Oscure Materie di Selerian

Note sulla Storia
Racconto di natale 2013 (iniziato per natale 2012 xD...). Ho provato a sperimentare una serie di cose, e non tutte mi sono venute bene, devo dire - l'umorismo fuori dai dialoghi penso non lo proverò più per lungo tempo, c'è un personaggio di troppo, e i picchi di tensione sono distribuiti in modo un po' stupido. Spero comunque che possa divertirvi.
Molte delle battute su fisici e facoltà di fisica sono aneddoti veri. I personaggi hanno diverse caratteristiche effettivamente prese da me i miei compagni di corso, ma nessuno di loro corrisponde specificamente a una persona reale.
Buona lettura!
Note dell'Autore sul Capitolo
La divisione in capitoli è fatta a posteriori - sia perché Voci non posta capitoli troppo lunghi, sia per leggibilità.

Oscure Materie


Mezzaluna

“Professore, l'iscrizione al suo esame è impossibile!”
“Non è un problema mio”

Conversazione alla facoltà di Fisica di Padova


“Ti dico che in quest'università c'è qualcosa di strano”
“No, in questo risotto c'è qualcosa di strano”. Immergo il cucchiaio nella melma bianchiccia che Simone mi ha versato nel piatto.
“Potevi cucinare tu, una volta tanto”
Sospiro. Possibile che non si ricordi mai niente?
“C'è l'interdizione del condominio da quando ho dato fuoco al gatto dei vicini. Ehi, giuro che qualcosa si è mosso nel mio piatto!”
“Il condiriso non era scaduto nemmeno da una settimana. E in ogni caso ci ho aggiunto due cucchiai di disinfettante prima di versarlo, non sono scemo. Comunque dico sul serio, la nostra università ha qualcosa che non va”
Mi stringo nelle spalle.
“Ma non mi dire. Come te ne sei accorto? Il professore di informatica ulula a mezzanotte. Le macchinette del caffè cercano di aggredire fisicamente gli studenti. I corridoi del dipartimento non seguono la geometria euclidea. L'ultima volta che ho fatto una domanda alla segreteria didattica mi hanno risposto con un enigma in accadico. E non iniziamo nemmeno a parlare di professori e studenti”
Penso al ragazzo che viene sempre vestito completamente di pelle nera. E gli dei ci proteggano dagli assistenti di fisica generale.
Simone schiaccia discretamente col cucchiaio una porzione del suo risotto che cerca di strisciare fuori dal piatto.
“Sì, ma quella è la solita roba. Voglio dire, è una facoltà di fisica. Probabilmente c'è una specie di test di sanità mentale al contrario per scegliere il personale. Ma ci sono cose davvero strane”
“Parli del prof di analisi? Sì, è un po' inquietante quando fa lezione guardandosi le scarpe per tutta l'ora, ma...”
Simone sbuffa. Mi guarda, e noto che appena si distrae il suo risotto inizia a strisciare via con discrezione.
“I matematici non contano. Mi preoccuperebbe se ce ne fosse uno normale. Pensavo più che altro alle sparizioni”
Ecco Simone che parte con una delle sue idee. Per un momento penso di ignorarlo e concentrarmi sul risotto. Poi guardo meglio il risotto. E lui ricambia lo sguardo.
“Sparizioni? Che cazzo dici?”
Il ragazzo sorride, mi guarda dimenticando del tutto il proprio pasto.
“Figo, vero? Ho perso un po' di tempo...”
“Ma non mi dire”
“...a fare ricerche d'archivio sui giornali. Non ho trovato statistiche complessive, ma spariscono una manciata di studenti del nostro corso ogni anno”
Non ho intenzione di dimostrarglielo, ma in effetti è interessante.
“Spariscono? Che cazzo vuol dire?”
“Puff”, risponde, facendo il gesto con le mani. Il suo sorriso si allarga ancora. “Hai presente? Come le mie penne, i miei quaderni e i miei soldi. Nessuno li vede più”
“Mi prendi per il culo. La polizia se ne sarebbe occupata”
“C'era un trafiletto sul fatto che la polizia aveva chiuso le indagini e richiesto l'arresto dell'intero corso di studi dopo aver chiesto ai loro compagni di corso dove fossero finiti gli studenti”
“Eh? Perché?”
“Da quel che capisco, appena hanno chiesto dove era probabile che fossero, tutti hanno iniziato a cercare di determinare la loro funzione d'onda”
Noto vagamente che il risotto, nel disinteresse generale, sta calandosi dal tavolo e strisciando verso la libertà.
“Ma i loro compagni di corso non si sono accorti di niente?”
“A quanto pare gli scomparsi erano sempre gente strana”, risponde Simone. Continua a prendere distrattamente cucchiaiate dal piatto ormai vuoto.
“Devo ricordarti che hai passato un pomeriggio a cercare di attaccare un giroscopio a un piccione?”
Si stringe nelle spalle. Guarda il piatto vuoto, vagamente stupito, e lo lancia nella direzione generica del lavello.
“Non strani in quel senso. Intendo gente con pochi contatti sociali”
“Avranno avuto almeno delle famiglie!”
“Sì, ma difficilmente in contatto fra loro. Nessuno ha indagato come si deve, mi sa”
“Beh, non è un problema nostro. Cerchiamo di non essere quelli che spariscono quest'anno. Abbiamo un esame fra due settimane, vediamo di pensare a quello”

***

“Che roba è quella, ragazzi?”, chiede Giulia, entrando. Aggrotta la fronte, come combattuta fra curiosità e preoccupazione.
Guardo nella direzione che indica. Per terra c'è un ammasso di cavi con tre schermi, due tastiere, diverse schede esposte e la tastiera circolare di un vecchio telefono.
Guardo verso Simone.
“Ah, quello? Tranquilla. Il mio portatile era troppo lento per assassin's creed, ho provato a migliorarlo un po'”
“Ha funzionato?”
“In parte. Il gioco è partito. Ma poi è uscito un messaggio con qualcosa del tipo io sono skynet, la vostra ora è giunta, miserabili umani”
“E che hai fatto?”, chiedo, incuriosito.
“Ho scelto non autorizza.”
Giulia sbuffa.
“Sì, quello è successo anche a me, ma tanto avevo ancora Vista e si è piantato mentre cercava di connettersi col Pentagono. Intendevo quella cosa alla lavagna”
Noto con sorpresa la lavagna a pennarelli appoggiata sul tavolo. È fitta di nomi, linee e annotazioni. Vero. Cosa ci stavamo facendo?
“Ah, niente. Durante una pausa dallo studio, abbiamo messo insieme un po' di informazioni sulle sparizioni di studenti negli ultimi anni. È veramente una cosa strana”
La ragazza sorride leggermente.
“Non dovevamo studiare?”
“Ma questa cosa è figa!”
Scuote la testa.
“E l'esame è fra due settimane”
Guardo il libro minacciosamente in attesa sulla credenza. Guardo il mio coinquilino.
“Lo sai che le sparizioni sono tutte avvenute durante, o in un periodo compatibile con, la luna piena?” fa notare Simone.
“Mi prendi per il culo” risponde Giulia. Poi dopo un istante, “non che abbia importanza in ogni caso”
Il mio coinquilino indica la lavagna.
“Guarda anche tu! Qui abbiamo le date, e qui le fasi lunari per gli ultimi cinque anni”

***

“Questa storia non ha senso”, commenta Giulia, sorseggiando l'orribile caffè.
“E questo caffè fa schifo”, aggiungo con voce roca.
La macchinetta emette un verso rauco, e versa a vuoto lo zucchero che non si è degnata di fornire a noi.
“Dico sul serio. Questa storia delle fasi lunari può essere solo una coincidenza”
“Abbiamo calcolato la probabilità di casualità come qualcosa tipo uno a duemila”, faccio notare.
Simone rimane seduto a fissare il vuoto. Mi chiedo se rifletta sulle sparizioni o si chieda se tornare a letto.
Giulia scuote la testa.
“Forse i dati che abbiamo trovato erano già selezionati per qualche motivo. O forse avete cercato così tante correlazioni stupide che la probabilità di centrarne una era notevolmente più alta”
Il mio cervello sbroglia lentamente la frase mentre la caffeina entra in circolo.
“La verità è che a te piace rovinare tutto”, risponde Simone, cadaverico.
Giulia sbuffa.
“Cerco solo di essere razionale”
“Se fossimo razionali saremmo a lezione”, fa notare Simone. Il ronzio monocorde della lezione di fisica teorica sembra inseguirci anche qui.
“No. Saremmo a dormire”, rispondo io.
Il mio coinquilino aggrotta la fronte.
“Parlavamo di qualcosa di importante, mi sembra”
Levo gli occhi al cielo.
“Sì. Le sparizioni. Questa puttanata l'hai trovata tu fin dall'inizio”
Annuisce, poco convinto.
“Se dici. Comunque è una cosa strana. Dovremmo fare qualche altra ricerca. L'hai detto, Giulia. Dobbiamo essere razionali. Non possiamo scartare l'ipotesi senza altri dati”
Aggrotta la fronte.
“Qual'era l'ipotesi?”
“Che hai bisogno di un caffè”
“Sì. Giusto. Mi offri un caffè?”

***

“Si trovano i nomi in alcune vecchie liste d'esame. Non che se ne ricavi molto. L'unica cosa degna di nota, erano tutti studenti che davano effettivamente esami. Non è così scontato. Voglio dire, abbiamo sessanta nomi in dieci anni. Almeno qualcuno che si era ritirato subito dovrebbe esserci”, faccio notare.
Simone annuisce, distratto. Probabilmente ho usato frasi troppo lunghe perché il suo cervello le seguisse dall'inizio alla fine.
Il pacco di fogli che ha stampato lui è pieno di scarabocchi. Distinguo due disegni di One Piece, un'analisi di covarianza, tre cazzetti e mezzo ritratto di Giulia. Ci sono anche alcune annotazioni illeggibili.
“Mi sembra che avevo trovato qualcosa. Non so. Non mi ricordo”
Silvia ci porge un foglio riempito con un'ordinatissima tabella. Mi annoio a metà della lettura dell'etichetta sul primo asse. La ragazza scuote la testa.
“Nessuna regolarità. Sono studenti di anni diversi, con medie diverse, alcuni a posto con gli esami e alcuni no. Quando è possibile scoprirlo, avevano scelto corsi opzionali diversi. Abbiamo pochi dati, dovremmo consultare i registri dell'università”
“Certo. Ci vai tu a dirgli scusate, stiamo facendo un piccolo laboratorio improvvisato sulla correlazione fra fasi lunari e studenti scomparsi, e abbiamo bisogno di dati coperti da privacy?”
Si stringe nelle spalle.
“Era solo un'idea. Già più di quel che avete voi. E in ogni caso, avremmo un esame fra tredici giorni, interessa a nessuno?”
Simone schiocca le dita, sottolineando una delle scritte incomprensibili.
“Laboratorio! Giusto! Ecco cosa c'era di strano. In diversi casi, gli studenti scomparsi erano stati compagni di laboratorio. Non sempre. Ma troppe volte per essere un caso”
Guardo Giulia. La mia compagna di laboratorio. Per la prima volta in questa storia, sento un vago brivido. Forse dovremmo davvero parlare a qualcuno di tutto questa faccenda.
O come minimo è una scusa fantastica per rimandare ancora un po' lo studio degli esami.

***

“Guarda che roba”, commenta Simone.
“Parli delle palle di polvere che si stanno animando in corridoio? Sarebbe il tuo turno di fare i pavimenti”, rispondo.
Lui scuote la testa.
“Prima tu devi lavare i piatti, e finché non compri un machete non credo riuscirai a togliere la muffa”
“Lasciamo perdere. Cosa volevi farmi vedere?”
Il ragazzo corruga la fronte.
“Non mi ricordo, accidenti. C'ero un momento fa”
“Sei un disastro”
Sbuffa.
“E' quello stupito deficit di... di...” schiocca le dita, concentrato.
“Attenzione”, completo.
“Attenzione! Grazie!”
Gli tolgo il foglio di appunti dalle mani. Noto che i ritratti di Giulia hanno quasi pareggiato in numero i disegni di One Piece. Stai a vedere che gli piace una ragazza? Nah, non rimarrebbe mai concentrato abbastanza a lungo.
La parola LAB 4B è scritta a caratteri cubitali, sottolineata due volte e cerchiata.
“Laboratorio quattro? Che cazzo è?”
“Ecco! Frugavo i gruppi facebook dell'università degli anni scorsi. Ci sono i turni di laboratorio. E almeno negli ultimi due anni, c'era questa anomalia. L'esperimento di alcuni studenti veniva spostato in un laboratorio diverso dal solito. Circa un gruppo su cinque. Alla maggior parte non succedeva niente. Ma tutti gli scomparsi dell'anno scorso ci sono passati”
“Nel periodo della sparizione?”
“No. E neanche tutti assieme. Ma almeno per gli ultimi tre anni, per quel che posso dedurre ci sono passati tutti”
“Hai mai visto quel laboratorio?”
“E' due piani sottoterra. Fra l'aula studio crollata e gli scaffali pieni di strumenti inquietanti”
Ci penso un istante. È un'area relativamente tranquilla della facoltà.
“Dobbiamo dare un'occhiata!”, commenta Simone.
“Non ti viene il dubbio che sia una cattiva idea?”
Sembra confuso.
“Sì, mi era venuto il sospetto. Ma sai che non mi ricordo perché? Quindi andiamo”

***

“La macchinetta del caffè ha azzannato un nostro compagno e non lo lascia più andare!”, implora Giulia. Le grida di Simone sono fin troppo convincenti. Se non dovesse uscirne vivo, la scienza ricorderà il suo sacrificio.
L'impiegato della segreteria sbuffa.
“Ottimo. Il suo scheletro sarà un promemoria per gli studenti del futuro”
“La prego! Non ci sarà più modo di avere un caffè nella pausa! Gli studenti inizieranno a inseguire il personale nei corridoi divorando cervelli!”
L'impiegato solleva lo sguardo dalle parole crociate e le rivolge uno sguardo ostile.
“Non un problema mio”, risponde.
Giulia si volta verso di me e annuisce. Tempo di giocare l'arma segreta.
“Scusi, volevo sapere quando sarà l'appello del professor...”, chiedo timidamente.
L'impiegato mi scocca un'occhiata di puro odio, poi si alza lentamente e si muove a passi lenti verso l'uscita.
Un velo di sudore mi copre la fronte. Sento le gambe molli mentre mi avvicino alla sua scrivania, frugo affannosamente nel cesto di chiavi. Laboratorio 1, aula informatica... figo, potrei entrare e lasciare qualche scherzo... laboratorio 2, caldaia, biblioteca, sala torture... non sono sorpreso... magazzini, laboratorio 4... afferro la chiave, la ficco in tasca e faccio per correre fuori.
Ops. Era 4b. Col respiro affannoso, torno a frugare fra le chiavi – devo essere il peggior ladro del mondo – e trovo finalmente quella corretta. Non ne uscirò vivo. La metto in tasca ed esco in una patetica imitazione di calma mentre le urla del ragazzo con la mano incastrata diventano sempre più acute.

***

“Questo è il famoso laboratorio 4B”, dico indicando con fare più teatrale possibile.
È solo l'ennesima porta vecchia e graffiata in un tunnel male illuminato. Il corridoio prosegue oltre, ma viene definitivamente inghiottito da scaffali rotti e ragnatele. Nonostante la giacca a vento, il fiato mi condensa davanti alla bocca.
Simone sorride come un'idiota, Giulia sembra combattuta.
“Finiremo nei guai se ci scoprono”
“Avanti. La peggiore cosa che può succedere è che ci facciano sparire e nessuno ci riveda mai più”, commenta Simone, allegro. Poi sembra esitare.
“Però potrebbero esserci dei ragni. Se ci sono ragni io scappo, eh”
Annuisco.
“Ci risparmierebbe completamente di preparare l'esame di Metodi”
Giulia annuisce, ride e scuote la testa.
“Non vi rendete davvero conto, giusto? Dio, non so se invidiarvi o no”
Guardo Simone, confuso. Ragazze. Vai a capirle.
“Su, apri”, ordina Giuia.
Estraggo la chiave da tasca. Per un istante sono certissimo che si rivelerà la chiave sbagliata, ma gira nella serratura, e la porta si apre senza con difficoltà.
Dentro è completamente buio. Faccio mezzo passo dentro e cerco le luci a tentoni, nervoso.
I lampadari al neon si accendono uno dopo l'altro, faticosamente.
Sono deluso, in qualche misura. È solo un piccolo laboratorio didattico, identico a tutti gli altri. Due tavoli, con sopra strumenti coperti da teli di plastica.
Entro, i miei amici mi seguono un istante dopo. C'è un silenzio quasi assoluto, e sobbalzo quando la porta si chiude alle nostre spalle.
I peli mi si rizzano sulla pelle. Eppure, non mi sento particolarmente spaventato. Anzi, la stanza è decisamente una delusione.
“Ho la pelle d'oca. Solo che non ho un briciolo di paura”, commenta Simone, divertito.
Giulia si sistema nervosamente i capelli. Si erano visibilmente rizzati.
La ragazza corruga la fronte. Mi scopro una manica. In effetti, ho tutti i peli delle braccia rizzati in una direzione.
“Campo elettrico”, sentenzia la ragazza. Si strappa un capello, lo strofina un istante sul maglione e lo solleva per un'estremità. Si rizza fin quasi alla posizione orizzontale.
Giulia si muove. Il capello cambia rapidamente orientamento. Tornando alla posizione precedente, torna quello di prima.
“Che cavolo...”, inizia la ragazza.
Per un istante, ho la sensazione, vaga eppure terribilmente intensa, che ci sia qualcosa di sbagliato. I tavoli, gli inutili grafici alle pareti, le sedie, gli strumenti sotto i teli, tutto rimane uguale, ma per una frazione di secondo sono certo che ci percepisca, che ci guardi, e che sia pericoloso, terribilmente pericoloso...
Passa subito. Il laboratorio torna un normalissimo laboratorio didattico.
Il capello in mano a Giulia scende lentamente, fino a puntare normalmente verso il basso.
Guardo Simone. Per una volta, il ragazzo non sembra distratto né preso dall'entusiasmo. È qui, e ora, ed è preoccupato.
“Avete sentito anche voi? Qualcosa...” inizia.
Giulia si guarda attorno con cura, fa un lento giro su se stessa. Nel silenzio assoluto, il rumore delle sue scarpe da ginnastica sembra quasi assordante.
Scuota la testa.
“Niente. Il fenomeno elettrico era... strano. Ma non c'è niente qui”
“Giulia, qualcosa... qualcosa non andava. Poco fa. Lo hai sentito anche tu”
Ride. Il suono è sottilmente sbagliato.
“Suggestione. Lo sapete quanto me. Siamo venuti qui a caccia di fantasmi. Ce la stiamo facendo sotto per un po' di elettricità statica”
Simone sorride, poco convinto.
“Ho visto cose ben più strane in laboratorio. Voglio dire, l'anno scorso un termometro mi giurava che il pezzo di ghiaccio su cui l'avevo appoggiato era a cinquecento gradi”
“Io ho fatto un esperimento che creava consistemente trenta per cento di energia in più del livello iniziale... il professore mi ha proposto di venderlo ai russi. Non mi aspetto niente di normale nei laboratori di fisica. Ma poco fa qui c'era qualcosa che... non era normale”
Mi sembro ridicolo da solo.
Giulia sbuffa.
“Ma senti lo scienziato. Usciamo di qua che è meglio”
Si avvicina alla porta, allunga il braccio come ad aprirla.
Non c'è nessuna maniglia.
“Che cazzo...?”, chiede la ragazza, sgranando gli occhi.
“Ho qui la chiave”, offro.
Giulia si volta e mi guarda stringendo gli occhi.
“Esattamente cosa dovrei farci? Non c'è una dannata serratura su questo lato”
“Uh. Vero”
Simone ride.
“Non ci posso credere. Un'aula che si apre solo dall'esterno. Ho capito cos'è successo agli studenti degli anni passati. Sono rimasti qui fino a morire di fame”
L'assurdità della situazione mi fa ridere. Anche Giulia ridacchia, ma si ferma subito.
“Ragazzi, siamo nella merda. Se ci trovano qui, avremo delle spiegazioni da dare”
Simone scuote la testa. Si siede a terra, scosso dalle risate.
“Certo. Che siamo troppo stupidi per questo mondo sarebbe un buon inizio”
“Davvero, che facciamo?”
Mi accosto alla porta, cerco di assumere un'aria più seria possibile, e do una spallata.
Mi esce il fiato dai polmoni, ricado a terra tenendomi la spalla destra. Le chiavi che tenevo in mano cadono con un tintinnio metallico. Cazzo se faceva male. Nei film non sembra.
Simone scoppia in un altro attacco di risate. Una risata nervosa di Giulia si aggiunge a lui un istante dopo.
“Non era... una buona idea. Ma quella porta sembra fatta di carta velina, non è giusto!”
Chiudo gli occhi un istante mentre il dolore si attenua. Mi sento arrossire. Ci ho fatto la figura dell'idiota perfino per gli standard.
“Forse troviamo qualcosa con cui forzare la porta...”, inizia Simone.
“Così andiamo sul reato penale, genio”, ringhia Giulia.
“Forse ci siamo già”, risponde lui, sorridendo.
Recupero le chiavi a terra. Devo fare un po' più sforzo del normale, come se qualcosa le trattenesse.
“Eh? Che cavolo...” chiedo. Ripasso le chiavi sul tratto di pavimento da cui le ho raccolte.
Una delle chiavi viene chiaramente attratta da un punto specifico. Con una piccola forza posso allontanarla, ma c'è indiscutibilmente qualcosa che la trattiene.
“Hai intenzione di scavare un tunnel con le chiavi?”, chiede Giulia.
“No, ma il pavimento ha proprietà magnetiche”, spiego.
Anche rimanendo ancorata, la chiave scorre facilmente lungo una direzione. È una linea, una linea magnetizzata per terra.
“Figo!”, commenta Simone. Si fruga le tasche, apre il portafogli, ma ne estrae solo una manciata di centesimi.
“Quello non è ferromagnetico, scemo”.
“Oh. Giusto. Ma che senso ha? E le linee... dobbiamo tornare con della limatura di ferro!”
“Per tornare, cosa che comunque non ho una gran voglia di fare, dovremmo prima uscire”, fa notare Giulia, esasperata.
Simone si stringe nelle spalle.
“Basta aprire la... oh. Giusto. Dimenticavo, scusate”. Detto questo, il ragazzo recupera le chiavi e torna a seguire le linee invisibili sul pavimento.
“Possiamo telefonare a qualcuno e chiedergli di aprirci da fuori”, propongo.
“E con quali chiavi dovrebbe aprirci?”, commenta Giulia, acida.
“Possiamo passargliela da sotto la porta”
La ragazza apre la bocca, come per una risposta sarcastica, poi la richiude. Mi guarda stupita.
“Questa era un'idea sensata. Stai bene?”
“Guardate! L'effetto magnetico è sparito!”, fa notare Simone, del tutto disinteressato.
Giulia sbuffa.
“Chi chiamiamo? Qualcuno abbastanza idiota da aprirci senza fare troppe domande”
“O qualcuno che sarà troppo occupato a fare domande per chiedersi se l'intera questione sia legale. O sana di mente”
“Vai con Elena”, propongo dopo un istante.
Giulia aggrotta la fronte.
“Quella tirchia?”
“Deve aprirci una porta, mica offrirci da bere”
“Ci chiederà di pagarle la consunzione delle suole e le calorie spese per arrivare fin qui. Ma non è una cattiva idea”
“Dille che poi le spiegheremo tutto. Mentre le offriamo la cena. Vedrai che così sarà dei nostri”

***

“Penserei che mi prendi per il culo, ma se ti fossi inventato questa storia ci avresti infilato almeno un pirata”, commenta Elena. Si serve un'altra generosa porzione della nostra pasta.
Simone si blocca, come illuminato.
“In effetti, potrebbe spiegare...”
“No. Non ci sono di mezzo pirati. Credimi”, ringhia Giulia, anticipandomi di un paio di secondi.
“Ma non avrei idea di che altro sia successo. Voglio dire, lì dentro c'era un campo elettrostatico piuttosto forte, e che cambiava bruscamente direzione. Non è nemmeno possibile senza cariche elettriche, e non capisco come potessero essercene nell'aria. E il pavimento era magnetizzato. Che cavolo di senso ha?”
Simone non dice altro. Sembra solo curioso ed entusiasta. Probabilmente davvero non si ricorda, o almeno non dà più importanza, alla sensazione, durata una frazione di secondo, che qualcosa nel laboratorio ci osservasse. Solo ripensandoci, mi sento rabbrividire. Faccio per parlare, ma Elena ci interrompe.
“Avete tenuto le chiavi?”
Simone annuisce.
“Tanto non credo aprano spesso quel laboratorio. E hanno millemila chiavi di riserva. Non si accorgeranno mai di niente”
“Rubare sarebbe un reato”, fa notare Giulia.
“C'è un motivo se non mi sono iscritto a giurisprudenza”, risponde Simone, allegro. Mi sorprendo ad annuire.
“Ragazzi, rubare un mazzo di chiavi per curiosare non è un grande crimine. Ma vi rendete conto che potrebbe esserci davvero dietro qualcosa? E se sì, non è una bella storia. Siete sicuri che non dovremmo parlarne a qualcuno. O magari... lasciare perdere?”, chiede Elena, esitante.
Il mio sguardo incontra quello di Simone. Vedo riflesso il mio stesso stupore. La verità, lo so benissimo, è che non ci abbiamo pensato.
Persone scomparse. Non è un gioco. Lo so, razionalmente lo so.
Ma sono dannatamente curioso. E lasciare perdere...
“Passerei il resto dei miei giorni a chiedermi cosa ci fosse dietro. E se andassimo dalla polizia, cosa potremmo dire? Che abbiamo fatto un'effrazione per non scoprire niente di nuovo su un caso che hanno chiuso?” rispondo. So benissimo che sto cercando scuse per la mia curiosità. Ma l'alternativa sarebbe studiare.

***

“Mi enunci il teorema di Huygens-Steiner in terzine”, dice l'insegnante.
“Ma come...”
“Tempo scaduto. Risolva questo semplice integrale” il professore mi tende un enorme foglio, con sopra scritto un integrale triplo lungo un metro e mezzo.
“Non posso, mi serve una penna, non una carota!”, cerco di spiegare, mostrando l'ortaggio che tengo in mano.
L'insegnante scuote gravemente la testa.
“Quello non è un problema mio. E comunque avrebbe dovuto venire vestito in modo più acconcio”
Mi rendo conto con sorpresa che sono nudo. Attorno a me, Giulia ed Elena mi guardano ridendo. Come ho fatto a dimenticare di vestirmi? E perché l'esame si tiene su un autobus?
Una voce artefatta femminile riempie l'aria.
“E' in corso un attacco alieno. Tutti gli studenti sono pregati di presentare il modulo di invasione controfirmato dal Papa”
L'autobus si scuote, e dischi volanti dai colori assurdi girano tutto attorno a noi, sparandoci. Hanno una barra della vita verde e lampeggiante. Dietro di loro, vedo la Luna, sempre più piena e luminosa.
Per fortuna trovo nello zaino – sono vestito, ora – una spada laser, e colpisco il più vicino. Ma ce ne sono troppi, e quando trovo il libretto vedo che manca la firma del Papa. Me ne sono dimenticato anche questa volta!
Scappo, entro in un corridoio buio, e trovo Elena, che mi agita un libro di Giurisprudenza.
“Effrazione! Effrazione! La punizione sono settanta frustate e ripetere l'esame di analisi due!”
Faccio per rispondere che non è giusto, l'ho già dato e ho preso diciannove, ma la ragazza inizia a scolorire, diventare immateriale.
È sempre più buio nel corridoio. Alla fine vedo la Luna, ormai è piena più che a metà.
Dove sono i dischi volanti?
Improvvisamente il corridoio mi fa paura. È lunghissimo, illuminato debolmente di verde, pieno di ragnatele, e mentre la mia mente si schiarisce una parte del mio cervello dice che è solo uno stupido sogno, un'altra dice che no, qualcosa non và, è tutto troppo reale, troppo definito.
“Vieni da me”
La voce è profonda, calda, e mi fa gelare il sangue nelle vene. Davanti a me c'è una porta di legno scheggiato. Non ha la maniglia, al posto una stella inscritta in un pentagono. So che è tracciato col sangue.
Ho paura. Voglio svegliarmi, cerco di aprire gli occhi, ma non ci riesco. Mi giro e scappo. Non vedo più l'entrata del corridoio.
“Non c'è nessuna fuga”
La voce sembra divertita, ora. E per quanto io corra, la porta è sempre al mio fianco. Il corridoio è sempre più buio.
Le ombre si addensano, scorrono lungo le pareti come un liquido. Ai margini della mia vista si formano mani di tenebre, mani dai lunghi artigli. Alla fine del corridoio, da entrambe le parti, c'è la Luna quasi piena. È luminosissima, ma non rischiara le pareti.
Nonono per favore svegliati.
“Aiuto! Per favore aiuto!”, grido. So che è un sogno, che deve essere un sogno, ma ho una dannata paura.
Mi guardo attorno, e una parte del mio cervello nota che le mani non si muovono con la mia vista. Questo sogno ha qualcosa che non và.
Da tutte le parti, solo il corridoio lunghissimo e sempre più buio. Mani che prendono forma, artigli lunghi e ricurvi si protendono verso di me su braccia di tenebre.
“Aiuto!”
Ma non c'è nessuno che possa aiutarmi. Solo la porta. La spingo freneticamente, cede facilmente, mi trovo all'interno.
Il laboratorio è quello che ho già visto, ma c'è qualcosa di sbagliato. A terra c'è una stella avvolta in un pentagono, tracciata in linee di fuoco verde. Alle pareti della stanza... no non voglio non voglio guardare... Figure verdastre che si agitano debolmente. Non ci sono finestre, ma guardando in alto attraverso il cemento vedo la Luna. Manca appena una fettina sottilissima perché sia piena.
“Vieni da me. Posso proteggerti. Posso aiutarti. Vieni da me”, dice la voce. E c'è un uomo, in piedi al centro della stella. Un uomo vecchio e rugoso, con lunghi capelli bianchi, rassicurante, sorridente. Il suo tono è gentile. E non ho mai avuto tanta paura come guardandolo.
“No... per favore...”
Ma anche la stanza diventa sempre più scura, le mani di oscurità si addensano ancora ai suoi angoli, strisciano verso di me, annaspano...
“Io posso proteggerti”, dice ancora l'uomo, e sento lottare il desiderio di scappare, di correre da lui, con la certezza che sia infinitamente più pericoloso di tutto il resto.
Con fatica, distolgo lo sguardo, vedo le cose alle pareti. Corpi spettrali, bianchicci e traslucidi, di ragazzi e ragazze, nudi e magrissimi. Hanno tutti la mia età o poco più, sono tutti inchiodati alle pareti, le braccia appese in alto, il corpo in tensione. Si muovono debolmente, e tutti mi guardano, tutti mi fanno debolmente cenno di no, no, no...
“Ehi! Fede! Sveglia! Svegliati, porca puttana!”
Una voce diversa, lontana e distorta, ma so che è la voce di un amico. Mi ci aggrappo disperatamente, e svanisce tutto, i corpi inchiodati alle pareti, la stella e il pentagono di fuoco, le mani di tenebra... e infine l'uomo, l'essere al centro della stanza.
Mi sveglio. Sono sudato fradicio. La luce è accesa, Simone è chino su di me, mi stringe un braccio. Ha i capelli biondi scarmigliati tutto attorno alla testa, gli occhi sgranati come un gufo, e un assurdo pigiama azzurro troppo piccolo di un paio di taglie.
Il sollievo e la visione del mio coinquilino combinati mi fanno scoppiare a ridere. Non riesco a smettere nemmeno mentre Simone ride a sua volta, poi prende il cuscino e me lo preme in faccia.
“Ora ti uccido. Mi hai svegliato, stronzo”, dice con voce roca.
Cerco di ripensare al sogno. Immagini confuse di ombre e stelle luminose per terra. Sussulto, preso da una fitta di paura incomprensibile. Mi allontano dal ricordo come se avessi toccato un oggetto bollente.
“Russavo così forte?”
“No, scemo. Hai urlato qualcosa. Facevi paura”
“L'ultima schifezza che hai cucinato doveva essere peggio del solito”
Sorride. Non sembra convinto.
“Tutto ok, Fede?”, chiede rapidamente. Sembra quasi vergognarsi della domanda.
Davvero dovrebbero metterci quell'esame da dieci crediti sulle relazioni umane.
“Ho fatto un sogno stupido. Dovevo ripetere l'esame di analisi in terzine perché non avevo il permesso firmato dal Papa, o qualcosa del genere”
Annuisce, come se fosse del tutto ragionevole.
“Cazzo, io ho sognato almeno venti volte che dovevo rifarlo”
“Tu non l'hai ancora dato”
“Mi prendo avanti!”

***

“Ragazzi, questa cosa è molto, molto stupida, per le seguenti ragioni”
Giulia estrae un foglio. Una linea verticale perfettamente dritta divide due elenchi puntati elegantemente scritti. Contro contiene una dozzina di voci, fra cui “reato penale”, “spariremo senza mai più essere rivisti”, “dovremmo studiare” e “ma come cazzo ci è saltato in mente?”. Nell'elenco pro, è scritto solo “curiosità malata”, sottolineato tre volte.
Simone prende in mano il foglio. Pare sconvolto “Hai sottolineato usando il righello? Sei veramente matta”
“Immagino che quello che ho scritto invece ti sembri di scarsa importanza?”, commenta la ragazza.
Lui si stringe nelle spalle, poggia il foglio sul tavolo e inizia a disegnare una bandiera pirata fra i pro.
“Io devo fare il palo?”, chiede Elena. Non sembra entusiasta.
“Se preferisci che includiamo ancora qualcun altro per farci uscire stavolta, va bene. Ma poi devi dividere anche con lui la pizza che ti offriamo”
“Mi piace fare il palo. Posso prendere tutti i gusti che voglio?”
“Mettiamo un limite sull'ordine di grandezza. Non voglio usare la terza cifra”
La ragazza annuisce. Qualcosa mi dice che sta iniziando a compilare mentalmente una pizza con novantanove ingredienti.
Tiro fuori il sacchetto di limatura di ferro e la piccola macchina fotografica.
“Siamo sicuri che non ci siano telecamere nei laboratori?”
“Con i fondi che abbiamo è tanto se c'è il pavimento, nei laboratori”, risponde Giulia. Ma storce il naso. “Dobbiamo proprio usare la limatura di ferro? Sarebbe carino pulire dopo, almeno”
Simone solleva la mano destra fasciata.
“Con tutto il tempo che ci ha messo quello stronzo del custode a liberarmi, che almeno lavori”
“Ti eri incastrato la mano apposta perché io gli rubassi le chiavi, devo ricordarti”
“Va bene, ma lui che ne sapeva? Potevo essere innocente. Guarda come sembro innocente!”, commenta il ragazzo cercando di fare gli occhioni.

***

Mi fermo per un istante davanti alla porta del laboratorio. Per un istante ho un deja-vu, immagini di un sogno mezzo dimenticato. Una stella inscritta in un pentagono, un uomo al centro, figure spettrali alle pareti. Mi fermo per un secondo, assalito da uno stupido attacco di paura.
“Che c'è?”, chiede Simone. Sorride.
Mi stringo nelle spalle.
“Uno stupido sogno”. Entro. Di giorno, coi miei amici vicino, il ricordo dell'incubo è frammentario, sbiadito.
Il laboratorio è come l'abbiamo lasciato, probabilmente non è stato nemmeno usato. Vedo subito i capelli di Giulia muoversi sotto l'effetto del campo elettrico.
“Avevate ragione!”, commenta Elena, appoggiata contro la porta, osservando i peli rizzati sul dorso delle braccia.
“E guarda la parte più figa!”, risponde Simone. Estrae il sacchetto di limatura di ferro, ne sparge un po' sul palmo della mano, e soffia.
La sottile polvere nera si sparge e scende verso terra. Non so se sia fortuna o Simone abbia una memoria spaziale migliore di quel che pensavo, ma sul pavimento appare effettivamente una linea netta, una banda dove la polvere si addensa.
“L'altra volta, l'effetto si è interrotto dopo un pò”, spiega Giulia.
“E allora cerco di batterlo sul tempo”, risponde Simone. Sparge pizzichi di polvere dal sacchetto, segue la linea nera che si forma sul pavimento. Deve chinarsi a passare sotto un bancone, e mentre è lì la linea ne incontra un'altra. Lui resta su quella principale, e presto ne attraversa un'altra ancora.
“Prende praticamente tutta la stanza!”, commenta Elena, stupita.
Simone continua, e questa volta l'effetto non svanisce. Arriva fin quasi alla parete opposta.
“Sembra finire qui... no, aspetta. La linea si gira”
Giulia, intanto si è strappata un altro capello. Si gira verso di me
“Privilegi di non essere stempiati. Vero, Fede?”
Mi porto ansiosamente una mano alla fronte. Era qui anche ieri l'attaccattura?
La ragazza si avvicina alla linea per terra. Appena ci è sopra, il capello ne segue esattamente la direzione.
Cerca di allontanarsi, e il capello si inclina, comincia a ricadere, come se il campo si indebolisse.
“Una specie di V? Chie cavolo è?”, chiede Simone. Continua a seguire le linee per terra, sta tornando verso di me. La linea diverge dalla precedente, poi svolta di nuovo bruscamente.
“Guarda, ci sono altre linee! Seguile tu, dai. Che se si interrompe di nuovo, ormai voglio vedere la figura”, dice Simone, passandomi un sacchetto di polvere di ferro.
In effetti, dove la linea nera ha svoltato bruscamente su sé stessa, si vede che ne iniziano altre due, meno inclinate. Inizio a spargere la polvere, rivelando un altro lungo tracciato. Ma che cavolo di senso ha? Simone, intanto, si infila di nuovo sotto il bancone – la nuova linea interseca la prima che ha tracciato.
“Ehi! Una stella!”, commenta Giulia.
Simone si ferma un istante, guardando le linee che ha tracciato. È vero. Tre delle linee di una stella a cinque punte. E le linee esterne che ripasso io sembrano congiungere le punte.
“No. Un pentacolo”, risponde Elena, ancora ferma sulla porta.
“Pentacolo?”
“Parla come mangi”, dice Giulia.
“A scrocco?”, chiedo.
La ragazza mi scocca un'occhiata velenosa, ma continua a parlare.
“Stella a cinque punte inscritta in un pentagono, con le linee interne tracciate... così viene un altro pentagono al centro. Simbolo esoterico. Non l'avete mai visto un film, accidenti?”
“Ho vaghi ricordi di averlo visto su Streghe”, rispondo, distratto. Nel sogno. Era nel sogno. Ma non è possibile.
“Tu guardavi streghe?”, chiede Giulia, sogghignando.
“Prima di incontrarti mi sembravano divertenti”. Ho sognato quel simbolo. E bruciava di fiamme verdi. E al centro...
“Guardate. Il campo elettrico cambia bruscamente direzione sopra i vertici della stella. Dovrebbe significare che qui c'è carica, ma non è possibile”, dice Giulia, confusa. È in piedi vicino al primo vertice della stella che abbiamo tracciato. Simone sta per tornare lì, chiudendo la figura, e prima di fermarmi ho tracciato due lati del pentagono esterno.
“Sentite, non so se dovremmo...”, inizio.
“Smetterla di sprecare limatura di ferro che pagate voi e pulirà qualcun altro?”, chiede Elena.
“E dai. Ormai voglio vedere l'intera figura”, risponde Simone.
“Abbiamo già capito cos'è”, obietto. Mi sento stupido. Ma non voglio vedere la figura completa.
Simone finisce di tracciare l'ultima linea della stella.
“Vabbè, al pentagono esterno ci credo sulla parola. Ora, qualcuno ha idea di perché si siano dati la pena di inserire piste magnetiche sotto il pavimento a forma di simboli esoterici? Oltre a campi elettrici che violano le leggi della fisica?”
“Avevano troppi fondi e non sapevano più che farsene?”, propone Elena.
“Uno scherzo di laurea davvero complicato?”, propongo io.
Giulia scuote la testa.
“Scherzi a parte, potrebbe essere qualche complicato esperimento di elettromagnetismo. Non capisco come funzioni, a dirla tutta, né che senso abbia, ma sarà pur qui per una ragione”
“Fammi vedere se al centro c'è campo”, dice Simone. Si avvicina alla ragazza e le strappa un capello.
“Ma sei scemo?”
“È per la scienza!”
“Usa i tuoi!”
“Sono ricci, non funziona bene. Avanti, se prendo il nobel per questa scoperta ti metto nei ringraziamenti”
Il ragazzo cammina verso il pentagono al centro della stessa, sotto uno dei banconi.
E all'improvviso, di nuovo quella sensazione. Più forte della volta precedente. Sono certo che ci sia qualcosa nella stanza, qualcosa che ci guarda. Qualcosa di malevolo. Mi guardo ansiosamente attorno, ma nulla è cambiato, i miei amici sono ancora lì, la porta è ancora aperta, con Elena appoggiata contro lo stipite. Il suo sorriso si sta congelando.
“Fermo! Per favore fermo!”
Simone si blocca, si gira verso di me.
La sensazione passa immediatamente. Il laboratorio torna una stanza normalissima. O almeno, normale quanto può esserlo una stanza con un pentacolo tracciato in polvere di ferro. Mi sento ridicolo per le mie paure.
Ma ricordo il sogno. E tutta l'autosuggestione del mondo non può avermi portato a vedere quel simbolo in anticipo, e correttamente.
“C'è qualcosa di strano qui. Andiamocene, per favore”, dico.
“Veramente le cose strane sono il motivo per cui siamo qui”, fa notare Giulia.
“In effetti... non lo so. Ho avuto una brutta sensazione, avvicinandomi al centro”
“Femminuccia”, commenta Giulia.
“Sul serio. C'era qualcosa. E io... ho sognato quel simbolo. Ve lo giuro. C'era un uomo al centro, e mi chiamava. Per favore andiamocene”. Parlo troppo in fretta, mangiandomi le parole. Mi sento già arrossire. Ma non mi importa quanto mi rendo ridicolo. Questo posto ha qualcosa di sbagliato, e non voglio che Simone entri al centro della stella.
Un istante di silenzio, poi gli altri tre scoppiano a ridere tutti contemporaneamente.
“Un sogno?”, chiede Giulia. Ricomincia subito a ridere, scuotendo la testa.
“Sul serio!”, commento.
“Ti credo”, dice Simone, ancora ridendo. “Ma era, appunto, un sogno. Ok, questa è la prova. Ci siamo lasciati suggestionare”
“Ho visto quel simbolo! Spiegami come avrei fatto!”
“Prima non te lo ricordavi. Non dico che menti, ma è facile riorganizzare i sogni in base a quel che ci succede poi. O forse davvero l'hai sognato. Hai visto streghe da piccolo, no?”
Si stringe nelle spalle.
“Guarda, non succede niente”, e cammina verso il centro della stella.
Sono contemporaneamente imbarazzato e preoccupato mentre cammina verso il centro del pentacolo. La stanza sembra ancora perfettamente normale. E in fondo ha ragione. I sogni sono solo sogni. Ma ci sono persone scomparse in questa storia.
E all'improvviso la paura torna. Mi sembra che la stanza stia diventando più buia, no, la stanza sta diventando più buia. E sono certo, certissimo che qualcosa stia per attaccarmi, per farmi del male.
Guardo la porta, ma pare lontanissima. Cerco di muovermi, ma la paura mi inchioda al suolo. Tento di calmarmi, guardo i lampadari per rassicurarmi, ma davvero si fanno sempre più fiochi, la loro luce si attenua istante dopo istante.
Giulia grida. Mi sembra di muovermi al rallentatore mentre stacco un piede da terra e cammino verso la porta. Elena ha gli occhi sgranati, la bocca aperta in un grido muto. Si volta e corre. La porta si chiude alle sue spalle prima che io completi un solo passo.
Quando finalmente la raggiungo, spingo, do una spallata, graffio contro il legno, ma non si apre. Ormai è completamente buio. È buio, e so che se rimarrò qui ancora, morirò.
“Simone! Torna indietro!”, grida Giulia.
Il nome del mio amico fa breccia per un istante nella paura. Mi sembra di fare un enorme sforzo fisico a girarmi, non voglio sapere cosa c'è dietro di me, voglio solo raggomitolarmi e chiudere gli occhi, aspettare che in qualche modo tutto finisca.
Solo luce verde illumina la stanza. La luce verde del pentacolo che brucia sul pavimento, fiamme come quelle che avevo visto nel mio sogno.
No non può essere per favore...
Altri pentacoli di luce verde lampeggiano lungo le pareti.
E Simone è al centro della stanza, in ginocchio. Luce verde striscia lungo le sue gambe, si avvolge attorno al suo corpo.
“Simone! Esci di lì!”, grido. Parlare mi costa una fatica pazzesca.
Non dovrei avere così tanta paura, mi rendo conto all'improvviso.
Manca la luce e c'è un simbolo luminoso per terra, ma non dovrei stare tremando così. Qualcosa è sbagliato.
Simone non risponde. Vedo Giulia che lentamente, con fatica, fa un passo verso di lui.
Devo scappare da qui! Mi giro e spingo ancora la porta in una fitta di terrore. Mi tremano le gambe, mi sono fatto male le dita, ma voglio solo che questa dannata porta si apra.
Non è normale. Questa paura non è normale. Sogni e strane sensazioni. Devo calmarmi. Devo riflettere, capire.
“Elena! Apri questa cazzo di porta!”, grido. La mia stessa voce mi sembra distante, fioca.
Chiudo gli occhi. Sento il battito accelerato del mio cuore. Vorrei qualcosa dietro cui nascondermi, qualcosa per proteggermi, mi sembra di sentire mani che si avventano su di me, artigli che lacerano...
Ma non ci sono. Non sono io quello in pericolo.
Riapro gli occhi. Simone è ancora lì, in ginocchio al centro della stanza, luce verde che danza sul suo corpo. Perché non scappa?
Giulia si muove ancora verso di lui. La sento singhiozzare per la paura, ogni passo sembra costarle fatica.
La paura è per impedirci di aiutarlo, capisco all'improvviso. Non ho idea di cosa stia succedendo. Non ho idea di chi e come ci stia facendo spaventare così tanto, ma sono improvvisamente certo che sia una distrazione.
Ci spaventa perché non può fare altro.
Respiro a fondo. Ogni cellula del mio corpo grida che qualcosa di terribile sta per raggiungermi, per farmi del male, ma so che non è reale. Che è un trucco. Che il mio amico è lì, avvolto da questa luce infernale, e che qualunque cosa stia succedendo mi sta spaventando per evitare che lo aiuti.
Sono appena riuscito a fare il primo passo, quando Giulia lo raggiunge. Con gesti meccanici, rigidi, gli afferra il braccio destro e lo trascina fuori dal pentagono centrale.
La luce torna immediatamente. Così come è venuta, la paura opprimente, intollerabile se ne va.
Collasso a terra, sfinito. Sono coperto di sudore, le gambe mi tremano come gelatina. Anche Giulia crolla a terra, vicino a Simone. Quest'ultimo sta piangendo, ancora in ginocchio.
“C'era... c'era qualcuno. Qualcosa. Un'ombra. Dio, era...” il ragazzo scuote la testa, lacrime che gli scendono lungo le guance.
Mi rimetto in piedi. Il laboratorio sembra quasi assurdamente normale, ora.
“State bene?”, chiedo avvicinandomi. Mi muovo lentamente, mi aspetto che da un istante all'altro ricomincino le fiamme, l'oscurità, la paura incontenibile.
“Io sì. Simone?”, chiede Giulia. La sua voce prende sicurezza sillaba dopo sillaba.
Il ragazzo non risponde. Continua a tremare, passa un braccio attorno alle spalle di Giulia.
“Simone, stai bene?”, chiede lei.
“Non... non so. Credo di sì. Non mi fa male niente. Ma c'era qualcosa... non so”, risponde. Risponde con voce tremula, tanto diversa dalla sua. Ti prego fa che stia bene. Ho il terrore di muovermi, di scoprire che ha uno squarcio sanguinante o qualcosa di simile.
“Era reale?”, chiede Giulia.
Un istante di esitazione.
“Sì”, rispondo.
“Forse... dopo quello che ci hai detto... una specie di allucinazione...” inizia la ragazza.
Scuoto la testa.
“No. Lo sai bene quanto me. Le luci si sono abbassate. C'erano fottute fiamme verdi sul pavimento. E la paura che ci ha presi è mille chilometri oltre la suggestione. Anzi, era troppa anche per la situazione. C'è qualcosa di sbagliato qui”
La porta si apre. Elena è dall'altra parte, col fiatone e gli occhi rossi.
“Ragazzi, state bene?”, chiede.
“Sembra di sì”, risponde Simone. Sembra starsi riprendendo, ma non molla Giulia. Ripenso ai ritratti scarabocchiati, e mi chiedo se lo stronzo opportunista non stia approfittando un po' della situazione, già che c'è.
“Mi spiace... io...”
Mi rendo conto di non essere nemmeno arrabbiato con lei.
“Eri solo più vicina alla porta di me. Credimi, non è merito mio se sono rimasto dentro”. Sollevo verso di lei le mani. Ho unghie scheggiate e polpastrelli sanguinanti. Ho la sensazione che appena defluirà l'adrenalina, mi faranno un male tremendo.
Guardo Giulia. È lei l'unica che non ha cercato di scappare, in realtà. Immagino che questo dica qualcosa su di lei. E su di me. Ma preferisco pensare alle violazioni delle leggi della fisica e ai mostri che chiamano nei sogni piuttosto che a questo.
“Cosa è successo?”, chiede Elena.
“Bella domanda. Ma ancora più importante. Cosa facciamo?”

***

“Dobbiamo parlarne a qualcuno. Non so cosa sia successo lì dentro. Se non l'avessi visto io non ci crederei. Cazzo, se l'avessi visto solo io non ci crederei comunque. E sono scomparse delle persone”
Simone annuisce, la bocca piena dell'ultimo boccone di pizza. Sembra avere recuperato una buona parte della propria vitalità. Lo invidio. Mi basta chiudere gli occhi, e mi sembra di trovarmi di nuovo lì, nella stanza brillante di fiamme verdi.
“E mi sa che se non mi aveste tirato fuori sarei la persona scomparsa successiva”, risponde. Il suo tono è allegro, ma mi sembra di notare una punta di isteria.
Un istante di silenzio. Elena guarda sospettosa i tre tovaglioli coperti di calcoli per la divisione del conto. Mi chiedo vagamente a cosa sia servito un integrale di contorno nel piano complesso.
“Andiamo dalla polizia?”, propongo.
Ancora silenzio.
“Siete proprio sicuri che la mia parte sia tre euro reali più due immaginari?”, chiede intanto Elena, venendo completamente ignorata.
Giulia scuote la testa.
“Non abbiamo prove. Il nostro racconto è difficile da credere, e il fenomeno è erratico. Se anche convincessimo i poliziotti a entrare nel laboratorio, non è detto che succederebbe qualcosa. La prima volta, non sono apparse le fiamme, e perfino gli effetti elettrici e magnetici sono scomparsi. Dall'altra parte, noi abbiamo sicuramente rubato un paio di chiavi per entrare in un locale chiuso senza autorizzazione”
“Mi chiedo perché. Cioè, perché si sia comportato in modo diverso la prima e la seconda volta”, fa notare Elena.
“La Luna”, risponde Simone. Parla nel tono strano, trasognato, che di solito riserva per One Piece o per quando ha bevuto. Mi dà i brividi.
“Cosa vuoi dire?”
“Era solo mezza la settimana scorsa, quando siamo entrati la prima volta. Ora si sta riempiendo”, risponde il ragazzo.
“Come lo sai?”
Sorride.
“Mi era venuto il dubbio e ho controllato. Poi me ne sono scordato. Scusate”
Giulia ha estratto un blocco note, e ha scritto in calligrafia ordinata polizia. Ci traccia sopra una perfetta linea orizzontale.
“Ok. Scartata la polizia, a chi?”
“Potremmo lasciar perdere e basta”, risponde Elena.
La prospettiva ha il suo fascino, devo ammettere. L'idea di rientrare in quel laboratorio mi terrorizza.
“E chi scomparirà quest'anno, quando la Luna sarà piena?”, chiede Giulia.
“Non è colpa nostra”, faccio notare.
La ragazza si volta verso di me. Sembra furiosa.
“Complimenti per l'altruismo. Vorrei sperare che tu lo tenga per gli sconosciuti. Ma dalla velocità con cui sei corso verso la porta, sembra che vada benone anche per gli amici”
Mi sento subito arrossire. Perfino Elena smette di ricontrollare i calcoli e guarda a terra.
Parla Simone.
“Per favore, basta. Ne parliamo... un'altra volta. Quella cosa mi fa una dannata paura, Giulia. Non ho idea di a chi possiamo rivolgerci. Non ho nessuna intenzione di tornare lì. Ma ho la sensazione che se la Luna fosse stata piena, non ne saremmo usciti da quel laboratorio. E non ho intenzione di mettere alla prova la fortuna del prossimo gruppo di studenti. Per oggi torniamo a casa, ok? Recuperiamo un po' i nervi e ne riparliamo”
Annuisco.
“Quanto devo pagare?”
“Meno tre euro radice di pi greco, pare”, risponde Elena, sicura.

***

“Chiudi quella cazzo di finestra, è gennaio!”, commenta Simone, uscendo dal bagno con un asciugamano legato alla vita. Un alone di vapore lo segue.
“E tu rivestiti lì dentro, scemo... ehi, hai sempre avuto quel tatuaggio?”. Ok, non ho un grande spirito di osservazione, ma come ho fatto a non accorgermi che il mio coinquilino ha un tatuaggio delle dimensioni di un'arancia fra le scapole?
Ride. “Che cazzo dici?”
“Il tatuaggio che hai sulla schiena, scimmia”
Fa un tentativo piuttosto comico di contorcersi in modo da vedersi la schiena.
“Non ti veniva in mente una puttanata migliore per farmi prendere la polmonite?”, chiede sorridendo.
Mi chiedo se perfino lui possa essere così stupido da dimenticarsi di avere un tatuaggio. Ma non vedo come io potrei non essermene accorto, visto che non si ricorda mai di prendere vestiti puliti prima di fare la doccia. Mi alzo e mi avvicino incuriosito. Il tatuaggio risalta contro la pelle pallida del mio coinquilino. Sembrava un disegno circolare, ma in realtà sembrano piccole scritte, attorno a...
“Cazzo. Cazzo cazzo cazzo”, dico.
“Che vuoi? Senti, gli scherzi fammeli un altro giorno, va bene? Ho ancora i nervi a pezzi dopo il casino di ieri”, risponde.
“Non ti prendo per il culo. Hai un tatuaggio. Hai un fottuto pentacolo sulla schiena. Davvero non te lo sei fatto tatuare?”
Ammutolisce. Senza dire altro, torna in bagno, passa una mano sul vetro per portare via la condensa, e si gira. Voltandosi all'indietro, vede il disegno riflesso.
“Non... non può essere. Non me lo sono mai fatto”, dice. “Non è che mi guardo spesso dietro la schiena, ma...”
“Non ce l'hai mai avuto. Credimi. Deve essere apparso ieri”
Di nuovo silenzio. Sgrana gli occhi, nella stessa espressione infantile che fa quando trova qualcosa di divertente. Solo che questa volta è terrorizzato. E lo capisco fin troppo bene.
Vorrei poter dire qualcosa per farlo stare meglio, ma come al solito non saprei cosa. Sono un grande successo, come amico. Non so mai dire una parola giusta per gli altri. E la volta che posso dimostrare qualcosa con i fatti, corro verso la porta.
Si passa una mano sulla schiena, striscia le dita sul tatuaggio.
“Leggermente in rilievo. Ma la pelle non è infiammata. Quindi non dovrebbe. Non se ne va strofinando?”, chiede, passando vigorosamente i polpastrelli sul disegno.
“No”
“Riesci a leggere le scritte?”
Mi avvicino. Mi sento male solo a vedere il simbolo del pentacolo. Fra le cinque punte sono tracciati centinaia di piccoli simboli. Sono simili a lettere, ma in realtà non appartengono a nessun alfabeto che io conosca.
“Sono solo simboli”
Silenzio.
“I miei mi uccideranno. Odiano i tatuaggi”
Scoppio a ridere. Un istante dopo mi fa eco.
“Davvero ti preoccupa questo?”
“Tu non li conosci”, risponde cupo.
“La situazione non è proprio normale”
“Certo. Saranno entusiasti quando spiegherò che ho un tatuaggio sulla schiena, ma che me l'ha fatto contro la mia volontà una misteriosa entità malefica in un laboratorio in cui ero entrato illegalmente”
“Puoi dire che eri semplicemente ubriaco”
“Se proprio dovevo farmi diseredare, almeno potevo tatuarmi qualcosa di figo. Non so, il simbolo di Barbabianca. Qualcosa del genere”
“Così la prima volta che andavi in piscina tutti ti prendevano per nazista”
Ridacchia.
“Vabbè, un pirata qualunque andava bene. Sempre meglio che uno stupido... simbolo esoterico”
Silenzio. Non trovo più battute stupide a disposizione.
“Ho una dannata paura”, dice in un filo di voce.
Non so cosa dire. Esco.





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