L'aldilà che non ti aspetti di Aealith

Note sulla Storia
Prima storia, non abbiate pietà. L'idea di base(quella della scena finale) è di Selerian e da lì ho tratto il resto.

 

Valhallha, Asgard diversi secolo dopo Yeshua Ha-Notsri

 

Husam ed Din riaprì gli occhi e preferì richiuderli subito.  Non tanto perché prima di aprirli si trovasse altrove. In fondo era morto con una lancia cristiana nel petto, non poteva certo essere schizzinoso sulle sue condizioni anche se attorno a lui c'era qualche pino silvestre in più – da quando sapeva cosa fosse un pino silvestre? - e qualche palma da dattero in meno. Lo turbava un po' di più che fosse tenuto in braccio da un donnone biondo, che la suddetta donna fosse pesantemente armata e i vestiti che questa indossava o meglio quelli non indossati. Non era abituato a vedere scoperta così tanta pelle, e di certo dalle sue parti i capelli li tenevano dentro il velo, non certo lasciando trecce – bionde! -libere al vento. Non aiutavano la concentrazione gli arti scoperti - tutti quanti! - per giunta muscolosi, diciamo pure più muscolosi dei suoi.

Le caviglie(e il resto della pelle) del bestione biondo gli parevano un'ottima ragione per tenere gli occhi aperti, ma scoprire dove fosse appoggiato gli fecero cambiare idea.

La biondona pelluta che lo teneva in braccio montava su un cavallo bianco.

Fin qui nulla di preoccupante: a lui i cavalli erano piaciuti per tutti la vita, letteralmente: ci era morto sopra. Quelli a lui noti solitamente non erano alati ma non era disturbato da novità simili. Il problema era che i cavalli a lui noti più di ogni altra cosa non volassero affatto, tanto meno a quell'altezza. Era sicuro di aver visto minareti molto più bassi. E soldati, naturalmente infedeli, morire cadendo(con un piccolo aiuto suo) da mura più basse.  

Tenne gli occhi chiusi snocciolando preghiere finché non sentì un rassicurante thud.  Aveva dei dubbi sulla validità delle preghiere di chi fosse già un po' morto ma essere vivo (o qualunque cosa fosse in quel momento) dopo la morte stessa era per lui una prova più che sufficiente della loro efficacia fin lì.

Rincuorato aprì gli occhi e urlò.

«Oh, bene hai ancora la lingua. Io sono Herfjötur, grazie per averlo chiesto. Non c'è bisogno di ringraziarmi davvero, non ho niente di meglio da fare che trasportare morti da Midgard  ad  Asgard. Una ragazza con grandi sogni diventa Valchiria ed ti ritrovi con un contratto a progetto: al mattino a fare da navetta tra i mondi e di notte cameriera per un mucchio di eroi pelosi e irascibili.»

«M-morti?»  «Direi di sì, non so se hai colto gli indizi: lancia nel petto, sputato sangue cadendo da cavallo, vista che si appanna. Niente di familiare? Come tutti quelli prima di te del resto.»

«È che non sono mai morto prima d’ora. Credo almeno. Solo gli infedeli credono nella reincarnazione»  Pochi secondo di dubbioso silenzio«Non esiste veramente la reincarnazione vero?»  Herf  si limitò a guardarlo in cagnesco. Husam si guardò attorno non riuscendo a sostenere lo sguardo. Il cavallo procedeva ad un passo spedito sopra ad un arcobaleno largo abbastanza per far passare un’altra dozzina di cavalli della sua taglia. L’arcobaleno saliva fino ad arrivare ad un palazzo enorme coperto parzialmente da nubi. Non era certo come quelli che conosceva: costruito completamente in legno, decorato con lance e scudi rotondi.

Il cavallo si fermò.

«No tristemente no. Ho provato a suggerire alle alte sfere ma hanno altri piani. Mi risparmierebbe lunghe spiegazioni a morti particolarmente confusi.»  Detto questo  lo lanciò senza cerimonie sull’arcobaleno. Tremò leggermente con una nota scura. I colori si mescolarono qualche secondo ai bordi prima di ritornare separati.

«E adesso?»  Husam si rimise in piedi, aveva la bizzarra sensazione che il cavallo alato lo fissasse storto«Adesso cammini.» La mano di Herf indicava il palazzo di legno alla fine dell’arcobaleno. «Non mi sembra molto solido questo arcobaleno. Non che ne abbia visti molti ma credo-»  Herf alzò la mano e il cavallò pestò l’arcobaleno. La vibrazione lo scosse da parte a parte, la nota vibrò per del tempo senza altro suono che sé e lo sbuffare del cavallo.

«Bifrost resiste anche dei giganti in carica»  «Ho capito ma non potevi dirlo subito prima d- »  Herf fece per alzare mano «Ho capito, è assolutamente robusto e non ho bisogno di altre dimostrazioni» .

Camminarano fino all’ingresso del palazzo. Lì sostavano un lupo dall’aria bulimica e un’aquila altrettanto smisurata. Herf afferandogli il braccio sussurrò «Sarai spaventato ma non farlo notare per nessuna ragione.  Se lo scopre non ti lascerà finché non ti avrà consumato»

Husam appoggiò la mano sull’impugnatura della scimitarra e rincuorato sussurrò«Io non ho paura di nessun animale!»  Finalmente era su un terreno stabile e non un arcobaleno disperso nel cielo. Lui era un soldato e non si sentiva certo spaventato da un cane per quanto fosse grosso. Durante le battaglie aveva visto sia nemici che compagni venir sbranati da mastini, non sarebbe arretrato per qualcosa del genere, era solo davanti ad una variante più massiccia e minacciosa. La più massiccia e minacciosa che avesse mai visto a pensarci bene. Nessuna paura dell’enorme bocca che pareva costruita per attaccarsi alla giugulare, né sarebbero certo stati i denti smisurati del lupo a spaventarlo, denti innumerevoli - aveva provato a contarli ma continuava a perdere il conto - o gli occhi iniettati di sangue che fissavano il suo collo con eccessiva precisione. Non era spaventato: era terrorizzato. La mano sul pomolo tremava e si chiedeva quanto arcobaleno avrebbe percorso prima che il lupo lo raggiungesse.

Sentì un suono simile al cucito di una donna sopra la sua testa. Gli occhi del lupo smisero di fissarlo e guardarono in alto. Mugolò spaventato e si allontanò verso l’aquila con il muso basso.

«Non parlavo di loro»  Herf  appuntato un paio di pince-nez sul naso - da ovunque venissero, i vestiti erano troppo corti per vestire figuriamoci per avere delle tasche - leggeva un foglio blu che gli mise in mano.

Non gli era comprensibile: sembrava la scrittura dei cristiani, precisa e squadrata, esteticamente poco interessante e scritto al contrario.  

«Non mi hai sentito piccoletto? Ho detto che è il numero B73 e non vedo altra gente qui.»  La pagina blu gli venne strappato da una delle otto mani dal vecchio appena calatosi da una ragnatela. Fece cenno ad una scrivania e due sedie a lato del portone d’ingresso. Sedendosi notò puntati contro il suo cranio gli occhi terrorizzati della valchiria, dell’aquila e del lupo gargantuesco.

Il tavolo era pieno di fogli chiari come quello di prima ma molto più grossi, fittamente scritti. Una lunga serie di timbri di metallo era appoggiata in un angolo sopra ad un’immagine che ritraeva il vecchio con una donna e un piccolo in mano, tutti con 4 braccia e 4 gambe. O forse 6 e 2. O 1 e 7. Probabilmente non era il momento di chiedere.

«Avrei bisogno del nulla osta Escatologico modulo e337 con la nota fucsia A23 e Terra di Siena Bruciata kappa 22 compilati nella sua interezza»  Husam si guardò attorno confuso, finché Herf non gli mise in mano una serie di fogli. Li passò con aria poco convinta al vecchio aracniforme che li prese con una delle mani, un’altra gli passò uno dei fogli - per Husam indistinguibile dagli altri - di una delle pile sulla scrivanie «Se perfavore mi compila il modulo coi suoi dati personali e mette una firma qui, qui e qui »  un’altra mano cerchiò il foglio nei vari punti indicati con piuma intinta di inchiostro che poi gli passò. Fece come richiesto e fissò il Buroragno che controllava i documenti, si passava di mano in mano diversi timbri con cui colpiva a ritmo i fogli. Il “Terra di Siena Bruciata 22” venne colpito da timbri fino a che il suo colore divenne di un blu uniforme e venne deposto con aria soddisfatta in un archivio di cartone sotto la scrivania. Man mano che il Buroragno leggeva diventava sempre più rosso e con meno fiato. Terminata la lettura sentenziò con un filo di voce «è... tutto... in regola» , fece un cenno ai due animali e ancora paonazzo in volto risalì con un filo di seta nei meandri del palazzo da cui era venuto.

Lo sguardo dei due animali passò dalla paura ad uno di grande rispetto verso Husam e corsero ad aprire il portone. Herf sorridente lo trascinò dentro per un braccio.

«Benvenuto nella tua nuova casa, ora sei a tutti gli effetti un einherjar» .

Husam si guardò meravigliato mentre camminava per sale enormi sostenute da lance grandi come colonne e dopo aver superato una grossa capra su un piano rialzato- iniziava a sospettare che qualunque cosa lì dovesse essere in forma enorme - arrivò di fronte ad un tavolo imbandito di cui faticava a vederne la fine. Il suo naso fu colpito dal temibile odore che avvolgeva le persone sedute alla tavolata: il puzzo più che aver forza sembrava

essere dotato di una personalità propria. Sembrava un incrocio particolarmente virulento tra l’odore dei cadaveri e la quintessenza distillata di un’ascella molto, molto consumata. Uno degli energumeni al tavolo si avvicinò e battè un amichevole quanto violento colpo sulla spalla di Husam con una mano particolarmente unta.  Colto da un terribile dubbio Husam chiese con un filo di voce

« Voi non siete le mie vergini vero?»  squadrando la massa di sudore, grasso e virilità sul tavolo.

Da questo si alzò una voce« Che ha detto il nuovo arrivato?»

L’energumeno unto che lo aveva appena salutato rispose «Mi pare abbia chiesto se fossero vergini»  e fece un gesto verso una valchiria con in mano una brocca.

La sala fu invasa dal silenzio. Seguito da una fragorosa risata. Husam si guardò attorno smarrito mentre vedeva spanciarsi gli energumeni, le valchirie e la capra sulla pedana rialzata. L’uomo che l’aveva salutato lo trascinò a sedersi sul tavolo «Sarà vestito come una donna il nuovo arrivato ma non manca di senso dell’umorismo!»

«Scusami è che devo ripendermi ancora, la casa della pace me l’aspettavo diversa»  l’altro si interruppe mentre dilaniava un cosciotto di carne appena preso dal piatto «Pace?»  indicò con l’osso il palazzo, le armi appese alle pareti e gli uomini al tavolo «Novellino scusa ma cos’è che hai fatto in vita?»  

«Credo di averne passato gran parte a combattere cavallo»  

«Di che ti lamenti allora? Direi che sei tagliato per star qui ma non dire in giro dei cavalli. È da deboli cavalcare»  Herf lanciò uno sguardo che avrebbe potuto ucciderlo - ulteriormente - « A meno che non tu non sia una valchiria ovviamente. Loro non sono mai deboli. Vero?»

Lo sguardo si calmò passando da “omicidio di uomo già morto” ad un più mite “moderate lesioni personali”.

Lo prese per una cosa positiva e continuò «Prenditi un po’ di maiale e di alcol e divertiti!»  disse gioviale buttandogli della carne nel piatto e versando idromele nel boccale di corno

«Alcol? Maiale? Non posso proprio, verrei punito dopo la mort- ah già. Morte. Temo sia un po’ tardi per preoccuparsene.»

Hasam alzò le spalle, strappò un morso di maiale e bevve il primo sorso di idromele. Avrebbe potuto abituarsi ad essere morto.


 

Il Nord, altrettanti ed imprecisi secoli dopo Yeshua Ha-Notsri

 

Freddo nord, una piana dove il colore della terra è nascosto dalla neve chiazzata di sangue e dai corpi morti in battaglia. Come richiesto dalla tradizione diversi corvi si aggirano attorno ai corpi cercando di affondare il becco nelle armature infrante per avere un po’ di gustosa carne morta. Non era una cattiva vita: carne fresca - fresca per un volatile che si nutre di carcasse - da dividere  con formiche o al peggio coi topi. Tecnicamente si potrebbe considerare tra i commensali i batteri putrefacenti ma i corvidi tendono ad interessarsi poco alla microbiologia.

Il banchetto viene interrotto dal calpestio di zoccoli: un piccolo gruppo di cavalli arriva al galoppo fermandosi di fronte ai corpi. Dai cavalli bianchi ed alati scendono delle donne notabili per altezza, formosità, biondeità e quantitativo d’armi portate a presso. Quella a capo del gruppo - in quanto più alta, più bionda e più armata delle altre - si ferma di fronte ad un cumulo di corpi, solleva la lancia che aveva con sé e la scaglia contro un albero: attraversa il tronco come fosse burro con il rumore di un tuono.

La valchiria sorride, alza le mani in un gesto teatrale rivolto verso un cadavere « Io sono Brünhild e sono qui per traghettarti valoroso comb-»

« Avete rotto i coglioni grazie. Lo sappiamo, sei qui per prendere il tuo prediletto caduto valorosamente in guerra dimostrando la sua fede nei confronti di...»  la voce si interruppe indecisa. Veniva da un uomo in un caffettano verde da cui spuntavano ali ocra, a piedi nudi sulla neve della piana. Si girò cercando aiuto verso un’altra figura alata: anche il suo caffettano era verde, meno decorato, tremava stringendosi le spalle  « N-non ho idea di chi servano, io voglio solo s-smettere di congelare qui - il fiato si condensò in nuvolette bianche man mano che parlava - s-spero solo siano tirapiedi di qualche divinità del f-fuoco. La cosa più vicina oggi è stato quel l-leone a-alato zoroastriano, poi ho perso il conto... perché non siamo andati via con quel tizio p-polinesiano che prometteva una spiaggia calda e cocco fermentato?»  l’altro angelo lo fissava furente  « Lo so, niente vino, niente alcol di nessun tipo. Ma non è che possiamo timbrare il cartellino e chiuderla qui prima di vedere quanto siamo immortali contro il freddo?»

La valchiria, rimasta zitta richiamò l’attenzione  sbattendo a terra un martello estratto misteriosamente dai - pochi- vestiti indossati «Una di voi creature alate con la gonna, qualunque sia il vostro sesso, potrebbe spiegarsi? Io ero venuta per l’anima di colui che difendendosi nella calca, fu trapassato dal bronz-»  

«Sì sappiamo come procede, - tagliò l’angelo nel caffettano ocra - fama e gloria imperitura e un destino di gioie nell’ennesimo paradiso, grazie sei la sesta che passa oggi»  La Valchiria ammutolita lascioò cadere il martello con un tonfo « Solito pacchetto completo,  siamo anche noi nel ramo, aldilà completo, all-inclusive per l’eternità- »  « Quasi, finché non arriverà il Firb-»  «Sì, sì il tempo del giudizio, anche voi della vecchia scuola, pestilenza, massacri, fiamme sulla popolazione? No? Cavallette? Morte di tutte le piante di caffè? Freddo forse?»  La valchiria annuì « Ecco nessuna novità, l’ho detto io, diciamo che il trattamento all-inclusive per la quasi eternità finché il pezzo grosso non chiude baracca e decide di ripulire l’intero il parco giochi. - con un dito indicò lo spazio attorno a lui ad includere i presenti, i corvi ed infine il resto del mondo fuori dalla piana - Alla fine il trattamento è più o meno lo stesso, se lo becca da noi o da voi non è molto importante no? Tanto ormai i nostri colleghi hanno già preso il biondino» indicò un cumulo di cadaveri «Sì so che sia arrivata la richiesta anche a voi, come è arrivata a quei tizi pelosi in tuniche bianche, quello sciacallo in gonnellino che ha insistito per essere chiamato sciacallo e non cane e- »  «N-non d-dimenticare la d-ivinità polinesiana»  «Sì ecco anche quello. Morale: qualcuno dei piani alti al servizio del Pezzo Grosso-»

L'angelo ormai surgelato alzò un dito per interromperlo, l'altro sbuffò e si corresse «Pezzi grossi. Più di uno. E molto grossi» l’angelo surgelato provò ad abbassare il dito, trovandolo bloccato dal freddo « Qualcuno dei piani alti ha fatto un casino. Ormai avranno già processato la sua pratica. Direi che prima che qui arrivi qualcun altr-»  uno schianto li interruppe: era appena atterrato nella piana un volatile delle dimensioni di un piccolo elefante che pareva dipinto da un meeting di pittori surrealisti sotto mescalina, se solo fossero già esistiti. Il volatile camminava verso di loro assumendo le forme di un uomo alto, scuro, coperto da un perizoma di pelle, tatuato con disegni bianchi.

«Non voglio nemmeno sapere cosa sia. Direi che siamo stati qui abbastanza a lungo, sbaracchiamo subito - un verso di soddisfazione venne dall’altro angelo semicongelato - Tu e le tue amiche spiegate al nuovo, ennesimo, arrivato tutto il casino. A lui e a tutta compagnia di guardiani dell’aldilà, angeli, demoni ed fantasie teologiche assortite. Divertitevi.»  Detto questo i due angeli spiccarono il volo sbattendo le ali colorate fino a sparire all’orizzonte.

La valchiria sbuffò, riprese in mano il martello lasciato a terra e si girò verso il nuovo arrivato. Avrebbe avuto una lunga giornata di fronte a sé.

 

Anticamera della Jannah, una volta processata la pratica

 

«NO!»  disse l’angelo Munkar sbattendo il pugno sul tavolino.

Era un pessimo inizio di giornata per Nakir, l’altro angelo seduto al tavolo. Il loro compito prevedeva testare i fedeli per l’idoneità alla premio eterno, dotato dai confort che ci si poteva aspettare da un qualunque paradiso di lusso: fiumi di miele e latte, cibo a profusione e signorine allegre. L’ultimo arrivato era tale Sigurd Sorenson, un energumeno biondo vestito con armatura, pellicce, un ascia legata alla cintura, ed un grosso elmo cornuto. Ed seguito dal suo odore che occupava l’intera sala e sembrava riempire ogni spazio fino al più piccolo dei ghirigori che decorava i muri.

Era un caso disperato ma i suoi documenti erano in regola e rimandarlo indietro avrebbe portato a litigi con gli altri dipartimenti e un altro mucchio di pratiche da sbrigare per spiegare l’accaduto. Ci sono forze più potenti dell’immortalità e della fede, come la burocrazia.

Nakir prese dal tavolo la brocca con il tè e riempì alcune tazze di porcellana. Il tè era una delle poche cose in grado di calmare Munkar e in quel momento sembrava averne bisogno: con una smorfia disgustata e il sopraciglio alzato fissava gli stivali - anche quelli pelosi - che il vichingo aveva rifiutato di togliere. Nakir stimò che stavano rilasciando su pavimenti e cuscini il contenuto in fango di un fiume di medie dimensioni. Era stupefacente come riuscissero a portare le anime fino all’oltretomba conservando perfettamente lo sporco del mondo materiale.

Nakir tirò un sospiro di sollievo vedendo Munkar accettare la tazza di tè e il suo sopraciglio scendere di sorso in sorso fino a livello di sicurezza. Calmatosi continuò

« Allora, riparliamone con calma, chi è il tuo signore?»

Sigurd sbattè il pugno sul tavolo facendo tremare una campana di bronzo appoggiata

« Sangue e ceneri, come posso ficcarvelo in testa? Il mio signore è mio Jarl, Erik Olafson, l’invitto, che tagliò la testa d-»

 Nakir alzò la mano per fermarlo, il sopraciglio del suo compagno stava risalendo a livelli di allerta «Abbiamo capito sì, quello che beve il sangue dai crani dei nemici- l’angelo alzò un dito per contare - impicca i suoi uomini deboli- alzò un secondo -  e…  pugnalava forse? - con l’altra mano si grattò la barba curata - no ci sono, accoltella i traditori!»  prima che riuscisse ad alzare il terzo dito il vichingo si alzò in tutta la sua statura, con le corna che grattavano il soffitto, minacciando col pugno e il suo alito

«NO! Accoltella i suoi troppo deboli e impicca i traditori!»

Il sopraciglio di Munkar era oltre soglia, doveva spostare l’argomento in fretta

 «Va benissimo»  disse alzando le braccia in aria.

Poteva sentire lo sguardo bruciante dell’altro angelo

« ma noi volevamo parlare del tuo rapporto con Allah l’altissimo, il più saggio dei saggi»  sbirciò verso Munkar, sperando che lo sostenesse. Gli annuì leggermente. Il sopraciglio aveva smesso di salire se non altro.

Fu il turno del vichingo di fare uno sguardo disgustato, e sputò sprezzante a terra.

Ecco era fatta, ora non avrebbe più calmato Munkar. Il grumo di saliva aveva un aspetto pressoché solido e aveva riflessi iridescenti. E per giunta era finito sul cuscino damascato preferito da Munkar.

Era sicuro non potesse precipitare oltre la situazione ma a quel punto il vichingo parlò

«Come ve lo devo ripetere, non sono uno di quelle mezze femmine in tunichetta profumate ed oliate che giacciono con altri uomini.»

Nakir fissò imbarazzato il proprio caffettano zafferano. Era orgoglioso del suo vestito e non era giusto che venisse criticato da una persona con così poco gusto. E con un’igiene così scarsa a dirla tutta. Si trovò a sperare che il silenzio imbarazzato venisse rotto da qualunque cosa, anche il gracidare di una rana liberatasi dal fango degli stivali.

Plic. Plic. Plic.

Con sollievo si accorse che non erano gli stivali a gocciolare ma la tazza di té caduta dalla mano di Munkar, tutt’ora immobile con la mano aperta. Con minor sollievo si accorse che stava macchiando i moduli sul tavolo. Nakir si gettò a salvare i fogli rimasti salubri. Il suo tonfo sul tavolo parve risvegliare l’altro angelo.

« Ci abbiamo provato, è palese che meriti il supplizio ma le carte sono in regola. Ed io non ho intenzione di presentarmi ai superiori criticando il loro lavoro coi moduli impregnati di tè. Lo mandiamo avanti e speriamo non si faccia notare troppo, io non ho intenzione di lasciarlo qui dentro un minuto più del necessario. Dev’essere più facile lavarlo che mettergli una sola parola di saggezza in testa»  

Si girarano verso Sigurd. In quel momento guardava con sospetto la macchia di tè sparsa sotto il tavolo. Intinse un dito, lo annusò debolmente disgustato e dopo esserselo portato alle labbra tossì schifato.

I due angeli si scambiarono un’ultima occhiata.

Nakir si rialzò dal tavolo e agitò la campanella di bronzo rimasta sul tavolo «Io mi rifiuto di provare a lavarlo» .

Dopo un secondo di silenzio una fiamma azzurra brillò sul pavimento. Sigurd smise di sputare il tè assaggiato e si girò a fissare la fiamma assumere una forma umana: si materializzò un uomo, persino più alto di Sigurd, con pantaloni color zafferano larghi e un gilet aperto sul petto muscoloso.

« Per quanto ci dispiaccia dirlo ha accesso al pacchetto all-inclusive. Il resto lo sai.»  L’energumeno issò il vichingo su una spalla e prima che riuscisse a protestare scattò fuori dalla stanza.

 

«O più giusto dei giusti, benvenuto al paradiso eterno. La ringraziamo per aver scelto la nostra religione e per il suo martirio/vita esemplare/generosa elargizione, essa è gradita agli occhi dell’Altissimo. La prego di rimanere al proprio posto durante la fase di ascesa al paradiso. Io sono il suo djinn Qasib. Se vi fa piacere, potete chiarmi Qasib il magnifico. Altrimento solo Magnifico.»  

L’ergumeno che lo stava trasportando in spalla aveva detto tutto questo senza prendere fiato e senza smettere di correre. Gli pareva di vedere una grossa porta in lontanza.

«Non credo di avere molta scelta sul posto, ma quella porta Qasi-»  

«Il Magnifico Qasib vorrà dire»  

«Sì quello. Come ci passiamo da quella enorme porta? Mi pare grossa, di bronzo e decisamente vic-»  il djinn che lo trasportava saltò e sfondò la porta con un calcio. Trovandosi a cadere in aria, atterrò una decina di metri più in basso e poggiò a terra Sigurd.

Sembravano arrivati ad un’oasi. Dietro di loro una torre elevata con un paio di porte spalancate in cima da cui erano atterrati. Attorno a loro una distesa di palme attorno ad un laghetto. Un sentiero si snodava seguendo il corso dell’acqua verso una città dalle mura candide

« Finalmente qualcuno che si comporta come si deve Qas- Magnifico Qasir,»  il djinn sorrise soddisfatto e indicò attorno a sé. Aveva le mani libere, forse aveva infilato il plico di fogli nel gilet.

« Questo è la prima delizia, il fiume dell’acqua limpida»

 Sigurd fissò l’acqua con sospetto « Delizia?»  

«Acqua pulita certo, le anime si dilettano nel suo sapore freschissimo!»  l

o sguardo del vichingo passò dal sospetto alla confusione « Perché tra tutte le cose da bere dovrei desiderare l’acqua?»  

il djinn fece spallucce «Ad ognuno il suo angolo di paradiso. La nostra offerta include molto altro a partire da...»  tirò fuori da gilet un paio di pince-nez incrinati, li inforcò e lesse da un foglio, estratto anche quello dal taschino. Sigurd alzò un dito «Sì?»  «Volevo sapere se da queste parti avete uhm...»

Sigurd agitò le mani in aria a formare delle curve « Pony? Qualcuno dovr-»  

il vichingo continuava a tracciare curve in aria «Forse ci sono. Cinque lettere magari? Ah, donne!»  

Sigurd annuì felice e si sfregò le mani mentre Qasir scorreva la lista

« Sì qui abbiamo segnato nel pacchetto martire deluxe 72 vergini»  

il sorriso che aveva illuminato il volto di Sigurd si incupì per un istante

« Come vergini?»  chiese con una nota di delusione.

Qasir sbuffò, adocchiò la lista e mise la mano nel taschino«Forse sei un tipo da cibo. Datteri?»  la mano aveva estratto dal taschino un vassoio coperto da una piramide di datteri e frutta secca. Eppure Sigurd era sicuro che il taschino fosse più piccolo della sua mano… ma non era un buon motivo per rifiutare del cibo e si portò alla bocca una manciata. Il paradiso pareva finalmente ingranare.

«Posso aspettarmi che il paradiso abbia da bere altro che acqua no?»  Sigurd indicò con sdegno il fiume limpido

«Ovviamente: c’è il fiume con di latte, il fiume di miele e il-»  

«Miele? Magari anche fermentato? Un fiume di idromele si avvicina a quello che avevano promesso ai guerrieri»  il djinn si grattò il mento a disagio

«Fermentato? Non credo proprio»  questo era qualcosa che non si aspettava.

« Niente fermentati? Niente birra?»  Qasir scosse la testa e indicò attorno a sé «Nell’intero paradiso paradiso non troverai una singola goccia d’alcol.»  

«Cosa si suppone che beva un uomo? Acqua? Ci avete preso tutti per cavalli?»

«Non esageriamo, ci sono altre bevande qui, è sempre il paradiso»  per l’ennesima volta Qasir infilò la mano nel taschino. Questa volta tirò fuori una brocca di ceramica ancora fumante. Riempì una tazzina - tirata fuori dal solito posto- con un liquido scuro per poi porgerla.

«Almeno è in grado di darmi forza per i combattimenti che mi spettano?»  Sigurd afferrò la tazzina e la tracannò.

 «Combattimenti? Il paradiso è un luogo di pace. Tra l’altro credo tu possa abbandonare qui la tua ascia, non credo tu ne abbia più bisogno per il resto dell’eternità letteralmente»

Sigurd smise di fissare la tazzina vuota e prese in mano la sua arma. La soppesò qualche secondo. Non era quello che si aspettava ma forse era arrivato il momento di provare come fosse la pace. Aprì la mano facendo cadere l’ascia in acqua. Non la guardò nemmeno mentre spariva nel fondo.

«Fai pure strada Magnifico Qasir. Come hai detto che si chiama la bevanda? Credo che ne prenderò un altro sorso.»  Il magnifico Qasir sorrise: « Caffè Sigurd, caffè» .

 

Archivio Babele, dipartimento di Escatologia, Sorteggi ed Escapologia post-hoc(“quell’hoc”) XXI secolo


Una stanza buia se non per una sigaretta accesa e il bagliore di un monitor su una scrivania bruciata dai mozziconi. Sopra l'avanzo di scrivania torri di fogli , chiazzati – nel migliore dei casi- da anelli di caffè, isolotti di tabacco stantio, altri scogli di quello che non era esattamente tabacco e al centro di questa geografia un bicchiere di plastica riempito da quella che una volta era acqua e mozziconi galleggianti. L'occupatore della scrivania, Beppel, vice aiuto segretario in prova - da soli duemila anni e al momento un contratto vero e proprio era fuori discussione- stava contemplando una delle meraviglie del creato come suo solito.
 « Ancora a fumare erba?»  Beppel schiacciò la sigaretta contro uno dei fogli bestemmiando sonoramente, l’intruso sbuffò

«Sai che non ci facciamo una bella figura così?»

Beppel tirò un sospiro« Thaqib, son certo che ai superiori non importano questi dettagli: siamo angeli dannazione. Serviamo tutti il pezzo grosso che odia i gamberi, ama le circoncisioni e cazzeggia di sabato. Non fare quella faccia: lo so che voi Djinn non avete tutto il nostro pacchetto, ma non ti sei perso nulla: luce divina impastata con lo sputo del Boss ti pare roba da invidiare?»

«Impasto con sputo del nostro Boss e fuoco non mi pare molto meglio»

«Non c'è molto altro. Ci tenevi proprio all'arpa da suonare sulla nuvoletta? Non so nemmeno da che parte si tenga in mano. Almeno non vi scambiano per umani: penso che bastino come indizi immortalità, poteri magici, e il corpo avvolto da fiamme.

Con un cuore sarei crepato di infarto!»
«Io avrei detto tumore ai polmoni»  l’angelo pescò sotto la scrivania una bottiglia bruna e fece gesto d’offrirla al Jinn
 «Ok mi correggo. Cirrosi Epatica. O entrambi assieme» .
 Beppel ritirò la bottiglia, la stappò e avvicinò il naso. Fece una smorfia e posò la bottiglia a terra fin dove riusciva ad arrivare senza alzarsi dalla sedia.

«Questa è l’ultima arrivato che devo sistemare»  Indicò un’isola di relativamente più ordinata, lievemente meno sporca sulla scrivania. Un blocchetto di fogli stropicciati verde lime con pinzettata la foto di un anziano. Vestito di rosso con un cappello particolarmente vezzoso.

«Pensi che lui sia- »

«No. Non insistere con quella storia, ti assicuro, non frequenta gay pride. E sì, quel appello poteva risparmiarselo.»

Beppel alzò le spalle, il Djinn sembrava riconoscere sempre un mucchio di persone di cui doveva occuparsi. Più di una volta gli aveva salvato il posto facendoli notare che se commetteva uno dei suoi piccoli e minuscoli errori burocratici con clienti così grossi rischiava un incidente diplomatico. E tanti saluti al posto. Non riusciva a capire quale fosse il problema, tanto i clienti erano già morti! Non era mica come il dipartimento “Stelle, metoriti e mortaretti assortiti” dove era finito quando era stato beccato a spendere troppo tempo a meditare sul creato. O come diceva quel rompicoglioni di una Potestà che aveva per capo “perché stavi fumando una carrettata d’erba che nemmeno la tomba di re Salomone ne aveva vista una simile”. Dieci anni a controllare valvole, allarmi e lucine, poi ti distrai un minuto e PAM! Ecco che ti ritrovi con una Tunguska in mezzo. Grossa scocciatura ma alla fine lo avevano rimesso nel suo dipartimento per paura che combinasse altri danni.
Così ora era ritornato al suo bel cantuccio, tabacco, il non tabacco, i suoi morti, decisamente meno stressanti di meteoriti e porcate volanti simili. Però ormai la sedia era calda ed era costretto a non fare sbagli troppo clamorosi. Gentile da parte del Djinn ma era una lagna lavorare in quel modo “Beppel guarda che ti sbagli, Beppel hai già mandato due persone nel posto sbagliato, no Beppel anche se son circoncisi non puoi mescolarli...” uscì dai suoi pensieri non appena si accorse di aver bruciato un pezzo del foglio con la sigaretta spenta prima. Bestemmiò nuovamente - «Dovevi proprio includere tutti quei santi?»  - sollevò il foglio per controllare se ci fossero altri danni, magari cenere di altre meditazioni o qualche goccia di quando aveva bevuto.

«È verde»  osservò il djinn, dito puntato contro il foglio. Le fiamme attorno al suo corpo parevano essere impallidite ad un blu metano.

«E non va bene? È nato in Germania, pensavo fosse turco, e per loro il verde va benissimo»

Il djinn alzò le mani al cielo

«È l'ultima volta che ti aiuto con un casino simile, va bene? »

Italia, un periodo non più possibile.

 

                                   

Il suono delle campane a morto risuona per tutta la nazione. Le grandi città composte da asfalto, pm10 e automobilisti furenti sono accomunate ai paeselli dove è più facile conversare con una mucca che con un essere umano: su tutte si estende il ripetersi delle campane. L’annuncio della morte del Santo Padre arriva a tutti, venendo accolto vuoi con tristezza, vuoi con liberazione ma soprattutto indifferenza.

 

Buio totale attorno a lui, se non per una luce grande come una capocchia di spillo. Ricordava la stanza della clinica e un via vai di persone, alcune vestite di bianco che snocciolavano frasi poco comprensibili. Ricordava parole come cardioversione, warfarina e simili. Altre persone erano vestite di nero e rosso e anche loro amavano parole improbabili, come transustazione o immacolata concezione.

Ricordava di aver visto quello che ricordava come il proprio corpo da esterno mentre uno dei signori bianchi applicava delle piastre simili ad un tostapane al suo petto, ma l'odore liberato più che ad un toast bruciato somigliava a quello di pollo. Curioso che funzionasse anche l'odorato fuori dal corpo. Ma del resto riusciva a vedere perché non poteva sentirne gli odori? Anche se a pensarci bene avrebbe preferito qualcosa di differente come ultimo ricordo.

La luce sembrava avvicinarsi a lui a passo di treno pendolare – lievemente più rapido che a passo d'uomo, posto che l'uomo sia zoppo e pure un po' brillo – e le tenebre attorno a lui si diradavano. Sentì un coro attorno a sé, dovevano essere gli angeli. Si aspettava dei cori in latino o al più in greco, ma non riusciva a capire quale fosse la lingua. Ormai le tenebre erano scomparse: era in mezzo a delle nuvole e riusciva a scorgere gli angeli attorno a lui che cantavano. Davanti a lui un trono d'oro sui cui sopra era seduto un uomo. Era arrivato finalmente il momento dell'incontro con la trinità, in un senso la sua vita era stata dedicata a questo incontro.

Il volto non era visibile: la luce nascondeva i tratti, era riconoscibile solo una barba scura. Strano: nei disegni era quasi sempre bianca.

Sul trono riuscì finalmente a vedere una scritta. Non era in caratteri romani. Nemmeno cirillici. Neppure greci. Non ebraici. E si rese conto dell'errore. Era in arabo.

La figura alzò le mani e sospirò « Mi spiace, c'eri quasi.»

Note Conclusive
Spero di aver strappato qualche risata e non troppe sofferenze. Sono ben accetti massacri ed insulti. Ma ehi sono ufficialmente una voce!




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