una strana amicizia di ico

Note sulla Storia
mi ero dimenticato di questa. la metto così, senza motivo.
che ricordi, allora scrivevo un po' peggio, ma mi piaceva farlo!
« Tu e i tuoi alberacci! »
« Pensa per te! Gli “alberacci” almeno servono a qualcosa! »
« Si, a farci il fuoco quando fa freddo! »
« Non oserai! »
« Preferisci che li usi per provare le asce che forgio? »
« Quelle provale sulla tua testa! »
« La mia testa? »
« Già, non puoi. È troppo dura, poi dovresti farne di nuove. »
« Potrei usare la tua testa, biondino! »
« Provaci, vecchio barbuto! »
« Vecchio a me? Tu hai il doppio dei miei anni! »
« Almeno io non cado a pezzi! »
« Vuoi vedere chi cade a pezzi prima? »

Il vecchio maestro uscì dalla stanza sbadigliando, gli acciacchi dell’età lo costringevano ad alzarsi sempre più tardi, e a lui non piaceva.
Voleva essere il primo ad arrivare nella stanza comune, per poi aspettare gli allievi.
Ultimamente arrivava tra gli ultimi, e la cosa gli seccava.

« Salve a tutti. » disse distrattamente, entrando.
« Buongiorno a voi, maestro. » Strano, solo un saluto.
La stanza era vuota, solo una ragazza, seduta sulle caviglie.
Forse si era alzato presto senza accorgersene?
« Sei la prima? » Cercò di non farle intendere il suo dubbio, sicuro che altrimenti l’avrebbe considerato un vecchio suonato.
« No, maestro. Veramente sono arrivati già tutti… » la ragazza era a disagio.
« Dove sono gli altri, allora? » Un dubbio si insinuò nella sua mente, che divenne subito realtà.
« Ecco… sono fuori. Guardano Questor e Roderick che litigano. »
Ci volle tutta la sua calma, maturata da settantacinque anni di vita, molti dei quali passati da monaco meditante, per trattenere le espressioni non adatte al suo ruolo che gli vennero in mente.
Sempre quei due; tutti i giorni, nell’ultimo mese. Sempre a litigare. Sempre a litigare di nulla.
Ieri per un bastone rotto, il giorno prima per un pezzo di ferro sparito, prima ancora per mille motivi idioti.

Davanti al tempio, gli allievi appoggiati o seduti si godevano lo spettacolo dei due.
« Oggi la spunta Roderick! » Fece uno.
« No, no. Vedo Questor più convinto! » Rispose un altro.
« Ragazzi, andate dentro. » La pazienza infinita del monaco stava finendo.
La piccola folla si disperse, tra inchini e scuse, rientrando.
Sospirò, ora veniva la parte difficile.

« Smettetela…»
I due lo ignoravano, troppo presi dalla loro lite.
« Ragazzi…»
Era come se non esistesse.
La pazienza finì.
Diede loro un pugno sulla testa.
Smisero all’istante, ora rivolti a lui.
Questor, slanciato e magro, il viso giovanile, senza una ruga, i capelli legati in una coda.
Roderick, basso e robusto, la faccia spigolosa e barbuta.
Aveva perso il conto delle volte in cui si era pentito di aver messo vicino un elfo e un nano.
La situazione era precipitata. Roderick era arrivato a segnare il territorio, scavando una sorta di piccolo fossato attorno alla fucina, proibendo a Questor di oltrepassarlo, con la minaccia di tagliare gli alberelli dell’elfo. Questo, per rappresaglia, tutti i mattini, prima dell’alba, si piazzava appena fuori i “confini” e cantava a squarciagola, svegliando il nano, che adorava alzarsi tardi.
Ad ogni incontro era la stessa storia.
Anche gli allievi più irriducibili, amanti delle loro divergenze, presero a stufarsi.

Persino il maestro, uomo calmo e rilassato, aveva cambiato carattere: era diventato irascibile e intrattabile.
La cosa più snervante per lui era il loro modo assurdo di essere.
Appena si vedevano, anzi, appena percepivano la presenza dell’altro, scattava il litigio.
Ma, presi singolarmente, erano l’esatto opposto.
Questor era l’allievo migliore che aveva mai avuto, paziente, disponibile, pronto ad aiutare gli altri.
Roderick era spiritoso, amante della compagnia, pronto a farsi in quattro per tutti.
Era innegabile che si somigliassero nel carattere, sotto ogni punto di vista.

Un giorno di piena estate, prese la sua decisione.
Era stanco di vedere i due anche in sogno, dove un esercito di Questor e Roderick in miniatura sommergevano tutta Onshu, litigando sotto gli ordini delle loro versioni originali.
Durante la mattina, invece del solito allenamento, comunicò agli allievi cosa aveva deciso.
Questor non c’era, mandato al paese per rifornire i magazzini, e Roderick era via, chissà dove.

Ogni volta che scendeva al villaggio era la stessa storia.
Tutti lo notavano.
Questor pagò il negoziante, un uomo paffuto, quasi calvo, che non smetteva di fissarlo.
Un gruppo di ragazze, vedendolo passare, cominciò a confabulare e fare risolini, per smettere e disperdersi appena lui si voltava.
« È mai possibile che su tutta l’isola l’unico elfo sia io? » si chiese.
« Per Freheb! Anche qui ti trovo! »
Il nano, trascinando un carretto, sbucò da un angolo di strada.
« Proprio oggi dovevi venire qua? » replicò seccato l’elfo.
« Ti chiedo la stessa cosa! Ora da bravo, fai un'altra strada per tornare. »
« Non serve che tu me lo ricordi…»
Si ricordarono tardi che per il tempio c’era un'unica strada.

Per gran parte del tragitto fecero finta che l’altro non esistesse, salvo per qualche fugace occhiataccia.
« Senti un po’, che ci fai al tempio? » chiesero all’unisono.
Si guardarono in cagnesco e a lungo negli occhi, ma nessuno volle ritirarsi dal confronto.
« La sai la storia del tempio, giardiniere? » domandò il nano.
« Certo, bassottello. Una volta era un tempio, dedicato al Dio della fortuna. Durante la guerra fu occupato e costruirono la fucina per rifornire gli occupanti d’armi.
Finite le ostilità, è tornato un tempio, e hanno deciso di lasciare l’altra costruzione. »
Questor era orgoglioso delle sue conoscenze.
« Che bravo. » fece ironico Roderick « Ecco, io sono un fabbro, e mi serve una bottega da fabbro. »
« Non potevi restare tra i nani? »
Si lisciò la barba. « No. Mio padre era un boscaiolo, i miei fratelli, mio nonno, suo padre e altre cinque generazioni. Tutti boscaioli. »
« Ecco spiegata la sua fissazione per gli alberi. » pensò l’elfo.
« A me non piaceva. Non volevo fare il mestiere di famiglia. Decisi di imparare a fare qualcos’altro. Un umano mi insegnò a lavorare il ferro, e mi piacque. »
« Il primo lavoro che feci fu un’ascia, che regalai a mio padre. »
« Disse che non ne aveva mai visto un tanto tagliente, non smetteva di elogiarla. Quando affermò che sarebbe diventata il cimelio di famiglia, gli rivelai che l’avevo forgiata io. »
« Ne fu contento? »
« Me la tirò dietro. »
« Accipicchia! Fortuna tua non ti colpì! »
« Veramente mi prese. » si tolse il guanto della mano destra, le ultime due dita erano solo dei moncherini. « Meno male che era una lama piccola, sennò ora sarei monco. »
Ricoprì la mano.
« Andai via da casa, vagai per il continente, per caso venni qua… »
« E trovasti la fucina. »
« Esatto. »
Questor rifletté un attimo.
« Il villaggio dove sono nato si trova nel continente a sud. Mio padre era il capo. Eravamo tutti elfi, la vita trascorreva tranquilla, senza il minimo cambiamento. »
« Bel posto noioso. » Borbottò il nano, fermandosi a sistemare il contenuto del carretto.
« Infatti. Volevo vedere il mondo esterno, viaggiare, fare conoscenze. Chiesi a mio padre il permesso di andarmene, e acconsentì. »
« Mi dette dieci anni da passare fuori di lì. »
« Ma M’elise era di altre idee. »
« Chi? »
« M’elise. Era mia amica, voleva che ci sposassimo, ma io preferivo restassimo amici.
Mi disse che se fossi partito, non mi avrebbe mai perdonato. »
« Cercai di farla ragionare, e per risposta mi diede del ragazzino immaturo. »
« Partii; se non voleva perdonarmi, erano fatti suoi. »
« E dopo dieci anni sei tornato e la matta te l’ha fatta pagare! » Concluse Roderick.
« No, sono passati centododici anni, e non ho intenzione di tornare. Ad Onshu ci sono capitato per caso, ho fatto amicizia col maestro precedente del tempio, che mi ha preso come allievo, mi ha permesso di piantare qualche albero, la mia passione, e mi ha trovato un altro nome. »
« Come sarebbe? »
« Non mi chiamo Questor. Disse che il mio nome vero era troppo poco adatto al mondo non elfico.
In realtà mi chiamo…»
Si fermò.
« Come? »
« Mi chiamo Estal. »
Il nano aggrottò la fronte.
« Fece bene. Estal non mi piace. Meglio Questor. »
I due si guardarono in faccia, sorridendo.
« Sai Roderick, non avrei mai pensato di avere tanto in comune con un nano. »
« Né io di averlo con un elfo, Questor. A parte la storia degli alberi. »
Scoppiarono a ridere.

Arrivarono nel tardo pomeriggio, le loro chiacchiere avevano rallentato pareggio il viaggio.
Questor poggiò i rifornimenti vicino all’entrata, e un suo compagno cominciò a riporli.
« Vieni un attimo. » Fece il nano.
« Io? » Chiese incuriosito l’elfo « Sei sicuro? »
L’altro sbuffò. « Forza, prima che cambi idea. »
« Posso superare il fossato con i coccodrilli? Non mi morderanno i piedi? » Questor fece l’ironico.
« Certo, basta che tu faccia il saltino. » Roderick saltellò. « Sei capace? »
« Posso provare, ma dovrò impegnarmi moltissimo. Mi riesce difficile saltare tanto poco. »
Ridacchiando seguì il nano, nella sua tana.

La fucina era costruita in pietra, diversamente dal tempio, completamente di legno.
Le due costruzioni non avevano nulla in comune. Una era di legno, ogni sua parte lavorata ad arte, perfettamente incastrata nel suo posto, senza utilizzo di chiodi o altro; l’altra era una casupola di roccia, sgraziata e angusta.
« Non guardavano alla comodità, quando l’hanno tirata su, questa baracca. » Si lamentò Roderick.
« Perché non le dai una sistemata? »
« Non sono capace. So fare un poco col legno. È l’unica cosa che mi piaceva del lavoro di famiglia. »
« Di legno brucerebbe. » notò Questor.
« Forza, dentro. »
L’interno era composto da una grande stanza, nell’angolo il camino per lavorare il ferro, da una parte un’incudine con sopra una pinza. Il resto era stipato di oggetti creati dal nano. Un tavolinetto, stranamente sgombro, era sistemato al centro.
« Fai anche spade? » s informò, osservando un cesto riempito di lame.
« Perché no? È un lavoro come un altro. Dovrei fare solo zappe e falci? »

L’elfo si sedette, e Roderick comparve dalla stanza laterale portando un barilotto.
Lo aprì, e un fortissimo odore di alcol riempì il posto.
« Che roba è? »
« Questa, » affermò altezzoso il nano, riempiendo una brocca « È un liquore di mia invenzione! La ricetta è solo nella mia testa! »
« È velenoso? Si può bere senza pericoli? »
« Un pericolo c’è. » assunse un’espressione tetra « Non è una bevanda da tutti; è molto, molto forte.
Se uno non abituato ne bevesse troppa…»
« Bum! » fece un gesto strano « Gli esploderebbe il cranio. »
« Il liquore esplosivo! » Questor era in parte divertito e in parte preoccupato.
Il nano prese una seconda brocca, la immerse nel pericoloso liquore riempiendola pochissimo.
Poi la porse all’elfo. Fissò la bibita micidiale, e la buttò giù in un sorso.
Dapprima ebbe la sensazione che la gola gli andasse a fuoco. Cominciò a tossire, temendo di perdere la testa. Letteralmente.
Roderick trangugiò la sua parte come fosse acqua.
« Buona, vero? »
« Ottima. » rispose Questor con una voce sottilissima.
« Tranquillo, passa subito. » ridacchiò il nano.
« Facciamo una scommessa! Questo era l’assaggio, ogni anno, il giorno che ci siamo conosciuti, ci facciamo una bevutina. Scommetto che non riuscirai mai a berne quanto me! »
Roderick lanciò una sfida. Questor ci pensò un po’ su.
« Ci sto. E te ne lancio un'altra. Riuscirò a farmi crescere la barba, e ne avrò più di te! »
« Ah! E sia. »

In quel momento il maestro entrò.
« Roderick, Questor. Con grande dispiacere devo chiedervi di allontanarvi dal tempio. Le vostre liti da pazzi disturbano la calma degli allievi, e soprattutto la mia. Ora prendete le vostre cose e fuori dai piedi! »
« Neanche per idea! » replicarono i due.
« Ma sentilo! Vuole fare le leggi! Perché gli umani sono così antipatici? »
« Non può decidere per noi! Senza contare che siamo più vecchi di lui, quindi deve aver rispetto. »
Cominciarono a ridere.

« Basta, ci rinuncio. » pensò il maestro, sul punto di piangere, allontanandosi « Che si arrangino, io mi ritiro a fare l’eremita. »

« Sarà un’amicizia interessante, Barbaccia. » disse l’elfo.
« Ne sono certo, Orecchie-a-punta. » replicò il nano.




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