Sarà quel che sarà di ico

Note dell'Autore sul Capitolo
cavolata cavolata. giusto per provare a scrivere e non sistemare ;)

sì, lo spirito c'entra - ma quanto sono fissato? scusate!
Sarà quel che sarà



«Capitano!»

Cercano qualcuno. Magari potrei dare una mano, visto quello che tutti mi considerano.
Magari lo faccio. Ma non adesso.
Ho bisogno di un sonnellino, ora.

«Capitano!»

Nah. Non possono cercare me. Gliel'ho detto non so quante volte di non farlo. Non sono capitano. Davvero, ho perso il conto delle volte che l'ho detto!

«Capitano!»

Agh.
Alzo appena la palpebra e occhieggio attorno a me. In due mi stanno fissando. Aggrotto la fronte e loro guardano altrove.
Bambini, bambini. Neppure i vaghi sapete fare?

«Capitano!»

Alzo la testa. Nessuno risponde. Stanno chiamando me.
Bambini. Ma almeno quelli imparano. Vecchi bambini.
Teste di legno sarebbe meglio, ma non posso essere volgare. In che giro mi sono ficcata?

«Cap-»

«Non voglio essere chiamata capitano!» Sbotto, girandomi. È un ragazzino quello che strillava. Lo riconosco, ma mi sfugge il nome. Gli piace il pesce, quello mi ricordo.

L'età alla fine ha deciso di farsi sentire?

Il ragazzino mi guarda sorpreso. «Mi scusi, c-» Si blocca.

Bambini. Tutti e sempre.
Ma tu ricorda chi sei, vecchia mia.

Sbuffo.
«Va bene, dimmi cosa c'è.» Mormoro, abbozzando un sorriso.

Lui indica dietro si sé.

«È arrivato uno nuovo.» Sussurra talmente piano che fatico a capirlo. «E sta litigando con la Mano rossa. Cioè, stanno combattendo. Più o meno.»

Scuoto la testa, sospirando. «Andiamo.»
Una volta o l'altra succederà qualcosa di brutto, se questi ragazzi non si daranno una calmata.



Poco più là, nella parte scoperta dell'accampamento, i ragazzi sono disposti a semicerchio e strillano, agitando le braccia.

Meno male che avevo detto di non fare confusione. Una volta o l'altra qualcuno li beccherà e ci resteranno tutti secchi.

Scuoto la testa e scaccio il pensiero. No, no. Son qua per evitarlo. Per cercare di evitarlo.

«Capitano?»

«Non chiamarmi capitano.» Borbotto.


Mi avvicino alla calca. Mi ci infilo dentro, allontanando i ragazzi a spintoni. Qualcuno brontola, ma appena capiscono chi sono si zittiscono.
Arrivo di fronte alla scena che tanto li eccitava, e tutti sono in silenzio.

Dei, sul serio mi prendono per una madre. Adesso qualcuno mi dirà che ha iniziato qualcun altro.

«È stato quello nuovo a cominciare.»

Esatto.


Ma in un senso è vero.

Il ragazzino che strilla e cerca di evitare le mani di Rosso è nuovo. E i nuovi sempre devono farsi vedere.
E sempre fanno la peggiore impressione.

Questo grida con troppo fiato per essere così mingherlino.
Rosso agita le sue mani enormi, cercando di schiaffeggiarlo.

«Sei lento quanto sei grosso, brutto grasso idiota!» Urla il piccoletto.

Schiva un manrovescio, tira indietro il braccio e sferra un pugno. E colpisce quella montagna di forma umana che ha davanti in mezzo alle gambe.

Il mingherlino ridacchia. Poi si accorge che Rosso non dà segni di nessun tipo.
E poi vola. Vola, colpito in pieno dalle mani simili a scudi del Rosso. Vola, e si schianta contro i ragazzi.

Qualcuno scoppia a ridere.

E io decido che la scena è finita. Non siamo un circo, o un gruppo di giullari. E devo evitare che si facciamo male sul serio, almeno tra di loro.

«Bene, gente, la cosa è finita.» Dico, raggiungendo il Rosso.
Che arrossisce e balbetta qualcosa. «Lo so, lo so.» Gli bisbiglio, senza voltarmi a guadarlo.
«Adesso andate tutti via. Siete allo scoperto, cavolacci. Meno male che non siamo in guerra, ancora. Andate tra quei cosi verdi e marroni che si chiamano alberi. Li vedete? Datemi retta una volta, teste di... qualcosa.»
Obbediscono, bofonchiando. Qualcuno resta, accovacciato vicino al rissaiolo svenuto. «E darete a me tutto quello che avete scommesso.»
Adesso brontolano più forte.


Vediamo come sta questo nuovo.

È steso, ma direi che è a posto. Ha preso della gente di schiena in fondo. Ed è giovane. Al massimo si sarà ferito nell'orgoglio. Affari suoi quelli, non ho cure per la stupidità.

Mi accoccolo davanti a lui. Prendo la borraccia e gliela verso tutta sulla faccia.

Lui scatta in su, lancia sguardi di fiamma prima a destra, poi a sinistra.

«Chi cosa!» Urla. Bene, questo ha la voce solamente alta.
«Perché sfidate tutti Mano Rossa? Perché è grosso?» Domando, assumendo l'espressione più materna che possiedo. «Rosso è buono. È grosso perché è malato, non perché sia forte.» Agito le dita. «Sarebbe come se cercaste di far vedere che siete forti battendo un bambino. Uno zoppo. Che bravi, eh?»
Il ragazzino sbatte le palpebre alcune volte.
«Gli ho dato un pugno...»
Ah. «Ho visto.»
«E allora...»
«Faceva l'eunuco prima. »
Lui mi guarda perplesso. «Cosa? »
«Faceva il guardiano alle belle donne di qualche ricco. Essere grandi e poco svelti di testa aiuta. Ed essere senza genitali aiuta molto di più.»
Il ragazzo assume un aria terrorizzata. «Cosa?»
«Gli hanno tagliato... le parti basse.» Spiego, facendo un gesto con la mano. «Colpo secco.»
«È terribile!» Urla lui, balzando in piedi. «È la peggior cosa che possa succedere ad un uomo! Devo scusarmi con lui!»


E si blocca. Si abbassa, sedendosi sui talloni. Mi fissa negli occhi.
E solo ora noto che sono gialli.
E ne ho visti tantissimi. Di tanti colori, di tutti quelli che possono esserci. Anche viola, in tre occasioni. Ma gialli mai.
Ha gli occhi gialli.
È possibile? Sembra un verde scolorito. Scolorito fino a essere giallo. Ma che occhi sono?

«Tu chi saresti?» Chiede Occhio da gatto. Lo chiamerò così, se non farà stupidaggini e durerà abbastanza.
«Sarei più o meno quella che organizza la banda.» Rispondo, senza smettere di studiargli quel colore bizzarro.
«Oh! Sei il capitano!»
«No. Non sono il capitano di nulla. E neppure il capo. E non chiamarmi in nessuna delle due maniere.»
«E allora?»
«Allora funzioniamo meglio organizzati. Siamo mica gatti randagi.»

Occhio di gatto fa per dire qualcosa, ma chiede la bocca con un sonoro scatto. Piega la testa da un lato, poi dall'altro.
Spalanca gli occhi e per un attimo sembrano sul serio quelli di un gatto.
«Diventa la mia donna!» Dice.

Impiego un attimo a capire davvero la sua frase. E scoppio a ridere.
«Ehi ehi! Non ridere! Sono serio!»
«Sei un ragazzino!» Replico tra le risate.
«Ho diciassette anni! E sono già stato con molte, molte donne.»
Cado a terra, ridendo. Ruzzolo da un lato, poi dall'altro.
«È una balla, e sei un ragazzino.» Dico, rimanendo incredibilmente per una frazione di istante seria.
Lui si alza in piedi. Tra le lacrime mi pare di vederlo paonazzo in viso.
«Non sono un ragazzino! Non chiamarmi ragazzino! E tu quanti anni hai mai? Trenta, quaranta?»

Non replico, aspettando che la ridarella passi. Poi mi alzo.
Mi spolvero i calzoni. Alcuni dei ragazzi rimasti mi guardano con l'espressione di chi ha avuto la sorpresa della vita.
È carino a suo modo, il tipino. Ma non dimostra gli anni che dice di avere. Magari neppure li ha.
Sono sempre più giovani, quelli che arrivano.

Mi indico le orecchie. Lui sgrana di nuovo gli occhi gialli.
Le segue, mentre le alzo e le abbasso, facendo tintinnare appena gli orecchini.
«Di anni ne ho più o meno quattrocento, ragazzino. Sono un elfo.»

Gli tendo la mano. «Comunque, chiamami Sirpiria.»
«È un nome da mercenario?» Chiede Occhio di gatto, senza smettere di fissarmi le orecchie.
Beh, siamo pari, i suoi occhi per me e le mie orecchie per lui.
«Una specie.»
Sogghigna. «Ne voglio uno anche io, ma che suoni più... come a dire “quello là è uno che sa il fatto suo!” Come si fa ad averlo?»
«Non pensandola così, per cominciare. Per continuare, per il momento, vuoi che continui a chiamarti ragazzino, anche se hai detto di no, o hai un nome non altisonante che possiamo usare?»
Si porta il pugno al petto e si esibisce nell'inchino più elegante che abbia visto da almeno mezzo secolo. Però, sorprendi in molti modi, Occhio di gatto.
«Io sono Olrandu Gackti.»

Annuisco. «Suona orribile, in effetti.»




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