Uguale di ico

Note dell'Autore sul Capitolo
raccontino vecchiotto ispirato da un videogioco. non saprei come valutarlo però. speriamo non vi schifi, comunque
Uguale



«Santa Corona, non fatelo.»
«Santa Corona, questa è un idea folle.»
«Santa Corona, non potete. Pensate ai vostri sommi avi.»
«Santa Corona, non dovete pensare seriamente a certe stupidaggini.»
«Ti capisco, davvero. Ma è sbagliato.»

Le frasi si ripetono. Non allo stesso modo. Cambiano d'ordine, le voci che ora pronunciavano quella frase ne pronunciano una differente. Il tono, ora ironico, ora duro, ora irritato.

«Ti capisco, davvero.»
Tranne la sua. È lui, sempre. La sua voce, il tono, le parole.
Sempre una pausa, prima di lui.

«Ti capisco, davvero. Ma è sbagliato.»
No.
Non è sbagliato. È la scelta più giusta, l'unica giusta.
Non sto sbagliando.

Ma so che non è così.
So che sto sbagliando. Lo so fin troppo bene. L'avrei fatto subito, altrimenti.
Ma cosa non è sbagliato, oramai?

Le voci continuano la loro cantilena.
Pausa.
«Ti capisco - »
Chiudo gli occhi. Li stringo fino a farmi male, fino a vedere giochi di luce.
Poi li riapro.
Non mi fermo. Non posso e non voglio.
«Smettila. Non sei lui. Lui è lontano. Al confine. A combattere. A morire.»
Parlo piano, sottovoce. O forse lo penso solamente.

Le voci smettono. Tutto tace.

Avanzo ancora. Ci sono quasi. È follia arrendersi a questo punto.
Il terreno è viscoso, e l'odore dolciastro mi rivolta lo stomaco.
Da troppo avanzo nella terra senza nome.
Un luogo che non ha nome. Che non merita neppure una qualificazione.
Ci sono gli abissi della follia, i picchi degli sgozzati. Le isole degli dei putrefatti.
E questo posto non ha un nome.
Una chiazza nera sulle mappe, che tutti sanno come evitare.
E che io devo percorrere. Voglio percorrere.

Mi fermo.
Sono stanca.
È tutto confuso. Tutto si somiglia.
Un terreno scuro e fetente, alberi scheletrici scuri che paiono artigli, e basta.
Niente vie, niente acqua, niente rocce, niente che mi faccia capire se sto andando nella giusta direzione o in quella opposta.
Potrebbe non esserci neppure una direzione.
Certo, perché nella terra senza nome non valgono le regole del mondo.
Solo le sue. Le sue.

Alzo lo sguardo. E brucia. Come tutte le volte, brucia.
Brucia, quanto un coltello incandescente di forgia che ti attraversa piano il ventre.
Brucia, quanto le fiamme non potranno mai bruciare.
Odio l'azzurro. Odio il rosso, odio l'oro.
Odio il cielo, che ci guarda da lontano, immune a quella cosa.
E loro.
La loro città galleggiante, lassù. Rosso e oro.
Lontana dalla terra.
Dalla terra che putrefà.


L'aria sfarfalla.
Un movimento lento, ritmico, come le onde di una pietra gettata in uno stagno.
Poi torna immobile, e si sfalda.
L'aria si crepa. Il cielo si crepa, come un vetro preso a sassate.
Lunghe e sottili strisce di realtà si disfanno, mostrando qualcosa.
Qualcosa che se ne sta là dietro, oltre le sbarre della realtà.
Quella cosa.

Non posso descriverla. Si muove, si agita. Non somiglia a niente. A niente di questo mondo, a niente che dovrebbe esistere a questo mondo.
Parla. Ma non lo sento con le orecchie.
La sua voce sfiora tutti i sensi.
La sento viscida sulla pelle, dolciastra nell'odore, e disgustosa alla vista.


«Non ricevo visitatori. Mai mai. È noioso essere inchiodati da se stessi. Scambiamo alcune chiacchiere vuoi. No. Aspetta. Qualcuno capita. Dice per errore. Scappa subito. Non va bene. Se ne pentono sempre. Dicono che hanno sbagliato. Male male. È noioso essere inchiodati. Nessuno con cui parlare.»

Parla.
Quanto lo trattiene il suo sigillo?
Non abbastanza.
Per nulla.
Ecco quanto. Per nulla.
Il suo corpo è di là.
E di qua.

«Non posso muovermi. Fastidioso. Parlare sì. Pensare sì. No. Posso muovermi. Poco. Solo da questa parte. Troppo poco. Non divertente. Nessuno da interagire. Tutti lontani. Posso restare solo vicino. Vicino alla parte di me che mi inchioda. Divertente per altri. Immagino. Inchiodato da me stesso. Vero che è divertente.»

«No, non lo è.»
Parlo stavolta. So di aver mosso le labbra. L'ho sentito.
La cosa mi fissa. Credo lo faccia. Si ferma. La massa si ferma, anche se continua a tremare. A fare qualcosa che sembra un tremolio.
«No. Non divertente. Prima lo era. Viaggiavo. Vedevo tanti. Combattevo. Mi nutrivo. Tanti maghi. Tanti forti. Alcuni molto molto. Lui era molto molto. Tanto tanto triste. Tanto disperato. Tanto potente. Lui mi ha voluto. Nato da lui. E poi da tutti. Tutti voi.»

Non rispondo. Non voglio fare conversazione. O ascoltare scuse, o idiozie. Basta. Basta!

Cammino, ancora.
«Non vuoi parlare. Cerchi la parte che mi inchioda. Ti aiuto. Per fare piacere. Sei prima che mi ascolta. Che mi sopporta. Posso dire che mi sopporta. Lo dico. Continua in quella direzione. La parte che mi inchioda è là. Manca poco poco poco.»

«Non ti abbiamo voluto noi.» Sussurro.
Quasi non me ne rendo conto, di aver iniziato a parlare. «Ti hanno voluto gli avi. Con il loro volere essere migliori. Il loro potere divino. Le loro stronzate. Non noi. Noi soffriamo a causa tua. E forse neppure lo sai. Loro sono da incolpare. Dalla loro la colpa della tua esitenza.»

«Sì. I maghi. Tanto forti. Troppo forti. Tanto tanto odio. E disperazione. E paura. La paura è affascinante. Paura utile. Paura intelligente. Tu hai paura. Di quello che vuoi fare. Che vuoi fare. Perché fare. Non si fa quello che si teme. Perché tu lo fai.»

«Io devo farlo.» Sto urlando. A questo punto cosa importa? «La terra sta morendo, e la colpa è tua! E loro!»
Mi fermo e indico in alto.
«Non è averti creato la colpa degli avi.
È averti legato al mondo, lasciando che la tua maledetta esistenza lo imputridisca.
Che la tua esistenza corrompa e faccia decadere la terra stessa!
È aver concesso a loro nel cielo tutti i tre artefatti, e il loro potere.
Potevano lasciarne uno, uno soltanto. O potevano lasciarlo per pochi giorni, poche ore, ogni anno, ogni secolo!
Sarebbe bastata una dannatissima cazzata per evitare tutto!»

La cosa tace.
Le crepe hanno un sussulto, e svaniscono.
No. non svaniscono. Tutto è diventato un buco nella realtà. Sono oltre le fratture del cielo.
Sono dentro.
E la luce mi ferisce gli occhi.

«Odio. Ancora. Paura. Ancora. Sempre sempre. Nessuno è mai contento. Lo so. Lo so.»

Davanti a me c'è la spada.
Le storie non rendono giustizia alla realtà. Neppure in parte. Spada è un termine riduttivo. È un raggio di luce, tanto puro e scintillante da non crederlo possibile.
Nessuna stella sarà mai luminosa quanto la spada. Neppure tutte assieme. Il sole nel cielo è spento, confronto alla spada.


«Eccoci. Quella è la parte di me che mi inchioda.» La voce della cosa suona diversa. Piacevole, come un canto. Come pane appena sfornato. Come una carezza. Come i suoi baci.
La luce oscilla. La sua base, fatta della stessa roba scura e viscida, dondola piano. «Adesso cosa farai.»

Mi avvicino. Tendo il braccio.
La luce è insopportabile.
Fa male agli occhi.
Sfioro la spada.

«Perché voglio farlo?»
Ritraggo la mano. I polpastrelli si sono ustionati.
Fa male.

«Perché voglio farlo?»
Di nuovo poggio le dita. Di nuovo il dolore.
Non importa.

«Perché voglio farlo?»
Perché non è giusto.

Alzo lo sguardo. L'azzurro è sparito. Tutto è nero.
Gli occhi bruciano. E tutto è nero. Tranne la luce.
Poggio entrambe le mani sull'elsa lucente.
La carne sfrigola. Non importa.
Fa male. Non importa.
È giusto che faccia male. Deve farlo.

La cosa si muove. Oltre la spada, di fronte a me.
Una lunga fessura arcuata si apre nell'aria.
No, nell'oscurità che riempie la mia vista. Una fessura ancora più buia.
«Non cambiate mai. Allora e adesso. Inventate scuse. Che poi diventano realtà a cui credete. Più che alla verità.»

Faccio forza. La lama si muove. Scivola verso l'alto.

«Tu odi quelli che vivono nel cielo. Odi i barbari che combattono a sud. Odi i consiglieri inutili che sono vecchi stupidi. Odi l'azzurro, il rosso e l'oro.»
La fessura arcuata si allarga. «Sai cosa accadrà quando toglierai il terzo che mi inchioda. Sai cosa farò. Lo sai. Lo sai. Lo sai.»

«Sì.» Bisbiglio. «E hai ragione. Li odio tutti. Ma non lo faccio per odio.»

Inspiro profondamente.
Maledicetemi pure tutti.
Ricordatemi come la regina che distrusse il mondo, nei pochi giorni che avrà da vivere.
Auguratemi i venti inferni, ogni male possibile, per ogni tempo e luogo.
Ma non mi pento.
Perché quello che faccio è giusto.
Io voglio che ogni persona sia uguale alle altre, senza differenze di rango o nascita. Niente fortunati nel cielo, che mangiano e si abbuffano senza dubbi. Niente bambini che muoiono di fame perché sulla terra non nasce più nulla. Niente regine che possono decidere il futuro per tutti. Niente eroi che credono ad un futuro fasullo.
Questo mondo non può guarire. Ed essere uguali nella disperazione è quel che ci resta.

Stringo l'elsa. Tiro con forza.
Ora l'arma si libera senza sforzo.
Levo alta la lama di luce, che brilla come niente farà mai più.
E sento una risatina divertita.
«Grazie. Tanto tanto.»




      Bookmark and Share




Inserisci il codice mostrato sotto:
Nota: Puoi inserire una recensione, un voto o entrambi.

Voci nel Vento è online dal 30/05/2009. Le Storie, le Serie, le Fan Art, le Fan Fiction e tutto ciò che troverete, appartengono ai rispettivi autori. Qualsiasi utilizzo va concordato con loro. Il materiale presente nel sito non può essere riprodotto in nessuna forma senza il consenso del proprietario.
Nessuna storia è stata pubblicata con fini di lucro, né intende infrangere alcuna legge su diritti di pubblicazione e copyright.
Il sito declina ogni responsabilità sui contenuti presenti.

Spread Firefox Affiliate Button   Use OpenOffice.org