La Fuga di Fra Tac

Note dell'Autore sul Capitolo
Okay, primo capitolo della storiella di mezza estate - dovrebbero essercene altri due, ma non ho idea di quando riuscirò a scriverli, probabilmente per natale :'D
Comunque 'sto capitolo penso di averlo scritto DAVVERO male S: Le descrizioni fanno pietà, ci sono scene veramente a caso, lo trovo in generale poco omogeneo e... bah, diciamo che ho fatto di meglio. Ma è un periodo un po' così... e ci tenevo comunque a postarlo prima di partire :'D Anche solo perché il sistema magico mi piace. Spero non faccia troppo schifo il resto /:
(e, soprattutto, sono 8000 parole e qualcosa, chi di dovere prenda nota della mia vittoria :'P)
Li vediamo nei nostri cieli, oltre i rami delle nostre foreste, enormi figure sempre diverse. Sono comparse da poco, dalla notte al mattino.
Divorano il nostro mondo giorno dopo giorno.
Non c’è niente che possiamo fare per fermarle, il nostro spazio si restringe ogni secondo di più. Presto rimarremo a centinaia intrappolati in un infinitesimo di quello che era il nostro reame, gli uni sopra gli altri, fino a che anche noi non ce ne andremo. Ovunque vadano gli Immortali quando la loro immortalità diventa qualcosa di impossibile, quando non esiste più un luogo, per loro, dove vivere.
L’unica speranza, per noi, è Fuggire.

CAPITOLO 1: L'ORIGINALE E' SEMPRE MEGLIO DELLE IMITAZIONI

Guardati. Cosa sei?
Debole. Sola. Insignificante.

No, non lo sono.
Sì, lo sei, sai che lo sei. Cerchi di schermarti con l’indifferenza, ma l’unico risultato che sei riuscita ad ottenere, così, è che ha smesso di importarti di quello che un tempo ti faceva sentire in pace. Sei – siete – così fragili.
Non lo sono. Non lo sono! Correre, devo correre.
E andare dove?
Ad avvertire qualcuno! «Quello che state facendo è folle.»
Quanto è monotona la tua voce. Oh, anche adesso, la paura che senti è così... piatta. Non riesci ad avvertirla veramente. Oh, quanto aneli al semplice provare qualcosa, ancora una volta almeno?
Hai creato delle pareti che ti stanno schiacciando, per tenere fuori una non meglio definita sofferenza, ma quella sofferenza è quello che ti rendeva viva. Ora cosa sei? Niente più che un guscio vuoto. Quanto hai sacrificato per l’illusione della forza, per l’illusione del controllo su te stessa.

No, io non...
E la senti, quella parte della tua anima, gridare e graffiare e cercare di sfondare quelle pareti. Quanto vorresti ci riuscisse davvero. Quanto hai paura lo faccia.
No! Questo non è... quello che provo. Questo non è quello che penso. Devo avvertire, devo... le mie gambe cedono, cado in ginocchio sul pavimento della sala del trono. Le mie mani corrono sulla mia testa, stringono i capelli, tirano, tirano. No. Questo è quello che penso.
Quanto vorresti aver provato qualcosa alla morte del tuo miglior amico. Oh, e quanto ti odi per non aver sentito nulla.
Non voglio ricordare questo adesso, non voglio. Non voglio. Sono orribile. Piccola, meschina, orribile persona. Merito di rimanere sola, per sempre, ma non voglio rimanere sola per sempre. Voglio sentire qualcosa. Non voglio sentire più niente. Basta!
Sento gli occhi bruciarmi. Da quanto ho iniziato a piangere? Davanti a me sento un leggero spostamento d’aria, dei piedi poggiarsi delicatamente sul pavimento. Qualcosa di frusciante mi sfiora il viso.
«Guardami. Guardami. Guardami.»
Non farlo. Perderai te stessa. Perderai te stessa se lo guardi, perderai... cosa? Cosa è rimasto di me che voglio tenere? Meglio dare tutto via. Meglio sollevare lo sguardo e...
«Fermati!» esclama la voce del mio re. Un altro fruscio, e so che quell’essere se ne è andato. «Cosa ti salta in mente, per Stolas, è la mia migliore guerriera!»
E’ questo che sono?
«Voleva impedire il nostro piano. Voleva impedire il nostro piano. Voleva impedire il nostro piano.»
«Non lo farà, è solo... dammi tempo di parlare con lei, è una guerriera leale, e prima deve comunque combattere.»
E’ solo questo che sono?
Lentamente, foggio gli abiti che indosso, faccio crescere il rubino intorno a me nella sua forma più pura. Ogni cosa viene ovattata, le parole del mio re e di quella creatura diventano indistinguibili. In questo bozzolo rosso posso lasciarmi andare. Ci sono solo io, ora. Purtroppo.

* * *

«Ehi, su con un po’ di allegria! Cos’è tutta questa depressione?»
«Non tutti hanno il tuo inviolabile entusiasmo, Epsie.»
Sogghigno, mentre allontano una sedia dal tavolo. Mi ci lascio cadere sopra di peso, un braccio a penzoloni dallo schienale. «Sai, quando si perde il conto di quante volte si è rischiato di morire, si impara ad apprezzare ogni più piccola cosa della vita. Da qui l’inviolabile entusiasmo.» rispondo a Wolfe, facendo tintinnare i miei bracciali di quarzo per meglio sottolineare il concetto. Lui mi rivolge un sorriso di circostanza, ma il resto degli avventori rabbrividisce come un sol uomo. Avessero la testa ancora più china e finirebbero con il naso nel boccale!
E, lo ammetto, la cosa mi fa sadicamente divertire. Ancora più di quando mi chiedono l’autografo. Mi volto verso un paio di ragazzi che mi guardano terrorizzati da dietro i loro calici pieni di smeraldo. «Dico bene, ragazzi? Che razza di espressione avete, state rilassati!»
I ragazzi sobbalzano come se gli avessi infilato la spada su per il culo. «Sì signora, scusi signora.» balbettano tutto d’un fiato. Devo fare uno sforzo immane per non scoppiare a ridere.
«Piantala, Epsie.» mi rimbecca Wolfe «Si vede lontano un miglio che ti piace siano tutti così terrorizzati di te.»
Lascio libera la risata che stavo trattenendo. «Ops, beccata.» rispondo, alzando le mani in segno di resa. Wolfe scuote la testa, ma come al solito lo vedo ridacchiare sotto i baffi. Noto per la prima volta che sono spruzzati di una punta di bianco – cavolo, di già? Lo ricordo ancora così giovane, è davvero passato così tanto tempo da quando lavorava nelle cucine del palazzo? Non oso calcolare i cicli esatti, visto che sono sua coetanea e sto benissimo senza sapere nel dettaglio la mia età.
Per Stolas, certo che questo era davvero un pensiero da vecchia, a ben pensarci.
«Dammi il solito, Wolfe, per carità.» chiedo, per cambiare discorso. Nel frattempo, è tornato un certo brusio nella sala, il mio concentrare l’attenzione su Wolfe deve aver rilassato l’atmosfera.
Lui annuisce e comincia a trafficare con i bicchieri. «Due, vero? C’è anche Hikk?»
«Ovviamente c’è anche lui, pensi che potremmo venire qui separati?» lo rimbecco, fingendomi offesa. «E’ fuori a sistemare gli esalupi, eravamo andati a cavalcare.» aggiungo poi, a titolo informativo. E per sottolineare il fatto che siamo assetati, quindi se si muovesse ci farebbe un favore...
Che poi, a proposito di gente che dovrebbe muoversi, trovo strano che Hikk non sia ancora entrato. Di solito ci mette poco a legare i lupi, e non posso credere che i nostri cucciolotti gli stiano dando dei problemi. Mi volto verso la porta, incapace di frenare la mia apprensione. Ormai dovrei aver imparato a non farmi prendere dall’ansia ogni volta che il mio pietruzzino ritarda, ma dopo l’attentato di ieri non riesco ad evitarmi certi pensieri...!
Il fatto che in ogni caso gli attentatori siano finiti vetrificati dal suo martello prima che potessero anche solo sfiorarlo non riesce a rendermi più tranquilla.
«Tienimi il posto, vado a chiamarlo va’.» avverto Wolfe, ma non faccio in tempo ad alzarmi dalla sedia che la porta si apre. I rumori della conversazione, che aveva iniziato a rifiorire nella sala, si interrompono bruscamente appena il mio pietruzzino fa un passo oltre la soglia, bello e intonso così come l’ho lasciato. Neanche un pelo della barba viola fuori posto. Nonostante questo, non riesco a tirare un sospiro di sollievo: c’è qualcosa che non va nella sua posizione. È troppo rigido, sull’attenti, si vedono le righe della divisa di ametista là dove gli tira sui muscoli delle spalle.
Da lui – anzi, da dietro di lui – sento provenire un colpo di tosse e un omino smilzo gli scivola di fianco, passando di sbieco attraverso il piccolo spazio vuoto tra il braccio di Hikk e lo stipite della porta. Non mi serve nemmeno un secondo per capire cosa sta succedendo, questo burocrate indossa la divisa di topazio dei messaggeri di corte. E ora capisco perché Hikk è così teso: è furioso, o almeno furioso per i suoi standard. Per Stolas, ha pure ragione, abbiamo appena finito di sedare una rivolta e la regina vuole subito spedirci da qualche altra parte?
«Fammi indovinare» blocco il messaggero appena lo sento schiarirsi la voce. Non faccio sforzi per nascondere il mio fastidio. «diamantina vuole vederci?»
«Sua altezza la Regina di Diamante» mi corregge subito lui, il tono stizzito rende la sua voce ancora più nasale «Ha richiesto di vedervi immediatamente.»
Ah, questa poi. Mi lascio sfuggire un sorrisetto «Immediatamente, eh?» dico, e incrocio le braccia. Assolutamente fuori dalle mie previsioni, la divisa di ametista mi scivola un po’ sui polsi scoprendo i bracciali di quarzo. Il messaggero impallidisce.
«Beh, non proprio immediatamente. Appena troviate tempo, ehm, signora.»
Annuisco, soddisfatta. «Quanto è cara, la regina, pensa sempre ai nostri comodi. Eh, tesoro?» dico, facendo cenno a Hikk di avvicinarsi. Lui si muove dopo qualche secondo, aggiungendo uno dei suoi soliti grugniti. Il massimo dell’eloquenza che si permette, quando è circondato da gente estranea. E, come sempre, la sua timidezza incute cento volte più timore di quanto io riesca a fare – cavolo, la gente ci manca poco sollevi i tavoli per non ostacolargli il cammino.
Sghignazzo e faccio un cenno a Wolfe. «Muoviti a servirci tu, vuoi fare aspettare la regina?»

«Dovresti smetterla di abusare della nostra posizione.» mi dice Hikk, mentre trottiamo verso il palazzo di sua diamantesca maestà.
«Non sto abusando della nostra posizione. La sto usando per divertirmi, qualche volta.» gli sorrido, mentre passo distrattamente la mano tra il pelo candido del mio Divoratore. «E dire che pensavo ti saresti ammorbidito, con la vecchiaia. Ti stai trasformando in un vecchio nonno scorbutico.»
Lui avvampa per l’imbarazzo, cosa che mi suscita una risata involontaria. «Non sto diventando scorbutico...»
«Hai ragione, lo sei sempre stato!» tiro un paio di volte le redini del mio lupo, gli faccio aumentare il passo per distanziare Hikk, per gioco. Lo supero e mi metto davanti a lui in fila indiana, facendo scimmiottare a Divoratore un passo da parata. Lui ringhia come protesta, ma esegue, le sue sei zampe trottano in perfetta coordinazione.
«E’ solo che non siamo nella posizione per fare certe cose!» cerca di giustificarsi Hikk. Io mi volto e gli faccio l’occhiolino.
«Al contrario, amore, siamo nell’esatta posizione per poter fare certe cose.» gli dico, prima di voltarmi e tornare a seguire la strada scavata grossolanamente nella salgemma.
Un bel contrasto con la porta est della città-fortezza, che si alza a qualche metro da noi fronte a noi, foggiata magnificamente da un unico blocco di topazio. Il cristallo sembra nascere dalla fine sabbia del terreno, si avvolge su se stesso nel formare delle colonne a spirale che terminano in un arco piatto, su cui la luce degli Occhi di Stolas cade placida, riflettendosi in miriadi di... riflessi che di certo un poeta saprebbe descrivere meglio di me. Ma solo perché sono una guerriera non significa che anche a me non piaccia questo genere di cose. Sarà che il castello mi ha abituata bene.
Attraversiamo la porta e subito la strada si allarga, le rigide pareti di salgemma lasciano posto a una piana sterminata dello stesso cristallo, con sputi di verde pallido là dove agglomerati di peridoto sono riusciti a crescere. E, in mezzo a questa grezza desolazione, si vede già svettare la città-fortezza, un enorme costruzione di diamante che si innalza verso il cielo. Un gioiello che anche il più grande Maestro Foggiatore può solo sognare.
Credo che la regina abbia scelto apposta di costruire il nostro palazzo qui, in questo posto terribile. Il contrasto con il terreno spoglio rende la sua opera ancora più maestosa, più raffinata. Pezzi di diamante diversi sono stati fusi meticolosamente in una costruzione mastodontica, le pareti spioventi dall’aria militaresca si trasformano, salendo, nelle più delicate guglie. Il cristallo si attorciglia su se stesso, le guglie sono collegate tra loro da ponti intarsiati, e i ponti sono collegati ad altri livelli da scale a chiocciola con corrimani decorati da motivi – come si chiamano? – floreali. La complessità della città-fortezza non ha niente a che vedere con l’architettura massiccia delle altre nella zona. Ogni volta che la rivedo, dopo un lungo viaggio, la cosa mi colpisce ancora di più. E non riesco a fare a meno di trovarla sempre così... aliena. Le sue linee curve, i suoi mille intrecci, tra scale, ponti, guglie che si intersecano ricordano proprio...
«Sembra il Fae.» sussurra Hikk, battendomi sul tempo. Io rispondo con un mite annuire, mentre entrambi acceleriamo un po’ il passo dei nostri lupi. Con un ringhio, gli animali cominciano ad attraversare la zona di salgemma lavorata che fa da preludio ai giardini intorno alla città-fortezza. Le loro unghie tintinnano sulla pietra foggiata liscia, perfettamente trasparente. E attraverso questa superficie vetrosa, sporgendomi appena al di là del mio Divoratore, riesco a vedere perfettamente il Fae, con i suoi grandi rami legnosi che si intrecciano e si spandono in ogni direzione sotto di me, intorno a me, per miglia intorno alla nostra città-fortezza, là dove la salgemma lavorata ci permette di vederlo.
«Sì» constato «la nostra regina ha proprio preso ispirazione dalle Fate.»

Io e Hikk rimaniamo fermi ai piedi della scalinata che porta al trono, come sempre. E, come sempre, la sala è vuota, e diamantina tarda a presentarsi. Mi chiedo perché senta il bisogno di fare sempre la stessa commedia, e soprattutto perché non ci sorvegli. È vero che siamo i suoi guerrieri più leali, ma un paio di guardie personali per sicurezza...! E’ un’ottima foggiatrice – come testimoniano le decorazioni spiralate intorno alle finestre a sesto acuto, il pavimento in cui linee intarsiate disegnano scene mitologiche, il soffitto da cui scendono grappoli di cristalli e... beh, praticamente ogni cosa qui dentro – ma dubito che come guerriera durerebbe due secondi con noi.
«Dovremmo dire a Diamantina di piazzare un paio di guardie qui, se riceve tutti come riceve noi...» sussurro a Hikk, infatti, ma mi fermo subito appena noto che lui non mi sta prestando attenzione. Osserva concentrato le pareti attraverso cui si vedono gli alti e fitti tronchi del Fae, che la nostra regina ha ovviamente sfruttato come elemento di decorazione, così come ha fatto con i rami che si intravedono attraverso il pavimento e le stelle attraverso il soffitto. Tutta la sala del trono, con le sue pareti lisce nonostante le decorazioni, è di fatto un enorme specchio sul Fae.
«Ne ho visto uno.» mormora Hikk, e io non riesco a non roteare gli occhi.
«Lo dici sempre quando entriamo qui.»
Hikk si volta verso di me, gli occhi sgranati e le labbra tremanti. «Lo giuro sulle ali di Stolas, tesoro, ho visto un Aes Sì.» mi dice, chiamando le Fate con il nome folkloristico tipico della gente della campagna. Io sorrido, accondiscendente, mentre Hikk fa un gesto scaramantico con le dita. Certo che questo suo lato superstizioso è duro da estirpare.
«Guerrieri di Ametista, mi lusinga il vostro apprezzamento per l’arredamento, ma una regina si aspetterebbe di essere più interessante delle pareti del suo palazzo.»
Eccola, siamo alle solite. Hikk si volta immediatamente, chinando subito la testa in segno di sottomissione. Io lo faccio più lentamente, per avere il tempo di sbirciare la mia regina con la coda dell’occhio.
Sta camminando lentamente verso il trono, dietro i grandi prismi di diamante che si innalzano come una corona intorno ad esso. La sua immagine ci arriva come un riflesso quasi invisibile, nascosta tanto dai cristalli quanto dagli alberi del Fae. Quando finalmente esce dalla protezione dei cristalli, si mostra splendida come sempre.
Cammina lentamente, prendendosi il suo tempo per misurare ogni passo. La schiena dritta, le mani conserte, è l’emblema della regalità. Il vestito di diamanti che la avvolge è leggero e delicato, le fascia il busto per aprirsi in una larga gonna a campana che scivola sul pavimento come se fosse liquida. Le pietre sono state foggiate in modo da essere minuscole, ogni traccia di opulenza cancellata. Anche i capelli chiari non sono acconciati in nessuna strana pettinatura da nobile, le ricadono lisci lungo la schiena. Non indossa nemmeno una corona, nessun diadema a cingerle la fronte pallida. Lei non ne ha bisogno.
«Alzatevi pure.» ci dice. Io mi rialzo e i miei occhi per un attimo incrociano i suoi, il suo volto perfettamente ovale si distende in un misurato sorriso. È esattamente come la ricordo, non una ruga, nemmeno d’espressione. Sembra... irreale. Ed è così da quando io ero una bambina. Non riesco a ricordarla piccola, e non l’ho mai vista crescere.
Posso solo immaginare che razza di vecchia decrepita si nasconda sotto l’illusione che crea intorno a sé grazie al potere del diamante...
Diamantina non si siede sul trono, appoggia solo una mano sullo schienale e ci osserva lì, dall’alto del piedistallo e della sua statura.
«Oggi Rothis di Smeraldo ci ha formalmente dichiarato guerra.» ci, senza un minimo cambio di inflessione nella voce. Io, invece, mi irrigidisco immediatamente, senza rendermi conto di quanto prima fosse rilassata la mia postura. Una guerra! Niente più rivolte da quattro soldi, una vera guerra, veri guerrieri da abbattere! Questo è ben oltre le mie aspettative. Da quanto non combatto davvero? Devo frenare un sorriso sul nascere.
«Rothis sta conquistando i regni a lui adiacenti con una facilità disarmante, le sue Guerriere di Rubino hanno ormai acquistato la fama di essere inarrestabili.» continua diamantina. Ci regala un altro, fugace sorriso. «Confido che riusciate a ridimensionare le mire espansionistiche di re Rothis. E che fermiate il dilagare di queste infondate notizie sulle sue guerriere.»
Io e Hikk chiniamo di nuovo il capo, la mano sinistra sul petto e la destra dietro la schiena. «Sì, maestà.» dichiariamo, in perfetta sincronia.
La regina alza un braccio, un movimento fluido che fa scivolare un poco la manica di diamanti sul suo polso sottile. Non dice altro a sottolineare questo gesto di congedo, ma si volta e sparisce di nuovo, dietro ai cristalli e dietro al Fae.
«Beh» commento, quando sono sicura non sia più a portata d’orecchio «è stata più prolissa del solito.»

* * *

«La risposta di Yleana di Diamante è arrivata, i suoi guerrieri di Ametista sono in viaggio.» mi informa il mio re. «Ci fa addirittura la cortesia di combattere questa guerra nella nostra arena» sorride «chiaramente ci sottovaluta.»
E so subito che quel “ci” è in realtà un “ti”. Annuisco, senza osare sollevarmi dalla mia posizione inginocchiata. Sia per rispetto, sia perché così non sono costretta a osservare quella... quella cosa.
«Perché combattere? Perché combattere? Perché combattere?» la sua voce rimbomba nella sala, ma io la sento come se fosse solo nella mia testa. Il fruscio delle sue ali mi sembra viscido sulla mia pelle, anche se so che è distante. Stringo i denti. Devo fidarmi del mio re, voglio fidarmi del mio re, ma come posso fidarmi di queste creature?
«Perché questi erano gli accordi.» risponde subito il mio re. La sua voce, normalmente pacata, contiene una nota di stizza che mi sorprende. «Prima faremo a modo nostro. Se non otterrà risultati, faremo... diversamente. Ma sono certo che Yuu sarà perfettamente in grado di tenere testa anche ai “leggendari” Guerrieri di Ametista.»
Non mi sfugge il fatto che abbia tralasciato il nome della mia compagna. Sollevo il volto, non posso più nascondermi dopo che il mio re mi ha chiamata così apertamente. Cerco di concentrarmi su di lui, ma è uno sforzo che non serve: la creatura ha già lasciato la stanza. Il mio re si avvicina, posa una mano sulla spalla della mia armatura e si china verso di me in una vicinanza che non si era mai permesso, e che mi sorprende. Non so come reagire, quindi rimango immobile mentre Rothis di Smeraldo mi sussurra: «Vinci, Yuu. Sulle tue spalle stanno in bilico le vite di migliaia di persone.»

Mi lascio scivolare nella vasca, i cristalli di acquamarina mi solleticano la pelle. Dietro le pareti, sento il sommesso chiacchiericcio delle addette ai bagni, occupate a liberare il potere dei cristalli che pian piano succhiano le impurità dal mio corpo. Sporcizia e... altro. Mi lascio cullare dalle voci delle donne, dal calore emanato dai cristalli, dalla luce rosea del tramonto che filtra dalla finestra.
Cerco di pensare all’allenamento appena fatto, alla guerra che mi aspetta. Cerco di pensare a cosa mangerò stasera. Cerco di non pensare affatto.
Ma non ci riesco. La mia mente si focalizza su un’unica cosa, in questi giorni, anche nei miei sogni non trovo riposo. Penso sempre e solo a quel peso che il mio re mi ha messo sulle spalle.
E tutt’ora non capisco cos’abbia voluto dire. Perché mi ha detto una frase del genere, perché la vita di così tante persone dovrebbe dipendere da me? Non capisco più cosa sta succedendo, ho la sensazione che qualcosa più grande di me si stia muovendo in questo regno. E ne sono spaventata.
Non voglio vivere in questo stato d’animo un secondo di più. Mi alzo dalla vasca così velocemente che alcuni cristalli di acquamarina scivolano, tintinnando, sul pavimento.

«Yuu, non ti ho fatto chiamare.»
«Lo so, mio signore, sono venuta di mia sponte.» di nuovo ho lo sguardo fisso a terra, non ho il coraggio di sollevarmi. La creatura è ancora accanto al mio re. E’ sempre accanto al mio re. «Ho una richiesta da farle.»
Sento il cuore battermi come non mai mentre attendo la risposta del mio re. Da quanto Rothis non mi metteva così tanta soggezione? Non ho mai osato prendere un’iniziativa. Sono stato un ottimo strumento. Perché ora decido di insultarlo con una simile insubordinazione?
«Dimmi. C’è qualcosa che vuoi?»
So che sa il motivo della mia visita. Stringo i pugni, sollevo il volto sforzandomi di tenere gli occhi aperti. «Voglio risposte.» dico, e ora non posso più fermarmi. «Voglio sapere cosa c’è dietro a questa guerra, cosa c’è dietro alla vostra alleanza.» mi fermo, mi sforzo di guardare la creatura appollaiata sul trono. La sua maschera bianca mi rimanda solo impassibilità e vuoto. «Voglio sapere perché è qui.»
«Non sono cose che rientrano in ciò di cui deve preoccuparsi una guerriera.» il mio re mi risponde, ma non sembra infastidito. Sembra preoccupato, spaventato quanto sono spaventata io, anche se nella sua posizione fa di tutto per nasconderlo.
«Al contrario.» sussurro, chinando di nuovo la testa. «Ho bisogno di sapere per affrontare a mente lucida questa guerra. Per vincere ho bisogno di sapere prima di tutto per cosa e perché sto combattendo.»
Di nuovo attimi di silenzio, prima che il mio re risponda. «Va bene.» dice «Ti spiegherò tutto.»

Non ci posso credere. Non ci voglio credere.
È una pazzia! È il piano di un folle, e quel folle non è il mio re, mi rifiuto di credere che Rothis non riesca a vedere a cosa porterà tutto questo.
«Non capisci, Yuu.» mi sussurra, una mano tesa verso di me mentre indietreggio scuotendo la testa. «Non riesci a considerare la visione di insieme, non riesci a comprendere quello che verrà poi.»
No. No, è il mio re che non riesce a comprendere a cosa tutto questo porterà. Mi volto di scatto verso la creatura, ancora appollaiata sul trono, le gambe a penzoloni lungo lo schienale. È colpa sua, cosa ha detto a Rothis per convincerlo a diventare il suo burattino? Ma ora so perché è qui, so cosa vuole. So cosa vogliono loro, e non permetterò che lo ottengano!
Mi volto di scatto, corro verso la porta, devo avvertire tutti di quello che sta per succedere...
La creatura è davanti a me. Non so come abbia fatto ad arrivarci, ma è davanti a me, le ali chiuse intorno al corpo come un mantello. Come se il mio corpo non mi appartenesse più sento ogni muscolo cedermi, mentre la creatura ruota leggermente la testa. Gli occhi vuoti della sua maschera si fissano nei miei.
Guardati. Cosa sei?

* * *

Devo ammettere, re Rothis sa il fatto suo in quanto ad arene. La città-fortezza di smeraldo non è malaccio – niente di sofisticato ed impressionante come quella di diamantina, ovvio, ma si difende bene. Merito anche delle tre cinte murarie... ma dove pensano di essere, nei Secoli Rossi?
Però l’arena è spettacolare, la più grande in cui io sia mai stata. E gli spalti sono massicci, grezzi, senza una decorazione. Solo blocchi di smeraldo di foggia geometrica, gli spigoli rivolti verso noi combattenti, taglienti e cattivi. Niente fronzoli, questo sì che è un posto da guerrieri! E se apprezzo le raffinatezze di diamantina è altrettanto vero che una parte di me adora questo fascino brutale.
«Non male, eh?» commento con Hikk, infatti, mentre giriamo per i bordi dell’arena prima che arrivino gli spettatori. «Un bel teatro per il nostro gran ritorno.»
Hikk ridacchia, ma sotto sotto so che è emozionato quanto me. Lui, però, è assorto nel fare quello che dovrei fare anche io: accertarmi che l’arena non contenga trappole di sorta per avvantaggiare i nostri sfidanti, che è anche il motivo per cui ci hanno fatto entrare prima di chiunque altro. O... quasi chiunque altro.
Richiamo l’attenzione di Hikk battendogli una mano sulla schiena «Tesoro, quella chi diavolo è?»
Poco distante da noi, di fronte all’ingresso nord dell’arena, una ragazzina sta ferma a fissarci con un’espressione che farebbe accapponare la pelle persino a diamantina. Sembra una cazzo di psicopatica, e dopo l’attentato a Hikk gli psicopatici mi vanno poco a genio.
«Ehi tu!» esclamo «Cosa vuoi?»
La ragazza indietreggia come se fosse stata colpita fisicamente dalle mie parole. «Ho bisogno di...» mormora, per interrompersi subito dopo. Aggrotta la fronte, scuote la testa, la lunga coda bionda le ondeggia a destra e a sinistra da dietro la schiena. E, senza aggiungere altro, gira sui suoi tacchi e se ne va.
Ammetto, la cosa mi lascia un attimo confusa. Mi gratto la testa. «Ma chi è che lascia entrare una squilibrata del genere?» chiedo, più come domanda retorica che altro. Hikk, però, mi risponde.
«Non penso che nessuno debba lasciarla entrare.» mi dice, mentre con la fronte aggrottata continua a fissare la porta da cui la ragazza è sparita «Gemma del mio cuore, non hai notato la sua divisa?»
«Ero troppo occupata a tenere d’occhio i suoi occhioni da psicopatica.»
«Era di rubino.»
E qui sono io a sgranare gli occhi. Cosa? Mi volto anche io verso la porta dell’arena, come se potessi rivedere lì quella ragazza per trovare conferma. Quella bambina spaurita era una delle “inarrestabili” guerriere di re Rothis? Ma stiamo scherzando? E poi...
«Per Stolas, pietruzzino mio, ma avrà metà dei nostri anni!»
Hikk sogghigna e mi guarda con un’espressione a metà tra l’affetto e il divertimento. «Non è che quando abbiamo iniziato noi fossimo di tanto più vecchi.»
«Non me lo ricordare, ti prego.»

Se l’arena da vuota fa la sua figura, piena mi fa semplicemente ribollire il sangue nelle vene. Appena si apre la porta che ci farà entrare sento il boato del pubblico colpirmi in faccia come qualcosa di solido, ogni cosa sotto queste grida sembra più intensa: la luce che batte sulle sfaccettature geometriche degli smeraldi, il colore stesso delle pietre e il bianco della sabbia, tutto è più vibrante, mi fa sentire più energica. Non riesco a non sorridere quando faccio finalmente un passo nell’arena e dagli spalti del nostro regno si solleva un unico grido, così forte da sovrastare le urlla e i fischi della fazione opposta. Allungo la mano avanti a me appena il paggetto che mi segue mi porge la custodia della mia spada. Senza staccare gli occhi dal pubblico la estraggo e la punto verso di loro, ruotandola in modo che i raggi del sole colpiscano il quarzo con la giusta direzione per farlo risplendere. Altre grida di giubilo e di incitamento. Ah, adoro la guerra!
Tenendo la spada con una mano sola, comincio a foggiare anche la mia divisa di ametista in quella che diventerà la mia armatura. Faccio ingrossare i cristalli che normalmente tengo minuscoli nella struttura del vestito, li lascio crescere liberi sulle mie spalle mentre su braccia e gambe li guido nell’assumere lo stato metamorfico, pronto a variare a ogni mio movimento senza costrizioni. In pochi secondi ho finito, e la sensazione che mi dà avere un’armatura completa in un’occasione del genere è ineguagliabile.
Sposto la mia spada da una mano all’altra, per completare l’ultimo guanto d’ametista. Le mie dita stringono l’elsa sagomata con più forza del solito. Quest’eccitazione un po’ mi sorprende, non pensavo di esserne ancora capace, dopo così tanto tempo. Sarà che, senza nemmeno rendermene conto, ho cominciato davvero a credere a chi mi dà della vecchia. Sogghigno e appoggio la lama di quarzo alla mia spalla. Magari è anche vero che sono vecchia per gli standard, ma se sono ancora qui un motivo c’è.
«Pietruzzino mio, quand’è stata l’ultima volta che abbiamo combattuto una guerra?» chiedo, voltandomi verso Hikk. Lui grugnisce qualcosa, al contrario di me sta ancora finendo di indossare la sua armatura. Solo quando i cristalli di ametista gli hanno avvolto le spalle e il collo mi risponde: «Due cicli fa, gemma del mio cuore.»
Ah, però, certo che il tempo passa veloce. «E qual è stato il risultato?»
Hikk fa eco al mio sogghigno, i suoi bellissimi occhi neri brillano come il suo martello d’ossidiana. «Abbiamo sbriciolato quei due mangiapolvere prima che potessero dire “ma”.»
Ah, sì, questo è proprio quello che volevo sentire. Non vecchi, direi resistenti, più che altro.
Inspiro l’aria dell’arena, mentre torno a guardare avanti a me. Non verso il pubblico, stavolta, ma verso le nostre due sfidanti. La ragazza di prima è effettivamente a qualche metro da noi, proprio sotto al vessillo di re Rothis. Nella sua armatura di rubino completamente formata non sembra più così insicura, anzi, non mostra nessuna emozione, nemmeno eccitazione. È fredda, ma non perché sia agitata. I suoi gesti, quando si colora le guance con due cerchi rossi, sono calmi e misurati. Di fianco a lei un paggio tiene in mano quella che penso sia la sua arma: un’ascia di zaffiro, ad occhio e croce. La cosa mi fa corrugare la fronte: lo zaffiro è uno dei cristalli offensivi più difficili da usare, se non il più difficile. Serve un’abilità straordinaria per foggiarlo e guidarne il potere, se questa qui è in grado di dominare un’arma del genere potrebbe essere un problema.
E quasi avesse sentito le mie parole, zaffirina afferra l’arma come se stesse sollevando una qualunque posata, la soppesa un attimo e la foggia senza apparente difficoltà. Lo zaffiro sfarfalla appena, prima di mutare nelle mani della guerriera e allungarsi fino ad assumere la forma di una spada molto simile alla mia. Più raffinata, le concedo, quando si solidifica è quasi impossibile notare le forme proprie del cristallo, ma pur sempre una spada.
L’altra guerriera di fianco a lei, invece, è una bestia alta quasi quanto Hikk e massiccia uguale – un bel contrasto con la corporatura esile di zaffirina. Anche lei è coperta da un’armatura di rubino e sta già sventolando una spada, una bastarda dal cuore pulsante di luce azzurra. Palesemente, è adularia pura.
Avranno pure parecchia abilità personale, ma in quanto a strategia fanno pena: non ci provano nemmeno, a nascondere che il loro obiettivo primario sia quello di eliminarmi! Il mio sogghigno si allarga mio malgrado: sempre così, tutti sottovalutano il mio Hikk.
«A quanto pare» gli dico «pensano di poterti lasciare scoperto»
Lui si porta di fianco a me e incaglia il suo martello al suolo. Nonostante gli strati d’ametista, le vibrazioni mi fanno tremare le gambe. «Lascia pure che lo pensino.» risponde, pacato.
Oh, quanto sbagliano a sottovalutarlo. Comincio a liberare il potere dell’ametista, lo tengo poco sotto la superficie, pronta a farlo esplodere a inizio battaglia. Per il quarzo, invece, c’è tempo a sufficienza. Voglio liberarlo appena colpirò la prima avversaria, saranno bei botti, rubino o meno.
«L’adularia è quello che mi preoccupa, in realtà.» dico a Hikk. «Lo zaffiro imiterà il potere della mia spada, sarà rognoso ma posso tenerlo a bada, l’adularia invece...»
«L’adularia è più gestibile di quanto la sua fama lasci credere, a colpo sicuro non significa con il dono dell’ubiquità.»
Anche le nostre due avversarie sono pronte. Non parlano tra loro, sono già in posizione di attacco, il rubino dell’armatura che già gocciola sangue a testimonianza dell’attivazione del suo potere.
«Quindi dobbiamo colpire la Bestia insieme.» continuo io, tanto vale sfruttare quel che ci rimane prima del via della giunta «Se riesci a intercettarla...»
«...mentre convergono su di te? Sarà uno scherzo.» completa Hikk per me. «Lo zaffiro riesci a gestirlo da sola, quindi?»
Ah, questa poi! «Tesoro, non essere sciocco...» mi interrompo appena suona il primo corno, che ci segna di metterci ai posti di combattimento. Sospiro e faccio affiorare il potere dell’ametista, mentre genero il mio elmo dai cristalli sulle mie spalle. Attraverso la visiera vedo Hikk fare lo stesso, la sua armatura ormai completamente coperta da scintille viola che danzano nervose appena sopra la superficie del cristallo. Stringo entrambe le mani sull’elsa della mia spada, allargo appena le gambe e la porto al mio fianco. Davanti a me, vedo la guerriera con la spada di zaffiro fare lo stesso.
«Si sa che l’originale è sempre meglio delle imitazioni.» completo, anche se Hikk ormai non può sentirmi.
Suona il secondo corno. E allora spalanchiamo i cancelli che tengono a freno il potere dell’ametista.
L’arena intorno a noi si illumina per un attimo di un lampo di luce viola quando sia io che Hikk scattiamo in avanti, perfettamente coordinati, correndo verso le nostre avversarie. E man mano che maciniamo la distanza che ci separa il mondo rallenta intorno a noi. Lascio andare Hikk per la sua strada, ignoro la Bestia, per me in quest’arena ci siamo solo io e zaffirina. Solo che io sono veloce come se fossi a cavallo di un esalupo, e lei sta facendo una passeggiata nel parco. La vedo fermarsi, cercare di sollevare la spada in un patetico tentativo di difesa, ma è troppo lenta, troppo lenta e goffa.
Mi fermo di scatto di fianco a lei, lascio che lo slancio preso dalla corsa guidi il mio braccio e, appena la mia spada si alza, attivo il quarzo. Faccio salire il suo potere oltre la superficie in un unico colpo secco, esplode in un raggio di luce gialla, con un’energia quintuplicata che quasi mi fa tremare la mano.
Ovviamente, zaffirina non fa in tempo a parare con la sua stupida lama di imitazione. Ovviamente, la mia lama di quarzo vibrante d’energia affonda nell’armatura di rubino come se non ci fosse. Quasi quasi ci perdo gusto.
Zaffirina, però, si disincaglia allontanandomi con un calcio – strano, di solito a questo punto urlano e basta. Vedo la sua armatura spillare sangue, ma non è il suo, è solo la manifestazione del potere del rubino che si sta rigenerando a vista d’occhio.
Ma non è abbastanza veloce. Mi lancio di nuovo verso zaffirina, ma stavolta ho poco tempo per aumentare la mia velocità e lei è già pronta. La sua spada esplode di una luce simile a quella della mia, un raggio giallo che si irradia dalla lama e che quasi mi acceca. Riesce a intercettare il mio colpo appena in tempo. Sento la mia lama penetrare nella sua di pochissimo, molto meno di quanto mi sarei aspettata. Sa usare lo zaffiro bene, non l’avrei mai detto ma è brava.
Stavolta sono io a dover spingere per liberarmi, le scivolo attorno e riesco a colpirla di piatto alla schiena, ma lei non cade. La forza che le dà il rubino la tiene in piedi e l’armatura nemmeno si scalfisce! Si lancia subito in un affondo, però, ed è un errore, perché così mi lascia la libertà di sfondare le sue difese e di colpire la sua visiera con il pomello della mia spada. Stavolta sì, sento il suo urlo di sorpresa quando la sua testa scatta all’indietro travolta dalla potenza del mio colpo e del potere del quarzo.
L’unica cosa che vedo, per un istante, sono solo schizzi di sangue e pezzi di rubino quasi indistinguibili tra loro. Attraverso tutto questo, però, riesco a notare di sfuggita Hikk impegnato con la Bestia. La blocca muovendosi intorno a lei con la velocità superiore dell’ametista, usando il manico del suo martello come un bastone per parare i colpi della spada di adularia, che non riesco quasi più a localizzare tanto fluttua velocemente da un punto all’altro. Vedendo Hikk in quello stallo capisco: abbiamo fatto male i nostri calcoli.
Più veloce che posso, convoglio ancora più energia nel pomello della mia spada, che diventa un’unica sfera di luce gialla, e colpisco la visiera di zaffirina ancora e ancora.
La visiera esplode di nuovo, stavolta più violentemente di prima. Intravedo gli occhi diafani della ragazza spalancati per il terrore mentre le gambe le cedono. Infierisco spingendola a terra con un calcio. Lei cade bene, rotola subito per evitare di darmi un bersaglio, ma non ce n’è bisogno: io sto già correndo verso Hikk.
So che mi ha visto, perché smette di seguire i movimenti della sua avversaria. Arretra, mi tende la mano, e io la afferro. Usiamo la nostra stretta come perno mentre scambiamo la nostra posizione, in un’ondata di velocità che fa rallentare il mondo. Vedo la spada di adularia, la lama staccata dall’elsa e ridotta a una saetta di luce azzurra, calare sulla testa di Hikk quasi a scatti. Alle mie spalle, zaffirina si è alzata in piedi, solleva la sua spada con due mani, prende lo slancio per colpire me di taglio...
Il martello di Hikk la colpisce dritta a un fianco nello stesso momento in cui io, con un affondo, blocco con la mia lama la spada di adularia. Il mio quarzo, finalmente, fa il suo lavoro e trancia l’arma avversaria a metà. La Bestia si ritrae, cerca di rifoggiare subito la sua arma distrutta, ma non è veloce come la sua compagna e io sono già sotto di lei, affondo la punta della mia spada nel suo fianco, e , riesco ad arrivare a tranciarle la carne! Dovrei tirare indietro subito la spada, lo so, ma spingo ancora più a fondo, devo riuscire a raggiungere qualche organo, altrimenti con la capacità rigenerante del rubino il mio colpo sarà come andato a vuoto.
Una saetta azzurra verso il mio fianco, allungo il gomito ancora prima di riconoscere l’attacco, riesco a coprirmi all’ultimo dalla lama di adularia. Devo dare atto alla Bestia, l’ha riparata in fretta. E non si fa fermare dal fatto che ho parato il suo colpo: alza l’elsa che tiene tra le mani, facendo deviare la saetta blu verso la mia testa. Sono sufficientemente veloce da coprirmi con la spada, ma non faccio neanche in tempo ad abbassare nuovamente la lama che la Bestia mi è addosso. Mi getta a terra con un grido, quando cado di schiena non avverto il colpo del terreno, ma sento i pugni di lei martellare sulla mia armatura, incrinare la mia ametista. La forza che le dona il rubino è agghiacciante, con un paio di pugni riesce a incrinarmi anche l’elmo. Ma la cosa peggiore è che, realizzo, non ho più in mano la mia spada, non sono riuscita a tenerla in mano durante la caduta. Che imbarazzo. Stringo i denti e comincio a cercarla tra la sabbia con una mano, mentre con l’altra cerco la visiera della Bestia... come se potessi qualcosa nel corpo a corpo contro una guerriera di rubino! È troppo forte perché io riesca a disarcionarla, se continua così la mia testa sarà una poltiglia informe in tre, due, uno...
Oh, eccola, l’elsa della mia spada.
Sollevo la mia arma con una mano sola in una scarica di adrenalina e la porto di piatto sopra la mia faccia, proprio quando la bestia cala il pugno che avrebbe rotto il mio elmo. Invece, la sua mano guantata incontra una lama di quarzo al massimo della sua energia, pura luce gialla. Il guanto di rubino esplode in mille pezzi, la mano carbonizza tra lo sfrigolio del grasso che si scioglie. La bestia si allontana con un grido di sorpresa e dolore e io ruoto la spada, mi basta poco per rivolgere la punta verso il suo petto e ancora meno per farla penetrare attraverso l’armatura, dritta a trafiggere il cuore.
«E voglio vedere il rubino curare questo.» ringhio, mentre il sangue rosso della donna e quello che spilla naturalmente dalla pietra gocciolano sulla lama della mia spada, per vaporizzarsi un attimo prima di riuscire a toccarla.
La sua armatura di rubino si spegne, smette di gocciolare sangue e di rigenerarsi. Riesco a estrarre facilmente la mia spada, così, e con un colpo delle ginocchia spingo il cadavere della Bestia via da me. Mi rimetto subito in piedi, cercando di ignorare il giramento di testa e l’elmo che ha chiaramente bisogno di essere rifoggiato. C’è ancora il pesce grosso da buttare giù, sto fremendo dalla voglia di combattere zaffirina, spero solo che Hikk non abbia già...
No. Mi basta voltare appena il viso per constatare che zaffirina è ancora in piedi. Il suo elmo è stato completamente distrutto e non riesce più a muovere un braccio, che è stato vetrificato dall’ossidiana di Hikk, ma questo non l’ha minimamente rallentata. La sua arma ora è un’ascia sproporzionata rispetto a lei, riesce a manovrarla con una mano solo grazie alla forza del rubino, e continua a copiare il potere del quarzo. Sventola quell’ascia luminosa davanti ad Hikk con una furia che non ho mai visto. No, non furia. Disperazione. Tutta l’impassibilità che mostrava prima era davvero solo una maschera? Possibile abbia così tanta paura per la sua vita? Pf, novellini.
Hikk schiva un colpo dell’ascia con totale tranquillità, solleva il suo martello e lo lascia calare sulla testa di zaffirina. Lei però riesce a schivare il martello a filo, buttandosi indietro con un colpo di reni che deve averle distrutto i muscoli. Non ha stabilità per ricambiare il colpo, così, e balzella all’indietro per portarsi a distanza di sicurezza. Ammetto, il mio interesse nel combatterla sta già scemando, mi delude.
«Tesoro, vuoi una mano?» urlo ad Hikk, avvicinandomi a lui. Non sono sicura mi abbia sentito, tra l’armatura e le urla della folla. Rimango ferma, ma con i muscoli tesi, pronta a scattare nella remota possibilità le cose possano mettersi male per lui. Se lo aiutassi fin da subito poi si sentirebbe offeso.
Lui però non sta sfruttando l’occasione, perché non carica contro la ragazza? È chiaramente esaurita, sta pure muovendo le labbra freneticamente, come se stesse parlando da sola. I suoi occhi saettano da me a Hikk, sembra un cane in trappola. Oh, ora capisco perché il mio pietruzzino sta esitando. È sempre stato il più nobile tra noi due, non vuole uccidere un avversario che non è in grado di battersi. Io, invece, ho scrupoli diversi: lo considero un atto di pietà.
Sollevo la spada e scatto verso la guerriera di rubino, non mi preoccupo nemmeno di nascondere la mia intenzione di colpirla subito, dubito comunque che riesca a parare-
La mia spada cozza contro un tridente circonfuso di luce gialla. Ma cosa cazzo- quando l’ha cambiato? Quando ha reagito?
La guerriera di rubino scivola di fianco a me, ruota il tridente in modo da infilzarlo a terra e bloccarmi la spada. E se non indossassi l’ametista avrebbe anche funzionato. Riesco a liberarmi all’ultimo e allontanarla con una spallata, costringendola così a lasciare la sua arma – ritiro quello che ho detto, è davvero brava. Mi sento quasi in colpa a privare il mondo di una così abile foggiatrice, che razza di spreco.
Ma stiamo combattendo una guerra, quindi... sollevo il tridente di zaffiro e lo getto più lontano possibile, prima di scagliarmi di nuovo contro zaffirina. Carico al massimo la punta della spada con l’energia del quarzo, mi preparo a un nuovo affondo per colpire anche lei al cuore – ho ancora dignità rimasta per non colpirla alla testa – ma lei scivola di lato all’ultimo, la mia spada le recide di netto il braccio vetrificato. E lei non fa un fiato, né il suo volto mostra il benché minimo segno abbia sentito dolore. Digrigna i denti con l’espressione disperata che le ho visto la prima volta nell’arena e mi tira un pugno dritto in faccia, mandando in frantumi la mia visiera. Scema io a non averla rifoggiata, e scema io ad essere rimasta imbambolata per lo stupore. Se non altro non mi sento più in colpa ad afferrare la mano che mi ha colpito e tirare zaffirina verso di me, avvicinando nel contempo la spada alla sua gola. Sembra un movimento lento, ai miei occhi, ma so che per lei dev’essere stato un capovolgimento improvviso.
La guerriera urla quando il primo sangue comincia a zampillare, mentre la mia lama recide, brucia, e-
«No, ferma, ferma!» mi blocco. È stato Hikk ad urlare? Era la sua voce, ma mi ha detto di fermarmi. Cosa... faccio per voltarmi, ma sento una mano stringermi la spalla, stritolarmi l’armatura.
«Dovevate farvi ammazzare.» è zaffirina a parlare, gorgogliando sangue. La mia lama non è penetrata che di poco, ma che riesca a parlare ancora... come è possibile? Il rubino, immagino. Mi stringe con più forza la spalla, mi fa avvicinare a lei. Sento il puzzo della sua carne bruciata, ma per Stolas, lei invece sembra non importarsene minimamente! «Dovevate farvi ammazzare.» ripete «Non avete idea di quello che avete scatenato. Li vedo, li ho visti, il loro capo mi ha parlato. Guerra, come quelle dei vecchi tempi, guerra! Morti a centinaia, a migliaia! E loro arriveranno. Arriveranno.» stringe i denti, delle bolle di sangue filtrano comunque dagli spazi tra gli incisivi. Prende un respiro umido, un sibilo, per pronunciare le sue ultime parole: «E il nostro mondo non sarà più nostro.»
Deliri. Deliri di una moribonda e io li sto anche a sentire. «Il tuo mondo è finito da poco, scusa tesoro.» le dico, spingendo la lama a coprire quel poco di strada che le mancava. La testa della guerriera di rubino rotola nella sabbia dell’arena, i suoi occhi grigi spalancati verso il cielo in un’espressione di terrore. Ma non il terrore per la morte, quello l’ho visto tantissime volte in decine di salse diverse. Questo è qualcos’altro, qualcosa...
«Grazie. Grazie. Grazie.»
Chi ha parlato? Mi volto di scatto, ma l’unica cosa che vedo è Hikk che mi fissa con aria sconsolata, la testa libera dall’elmo. Ma mi ha davvero urlato di fermarmi, prima?
«Pietruzzino mio, cosa sta succedendo?» gli chiedo. Abbiamo appena vinto una guerra. Dovrebbe sentirsi felice. Dovrei sentirmi felice. Allora perché ho come il presentimento di aver appena fatto qualcosa di terribile?
Scuoto la testa. Suggestione, non è altro che suggestione, i deliri di quella tizia mi hanno fatto pensare a chissà cosa. L’eccitazione della vittoria, l’essere ancora vivi e fanculo la vecchiaia, l’aver sconfitto un’avversaria così meritevole. Queste sono le cose su cui devo focalizzarmi. Sorrido e sollevo la mia spada verso la folla.
«Lunga vita alla Regina di Diamante!» urlo, a pieni polmoni, e lo urlo di nuovo quando la folla risponde. E urlo ancora. E ancora, in quello che presto diventa un coro che fomento agitando la mia spada in aria. Non è difficile, però, notare che il mio Hikk non grida con noi.

* * *

«Vostra maestà» il ciambellano parla attraverso la porta «hanno perso.»
Io annuisco, e lo congedo con una mano senza aggiungere altro. Lo sapevo. Lo sapevo anche prima che iniziasse questo scontro, lo sapevo lo sapevo lo sapevo. Stringo le mani sui braccioli del mio trono. Quanto mi è costato prenderlo? Quanto sangue ho fatto scorrere?
Ho già assaggiato i metodi degli antichi. E allora perché esito a compiere anche quest’ultimo passo? Può davvero un “esercito” di uomini inesperti essere più efficace delle mie migliori guerriere?
La risposta non può essere che sì. Come immaginavo, come mi hanno detto, i Guerrieri di Ametista hanno spezzato i miei Rubini senza ricevere nemmeno una ferita. Yleana di Diamante non è preparata per una guerra diversa, invece. E i suoi guerrieri si contano sulla punta delle dita, non riuscirà a contrastare un esercito, anche se composto da uomini comuni. Però... però...
Però sono disposto a sacrificarne così tanti? È giusto che così tanta gente muoia?
«Non preoccuparti di ciò che è giusto. Non preoccuparti di ciò che è giusto. Non preoccuparti di ciò che è giusto.»
Di nuovo, quella voce e un fruscio dietro di me, che mi avvisa che l’essere è atterrato sullo schienale del mio trono. Se ne sta lì appollaiato, lo so senza vederlo, le sue ali conserte riescono comunque a sfiorarmi la schiena.
«E’ l’unica soluzione. È l’unica soluzione. È l’unica soluzione. Per te, per noi. Per te, per noi. Per te, per noi.»




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