L'incontro Segreto di Caladan Brood

Note dell'Autore sul Capitolo
con enorme mostruoso ritardo arriva anche il mio raccontino natalizio. del tutto completamente inutile, del tutto completamente inconcludente, mi sorge pure il dubbio del tutto completamente schifoso ^_^. sono 2000 parole che non hanno uno scopo (difatti sono finite qui e non nel racconto principale ^_^).
buona lettura (si fa per dire ovvio :P).
L'incontro Segreto

Venerdì 20 dicembre 1996
Ore 16:30
Londra


Irrompendo nel soggiorno la ragazza si richiuse la porta alle spalle con violenza. Trovò la persona che stava cercando esattamente dove l’aveva lasciata dieci minuti prima, stravaccata sulla poltrona davanti al televisore acceso, le gambe appoggiate sopra una sedia. Con pochi rapidi passi andò a piazzarsi tra lui e lo schermo.
Scostandosi di lato l’altro tentò di aggirare l’ostacolo tornando a guardare il telefilm, per tutta risposta lei allungò una mano alle sue spalle andando a spegnere l’apparecchio.
«Perché ho come l’impressione che questa non sia una lezione di vita su quanto sia inutile passare la giornata alla tv» l’uomo ritornò a posizionarsi ben accomodato sulla poltrona.
«Tu sai dove va»
«Ecco appunto»
«Lo sai»
«Era inevitabile che ci fosse la fregatura da qualche parte» l’uomo si lasciò sprofondare ancora di più nella poltrona «Tutte le volte che sei tu a chiamarmi hai sempre un secondo fine»
«Lo sai Gabriel, parla»
«Non vedo perchè dovrei saperlo»
«Gli altri non lo sanno»
«E io sì?»
«Non fare storie»
«Non lo so»
«Devo passare alle minacce?»
«Te l’ho mai detto che sei violenta»
«Con il cane nell’altra stanza non funzionano»
«E dunque vieni a prendertela con me?»
La ragazza si lasciò sfuggire un ghigno: «Con te funzionano»
«Non lo so sul serio»
«Non ci crede nessuno»
«Ma… ma… ma… possibile che non mi creda mai nessuno in questa casa»
«Avanti sputa il rospo»
«Giuro che…»
«Da quando i tuoi giuramenti valgono qualcosa?» la ragazza non gli lasciò nemmeno il tempo per finire.
L’altro aprì la bocca per replicare, la richiuse un attimo dopo.
«Ok, ci siamo capiti» proseguì lei «Quanto vuoi?»
«Oddio, se la metti così» Gabriel sfoggiò un largo sorriso «possiamo trattare. Resta comunque il fatto che non lo so però»
«Fanculo, allora non sai niente sul serio»
«Però potrei inventarmi una balla di gran classe» la ragazza lo sentì a malapena abbozzare la risposta quando già era uscita dalla stanza.
Imboccò il corridoio alla propria destra e lo percorse fino in fondo. Svoltò un attimo prima di entrare nel bagno fermandosi davanti ad un porta aperta, alla sua sinistra.
«Dove stai andando?»
«Non si può essere traditi se il traditore non sa niente» impegnato a rivoltare la camera alla ricerca di qualcosa il ragazzo non la degnò nemmeno di uno sguardo.
«Dove?»
L’altro non rispose, afferrò le coperte del letto e le mandò all’aria lanciandole contro la finestra alle sue spalle.
«Ignorarmi non è la soluzione»
«Fammi provare almeno»
«Parla»
Il ragazzo rifilò un’occhiata all’orologio. Si lanciò sulla piccola scrivania stracolma di ogni genere di cianfrusaglie e cominciò a gettare tutto per terra.
«Lev!» quasi urlò lei.
«I vicini non ti hanno sentito» l’altro rilanciò coperte e lenzuola sul letto e cominciò a rivoltare i vestiti ammonticchiati sulla sedia vicino alla finestra «Ma non scoraggiarti, sono sicuro che la prossima volta andrà meglio»
«Dove…»
«Lo sai Liz» Lev afferrò l’ultimo paio di jeans che era rimasto sepolto sotto la pila di vestiti e frugò nelle tasche «ho la netta impressione che questi non siano cazzi tuoi, ma ovviamente mi sbaglio»
«Tanto in un modo o nell’altro lo vengo a scoprire comunque»
«L’importante è crederci» chinato a raccogliere un paio di pantaloni della tuta che ancora non aveva passato in rassegna il ragazzo guardò sotto il letto quasi per sbaglio.
«Ma vaffanculo» lasciò cadere a terra tutto quello che aveva in mano e si infilò sotto il materasso.
«Si può sapere cosa ti sei perso?»
«Allarme rientrato» riemergendo da sotto il letto l’altro teneva nella mano destra un pacchetto di sigarette. Se ne cacciò una in bocca e fece per uscire dalla stanza.
«Saluti consorte» sgusciò in fianco alla compagna che non si mosse di un centimetro nel tentativo di intralciarlo.
«Abbiamo il turno di ronda tra otto ore»
«Te la caverai» Lev si avviò verso la porta d’uscita «In questa città non succede mai niente»
«Dardai ti ha dato il permesso?»
«Devo aver tralasciato il dettaglio di avvertirlo»
La ragazza non potè fare a meno di sorridere: «Ti ammazzerà»
«Un problema che sarà pressante domani» l’altro alzò la mano destra verso di lei in segno di saluto. Passò in fianco alla porta spalancata del soggiorno senza fermarsi: «Ciao Giuda»
«Stammi bene mezza sega» Gabriel rispose senza staccare gli occhi dal televisore mentre il ragazzo già si stava chiudendo la porta d’entrata alle spalle.
Elizabeth rimase ad osservare l’uscita dell’appartamento per qualche attimo, poi si avviò verso il salotto. Si lasciò sprofondare nel divano in fianco alla poltrona:
«Tu che ne pensi?»
«È stato il marito» affermò Gabriel con decisione «Di sicuro. La vecchia la sta tirando lunga per arrivare a fine puntata ma tra un paio di minuti lo scopre anche lei»
L’altra trovò superfluo precisare che la domanda non era riferita al telefilm. Si sfilò le scarpe e si distese sul divano cominciando a seguire le immagini del televisore:
«Chi sarebbe il marito?»


Ore 21:00
Yorkshire


«Maledetto schifosissimo taxista» continuando ad avanzare lungo la stradina sterrata, per la maggior parte ricoperta di neve, batté i piedi per terra un paio di volte, con una certa violenza, mentre si portava le mani alla bocca nell’inutile tentativo di scaldarle.
«Giù per quella strada? Nemmeno per idea» cercò di imitare con scarso successo la voce del taxista «Ma vaffanculo. Che ti costava?»
Si guardò attorno con un’occhiata. Non c’era nessuno nelle vicinanze. Probabilmente non c’era nessuno nel raggio di un miglio. Le luci della statale erano già scomparse alle sue spalle da un pezzo, ormai era immerso nel buio più completo. Nessuno si sarebbe mai accorto di niente, nessuno lo avrebbe mai saputo. Con una piccola corsetta avrebbe percorso il miglio che lo separava dalla destinazione in un paio di minuti, e quantomeno ci sarebbe arrivato con tutte le dita delle mani ancora scongelate.
Scartò l’idea alla sola possibilità che Dardai lo fosse venuto a sapere. Una prospettiva del tutto sufficiente a fargli passare la voglia.
Controllò una seconda volta che la cerniera lampo del giubbotto fosse chiusa del tutto, si cacciò le mani in tasca e continuò ad avanzare lunga la stradina, impegnato a valutare la temperatura solo stando alla consistenza della nuvoletta di vapore che si liberava dalla sua bocca ad ogni respiro. Un numero sotto lo zero che non voleva nemmeno sapere. Tutto per colpa di un taxista che aveva paura di rovinare gli ammortizzatori del suo macinino. E il bello era che lo schifoso nemmeno si era reso conto che lo stava condannando ad una scarpinata di due miglia nel nulla più assoluto.
«Certo che anche lei poteva trovarsi un posto un filo meno fuori dal mondo» bofonchiò imponendosi di non pensare a quanta strada gli rimanesse ancora da percorrere.
Ritornò a tenere conto delle distanze che lo separavano dalla meta solo quando fu in vista di una villetta, circondata da un’alta siepe.
Si avvicinò al cancello in ferro battuto i cui cardini erano in buona parte invasi dalla vegetazione e andò alla ricerca del campanello tra le foglie. Pigiò sul bottone un paio di volte senza notare nessuna reazione da parte dell’apparecchio.
Concesse all’arnese quantomeno il beneficio del dubbio e tentò ancora. Niente nemmeno quella volta. In fin dei conti anche la volta precedente il campanello era servito a molto.
Fece un paio di passi indietro e sfruttò la breve rincorsa per issarsi sul cancello con le braccia. Scavalcò con le gambe e si lasciò cadere all’interno del giardino. E ora toccava ai cuccioli. Li vide correre verso di lui abbaiando. Rottweiler, non più doberman.
«Un incremento della sicurezza pare» abbozzò un cenno della mano mentre i due cani già si stavano accasciando a terra, svenuti. Salì i tre gradini che lo portarono al breve portico della villetta e da lì si presentò di fronte alla porta d’entrata. Bussò un paio di volte senza troppa convinzione, poi attese. Come era prevedibile non arrivò nessuno ad aprirlo, ma del resto non era mai stato diversamente.
Bussò ancora, con più violenza. Niente. Si arrese a fare come d’abitudine. Avvicinò una mano alla serratura e ritornò sulla maniglia solo dopo averla sentita scattare due volte. Socchiuse la porta e sgusciò all’interno subito sentendosi investito da un’ondata di tepore. Dovevano esserci almeno diciotto gradi lì dentro… il paradiso.
Si guardò attorno nel buio più completo. Andando a tentoni cercò di raggiungere il punto esatto del muro in cui sapeva esserci l’interruttore della luce. Sulle prime non lo trovò, né in seguito andò meglio. Cominciava a credere non fosse dove pensava.
«Inutile dire che è gradito un aiuto»
Il lampadario dell’atrio si accese mostrando davanti a lui la scala che portava al piano superiore, mentre un corridoio sulla destra portava alle restanti stanze.
«Che ci fai qui?» la voce femminile, a qualche passo da lui, lasciava trasparire una certa durezza nel tono.
«Il campanello è rotto, lo sapevi?» levandosi il berretto di lana dalla testa il ragazzo si voltò in direzione della voce. Nei pressi di una porta laterale che dava in una camera buia la donna era in piedi ancora con la mano sull’interruttore. Alta poco meno di lui, più snella. Indossava una tuta da ginnastica grigia almeno due taglie troppo grande per lei, i lunghi capelli biondi erano raccolti in una coda dietro la schiena. Nonostante il tono di voce nei suoi occhi verdi il ragazzo non vide nulla a dimostrare che la visita non fosse gradita.
«No, non è rotto» rispose subito lei.
«Allora hai bisogno di un otorino, Ninel»
«Forse lo stavo solo ignorando»
L’altro sorrise: «Devo dedurre che sono un ospite poco gradito?»
«Un ospite di norma è invitato»
«Cavilli»
«Che ci fa qui Lev?» Ninel ripose di nuovo la domanda.
«Oh, passavo di qua per caso» avanzò verso di lei fermandosi a un passo.
«Certo, abiti dietro l’angolo in fin dei conti»
«Un treno, un autobus, un taxi e una camminata di due miglia… appena fuori la porta di casa praticamente» si avvicinò ancora baciandola su una guancia «Ma nonostante tutto non farti illusioni, i miei pensieri sono puri e cristallini, degni di una monaca di clausura»
La donna lo guardò poco convinta.
«È la verità, che credi? Tralasciando il fatto che ci tengo alla pelle, sono sposato adesso»
«Sposato tu?» lei si limitò ad alzare un sopracciglio «E come mai?»
«C’entra una nana di sette anni»
«Non hai perso tempo dall’ultima volta che sei venuto qui»
«Ma che vai a pensare. Mica è figlia mia» si fermò a riflettere un attimo «Anzi, legalmente parlando invece è proprio figlia mia. Vabbè, comunque hai capito»
«Hai adottato una bambina?»
«Già» Lev si lasciò sfuggire una smorfia.
«Per noia?»
«Costretto sotto ogni possibile punto di vista»
«Come mai?»
Lui si limitò ad allargare le braccia «A quanto pare a Londra c’è un guardiano in più»
«È così terribile?»
«Beh, non direi, essere sette è meglio che essere sei, meno lavoro per me quantomeno»
«Intendevo la bambina»
«Un essere indemoniato» precisò subito lui «Sbaglio o avevi un salotto da qualche parte»
«In fondo al corridoio» la ragazza accennò un movimento del capo indicando la direzione.
«Ottimo, c’era anche una tv che mi ricordi»
«È ancora al suo posto»
«Sai? Ho la vaga impressione di cominciare diventare dipendente»
«Lo eri già l’ultima volta»
«Forse allora è stato il sentirmelo ripetere di continuo a convincermi» valutò lui con fare meditabondo mentre sopravanzava la padrona di casa verso il salotto «ma in ogni caso non c’è niente di guardabile il venerdì notte, se si esclude una certa fascia di programmi, ovvio»
«Devo far finta di non capire?»
«Sì, forse è meglio. Tu che mi racconti?»
«Ancora non m’hai detto con chi sei sposato»
«Le notizie tragiche lasciamole per dopo e tutte in una serie unica, così mi deprimo una volta sola»
«Non è successo niente»
«Sono passati dieci anni» obiettò lui mentre entrava nell’ampia stanza adocchiando già la poltrona che aveva usato nelle precedenti occasioni «Quantomeno sarà venuto l’idraulico o l’elettricista un paio di volte. Sono uno che si accontenta di poco. Non mi occorre una gran trama per appassionarmi alla storia»
Sorridendo per la prima volta da quando si era resa conto che qualcuno fosse in casa sua, Ninel andò ad accomodarsi sul divano.




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