Uno Sputo-Minuto di wasmehr

Note dell'Autore sul Capitolo
Uno sputo-racconto per cinque minuti di svago ^_^ Buon divertimento!
Uno Sputo-Minuto



Non ce n’è una che mi vada per il verso giusto, ultimamente.
Sono tornata a casa con un diavolo per capello, oggi pomeriggio, tutto per colpa di quella falsa di Micaela. Lei può avere tutti i ragazzi che vuole, ma cosa fa? Naturalmente va a tampinare l’unico che mostra un minimo di interesse nei miei confronti. Le costava tanto lasciarmelo? Garantito che adesso non mi guarderà più nemmeno con un cannocchiale…
Ero talmente arrabbiata che non mi sono accorta di aver lasciato la serranda del box alzata, dopo aver parcheggiato la bici. Risultato: qualcuno è passato e si è servito. Sono sparite tutte le nostre biciclette e persino il trapano nuovissimo di papà.
Mia mamma si è messa a gridare, Possibile che tu non abbia sentito niente?
Possibile sì, visto che avevo la musica a massimo volume nelle orecchie.
Insomma, si sono infuriati in modo esagerato. Non dico che avessero torto, per carità, ma un po’ di comprensione, almeno loro che sono i miei genitori, non potrebbero mostrarla? C’è già Micaela che mi fa sentire una nullità, con i suoi fluenti boccoli biondi… Sembra che ce li abbia solo lei, i capelli! Mi fa una rabbia!
Beh, alla fine eccomi qui, di nuovo da sola nella mia stanza, di nuovo con la musica altissima… Di nuovo confinata in casa per un mese!
Sono talmente scombussolata, che credo proprio che me ne andrò a dormire tra cinque minuti, anche se sono solo le nove di sera ed è venerdì.
Mi sento un’idiota, a infilarmi il pigiama: c’è su la principessa Anastasia, neppure avessi sei anni! Do una rapida occhiata alla mia cameretta: è davvero quella di una bambina, c’è poco da fare! A partire dalle pantofole a orsacchiotto per finire con le tendine piene di fiocchetti rosa… Questa non è una stanza, è una bomboniera! Approfitterò del mese di reclusione per darmi da fare e cambiare le cose, almeno qui dentro.
Rinfrancata da questo pensiero, mi tiro le coperte fin sotto al mento e spengo la luce. La lampada da comodino a forma di pagliaccio ha i giorni contati. Questa consapevolezza mi strappa un sorriso e con un sospiro mi abbandono al sonno…

Almeno, vorrei. Cosa diavolo è quella luce fuori dalla finestra? Sembra il faro di uno stadio e mi punta dritto in faccia. Sarà un’auto che si è messa proprio qui di fronte? Provo a richiudere gli occhi, magari se ne andrà presto…

Adesso cos’è stato? Prima la luce, poi questo rumore…

Mi siedo sul letto, piuttosto seccata, devo dire. Aziono il pagliaccio-lampada. Mi ci vuole un istante, per abituare le pupille alla luce, poi quello che vedo mi fa morire un grido in gola.
Davanti alla finestra c’è una persona, vestita in modo molto strano e con un voluminoso casco sulla testa. Sta armeggiando con una specie di calcolatrice tascabile e non fa alcun caso a me o al fatto che abbia illuminato la stanza.
Cosa abbiamo intenzione di fare, qua? Lo sconosciuto non mi degna di uno sguardo e sono un po’ incerta sul da farsi. Devo chiamare papà? Con un moto di ribellione interno, decido di no. Le sue ultime parole, E adesso fila in camera tua e non uscirne per un mese, mi risuonano ancora nelle orecchie. Magari questa specie di palombaro che c’è in piedi davanti a me è uno dei ladri che ci hanno alleggerito nel pomeriggio ed è venuto qui per terminare il colpo… Sì, bello, hai sbagliato camera! La cosa più di valore che possiedo è la collezione di testi scolastici e non ho nessun problema a rifilarteli. Mi scusi, prof, mi hanno rubato il libro di storia e non ho potuto studiare… Suona bene. Ho come l’impressione, però, che costui non sia qui per i miei beni.
Provo ad attirare la sua attenzione con un discreto colpo di tosse. Niente. Ripeto l’esperimento diverse volte, diminuendo il livello di discrezione. Finalmente, quando scatarro come un fumatore con la broncopolmonite, lo sconosciuto si degna di voltarsi nella mia direzione.
“Non dovresti sputare tanto”, mi fa, “Non fa bene alla salute.”
Strabuzzo gli occhi. Questo qui è tutto matto. Appoggio i piedi al pavimento e sto per indossare le pantofole a orsacchiotto, poi soprassiedo e decido di rimanere scalza.
Adesso che mi sono alzata mi accorgo di quanto l’intruso sia alto: con la testa quasi sfiora il soffitto! Un'idea balzana mi guizza nel cervello: cosa racconterò alle mie amiche? Uhm, vediamo: uno sconosciuto bello come un Adone si è intrufolato nella mia stanza nottetempo perché non poteva passare un altro minuto della propria inutile esistenza lontano da me… Ehm. Forse è meglio soprassedere sul bello come un Adone.
Ha appena sollevato la visiera del casco e vedo la sua faccia, che sembra quella di un porcello.
“Puoi sputarmi in che epoca astrale ci troviamo?”, mi chiede.
Rimango interdetta: cosa vuole sapere? Di cosa sta parlando, epoca astrale? Cosa vuol dire?
Accorgendosi del mio imbarazzo, mi soccorre con una spiegazione:
“Provengo dall’epoca astrale 223, settore 11 della Galassia, proprio dietro Sirio, a uno sputo-minuto. Non sono sicuro di dove mi trovo adesso, il mio computer di bordo si è inceppato e ho dovuto resettarlo, così però ho perso le impostazioni di data e ora…”
Mi gira la testa, poi finalmente arriva l’illuminazione: sto sognando! Come ho fatto a non pensarci prima?
“Potevi anche sforzarti di essere almeno un po’ carino, no?”, esclamo eludendo la sua domanda, “Voglio dire: sei o non sei finito dritto dentro uno dei miei sogni?”
Lui aggrotta le sopracciglia e gira una rotellina all’interno del casco, poi riprende a parlare, con voce incerta:
“Non sono sicuro di capire… Forse ho impostato il traduttore integrato sul settore sbagliato. Facciamo una prova: come ti chiami?”
Apro la bocca per rispondere, ma poi ci ripenso:
“Come ti chiami tu, piuttosto! Sei tu che ti sei infiltrato nel mio sogno, come minimo dovresti presentarti!”
“Mi chiamo Lazlo”, risponde con una scrollata di spalle.
Lazlo?”, esclamo delusa, “Come mai a me non capita mai un Bryan, o un Derek, o qualcuno con un nome come si deve? Uffa, che razza di sogno insulso!”
Guardo di sottecchi il tizio davanti a me e decido di liberarmene il più in fretta possibile, così magari dopo riuscirò a sognare qualcosa di più decente.
“Va beh, dimmi cosa vuoi”, mi arrendo.
“Sono venuto via da casa perché alla mia sputo-madre non piace la mia fidanzata. Ha detto che devo rimanere nella mia sputo-camera per un intero sputo-mese…”
Lo interrompo:
“Senti, si può sapere perché continui a parlare di sputi? Non è molto carino, sai? E poi che cosa diavolo è uno sputo-mese?”
Di nuovo vedo che armeggia con la rotellina all’interno del casco.
“Mah, non so cosa dirti… Io mi affido al traduttore automatico. Lo sputo non è l’unità di misura sul vostro pianeta?”
Faccio una smorfia e rispondo indignata:
“Certo che no, che sogno disgustoso, sembra quello di un bambino di quattro anni…”
“Tagliamo corto”, esclamo subito dopo, “Dimmi cosa vuoi e torna da dove sei venuto. Voglio rimettermi a dormire e poi, se non lo sai, sono anche io in punizione per un mese…”
In quell’istante un lampo di luce, abbagliante come quello che aveva portato qui Lazlo, squarcia il cielo fuori dalla mia finestra. Un attimo dopo, un secondo colosso in tuta da astronauta muove un passo all’interno della mia stanza.
“Oh, no…”, mormora Lazlo.
“Questo chi è?”, domando curiosa, seppure un tantino esasperata: questa storia sembra non finire mai!
“Sono suo fratello e sono venuto a riportarlo a casa!”, esclama con tono perentorio il nuovo arrivato, sollevando la visiera del casco.
Il fatto che non abbia ancora parlato di sputi e non abbia l’aspetto di un porcello mi rinfranca. Finalmente il sogno sta prendendo una piega interessante.
“Io a casa non ci torno!”, brontola Lazlo imbronciato.
“E cosa avresti intenzione di fare, allora?”, domanda il fratello con tono divertito, “Non dirmi che rimarrai qua, con questo animaletto!”
Avvampo: nel dire animaletto ha inequivocabilmente indicato la sottoscritta. Un po’ di rispetto, nemmeno dei sogni mi riesce di ottenerlo, vero? Prima il tizio brutto che infila uno sputo ogni tre parole, poi quello carino che mi dà dell’animaletto...
“Senti un po’, bellino!”, esclamo in direzione del fratello di Lazlo, “Voi due siete in camera mia, nella camera da letto di una signorina, se non ve ne siete accorti!”
Vedo che gli sguardi dei due si spostano tra il copriletto imbottito degli Orsetti del Cuore, ai ventisette peluches che riposano in una romantica amaca appesa a mezz’aria, alla gonna appoggiata sulla spalliera della seggiolina laccata bianca... Ho come l’impressione che se ne siano accorti.
Ignorandomi deliberatamente, il secondo arrivato si rivolge a Lazlo:
“Piantiamola con gli scherzi. Non hai niente da fare in questo posto, torna a casa e falla finita di comportarti da marmocchio. Hai centodieci anni, vedi di crescere una buona volta!”
“Centodieci anni?”, domando stupefatta, “Però, te li porti bene!”, commento prima di zittirmi, a una loro occhiata truce.
“Non ci torno a casa, se mamma non mi permette di vedere Fiona!”
Gemo tra me e me: Fiona? Non ho futuro, questo è certo. Se non riesco a tirare fuori qualcosa di meglio di Lazlo & Fiona nemmeno in un sogno è meglio che mi ritiri immediatamente da quel corso di scrittura creativa che frequento nel doposcuola.
Un terzo lampo squarcia la notte e un attimo dopo nella mia camera c’è un terzo intruso. Cominciamo a starci strettini, qua dentro.
Il nuovo arrivato solleva la visiera del casco e mostra il volto di una donna dalla pelle bianchissima, oserei definirla lunare, ciuffetti di capelli arancioni sparati in testa, un naso lungo e affilato e occhi di un colore indefinibile, che ricorda il verde palude marcio. Capisco da chi deve aver preso Lazlo. Forse suo fratello è stato adottato.
Tempo tre secondi e la signora, che intuisco essere la madre dei due, si mette a sbraitare:
“Questa volta hai superato te stesso, ragazzo. Non posso credere che tu sia stato tanto irresponsabile da...”
Mi perdo il seguito: la parte della signora l’ho presa, parola per parola, dalla sgridata ricevuta a cena. Lo dicono tutti, che nei sogni riversiamo i traumi vissuti dalla nostra psiche durante il giorno, no? Guarda un po’ che razza di shock mi hanno fatto subire i miei, per un paio di vecchie biciclette! Ingiusto, ingiusto, ingiusto! Se lo sapessero, che mi hanno totalmente stravolto la nottata in questo modo assurdo!
La donna sta continuando a gridare:
“... E adesso prendi tutte le tue sputo-cose e ce ne andiamo da questo sputo-pianeta. Voglio essere a casa prima della sputo-cena!”
Eccone un’altra con il traduttore integrato difettoso.
“... E tu cos’hai da guardare, sputo-cosa?”, mi domanda rivolgendomi un’occhiata sprezzante.
Compassionevolmente, Lazlo muove in mia difesa:
“Si tratta di una sputo-amica, lasciala in pace. Tornerò indietro con voi”, acconsente chinando la testa, “Lasciatemi solo uno sputo-minuto per salutarla.”
Caspita, nessuno aveva mai fatto tanto per me! Prendere le mie difese di fronte a una madre inferocita, forte! Certo, nessuno mi aveva mai dato della sputo-amica, prima d’ora. E nella stessa serata in cui sono stata definita animaletto e sputo-cosa: oserei dire che è un vero record!
Con due clack! il fratello e la madre di Lazlo chiudono ciascuno il proprio casco e, senza nemmeno prendersi la briga di ringraziarmi per l’ospitalità, spariscono in un fulgido lampo di luce. Ho visto troppi cartoni animati. Possibile che non riesca a inventarmi niente di più originale dei lampi di luce, per far comparire e sparire la gente?
Lazlo fruga a lungo nella tuta spaziale e poi ne estrae una sferetta, dalla superficie celeste liscia e perfetta, che rimanda bagliori violacei.
“La conservi per me, per favore?”
Miracolo, non ha pronunciato la parola sputo! Non posso che gratificare un tale notevole risultato!
“Ma certo, nessun problema. Di cosa si tratta?”
Lazlo accarezza con malinconia il piccolo oggetto, prima di rispondere:
“Questo è lo sputo-diamante che ho comprato per Fiona... Se lo riporto indietro, sicuramente mia madre lo troverà e mi impedirà di regalarglielo.”
Tace e non posso fare a meno di osservare, ignorando il ritorno degli sputi:
“Se lo lasci qui, però, non avrai comunque occasione di regalarlo a Fiona.”
”Tornerò a prenderlo!”, esclama con veemenza, mettendomi finalmente la sferetta in una mano.
“Sì”, ripete convinto, “Riuscirò a fare accettare alla mamma che Fiona è la sputo-ragazza per me e a quel punto tornerò qui, riprenderò lo sputo-diamante e finalmente lei sarà mia!”
Mi preoccupa un po’ il luccichio che gli vedo negli occhi: sembra quello di un invasato. Tutto sommato, però, non mi sta chiedendo niente di trascendentale. E poi è solo un sogno, posso senz’altro accontentarlo.
“Va bene”, accetto, “Conserverò io il tuo spu... Voglio dire, il diamante che vuoi regalare a Fiona. Non preoccuparti! E torna pure quando vuoi!”, aggiungo in fretta, mentre lui chiude il casco e si appresta a svanire nel solito lampo di luce.
Rimasta sola, scuoto a lungo la testa, dopodiché ripongo la sferetta nel cestino in cui tengo la mia bigiotteria e me ne torno a letto, spegnendo il pagliaccio.
Mi sembra di avere appena chiuso gli occhi, quando di nuovo una luce abbagliante invade la stanza.
“Presto, lo sputo-diamante!”, esclama lo sconosciuto con molta urgenza nella voce.
Cos’è, un ladro spaziale? Anche lui con il traduttore andato, tra l’altro. Poi solleva la visiera del casco e riconosco Lazlo. È senz’altro lui, ma mi sembra diverso...
“Lazlo?”, domando, un po’ intontita, “Non te ne sei andato un attimo fa?”
Annuisce e sorride:
“Questa volta il computer di bordo ha funzionato alla grande: sono persino riuscito a tornare indietro nello sputo-tempo!”
Rimango a guardarlo aggrottando le sopracciglia, senza capire.
“Sono trascorsi cinque sputo-anni, dalla notte in cui ti affidai lo sputo-diamante per Fiona. Ora finalmente posso donarglielo e sono tornato a prenderlo”, esclama soddisfatto.
“Hai fatto in modo di venire qui uno sputo-minuto dopo essertene andato, quindi”, riassumo io, senza nemmeno rendermi conto di avere adottato la sua stessa unità di misura.
“Beh, d’accordo”, cerco di concludere, “Ecco qui il tuo tesoro.”
Prendo con due dita la sferetta e gliela porgo. La riceve con una delicatezza e una tenerezza che si direbbe stia prendendo in mano un cristallo di Boemia. È commosso, non riesco a crederci.
“Cara sputo-amica, ti ringrazio e ti saluto. Porta sempre con te il ricordo di questa notte speciale.”
Con queste parole si congeda e stavolta chiudo gli occhi prima di essere accecata dalla luce che accompagna la sua scomparsa.
Affondando ben bene la testa nelle piume del cuscino mi lascio andare a uno sbadiglio ippopotamico e rifletto che li so proprio costruire bene, i sogni. Non mi rimarrà nemmeno un piccolo oggetto che, domani mattina, alla luce del giorno, possa farmi dire Ma allora è successo realmente! Oh, mon Dieu!

***

Mi sbagliavo. Caspita, mi sbagliavo!

È mattina e mi sono appena alzata.

C’è un fiore, sul mio tavolo. O meglio, credo che si tratti di un fiore. Non ne ho mai visti di questo genere, ma sembrerebbe appartenere alla specie: stelo, foglia, petali... Dev’essere uno sputo-fiore, mi dico ridacchiando tra me e me e infilandolo tra le pagine del dizionario di latino.
C’è anche un foglietto, con delle lettere tutte storte. Sembrano scritte da un bambino. O da qualcuno che non conosce la nostra calligrafia. Lazlo.

Ma allora è successo realmente! Oh, mon Dieu!




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