Dead or Alive di Amelie

Note sulla Storia
Questo è uno dei due raccontini iniziato in periodo natalizio ma mai finito.
Neanche ora è finito, anzi, sono appena al prologo, ma conto di continuarlo piano, piano così che per i raccontini di mezza estate sia pronto :-)
Ve ne do solo, giusto un assaggio!
Sarà lungo non più di tre o quattro capitoli e questi ultimi saranno brevi...

Buona lettura!
Username: Anonimo
Post del: 21 dicembre 2037
Oggetto: Addio

...Il bacio dello speziale è apparso cinque anni prima che io nascessi, nel 2012, quando l’isterismo collettivo ha portato la gente a credere ad una profezia millenaria sul cui evidente decorso avrebbe potuto scommettere ad occhi chiusi persino un lombrico. Risultato? Quell’anno la Terra non è implosa ma intanto minimo due quarti della popolazione mondiale si è sparata la sua brava dose di bacio in endovena e la metà restante ci ha fatto un pensierino – si era sotto Natale; c’era chi considerava una sessione di iniezioni formato famiglia un’idea originale e moderna.
Oggi non c’è ragazzo o ragazza intorno ai vent’anni che non ricordi i terrificanti corsi di primo soccorso tenuti in quel periodo nelle scuole e negli asili dai rappresentanti delle principali case farmaceutiche. Io, sicuramente ne ho una memoria piuttosto vivida. Era il 21 dicembre 2022, avevo cinque anni e con una sola, piccola ed indolore siringa diventavo immortale.
Mi sono sempre chiesto che cosa volesse dire. Di fatto la gente intorno a me continuava a morire. La prima fu mia sorella in un incidente d'auto e sì che quella roba se l'era addirittura fumata ai tempi del liceo. Ci si poteva fare delle cose pazzesche...Bastava non farsi domande sulle sue componenti base e, fin tanto che il cuore reggeva e si aveva il buon senso di non sfracellarsi cadendo miseramente dalle scale, era possibile vivere in allegria convinti della propria lunga vita. Eppure ora mia madre ha una bara su cui piangere la sua primogenita…E aggiungerei, una bara piena. Pare che il nome derivi dai ben noti Romeo e Giuletta e dal siero fornito loro dallo speziale per simulare la morte della fanciulla; a differenza sua mia sorella non è tornata in vita.
Il bacio dello speziale venne ritirato dal mercato solo nel 2027 - e c’è chi ne ha fatto uso fino all’ultimo giorno-, quando ormai spararsi un colpo in testa in diretta sul proprio canale video era diventata una moda e la cremazione dei morti non era più solo un'opzione. Le borse sono precipitate e folle scioccate hanno preso d’assalto laboratori, asl, ospedali e farmacie alla ricerca di una cura. Ma c’era una cosa allora che ancora non avevamo capito…Ci eravamo tutti illusi che bastasse un vaccino, ma dalla morte non si può guarire; di morte si può solo morire.
Vita eterna...? Ma chi vogliamo prendere per il culo? Questa non è vita.




7 gennaio 2041

Anya
Il pullman prosegue a velocità sostenuta ignorando stoicamente dossi artificiali, buche e crepe nel logoro asfalto rurale. Ogni sobbalzo è una pugnalata alle articolazioni. Cerco di darmi un tono: la schiena dritta, le braccia allungate in grembo, le gambe saggiamente non accavallate sotto la gonna e gli spessi collant neri. Mi irrigidisco un po' di più nel cappotto di cotone e fiuto l'aria stantia all'interno del mezzo avendo cura di velare la manovra con una lenta sistemata ai capelli oltre l'orecchio sinistro. L’odore, riesco quasi ad immaginarlo, è dolciastro: sa di polvere e vecchie gomme da masticare e si mischia all'aroma fruttato del profumo che ho usato questa mattina. Sarà sufficientemente forte? Mi guardo attorno circospetta. Nello scomparto anteriore del veicolo ci sono poche altre persone: una signora di mezza età siede nel sedile dietro al mio. È pesantemente truccata; vedo il suo riflesso nel finestrino e lei può vedere il mio. Aguzzo le narici alla morbosa ricerca di rassicurazione, ma non sento niente e allora desisto cercando di spostare l'attenzione altrove. Ancora due fermate. Una cinquantina di metri. Respira con regolarità. Asseconda le spinte esterne. Tieni d’occhio la strada.
Le porte posteriori si aprono cozzando sordamente contro la fiancata del pullman. Aria gelida mista a neve mi accarezza le guance mentre osservo il fine pulviscolo bianco posarsi e poi sciogliersi sui miei stivali. Distendo le labbra in un cauto sorriso; la porta ad un passo, più spazio per allungare gli arti e posare le mie cose: ho selezionato bene il posto. Torno a guardare fuori, oltre il doppio vetro della soglia la steppa cisposa è ricoperta di brina e nei canali di scolo l’acqua è ghiacciata.
Questo fresco mette sonno e un po’ deve avere anche fatto la colazione abbondante. Ma avrò tempo per riposare più tardi. Devo restare concentrata. Devo vigilare sulla strada.
Il mezzo pubblico oltrepassa uno, due, tre grossi cartelloni pubblicitari con ancora appiccicate le locandine di vent’anni fa e qualche vecchio annuncio funebre arricciato su se stesso. Rabbrividisco. Manca ancora qualche metro alla fermata. Devo aspettare e decidere con calma, penso sgranchendomi in un sol colpo le dita, troppo rapidamente per dare effettivamente nell’occhio. È un gesto come un altro, lo è anche allungare la mano screpolata verso la lunga custodia al mio fianco. La frenata inizia cauta sulle gomme a tenuta per poi slittare bruscamente sul ghiaccio. La manovra mi sospinge in avanti, ma mi reggo al bracciolo cercando di non puntare troppo il gomito sotto le mezze maniche del cardigan. È un punto delicato e sono diversi giorni che lo ritrovo illividito quando rientro. Lo massaggio con cura senza provare particolare dolore o sollievo, poi sposto lo sguardo, metto a fuoco. Prima ancora che il veicolo si fermi la vedo.
Di fianco alla pensilina un paio di persone scorrono con aria assorta gli annunci funebri appesi alla bacheca appannata; anche la signora alle mie spalle sposta lo sguardo, interessata. Irrequieta serro le ossa sul manico della mia arma dissimulata sotto l’astuccio di nylon.
La mia foto spicca a tinte appena sbiadite in mezzo alle altre, ben puntata e ancora fresca di affissione. Deve essere stata cambiata ieri sera o questa mattina presto. Scruto con rinnovato disagio la scritta a caratteri rossi stampata in cima alla breve colonna commemorativa: “DECEDUTA” e poi in piccolo la data, 30 dicembre 2040. La caccia è aperta da una settimana ormai. Che devo fare? Aspetto immobile che i primi passeggeri si scollino dalla vetrina mortuaria, un orecchio attento ai movimenti della donna alle mie spalle: abiti che frusciano, tintinnio di orecchini, saliva che ridiscende la gola. I posti al fondo si riempiono. Mi avranno riconosciuta? L’autista sbircia nello specchietto retrovisore affisso a metà pullman, lo sguardo cupo di chi non ha tempo e non desidera sprecarne su queste strade desolate. Ancora tre persone. La prima si siede in uno dei quattro posti comunicanti di fianco all’uscita. È un uomo. Indossa solidi stivali di pelle ed ha una sacca a tracolla. Con disinvoltura allenta i lacci che legano il lungo pastrano. La canna di una pistola riluce per un istante. Mentre sollevo il cappuccio di pelliccia sui riccioli gialli, valuto la situazione. Ancora due persone, registro ma con la coda dell’occhio vedo l’altro seguire le mie mosse. Cameratismo o caccia? Quando mi volto, mi sorride e capisco che quale sia il caso non ho più tempo!
Impugno con decisione la mazza e scavalco il corrimano che mi separa dall’uscita. L’impatto con gli scalini di gomma è secco, potenzialmente dannoso per i mie muscoli intorpiditi. Pronta a sfruttare lo sbilanciamento, ricordo all’ultimo l’ignaro pendolare in procinto di entrare ed è già troppo tardi.
-Zombie!- Grida qualcuno e mentre cado mi accorgo che quel qualcuno sono io.


Sasha

-Zombie?-
E la mia curiosità non va più in là di così perché poco dopo sto cadendo e l’unica cosa cui riesco a pensare è: lascia fare, forse aprendomi il cervello in due sull’asfalto ghiacciato non avrò bisogno di sfracellarmi volando miseramente giù dalle scale di casa. Chiudo gli occhi, tutto sommato sono sollevato e aspetto l’impatto con il suolo. Ma il colpo non arriva e, anzi, qualcosa mi impedisce di posare il capo a terra. Socchiudo le palpebre sorpreso e la vedo: la pelle madreperlacea e gli occhi rilucenti all’ombra del cappuccio di pelliccia. Un suo braccio sotto il capo, guardo verso il pullman ancora fermo in mezzo alla strada. Vedo volti ai finestrini ed un uomo alzarsi in piedi in mezzo alle due porte posteriori.
-Zombie!- Ripete lei ansando con una cadenza maldestramente troppo lenta. Sgrano gli occhi, incredulo. Perché la vita e la morte devono sempre essere così difficili?
Cerco di alzarmi, provando solo un vago formicolio dalle parti del fondoschiena. Cerco di dare un'occhiata ma lei mi solleva di peso con la mano buona e mi si para davanti, mentre il pullman riparte faticosamente sollevando sbuffi di fumo siderale dall'asfalto gelato.
-Quale che fosse il tuo piano...- inizio spolverando con solerzia i pantaloni. Guardo la strada vuota, poi lei: -...Non ha funzionato, credo-
-Ha funzionato-
Mi volto, lasciando perdere per un istante il contenuto della mia tracolla sparpagliato a terra, il suo sguardo vitreo sotto le lenti a contatto incrocia quasi meccanicamentee il mio.
-Mi serviva una via di fuga ed un diversivo- Fa per chinarsi, ma la prevengo:
-E quello sarei io...- Con prudente avversione le allungo l'avambraccio raccolto in mezzo alle mie cose, lo esamino un istante poi alzo gli occhi -...Zombie?-
Lei arriccia le labbra in una smorfia mal riuscita, poi si riappropria dell'arto e voltandosi con improbabile pudicizia, lo riattacca al suo posto testando poi la resistenza del gomito tumefatto. Quando si volta, le giunture sembrano abbracciarsi di nuovo come non si fossero mai separate, solo la pelle tumefatta ed una viva cicatrice insanguinata a segnalare la precedente amputazione. Questo è uno dei motivi per cui la parola eternità mi spaventa. Il bacio è potente, troppo potente, ed è innaturale ciò che riesce a fare sul corpo umano.
La fisso incredulo cercando di decifrare i suoi rochi commenti a mezza voce. Qualsiasi altro vivo che ragionevolmente ci tiene a restare tale trovandosi nella mia situazione se la sarebbe già battuta, ma io non faccio lo schizzinoso.
-Da quanto?- Chiedo, occhieggiando incuriosito la lunga sacca che si sta appuntando sulla spalla destra.
-Una settimana- risponde con voce atona.
-Come?- Aggiungo senza riuscire a frenare la lingua. Lei sembra soppesare per un istante il mio volto, la mia gola.
-Il mio ragazzo si vedeva con un'altra- stringe saldamente le dita ossute attorno la custodia scura poi la apre e mi mostra il contenuto. È una mazza da hokey, lucida e dall'aria costosa. Sembra essere scheggiata solo in punta, dove il manico s'incurva.
-Mi ha stordita e fracassato lo sterno con questa- Macchie di sangue sono seccate sulla lacca bianca e azzurra del bastone.
-Poi mi ha lasciata nella neve, sono morta assiderata-
Ora mi fissa apertamente: -Gli avevo detto di non essere stata vaccinata...- La guardo in attesa, ma lei tace.
-Ma non è così- constato un po' a disagio -Hai preso il bacio anche tu- Annuisce assente, poi mi dà le spalle.
-E ora?- Domando ancora. Forse la caduta mi ha fatto più male di quanto superficialmente avessi immaginato dato che sono fermo in mezzo al nulla ad interrogare lo zombie che mi ha aggredito. La cosa non mi disturba, a dirla tutta…Non che le ragazze non mi si appiccichino addosso ogni giorno come lana sul velcro, sia chiaro!
Le si volta, i capelli chiari un po’ cotonati per effetto degli spifferi e dell’umidità, e dilata le labbra in un asettico sorriso da cadavere.
-Ora vado a riprendermelo!-
-Oh- faccio io, rivedendo rapidamente le mie priorità. Guardo lei, la sua mazza da hokey poi la strada vuota. La ragazza zombie si è già girata e ora staziona in posa vagamente artritica a bordo asfalto, un pollice rigidamente sollevato in segno di chiamata.
- Una volta che hai finito con il tuo uomo…- abbozzo. Si volta meccanicamente con smorfia statica, non un battito di ciglia -…Me lo faresti un favore?- E visto che non si muove, sono io ad avvicinarmi. I suoi occhi grandi e finti come quelli di una bambola mi fissano con uguale sorpresa. Contraee impercettibilmente le labbra e allora mi sento autorizzato a chiedere:
-Mi fracasseresti il cervello con quella?- Sposta con attonito scetticismo, ed un principio di strabismo, lo sguardo sulla propria tracollala, poi sembra voler deglutire, ma si blocca. Sorride – questa volta apertamente – ed un rivoletto di sangue le si secca sulle labbra colando giù dal naso. La guardo con attenzione: i denti curati, le guance cadaveriche secche ed arrossate per il freddo e la decomposizione, gli occhi accesi di quell’unica scintilla vitale data dal bacio e la cascata di capelli lanosi. Ricambio il sorriso, grattandomi il collo un po’ imbarazzato: -Allora, ehm…- cerco le parole adatte, non è una cosa che si chiede tutti i giorni, no?
-L’uccellino è vivo o morto?- Riduco subito il mezzo sorriso, sentendomi un completo idiota. Accetterà o no di aiutarmi con il mio trapasso? Cavolo, è più difficile che portarsela a letto! Ma poi lei lentamente ruota il braccio e mi porge il pugno chiuso in quella che è ancora una parodia di auto-stop. Sbircio accigliato la mano incartapecorita;
-Morto!- risponde allegra. Accordo siglato, realizzo con sollievo.
-Anya- aggiunge lei e mentre suggello il patto con una delicata stretta di mano mi chiedo se sia veramente il caso di presentarmi: Anya piacendo, sarò morto prima che la sua mente drogata dal bacio abbia la capacità di memorizzare il mio nome.
-Sasha-
Note Conclusive
Aspetto impressioni così, anche avendo già la storia in mente, posso regolarmi ;-D




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