Dono d'Ali di wasmehr

Note dell'Autore sul Capitolo
con questo racconto ho partecipato a un concorso, che non ho vinto :P probabilmente adesso tenterei di scriverla in modo un po' meno pesante, però la trama continua a piacermi ^_^
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L’eternità non si calcola in giorni, ore o minuti. Non bastano mesi, anni o secoli.

Non ho idea di quanto tempo abbia trascorso prigioniera degli Anmoch.
Lacci di pura tenebra mi stringevano i polsi dietro la schiena e una benda dello stesso, impalpabile eppure impenetrabile materiale mi copriva gli occhi.
Avevo imparato a non temere il buio, né le voci che mi si muovevano attorno, sempre diverse e sempre senza volto.
I miei pensieri non avevano più un sentiero da seguire e si perdevano irrimediabilmente tra i ricordi.
Ero stata felice, fino al giorno in cui gli Anmoch non avevano deciso di attaccarmi, per rapire il mio protetto.

* * * * *

Sono cresciuta, come tutti i bambini, al Parco dell’Infanzia: un luogo fuori dallo spazio e dal tempo, di un infinito bianco, dove i piccoli venivano custoditi fino al momento in cui si fosse in loro chiaramente distinto un elemento, che ne determinasse la stirpe di appartenenza.
Era semplice: un giorno ci si svegliava Lasair, o Anmoch.
Carnagione pallida, capelli biondi e candide, morbide ali per i Lasair.
Pelle ambrata, occhi e capigliatura di un profondissimo nero e ali dello stesso colore, tanto sottili quanto ampie per gli Anmoch.
C’erano Guardiani, di entrambe le razze, che si affaccendavano attorno a noi, pronti a reclamare chiunque, tra i piccoli, mostrasse di appartenere al loro popolo.
Nessuno di noi bambini aveva preferenze: non sapevamo nulla di quel che accadeva fuori da lì e personalmente non ero interessata a capire il perché dell’eterno astio esistente tra Lasair e Anmoch.
Il giorno in cui scoprii bianche piume appena spuntate sulla mia schiena, piansi.
Non volevo lasciare quel posto, non volevo separarmi dai miei amici. In particolare, mi faceva soffrire il pensiero di dover abbandonare, forse per sempre, il mio migliore amico: Sankari. In lui non si era ancora manifestato alcun segno distintivo e sarebbe quindi rimasto al Parco.
Non sapevamo se ci saremmo mai più rivisti: lui avrebbe potuto rivelarsi un Anmoch e i due popoli vivevano separati, non avevano alcun contatto.
“Tornerò a prenderti, ovunque tu sia!”, mi promise nel momento dell’addio.
Una promessa da bambini. Così la giudicai all’epoca.

Il luogo in cui mi ritrovai a vivere con i Lasair riuscì a farmi dimenticare la malinconia: era bellissimo!
Sterminati prati di un verde sempre tenero erano punteggiati da fiori di tutti i colori, sorvolati dalle farfalle più delicate e leggiadre che sia possibile immaginare. Suoni dolcissimi accompagnavano ogni attimo, acqua fresca sgorgava ogni volta che se ne avvertiva la necessità.
Imparai a utilizzare le mie nuove ali e giunse il momento in cui venni nominata Guardiana.
Assunsi l’incarico con trepidazione e orgoglio e quali non furono la mia sorpresa e la mia gioia, nello scoprire che il fanciullo assegnatomi era Sankari!
Cosa alquanto curiosa: nonostante si trovasse al Parco da tempo immemore, in lui non si era ancora manifestato alcun tratto distintivo.
Aveva visto più e più volte i suoi compagni assumere le sembianze cangianti dei Lasair, o quelle tenebrose degli Anmoch; aveva salutato più amici di quanto gli fosse possibile ricordare; aveva cambiato custode un discreto numero di volte… Eppure era ancora lì, a sopravvivere nell’indecisione della propria natura.
La contentezza che mostrò quando venne a conoscenza del fatto che sarei stata la sua Guardiana mi donò una felicità, che non ricordavo di aver mai sperimentato prima.

Essere insieme era la cosa più bella e più importante per entrambi.
Gli raccontavo dei luoghi meravigliosi, che si trovavano nel territorio dei Lasair, o ascoltavo lui, che ripeteva quel che aveva imparato da alcuni suoi precedenti guardiani.
Adoravo il suono della sua voce e non mi stancavo mai di quelle storie, ma rabbrividivo apprendendo delle cupe caverne, delle fiamme rosse, gialle e incandescenti, che bruciavano senza sosta illuminando in maniera scomposta l’oscurità densa che avvolgeva l’intero regno Anmoch.
Prendemmo l’abitudine di passeggiare nelle immediate vicinanze del Parco dell’Infanzia: non era permesso, solitamente, ma la situazione di Sankari era singolare e i Guardiani Superiori avevano accettato di concederci questo piccolo privilegio.
La zona circostante il Parco era morbida e celeste: niente a che vedere con gli infiniti prati dei Lasair o le oscure profondità degli Anmoch. Era, per così dire, una terra di nessuno, ma per noi era comunque piacevole posare lo sguardo su qualcosa di diverso dal biancore insistente al quale si era costretti all’interno.

Nella mia ingenuità, non avevo previsto il piano ordito da alcuni tra i più anziani Anmoch a riguardo di Sankari. Mi colse, così, totalmente impreparata il loro attacco.
Un giorno come un altro, uno di una interminabile serie, la luce azzurra nella quale mi trovavo, come di consueto, a chiacchierare con il mio protetto fu improvvisamente oscurata da una grigia foschia.
Incuriositi dall’insolito evento, entrambi alzammo gli occhi, cercando di capire quale fosse l’origine della perturbazione. Quando mi resi conto che si trattava di una massiccia formazione di Anmoch, che ci veniva incontro con aria minacciosa, per un istante non seppi come reagire. Sbarrai gli occhi e il mio cuore perse un battito.
Un rapido sguardo attorno mi confermò quello che già sapevo: ero totalmente sola.
Feci allora l’unica cosa che mi parve possibile in quell’attimo: tentai la fuga, sollevando Sankari e spiccando il volo, riparata da un sottile velo di luminosità.
I miei avversari erano tanti, tantissimi. Semplicemente: erano troppi per me.
I loro lacci di tenebra mi raggiunsero e mi si aggrovigliarono alle ali, squarciando la debole luce che circondava il mio corpo.
Alcuni di loro volavano intorno a me, come impazziti, gridando parole incomprensibili con orribili voci storpiate.
Mi resi infine conto di precipitare, lasciando cadere Sankari.
Con un grido di rabbia e impotenza, assistetti al suo salvataggio da parte di alcuni Anmoch, che lo portarono via, lontano da me.
Altri di loro, incuranti delle mie urla, mi catturarono e mi tolsero la libertà.

Da quel giorno vissi in una delle caverne Anmoch più profonde e buie, in totale solitudine, accompagnata solo dal ricordo del mio fallimento.
Dai loro racconti smozzicati, ero riuscita a capire cosa li avesse spinti ad attaccare me per rapire Sankari.
Il mio protetto era unico: nessuno mai prima di lui era rimasto tanto a lungo nel Parco dell’Infanzia, senza mostrare caratteristiche che lo designassero quale Lasair o Anmoch. Sembrava possibile che si trattasse dell’unico caso in cui una creatura non fosse costretta a sottomettersi al proprio destino. La possibilità di scegliere non era mai stata data ad alcuno e questo rendeva Sankari speciale e, dal loro punto di vista, desiderabile.
Lo avevano condotto nel loro mondo, ne avevano fatto il loro capo, erano riusciti infine a piegare le sue sembianze e a renderlo un Anmoch.
Quanto soffrii, scoprendo tutto questo! Domande oziose accompagnavano lo scorrere delle mie lacrime: come ha potuto scegliere di unirsi a coloro che ci hanno separato? Come ha potuto scordarsi di me?
Ogni ora trascorreva sempre uguale a se stessa, senza portare risposte ai miei dubbi e lasciando il mio cuore sempre più arido e povero.

Per la prima volta, uno dei due popoli stava tentando di sopraffare l’altro: gli Anmoch, guidati da Sankari, assaltavano regolarmente il regno dei Lasair, compiendo stragi e diffondendo tenebra e fuoco al loro passaggio.
Sapevo tutto questo, ma l’oscurità che mi teneva prigioniera negli abissi della loro terra mi impediva di intervenire. Al tempo stesso, il buio che mi era sceso nell’anima mi rendeva momento dopo momento sempre più indifferente e apatica.

* * * * *

Il suono della sua voce mi colpì, come una freccia nel cuore.
Stava ridendo di gusto, raccontando dell’ultima impresa appena conclusa ai danni dei Lasair.
Fremetti, mentre sentimenti contrastanti mi assalivano insieme a ricordi, che emergevano prepotentemente dalle profondità della mia memoria.

D’improvviso, la sua risata si congelò ed ebbi la sensazione quasi fisica di decine di paia di occhi posati su di me.
“Cosa ci fa lei, qua?”, domandò Sankari con voce tonante.
Flebilmente, qualcuno dette una breve e poco convincente spiegazione.
I miei occhi erano ancora coperti: non potevo scorgere nulla di quel che mi stava accadendo intorno.
I suoni che arrivavano alle mie orecchie, tuttavia, mi suggerivano alquanto inequivocabilmente che Sankari fosse molto adirato e che gli altri Anmoch si trovassero in evidente difficoltà nel fornirgli una motivazione valida riguardo la mia presenza nel loro regno.
Improvvise esplosioni e grida di terrore mi fecero sussultare e tremare, fino al momento in cui mi sentii afferrare saldamente e sollevare.
Vorticando, mi resi conto di salire e salire, in mezzo a rumori assordanti e urla strazianti. Il calore, che mi raggiungeva di tanto in tanto riusciva a farmi avvampare e fu un sollievo quando, dopo un’ascesa interminabile, colui che mi stava trasportando si fermò e la mia pelle riuscì a godere dell’improvvisa frescura e dell’aria frizzante.

Mani gentili sciolsero i legami di tenebra, che mi avevano tenuto i polsi imprigionati fino a quel momento e subito dopo, con un tocco delicato, fecero cadere la benda, che mi impediva di vedere.
Un attimo più tardi, mi ritrovai a fissare un volto sconosciuto, dalla pelle ambrata e ferita. Tristi iridi nere tentavano di affondare nel celeste dei miei occhi e finalmente la familiare voce di Sankari mi raggiunse:
“Mi hanno detto che mi avevi abbandonato. Ho creduto alle loro parole e ho continuato a vivere con l’unico scopo di far pagare al tuo popolo la tua fuga di quel giorno. Non è stata che una menzogna e tutto quello che ho compiuto da allora nient’altro che un vano tentativo di vendetta.”
Il suo sguardo scivolò dal mio e gli risollevai il viso con una carezza gentile.
“Sei tornato a prendermi, come mi avevi promesso!”, osservai sorridendo.
Chiuse gli occhi, sospirando e tenendo la mia mano premuta contro la propria guancia.
“Posso ricondurti a casa, ora”, concluse sottovoce.
“Io voglio restare con te!”, esclamai immediatamente.
Tornò a guardarmi, scuotendo debolmente la testa:
“Non ho più un posto dove andare. I Lasair non mi accetteranno mai. D’altronde, ho distrutto mezzo regno e sterminato una quantità di Anmoch, fuggendo con te. Non posso tornare nemmeno lì.”
“Allora voliamo altrove, lontano, non importa dove!”
Sorrise amaramente:
“Non sai quello che stai dicendo! Non buttare via per me quello che hai: non ne vale la pena!”
Insistetti, decisa:
“Non andrò da nessuna parte, senza di te. C’è un’unica cosa che voglio: stare insieme a te!”
“Dopo tutto quello che è successo?”, mormorò incredulo.
Rimasi in silenzio, fissando i miei occhi nei suoi, tanto che sembravano pronti a fondersi insieme, in un unico sguardo.
“Sia!”, concesse infine.

Ci prendemmo per mano e spiccammo il volo. Attraversammo spazi immensi, tra buio e luce, tra stelle e ignoti corpi celesti. Quando infine decidemmo di fermarci, il tempo della nostra separazione era talmente lontano nei ricordi da sembrare un sogno. Le uniche cose reali erano le nostre dita intrecciate e i nostri respiri fusi in uno solo.

Oggi guardo il mondo che abbiamo creato: c’è il verde del regno dei Lasair, l’azzurro che ha accompagnato tante nostre chiacchierate, il nero degli Anmoch.
La luce che accompagnava me ora sorveglia le giornate, lasciando ogni notte il posto alla tenebra, che a lungo ha tenuto avvolto Sankari.
C’è la frescura dei cieli della mia terra e c’è il calore delle fiamme, che bruciano e portano il marchio degli Anmoch.
Posso vedere i nostri figli vivere la propria vita, sempre combattuti tra il bene e il male, ma sempre e comunque liberi di scegliere il proprio destino.
Un giorno, forse, doneremo loro le ali.





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