Acqua Salata di Neris

Sono arrivata al campeggio nel primo pomeriggio, dopo uno stressante viaggio in treno e una lunga ma rilassante passeggiata. Il checkin è stato assurdamente lungo e noioso: ho dovuto aspettare per quasi un’ora in coda dietro a due gruppetti di persone. Giunto il mio turno, ho lasciato l’addetta controllare i miei documenti - pertanto falsi - e ho firmato qualche foglio senza neppure fare lo sforzo di leggerlo: d’altronde, questa lingua la conosco solamente parlata, non scritta, e ho usato le mie capacità telepatiche per apprenderla. Dopo un tempo relativamente breve - un’altra mezz’ora sprecata della mia vita - ho pagato e mi hanno permesso di entrare, assieme ad una guida che mi ha portato fino al mio bungalow, spiegandomi ogni cosa.
La casetta, completamente in legno, era piccola ma comoda e piuttosto accogliente... almeno secondo canoni umani. Nel minuscolo ingresso era presente un condizionatore e un televisore (a riguardo la donna mi spiegò qualcosa e io mi limitai ad annuire tutto il tempo, come se capissi perfettamente tutti i suoi sproloqui su accensione e canali). Dall’ingresso, si aprivano due porte: una portava alla mia camera da letto, l’altra verso un minuscolo bagno, dotato di doccia ma non di vasca. Al notarlo, non potei evitare di pronunciare una di quelle parolacce molto comuni su questo mondo. Mancava pure la vasca!
Mi venne quasi da piangere. Quanto mi mancavano i bei laghi di Saydan e le insenature dove riposare in pace a stretto contatto con l’acqua. Perché la mia voglia di viaggiare e vedere posti nuovi mi aveva fatto allontanare così tanto dal mio pianeta? Almeno, però, c’era il mare. Dirigendomi verso il bungalow l’avevo visto di sfuggita... magari avrei potuto dormire lì...
Appena la mia guida se ne fu andata, lasciandomi finalmente in pace dopo un’ultima occhiata ai miei capelli, avvicinai la mia unica borsa al piccolo frigorifero e la aprii. Una sfilza di bottiglie d’acqua erano il mio solo bagaglio, l’unica cosa che mi servisse per vivere... oltre che quegli inutili pezzi di carta che sulla Terra amavano molto, che mi ero procurata facilmente usando i miei poteri.
Presi una bottiglia mezza vuota e bevvi un sorso d’acqua calda, quel che mi bastava per rinvigorire la mia essenza vitale, poi aprii il frigo. L’aria fresca mi colpì dolcemente, penetrando in me e liberandomi un poco dall’intollerabile caldo di quella tiepida giornata estiva. Ritirai le bottiglie nel frigo e, con un sospiro, lo chiusi. Il caldo e il sole ritornarono ad avvolgermi soffocanti, facendomi sognare le frequenti piogge di Saydan e le fredde oscurità dei suoi boschi. E l’aria... l’aria è limpida e profumata, niente a che vedere con quella piena di smog che mi attornia. Un po’ mi dispiace - per quanto la mia natura me lo permetta - per la gente di questo mondo, costretta a respirare quest’aria così inquinata.
Mi avvicino al grande specchio appeso sulla parete a destra della porta. La mia figura si riflette leggermente distorta, permettendomi di ammirare il mio lavoro. Il mio aspetto è molto simile a quello umano, ma mantengo comunque alcune caratteristiche della mia razza. Le mie orecchie sono leggermente appuntite - niente a confronto a quelle degli elfi - con qualche pelo giallo acceso sulla punta, e spuntano leggermente tra i miei corti e spettinati capelli blu elettrico, ondulati come il mare increspato dal vento. I miei occhi, coperti da scuri occhiali da sole, sono a mala pena visibili. Una fortuna per me. Con pupille leggermente feline, i miei occhi hanno l’iride completamente gialla. Nulla di umano, ma, oltre al colore dei miei capelli e alla forma delle mie orecchie, il colore dei miei occhi è l’unica cosa che non posso modificare.
Faccio parte di una razza di trasformisti, ma non sempre noi riusciamo a prendere esattamente le sembianze degli altri esseri viventi. Il nostro problema più grande sono i colori: a noi vengono bene solo le tonalità più accese. Insomma, per chi ci conosce è facile riconoscerci. E i Cacciatori del mio mondo sono piuttosto esperti nel farlo: hanno alle spalle secoli di conoscenza e di superstizione. Gli umani della Terra, grazie al cielo, non conoscono le mie capacità, non credendo più alla magia. Per loro è come se io non esistessi o se fossi un membro della loro razza. E a me va più che bene.
Fisso imbronciata la mia corta tuta da ginnastica e i miei sandali di finta pelle. Ho voglia di entrare nell’acqua, di fare il bagno in quel mare così vicino, ma i miei abiti non sono adatti. Non che a me cambi qualcosa: gli abiti che porto sono parte di me. È solo una questione di normalità. La gente in spiaggia non credo che riterrebbe normale il fatto che io entri nell’acqua con una tuta. Avrei gli occhi tutti addosso, se io lo facessi. Cosa che io non desidero affatto.
Quasi senza sforzo, attuo la trasformazione. Il mio corpo ondeggia, la mia figura increspata come fatta d’acqua. Quando il mio corpo si stabilizza, recuperando solidità e concretezza, porto un semplice costume a due pezzi, giallo come i miei occhi. I miei piedi, nudi, poggiano sul caldo parquet. Esco rapidamente dal bungalow, senza preoccuparmi di chiudere la porta dietro di me. Dopotutto, non ho nulla che possa interessare a un possibile ladro... se non una scorta di acqua naturale non affatto pura quanto le etichette fanno pensare.
Mi incammino verso la spiaggia, seguendo un sentiero tra due lunghe siepi, i miei piedi nudi sui sassolini che cospargono il terreno. Cammino per un po’ tra i bungalow e le siepi, poi, all’improvviso, sotto i miei piedi i sassolini lasciano il posto alla sabbia della spiaggia.
Davanti a me si apre il mare.
L’acqua limpida brilla ai raggi del sole, cristallina, increspata dal soffio del forte vento fresco che spira verso la spiaggia portando verso di me nuvoli di sabbia. Il mare mi pare infinito. Strabuzzo gli occhi, sconvolta a quella visione: io provengo da un mondo di foreste e vegetazione, le più vaste superfici d’acqua sono i laghi... nulla in confronto dell’immensità del mare terrestre. Alzo gli occhi verso il cielo, limpido e azzurro. Solo qualche sparuta nuvola bianca lo interrompe,  simile a panna montata. Tre gabbiani volano tra le nuvole sopra di me, liberi nel loro elemento. In lontananza, sull’acqua, c’è qualche barca bianca senza vele e, vicino all’orizzonte coperto dalla foschia, si intravede il profilo di due isolette.
Mi incammino verso il mare, i miei piedi che affondano sulla sabbia bagnata. Adoro la sensazione della sabbia che si infila tra le mie dita, sento la sua umidità penetrare nella mia carne, entrando a far parte del cerchio del mio essere. Passo accanto ad asciugamani e ombrelloni, tra persone distese o sedute sulla sabbia. Qualcuno si volta al mio passaggio, forse attirato dal colore blu elettrico dei miei capelli che svolazzano al vento, forse dalle mie esotiche orecchie a punta.
Entro nell’acqua, che mi arriva a mala pena alle caviglie, passando accanto a un bambino di cinque o sei anni. I miei corti capelli svolazzano al vento, ondulati come il mare. Le mie orecchie leggermente appuntite sono in bella mostra, non più coperte dalla mia chioma.
“Guarda, mamma!” Urla il bimbo, stupito, indicandomi col dito grassottello. “Un elfo!”
La donna sorride, divertita dalle parole del figlio, e lo zittisce con un gesto delicato.
“Lo scusi.” Dice, rivolta a me. “È solo un bambino.” Poi lo porta via, allontanandolo da me. Sarà perché non mi disturbi o perché il mio aspetto è così soprannaturale?
Continuo a camminare, immergendomi sempre di più nell’acqua salata di questo mondo così alieno. L’acqua mi arriva alle ginocchia, poi alla vita. Sorrido, chiudendo gli occhi e gustando la sensazione delle onde del mare che mi colpiscono. Mi sento così bene a contatto con l’acqua... a contatto col mio elemento. Mi chino, immergendomi completamente. I miei capelli sguazzano a pelo dell’acqua, mentre il mio viso è in parte sommerso. Apro la bocca, inghiottendo una sorsata di quell’acqua così salata, di quell’acqua così diversa.
L’acqua tocca dolcemente la mia pelle, invogliandomi a lasciarmi andare. Quanto desidero lasciarmi sciogliere da quelle onde, come desidero abbandonarmi al liquido che mi attornia!
Il desiderio è troppo forte... non riesco a resistere.
Sento gli occhi di quel bambino fissi su di me e il suo stupore, mentre pratico la trasformazione.
Il mio corpo si muta lentamente in acqua... un’acqua che si mischia con quella del mare, con dei piccoli mulinelli. Perdo coscienza di me stessa, in una totale fusione con la natura: una fusione che nessuno degli umani che abitano questo mondo potrà mai raggiungere.

 

Creative Commons License
This opera by >Jessica Tamone (Neris) is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Condividi allo stesso modo 2.5 Italia License.
Permissions beyond the scope of this license may be available at >http://nerisgraphic.forumfree.net/?t=39678939.




      Bookmark and Share




Inserisci il codice mostrato sotto:
Nota: Puoi inserire una recensione, un voto o entrambi.

Voci nel Vento è online dal 30/05/2009. Le Storie, le Serie, le Fan Art, le Fan Fiction e tutto ciò che troverete, appartengono ai rispettivi autori. Qualsiasi utilizzo va concordato con loro. Il materiale presente nel sito non può essere riprodotto in nessuna forma senza il consenso del proprietario.
Nessuna storia è stata pubblicata con fini di lucro, né intende infrangere alcuna legge su diritti di pubblicazione e copyright.
Il sito declina ogni responsabilità sui contenuti presenti.

Spread Firefox Affiliate Button   Use OpenOffice.org