Another Christmas Carol di Fra Tac

Note dell'Autore sul Capitolo
Il titolo è una tamarrata, lo so, ma ci stava.
Credo sia la cosa più spastica che io abbia mai scritto, comunque, ma alla fine sono contenta di averlo fatto. Ci tenevo a partecipare alla tradizione :'D
Anche se un po' in ritardo rispetto a Natale, ma non importa.
(se ho scritto castronerie fantascientifiche... perdonatemi, che è Natale (?))
Buon 2013!
Il cinquecentoventesimo fantasma di Marley fece un passo avanti.
«Quindi» disse una voce di donna dall'oscurità. «Evasione fiscale, eh?»
Il fantasma fece un palloncino con una gomma spettrale. «Senta, lei chi è? Dio? Satana?» ci pensò un attimo «Buddha? Lo Skrykkkcr degli Askkkfrrykk?» disse, sputacchiando saliva trasparente.
«Qui non si sta parlando di me.» continuò la voce. Ci fu un rumore come di pagine che vengono sfogliate. «Ah, anche riciclaggio di denaro sporco!»
Marley spostò a disagio il peso da un piede all'altro. «No senta, c'è chi ha fatto anche di peggio, adesso non siamo troppo - ah ah - fiscali.»
La voce ignorò l'appello. «Mi pare un curriculum perfetto.» sembrò rivolgersi a qualcun altro, anche lui nascosto nell'oscurità. «O almeno, il migliore che abbiamo trovato finora. Per me può andare, non ho voglia di controllare gli altri.»
«Assolutamente no. Cioé dai, mi sono rotto anch'io, ma è una donna!»
«E pure una carina, aggiungerei.» si intromise Marley, ma le voci non le badarono.
«Cosa c'azzecca, una donna?» continuò la nuova voce, un ragazzo a giudicare dal tono. «Okay con il lavoro più o meno ci siamo - sempre soldi sono, ma... non una donna, andiamo.»
«IO sono una donna, e la cosa non mi sembra ti abbia mai dato problemi.» riprese piccata la voce femminile. «E tu dovresti essere una specie di colosso obeso, ma le tue gambe sono larghe quanto il mio polso.»
«Questo è un colpo basso, sai che ho problemi di metabolismo!»
Il fantasma di Marley incrociò le braccia eteree - e le ci volle un attimo, visto che continuavano ad attraversarsi a vicenda. «Ragazzi, sentite. Non ho idea di cosa voi stiate parlando e non ho idea di cosa stia succedendo qui. L'ultima cosa che ricordo è un taxi lanciato a folle velocità contro la mia auto e capite bene che non è il massimo, qualcuno potrebbe gentilmente darmi delle spiegazioni? Eh?»
Silenzio.
«Beh.» cominciò la voce maschile. «Forse va bene dai, era anche ora che la tradizione si svecchiasse un po'. E dieci anni fa hanno usato un cane, quindi...»
«Bene.» concordò la voce femminile. «Almeno qui abbiamo finito.»
Ci fu il rumore di uno schiocco di dita e il fantasma di Marley sparì in una luce azzurrastra.
L'oscurità tremolò e in un lampo bianco fu sostituita dalla luce, che illuminò una stanza grigia e spoglia e due personaggi seduti su delle poltrone, circondati da scartoffie.
Il primo era una ragazzo alto, secco e dinoccolato, con i capelli rossi come il fuoco.
Il secondo era una donna, ma solo dal collo in giù. Al posto della testa aveva una vecchia lampadina a incandescenza con filamenti di tungsteno.
«Però dobbiamo procurarle delle catene. Le catene ci vogliono.» disse una terza voce, che sembrava provenire da ogni luogo e da nessuno in particolare, che invase la stanza come un'eco.
Il ragazzo dai capelli rossi sospirò e gettò a terra un fascicolo. «Tu non dovresti parlare.»
«La libertà di espressione è un diritto inalienabile dell'uomo.»
La donna-lampadina lampeggiò. «Piantatela e continuiamo, adesso dobbiamo fare la scelta più importante.»
«Io propongo Salzar Eustachio. Sta depredando Vesor e sconvolgendo il suo fragile ecosistema»
Altri fascicoli si materializzarono sulle gambe del ragazzo dai capelli rossi, che prese a sfogliarli. Man mano che andava avanti nella lettura la sua espressione si faceva visibilmente più schifata. E terrorizzata. E nauseata.
«Ma se cambiassimo le carte in tavola?» propose.
La donna-lampadina si alzò in piedi, le mani sui fianchi. «Detto da chi non voleva una Marley donna mi pare un po' strano.»
Il rosso tossì. «No senti, è un caso diverso. Insomma, è facile far venire una crisi di coscienza a chi è uno stronzo patentato, ma... insomma... se lavorassimo con le persone comuni? Voglio dire, gli altri si sono sempre dedicati a capi di industria, strozzini, boss mafiosi... ma a chi nemmeno si volta a guardare un mendicante nella neve chi ci pensa? Non sono migliori degli altri. Giusto per dire.»
«In altre parole.» gli rispose acida la donna, lampeggiando malignamente. «Hai troppa fifa che con i pezzi grossi non ci riusciremo vero?»
Il rosso fece una smorfia. «Sono andati peggiorando! Questi sono stronzi di prima categoria.»
«A me la sua idea piace.» intervenne la voce incorporea. «E almeno faremo qualcosa di diverso. E' giusto risvegliare anche le coscienze della gente comune, non vedo perché dovremmo ignorare il proletariato. Queste divisioni classiste dovrebbero cessare di esistere!»
Il rosso sorrise trionfante. «Ecco, due contro una.»
La donna scosse la lampadina. «Come volete, come volete.» alzò le mani «Ma se non funziona è colpa vostra. E comunque, questa fantomatica persona normale, come la troviamo?»
Il rosso alzò le spalle. «Possiamo usare La Ruota e vedere cosa esce. Scegliere a caso, insomma.»


«Charlie! Complimenti per essere stato scelto!»
«Cavolo, Charlie, è una fortuna sfacciata.»
«Ti invidio, amico! Non è che hai un posto per me in valigia?»
Charlie rispose con un sorriso e cercò di liberarsi dalle pacche sulle spalle e dalle ragazze che tentavano di prenderlo a braccetto. Era stato divertente essere trattato da superstar, per tipo i primi dieci secondi. Non riceveva così tanta attenzione da quando aveva incasinato le colture idroponiche, anche se all'epoca più che sentirsi famoso si sentiva famigerato.
Scivolò fuori da un gruppo di coloni con un sorriso teso. «Wow, cavolo, grazie, sono onorato di tanta attenzione ma, ehi, non vorrei arrivare tardi, quindi...» biascicò, prima di voltarsi e correre più veloce che poté lungo il corridoio, verso lo spazioporto.
«Charles Thelosius Mediceo P.B. 2345. Sei in ritardo.»
Charlie appoggiò le mani alle ginocchia per prendere fiato. «La festa di addio è stata più lunga del previsto.» mormorò.
Davanti a lui, il responsabile del suo settore inarcò un sopracciglio. «Mi sorprende.»
Anche a me, si fidi. Pensò Charlie. Strano come ci si guadagni fama e amici, una volta che si vince una lotteria così prestigiosa.
«La navetta è ancora qui, voglio sperare.»
Il sovrintendente Malthus fece un cenno con la testa e invitò Charlie a seguirlo tra le navi dello spazioporto.
Charlie era stato lì un centinaio di volte - la maggior parte delle quali a lavare le taniche di carburante come punizione, va detto - e mai avrebbe pensato di poter provare una tale nostalgia per quel posto pieno di cargo e rottami.
Passarono in mezzo a un gruppo di uomini intenti a scaricare barili, che non avevano l'aria molto innocua, e Malthus fece fermare Charlie davanti al molo 26. L'ologramma con il numero troneggiava proprio sopra la testa del ragazzo, che fischiò. Il 26 era un molo decisamente famoso.
«Viaggi a velocità iperluce.» mormorò. «Però.»
Seguì con lo sguardo le linee luminose sulla pavimentazione e, nell'hangar, vide la nave che avrebbe dovuto prendere. Non aveva niente a che vedere con le goffe navi cargo che aveva sempre visto arrivare e partire, era... era come se qualcuno avesse rovesciato nell'aria del mercurio e quello avesse deciso di assumere una forma affusolata. Era come un lungo ago, una scheggia, sembrava liquida. La luce ci si rifletteva sopra e la faceva brillare. Charlie sentì il cuore saltargli qualche battito.
«E'... solo per me?» mormorò.
«Solo per il vincitore, sì.» gli rispose Malthus. «Spero questo ti aiuti a capire quanto sia un premio di valore.»
«Un peccato sia stato io a vincere, eh?»
Malthus non rispose.
«Già.» disse Charlie, con una nota di sarcasmo nella voce.
«Cerca solo di rappresentare bene la tua colonia, Thelosius.» lo ammonì Malthus, con un sospiro. Non si prese nemmeno la briga di allungare una mano in segno di saluto, rimase semplicemente zitto, e Charlie capì che aveva finito.
Nemmeno lui si prese la briga di salutare. Girò sui tacchi e seguì le linee luminose fino a quella bellissima nave, senza voltarsi indietro.
Vicino allo sportello aperto c'era solo il capitano ad accoglierlo - o almeno, Charlie immaginò quella donna fosse il capitano a giudicare dalle mostrine dell’Accademia.
La donna gli sorrise, già qualcosa.
«P.B. 2345 immagino.» gli disse, con aria gioviale.
«Charlie, mi chiami solo Charlie.»
Il capitano gli sorrise e gli diede una pacca sulla spalla. «Bene, Charlie, io sono Joanna Myers, al suo servizio. Salga a bordo che si parte.» gli strizzò l'occhio e lo precedette sulla rampa d'accesso.
Charlie si concesse un minuto per voltarsi. Malthus se n'era già andato da un pezzo e non c'era nessun altro a salutarlo. Non che non se lo aspettasse, ma sentì un groppo in gola comunque. Tra complimentarsi nei corridoi per cercare di ottenere qualcosa ed essere genuinamente felici per i successi altrui ne passa. Charlie sapeva di non essere tra i più amati coloni della SS Chromia, ma non era il massimo vederlo sottolineato da quella solitudine.
Sospirò. «Oh, quasar. Tanto non ci ritornerò, qui.»
Dall'interno della nave, la voce del capitano lo chiamò. «Ragazzo, qualche problema?»
Charlie si voltò. «Assolutamente nessuno.» rispose, e finì di percorrere la rampa. Quando il portello si richiuse dietro alla sua schiena si sentì leggero come mai prima di allora, e non perché ci fosse qualche problema con la gravità artificiale. Quel poco di nostalgia che aveva provato era sparito. Sarebbe stato benissimo, via da Chromia, via dalla sua vita e dalla sua fama. Un Charlie nuovo di zecca, da ricostruire.
«Signori e signore, vi preghiamo di prendere posto.» disse la voce del capitano, dagli altoparlanti. «Tra dieci minuti si parte per Terra.»


Charlie guardò la Stazione Spaziale allontanarsi sempre di più, anche se per quel che ne sapeva poteva trovarsi ancora vicina, o essere già da un pezzo a chilometri di distanza. Ci aveva messo qualche secondo per capire che ciò che vedeva sulle pareti della sua cabina non erano finestre sullo spazio, ma immagini di repertorio proiettate su degli schermi sottilissimi.
Meglio di niente, comunque, almeno non avrebbe sentito troppo la claustrofobia del viaggio interstellare.
«Signori e signore, vi raccomandiamo di prendere posto nei vostri sedili e allacciare le cinture, stiamo per entrare in iperluce.» la voce del capitano lo colse di sorpresa. Charlie si lanciò sulla poltrona che occupava il centro della cabina con un balzo e cominciò a trafficare con le cinture sul petto e alla vita.
«Ragazzo, ti risparmio il discorso di rassicurazione. Comunque tranquillo, se c’è qualche problema... ci disintegreremo nel cosmo, quindi non te ne accorgerai.» l’allegria nella voce del capitano era disturbante.
Charlie si chiese perché, per ogni pilota, comandante, cosmonauta, guardiamarina e compagnia ritenga che chi vive su una Stazione Spaziale debba essere automaticamente navigato per quanto riguarda la tecnologia aerospaziale. Essere rassicurato sui dispositivi di sicurezza non gli avrebbe fatto schifo.
Inspirò e cominciò a sentire il rumore di fondo, come un battito sempre più veloce, che precede il balzo nell’iperluce. L’illuminazione nella cabina si fece fioca, rimasero accesi solo gli schermi: ora gli sembrava davvero di essere nel bel mezzo dello spazio.
Intorno a lui scorrevano immagini di nebulose e galassie, davanti a lui lo spettacolo di una supernova gli fece quasi male agli occhi.
E, nel bel mezzo dell’espansione dei gas in fiamme e onde d’urto e tutte quelle altre cose che Charlie non aveva mai ben capito – era un cane in astronomia, come in ogni altra cosa, del resto – spuntò... una ragazza.
Charlie sgranò gli occhi. Conosceva chi sosteneva di aver avuto visioni mistiche durante un balzo, ma aveva sempre pensato fossero castronerie.
«Che quasar...?» si stupì di sentire la sua stessa voce. Il rumore di fondo, che fino ad allora era sempre andato in crescendo fino a trasformarsi in un sibilo insopportabile, era scomparso.
La ragazza – sì, era indubbiamente una ragazza, nonostante avesse una strana trasparenza e un’aura bluastra – lo guardò fisso e scosse le catene al plasma che aveva ai polsi. Saettarono sibilando nell’aria.
«Wooooh...!» ululò, le mani ad artiglio.
Charlie alzò le sopracciglia. Se era una visione mistica, era una visione decisamente stupida. «Cosa stai facendo?» chiese. E si chiese anche perché le stesse parlando.
La ragazza incrociò le braccia e aggrottò la fronte, sembrava offesa. «Senti.» masticò. Aveva in bocca una gomma, probabilmente. «ne so meno di te, in questa storia, quindi non rompere. Mi chiamo Marley, comunque.»
«Ehm, piacere?»
«O meglio, mi chiamavo. Sono stata investita da un taxi su Betagon 7, brutto posto quel pianeta, non ci andare. Guidano come degli Uraniani.»
«Okay?»
Quella che un tempo era Marley gli lanciò un’occhiata di rimprovero. «Guarda, loro si aspettano che conversiamo, ma così non mi aiuti.»
«Loro chi?» rispose automaticamente Charlie. «Cioè, scusa, volevo dire... uhm... cosa si prova ad... essere una visione mistica?» sorrise, ma la cosa non aiutò.
Marley si grattò la fronte, facendo sì che la catena dondolasse avanti e indietro nella sua faccia. «Mah, facciamola veloce dai.» sospirò. «Senti...»
«Charlie.»
«Charlie. Ti faranno visita tre spiriti. Il primo domani notte, il secondo dopodomani notte e il terzo dopo dopodomani notte. Anche se immagino “notte” sia un concetto relativo, su una nave spaziale, ma loro hanno detto così. Capito?»
«Sì. Almeno credo.»
Marley gli sorrise. «Bene, allora credo... oh, sì, infatti! Eccoci, sta arrivand-oooh!» le sue parole si deformarono in un grido. Ci fu una scintilla dietro di lei e poi la sua figura si distorse, come risucchiata da qualcosa, e per un attimo la stanza parve riempirsi di altre persone come lei, semitrasparenti e con un’aura blu intorno al corpo. Tutte vennero risucchiate dov’era sparita Marley, in un vortice che a Charlie sembrò muovere l’aria nella stanza, solleticandogli i capelli. Anche, se ovviamente, era impossibile.
Un attimo stava parlando con una visione, l’attimo dopo era di nuovo solo.
Sbatté le palpebre e scosse la testa, aveva un fischio fastidioso nelle orecchie... Sentì le porte scorrevoli aprirsi e il capitano chiamarlo.
«Ehi ragazzo, sei ancora lì? Non hai sentito l’avviso?»
Charlie si voltò, ancora stordito. Doveva avere una faccia terribile, perché il capitano sobbalzò. «Che annuncio?» biascicò.
«Parola mia ragazzo, sembri spiritato. Il primo balzo fa brutti effetti a tutti, ma a te ha devastato.» rispose la donna, mettendosi le mani sui fianchi. Gli sorrise energicamente. «Ma vedrai che ti riprenderai subito. Sei giovane! Comunque, siamo entrati in iperluce. I droidi ai comandi hanno fatto un ottimo lavoro, vero?»
Charlie cominciò a slacciarsi le cinture. «Droidi?» mormorò.
«Certo, non te l’hanno insegnato a scuola? Meglio affidarsi alle macchine, per viaggi di questo tipo. Gli unici umani su questa nave siamo io e te, ragazzo, ma non farti venire strane idee.» il capitano rise e gli fece l’occhiolino. Charlie rabbrividì.
«Eh. Non si preoccupi.»
La donna sembrò non sentirlo. «Bene.» disse, sfregandosi le mani. Indicò con un cenno della testa la cuccetta dietro a Charlie. «Ti consiglio di stenderti un attimo, se non si è abituati come me un balzo fa sempre strani effetti.»
Charlie se ne rese conto quando si alzò in piedi e la stanza ruotò sottosopra. Barcollò verso la cuccetta e, prima di gettarvisi sopra, rivolse un ultimo sguardo al capitano Myers. «Siamo gli unici umani, ha detto?»
«Unici essere viventi pluricellulari su questa nave, confermo. E dammi pure del tu.»
«Quindi, per dire, nessuna ragazza... bassina, capelli corti quasi rasati da un lato...?» Si sentì subito un idiota per averlo chiesto. Ci mancava aggiungere “semitrasparente”.
Il capitano Myers alzò un sopracciglio. «Giovanotto temo che il balzo ti abbia fatto peggio di quanto credessi. Fatti una dormita, abbiamo ancora qualche giorno prima di raggiungere Terra, anche a questa velocità.» gli sorrise. «Ma vedrai, ci divertiremo!»


E in effetti non fu male, il primo giorno. Myers fece visitare a Charlie il resto della nave, almeno quello che a lui era permesso vedere. La cabina del capitano non era troppo diversa dalla sua, anche se meno spaziosa e senza i pannelli “open-space”, che invece rivestivano interamente la sala svago. Myers era particolarmente fiera di quella sala, e Charlie capì il perché appena la donna armeggiò con dei comandi e un tavolo si generò dal nulla, apparentemente espulso dal pavimento.
«Nanotecnologia auto-costituente.» gli spiegò lei, una punta di orgoglio nella voce. «Siamo una delle poche navi non private ad averla. Si può dire che metà del premio sia il viaggio con noi! Normalmente costerebbe entrambi gli occhi – ah ah.»
A Charlie parve di risentire Malthus. “Spero ti renda conto di quanto tu sia fortunato”
Già, se ne rendeva conto anche troppo bene. Tutto quello era un privilegio. Un privilegio sprecato, visto che era destinato a lui.
Il capitano interruppe i suoi pensieri quando srotolò sul tavolo una striscia olografica. «Dì, ti va di giocare a qualcosa? Avrò caricati almeno un centinaio di giochi diversi, qui sopra.» gli regalò un altro dei suoi ampi sorrisi «Non è male, fare il capitano, ma alla lunga ci si annoia.»
Charlie le fu immensamente grato per averlo strappato dalla sua autoflagellazione. La sua autostima era messa già abbastanza male senza che ci si mettesse anche lui a impegnarsi per distruggerla.
Si sedette e iniziò a giocare. Non si alzò finché non si sentì esausto.
Quando si sdraiò sulla cuccetta, dopo essersi congedato da Myers, sentì come la vaga sensazione di aver tralasciato qualcosa. Come se quella notte avrebbe dovuto aspettarsi qualcosa...
Ma l’incontro con Marley era stato archiviato, nella sua mente, come semplice allucinazione ed era stato risucchiato nei meandri della memoria, quasi cancellato dalla stanchezza post-balzo. E così Charlie si addormentò, ignaro delle ombre che si stavano addensando ai lati della sua cabina formando una sagoma quasi umana.


«Charles Thelosius Mediceo PB 2345»
Nel sentire il suo nome pronunciato, Charlie aprì gli occhi. E subito si pentì di averlo fatto. Una luce intensa come non ne aveva mai viste proruppe nella cabina, e non proveniva dai pannelli sulle pareti, ma da quella che sembrava... una donna.
Charlie sbatté le palpebre cercando di focalizzare e scacciare le lacrime che l’improvviso bagliore gli aveva provocato. Si passò una mano sulla faccia.
«Charles Thelosius Mediceo PB 2345!» ripeté la voce – che sembrava anch’essa provenire dalla donna – con più veemenza.
La luce andò scemando e Charlie riuscì a distinguere meglio i contorni della figura: sì, era indubbiamente una donna, non c’era possibilità di sbagliarsi sul sesso del corpo stretto in quell’abitino a fiori. Solo che, al posto della testa, la “donna” aveva una lampadina come quelle che Charlie aveva visto nei libri di storia antica. Era da quella lampadina che era sgorgata la luce, ora niente più che un fioco bagliore.
«Beh.» mormorò Charlie. «Un sogno del genere mi mancava.»
La donna si fermò proprio davanti alla sua cuccetta, immobile. Lampeggiò un paio di secondi. «Questo non è un sogno.»
«Oh sì che lo è.»
«Ma sei perfettamente cosciente, te ne rendi conto anche tu.»
Charlie fece spallucce«Non c’entra. Una volta ho sognato che il me stesso nel sogno sapeva che io stessi sognando e mi diceva di svegliarmi. Sono cose che capitano.»
«Senti, non sei il primo scettico, specie in questi tempi moderni.» la donna sembrava preoccupata. O stizzita. Lampeggiò un paio di volte. «Ma Marley non ti ha avvertito?»
«Intendi dire la visione?»
«Non era una visione! Era reale quanto lo sono io.»
«Intendi dire che anche tu sei una visione, quindi.» disse Charlie, con un sorriso divertito.
«Io NON sono una visione, sono lo Spirito del Natale Passato.» esclamò la donna, lapidaria. Balzò verso Charlie e gli afferrò il polso, trascinandolo fuori dalla cuccetta. «E tu adesso verrai con me!»


Charlie quasi cadde a terra per lo strattone ricevuto, ma riuscì a mantenere l’equilibrio e ad atterrare su due piedi. Alzò lo sguardo e vide che la cuccetta, la poltrona, la scrivania e il resto dello spoglio arredo della cabina erano scomparsi. Anzi, non sembrava trovarsi nemmeno più nella cabina, ma in una stanza completamente diversa, più grande e circolare, dal pavimento e dal soffitto bianchi. L’unica cosa rimasta erano i pannelli continui sulle pareti, che trasmettevano ancora immagini dello spazio.
«Tu sei lo spirito di cosa? Puoi ripetere?» mormorò Charlie. La donna lasciò la sua presa e ruotò la testa – o meglio, la lampadina – in quello che Charlie immaginò fosse il suo equivalente di “espressione sorpresa”.
«Come, non sai cos’è il Natale? Eppure rimane una festa popolare, su Terra e pianeti del circondario.»
Charlie roteò gli occhi. «Beh, si dà il caso che io sia nato e cresciuto su una stazione spaziale ad anni luce di distanza dal pianeta madre. Non condividiamo esattamente le stesse tradizioni, temo.»
La donna parve riflettere per qualche secondo. «Beh.» disse poi, con un tono giusto un po’ acido nella voce. «Si può sintetizzare così. Un tizio nasce, un altro entra in casa di sconosciuti e per festeggiare tutto questo la gente spende un sacco di soldi. Ma soprattutto...» e qui la voce della donna si fece più profonda, più solenne. «E’ il giorno in cui i membri della mia stirpe, gli Spiriti, scelgono a turno una persona che ha smarrito la retta via per riportarla in carreggiata.»
Charlie rise di gusto. «Allora hai proprio toppato, mi dispiace. Io non ho mai fatto niente.»
La donna si mise le mani sui fianchi, in una posa quasi lasciva. «Oh, ma è proprio questo il punto.» sibilò, lampeggiando.
E in quell’esatto momento le immagini dello spazio che circondavano Charlie vennero sostituite con immagini a lui ben più note, e non solo sulle pareti. Sul soffitto, sul pavimento... l’intera stanza era tappezzata delle esperienze passate di Charlie sulla Chromia.
O meglio, dai suoi passati disastri.
C’era quando aveva incasinato le colture idroponiche, quando aveva fatto un pasticcio con le tessere di identificazione, quando aveva sbagliato un ordine e tutti quei ghedoniani al porto...
Charlie si allontanò di riflesso, ma era inutile, perché anche dietro di lui c’erano delle immagini che gli ricordavano tutti i suoi fallimenti. Si tappò le orecchie per isolarsi dalle esclamazioni che giungevano da ogni dove e che ormai si erano fuse in un indistinguibile brusio di sottofondo.
Davanti a lui, sempre più luminoso, lo Spirito del Natale Passato si avvicinava con passi lenti.
«Cosa hai fatto di buono nella tua vita, Charles Thelosius Mediceo PB 2345?»
Charlie boccheggiò. «Cosa... non è giusto! Ci ho provato, ci ho provato a fare qualcosa di utile! Ma va sempre tutto storto, non lo faccio apposta, non è colpa mia
La donna si mise le mani sullo stomaco e rise. «Ci hai provato, ma davvero? E come, ci hai provato? Rimediando ai tuoi errori, studiando per migliorarti, o semplicemente piangendoti addosso dando a qualcos’altro la colpa dei tuoi sbagli?»
Charlie ammutolì.
«Non sei sfortunato, Charles.» continuò la donna, sempre più vicina. «Sei solo accidioso e preferisci perdere tempo perso in un vuoto auto-compatimento su quanto faccia schifo la tua vita piuttosto che rimboccarti le maniche e fare effettivamente qualcosa per migliorarla!»
Charlie chiuse gli occhi. «Taci.» sibilò tra i denti, a voce troppo bassa perché la donna potesse sentirlo.
«Cosa?» domandò lei, infatti.
«Credi tu sia la prima a dirmi queste cose? Ti diverti a torturarmi?!» urlò Charlie in risposta. «Vattene via!» si scagliò contro lo Spirito a pugni serrati, dritto sulla sua testa. Con un colpo distrusse la lampadina, sentì il vetro lacerargli la pelle della mano, ma non ci badò.
Il corpo della donna cadde a terra con un’esclamazione sorpresa, mentre luce sgorgava dai resti della lampadina come sangue. Inondò tutta la stanza, oscurando le immagini sullo schermo ed accecando Charlie.
E poi fu il buio.


Quando il corpo del primo spirito si materializzò davanti al ragazzo con i capelli rossi, la lampadina distrutta lanciava scintille rosse di rabbia.
Il ragazzo applaudì lentamente. «Ottima performance, devo dire.»
«Ah, ‘sta zitto prima che ti prenda anch’io a pugni!»
«La frase non è grammaticalmente corretta.» ribatté lui, camminando dietro alla donna che marciava con passi rabbiosi, i pugni stretti e le spalle tese. «Comunque te la sei cercata, ci sei andata troppo pesante Patsy. Non puoi esordire così con un poveraccio come quello!»
«Sbaglio o sei stato tu a dire che le persone comuni non sono meno colpevoli?»
«Beh, sì ma...» il rosso si grattò una guancia lentigginosa. «Ciò non vuol dire che...»
Il suo arrampicarsi sugli specchi fu interrotto dalla donna che, letteralmente fumante, gli batté un indice sul petto. «IO sto solo cercando di fare il mio lavoro con zelo. Perché IO, certe cose, le prendo seriamente, al contrario di qualcuno! Forse non senti la pressione di generazioni di spiriti alle spalle, ma io sì, e non voglio fallire il primo lavoro. Ti augurerei di sbagliare tutto, ma visto che il nostro lavoro dipende da tutti noi – purtroppo – cerca di fare bene almeno tu. E adesso, qualcuno, può portarmi un’altra lampadina?»
Qualcuno si schiarì la voce. «A basso consumo energetico va bene, vero?»


Charlie si risvegliò con una terribile emicrania. Si mise seduto sulla cuccetta e quando si passò una mano sul volto sentì un dolore acuto alle nocche.
Il suo cuore saltò un paio di battiti quando vide che erano ferite, come se... come se avesse spaccato una lampadina con un pugno. Fece scorrere lo sguardo lungo il pavimento e vide che sopra vi erano sparsi ovunque cocci di vetro.
Si passò la mano sana sulla fronte, improvvisamente pesante. «Quasar...»


Poco più tardi il capitano Myers, radiosa e sorridente come al solito, bussò alla porta di Charlie con la striscia olografica già pronta in mano.
Charlie sospirò, non si sentiva davvero in vena di passare la giornata con qualcuno, ma aveva idea che invece la donna avesse bisogno di un po’ di compagnia.
Passarono la giornata insieme, continuando a giocare, e Charlie si sforzò di essere allegro.
Non disse niente di ciò che aveva visto quella notte, mentì sulle sue ferite e sui cocci di vetro nella sua cabina. Non chiese nemmeno a Myers se il balzo comportava effettivamente delle visioni, per paura di una eventuale risposta.
Che tutto quello fosse solo una visione del balzo? O, peggio ancora, che in qualche modo il balzo l’avesse fatto diventare... pazzo?
No, davvero, non voleva sapere le risposte.
Ciò nonostante, quando si sdraiò nella sua cuccetta – dopo un terribile pasto liofilizzato – non si addormentò.
Rimase in attesa. Un’attesa che non durò nemmeno troppo a lungo: il cosiddetto secondo spirito profetizzato da Marley si palesò dopo pochi minuti. Non fu un’entrata scenografica come quella dell’ospite precedente, semplicemente un momento prima non c’era e il momento dopo sì.
Questa volta era un ragazzo giovane, dai capelli rossi come il fuoco. Ed era alto. MOLTO alto, e magro, come se lo avessero attaccato a delle morse ed allungato a forza. Regalò a Charlie un sorriso caldo, amichevole, un po’ come quelli di Myers. Avrebbe dovuto metterlo a suo agio, ma invece lo fece rabbrividire.
Soprattutto perché ora Charlie era più che sicuro di essere sveglio.
A meno che non fosse tutta una visione o non fosse diventato pazzo, ovvio. Queste opzioni rimanevano sempre valide, ma già che c’era...
«Cosa vuoi?» chiese al ragazzo. Poi si passò una mano tra i capelli scuri. «Quasar, no so nemmeno perché sto parlando...»
«Ah, non sei il primo a cui capita tranquillo.» il ragazzo gli tese una mano. «Sono lo Spirito del Natale Presente, comunque.»
«Beh, ha una certa logica.» mormorò Charlie, fissando la mano dubbioso. «Sei anche tu qui per ricordarmi quanto sia inutile la mia esistenza visto la pessima persona che sono?»
Lo Spirito del Natale Presente sgranò gli occhi con genuina sorpresa. «Per carità, no! Ma cosa ti ha raccontato quella... siamo qui per aiutarti, noi. È il nostro lavoro, aiutare le persone a rimettersi in carreggiata. Talvolta facendole diventare più buone verso gli altri, talvolta... facendole diventare più buone verso se stesse.» gli sorrise, e con la testa gli fece cenno di alzarsi. «Andiamo, devo farti vedere una cosa.»
Charlie sospirò, rassegnato, e gli prese le mano. Quando si alzò fu come se avesse fatto un salto nel vuoto, sentì lo stomaco in gola e le gambe come se fossero diventate di gelatina. Barcollò per qualche secondo e capì perché lo spirito gli aveva teso la mano, se non vi si fosse retto sarebbe crollato a terra.
Aprì e chiuse le palpebre per far sparire i flash colorati che gli disturbavano la visione. Quando riuscì a mettere a fuoco capì immediatamente dove si trovava: quei corridoi, grigi e lucidi come una prigione d’acciaio, potevano solo essere della Chromia.
«Fantastico.» mormorò, stillando sarcasmo. Lo spirito gli diede un colpetto alla nuca.
«Seguimi.» gli disse, e si incamminò per il corridoio. Charlie si guardò intorno con circospezione, ma non c’era nessuno, dovevano essere tutti nelle loro stanze.
«Lo vuoi un bastoncino di zucchero?» gli domandò lo spirito, girato il primo angolo.
Un che? «Non ho idea di cosa sia.»
Lo spirito si voltò e gli regalò un’espressione di compassione. «Cavolo, ecco perché sei così depresso. Comunque, siamo arrivati.» si fermarono davanti a una delle tante porte automatiche, tutte uguali. Lo spirito controllò la targhetta con nome e numero, poi attraversò la porta chiusa come se fosse stato un ologramma.
Charlie sgranò gli occhi. «Cosa?» guardò intorno a sé, si sporse per poter vedere meglio lungo il corridoio, e poi tornò a fronteggiare la porta. «E io cosa dovrei fare ora?» sussurrò.
Dalla porta uscì il viso dello spirito, cosa che fece saltare Charlie su due piedi.«Che aspetti lì fuori, vieni dentro.»
Charlie si indicò, incredulo. Lo spirito annuì e scomparve di nuovo. Charlie chiuse gli occhi, inspirò e fece un passo avanti come se si dovesse tuffare.
Non sentì niente di particolare, se non un leggero formicolio, e quando riaprì gli occhi si ritrovò la porta alle spalle e lo Spirito del Natale Presente di fianco, che alzò i pollici per complimentarsi con lui.
Per aver fatto un passo, gran cosa di cui complimentarsi.
Charlie lo ignorò e fece scorrere lo sguardo nella stanza in cui ora si trovavano. Era una camera privata, lo capì dall’atmosfera. Rimaneva un cubo asettico, con solo un tavolo e un paio di sedie nemmeno dall’aspetto comodo, ma aveva quell’aria di vissuto tipica di un appartamento. Da questo capì anche di trovarsi nella camera di un sovrintendente, se non addirittura di un pezzo grosso. Niente dormitori comuni, per loro.
«...non so perché ce l’hai tanto con lui, davvero.»
Charlie sobbalzò sentendo una voce avvicinarsi. Fece per uscire, ma lo spirito lo trattenne.
«Ascolta.» gli disse. «E non preoccuparti, non possono vederci.»
Una donna entrò nella stanza tramite una porta alla sinistra di Charlie e passò loro davanti senza notarli, proprio come aveva detto lo spirito. Charlie ricominciò a respirare.
«A me sembra solo un ragazzo sfortunato, sono certa che con un po’ di incoraggiamento...» continuò la donna.
«Bah!» grugnì la voce di un uomo, dalla stanza da cui la donna – che ora stava trafficando con dei comandi touch screen sulla parete – era uscita.
Charlie riconobbe la voce all’istante, e gli si inacidì il sangue. Era davvero la camera di un sovrintendente allora.
«E’ il tuo istinto materno che parla. Se ci va bene non lo vedremo più, se ne rimarrà sulla Terra.»
Malthus. Non aveva bisogno di vederlo per riconoscerne la voce... e lo stile.
«Non mi stai mostrando niente di nuovo, lo sai? Queste cose Malthus me le dice tranquillamente in faccia.» mormorò Charlie, stringendo i pugni involontariamente. Lo spirito annuì.
«Lo so. Ma io sono qui per aiutarti a vederle con un’altra prospettiva. Non hai mai pensato di contraddirlo.»
Era un’affermazione, e un’affermazione vera.
«Beh, ha ragione in fondo, no?» Charlie alzò le spalle. «Sono un peso, qui.»
«No.» gli disse lo spirito. «Questo è quello che gli altri ti hanno fatto diventare. E tu gliel’hai permesso.»
«Non è tagliato, per la Chromia. E’ uno smacco. Ancora mi chiedo perché non l’abbiamo spedito sulla prima mercantile che ci ha chiesto di rimpolparle l’equipaggio. Sarebbe stato meglio per tutti. Anche per lui, gli avrebbe insegnato a lavorare.» continuò Malthus.
Charlie grugnì. «Pensavo non mi avresti giudicato.» disse, rivolto allo spirito.
«Non ti sto giudicando. Mi sto limitando ad esporre i fatti.» lo spirito gli mise una mano sulla spalla, come un vecchio amico. «Non hai mai pensato nemmeno una volta di provare a Malthus e a quelli come lui che si sbagliano? In fondo sai che hai molto più valore di quello che altri ti hanno assegnato. Basta che tu riesca a trovare la volontà per farlo, invece di scappare sulla Terra come tutti si aspettano tu faccia.»
Charlie allontanò la mano dello spirito con un gesto brusco, e subito si sentì in colpa. Non lo meritava, quello che gli aveva appena detto era forse la cosa più gentile avesse mai sentito. Però... «Però non sto scappando.» mormorò. «Non sto scappando. E ad ogni modo perché ti sto ascoltando?» si voltò verso lo spirito e scosse la testa. «Sei solo una visione, o un sogno, o forse sono impazzito... non lo so!»
Lo Spirito del Natale Presente sospirò. «Non capisci, vero? Potrei anche essere solo il frutto della tua mente, ma ciò non rende meno vero quello che ho appena detto.»
Charlie scosse la testa di nuovo. Non aveva voglia di affrontare un argomento del genere. «Riportami indietro.» disse.
E si ritrovò seduto sulla brandina come se non se ne fosse mai andato. Cosa che forse era anche vera, anzi, era vera con ogni probabilità.
Sospirò e affondò la faccia nel cuscino, cercando di riprendere sonno.
Non stava scappando, oh no.


Lo Spirito del Natale Passato finì di lucidarsi la nuova lampadina. «Beh, non mi pare tu abbia fatto un lavoro tanto migliore.» disse, con una punta di divertimento nella voce.
Lo Spirito del Natale Presente agitò una mano. «Ripensa un attimo a chi qui si è beccato un pugno e chi no.»
«Sarebbe rilevante se il nostro obiettivo fosse farceli amici. Sarebbe comodo per te, eh?»
«Piantala di essere così velenosa. Piuttosto, a che punto è lui?»
«Pronto.»
Al suono della voce, i due spiriti non poterono fare a meno di sobbalzare. Nel corridoio l'oscurità si fece più fitta, si raccolse verso un punto lontano come scaglie di ferro attirate da una calamita, per poi aggrumarsi a formare una specie di arco. Da quell'arco uscì un uomo completamente vestito di nero, il volto coperto da un casco dello stesso colore.
Si aggiustò un guanto passando davanti agli altri due spiriti, gli stivali ticchettavano sul pavimento.
Lo Spirito del Natale Presente trattenne il fiato, lo Spirito del Natale Passato lampeggiò per la tensione - ma il suo lampeggiare non disturbò minimamente l’oscurità ormai fitta intorno a loro.
L'uomo oltrepassò i due spiriti guardando sempre avanti a sé, e così com'era arrivato se ne andò, risucchiato in un altro arco di oscurità.
Di lui rimase solo un'eco del ticchettio degli stivali e qualche ombra agli angoli delle pareti.
Lo Spirito del Natale Presente riprese a respirare. «Lo odio quando fa così.» mormorò.
«A me fa venire i brividi sempre.» disse lo Spirito del Natale Passato. «E' così... diverso da noi.»
«Lo so.» le rispose il rosso. «E' vegano.»


Charlie si rigirò nella cuccetta e aprì pigramente gli occhi. Non si era reso conto di essersi addormentato, stava aspettando l'ultimo "spirito" e... beh, poco male. Si mise seduto e si strofinò gli occhi, sbadigliando. Si voltò per scendere e per poco non si appiattì contro la parete dietro la cuccetta per lo spavento.
Davanti a lui c'era una figura completamente in nero, il volto coperto da un casco, seduta su una sedia.
«Tu sei... tu sei... tu sei...» balbettò Charlie, incapace di articolare altro. Il solo guardare quel tizio gli metteva agitazione, era circondato da un alone di oscurità semplicemente innaturale. Charlie nutriva una sana paura del buio, come chiunque vivesse in una stazione spaziale. Perché buio significava lo spazio esterno, o un blackout, e questo, su una stazione spaziale, poteva significare morte. Deglutì. «Chi sei?» riuscì a sussurrare.
La figura seduta non rispose, si limitò ad alzare una mano e sollevare tre dita.
«Ah, giusto.»
Il Terzo Spirito si alzò dalla sedia e sembrò estendersi fino al soffitto. Appena lo fece le pareti, il pavimento, lo stesso soffitto sembrarono disintegrarsi. Si intravidero brandelli di spazio, di galassie e nebulose e stelle, questa volta reali, non delle semplici immagini proiettate all'infinito. Charlie si ritrasse con un singulto nella sua cuccetta, stringendo le mani nelle coperte, ma ben presto anche la cuccetta svanì.
Rimasero solo lui e lo spirito, nello spazio, nel vuoto.
«Ora sono certo che tutto questo sia frutto della mia immaginazione.» disse Charlie. Ripensò al Secondo Spirito. «Ma non per questo è meno reale, giusto?»
Il Terzo Spirito non rispose. Se ne stava lì, davanti a un mare di stelle oscurandone la luce.
«Beh, okay.» Charlie parlò al posto suo, con una punta di sarcasmo nella voce per mascherare il nervosismo. «Quindi cosa mi mostrerai, tu? Eh?»
«Niente.»
La voce colpì Charlie come un pugno nello stomaco, fece vibrare ogni sua particella. Era una voce distorta, metallica, come se provenisse da un sintetizzatore. Ma allo stesso tempo era bassa, profonda, potente, antica. Come se a parlare fossero state le stelle.
«E allora perché sei qui? Perché mi hai portato qui?»
Lo spirito non rispose.
Questo irritò Charlie enormemente. «Fino ad ora, in un modo o nell'altro, sono stato solo insultato, okay? Beh, anche se ci avrei dovuto fare il callo non è piacevole, okay?»
Cercò di allontanarsi, ma non è facile muoversi nel vuoto. Dopo essersi capovolto un paio di volte lasciò stare e si prese la testa fra le mani. «Dimmi solo quello che devi dirmi e lasciami in pace, per favore.» mormorò.
Lo spirito non rispose.
«Sarà una cosa lunga, vero?»
Lo spirito non rispose.
Charlie alzò gli occhi con un'espressione che avrebbe mosso a pietà anche il più terribile dei dittatori. «Dimmi qualcosa, per favore!» implorò. Lo spirito continuò a non rispondere, e sotto gli occhi di Charlie iniziò lentamente a sparire.
Il ragazzo sgranò gli occhi e cercò disperatamente di avvicinarsi allo spirito, ma tutto quello che ottenne fu di galleggiare muovendosi come un tarantolato. «Fermo, quasar, fermo!» esclamò.
Ma lo spirito, per l'ennesima volta, non rispose. E sparì.
Charlie fissò il punto ora vuoto dinnanzi a sé, poi si voltò cercando altri segni di vita. Magari si era solo spostato... ma non lo aveva fatto, vero? Charlie era solo nello spazio, vero?
Si raggomitolò le ginocchia al petto e sentì fremergli una palpebra. «Questa è una follia...» mormorò, e la sua voce gli sembrò assordante.
Era decisamente, decisamente impazzito.
Sbatté la fronte sulle ginocchia con un grugnito di rassegnazione. E rimase così, in quella posizione, lasciando che il silenzio dello spazio lo avvolgesse mentre non poteva far altro che... pensare, con l'unica compagnia che gli offriva se stesso.


«Cos'era quella roba?»
Lo Spirito del Natale Presente si passò una mano tra i capelli. «Penso... penso che avesse un'idea...»
Lo Spirito del Natale Passato alzò le braccia e lampeggiò furiosamente. «Perfetto, siamo rovinati. I primi spiriti a fallire.»
«Non saremmo i primi, dai. E' successo un sacco di volte.»
«Già, però non c'ero di mezzo IO.» un rumore di passi interruppe il discorso dello Spirito del Natale Passato, che si voltò subito, le mani sui fianchi. «Ah, eccolo. Allora, signor Futuro-che-non-mostra-il-futuro, che hai da dire a tua discolpa?»
Lo Spirito del Natale Futuro emerse dalle ombre e si tolse il casco, ma il suo viso in qualche modo rimase celato. «L'ho fatto pensare. Lui è l'unico che può decidere del suo futuro, il nostro compito è solo quello di aiutarlo a scegliere bene.»
«Il nostro? "nostro"? IO la vedo in maniera diversa.»
«Rispetto il tuo punto di vista. Tutti dovrebbero pensarla in maniera diversa, è la base della democrazia.» e, detto questo, sparì tra le ombre.
Lo Spirito del Natale Passato scosse la lampadina. «Ma seriamente, dove l'abbiamo pescato questo?»


Charlie fluttuava a gambe incrociate nello spazio profondo.
«Perché ti sei iscritto alla lotteria?» si chiese. «Non era tanto per provare, non ti ha spinto nessuno a farlo, e di solito non prenderesti mai l'iniziativa. Perché questa volta è stato diverso?»
«Credo fosse perché la vedevo come l'unica possibilità di andarmene dalla Chromia.» si rispose. «Se avessi vinto, sarei potuto andare su Terra e ricominciare da capo. Lasciarmi tutto alle spalle.»
«Scappare, praticamente.»
Charlie chinò il capo con vergogna. «Sì, praticamente.»
Non era tanto strano, parlare con sé stessi. Vedere un altro se stesso davanti a sé, quella era la parte strana.
Charlie si sorrise mestamente.


«...terrestre. Ripetiamo, stiamo per entrare nello spazio navigabile terrestre.»
Charlie fu svegliato dal suono della voce del capitano trasmessa dagli altoparlanti, ci mise un attimo per capire quello che stava dicendo.
Si fiondò fuori dalla cuccetta e vide che sugli schermi, adesso, invece dello spazio erano trasmesse immagini del Pianeta Madre.
«Allacciate le cinture, ci stiamo preparando all'atterraggio.»
Charlie trattenne il fiato. Terra, alla fine.


«Okay.» lo Spirito del Natale Presente strinse la mano guantata di quello del Natale Futuro, che tese quella libera allo spirito del Natale Passato, che la strinse con reticenza. «Se finisce male...» sibilò, prima di essere zittita dal rosso.
«Chiudete gli occhi.» disse «Ci siamo.»


«Eccoci qui. Benvenuto su Terra, la culla della civiltà! O almeno, della civiltà umana.»
Charlie uscì dallo spazioporto interplanetario e sbatté le palpebre per abituarsi alla luce del - che stella era? - Sole, ecco.
Un uomo lo colpì sulla spalla mentre lo superava e Charlie barcollò. Un'altra cosa a cui doveva abituarsi era la gente. Ce n'era semplicemente troppa, sembrava un fiume, un corpo solo. E non solo in terra. Anche il cielo era oscurato da un reticolo di cavi e rotaie magnetiche, e dei palazzi era quasi impossibile vedere la fine. Non esattamente come Nuova Roma veniva descritta alle colonie.
«Allora? Bella vero?» gli chiese Myers.
«E’... diversa, da come la immaginavo.» Charlie optò per la risposta politically correct. «Dove sono le piante, e gli animali, e i monumenti...»
«Sui pianeti del sistema della Medusa, a dir la verità. Lunga storia, non la vuoi sentire.» gli rispose Myers. Poi gli batté una mano sulla schiena, lo guardava quasi commossa. «Allora, direi che questo è un saluto. Ti accompagnerò fino all’ambasciata, là ti lascerò nelle grinfie del tuo referente. Ti aiuterà lui a inserirti nella società. Emozionato? Sarà come l’assaggio di una nuova vita.» altra pacca sulla schiena. Charlie quasi si sentì in colpa per quello che stava per chiederle.
«Già.» si passò una mano sulla nuca e sorrise, nervoso. «Myers, senti... tu dovresti tornare alla stazione vero? Non hai altri viaggi da fare, vero?»
«Uhm, tecnicamente sì, dovrei tornare. Perché?»
«Riportami indietro.»
Myers inarcò le sopracciglia e ci mancò poco che le cascasse la mascella. «...cosa?»
«Riportami indietro.» ripeté Charlie.
«A-ascolta ragazzo» balbettò Myers, grattandosi la testa. Charlie sapeva che non riusciva a capacitarsi di una simile decisione, ma del resto sembrava assurda a lui stesso. «capisco che tu possa sentirti impaurito, ricominciare tutto da capo... ma... è stato tutto organizzato, non puoi semplicemente...! non... o almeno, credo... insomma...»
Charlie sorrise e alzò le mani per fermare il flusso di parole del capitano. «E’ che non posso, davvero – anzi, no, è che non voglio cominciare una nuova vita qui su Terra senza prima aver sistemato il disastro fatto con quella prima, sulla Chromia.» spiegò, e suonò anche a lui terribilmente idealista. Era pur sempre un uomo delle colonie, in fondo, aveva il pragmatismo nel sangue. «Capisci?»
Myers scosse la testa. Sembrava delusa. «Cavolo, sì che capisco, capisco che ti sei bevuto il cervello. Hai idea di tutto quello che ti stai buttando alle spalle? E tutti i soldi, e il tempo che ci è dietro?»
Charlie sentì una stretta al cuore. Ancora, stava sbagliando ancora, stava facendo un altro disastro, buttare all'aria un premio del genere... no, non questa volta. Questa volta stava facendo la cosa giusta per lui, e chissene di quello che avrebbero pensato gli altri. Raddrizzò la schiena. Quasar, forse era la prima volta che lo faceva, la sentì scricchiolare e fu una sensazione bellissima.
«Lo so.» disse. «Ma non importa. Del resto ho vinto una lotteria, e con il premio posso farci quello che voglio. La vedevo come la mia unica possibilità di scappare, e invece... non avevo capito proprio niente.»
Myers scosse di nuovo la testa. «Non me lo aspettavo, Charlie. Non mi sembravi il tipo da volertene tornare, da scegliere la via più facile.»
Quell'affermazione fu come un pugno nello stomaco, ma Charlie strinse i denti e sorrise. «Fidati, non è affatto la via più facile.»


Lo Spirito del Natale passato saltò urlando e abbracciò gli altri due, la lampadina che lanciava saette di mille colori, come fuochi d’artificio. «Ce l’abbiamo fatta, ce l’abbiamo fatta! L’ho sempre saputo, che sarebbe finita bene!»




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