L'ombra del Nemico di Caladan Brood

Prologo

Si svegliò con una certa difficoltà. Il ritorno alla realtà fu graduale, riuscì ad aprire gli occhi solo dopo diversi tentativi. Ancora supino, in principio non riuscì a vedere nulla.
Si portò una mano al volto a controllare se fosse in grado di scorgere qualcosa, l’altra mano scivolò lungo il fianco andando ad posarsi su qualcosa di duro al tatto, levigato, perfettamente piano, gelido. Il pavimento di una stanza, quasi di sicuro.
Sbarrò gli occhi, di attimo in attimo sempre più vigile. La sua mente cominciò a risalire la memoria fino all’ultimo ricordo. Si ricordò di aver perso conoscenza ma nulla che potesse giustificare la sua presenza sdraiato sul pavimento di una sala buia.
Qualcosa era andato storto!
Di scatto si mise seduto, in un movimento meccanico la mano destra fece per scivolare sotto la giacca. Si bloccò a metà strada nel movimento quando realizzò quello che era appena stato in grado di fare. Sconcertato si focalizzò sul proprio corpo. Con le dita si tastò il petto. Tutto ciò che avvertì fu la soffice consistenza dell’abito che indossava, la giacca era sparita. Pur non distinguendo con chiarezza il proprio abbigliamento era certo che non fosse lo stesso di prima.
Che diavolo stava succedendo?
Represse la domanda sul nascere, per quanto assurdo ce n’erano di ben più importanti a cui doveva trovare risposta se puntava a rimanere vivo.
Al momento qual era la sua situazione? Era disarmato, al buio, seduto a terra, nemmeno stava indossando i suoi vestiti. Con una rapidissima occhiata si guardò intorno.
Sottilissime incisioni si estendevano tutto intorno a lui, impresse nel lucido pavimento su cui giaceva, emanando per tutta la loro lunghezza un fievole chiarore che costituiva l’unica illuminazione dell’ambiente. Un luogo immenso, sconosciuto, se ne rese conto anche solo dal poco che riusciva a vedere. Non c’era mai stato prima, né ricordava di esserci stato condotto.
Unica nota positiva pareva essere che nelle vicinanze non ci fosse nessuno, almeno fin dove i suoi occhi potevano vedere. La cosa più prossima a lui era una colonna, scura come il pavimento del salone, probabilmente dello steso materiale, imponente come poche altre avesse mai visto.
Con rapidità vi si avvicinò stando il più basso possibile, vi appoggiò la schiena e lì rimase. Ad un primo sguardo non gli sembrava di aver visto uscite, ma valeva la pena di controllare meglio. Sempre più avvezzo a quella semioscurità studiò con più calma quanto gli stava intorno.
Il salone era gigantesco, anche più grande di quanto avesse stimato in precedenza. L’impalpabile chiarore sprigionato dalle incisioni nel pavimento andava perdendosi in lontananza per scemare del tutto solo in prossimità dei possenti muri portanti, a malapena distinguibili da dove lui si trovava. La vastità dell’ambiente era divisa in settori da due ordinate file di colonne equispaziate l’una dall’altra, tanto alte che a stento se ne poteva scorgere la sommità. Tutti quei pilastri non erano un bene per lui, un nascondiglio troppo comodo, soprattutto con quelle condizioni di illuminazione.
Doveva trovare un’uscita al più presto, finché nelle vicinanze non c’era nessuno.
Con enorme difficoltà riuscì a seguire con lo sguardo i muri portanti lungo il perimetro del salone. Quando riuscì a scorgere il portone nemmeno lo riconobbe come tale. A dir poco smisurato, da solo nemmeno sarebbe riuscito a smuoverlo, anche nell’eventualità non fosse sbarrato. Passò oltre per continuare nella propria ricerca. Sporgendosi parzialmente oltre la colonna rivolse la sua attenzione nella direzione opposta. Solo in quel momento si rese conto di non essere solo nel salone.
A poco meno di trenta passi da lui una breve scalinata portava all’enorme trono di cui non riuscì a distinguere i particolari. Con chiarezza vide solo che qualcuno vi era seduto, forse grazie al contrasto che quella carnagione bianchissima creava con l’oscurità circostante. Nonostante l’oscurità ebbe la certezza che quell’individuo lo stesse osservando.
Lo avevano visto.
Non aveva fatto abbastanza attenzione a rimanere nascosto, o semplicemente quell’uomo lo osservava da quando si era svegliato. La seconda ipotesi era la più probabile, e in entrambi i casi non aveva più senso cercare di rimanere il meno in vista possibile.
Si rimise in piedi e ricambiò lo sguardo a sua volta mentre cercava di distinguere maggiori dettagli su quell’uomo. Nel concentrarsi in quella direzione si rese conto che vicino al trono c’era qualcun altro, una seconda figura, alta e imponente, immobile. Quando dalla direzione in cui stava guardando una voce si rivolse a lui ebbe la netta sensazione che fosse stato proprio quest’ultimo a parlare:
«In ginocchio»
Era un ordine, e probabilmente, in qualunque altra circostanza, l’idea di ubbidire non lo avrebbe nemmeno sfiorato. Però lì, in quel luogo, in quel momento, non considerava così remota la possibilità di acconsentire alla richiesta.
Rimase in piedi. Nonostante la situazione fosse chiaramente di pericolo, nonostante ancora si stesse chiedendo che diavolo ci facesse lì e come fosse possibile quanto gli stava capitando, ancora incapace di comprendere cosa stesse accadendo e come fosse accaduto, non si genuflesse.
«Perché dovrei?» pur non volendo infuse nelle sue parole più umiltà di quanta non fosse sua intenzione.
«In ginocchio» quella voce risuonò nelle sue orecchie con più violenza, più che un ordine cominciava ad essere una minaccia. Anche se solo nei primi attimi non si mosse.
L’imponente figura in nero fece per alzare un braccio fermandosi a metà nel movimento.
«Non ancora» l’uomo sul trono lo invitò a fermarsi pur rimanendo concentrato sul nuovo arrivato: «Si avvicini pure, se vuole, signor Kelly»
Un inglese fluente, nessuna inflessione dialettale. Chiunque fosse quell’individuo era madrelingua, quasi di sicuro non americano. Un tratto riconoscitivo che quantomeno restringeva il campo, che a tempo debito avrebbe potuto aiutarlo ad identificare quella gente, ma che per il momento era di ben poco aiuto. Già quasi sulle ginocchia quando gli venne rivolta la parola, il signor Kelly si limitò a riacquistare una posizione eretta.
Fece qualche passo in direzione degli altri due andando a fermarsi quando era ancora a più di dieci metri da loro. Se ancora una volta gli avessero ordinato di inginocchiarsi avrebbe ubbidito.
Rimase in attesa, valutando se fosse il caso di prendere la parola per primo o meno.
L’uomo sul trono parlò ancora:
«Immagino si stia chiedendo il perché della sua venuta qui»
L’altro si limitò ad annuire.
«Ho una proposta per lei» continuò l’oscura figura dall’alto della sua posizione.
Kelly rimase spiazzato, rispose in modo del tutto involontario:
«Come?»
«Mi serve il suo aiuto»
«Aiuto?»
«Lei è la persona adatta»
L’eventualità di una trattativa lo rassicurò. Un ambito in cui si muoveva con agio, un terreno a lui conosciuto, nonostante fosse evidente che non si trovasse nella posizione ideale per dettare condizioni. Si limitò a chiedere:
«Ho possibilità di scelta?»
«Può decidere se collaborare o meno» spiegò l’individuo sul trono, nel suo tono di voce non c’era alcuna traccia di ostilità «ma farà comunque ciò che le verrà chiesto»
Pur non afferrando il senso di quelle parole Kelly nemmeno prese in considerazione l’eventualità di chiedere chiarimenti. Si sarebbe accontentato del semplice significato letterale.
«E se collaborassi?» domandò.
«Le verrà data la possibilità di continuare a vivere»
«Uscirò di qui?»
«È l’unico modo che ha per ritornare alla sua vita»
Minacce più o meno velate a cui di norma si sarebbe dimostrato indifferente ma che in quell’occasione non riuscì ad ignorare.
Indeciso per un istante, valutò la situazione nel suo complesso. Almeno per il momento sorvolò sull’oggettiva impossibilità del suo essere lì, proprio allora, in quel luogo, in piedi davanti a un trono nel mezzo di un enorme corridoio delimitato da due file di colonne.
Non aveva scelta. La sua posizione era di netto svantaggio, doveva stare al gioco, capire di che trattasse la faccenda. Non poteva far altro finché non ne avesse saputo di più.
«D’accordo»




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