7 verticale di Pilas

DM avanzava cupo lungo il corridoio. L'eco malevolo dei suoi passi rimbalzava fra le pareti come la notizia della morte di un'infante rimbalzerebbe fra le lingue nere e marce dei commensali di un banchetto a base di carne umana, rinvigorendo l'energia della spinta ad ogni sbalzo. La mente di DM fu scossa dalla consapevolezza di ciò che lo aspettava. Ogni volta che, spinto dall'esigenza o dal mero piacere (un piacere macabro, oh, quanto macabro), si recava in quel luogo pregno del male più ancestrale, una sensazione che non avrebbe saputo decifrare si impadroniva delle sue interiora, attanagliandolo come la consapevolezza di uno stupratore pedofilo filo-massonico di star percorrendo i metri che lo separano dal patibolo, gli ultimi metri della sua vita. E, come ogni volta, queste sordide elucubrazioni si palesavano nella sua mente ben prima di scorgere con lo sguardo (e non, chessò, con il glande) quel monumento eretto in nome di tutto ciò che al mondo è oscuro e corrotto. E, come ogni volta, scorgeva la porta solo all'ultimo, nonostante fosse in linea d'aria a pochi metri di fronte a lui. Quella porta, scolpita da artigiani eretici ciechi rinchiusi in fredde profondità dove avevano sviluppato un senso del tutto innaturale di geometria e prospettiva, sembrava sfidare in ogni centimetro del suo contorto perimetro i sensi di chi vi s'accostava, dandogli per un istante l'impressione di capirne la forma solo per rigettarlo nell'oblio della disperazione l’attimo successivo, sputandogli in faccia una realtà tanto minacciosa quanto perentoria: quella porta non aveva alcuna forma. E tuttavia, sotto la propria ingannevole struttura, le possedeva tutte. DM posò una mano sull'antica maniglia d'ottone.
"Prego, entra pure!" sogghignò quella scricchiolando nel linguaggio segreto delle antiche maniglie d'ottone che sogghignano scricchiolando. Una volta oltrepassata trovò ad attenderlo Giannantonione, con indosso l'abituale coacervo di madido disgusto che era solito chiamare "vestiti".
"Già qui, DM? Deve piacerti proprio tanto scavare nel marciume oscuro che alligna nelle profondità dei pozzi neri. Sei stato qui, quando, due giorni fa? E ancora non ti basta l'orrenda mole di nefandezze che ti sei portato via l'altra volta?" Disse quello tutto d'un fiato mentre gli tendeva la mano, quasi ostentando con malcelata voluttuosità la possente nerborutezza di quell'irsuta propaggine.
"Sono cazzi miei quanto scavo nel marciume." Rispose, ricambiando la stretta. Gli stava simpatico, Giannantonione Da Vieri, ma pensava ci fosse qualcosa di osceno nelle sue chiappe. Aveva scoperto questo macabro particolare durante un perverso campeggio estivo in cui gli orizzonti del dolore e della sofferenza avevano eguagliato a tal punto la bassezza di certi istinti propri dei maleodoranti dervisci attorcigliati nelle pulsioni più grottesche dell'intima essenza metafisica che non mi ricordo più di cosa stavo parlando. Ah, già. Il massiccio padrone di casa (casa, può esistere un termine così lontano dal senso di pericolo ed inaspettata quanto immeritata sofferenza che promanava da quel luogo?) indicò a DM il bancone.
"Bene!" Disse questo stropicciandosi le mani mentre un ghigno emergeva sulle sue labbra come una carcassa dal fondo di una palude, "Vediamo cos’hai per me!"
"Come al solito, il meglio." Il tono della sua voce palesò, semmai ce ne fosse bisogno, che "il meglio" era inteso nell'accezione che darebbe a questo termine un mostro uscito dal sogno di un pazzo.
Giannantonione agguantò il suo strumento di lacerazione, lurido di lacrime e marciume, e si apprestò a cominciare. Per prima cosa osservò con occhi colmi di lussuriosa malvagità il materiale disposto davanti a lui. Poi calò la lama, fredda e senz'anima come chi la impugnava.
"Magnifico!" Gongolò estatico DM, "Un po' di "Trama Nebulosa", la base giusta su cui stendere il mio impietoso impasto."
"Saranno almeno tre etti, tre etti e mezzo. Che faccio, lascio? Guarda che se la fai troppo nebulosa quelli mangiano la foglia."
"Lascia decidere a me il limite della mia depravazione. E poi, lo sai bene anche tu, è incredibile quanta acqua di fogna possa bere la gente prima di sentire puzza di merda." L'altro sembrò prendersi un momento per riflettere. Poi riprese la sordida pratica in cui era intento.
"I gusti sono gusti, eh?"
"I gusti sono gusti." Annuì mestamente DM. "Cos'altro abbiamo qui? Tentami, Giannantonione, tentami pure."
"Ho un po' di "Fascino Adolescenziale" avanzato, se ti interessa. Ma non te lo consiglio, è un po' fuori moda. E poi sembri già un bimbo tisico, magari se ti radi la barba..."
"La mia barba non si tocca!" Gridò DM furioso. "Tu pensa a fare il tuo mestiere e non mettere il naso in ciò che non ti riguarda."
"Come vuoi, amico. Il mio era solo un suggerimento. Certo, deve essere bello fare la vita dello Scrittore Maledetto. Il fascino, il mistero, immagino quanta fre…”
“Smettila” Lo ammonì severo DM, conscio dei demoni che quella frase avrebbe risvegliato.
“No, dico, piacerai un sacco alle r…”
“Non andare oltre, ti avverto” L’ansia che provava si poteva tagliare con un falcetto druidico; un falcetto dentellato di tipo arcaico, il cui uso persiste soltanto nel Mezzogiorno e nelle isole (questa voce sull’argomento è solo un abbozzo).
Giannantonione lo guardò stupito, ma non colse i demoni che la frase avrebbe risve… no, questa l’ho già usata; non colse l’ardente fuoco che albergava nell’animo dell’altro, quindi proseguì:
“Ma insomma, DM, a te non piace la fica?”
Gli occhi dello scrittore divamparono di un rosso presente solo nei rubini generati, non plasmati, dall’utero deforme di una fornace infernale in un lunedì mattina che già è abbastanza un rompimento di coglioni tornare al lavoro, in più quel lunedì particolare avevo anche la piorrea e, insomma, quel tipo di rosso lì.
“Lo sapevo che lo avresti detto, eccheccazzo! Lo sai i guai che ho passato l’ultima volta che mi hanno fatto questa domanda! Lo sai che ho rischiato di finire a Guantanamo! Ti ricordi, sì, che il capo della C.I.A. (magistralmente interpretato da Denzel Washington, e come diavolo ho fatto ad aprire delle parentesi in un discorso diretto, comunque?) mi ha dormito per un mese sul pianerottolo? E tu te ne sei fregato! Se non fosse intervenuta lei a spargere merda a destra e sinistra io…”
“Intendi il Mostro Bicefalo? Intendi forse Laralore?”
Usando il mento come la grafite di un compasso invisibile (e tuttavia arrugginito e lordo di sangue) conficcato nel suo orecchio, DM tracciò un semicerchio nell’aria. In pratica annuì.
La stanza si riempì di frasi non dette e sguardi pregni di significato. Poi, come se la normalità non fosse stata appena squarciata per offrire panoramiche da incubo su scenari che non potete neanche immaginare ma che sono veramente sconvolgenti, fidatevi, Giannantonione riprese il discorso troncato quella che sembrava un’eternità fa.
“Vediamo un po'... ecco, questa ti piacerà, una vera chicca, "Storia D'Amore Cupa e Maledetta". Un prodotto d'importazione, viene dall'America. Ma non usare vampiri o zombie, quelli non li sopportano più nemmeno le ragazzine."
"Perfetto," mellifluò DM accarezzandosi la barba, "ma non esagerare. Non voglio rassicurare i miei lettori con del romanticismo spicciolo, io voglio turbare, irretire, dilaniare!"
"Allora ti piacerà questo. Dell' "Orrore Indicibile", che si sposa magnificamente con questi "Oscuri Recessi dell'Anima". Ah, e che mi dici di questi "Osceni Orpelli" freschi freschi?" Il macellaio pareva rapito da un'irrefrenabile furore, tagliava compulsivamente senza preoccuparsi degli schizzi di viscida perfidia che spandeva ovunque sul bancone e sul pavimento di quella tetra stanza che sembrava voler urlare al mondo l'agghiacciante perversione di cui era stata e continuava ad essere testimone.
"Si, Giannantonione, si!" eiaculò DM.
"So come viziarti, amico mio, eh? Senti, toglimi una curiosità. Si pronuncia Di Emme, Diemme o proprio Dhmh?"
"Ma che cazzo vuoi che mi freghi, pronuncialo come ti pare!" Lo liquidò lo scrittore con un gesto della mano, per poi risolidificarlo subito, con la stessa repentina noncuranza con cui un uccello predatore nel cielo carico di nubi si lancia su una preda terrorizzata come un fanciullo in una notte scura convinto che nel suo armadio si celi un mostro affamato come un mio amico di nome Mario. Che è un serial killer. Di bambini. Bambini malati di AIDS.
Dopodiché, con un cambio repentino di umore, DM cominciò a ridere, seguito da Giannantonione. Il pensiero di tutte quelle menti divaricate come bocche voluttuose, pronte a suggere l'oscuro nettare che aveva in serbo per loro, lo faceva vibrare di eccitazione. Tutto ciò aveva un che di diabolico, insano, folle...

§

...blasfemo! Chiara si fermò sul marciapiede con un sorriso sulle labbra. Ecco qual era la maledetta parola. 7 verticale, otto lettere: Empio, corrotto, al di fuori della grazia di Dio. Blasfemo, appunto. Ce l'aveva avuta tutto il giorno sulla punta della lingua; durante una pausa caffé aveva anche usato l'argomento per attaccare bottone con Marco (dai, quella parola lì, per dire che qualcosa è immorale, per la chiesa intendo, dai, aiutami), ma lui si era limitato ad accennare un goffo: "Eretico?" per poi scrollare le spalle e dileguarsi mentre lei abbozzava un sorriso dispiaciuto facendo segno di no con la testa. Tutto il giorno a cercarla e poi, nell'unico momento in cui si era distratta a pensare alla cena, la bastarda era riaffiorata. Mise la mano nella borsetta.
Adesso t'ho presa, maledetta, e mi ti segno subito prima che mi dimentichi. Certo che Marco è proprio rincoglionito, per una volta che gli servo su un piatto d'argento l'occasione di parlarmi lui se ne va. Magari non gli interesso, però strano, avrei detto...
Tirò fuori "L'enigmista" arrotolato e stava per prendere la penna, lasciata come fermapagina, quando il suo sguardo cadde sulla vetrina di fronte. E lì rimase. La prima sensazione che provò fu un grande fastidio. le pareti del negozio, ufficio, del qualunque-cosa-fosse, erano state tinteggiate con il chiaro intento di ferire l'occhio umano quanto più possibile. Un rosa shocking di quel tipo avrebbe fatto gemere persino Bocelli. E perché quei due ridevano? Il tipo grasso teneva un coltello di plastica nella mano destra, mentre l'altra era appoggiata sul grembiule, coprendo parzialmente l'immagine disegnata che tuttavia Chiara riconobbe.
Winnie the Poo!
L'altro uomo aveva un'età che oscillava tra i quindici e i sessantasette anni. La bocca spalancata in una risata, lo sguardo truce perso nel vuoto; gli mancava solo un gatto siamese e la parodia del cattivo da film di spionaggio sarebbe stata perfetta. E c'era qualcosa, sul banco di scuola in mezzo a loro, qualcosa di confuso e intrecciato, proprio all'altezza del riflesso sbiadito di Chiara sul vetro. Matasse colorate e filamentose. Lanugine! Ecco cos'era. L'ammasso principale era collegato ad un secondo, più piccolo, da qualche filo non districato.
I due smisero di ridere e si voltarono di scatto verso di lei, preoccupati, bambini sorpresi dalla mamma a rubare la cioccolata. Si scambiarono uno sguardo. Quello più grosso si sistemò gli occhiali e fece un cenno imbarazzato all'altro, che annuì e, con espressione nuovamente minacciosa, avanzò verso di lei. Afferrò un lembo della tenda e un istante dopo Chiara si trovò di fronte solo stoffa gialla con fantasia di elefantini.
Sbatté le palpebre, incredula. Si guardò intorno sperando che qualcun altro avesse visto la stessa bizzarria che le era capitata sott'occhio, per essere sicura di non essersela immaginata. Ma a quell'ora non passava molta gente in Via 18 giugno, e a parte un randagio, qualche ragazzo alla sua sinistra e una signora alla sulla destra non c'era anima viva. Nessuno a parte lei aveva... La tenda si aprì di nuovo, facendola saltare all’indietro così violentemente che il punto di vista sbalzò per un istante nella testa della signora Borghi, che mandò mentalmente a quel paese la ragazza che per poco non le veniva addosso; per tornare poi da Chiara.
Ma questa... questa...
Gli occhi le si spalancarono, sentì la mandibola cedere verso il basso senza poterla controllare mentre un senso di vertigine le tolse la percezione del sopra e del sotto.
questa... questa è...
L'uomo con la folta barba teneva la tenda spalancata; Chiara intravide per un istante bollicine di saliva schiumargli fra i denti serrati prima che il suo alito appannasse il vetro su cui aveva appoggiato la bocca, creando l'immagine di due occhi furiosi appoggiati su una nuvola di vapore. Poco più in basso un pugno premuto contro il vetro. Con il dito medio alzato. Due secondi, due respiri affannosi carichi d'odio e poi ci furono di nuovo gli elefantini su sfondo giallo.
è la cosa più ridicola che abbia mai visto in vita mia, cazzo!

§

La signora Borghi si girò verso la ragazza che l’aveva quasi fatta cascare, scosse la testa prima di riprendere il suo cammino. Questi giovani non ci stanno col cervello. Nello stesso istante Fred scodinzolò e fece qualche passo in direzione di quell'umana finché un odore di sugo col tonno non dirottò completamente la sua intenzione, mentre Andrea si tirò su dalla poltrona in cui era appena sprofondato con l'ago ancora nel braccio. Gli era già salita oppure c'era davvero qualcuno in strada che rideva come un pazzo?

§

Chiara asciugò con un dito una lacrimuccia che le scendeva lungo la guancia. L’aveva vista qualcuno? Al diavolo, chi se ne frega.
Chiunque fosse quello strano tizio, qualunque fosse l'attività in cui era coinvolto, lo ringraziò di cuore. Si accorse di avere ancora in mano la rivista. La aprì e scrisse.
Blasfemo.
La grafia era tutta sbilenca per via della mano tremante: aveva cecato di trattenere le risate, ma quell'immagine così deliziosamente puerile continuava a comparirle davanti. Ripose la rivista insieme alla penna, si sistemò la borsa in spalla e guardò un'ultima volta la tenda di quello strano posto. Poi si girò e riprese la strada verso casa.




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