La Guerra dei Sogni di Selerian

Note dell'Autore sul Capitolo
Bleah :S. Orrendo :D. Questo capitolo e il successivo, ehm, ehm. Diciamo che avrò sicuramente scritto di peggio, ma non molto spesso spero - in particolare la prima parte di questo non va proprio. Ma intanto posto così com'è, la storia dovrebbe migliorare in seguito.
Per chi avesse letto il capitolo precedente parecchio tempo fa: questo capitolo si svolge 15 anni prima, ma il protagonista è lo stesso, Orien.
Buona lettura (si fa per dire :D)!

link: http://un23prova.altervista.org/racconti/Selerian/Impero/01-Guerra/02-Lontano.html
 02- Così Lontano

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Così Lontano - by Selerian



Così Lontano

Sistema Kossel. Orbita alta sopra il pianeta Kossel tre, navetta da trasporto personale in rotta verso l’Ammiraglia. Anno 12 470 dalla Diaspora.

 

La navetta a forma di falce è solo una fra le migliaia di velivoli che si spostano da una nave all’altra della Flotta Imperiale. Scie azzurrine di fusione, bagliori viola di motori Inas, tutti brevi lampi che si confondono con la luce fredda delle stelle.

Una nave fra tante. Un mondo fra tanti, una stella fra tante, pensa l’uomo.

Ma per oggi, è il centro dell’universo. O almeno il centro di quella piccola, egocentrica porzione di universo che di definisce umanità.

La navetta si avvicina all’ammiraglia. Una nave gigantesca, composta da tre anelli sovrapposti, ciascuno più stretto del precedente. Ricorda una corona fatta di lame,  immensa e nera come lo spazio che la circonda. Ma riflette mille milioni di stelle, e la luce di una schiera pressoché infinita di oblò filtra all’esterno.

Le darsene sono all’interno della struttura circolare, dalla parte opposta rispetto alla sfera del motore Inas. Sono tre grandi cilindri che vanno da una parte all’altra della nave – ottocento metri di distanza – con una serie di alloggiamenti per le navette. Appena la nuova arrivata si avvicina, viene catturata dai sistemi della nave, e attirata con precisione verso l’alloggiamento più vicino allo scafo.

Trattamento di riguardo, pensa fra sé l’uomo. Non si muove di un millimetro, rimane in piedi immobile, col volto a pochi centimetri dall’oblò.

“Procedura di attracco completata”, lo avverte una voce impersonale, alle sue spalle.

L’uomo respira a fondo, e si dirige verso il portello. Una sezione del metallo della navetta scorre sullo scafo esterno come un liquido, permettendogli di passare.

Si trova sul pavimento di una stanza circolare, una sezione del cilindro d’attracco. Una sottile scala metallica si estende nell’aria, fino a raggiungerlo. Il modo in cui si muove gli ricorda i bruchi con cui giocava nel suo mondo, da bambino. Si protendevano da una foglia all’altra, inarcandosi nel vuoto.

La scala si ferma davanti a lui. Descrive un arco fino alla parete, i gradini sono sempre più inclinati, fino a che la scala procede perpendicolare rispetto a lui. Il buon senso – ancora, dopo tutto questo tempo – gli fa notare che cadrebbe dopo gradini, trovandosi orizzontale rispetto al pavimento, ma lo ignora con tranquillità, e inizia a percorrere la scala. Mentre procede, ha la sensazione che la stanza si muova, che alto e basso si distorcano. Come se lui fosse fermo, ma le pareti e il pavimento si spostassero, fino a scambiarsi di posizione. Infine, si ritrova a camminare tranquillamente sul pavimento circolare che poco prima vedeva come parete. La nave da cui è sceso incombe su di lui, apparentemente sospesa sulla sua testa.

Una sezione della parete gli scompare davanti, permettendogli di passare. Con pochi passi, si trova nel corridoio che conduce all’ammiraglia vera e propria.

Sta immobile, e non prova alcuna sensazione di movimento. Ma la fine del corridoio si avvicina a una velocità vertiginosa. Sorride fra sé.

Un’eccellente metafora. Di noi, della nostra tecnologia. Ci siamo preparati una strada. Una strada che funziona benissimo. Ma ora, anche volendo, non possiamo fermarci, né rallentare.

Dopo pochi istanti, si trova davvero fermo, di fronte alla gigantesca porta nera, con il simbolo in argento della stella sopra due spade incrociate. Lo stesso simbolo impresso sulla sua uniforme, sull’elsa della spada che porta al fianco, sul dorso della sua mano destra.

Il simbolo dell’Impero.

 

***

 

Questa porta si apre con due battenti che si allargano verso l’interno – come quelle di tanto, tanto, tanto tempo prima. Al di là, un tappeto di stoffa nera, orlata d’argento. E una dozzina di soldati con l’uniforme degli stessi colori, che fanno il saluto militare mentre passa. Alcuni sembrano emozionati, altri spaventati.

L’uomo risponde al saluto, poi continua a camminare senza degnarli di uno sguardo. La sua uniforme non è molto diversa dalle loro: in più solo la spada, le stelle sulle mostrine e sui polsi. Ma basta a creare un abisso invalicabile.

È troppo tempo che occupo questo ruolo. Troppo tempo, dall’ultima volta che una recluta mi ha salutato senza rischiare un infarto.

Si chiede se potrà avere una tregua. O forse un congedo. Ma ne dubita. L’Impero non ha confini. L’Impero non si ferma mai. C’è sempre un fronte. C’è sempre un nemico. C’è sempre bisogno di me.

Si passa una mano fra i capelli nerissimi, scostandoli dal volto pallido. Devo avere occhiaie paurose. Sei o sette anni di riposo e potrebbero anche ridursi.

Ignora tutte le linee di trasporto automatico, cammina tanto lento quanto la sua coscienza gli consente. Ma dopo un quarto d’ora, si trova davanti a un’altra porta nera, a un’altra scalinata.

Sospira, si ferma a raccogliere le energie. Poi fa un passo avanti, e anche questa si apre verso l’interno, senza emettere alcun suono.

All’interno, una stanza nera, con vista sulle stelle. Un gigantesco stemma imperiale d’argento, sulle due pareti che danno verso l’interno.

E un uomo, su un trono di ossidiana. Vera ossidiana, lucida e scheggiata, ricavata dalle miniere di dio sa quale mondo lontano. E devono averne cercati parecchi, per trovarne con quella specie di infiltrazioni color argento.

“Vi saluto, Imperatore”, esordisce l’uomo, inchinandosi leggermente.

“Piacere di vederla, Ammiraglio Sanemar. Pare che lei sia un eroe di guerra. Anche più dell’ultima volta che ci siamo incontrati”

L’Ammiraglio, senza rispondere, per un istante rimane a scrutare il proprio Imperatore. Sembra sorpreso, sollevato. E forse un po’ incredulo.

Non un graffio. Non ha perso una ciocca dei dannati capelli bianchi. Il vecchio bastardo non si smentisce mai.

Solo dopo sembra ricordarsi di quello che ha detto il suo superiore.

“Eroe? Ho fatto il mio dovere”, risponde con tono incolore. Non sorride, non dà alcuna impressione di falsa modestia. Solo di sfinimento.

L’Imperatore sorride. Si alza in piedi, con un fruscio delle vesti nere e argentee, e indica il pianeta verde e azzurro che sembra incombere sopra di loro. Si vede uno spicchio della parte oscura, le strade e le città sono chiaramente visibili, come reticoli di luce dorata.

“Se tutti i soldati che fanno il proprio dovere ottenessero qualcosa come questo, avremmo assimilato da tempo tutte le nazioni della galassia”

L’Ammiraglio annuisce. Non è in vena di complimenti. Attende alcuni istanti, prima di prendere ancora la parola.

“Dopo i fatti degli ultimi giorni, devo ammettere che non pensavo vi avrei rivisto, Signore”

L’Imperatore sorride. I suoi occhi blu scintillano, e per un istante sembra una persona molto più giovane, sembra un ragazzino divertito.

“Non è così facile liberarsi di me, Ammiraglio”

L’altro annuisce. Lo so bene.

“Avrei dovuto prevederlo. Avrei dovuto prevenirlo, reagire in tempo”

L’Imperatore scuote la testa.

“Lei ha fatto il possibile, Ammiraglio. Ma abbiamo sbagliato tutti quanti. E i Grandi Maghi Ishol, Atnessar e Milien hanno pagato con la vita. In ogni caso, io sono ancora qui, l’impero è ancora in piedi. E quel che è fatto è fatto”

L’Ammiraglio prende fiato, prima di porre la domanda successiva.

“E ora? Quanto ci fermeremo, prima di tornare all’attacco? Chi sarà il prossimo nemico? I miei uomini implorano riposo, Sire”

L’Imperatore respira a fondo.

“Non ci fermeremo, Ammiraglio. Il Senato Imperiale ha deciso. Non possiamo permettercelo. Ormai è evidente che nessuna nazione, presa a sé, può opporsi a noi. Dobbiamo travolgerle, tagliare i contatti prima che ci attacchino e ci distruggano. Fra tre mesi, la Terza Flotta Imperiale dovrà ripartire per la guerra contro la Lega dei Mondi Liberi… come inizia già a farsi chiamare”

Tre mesi. Sembra che un peso gigantesco sia stato appoggiato sulle spalle dell’Ammiraglio.

“Come lei desidera, Imperatore”

L’altro scuote la testa.

“Non ci sarà riposo per gli eserciti, temo. Ma per lei sì, Ammiraglio”

Questi solleva la testa di scatto. Il primo segno di reazione emotiva, da quando è entrato in questa stanza.

“Cosa vuole dire?”

“Che è sollevato dal comando della terza flotta. Penso che lei meriti… e necessiti… un incarico più tranquillo, almeno per un po’. Qualcosa che le ricordi perché stiamo combattendo”

L’uomo è stupefatto.

“Devo ammettere che non me lo aspettavo, Signore”

L’altro sorride.

“Anche io imparo, Ammiraglio. Lentamente, ma imparo. E in questi giorni ho visto fin troppo bene dove possano spingersi gli uomini con i nervi a pezzi. Ammiraglio, il Senato intende nominarla Governatore Temporaneo del Kossel. Sarebbe disponibile ad accettare? Se c’è qualcuno adatto a portare questa gente nell’Impero, è lei”

L’Ammiraglio sorride leggermente. Con una lontana traccia di divertimento, perfino.

“Ne sarei onorato. Anche per l’ironia della cosa, mio Signore”

L’altro annuisce.

“Ricordi che il suo incarico è a tempo determinato. Avremo ancora bisogno di lei, nel futuro”

“Quanto tempo ho?”

“Dieci anni. Poi dovrà partire con una nuova flotta. E infliggere al nemico la sconfitta definitiva”

L’Ammiraglio pensa.

Dieci anni senza spade. Senza ondate di fiamme, senza morti, senza grida. Dieci anni su  un mondo che tutti definiscono paradisiaco.

“Mi dia quest’incarico, Sire. E fra dieci anni, rivolterò l’Universo per lei”

 

*****

 {Orien. Mondo di Almoa, venti giorni dopo}

Corro a perdifiato attraverso l’erba alta, con i fusti più alti che mi solleticano il volto.

Riesco a malapena a guardarmi attorno. Sento, più che vedere, il mio inseguitore che si avvicina.

Tento di accelerare, ma ho già la milza dolente e le gambe pesanti. Passo rabbiosamente una mano sugli occhi, per detergere il sudore. Pessima idea. Me li trovo pieni di minuscoli semini, ora lacrimano e vedo ancora meno.

Cambio bruscamente direzione, sperando di confondere il mio avversario per qualche istante – anche a costo di allungare la strada, dirigendomi dalla parte sbagliata.

Per qualche secondo il trucco funziona, poi sento il nemico cambiare bruscamente la rotta. Ho guadagnato il tempo che mi serviva, intanto.

Corro fino al fossato, e dopo un solo istante di esitazione mi ci butto dentro. Riempio i polmoni d’aria, e raccolgo le ginocchia al petto per attutire l’impatto. L’acqua è tiepida e non troppo veloce, ma mi trasporta più in fretta di quel che farebbero le mie gambe.

Per qualche istante, mi trovo completamente immerso nel canale, arrivo quasi a toccarne il fondo. Cerco di dimenticare gli avvertimenti, le storie di mostri che aspettano sul fondo, e con due rapide bracciate mi porto in superficie. Respiro avidamente l’aria, osservando i prati incolti, a destra, e le serre, a sinistra, che mi scorrono rapidamente a fianco.

“Eccolo!”, grida qualcuno, alle mie spalle. Sento il tonfo di un altro corpo che entra in acqua, ma so che non mi raggiungerà. Il problema sono i suoi compagni, vedo aprirsi la vegetazione in più punti, dove si sporgono, pronti a balzarmi addosso mentre passo.

Con una bracciata, mi porto sulla riva sinistra, quella coltivata. Le mie dita grattano nella terra umida, mi faccio male contro un sasso, ma non mollo la presa. Mi aggrappo con l’altro braccio, opponendomi alla corrente. Respiro nel momento sbagliato, e sento una sorsata di acqua sporca entrarmi nei polmoni. Tossisco, e finisco di tirarmi a riva. Mi rialzo subito in piedi, e comincio a correre verso casa.

Non manca molto. Posso farcela, non si aspettavano che attraversassi così in basso.

L’acqua mi appesantisce, ma per fortuna è estate e non ho addosso molti vestiti – né sento freddo. Il sole, anzi, inizia immediatamente ad asciugarmi e riscaldarmi la pelle.

Corro fra gli orti ordinati e le serre, tenendomi radente alle pareti traslucide, stringendomi il fianco con una mano. Desidererei con tutte le mie forze sedermi a riposare, ma so che non c’è tempo. Potrebbero raggiungermi da un momento all’altro.

Lo sento. Passi rapidi, un grido di eccitazione. Uno di loro appare alle mie spalle, accelera vedendomi. Con tutta la buona volontà del mondo, non riesco a pareggiare la sua velocità. Sono semplicemente troppo stanco.

Ormai mi sembra di mangiare aria più che respirarla, e ancora i miei polmoni ne reclamano altra, il cuore batte all’impazzata. Ma non posso fermarmi. Scarto rapidamente a destra, nell’interstizio fra due serre, poi entro in quella alla mia destra e la percorro per lungo, passando fra i cavolfiori nell’atmosfera calda e umida. Riemergo dall’altra parte, più indietro rispetto a dov’ero prima. Ma il mio nemico mi ha superato, e ora starà cercandomi chissà dove.

Riprendo a correre, e dopo l’ennesima svolta brusca vedo la salvezza. Il muro arancione, la piccola porta metallica.

Da qualche parte dentro di me trovo la forza per accelerare ancora, evocando riserve di energia che non sospettavo di avere. Digrigno i denti, sfreccio fuori dalle serre.

E un altro di loro emerge nello stesso momento, grida qualcosa di inarticolato nel vedermi. Corre anche lui verso la porta, deciso a precedermi.

No. Non ora, non quando sono così vicino.

Altri di loro cercano di rincorrermi, ma mi aspettavano all’altra uscita. Non sono un problema. Solo questo, un solo nemico. I miei occhi si fissano nei suoi. Sorride, truce. E accelera.

Ma faccio un ultimo scatto, con le gambe in fiamme e senza respirare. Raggiungo la porta, sento il metallo caldo sotto le dita.

“Un due tre, libera tutti!”, riesco a gridare, prima di crollare a terra.

 

***

 

Ci sediamo tutti, vincitori e vinti, all’ombra del grande noce, parlando della partita appena finita. Il bambino che è quasi riuscito a precedermi ha ancora un’espressione corrucciata, ma sembra che per gli altri io sia l’eroe della giornata.

“Sei grande, Orien!”, commenta Vetar, il mio migliore amico. Giocava contro di me, oggi. Ma mi dà un cinque.

“Cosa facciamo, adesso?”, chiede Semin, una delle bambine più piccole del gruppo. Come sempre, non è riuscita a partecipare del tutto ai giochi d’azione.

“Ci riposiamo”, rispondiamo in coro.

“E poi?”, chiede, insistente.

“Poi ti portiamo dal Mangiatore e ti lasciamo lì”, risponde, serissimo, Kalsin. Ha dodici anni, ed è il più grande di noi. Semin gli crede, qualunque cosa dica. La bambina sgrana gli occhi, sembra sul punto di mettersi a piangere.

Qualcuno ride. Un paio di altri bambini continuano a prenderla in giro, un terzo tenta di consolarla.

Io mi sdraio al sole, osservando le dozzine di alianti colorati che affollano il cielo. Anche i ragazzi più grandi approfittano della giornata, oggi.

Mi chiedo cosa, cosa in tutto l’universo, possa rovinare un’estate così bella.

 

***

 

 “Ciao mà! Ciao pà! Oggi…”

Mia madre sgrana gli occhi, vedendomi.

“Orien! Sei lercio! E che hai fatto a quei vestiti? Grande Jebb, è possibile che tu non riesca a evitare di sporcarti tutti i vestiti? Non sei un bambino, sei…”

Con una certa sorpresa, noto le macchie di terra ed erba che mi chiazzano la maglietta e i vestiti. Ops, penso fra me. Ma so che la mamma non se la prenderà più di tanto, in realtà, finché sporco i vestiti estivi. Seguo vagamente il suo discorso.

“… dovresti cominciare a stare attento a quello che fai, hai undici anni, ormai! Sono sicura che gli altri bambini non fanno così! Ereb, diglielo anche tu, non può… Ereb?” chiede, confusa. Sembra sgonfiarsi, quando il disinteresse di papà interrompe la sua sfuriata.

Mio padre è ancora seduto a tavola, si accarezza la corta barba sul mento. Sembra perplesso, o preoccupato, mentre legge qualcosa sul foglio elettronico che ha davanti.

“Aspetta, tesoro… sto leggendo il giornale”

Mia madre ride.

“Come al solito. E come se ci fosse mai scritto qualcosa di interessante. Che c’è, stavolta? Il vincitore dell’ultimo torneo di corsa nei sacchi del circondario?”

“Non sono le notizie locali… questa è una notizia dalla prima pagina dell’ognidove”

Vedo la mamma bloccarsi, stupita. Medito di sgattaiolare nella mia stanza, prima che si ricordi di me. Ma sono curioso di sapere cos’ha letto papà. Cos’è un ognidove?

“Da quando leggi il giornale della Repubblica?”

“Tutti i nostri quotidiani riportano l’estratto… la Repubblica l’ha diffuso ovunque potesse, pare. La notizia è confermata. Due settimane e mezzo fa, Kossal è caduta”

Kossal. La Repubblica. Tutti nomi che non mi sono nuovi. Nomi sentiti alla radio, nomi che ci sono stati mostrati sulle cartine. Ma i ricordi si confondono, non riesco a metterli a fuoco.

Mia madre, improvvisamente, sembra preoccupata.

“L’Impero ha vinto?”

“In modo piuttosto clamoroso, pare. A quando dice qui, non c’è nemmeno più una resistenza organizzata”

L’Impero.

Provo un brivido.

Questo nome sì, lo conosco bene. Il divoratore di Mondi.

“I Mondi Liberi hanno reagito?”

“Si parla già di una lega, forse con capitale Reshan, o Hathain. I delegati partiranno anche dal nostro mondo”

“Ma siamo sicuri che l’Impero intenda attaccarci?”

“A quanto leggo, una delle loro flotte è stata individuata a pochi giorni di viaggio da Tar Selen. La guerra sta per cominciare”

Rabbrividisco, sgrano gli occhi.

“Mamma, papà… la guerra arriverà anche qui?”

Ridono.

“No, stai tranquillo, piccolo. Tar Selen è lontano, e ci sono tanti mondi buoni fra noi e l’Impero. Li fermeranno. Delle persone così cattive non possono vincere sempre”. Lo dice mia mamma, in tono dolce, rassicurante.




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