La compagnia degli sfigati di ico

Note dell'Autore sul Capitolo
ve la ricordate? il cervello non mi si è mai ripreso dopo la letture delle due fonti di sta cosa.
l'avevate notato?
Intrologo


La sfera dorata che riscalda il pianeta da miliardi di anni, e che qualche altro miliardo provvederà a tostarlo per bene, stava lentamente scivolando oltre la sottile linea dell’orizzonte.
Masse nuvolose, sospinte da un vento gentile, descrivevano arabeschi nel cielo altrimenti lindo.

Il vecchio si sistemò sulla poltrona, calzò le pantofole a coniglietto e accese la pipa.
Dopodiché poggiò l’oggetto rovente sulle ciabatte, e rimase così, chinato, a fissare le orecchie di finto pelo che si consumavano.
«Bei tempi quando lo facevo a quelli vivi.» Sospirò il vecchio, scuotendo il capo. «Stupidi ratti deformi. Neppure siete saporiti!»
Appena le fiamme si furono spente, lasciando sul suolo una chiazza dall’odore acre, l’uomo si alzò, maledisse il fatto di non essere ancora trapassato, e si sedette sulla poltrona.
E afferrò il telecomando. Premette il tasto di accensione. Lo schermo restò nero come una notte di black out.
L’anziano fissò il teleschermo e il teleschermo fissò il vecchio.
O meglio, l’immagine riflessa dell’uomo lo fissò, con l’espressione di chi attende lo scacco, ponderando come reagire.
La mossa fu semplicemente di premere ancora il tasto.
E la contromossa fu di nuovo nessuna reazione dal televisore.

«Ma che accidente succede?»
«Succede che oggi hai da fare.» Spiegò una voce femminile e secca, che poteva appartenere solo ad una vecchia acida o ad una suora.
Sull’uscio della stanza apparve la moglie, vecchia anagraficamente e suora nello spirito, pertanto doppiamente decrepita, che reggeva con una mano un mattarello e con l’altra qualcosa di minuto.
«Certo che ho da fare. Sta per iniziare il Grande fratello 62, devo vedere la tipa con la decima di seno. Ai miei tempi mica c’erano certe robe!» Il vecchio tacque, roteò gli occhi, cercando nei meandri del suo cervello ormai simile alla groviera.
«No, veramente c’erano pure allora. Cazzo, in cinquant’anni la televisione è solo peggiorata.»
La donna sbuffò e lanciò in aria il contenuto del pugno, due pile.
L’uomo le guardò cadere a terra. Qualcosa gli disse che era meglio spento.
Di sicuro la qualità dei programmi era superiore.

La vecchia agitò il mattarello.
«Vecchio rimbambito. Oggi è venerdì 12!»
«E allora?»
«Allora?»
L’uomo ruotò gli occhi, prima di tornare ad osservare la moglie.
«Devi raccontare la storia a quei piccoli mostri di Don Dino.» Scandì la donna, aggrottando la fronte, e parendo sul punto di cadere in pezzi, considerata la quantità esorbitante di rughe che le apparvero in volto.
Purtroppo restò intera, per l'infelicità del marito.
«Porca puttana!» Esclamò lui colpendosi la fronte e alzandosi in piedi. «Che cazzo gli racconto? Quelli si rintronano di reality show e neo youporn!»
«È colpa tua, caro.» Replicò lei, indicandogli le scarpe e la giacca color vecchio, ben conscia che l’uomo la odiava.
«Ma che colpa e colpa! Dannate leggi dell’accidente! Si stava meglio quando si stava peggio! Cazzo l’ho detto pensandolo. Solo perché ho detto ad una mammina “che bel bimbo, signora.” Quella scema m’ha denunciato per pedofilia!»
«Colpa tua, visto?»
«Porca puttana! Ai miei tempi se ammazzavi uno diventavi famoso. Sta nazione del cazzo non s’è mai ripresa. E ora devo raccontare le storie a quella banda di nani criminali. Quelli i pedofili li mangerebbero crudi!»
«Vai, vai. L’aria fresca ti fa bene, e non hai più l’età per le decime di seno.»
Il vecchio uscì, non prima di aver lanciato uno sguardo alla moglie, in poltrona, impegnata a guardare la sua telenovela preferita.
«Vecchia baldracca. Lo sapevo che l'asessualità era la mia strada.»


Fece due passi verso il cancello, sperando che i bimbi non fossero arrivati.
Ovviamente erano già tutti presenti.
L’uomo storse il naso osservandoli.
«Era ora, vecchio barbogio!» Tuonò quello più grande, alto circa 120 centimetri per 60 chilogrammi di peso. Un culturista versione mignon. Pareva un puffo scolorito e cresciuto a suon di steroidi.
«Vero vero!» gli fece eco un altro, poco più basso del primo ma di corporatura decisamente ridotta, dalla testa rasata e la goccia al naso. Pareva uno scheletro raffreddato. Uno scheletro che ha visto tempi migliori, per essere precisi.
Erano i ragazzini della vicina comunità.
Religiosa, non di recupero.
Variavano dai sette agli undici anni, tutti vestiti di nero, di pelle e di metallo.
Alcuni, tra cui il mini energumeno e lo scheletro, brandivano lunghe righe da disegno, che avevano altri scopi di quelli descritti nella loro definizione.

«Che ci racconti oggi, vecchio puzzone?»
Ad aver posto la domanda era il più piccolo, di certo di stazza ma forse non d’età, nonché il capo della combriccola.
Aveva il viso da ratto con un accenno di baffetto e probabilmente quello sarebbe stato il suo futuro.
Topo.
D’appartamento.
O capobanda, se fosse stato bravo.

Ma Don Dino, prete di vocazione, salvatore di anime a tempo pieno, e testa di minchia per genetica, nonché mentecatto per definizione, forte del suo motto “teniamo gli amici vicini e i nemici ancora più vicini” aveva raccolto la peggiore feccia disponibile in zona.
L’uomo di chiesa aveva sentito della disavventura del vecchio e si era prodigato affinché la sua colpa fosse commutata in un utile scontro generazionale.
Il che aveva poco senso, dato che un soggetto, anche se stupidamente, accusato di pedofilia, dovrebbe star ben lontano da una siffatta combriccola.
Ma come detto, era fatto noto la scarsa arguzia del prete.
Ad ogni modo, Don Dino intendeva scontro di opinioni, di punti di vista.
I piccoli mostri e l’uomo sapevano scontro poco meno che armato.

«Cosa volete sentire?» Domandò il vecchio squadrandoli con l’aria di chi ha calpestato qualcosa di viscido e puzzolente indossando suole a carro armato.
«Che bello, che bello, ci fai scegliere, che bello!» Esultò un bambino dall’aspetto meno da duro, usando un termine della teppaglia. Immediatamente uno schiaffone volante lo fece tacere.
«Voglio una bella storia di scontri! Che ci sia sangue, uccisioni e coltella!» Decretò il topo, sollevando le braccia.
«Sì, e anche tanta gnocca!» Aggiunse lo scheletro, che fu immediatamente atterrato dal colosso tascabile.
«Ignorante! Non si dice più gnocca! È fuori moda! Si dice phicha!»
«Allora una storia di phicha.» Si corresse quello, scricchiolando sotto la mole del complice.
«E che ci sia anche una bella storia d’amore!» Esclamò una voce gentile.

Immediatamente venti teste si voltarono verso colei che aveva parlato.
Candida era l’unica bambina che sembrava normale in una massa di piccoli metallari drogati. Gonna lunga, boccoli biondi, un visetto angelico e grandi occhi azzurri.
Quella che di solito nei film e nelle storie rappresenta la più pura purezza.
Ma era solo apparenza.
Erano tutti a conoscenza che, in caso di rissa, “ne resterà soltanto uno”. Quell’uno era Candida.
Dove trovasse tutta quella forza in quel corpicino delicato era un mistero paragonabile alla vita dopo la morte.
Comunque, fatto assodato, era, che sei il capo era indubbiamente il topo, contraddire o irritare lei significava perdere la faccia, in ambo i sensi.
E nella migliore delle ipotesi.
Ipotesi del vecchio era che la piccola bambina praticasse numerose arti marziali ad alto livello, istruita all'arte dell'autodifesa da molteplici maestri di rara abilità, o che fosse una lottatrice in qualche rete sotterranea, di quelle dove la gente si scontra illegalmente fino alla morte.
Era più propenso ad una via di mezzo, però.

«E la storia d’amore, cazzo!» Esclamarono tutti, e l’uomo annuì con rinnovato vigore.

«E magari qualche mistero.» Azzardò lo stesso bambino poco tosto.
«Cazzate! I misteri sono per le donnette! E le donne devono solo fare le faccende e essere montate!» Tuonò il piccolo gigante.
Quindi sbiancò, rendendosi conto della sua infinita imbecillità.
«Oh cazzo!» Fece in tempo a dire, prima che la suola della scarpa da ginnastica della dolce Candida lo colpisse con precisione nel plesso solare.
La piccola picchiatrice chiuse gli occhi e sorrise.
«Oh, scusa. Intendevi dire che voi siete troppo ignoranti per capire e apprezzare le vicende misteriose?»
«Si capisce!» Esclamò il topo, bianco come un lenzuolo spaventato.
Il vecchio tossì. «Va bene, piccole car - canaglie! Mi avete fatto perdere la tipa dalle tette enormi in tv, quindi…»
«Dillo a noi, vecchio!» fecero all’unisono metà dei presenti.
«Ma guarda un po’ ho la storia per voi.»
«Che sia bella, vecchia mummia.» Gli intimò il topo « Altrimenti ti raddrizzeremo la gobba!»
«Ma certo.» Disse con un sorriso. «Figlio di una gran puttana.» Aggiunse sottovoce.
«Si intitola…»

La compagnia degli sfigati, ovvero Boraian di Postocheto nella terra dei mafiosi.




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