Ma noi siamo gli dei di Neris

Note dell'Autore sul Capitolo
L'ho messa anche in Fan Fiction perché c'è un accenno al Talamasca della Rice. ^^

«Ma non possiamo essere tutti dei» protestò Alfred, confuso.
«Non vedo perché no» sbuffò Zifnab. «Sarebbe una cosa fantastica. Ci farebbe pensare due volte a ciò che facciamo. Ma se non ti piace questo modo di vedere le cose, pensa a te stesso come a una goccia in un oceano.»

Margaret Weis & Tracy Hickman - La Settima porta

 

 

Kim.
Anche solo il suo nome mi fa imbestialire.
Finalmente avevo trovato la città che faceva per me, il luogo dove mi sentivo a mio agio come mai era successo nei secoli passati. Ero felice, lì, per quanto la mia natura me lo permettesse. Adoravo camminare tra gli umani, mischiarmi a loro come se non fossi stata altro che la giovane proprietaria del teatro cittadino. Mi piaceva ascoltare i loro pensieri, scoprire le loro priorità, i loro desideri, le loro speranze... E sognare di essere come loro.
Poi ho rovinato tutto.
Ho rischiato di ucciderla.
Di uccidere l’unico essere umano a cui mi sento davvero legata, l’unica persona che io ho mai considerato come una figlia, l’unica a cui vorrei donare questa mia vita dannata. L’unica che mi ha tradito.
Perché mi sento così male al pensarlo? Perché non la vado a cercare ora, per toglierle quella vita che, anni fa, le ho salvato? Mi ha tradita, mi ha venduta al Talamasca. Ora, quell’associazione sa tutto quel che c’è da sapere sulla mia vita. E lei è uno dei suoi membri.
Perché non la odio come odio il mio creatore? Perché il solo pensar di fargli male mi fa soffrire? Che sia un tipo corrotto di istinto materno? D’altronde, lei è mia figlia, almeno legalmente. Innamorandomi di lei, della bambina che avevo trovato una notte mezza assiderata, ho fatto la pazzia di renderla mia figlia a tutti gli effetti, tranne che per uno... non è un vampiro. Forse non è troppo tardi per vivere la vita che Arawn mi ha strappato, per essere una madre, per vedere crescere la mia bambina... Mi basterebbe tornare da lei, chiederle perdono e perdonarla. Basterebbe poco per avere una parvenza di normalità. Se non fosse per ciò che la sete mi porta a fare.
Sento che mi brucia. Camminando tra la gente, in questa strada notturna, sento l’istinto ad azzannare il primo che passa, di bere il suo sangue. Sangue che pulsa forte nelle loro vene e di cui sento l’aroma irresistibile. Basterebbe così poco per lasciarmi andare. Basterebbe che io mi distraessi, che la mia parte cosciente smettesse di frenare il mio corpo, e ucciderei un innocente. Magari il bambino che mi passa vicino saltellando proprio in questo momento, rincorso da una madre preoccupata. È da troppo tempo che non mi nutro... una settimana. Irrealizzabile per un neo-vampiro, ma possibile - anche se tremendamente difficile - per una millenaria come me.
Mi allontano dalla gente. È troppo difficile restare qui.
Mi devo nutrire.

Sento l’eccitazione della caccia. La preda l’ho già trovata: uno dei tanti delinquenti di questo paese. Sono abbastanza antica da ritenere incivile uccidere degli innocenti. Troppi sono i sensi di colpa. Ma quando si parla di malviventi non mi faccio troppi problemi. Scelgo la gente che sta organizzando un omicidio, una violenza sessuale, un rapimento... Credo che siano molte le persone ancora vive grazie al mio intervento: ragazze che dovevano essere violate nel più profondo, uomini che dovevano essere assassinati per i motivi più banali. Ma questo non mi fa sentire più pura. Non mi sento un angelo vendicatore o un dio della morte... quella parte della mia vita è passata e non potrà più tornare. Per troppi secoli mi son creduta una dea e mi son comportata come tale. Ora è il tempo del pentimento e della sofferenza. Il tempo dell’eterna dannazione.
Giro per i vicoli bui, scegliendoli come a caso, ma in realtà avvicinandomi sempre più al luogo dove so essere la mia vittima. Posso percepire la sua presenza, sentire i suoi pensieri, e immaginare il dolce sapore del suo sangue. Potrei volare fino da lui e in un attimo sarebbe mio, in pochi istanti sarebbe morto. Ma preferisco camminare, rallentando volutamente il mio passo per adeguarlo a quello di una comune umana. Credo che sia il mio unico modo per rimandare l’inevitabile, il momento in cui troncherò per l’ennesima volta una vita.
Mentre mi avvicino sempre di più, mi tengo istintivamente controvento. Sono a pochi metri da lui, tanto che sento già il suo odore pungente. L’odore del sangue, l’odore della vita. Percepisco anche un’altra presenza: una ragazzina, spaesata, terrorizzata. Si è persa tra quei vicoli. Lui le si avvicina. La posso vedere attraverso ai suoi occhi: poco più di una bambina, carina, che si guarda attorno alla ricerca della via che ha perso, l’inutile cartina stretta tra le sue mani. È una tentazione. E lui non è il tipo da resistere alla tentazioni...
E posso vedere lui dagli occhi della ragazzina, ora che si è accorta di non essere sola. Un lampo di sollievo, poi il terrore più puro. Ha capito.
Poi... un urlo. La bambina piange. Mi immobilizzo, mentre sento la vita dell’uomo spegnersi improvvisamente. Poi sento il suo odore... l’odore della morte, ma di una morte così antica da essere quasi impercettibile a un essere umano. Un vampiro. Un vampiro che si è preso la mia preda. Un vampiro antico, proprio come me.
Apro la bocca di qualche centimetro, come in un ringhio silenzioso, mostrando i miei canini acuminati. Quella era la mia preda. La MIA! Ma la rabbia viene immediatamente scacciata dalla costernazione: non ho percepito la sua presenza. Non sento la sua mente. Per me è chiusa, anzi... sigillata. Una cosa è percepire una mente protetta dalle influenze esterne, una mente come la mia o come quella di un membro del Talamasca. Un’altra è non sentire niente. Nulla, tranne che il suo odore. Un odore familiare, familiare quanto la sensazione di vuoto. Familiare come la morte.
Arawn.
Il mio creatore.

Niente.
Non sento nulla dentro di me.
È come se trattenessi il fiato.
Ma è la mia mente ad essere vuota, non i miei polmoni.
Nessun pensiero, nessun’emozione.
Solo il suo odore.

Un’ondata d’odio.
Profondo.
Radicato nella mia anima.

E un'altra di amore.
Un amore forte quanto l’odio, se non di più.

Arawn.

“Arawn.”
Un sussurro, nulla di più, ma basta ad attirare la sua attenzione. Attraverso la mente della ragazzina, lo vedo volgersi verso di me, verso l’oscura stradina serpeggiante che mi circonda. Poi lo vedo sparire.
So di avere pochi centesimi di secondo. Potrei andarmene, come ho già fatto una volta. Lui non riuscirebbe a seguirmi. Ma il momento passa e lui appare davanti a me.
Selvaggio.
Bellissimo.
La sua pelle innaturalmente pallida è leggermente rosata, segno del sangue che scorre nelle sue vene. I suoi capelli, lisci e candidi come la neve, gli arrivano alla vita. I suoi occhi, due fiamme ghiacciate, mi fissano intensamente, tanto che il mio sguardo rischia di perdersi nelle loro profondità azzurre. Ma so che deve capitare anche a lui con me. Siamo antichi e questo ne è segno.
I suoi abiti sono semplici: neri, di taglio antico.
Il nero... il colore della notte, il colore della morte. Ma per me e lui, è il colore della vita, del grembo della Madre, della fonte di ogni crescita. Nella mitologia celtica è il bianco che simboleggia l’annientamento. Il bianco come quello dei suoi capelli.
“Salicogenna.” Le sue labbra si muovono a malapena mentre pronuncia quel nome. Un nome che non uso più da almeno un millennio. Un nome che, pronunciato da lui, si anima di vita e di dolcezza. “Mia figlia e sposa.” Un ‘mia’ un po’ troppo pronunciato per i miei gusti. Un ‘mia’ che simboleggia la sua concezione di possesso. Ma anche mille altre cose.
“Ora mi chiamo Neris.” Rispondo, i pensieri confusi, cercando di allontanare da me le mille sensazioni che sentire il mio nome da lui pronunciato ha suscitato in me.

“Neris.” Detto da lui, sembra un termine vuoto, morto. Come lui vuole, d’altronde. “Perché, figlia del salice? Cos’ha questo nome di così speciale?”
Non mi ricorda te. Questa è la risposta che mi sale alle labbra, ma io la scaccio furiosamente. “Che ti importa?” Sibilo invece. Una frase molto moderna, forse troppo.
La sua risata cristallina riempie l’aria attorno a me, superando le mie difese. Vorrei abbracciarlo, baciarlo, supplicarlo di riprendermi con sé.
Mi volto, allontanandomi da lui di un passo. Non sono in grado di fare di più. Il mio cuore - morto da millenni - duole al solo pensiero di staccarmi da lui.
“Neris è un nome, nulla più.” Sussurra lui. “È un nome che rispecchia questa era, pallida e vuota, e il tuo assurdo rancore verso me. Salicogenna è il tuo nome di mortale, un nome che ricorda la tua antica dolcezza e fragilità. Ma nessuno dei due è il tuo vero nome.” So dove vuole andare a parare, lo so fin troppo bene. Vorrei tapparmi le orecchie con le mani, gridare così forte da coprire le sue parole, insultarlo, allontanarlo. Ma mi sento come immobilizzata. “Tu sei Rhiannon, la Grande Madre, la dea dell’universo. E io sono il tuo sposo. Arawn. Il signore dell’Annwn. Il padrone dei cani della Madre. La morte.” Fa una pausa, quasi sfidandomi ad interromperlo. “Il dio.”
“Smettila!” Urlo, un poco isterica, gettandomi contro di lui. “Piantala di usare i loro nomi! Piantala di sfidare gli dei!” Le sue mani mi afferrano i polsi, immobilizzandomi. So che potrei liberarmi facilmente dalla sua stretta. Non è molto più forte di me. Ma non ci riesco.
Sentirlo così vicino, essere immersa nel suo odore inebriante, mi fa perdere la concentrazione. Mi ritrovo a fissarlo, seguendo la linea perfetta del suo volto: i suoi occhi, il suo naso, la sua bocca...
Avvicina il suo viso al mio, quasi impercettibilmente. Sento le sue labbra fredde premere sulle mie, proprio come una volta, quando tutto era semplice e nuovo. Attorno a me la città scompare. Ora mi trovo in un bosco, in un altro luogo, in un’altra era. La luce della luna piena illumina la notte, circondata da un velo rosso. Un segnale di avvertimento. Il segnale di un vicino spargimento di sangue.
Le sue labbra si staccano dalle mie, posandosi sul mio collo: proprio sopra i segni che, più di duemila anni fa, i suoi canini mi hanno provocato. Poi la sua bocca arriva a un pelo dal mio orecchio.
“Ma noi siamo gli dei.”

 

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