Oscure Materie - Chimica di Selerian

Note sulla Storia
"Fan fiction" a Fra Tac per la vittoria della Scommessa Scrittoria 2013
Note dell'Autore sul Capitolo
Questa volta provo a tenere l'umorismo nei dialoghi. Come riesce?

Capitolo 1

La vetreria è di vetro. Il vetro è fragile. La vetreria è costosa.
Professore di Chimica Analitica agli studenti

“Ehi, occhio, scema!”, grida Teresa.
Cerco di fermare la beuta che cade, riesco a sfiorarla con le dita, ma si rovescia e cade a terra. Rumore di vetro rotto, poi una polvere grigiastra si spande tutto attorno, simile a limatura di ferro.
Andrea sobbalza, lascia cadere l'involto che ha in mano – almeno quello non si rompe, grazie al cielo. Guarda a terra.
“Ecco, ora Guarnini mi strapperà le palle”
Teresa guarda la polvere grigia, dubbiosa.
“Con un po' di fortuna, il problema non si pone. Probabilmente moriremo tutti entro qualche minuto”
Indica vagamente verso le finestre sbarrate e la scritta pericolo di morte su un cartello mezzo sciolto.
“Ok, la colpa è di Alice, tutti testimoni, vero?” dice Andrea, indicandomi con entrambe le mani.
Teresa sbuffa.
“Nel dubbio, Guarnini ci ucciderà tutti”
Mi trattengo dallo strangolare i due. Lasciati a sé stessi, passeranno il resto della sera a discutere di come scaricare la colpa al meglio. E la polvere rimarrà lì.
“Ehi, datevi una calmata. Credo sia solo limatura di ferro. Raccogliamola e buttiamola da qualche parte”, rispondo. Prendo un foglio di carta e una vaschetta di plastica.
“Non lo so, non mi ricordavo che la limatura di ferro facesse... quello”, risponde Andrea. Ha abbandonato il tono petulante, ora, si abbassa a guardare la polvere.
Mollo carta e vaschetta, guardo a terra. Tra i cocci di vetro, effettivamente la polvere si sta muovendo. Sembra che strisci.
Faccio un passo indietro – poi mi ricordo che l'istinto di sopravvivenza di Andrea è delegato a me, e lo tiro per il colletto.
“Che fai? È figo!”, si lamenta lui.
“Sì, ma sembra che ci sia qualche reazione in atto. Che dici di allontanarti prima di scoprire che sprigiona Satana gassoso?”
Forse dovremmo uscire dalla stanza. Ma non c'era poi tanta sostanza nella beuta, inutile essere ridicoli.
Teresa aggrotta la fronte.
“Si è rotta una sola beuta. Non era nemmeno a tenuta d'aria. Sarà stata lì, tipo, millemila anni. Con cosa dovrebbe stare reagendo?”
“Non so, con vent'anni di schifezze incastrate nel pavimento? Comunque non avviciniamoci finché non ha finito”
“Ma è figa! Almeno devo fare un video”, risponde Andrea, frugandosi le tasche alla ricerca del cellulare.
Ed è vero, sta succedendo qualcosa di molto strano. La polvere fluisce come un liquido denso, ma non si spande, si raccoglie al centro, in un monticello sempre più alto. Ricorda limatura di ferro attratta da una calamita.
E in effetti, non ho idea di cosa stia reagendo per ottenere quell'effetto. Forse sarebbe davvero il caso di uscire? Ma no, meglio stare qui a pensarci finché moriamo tutti per intossicazione.
“Ehi, questa cosa è tipo... davvero strana”, commenta Teresa.
La polvere striscia su sé stessa, si contorce, si stringe fino a diventare un mucchietto alto una spanna. Una struttura sempre più definita inizia ad emergere. Quattro protuberanze, una massa centrale, un... non ci sono altre parole, una testa.
“Ho un'allucinazione?”, chiede Andrea. Parla in tono eccitato, saltella da un piede all'altro.
Qui ho la sensazione che dovrei fare qualche tipo di scenata. Ma non saprei bene se per trascinare gli altri due fuori dalla stanza, o chiamare una troupe cinematografica. Per il momento, mi risolvo per aspettare e vedere.
La figura è sempre più definita. Non ci sono dubbi, una piccola figura umana, alta trenta centimetri. La polvere smette di fluire, la figura assume un aspetto sempre più geometrico, ora sembra composta da tante piccole lame piatte.
“Che roba è quella?”, chiede Teresa.
“Non ne ho idea. Se è una reazione chimica, nel corso di chimica generale ci hanno nascosto un paio di cosette”, rispondo. Mi sento stranamente distaccata, come se sapessi che dovrei avere paura, o essere stupita, ma la scena è troppo surreale per riuscirci.
Il piccolo essere metallico si muove, a scatti rapidi e secchi, come una marionetta. È quasi bidimensionale, riesco a malapena a distinguerlo quando si mette di profilo.
Poi scatta verso la porta aperta, con i movimenti veloci di un insetto e il suono di forbici aperte e chiuse.
“Cosa è? Sta scappando?”, chiede Andrea.
“Ne so quanto te. Pensi che dovremmo aprirgli la porta?”, chiedo.
L'esserino non sembra averne bisogno. Si mette di profilo e in pochi istanti scivola fra l'anta e lo stipite. Sento il rumore ritmico di passi metallici sul linoleum.
“Ehi, seguiamolo”, dice Andrea, già correndo verso la porta.
“Sei scemo?”, chiedo. Ma è già partito, Teresa che lo segue a ruota.
Vorrei lamentarmi del peso di dover fare da persona responsabile per i due idioti, ma non ho più un'audience, quindi mi limito a seguirli.
Simone spalanca la porta, indica verso destra e comincia a correre, puntando di nuovo il cellulare. Lo raggiungo un secondo dopo, quasi inciampando su Teresa, e vedo l'esserino che corre nel corridoio, già una decina di metri avanti. Svolta bruscamente, entra nel bagno delle ragazze, scivolando nella fessura della porta come ha già fatto. Lo seguiamo di corsa.
“Tu stai fuori”, dice Teresa, trattenendo Andrea con una mano.
“Ehi, ma voglio solo...”
“Principio generale. Tu stai fuori”, rispondo io, indicando il corridoio con tutta la solennità che mi riesce. Non che me ne freghi qualcosa, ma non posso perdere un'occasione simile di frustrare la sua curiosità.
“Ma non è giusto!”, si lamenta il ragazzo, da fuori, mentre noi entriamo di corsa.
Ancora il rumore di forbici che si aprono e si chiudono, poi un tonfo dal suono vagamente liquido. Il suono sembra provenire dai lavandini. Guardo in quella direzione, intravedo un movimento allo specchio.
Mi giro, ma non c'è nulla.
“Dove è finito?”, chiede Teresa.
Silenzio.
“Ora ci prende e le spalle e ci uccide”, commenta la ragazza. Serissima, come sempre.
E ora mi sembra di realizzare veramente cosa è successo. Abbiamo visto un essere prendere forma dalla polvere rovesciata e camminare via. E per di più l'abbiamo inseguito, anziché rivolgerci... a un professore? Alla polizia? A uno psichiatra?
“Sembra ci sia scappato. Questa puntata della caccia al bestio misterioso finisce qui”, dico facendo un inchino.
“Almeno dai un'occhiata, prima”, risponde lei. Fa un giro del bagno, apre le porte dei tre cubicoli, scuote la testa.
“Ehi, l'avete già perso? Ecco cosa succede a mandare donne a fare un lavoro da uomini”, commenta Andrea, da fuori.
Lo ignoro.
“Mi è sembrato di sentire un suono... come qualcosa che finisce in acqua. Forse è entrato in uno scarico”
“Hai sentito il rumore che faceva camminando? Se fosse entrato in un tubo di metallo l'avremmo sentito benissimo”, risponde Teresa.
“I nostri antenati, quando davano la caccia ai mammut, non è che si fermavano a chiedersi se era un mammut per uomini o per donne. Andavano ad ucciderlo e basta. E queste cose non succedevano”, prosegue Andrea, da fuori.
“Magari è tornato una polverina grigia. Che ne sai?”, chiedo. Per qualche motivo, non lo penso davvero. Ma non ho intenzione di dare ragione a Teresa.
Lei si stinge nelle spalle.
“Recuperiamo l'idiota e torniamo a dare un'occhiata al laboratorio. Magari da qualche parte c'è scritto cosa fosse. Ormai sono curiosa”

***

“Ehi, ne è rimasto un pezzo qui sotto!”, esclama Andrea, indicando tutto felice. Ed è vero, un po' di polvere grigia è rimasta incastrata fra un pezzetto di vetro ricurvo e il pavimento. Il pezzo di vetro si muove debolmente, come se la polvere sotto si dibattesse.
“Non toccarlo, sei scemo?”, dico trattenendolo per una spalla.
“Ho i guanti”
“Non so se i guanti siano a prova di misteriosa sostanza mutaforma che sembra fatta di lame”
“Al massimo lo squarta”, dice Teresa, stringendosi nelle spalle. Si accovaccia sui talloni, cercando di guardare da vicino senza sedersi sui vetri.
“Ragazzi, per una volta fermiamoci un minuto a pensare. Questa cosa è assurda”, dico, allargando le braccia. Il gesto teatrale mi sarebbe riuscita meglio se non fossi incastrata fra il muro e l'armadio.
“Ma non mi dire. Pensavo a te capitasse tutti i giorni di vedere limatura di ferro che si alza e va a farsi una passeggiata”, risponde il ragazzo.
Teresa sbuffa.
“Non è che diventa meno assurda se stiamo qua a parlarne. Qualcuno mi passa una spatola?”
“Per quel che ne sai se lo tocchi ti aggredisce!”
“E per quel che ne sai tu, se lo lascio sotto quel vetro, il suo amico esce dal lavandino e ci pugnala nel sonno. Almeno possiamo cercare di capire cos'è”
Sto ancora cercando una risposta sufficientemente sdegnata quando Andrea le passa una spatola e un becher. La ragazza sposta il pezzo di vetro sotto cui è incastrata la polvere.
Per un istante mi aspetto che formi una figura umana alta pochi millimetri e si metta a correre, ma questa polvere si limita a strisciare, come una goccia di liquido denso che scorra lungo un piano inclinato. Quando Teresa la tocca con la spatola, aderisce immediatamente al metallo.
“È magnetica?”, chiede Andrea.
“Andrea, quella cosa si è alzata e si è messa a correre, e tu ti chiedi se sia magnetica?”, faccio notare.
Mi ignora. Niente, oggi il mio disprezzo non riesce a far presa sul suo entusiasmo.
Teresa strofina la spatola contro la parete del becher, la polvere grigia si stacca e cade sul fondo.
“Ehi, che è successo alla spatola?”, chiede la ragazza.
Mi avvicino. La lama della spatola che ha toccato la cosa è butterato, sembra corroso.
“Corrosione? Comunque sia, per una volta datemi retta, e non toccate quel coso. Anzi, buttiamolo via il prima possibile”
“Ma scherzi? Qui ci viene un premio nobel!”, risponde Andrea, afferrando il Becher.
“O un premio Darwin”, aggiunge Teresa, serissima.
“Pur sempre un premio”
“Vuoi portarti quella cosa a casa? Sei impazzito? Non se ne parla!”
“Eddai, se la lascio qui chissà se la ritrovo, la può prendere chiunque! Oppure qualche imbranato la butta giù per sbaglio”, risponde il ragazzo.
“Teresa, non può portare in casa quella roba, diglielo anche tu”
“Purché pulisca la lettiera e gli porti lui da mangiare... piuttosto, guardate il vetro. C'era, tipo, un simbolo”
Solleva con due dita il pezzo di vetro più grosso sopravvissuto all'impatto. È vero, sembra esserci qualcosa in rilievo, come un marchio. Parte di un cerchio, forse.
“Dov'era la beuta?”, chiede Teresa.
“Qui vicino a... quelle due”. Indico lo scaffale più in alto. Mentre lo dico, noto lo stessa impresso sulle altre due beute, un serpente che si morde la coda.
“Le etichette sono per i deboli”, commenta la ragazza.
“Non che ci sia molto di organizzato, qui dentro”
“Alla fine c'è davvero lo scheletro nell'armadio lì dietro?”, chiede Andrea.
“Non lo so. Nessuno ha avuto il coraggio di aprirlo. Comunque credo che il simbolo su quella che ho rotto fosse uguale a quello”. Indico il serpente che si morde la coda su una delle due superstiti.
“Taci che non hai rotto quella. Il colore non mi piace per niente”, dice il ragazzo, indicando una delle due. In effetti, il liquido trasparente all'interno potrebbe essere la definizione di verde veleno.
“Aspetta, cos'è l'altra? Mercurio? Come ho fatto a non vederla prima?”, aggiunge Andrea, indicando l'ultima boccetta. Allunga la mano, lo afferro per il polso.
“Non ci pensare nemmeno. Ne abbiamo aperta una, e il contenuto si è alzato e se n'è andato”
“Ma è una vita che voglio giocare col mercurio! Mi sono iscritto a chimica per quello!”
“In ogni caso, credo che dovremmo chiamare qualcuno”, dico.
Teresa guarda i frammenti di vetro a terra.
“Domani possiamo dirlo a Guarnini. Magari sa cos'era. Ormai a quest'ora ci sarà solo il custode. E noi dobbiamo sbrigarci a impacchettare le cose per lo spettacolo. Spazziamo il pavimento e facciamo finta di niente, per oggi, direi”
“Per quello, e per la droga. Diciamo cinquanta cinquanta”, continua Andrea, ignorandoci.
“Facciamo finta di niente?”, dico, “Abbiamo visto... non so nemmeno come definirlo! E abbiamo un campione della singola cosa più strana che io abbia mai visto in quel becher!”
Me ne pento un secondo dopo averlo detto. Ecco, ora mi sono fregata con le mie mani.
Andrea sorride.
“Appunto. Dobbiamo pur preparare le cose per lo spettacolo, no? E la facoltà chiude fra poco. Quello ce lo portiamo a casa. Ben coperto. Ne hai rovesciati almeno cento cc, nessuno si lamenterà se ce ne teniamo un cucchiaino. Magari riusciamo a scoprire cos'è”
Sbuffo.
“Ci ucciderà tutti”
“Faccio io i piatti per tutto il weekend”
“Allora va bene”

***

“Come sta il nuovo coinquilino?”, chiedo.
Teresa è seduta al tavolo, Andrea è stravaccato sul tavolo. Fra i due, il becher di vetro, su un piatto, e dal numero di bottiglie ogni singolo liquido che hanno trovato in casa.
“Vuoi vedere una cosa figa?”
“Oltre a te che lavi i piatti?”
“Sono figo anche quando non lavo i piatti”, risponde lui, convinto. Poi prende una vite – dal kit per riparazioni domestiche che io ho comprato – e la lascia cadere nel bicchiere.
“Che fai?”
“Gli do da mangiare”
“Ah, fantastico, ora è un animale dom...”
“Taci e guarda”, risponde lui, stizzito.
La polvere grigia si avvolge attorno alla vite, la copre in uno strato sottile. Devo ammetterlo, sembra fin troppo vivente, come fagocitasse l'oggetto metallico.
“Se ci butti una vite, diventa a forma di vite? Uao, voglio dire...”
“Aspetta un minuto”, dice Andrea.
Lui che mi dice di avere pazienza? La fine dei tempi è vicina, immagino. Con un po' di fortuna, arriverà prima della sessione d'esami. Non vorrei mai studiare fisica per niente.
Dopo qualche decina di secondi – un minuto in tempo-Andrea, immagino – prende in mano il Becher e lo agita, come per rimescolare il contenuto.
La polvere grigia torna a formare una pallina.
Più grande di prima. La vite non c'è più.
“Eh? L'ha dissolta? Che cazzo è?”
Andrea sorride.
“Aveva corroso la spatola, se ricordi”
“Un acido forte?”
“Solido a temperatura ambiente? No. Non ho idea di cosa sia. Ma credo abbia... assimilato il metallo. Sembra ancora omogenea. Ma è cresciuta”
“Figo. Ma avete idea di cosa sia?”, chiedo.
Andrea stringe le labbra.
“No, ma almeno ho provato a scoprirlo, che è più di quanto possa dire tu”
Teresa gli mette una mano sulla testa.
“Ehi, ero qui anche io”
“Sì, a guardarmi in modo inquietante”

***

Il Professor Guglielmini ci guarda con l'espressione di bonario disprezzo che deve avere allenato per gli ultimi centoquindici anni. Con una sola occhiata ai capelli azzurri di Andrea, riesce a esprimere tutto il disprezzo verso di lui, noi, la nostra generazione e il concetto stesso di studente.
“Buongiorno ragazzi. Come posso aiutarvi?”, chiede allargando le braccia. Il disordine della sua scrivania mi irrita esistenzialmente.
Parlo prima che i due idioti abbiano modo di provocare un incidente diplomatico.
“Buongiorno. Scusi se siamo venuti senza appuntamento, siamo alcuni ragazzi che si occupavano degli spettacoli didattici di chimica”
Annuisce.
“Sì, ricordo”, mente spudoratamente il professore.
“Bene, ieri mentre preparavamo alcuni dei reagenti abbiamo rotto una beuta”
“Oh, non preoccupatevi, lì sotto c'è solo roba che non serve a nessuno... non vi siete fatti male, vero?”
Posso quasi vedere l'idea delle scartoffie da compilare che si fa strada nel suo disinteresse.
“No, no, stiamo bene. Ma è successo... qualcosa di strano a quel che c'era nella beuta. Abbiamo fatto un video. Fai vedere, Andrea”
“Scusate ragazzi, ma ho molto da fare, e vi assicuro, non c'è niente di importante lì sotto...”
“Le prenderà solo un minuto. Saremmo curiosi di sapere di cosa si tratti. E non vorremmo avere danneggiato un esperimento altrui”
Gli porgo il telefono di Andrea. Aggirando la scrivania, vedo il gioco di solitario aperto sullo schermo del portatile.
Nonostante il Mac aperto sul tavolo, il modo in cui guarda il telefono che gli porgo riesce a veicolare una spiegazione su come lui, da giovane, i video li dovesse incidere su tavolette d'argilla, in salita e sotto la neve.
Il professore guarda in silenzio per un minuto. Rivedendo il video per la prima volta, mi sembra penosamente sgranato e confuso. Andrea sembra avere il Parkinson. Si capisce a malapena cosa stia succedendo.
Eppure le immagini ci sono. Vedo ancora una volta la polvere strisciare su sé stessa, prendere forma umana. Sento ancora, distorto, il rumore di metallo che scorre su metallo quando inizia a correre.
L'espressione del professore passa da stupore, a confusione, a sospetto.
“È uno scherzo, ragazzi?”
“No, le giuro, ne abbiamo anche tenuto un...”
“O state facendo uno scherzo voi a me, o qualcuno lo sta facendo a voi. In entrambi i casi, scusatemi ma sono davvero molto impegnato. Arrivederci”

***

“Che facciamo di quel coso, quindi?”, chiede Teresa.
“Giù per lo scarico?”, propongo
“Certo. Poi lo spieghi tu al comune perché tutto il sistema fognario si è dissolto in una polverina grigiastra”
Impiego un istante a capire cosa intende.
“Non potrebbe farlo davvero... vero?”
Si stringe nelle spalle.
“Che ne sai?”
“Se si espandesse indefinitamente, tipo virus, voglio dire... pensa cosa potrebbero farne i militari. O dei terroristi”
Un istante di pausa.
“Sarebbe terribile!”, aggiungo. Metà perché ci viene un ottimo gesto teatrale a braccia aperte, metà perché ho la sensazione che altrimenti Teresa lo getterà nello scarico per vedere che succede.
Andrea si avvicina, probabilmente richiamato dalla parola “terroristi”. Sta facendo qualche stupido gioco sul cellulare.
“Nah, non credo consumerebbe tutto. Finirà... boh, qualunque cosa sia il reagente”
“La vite che ha consumato era di massa paragonabile a tutta la polvere che avevamo prima. E poi ne ha consumata un'altra”
“Continuiamo a dargli viti e vediamo quando si ferma”, propone Andrea.
“O quando si alza e ci uccide tutti”, aggiunge Teresa.
La risata mi esce fiacca.
“Tra l'altro, è una mia impressione o sta sempre dallo stesso lato?”, chiede Andrea, staccandosi dal cellulare.
“Cosa?”
Il ragazzo sbuffa, prende il becher, lo posa sul tavolo, su un cartone di pizza in equilibrio precario sopra una pila di libri. Se non mette in ordine entro sera, lo impicco. La grossa goccia scivola lungo il lato, si ferma. Non mi sembra fare niente di strano.
Andrea lo riprende in mano, lo scuote leggermente in modo da spostare la goccia.
Appena lo riappoggia sul cartone della pizza, la goccia scivola lentamente sul fondo del becher. Fino a tornare esattamente alla posizione precedente.
“Punta il nord?”, chiedo.
Teresa scuote la testa.
“No, quello è più tipo l'est. E poi ho provato ad avvicinarci una calamita prima, non ha reagito”
Sollevo a mia volta il becher, guardo il grumo di polvere grigia. Più grande di quando l'abbiamo raccolto, grazie al giochino delle viti.
Cazzo, in cosa ci siamo cacciati? Perché gli ho permesso di portarlo in casa? E cosa è?
“Da quella parte c'è l'università”, aggiunge Teresa, con un sorriso. Indica nella stessa direzione verso cui punta la goccia.
“Dici sul serio, o non avevi raggiunto la tua quota di frasi inquietanti per la serata?”, chiedo.
“A differenza di voi, ho anche un poco di senso dell'orientamento. Grado più, grado meno, è da quella parte”
“Potremmo vedere se da altre parti della città continua a...” inizia Andrea.
Allargo le braccia, i palmi rivolti verso di loro.
“No. Ora ascoltatemi, una volta tanto. Questa cosa non è normale. E potrebbe essere pericolosa, per quel che ne sappiamo. Dobbiamo scoprire cos'è, se possibile, ma soprattutto liberarcene”
Andrea si ferma. Sembra stupito. Come se gli fosse venuto in mente solo ora che non è l'ennesimo gioco, che l'intera faccenda è davvero strana.
“Uhm, ok. Hai ragione, immagino. Domani possiamo portarla alla professoressa Vanini. Di solito sembra ascoltare quel che dicono gli studenti. Ci saprà dire che cos'è. E come liberarcene in sicurezza”
Teresa si stringe nelle spalle.
“Tanto questa roba sembra brava a ritrovare la strada”

***

Una grande sala nera. Solo una luce verde, soffusa, di cui non trovo la fonte.
Cosa ci faccio qui?
Il pavimento sotto le mie mani è irregolare, metallico. Ci sono altre persone, attorno a me.
Mi alzo in piedi, la testa che mi gira. Strofino le mani sulle braccia nude, sono in pigiama. Ricordo di essere andata a dormire. Dove sono?
Guardo la persona più vicina.
Sono io.
C'è uno specchio a mezz'aria a pochi metri da me, penzola appeso a filamenti simili a ragnatele. Dentro una ragazza alta e ossuta con capelli biondi e ricci. Io, indiscutibilmente, fino ai dettagli dello stupido pigiama con i conigli.
Ma la mia immagine riflessa non mi guarda. È seduta, e piange.
Ci sono altri specchi, disposti lungo la sala in uno schema irregolare. La luce è debole, non vedo dove finisce la sala, solo miei riflessi sempre più fiochi in tutte le direzioni. Alcuni sono ancora a terra, ne vedo uno correre, uno dimenarsi, uno fare un inchino teatrale. Ma nessuno sembra ripetere i miei movimenti.
“Dove sono? C'è nessuno?”, chiedo.
La mia immagine più vicina a me singhiozza, vedo il movimento, ma non sento niente. Mi giro, un altro riflesso sembra gridare, il volto rosso di rabbia, un braccio in avanti e la bocca spalancata, ma non emette suono. Un terzo riflesso ha gli occhi dilatati, respira affannosamente, si porta le mani davanti alla faccia, come a difendersi.
Provo un passo in avanti. Il terreno è sgradevolmente freddo e duro sotto i miei piedi scalzi.
Dove sono? Perché non riesco a ricordare come sono arrivata qui?
Movimento. Qualcosa si muove sui fili, scivola sulla superficie degli specchi. Centinaia, migliaia di piccole forme scure.
Ragni.
Apro la bocca, e con mia sorpresa ne esce una risata. Appena un po' isterica. Se Andrea fosse qui, morirebbe di paura all'istante. Me lo immagino che grida, si gira, trova solo altri ragni, cerca qualcosa su cui arrampicarsi, e ne vede altri ancora.
Sono sotto shock? Forse. Mi sento stranamente distaccata mentre migliaia, decine di migliaia di ragni strisciano in quel loro modo rivoltante tutto attorno a me, camminano gli uni sugli altri, piccole zampe che si accalcano e calpestano piccoli corpi neri. Continuano ad aumentare, ora sembrano torrenti di ragni, strati su strati su strati, in mucchi alti fino al mio ginocchio. Vanno tutti nella stessa direzione, grazie al cielo non è difficile trovare una zona del pavimento dove non passano. Anche così, sento la pelle che mi prude, mi aspetto da un istante all'altro di sentire le loro zampe sulla pelle, sotto i vestiti.
Eppure non riesco a smettere di guardare, disgustata e affascinata, l'immensa migrazione di ragni. Il flusso più vicino scende dallo specchio in cui uno dei miei riflessi continua a piangere – ragni passano sullo specchio, ma non sembra vederli, e altri ragni sono dentro l'immagine, le passano vicino.
Sono ragni ben strani, noto. Hanno un aspetto scuro e metallico, le zampe si piegano un po' più rigidamente di quel che dovrebbero. Assomigliano a ragni nel modo in cui l'omino di polvere grigia assomigliava a un essere umano.
E stanno convergendo in un gigantesco mucchio, in una zona libera da specchi, dritta davanti a me.
Cerco di ignorare un riflesso che grida e si batte le mani sul corpo, migliaia di ragni che le si infilano sotto i vestiti, che le strisciano in bocca e nel naso. Ignoro la mia immagine che continua a piangere al mio fianco, e guardo la rivoltante massa di aracnidi che prende una forma sempre più definita.
È una figura umana. Sempre più dettagliata e a grandezza naturale, come una statua che stia prendendo forma davanti ai miei occhi. Ragni strisciano e si appendono l'uno agli altri, formano gambe e braccia, una testa, un vestito lungo. Capelli e naso e unghie e giunture ossute e un seno piccolo appena visibile sotto il vestito.
I ragni che formano i capelli cambiano, si ripiegano in modo impossibile da seguire l'uno sull'altro, formano filamenti, si arricciano. Punti di luce verde appaiono al centro degli occhi, i ragni si incastrano e deformano come un origami impossibile a formare dettagli fini, unghie, la cintura di una lunga veste, ciglia e sopracciglia. Presto i flussi di ragni si arrestano, e rimane solo la statua metallica davanti a me.
Ancora una volta, una mia copia. È di metallo, e indossa un vestito lungo con maniche ampie anziché uno stupido pigiama con i coniglietti, ma è indiscutibilmente una mia copia. Mi volto rapidamente a guardare i miei riflessi. Ora sembrano tutti girati verso di lei. Almeno quelli che non stanno piangendo o dibattendosi nel panico.
Rumore di forbici che si aprono e si chiudono, in sottofondo. È il primo suono che sento in questo luogo, eccetto quelli causati da me.
“Benvenuta, piccola mortale” dice la statua di metallo, ed ha la mia voce. Si muove, e con tutto il teatro che ho fatto in vita mia, dubito che la mia camminata sia davvero così elegante.
Rumore di metallo su metallo, sempre più forte.
“Ti devo un ringraziamento, per prima cosa...”
Il rumore ormai è assordante. Mi giro, ne cerco la fonte, ma pare venire da ogni direzione.
La statua di metallo corruga la fronte.
“Aspetta, tu devi...”
Non la sento più, l'altro rumore la copre. La luce nella stanza sembra attenuarsi, quel luogo pare farsi sempre più lontano...

***

“Alice! Alice! Ti svegli o devo accoltellarti?”
Proprio quello che penserebbe chiunque, per svegliare un coinquilino.
Per un istante sono confusa, mi aspetto di vedere attorno a me una sala nera, piena di riflessi. Ma invece no, solo la nostra stanza, con la luce accesa e la linea di demarcazione netta fra la mia metà e il regno del caos.
Teresa, in mutande e reggiseno, con i capelli neri aggrovigliati e le borse sotto gli occhi, sembra ancora più uscita da un film horror del solito.
Ricordo uno strano sogno...
“Ehi, che succede? Grazie per avermi svegliata, comunque, sognavo...”
“Zitta! Senti anche tu questo rumore?”
Ancora distratta dal sogno, impiego qualche istante a capire cosa intende.
Swish, swish, swish. Metallo che sfrega su metallo. Rumore di passi metallici sulle scale, e poi sul pianerottolo.
“Che cazzo...”
“Quel coso sta venendo qui. Credo sia fuori dal portone”, dice a bassa voce.
“Non... non può...”
“E invece chiaramente può”
Ancora rumore di forbici che si aprono e si chiudono. Se non fosse per il silenzio della notte, non avrei modo di sentirlo, oltre la porta della mia stanza e il portone.
Sento i battiti del mio cuore con intensità dolorosa. È un altro sogno? No, stavolta non c'è nessuna confusione, so benissimo come sono arrivata qui.
“Dove è il campione?”, chiede Teresa.
“Cosa...”
Mi afferra una spalla.
“Alice, il becher con il campione di quella cosa. Dove. È”
Suono di metallo che sfrega su metallo. Diverso da quello che il... che quella cosa fa quando cammina.
Guardo la porta della nostra stanza. Chiusa a chiave. Ma è praticamente fatta di carta velina. Ma non può passare il portone. È solido, ben chiuso, senza le fessure che ha usato in facoltà.
“In camera di Andrea. Penso” rispondo a voce più bassa possibile. Non sento più suoni, ora.
“Dobbiamo avvertirlo”
“Sei matta?”, chiedo. Potrebbe essere già nel corridoio. Penso a lame che mi affondano nella pelle. Perché perché gli ho lasciato prendere quella cosa...
“Alice, quel coglione ha il sonno pesante. Vuoi davvero che entri nella sua stanza con lui che dorme?”
E mi rendo che la risposta è sì. Che voglio che se ne vada, che faccia, che faccia quello che vuole e non si accorga di noi.
E so, subito, che è profondamente e indiscutibilmente sbagliato.
“Teresa, potrebbe...”
“Fai il cazzo che vuoi”, risponde lei. Si guarda attorno, fa due passi verso la propria scrivania, estrae dal caos informe che la ricopre un tagliacarte con cui ho sempre pensato mi avrebbe uccisa nel sonno.
Ed è la vergogna a farmi alzare in piedi. Non la paura che succeda qualcosa a uno dei miei migliori amici che dorme nell'altra stanza, ma la vergogna che Teresa muova il culo per aiutarlo e io no. Infilo un paio di pantofole e prendo in mano il libro di chimica organica, l'unico oggetto pesante che trovo in giro.
“Forse se n'è andato?”, chiedo. La mia voce mi sembra assurdamente rumorosa.
Teresa scuote la testa. Si avvicina alla porta. Cerco di convincermi ad aprirla per lei, ma non ce la faccio, mi metto dietro alla mia amica. Fa che se ne sia andato fa che se ne sia andato.
“Dobbiamo andare a vedere. Lo sai benissimo”
Esita un solo istante prima di girare la chiave e spalancare la porta, il tagliacarte stretto nella mano destra, il braccio alzato. Un'entrata in scena tanto minacciosa quanto possibile per una ragazza alta un metro e un tappo in biancheria intima, immagino.
Rischio di svenire di sollievo quando, nel corridoio, non vedo nulla. Niente mostriciattoli metallici, niente polvere strisciante.
Teresa accende la luce. Il portone è chiuso, il pavimento sgombro. Fa un passo avanti.
Un movimento, in alto, attira la mia attenzione.
Trattengo la ragazza per una spalla, guardo su.
Dozzine di piccoli ragni grigi zampettano sul soffitto. Si muovono a scatti su zampe segmentate, come quelli del mio sogno. Alcuni vanno verso la nostra stanza, altri verso il bagno o la cucina, ma la maggior parte si dirige verso la stanza di Andrea.
“Che schifo!”, commenta Teresa.
Non riesco a parlare, sono paralizzata, come quando da bambina mi svegliavo da un incubo, e non riuscivo a gridare. Ora mi sveglio, vero? È un altro sogno, uno di quelli stupidi sogni a catena.
Ma so che non lo è, non c'è discontinuità nei ricordi, la fisica funziona come dovrebbe. Questo è reale.
E allora quello di prima?
Seguo Teresa che cammina risoluta verso la camera di Andrea. Abbassa la maniglia e si apre subito – Andrea non chiude a chiave. Sento il respiro regolare del ragazzo, ma lui non sembra svegliarsi. I ragni. Cosa stanno facendo?
Teresa accende la luce, e per un istante temo di vedere i ragni che strisciano gli uni sugli altri, che danno forma a una statua, o si arrampicano a dozzine sul ragazzo addormentato.
Invece no, i ragni formano una fila ordinata che punta verso la scrivania. Verso il becher con una goccia grigia dentro, con il libro di fisica posato sopra.
“Uh... che...” mugugna il ragazzo. Si porta il cuscino sugli occhi, e ci si appallottola attorno.
“Sveglia, idiota”, dice Teresa.
“Che cavolo...”, chiede lui, assonnato. Poi sembra metterci a fuoco. Apre la bocca per un istante, pare confuso.
“Uh, ciao... cosa...”
“Invece di guardare me, guarda lì”, ringhia Teresa.
“Ma tu sei più interessante”, si lamenta lui, ancora in tono assonnato. “Cioè, erano tipo secoli che volevo...”
“È in casa nostra! Quella cosa è in casa nostra!”, dice Teresa, indicando la sua scrivania.
Lui si volta lentamente, i capelli azzurri sparati in tutte le direzioni, poi grida e salta in piedi sul letto.
“Ragni! Cazzo, che ci fanno qui? Sono tantissimi!”
La processione di ragni ha raggiunto la sua scrivania, ora si raccolgono attorno al becher, ci si infilano sotto. Altri ragni si staccano dalla processione, vengono indiscutibilmente verso di noi.
E finalmente mi sembra di uscire dalla paralisi. Non intendo farmi toccare da quei. Cosi. Sollevo il libro, lo sbatto a terra su due ragni che si avvicinano, poi lo sollevo e lo sbatto di nuovo.
“Abbiamo sentito... il rumore che faceva quel coso, camminando. Credo che sia fuori dalla porta. E credo che rivoglia il suo pezzo”
“Per me può prenderselo. Odio i ragni”, piagnucola Andrea. È in piedi al centro del letto – grazie al cielo dorme coi boxer – e guarda i ragni che si avvicinano, respira affannosamente.
Io sollevo il libro.
I ragni non ci sono più. Rimangono solo due chiazze di polvere scura, come limatura di ferro. Mi aspetto di vederla strisciare e ricomporsi, ma rimane lì, inerte.
Tutti gli altri ragni si fermano per un istante. Che cazzata ho fatto? E se ora mi attaccano tutti assieme?
Invece, dopo un istante quelli che si avvicinavano a noi tornano indietro. Gli altri continuano ad avvolgere il becher.
“Credo... credo che si possano uccidere”, dico.
Teresa guarda, incuriosita.
“Uccideteli tutti. Lontano da me, possibilmente”, dice Andrea. Si mangia le parole, respira affannosamente.
Un tonfo rumoroso. Il libro di fisica poggiato sul becher cade pesantemente a terra. Un solo istante dopo, la moltitudine di ragni si riversa nel contenitore di vetro.
“Hanno preso quello che volevano. Immagino che ora se ne andranno, no?”, dice Teresa. Non molla la presa sul fermacarte che tiene sollevato.
“Basta che se ne vadano”, dice Andrea.
“Si possono schiacciare. Forse dovremmo farlo”, dice Teresa, poco convinta.
“Io non mi avvicino di un millimetro”
Guardo le due chiazze di polvere grigiastra sul pavimento. Non danno segno di riassemblarsi. Eppure, fra tutte e due è più polvere di quanta ce ne fosse nel campione originale.
Forse potremmo andare lì, schiacciare tutti i ragni e chiudere la faccenda.
Ma è fin troppo facile immaginare che nel momento in cui li attacco sciamino tutti contro di me. E poi, per ora questa cosa – perché è inutile illuderci sia una comune sostanza chimica – non ha cercato di farci del male. Forse ci basta ignorarla, e ci lascerà in pace?
I ragni strisciano lungo le pareti e sul soffitto. Non tengono più una fila ordinata, ma è evidente che puntano verso la porta. Mi rilasso.
Quando l'ultimo ragno passa in corridoio, Andrea si siede sul letto – sta letteralmente tremando. Teresa abbassa il fermacarte, si siede al fianco del ragazzo.
“Che cazzo era?”, chiede Andrea.
Il risultato di quel che tu hai voluto portare in questa casa, genio. Ma è chiaramente scosso, e non ho nessuna voglia di litigare con lui.
“Bah. Sentito arrivare il mostriciattolo, mi aspettavo qualcosa di peggio”, risponde Teresa. Sembra sinceramente delusa.
Scoppiamo tutti e tre in una risata isterica.

***

Andrea si avvicina, in mano un piatto con tre tazze di tè fumanti. Nessuno ha voglia di tornare a dormire. Ma un caffè alle tre di notte, e dopo tutta quell'eccitazione, mi stomaca.
Teresa sposta parte della coltre di penne e fogli di cui è coperto il tavolo – davvero, cosa vieta ai due animali di tenere in ordine le proprie cose? - E appoggia la tazza, il braccio che sporge da sotto la coperta in cui si è avvolta. Tiene ancora il tagliacarte a portata di mano.
Andrea prende la propria tazza fra entrambe le mani. Per scaldarle, probabilmente, fra un freddo cane ed è in maglietta e boxer.
“Ragni. Dovevano proprio essere ragni? Non poteva manifestarsi come... gatti? Serpenti? Unicorni? Fottutissimi ragni”
“Se ti può consolare, non credo fossero davvero ragni. I due che ho schiacciato sono diventati soltanto mucchietti di polvere, senza nessuna struttura”, dico.
“Grazie. Non ragni, quindi. Inquietanti cosi magici a forma di ragno. Ora va tutto bene”
Qualche istante di silenzio.
Magici.
“Non pensi davvero che fossero magici?”, chiedo.
Teresa si gira verso di lui. Il ragazzo guarda giù, verso il proprio tè.
“No. Cioè non... letteralmente. Ma non abbiamo idea di cosa siano. Non c'entrano niente con.. niente di quello che conosco del mondo. A questo punto, cosa cambierebbe se fossero magici?”
Che se fossero magici, non sarebbe una coincidenza avere sognato una stanza buia, piena di specchi e di ragni. Se fossero magici, potrebbe esserci, da qualche parte, un essere di metallo che ha preso il mio aspetto, e mi ha parlato.
“Devono esserci altre spiegazioni”
“Tipo?”, chiede Teresa.
“Che so. Nanotecnologie”
Andrea sbuffa.
“Nessuna nanotecnologia sviluppata è lontanamente così avanzata. Lo sai benissimo”
“E invece la spiegazione magica ha senso?”
“Non dico che sia letteralmente magica. Ma è qualcosa che non capiamo. Vabbè, io non capisco granché nemmeno di fisica o di chimica organica, ma almeno ho idea di che fenomeni ci siano dietro. Qui no, completamente. Chiamala magia se vuoi. È comunque meglio che metterci un'etichetta insensata e fare finta che sia qualcosa che conosciamo”
Sorride, e sembra riprendere un po' di colore.
“E poi se ci sono i mostri magari esistono anche le cose fighe. Che so, incantesimi. Draghi. Non mi dispiacerebbe”
“Dopo che l'hai detto, finirai mangiato da un drago entro la settimana”, risponde Teresa.





      Bookmark and Share




Inserisci il codice mostrato sotto:
Nota: Puoi inserire una recensione, un voto o entrambi.

Voci nel Vento è online dal 30/05/2009. Le Storie, le Serie, le Fan Art, le Fan Fiction e tutto ciò che troverete, appartengono ai rispettivi autori. Qualsiasi utilizzo va concordato con loro. Il materiale presente nel sito non può essere riprodotto in nessuna forma senza il consenso del proprietario.
Nessuna storia è stata pubblicata con fini di lucro, né intende infrangere alcuna legge su diritti di pubblicazione e copyright.
Il sito declina ogni responsabilità sui contenuti presenti.

Spread Firefox Affiliate Button   Use OpenOffice.org