.
Sollevo il volto e mi guardo nello specchio, senza trattenere un sospiro. Volto troppo affilato, ossatura troppo esile, capelli troppo verdi. Sembro sempre di più un dannato folletto. Un folletto con le iridi così chiare da confondersi con la sclera. Affondo la faccia nell’asciugamano con un altro grugnito.
Mia madre sarà già uscita da ore. Non mi disturbo a guardare l’ora, so che sarà mattinata inoltrata. Quando entro in soggiorno vedo, però, che mi ha lasciato una tazza di caffè e dei biscotti sul tavolo vicino ai fornelli. Grazie mamma, come ogni mattina, caffè che ora è diventato quasi solido.
Fisso la deprimente tazza torbida per qualche secondo prima di optare per il microonde. Verrà disgustoso ma non mi importa, tanto non sono abbastanza sveglio per schifarmi.
Mi lascio crollare su una sedia, mentre dietro di me l’elettrodomestico fa il suo lavoro, e sgranocchio un biscotto un po’ duro. Non ho voglia di uscire, stamattina, e nemmeno questo pomeriggio per andare al lavoro. Mi sento quasi in colpa a incontrare Hans, specie dopo avergli detto che i lampadari erano già rotti per la caduta degli scatoloni. Gli ho guastato la serata, e dire che era così felice dopo la cioccolata con la signora Papadopoulos...
Scommetto che quella bugia ha fatto nascere un demone bello resistente.
Sospiro e mi alzo quando sento il “bip” del microonde, per poi fermarmi con la tazza bollente in mano appena sento qualcuno bussare alla porta. Chiudo gli occhi e non mi interrogo nemmeno su chi possa essere, lo sento chi è. Oh, lo sapevo, lo sapevo che sapeva dove abitavo...
Appoggio la tazza sul tavolo e socchiudo la porta, lasciando la catenella.
«Come hai fatto ad entrare?»
Il ragazzo di ieri solleva subito le mani in un gesto di pace. «Una vecchia stava uscendo e ne ho approfittato, sapevo che non mi avresti fatto entrare se avessi suonato-»
«Beh non è che la situazione adesso sia cambiata.»
«-ascolta.» infila un piede nella fessura prima che possa chiudere la porta. «Ammetto che non ho scelto il migliore degli approcci ieri. Ma, ehi, è difficile sceglierne uno quando devi incontrare assolutamente una persona che hai conosciuto – diciamo così – tramite canali onirici. Ad essere sincero, se ieri ho sbagliato, non so comunque se esista un modo giusto di presentarsi a qualcuno in questa situazione.» alza le spalle. «Quindi tanto vale fare le cose come vengono e amen.»
Chiudo gli occhi e mi passo una mano sulla faccia. Mi sono appena svegliato, queste conversazioni non vanno affrontate appena svegli. Non andrebbero affrontate in qualunque momento della giornata, in realtà.
«Dimmi cosa vuoi.»
«Solo parlare.»
«Della tua “geniale idea”?»
«E’ davvero geniale, se mi lasciassi il tempo di spiegarti te ne accorgeresti.»
Tolgo la catenella alla porta e apro del tutto, ma non lo faccio entrare. «Si può sapere chi sei, di grazia?»
Il ragazzo sorride come uno di quei venditori porta a porta, ma senza l’aura da fallito intorno. Si appoggia allo stipite della porta con un gomito. «Puoi chiamarmi Woland.»
No, sul serio? Alzo un sopracciglio.
«Okay, okay, va bene. Mi chiamo Sergio.»
Questa volta deve essere sincero. Nessuno con un minimo di udito si presenterebbe come “Sergio” se potesse scegliersi un nome. E ora come ora riesco solo a pensare alla tazza di caffè disgustoso che si sta raffreddando sul tavolo.
«Ti do dieci minuti per spiegare.» dico, lasciandolo entrare. «E spera che sia una spiegazione sensata, altrimenti finisce come ieri. E non è piacevole cadere dal quinto piano di un palazzo.» E io lo so bene, mi è capitato una volta. Rincorsa presa con un po’ troppa forza... il muro però è stato sistemato quasi perfettamente.
Faccio cenno a Sergio di sedersi, mentre io prendo la sedia di fronte a lui, rigirandomi la tazza di tiepida tra le mani. «E niente predizioni.» aggiungo, prima che lui possa dire qualcosa. «Mi danno i brividi.»
Il ragazzo alza le mani. «Ricevuto.» dice. Ed eccolo, di nuovo, quel sorriso da venditore. Sembra quasi una maschera, deve essersi allenato allo specchio parecchio tempo per farlo. Deve essere un’espressione che si diverte ad usare spesso.
«Il motivo per cui ti ho cercato, Ivan, è una proposta di lavoro.» si sporge avanti, gomiti sul tavolo, e mi guarda da dietro le mani incrociate. Io mi limito a sorseggiare il caffè. Dio, fa proprio pena e schifo.
«E il lavoro, ovviamente, ha a che fare con la mia geniale idea. Prova solo a pensare, ad esempio, alle enormi possibilità che abbiamo per fare soldi.»
«Io e te?» gli chiedo, guardandolo da sopra la tazza con quella che spero sia un’espressione molto scettica.
Lui fa una smorfia e scuote le mani. «Oh, no, no, no! Anzi, anche, ma per “noi” intendo... i mezzi-demoni in generale. Pensa alle capacità che alcuni di noi hanno e che gli uomini sono troppo stupidi per sfruttare. Telecinesi, divinazione, pirocinesi...» si batte una tempia con l’indice. «Ma invece di essere specialisti richiestissimi, siamo costretti a lavorare come ogni altro essere umano. Oh, è uno dei taciti accordi della Carta di Ginevra, quelli tra le righe. Tolleranza, ma a patto che dalla nostra parte ci sia totale uniformazione. Comportiamoci come umani e verremo trattati come tali, anche se potremmo fare cose meravigliose. E guadagnare.»
Mi sembra di ascoltare uno di quei discorsi che i fanatici della rivoluzione urlano nei megafoni per strada, solo che invece di idealismi vari c’è il denaro a muovere tutto. Non sono sicuro se sia meglio o peggio. «Vieni al punto.»
Sergio si appoggia allo schienale della sedia. «Ah, così mi piaci, così mi piaci!» esclama, battendo le mani. «Dritto al punto. Il punto è, Ivan, che è ora che le cose cambino, e che qualcuno si svegli. E quel qualcuno siamo noi. Voglio lanciare un’attività, e ho bisogno di te e di quello che sai fare.»
Lascio sul tavolo la tazza vuota e mi pulisco le labbra con il dorso della mano. Non posso negare di essere sollevato, è qualcosa di decisamente più... normale di quanto temessi. «Spiacente, un lavoro già ce l’ho, ma grazie dell’offerta. E poi non penso di essere così necessario, un monta pacchi o qualcosa del genere dovrebbe bastare nel caso-»
«Oh, no, non hai capito.» c’è qualcosa nel tono della voce di Sergio che mi fa irrigidire, di nuovo sull’attenti. Lui sorride, ma stavolta è un sorriso da cospiratore. «Quello che interessa a me non è la tua forza, te l’ho detto. E’ la tua vista. So che puoi vedere i demoni, so che puoi interagirci.»
Nessuno lo sa. Nessuno nemmeno ci crederebbe, stentavo a credere anch’io che fossero demoni le ombre che vedevo fino a qualche anno fa. Dannata, odiosa divinazione.
Stringo i pugni senza smettere di guardare Sergio, cerco di rimanere calmo. «Sì, ma non vedo come questo possa essere-» non mi ascolta, è troppo preso a sentire il suono della sua voce.
«E’ un’idea che mi è venuta subito quando ho saputo che c’era qualcuno che era in grado di farlo, e poi due giorni fa... bam! Ecco che mi arrivano anche le informazioni riguardanti questa persona. E finalmente l’attività potrà decollare.»
«Di che attività si tratta?» lo interrompo, alzando la voce e con un pessimo presentimento.
Lui indossa di nuovo la maschera del venditore. «Esorcismi.» dice, sorridendo.
Gli scoppio a ridere in faccia. So che a questo punto avrei dovuto gentilmente mostrargli la porta, possibilmente lasciargli il numero di un bravo psichiatra e poi chiedergli di non farsi rivedere mai più. Ma quello che ha detto è così idiota che non riesco a trattenermi. Ho voglia di dirgli che è un pazzo «Sei pazzo!» e glielo dico.
Lui si alza in piedi, l’indice teso verso di me. «Ah, sapevo che l’avresti detto! Ma ascolta, è un modo per fare soldi assicurato! Siamo in una delle città più grandi dell’Impero, senza contare tutti i paesi nei dintorni, hai idea di quanti indemoniati ci siano?»
«No.»
Ride. «Nemmeno io! Perché non sono pochi. Sono fin troppo comuni, e hai idea di quanto bisogno abbiano di chi fa esorcismi clandestini? E di chi li sa fare bene? C’è gente che sarebbe disposta a pagare a peso d’oro, che sarebbe comunque meno di quanto la Chiesa chiede per i suoi nephilim. Pensa a tutti i talleri che ci frutterebbe un solo pomeriggio di lavoro.»
«Più che altro penso a tutti gli anni di galera che ci costerebbe.» dico, tra le risa convulse. Scuoto la testa più per incredulità che per altro.
«Dammi una buona ragione per dire una cosa del genere.» ribatte Sergio.
«Te ne do due, si chiamano Impero e Chiesa.»
«Ma per favore!» Sergio sbuffa e muove la mano destra in aria, sembra stizzito. «L’unico motivo per cui il Kaiser non ha annullato quella stupida legge è che potrebbe essere interpretato come un atto di debolezza nei confronti del Vaticano. Al Reichstag sanno tutti che è una legge folle, ma nessuno muove un dito per lo stesso motivo: sono peggio dei bambini. Figurati però se si impegnano per farla rispettare. E per quanto riguarda il Vaticano... sono troppo occupati a fermare l’avanzata dei Turchi per preoccuparsi che un paio di ragazzi gli facciano spietata – sì, sono ironico – concorrenza in Europa. I Turchi hanno carri armati, aerei, missili... dicono pure che tra i generali ci sia qualcuno che possiede un jinn. Jinn, Ivan, fottutissimi jinn! Il Papa rischia di perdere la Terra Santa.» solleva le mani, la destra vistosamente più in basso della sinistra. Non fatico a capire che si tratta di una bilancia, né che cosa ci sia sul piatto meno pesante. «Ti pare che le priorità di Sua Santità in questo momento siano un paio di esorcisti alle prime armi?»
Oh, merda. Ci crede davvero. «Ascolta.» gli dico, con il genere di tono che di solito uso al telefono con la mia cugina di sei anni. «Se anche fosse possibile fare una cosa del genere... come pensi di fare un esorcismo? Ah, no frena. Ho capito cosa stai per dire, ma il fatto che io possa interagire con i demoni non significa che sappia come tirarli fuori dal corpo di qualcuno. Dio santo, ho visto solo un paio di esorcismi in tutta la tua vita... e in quei casi ero io a subirli. E i preti non è che avessero tutte le rotelle, sai?»
«Si possono fare davvero tanti soldi.» prova ancora Sergio, come se non avessi parlato. A questo punto mi pare che convincerlo a desistere sia un servizio alla comunità. «E si vede che hai bisogno di soldi, andiamo.» continua.
«Oh, ma grazie.»
«Non volevo arrivare a tanto, ma... il fascino della divisa vale anche per l’abito talare, sai?»
«Preferisco ragazze che abbiano raggiunto le due cifre di età, però.» mi alzo e vado ad aprire la porta, sorridendo. «Fuori da casa mia, per favore.»
Il sorriso disperato di Sergio si trasforma in un sospiro di rassegnazione. «Okay, finisce qui immagino. Solo...» si fruga nelle tasche e mi porge un biglietto stropicciato. «Se cambi idea, qui ci sono un po’ di numeri con cui puoi trovarmi, telefono, indirizzo... cose così.»
Si esibisce in un ultimo, ancor più disperato, patetico sorriso a trentadue denti. «No, eh?»
Io scuoto la testa. «Esci e basta.»


Però non posso fare a meno di pensarci.
Ho bisogno di soldi, effettivamente. E so che ci sarebbe gente disposta a pagare. Non tutti gli indemoniati sono messi bene come il signor Hans. Certo, la maggior parte lo è... dopo i primi giorni di grida sataniche, camminate sui muri e vomito verdastro il demone si rende conto che la farsa è controproducente in primo luogo per lui, e tutto diventa più gestibile. Ho visto demoni nascere da un pensiero e vivere per pochi minuti soltanto, ormai mi pare ovvio che cerchino di sopravvivere nel corpo degli uomini – anche se mi sfugge il meccanismo con cui ci riescono.
A conti fatti vivono in simbiosi, l’ospite non ne ricava troppo danno. Però ce ne sono alcuni che... che letteralmente non conoscono il significato di convivenza civile. Ci sono fin troppe cliniche, in giro per l’Impero.
E nella maggior parte dei casi a riempirle sono i familiari di chi non si può permettere un “pellegrinaggio” nello Stato della Chiesa. E si sa che quando si ricorre ad esorcisti clandestini non si ottengono risultati, nel migliore dei casi...Forse, ma proprio forse, potrei davvero aiutare queste persone.
Ah, ma a chi voglio darla a bere. Sono i soldi che mi ossessionano. La possibilità di guadagnare davvero, di farmi dei risparmi per pagare una retta...
Anzi, nemmeno quello. Anche con un paio di esorcismi al mese, per quanto possano costare, non potrei mettere su così tanto, non subito almeno. Quello a cui penso è decisamente meno nobile.
Un computer mio, quella nuova consolle, un cellulare che riesca a stare carico per più di due giorni... ecco quello a cui penso. Piccoli capricci e comodità che non mi sono mai potuto permettere, nemmeno quando i miei erano ancora sposati.


Ah, dannazione. Quella stupida idea geniale non mi sembra più così stupida.


Mi guardo pigramente le mani, le dita così lunghe e sottili che più volte mi hanno fatto chiedere se non ci sia anche Nosferatu, tra i miei antenati. Nel negozio il grammofono diffonde le note calde di una musica jazz, Hans ha di nuovo messo su uno dei suoi vecchi dischi. Ho bisogno di chiedergli una cosa.
«Posso parlare con Ma’?» dico, raddrizzandomi un po’ sulla sedia. Hans si volta verso di me, con un’espressione sorpresa che non so se appartenga all’uomo o al demone. Forse a entrambi.
«Che vuoi
Vedo un bagliore scuro negli occhi di Hans, ora che sta lasciando più spazio a Ma’. Mi sento un’idiota per quello che sto per chiedere.
«Come, ehm, come funziona quando... la possessione, come funziona?»
«Perché me lo chiedi
Perché sto accarezzando l’idea di abbracciare la pazzia e iniziare una carriera come esorcista. «Curiosità.»
Ma’ scoppia a ridere. «Cerca su internet
«Non voglio sapere come la Chiesa dica funzioni, voglio sapere come funziona davvero.»
«Figurati se sarà un demone a dirtelo! Ragazzo, sei stupido
Il disco si interrompe con un rumore stridente, e Hans lo risistema nella custodia con delicatezza.
«Ci dispiace, Ivan. Parla al singolare. Oh, che sgarbato!»
«Nessun problema.» alzo le spalle, sperando non si noti che sono più imbarazzato di lui. Ma’ ha ragione, credere che un demone sveli i suoi trucchi è più che da stupidi. Ma tanto valeva provare... e poi ora posso mettermi il cuore in pace con questo colpo di testa.
«Però, forse ho qualcosa io che potrebbe fare al caso tuo...»
Ecco, appunto.
Hans si mette a cercare nello scaffale dei libri e ne estrae un piccolo volume rilegato, uno di quei vecchi taccuini per gli appunti che fanno tanto “naturalista dell’ottocento”. Me lo porge e io lo prendo con delicatezza. Per quanto è sciupato mi dà l’impressione che possa ridursi in polvere da un momento all’altro.
«Era di un mio parente, passando di mano in mano nella mia famiglia è arrivato a me. Non ho nessuno a cui consegnarlo, quindi ho deciso di venderlo... però, se ti può essere utile, puoi leggerlo.» spiega Hans, e mentre parla sorride in modo triste. «Tanto non penso interessi a qualcuno. E ormai è così rovinato che una lettura in più non potrà fare troppi danni.»
Me lo rigiro tra le mani e lo soppeso. «Wow, ehm... grazie, Hans.» dico, imbarazzato. Più per Hans che per il gesto: ma quanto diavolo è solo questo poveraccio?
Sollevo con attenzione la copertina, sulla prima pagina è scritto:

Pensieri, appunti di Natura Scientifica e Filosofica e argomenti di Interesse Sociale
Diario di Wilhelm Hansdietrich S.
(Dottore)
(legalmente ritenuto capace di Intendere e di Volere)



Sono sul tram che dal centro città porta verso la periferia. Attraverso il finestrino accanto a me vedo le luci calde e vivide del centro scorrere lentamente. Pian piano si faranno sempre più rade, più fredde e smorte. I palazzi diventeranno sempre più semplici, fino a ridursi a spogli casermoni in fila uno accanto all’altro come grossi, grigi soldati di calcestruzzo. Uno spettacolo che ormai conosco a memoria.
E quando i palazzi ormai diventeranno tali da poter causare reazioni allergiche a qualunque architetto, saprò di essere arrivato alla mia fermata. Poi però avrò ancora un tratto non indifferente da percorrere a piedi prima di arrivare a casa, se non muoio assiderato prima.
Soldi per comprare una macchina mia...
Sbuffo. La ragazzina seduta davanti a me mi guarda sotto le ciocche di capelli castani, ma dubito mi abbia sentito. Non con quella sottospecie di musica pompata a tutto volume nelle orecchie. Il demonietto che ha arrotolato al collo come una sciarpa, sant’anima, sta tentando invano di rosicchiare i fili degli auricolari.
Sfoglio distrattamente il diario che mi ha dato Hans, mentre dagli auricolari della ragazzina mi arrivano note che di sicuro sarebbero più apprezzate se chiuse in un cubo di metallo, parecchi metri sotto la superficie del mare.
Le pagine scricchiolano sotto le mie dita. Non mi soffermo su nessuna di esse, dubito che le parole di questo dottore – dottore in cosa non ci è dato saperlo, a quanto pare – possano mai essermi di qualche utilità. Avrà pure, da quel che ho capito, studiato i demoni, ma le sue teorie saranno come quelle di qualunque altro sedicente esperto: teorie, appunto. Uno che i demoni li vede, dopo aver sentito l’ennesimo rinomato teologo di vattelappesca che parla di angeli caduti venuti dagli inferi, o di energie cosmiche nate dalle stelle morenti di un’altra dimensione, parte un po’ prevenuto...
D’altra parte, però, c’è ancora qualche fermata prima della mia e non ho niente di meglio da fare. Mi fermo a poche pagine dall’inizio e comincio a leggere totalmente a caso.
“...ho ragione di credere che le ombre che veggo – e che sembro vedere io e io solo – non siano un fenomeno naturale. Ho notato coincidenze assai singolari, e forse la mia fantasia è eccessivamente fervida, ma non posso fare a meno di domandarmi: sono quelli demoni? O sono io a stare perdendo il senno e ad avere visioni infernali?
[il dì seguente mi sono recato a farmi visitare a tal proposito, a quanto è risultato non sono affetto da alcuna patologia conosciuta. Il medico mi ha fatto velatamente capire che dovrei smettere di bere... ma sono astemio.]”

Chiudo il diario di scatto. Okay, mi sento un po’ preso per il culo.


No, non è la mia stessa abilità, quella del vecchio dottor Wilhelm. Ciò che descrive nel suo diario sono ombre sfocate, poco più che aloni vagamente nereggianti. Ma tanto mi basta: non li vedrà bene come me, ma li vede, cavolo.
La frenata del tram mi coglie con il naso affondato tra le pagine, quasi sobbalzo sul posto. Mi infilo in fretta il diario nella tasca del giubbotto – è così piccolo che ci sta tranquillamente – e mi fiondo fuori dalle porte.
Il vento freddo della sera mi saluta prendendomi gentilmente a schiaffi. Guardo il tram allontanarsi sferragliando e rimango fermo. Il lampione che mi illumina ha qualche spasmo di morte, ma non me ne curo più di tanto. Sento il peso del piccolo taccuino nella tasca, il diario di un uomo che – come me – poteva interagire con i demoni e che – al contrario di me – era deciso a capirci qualcosa.
E ho appena finito di leggere un pezzo sulle possessioni.
Tiro fuori dall’altra tasca il cellulare – che è di nuovo quasi completamente scarico, comincio a pensare lo faccia apposta – e il foglietto che mi aveva dato Sergio. A ben pensarci, mi chiedo perché non l’abbia buttato via subito. Compongo il numero di cellulare, ma l’odiosa voce meccanica dell’agenzia telefonica mi informa gentilmente che il numero da me chiamato è irraggiungibile.
Impreco e compongo il numero di casa.
«Pronto, mamma? Sì, al negozio c’è ancora da fare, c’è stato un problema con, uh, delle... cose. Insomma, ci metterò tanto a tornare. No, mamma, non sto andando a casa della mia ragazza segreta. Già, beh, non sei l’unica a cui la cosa dispiace. Sì, ciao mamma. Sì. Ciao.»
Chiudo la chiamata e spengo il telefono del tutto, prima che mi muoia tra le mani.
Ora, il biglietto del tram è ancora valido, vero?


Madame de Thébe
Cartomanzia e arti divinatorie varie (lettura delle interiora solo su prenotazione)
18:00-0:00
Ogni giorno escluso il venerdì

Guardo la scritta sulla porta, poi il biglietto, poi di nuovo la porta. Okay, indirizzo e piano sono giusti, non c’è modo che possa aver sbagliato a leggere, però... sul serio, Madame de Thébe?
Mi passo una mano tra i capelli cercando di capire in cosa ho sbagliato quando noto un foglietto infilato sotto la porta. Dopo aver appurato che nel corridoio non passa nessuno che possa pensare io stia fregando la posta altrui, mi chino e lo raccolgo. Man mano che lo leggo sono certo che il colorito della mia faccia diventi uguale a quello dei miei capelli.
“Sì, Ivan, è l’indirizzo giusto” c’è scritto “Se c’è gente aspetta sul divano a fiori. Ah, e non c’è bisogno di scardinare la porta: la lascio sempre aperta quando sono in casa. Non toccare niente.
Stringo le mani intorno al biglietto fino a ridurlo a una palla accartocciata. Sapeva anche che sarei venuto. Ovviamente. Niente di più semplice per chi può sapere tutto di te senza neanche averti visto una sola volta!
Non c’è bisogno di scardinare la porta, ha detto? Bene, ho la tentazione di entrare direttamente attraverso il muro. Fortuna che mi sono sempre ritenuto un ragazzo equilibrato.
Sospiro e apro la porta con più delicatezza possibile. L’odore dolciastro dell’incenso mi arriva addosso come un altro muro fatto e finito. Tossisco e mi faccio aria con le mani, mentre gli occhi mi cominciano a lacrimare.
La stanza è claustrofobica, già è piccola di per sé, ma in più l’arredamento la rende ancora più angusta. I muri hanno una carta da parati gialla veramente terrificante e davanti al divanetto a fiori soffocato dai cuscini c’è un piccolo tavolino da caffè. Sopra ci staziona un vaso di fiori secchi impolverati, che da solo potrebbe avere un proprio campo gravitazionale: occupa un terzo della stanza.
«Vieni avanti...» la voce proviene da una tenda di velluto rosso e perline alla mia sinistra. Ha un tono nasale e un accento che non riesco a distinguere, ma che è evidente sia una forzatura. E ha anche qualcosa di familiare...
Mi avvicino alla tenda e la sposto, leggermente schifato, per entrare nell’altra stanza. E per fermarmi subito.
«Oh, non ci posso credere...»
Davanti a me, seduta a un tavolo ricoperto da un panno porpora ed illuminata da un’unica candela, una donna sta distribuendo dei tarocchi. E’ una donna veramente orrenda. Forse deriva dal fatto che è truccata in maniera così pesante, o per lo scialle da zingara che indossa, o forse è solo perché è Sergio con una parrucca in testa... chissà.
Sotto il mio sguardo profondamente orripilato vedo il ragazzo portarsi una mano alla fronte e sollevare una carta, tenendo gli occhi chiusi.
«Vedo un’ombra, nel tuo futuro... oh, la vedo...» biascica, con quel ridicolo accento da zingara.
Cerco qualcosa di significativo da dirgli, ma l’unica frase che il mio cervello è in grado di pensare in questo momento è: «Non hai addosso una di quelle protesi da trans, vero?»
Lui apre gli occhi e mi fissa, come se il fenomeno da baraccone in quella stanza fossi io. «Ah, non speravo saresti venuto così presto.» dice, prima di esibirsi nel solito sorriso che farebbe invidia a un commerciante d’auto. Si appoggia allo schienale della sedia e mi fa segno di sedermi davanti a lui. «Parliamo di affari, eh?»
«Prima parliamo di perché diavolo sei vestito come la cugina brutta di Esmeralda.»
Lui sospira a e rotea gli occhi, come se gli avessi posto la domanda più stupida del mondo. «Perché questo è un lavoro sessista.» mi previene con un gesto della mano appena apro la bocca. «Prova a pensarci, ti faresti leggere la mano da un ventenne squattrinato?»
«Io non mi farei leggere la mano proprio da nessuno.»
«Supponiamo che tu sia una quarantenne che legge troppe riviste di astrologia, allora. Ti faresti leggere la mano da un ventenne squattrinato? O andresti dalla misteriosa e occulta zingara che ha il suo baracchino all’angolo della strada? Per certi lavori l’apparenza è indispensabile. Dobbiamo apparire alla gente così come la gente si aspetta di vederci, è il nostro unico marchio di garanzia ai loro occhi.»
«E quindi giochi a fare il travestito. Mi sembra una soluzione perfetta.»
«Felice tu lo capisca!» esclama, evidentemente non cogliendo il sarcasmo della mia affermazione. Sospiro e mi siedo di fronte a lui, spostando la sedia come fosse una bomba. «Sapevi che sarei venuto in questo preciso momento, invece.» riprendo il discorso, sperando che il mio tono faccia capire quanto la cosa mi abbia infastidito.
Sergio scuote la testa. «No.» dice solo. Io sollevo un sopracciglio, le labbra che si piegano in sorriso cinico.
«Andiamo, ho visto il biglietto.»
«Appunto. Ho solo avuto una visione di me che mettevo quel biglietto sotto la porta.» alza le spalle. «Le visioni mica le posso scegliere, sai? Arrivano come dei flash e non sono piacevoli. Allora, chiariti i convenevoli possiamo parlare di affari o devo portare del tè con i pasticcini?» appoggia il mento alla mano sinistra, continuando a sorridere imperterrito.
Io credo di avere un’espressione da ebete completo. Ma questo getta una nuova luce sulla faccenda della divinazione. «Quindi tu... non...»
«...so tutto di quello che hai fatto, fai e farai? Ti prego, l’unica cosa che so del tuo prossimo futuro è che domani ti scade il latte in frigo.»
«Sul serio?»
«Mi sarei dato tanta pena se avessi già saputo avresti accettato la mia proposta, signor diffidenza?»
Mi lascio scivolare di poco lungo lo schienale, rilassando la schiena che non mi ero reso conto di aver irrigidito. Dio, se è un sollievo! Chiudo gli occhi, assaporando la sensazione di non sentirmi osservato ogni secondo della mia vita.
«Già, non hai tutti torti.» ammetto, ma non del tutto a malincuore. «E ho accettato, sì, ma... ascolta.» mi sporgo verso di lui con rinnovata serietà, rivolgendogli un indice accusatore giusto per sottolineare l’importanza di quello che sto per dire. «Se la prima volta, in qualche modo, va storta sarà finita. Basta. Non se ne parla più, non ci sarà un “la seconda andrà meglio” o qualcosa del genere. E non sto parlando solo di una catastrofe, qualunque cosa crei un problema, anche piccolo... fine dei giochi. Questa è la mia unica condizione.»
Sergio mi guarda, come aspettando altro. Quando si rende conto che ho davvero concluso si raddrizza, sistemandosi la parrucca – cosa che avrei volentieri evitato di vedere. «Bene, mi pare sensato. Accetto la condizione. Vieni qui domani alle... dieci di mattina, ti va bene?» sogghigna «E daremo inizio alle danze.»
Stavolta è il mio turno di guardarlo in silenzio aspettandomi altro. «Tutto qui?» dico, sentendomi preso per il culo per la seconda volta in un arco di tempo decisamente troppo breve.
Sergio alza le spalle. «Ehi, sei tu che sei venuto qui stasera.»
«Sì ma pensavo ci fossero altre cose da organizzare, e... il tuo cellulare era irraggiungibile e...» e se avessi aspettato una notte probabilmente ci avrei ripensato. «Ho dovuto pagare un altro biglietto del tram!»
«Mi spiace, ma sto lavorando. O aspetti fino a mezzanotte, o vieni qui domani alle dieci in punto.» muove le dita come se mi stesse mandando un anatema. «O vuoi forse sfidare i misteriosi poteri di Madame de Thébe?» aggiunge, con la sua “voce da lavoro”.
Sembra trarre divertimento dal mio totale imbarazzo. «Perfetto.» grugnisco, ma in effetti stavolta la scemata l’ho fatta io. Mi alzo e maledico per l’ennesima volta i cellulari. Inoltre, come se non bastasse la figura di merda, stanotte avrò gli incubi pensando a Sergio vestito da donna.
«Ma aspetta.» mi fermo mentre sto sollevando la tenda di perline e mi volto verso di lui. «Se le visioni ti arrivano a caso, perché cavolo ti sei messo a fare la cartomante?»
«Perché ci sono un sacco di quarantenni che leggono troppe riviste di astrologia, perché trovo dannatamente divertente l’ironia della cosa» mi sorride «e perché sono un magnifico bugiardo.»
La luce della candela, riflessa nei suoi occhi eterocromi, sembra provenire direttamente dall’Inferno.


Ore 9:58. Mi presento davanti alla porta di Madame de Thébe in perfetto orario.
Non faccio nemmeno in tempo a bussare che Sergio esce, mi afferra per le spalle e mi fa scendere di nuovo le scale a spinta.
«Devo farti conoscere una persona, oggi. » dice «Possiamo parlare mentre camminiamo.»


Ore 10:05. La strada è deserta, non ho visto una sola auto passare. Sul marciapiede devo fare lo slalom tra qualche demone in fuga – rimasugli di una notte di peccato, immagino. Il fiato mi si condensa davanti alle labbra e il cielo sopra di noi è latteo, minaccia neve.
«Com’è che quelle dita non ti si sono ancora staccate?»
Sergio si toglie la sigaretta dalle labbra e soffia una nuvoletta di fumo. «Non ho problemi con la temperatura.» dice, alzando le spalle. Stavolta nemmeno ha ritenuto necessario mettersi il chiodo, ha solo una felpa dal colore indefinibile, che forse un tempo – con un grande sforzo dell’immaginazione – poteva essere identificato come “rosso”.
Mi tiro la sciarpa fin sopra il naso e continuo a seguirlo sulla strada principale. Oltrepassiamo un paio di negozi aperti e un muro completamente invaso da poster pubblicitari mezzi strappati.
«Senti, come funziona adesso?»
«Cosa?»
«Ti ho detto che ci stavo, con gli esorcismi. Ma da qui a metterlo in pratica... dobbiamo pensarci seriamente. Cominciando dalle cose semplici, i prezzi e come dividerci il guadagno...»
«Ah, quello è semplice.» mi interrompe. «Lo decidiamo al momento. Inutile fissare dei prezzi, no, se poi uno può permettersi di pagare di più? O viceversa. Sono bravo a valutare quanto si può permettere una persona, fidati, ci penso io.»
Lo fisso per qualche secondo, indeciso se ritenerlo uno stupido o un grosso stupido, poi scuoto la testa. «Vabbeh, non importa. Il problema principale, piuttosto, è che davvero non ho idea di come riuscire ad esorcizzare qualcuno. In pratica, intendo. Ho uno spunto teorico, ma... devo fare una prova.»
Sergio si limita ad alzare le spalle. «Nah, non pensarci. Sai come si dice, il campo di battaglia è l’unico allenamento che ti serve. O qualcosa del genere.»
«Nessuno ha mai detto qualcosa che assomigliasse anche lontanamente a questa frase.» ribatto, con un tono da funerale. «E comunque no. Mi rifiuto categoricamente di andare alla cieca la prima volta.»
«Beh, e che cosa cambia dal fare una prova in – chessò – una clinica? Sempre di persone si tratta, ma in un caso siamo pagati, nell’altro no.»
Faccio per ribattere di nuovo, ma mi blocco a metà della formulazione del pensiero. Cavolo, fra poco spunta il sole di maggio, Sergio ha ragione. «Touché.» ammetto.
Rimaniamo in silenzio per un altro paio di secondi. Io assimilo la cosa e non posso fare a meno di lasciarmi sfuggire un sorriso amaro. «Praticamente, andiamo allo sbaraglio sperando di avere culo.» Non che la cosa costituisca un grosso problema: tutta la mia vita fino a questo momento è stata basata sul principio del “fare le cose alla cazzo sperando nella fortuna cosmica”, comunque. Basta saperlo, ecco.
«E con la convinzione di un branco di pecore verso il precipizio.» rincara Sergio, con un’allegria che davvero non avrebbe ragion d’essere. «Esiste un altro modo di fare le cose?»
«Sì, quello giusto.» sospiro. Lui mi ignora. «Però mi farebbe piacere sapere come pensi di trovarne, di clienti. Annuncio sul giornale, vero?»
«Pensavo direttamente a uno di quei dirigibili con le scritte. Ma no, ho trovato una soluzione migliore.» mi risponde Sergio. Getta il mozzicone a terra. «Sai come funziona, per queste cose, è tutto un “il cugino della moglie del fratello del cognato della portinaia del palazzo della tizia che mi porta a spasso il cane mi ha detto che ci sono questi ragazzi che...”. Chiunque gestisca un business nell’illegalità sembra avere una rete di contatti che Dio solo sa come ha fatto a crearla, sembra generarsi per inerzia ogni volta che oltrepassi la sottile linea blu. Stranamente noi non abbiamo questa fortuna, ma... in compenso, abbiamo Jerard.» si ferma davanti a una porta e mi sorride. C’è qualcosa di strano in quell’espressione – ancora più strano del solito intendo – che mi spinge a sollevare lo sguardo verso l’insegna del negozio.
Siamo di fronte a un’impresa di pompe funebri.
«Ripetimi un po’ chi è questo tizio?» chiedo, senza staccare gli occhi dall’insegna.
«E’ un mago.»
Rido. «Già, come Merlino.»
«Esattamente.»
Stavolta abbasso lo sguardo, verso Sergio. La naturalezza con cui l’ha detto mi destabilizza. «Andiamo, è una leggenda, lo sanno anche i bambini ormai.»
Sergio mi guarda con un mezzo sorriso di accondiscendenza, come se stessi dicendo che il Sole gira intorno alla Terra su un monociclo rosa. «Sul serio...» le parole desistono dall’uscire, sotto lo sguardo del ragazzo.
Lui appoggia la mano sulla maniglia della porta e spinge in avanti, aprendola un poco. «Constata tu stesso.»

Il negozio – se si può definire come “negozio”, in effetti non mi sono mai posto il problema – è più grande di quel che sembra. Già di per sé la sala in cui ci troviamo è parecchio spaziosa. E riesce ad essere opulenta e spoglia contemporaneamente.
Le finestre sono coperte da lunghe tende bianche drappeggiate, le pareti sono decorate da stucchi anch’essi bianchi, in un bel contrasto con il pavimento di marmo nero perfettamente lucido. In due grossi vasi dorati fanno bella mostra di loro due piante che sembrano rappresentare il cliente medio dell’impresa, in quanto a vitalità. Faccio per avvicinarmi al ficus con le foglie più flosce che io abbia mai visto, ma una voce mi fa sobbalzare.
«Ah, Sergio! E questo dev’essere Ivan, immagino.»
Mi volto di scatto alla mia sinistra e, davanti a una porta aperta che dà su un corridoio, vedo un uomo alto e dritto come un fuso. Giuro che fino a dieci secondi fa non era lì.
L’uomo mi sorride cordiale, sembra uscito direttamente da un film dei primi anni venti. C’è qualcosa di... monocromatico, nella sua persona. Indossa un maglione a collo alto nero e sembra che “luce solare”, per la sua pelle, sia un dato non pervenuto. Le sue mani si muovono come se stessero tagliando qualcosa sopra a un tavolo invisibile.
E oh Dio, non sta respirando.
«Per fortuna siete voi, è fastidioso rimanere così per più di qualche minuto. Potete scendere? Sto sistemando la testa del vecchio Novacek.» dice l’uomo. E sparisce. Senza strani effetti, senza fumo o disturbi di frequenza. Sparisce e basta.
Mi volto verso Sergio lentamente, come una bambola meccanica. Lui mi guarda senza nemmeno sforzarsi di nascondere il compatimento.
«Quella sembrava proprio una proiezione, direi. Se i maghi esistessero, certo. Ma non esistono. Andiamo, lo sanno anche i bambini!»
Vorrei dirgli di tacere con molta dignità e sicurezza, ma l’unica cosa che riesco a pronunciare è un gorgoglio indistinto.

E così mi trovo a dover accettare l’idea che anche l’impresario funebre, Jerard, sia un mezzo-demone. E uno di quelli letteralmente leggendari, l’élite della specie. E’ ciò che la gente chiamerebbe mago, se ai maghi ci credesse. E, al momento, questo mago ha le mani immerse fino al polso in frammenti di ossa, pelle e sangue.
«Si è sparato un colpo in testa, ma i parenti vogliono che lo rimetta in sesto per il funerale.» spiega. Si scosta i capelli neri con un braccio, senza voltarsi verso di noi, lasciandosi sulla fronte una striscia rossa.
Credo di aver bisogno di un sacchetto per vomitare. Non è tanto l’odore, stranamente non c’è quella puzza di interiora che ti si appiccica anche alle ossa, ma il cadavere di un vecchio nudo con mezza testa ridotta a una poltiglia informe darebbe la nausea a chiunque.
«Avresti dovuto vedere quello a cui è caduto addosso un ventilatore.» mi sussurra Sergio, che a quanto pare ha voglia di finire come il vecchio Novacek.
«Perché diavolo mi hai portato qui?» mi limito a mormorare.
«Perché volevo conoscerti.» risponde Jerard per lui. Io lo guardo in tralice. Ha un modo strano di parlare, sembra che ogni parola che pronuncia si formi di sua sponte nell’aria, senza coinvolgere la bocca o le corde vocali. Quando Jerard parla dà la sensazione ci sia più silenzio nella stanza di quando sta zitto.
Lo conosco da due secondi e mi dà già i brividi. E non sto parlando della stessa impressione che mi faceva Sergio, no, lì era dovuta alla divinazione... ma ora... è proprio la persona in sé, a darmi una brutta sensazione. Ed è strano, perché – cadavere a parte – sembra un uomo pacato. Rispettabile. Non ha nemmeno una selva di demonietti intorno.
Jerard stende un braccio e un asciugamano bagnato svolazza verso le sue mani.
Proiezioni e telecinesi? Bene, mi divertirò a fare la conta delle capacità che ha, direi.
Si asciuga le mani sporche di sangue e, grazie a Dio, anche la fronte. «Volevo vedere chi è così pazzo da dar corda a questo ragazzo.» si spiega.
«Ah ah. Lo dice ma non lo pensa.» ribatte Sergio, che si è comodamente appoggiato al muro, mentre io rimango come un pirla in piedi davanti alla porta. «Jerard è un socio importantissimo, sarà lui a trovarci i clienti.» aggiunge poi, a mio beneficio.
«Visto quello che sa fare, mi chiedo perché si limiti solo a trovarli, i clienti.» rispondo, forse un po’ troppo acido.
«Sopravvaluti le mie doti.» mi sorride il mago, prima di abbassarsi per cercare qualcosa sull’ultimo piano di un carrellino. «Comunque, stasera uso la sfera, non dovrei metterci molto. Massimo due giorni, giusto il tempo di un contatto.»
La conta continua: qualcosa che concerne una sfera, presumibilmente di cristallo. Siamo a tre.
«Ottimo!» esclama Sergio, raggiante. «Jerard è molto più bravo di me nelle relazioni interpersonali.» mi sussurra poi, avvicinandosi a me.
«Più bravo di te? Ma dai, impossibile!»
Sento la mano di Sergio sulla mia spalla, irradia trionfo, e Jerard sta ancora trafficando tra bisturi e filo da sutura. Guardo il mago rialzarsi e incidere qualcosa nella parte intonsa del viso del cadavere, con una naturalezza che mi dà la nausea.
Due giorni. Due giorni massimo. Certo che le cose si stanno muovendo velocemente.
Jerard alza il volto e sorride. «La lentezza è una caratteristica che lasciamo volentieri a ciò che è legale.»
Chiudo gli occhi, il sangue cristallizzato nelle vene. E quattro...


Infilo una mano nel sacchetto che tengo sul letto e ne estraggo un biscotto. E’ perfetto, rotondo e scuro, come quelli delle pubblicità. Lo ruoto lentamente e lo mostro a ciascuno dei presenti.
«Guardate. E’ il biscotto più meraviglioso e gustoso che possiate mai trovare. E sono tutti così, fidatevi.» dico.
Intorno a me sento un mormorio di incredulità. Gli occhi che mi fissano dalle ombre della stanza sono spalancati dalla meraviglia. Non posso fare a meno di sorridere, i demoni alla fine sono quasi come dei bambini – beh, almeno questi.
«Ha anche le gocce di cioccolato, dentro?» mi chiede una voce sibilante alla mia sinistra. Credo sia BruttaViperaStrozzati. Mi volto verso il demone con sufficienza. Vedo che si sta spostando verso il mio letto con deferenza, muovendo i suoi tentacoli di fumo nero fuori dall’oscurità.
«Non solo. E’ di cioccolato, CON gocce di cioccolato E un cuore di crema di cioccolato.» recito. Mordo quello che ho in mano e mastico con aria assorta. Mostro ai demoni l’interno cremoso del biscotto suscitando un coro di “ooooooh” stregati.
Per fortuna che sono occupato a ingoiare il biscotto, o potrei scoppiare a ridere.
Pian piano, altri demoni si avvicinano al mio letto, con la stessa deferenza di BruttaVipera. Sembra che l’oggetto del loro desiderio, al sicuro tra le mie gambe incrociate, susciti in loro quello che un’enorme statua della madonna placcata in oro zecchino potrebbe suscitare in un credente.
«Li voglio assaggiare. Dammeli!» esclama DioAvvoltoio, lo riconosco dalle piatte ali ombrose. Ringrazio mia madre che continua a imprecare davanti alla televisione, in salotto.
Mangio il resto del biscotto e mi pulisco la maglietta dalle briciole, sono certo che se i demoni respirassero in questo momento sarebbero in apnea. «Prima ve li dovete guadagnare, i biscotti. Sto per fare qualcosa che potrebbe rivelarsi un’enorme cazzata, e ho bisogno di conferme. Vi farò delle domande e per ogni risposta che mi date vi darò un biscotto. Ma sappiate che se mi mentirete, invece, il biscotto me lo mangio io.»
I demoni si guardano, dubbiosi. Sento l’indistinto mormorio delle loro confabulazioni, poi DioAvvoltoio si fa avanti. Striscia quasi fino al bordo del letto, senza avere però il coraggio di spingersi oltre.
Sia mai che il potere oscuro del sacchetto di biscotti lo danneggi...
«E va bene.» dice «Affare fatto, chiedi e risponderemo con sincerità.»
E io ci credo, certo. «Bene, la prima domanda è: la Luna è fatta di formaggio?»
DioAvvoltoio annuisce con foga. «Certo, certo. E’ un segreto che voi umani non dovreste conoscere ma... per un biscotto...» sorride mostrando tanti piccoli dentini scintillanti.
Io sospiro e prendo un biscotto dal sacchetto. Me lo infilo intero in bocca sotto gli occhi sconcertati dei demoni.
«Ve l’aveo deo che sho ‘ando menite.» deglutisco e prendo un altro biscotto. «Ti offro un’altra possibilità, ma cerca di non giocarmi di nuovo: gli uomini possono respirare sott’acqua?»
DioAvvoltoio segue con gli occhi il mio biscotto man mano che lo muovo, da destra a sinistra. Si volta verso i suoi compagni, in apprensione. Uno di loro si sta contorcendo per la tensione.
«Ah, no, no! Non potete, dammi quel coso ti prego!» gracchia il demone in preda alle convulsioni.
Io sorrido come sorriderebbe un Dio – sì, lo ammetto, questo giochino mi dà un certo senso di onnipotenza. «Bravo, è così che vi voglio.» lancio il biscotto al demonietto che ha risposto, che lo ingoia al volo con uno strillo di piacere. Ormai ho smesso di chiedermi come sia possibile che esseri senza apparato digerente di sorta possano ingozzarsi di biscotti.
Dio, sono così stupidi, poco più che animaletti iperattivi. Ma’ non è così, però, c’è da chiedersi se solo quelli creati da mia madre siano decerebrati.
«Allora, siamo d’accordo?» ricomincio «Niente menzogne, avete visto che le riconoscerei. Se volete i biscotti rispondete con sincerità.»
C’è un coro di pigolii e di “okay, va bene, se proprio ci tieni, e che cavolo, se è per i biscotti...”.
«Bene.» mi limito a dire, prima di prendere il diario del dottor Wilhelm da sotto al materasso.
Lo apro nel punto in cui parla della possessione demoniaca, e comincio a leggere ad alta voce.




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