Witherdon Wood di wasmehr

Note sulla Storia
Con (soli) quattro mesi di ritardo arriva il racconto di mezza estate, yippi ^_^
Le fate mi hanno portato un po' più lontano di quanto pensavo, ci sono dettagli che sono poco chiari anche a me, in particolare nell'ultima parte. D'altra parte, cercare di spiegare tutto avrebbe inutilmente allungato il racconto, credo. Se ci fosse qualcosa di assolutamente e totalmente fuori posto anche considerando il contesto fantasy/sci-fi vi chiedo umilmente di farmelo notare, comunque. Grazie ^_^
Witherdon Wood



Non so dove o quando io sia in questo momento, ma se ti venissero in mano questi fogli e riuscissi a comprendere quanto scrivo, ti prego: leggi.
Mi trovo in una situazione disperata, dalla quale non so come uscire. Probabilmente non c’è modo, ma questo messaggio rimane per me l’ultima speranza che esista qualcuno, in un mondo o nell’altro, che sia in grado di liberarmi.
Quello che leggerai ti sembrerà assurdo, o forse no, non lo so, non so più cosa aspettarmi. Ti assicuro che è tutto vero, e ho bisogno di aiuto.

Finora mi sono spostata solo nel tempo, quindi ho buone ragioni per credere di essere fisicamente intorno alla zona in cui, quando ho iniziato il mio viaggio, si trovava il Bosco di Witherdon, in Cornovaglia, Regno Unito, Europa… Spero che almeno uno di questi nomi significhi ancora qualcosa.

Stavo lavorando a un progetto extra-curricolare all’interno del mio corso di laurea in Lingue e Letterature Straniere.
Il professore di inglese aveva suggerito un saggio sulle Fate e la notte di mezza estate: non era obbligatorio, ma volevo fare di tutto per aggiudicarmi una delle tre borse di studio per un master offerte dall’Università, e ogni occasione per aumentare il mio punteggio era un’occasione da cogliere.
Il progetto si è rivelato da subito meno banale del previsto: le informazioni che stavo raccogliendo riguardo alle Fate e al loro mondo erano tantissime, talvolta contraddittorie, e non riuscivo a decidere che taglio dare al mio elaborato.
In uno dei numerosi momenti di frustrazione in cui davo sfogo alla mia sensazione di inettitudine prendendomela con tutti e con tutto indistintamente, mia sorella suggerì che l’unica soluzione al mio problema fosse incontrare una vera Fata e intervistarla. La sua osservazione sarcastica aumentò il mio disappunto e la mia rabbia, ma l’idea rimase a fermentare in un angolo della mia mente, finché una mattina presi la decisione di recarmi in Cornovaglia, terra notoriamente “fatata”, per immergermi tridimensionalmente in uno degli ambienti che aveva dato origine a tante leggende. Se fossi riuscita a passare la notte di mezza estate in un bosco “incantato” avrei quantomeno avuto un ottimo spunto per il mio saggio.
In viaggio ero comunque molto agitata: l’idea mi sembrava sempre più folle, a mano a mano che mi avvicinavo alla mia destinazione, e mi rendevo conto che se tutto fosse finito in niente avrei dovuto ripartire da zero, o rinunciare definitivamente alla possibilità di aggiudicarmi una delle borse di studio.

La notte del solstizio d’estate era talmente bella, però, e il Bosco di Witherdon, dove mi ero recata, così affascinante e suggestivo, che piano piano sentii che la tensione dentro di me si andava allentando. Complice forse anche la mezza bottiglia di vino che avevo bevuto prima di addentrarmi tra il fogliame, allo scopo di liberare la mente e rendermi maggiormente recettiva, la fiducia nella mia impresa aumentava a ogni passo.
Nel cielo blu si stagliava una piccola falce di luna crescente, contornata da una giostra di stelle. Seguivo un sentiero nel bosco, aiutandomi con una torcia elettrica, e cercavo di muovermi il più silenziosamente possibile. Intorno a me le foglie degli alberi frusciavano leggermente, i richiami dei gufi e i rumori del sottobosco completavano l’ambientazione.
Provando a coinvolgere anche gli altri miei sensi, chiusi gli occhi e aspirai profondamente il profumo di foglie, corteccia e resina, e feci scorrere le dita di una mano sui cespugli che in quel punto costeggiavano il sentiero.
Quando riaprii gli occhi, la torcia era spenta, e per quanti tentativi facessi, non ne volle sapere di riaccendersi. Probabilmente sotto l’effetto del vino, non riuscivo ad assegnare alla situazione la gravità che necessitava, e per un po’ rimasi semplicemente a fissare un albero poco distante, finché le mie pupille non si furono adattate sufficientemente all’oscurità da riuscire a distinguerne i contorni.
Ricordo che nell’istante successivo fui colpita dalla consapevolezza che ci fosse qualcosa di vagamente cambiato nel bosco che mi circondava. Le forme, i suoni… non erano altri, erano solo diversi, anche se non avrei saputo esattamente spiegare in che modo.
Inizialmente pensai fosse solo la torcia accesa o spenta, a fare la differenza, e avrei anche potuto convincermi di questo, se non avessi sollevato lo sguardo verso il cielo e non avessi notato la luna. Una piccola falce di luna calante. Nessun dubbio in proposito, e nessun errore da parte mia: avevo controllato la fase lunare del 21 giugno anche sul calendario, prima di partire, quando ancora stavo organizzando il viaggio. La luna avrebbe dovuto essere crescente.

Penso che a quel punto l’alcol che mi scorreva nel sangue si dissolse in un istante, e mi ritrovai lucida: qualcosa era accaduto, qualcosa di sconosciuto e incomprensibile, e senza luce non sarei mai riuscita a tornare sui miei passi per uscire dal bosco senza rischiare di perdermi, o ammazzarmi. Combattei contro l’istinto che mi diceva di mettermi a correre a gambe levate nella direzione da cui ero arrivata, e tentai inutilmente di impormi di riflettere.

Un soffio di vento mi portò un lievissimo suono: musica, identificarono le mie orecchie. Archi? Possibile. Nel bosco? Improbabile. Aguzzando la vista mi parve di scorgere un punto in mezzo agli alberi, in lontananza, in cui sembrava muoversi una luce. Un altro viandante di mezza estate? Altrettanto improbabile quanto un’orchestra nel bosco di notte. Chiusi gli occhi, stringendo le palpebre, e scossi la testa prima di riaprirli. Sobbalzai: la luce era più grande, e distintamente più vicina. Chiusi gli occhi per un altro secondo e quando li riaprii la luce era a pochi passi da me. Pallida e diffusa, un alone grande quanto una persona piccola, e dentro si muoveva un essere, che non riuscivo a identificare. A tratti mi pareva di vedere una figura umana, ma i suoi contorni baluginavano, e mi sembrava di scorgere delle ali, che subito svanivano; poi compariva una specie di coda, ma nel movimento successivo spariva anche quella, e la creatura presentava grandi corna, oppure un volto grinzoso e ruvido, come scavato nella corteccia di un albero, o ancora occhi grandi e meravigliosi, che subito lasciavano il posto a lunghi artigli affilati… era come guardare un riflesso nell’acqua di un lago, un riflesso perennemente mutevole e sempre diverso. Non mi sarei mai stancata di aspettare la trasformazione seguente.
La figura parlò e la sua voce era come la sua immagine: mai la stessa per più di un istante. Profonda, squillante, delicata, roca, bisbigliante… sarei stata assolutamente terrorizzata, se non fossi stata completamente rapita dall’esperienza.
Ho capito quello che mi veniva detto? Non lo so, non ricordo. So solamente che la figura ha allungato una mano verso di me, io l’ho presa in una delle mie e mi sono inoltrata nel bosco, dimentica di tutto.

I ricordi di quella notte sono come quelli di un sogno: sfocati nelle immagini, ma vividi nelle sensazioni.
Ricordo luci colorate, pulsanti e soffuse. Ricordo musica: suoni simili a quelli degli strumenti conosciuti, ma più delicati e armoniosi. E profumi e sapori, di mandorle tostate, zucchero a velo, miele, vino caldo e quasi cremoso.
Faceva caldo, ma non sudavo, e danzavo e mi muovevo insieme agli altri, a queste presenze incorporee e sempre diverse, e forse ero come loro o forse no, ma non era importante, perché mi sorridevano, mi abbracciavano, mi accarezzavano, mi trasmettevano affetto, protezione, amore, mi infondevano pace dei sensi, tranquillità e la sensazione di non avere mai più nulla da desiderare nella vita.
Parlavano, cantavano, ridevano, e non c’era nulla di sguaiato o di sgraziato in loro, nei loro movimenti. Era tutto perfetto: una danza armonica che non avrebbe potuto svolgersi in nessun altro luogo, in nessun altro momento, con nessun’altra cornice.
E poi…

Ho aperto gli occhi e sollevato subito una mano per coprire il sole, che mi infastidiva.
Mi sono alzata a sedere: ero in mezzo al sentiero che avevo percorso la notte prima, presumibilmente nel punto in cui mi si era spenta la torcia, che giaceva in pezzi a due passi di distanza, accanto, notai con parecchio disappunto, al mio telefono. Rotto anche quello. Ero sporca di terra, foglie, muschio, avevo ragnatele persino nei capelli. Le mani colorate di rosso e di viola, probabilmente avevo schiacciato delle bacche tra le dita. Ma dove ero stata, cosa avevo fatto, cosa mi era successo? La testa si rifiutava di darmi risposte, sembrava piena di batuffoli di cotone che soffocavano ogni pensiero.
A fatica mi alzai e, un passo dopo l’altro, molto lentamente, mi avviai verso dove sapevo di aver lasciato la macchina la sera precedente.
C’era qualcosa che non mi convinceva. Certo: avevo attraversato quel tratto di bosco di notte, al buio, quindi non potevo essere in grado di riconoscerlo. Eppure… gli alberi sembravano più grossi, più alti. Il sentiero mi era parso decisamente più battuto, invece in alcuni punti spariva, ricoperto da erba e muschio.

Il mio cuore prese a battere all’impazzata. A sprazzi riaffioravano nella mia memoria momenti della notte precedente, e il sangue mi si gelò nelle vene. Anche ammesso che si fosse trattato solo di un sogno, qualcosa mi era sicuramente accaduto, altrimenti non mi sarei risvegliata sporca e assetata, sdraiata in mezzo al sentiero, la mia torcia e il telefono distrutti!
Sforzandomi di ritrovare un po’ di lucidità, diressi il pensiero verso il progetto di letteratura e malgrado la situazione assurda riuscii a sorridere: sogno o no, era fatta! Avrei avuto da scrivere e da raccontare, ed ero certa di riuscire a farlo in modo magistrale e convincente. Mi sentivo la borsa di studio già in tasca!

Il problema contingente era che mi ero chiaramente persa.
Dove ricordavo di aver lasciato l’auto non c’era niente, e guardando bene quello spiazzo non era quello della sera prima, quindi non c’era dubbio che in qualche punto, adesso o ieri, io avessi deviato dal sentiero principale. Sbuffando e imprecando, ma ancora elettrizzata dal saggio che mi si andava scrivendo da solo nella testa, mi misi a seguire la strada: prima o poi sarebbe passato qualcuno, o mi sarei imbattuta in un B&B, o una fattoria, una casa, qualcosa, insomma, che mi permettesse di chiedere un telefono, una mappa e magari anche un passaggio per riuscire a recuperare l’auto e tornarmene a casa.
Peccato che la strada finisse in un ammasso di rovi, tronchi e pietre dopo pochi chilometri, lungo i quali non avevo visto alcuna costruzione, né incrociato anima viva.

Stanca, accaldata, assetata e affamata, e adesso anche un po’ spaventata, ero decisamente stufa di camminare sotto il sole ripetendo nella mia testa il futuro saggio sulle fate. Ma che morissero loro, la notte di mezza estate, il professore di inglese, il master, l’università, e gli inventori di ciascuna di queste cose rispettivamente! Shakespeare era già morto, ma mentalmente lo resuscitai per condannarlo alla decapitazione. Più volte: se la resurrezione funzionava una volta, poteva funzionare ancora, tanto valeva infierire.
Mi buttai a sedere per terra, in un punto in cui una frasca polverosa e assetata quasi quanto me lasciava cadere un po’ d’ombra sulla strada. Appoggiai la schiena a una roccia e chiusi gli occhi. Mi addormentai subito, e quando mi risvegliai l’ombra si era spostata, io ero di nuovo sotto il sole e davanti a me tre ragazzini mi fissavano immobili.
Il caldo, la stanchezza e la paura mi confondevano un po’, e non ho ricordi molto precisi di quel che accadde subito dopo. I ragazzini e io scambiammo qualche parola, notai che avevano una cadenza insolita, a volte faticavo a capire quello che dicevano, ma alla fine decidemmo di poterci fidare gli uni dell’altra e mi guidarono attraverso un passaggio che non avevo scorto prima, tra le rocce e i tronchi che sbarravano la strada.
Dietro si svelò un paesino che a prima vista mi sembrò abbandonato, viste le casette rovinate e fatiscenti e le strade rotte e disordinate.
Scoprii ben presto che invece era abitato da poche famiglie, che vivevano isolate: il muro di rocce e tronchi circondava tutto il villaggio, costituito da un nucleo centrale di abitazioni in pessime condizioni, e da una cintura di orti e cortili per animali tutto intorno.
Mi sembrava di essere finita in una comunità di sopravvissuti di un film post-apocalittico, ma avevo troppa sete e troppa fame per curarmene prima di aver placato entrambe. I tre ragazzini erano fratelli e mi accompagnarono a casa loro, dove crollai seduta su una sedia e lasciai che la loro madre si prendesse cura di me.
Quando mi fui ripresa abbastanza da sostenere una conversazione, mi accorsi di altre persone, che nel frattempo avevano invaso la stanzetta nella quale mi trovavo. E a quel punto cominciammo a raccontarci a vicenda le storie più assurde del mondo, che però non erano storie.
Alla fine del pomeriggio, mi trovai a dover digerire il fatto di ritrovarmi cinquant’anni nel futuro rispetto a quando ero partita da casa per il mio progetto di mezza estate, e che nel frattempo in tutto il mondo si era scatenata l’epidemia di Zombie di cui si rideva e scherzava ai “miei tempi”.

Gli Zombie si erano rivelati un po’ diversi da come venivano raffigurati nei fumetti splatter con cui ero cresciuta: il morbo contaminava i vivi, della cui personalità dopo il contagio non rimaneva niente. Il virus assumeva il controllo del corpo, e come tutti gli organismi viventi aveva dei bisogni fisiologici fondamentali: nutrirsi e riprodursi. Il corpo contagiato non aveva più altri interessi: cercava cibo e lo prendeva ovunque ne trovasse; cercava un compagno o una compagna e si accoppiava. Il cibo non consisteva in cervelli o altri esseri umani: lo Zombie mangiava le stesse cose che mangiamo noi, con la differenza che non faceva nulla per guadagnarsele, quindi non lavorava, non andava a fare la spesa, non coltivava… semplicemente prendeva quello che trovava, quando lo trovava, anche con la forza.
Stessa procedura per la scelta del compagno: quando sentiva il bisogno di riprodursi, lo Zombie non mostrava preferenze, ma si attaccava alla prima persona di sesso opposto che incontrava. Fortunatamente, sembrava che il virus rendesse i portatori sterili, quindi non si era mai avuto a che fare con progenie infetta.
Il contagio era poco più difficile che nel caso di un raffreddore, così inizialmente la malattia si era diffusa molto rapidamente, perché nessuno era pronto ad affrontare questo tipo di emergenza nella vita reale. Quando venne proposta l’eutanasia per tutti i soggetti colpiti, l’indignazione esplose da ogni parte del globo, e le discussioni si protrassero finché si perse ogni controllo sull’epidemia.
Forse esisteva ancora qualcuno, da qualche parte, che cercava una cura, ma più passavano gli anni, più sembrava improbabile che si riuscisse a trovarne una. Tra l’altro la diffusione delle notizie aveva subìto una riduzione notevole, le risorse scarseggiavano per tutti, la popolazione mondiale non contagiata diminuiva drasticamente di anno in anno.
La comunità nella quale mi trovavo si era stabilita lì una decina di anni addietro, e da allora non aveva più avuto contatti con il mondo esterno. Non erano i soli ad aver costituito piccoli nuclei autosufficienti: quella di isolarsi era una pratica che si era diffusa all’epoca in cui si erano ritirati loro, e probabilmente la sola in grado di garantire protezione alle future generazioni.
Gli Zombie erano violenti, aggressivi e determinati nell’ottenere quello che volevano, e spesso a loro favore giocava la reticenza dei sani a uccidere o a fare del male a persone care. Si era alfine concordato che la soluzione migliore fosse l’isolamento, ma catturare gli Zombie e rinchiuderli si era rivelato controproducente, poiché in molti si erano ritrovati contagiati nonostante le precauzioni, pertanto si era deciso di fare il contrario: sarebbero stati i sani a ritirarsi, e gli Zombie, prima o poi, non trovando più ospiti disponibili, si sarebbero estinti. Naturalmente la situazione era ulteriormente precipitata, visto che le risorse alimentari a disposizione degli Zombie erano rapidamente diminuite, e loro si erano fatti sempre più feroci.

Dopo un racconto del genere, la mia notte lunga cinquant’anni nel Regno delle Fate non sembrava più una cosa tanto assurda. Decisi subito che non avevo voglia di vivere in un mondo dove tutti quelli che conoscevo e a cui volevo bene erano morti, o Zombie, o comunque impossibili da rintracciare. Follia per follia, avrei tentato di ritrovare le Fate e avrei chiesto di rimanere con loro.

Nonostante tutto, la gente del paese non si rivelò molto propensa a credere alla mia versione dei fatti, sebbene io non fornissi, né loro riuscissero a trovare, alcuna altra ragione che spiegasse la mia presenza lì.
Alla fine furono i ragazzini, quelli che mi accettarono così come mi presentavo, e quelli con cui potevo parlare della mia esperienza e del mio desiderio. Arrivammo insieme alla conclusione che avrei dovuto attendere un anno, prima di riprovare ad accedere al regno delle Fate, e in quell’anno mi misi semplicemente al servizio della comunità che mi aveva accolto e ospitato.
Ironico e ingiusto rimaneva, tra le altre cose, il fatto che una persona come me, dedita a viaggi della fantasia verso mondi iper-tecnologici e fantascientifici, si ritrovasse nel futuro a vivere di orti e galline, a lavarsi i capelli con la cenere, e a bruciarsi le dita nel tentativo di fare candele con grasso animale.

In ogni caso, l’anno trascorse, e la notte a cavallo tra il 20 e il 21 giugno mi rimisi in cammino verso il bosco.
Se ero stata agitata l’anno precedente, non era nulla in confronto a come mi sentivo adesso: non c’era più in ballo uno stupido saggio di letteratura, ma la mia vita. Stavo per compiere un passo dal quale non sarei più tornata indietro. Sempre che il mio piano avesse funzionato, particolare non scontato.

Prima di abbandonare la strada osservai la luna: calante.
Convinta che non fosse sufficiente riprodurre le condizioni esterne, ma anche quelle psicologiche personali, mi feci forza con qualche sorso di un distillato alcolico che mi era stato offerto al villaggio e respirai profondamente alcune volte, facendo di tutto per rilassarmi e lasciarmi andare. Tornai con la memoria alle immagini della notte magica trascorsa un anno prima, chiusi gli occhi mentre camminavo, perché il ricordo della musica, dei profumi e del tocco di quelle creature si facesse più reale. Quando mi sentii pronta, li riaprii, e non potei reprimere un grosso sorriso notando la falce di luna crescente nel cielo blu. Ora dovevo riuscire soltanto a non lasciarmi ipnotizzare e travolgere dall’esperienza, dovevo riuscire a comunicare con le Fate, a raccontare la mia storia.

Si ripeté tutto in maniera uguale: la musica in lontananza, l’alone di luce soffusa al cui interno si agitava una creatura dall’aspetto mutevole, che mi tese la mano. Accettai e la seguii nel folto del bosco, e intanto iniziai a parlare, cercando di mantenere un tono gentile e delicato, per non spaventarla.
Non diede mai l’impressione di ascoltarmi, o di comprendere quello che dicevo, ma poco prima di unirci alla festa ci fermammo e lei mi fronteggiò. Senza togliere gli occhi dai miei, mentre il resto di lei continuava a essere come liquido e cangiante, mi parlò. Sentivo la sua voce cambiare continuamente di tono, ma era presente un rivolo di parole che attraversavano la sensazione di instabilità e che mi arrivavano dritte e chiare.
La mia sorpresa, quando mi sciorinò un racconto in tutto e per tutto simile a quello che mi avevano propinato gli abitanti del villaggio, fu tale che per un attimo pensai che sarei morta d’infarto e di delusione. Le uniche differenze nella storia furono: la confessione che il virus fosse stato creato e messo in circolo dalle Fate, in un tentativo di liberare il mondo dagli esseri umani; l’imprevisto che anche alcune di loro fossero state colpite, e conseguentemente rilasciate nel nostro mondo. Inoltre non era chiarissimo quanto fosse trascorso per loro dall’ultima volta che avevo partecipato alla loro ultima festa di mezza estate: il tempo scorreva in modo diverso nei nostri due mondi, ma mentre nel mio era semplice calcolare quanto fossi stata via, il contrario era più complicato, dal momento che le Fate non utilizzavano nessun tipo di orologio, o calendario.
Un attimo prima che la creatura si voltasse, porsi di getto la domanda per la quale ero arrivata fin lì: “Posso rimanere con voi?”
Non ottenni risposta, e a quel punto feci del mio meglio per integrarmi nelle danze, per godere della musica e assaggiare il miele e il vino serviti in calici di fiore. Ma la magia non c’era più: tanto mi ero sentita accolta e amata l’anno prima, tanto mi sentivo fuori posto questa volta. Tenni duro, sforzandomi di non dormire, perché non volevo comunque tornare indietro, in un mondo dove per la seconda volta non avrei riconosciuto nessuno e dove circolavano Fate Zombie.
Nonostante tutto, la mattina mi risvegliai in mezzo al sentiero del bosco, che di magico e fatato non aveva più niente. Tutto il contrario: era una distesa di alberi carbonizzati e rinsecchiti.

Fu allora che mi abbandonai al pianto, per la prima volta da quando ero partita per il mio progetto di letteratura. Assurdo pensare che fosse trascorso – almeno per quanto mi riguardava – solamente un anno. Mi sentivo vecchia e stanca. Molto vecchia, molto stanca, parecchio frustrata e completamente senza speranza. Cosa avrei fatto adesso? In che mondo mi trovavo?
Riconobbi vagamente i sintomi dello shock, e tentai di contrastarli. Con parziale successo, direi, visto che in un modo o nell’altro mi ritrovai di fronte a una costruzione altissima, di metallo grigio e solido, che si estendeva per qualche centinaio di metri. Pensai fosse una sorta di muro che circondava una città, visto che intorno era terra bruciata fin dove riuscivo ad arrivare con lo sguardo. Con questo sottile barlume di idea, costeggiai la parete fino a che riconobbi un’entrata, confermando così la mia intuizione.
Trascorsi qualche giorno dentro e fuori da un sonno indotto, malato, da cui mi risvegliavo sempre più agitata e sconvolta. Delle persone che si presero cura di me non ricordo nulla: né la voce, né il volto, niente.
Quando finalmente ritrovai una compostezza mentale sufficiente a rimanere tranquilla e riuscii a guardarmi intorno, realizzai di essere in una stanza quasi vuota, arredata unicamente con un letto la cui struttura era dello stesso metallo con cui erano costruite le mura della città, sopra il quale era appoggiato un materasso di un materiale gelatinoso e morbido che non avevo mai visto. Le pareti erano ricoperte di pannelli bianchi e acciaio, era presente un’illuminazione diffusa ma non capivo da dove provenisse. Non c’erano porte, ma a un certo punto vidi alcuni pannelli scorrere ed entrò una donna protetta da una tuta che la ricopriva dalla testa ai piedi.
Parlava in modo strano, esagerando molto alcune sillabe. Mi chiese di me, da dove arrivavo e come mai ero in giro da sola.
Non le risposi. Abbassai gli occhi e mi ritrovai a piangere di nuovo.
Allora lei allungò una mano verso il pannello più vicino al letto e non so come ne fece uscire una sedia, dove si accomodò e cominciò a parlare.
Non fu una sorpresa scoprire che erano trascorsi altri cinquant’anni dal mio ultimo viaggio nel Regno delle Fate, ma questa fu forse la sola cosa che riuscii a comprendere tra tutte le informazioni che la donna mi fornì. Cominciò a citare persone che naturalmente non avevo mai sentito nominare, parlò di malattie e radiazioni e disastri ambientali. Dopo pochi minuti mi scoppiava la testa, quindi la fermai e le chiesi di farmi un riassunto della storia del mondo nell’ultimo mezzo secolo.
La mia richiesta la bloccò per un attimo, poi mi rispose in modo abbastanza sbrigativo: la piaga degli Zombie, che aveva colpito l’umanità nel corso del secolo passato, non accennava a diminuire come ci si aspettava, anzi: i contagiati avevano iniziato ad avere figli, che nascevano malati anch’essi. Una cura non si trovava, e così circa quarant’anni prima un certo Presidente di cui mi sfuggì il nome aveva autorizzato l’uso di atomiche in maniera controllata. Gli Zombie erano stati sterminati, ma naturalmente il controllo auspicato dal Presidente era stato perso, e qualche bomba era stata trafugata e utilizzata con altri scopi.
Le zone contaminate dalle radiazioni vennero interdette, ma erano troppe e troppo estese, il clima era definitivamente impazzito e i danni ambientali si fecero sempre più considerevoli.
Dopo circa vent’anni alcuni nuovi nati cominciarono però a presentare delle alterazioni genetiche che li rendevano in grado di sopravvivere senza ammalarsi, o meglio: la loro malattia era quella che li teneva in vita nonostante terra e acqua fossero ormai irrimediabilmente compromesse. Rapidamente tutto venne rimesso nelle mani di questi mutanti, che vennero addestrati ad amministrare, organizzare, prendere decisioni, eccetera. Chiaramente si trattava di una società nuova, composta quasi esclusivamente da persone molto giovani. Io apparivo un po’ troppo in là con gli anni per appartenere a quella generazione, infatti nel mio DNA non era stata trovata la mutazione che li contraddistingueva. Ma non presentavo neppure il livello di contaminazione che ci si sarebbe aspettati da qualcuno della mia età, quindi non sapevano come spiegarsi la mia presenza, né la mia esistenza.
Le comunità umane erano piccole e sigillate: ognuno era registrato e la popolazione viveva suddivisa in piani, a seconda del livello di radioattività. Tutti gli alimenti erano prodotti sinteticamente, per l’acqua si era trovato un sistema di decontaminazione abbastanza efficace da risultare compatibile con gli appartenenti alla generazione 0 (i mutanti), l’unica che valesse la pena preservare e la sola che avesse il diritto di procreare.

Ecco fatto: il mio futuro fantascientifico e distopico era arrivato.

Tra me e la donna con cui avevo parlato quel giorno, che si chiamava Lila, si stabilì una relazione di reciproco interesse.
Lei faceva parte di una squadra di giovani della generazione 0 che si occupava di recuperare e studiare materiale “antico”, proveniente soprattutto dalle biblioteche, allo scopo di rinsaldare e ampliare le conoscenze delle nuove generazioni in tutti i campi. Dai tempi dell’emergenza Zombie, infatti, si erano mantenute e trasmesse quasi esclusivamente scienza e tecnologia, e anche quelle in maniera molto specializzata.
In pratica io costituivo un reperto, e potevo offrire una certa quantità di conoscenze di prima mano. Vincendo il timore di non essere creduta o di venire considerata pazza, infatti, avevo raccontato a Lila le mie esperienze nel Regno delle Fate, e la sua reazione era stata decisamente più composta di quanto mi aspettassi. In effetti il suo bagaglio culturale non le forniva elementi per scartare a priori il mio racconto, o per considerarlo frutto di un’allucinazione. Le sembrò anzi molto interessante il dettaglio che riportai riguardo al virus che aveva sconvolto la Terra, ovvero che fossero state le Fate a crearlo e a diffonderlo.
Mi chiesero quindi di rimanere presso di loro e collaborare con la squadra di recupero.
Avrei dovuto abitare isolata, e indossare una tuta speciale ogni volta che entravo in contatto con qualcuno, ma non è che avessi molte alternative in ogni caso, quindi accettai.
Fu proprio Lila, tempo dopo, a chiedermi di tornare dalle Fate.

Quando mi fui ripresa dall’attacco di panico, mi rassicurò: dopo cinquant’anni la maggior parte degli appartenenti alla generazione 0, come lei, sarebbero stati ancora in vita, e lei si sarebbe occupata personalmente di informare della mia missione i responsabili a capo della comunità. L’importante era che io fossi disposta ad andare e a tornare con notizie utili. Se le Fate erano state in grado di scatenare un disastro della portata che aveva avuto l’epidemia Zombie, era senz’altro possibile che avessero le conoscenze necessarie a risollevare l’umanità in quella nuova era. Alla mia obiezione che, considerando il motivo per cui le Fate avevano rilasciato il virus nel mondo, ovvero tentare di eliminare la razza umana, difficilmente avrebbero acconsentito ad aiutarci, Lila oppose la proposta di fare di me un’ambasciatrice: avrei dovuto garantire alle Fate la possibilità di un mondo in cui entrambe le nostre razze convivessero e collaborassero.
Da quel poco che avevo visto di loro, anche tralasciando tutta la letteratura che mi ero sciroppata nelle settimane precedenti il mio viaggio verso la mia prima notte di mezza estate in Cornovaglia, mi sembrava un piano con pochissime probabilità di riuscita, ma Lila insistette che non avevamo nulla da perdere e tutto da guadagnare – a patto che io fossi disposta a fare da tramite. Non mancò naturalmente di farmi notare che in mezzo a loro io non avevo un futuro, personalmente. Potevo continuare ad abitare lì fino al giorno della mia morte, ma le mie condizioni di vita non sarebbero mutate di un millimetro. Sarei per sempre rimasta isolata, senza la possibilità di avere una famiglia, e comunque fondamentalmente sola al mondo.

La notte tra il 20 e il 21 giugno, l’anno seguente, era di luna nuova. Non si vedeva a un palmo dal naso. Due ragazzi appartenenti alla squadra di recupero mi accompagnarono nel bosco di alberi stecchiti e mi lasciarono con tanti auguri di buona fortuna e un paio di braccialetti luminescenti.
Cominciai a camminare con circospezione e molti dubbi: chissà se le Fate utilizzavano ancora quel luogo per il rituale di mezza estate? Dopotutto il bosco non esisteva più: gli alberi erano solo un mucchio di scheletri anneriti; di certo non si poteva sperare di incontrare scoiattoli, tassi o civette; fiori neppure l’ombra… magari si erano trovate un altro posto, che si prestasse meglio ai loro festeggiamenti.
Sospirai, chiusi gli occhi per qualche istante, continuando a camminare, e quando li riaprii ecco in cielo una bella luna piena, rotonda e bianca. Avvertii in lontananza la musica, e piano piano la luce mi si avvicinò.
Un fremito di eccitazione mi percorse la spina dorsale, nonostante tutto. Se mi avessero accettato? Avrei mantenuto la promessa fatta a Lila, di tornare?
Il cuore prese a battermi all’impazzata: l’appuntamento con le Fate nella notte di mezza estate, ormai la mia terza, mi riempiva di frenesia.
L’ultima volta avevo voluto parlare subito con loro, e mi ero guastata la festa. Questa volta avrei aspettato. Avrei assaporato ogni momento delle danze, avrei ascoltato rapita la loro musica, avrei gustato le dolcezze offerte, e solo verso il mattino mi sarei calata nelle vesti di ambasciatrice, come Lila mi aveva incaricato di fare. Non avrei insistito, decisi: se avessi avuto la sensazione che prendevano male le mie parole avrei deviato il discorso fino a portarlo su di me e sul mio desiderio di rimanere con loro per sempre.
Quella fu la notte più magica e più spettacolare di tutte.
Proprio perché il bosco era stato distrutto, le Fate usarono la loro musica e il volo per creare meravigliosi intrecci dorati sopra di noi, riproducendo ghirlande di fiori luccicanti che decoravano in maniera splendida la parte di foresta in cui ci trovavamo. Le danze, il cibo, le bevande, le luci, la musica e i colori mi stordirono, e le Fate mi accolsero e mi coccolarono. Ricordo che piansi, tanto mi sentivo felice. Nel corso dell’ultimo anno nessuno mi aveva abbracciato. Nessuno mi aveva neppure toccato, se è per quello, ed essere accarezzata e presa per mano mi fece sentire più viva che mai. Quelle creature mi facevano volteggiare letteralmente sulle note della loro voce, le luci pulsavano al ritmo del loro respiro, e tutto era soffuso, magico e perfetto.
Riconsiderai il mio piano e stabilii che per prima cosa avrei chiesto asilo, e solo dopo che mi fosse stato eventualmente negato, avrei esposto le richieste di Lila.

Probabilmente l’esaltazione che provavo mi impedì di riconoscere il limite entro cui avrei dovuto parlare.
La mattina seguente, quando mi risvegliai, delle Fate e della festa non c’era traccia. Il peggio è che non c’era traccia di niente. Fin dove i miei occhi riuscivano a vedere c’era solo deserto, terra battuta. Non un sentiero, un albero, un sasso… per non parlare di eventuali segni di civiltà umana: non una costruzione, un cartello, una strada, un lampione. Niente di niente.
Anche la città in cui avevo abitato per un anno e a cui sarei dovuta tornare per riportare informazioni non era più lì.
Ho cominciato a camminare, in mancanza di altro da fare.
Ora non riesco più a proseguire: sono stremata e non ho con me acqua, né cibo di alcun genere.
Sono l’ultimo essere umano sulla terra? Non ho incontrato niente e nessuno, e ho camminato per giorni. Credo. Non lo so, non ricordo.
Tutto è sempre più confuso, e per questo motivo ho voluto raccontare i miei ultimi anni di vita, che coincidono probabilmente con gli ultimi decenni della nostra Terra.
Fa caldissimo, per la cronaca.
In questo momento la cosa che più mi fa soffrire è che tra un anno non sarò più qui e mi perderò il ballo della notte di mezza estate. Sarebbe bello trovare una dimensione in cui il tempo fosse costituito esclusivamente da notti di mezza estate.
Mi sa che sto cominciando a delirare. Non ho più nulla di importante da dire, ma se mi trovi e sei in grado di salvarmi, ti prego di farlo.
Il tempo di un’altra danza, non chiedo altro.

* * *

“Signorina, lei ha inoltrato la richiesta per una borsa di studio per un master, dico bene?”
“Sì, Professore.”
“E posso chiederle per quale master intende fare domanda? Le ricordo che l’Università propone un master in mediazione culturale, uno finalizzato all’attività di interprete, e uno in economia.”
“Ecco, se devo essere sincera non ne sono sicura. Mi sembrano tutti e tre interessanti e quindi…”
“Ha già deciso cosa vuole fare da grande?”
“… Prego?”
“Le ho chiesto se ha già deciso cosa vuole fare da grande, intendo al termine dei suoi studi.”
“Ma, veramente io, ecco… Le condizioni economiche attuali… la crisi, la disoccupazione… Insomma, direi, quindi, io penso che una persona, alla mia età, dovrebbe, cioè…”
“Capisco.”
“…”
“Avrei un suggerimento, se posso.”
“Ma certo, Professore, dica pure.”
“Si prenda un po’ di tempo. Un periodo sabbatico, diciamo. Faccia un viaggio. Vada a visitare di persona il bosco di Witherdon. Sono assolutamente certo che troverà qualcosa di veramente, veramente speciale.”

Il Professore si toglie gli occhiali e mi fa l’occhiolino. E io non riesco più a mettere a fuoco la sua persona, i contorni si dilatano e si sciolgono, per poi ricomporsi in un arcobaleno baluginante. Si alza e lo seguo con lo sguardo: zampe, ali, coda… un momento è trasparente, il momento dopo appare di legno solido, poi sembra costituito di gelatina, di ghiaccio, di luce.
È uscito dalla stanza, stringo le palpebre e scuoto la testa. Mi rivolgo all’assistente:
“Ho avuto un bel voto?”




      Bookmark and Share




Inserisci il codice mostrato sotto:
Nota: Puoi inserire una recensione, un voto o entrambi.

Voci nel Vento è online dal 30/05/2009. Le Storie, le Serie, le Fan Art, le Fan Fiction e tutto ciò che troverete, appartengono ai rispettivi autori. Qualsiasi utilizzo va concordato con loro. Il materiale presente nel sito non può essere riprodotto in nessuna forma senza il consenso del proprietario.
Nessuna storia è stata pubblicata con fini di lucro, né intende infrangere alcuna legge su diritti di pubblicazione e copyright.
Il sito declina ogni responsabilità sui contenuti presenti.

Spread Firefox Affiliate Button   Use OpenOffice.org