Pedina di Fra Tac

Note sulla Storia
Ed eccomi anche io, infine, con il mio racconto di Natale (ovviamente in ritardo... sono io, del resto.) Ad ogni modo... avverto che credo sia la cosa più a caso che io abbia mai scritto S: In realtà si ricollega a una storia più ampia che però ho creato, diciamo, apposta per l'occasione... quindi con ancora parecchie cose da delineare. Ne consegue che temo non si capisca granché in questo raccontino, specie verso la fine! D': E credo ci sia una pessima gestione degli avvenimenti... la prima scena imho è decisamente troppo lunga e stona con il resto, però è anche l'unica scena che mi è piaciuto scrivere. E mi serviva come allenamento per descrivere qualche scena di battaglia, quindi perdonatemela xD Sigh, il protagonista lo trovo pure una chiavica S: E mi rendo conto che di certo questo non è il modo migliore per invogliarvi a leggerlo... beh, posso dire giusto che dopo la rilettura almeno non mi è sembrato scritto troppo male :'DDD
Però al solito... se avete in mente modi per sistemare quello che non va ditemelo, ve ne sarei grata!
Note dell'Autore sul Capitolo
SIGH e trancio l'ultima scena perché altrimenti voci non me lo carica tutto T_T
«Emergono dalle fiamme, perchè di fiamme sono fatti. Prendono forma dalle nubi stesse, quando si ammassano all’orizzonte, esseri di aria, fuoco ed acqua. È per questo che il sole ha smesso di tramontare e sorgere. Sono loro a mantenerlo così, in un tramonto perenne, gli serve. Se non infiammasse il cielo con la sua luce arancione, loro non potrebbero nascere.»
Lascio vagare lo sguardo avanti a me, verso la prateria di posidonie che si estende per miglia sotto la scogliera su cui ci troviamo. La luce si riflette su quell’immensità verde colorandola di sfumature arancioni, rosse, gialle, viola. Sembra una delle tavolozze di Makkath, una tavolozza che si estende fin dove lo sguardo può coprire. Non sono abituato a spazi così aperti, l’orizzonte libero mi toglie il respiro, mi sento come affogare.
Là dove le posidonie diventano indistinguibili, trasformandosi in un unico mare di colori mischiati, vedo il sole pieno, arancione, brillare come sempre appena sopra la linea del Mondo. Come fanno i Thenesiani a poter anche solo immaginare un mondo con una luce diversa? E buio come una stanza chiusa? È così innaturale.
«Eh, sì. Se solo trovassimo il modo di far cadere il sole, loro non tornerebbero mai più.» continua il vecchio di fianco a me. «E noi non saremmo qui, mandati a morire in ondate suicide.»
Stringo la presa sul mio arpione d’assalto, un nodo improvviso alla gola. Questa attesa sul ciglio della scogliera, questo panorama deserto... tutto questo senso di stasi mi ha quasi fatto dimenticare il motivo per cui sono qui. La mia armatura – se armatura si possono definire queste quattro protezioni – mi sembra d’un tratto pesante come mille pietre. Vedo che gli uomini intorno a me hanno tutti avuto una reazione simile alla mia, almeno a giudicare dalle espressioni. Posso vedere la mia stessa paura nei loro occhi. Un uomo alto dalla carnagione rossiccia – un Mer, probabilmente – batte l’arpione per terra in un moto di rabbia. «Agli Abissi, vecchio! Io non ho nessuna intenzione di morire qui!» Noto che ha un numero tatuato sul braccio, le cifre lo identificano come un criminale, un assassino più precisamente. Nessuna sorpresa sia finito tra gli Arpionieri...
«E invece temo sia quello che succederà.» risponde il vecchio, con una scrollata di spalle. «Presto le piane là sotto saranno coperte di cadaveri. La maggior parte di voi moriranno per la caduta, sbalzati via dal dorso dei Leviatani nel tentativo di tirarne giù uno per i soldati d’elite. Uno spettacolo raccapricciante, quando i corpi si rompono al suolo e schizzano sangue e budella.» Il vecchio sorride, e nemmeno si cura di nasconderlo. È un sorriso che mi dà i brividi, quest’uomo dev’essere pazzo. «Fidatevi.» ci dice «L’ho visto decine di volte.»
Il Mer che gli ha parlato lo guarda confuso. «Sei... un veterano?»
Il vecchio non risponde. Continua a guardare in avanti, sorridendo, e non riesco a capirne il motivo finché non noto, sulla mano che usa per tenere l’arpione, una serie di piccole conchiglie incastonate nella stessa pelle del dorso.
Non è un veterano, è un Cambiapelle! Il bastardo è un Cambiapelle! Distolgo subito lo sguardo da lui, tornando a concentrarmi sull’orizzonte. Stringo più forte la presa sull’arpione, così tanto da farmi male alle dita, ma almeno così il dolore mi distrae dalla rabbia che sento crescere.
Ecco il perché di quel sorriso, ecco perché è così calmo da riuscire a conversare, addirittura. Quante altre volte può cambiare? Di certo a sufficienza per uscire indenne da questa sortita! Mentre noi, tutti noi, non abbiamo trucchi di questo genere a cui fare affidamento. Moriremo qui. Tutti noi, me compreso.
Come mio padre, come mia madre dopo di lui. Sento un’improvvisa fitta al petto, così forte da costringermi a piegarmi. Inspiro ed espiro, cercando di sedare il panico che mi travolge.
Penso alla mia sorellamoglie e al mio fratellomarito, chiusi tra le mura di Atlas, consapevoli del fatto che non tornerò mai più da loro, che li ho abbandonati per venire a morire, spezzato su qualche scoglio o seppellito dalle posidonie. Questo, ancora più della morte stessa, mi terrorizza. Lasciarli così mi sembra quasi equivalga a tradirli.
«Teste alte, uomini.» la voce del Cambiapelle è quasi un sussurro, ma riesco comunque a sentirla. Raddrizzo la schiena e sollevo la testa, ma appena lo faccio mi sento le gambe mancare. Le nuvole ormai sono fitte all’orizzonte.
«Stanno arrivando.»
Appena il vecchio pronuncia queste parole sento il corno suonare, come ulteriore conferma. Una sola volta, per intimarci di prepararci. Ma non serve, siamo già tutti tesi, ritti, pronti a scattare. Pronti a morire.
Il mio sguardo è intrappolato dalle nubi. Si stanno addensando proprio nel punto del cielo previsto dai Senza Volto. Pilastri dorati che si innalzano sopra di noi, volute di vapore arancione indistinguibili dagli stessi raggi del sole, che si spandono ad abbracciare il cielo stesso per intero.
Lo spettacolo più bello e più spaventoso che io abbia mai visto.
Un altro suono dal corno è seguito dal rumore meccanico dei Grandi Arpioni dietro di noi, che cominciano ad essere puntati, in attesa.
Sforzi ridicoli. La constatazione mi colpisce svuotandomi di ogni sensazione. Ora, sotto questo cielo e queste nubi, solo ora mi rendo conto di quanto infinitamente siano piccoli e vani i nostri sforzi. Insignificanti, ecco cosa siamo. E come creature insignificanti saremo spazzati via.
«Lo vedo.» mormora un ragazzo di fianco a me. Non è nemmeno il più giovane che ho visto. «Messirea puttana, lo vedo.»
Mi focalizzo sul centro delle nubi, là dove sono più dense, e riesco a vederlo anche io. Un’ombra attraverso le spire di vapore, come un branco di pesci nell’acqua torbida di uno stagno.
Trattengo il respiro e sento i miei compagni fare lo stesso. Il vecchio Cambiapelle inizia a fischiettare un motivo leggero che però, in questo silenzio, si insinua tra noi come la lama di un coltello nella carne.
L’ombra si allarga, diventa più definita. È enorme, più grande del palazzo del Doge, prende la forma di una creatura di cui sono distinguibili una lunga serie pinne e di striature azzurre, così luminose da essere perfettamente visibili attraverso le nubi. Altre ombre cominciano a formarsi dietro di lei, altrettanto grandi, altrettanto nascoste.
E poi, tutte insieme, in un unico sbuffo di vapore aranciato, distruggono le nubi in cui erano ammassate ed erompono nel cielo limpido.
I Leviatani sono arrivati.
Il terzo suono dal corno segna l’inizio dell’attacco.
Kathmar mi protegga


Il ragazzo di fianco a me boccheggia, lascia cadere l’arpione. Io stesso per poco non faccio come lui nel vedere quelle bestie nuotare nel cielo, verso di noi. Creature più piccole si staccano dai loro fianchi, si lanciano verso le nostre fila, come schegge attraverso il cielo. Sollevano un vento così forte da muovere le posidonie sotto di noi e spingerci indietro di qualche metro.
Una selva di frecce si leva sopra di noi, proviene dalle file di arcieri appena dietro alla nostra avanguardia. Ricadono su quelle creature più piccole e le trafiggono prima che possano avvicinarsi troppo alla nostra scogliera, facendole cadere abbattute sul campo di posidonie. Quelle bestie urlano per il dolore, un suono stridente e così acuto da farmi male.
Altre grida si mischiano a quello delle creature, grida umane, insieme al rumore di uno schianto. Non tutte sono state abbattute in tempo, riesco a vedere più a sinistra che una di loro è caduta sullo scoglio, rompendo le fila dell’avanguardia e travolgendo un gran numero di uomini con sé. Rimane così, spiaggiata e agonizzante, sangue blu brillante che esce dai buchi causati dalle frecce nelle membrane delle sue ali. Riesco a vedere uomini schiacciati spuntare sotto il suo corpo, sangue rosso che si mischia a quello luminescente della creatura. Sento di stare per vomitare, ma non c’è tempo nemmeno per quello.
Fra poco toccherà a me.
I Leviatani, intanto, si stanno avvicinando. Arriva una nuova ondata della loro avanguardia veloce, ce stavolta riesce a evitare le frecce con acrobazie aeree. Quasi tutte le creature vengono abbattute troppo tardi, oppure si lasciano deliberatamente cadere su di noi. Altre urla, altri morti che non riesco a vedere. Il terreno trema sotto gli schianti.
«Arpionieri, mantenete la posizione!» sento qualche capitano urlare.
I Leviatani sono quasi su di noi, ora. Così in controluce appaiono come sagome nere, definite solo dalle linee azzurre brillanti che ne intersecano il corpo. I raggi del sole si infrangono contro di loro, per poi spandersi tutto intorno a loro, come aureole.
Dobbiamo rallentarli a sufficienza da permettere ai Grandi Arpioni di agganciarli, di trascinarli a terra per ucciderli prima che raggiungano le nostre città e le distruggano. Ma come si possono fermare creature del genere?
«Arpionieri, pronti al Tuffo...!» sento di nuovo la voce del capitano urlare. I muscoli delle mie gambe si flettono in automatico, memori di quel poco allenamento che ci è stato impartito. Punto il mio arpione verso l’alto, non guardo se anche i miei compagni hanno fatto lo stesso. Ci sono solo io, ora, io e quella bestia appena sopra di noi. Sento gli occhi riempirsi di lacrime, le probabilità io sopravviva sono così poche, e non c’è niente che possa fare per cambiare in qualche modo la mia sorte. Devo solo affidarmi al caso. Sono inerme, totalmente impotente di fronte alla mia stessa morte. È la sensazione peggiore che io abbia mai provato.
«Ora!»
L’ordine del capitano risuona come un tuono nell’aria. Fletto le gambe ed eseguo il Tuffo, tenendo l’arpione davanti a me a penetrare l’aria che mi soffia in faccia e mi ferisce gli occhi.
Urlo, nonostante le mie grida si perdano nel vento, per sfogare il terrore che mi sta attanagliando. L’aria sugli occhi si fa insopportabile e sono costretto a chinare il capo. Riesco così a vedere la scogliera sotto di me, un grande ammasso piatto di roccia che si erge sopra la prateria. Vedo il nostro esercito coprirla quasi per intero, è più grande di quanto avevo immaginato. I Grandi Arpioni formano una fila compatta nelle retrovie, riposano sul loro meccanismo pesante, pronti ad essere sparati. Più avanti vedo le fila di uomini disordinate, là dove l’avanguardia dei Leviatani è riuscita a cadere, e altri Arpionieri tuffarsi in un flusso continuo che mi sembra riempire il cielo, come se invece di uomini fossero frecce scoccate in continuazione.
Così tanti. Più della metà di loro moriranno. Più della metà di noi.
Stringo i denti e torno a guardare avanti. Sono esattamente sotto alla pancia di un Leviatano, non c’è possibilità io lo manchi. Forse... forse ho una speranza di sopravvivere.
Aumento la presa sull’arpione e comincio già a spingermi avanti con le gambe, in attesa dell’impatto, che arriva pochi secondi dopo.
La punta del mio arpione penetra la carne della creatura, che si apre appena, schiudendosi con uno sbuffo di vapore caldo che mi ferisce le mani. Ma sono agganciato, ed è questo l’importante.
Il soldato di fianco a me non è stato così fortunato, lo vedo arrancare, il suo arpione ha mancato la creatura di pochissimo. E lui ricade, incapace di tuffarsi di nuovo senza qualcosa di solido sotto ai piedi. Ricade come migliaia attorno a me, verso i campi di posidonie che saranno la sua tomba, se qualcosa del suo cadavere rimarrà dopo l’impatto. Istintivamente allungo una mano, cerco di afferrarlo, ma lui è già troppo lontano ormai. Avrei potuto essere io.
I primi muoiono così, per un aggancio mancato o eseguito male, ricadendo subito dopo il Tuffo. Una pioggia di Arpionieri, tutti sacrificabili.
Non c’è tempo però per pensare a questo orrore, non ora. Perché ora che sono sulla creatura posso davvero cercare di sopravvivere... devo riscuotermi, devo agire!
Estraggo il mio rampino dalla cintura e lo fisso a fondo nella carne, se di carne si può parlare, del Leviatano ed estraggo l’arpione aiutandomi con un colpo di reni. La creatura comincia a ruotare su se stessa, in un tentativo di scrollarsi di dosso gli Arpionieri superstiti, ma la sua massa la rende lenta e mi permette di sfruttare la rotazione per camminare sul suo dorso. Corro con l’arpione in mano, i miei piedi che affondano nel caldo corpo etereo sollevando nuvole di vapore bollente.
Le venature di luce che si estendono sul corpo del Leviatano confluiscono tutte alla sua testa, ed è lì che devo andare. Spero solo la corda che mi lega al mio rampino sia abbastanza lunga.
Vedo altri Arpionieri fare lo stesso, arrampicarsi sui fianchi della creatura, unirsi a me nella mia corsa.
Molti di loro vengono sbalzati via dai movimenti del Leviatano, che sta ruotando su ste stesso a velocità sempre maggiore.
E così muoiono i secondi. Non tanti quanto i primi, ma comunque troppi ai miei occhi.
Una rotazione mi fa scivolare, ma riesco ad agganciare l’arpione in tempo, reggendomi al suo manico per non cadere anche io. Attraverso le urla e il vento che mi fischia nelle orecchie riesco comunque a sentire il mio cuore battere veloce, così veloce da rimbombarmi contro la cassa toracica.
Deglutisco e risalgo, riprendo a correre. Una pinna si abbatte davanti a me, facendomi rischiare di perdere l’equilibrio di nuovo e schiacciando un paio di miei compagni. I loro cadaveri scivolano giù dal corpo della creatura, il loro sangue aleggia attraverso il vapore.
Non ce la faccio, cado in ginocchio, scosso dai conati di vomito. Finirò anche io come loro? Perché stiamo ancora tentando di proteggerci da queste creature? Lasciamo che radano le nostre città al suolo, almeno non costringeremmo uomini a morire soli, qua fuori, invece che con le loro famiglie!
Penso a Makkath e Sherrkath e di nuovo mi arriva quella fitta al cuore, così intensa da risvegliarmi. Mi rialzo in piedi, riprendo a correre. La testa del Leviatano è vicina, non posso arrendermi proprio ora, non posso o li tradirò davvero!
Le linee luminose che sto seguendo si uniscono in un’unica, grande pozza di luce azzurra. Sembra quasi liquida, ora che riesco a vederla meglio la scorgo fluire. Uno spettacolo impossibile, ma tutto di queste creature è impossibile.
Esseri di fuoco, vento ed acqua...
La corda del mio rampino è finita, così come quella di altri Arpionieri intorno a me. Vedo loro tagliarla e decido di fare lo stesso, ormai non mi serve più. La recido con un colpo del mio arpione, che poi sollevo sulla mia testa mentre corro verso quella pozza di luce. Cado in ginocchio, scivolando sul vapore, pronto a sferrare il colpo.
Kathmar, guida la mia mano!
Affondo l’arpione fino al manico e insieme al vapore, stavolta, sgorga anche quella luce azzurra, liquida, che mi si spande sul corpo della bestia, bagnandomi le ginocchia.
Il Leviatano grida, un grido acuto ma melodico. In esso ci sono più tonalità, è un lamento melodico che sembra uscito dalle mani di un musicista, non da una bestia come questa.
Chiudo gli occhi e mi stringo all’arpione, mentre il Leviatano si ferma all’improvviso e si contorce. Altri di noi vengono sbalzati via, ma sono pochissimi. Anche perché quelli rimasti si contano in decine.
Ma ce l’abbiamo fatta, abbiamo fermato l’avanzata di questa creatura. Ora il nostro compito è finito, tocca ai Grandi Arpioni. A noi non resta che cercare di sopravvivere, ed è quello che intendo fare. Rimarrò immobile accanto al mio arpione finché tutto non sarà finito. E forse riuscirò davvero a tornare a casa. Da Makkath, da Sherrkath. Riuscirò di nuovo ad abbracciarli, a vederli sorridere... oh, Kathmar, te ne prego, non togliermi la vita proprio ora che ho ritrovato la speranza!
Sento l’aria sibilare quando viene tagliata dai Grandi Arpioni, uno trafigge la creatura proprio nella testa, di fianco a me. Lì dove c’era un altro Arpioniere. Ora non vedo che rosso, il suo corpo distrutto è infilzato dalla punta del Grande Arpione, appiccicosa e opaca.
La vista di quel cadavere stagliato contro un cielo che sembra esso stesso grondare sangue, più che l’impatto stesso, è ciò che mi fa vacillare e mi fa lasciare l’arpione.
I terzi muoiono così. Sacrificati mentre si cerca di trascinare a terra una delle creature, ignorati nel nome di un bene più grande. Siamo davvero, nell’opinione del Doge, feccia sacrificabile.
Cado nel vuoto, gli occhi ancora puntati su quel cadavere che dondola come una bandiera dall’arpione. Rivedo in esso il corpo di Makkath e di Sherrkath.
Mi dispiace.
Sto cadendo accanto alla corda che lega a terra il Grande Arpione, forse potrei aggrapparmi ad essa, se solo riuscissi a ruotare ed allungare di poco le braccia... ma non ne trovo la forza, la paura mi immobilizza. Chiudo gli occhi, aspettando il momento dell’impatto.
Sento qualcuno afferrarmi, così bruscamente da mozzarmi il respiro. Apro gli occhi.
Un Senza Volto. Mi ritrovo a penzolare dal braccio di un Senza Volto, lo riesco a vedere sopra di me, il viso mascherato rivolto verso il Leviatano che, ormai arpionato, sta venendo lentamente trascinato a terra.
Attorno a noi altri Arpionieri stanno cadendo, ma questo Senza Volto non li soccorre. Dalla sua posizione a mezz’aria si Tuffa verso terra, senza bisogno di alcun appiglio, controllando la caduta in modo da rallentare appena prima di toccare la scogliera. Impossibile...
Appena atterra mi lascia andare, gettandomi sulla scogliera come se fossi un oggetto. L’impatto mi fa riprendere reattività. Cerco di sollevarmi sulle gambe malferme, ma non ci riesco. Rimango in ginocchio, a fissare il Senza Volto di fronte a me. Lui mi fissa di rimando attraverso occhi bianchi, scolpiti nella sua maschera. È circondato da soldati che gridano, dietro di lui riesco a vedere il Leviatano farsi sempre più vicino, pronta a cadere. Altri sono già spiaggiati e gli uomini stanno cercando di ucciderli prima che riescano a liberarsi. Il Senza Volto però non si cura di tutto questo. Troneggia sopra tutto e tutti, unico punto fermo in mezzo al caos della battaglia. E mi ha salvato. Altri stanno ancora morendo, ma lui non si muover per loro. L’ha fatto solo per me. Perché, perché proprio io?
Mi guarda per qualche secondo ancora, come studiandomi. Poi si volta, i lunghi abiti neri che si muovono al vento.
«Aspetta!» esclamo, sollevando una mano verso di lui. «Mi hai salvato la vita.»
Il Senza Volto non dice nulla, ma si ferma.
«La mia vita è tua, ora. E’... è un obbligo della mia religione. Come posso ripagarti? Non posso continuare a vivere senza aver ripagato questo debito.» deglutisco. Spero che il Senza Volto capisca e mi venga incontro. Se così non fosse dovrei suicidarmi... e proprio ora, proprio dopo che sono sopravvissuto a tutto questo, sarebbe insopportabile. «Ti prego.»
Il Senza Volto si gira verso di me, la sua calma meccanica non corrotta dalla frenesia delle battaglia che continua a imperversare intorno a noi.
«Diventa uno di noi.» mi dice. Per qualche gioco fonico la sua voce mi sembra provenire direttamente dalla mia testa.
Questa... non è una richiesta a cui ero preparato. «Cosa?» balbetto.
«Diventa uno di noi.» ripete il Senza Volto.
«Io... non credo nei vostri dei, mi dispiace. Non so se potrei diventare un membro della vostra setta, io...» provo a spiegarmi, ma il Senza Volto solleva una mano per interrompermi.
«Non importa.» mi dice, con la sua voce incorporea, profonda e monotona. Inumana. Ma forse è solo un effetto della maschera.
Io, stordito dalla battaglia e dalla caduta, non posso far altro che annuire.
Il Senza Volto allora si gira. Solleva l’ascia che tiene in una mano, brillante di sangue azzurro, e si Tuffa di nuovo, stavolta verso il Leviatano che ho aiutato ad arpionare, che ancora fa resistenza. Lo vedo salire nel cielo e poi cambiare direzione a mezz’aria. No, non è un Tuffo quello che sta facendo. Si sta spingendo veloce verso il fianco della creatura, cambiando traiettoria ogni secondo, disegnando un arco quando un Tuffo dovrebbe seguire solo una linea retta. Lui sa Nuotare davvero.
Poco dopo le pinne del Leviatano cadono una ad una, recise dall’ascia del Senza Volto in un unico, impossibile colpo. La creatura piange, sento il suo lamento melodico mentre, sopraffatta, si ritrova finalmente a cadere.

* * *

Makkath sta eviscerando dei branzini sul tavolo della cucina, così assorto che non mi vede entrare. Sherrkath, invece, mi fa un cenno di saluto.
«Oggi sono passate di nuovo le notizie dal fronte.» sta dicendo Makkath. Vedo Sherrkath sbiancare. «Sembra che abbiamo vinto un’altra sortita, sai? Le città esterne stanno resistendo. Stavolta sono usciti sopra la Barriera, ad est. C’è da chiedersi perché non escano direttamente sopra le nostre città, a questo punto. Non lo trovi affascinante?»
«Non lo definirei esattamente così.» rispondo io. Makkath sobbalza e si lascia scivolare il coltello di mano. Si volta verso di me, un’espressione imbarazzata sul volto.
«Mi dispiace, Karr. Non avevo visto fossi entrato» mormora. Sherrkath gli rifila uno scappellotto.
«Idiota.» lo rimprovera. Makkath abbassa lo sguardo, mortificato.
Io sorrido e, dopo essermi tolto la giacca e rimboccato le maniche, mi siedo di fianco a lui. Prendo un pesce anche io dal mucchio. «Non vi preoccupate, sono passati mesi ormai, non dovete trattare le sortite come un argomento tabù. Non sono rimasto traumatizzato. E poi ormai ho anche smesso di sognare praterie di cadaveri schiacciati dai Leviatani, in un mare di sangue e intestini. Beh, più o meno.» rispondo. «Mi passi un coltello, Sherr?»
Sherrkath mi fissa a metà tra il preoccupata e il terrorizzata. Sospiro.
«Sto scherzando, non ho mai fatto sogni del genere.» spiego. Sherrkath aggrotta le sopracciglia e prende un coltello da un cassetto. Me lo punta contro, sventolandolo con aria minacciosa.
«Giuro che la prossima volta te lo tiro in mezzo agli occhi, signorino.» mi rimbecca, quando me lo passa. Io sogghigno.
«Davvero non capisco come possiate male interpretarmi quando scherzo.»
Sherrkath rotea gli occhi, le mani sui fianchi. «Forse perché non riesci a cambiare tono di voce quando parli e sembri sempre mortalmente serio?»
«Bah, non c’entra. Insomma, mi conoscete da una vita. Questo la dice lunga sulle vostre abilità interpretative.»
«Io direi che la dice lunga sulle tue capacità comunicative, più che altro.»
Makkath scoppia a ridere e io e Sherrkath ci scambiamo un sorriso complice. Adoro battibeccare con lei, così quanto adoro far ridere Makkath. Oh Kathmar, come potrò vivere senza tutto questo?
Mi chino e comincio a pulire il pesce. «Ma scusami Makk, ti ho interrotto.» riprendo il discorso. «Cosa dicevi delle notizie di oggi?»
Apro il ventre del branzino e comincio a estrarre le interiora. Sono viscide e bagnate, quasi me ne sorprendo. Le ultime interiora che ho toccato erano seccate dal sole, sporche di sangue rappreso, ed erano quelle dei cadaveri di Arpionieri caduti dal cielo o di soldati schiacciati dalle creature. I morti che ho dovuto aiutare a raccogliere e bruciare a battaglia finita, o almeno quelli che abbiamo potuto raccogliere, quelli che mantenevano ancora una forma seppur vagamente umana. Il sorriso mi si congela sulle labbra.
«Solo che un’altra sortita è andata a buon fine.» dice Makkath. Mi prende il pesce dalle mani, gentilmente, e comincia ad occuparsene lui. Ha il tatto di non dire nulla a riguardo e io sento un groppo in gola. «Stanno andando sempre meglio, da quando i Senza Volto sono aumentati di numero. C’è quasi da cominciare a credere alle storie che raccontano su di loro, eh?»
Sherrkath sbuffa. «Storie senza senso. Come se fossero davvero capaci di fare quello che raccontano! C’è già abbastanza gente che crede a loro, non gli serve più seguito.»
«Però in effetti da quando hanno cominciato a combattere con noi stiamo andando meglio.» ribatte Makkath. «Non sto dicendo che esista davvero il loro dio, ma magari sono riusciti a trovare qualche cosa per migliorare i Tuffi. Forse è per questo che la gente dice Nuotino. Le dicerie hanno sempre origine da qualcosa, no?»
«Già, come quella su noi Aran che rubiamo bambini quando abbiamo figli dello stesso sesso, giusto?» ribatte Sherrkath, sollevando un sopracciglio. Makkath si gratta la barba rossiccia, cercando una risposta che non trova. Si volta verso di me, in cerca di sostegno.
«Makk ha ragione.» rispondo, allora. «Ne ho visto uno combattere, alle Praterie. Era in grado di Nuotare, mi ha salvato la vita e ha tagliato in un colpo solo sei pinne di un Leviatano.»
Sul tavolo cade il silenzio. Sherrkath mi fissa confusa, Makkath ha smesso di pulire il pesce, sembra a disagio. Si sente solo il rumore delle gocce d’acqua che cadono dal lavandino.
Stiracchio un sorriso, così forzato che mi fa male alle guance. «Stavo scherzando.»
L’espressione di Sherrkath, però, si indurisce. Un’ombra passa nei suoi occhi. «Cosa ti ha chiesto?» chiede, avvicinandosi al tavolo
«Ho detto che stavo scherzando.»
Sherrkath mi ignora. «A proposito di Senza Volto. Uno di loro è stato qui poco dopo che sei uscito, chiedeva di te. Apparentemente oggi è il giorno in cui accettano i nominativi di chi vuole inserirsi nella loro setta.» aggira il tavolo, si porta davanti a me e mi costringe a girare la sedia e guardarla negli occhi. Ha un’espressione così intensa... sospetto abbia capito. «Voleva sincerarsi tu ne fossi al corrente.» Sì, ha capito. «Da dove sei appena tornato, Karr?»
Abbasso lo sguardo, muovendo la bocca a vuoto. Non riesco a pensare a una risposta, perché ogni risposta comoda sarebbe una bugia. Sento un singulto da parte di Sherrkath, le viene sempre il singhiozzo quando è nervosa. Stavolta però non lo trovo divertente come al solito.
«Perché? Perché hai deciso di fare una cosa del genere?» grida, afferrandomi le spalle e scuotendomi «Se è per quello che-»
«Non l’ho deciso. È stata la sua richiesta.» le rispondo io, di getto. Non avrei dovuto farlo con un tono del genere, ma anche solo il pensiero Sherrkath possa pensare io me ne sia andato di mia sponte mi fa arrabbiare.
Lei però deve aver malinteso. Mi lascia andare di scatto, come se si fosse bruciata. Sembra spaventata.
«Dicono che per essere un Senza Volto tu debba rinunciare a tutto.» mormora.
Non dirlo, lo so fin troppo bene, non ricordarmelo. Stringo i denti. «Beh, hai appena detto di non credere alle dicerie...»
«Questo caso è diverso, lo sai bene! Come puoi... come puoi lasciarci così, Karr? Sei sopravvissuto a una sortita ed ora... non puoi farci questo.»
«Ma devo, Sherr!» esclamo. Le sue lamentele... le sue lamentele mi feriscono più di quanto non faccia la situazione stessa. Ma non capisce in che posizione mi trovo? Non ha un po’ di compassione, di comprensione per me, suo fratellomarito? Sono nauseato. «Mi ha salvato la vita volontariamente! E poi... voi non sentirete troppo la mia mancanza, siete gemelli, la supererete.»
Lo schiaffo di Sherrkath arriva inaspettato, così forte da farmi voltare.
«Non... ti permettere.» sibila lei, la voce rotta dalla rabbia. Io mi sfioro la guancia bruciante e sollevo lo sguardo. Incontro i suoi occhi azzurri e mi sorprendo nel vederli colmi di lacrime. Quando lei si accorge che l’ho notato distoglie lo sguardo, si volta di scatto e corre via senza aggiungere altro. Sento i suoi passi risuonare pesanti sulle scale, la porta della camera sbattere. Poi torna il silenzio.
Abbasso la mano con cui mi sono sfiorato il volto, la porto a stringermi la pancia. Mi sento come se stessi per vomitare.
«Ha ragione, Karr.» mormora Makkath, con la sua voce tranquilla. Non c’è recriminazione nel suo tono, la sua è solo una constatazione, con una punta di sofferenza. Di delusione, quasi, ed è ciò che mi fa più male.
Volto le spalle a Makkath, incapace di fronteggiare anche lui, e mi prendo la testa tra le mani. «Lo so, lo so che ha ragione!» sputo tra i denti. «Ma mi ha salvato la vita, per gli Abissi! Ma ormai è troppo tardi, perché...»
«Non è per quello, Karr.»
Sbatto le palpebre, sorpreso, e sollevo il volto. Makkath è davanti a me, malfermo sulla sua gamba zoppa. Si pulisce le mani sul grembiule e le posa sulle mie, facendomi delicatamente mollare la presa dai miei capelli. Si inginocchia davanti a me e mi sorride, quel sorriso gentile che sa fare solo lui.
«O meglio, è anche per quello, ma non è ciò che ha fatto davvero arrabbiare Sherr. A farla alterare è stato quanto hai detto su di noi. E, ad essere sincero, ti avrei anche io tirato uno schiaffo come ha fatto lei.» il suo sorriso si incrina appena, mi stringe le mani in un gesto che sembra quasi implorante. «E’ vero, siamo gemelli, ma questo non vuol dire che ciò che proviamo per te sia minore di quello che c’è tra noi due. Abbiamo passato tutta la vita a cercare di fartelo capire, in un modo o nell’altro, e vedere che anche ora non riesci a comprenderlo... ci ferisce. E dire che pensavamo...» scuote la testa e lascia morire la frase così.
Io sento un groppo in gola, il senso di nausea non fa che aumentare. Per la vergogna tengo lo sguardo fisso sulle mie mani, che per la durata di un attimo vedo coperte di sangue.
«Mi dispiace.» mormoro. Non avrei dovuto farlo, il parlare rivela il mio respiro mozzato, sono sull’orlo delle lacrime.
Makkath mi prende il viso tra le mani, mi costringe a guardarlo. «Ricordati di quanto ti ho detto, quando diventerai un Senza Volto, va bene? Ora sorridi, Karr. È tutto a posto. Sei il nostro fratellomarito, e per noi non smetterai mai di esserlo... Senza Volto o meno.»
Grande Kathmar, vi amo più di ogni cosa. Siete la mia famiglia, il mio Dio. E lo direi se solo riuscissi, se solo non sentissi come se potessi scoppiare a piangere ad ogni parola pronunciata. Makkath, però, sembra capire ugualmente. Ed è questo il problema, perché non sa, ed è tutto sbagliato!
Annuisce sorridendo, per quanto riesca a sentire attraverso il tocco delle sue mani che sta tremando. «Ora fila su a chiedere scusa a Sherr, credo se lo meriti.» mi dice, dandomi una pacca sulle spalle prima di rialzarsi in piedi. «Anzi, sai, se proprio c’è mai stato uno squilibrio, è stato da parte sua nei tuoi confronti.»
Mi sforzo di sorridere e mi alzo, per aiutarlo a risedersi. «Ma dai.»
«E’ vero, è vero.» continua lui. Ride, ma la sua risata presto svanisce. «Quindi stai un po’ solo con lei, tienile compagnia più che puoi, prima di andartene.»
Io annuisco, non so che altro fare.
«Lo prometto.» mormoro. Mi chino su di lui per baciarlo velocemente, prima di voltarmi e dirigermi verso le scale.
“Lo prometto”. Che terribile bugia. Mi appoggio alla ringhiera e, invece di salire verso la nostra camera, scivolo verso l’uscita posteriore.
Così me ne vado, dopo aver ridotto Sherrkath alle lacrime e aver mentito a Makkath. Non quello che mi ero prefissato tornando qui, no, neanche lontanamente. Mi chiudo la porta di casa – posso ancora definirla tale? – alle spalle, più piano che posso, per evitare di destare in Makkath dei sospetti.
Anche se credo se ne sia reso conto. Credo che abbia compreso io stia per andarmene, che sia consapevole della mia bugia. Forse, addirittura, tutta quella conversazione era volta semplicemente a farmi dire la verità. Riesco a crederlo, sperava io almeno avessi la decenza di non mentirgli, non ora. Ma non ce l’ho fatta, non ce l’ho fatta a dire semplicemente “Addio”.
A Sherrkath, invece, non ho concesso nemmeno una bugia. L’ultimo ricordo che avrò di lei saranno i suoi occhi colmi di lacrime, rabbia e delusione.
Per un attimo ho la tentazione di riaprire la porta, di salire in camera nostra, di stringerla, di... ah, ma ormai la porta è chiusa, e il Senza Volto ha aspettato fin troppo.
«Sei stato molto dentro.» lo sento dire, infatti. «Spero tu sia riuscito a trovare quello che avevi bisogno di prendere, almeno.»
Mi volto e lo ritrovo fermo in mezzo al vicolo, l’esatta posizione in cui l’avevo lasciato. Mi forzo di sorridere, di assumere un’aria controllata, ma quando rispondo la mia voce risulta comunque tremante. «No.» mormoro. «Mi dispiace averti fatto perdere tempo per nulla.»
«Non direi per nulla, no.» lo vedo studiare la porta di casa mia, la testa leggermente piegata, una posizione curiosa. «Ora però dobbiamo andare, hai dato la tua parola e il tuo sangue.»
«Lo so, lo so.» mormoro di nuovo, stringendo i denti per reprimere un improvviso moto di rabbia.
Il Senza Volto annuisce e comincia a camminare. Io lo seguo, sforzandomi di non guardare indietro. Prima di uscire dal vicolo, però, non resisto e mi volto. Attraverso il vetro della finestra che dà sulla strada, quella della nostra camera, Sherrkath ricambia il mio sguardo. Ha una mano appoggiata sul vetro, i morbidi capelli rossi sciolti sulle spalle. L’espressione sul suo viso è dura, statica, non lascia trapelare nessun sentimento. Non l’ho mai vista così distrutta, nemmeno alla mia partenza per la guerra.
Ma in quel caso non me ne stavo andando di mia spontanea volontà, dal suo punto di vista. In quel caso non l’ho davvero abbandonata, come invece sto facendo ora. Boccheggio, non ce la faccio a sostenere tutto questo e di nuovo scelgo la via del codardo. Mi volto e corro dietro al Senza Volto.

* * *

Il Monastero dei Senza Volto è scavato in una scogliera a pochi chilometri da Atlas. Mi trovo nella sala più esterna, ora, in cui ancora filtra la luce arancione del tramonto dalle grandi porte che si aprono sull’esterno. La pietra rossiccia è levigata, intagliata in alte colonne che si stagliano su una volta sagomata così finemente da riflettere la luce in miriadi di raggi, come se fosse fatta di cristallo. In quei raggi, occasionalmente, brilla del plancton. Brilla come gli occhi umidi di Sherrkath.
«Aspetta qui.» dice il Senza Volto che mi ha accompagnato. «Parlerai con il Consiglio tra poco, niente più che una formalità. Dopodiché potrai finalmente iniziare la tua trasformazione.»
Io annuisco, non ho la forza di fare di più. Il Senza Volto rimane a fissarmi per qualche secondo, come spesso fa – sembra che rimanga a ragionare su ogni cosa che sente o vede, come se questo mondo fosse sempre nuovo per lui – prima di allontanarsi. I suoi passi risuonano nella grande sala e quando anche la loro eco svanisce, quando sono solo nel silenzio, i miei pensieri tornano ad assediarmi. Chiudo gli occhi e mi stringo la testa tra le mani, sperando di scacciare l’immagine di Sherrkath dalla mia mente. Quello stesso volto che mi aveva dato coraggio durante le sortite ora è un tormento. E ne sono io stesso la causa, io e la mia incapacità ad affrontare i problemi, io che non causo altro che sofferenza alle persone che amo perché sono troppo egocentrico e codardo per-
«Ehi, ‘mico, è libero ‘sto posto?»
Sbatto le palpebre e sollevo lo sguardo. Davanti a me c’è un uomo vecchio, dalla barba incolta e vestito con abiti ormai difficilmente definibili tali. Stracci, sì, è una nomea più calzante. Non mi ero accorto ci fosse anche lui, la cosa mi sorprende a tal punto da rendermi difficile rispondere.
«N-no.» balbetto. L’uomo mi risponde con un sorriso, che mette in mostra pochi denti gialli e storti. Non riesco ad evitare una smorfia di disgusto quando si siede di fianco a me e mi arriva l’odore di urina e vino che emana. E dire che pensavo di essermi abituato a queste cose, dopo le latrine dell’esercito e i cadaveri in putrefazione sulle scogliere...
«Anche tu qui, eh? Per diventare... uno di loro, eh?»
Annuisco, ma... “anche”? Guardo il vecchio sorridente accanto a me, sempre più convinto sia un vagabondo. «Non offenderti» mormoro «ma non mi sembri il tipo di persona che un Senza Volto possa considerare per... unirsi a loro, ecco.»
Il vecchio ride, una risata rasposa. «Sai che lo direi piuttosto di te, eh, ‘mico? Io vado bene a loro, un vecchio come me...» alza le spalle, cosa che causa uno spostamento d’aria che avrei voluto davvero evitare. Mi chiedo poi perché si sia dovuto sedere proprio accanto a me, con una stanza così grande a disposizione... «Va bene, che non ho collegamenti con nessuno. Tutti morti in famiglia, nessun figlio... e la mia identità, ah, l’ho dimenticata pure io quella! E ciò che sono ora... lo cederei volentieri.» mi tira un colpetto sulla spalla e mi fa sobbalzare. «Tu invece sei giovane, di certo hai qualcuno che hai lasciato indietro. Come ci sei finito qui?»
L’interesse del vecchio vagabondo mi mette a disagio. «Mi è stato chiesto.» rispondo, sperando che la domanda evasiva gli faccia capire che non voglio parlare. Invece ha l’effetto contrario.
«Chiesto? E dire di no, no?» insiste. Provo ad allontanarmi di poco da lui, scivolando sulla panchina.
«Non ho potuto. È... un obbligo della mia religione.» taglio corto. Il vecchio si gratta la testa.
«Obbligo, bah! Che religione stupida. Cosa c’entrano obblighi e divieti con gli dei, dico io? Che razza di religione segui eh? Ah, no aspetta...» stringe gli occhi e mi fissa per qualche secondo, poi si batte un pugno sul palmo e scoppia a ridere di nuovo. «Capelli rossi come il sangue, tatuaggi su collo e polsi... sei uno di quegli Aran della città, eh? Quelli che...» fa un gesto inequivocabile con le mani «tra fratelli, eh?»
Reprimo l’istinto di alzarmi e prenderlo a pugni solo perché ne ho avuto già abbastanza di sangue umano sulla scogliera, ma non faccio niente per nascondere il mio disgusto. Non vedo perché dovrei, del resto. «Non capite.»
Il vecchio alza le mani. «Ehi ehi ‘mico non scaldarti, io non giudico. Tempo fa mio fratello è pure scappato con nostra cugina, e io dico, era pure una gran bellezza quindi...»
«Non capisci.» ripeto, a voce più alta. Non ce la faccio più ad ascoltarlo parlare, simili discorsi mi offendono più di chi ci ritiene semplicemente disgustosi. «Non puoi capire, vedi, perché per noi Aran anche solo il pensiero di avere dei cugini è inconcepibile e alieno. Siamo diversi. Non puoi capire noi e i nostri dei. Fine.»
Il vecchio mi fissa costernato, e io sento il cuore che torna pian piano a un ritmo normale. Era da tanto che non scattavo così a simili discorsi, ma stava insultando il mio rapporto con Makkath e Sherrkath, stava insultando Kathmar stesso. Non potevo stare zitto.
Come se questa difesa possa fare ammenda per il modo con cui ho abbandonato la mia famiglia...
Il vecchio sorride, non un sorriso sguaiato come quello di prima, ma a labbra strette. Anche i suoi occhi sono diversi, più penetranti. Li vedo brillare, per un attimo, con una scintilla di divertimento e... di qualcos’altro.
«Oh, avrai davvero dei gran problemi a diventare un Senza Volto, Portatore di Dei.» mi dice.
Anche la sua voce è diversa, ha smesso di masticare le parole, il timbro è più profondo. Però non è questo che mi fa sobbalzare, è l’appellativo con cui mi ha chiamato. Come fa a sapere il significato del nome completo della mia gente?
Niente nella sua figura tradisce ciò che ha detto di essere, ma... ma il suo volto, ora, è diverso. Sotto gli strati di sporco, sotto la barba e i denti marci, ci sono quegli occhi. Quegli occhi che comprendono. Ha solo finto, fino ad ora, di essere un semplice senzatetto distrutto dall’alcol? Perché?
«Chi sei?» chiedo, in un sussurro.
Il vecchio mi fa l’occhiolino e ride, una risata bassa. Ride di me, del mio non capire?
«Solo un vagabondo.» risponde, dell’accento con cui parlava prima di nuovo nessuna traccia. «Che passa non visto e perde le sue giornate vuote ad osservare. E imparare. Ma ora ascolta, ragazzo, ti stanno chiamando.»
Mi stanno... cosa? Mi volto, e in effetti vedo un Senza Volto all’altro capo della stanza. Un’analisi della corporatura me lo conferma essere lo stesso che mi ha accompagnato qui... evidentemente è arrivato il momento. Sento un tuffo al cuore, le gambe improvvisamente deboli. Se solo potessi tornare indietro, se solo non fossi obbligato ad accettare... forse potrei ignorare il mio debito, però, e tornare da Makkath e Sherrkath. Scusarmi e dir loro tutto quello che non sono riuscito a dire oggi. Ma questo è contravvenire a leggi sacre, e la mia famiglia è anche e soprattutto Kathmar. Inspiro e mi alzo, ma sento una presa che mi trattiene.
Mi volto verso il vecchio, ma prima che possa protestare lui mi avvicina a sé.
«C’è qualcosa di strano, intorno ai Senza Volto.» mi sussurra all’orecchio. «Stai attento, osserva anche tu. Due paia di occhi sono meglio che uno e gli dei – qualunque tu preferisca – sanno se noi umani abbiamo bisogno di qualcuno che osservi e capisca cosa per gli Abissi sta succedendo in questo mondo.»


Cosa significa tutto questo?
La luce si accende all’improvviso, ferendomi gli occhi. Intorno a me comincio a distinguere delle figure emergere dall’oscurità. Sono Senza Volto, ne riesco a vedere solo cinque o sei, ma ho la sensazione altri siano nascosti nelle ombre. Si chiudono a cerchio intorno a me, la luce si riflette sulle loro maschere facendole brillare, mentre i loro abiti neri sfumano e si mimetizzano tra le ombre. Mi sento come studiato da volti eterei, inumani, e la cosa mi spaventa.
C’è qualcosa di strano, intorno ai Senza Volto...
Che avrà voluto dire, quel vecchio? I Senza Volto sono solo una setta come tante. Ma qui, circondato da loro alla sola luce di una candela, posso capire perché ispirino sospetto.
«Il tuo passato è un fardello.» mormora una voce, profonda e priva di ogni inflessione. Non riesco a capire da dove venga, sembra originarsi nella mia stessa mente.
«Il tuo futuro è un fardello.»
«Il tuo nome è un fardello.»
«La tua identità è un fardello.»
«”Tuo” è un fardello, perché non dovrebbe esserci un “tu” a cui riferirlo.
Abbandona questi pesi, lasciati alle spalle il tuo passato, rinuncia al tuo futuro, rinnega il tuo nome. Cancella la tua identità. Smetti di pensare a te come persona, riconosci l’orrore della Personalità e abbraccia il Vuoto che verrà. Lascia che il tuo corpo diventi un involucro di carne e accogli il Dio che lo riempirà.»
Deglutisco, sento la gola improvvisamente secca e la testa che mi gira. Mi manca l’aria e la fiamma della candela sembra diventata sempre più grande, più luminosa. Non elimina le ombre, però, la sua luce è solo un alone bianco che deforma le maschere dei Senza Volto intorno a me. È tutto così sbagliato...
Scuoto la testa, per un attimo le figure riacquistano stabilità e in questo attimo ho la forza di dire qualcosa di lucido: «Non posso promettere qualcosa del genere. Non credo ai vostri Dei, mi dispiace.» mormoro.
«Non ha importanza. Non è la tua fede che ai nostri Dei interessa.» sento la voce ripetere. Stupidamente mi sembra stia sorridendo. Posso immaginare qualcosa di incorporeo sorridere? «Ora, rispondi.»
Come se fosse necessario. L’ironia della situazione mi colpisce all’improvviso: come ci si deve comportare quando uno dei dettami del tuo dio ti spinge ad unirti a una setta di un’altra religione? E quando questo, addirittura, ti porta a rompere ciò che di più sacro possa esistere?
Mi mordo le labbra, ormai è tardi per simili dubbi. Makkath e Sherrkath possono ancora avere figli, questo è l’importante. E poi di certo quanto è riferito all’abbandonare i fardelli... non è letterale. Non avrò davvero abbandonato la mia famiglia e Kathmar finché li serberò nei miei ricordi.
L’espressione vuota di Sherrkath alla finestra, la delusione di Makkath.
«Rispondi.»
Ripete la voce e io mi sento rispondere, quasi d’istinto, come se le parole mi fossero state strappate dalle labbra.
«Accetto.»
Appena lo dico sento un forte bruciore sulla mano. La fiamma della candela si spegne all’improvviso, facendomi piombare nell’oscurità. Impreco e getto a terra il mozzicone di candela, ormai completamente consumato, sputando sopra a dove la cera bollente mi ha ferito.
Dei Senza Volto intorno a me non vi è più alcuna traccia.

* * *

Il mio nome era Karrkath.
Ora, apparentemente, non lo è più. Anzi, non c’è mai nemmeno stato un Karrkath.
Non mi hanno dato nemmeno un numero per distinguermi, perché anche spersonalizzarmi così avrebbe significato che in qualche modo esisto. Come oggetto, ma esisto.
Non ho diritto nemmeno a quello, invece. Sono solo... nulla. O almeno, dovrei esserlo.
Ogni giorno un Senza Volto viene a trovarmi nella mia stanza e si premura di ricordamelo. Ripete quanto la mia identità sia qualcosa da abbandonare. Ripete quanto io debba dimenticarmi chi sono per accogliere “il Dio”.
Mi rigiro nel letto, incapace di dormire. Istintivamente mi passo una mano sui polsi, là dove c’erano i tatuaggi che mi legavano alla mia famiglia e a Kathmar. Li hanno eliminati, ora al loro posto ci sono solo delle cicatrici. Mi hanno anche tagliato i capelli e i baffi, si danno un gran daffare per eliminare ogni cosa che renda la mia persona particolare e riconoscibile. Le droghe che mi somministrano con il cibo guastano un po’ la facciata da percorso di miglioramento interiore.
“Abbandona volontariamente te stesso...” già, volontariamente.
Non sono del tutto certo mi stiano drogando davvero, ma non riesco a trovare altra spiegazione per gli improvvisi vuoti di memoria che mi sto riscoprendo avere. Partono dalla mia infanzia, ma si insinuano anche tra ricordi che dovrebbero essere recenti. So che sono stato in guerra contro i Leviatani, ma non ho nessun ricordo che mi indichi io l’abbia davvero vissuto... e non credo sia normale. Allo stesso modo ricordo Makkath e Sherrkath, ma prima del giorno del nostro matrimonio è come se non fossero mai esistiti nella mia vita.
È forse questo ciò a cui si riferiva il vecchio? Il fatto che i Senza Volto possano, in qualche modo, davvero eliminare i ricordi di una persona? E senza i nostri ricordi, noi, cosa siamo?
Possiamo ancora avere una personalità se non ricordiamo nemmeno quale sia?
La constatazione mi fa torcere lo stomaco, mi sento come cadere nel vuoto.
Dovrò davvero dimenticare ogni cosa, dire addio a me stesso... e alla mia famiglia. Per sempre. Tra quanto tempo mi dimenticherò definitivamente di Makkath e Sherrkath? Pensavo, un giorno, forse, di poter tornare da loro... di sistemare le cose, di farmi perdonare per come me ne sono andato... ma ora, invece, so che questo non sarà mai possibile. Forse sto esagerando, non so se sia effettivamente possibile eliminare del tutto la memoria di una persona, ma... sono disposto a correre il rischio?
No!
Mi alzo di scatto dal letto, stringendo le lenzuola con affanno, come se fossero il mio ultimo appiglio alla realtà. No, non sono disposto a rischiare di lasciare andare Makkath e Sherrkath senza averli rivisti un’ultima volta. Senza aver detto loro addio come si deve. Senza essermi fatto perdonare.
Mi alzo dal letto, scuotendomi di dosso l’apatia in cui questi giorni di nullafacenza mi avevano fatto sprofondare. Corro verso la porta della mia stanza – nonostante tutto, non mi è proibito uscire, finché rimango nei corridoi del Monastero.
Non so se e come potrò uscire, ma devo almeno cominciare a cercare un modo per farlo. Poso con decisione la mano sulla maniglia, ma appena lo faccio una scarica elettrica mi fa sobbalzare indietro. Mi stringo le dita intorpidite e fisso la maniglia, confuso. Non è mai capitato prima...
«Perché opponi tanta resistenza?» sento una voce chiedere. È la stessa voce che ho sentito alla mia iniziazione, ne riconosco il timbro, ma questa volta è più... distante. Forse sta passando un Senza Volto nel corridoio?
«Lascia che io venga a te.»
Sento un brivido corrermi lungo la schiena. No, questa non è la voce di un Senza Volto, e non può provenire dal corridoio... la sento distante, è vero, ma viene da dentro la mia testa. E stavolta non c’è niente nella stanza o nell’atmosfera che possa giustificare la cosa con un effetto acustico.
Ma no, non può essere vero. Probabilmente è un altro effetto di qualunque droga mi stiano somministrando, o forse è solo suggestione... in ogni caso, non è reale.
Non indugio oltre ed esco dalla stanza.
L’aria del corridoio è stantia, ma ormai ci sono abituato. Lo percorro seguendo le lunghe lampade tubolari infisse a terra. Il plancton bioluminescente in esse contenuto getta sulle pareti una spettrale luce azzurra, che riesce a slanciarle, rendendo questo labirinto sotterraneo meno angusto.
Ma pur sempre di un labirinto si tratta... come faccio a capire come uscire di qui? Di certo l’uscita deve essere nascosta, altrimenti non mi permetterebbero di vagare così liberamente.
Appoggio una mano al muro, sperando di trovare qualche discontinuità che mi riveli una porta nascosta. Non un piano particolarmente brillante, ma per iniziare...
Man mano che mi allontano dalla zona degli alloggi l’illuminazione si fa più forte, i corridoi più larghi. Comincio a sentire una specie di canto in sottofondo – una sorta di preghiera, immagino, del resto sono davvero nel cuore di una setta.
Il corridoio si allarga bruscamente, le lampade a bioluminescenza cominciano a seguire una linea circolare, diramandosi in complicati disegni sul pavimento. Devo essere finito in una sala importante.
Sento dei passi provenire da davanti a me e sobbalzo. Mi viene l’istinto di scappare, ma non mi è vietato trovarmi qui... non voglio destare sospetti inutilmente. Così rimango immobile dove sono, aspettando che i Senza Volto mi oltrepassino.
Li vedo emergere dalle tenebre, silenziosi, e passarmi accanto ignorandomi anche quando il braccio di uno di loro sfiora il mio. Mi volto, stupito. E lo stupore non fa che aumentare quando mi rendo conto di riconoscere l’uomo che mi ha urtato.
Quelle braccia magre, quella pelle rovinata... è il vecchio con cui ho parlato. Lo so, lo so è lui... il suo fisico, la sua postura, è lui!
«Ehi tu!» esclamo istintivamente. Subito mi rendo conto dell’errore che ho commesso, ancora prima che tutti i Senza Volto si girino a fissarmi attraverso le loro maschere bianche.
«Cosa vuoi?» chiedono in coro. La loro voce non è minacciosa. Come sempre, non ha nessuna inflessione, e non riesco a riconoscere il tono del vecchio tra loro... ma più guardo quel Senza Volto e più mi sembra lui, nonostante questa luce fioca la somiglianza è evidente. E sono sempre stato bravo a riconoscere le persone, non posso sbagliarmi.
«Nulla. Scusate.» mormoro. Il Senza Volto che mi sembra – che è – il vecchio piega la testa, in quell’espressione di curiosità che i Senza Volto fanno spesso, poi si volta verso i suoi compagni.
«Ha delle difese ancora troppo forti.» lo sento dire. No, la voce è diversa, non è quella del vecchio... ma è lui, sono sicuro sia lui, come è possibile che siano riusciti a cambiargli addirittura la voce?
Gli altri Senza Volto annuiscono. «Sì, dobbiamo distruggerle prima di poter proseguire. Dobbiamo indebolirlo.»
Dicono, in coro. Mi fissano, si avvicinano, si chiudono sopra di me. La luce blu danza come fiamme sulle loro maschere.

Sento un dolore lancinante al petto, ogni muscolo della gabbia toracica tira, mi sembra come se si stia per lacerare da un momento all’altro. Mi sveglio arrancando per dell’aria, cerco a tentoni le pareti della mia camera.
Solo che non sono nella mia camera. Mi guardo intorno, ogni figura si muove sotto i miei occhi, appare deformata, sfocata... ma familiare. Questo è il posto dove sono cresciuto, vero? E’ casa mia?
Muovo un passo, ma mi costa un’immensa fatica. Sento le gambe malferme, barcollo e tutto intorno a me comincia a ruotare. Il dolore al petto mi rende faticoso respirare e sento un ronzio nelle orecchie, non riesco a capire se sto camminando, se sono dritto, sul soffitto...
Sono a casa, però. Sì, sono a casa, questo significa che ce l’ho fatta ad uscire? Come è successo? Non ricordo nulla, l’ultima immagine che ho sono le maschere dei Senza Volto... cosa è successo da allora? Se sono fuori deve essere successo qualcosa di importante, ma non lo ricordo! Che la droga stia continuando il suo effetto? Possibile mi abbia indotto un’improvvisa amnesia?
Scuoto la testa, cercando di scacciare la confusione, e nel farlo il mio sguardo si posa su qualcosa... l’unico punto fermo in una stanza instabile, delle gocce rosse sul pavimento.
Gocce, un lago, si spande sulla pietra, viscoso e opaco.
Dove sono Makkath e Sherrkath?
Il pensiero mi arriva come un urlo che squarcia l’ottusa ubriachezza in cui mi sembra di trovarmi. Stringo i denti, corro in avanti, anche se ogni mio passo sembra risucchiato dal pavimento. Lo sento molle sotto i miei piedi, come se si stesse sciogliendo. Tutta la stanza si sta sciogliendo intorno a me.
Rimane solo quel sangue, così rosso e brillante, così fresco. È un incubo, tutto questo dev’essere solo un incubo... una fitta lancinante al petto, una scarica di dolore che si spande per tutto il corpo mi costringe a cadere a terra, in ginocchio, impotente.
E allora li vedo, riversi sulla scala, immobili.
Makkath, Sherrkath... no, quelli non sono loro. Quelli non sono i loro occhi, quelli sono occhi morti, come quando Sherrkath mi ha guardato dalla finestra... morti, morti, morti! Il sangue ricopre i loro volti, i loro vestiti. Giacciono riversi scompostamente, le mani protese verso di me come in cerca di aiuto.
Sento gli occhi bruciare, le lacrime scorrermi sulle guance. Non riesco a rimettermi in piedi, scivolo in avanti.
Questo non può essere vero.
Immergo le mani nel loro sangue, è caldo, è ancora caldo. Caldo, bagnato, odora di ferro. Mi fisso i palmi rossi, rossi come il sole al tramonto, rossi come i capelli di Makkath e le labbra di Sherrkath... oh, Kathmar.
Oh Kathmar, cos’è successo? Perché... perché loro...
Perché?
PERCHE’?
Non riesco a respirare, ho bisogno d’aria, devo uscire, devo... ho le mani sporche del loro sangue, Kathmar, del loro sangue! Mi alzo in piedi, ma la stanza sta ancora vorticando e non riesco a mantenere l’equilibrio. Sono sbalzato all’indietro, mi aggrappo al tavolo per non cadere, e allora lo vedo.
Sta in piedi in fondo alla stanza, ritto nel suo abito nero, un’ascia stretta nelle mani. La sua maschera bianca è macchiata di rosso.
Un Senza Volto.
Un Senza Volto ha fatto tutto questo. Ha ucciso le persone che amo.
Qualcosa nel mio cervello scatta, una sensazione di calore mi avvolge. Mi sento improvvisamente lucido mentre lo penso: E io ucciderò lui.
Scatto in avanti, le mani protese verso quel lurido assassino.
«Che tu sia dannato!» mi sento urlare «Non li conoscevi, me li hai tolti senza nemmeno conoscerli!»
La gentilezza di Makkath, la solarità di Sherrkath... il modo in cui ridevano, in cui parlavano, in cui vivevano. Le mie mani affondano nelle spalle del Senza Volto, stringo le unghie, voglio fargli male, voglio staccargli la carne a morsi, voglio-
Il Senza Volto solleva il manico dell’ascia, mi allontana senza fatica, senza scomporsi. «Tu non dovresti essere qui.» mi dice. Per la prima volta sento una qualche emozione trapelare dalla sua voce. Non sorpresa, non rimorso, ma... fastidio. Rimprovero. Indignazione. «Non è il tuo Turno!»
Mi fissa con quella sua maschera bianca, sempre con la stessa espressione. Sempre impassibile, nonostante quanto gli succeda intorno, sempre al di sopra di ogni emozione. Sempre superiore.
Dietro una maschera come quella si è sempre al sicuro, si può uccidere una famiglia senza rimorso perché si è al di là del bene e del male, vero? Dietro quella maschera non hai identità, non sei tu ad aver ucciso. Sei il vento, sei l’acqua, sei il sole. Lontano dalle passioni umane, lontano dal giudizio.
Sei Dio.
Ti credi Dio, vero?
Scatto di nuovo verso di lui, non fa in tempo a sollevare l’ascia, le mie mani sono subito sulla sua maschera. Comincio a tirare. «Dio? Dio? Non sei nemmeno degno di essere definito uomo!» urlo, la mia voce è un ruggito. In un ultimo strattone riesco a rompere i lacci che legano la maschera. Che mi cade subito di mano.
Non c’è niente. Il volto dell’uomo che speravo di vedere non esiste. Nessun lineamento, né occhi, né bocca, né naso. Cado all’indietro, sopraffatto dalla nausea.
Il Senza Volto torreggia su di me, mentre tutto intorno la stanza svanisce, diventando oscurità.
«Cosa sei. Oh per Kathmar, cosa sei...» mormoro, la voce roca. Attraverso la pelle del Senza Volto vedo qualcosa brillare: venature di luce azzurra che confluiscono nella sua testa. Mi ricordano qualcosa... anche se non riesco a capire cosa. Ma sono sicuro di aver già visto qualcosa di simile, queste venature luminose, carne fatta di vapore...
«Tu cosa sei?!»


«Un Dio.»


Apro gli occhi, boccheggio. Sento il respiro pesante, ma il dolore al petto è solo un fastidio sommesso. Non sono a casa. Non era reale. Il mondo intorno a me non si deforma.
Non era reale.
Allora perché sto piangendo?
Provo ad alzarmi, ma qualcosa mi trattiene. Mi rendo conto di avere mani e polsi legati a quello che sembra essere un altare, e nell’oscurità intorno a me riesco a vedere le maschere dei Senza Volto.
«Cosa sta succedendo?» mormoro, anche se già sospetto di sapere la risposta. Una risposta che non arriva. I Senza Volto rimangono immobili e in silenzio, le loro maschere mi fissano. Mi strattono, le cinghie che mi trattengono cigolano.
«Cosa sta succedendo?!» ripeto, urlando. «Cosa significa tutto questo? Cosa siete voi, tutti voi?! Cosa siete? Rispondete!» tiro troppo forte, sento una fitta di dolore a una spalla e ripiombo sulla pietra fredda dell’altare, scosso dai singhiozzi.
«Makkath e Sherrkath... li avete uccisi per davvero.» sussurro. Di nuovo non mi arriva risposta, ma questo silenzio vale più di mille assensi. Chiudo gli occhi e stringo i denti. «Perché... perché proprio io? Perché state facendo questo proprio a me?»
«Non essere ridicolo.» a rispondermi è quella voce profonda e incorporea, la stessa dell’iniziazione. Quella che sento provenire direttamente dalla mia testa. Questa volta proviene da ogni luogo. «Tutto questo non ha assolutamente a che fare con te.»
Sento le mani dei Senza Volto afferrarmi il viso. Mi costringono a guardare fisso davanti a me, verso il soffitto, che comincia a illuminarsi di una luce azzurra che si spande come fuoco, gocciolando su di me come acqua
Esseri di aria, fuoco e acqua... chi l’aveva detto? Mi ricordo, mi ricordo qualcosa...
In mezzo alla luce prende forma una figura nera, che si protende verso di me, ha una silhouette umana ma qualcosa nella sua figura è sbagliato... è un ombra, ma quest’ombra è il suo corpo. Non è un gioco di luce, non è l’oscurità che lo nasconde... questa cosa è l’oscurità.
Esseri di luce e buio, creati da opposti, il senso della loro esistenza è l’annullarsi ogni secondo.
Era una storia, una storia che mi raccontava mia madre, e sua madre prima di lei... i nemici dei nostri dei, così li chiamava? Giocano dalla parte opposta del tavolo...
La... cosa di fronte a me allunga una mano nera, mi sfiora la fronte. Sento le sue dita fredde, stranamente corporee.
E, improvvisamente, realizzo. Mi farà sparire, e si prenderà il mio corpo. Era questo che dicevano i Senza Volto. È questo che sono, loro, pupazzi nelle mani di esseri come quello che ho di fronte. E sarà ciò che io diventerò, ciò che ho accettato di diventare!
Oh, Kathmar, perché mi hai abbandonato? Dove sei, ora che ho bisogno di te?
«Qui.»




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