Fiamme di Caladan Brood

Note dell'Autore sul Capitolo
oh bene, ci dico due parole che magari val la pena.
per chi non lo sapesse (non molta gente, mi sorge il dubbio) è da un pò di tempo che io, selerian e fra tac abbiamo deciso di fare un raccontino collaborativo. al momento siamo ancora alla fase 1, che è la scelta della storia da adottare. ora come ora bisogna inventarsi delle possibili trame generali tra cui verrà poi selezionata la vincitrice.
io, ovviamente, in queste cose sono di una lunghezza biblica, e nel tempo in cui tutti gli altri avevano inventato forse sei o sette storie, io ero bellamente ancora a secco. il tutto fino alla settimana scorsa quando ho avuto un'illuminazione, almeno (vabbè, illuminazione... parole grosse).
finalmente avevo trovato una storiella da proporre, ma sorgeva un piiiiccolo problemino. la storia non mi dispiaceva per niente (anzi, per una volta mi sbilancio, mi piaceva proprio parecchio). e lì è sorto l'annoso dubbio... la propongo come storia collaborativa e, ovviamente, rischio di bruciarmela perchè compete con tante alle belle tramine e potrebbe non essere scelta... o me la tengo e la scrivo per i fattacci miei? quantomeno così avrei un autococlusivo corto (ah ah ah, corto... bella battuta...) da presentare a IoSC, così :D.
dunque la salomonica scelta è stata questa: ho scritto il prologo, ed è ovviamente questo che arriva. ai diretti interessati alla scelta della storia scegliere se vogliono che la continui per i fatti miei o la proponga, rivelandone tutti i più mostruosi spoiler, ovviamente :D.
detto questo, una nota generale che giudico sconvolgente... la trama è pressochè totalmente scollegata dal resto delle robacce che scrivo :D (prima volta in assoluto, di fatto, ooooooh che miracolo). Si vabbè, se ci mettessi un minimo di impegno riuscirei a ricollegarla al resto, ma a tutti i fini pratici è staccata.
Buona lettura, comunque, spero non vi faccia troppo schifo :P.

Prologo

Venerdì 26 ottobre 2108
Ore 5:30
Circolo Polare Antartico – Barriera di Ross – 902 km dal Polo Sud


Le pareti stridevano, crepitavano, gemevano di continuo. Pannelli in acciaio ricoperti di materiale ceramico.
Ed erano a praticamente a mille chilometri dal bersaglio.
C’era da ridere anche solo per quello.
La sola, semplice, temperatura della stanza in cui si trovava era valido metro di giudizio della situazione. C’erano almeno centoventi gradi. Tutti gli schermi non specificamente progettati per le alte temperature erano già esplosi da un pezzo, si era dimenticato di bere l’acqua che aveva versato nel bicchiere un paio di minuti prima e ora era vuoto comunque.
Con un gesto distratto andò a pigiare un pulsante sulla tastiera laser proiettata sull’alluminio della scrivania. 
Sullo schermo non apparve nulla. La prima telecamera di poppa era fuori uso.
Non se ne sorprese.
Pigiando il medesimo tasto di prima cambiò videocamera, anche quella diede di ritorno solo statico.
Premette di nuovo lo stesso bottone, terza telecamera di poppa.
Quella volta l’immagine apparve nitida e chiara. O meglio, la telecamera funzionava a meraviglia, gli sfarfallamenti sulla visuale erano dovuti alla temperatura dell’aria.
Era un effetto che avrebbe riconosciuto ovunque, che ormai sentiva parte di se stesso e in ogni caso, ma la conferma definitiva era un’altra.
Il mare era in ebollizione. Non molti mesi prima aveva visto il Mare di Ross ricoperto da uno strato di ghiaccio spesso quanto un grattacielo, ora bolliva come se qualcuno l’avesse infilato in una pentola.
Si soffermò giusto un momento su quella vista, ma ormai non aveva nemmeno il potere di sorprenderlo più di tanto.
Passò oltre. Con un’occhiata alla bussola si assicurò di quale fosse l’orientamento della nave. Con pochi gesti della mano sinistra selezionò dalla tastiera le telecamere di babordo. Cominciò a farle scorrere sullo schermo.
La prima bastò.
L’immagine apparve ancora una volta confusa, sfocata, ma non era colpa dell’obiettivo. E in ogni caso quanto doveva vedere non era propriamente un particolare insignificante.
Il vortice di fuoco era lì, in tutta la sua mostruosità. Si estendeva fino a prendere una porzione difficilmente credibile della visuale, andava ad assottigliarsi solo mentre si innalzava verso l’alto, sempre più in alto. Abbastanza in alto da non vederne la fine, abbastanza in alto da dar l’illusione di essere infinito.
Quelli che sembravano sottili filamenti di fuoco venivano espulsi dal gorgo principale per disperdersi in un bombardamento onnidirezionale. 
E bombardamento era il termine giusto.
Ognuno di quei frammenti sarebbe stato in grado di squagliare quella nave come burro.
Tutto sommato una distanza di sicurezza di mille chilometri era ragionevole.
«Comandante» una voce gli giunse da lontano, come ovattata.
Sulle prime non rispose.
«Leras» al sentire il suo nome si riscosse appena. Si voltò verso la porta spalancata. Qualcuno l’aveva aperta senza che nemmeno se ne accorgesse.
Tornò sullo schermo avanti a lui, tornò sul vortice. Si decise a rispondere: «Dimmi, James»
James si avvicinò, si posizionò giusto dietro di lui, la porta si chiuse in un lieve rumore metallico.
«Siamo pronti all’attacco» il suo secondo lo informò.
Leras si limitò ad annuire: «Tutto come da disposizioni?»
La risposta di James si fece attendere appena più del dovuto: «Come hai ordinato» 
Il perché era intuibile, e di fatto lo sapeva: «Non sei d’accordo»
L’altro tardò nella replica ancora più di prima. Alla ricerca della formulazione più diplomatica, senza dubbio: «Mi pare un inutile rischio»
Lui annuì ancora. Da un certo punto di vista vero, ma dall’altro era l’esatto opposto: «Abbiamo ancora un attacco a disposizione, non sarà nelle nostre possibilità condurne un altro»
«Motivo per cui dovremmo giocarci tutto in quello» James quella volta fu più veloce.
«E così sarà, se questo andrà male»
«Nessuno è mai tornato vivo dalle profondità di quel vortice»
E quello era purtroppo vero. Nei precedenti tre attacchi, chiunque si fosse avventurato nel cuore del vortice non ne era mai uscito. Ma era un particolare su cui non amava più di tanto soffermarsi in quel momento, lo ammetteva: «Non mi rendi giustizia, non trovi?»
«Non ti sopravvaluto fino a questo punto» l’altro fu lapidario nella risposta «No»
«È solo una mia congettura» portandosi una mano al petto, Leras andò a sfiorare il medaglione appeso al collo, sotto l’uniforme cremisi «Non sappiamo se funzionerà. Rischiare l’ultima carta a nostra disposizione per una mia teoria che potrebbe tranquillamente rivelarsi sbagliata sarebbe una follia»
«Eppure ne sei abbastanza convinto da rischiare la tua vita»
Leras si voltò un momento verso di lui, cercò di abbozzare un sorriso: «Se uno è matto mica dovete corrergli dietro»
«Almeno» James non raccolse l’invito, ma tutto sommato non era il momento ideale per l’umorismo malriuscito «Consenti a qualcuno di venire con te»
Lui scosse la testa. Ci aveva già pensato «Avrebbe senso solo se portassi Sara con me, o Joanna, o Anton, meglio se tutti e tre insieme»
«E allora…»
«Ma loro dovranno essere qui» Leras nemmeno lo lasciò finire «nel caso… non dovessi farcela»
«Andando da solo» James tentò ancora di persuaderlo «Vai in cerca di un miracolo»
«Con un po’ di fortuna non sarò da solo» Leras si voltò lasciando la vista dello schermo, appoggiò una mano sulla spalla del suo secondo.
«Sempre un miracolo resta» l’altro sussurrò appena.
«I miracoli avvengono, James» lui mantenne il contatto ancora un momento, poi iniziò a incamminarsi verso l’uscita della stanza «A suo modo, noi ne siamo la prova. Sta a noi farli avverare, e oggi ho la ferma intenzione di provarci»

Ore 6:00
Circolo Polare Antartico – Barriera di Ross – 902 km dal Polo Sud


«Judith» sebbene a voce bassissima, Leras chiamò ancora, cercò di stabilire una comunicazione. Ma anche quella volta non ci fu nessuna risposta.
Era come se dall’altra parte non ci fosse nessuno. Probabilmente la ricetrasmittente della ragazza non funzionava più, come del resto era abbastanza comune dato… il clima.
Smise di provarci tornando ad allontanare il polso dalla bocca. Riportò il braccio aderente al corpo, alzando lo sguardo avanti a sé contemplò per l’ennesima volta il vortice di fiamme che sorgeva a qualche centinaio di chilometri da lui.
Vederlo dal vivo faceva più effetto.
La colonna di fuoco si ergeva sempre più impotente di attimo in attimo, sempre più calda, sempre più letale. Nonostante la distanza il ponte della nave su cui posava i piedi era arroventato, emanava una sensazione di calore percepibile, come del resto l’aria stessa gli risultava infuocata, a una temperatura quasi insopportabile.
Ed era quella la parte incredibile.
L’ultima volta, durante il terzo attacco, gli sembrava di stare nel bel mezzo di una pacifica giornata di primavera, e già lì le condizioni erano tali da uccidere un essere umano in meno tempo di quanto fosse bene ammettere.
Ora, arrivati a quel punto, aveva sincero terrore di chiedere una stima della temperatura esterna.
Si decise a liberare completamente il suo potere.
La netta percezione del caldo che gli comunicavano i suoi sensi si placò all’istante, una spessa coltre di fiamme andò ad avvolgerlo rendendo del tutto irrilevante il patetico calore che giungeva dall’esterno.
Si sollevò in aria di qualche metro per evitare che la lamiere d’acciaio sotto i suoi piedi si squagliassero al contatto. Si slacciò la trasmittente da polso prima che si fondesse, la lasciò cadere sul ponte della nave. In ogni caso stava per avventurarsi in un posto dove nessuna tecnologia convenzionale aveva la minima possibilità di funzionamento.
«James» scandì l’ordine per via telepatica «Pronti a partire»
James si limitò a confermare. 
Un attacco portato da quattro punti distinti, da quattro navi distinte, portato sfruttando ogni singolo incantatore ancora in vita. Il tutto per cercare di verificare una sua teoria che molto probabilmente si sarebbe rivelata errata.
Andò a toccare di nuovo il medaglione nascosto al di sotto dell’uniforme.
Valeva davvero la pena di rischiare la vita di tutti loro per così poco? O meglio, con una motivazione così potenzialmente inconsistente?
Probabilmente sì, ma solo perché il pericolo per chiunque altro sarebbe stato minimo.
Rimase a fissare il vortice di fuoco, cullando seriamente l’idea di dare il via immediato.
Sarebbe stato ingiusto coinvolgerla ancora, anzi, sarebbe stato crudele. 
Purtroppo però, la verità era una sola.
Senza di lei non ce l’avrebbe mai fatta. Senza il suo aiuto si sarebbe semplicemente avviato a morte certa. Con il suo aiuto… probabilmente non sarebbe cambiato niente comunque, ma di sicuro non sarebbe stato peggio.
Per quanto ingiusto, doveva farlo.
«Judith» quella volta inviò il messaggio per via telepatica, e di fatto sapeva già per certo che lei avrebbe sentito.
Dall’altra parte percepì subito una presenza, riuscì a stabilire una connessione con la mente della ragazza all’istante.
Non avvertì una parola, nemmeno un accenno, sentì solo singhiozzi ininterrotti.
Lei stava piangendo. E sinceramente non riusciva a trovare una persona che ne avesse più diritto, o più motivi per farlo.
Ma purtroppo quello non cambiava la situazione.
«Judith, ascoltami» lui cercò quantomeno di infondere un po’ di delicatezza nella voce, ma senza nessun risultato.
I singhiozzi si susseguivano uno dietro l’altro, senza la minima interruzione.
In fin dei conti era sul serio il caso di lasciarla in pace. La ragazza aveva già fatto tutto il possibile, c’aveva messo tutta se stessa, aveva contribuito più lei a cercare di risolvere quel disastro di chiunque altro. 
Non era giusto continuare a chiedere il suo aiuto. 
Ma era necessario.
«Ascoltami soldato, è un ordine» assunse il tono più duro che gli fosse possibile, ma comunque ebbe la netta impressione che gli fosse uscito poco più di un miagolio. E anche così non poteva fare a meno di sentirsi un verme
Non arrivò nessuna risposta, ma i singhiozzi cessarono.
La ragazza stava ascoltando.
«Lo so che è una situazione orribile, Judith» senza nemmeno pensarci si ritrovò a tentare di consolarla. Che razza di rammollito «Non sarai con noi, non parteciperai all’attacco, questo è vero. Ma non vuol dire che non potrai essere d’aiuto»
Si interruppe per cercare le parole giuste. Come si poteva chiedere altro a qualcuno che aveva già dato tutto?
«Prova a sgombrarmi la strada» alla fine si decise «Anche un aiuto minimo, qualunque cosa. Cerca di fare il possibile»
Non arrivò nessuna replica, ma nemmeno la si sentiva più piangere. Ora c’era solo silenzio.
«Pensi di farcela, tesoro?» le parole gli uscirono quasi come una preghiera.
Ma la risposta non arrivava.
In attesa, Leras rimase in ascolto per un tempo che gli sembrò infinito. In fin dei conti era comprensibile, bisognava darle tempo, era giusto.
Si azzardò a richiamarla dopo forse un minuto: «Judith?»
Una voce rotta dal pianto, poco più di un sospiro, ma la risposta arrivò: «Ce la farò, Leras»
«Solo un ultimo sforzo, bambina mia» la lasciò con quelle parole.
Ora non restava che sperare così sarebbe stato, ma su quello non aveva dubbi. Judith non parlava a vuoto, se aveva detto che l’avrebbe fatto, li avrebbe aiutati sul serio.
«James» si librò ancora di più nell’aria. Allargando le braccia cominciò ad incanalare attraverso se stesso più potere possibile. Tutto attorno a lui, le fiamme eruttarono ovunque «Via»
Scattò in avanti lasciandosi dietro una scia di fuoco. Alle sue spalle, tempo un secondo, e la squadra adibita alla sua nave cominciò a seguirlo.

Stesso istante
Circolo Polare Antartico – Barriera di Ross – 899 km dal Polo Sud


Accelerò ancora lasciando più spazio tra sé e stesso e i suoi uomini.
«Rapidi e precisi» continuò a comunicare con James «Non avanzate all’interno del vortice più dello stretto necessario, e restateci il meno possibile»
Puntò dritto verso il bersaglio che di attimo in attimo si faceva sempre più grande, sempre più immenso. La terraferma cominciò a scorrere sotto di lui tanto rapida da non riuscire a distinguere nessun particolare. A parte quello impossibile da ignorare. 
Ora c’era solo terra. Terra bruciata da un’esposizione costante a un calore inestinguibile, un terreno totalmente brullo, ma terra. Non c’era più la minima traccia di ghiaccio.
«Sapete cosa fare» continuò.
«È un attimo ordinare a Sara di venire con te» James ci provò ancora, come del resto era giusto. Semplicemente cercava di fare in modo che il suo comandante tornasse vivo.
Lui rivalutò l’idea per un momento, ma no, sarebbe stato solo un rischio: «Non ha il potere giusto»
E in fin dei conti era pure la verità. Sara sarebbe potenzialmente potuta arrivare a destinazione molto più in fretta, ma non sarebbe arrivata viva, non avrebbe potuto resistere agli strati più interni del vortice.
Per quanto banale la verità era una. L’unica cosa in grado di resistere al fuoco, era il fuoco stesso.
«Allora Ant…» l’altro ripartì alla carica.
«Nessuno James» Leras non lo lasciò finire «Andrò da solo»
In risposta ricevette solo silenzio. Il suo secondo si era arreso.
Era il momento.
Tornò con lo sguardo al vortice. Una torre di fuoco che ormai riempiva l’intero suo campo visivo, che si allargava in un incendio che si estendeva fino al terreno che stava sorvolando, che proiettava tutto attorno immensi proiettili infuocati che disintegravano ogni cosa lungo il loro passaggio.
Accelerò ancora addentrandosi in quella distesa di fuoco e già i primi titani cominciavano a farsi visibili. I guardiani del vortice.
Più grandi, più possenti dell’ultima volta in cui aveva avuto il dispiacere di incontrarli. Ormai talmente enormi da essere improponibili.
Due giganti di fuoco con immense ali da pipistrello, un corpo massiccio, zampe da felino e braccia umane con mani dotate di artigli abbastanza grandi da squarciare con un solo colpo la nave da cui era partito.
Abbassò appena la sua traiettoria di volo e si mise in rotta di collisione. A poche decine di metri da loro lasciò partire il colpo. Fece scattare le braccia in avanti mentre l’ondata di fiamme andava ad abbattersi contro i bersagli. Entrambi i Titani si squarciarono sotto la pressione del colpo ricevuto.
Continuò ad avvicinarsi a loro cominciando ad accumulare tra le mani altre fiamme. Con fatica, i giganti si stavano riformando, tornavano ad assumere una forma definita. Una cosa già vista.
Lasciò partire entrambe le offensive nel momento in cui transitò loro in mezzo. Non sentì l’esplosione, ma riuscì ad avvertire l’onda di pressione dietro di lui.
E due erano andati.
Se li lasciò alle spalle e colmò gli ultimi metri che lo separavano dalla superficie esterna del vortice. Vi penetrò sentendo a malapena lo sbalzo termico, mentre proseguiva si assicurò che il suo ultimo ordine fosse stato eseguito. Tutti gli incantatori si stavano avvicinando ai confini del vortice, nessuno sembrava intenzionato a seguirlo.
Come doveva essere.
Rallentò appena. La via sembrava libera, ma se c’era una cosa sicura era che quel vortice avesse una volontà propria, e che fosse una volontà ostile.
Le fiamme tutto intorno a lui si innalzavano in una serie di fittissimi filamenti che proseguivano tanto in alto da confondersi tra loro, in continuo movimento, impossibili da evitare.
Vi passò attraverso ignorando la leggera sensazione di calore che gli comunicava entrarvi in contatto.
Da un attimo all’altro la struttura del vortice cambiò. Davanti a lui, a una velocità sconcertante, si formò un muro di fiamme che con la stessa velocità si scisse in una decina di forme gigantesche. Modellandosi nel fuoco a una velocità sconcertante nove titani presero forma di fronte a lui.
Troppi per sperare di abbatterli senza rallentare.
Si fermò sul posto portando le mani al cielo. L’ondata di fuoco crebbe a dismisura nel giro di un attimo tra le sue dita. Raccolse le braccia al petto e poi le distese in avanti. Il colpo si schiantò contro il gruppo di titani che in quel momento stavano scattando per dividersi.
Esseri assurdamente veloci date le dimensioni, del tutto inconcepibili.
L’offensiva investì tre di loro spazzandoli via, gli altri sette lo stavano già circondando.
Mosse entrambe le braccia in un movimento circolare. Attorno a lui andò a formarsi un anello di fiamme, forse abbastanza in fretta da non costringerlo ad affrontare direttamente quei mostri.
L’anello si espanse di colpo in tutte le direzioni tranciando ogni cosa lungo il suo cammino. Tutti i titani si trovarono falciati, tagliati in due. Di sicuro si sarebbero riformati, il colpo non era nemmeno vagamente sufficiente ad abbatterli, ma li aveva danneggiati abbastanza da consentirgli di proseguire.
Scattò di nuovo in avanti riprendendo la sua marcia di avanzamento.
Nell’avvertire una presenza che gli si avvicinava da dietro si voltò di scatto.
Uno dei giganti gli era addosso, l’enorme braccio era già semidisteso verso di lui. Con così poco preavviso non gli restava che risaldare le sue difese.
Prima di venire colpito vide il pugno del titano esplodere senza apparente ragione, l’attimo dopo il braccio dell’essere fece la stessa fine, ancora prima di potersene accorgere l’intero corpo del gigante si era dissolto, andando a disperdersi nel vortice.
L’anello non aveva danneggiato abbastanza uno dei bersagli. Un errore che avrebbe potuto costargli caro.
Tornò a scattare verso il centro del vortice più in fretta possibile, prima che un altro di quei mostri si fosse rimesso abbastanza in sesto da attaccarlo.
«Grazie Judith» il messaggio telepatico gli uscì in un sospiro. Ma ovviamente dall’altra parte ora non c’era nessuno. La ragazza aveva altro a cui badare in quel momento. 
Evitare che lui si ammazzasse.
«Tutti in posizione, comandante» James andò a dargli la notizia che aspettava da quando era entrato in quell’oceano di fiamme.
«Date il via immediatamente» Leras nemmeno si fermò a pensarci. Ormai si stava avvicinando alle zone più profonde del vortice, i giochetti erano finiti, da quel momento in avanti si sarebbe fatto sul serio. Senza aiuto non aveva speranza di farcela.
«Rituale iniziato» James gli diede subito conferma.
«Tienimi informato» tornò a concentrarsi su quanto gli si prospettava davanti.
I filamenti che fino a poco prima riempivano lo spazio circostante a perdita d’occhio stavano diventando poco per volta sempre più spessi, andando ad assomigliare sempre di più a colonne di fuoco che si innalzavano ruggendo verso il cielo, andando a piegarsi verso sinistra mano a mano che prendevano quota. Una serie di colonne abbastanza fitte da impedire una qualunque visuale oltre i venti passi, ma non fitte quanto lo erano quei dannati filamenti di poco prima.
Più veloce che poté, cercò di schivarli zigzagando tra loro, mantenne il più possibile la direzione originale. Inutile negare che in quel modo avrebbe allungato il suo percorso, ma passare attraverso quelle… cose non gli avrebbe fatto di certo bene.
Sentiva, percepiva il calore che scaturiva da quelle colonne, era tutto meno che insignificante, tutto meno che inoffensivo.
Da lì in poi cominciava il vero pericolo.
«Rituale impostato e attivo, comandante» James lo informò. Ma di fatto una conferma di cui quasi non avrebbe avuto bisogno.
Ne vide gli effetti all’istante. Davanti a lui, da un momento all’altro, almeno metà delle colonne che l’attorniavano cominciarono a regredire, collassare, nel giro di pochissimo si estinsero. Data la situazione, un vantaggio non da poco.
Incrementando la velocità, poté ridurre i cambi di direzione, stando il più lontano possibile dalle altre colonne. E ormai non mancava molto. 
Forse era essere troppo ottimisti, ma si ricordava abbastanza dell’ultima volta da poter affermare che ormai la meta fosse vicina, e se non vicina quantomeno non così lontana. Di sicuro stava per entrare in zone di profondità che fino ad allora non aveva mai sondato.
Forse valeva la pena di correre un piccolo rischio, un azzardo.
Incrementò ancora di più la coltre di fiamme che lo proteggeva e si lanciò in linea retta verso il bersaglio, sempre più rapido.
Nell’attraversare per la prima volta una di quelle colonne di fuoco si sentì avvampare, percepì il braccio destro che ardeva, ma comunque un qualcosa di sopportabile, qualcosa di gestibile, e andare così veloce non faceva che ridurre al minimo il tempo di contatto. Un punto a suo favore.
Accelerò ancora disinteressandosi di quante colonne stesse investendo, ormai non mancava molto. Se lo sentiva.
Davanti a lui, il vortice mutò a una velocità incredibile. Le fiamme si unirono in un muro a pochi passi da lui, non riuscì a fermarsi in tempo, si schiantò di peso contro quella parete ritrovandosi scaraventato nella direzione opposta.
Cadde a terra attutendo appena l’urto con le mani, il terreno sotto di lui cedette al contatto aprendosi in una voragine. Cercò di ignorare il micidiale contraccolpo che si espandeva in tutto il suo corpo e con braccia e gambe si spinse verso l’alto, tornando a prendere quota.
Schizzò fuori dalla voragine pronto a proseguire ma si arrestò sul posto.
Il Titano avanti a lui era tanto enorme da occupare il suo intero campo visivo, abbastanza alto da rendere impossibile vederne la testa, nascosta tra le coltri di fiamme che andavano riempire il cielo.
Ad occhi sgranati rimase a guardare quell’essere, tanto immenso da essere irreale, impossibile.
Ma in ogni caso non poteva permettersi di indietreggiare.
Prese ancora quota, le braccia spalancate nel tentativo di accumulare più potere possibile. Le fiamme iniziarono a danzare attorno a lui in un gorgo sempre più fitto, sempre più impenetrabile.
Un colpo poteva permettersi, doveva essere quello definitivo. Continuò a raccogliere potere attorno a sé senza mai fermarsi, secondo dopo secondo, proseguì anche quando percepì di non essere più in grado di controllarlo. Quello che aveva accumulato non sarebbe bastato.
Il titano mosse il braccio destro in un movimento assurdamente veloce data la mole, forse percependo che gli stava per essere scaricata contro un’offensiva in grado di danneggiarlo, forse sentendo che se non avesse attaccato in quel momento non ne avrebbe avuto più occasione, o più verosimilmente senza una vera strategia o ragionamento, semplicemente spinto dall’istinto.
Continuando a raccogliere sempre più fiamme attorno a lui, Leras cercò di spostarsi fuori traiettoria, di allontanarsi dal percorso di un colpo che ormai era determinato. Ma i suoi movimenti non erano abbastanza veloci, sarebbe stato investito comunque.
Il braccio del titano esplose all’altezza del gomito. Quasi fosse materiale, la parte staccatasi dal corpo cominciò a cadere verso terra.
La seconda volta che Judith gli salvava la vita.
Fermandosi dove si trovava, Leras caricò il colpo ancora per momento, poi proiettò le braccia in avanti.
L’ondata di fuoco andò ad abbattersi sul petto del titano rimanendo compatta, lo attraversò da parte a parte per poi proseguire.
La via era libera.
Schizzò in avanti più rapido che poté andando a infilarsi nello squarcio creatosi nel corpo del mostro, sbucò dall’altra parte e proseguì, sempre più veloce.
Doveva mettere più spazio possibile tra sé stesso e quella cosa, non aveva tempo per sincerarsi se l’avesse abbattuto, e aveva paura di scoprire che così non fosse stato.
Ma il vortice stava cambiando.
Ormai grosse come immensi tronchi d’albero, le colonne di fuoco erano in movimento sempre più rapido, si spostavano con scatti improvvisi e violenti, si piegavano e si torcevano sempre più simili e immensi serpenti.
Ora erano vive.
Rallentò il meno possibile in modo da aver controllo sui suoi movimenti, scartò verso destra evitando per un pelo un’offensiva che si voleva abbattere su di lui, continuò ad avanzare e accelerò di colpo.
Sentì quasi il serpente sibilare mentre sfrecciava dall’alto verso il basso passando a nemmeno un palmo dal suo piede destro. E davanti a lui ve n’era un altro, ormai già troppo vicino per pensare di superarlo.
Si arrestò di colpo rimanendo a osservare quell’ammasso di fiamme che gli sfiorava la faccia.
Vide il terzo serpente che si abbatteva su di lui troppo tardi. Si ritrovò colpito al fianco, incapace di riprendere il controllo del proprio corpo si schiantò a terra affondando in profondità. Si fermò con entrambe le mani affondante nel terreno per l’intera lunghezza, la guancia destra schiacciata contro una roccia.
Sulle prime non riuscì a muoversi, l’urto era stato spaventoso, tossì un fiotto di sangue che evaporò ancora prima di toccare la pietra sotto di lui. 
Cercò di rimettersi in piedi più veloce che poté, ma c’era qualcosa che non andava. Era rimasto fermo troppo a lungo, e quei serpenti erano di una rapidità sconvolgente. Come era stato possibile che niente l’avesse colpito mentre era a terra?
Emerse dallo squarcio nel terreno che lui stesso aveva provocato trovando la risposta all’istante.
Tutto era immobile. Ora sul serio simili a tronchi d’albero, quelle stesse fiamme che fino a un attimo prima di muovevano veloci come fruste erano ferme, congelate in una precisa posizione che non erano in grado di abbandonare.
Rimase a fissare lo spettacolo giusto il tempo di un secondo, ma non c’era tempo. Tornò a concentrarsi sulla meta vedendo finalmente l’immensa cupola, un’unica monumentale massa di fiamme congelate, immobili esattamente come tutto il resto nelle vicinanze.
Il centro del vortice.
Avanzando verso l’obiettivo, passando a fianco a quelle immense serpi di fuoco immobilizzate, Leras allargò di nuovo le braccia, mentre un mare di fiamme si formava attorno a lui.
Bastavano pochi attimi.
Lasciò partire il colpo quando ormai era a pochi passi dalla cupola. Plasmate in una lancia, le fiamme penetrarono la superficie semisferica con relativa facilità. Si infilò nell’apertura più veloce che poté seguendo il percorso scavato dall’offensiva.
Era quello il momento.
Infilandosi la mano destra nel bavero dell’uniforme ne estrasse il medaglione che portava al collo. Lo strappò dalla catenina che lo tratteneva. Lo arse tra le dita chiuse fino a fonderlo. Le fiamme che attorniavano il suo pugno passarono dal rosso al verde all’azzurro per poi divenire viola, un viola sempre più cupo e scuro.
«Leras… vattene… scappa»
La voce era quella di Judith, un messaggio telepatico appena sussurrato, tra un ansito e l’altro. Trattenere la violenza del vortice, ma soprattutto farlo a quel modo, era troppo anche per lei.
«Ancora qualche secondo» lui rispose. Accelerò ancora. Le fiamme cominciavano a diradarsi. La meta era vicina.
«Torna indietro…» lei forse nemmeno lo stava ascoltando «Ora»
Leras non si fermò. Non poteva rinunciare a un passo dall’obiettivo, non poteva farlo. Un ultimo istante e quell’inferno sarebbe stato tutto un ricordo.
Le fiamme si fecero ancora meno fitte, davanti a lui cominciò a risaltare una luce abbagliante, tanto forte da costringerlo a socchiudere gli occhi. Quello era l’obiettivo.
Stese il braccio destro in avanti.
Il solo ruggito che avvertì sulla pelle ebbe il potere di fargli deviare la traiettoria. Le fiamme intorno a lui si liberarono di colpo, chiusero il pertugio che stava percorrendo, gli impedirono l’avanzata per poi allontanarlo, andarono a travolgerlo.
La sensazione di calore si fece immediatamente cocente. Tentò con tutte le sue forze di arginare il mare di fiamme che lo teneva prigioniero, che lo trascinava senza lasciargli libertà d’azione.
Non riuscì nemmeno a rallentare, nemmeno a recuperare in parte il controllo del suo corpo.
Stese le braccia in avanti accumulando tra le mani più potere che poté. Lasciò partire un’offensiva diretta verso il nulla, al solo scopo di massimizzare il contraccolpo, di spingersi all’indietro. Nonostante ormai nemmeno sapesse se quella fosse la direzione giusta per uscire dalla cupola.
Non successe niente.
E ormai il calore era insopportabile.
Ci aveva provato.
«James» riuscì a stabilire il contatto telepatico col suo secondo in comando con qualche difficoltà «Ritiratevi»
«Cosa sta succedendo?» la domanda dell’altro arrivò in un urlo.
La risposta era superflua: «Ora»
Non tentò più di opporsi al vortice, era fatica sprecata. Cercò solo di rinsaldare le sue difese per quanto possibile, cercò di ritardare il momento in cui quel mare di fiamme sarebbe arrivato a divorarlo.
La sensazione di calore si ridusse un poco, quasi sopportabile.
«La colpa è mia, Judith» si rivolse alla ragazza «Non ho seguito il tuo avvertimento, se fossi tornato indietro quando me l’hai detto, ce l’avrei fatta»
E forse nemmeno era vero. Dal momento in cui lei aveva parlato a quando le fiamme attorno a lui erano tornate a muoversi doveva essere passato appena qualche secondo. Forse non ne sarebbe uscito comunque.
Ma quello non aveva importanza.
«Non osare prendere per te la colpa» continuò.
Ma la ragazza non rispondeva, c’era quasi da chiedersi se fosse sul serio in ascolto.
«È un ordine, soldato» Leras alzò appena il tono di voce, vi infuse il poco tono di comando che gli era rimasto.
La ragazza si fece sentire dopo quella che gli sembrò un’eternità. La voce era strozzata dal pianto: «Ti voglio bene, Leras»
Nemmeno era sicuro che le parole fossero sul serio quelle. Il legame telepatico si stava spezzando. Difficile dire di chi fosse la colpa.
«Anch’io te ne voglio, bambina mia» dando fondo a tutto se stesso fece il possibile per assicurarsi che il suo messaggio arrivasse forte e chiaro.
Non c’era altro da fare.
Riservò un ultimo sguardo alle fiamme tutto intorno a lui. Con un gesto delle dita dissolse le ultime, piccole, fiammelle viola che ancora ardevano nella sua mano destra.
Era valsa la pena tentare.
Smise di attingere al suo potere.
La sensazione di calore che lo investì durò appena un attimo.

Note Conclusive
un'unica cosa che ho capito per certo scrivendo ste due righe in croce... non sarò mai in grado di scrivere sta storia :S. va ben al di là del mio livello di bravura (che è quel che è, tutto sommato :P).
dunque se finisce tra le possibili storie comuni, bene o male, mi risparmio di battere la testa contro un muro per mesi solo per ricavarne un gran mal di testa e una storia di merda :D. anche perchè, nonostante il prologo sia venuto come è venuto continuo a considerare la trama generale una buona idea, sarebbe quasi peccato mandarla a puttane solo perchè non son capace di gestirla :P.




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