Vampiria on Ice di wasmehr

Note dell'Autore sul Capitolo
racconto scritto di getto durante le vacanze di natale '08 (non che c'entri...) e ascoltando "I Wish I Had An Angel" by Nightwish :D
Vampiria on Ice


“Ci siamo!”, pensò Adam fremendo di impazienza.
Fece scorrere rapido lo sguardo sul pubblico presente: qualche flash, il solito chiasso, radi applausi e un paio di fischi.
Lanciò un’occhiata a Kathrina, intenta a soffiarsi sulle mani per scaldarsi. Sorrise tra sé: inutile. Erano all’interno di un imponente stadio sul ghiaccio, a due passi dalla pista. Un uomo guidava una Zamboni gialla, occupato a lisciare la lastra bianca, quasi azzurrognola, sulla quale i contendenti si sarebbero presto sfidati.
Abbracciò con un’ulteriore occhiata le varie coppie. Era evidente l’ansia di ognuno dei partecipanti alla gara. Ancora si stupiva di come fosse stato macchinoso, e allo stesso tempo semplice, arrivare a quel giorno. Una volta lasciata libera l’immaginazione, tutto gli era parso possibile e nessuno era più sorpreso di lui, in quel momento, nel constatare che la manifestazione più assurda di cui avesse mai sentito parlare stesse realmente avendo luogo.
Di nuovo fremette e accarezzò con lo sguardo il collo di Kathrina, passandosi involontariamente la lingua sulle labbra.
Tornando a osservare la pista gli sfilarono davanti, come in un film dalle immagini distorte, gli ultimi venticinque anni. Se tutto andava bene, quella sera il capitolo si sarebbe finalmente concluso.
Si massaggiò le mani nervosamente, tentando di nasconderne il tremito: ripensare a quello che Quentin gli aveva fatto gli faceva sempre ribollire il sangue. Quentin, poi! Proprio lui, che era stato il suo padrino, la sua guida, il suo migliore amico!
Lo aveva conosciuto a vent’anni... Come era diverso il mondo, allora! Quanto tempo era passato, quanti anni? Sollevò le spalle: cosa importava? Come gli aveva donato l’eternità, Quentin aveva voluto riprendersela e lo aveva condannato a un supplizio che durava ormai da un quarto di secolo.
Adam osservò ancora Kathrina, posando occhi avidi sulla pelle candida della ragazza, intenta a stringersi un pattino. Sì, avrebbe funzionato. Doveva funzionare! Non ne poteva più di vivere così, era peggio che essere morto!
Le luci presero a danzare sulla pista, illuminandola di rossi e verdi soffusi e la musica partì all’improvviso, forte e decisa.
La prima coppia di partecipanti fece il primo giro tenendosi abbracciata e salutando il pubblico con la mano libera, sorridendo e gridando ciao!
Adam provò a osservarli con occhio critico e arricciò il naso: i costumi che indossavano non erano particolarmente originali, ma i due pattinavano con molta scioltezza.
Kathrina era aggrappata alla balaustra, stringendo il bordo in maniera tanto convulsa da farsi diventare la mani bianche. La sfiorò con una delle sue e le lanciò un sorriso d’incoraggiamento, a cui lei rispose con gratitudine prima di tornare a osservare i pattinatori.
Adam prese un respiro profondo e chiuse gli occhi, lievemente infastidito dal volume alto della musica e dal vociare della folla.

Si sentì precipitare in un attimo a un lontanissimo 17 febbraio.
Faceva freddo anche quel giorno e lui non si sentiva affatto bene. Si era stretto la sciarpa attorno al collo, ma il gelo sembrava trafiggerlo, incurante degli strati di lana che si era buttato addosso prima di uscire di casa.
Era da poco calata la sera e le fioche luci dei lampioni tremolavano giallognole, faticando a superare il denso strato di nebbia umida che avvolgeva la città.
Un accesso di tosse lo aveva costretto a fermarsi e ad appoggiarsi all’angolo di una sudicia strada per non cadere. Le gambe gli tremavano, persino lo sforzo di reggersi in piedi sembrava insostenibile. Quando finalmente era riuscito a imporre di nuovo un ritmo alla propria respirazione, aveva allontanato dalla bocca una mano schizzata di sangue, che aveva ficcato in tasca rabbiosamente.
Si era abbandonato contro la fredda parete di mattoni, stringendosi le braccia attorno al corpo e chiudendo gli occhi per tentare di riacquistare le forze. Sentiva le gocce di sudore ghiacciarglisi sulla fronte e per un istante gli era parso che il mondo vorticasse attorno a lui. Aveva riaperto gli occhi: non poteva fermarsi, altrimenti sarebbe morto di freddo lì per strada. La grande città non era molto ospitale, specie con quelli come lui: stranieri, soli e malati. Era tutto annebbiato, non riusciva a mettere a fuoco nemmeno un’immagine e avanzava barcollando, tenendo una mano sul muro. Scorgeva alcune persone che camminavano leste intorno a lui, poteva intuirne i volti che esprimevano disapprovazione e avrebbe voluto urlare loro qualcosa, ma non aveva più forze. Concentrandosi a fondo, riusciva a malapena a mettere un piede davanti all’altro. Poi tutto si era fatto buio e silenzioso.

Il suono acuto di una sirena lo riportò al presente: la prima coppia aveva terminato la propria esibizione e stava completando il giro di saluti prima di uscire dalla pista e lasciare il posto alla successiva. Non li aveva osservati e non intendeva perdere tempo a guardare gli altri: la serata per lui aveva un unico obiettivo e né la gara, né una vittoria o una sconfitta avevano alcun significato per lui. C’era una sola cosa che contava: Kathrina. Si voltò a osservarne il profilo, mentre la ragazza si mordeva il labbro per il nervosismo. Aveva raccolto i lunghi capelli neri in una pettinatura molto elaborata, della quale non riusciva proprio a cogliere i dettagli, ma che contribuiva ad addolcirne l’aspetto.
Sentendosi osservata, la giovane lo guardò e sorrise. Adam si fermò un solo istante sugli occhi verdi di lei, passando immediatamente a studiarne i denti che si intravedevano tra le labbra dischiuse.
La musica riprese e una seconda coppia sfrecciò in pista, pronta per la prova.
Kathrina tornò a seguire la gara concentrata e Adam si abbandonò ancora una volta ai ricordi.

Si era risvegliato in un ambiente per nulla familiare. Si sentiva debolissimo, ma il tepore delle coperte nelle quali era avvolto lo rinfrancava. Mettendosi a sedere, si era guardato intorno: si trovava in un’ampia stanza illuminata da numerose candele. Pesanti tendaggi coprivano le finestre, che interrompevano a intervalli regolari le alte pareti. Il soffitto era decorato, anche se la penombra non gli consentiva di vedere con quali fregi. A parte il letto nel quale aveva riposato, non c’era molto altro: una lunga credenza di legno scuro e un caminetto dove ardevano poche braci quasi esaurite.
Aveva scostato con un gesto le coperte e posato a terra i piedi nudi, quando una voce lo aveva fatto sussultare.
“Non credo tu possa camminare.”
Dall’ombra era emerso un uomo alto, sottile, vestito molto elegantemente. Aveva lineamenti affilati, occhi vivaci e uno strano sorriso sulle labbra.
“Chi sei? Dove sono?”, aveva domandato a fatica.
L’uomo gli si era avvicinato in silenzio, andandosi a sedere sul bordo del letto. Gli aveva accarezzato delicatamente il mento con un dito, mostrandogli poi che era rimasto sporco di sangue.
“Tisi, vero?”, aveva domandato con noncuranza.
Adam non aveva risposto e lo sconosciuto aveva sorriso di nuovo.
“A me non importa”, aveva commentato, portandosi il dito alle labbra e leccandone via il sangue, “Tu, però, non vivrai a lungo.”
Adam era rimasto in silenzio, avvertendo un nodo stringergli la gola in maniera insopportabile. Era vero: sarebbe presto morto, probabilmente soffrendo e senza dubbio solo. Aveva distolto lo sguardo, prima di mettersi a piangere di fronte a uno sconosciuto.
“Io posso aiutarti”, aveva sussurrato a quel punto l’uomo seduto sul letto.
Adam si era voltato a guardarlo: i suoi occhi erano chiari, chiarissimi, ma sul bordo esterno dell’iride c’era una striscia molto più scura. Era rimasto a osservarli, finché era riuscito a definire il dettaglio che li rendeva tanto particolari, addirittura impossibili: la parte esterna ruotava lentamente in una direzione, mentre l’azzurro glaciale che circondava la pupilla ruotava in senso opposto.
L’uomo aveva allargato il proprio sorriso e ad Adam il cuore si era quasi fermato per la sorpresa: i canini sporgevano dalle labbra, bianchi e slanciati come picchi di una montagna.
“Tu, tu...”, aveva balbettato.
“Io posso donarti la vita”, aveva affermato con decisione l’uomo.
“Oppure...”, aveva aggiunto avvicinandoglisi e aggrottando le sopracciglia minacciosamente, “Posso accelerare la tua morte”, aveva sibilato con voce roca.

Di nuovo la sirena si intromise nei suoi ricordi e lo costrinse a riemergere nel presente.
Anche la seconda coppia si stava allontanando dalla pista e i “numero tre” della serata si accingevano ad affrontare il proprio turno.
Adam volse intorno uno sguardo annoiato, mentre la musica ripartiva e le luci seguivano il ragazzo e la ragazza che piroettavano sul ghiaccio.
Kathrina gli stava dicendo qualcosa con tono eccitato e lui annuì sorridendo distrattamente. Detestava essere strappato in quel modo dalle proprie riflessioni. Non appena l’entusiasmo del pubblico sembrò essersi placato, chiuse nuovamente gli occhi. Quella sarebbe stata l’ultima ora del suo incubo, voleva rivivere l’intera storia ancora una volta.

I ricordi dei primi tempi seguenti l’incontro con quello sconosciuto, di nome Quentin, erano convulsi e poco chiari.
Quentin lo aveva trasformato in un vampiro, mordendolo e facendogli poi bere il proprio sangue. Era stato in questo modo che Adam aveva sconfitto la tubercolosi per sempre e aveva riguadagnato il diritto alla vita. Quentin lo aveva seguito, istruito, lo aveva presentato ad altri come loro, lo aveva protetto dai mortali che gli davano la caccia, aiutandolo a districarsi in un mondo che pareva pura fantasia ma che era diventato del tutto concreto e reale.
Si era rivelato molto difficile gestire i propri nuovi istinti e Adam ne era consapevole: senza Quentin non sarebbe durato che pochi giorni. Il solo pensiero del sangue era sufficiente per scatenare in lui un desiderio tanto intenso da impedirgli di pensare lucidamente. Non vedeva altro, non percepiva che quello. Ogni essere vivente che incontrava diventava ai suoi occhi niente altro che una preda da braccare e a cui rubare la vita stessa, inebriandosi del suo sangue fino allo stordimento.
Non riusciva a trattenersi, era peggio che essere drogato. Mai una volta, tuttavia, aveva provato rimorso, o rimpianto di non aver permesso a Quentin di ucciderlo. Gli piaceva essere vivo, avere una passione che gli bruciava nelle vene. Ogni volta che affondava i propri canini nel collo di un mortale si sentiva invincibile e potente, ogni goccia del loro sangue era una goccia di immortalità per sé. Si rendeva conto della propria bramosia e non aveva creduto a chi gli aveva parlato di una fanciulla amata da Quentin. Non era possibile che un vampiro amasse una mortale. Non era possibile che un vampiro amasse, peraltro. Come puoi amare, quando un’unica cosa ha importanza? Come puoi amare una mortale, quando è il suo sangue la sola cosa che desideri?

Aprì gli occhi, sospirando seccato al suono della sirena che per la terza volta interrompeva il filo dei suoi pensieri, distogliendolo dai ricordi di una vita.
“Adam, ancora una coppia e poi toccherà a noi!”, gli stava dicendo Kathrina, agitandosi per il nervosismo.
Le accarezzò con un dito una guancia arrossata e lei gli sorrise con dolcezza. Adam sapeva quali sentimenti lei provasse per lui e ricambiò il sorriso.
“Sei quasi mia”, pensò faticando a rimanere calmo.
Distolse lo sguardo, timoroso di tradirsi. Non gli interessava quella ragazza, come non glie ne erano mai interessate. Continuava a credere che non fosse nella natura di un vampiro innamorarsi. Si domandò oziosamente se Kathrina avrebbe continuato ad amarlo, dopo.
Scrollò le spalle, allontanando l’interrogativo, mentre la quarta coppia si avviava lungo la pista ghiacciata. Questi avevano costumi molto elaborati, composti da lunghi veli neri, in parte opachi e in parte trasparenti. Una delle condizioni per partecipare alla gara era l’abbigliamento, che doveva richiamare quello che, nell’immaginario comune, era il modo di vestire dei vampiri.
Adam sorrise tra sé: quante favole erano sorte intorno a loro, specie negli ultimi anni. Naturalmente erano tutte ideate da menti mortali, da gente che verosimilmente considerava i vampiri niente più che creature fantastiche, plasmabili secondo la propria fantasia.
Mentre le luci si abbassavano, Adam tornò con la propria mente nel passato...

Quando la brama incontenibile dei primi tempi si era un po’ placata, Adam aveva cominciato a selezionare le proprie vittime. Non aveva intenzione di generare nuovi vampiri, non ancora, perlomeno. Non gli importava nulla di nessuno, a parte se stesso. Voleva solo vivere, divertirsi e soddisfare il proprio desiderio di sangue. Quentin ormai lo lasciava libero di aggirarsi per la città, non giudicandolo più bisognoso di assistenza. Adam non aveva mai trovato il coraggio di chiedergli quanto ci fosse di vero nelle chiacchiere che lo volevano innamorato di una giovane mortale di nome Dorothy, ma di nascosto era andato a cercarla.
L’aveva trovata, l’aveva seguita per giorni, osservandola in ogni istante. Non riusciva a immaginare un motivo per cui l’amico avrebbe dovuto amarla e si convinse che Quentin stesse fingendo, mettendo in giro delle voci assurde per uno scopo che, al momento, gli sfuggiva.
Era stato Luis, un vampiro che aveva sempre contestato la decisione di Quentin di mordere Adam, a far precipitare le cose.
Lo aveva sfidato, in un momento in cui faticava a tenere a bada il proprio desiderio. Si era comportato in modo subdolo, aveva utilizzato ogni arte persuasiva possibile e infine, stordito dal profumo del sangue e della carne della giovane e istigato dalle parole di Luis, Adam aveva morso Dorothy, succhiandole via la vita.
L’ira di Quentin aveva confermato quello a cui mai Adam aveva voluto credere: le voci erano vere, l’amico aveva amato sul serio quella mortale, per quanto a lui continuasse a parere una cosa inverosimile.
Lo aveva incatenato, impedendogli di nutrirsi per un tempo lunghissimo, insopportabile. Gli aveva poi concesso una notte di libertà, prima di catturarlo nuovamente e comunicargli la propria decisione finale riguardo alla sua sorte.
Con lo stesso sorriso che Adam ricordava di avergli visto il giorno in cui lo aveva salvato, Quentin lo aveva informato di aver lanciato una maledizione su di lui. C’erano ancora molte cose che Adam ignorava sui vampiri. In particolare, non sapeva nulla della capacità di maledire altri. L’unica cosa di cui era sicuro, era di non esserne in grado e non si trattava certo di una consolazione, in quel frangente.
“Da questo momento”, aveva esordito Quentin, rimanendo seduto su uno scranno al centro di un enorme salone, “Resterai immortale, ma non sarai più un vampiro.”
Era seguita una pausa, nella quale Adam aveva involontariamente strattonato le catene che gli imprigionavano i polsi. Lui adorava essere un vampiro, come poteva Quentin togliergli l’unica ragione di vita che avesse, da quando aveva rischiato di morire di tubercolosi?
Il ghigno di Quentin si era allargato:
“Non perderai il tuo desiderio di sangue, ma non potrai più mordere nessuno”, aveva continuato.
Un brusio si era sollevato tra i vampiri che assistevano alla punizione. Adam aveva deglutito. Che altro doveva aspettarsi?
“Che ne dici, Adam?”, lo aveva schernito l’ex-amico, alzandosi dal trono e facendoglisi lentamente incontro.
Gli si era fermato proprio davanti e gli aveva afferrato il viso con una mano, con forza.
“Hai capito?”, gli aveva sibilato addosso, “Bramerai succhiare il sangue, la vita dei mortali, ma non potrai... Mai più!”, aveva concluso sottovoce.
Le catene si erano aperte, scivolando via dai polsi di Adam, che si era lasciato cadere a terra, disperato. Cosa avrebbe dato un senso alle sue giornate, adesso?
Si era a malapena accorto di una donna che si era avvicinata a Quentin per sussurrargli qualcosa all’orecchio.
Dopo qualche istante di silenzio, l’uomo gli aveva porto una mano, per aiutarlo ad alzarsi.
“I tuoi fratelli”, aveva quindi esordito abracciando con un gesto la folla che li circondava, “Ritengono che ti debba concedere una via d’uscita”, aveva annunciato mantenendo un ghigno perfido sulle labbra.
“Dispongo quindi”, aveva proseguito rivolgendosi a tutti, “Che ti sia data la possibilità di tornare a essere un vampiro. A determinate condizioni, s’intende.”
La pausa di pochi secondi era durata secoli, per Adam.
“Avrai bisogno di una mortale, che ti dovrà mordere. Volontariamente. Allora, Adam, e solo allora, sarai di nuovo uno di noi e potrai soddisfare la tua sete di sangue.”
A queste parole era seguito un silenzio glaciale, che Quentin aveva interrotto con una risata sguaiata, mentre si allontanava.

Si riscosse, Kathrina lo stava strattonando:
“Tocca a noi, Adam! Presto, scendiamo in pista! Oh, Dio, come sono emozionata!”
Il ragazzo si sentì percorrere da una specie di scossa, mentre avanzava sicuro sul ghiaccio, affiancato alla giovane.
Sorrise e si lasciò andare. Entro pochi minuti, tutto sarebbe finito e lui sarebbe rinato. Di nuovo. Il pensiero lo fece ridere e per poco non incespicò. Un’occhiata torva di Kathrina lo raggiunse, mentre rapidamente recuperava l’equilibrio.
Tentò di osservare i volti della folla che li seguiva e alle loro espressioni si sovrapposero quelle delle decine di vampiri che avevano assistito alla sua condanna da parte di Quentin, venticinque anni prima. Nessuno di loro aveva immaginato quello che poi a lui era risultato più che evidente: nessuna mortale lo avrebbe mai morso. Non era stato soltanto il suggerimento di una improbabile soluzione. Quentin aveva fatto in modo che la naturale attrazione che i mortali provano per un vampiro che li desideri, fosse mutata in un sentimento di repulsione, nel caso di Adam. Ogni volta che voleva essere morso da una ragazza, questa lo respingeva, improvvisamente disgustata da lui. Per anni, per venticinque lunghi anni questa maledizione gli aveva impedito di vivere come vampiro, o come mortale. Non era nessuna delle due cose.
Questa condizione avrebbe cessato di esistere quella sera stessa.
Aveva cominciato a elaborare il proprio piano qualche mese prima, quando aveva conosciuto Kathrina. Una parola qua, un suggerimento là, ed era nata una manifestazione assurda come “Vampiria On Ice”. Aveva riunito appassionati di vampiri e di pattinaggio ed era riuscito a trovare chi organizzasse la gara. Kathrina era una ragazza ambiziosa e innamorata: era certo che al momento opportuno non lo avrebbe deluso. Non era stato facile reprimere il desiderio intenso che provava nei suoi confronti, ma in un modo o nell’altro era riuscito ad arrivare fin lì. Sarebbe riuscito ad andare fino in fondo.
Ed ecco che la musica si addolcì e le luci si abbassarono. Lui e Kathrina si tenevano per mano, correndo affiancati. La ragazza lo superò e si voltò, continuando a pattinare procedendo all’indietro. Le loro mani si strinsero e con una rapida giravolta si ritrovarono abbracciati. Adam la tenne stretta a sé e permise al proprio desiderio di avvolgerla completamente. Improvvisamente, Kathrina spalancò gli occhi, come se lo vedesse per la prima volta e tentò di staccarsi da lui. Adam rafforzò l’abbraccio e le sussurrò all’orecchio:
“Mordimi.”
Totalmente spaesata, la ragazza si guardò rapidamente intorno: erano quasi giunti alla fine della loro esibizione, avrebbero dovuto effettuare un salto!
Sollevò gli occhi verso Adam, disperata. Voleva vincere, ci teneva tantissimo.
“Il salto...”, gemette.
“Mordimi”, ripeté lui, avvicinandole la testa al proprio collo.
Rassegnata, Kathrina sospirò e appoggiò la bocca alla base del collo di Adam. Un istinto di cui non era consapevole le fece arrivare alle narici un odore sconosciuto, ma irresistibile. Qualcosa di caldo e dolce scorreva sotto la pelle di quel ragazzo e lei lo voleva.
Chiuse gli occhi e affondò i propri denti, improvvisamente lunghi e appuntiti.
L’istante successivo un grido esultante, proveniente dalla gola di Adam, riempì lo stadio.
Kathrina fissò i propri occhi in quelli di lui, rimanendo ipnotizzata dal loro assurdo vorticare, mentre un rivolo di sangue scarlatto le colorava il mento.
Si ripulì con il dorso della mano e lanciò ad Adam un sorriso complice:
“Salta!”, lo esortò.
Tenendolo per mano lo guidò nel salto, che non si concluse. Arrivata a mezz’aria, Kathrina si dissolse in uno sbuffo di fumo nero. Sorpreso, Adam la imitò e la raggiunse a decine di metri d’altezza, sopra il tetto dello stadio. Lei lo aspettava, più sorridente e bella che mai, con i capelli sciolti sollevati dal vento.
“Voliamo!”, lo pregò prendendolo per mano.
“Aspetta!”, la frenò lui, “Non t’importa sapere cosa ci è successo?”
Kathrina sembrò pensarci un momento, poi scosse la testa con decisione e tornò a sorridere.
“Voglio volare!”, insistette sollevandosi in aria.
Adam la seguì perplesso.

“I vampiri possono amare?”, gli domandò più tardi, tenendosi in equilibrio sulle tegole di un tetto spiovente.
Preso alla sprovvista dalla domanda, Adam sollevò lo sguardo verso di lei e incontrò i suoi occhi.
Improvvisamente gli venne da ridere.
“Sai, credo proprio di sì”, rispose tirandola verso di sé.





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