La Fine di Ogni Cosa di Selerian

Note sulla Storia
Storia iniziata come, ehm, racconto di mezza estate.
Note dell'Autore sul Capitolo
In realtà ho finito questo capitolo un paio di mesi fa - non proprio a mezza estate, ma già meno in ritardo - però non l'ho postato perché continuavo a cambiare idea su alcune possibili correzioni e sull'aggiungere un'eventuale introduzione. Alla fine ho deciso di non cambiare nulla e non mettere introduzione, perdendo così due mesi per nulla xD. Sono abbastanza soddisfatto di come è venuto, spero piaccia anche a voi. Buona lettura!

Avvertimento
Mondo di Tai Shine. Rovine della città di Shariavane.

Qualcosa sui messaggi Acron?



“Comunicazione acronologica d'emergenza. Inviata fra centotrenta minuti”, mi avverte la voce sintetica del comunicatore da polso.
“Oh, cazzo”, commento. Niente come un messaggio Acron, per rovinarti la giornata.
Terashi abbandona la borraccia e scatta in piedi, già stringendo il fucile. Si guarda a destra e a sinistra, cerca una minaccia.
Ekire le fa cenno di calmarsi.
“Ce lo siamo inviati indietro di più di due ore. Dubito fosse per avvertirci di una minaccia fra dieci secondi”
Lei sbuffa.
“Devo ancora ricevere un messaggio Acron che non porti notizie di merda. Voi pensateci sopra. Io preferisco tenermi pronta”
Guardo giù. Siamo sul tetto di quello che doveva essere un edificio pubblico, abbiamo una buona visibilità tutto attorno. Niente che si avvicini, soltanto il panorama desolato di polvere e rottami metallici. Do un'occhiata agli allarmi di prossimità, ma le spie sono tutte verdi.
Anche così, non riesco a rilassarmi con questo stupido cielo azzurro, aperto, sopra la testa. All'orizzonte, in qualunque direzione, vedo i mostruosi ingranaggi, alti chilometri, che non smettono mai di girare.
E dopotutto, se mi sono mandato un messaggio Acron, qualcosa è andato molto, molto storto.
“Autorizzazione Sergente Eshan. Apri messaggio. Proietta”, ordino vocalmente.
Caratteri azzurro pallido appaiono in aria davanti a me, nel font leggibile e squadrato delle comunicazioni tattiche.
Dopo pochi istanti, l'immagine inizia a sfarfallare, i caratteri si deformano, piccoli ingranaggi sostituiscono le lettere, si deformano a riprodurne la forma dei caratteri.
“Stupida interfaccia locale. Cancella proiezione. Lettura vocale”
La voce sintetica inizia un istante dopo. Suona un po' più metallica della norma, ma almeno questa funziona.
“Agguato da parte di un grosso costrutto meccanico, duecento metri a sud dall'entrata sud del villaggio di Ker Sheli. Superstiti in paese. Mostro mimetizzato fra macerie tecnologiche. Vulnerabile a calore intenso e blocco ingranaggi. Armi cinetiche poco efficaci”
Un istante di silenzio.
“È tutto?”, chiede Ekire. Sembra quasi distratto, gli occhi fuori fuoco.
“Sì”
Il ragazzo espande il proprio comunicatore, sfiora più volte lo schermo, legge qualcosa, poi annuisce. Sorride leggermente.
“Ker Sheli è il prossimo paese che dovremmo visitare. Dovrebbe essere un nucleo di resistenza. Proporrei di fare il giro largo e basta, ma a quanto pare ci sono superstiti”
“Da come ho scritto il messaggio, siamo caduti in una trappola, ma la situazione non doveva essere troppo ingestibile”
Ekire annuisce, guarda verso l'orizzonte. Sembra distratto. Gli capita spesso, ultimamente. È così carino quando è pensoso, però.
“Quante capsule Acron ti rimangono?”
“Usata questa? Tre”
“A me cinque. Terashi?”
La ragazza risponde senza girarsi, è ancora in piedi, il fucile imbracciato, alla ricerca di pericoli.
“Non mi ricordo. Dall'ultimo rifornimento ne ho usate una o due. Almeno cinque, comunque”
Mi si stringe lo stomaco. Tempi Perduti, quanto odio le comunicazioni Acron.
“Forse faremmo meglio a evitare quel villaggio. Se ho mandato io il messaggio...”
Non c'è bisogno di completare la frase.
L'accordo è che se sopravviviamo tutti, chi ha più capsule Acron manda il messaggio.
Terashi sbuffa.
“Se vuoi farci stare lontani da qualcosa, degnati di scriverlo nel messaggio. Ci sono superstiti. Quindi dobbiamo andare di là”
Cerco di non pensare a quante volte, in quante linee temporali cancellate, io debba averla vista morire, ormai.
Ekire sembra molto meno convinto.
“Il messaggio, in effetti, ci spiega come vincere. Quindi immagino che la situazione non fosse troppo brutta”
Si ferma un istante.
“Anche così, uno solo di noi tre è sopravvissuto. Se l'imboscata fosse funzionata appena un po' meglio, non sarebbe rimasto nessuno a mandare messaggi Acron. E l'hai anche mandato molto indietro nel tempo, prima che partissimo per il paese. Ci hai voluto lasciare un grande margine per ripensarci”
“Cazzo. Impareremo mai a mandarci messaggi Acron chiari? Ti avanzavano ancora un bel po' di bit, ti pesava il culo a usarli?”, chiede Terashi. Sputa per terra. Che schifo.
Però è vero. I messaggi che mando io, in particolare, sembrano sempre dimenticare informazioni importanti.
Non che ricordi di averne mai mandato uno, del resto.
“Sentite, sono sopravvissuto senza sapere che era una trappola, ci riuscirò di nuovo. Direi di andare di nuovo. Ma cercate di uscirne vivi, mi spiacerebbe sprecare un'altra capsula Acron”
Ekire annuisce, poco convinto. Si scosta un ciuffo bianco dagli occhi, guarda all'orizzonte, verso gli ingranaggi in continuo movimento.
“Ok. Prepariamoci armi adatte e andiamo. Ma facci un piacere. Se rimani vivo solo tu, scrivi nel messaggio qualcosa del tipo per carità del cielo oggi tornatevene a dormire”

***

“Odio la magia di questo posto. E odio questo posto, a dire la verità. Voglio dire, come faceva tutta questa gente a vivere con un cielo aperto sopra la testa? Mi sembra di cadere verso l'alto di continuo. Non è naturale”, commento.
“Eshan, mi fumano le orecchie. Ti prego. Stai zitto cinque minuti”, risponde Terashi. La guardo. Stringe i denti, ma non ha ancora impugnato armi. Sono ragionevolmente lontano dal limite di sicurezza.
Davanti a noi, il sentiero nella sterpaglia sembra estendersi all'infinito, i cumuli di ingranaggi e rifiuti metallici che circondano la strada sono tutti uguali. Ekire è troppo pacato per sfotterlo con divertimento. Se non mi tengo sveglio prendendo per il culo Terashi, mi addormenterò ben prima di raggiungere il villaggio.
“E' colpa tua che non parli mai. Voglio dire, uno può contemplare in silenzio la meraviglia di ogni nuovo mondo, ok, ma per al massimo cinque minuti. E il ticchettio di quegli ingranaggi mi dà sui nervi. E la magia di questo posto non mi piace. Che divertimento c'è a creare ingranaggi? E non si può nemmeno farli esplodere”
“Ekire, ti pago due birre se riesci a farlo tacere per un po'”, dice la ragazza. Però, ha parlato due volte nello stesso minuto. Darle sui nervi sembra funzionare davvero bene.
Ekire si gira verso di me, un sorriso che sfiora gli angoli della bocca.
“Sei marginalmente più fastidioso del solito, è vero. Shani ti ha mollato?”
“Abbiamo deciso di prenderci una pausa”
“Soprattutto dopo che ti ha beccato a provaci con suo fratello”, ringhia Terashi.
“Ehi! La volta che io parlo poco, devi proprio parlare tu? E poi avevo bevuto. Come facevo a sapere che era suo fratello?”
“Per esempio potresti scoprire come si chiama qualcuno prima di cercare di andarci a letto”, commenta la ragazza, acida.
“Vedi, ti fai troppi scrupoli. Per questo non ti trovi mai nessuno”, rispondo.
Stringe la mano attorno al coltello che porta alla vita. Ecco, forse è meglio stare zitto, ora.
“Buoni, bambini. Eshan, se dobbiamo combattere, forse sarebbe il caso di allenarsi ancora con questa magia?” propone Ekire, divertimento ed esasperazione nel suo tono. Appoggia delicatamente una mano sul braccio di Terashi, quello con cui tiene il coltello.
“Questo sistema magico fa pena. Se viene fuori qualcosa, lo schiaccio con un sacco di ingranaggi e sbarre di metallo, che altro vuoi che faccia?”
Ne ho visti di sistemi magici stupidi. Ricordo un mondo in cui la magia era basata sulle rane, voglio dire. Ma inutili quanto quella a ingranaggi di questo posto forse non ne avevo ancora trovate.
“Credo di avere un'idea migliore”, risponde il ragazzo.
“Riconosco quell'espressione, hai inventato qualche diavoleria”
Annuisce, si gira a guardarmi. Ora ha l'espressione di entusiasmo infantile che sfoggia solo quando ha inventato qualcosa di nuovo. Che ingiustizia, se avessi io quegli occhi eterocromi, ragazze e ragazzi cadrebbero ai miei piedi.
Mette le braccia in orizzontale, i palmi delle mani rivolti l'uno verso l'altro. Linee geometriche azzurre appaiono sui guanti, i circuiti canalizzatori che si materializzano per un istante.
Tic, tac, tic, tac.
Il ticchettio onnipresente in questo mondo si fa più intenso, sembra provenire da ogni direzione. Terashi continua a guardare avanti, ma spia con la coda dell'occhio. Per l'ennesima volta mi chiedo come faccia a vivere senza nemmeno il briciolo di magia concesso dai Guanti.
Ingranaggi traslucidi appaiono fra le mani di Ekire, sembrano fatti d'oro e rame. Fluttuano lentamente in aria, vanno a incastrarsi gli uni negli altri, in una configurazione di cui non vedo il senso.
“Quelli che sembrano di rame si muovono da soli. Quelli d'oro non sembrano avere inerzia. Devo ancora provare gli altri”, spiega.
Muove le dita, crea un lungo pezzo di metallo argenteo, inarcato. Un filo d'oro ne collega le due estremità. Vanno a incastrarsi con gli ingranaggi, poi con un altro pezzo di metallo allungato, più complesso. Che cavolo sta facendo? Una croce?
Gli ingranaggi color rame iniziano a girare, ora all'interno dell'oggetto. Una punta metallica tira il filo d'oro lungo un'asta, inizia a tendere sempre di più il pezzo d'argento.
Una lunga freccia di vetro prende forma, va a sistemarsi fra il filo d'oro e l'arco metallico. Impiego un istante a riconoscere quel che ha creato.
“Uao. Una balestra. Sei un fottuto genio, capo. Però senza offesa, credo di fare prima a schiacciare qualunque cosa troviamo con pezzi di metallo da dieci tonnellate”
Ekire continua a muovere le dita, fa modifiche sottili, fa compenetrare il corpo della balestra e l'arco metallico in modo che la freccia abbia la traiettoria libera, aggiunge penne metalliche al dardo di vetro.
Luce azzurra avvampa sulle sue dita. Gli ingranaggi perdono l'aspetto traslucido, ora sembrano vero metallo.
“Terashi, che ne dici?”
La ragazza la prende senza dire una parola. La punta verso un mucchio di pezzi metallici corrosi al fianco della strada, a una ventina di metri da noi. La maggior parte sono ingranaggi e barre metallici, simili a quelli che ha usato Ekire, solo dozzine di volte più grandi.
Tira il grilletto. La freccia è troppo veloce per essere distinta, ma trapassa uno scafandro abbandonato da parte a parte, lo fa rotolare giù dal cumulo di rifiuti con una serie di clangori metallici.
La ragazza sembra rifletterci un momento.
“Dovrei provare il tiro utile, ma se osserva almeno un paio di leggi della fisica, a distanza non varrà quanto le nostre armi. La precisione è buona e il potere penetrante abbastanza impressionante. Però credo che mi terrò il mio fucile, per questa volta”
La ragazza accarezza con una mano la gigantesca arma che tiene assicurata alla schiena. Perché non può dirottare un decimo di quell'affetto verso, per esempio, me?
Ekire annuisce, mi dà una pacca sulla spalla.
“Per me è un giocattolo carino, ma probabilmente tu potresti farne qualcosa di utile. Credo che la proprietà di quel vetro sia di essere assurdamente affilato. Ti passo lo schema”
Cerco di accedere alla sua mente. Che idiota, siamo all'esterno. Gli stringo la mano, lascio che le nostre tute si sincronizzino.
Un istante di pizzicore alla base della nuca mentre la tuta si collega all'interfaccia neurale, e poi l'immagine arriva, con la chiarezza e l'ordine che associo alla mente di Ekire. Sì, ora potrei costruire la balestra, se volessi, e con una quantità pietosamente piccola di potere.
“Grazie, cervellone. Una cosa che mi chiedevo, però. Da dove caspita viene la materia? Quella roba non sembra decadere”
Sorride, e annuisce.
“Però. A volte sembra quasi che anche tu abbia un cervello”
Indica ai giganteschi cumuli di macerie ai lati della strada. La maggior parte sono ingranaggi, piacciono particolarmente alla magia di questo mondo. Abbondano anche tubi arrugginiti, sfere schiacciate, frammenti di vetro, corde intrecciate. Qualche oggetto più complesso, grossi scafandri, biciclette, quello che potrebbe essere un aliante accartocciato. Ora che ho visto quella di Ekire, è anche facile immaginare che molto di quel che vedo siano residui di balestre o armi simili.
Guardo le gigantesche strutture metalliche all'orizzonte. Un ingranaggio rosso rame alto quanto le montagne, migliaia di oggetti più piccoli ancorati al centro, in lento movimento. Sì, c'è una quantità enorme di materia investita della magia di questo mondo.
“Credo che assorba la materia dal terreno circostante. Spiegherebbe anche il territorio così accidentato. Ma c'è troppo metallo. Il dio locale deve saperci fare a trasformare gli elementi”
Indica le lontane strutture di ingranaggi, alcune simili a torri, con livelli che ruotano a velocità diverse, altre meno comprensibili, come l'enorme ingranaggio all'orizzonte. Ora è di profilo rispetto a me, vedo solo l'occhio dorato. Si adatta bene ai colori di questo mondo.
“Se devo tirare a indovinare, quelle sono stazioni di trasformazione. Trasformano altri elementi nei pochi che questa magia può usare”
“E nelle migliori tradizioni del Nemico, la prima cosa che si è messo a trasformare saranno stati tutti gli esseri viventi”

***

“Vedete niente?”, chiede Ekire.
Siamo su un'altura a un paio di chilometri dal paese di Ker Sheli, sdraiati con la pancia a terra. O meglio, su un gigantesco ingranaggio arrugginito, ciascun dentello più alto di me. Ekire aveva proposto di piazzarci direttamente sul terriccio, ma la sola idea mi fa vomitare, già camminarci sopra mi sembra abbastanza schifoso.
“Dammi un minuto”, rispondo.
Sollevo il binocolo. Aspetto un istante che si colleghi alla mia corteccia visiva, poi mi ricordo che devo guardarci dentro. Dannata attrezzatura da campo uscita dall'età della pietra.
Inquadro il paese. È circondato da mura di acciaio, chiaramente roba recente, tirata su alla meno peggio. In molti punti sono squarciate, o divorate da masse di ingranaggi che spuntano come tumori. All'interno, è un caos di edifici disomogenei che sembrano trapiantati da mondi e millenni diversi.
“Scansione termica, ingrandisci, esegui”, ordino.
Il paese si ingrandisce davanti ai miei occhi, l'immagine passa in toni di rosso e arancione.
“Dalla scansione termica, non c'è molto di attivo in città. Niente fabbriche o centrali energetiche, almeno. Non vedo abitanti. Ma con tutto quel metallo e questo sole, difficile dire se sia completamente abbandonata. Se aspettiamo la notte, sarebbe più facile determinarlo”
“Domani sera dobbiamo tornare alla Stazione con i superstiti. Non possiamo perdere mezza giornata. Il messaggio diceva chiaramente che i superstiti ci sono”
“Sì, ma se entriamo e ci mettiamo a urlare siamo qui, troveremo prima loro o la cosa che vi ha uccisi?”, chiedo.
Non ho molta voglia di entrare in quella città. È più grande di quanto sembrasse dalle vecchie foto satellitari, l'interno sembra un riassunto architettonico della caduta della Repubblica. Nel centro ci sono grattacieli eleganti e slanciati, ma la maggior parte sono spezzati, oppure deformati, masse di ingranaggi incastrati vi crescono come tumori, vene di metallo si diramano lungo le vetrate.
Più all'esterno ci sono costruzioni in cemento armato e muratura, basse e senza finestre, costruite per resistere. Molte hanno torrette e camminamenti per le guardie.
Ci sono brecce nel cemento, il filo spinato è tagliato e deformato. Non vedo tracce di vita, all'interno.
Poi noto le costruzioni più recenti, chiaramente opera della magia. Sembrano ragnatele di metallo grigio e dorato fra i palazzi più antichi, passerelle sospese nel vuoto e rifugi incastrati fra i grattacieli in rovina. Piccoli orti crescono sui tetti raggiunti dai pontili metallici. Sì, questa è la parte abitata, se ce n'è una.
Già mentre guardo, due piccole figure umane attraversano di corsa una passerella. La risoluzione non è buona, ma mi sembra siano bambini.
“Ok, rettifica, vedo superstiti. Hanno una specie di baraccopoli in quota, fra i grattacieli”
Ekire annuisce, sorridendo.
“Facile capire perché siamo entrati dall'ingresso sud, l'altra volta” commenta.
L'unica strada in buono stato entra dalla porta a sud della città. Per arrivare da qualunque altra parte, dovremo attraversare vere e proprie colline di quei fottuti detriti metallici. La città sembra galleggiare in un lago di ingranaggi, tubi, cingoli e quant'altro.
Terashi fa una smorfia, ancora guardando attraverso il mirino del fucile.
“Non trovo nessuna traccia di qualunque cosa ci abbia uccisi. Non che mi sorprenda. Potrebbe esserci un esercito in agguato sotto quei rifiuti. È un incubo tattico”
“Se ci fossero così tanti mostri, avrebbero già distrutto la città”, commenta Ekire. Nemmeno lui suona molto convinto. Supporre qualunque forma di razionalità o prevedibilità nel Nemico è un errore che abbiamo pagato fin troppe volte.
“Possiamo tornare al treno e chiedere rinforzi. C'è una città da sfollare”
“C'è tutto il resto del continente da sfollare, perché dovrebbero dare rinforzi a noi? Perché eravamo spaventati da una montagna di rottami?”, chiede Terashi, alzando gli occhi al cielo.
“Perché siamo già morti una volta provando a entrare lì”, rispondo.
Ekire scuote la testa.
“Probabilmente qualunque mostro ci abbia mangiati, era solo e ci ha presi di sorpresa. Entriamo da est, mi sembra abbastanza percorribile. Tenetevi pronti a combattere in qualsiasi momento”

***

“Ehi, perché questo stupido sistema magico non può includere un modo per volare? Volare è l'unica cosa figa di avere un cielo aperto. E invece ci tocca strascicarci a piedi sulla fottuta polvere”
In realtà ci sono talmente tanti relitti metallici a terra che il terreno sottostante non si vede quasi mai. Non che camminare su rottami scricchiolanti sia una meraviglia, del resto.
“Taci e cerca di avvertirci prima che il mostro ci divori, questa volta”, risponde Terashi. Ora la tuta da combattimento le copre anche il volto. Con il visore tattico sugli occhi, sembra un grosso insetto bianco. Procede in testa, imbracciando il fucile.
“La strada è libera fino alla porta, per quel che vedo”, dice Ekire. Muove le dita in aria, lenti e filtri diversi si muovono sui suoi occhi mentre scandaglia la strada.
La porta della città è a meno di cento metri da noi, il sentiero fra le rovine metalliche sembra sgombro. La porta stessa è una bruttura di cemento e acciaio alta dieci metri, incastonata fra le mura tirate su di fretta. Mura. Mio nonno è nato su una nave interstellare. Noi dobbiamo costruire mura di cemento per difenderci.
Non che queste sembrino avere funzionato molto. Il doppio portale metallico che doveva chiudere la porta è a terra, accartocciato come carta stagnola. Le mura sono squarciate in più punti.
Mi concentro sulle percezioni magiche. In questo mondo si manifestano come suoni, impressione di ingranaggi in movimento. Percepisco un ticchettio debole, irregolare provenire dalle mura crollate. Come se il cemento fosse vetro, riesco a vedere ingranaggi all'interno, file su file di ingranaggi incastrati. Ma molti sono spezzati, pochissimi si muovono.
“C'erano incantesimi difensivi sulle mura, ma non credo ci sia più niente di attivo. Non percepisco altro. Se ci sono mostri da queste parti, sono bravi a nascondersi”
Terashi si volta di scatto.
“Vibrazioni nel terreno. Qualcosa si avvicina rapidamente. Alcune centinaia di metri di distanza”
Ringrazio che almeno uno di noi sappia effettivamente usare tutti quegli stupidi sensori integrati nella tuta.
“Direzione?”, chiede Ekire.
“Cazzo ne so? Siamo troppo vicini tra noi per una triangolazione. Chiedilo al mago”
Se fossimo in un mondo decente, proverei una divinazione, ma se c'è un modo di convincere questi ingranaggi a farmi vedere a distanza, non ho idea di quale sia.
“Posso salire a dare un'occhiata. Almeno lo sapremo prima che ci piombi addosso un drago, o che altro”
“Diventeremmo anche molto più visibili”, risponde Terashi.
Ekire ci pensa un istante, poi si stringe nelle spalle.
“Vai. Ma fai attenzione”
Annuisco, richiamo la magia. Il ticchettio che pervade questo mondo diventa assordante per un istante.
Gli ingranaggi più facili da spostare sono quelli che sembrano d'acciaio, ho già scoperto. Desidero che uno del diametro di un metro si formi davanti a me. Appare dal nulla, traslucido per un istante, e dopo un paio di secondi sembra del tutto reale. Secondi. Dovrei togliere il limitatore? No, non ancora. Non ci tengo a beccarmi più contaminazione del dovuto.
Salgo sull'ingranaggio con entrambi i piedi e desidero che salga verso l'alto. Eccedo con l'accelerazione, la tuta si irrigidisce per un istante, evitandomi una poco dignitosa caduta.
È una squallida imitazione del volo, ma c'è comunque una certa esaltazione nel sollevarmi sopra le rovine. Penso di ritirare la tuta dal volto, sentire il vento sulla pelle, ma se poi morissi in modo così stupido, probabilmente Ekire e Terashi deciderebbero che la mia vita non vale una capsula Acron.
Mi fermo a una trentina di metri d'altezza, più alto delle collinette di detriti metallici, più alto delle rozze torri di guardia che punteggiano le mura della città.
Sotto di me, il paesaggio di rottami e ingranaggi giganteschi sembra proseguire all'infinito, rotto soltanto da edifici in rovina e sentieri più o meno sgombri.
“Qui pare tutto sgombro”, dico. La spia dei microfoni è ancora sul verde, non siamo oltre il range della trasmittente sicura.
Un secondo dopo averlo detto, vedo un movimento. Qualcosa che si avvicina rapidamente alla città, due oggetti in movimento a qualche chilometro di distanza.
“Aggancia, ingrandisci, scansione termica”, ordino alla tuta.
La mia vista balza in avanti. Per un istante non capisco quel che vedo, penso a due grossi mostri di ingranaggi. Poi noto le persone su di essi, la pelle scoperta evidenziata dai sensori.
Sono a bordo di strani mezzi di trasporto, poggiati su tre gigantesche ruote d'acciaio, alte quanto un uomo e larghe più di un metro. Barre metalliche formano un sedile per il pilota, un groviglio incomprensibile di ingranaggi presumo faccia da motore. Seguono la stessa pista da cui siamo arrivati noi, le enormi ruote che passano senza difficoltà sulle irregolarità del terreno e schiacciano i detriti metallici.
“Tre persone in avvicinamento. Locali, si direbbe. A bordo di... boh, cosi magici con tre ruote. Non sembra mi abbiano visto”
A terra, Ekire alza il pollice, Terashi inizia ad arrampicarsi sulla collinetta di rottami più vicina, il fucile di nuovo in spalla.
“Facci sapere se vengono verso di noi. Cerchiamo di evitare il contatto. Preferisco che siamo noi ad avvicinare gli indigeni, e in un posto più sicuro”, risponde Ekire. Il suo tono è tranquillo, ma lo conosco abbastanza da riconoscere la tensione. Non sempre l'accoglienza degli indigeni è delle migliori.
Chiudo la visione ingrandita, abbasso l'ingranaggio su cui galleggio fino a essere poco sopra una collina di detriti. Seguo a occhio nudo i puntini sempre più vicini. Inizio a sentire il clangore metallico del loro avanzare, da vicino deve essere assordante.
Arrivano al gigantesco ingranaggio da cui abbiamo studiato la città una mezz'ora fa. Con mio sollievo, non prendono la nostra stessa strada.
“Ok, nessun problema, capo. Hanno preso...”
Mi fermo. Oh, cazzo.
“Hanno preso la pista verso la porta sud”
Guardo giù, verso Ekire. Un secondo di silenzio, poi la sua voce alla trasmittente.
“Hai modo di contattarli?”
“Non ho provato quanto velocemente vada questo coso, ma dovrei poterli raggiungere. Non saprei come altro fare”
“Puoi portare anche noi?”
“Non in fretta”
Ancora un secondo di silenzio. I puntini continuano a muoversi sferragliando verso la città. E sono felice di non essere io il capo, non dovere essere io a decidere se rischiare la nostra sicurezza per avvertire degli sconosciuti, o stare a guardare mentre si avvicinano al posto dove sappiamo esserci un mostro.
“Io e Terashi ci porteremo più in alto possibile, cercheremo di assisterti. Raggiungi i superstiti. Se lo giudichi necessario, sblocca livelli di potere superiori”
“Agli ordini”
“Fai attenzione, Eshan. Credo che l'avresti scritto nel messaggio. Ma per quel che ne sappiamo, potrebbe essere andata così anche l'altra volta”
Spingo l'ingranaggio verso i mezzi in movimento. L'accelerazione per poco non mi fa perdere l'equilibrio, rischio di cadere giù. E con questa magia stupida, nemmeno so se riuscirei a salvarmi.
Mi siedo sull'ingranaggio volante, mi aggrappo poco dignitosamente ai bordi e gli ordino di sfrecciare.
Inizio subito a sentire la fatica. Questi cosi non sono pensati per volarci sopra, a quanto pare, è terribilmente inefficiente. Forse dovrei alzare il limitatore, ma spero ancora di cavarmela senza attingere più del dovuto al potere contaminato di questo mondo.
Sfreccio a intercettare gli indigeni, e calcolo che li raggiungerò poco prima delle mura cittadine. Quanto prima? E il mostro che ci ha attaccati, quanto lontano è? Non possono vedermi e fermarsi, gli idioti?
Continuo a volare, cercando di non pensare a linee temporali cancellate dove i miei amici sono morti, forse facendo lo stesso errore.
Anche a occhio nudo, ora, distinguo le figure a bordo dei mezzi di trasporto. Una donna preceduta da un uomo. Giovani, si direbbe, parecchie pelle abbronzata esposta. Ok, ora sì ho uno stimolo a cercare di salvarli.
Sto cercando di distinguere meglio la ragazza più indietro, che sembra niente male, quando il terreno esplode davanti a loro.
Detriti metallici volano in ogni direzione, una valanga di ingranaggi e barre travolge il sentiero. Il più avanzato dei tre viene travolto, il suo mezzo viene travolto, salta via un istante prima che si rovesci. Ingranaggi traslucidi iniziano a prendere forma fra le sue mani.
Gli altri due si fermano bruscamente. Quello centrale – il ragazzo – salta giù dal proprio mezzo, la ragazza più indietro fa retromarcia.
Continuo a sfrecciare verso di loro, verso i detriti metallici che volano in ogni direzione.
Verso il mostro che sta emergendo dalla collina di rottami.
No, non sta emergendo, si sta formando. Ingranaggi, cilindri, barre e lame si muovono fra le rovine, spostano e scalzano via altri oggetti – deve essere quello che ha causato la valanga.
Sento la magia bruciare nel corpo del mostro mentre prende forma. Mi concentro appena un poco, vedo linee di energia argentea convergere verso l'essere, come fosse al centro di un vortice. Vedo la forma di una mostruosità umanoide alta dieci metri, con quattro braccia armate di lame. Ai miei sensi magici è appena abbozzata, una sagoma di linee bianche, ma i detriti scorrono, cambiano forma, si dispongono in modo da creare fisicamente la creatura.
Vedo anche che tutti e tre gli indigeni sono maghi. Pietosamente deboli, dalla loro aura. La ragazza più avanti si è tirata fuori dalle rovine, una sorta di armatura di ingranaggi e piastre color acciaio sta prendendo forma sul suo corpo.
Il ragazzo, dietro di lei, impugna una grande balestra, simile a quella di Ekire, solo mostruosamente più complicata – ha sei frecce incoccate. Si arrampica su una collinetta di cianfrusaglie metalliche, dalla parte opposta al mostro. Scappa? No, cerca un punto di vantaggio per tirare.
Li ho quasi raggiunti, ormai, ma non sembrano avermi notato. L'unica ragazza ancora sul proprio mezzo ha aggirato il mostro, e ora una balestra gigantesca è apparsa davanti alla ruota frontale. Era lì anche prima, fra i meccanismi, o l'ha creata dal nulla? Non sembrerebbe averne il potere.
I tre maghi locali attaccano. Un dardo della gigantesca balista, due di quella portata a mano dal ragazzo. La maga più avanzata cammina verso il mostro, un'armatura di ingranaggi a proteggerla. Tende la mano verso l'essere in formazione, e dozzine di piccoli ingranaggi di vetro volano dalla sua mano, si solidificano a mezz'aria, vanno a colpire il petto dell'essere davanti a lei.
L'essere enorme cade a terra, il terreno trema all'impatto. È quasi completo, ormai, gambe di acciaio e ottone alte tre volte me, ingranaggi di rame che girano senza sosta all'interno. Mentre guardo, dozzine di piastre argentate larghe più di un metro vanno a tappezzare il suo torace, coprono e proteggono i complicati meccanismi all'interno, un istante prima che un secondo dardo della balista lo colpisca.
Ha quattro braccia d'acciaio e argento, lame di vetro più lunghe di me che vi crescono sopra a vista d'occhio.
Ok, non scommetterei un credito sulla vita dei tre indigeni. La ragazza con la balista però pare proprio carina. La domanda è, come li salvo? Dopotutto, devo già avere ucciso quel coso, in un'altra linea temporale.
Decido di imitare i locali. Desidero che appaiano piccoli, sottili ingranaggi di vetro, con dentelli più lunghi possibili. Col vetro sono affilati e resistenti, se ricordo quel che diceva Ekire.
Appaiono a dozzine in una nuvola a me, aspetto che ne appaiono circa un centinaio, poi voglio che sfreccino verso l'entità.
Ops. A quanto pare, posso solo allontanare o avvicinare a me questo tipo materiale. Il risultato è che due o tre ingranaggi, quelli esattamente fra me e il mostro, schizzano verso di lui, tutti gli altri vengono sparati in direzioni più o meno casuali.
I pochi che raggiungono il mostro al petto rimbalzano sul suo carapace, innocui. La maggior parte degli altri cadono a terra, ma uno colpisce di striscio la ragazza con l'armatura.
Si volta verso di me.
“Scusa! Non volevo!”, grido.
Punta una mano verso di me, mi preparo a difendermi. Che mi abbia sentito o che mi giudichi il pericolo minore, si gira subito verso il mostro.
“Dobbiamo andarcene!”, grida il ragazzo al centro. Ok, apprezzo il piano. Ma come contano di scappare dal gigante alto dieci metri?
Il mostro balza in avanti, oggetti metallici spezzati che volano in tutte le direzioni al suo passaggio. Punta verso la ragazza ancora sul proprio mezzo di trasporto, con l'unica arma decente dei tre.
Lei grida, salta via un istante prima che lame di vetro più alte di lei squarcino a metà il sedile su cui si trovava.
L'altra ragazza spara una manciata di quelli che sembrano proiettili di metallo incandescente. Io mi sento utile quanto un paracadute di granito.
I proiettili incandescenti colpiscono le gambe del colosso. Uno stridio assordante viene dal petto del mostro, potrebbe essere un grido di dolore. Ma non sembra granché intaccato.
Provo a produrre una balestra come quella che mi ha mostrato Ekire, cerco di desiderare che il dardo di vetro sia incandescente, questa volta. Non succede, appare davanti a me trasparente e freddo. Deve esserci un trucco, ma quale?
Tre strie di fumo, uno scoppio assordante, la tuta esclude i suoni. Fumo si diffonde in tute le direzioni, per un istante non vedo nulla, poi si inserisce qualche filtro che mi permette di vedere in bianco e nero.
Missili tattici. Terashi, presumo.
Inizio a sentire di nuovo i suoni – non che serva a molto, solo una cacofonia di metallo che batte su metallo. Il colosso è di nuovo caduto, una placca metallica della sua corazza si è parzialmente staccata. La ragazza più vicina al mostro è a terra, il ragazzo si sta alzando sulle mani con fatica. L'altra ragazza si guarda attorno, probabilmente non vede nulla attraverso il fumo.
Punto la balestra dove il frammento di armatura si è staccato, tiro la leva, il dardo di vetro vola verso il mostro. Un clangore appena udibile sopra il suono del metallo torturato, e il dardo ricade a terra, innocuo.
I colori stanno tornando visibili, il fumo si dirada. Il mostro si volta verso di me, ora. La piastra danneggiata sembra diventare liquida, inizia a tornare al suo posto.
Il colosso solleva un braccio, una lama lunga tre metri si stacca, vola verso di me.
Voglio che venga deflessa, ci incanalo tutto il mio potere – o almeno il rivolo a cui ho accesso. Dozzine di grandi ingranaggi piatti appaiono davanti a me, diventano reali in un batter d'occhio. La lancia di vetro ne trapassa uno completamente e continua a volare, ma è stata deflessa a sufficienza da schivarmi.
Il cuore mi accelera i battiti. Stavo per morire in modo davvero stupido.
Ok, probabilmente c'era un modo elegante e intelligente di uccidere questo coso, e più tardi Ekire me lo spiegherà. Ma non ho molto tempo per salvare i tre indigeni, e inizio a correre rischio io stesso.
“Repubblica di ogni cosa. Sergente Eshan. Protocollo di emergenza. Sbloccare livelli di magia da tre a... otto”
Percepisco le linee di potere del mondo che si muovono, cambiano, e il colosso si ferma un istante, come confuso. Due dei tre indigeni, a terra, continuano ad attaccarlo senza alcun effetto.
Attingo al potere a piene mani, cerco di ignorare il ticchettio che sento sempre più forte, la vaga sensazione di mani metalliche, affilate, ai margini della mia visuale.
Meglio chiudere la questione in fretta.
Mi concentro sullo schema della balestra di Ekire. Dubito sia l'arma più efficiente a mia disposizione. Ma a questo punto, non ha molta importanza.
“Interfaccia. Replicazione fino a esaurimento”, ordino, e incanalo tutto il mio potere nelle parole.
Il terreno trema. Faccio uno sforzo di volontà perché la zona dove si trovano i tre ragazzi non venga smossa.
Il colosso si ferma, dubbioso, e mi guarda, in una postura curiosamente umana.
Mucchi e colline di detriti si aprono, scorrono, collassano mentre ne escono balestre gigantesche, centinaia di balestre identiche, lunghe tre metri, con centinaia di dardi d'argento pronti a essere scoccati.
I detriti si deformano e scorrono per andare a formarle, in alcune zone il terreno si abbassa visibilmente. Salgono e salgono, voglio che si dispongano ad altezze sfasate, abbastanza in alto da avere la linea di tiro libera e da non rischiare di colpire gli indigeni.
Il mostro mi scaglia contro un'altra lama di vetro, ma con il potere che mi circonda in questo momento mi basta volere che mi manchi e viene deviata, spinta via da una forza invisibile senza che mi arrivi anche solo vicino.
Altre balestre giganti continuano a formarsi in tutte le direzioni, tutto attorno a me per centinaia di metri, emergono dal terreno in una cascata di metallo. Una volta create sono stabili, non mi serve potere per mantenerle – ed ora è fin troppo facile immaginare come questo mondo si sia riempito di detriti.
Fuoco.
Una prima ondata, una dozzina dardi di vetro lunghi tre metri, piomba sul mostro tutti insieme, con forza sufficiente a trapassare l'acciaio.
La sua corazza deve essere rafforzata magicamente, resiste alla prima ondata, vetro che cade in tutte le direzioni, una piastra della sua armatura deformata, un'altra che si stacca.
Fuoco.
Dozzine e poi centinaia di dardi di vetro, spaccano la sua corazza, trapassano il torace, le braccia e le gambe mostruose. Getti di piccoli ingranaggi sprizzano dal corpo come sangue, catene e molle si staccano dal suo corpo, cadono a terra mentre i dardi di vetro lo fanno a pezzi.
Cade a terra, in quella che ormai è una collina di sbarre di vetro, e percepisco il potere che lo abbandona.
“Repubblica di ogni cosa, sergente Eshan, bloccare livelli di magia superiori a tre”
I tre indigeni ora mi guardano a bocca aperta. Una ragazza è ferita, ma non sembra niente di grave.
E ora vediamo se con fascino del grande mago riesco a portarmi a letto qualcuno.

Note Conclusive
Buon natale dal messico!




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