Racconto di Natale di wasmehr

Note sulla Storia
Racconto liberamente ispirato a situazioni reali :)
“Insomma, è inutile che continuiate a protestare: le regole sono chiare. Le ripetiamo da anni, ormai: un racconto obbligatorio a Natale, uno facoltativo a Halloween, uno a mezza estate e nel resto dell’anno racconti a piacere. Siete sempre in ritardo, e così ci ritroviamo regolarmente streghe e fantasmi al posto di Santa Claus, e il povero vecchio costretto a fare straordinari fino a Pasqua. A questo punto tanto vale dirvi anche che abbiamo iniziato a ricevere vibrate proteste da parte dell’Associazione Coniglietti & Pulcini Riuniti, i cui membri si sentono esclusi, ma non oso immaginare cosa succederebbe se decidessimo di inserire l’obbligo di un racconto pasquale. No, ma dico: ci rendiamo conto? Il Natale scorso siamo stati costretti a pubblicare un racconto di fate-zombie! Sicuramente un maldestro tentativo di unire l’impegno di mezza estate con quello di Halloween, ma il solito ritardo cronico ha fatto sì che arrivasse per il 25 dicembre. Devo commentare? E siamo ancora oggi alle prese con le fate, ormai che è quasi Pasqua e di racconti natalizi non ne abbiamo vista neppure l’ombra! Io non so più cosa fare. Mi viene voglia di chiudere tutto e andare a casa. Se non fosse per gli occhioni di quelle povere renne che mi implorano di avere ancora un po’ di pazienza, sicure che il loro turno arriverà presto. Mi metterei a scrivere un racconto io, pur di non assistere allo spettacolo desolante del loro cuoricino che si spezza. Il fatto è che proprio non ne sono capace, e mi tocca aspettare che voi, scribacchini da quattro soldi che non siete altro, la smettiate di badare ai vostri comodi e vi diate da fare con le cose serie. Diavolo, non siamo mica qui a togliere le spine ai cactus! Quindi non voglio sentire altre scuse: niente più pesci rossi da accompagnare dall’ortopedico, o case stregate da disinfestare con lo spray. Datevi una mossa, picchiate due o tre volte la testa contro il muro e fatevi passare il blocco dello scrittore. Voglio al più presto racconti grondanti spirito natalizio, seguiti a ruota da storie inneggianti la freschezza della primavera, e prima che possiate rimettervi a dormire sugli allori mi produrrete numerose magiche notti di mezza estate. Non voglio mai più trovarmi nella situazione imbarazzante di dovere spiegazioni a Babbo Natale, coniglietti o fatine! Sono creature già abbastanza inquietanti per conto loro, senza che le facciamo innervosire. Mi sono spiegato? E allora, marsch! Al lavoro!”

Dopo la sfuriata il capo-redattore si infilò la giacca, recuperò il mozzicone della sigaretta dal posacenere e lo infilò all’angolo della bocca, e infine, senza aggiungere una parola e facendo attenzione a non sollevare lo sguardo per non rischiare di incontrare gli occhi di nessuno, uscì a passo svelto dall’ufficio.
Gli scribacchini da quattro soldi rimasero per qualche minuto senza parlare, ciascuno seduto alla propria scrivania. L’unico rumore che si sentiva era il ticchettio del grosso orologio appeso sopra la porta. Tic. Tac. Tic. Tac. E il rubinetto che gocciolava. Tip. Tip. Tip. Qualcuno aveva lasciato la porta del bagno aperta. Di nuovo.

Finalmente un colpo di tosse ruppe il silenzio.
“Coff coff.”
“Ehm.”
“Eh, già.”
“Qualcuno vuole un caffè?”
“A me le fate zombie piacevano.”
“Anche lo scorso Natale avevamo gli zombie, però, non ha tutti i torti.”
“Va beh, dai, ma è sbagliato seguire l’onda del momento? Qualche anno fa erano i vampiri, adesso sono gli zombie, magari tra due Natali ci saranno gli alieni…”
“Quanto zucchero?”
“Due, grazie.”
“Nero, per me.”
“Certo, cavalcare l’onda va bene, ma ci sono dei momenti dell’anno in cui forse è preferibile concentrarsi sulla tradizione. Credo fosse quello il punto.”
“Ma di storie tradizionali è pieno il mondo!”
“È vero! Chi legge le nostre vuole qualcosa di diverso!”
“Concordo: è ora di finirla con i buoni sentimenti!”
“Non che si corra il rischio, con voi, eh.”
“Ah, ah, ah. Ha parlato l’esperto di storie d’amore.”
“Concentriamoci, per favore! Non si discute sul nostro diritto di essere originali, ma sul nostro ritardo, che spesso rende il soggetto dei nostri racconti fuori stagione, per così dire. Come la mettiamo?”
“Eh, come la mettiamo? Ora lui vuole per forza qualcosa di natalizio… ma chi ci pensa, al Natale, adesso? Io ho prenotato ieri le ferie estive, ormai sto con la testa su una spiaggia di Rodi!”
“E perché, a Rodi il Natale non arriva, scusa?”
“Questo caffè fa veramente schifo.”
“Anche questo. Quanto zucchero ci hai messo, scusa?”
“Ah, eri tu che volevi lo zucchero? Perdonatemi, ho scambiato le tazzine!”
“Il solito genio!”
“La prossima volta preparatevelo da soli, maschilisti che non siete altro!”
“Guarda che sei tu che ce l’hai offerto, noi ci siamo limitati ad accettare.”
“Certo, certo: sempre la risposta pronta!”
“Ma porc…”
“Posso avere la vostra attenzione per qualche istante?”
“E ora chi è che romp- oh, eccellenza! Cioè, patrono, santo, coso, lì… Signor Nicola, Babbo, ecco.”
“Hai finito di blaterare?”
“Natale. Sì. Dica pure.”
“Le mie renne e io non abbiamo potuto fare a meno di notare che sembrate in difficoltà con quello che ci è parso un incarico riguardante noialtri.”
“Ma parla sempre così circonvoluto?
“Circonvo-cosa? Sto traducendo dal lappone, mi è necessario un po’ di tempo affinché le complicate parole originali si adattino al vostro più semplice idioma. Risulto poco comprensibile?”
“Poco poco.”
“Ma poco davvero. Prosegua pure, eccellenza.”
“Se le nostre impressioni si rivelassero corrette, ci terremmo a farvi sapere di essere a vostra completa disposizione. Vi offriamo, gratuitamente, il nostro aiuto, le nostre idee, i nostri simpatici aneddoti e così via, in modo da permettervi di riuscire nell’impresa che si arrampica di fronte a voi.”
“… Arrampica?”
“Lascia perdere, sarà un problema di traduzione.”
“Si stende? Si rotola? Saltella non mi pare giusto.”
“Non importa, Signor Babbo, non si crucci: abbiamo capito!”
“Non si crucci? Ah, ah, ah, ma come parli? Ti ci metti pure tu, adesso?”
“Potete smetterla di fare i cretini? Babbo Natale e le sue renne possono aiutarci! Io direi di procurare una sedia a Babbo e, ehm, della biada per le renne? Siamo pronti ad ascoltare tutti i loro consigli, no?”
“Oh, che piacere vedere tornare il sorriso suoi vostri bei visetti. Ricordo perfettamente quando eravate piccini! Tu, per esempio!”
“Io? Si ricorda di me? Ma è impossibile! Nella mia famiglia nessuno ha mai creduto a Babbo- ehm, voglio dire: alla sua esistenza!”
“Esatto! Proprio per questo mi ricordo di te! Che bambino disilluso, che tristezza mi infondevi nel cuore. Chissà se è per questo motivo che, ora, i tuoi racconti abbondano di crudeltà ignominiose.”
“Cosa? Ehi, non è giusto! Anche gli altri scrivono storie piene di mostri e di cadaveri!”
“È vero, in effetti siete proprio assortiti bene. E non è un male, che il vostro animo sia così predisposto ad accettare verità viscide, creature deformi ed epiloghi avversi.”
“Ah, no?”
“No!”
“Non ci giudica anche lei dei perversi demoniaci invasati?”
“E truculenti e macabri?”
“E sadici e malevoli?”
“Per non dimenticare scribacchini?”
“Oh, certo. Quello sì, naturalmente. Tutto quanto!”
“Oh.”
“Vedo che l’incomprensione si dipinge sui vostri volti. Non temete. Ora dissiperò ogni vostro dubbio. Incertezza. Titubanza. Questione? Non sono mai sicuro di questi termini. Venitemi in soccorso, ve ne prego!”
“No, ma lei parla benissimo, sa!”
“Davvero, un’ottima proprietà di linguaggio! Espressione! Lessico! Ahia!”
“Non sta bene prendere in giro Babbo Natale, idiota.”
“Okay, biada o fieno non sono riuscita a trovarne, ma giù al bar mi hanno dato delle carote, una cassa di mele, qualche cespo di lattuga e delle merendine scadute. Ho pensato che per le renne non farà differenza, basta togliere la plasti-oh. Mangiano anche quella. Non si finisce mai di imparare, eh?”
“Bentornata, cara, e grazie siano rese a te e ai simpatici nonché gentilissimi colleghi del bar, che hanno generosamente messo a disposizione delle mie adorate bestiole parte delle derrate alimentari destinate alla loro stessa clientela! Tanta bontà rischia di farmi venire la carie.”
“… Eh?”
“Mi ricordo di te, bambina terribile.”
“Gulp. Io? Per-Perché dice così?”
“Correvano i gloriosi anni ’90 del secolo XX e finalmente la gente, colta da un sano realismo, cominciava a raccontare ai propri figli che il sottoscritto non esisteva, che le renne non volano, che è impossibile consegnare doni a tutti i bambini del mondo in una sola notte, eccetera.”
“Come, finalmente?”
“Ma sciocchi che non siete altro! Pensate che io mi diverta? Davvero credete che io, alla mia età, non veda l’ora di caricare le mie ossa su quella scomodissima slitta e di volare non vi sto neppure a dire a quanti chilometri l’ora, perché tanto non mi credereste, con il freddo che fa in metà del globo – e nell’altra metà fa caldissimo, naturalmente, ma io devo rimanere vestito con la pelliccia e gli stivali – per poi spiaccicare il mio dignitoso pancione in un camino fuligginoso dopo l’altro, per riempire calze e dispensare doni ai bimbi buoni? Potrei scrivere un’enciclopedia, sui tipi di calze che mi tocca trovare appese ai vari camini! Bambini di tre anni che lasciano i collant della nonna, e si aspettano di trovarci dentro camion e aeroplanini. Bambinette minuscole che chiedono in regalo case per le bambole più grosse di loro e, siccome le loro calzine sono troppo piccine, decidono di appendere tutte quelle che possiedono. Come se io potessi mettere pezzettini di casa di bambola sparpagliati in due dozzine di calzette rosa! E chi me le lascia sporche, bucate, puzzolenti, spaiate… E avete ancora il coraggio di credere che esistano i bambini buoni?”
“Ehi, questo è un punto interessante!”
“Concordo. Ma cosa c’entra lei, poveretta?”
“Lei? Lei c’entra perché, in un’epoca in cui i bambini smettevano di credere in me e le case in cui dovevo infilarmi diminuivano sempre più, questa eroina della purezza, esemplare dell’innocenza infantile, andava convincendo tutti i suoi amichetti e le sue amichette che quell’adorabile vecchietto certo che esiste e come fará senza di noi?
“Ehm.”
“E io dovevo pure scendere a casa tua e lasciarti un regalo! Oltre al danno, la beffa! Io ti odio!”
“Oh-là-là. Addirittura.”
“E tu!”
“Uh! Oh!”
“Tu! Con le tue letterine strappalacrime, ogni anno più tragiche e patetiche dell’anno precedente! Bisogna ammettere che già allora manifestavi un talento per la scrittura, ma quante balle mi hai raccontato, per assicurarti di essere inserito nella lista dei poveri bambini che ne hanno patite tante e sono stati forti e quindi si meritano un regalo grossissimo?”
“Ecco, sì, forse ho barato un pochetto.”
“Un pochetto? Come quando mi hai mandato dodici fogli protocollo scritti fitto fitto raccontandomi con vividi dettagli l’esplosione che aveva raso al suolo la tua casa, e tu ti eri salvato per miracolo perché eri in cantina, ma nessuno lo sapeva, neppure i tuoi genitori che al momento dell’esplosione erano al lavoro, e tu eri svenuto e sei rimasto sotto le macerie, creduto morto da tutti, per giorni e giorni e mamma e papà in preda al devastante dolore della perdita si erano trasferiti in Argentina senza lasciare un recapito e quindi quando sei stato ritrovato eri a tutti gli effetti un orfano e ancora aspettavi che qualcuno rintracciasse i tuoi genitori che probabilmente erano isolati in uno sperduto paesino sulle Ande ignari di quanto eri costretto a sopportare in un orfanotrofio che a confronto quelli di Dickens erano hotel a cinque stelle con la Jacuzzi in camera? E tu eri un bambino buono a cui io ho dovuto consegnare uno stupido robottino che parlava e camminava da solo!”
“Va beh, ma i bambini, si sa, sono pieni di fantasia!”
“Infatti! Agiscono in buona fede!”
“Le loro non possono neppure esser chiamate bugie, no?”
“Oh, ma senti un po’ chi ha parlato?”
“Ma chi, io?”
“Proprio tu!Le bugie dei bambini non sono bugie, eh? Per quello tu, da bambino, troppo pigro per scrivere la tua personale letterina a Babbo Natale, andavi a rubare quelle dei tuoi compagni di classe per cancellarne il nome e mettere il tuo, giusto? Ogni Natale, per tutti e cinque gli anni delle elementari, ho ricevuto ventitré letterine a tuo nome. Ma quanto eri furbo, tentavi di ricevere ventitré regali, eh? Un altro bravo bambino! Tsè!”
“Signor Babbo, ehm. Credo di parlare a nome di noi tutti, quando le dico che siamo molto spiacenti. Non pensavamo che… Non credevamo di… Uff.”
“Lo scribacchino senza parole, sei diventato, adesso? La verità è che, ancora una volta, vi aspettate qualcosa da me, così, solo perché sono un vecchio con la barba bianca che ama i bambini e oh-oh-oh. Mi siete talmente affezionati, da non riuscire a mettere insieme uno striminzito racconto l’anno dedicato a me. Voi, che della scrittura avete fatto la vostra passione, la vostra vita! Ma io sono stufo di tutto questo. Stufo di questa esistenza, stufo dei bambini, delle calze, della slitta, dei camini… Voglio andarmene su un atollo in mezzo al Pacifico con una bella sventola, gnocca, ragazza procace, donna attraente, per bere latte di cocco con una cannuccia, scottarmi l’ombelico al sole e non avere mai, mai, mai, mai, mai, mai, mai, mai figli.”
“…”
“Quindi, tornando a noi. Vi avevo promesso aiuto da parte mia e delle mie renne, giusto?”
“Ehm, giusto.”
“Avete preso appunti, filmato, registrato…?”
“Un po’ di tutto, sì. Grazie.”
“Ottimo. Quindi resta solo una cosa da fare. Anzi, no, prima devo chiedere a qualcuno di prepararmi un caffè. Per favore! Io quella macchinetta non la so usare!”
“Ma certo, vado io!”
“Lascia stare, non la sai usare neppure tu. E ti scordi sempre lo zucchero. Faccio io!”
“Razza di insolente, solo perché ti ho dato, per una volta, la tazzina sbagliata!”
“Vi prego, non litigate a causa mia!”
“No, ha ragione. Non litighiamo. Ecco il caffè.”
“Ottimo, grazie, uh, senti che buon profumo! Lo appoggio qui a raffreddare, intanto.”
“Intanto, che?”
“Il caffè mi serve per digerire, prima devo pranzare. Anche le mie renne devono mangiare, ormai vedo che hanno finito gli antipasti offerti dai ragazzi del bar.”
“Oh. Quindi che faccio? Scendo di nuovo? No problem, basta che mi dica cosa gradisce! Hanno pizzette deliziose, anche se a mio parere la cosa più buona che preparano sono le piadine crudo e rucola… Ma perché chiude la porta? Devo passare per di là, per andare al bar!”
“Non c’è bisogno di andare al bar. Abbiamo tutto quello che ci serve proprio qui, in questa stanza.”
“Io non ci sto capendo niente. Voi ci state capendo qualcosa? Perché le renne ci hanno circondato?”
“E perché Babbo Natale avanza verso di noi rimboccandosi le maniche?”
“Come mai emettono tutti quanti dei mugugni grotteschi?”
“Qualcun altro ha notato che gli si stanno allungando i denti?”
“Sembro tanto stupido se dico che credo che vogliano mangiarci?”
“Un pochino, sì. In realtà però lo penso anch’io. Babbo Natale, mi perdoni la curiosità: lei e le sue renne vi state accingendo a pasteggiare con noi?”
“Esattamente, ragazzo intelligente.”
“Ma se noi finiamo dentro alle vostre pance, non ci sarà nessun racconto di Natale!”
“Resteranno i vostri appunti, i video e le registrazioni. Basteranno. Dopo oggi finalmente io sarò libero, e voi sarete diventati parte di una delle vostre storie truculente. Efferate. Spietate. Sanguinarie. Truci. Eccetera. Rudolph? A te l’onore!”




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