Il Tramonto di Neris

La luce mi avvolge, rossa come è solo quando stanno per calare le tenebre. Alzo gli occhi al cielo, lasciandomi cullare dal dolce venticello che soffia attorno a me. I miei corti capelli rossi svolazzano alla leggera brezza che colpisce la spiaggia, le mie orecchie leggermente a punta ben visibili tra le ciocche disordinate. La sabbia rossastra si muove sotto le dita delle mie mani, posate sul terreno sul quale sono seduto, e si infila nei miei vestiti. Una parte di me si vorrebbe alzare per potersi scrollare di dosso tutti quei granelli che sento ovunque sulla mia pelle, pure sul viso. Ma non lo faccio: è come se tutta la mia determinazione sia stata spazzata via dalla visione di quel tramonto che simboleggia ciò che sono e ciò che non sono, la strada che sto lasciando e quella che sto per imboccare. Rimango a contemplare il cielo che si arrossa sempre di più, ascoltando il fruscio delle onde del mare a me così vicino, un rumore che da sconosciuto mi sta divenendo sempre più famigliare. Due uccelli volano bassi, in cerchio, come alla ricerca di qualcosa. Il sole è così rosso da sembrarmi irreale, rosso come il sangue che ribollisce nelle mie vene. Lo fisso, sperando di sentire qualcosa, quel canto, quelle sensazioni, quell’amore che percepiscono i miei fratelli. Niente. Per me rimane solo un sole, nessuna melodia riempie il vuoto del mio cuore. Le lacrime cominciano a scorrermi per le guancie, appannando il mio sguardo, e bagnando la semplice maglietta marrone che indosso e il gioiello che porto al collo. Una pietra a forma di lacrima, rossa come il fuoco che io non sento in me. Chiudo il pugno su quel ciondolo con un gesto rabbioso, la vaga intenzione di strapparmelo di dosso. Vorrei  gettarlo in quel mare spumeggiante, in modo da liberarmi di quel peso che tanto mi opprime. Potrei essere libero - ora, in questo preciso istante - basterebbe un gesto e potrei tornare a casa, tra i verdi boschi che tanto amo, tra i miei più cari amici. Ma, se lo facessi, vedrei il dolore nel volto di mia madre, la sua delusione e la sua compassione. Mi capirebbe, lo so, e non mi rimprovererebbe. Però il suo rammarico rimarrebbe nel suo cuore, mai espresso ma sempre presente. Ogni volta che io mi presentassi ai suoi occhi, lei rivedrebbe mio padre e soffrirebbe nuovamente come il giorno in cui le fu così assurdamente strappato dalla vita, il giorno in cui, per salvare un’amica, lui si è sacrificato. Rivivrebbe il momento in cui ha ricevuto quell’orribile notizia e, silenziosa, mi accuserebbe di non aver seguito i suoi passi, sacrificandomi per questo popolo così diverso che mi vede come una creatura esotica - un mezzosangue che non avrebbe mai dovuto nascere - ma che ha un assoluto bisogno di me.
Il mio sguardo ricade sul mare, sulla sua superficie increspata dal vento, sui suoi riflessi rossi come il sangue, e non posso fare a meno di rabbrividire, ricordandomi inquieto il nome di quello specchio d’acqua: Mare di Sangue. Mi perdo nel gioco di luce che il sole fa sull’acqua, sentendo il mio sangue, la mia vita e la mia libertà scorrere via, allontanandosi da me, intrappolati nei vortici del destino. Mentre i minuti passano, l’oscurità si infittisce, il sole che scende sempre di più all’orizzonte. Il mio sguardo rimane fisso sugli ultimi raggi luminosi, fino a quando anche l’ultimo sparisce al di là di una montagna lontana. Rimango fermo ancora per poco, poi, nel buio più fondo, mi alzo, la tristezza che mi opprime il cuore. “Addio giorno.” Sussurro, la mia mente ingombra dal ricordo degli alberi e della pace della natura, una parte della mia vita che non potrò mai dimenticare. “È giunta l’ora della notte.”

 

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