Spettri di Caladan Brood

Note dell'Autore sul Capitolo
Ora, non riesco a capacitarmi del come né tantomeno del perché, ma nonostante io abbia da scrivere per almeno un paio di vite prima di esaurire il programma, nonostante di questa storia non ne sentisse il bisogno nessuno (io per primo, che tanto ste cose già le sapevo :D), mi sono fatto convincere a fare il racconto estivo :S.
Comunque sia, qui siamo, tanto vale dirci due parole.
Storia nuova, argomento nuovo, personaggi nuovi… sistema magico sempre lo stesso. Vorrei tanto provare a farvi bere che questa sia una trama del tutto scollegata dal resto, ma non prendiamoci per il culo, si capirà che sta roba è collegata al resto tempo 6 righe (vabbè, ma del resto anche fiamme è collegata al resto, dunque non penso la notizia sconvolga qualcuno :D).
Detto ciò, nella mia stupidità sono stato un furbastro ^_^. Questa è solo la prima parte del racconto, per il proseguo penso proprio che seguirò le orme di fra tac (fermo restando che lei NON DEVE seguire se stessa :D. il proseguo del suo racconto deve arrivare molto prima :S) e me lo terrò per natale (così non devo nemmeno pensare a che storiella fare :D).
Parlando seriamente, devo dire che la storia in sé non mi dispiace. Cioè, precisiamo, ci accadono cose che reputo interessanti, avvenimenti carini, non penso sia quello il problema. Il problema eventualmente è come ho messo giù il tutto. Per poter seguire decorosamente la storia servivano una serie di informazioni abbastanza importante, e questo è stato uno dei motivi per cui ho optato per la prima persona narrante (tramite le menate che si tira il protagonista ho potuto infodumpare un po’ impunemente, ma ho il sospetto di aver esagerato T_T). In aggiunta ho come il sospetto che la voce narrante sia risultata troppo una femminuccia (cosa che in parte era voluta, ma rileggendo mi sa che ho esagerato :S) e la scena d’azione mi è venuta mooooolto peggio quanto pensassi T_T.
Vabbè, comunque sia… buona lettura ^_^.

Spettri

Ancora non riesco a capire cosa sia andato storto quel giorno, cosa sia successo.
L’Incantesimo era perfetto, studiato nei minimi dettagli, non c’era un singolo passaggio che ci fosse oscuro o anche solo poco chiaro, nulla era stato lasciato al caso, nulla era stato dato per scontato.
Sapevamo che in caso di un qualunque errore, della pur minima imprecisione, le conseguenze sarebbero state gravi, per anni abbiamo lavorato al fine di eliminare qualunque fonte di pericolo, per decenni abbiamo studiato ogni possibile sviluppo predisponendo le opportune contromosse.
Tutto sarebbe dovuto andare come da programma, ogni cosa doveva svolgersi come era previsto accadesse, l’Incantesimo doveva andare a buon fine come era ovvio capitasse, come non poteva essere altrimenti. Ogni altra eventualità, ogni altro scenario, ogni altro sviluppo era stato reso impossibile, la realtà doveva modificarsi nell’unico modo in cui era concepibile si modificasse.
E invece siamo andati incontro al disastro.
L’esplosione ha fatto una strage. Dodici tra i maghi più grandi mai esistiti si sono dissolti nel nulla davanti ai miei occhi, ancora non riesco a capire perché io sia rimasto in vita.
L’onda d’urto ha disintegrato le mie difese, spezzato il mio corpo, mi ha schiantato contro le mura del salone un attimo prima di ingoiare ogni cosa in un mare di luce.
Ed è stato lì che li ho visti per la prima e unica volta, quando la vita mi stava abbandonando, mentre ancora cercavo di capire cosa fosse successo, proprio nel momento in cui il cocente bagliore dell’esplosione andava scemando.
Un’infinità di creature non più grandi del mio pugno, che si tenevano sospese a mezz’aria con ritmici movimenti di quattro sottili ali, del tutto trasparenti in ogni loro parte, visibili solo grazie alla luce che le attraversava.
Schifosi, piccoli esserini nati da un incantesimo che non aveva punti d’ombra, che non poteva e non doveva essere in grado di generare nulla di simile, che avrebbe dovuto essere una benedizione per tutti noi, e che invece è stata la nostra rovina.
Senza nemmeno sapere come avevamo creato il più letale dei nemici. Un nemico invisibile, un nemico intangibile, un nemico che non poteva essere ucciso con nessuno incantesimo d’attacco conosciuto, un nemico in grado di interagire con qualunque essere magico in modo ignoto, in grado di insinuarsi all’interno della sua vittima senza dar nessun segno che questo fosse accaduto, in grado di prenderne il controllo senza che essa se ne accorgesse. Un nemico di cui per tanto, troppo tempo, nemmeno abbiamo sospettato l’esistenza, un nemico che ci ha distrutti senza che nemmeno ce ne accorgessimo, quando ancora eravamo troppo impegnati a disperarci per l’autentica catastrofe che il fallimento dell’Incantesimo aveva lasciato dietro di sé.
Eravamo la più potente razza magica mai esistita. Eravamo in grado di ingannare il tempo, piegare lo spazio, plasmare a nostro piacimento interi mondi. Non vi era nulla che ci fosse precluso. Il potere distruttivo che eravamo in grado di sprigionare non era nemmeno pienamente concepibile.
Fino a poco tempo fa nemmeno consideravo l’eventualità che potessimo essere sconfitti da chicchessia, era un’eventualità che non concepivo, che non credevo possibile. Ma tutto sommato, forse, avrei anche potuto accettare la resa di fronte a un avversario che si fosse dimostrato superiore.
Ma non di fronte a questi microbi con le ali. Non l’ho mai accettato, non l’accetterò mai.
Sono stato io uno dei principali artefici di quell’Incantesimo, io ho spinto perché venisse approvato, sono stato io a convincere il Consiglio a tentare quella strada, io sono il primo responsabile di quanto successo.
E io non permetterò mai che la mia razza si estingua di fronte a simile nemico. 
Scoprirò come annientare questi esseri, li schiaccerò uno a uno se necessario, troverò un modo per arginare i micidiali effetti che l’Incantesimo ha scatenato.
Riporterò questa realtà a essere ciò che era prima della catastrofe, non ho nessuna intenzione di morire consapevole di aver posto fine alla mia specie.
Noi non ci arrenderemo, noi sopravvivremo.
Noi vinceremo.


Non mi serve arrivare alla porta per sentire con chiarezza la sensazione di calore sulla pelle. Se la toccassi senza attingere alla mia essenza ne ricaverei come minimo un’ustione.
Attingo in minima parte al mio potere e mi decido ad allungare una mano verso l’entrata che mi si spalanca davanti.
Un mare di fiamme ne erutta come un’esplosione che dilaga in tutte le direzioni, con l’accortezza, però, di essere così carina da schivare con cura il mio corpo. Non che ce ne sia bisogno, dato lo stato delle cose, ma apprezzo il gesto.
Compio i primi passi all’interno dell’enorme stanza ritrovandomi a contemplare il fuoco che si apre davanti a me il tempo necessario per farmi passare per poi richiudersi alle mie spalle. Riesco a vedere con chiarezza a malapena a un paio di metri da me. Se non sapessi per certo che sia alla mia sinistra che alla mia destra debbano esserci tutta una serie di tavoli da laboratorio avrei anche solo difficoltà a distinguerli. Cozzo con una gamba contro una sedia rovesciata in mezzo al passaggio e nemmeno mi ero accorto ci fosse.
Qui la situazione sta sfuggendo di mano.
Attingo un po’ di più alla mia essenza e le fiamme si fanno meno spesse, meno opprimenti, è più facile vederci attraverso.
Lui è giusto davanti a me, a forse una ventina di passi, curvo su un lettino su cui è adagiato il secondo individuo presente nella stanza. Ne sentivo la presenza.
«Ti stavo aspettando» pur non vedendolo muoversi di un millimetro, alle mie orecchie arriva la sua voce.
«Tutti gli altri dove sono?» aggiro un secondo lettino piazzato nei pressi di uno scaffale stracolmo di chissà che diavolerie, mi avvicino.
«A riposare»
«E tu?»
«Ho di meglio da fare»
«Quant’è che non dormi, Sinoon?»
«Ho di meglio da fare» l’altro non fa che ripetere la risposta di prima, e probabilmente non è nemmeno il caso di continuare.
Arrivo in fianco a lui e mi fermo a un palmo dal lettino. Il gorgo di fiamme che scaturisce da Sinoon si deforma e si contorce per non inghiottirmi, ci riesce così bene che quasi potrei anche smettere di ricorrere alla mia essenza, ma per sicurezza meglio evitare.
«Potrei non avere molto tempo» mi trovo costretto a precisare. E purtroppo è vero. Il nemico potrebbe decidere di attaccare, di sicuro a breve lo farà, se si decidesse a marciare contro di noi in questo istante non ci sarebbe nulla di cui sorprendersi.
Con un’occhiata squadro l’uomo costretto sul lettino, legato mani e piedi da catene di fiamme, mentre altre gli cingono collo e busto. È del tutto immobilizzato, non ha speranza di liberarsi, ma comunque tenta ancora di spezzare i vincoli che lo tengono prigioniero.
Ulteriore prova che possa essere solo uno degli Infetti, come del resto non poteva essere altrimenti.
«Voglio farti vedere una cosa» Sinoon nemmeno sembra cogliere quell’accenno. Con un gesto della mano spazza via parte delle fiamme che ci attorniano, stende il braccio sinistro rivolgendo il palmo verso l’alto.
Chissà da che angolo del laboratorio vola nella sua mano un piccolo cubo di vetro, al suo interno ribollono fiamme densissime.
Ha già preparato l’incantesimo che vuole farmi vedere.
«Questo è un Infetto, ovviamente» con un vago cenno dell’altra mano indica il poveraccio legato mani e piedi al lettino, mentre tra le sue dita il cubo di vetro si sgretola. Ne erutta un mare di fuoco che subito si ritrova costretto a rimanere tutto intorno al braccio di Sinoon.
«L’avevo capito» sottolineo l’ovvio senza riuscire a tradire una minima insofferenza. Questa scena l’ho già vista, e spesso anche.
«Stavolta ne varrà la pena» lui quasi mi legge nel pensiero «Amico mio»
Si concentra sul suo braccio sinistro per qualche secondo, stringe le dita a pugno. Nel momento stesso in cui riapre di nuovo la mano lingue di fuoco rosso sfrecciano in tutte le direzioni. Poi tutto torna come prima, a riempire il laboratorio c’è solo e sempre l’inestinguibile incendio che dirompe da Sinoon.
Riservo una minima occhiata all’Infetto e ancora lo vedo lì impegnato a cercare invano di rompere i vincoli che lo tengono prigioniero.
«Che è successo?» chiedo.
«Guarda bene» si limita a dire lui, indica il suo prigioniero.
Ritorno a guardare l’Infetto, e ora non ho difficoltà a distinguerlo. Forse lo si poteva notare anche prima, ma adesso è evidente.
Non sta cercando di rompere i vincoli che lo tengono bloccato, si sta contorcendo, come se le fiamme che lo attorniano, che lo tengono bloccato, lo stessero bruciando davvero. Gli spasmi si fanno sempre più violenti, sempre più forti, per un momento mi sembra quasi di vedere una delle catene che sta per cedere. Con un distratto cenno della mano Sinoon la ripristina all’istante.
L’Infetto continua a dibattersi con sempre più energia, qualunque cosa gli stia facendo il mio compagno deve essere una sofferenza incredibile. 
Pur senza volerlo mi trovo a provare pena per lui, come sempre non posso fare a meno di sentirmi in colpa. E la parte peggiore è che ho tutti i motivi per farlo.
Di colpo l’Infetto smette di dibattersi e crolla inerte sul lettino.
Ora nella stanza siamo solo in due, non sento più la presenza del prigioniero.
È morto.
Attendo ancora un momento per assicurarmi di quanto percepisco, ma no, non mi sbaglio.
«Modo abbastanza brutale per ucciderlo, non ti pare?» non posso fare a meno di infonderci una nota di biasimo.
Ma Sinoon nemmeno mi sta ascoltando. Sta muovendo le braccia nell’aria, tutto attorno a lui le fiamme stanno diventando un gorgo sempre più violento che si apre prima di raggiungermi, che mi lambisce senza toccarmi, nonostante io sia a due passi da lui. Nel giro di pochi attimi ha finito, il laboratorio torna alla normalità.
«Lo vedi?» chiede subito dopo. Mette in evidenza una ristretta zona d’aria giusto sopra la sua spalla sinistra, lì le fiamme stanno ardendo appena più intense, si fanno più gialle, più calde.
Sulle prime non capisco.
Che dovrei guardare? Lì non c’è niente.
Poi tutto si fa chiaro.
È ovvio.
La zona che lui indica è molto limitata, all’apparenza del tutto vuota.
Lì c’è uno Spettro.
Lascio la mia essenza libera di espandersi. Le fiamme che fino a un attimo fa mi lambivano cominciano a retrocedere ingoiate dall’oscurità che sempre più comincia a farsi spazio nel laboratorio. Tengo gli occhi chiusi cercando di concentrarmi su quanto dovrò cercare.
Individuarli è un incubo, e anche avendo l’essenza giusta, l’oscurità, pochi ne sono in grado. Io posso considerarmi uno dei fortunati, ammesso che di fortuna si possa parlare.
Riapro gli occhi e non ho difficoltà a distinguere l’incantesimo di costrizione che sta agendo nella zona indicatami da Sinoon. Lì il mio compagno ha creato una minuscola prigione per uno di quegli esseri. Un’impresa che gli ho visto compiere altre volte, un incantesimo che ancora non riesco a capire come possa eseguire, soprattutto visto e considerato che lui non è in grado di vederli.
Non mi concentro nel punto preciso in cui si trova la zona di costrizione, non sono mai riuscito a vedere uno Spettro direttamente, che io sappia nessuno ci è mai riuscito.
Cerco tutto attorno, nella zona subito circostante. So cosa devo guardare, e non ho difficoltà a trovarlo.
Lievi ombre, piccole, lievi ombre di un frullio d’ali, come fotogrammi stracciati di un’immagine in movimento che non mi è dato vedere per intero. Lì c’è uno Spettro, è vero.
«Sì, lo vedo» confermo.
Strano. Di solito passa del tempo dalla morte dell’Infetto a quando lo spettro abbandona il suo ospite. Anche giorni.
È la prima volta che vedo una di quelle bestiacce uscire così in fretta.
«Non è uscito spontaneamente» ancora una volta Sinoon sembra leggermi nel pensiero pur non avendone l’effettiva possibilità. Ma non è quello il punto, ovviamente.
È quello che ha detto.
Resto a guardare il punto in cui ho visto l’ombra dello spettro un attimo fa. Mi concentro ancora, e lo scorgo di nuovo, un quasi impercettibile movimento d’ali, ma c’è, ne sono sicuro.
«Questo fa l’incantesimo che hai visto» lui riparte «Interrompe il legame con l’ospite»
Resto ancora in silenzio per un momento.
Sulle prime ne sono rimasto sorpreso, ammetto, ma ormai la sorpresa è passata, e non ne è rimasto molto.
Perché di fatto non abbiamo in mano nulla, di nuovo.
A prescindere la morte dell’ospite interrompe il legame, è quello il motivo per cui lo spettro esce dal corpo, perché non ha più uno scopo di restarvi. L’unica conquista di Sinoon è avere ottenuto che ne esca subito.
«Non ci aiuta» mi trovo costretto a dire. Mi volto verso di lui trovandolo che mi fissa dritto negli occhi.
«L’incantesimo che hai visto» Sinoon mi guarda ancora un momento «Posso lanciarlo da qui su tutti gli Infetti del pianeta, contemporaneamente»
Sbarro gli occhi mentre resto fisso su quella zona d’aria apparentemente vuota.
Sento che le gambe non mi reggono più, devo aggrapparmi al lettino per evitare di finire a terra.
Su tutti, contemporaneamente.
Possiamo salvarci.
Se è vero quello che dice, abbiamo sul serio una speranza.
Mi scivola la presa sul lettino, mi trovo a cadere a terra, e la cosa non mi tocca. Resto lì, immobile, a fissare le gambe di Sinoon che ancora se ne sta in piedi davanti a me.
Questa guerra potrebbe finire, potrebbe finire sul serio.
E potrebbe finire con uno sterminio.
Una consapevolezza che mi colpisce come un maglio.
Alzo lo sguardo al pianale del lettino sopra di me. Da qui vedo la mano dell’Infetto che penzola inerte.
Quell’incantesimo potrebbe salvarci, sì, potrebbe salvare i pochi di noi che gli spettri non hanno messo sotto il loro controllo, ma ucciderà tutti gli altri.
Di fatto ci condurrà quasi all’estinzione.
Se quella che avevo provato un attimo fa era gioia, l’ho provata appena un secondo.
Mi rimetto in piedi con movimenti fin troppo lenti.
Il prezzo per la nostra ipotetica salvezza è un massacro.
Inanello le parole con fatica. Indico il cadavere: «È morto, Sinoon»
Lui annuisce, per un momento mi pare che il suo volto sia attraversato da una smorfia che qualcuno potrebbe anche catalogare come sofferenza: «L’incantesimo agisce sul corpo, lo altera in modo tale che lo spettro non possa più mantenere il legame» si interrompe appena un attimo «È così che fanno, tramite il corpo arrivano a prendere il controllo dell’individuo»
«E il processo uccide l’ospite» mi trovo a sussurrare.
«Questo dipende dall’ospite» Sinoon risponde con quelle che tecnicamente dovrebbero essere buone notizie, ma stando al tono di voce non lo sono «Da quanto è forte lui, da quanto è forte lo spettro, da quanto è saldo il legame. Non c’è motivo per cui la morte dell’ospite debba essere una certezza»
«Ma finora sono morti tutti quelli su cui hai provato» finisco la frase per lui.
«Solo tre» Sinoon si affretta a precisare «Quello va detto»
Annuisco in silenzio.
Tre sono pochi, lo concedo, difficile stabilire qualcosa di certo basandosi su un campione tanto misero, ma comunque resta il fatto che si tratti di un’evidenza che non promette niente di buono.
Dubito che la percentuale di morte sarà bassa, a prescindere faremo una strage se decidessimo di agire.
E il peggio è che non abbiamo nessun’altra valida alternativa.

***

«Che ne pensi?»
Una voce alle mie spalle. E per la miseria, giuro che non mi sono accorto si stesse avvicinando qualcuno.
Sono proprio da buttare.
Allontano la mano destra da davanti agli occhi, mi rimetto appena più dritto sulla schiena, smetto di appoggiarmi al banco davanti a me e mi volto.
La camera del Consiglio è deserta. Incredibilmente intatta, ogni cosa assurdamente al suo posto, stando a questo unico piccolo stralcio del nostro mondo non sembrerebbe essere successo nulla. Quattrocento posti a sedere posizionati tutti intorno al banco su cui mi trovo, il seggio del Primo Consigliere. Sarebbe stato reato, una volta, prendere posto su questa poltrona senza ricoprire la massima carica del nostro governo, sarei finito agli arresti se ci avessi provato. 
E gli Dei solo sanno quanto sarei felice se questo fosse il mio problema. 
La donna avanza tra quelle che una volta erano le postazioni dei consiglieri, si fa largo attraverso uno dei quattro passaggi che portano alle zone più interne della camera, punta dritto verso di me. Indossa la sua solita uniforme bianca d’ordinanza, i capelli, di un biondo chiarissimo, le scendono perfettamente ordinati andando a perdersi oltre le spalle. Ha un aspetto del tutto ordinario, normale. Dubito che a guardarmi io possa dare la stessa impressione. 
Da quanto è che anche solo non mi guardo allo specchio?
«Siete voi gli scienziati» nel parlare mi limito a fissare il pavimento sotto i miei piedi, un viola gradevole. Uno dei tanti particolari che mi è sempre piaciuto di questa camera «Io che ne so?»
Lei continua ad avvicinarsi. Si ferma a un paio di passi da me. Nel tornare ad alzare gli occhi su di lei mi trovo inchiodato da uno sguardo che non promette niente di buono: «Quando hai finito di commiserarti fammelo sapere, che cominciamo a parlare seriamente»
Ma come cazzo fanno, tra lei e Sinoon, a essere così?
Pur restando seduto, mi costringo a mettermi po’ più dritto sulla schiena: «È la verità, Sorm, io sono quello a saperne meno sull’argomento. Io guido la difesa»
Lo sguardo della donna si addolcisce per modo di dire, ma quantomeno è un inizio. 
«Siamo rimasti solo noi tre. Due anzi, fuori dal suo laboratorio Sinoon è poco più che inutile ormai. Qualcuno deve fare una scelta» con movenze calme va a sedersi su una delle dieci poltrone vuote più vicine alla mia «Credi che i membri del Consiglio torneranno qui per prenderla al posto nostro?»
«Ammesso che non li abbiamo già uccisi tutti» mi trovo a sussurrare. E la parte peggiore è che potrebbe tranquillamente essere vero. Fosse anche solo per semplice legge delle probabilità, ormai ho fatto a pezzi talmente tanti dei miei simili che di sicuro qualcuno degli ex membri di questo Consiglio era nel mucchio.
«Cosa ne pensi?» Sorm torna a chiedere.
E ancora una volta non riesco a rispondere, mi trovo a cercare una replica che aggiri il quesito. 
Perché io so che la scoperta di Sinoon è buona. Estrema, brutale, se applicata farà una strage, ma sul serio ci sono speranze che possa porre fine a questa guerra, sul serio ci sono speranze che possa funzionare, che qualcuno si possa salvare.
Ma se quanto ipotizza Sinoon è vero, le implicazioni quali sono? 
Quanti dei nostri simili abbiamo sterminato finora che invece potevano essere salvati?
Quanti di loro ne ho uccisi personalmente?
«Non essere stupido» la voce di Sorm torna a farsi tagliente come un rasoio, e il bello è che nemmeno riesco a capire a cosa si riferisca.
La guardo con un’aria che deve sembrare abbastanza ebete.
«Non avreste potuto agire altrimenti in ogni caso» lei continua «Non siamo nella posizione di avere scelta, e tantomeno possiamo concederci il lusso di proteggere i nostri nemici. Siamo in pochi contro un’infinità di… esseri contro cui non si può discutere, non si può ragionare, non si può trattare. Se non aveste agito come avete fatto ora non saremmo nemmeno arrivati a questo punto, ad avere una speranza»
Ah, ecco cosa è successo. Mi ha letto nel pensiero, e lei l’ha fatto sul serio.
Sono definitivamente da cestinare.
Rimango in silenzio ancora un momento, senza volerlo torno a guardare il pavimento: «Dunque lo pensi anche tu?»
Lei soppesa le parole prima di pronunciarsi: «Sinoon potrebbe aver ragione. Quello degli Spettri non è controllo mentale diretto, se lo fosse ce ne saremo accorti da tempo ormai, avrei trovato una contromisura efficace, ne sono certa. Ciò che riescono a farci è qualcosa di diverso, di sicuro riguarda la nostra essenza, e tutto considerato, se la via d’accesso per gli Spettri non è la nostra mente è del tutto verosimile che sia il corpo»
«Lui ne è sicuro»
«Sinoon è disperato, a stento lo si può definire ancora se stesso. Sarebbe disposto a credere a qualunque cosa pur di abbattere il nemico che abbiamo creato»
«Che lui pensa di aver creato» la correggo, in un sussurro, ma non posso farne a meno.
Sorm annuisce in modo impercettibile: «Quello che lui crede non conta. Ci ha mostrato quello che ci serviva vedere, da adesso in avanti è compito nostro decidere»
Con l’unico piccolo particolare che era Sinoon il leader, era Sinoon quello che sedeva su una delle dieci poltrone attorno a me, era lui uno dei più vicini collaboratori del Primo Consigliere, era lui quello nato per prendere decisioni. Io fino a qualche anno fa ero solo ufficiale dell’esercito, e nemmeno uno dei più brillanti.
La verità è che non so cosa rispondere.
«Non mi lasciare sola» Sorm parla con voce tanto flebile che a stento riesco a sentirla, ma cosa peggiore, nemmeno pensavo avesse un tono di voce del genere.
Sono un verme.
Il mondo è talmente cambiato che a stento lo si potrebbe riconoscere, e io sono ancora qui a compiangermi per la mia inadeguatezza.
Sì, è vero, tra tutti coloro che non sono stati infettati, i miei compagni avrebbero potuto sperare in qualcuno meglio di me, e probabilmente non ci sarebbe nemmeno voluto molto a trovarlo. Ma il destino ha deciso che fossimo noi tre a salvarci dall’Incantesimo, e che dei tre l’unico dotato di autentiche doti di comando si smarrisse poco per volta, col passare del tempo, ossessionato da un errore che tutti abbiamo contribuito a commettere.
Siamo rimasti solo noi due, unici capi riconosciuti, al vertice di una gerarchia di comando che è nata nel caos più totale. Nemmeno ho idea di come sia successo che io sia arrivato a ricoprire un simile ruolo di comando, ma è accaduto.
E adesso c’è bisogno che assolva al mio compito.
Dimostra di valere qualcosa, fallito.
Prendo un respiro profondo.
Per quanto assurdo, c’è gente che crede in me, non è questo il momento di deluderli.
«Non potremo resistere comunque» faccio uno sforzo per guardare negli occhi la donna che ho di fronte «Le mura stanno cedendo, nell’ultimo assalto si è quasi aperta una breccia e non siamo ancora stati in grado di riparare del tutto il danno. Se al prossimo assalto attaccheranno di nuovo lì potremmo non farcela, e anche in caso non succedesse, comunque non penso sopravvivremo ancora a lungo»
Mi interrompo il tempo di un attimo. Lei mi sta fissando impietrita, nonostante di fatto siano notizie che già sa.
«Ogni giorno che passa il flusso risponde sempre più a loro e sempre meno a noi, utilizzarlo ferisce noi e mina l’integrità delle nostre armi, apre squarci sempre più evidenti nelle nostre mura» mi fermo, indeciso se continuare. È una cosa che non ho mai detto apertamente «A prescindere da tutto, abbiamo i giorni contati. Se solo gli Spettri fossero in grado di capire quanto siamo deboli, ci spazzerebbero via al prossimo assalto»
Sorm aspetta qualche secondo, giusto il tempo per rendersi conto che io abbia finito.
Non ho esternato una vera scelta nemmeno stavolta, me ne rendo conto con puro disgusto, ma almeno l’ho veicolata verso l’unica via percorribile.
«Allora è facile» sussurra lei.
Annuisco in silenzio. Verissimo: «L’incantesimo di Sinoon ucciderà quattro Infetti su cinque, probabilmente. Abbiamo fatto abbastanza prove da confidare che il numero sia attendibile. Tra noi e loro siamo rimasti poco più di sessanta milioni… resteremo in poco più di dieci se seguissimo la via che Sinoon propone» mi interrompo, ma ormai è anche inutile tirarsi indietro «Se non la seguiamo gli Infetti ci uccideranno tutti, forse prima di quanto pensiamo»
«È facile» si ripete lei.
«Non siamo più nella condizione di poter scegliere la via di salvezza» riesco nell’impresa di bisbigliare ancora più a bassa voce di lei «Già il fatto che ce ne sia una all’orizzonte è più di quanto potessimo sperare»
Lei resta immobile, continua a fissarmi: «Sinoon ha parlato di effetti collaterali»
«Di cui nemmeno riesce a comprendere a fondo la portata»
«Ma è l’unica via di sopravvivenza»
«Su un campo di battaglia, non possiamo vincere»
«Sarebbe comico» Sorm esibisce un sorriso tirato «Rendere gli Spettri inoffensivi solo per morire divorati dalle rispettive essenze»
Per quanto me ne sorprenda io stesso, rispondo al volo: «Almeno moriremo tutti insieme… senza ammazzarci tra noi»
La donna avanti a me resta immobile come una statua mentre continua a fissarmi. Sta decidendo?
No, probabilmente ha già deciso, sta solo cercando il coraggio per dire quanto pensa: «Sinoon ti ha detto cosa gli serve?»
Abbozzo un cenno del capo: «Tutta la sua squadra di ricerca per preparare l’incantesimo e un’altra decina di elementi per ciascuna delle altre essenze al fine di stabilizzarlo»
«E vuole che provochiamo un attacco in forze» aggiunge Sorm.
«O avremo successo o è del tutto probabile che ci faranno a pezzi, sì» le confermo.
Tornando a far silenzio, la donna si lascia andare in avanti, va ad appoggiare i gomiti alle ginocchia. Curva su se stessa, ferma lo sguardo tra me e il pavimento sotto di lei.
La decisione sul futuro della nostra specie è nelle mani di un ufficiale fallito dell’esercito e di una ricercatrice.
Ma nonostante tutto la verità è solo una. O si dimostrerà che Sinoon ha ragione, o moriremo tutti comunque.
Un po’ di tempo in più o in meno non fa la minima differenza.
Mi assicuro che Sorm mi veda mentre allungo il braccio destro nella sua direzione. Fermo la mano a poca distanza da lei, il palmo rivolto verso il basso.
Lei esita, alza la mano con riluttanza, sfiora appena le mie dita.
E così è deciso.

***

Dunque ci siamo. È qui che si deciderà il nostro destino.
Un pugno di uomini a difesa di una fortezza in rovina, del tutto incapaci di arginare un vero attacco, che hanno ricevuto la disposizione tassativa di scatenare un nemico che non sono in nessun modo in grado di sconfiggere.
Anche solo a sentirla sembra la pessima trama di una storia raccontata da un idiota, con eventi che da questo momento ricadono per buona parte sulle mie spalle. 
Se riusciremo nell’intento sarà un miracolo.
Dalla cima delle mura, mi sporgo il minimo sufficiente oltre il parapetto a saggiare l’inesistente consistente di una difesa che ormai non esiste più. Profondi, ampi squarci si aprono nella lucida superficie metallica, un’abbagliante luce viola ne scaturisce illuminando di un bagliore spettrale i resti della nostra capitale.
La più grande città di una repubblica sconfinata, che abbracciava tutti i mondi conosciuti, non è altro che un ammasso di macerie.
Delle torri d’essenza non restano altro che le fondamenta, i palazzi sono un cumulo di rovine, le vie sono sepolte da intere montagne di roccia, sassi, polvere e acciaio. Anche da questa distanza, nonostante l’assoluta oscurità che permea questi luoghi, riesco a distinguere con chiarezza il perimetro che delimitava le vere mura perimetrali del centro della nostra capitale. Quelle che fino a dieci anni fa avevo considerato un inutile orpello per una città che non è mai nemmeno andata vicina all’essere conquistata. Una protezione che fino all’anno scorso ci ha permesso di sopravvivere.
La difesa di questa magalopoli era mia responsabilità, a me era stato affidato l’incarico di preservarla.
Il mio ennesimo successo.
Ignorando l’oscurità della notte mi concedo un ennesimo sguardo tutto attorno. Ogni pietra, ogni fondamenta, ogni centimetro quadrato mi accusa di manifesta incapacità, mi pare quasi di sentirli sussurrare, ridere di quanto in fretta sia riuscito a venire meno al mio compito.
Sconfitto da un nemico che nemmeno agisce secondo una logica, secondo una schema, che non segue nessuna vera strategia. In caso contrario di noi a quest’ora non rimarrebbe nemmeno la polvere.
Sposto lo sguardo in lontananza. Stavolta la notte aiuta a vedere i bagliori oltre la linea dell’orizzonte. Un esercito di sessanta milioni di maghi che aspetta solo di poterci fare a pezzi, che non appena sarà qui ci farà a pezzi.
Un’immensa, assurda marea di guerrieri che, grazie agli Dei, finora non si è mai mossa all’unisono per marciare su questa città, che nel momento stesso in cui lo farà ci macellerà come bestie, che proprio oggi devo andare a provocare nel tentativo di scatenarla contro di noi.
Se Sinoon non avrà ragione, saremo morti prima ancora di rendercene conto.
Il rapporto numerico ci vede sfavoriti di oltre cinquanta a uno, siamo una piccola armata contro un esercito sconfinato. Abbiamo elementi più validi, anche molto più validi, questo è indubbio, ma ciò non toglie che in quanto a pura forza bruta non possiamo nemmeno sognarci di rivaleggiare.
«Siamo pronti» la voce di Sinoon mi raggiunge per via telepatica. Calma, misurata, per lui è come se non stesse succedendo niente.
«Quanto tempo da quando tutti avranno liberato la loro essenza al momento in cui lancerete l’incantesimo?»
«Più tempo avremo e più legami tranceremo. Se saranno tutti, questa guerra finirà oggi» la risposta arriva all’istante.
«Ammesso che funzioni»
«Funzionerà» Sinoon nemmeno si pone il dubbio. E giuro, pagherei per avere la sua stessa convinzione.
«Minuti o ore?» mi decido a chiedere. Ma pur non essendo una cima per quanto riguarda la materia in esame, ne so abbastanza da poter prevedere la risposta. E non mi piacerà.
«Fai il possibile, amico mio» Sinoon sembra evitare il quesito, il che paradossalmente costituisce una replica univoca alla mia domanda.
Ore.
Annuisco pur consapevole che l’altro non abbia nessun modo di vedermi.
Dovevo aspettarmi che si sarebbe arrivati a questo punto, sotto sotto già lo sapevo. Il compito che mi viene affidato è proibitivo. Resistere così tanto contro tutti i nemici che sarò costretto a scatenarci contro è una follia. 
Ma non per questo il fallimento costituisce un’opzione.
È il momento quantomeno di far finta che la carica assegnatami sia meritata. Se c’è un’occasione in cui vale la pena di fingermi un vero comandante, in grado di ottenere veri obiettivi, è questa.
L’obiettivo è raggiungibile, devo credere sia raggiungibile, voglio crederci. Anche e soprattutto nel caso non lo sia.
Il nostro nemico non passerà al secondo stadio magico se non saremo noi a farlo per primi. Ormai lo si può considerare una certezza, un assunto derivante da anni di battaglie.
Questo è un vantaggio, in caso contrario nemmeno potremmo cominciare a parlare di speranze di successo.
Con queste premesse, giocandocela come meglio non potremmo, abbiamo delle chance.
Dobbiamo solo giocarcela bene.
Devo giocarmela bene.
Qualunque cosa succeda, queste mura dovranno essere ancora in piedi quando Sinoon mi confermerà di aver finito. Non mi interessa nulla del come, deve accadere.
E io lo renderò possibile.
«Avrai il tempo che ti serve» la mia voce è tanto ferma che sorprendo me stesso. Probabilmente è questa la sensazione che si prova quando si sa di star compiendo la scelta giusta.
«Rinos» chiamo il mio secondo per via telepatica. Subito mi appare a fianco in uno scoppio di fiamme.
«Sì, signore» risponde subito.
«Nessuno mi segua, preparatevi» ordino «Tutte le postazioni e le torrette pronte al fuoco, plotoni pronti all’assalto e il resto pronti a rinsaldare le difese. Voglio tre squadre di riparazione pronte a intervenire indipendentemente, le mura sono deboli, evitiamo che lo diventino ancora di più»
«Sì, signore»
«Se non torno, prendi tu il comando, resistete il più possibile» quasi non lo lascio replicare «Quando vedi che state per cedere mettiti in contatto con Sinoon, non aspettare l’ultimo secondo per farlo»
«Ma… signore…»
«Va, Rinos» lo congedo senza nemmeno aspettare la replica. 
L’altro si limita a un inchino appena abbozzato prima di sparire.
Lascio la mia essenza libera di invadermi per intero. Le ombre attorno a me si allargano e si espandono in tutte le direzioni, ingoiano ogni cosa nelle immediate vicinanze. Se possibile, ai miei occhi la notte si fa ancora più chiara, più nitida, ora vedo ogni minimo dettaglio con chiarezza. Il mio corpo è leggero, inesistente.
Attingo al flusso al massimo delle mie capacità. Prendo il controllo delle ombre attorno a me costringendole a regredire sempre di più. Poco alla volta diventano un vortice sempre più impetuoso, sempre più violento, quando cominciano a rallentare arrivano ad assumere una consistenza solida. Diventano uno strato uniforme che mi copre per intero.
Non avrò tempo di portarmi appresso difese più ingombranti, e la verità, in fin dei conti, è che se davvero mi colpirà un attacco serio non avrò speranze di salvarmi.
Dovrò essere soprattutto veloce, soprattutto preciso.
E io lo sono.
Potrò essere un comandante fallimentare, un pessimo ufficiale, forse anche un mago mediocre, ma nessuno di questi compiti è veramente stato il mio prima della catastrofe che ci ha investiti.
Io sono un soldato, io sono un combattente, e non ho dubbi a riguardo, sono un combattente eccezionale.
Oggi, soprattutto oggi, deve esistere solo l’obiettivo che ho da raggiungere, ogni altra considerazione passa in secondo piano, anche e soprattutto i mezzi con cui punto a ottenerla.
Avrò tutto il tempo di sentirmi un mostro più tardi, pensando a quanti dei miei passati compagni ho trucidato. Altri nomi che andranno ad allungare una lista ormai infinita. 
Allargo le braccia mentre comincio a sollevarmi in aria poco per volta. Contraggo appena la mano destra e tra le dita avverto subito le ombre che cominciano a farsi più corporee, più solide. Nel giro di pochi attimi nel palmo avverto l’impugnatura della mia spada.
Alzo l’arma al cielo mentre su di essa concentro tutto me stesso. Attingo al flusso senza pormi limiti, riverso nella lama ogni stilla di potere che riesca a raccogliere. Ombre sempre più fitte cominciano ad addensarsi attorno alla punta dell’arma per poi cominciare a estendersi lungo il filo. Poco per volta lo stesso acciaio della spada comincia a scurirsi sempre più fino a diventare quasi indistinguibile dalle ombre che l’attorniano.
Continuo a infondere potere nella lama anche quando arrivare a concentrazioni superiori comincia a causarmi dolore.
Sarò solo e devo avere successo. Devo arrivare a concretizzare lo scenario che Sinoon mi ha chiesto.
Mi fermo solo quando ormai la mano destra è percorsa da fitte lancinanti.
La spada è indistinguibile all’interno di una zona d’oscurità che si estende fino a inglobarmi il braccio fino al gomito.
È il momento.
Imposto il teletrasporto per portarlo a termine nello stesso istante. Nel riapparire mi trovo al di sopra di una distesa di soldati tanto mastodontica da perdersi all’orizzonte, tutto sommato ordinati in quello che si potrebbe quasi interpretare come un vago preparativo d’attacco.
Sotto un certo punto di vista è solo un bene.
Distendo del tutto il braccio destro sopra la testa e mi fermo un momento a guardare tutto avanti a me, agli avversari che sto per distruggere.
L’ultima esitazione che posso permettermi.
Con un unico gesto calo la spada verso il basso liberando l’energia che vi era accumulata.
La lama d’oscurità si espande squarciando l’aria della notte. 
Si abbatte giusto sotto di me in una muta esplosione che si allarga in tutte le direzioni. Buona parte di quelli direttamente esposti all’offensiva si trovano spazzati via all’istante, quasi tutti i restanti come minimo finiscono in ginocchio sotto la violenza del colpo, solo pochi riescono a rimanere in piedi.
La mia offensiva non ha nemmeno finito di fare effetto che tutti i sopravvissuti hanno alzato lo sguardo al cielo, verso di me, verso il nemico che è venuto ad attaccarli. 
È il momento
Con la spada ancora rivolta verso terra riparto a caricare il colpo, ma non posso illudermi che non ci sarà una reazione.
Aumento la mia percezione del tempo ma senza esagerare, l’ultima cosa che voglio è vedere i miei avversari che accedono al secondo stadio magico sentendosi minacciati.
Sotto di me la massa di potere che si sta accumulando comincia a diventare allarmante. Nessun attacco collettivo, questa è una fortuna, ma le singole offensive che si stanno formando sono un numero spropositato.
Fin dove posso vedere, la radura si sta accendendo di piccole luci che di attimo in attimo si fanno più visibili, più evidenti. Milioni di sfere d’energia che avranno tutte un unico obiettivo.
Riservo una minima occhiata alla mia spada dove sto riversando ogni traccia d’oscurità che riesca ad accumulare.
Da terra le offensive partono tutte nello stesso momento, ma nulla più.
Se continuasse così non avrei nessun problema.
Ignoro del tutto il mare d’energia che si sta per abbattere su di me, non mi serve neanche guardarlo. Continuo ad alimentare la lama della mia spada dove ormai l’oscurità è molto più fitta della notte che mi sta attorno.
Attendo ancora un momento e lancio l’incantesimo. Il mio corpo perde ogni consistenza e con lui la spada, riesco comunque a mantenere con facilità il controllo del colpo in preparazione.
Milioni e milioni di diverse offensive mi attraversano senza che me ne accorga, proseguono dopo avermi sorpassato, esplodono alle mie spalle quando ormai non hanno più un obiettivo.
Attendo ancora un momento, ma ormai è ora.
Scompaio di nuovo per riapparire una ventina di chilometri più a sud. A guardare verso il basso sembra quasi che non mi sia mai mosso.
Muovo appena la spada lasciando che l’oscurità si lanci verso terra, ma i miei nuovi avversari stanno già rispondendo.
Smetto di imporre la mia volontà all’offensiva che esplode a mezz’aria. Attraverso il velo d’oscurità che va a separarci vedo un numero imprecisato di miei avversari che scompaiono nel nulla, poi accade.
Le offensive dirette verso di me squarciano i resti del mio colpo e mi puntano a tutta velocità.
E stavolta hanno aggiustato il tiro.
Almeno la metà degli attacchi che stanno per investirmi non mi passeranno attraverso a prescindere.
Scompaio da dove mi trovo per riapparire un paio di chilometri verso est.
Faccio appena in tempo ad accorgermi che dalla massa sotto di me sono partiti tre maghi. Assurdamente veloci, stanno già brandendo una spada nella mano destra.
Bras, Xos e Poles. Riesco a riconoscerli senza la minima difficoltà. Se fossero davvero in loro tanto varrebbe che mi tagliassi la testa da solo prima che arrivino, poco cambierebbe nelle sorti dello scontro.
Ma in queste condizioni posso farcela.
Prendo quota più veloce che posso, aumentando le distanze tra noi, aumentando di riflesso le distanza dalla mostruosa massa di maghi che ancora se ne sta a terra. Con un po’ di fortuna tutti gli altri non mi seguiranno.
Ma i miei avversari mi stanno già raggiungendo. Il primo ad arrivare è Bras. Mi passa a fianco vibrando un fendente che a stento riesco a distinguere. Scompaio quando la lama del mio avversario è forse a dieci centimetri dal collo, mi ripresento qualche metro più in alto e trattengo il teletrasporto. Muovo la mia lama dall’alto verso il basso più veloce possibile. Bras risponde ancora prima che me ne renda conto.
Ora.
Riprendo il controllo dell’incantesimo e scompaio di nuovo. Mi ripresento alle sue spalle e vibro il mio vero attacco. Sferro il mio fendente più rapido possibile, ma Bras si sta già spostando, e come se non bastasse gli altri due sono in arrivo.
Li posso gestire.
Accelero ancor di più il movimento del braccio mentre imposto il teletrasporto, decido la destinazione, ma non posso mollare proprio adesso, nonostante Poles ormai sia su di me.
Ruoto su me stesso di colpo mantenendo immobile la spalla destra, mando a vuoto il fendente di Poles. Piego di colpo il braccio infondendo un’ulteriore accelerazione alla spada. La lama trancia il polso di Bras di netto, la mano si stacca dal resto del corpo.
Lascio il teletrasporto libero di agire, sto già per sparire, ed è lì che vedo il fendente di Xos. Diretto verso il mio collo, rapido e preciso.
Scompaio quando la lama mi è tanto vicina da far schifo. Riappaio a un centinaio di metri da loro. E sono ferito.
Sento il sangue che mi corre giù per la schiena e il petto, sento dolore al collo. Xos è riuscito a colpirmi prima che sparissi, e non un taglietto.
Mi sbagliavo, anche nelle condizioni in cui si trovano, anche con gli spettri a controllarli, contro tutti e tre loro posso solo morire.
Arretro appena dai miei avversari. Poles e Xos si sono fermati poco sopra Bras che ignora del tutto il fatto di aver perso una mano. Regge la spada nell’altra, come se nulla fosse cambiato, dall’arto amputato non esce nemmeno sangue.
No, non ho speranze.
Mi lancio verso di loro a tutta velocità. Con una rapidità sconcertante i tre vanno a disporsi alla stessa quota e si allontanano di una decina di metri. Appena sarò a portata mi circonderanno e mi faranno a pezzi.
Scompaio quando ancora sono a una ventina di passi di distanza. Riappaio duecento metri sotto di loro e mi lancio verso il basso, verso l’esercito nemico che per fortuna non mi ha seguito.
Li ritrovo lì dov’erano, già pronti ad attaccare, ma lì dov’erano.
Rallento appena aspettando che le offensive già pronte vengano lanciate, pregando di aver fatto bene i conti. Per un tempo che mi sembra infinito attendo che i colpi partano. Non ho molto tempo, gli altri tre sono già partiti all’inseguimento, sento già l’aura di Bras che si sta avvicinando a una velocità inconcepibile.
E finalmente gli attacchi vengono lanciati. Come prima, milioni di sfere d’energia si dirigono verso di me, come del resto verso i tre che mi stanno inseguendo.
Aspetto fino all’ultimo, aspetto che Bras mi sia alle spalle, è quasi come se lo vedessi allargare il braccio sinistro pronto a colpire.
Scompaio nel nulla per riapparire dietro il fronte delle offensive. Mi dirigo a tutta velocità verso terra quando dietro di me sento una micidiale serie di esplosioni. Qualcuno dei tre non ha fatto in tempo a togliersi dalla traiettoria dei colpi, non sono così ottimista da sperare di averne ucciso uno, ma forse saranno feriti.
Raccolgo nella spada quanta più oscurità possibile a quando sono a un metro da terra vibro il fendente prima di impattare al suolo.
La lama d’oscurità si fa largo avanti a me tranciando ogni cosa al suo passaggio. Uso il terreno per far leva sulle gambe e schizzo di nuovo verso l’alto, verso sud.
Lontano dalla fortezza.
Tengo una velocità contenuta, a rischio di diventare un bersaglio facile.
Devono inseguirmi.
Devo tenerli più lontano possibile dalla fortezza, e per il maggior tempo possibile.
E per fortuna accade.
Alle mie spalle, a milioni partono all’inseguimento. Ai miei sensi sembrano un fiume in piena che si muove per travolgermi.
Adesso comincia la parte difficile.
Dietro le prime file della marea di maghi che già mi tallona, Bras e gli altri due stanno già riprendendo terreno. Bras stesso sarà qui nel giro di un attimo. E nell’esercito che ho scatenato dietro di me ce ne sono altri, molti altri, in grado di sviluppare velocità considerevoli.
E i primi sono in arrivo.
Dal fiume di maghi alle mie spalle se ne staccano un centinaio che vanno a colmare la distanza che ci separa.
Accelero di colpo per lasciarmeli alle spalle ma sta per tornare il mio vero problema. Tanto rapido da far sembrare fermo chiunque altro, Bras attraversa l’intero schieramento che mi sta inseguendo e punta su di me.
E lui non lo semino.
Mi volto mentre continuo a volare sempre più veloce. Aspetto che Bras mi raggiunga, muovo per primo la spada andando ad anticipare la sua stoccata.
Un attimo prima che le lame collidano imposto il teletrasporto.
Le due armi fanno appena in tempo a toccarsi prima di scomparire, un tempo sufficiente a spezzarmi almeno un paio di dita, trattengo la presa sulla spada per miracolo.
Riappaio un chilometro più avanti e mi volto per proseguire. Forse ho il tempo per curare la mano, ma meglio evitare di trovarmi di nuovo in una situazione simile. E a quanto pare non passerà molto prima mettere in pratica questa lezione.
Bras è di nuovo su di me.
Nemmeno perdo tempo a voltarmi, che si avvicini pure.
Quando mi è ancora a qualche metro di distanza gli sparisco da sotto gli occhi un’altra volta, e mi tocca apparirgli alle spalle, a qualche centinaio di metri di distanza.
Non posso lasciarmi indietro il resto dell’esercito, alla lunga non mi inseguirebbero più.
Mi trovo addosso i più veloci di loro ancora prima di rendermene conto.
Muovo la spada a parare il fendente del primo che mi arriva abbastanza vicino da colpirmi, poi mi teletrasporto di nuovo.
Riappaio poco distante sulla mia destra e riparto verso sud, con un colpo di spada trancio a metà un mago che mi intralcia il percorso.
È molto più dura di quanto immaginassi.
È stato proprio Bras a dirmi, tempo fa, che se non avessi voluto prendere parte a uno scontro non ci sarebbe stato nessuno in grado di impedirmelo. Il che magari è vero, ma dubito avesse messo in conto una simile circostanza.
Se davvero potesse vedere questa scena, probabilmente ora mi starebbe già oltraggiando per essermi cacciato in questo guaio, sarebbe incazzato a morte. Il tutto prima di partire per provare a salvarmi la pelle.
Ma ora… ora le cose sono molto diverse.





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