Segreteria di una notte di mezza estate di Aealith

*ding* *ding* *ding*
Un suono metallico prova a tirarmi fuori dal sonno, fallendo a metà strada tra “dormiveglia” e “coma farmacologico”. Povero illuso.
Il trapezio è un muscolo che riveste il collo e il dorso, origina dalla linea mediana dei suddetti, ed ha inserzione sull’acromion della scapola e sulla clavicola. È altresì noto come “nervo della bestemmia”, per via della particolare reazione elicitata se schiacciato. Esattamente dove sento un colpo secco. Risorgo dal torpore, dando ottime ragioni per il nome attribuito.
«We, testina, era ora che ti alzassi, c’è da lavorare oggi»
Fisso sconvolta la fonte della voce, appena saltata sul letto lanciandosi dalla mia spalla.
«Tu sei la mia moka, e parli»
Si trova a mezzo braccio di distanza dalla mia faccia. E sento chiaramente che mi fissa, pur non avendo occhi. È in quasi tutto la mia moka: alluminio, lercio come sempre, sagomata ad ottagono. Unica differenza sono delle braccia di bakelite, con cui solleva un cucchiaino. Immagino l’abbia usato per percuotermi. Mentre mi massaggio le spalle ancora dolenti torna a parlare. Ad ogni parola il coperchio si agita leggermente.
«Grazie per aver sottolineato l’ovvio. Ora, anziché poltrire potresti farti il favore di tirarti su? C’è da laurà!»
Oh no.
«Tu sei la mia moka, e parli con accento milanese»
Moka sbuffa, facendo gorgogliare il caffè all’interno e lasciando attorno a sé un forte aroma. Mi chiedo come faccia a non versarlo in giro.
«Ottieni in solo colpo il sogno femminile dell’infanzia e dell’adolescenza, il proprio giocattolo preferito che ottiene la parola, la colazione a letto dal proprio amato, e te ne lamenti?»
Accento fastidioso e anche sessista, meraviglioso. Non sono pronta a questi discorsi di prima mattina, non senza caffè in circolo.
«Hai un’idea piuttosto stereotipata. Non avrei mai voluto che Venceslao, il mio ornitorinco peluche, ottenesse parola, e soprattutto non voglio cibo nel mio letto» Moka salta a terra si dirige verso la porta «Hai per modello le mantidi religiose?»
Mi alzo dal letto, avevano detto che “avrei capito quando sarebbe arrivato il momento”, ma non poteva essere meno intrusiva? E non poteva intrudere al pomeriggio?
«La Corte contatta tutti in questo modo?» dico arrancando fino alla porta. La mia Moka lombardoparlante si è già allontanata, e non la vedo in soggiorno. Cammina rapida per non avere i piedi. Supero il sofà polveroso color nutria, un po’ più pulito del solito dato che mancano le mie due coinquiline. Se non altro non devo spiegare la presenza di articoli casalinghi parlanti.
«La corte d’estate è maestra del design. Ti sembrerebbe cool se ti avessi scritto su msn?» dice Moka. La voce viene dalla cucina, almeno ha le priorità giuste.
«Aggiornati, c’è whatsapp»
«Lo stai facendo notare ad una moka».
Varco la soglia della cucina e vengo investita dall’odore di fumo. Sottolineo fumo, e non tabacco.
Dentro il corridoio stretto della cucina non c’è nessuno, escludendo Moka che è saltata sopra il tavolino di plastica schiacciato sul muro. Il fumo avvolge la stanza al punto che faccio fatica a distinguere i magneti kitsch quanto colorati del frigorifero.
Guardo oltre il frigo, oltre la fila di fornelli untosi, oltre alla coltre di fumo: l’occhio del ciclone al carcinoma è sul balcone. Con la schiena appoggiata alla ringhiera bianca, o almeno quello che passa per bianco a Milano, c’è Marika, la vecchia, che pare rispettare un regime di droghe piuttosto rigido per mantenere la mente flessibile. Fuma dalla grossa pipa d’avorio dell’altro giorno, ed ha anche oggi il suo borsone di tela. Mi rivolge un sorriso ed un cenno, immagino sia il suo modo per dirmi “buongiorno, scusa se mi sono introdotta in casa tua a fumarmi un terzo del PIL del Pakistan”. Mi offre la pipa con aria interrogativa.
«No grazie, ho un’altra idea di colazione» rispondo.
Noto che Moka ha già pulito il tavolo, eliminando lo strato superficiale di sporco e briciole, lasciando solo il lerciume a media profondità. Con le sue mani di bachelite regge un paio di piattini puliti, è seduta - o in piedi? - sulla biscottiera di latta, salta giù sul tavolo, poggia i piattini ai due lati del tavolino e saltella verso la credenza.
«Ti devo alcune spiegazioni» dice Marika. Un buon eufemismo. «Però mia giovane padawan ricordati quel che insegna Buddha. O forse Yoda. Una buona domanda insegna più di una mediocre risposta. Perciò lascio a te le domande. Fammi vedere se Confucio o Oscar Wilde avessero ragione»
Prende una boccata di fumo e la incalzo «Potresti dirmi come sei entrata in casa mia senza invito per cominciare? E vuoi dello zucchero nel caffè?» mi alzo a prendere il barattolo dello zucchero, quello con scritto “pepe”.
Marika finisce di espirare l’ultima boccata e con un gesto casuale si rovescia le ceneri della pipa alle spalle, fuori dal balcone. Spero nessuno fosse lì sotto.
«Evito di entrare in qualunque luogo senza invito» dice Marika con un sorriso con troppi denti  «Sono già stata invitata in questa casa, ad una festa di un qualche coinquilino precedente. Non è difficile, basta festeggiare sufficientemente spesso e le giri tutte le case dei fuori sede. E sì, gradisco lo zucchero» detto questo entra in cucina e prende posto al tavolino.
Moka è tornata dalla credenza reggendo un paio di tazzine pulite. L’afferro per il manico, verso dentro una cucchiaiata di zucchero e mescolo tra le sue proteste contro “queste abitudini terrone”.
Zucchero a parte, la sua risposta mi ha più confuso che altro. Proviamo con altro, e togliamoci subito via il dente: «Qual è la situazione più pericolosa in cui ti sei infilata per le corti?» le chiedo.
«Non andiamo certo per le domande sottili» mi risponde Marika. Fissa assorta Moka che riempe la sua tazzina, prima di continuare.
«Credo il colpo gobbo all’ex druido dei Navigli»
Non mi trattengo «I Navigli avevano un druido?» chiedo.
Marika fa spallucce «Al giorno d’oggi cosa non ha un druido, uno sciamano o perlomeno il suo clochard stralunato?» Fino a qualche minuto fa pensavo tutto il mondo. Marika beve un sorso di caffè e continua «Hanno ancora un druido, ma il precedente aveva pensato di esondare sulla festa di Gruffyd Sidhe. Non la prese bene. Si decise di rubargli ciò che di più caro aveva al mondo, e per la nobiltà delle corti “decidere di fare” significa mandare un servitore a perdere a fare il lavoro sporco. Non c’era esattamente la coda per farlo: il druido, prima di druidificarsi, era noto come il Macellaio di Busto Garolfo. Credimi, non lo chiamavano così per la bontà del suo manzo. Io mi ero ritrovata con la pagliuzza corta, ma il colpo riuscì perfettamente: ho rubato tutti i suoi tatuaggi, lasciandolo nudo come un ragioniere, senza una stilla di inchiostro sulla pelle»
Mi fissa il pigiamone antistupro e il suo sorriso trionfante s’offusca. Devo interrompere il silenzio disagiante prima che si chieda se appartenga anche io alla genia dei ragionieri non tatuati.
«È impossibile rubare un tatuaggio!»
Moka si gira verso di me e mi fissa immobile, con mia la tazzina stretta tra le braccia di bachelite. Marika sbuffa «È impossibile rubare un tatuaggio. È impossibile che esistano streghe tra maschi. Impossibile ottenere un contratto di lavoro.» getta un’occhiata alla sua borsa e la scuote. Si sente un rumore simile ad una pila di libri che cade. Con un eco da caverna.
«Eppure io ho ancora uno dei tatuaggi del Macellaio nella mia borsa. Da qualche parte, credo.» continua Marika «Le streghe maschio sono pericolose quanto l’altra metà del cielo. E tu hai contratto di lavoro molto stringente, con la Corte Fatata dell’Estate. Nonché una Moka parlante con un buffo accento» Moka finalmente smette di fissarmi per girarsi verso Marika, senza mollare la mia tazzina «Non è buffo» dice piccato. Concordo, le mie orecchie sanguinano.
«Non ho problemi ad accettare il sovrannaturale» dico, e mi correggo «non troppi problemi. Diciamo che ho avuto diverse dimostrazioni. Il punto è: dovrei credere a tutto? Dovrei girare con un cappellino di carta stagnola e dar retta alla predicatrice della metro quando ci assicura che l’apocalisse è vicina?»
«No, che io sappia non è attesa a breve» mi risponde Marika
«Come faccio ad orientarmi in tutto questo? Non sarò certo la prima con questi problemi. Cerco un bignami “come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la Corte d’Estatate”? Il tutorial d’Aranzulla alle creature magiche? Cerco qualcuno su yahoo answer col mio stesso problema?» le dico.
Marika rimane in silenzio a fissare la tazzina. Posso quasi sentire il suono di ingranaggi, pulegge e ventole nella sua testa che lavorano. Moka approfitta del momento per rabboccare le tazzine. A un mio cenno apre la biscottiera di latta e serve sui piattini  tavolino i mostaccioli fatti dalle mie mani. Tanto vale discutere di fatine a pancia piena.
«Sì, ci sono stati altri, spero tu non sia gelosa» Marika mi strizza l’occhio e continua «e hai ragione, è il momento di spiegarti qualcosa di importante. Io sono la tua Madrina»
Darth Vader era stato un po’ più diretto, e sì, nella sua voce ancora una volta sento le maiuscole. «E almeno tu non fare battute su Star Wars» continua Marika. Ops.
«È il titolo che mi spetta, avendoti iniziata io. Mi spetta anche mio rispondere alle tue domande ed evitarti danni permanenti, fino a un certo punto» dice Marika.
Rassicurante, posso scegliere quali arti conservare più a lungo?Marika
pesca dalla sua borsa una fiaschetta di metallo. Almeno non è un tatuaggio separato dal suo proprietario. La svita, versa un goccio di liquido trasparente nella sua tazzina, e l’allunga la fiasca verso di me. Annuisco: caffeina, zuccheri, mancava solo dell’alcol per questa conversazione.
«Senza le giuste domande io non sono libera di parlare. Più tempo passi nelle corti è più sono i vincoli che ti legano. È fondamentale che ascolti e ricordi ogni mia parola attentamente»
Si ferma a prendere un altro mostacciolo dalla latta, io bagno le labbra nel caffè corretto. Grappa.
«Accordi e giuramenti sono la valuta corrente delle Corti» la mia nuova Madrina continua «non solo è lecito, ma ci si aspetta che si cerchino scappatoie legali a proprio vantaggio, e si cerchi di abbindolare l’altro sulla formulazione di una singola sillaba. Per chi è vincolato da simili patti non c’è nulla di più pericoloso che cedere liberamente qualcosa ad un altro, o accettare aiuti e doni senza prevederne il prezzo»
Mi blocco con la tazzina in mano. Marika ridacchia e annuisce.
«Corretto» continua Marika «ma con me non conta, sono la tua Madrina e sei sotto la mia tutela. Non posso desiderare più potere su di te che questo.» Mi ammicca per l’ennesima volta. Se doveva rassicurarmi non ci è riuscita. Rovista un altro mostacciolo dalla latta, mi sa che ha gradito.
«Ma è una buona abitudine mantenere la guardia su queste cose. Qui tu mi hai trattata come ospite, è più tradizionale del pane e sale , ma il tuo serviz- » Moka la interrompe con un colpo di tosse «Qualcuno sta dimenticando un responsabile»
Marika strappa il cucchiaio da Moka e le dà un colpo secco sul serbatoio.
«Il tuo servizio, Nora» continua Marika, ignorando il borbottio incessante di Moka «Le azioni del tuo seguito, solitamente, ti verranno attribuite. In quanto Madrina, sono responsabile per quello che fai, a meno che io non mi dissoci apertamente. Cosa dalle conseguenze spiacevoli per chi venisse, diciamo, dissociato»
Il cucchiaio nella sua mano brilla rossastro come fosse sulle braci. Moka si zittisce. Pur non avendo un volto, e tanto meno degli occhi, sento che fissa spaventato il cucchiaio che si piega tra le mani di Marika. Lo lascia cadere, prima di toccare il tavolo il cucchiaio torna al suo colore normale. Nessun sfrigolare o odore di bruciato, non fosse piegato potrebbe non essere accaduto nulla. Deglutisco con più rumore di quanto volessi.
«Il tuo servizio» continua Marika come non fosse accaduto nulla «è chiaramente valido come ospitalità. Accettandola sono tenuta a rispettare te, la tua casa e il tuo seguito» lancia un’occhiataccia a Moka e continua «Una volta concessa l’ospitalità sei tenuta rispettare a rispettare gli ospitati. Tu non li avveleni, e loro contraccambiano. Una violazione del protocollo è una pessima idea, o un’ottima occasione per far scorrere il sangue, se ne sei capace»
Allunga ancora una volta la mano dentro la latta, ma le sue mani si chiudono sul nulla. Affonda tutto il braccio dentro con lo stesso risultato. Si è scofanata tutta la mia produzione.
«Si tratta di convenzioni» continua Marika «dichiarare esplicitamente una situazione ambigua è un ottimo modo per manipolare l’altro. Ad esempio tu non hai dichiarato che quella fornita fosse un’ospitalità generosa»
Sono confusa, nonché depauperata della mia scorta di mostaccioli.
«Hai detto che era una buona ospitalità» le dico, lei scuote l’indice pieno di briciole «Io ho detto che poteva contare come una buona ospitalità. Abbastanza da vincolare un ospite normale, ma io posso vantare diritti. In questo caso considero che fosse la dovuta ospitalità per la tua madrina, e che mi spetti un dolce ad ogni incontro. Prendila come una lezione. In più io ci metto le sostanze psicotrope.» dice Marika, e agita la fiaschetta di metallo.
«Prima che te lo chieda: sì, siamo al servizio delle fate. Sì sono la tua Madrina. No, non trasformo zucche in carrozze. Ma sì, questa sera si balla»
Gli obblighi nei confronti della Madrina sono più crudeli di quanto pensassi.
«Io non ballo» dico
«Non sai che ti perdi, ma non è quello il punto. Oggi è arrivato il momento di restituire il primo favore» dice Marika. Il caffè è ormai finito, ma Marika riempe le tazzine con un altro giro di grappa.
«Il ballo» continua Marika «è solo l’occasione di gala, un buffo divertissement per tutti i partecipanti all’asta» devo interromperla:
«Tutti chi? Le streghe maschili? Altre fate? Chi mi sto perdendo?»
Marika alza le dita della mano contando «Noi per la corte dell’Estate. La corte d’Inverno manderà qualcuno. Le streghe difficilmente saranno interessate, e sono poco organizzate. Qualcuna verrà a ficcanasare a titolo personale. L’ordine dei maghi qui in città non si fa sfuggire nulla. Forse i vampiri.» Marika tiene sollevata la mano aperta. Si prospetta seratona: vampiri, maghi e streghe di passaggio. Direi che mi divertirò anche senza ballare.
«Asta per cosa?» chiedo. Preferisco non soffermarmi sugli amici succhiasangue.
«Diritti di passaggio. Diciamo che contrattiamo un telepass magico, per le autostrade del sovrannaturale. I luoghi con sufficiente magia sono degli ottimi punti di passaggio, e spesso sono più vicini tra loro di quanto potrebbe sembrare ad comune. Una fazione, ed è compito nostro che sia la corte d’estate, con suddetto telepass avrebbe un notevole vantaggio strategico. Vie più rapide per altri luoghi. Vie che i nemici non possono controllare» spiega Marika
«E vie di fuga» completo io.
Lei annuisce «Corretto. Passaggi magici mi hanno salvato più volte. E salvato altri da me» dice Marika, sempre più rassicurante.
«E questo luogo prodigioso sarebbe?» chiedo
«I Navigli. I corsi d’acqua, oltre a scarichi industriali e nutrie, spesso accumulano magia. Il ballo e l’asta sono tenuti dal loro nuovo Druido, niente macellai questi volta» dice Marika con un sorriso.
«Quindi non è pericoloso?» le chiedo. Gli angoli del suo sorriso scendono di qualche grado. Merda.
«Meno pericoloso. Diciamo non aggressivo. Non bere quello che ti offre, a meno che non lo prepari davanti a te»
Consigli da genitrice, splendido.
«Tutta la storia dell’ospitalità che fine ha fatto? Droga ed abuso sono usati da questa gente al posto dei mazzi di rose?» le dico agitando la mano. Il gesto inconsulto doveva imitare l’ipotetico mazzo di rose ma ottengo solo di far decollare la mia tazzina. Fortuna che Moka l’acchiappa volo. Sfortuna che la grappa dentro schizzi sul tavolo e sulla mano della mia Madrina.
«”Questa gente” comprende anche noi. Abituati. Non rischi niente del genere, su quello l’ospitalità è vincolante. Nella sua testa offrirti qualcosa di forte è una gentilezza, come una fetta di torta. Non ha cattive intenzioni, è ospitalità da druido. O almeno parte della natura di questo druido particolare» dice Marika. La sua voce non ha cambiato tono. Penserei che non si è nemmeno accorta del mio scoppio e della grappa versata, non stesse intingendo il dito nella grappa sul tavolo e leccandolo con aria assente. Riciclo completo, meraviglioso, la sua borsa sarà il sogno proibito di qualunque accumulatore patologico.
«E il mio ruolo esatto in tutto questo qual è? Fare da merce di scambio?» chiedo, sperando che l’ironia non vada sprecata.
«Poco. Vedilo come un giro di prova. Alla prossima sarai più autonoma, ma in questo caso mi farai da assistente. Per la prima parte della serata ci godiamo il divertimento, ti faccio vedere la crema della società sovrannaturale lì presente e darò risposte alle tue ovvie domande. Fai in modo che siano quelle giuste. Il tutto mentre ci intratteniamo con gli altri ospiti. Tu sai mescolarti bene ad una festa, vero?» alla domanda di Marika rispondo fissando in silenzio il tavolo, assicurandomi di non guardarla in faccia.
«Dopo la parte divertente» continua Marika «ci tocca trattare col Druido. La corte mi ha lasciato una certa libertà sui cordoni della borsa. Se possibile vincere le trattative. E per nessuna ragione deve vincere la corte d’Inverno. Durante la serata verranno fatte le proposte in privato. È importante capire cosa possa interessare al Druido, e cosa mettano sul piatto i concorrenti. Alla fine di tutto questo torniamo a casa. Senza finire in braccio a qualcuno che abbia perso l’asta per colpa nostra. Finita la festa, finita l’ospitalità. Non credo ti serva sapere altro».
Marika infila una mano in borsa e dopo un minuto abbondante di ricerche estrae una penna. D’oca, o un qualche parente pennuto particolarmente colorato. Scribacchia qualche secondo su un tovagliolo e me lo mostra: ci sono delle indicazioni per un rendez-vous, l’orario a cui presentarsi e si chiude con si balla <3. Sì, seguito da un cuoricino vezzoso.
Annuisco, Marika si alza e lo ferma sul frigo con uno dei magneti, ¡saludos de Honduras!, a forma di casco di banane.
«Apprezzo i coniglietti, ma spero che per questa sera tu abbia qualcosa di più...» Marika  riflette un istante «adatto al movimento» dice, squadrando la fantasia del pigiamone.
«Ovvio» rispondo. Quasi.
Marika mi sorride, e cammina fuori dalla cucina. Prima di varcare la soglia fa un gesto di saluto dalle spalle e prima che io riesca a salutare sento lo sbattere della porta di casa che si chiude. Perfetto, sparita come apparsa.
Rimango in silenzio a pensar- «Allora? Non vorrai rimanere ferma per mezza giornata. Che si fa?» dice Moka. Meraviglioso, mi tengo il trabicolo parlante. Sarà divertente spiegarlo alle coinquiline.
«Ci prepariamo per il ballo, ovviamente» rispondo.




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