Dinky di wasmehr

Note dell'Autore sul Capitolo
esperimento estivo a base di lupi ^_^
per chi passa di qui, chi si annoia, chi è curioso... buona lettura!
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In questi giorni non riesco a fare a meno di continuare a guardarmi allo specchio. Sta cominciando a essere una mania un po’ fastidiosa per chi mi sta intorno, ma ogni volta che vedo la mia immagine riflessa su una qualunque superficie devo controllare ogni dettaglio. E stupisco davanti al mio viso pallido e lentigginoso, contornato da capelli ramati, lisci e fini, che sfiorano le spalle. Non mi riconosco quasi negli occhi che ricambiano il mio sguardo: di un color verde pallido, acquosi, leggermente allungati e con ciglia rade e chiarissime. La bocca è sottile, di un rosa appena accennato. Schiudo le labbra e controllo i denti: bianchi, squadrati e regolari, come se avessi levato ieri l’apparecchio.
Il mio sguardo passa alle mani, alle unghie. Sempre il solito rosa chiaro, qualche lentiggine anche lì.
Già che ci sono, lancio un’occhiata al ginocchio destro e ogni volta mi sorprendo per la mancanza di una cicatrice che lo circondi quasi completamente.
Nulla. Non è rimasto nulla di questo ultimo mezzo anno. Sembra che io sia arrivata qui in Australia dalla Scozia non più di un paio di mesi fa.
In effetti, è proprio così.

***

Sono partita verso la metà di agosto. Avevo appena festeggiato i miei diciassette anni ed ero gasatissima. L’anno precedente ero riuscita ad accaparrarmi una borsa di studio per trascorrere un anno di scuola in Australia.
Non vedevo l’ora di lasciare lo sperduto paesino in cima alla Scozia in cui avevo trascorso la mia esistenza fino a quel momento. Una descrizione rapida dei miei primi diciassette anni? Pioggia, neve, puzza di pesce, amici che ridono con il naso, non una sola anima in paese che non ti conosca e non sappia sempre dov’eri - con chi - a che ora - a fare cosa, nessuno che capisca che vorresti cominciare a essere considerata una donna con un nome serio (tipo, Elizabeth, nome con il quale sei stata battezzata, tra l’altro) e non con l’impietoso soprannome che ti porti volente o nolente appresso fin da quando avevi sei mesi e che ti fa sentire un cane. Dinky. Secondo me quando morirò sulla lapide scriveranno, Qui riposa Elizabeth Brown, alias Dinky, altrimenti nessuno sarà in grado di riconoscere la mia tomba.
No, in quel momento non avevo alcun rimpianto.
Salutai la delegazione venuta ad accompagnarmi all’aeroporto con una infinitesimale punta di malinconia, più per compiacere loro che per reale sentimento. Avevo un disperato desiderio di andarmene!

Dieci giorni dopo il mio arrivo iniziò la scuola.
Non avevo ancora smesso di andare in giro con il naso per aria e gli occhi spalancati. Guardavo tutto, bevevo ogni immagine, assorbivo ogni suono e ogni piccolo dettaglio. Adoravo tutto quello che vedevo, indistintamente. Avevo l’impressione di non aver mai cominciato a vivere prima.
I compagni di scuola che incontrai quella prima mattina si rivelarono mediamente gentili e disponibili, nulla di differente rispetto a quello che mi sarei potuta aspettare a casa.
L’unica persona che riuscì a ignorarmi dall’inizio alla fine della lezione fu Luna, la mia compagna di banco al corso di letteratura inglese. In ogni caso, notai che il suo era un atteggiamento riservato a tutti indistintamente, quindi non me la presi a male. Pensai che probabilmente stava male, ma non aveva potuto evitare di venire a scuola il primo giorno. Doveva essere una ragazza molto bella, con lunghi e folti capelli castani, leggermente increspati e una pelle liscia e ambrata che mi fece un’invidia tremenda. Non riuscii a vedere gli occhi, nascosti dietro a un paio di lenti scure. La bocca era rossa, ben disegnata, ma lei non sorrise nemmeno una volta. Credo anzi che non cambiò espressione per l’intera lezione. Appena suonò la campanella, la vidi raccogliere rapidamente le sue cose e affrettarsi fuori dall’aula.
Mi rassegnai a essere ignorata da lei anche nelle settimane che seguirono. Sebbene si fosse tolta gli occhiali da sole, rivelando grandi occhi azzurri bordati da lunghe ciglia nere e confermandomi la prima impressione che avevo avuto di lei, ovvero che fosse irrimediabilmente molto più bella di me, manteneva con tutti un atteggiamento annoiato e un’aria di sufficienza che l’avrebbero isolata anche se lei non lo avesse desiderato.
Tutto questo cambiò dopo circa due mesi di scuola, poco prima della prima interruzione dalle lezioni.
Fu in occasione della verifica di letteratura. Luna era di nuovo indisposta, portava gli occhialoni scuri e un paio di guanti neri, cosa che mi sorprese molto, dal momento che era già primavera inoltrata.
Mi chiese aiuto per il test, parlandomi forse per la prima volta.
Mi colse talmente alla sprovvista che sfoderai tutta la mia abilità e sfacciataggine, facendole il compito dall’inizio alla fine. Per la qual cosa mi ringraziò con un sorriso stiracchiato, a labbra strette.
Archiviai l’accaduto senza rimpianto: le persone come Luna sono fatte così, pensai.
Pochi giorni dopo, però, alla fine delle lezioni mi venne incontro sorridendo allegra mettendomi un braccio attorno alle spalle e mi disse che ci teneva molto a presentarmi i suoi amici.
“Sei stata fantastica, con quel test!”, esclamò, “Ero troppo stordita, l’altra mattina, non capivo nemmeno le domande! Mille volte grazie!”
Fu talmente espansiva da riuscire a mettermi in imbarazzo.
Raggiungemmo un gruppetto di ragazzi e una ragazza, suppergiù nostri coetanei, in una caffetteria in fondo alla strada.
“Questa è la mia amica Dinky!”, annunciò loro a gran voce, stringendomi affettuosamente.
Alzarono tutti lo sguardo verso di me, sorridendo cordiali.
Mi piacquero subito.
Intanto, nessuno si era scandalizzato per il nome con cui Luna mi aveva presentato (e ancora mi domando come lo avesse scoperto!) e poi avevano davvero delle espressioni simpatiche.
La prima a stringermi la mano fu Arla, una ragazza nelle cui vene scorreva probabilmente almeno una goccia di sangue di ogni etnia presente al mondo. Inutile dire che era bellissima. Aveva la pelle scura, i capelli neri raccolti in lunghissime treccine, due incredibili occhi verde acqua e un ampio sorriso che lasciava scoperti denti bianchissimi.
Accanto a lei era seduto un ragazzo enorme. Alto e massiccio, metà cranio era ricoperto di tatuaggi e l’altra metà da capelli molto chiari e cortissimi. Portava catene, orecchini e anelli d’argento, e l’aspetto in generale era parecchio inquietante. Contrastava, però, con i suoi grandi occhioni neri e le relative lunghe ciglia, particolare che, unito al sorriso smagliante, lo rendeva affabile e adorabile. Se poi si aggiunge il fatto che venisse da tutti chiamato Kleines (ovvero piccolo) in onore alle sue origini tedesche, era impossibile resistergli.
C’erano poi Pat e Mik, due fratelli gemelli che avevano l’aspetto di modelli per la pubblicità del dentifricio. O dello shampoo. O del deodorante. O del costume da bagno. O di qualunque cosa, fondamentalmente.
Passai rapida all’ultimo elemento del gruppo, Lars. Di origine olandese, fu il solo a rivolgermi uno sguardo semi-serio. Mi imbarazzò un po’ il modo in cui continuava a fissarmi con quel mezzo sorriso.
Sedendomi insieme a loro mi permisi qualche ulteriore occhiata a Lars e lo trovai sempre con gli occhi incollati a me. A fatica notai che aveva i capelli biondi lunghi fino alle spalle e gli occhi celesti. Era bello, ma sul momento non riuscii davvero a farci caso.
La sera, tornata nella camera che occupavo alla casa dello studente, mi domandai come mai mi avessero accolto così volentieri nella loro compagnia. Erano tutti tanto belli, vitali, pieni di energia… Io al confronto mi sentivo inutile e insignificante.
Mi guardai allo specchio e vidi esattamente quello che ci vedo adesso. Una ragazza anemica e spigolosa, senza doti particolari e con il passato che puzzava di pesce e latte di pecora.
Per qualche misterioso motivo gli ero piaciuta abbastanza da spingerli a invitarmi a una gita nel deserto che avevano in programma per gli ultimi giorni delle vacanze primaverili, di lì a tre settimane circa.
Sicuramente non avevo impegni familiari e nessuno degli altri amici che mi ero fatta in quei primi due mesi di scuola mi aveva rivolto inviti analoghi, quindi avevo accettato volentieri.

Il giorno previsto per la partenza li aspettai davanti alla scuola con un misero zainetto e un thermos pieno d’acqua fresca. Lars aveva promesso di occuparsi del mio sacco a pelo.
Dopo un’ora che aspettavo, avevo finito di sgranocchiare tutto quello che mi ero portata e mi alzai di scatto dal marciapiede, dandomi violentemente della stupida. Non erano passati a prendermi, non lo avrebbero fatto. Mi avevano preso in giro e io ci ero cascata alla perfezione. Mi guardai attorno: magari qualcuno era nascosto nei paraggi per controllare quanto tempo ci avrei messo a capire la verità. Mi era parso troppo strano, infatti, che gente cool come loro si affiancasse a una come me.
Stupida, stupida, stupida. Si vede che hai trascorso tutta la vita in una specie di serraglio.
Bevvi rabbiosamente dal mio thermos, pronta a riprendere la strada di casa, quando un grosso Pick-Up svoltò sgommando e si fermò proprio davanti a me.
Appendendosi al roll-bar, Luna saltò giù e mi abbracciò impetuosamente.
“Per fortuna sei ancora qui!”
Si voltò e lanciò un’occhiata in tralice a Mik, seduto al posto di guida con un’espressione molto seccata.
“Qualcuno, qui, si era dimenticato di fare il pieno”, commentò Luna.
“E di rabboccare l’olio”, aggiunse premuroso Kleines.
“E di caricare l’acqua”, intervenne divertita Arla.
“E di prendere la tanica di benzina di scorta”, concluse cupo Lars.
Luna mi guardò di nuovo sorridendo.
“Abbiamo provato ad avvisarti, ma hai il cellulare spento!”
Incredula, tirai fuori il telefono dalla tasca per controllare. Ed ebbi conferma che almeno una delle mie ipotesi fosse corretta. Ero una stupida.

Qualunque cosa succeda, credo che non dimenticherò mai il paesaggio a cui mi trovai davanti poche ore più tardi.
Il contrasto fra il rosso della terra e delle rocce e l’azzurro intenso del cielo era abbagliante, toglieva il respiro.
Cespugli con fiori mai visti decoravano la distesa altrimenti brulla.
Un vento sottile e caldo mi depositò tra le mani una manciata di polvere rossa, beige, dorata; alberi dai rami rossi, secchi e contorti si stagliavano immobili sullo sfondo.
“Ti piace, qui?”, mi chiese Lars, avvicinandosi alle mie spalle.
Regalai al vento la sabbia che tenevo in mano e osservai i granelli che volteggiavano prima di posarsi a terra.
“È meraviglioso!”, sussurrai.
“Vieni”, mi disse quindi lui prendendomi per mano, “Dimmi dove vuoi che sistemi il nostro sacco a pelo.”
Okay, un attimo. Il nostro sacco a pelo? Va bene che c’erano stati dei momenti un po’ speciali tra noi, nelle ultime due settimane. Quei momenti in cui ti trovi smarrito negli occhi di un altro e credi, anzi no: hai la certezza che lui stia provando le stesse tue emozioni; momenti in cui ci si sfiora con una particolare sensazione di aspettativa; parole dolci destinate solo a “quelle” orecchie… ma erano comunque dettagli innocenti! Molto innocenti! Troppo innocenti, per parlare di un “nostro” sacco a pelo!
Mi fermai e balbettai qualcosa in proposito, sicuramente arrossendo.
Lars sorrise e mi pizzicò delicatamente una guancia.
“Era tutto quello che avevo”, confidò semplicemente, “Ma non preoccuparti. Di me non devi avere paura.”
Il suo tono era sincero e rassicurante, al punto che quasi mi dispiacque aver sollevato la questione.

Il sole si avviava a tramontare e attorno a un piccolo fuoco erano già distribuiti quattro sacchi a pelo colorati. Arla e Luna ne avrebbero condiviso uno, i gemelli un altro, Kleines avrebbe dormito da solo e io avrei occupato lo stesso di Lars, che notai con sollievo era molto grande.
Mi sorprese il fatto che nessuno di loro desiderasse mangiare, passeggiare, organizzare qualche gioco… Entro breve erano tutti dentro al sacco a pelo, in silenzio e con gli occhi chiusi, pronti a dormire. Dal momento che io stessa ero molto stanca, comunque, non protestai e mi sdraiai accanto a Lars.
Chiacchierai a bassa voce con lui per un po’, fino a quando il cielo si fu imbrunito al punto che facevamo fatica a distinguere l’uno il volto dell’altra, nonostante ci trovassimo a pochi centimetri di distanza.
“Ti piace stare con noi?”, mi chiese lui al termine di un enorme sbadiglio da parte mia.
“Molto”, sussurrai con gli occhi già mezzo chiusi, “Anche se mi sento un po’… diversa”, confessai.
“Cosa intendi?”, volle sapere lui.
Mi strinsi leggermente nelle spalle.
“Siete così belli, in gamba, pieni di energia… Io non sono come voi”, conclusi malinconicamente.
Lars mi sollevò delicatamente il mento, costringendomi a guardarlo dritto negli occhi.
“Dinky, tu vorresti essere come noi?”, mi chiese con grande serietà.
“Vorrei… Ma sì, certo che lo vorrei”, bisbigliai accennando un sorriso imbarazzato.
La sua espressione si addolcì e mi accarezzò una guancia con un dito.
“Guarda in cielo”, mi disse senza spostare gli occhi dai miei, “Vedi la luna?”
Sollevai lo sguardo. Sopra di noi un disco perfettamente bianco stava sospeso al centro del cielo scuro.
Annuii e tornai a guardare Lars.
“Non lo sai, che la luna esaudisce i desideri?”, sussurrò passandomi con delicatezza una mano sul viso e abbassandomi le palpebre.
“Dormi, adesso”, concluse a voce ancora più bassa.

Non ho idea di quanto tempo dopo mi svegliai, poteva trattarsi di qualche ora come di una manciata di minuti. Un rumore, un movimento di Lars, una folata di vento, non so. Rimasi con gli occhi chiusi per qualche secondo, scandagliando con l’udito l’ambiente circostante. Un leggero crepitio, proveniente dal fuoco che avevamo acceso prima di andare a dormire. Il fruscio della tela dei sacchi a pelo sotto il vento e contro la sabbia. Un delicato grattare contro le rocce vicine, pensai a qualche ramoscello secco spostato dall’aria della notte.
Allungai discretamente una mano verso la zona in cui avrebbe dovuto esserci Lars. Trovandola vuota aprii gli occhi. Era ancora buio, anche se la luce della luna piena era più che sufficiente per cogliere ogni dettaglio.
Il fuoco era ridotto a poche braci ardenti, ormai. Notai che non solo Lars aveva abbandonato il suo posto, ma anche i sacchi a pelo degli altri erano aperti e vuoti. Mi sedetti per dare una migliore occhiata intorno e mi immobilizzai, il respiro improvvisamente morto in gola.
C’erano degli animali che mi accerchiavano. Delle specie di cani, o erano lupi, dei coyote forse, decisi infine. Erano immobili e mi guardavano. Ogni tanto uno di loro grattava il terreno con una zampa.
“Lars?”, provai a chiamare debolmente, senza ottenere risposta.
Uno dei coyote mosse qualche passo tranquillo verso di me e istintivamente sollevai il lembo del sacco a pelo fino al mento. Stavo tremando.
Quando l’animale raggiunse il mio giaciglio e ci salì, ebbi uno scatto e gridai.
Gli altri sussultarono e strinsero il cerchio attorno a me. Il coyote aveva continuato ad avvicinarsi ed era ormai a una distanza tale per cui, se avessi voluto, avrei potuto toccarlo. Rimasi a fissarlo terrorizzata mentre afferrava la parte superiore del sacco a pelo con i denti e la spostava lasciandomi completamente scoperta.
Chiusi gli occhi stringendoli fortissimo mentre lo sentivo avvicinare il muso al mio viso. Quando li riaprii era così vicino che ne avvertivo il respiro tiepido sul collo ed ebbi la certezza che mi avrebbe sbranato nel giro di pochi secondi. Sollevai gli occhi alla luna e sussurrai ancora il nome di Lars. Tornai a guardare l’animale e rimasi sconcertata davanti alle sue iridi celesti, che mi guardavano pacifiche.
“Lars…?”, bisbigliai confusa.
Un attimo dopo il coyote fece un balzo improvviso e io strillai con tutto il fiato che avevo in gola mentre mi azzannava con forza il ginocchio destro, che tenevo sollevato davanti al petto. Sentii il sangue che mi scorreva denso e caldo lungo il polpaccio, le ossa che scricchiolavano, degli schiocchi e dei rumori che non riuscivo a identificare ed ebbi l’impressione di scivolare lungo un tunnel grigio e viscido. Continuai a gridare fino a quando, probabilmente, persi i sensi, perché non ricordo più nulla di quella notte.

Quando riaprii gli occhi il giorno dopo il sole era già alto. Balzai a sedere spaventando gli altri, che erano accovacciati in cerchio dall’altra parte dell’accampamento, chiacchierando a bassa voce e bevendo caffè.
Si voltarono verso di me, sentendo che ero sveglia e mi sorrisero cordiali.
“Buongiorno Dinky! Riposato bene? Ti va del caffè?”
Le loro domande, invece di tranquillizzarmi, contribuirono ad aumentare la mia agitazione. Avevo sognato tutto? Dov’erano andati la notte prima? E i coyote? Possibile che non se ne fossero accorti?
Biascicai qualcosa di inarticolato, senza riuscire a riordinare le idee in maniera sufficiente a rendermi comprensibile.
“Cosa ti succede?”, domandò Luna accennando un sorriso.
“Non lo so, io… Sono confusa”, confessai passandomi una mano sulla fronte.
Mi ricordai improvvisamente del morso al ginocchio e gettai lontano il sacco a pelo, scoprendomi le gambe. Rimasi a guardarle un attimo, come se non le riconoscessi. In effetti avevano qualcosa di diverso, rispetto alla sera prima. Tanto per cominciare, ero più che sicura di essermi coricata con un paio di calzoncini, che non indossavo in quel momento. E poi il ginocchio destro era gonfio, violaceo e circondato da una lunga ferita slabbrata.
Spaventata, scattai in piedi, ma la gamba non mi resse e sarei caduta, se non fosse sopraggiunto Lars a sostenermi. Mi aiutò a sedermi di nuovo e si accoccolò accanto a me.
“Io”, cominciai senza avere idea di quel che avrei detto, “Voi, ehm. Tu e…”
Sollevai lo sguardo su Lars, sentendomi irrimediabilmente confusa e sconfitta. Il cuore perse un battito quando incontrai i suoi occhi, che si sovrapposero con incredibile precisione all’immagine di quelli del coyote che mi aveva aggredito.
“Lars”, chiesi infine, “Cosa è successo questa notte?”
Tentai di allungare verso il basso la maglietta che indossavo sul costume da bagno per coprirmi un po’ di più e arrossii nel chiedergli se, nello specifico, fosse successo qualcosa tra noi, la notte precedente.
Lui rimase serio e mi prese una mano tra le sue.
“Qualcosa è successo, sì”, confessò, “Anche se non quello a cui stai probabilmente pensando tu”, concluse.
“Cosa ricordi?”, mi chiese poi con un sospiro.
Raccontai del mio risveglio e dei coyote con la voce che tremava, inizialmente per paura di essere presa in giro da loro, poi per il terrore che mi confermassero che era tutto vero.
Quando ebbi finito guardai Lars, che rimase a lungo in silenzio evitando il mio sguardo.
“Quegli animali”, disse infine, “Quei… coyote eravamo noi.”
Sollevò gli occhi sui miei e continuò:
“Eravamo noi”, ripeté lentamente, “Ero io. Questo è il nostro branco e ora tu sei una di noi”, concluse con un sorriso appena accennato.
Incapace di replicare, rimasi a guardarlo con gli occhi spalancati. Sentivo che il cuore mi tamburellava frenetico nel petto.
“Sei una di noi”, sussurrò ancora lui accarezzando con la punta di un dito la ferita che avevo attorno al ginocchio.
Chiusi gli occhi per contrastare le vertigini e per coordinare i miei pensieri.
“Luna”, sentii Lars che chiamava.
Riaprii gli occhi e la ragazza era accanto a noi, cercando di incrociare il mio sguardo.
Non ricordo di essere rimasta particolarmente sorpresa, nel notare che i suoi occhi azzurri erano cangianti e con la pupilla sottile e verticale. Sorrideva affettuosamente e mi prese una mano tra le sue.
“Guarda”, sussurrò.
Abbassai lo sguardo e sobbalzai vedendo delle dita lunghe, nodose e coperte da una rada peluria, con unghie giallastre e solide, affilate e sporche.
“Questa… è la mia mano?”, balbettai mentre la aprivo e chiudevo per convincermi di quello che stavo vedendo.
Luna mi strinse delicatamente una spalla.
“Ce la fai a camminare? Facciamo due passi, che ti spiego qualcosa.”

“Lupi mannari”, esordì con semplicità quando ci fummo allontanate qualche metro.
Camminavo lentamente, appoggiando poco il peso sulla gamba ferita.
“Ne hai sentito parlare, immagino”, proseguì.
Feci una smorfia. Sono cresciuta in Scozia, in mezzo a leggende e miti di ogni sorta, a partire dai fantasmi fino ad arrivare ai folletti dispettosi. Certo, che avevo sentito parlare di lupi mannari. Ma non mi aspettavo che fosse roba vera.
“È tutto vero, invece”, considerò lei stringendosi nelle spalle.
“Questo è il nostro branco, come ha detto Lars. Lui è il nostro capo, siamo tutti suoi, eccetto i gemelli. La loro è una tradizione di famiglia”, confidò con un sorriso.
Aggrottai la fronte.
“Di famiglia?”, ripetei.
“I loro genitori sono mannari”, specificò lei, “Pat e Mik, però, preferiscono rimanere con noi, abbiamo più cose in comune con loro, di mamma e papà.”
“Ma Lars…”, cominciai debolmente.
Non sapevo neppure cosa domandare, la situazione era assurda al punto che dovevo presumere che fosse autentica, per riuscire a capirci qualcosa.
“Lars è arrivato così dall’Olanda, pochi anni fa. Non ci ha mai voluto raccontare niente riguardo al suo passato, ma in fondo a chi importa? È un ottimo capo per il branco, è buono e ci vuole bene. Non ti dispiace, vero?”, aggiunse quindi, come per un ripensamento.
“Non mi dispiace, cosa?”, chiesi.
“Beh, dividere Lars con tutti noi”, replicò con naturalezza, “Specialmente con me e Arla”, aggiunse sorridendo maliziosa, “Lo sai, no, le femmine in un branco appartengono tutte al capo.”
Scoppiai a ridere. Non volevo, ma non riuscii a evitarlo. La gamba mi cedette e caddi seduta a terra. Mi ero figurata mentalmente Lars in preda a un dubbio amletico nello scegliere tra me, Luna e Arla: una bambola di pezza di fianco a due Barbie. In quale universo avrebbe potuto preferire me?
Mi passai una mano sul viso e mi resi conto che era tornata normale. Curiosa sbirciai gli occhi di Luna, che invece erano ancora ferini.
“È una questione di intensità”, spiegò lei, seria, notando la direzione del mio sguardo, “E anche di auto-controllo. Con quanta più partecipazione vivi la notte di plenilunio, tanto più a lungo i segni della trasformazione permangono anche al calare della luna. Se hai un buon controllo riesci comunque a evitare che si notino, oppure puoi ricorrere all’argento. Kleines, per esempio, fa così. Hai notato tutti quegli anelli, orecchini…? Lo fa per impedirsi di mutare, non ha il minimo autocontrollo, fosse per lui rimarrebbe sempre lupo. A me solitamente restano gli occhi”, disse indicandoli, “Per quello mi vedi a scuola con gli occhiali neri, per un paio di giorni ogni mese. L’ultima volta non riuscivo a fare andare via gli artigli”, notò osservandosi le unghie sovrappensiero.
“Infatti portavi i guanti”, commentai a bassa voce.
Annuì.
“Sono dettagli, ciascuno impara a gestirli a modo proprio. Lars e i gemelli non hanno bisogno di espedienti, hanno sufficiente abilità da mutare avanti e indietro come vogliono e quando vogliono”, aggiunse Luna, con una punta evidente di invidia nella voce.
“Cosa succede, nelle notti di luna piena?”, chiesi quindi.
Luna sospirò e guardò lontano.
“Sono le notti in cui ti senti libera”, sussurrò sognante.
“Possiamo mutare quasi in qualunque momento, è sufficiente forza di volontà e almeno uno spicchio di luna nel cielo”, mi informò come se mi stesse dando gli ingredienti per una torta.
“Quando la luna è piena, però, il desiderio è incontenibile. Se cerchi di resistere a una mutazione completa, ti tradirai comunque perché i tuoi occhi cambieranno, le tue mani, i denti… la voce, persino.”
Allargò le braccia e sorrise:
“Conviene assecondare il desiderio, a quel punto, non ti pare?”
Scossi la testa, confusa.
“Ne parli come se fosse un bellissimo, meraviglioso gioco. Ma i lupi mannari non sbranano le persone?”, domandai con apprensione.
Luna si strinse nelle spalle.
“Devi cercare di non essere così idiota da mutare in mezzo a una folla, tutto qui. Perché credi che veniamo nel deserto?”, mi fece notare sorridendo furba.
“Vivere il plenilunio in città è una mossa stupida, in ogni caso”, aggiunse cupamente, “Non siamo in un’epoca in cui puoi passare inosservata mentre sbocconcelli un essere umano. E poi ci sono altri bisogni: correre liberi, ululare alla luna… Sinceramente, poi, ti dirò: non è vero che c’è tutta questa differenza di sapore tra un animale e una persona. Solo quelli di noi che sono malati, si ostinano a nutrirsi di carne umana. Praticamente, dei cannibali”, concluse con disprezzo.
Sospirai, sollevata, nonostante il discorso di Luna mi fosse parso vagamente macabro.
“Come ho fatto a diventare una di voi?”, sussurrai a quel punto.
“Non lo intuisci?”, chiese lei sollevando le sopracciglia in un’espressione sorpresa, “Lars ti ha morso. E si è fermato lì.”
La guardai con aria interrogativa.
“Non ti ha divorato”, specificò lei, facendomi impallidire di colpo.
“Cos’è successo… Dopo?”, volli sapere ancora.
Luna sorrise soddisfatta.
“Oh, ragazzi, se sei stata formidabile!”, esclamò, “Davvero non ricordi niente? Incredibile!”, commentò scuotendo incredula la testa.
Sbottai, insofferente, e lei riprese.
“Per prima cosa, ti sei azzuffata con Lars. Naturalmente lui ti ha atterrato senza difficoltà. Dopodiché abbiamo tutti ululato e tu ti sei unita al coro con entusiasmo. Ci hai seguito in una corsa attraverso il deserto e ti sei fermata ad annusare ogni tana, ad azzannare ogni bestiola che ti capitava di fiutare. Abbiamo dovuto costringerti a smetterla, credo che tu ti sia ubriacata. Probabilmente è per questo motivo, che non ricordi nulla!”, concluse ridendo.
Rimasi pensierosa a fissare un punto lontano, cercando di riflettere su quanto mi aveva raccontato Luna, ma i pensieri sembravano sfuggire. Non ero dispiaciuta. In fondo mi bastava stare con loro, quella faccenda dei mannari non cambiava le cose. Era un po’ strana, certo, e vagamente assurda… però io ero ancora io e il dettaglio della trasformazione sotto la luna piena mi lasciava in quel momento abbastanza indifferente.
“Cambierai, fisicamente”, disse Luna a un tratto.
Mi voltai a guardarla.
“Il sangue di cui ci nutriamo quando siamo lupi è vita, per noi. Diventerai presto più forte, più robusta, più bella.”
Sorrise e rabbrividii appena, notando i canini ancora sproporzionati rispetto alla sua bocca.
Si portò una mano ai denti.
“Oh, sì. Ci vuole un po’ di pazienza anche con questi”, sospirò stringendosi nelle spalle, “Si ritirano lentamente.”
Istintivamente toccai i miei e mi sorpresi a trovarli appuntiti e sporgenti. Non me ne ero accorta.
“Non preoccuparti”, commentò sbrigativa Luna alzandosi e porgendomi un braccio per aiutarmi, “Prima di tornare in città ti daremo una catenina o qualcosa d’argento da indossare. Nessuno saprà niente”, concluse con un sorriso convinto, “Non è fantastico, avere un segreto così?”
Abbozzai un sorriso in risposta al suo, appoggiandomi a lei per camminare.
“Luna, ancora una domanda”, dissi, “Perché… Io?”
Lei si strinse nelle spalle.
“Sei stata carina con me, tanto per dirne una. Poi piaci molto anche ad Arla, e Lars non vuole che le femmine del branco si azzuffino tra di loro, quindi tu eri perfetta. Il branco deve allargarsi, in fondo”, concluse con un sorriso, come se mi avesse spiegato una cosa ovvia.
“Ma Lars…”, obiettai.
“Oh, certo”, aggiunse con partecipazione, “Naturalmente, piaci molto anche a lui.”
Il ginocchio mi mandò una fitta e feci una smorfia, il che mi permise di non commentare a quest’ultima osservazione.

I mesi che seguirono quella notte furono sicuramente i più intensi, vivaci e divertenti che avessi mai vissuto.
Luna aveva avuto ragione, riguardo al mio aspetto fisico. La mia pelle somigliava sempre di più alla sua: morbida, elastica e color del miele. I capelli diventarono rapidamente lunghi, forti e folti, per la prima volta in vita mia provai l’emozione di vederli terminare i boccoli fluenti che mi attirarono più di un complimento. Il verde slavato dei miei occhi prese intensità e ogni mattina osservavo compiaciuta quelle due pozze verde smeraldo che mi ricambiavano lo sguardo dallo specchio, contornate da folte ciglia scure che non avevo mai avuto. Anche la mia voce era diventata più squillante; ero più allegra, sicura di me, sempre in movimento. Il legame di amicizia che avevo con Arla e Luna divenne più forte e profondo, c’era qualcosa di speciale che ci univa e non era semplicemente Lars.
Ogni mese, al plenilunio, andavamo nel deserto e assaporavamo insieme quella incredibile sensazione di libertà e gioia pura che dava il poter assecondare la nostra natura più selvaggia.
Luna aveva avuto ragione su tutto e io non condannai Lars nemmeno per un istante, per quello che mi aveva fatto. La cicatrice sul ginocchio era diventata per me come un pegno d’amore da parte sua, ne ero gelosa e fiera.
Fu solo a gennaio, al culmine dell’estate australiana, che scoprii gli svantaggi di appartenere a un branco, di appartenere a Lars.

Eravamo al mare, un oceano salato e pieno di onde lungo le cui rive si stendeva un’ampia spiaggia di morbida sabbia chiara e asciutta. Il sole picchiava, ma il vento tiepido lo rendeva sopportabile.
Dopo una vita trascorsa in mezzo a colline piovose e a pochi chilometri da un mare gelido e ostile, credevo di essere arrivata in paradiso.
Kleines provò a insegnarmi a rimanere in equilibrio sulla tavola da surf, cosa che trovai divertentissima. Lui era molto bravo, nonostante la stazza non indifferente. I gemelli scorrazzavano da una parte all’altra della spiaggia, rincorrendo un pallone rosso e non chiedendo praticamente altro alla vita. Luna seguiva con interesse i miei progressi e si premurava di farmi sempre trovare un cocktail pronto al termine delle mie fatiche. Lars e Arla trascorrevano molto tempo insieme, da soli, ma non ero gelosa e neppure Luna. La nostra assurda relazione con Lars era tutto sommato in equilibrio e io non ebbi mai l’impressione che lui mi facesse mancare qualcosa.
Fu nel corso della prima settimana di vacanza, che cadendo dalla tavola mi ritrovai faccia a faccia con Jonas, un ragazzo del posto. Credo che lo avrei trovato discretamente carino, se non fossi stata ormai abituata agli standard di bellezza dei mannari: una bellezza più intensa, brillante, quasi riflettente.
In ogni caso, Jonas mi tirò gentilmente fuori dall’acqua e mi aiutò a recuperare la tavola. Sulla riva mi guardai intorno, ma non riuscii a scorgere Kleines o Luna in mezzo alla gente che stipava la spiaggia, quindi accettai l’invito del ragazzo a prendere un gelato insieme.
Jonas si rivelò molto simpatico e senza rendermene conto rimasi a chiacchierare con lui fino al tramonto. Attorno a noi la folla era diminuita e finalmente Luna mi trovò e mi richiamò con tono di rimprovero.
Prima di lasciarmi andare, Jonas mi porse un biglietto con il suo numero di telefono, che accettai con insolita soddisfazione. Salutandolo, notai la catenina che aveva al collo, con un ciondolo raffigurante la bandiera australiana. Non so perché, ma quello fu il dettaglio che mi rimase in mente tutta la sera, mentre discutevo con Lars.

“Tu sei mia!”, tuonò dopo avermi accompagnata in perfetto silenzio in una zona isolata in cima a una scogliera.
“Cosa c’è che non ti è chiaro di questo concetto?”, domandò ancora quasi ruggendo.
Deglutii, intimorita dal suo sguardo. Sembrava che i suoi occhi stessero lampeggiando. Aveva l’espressione stravolta, compresi che prendere il gelato con Jonas doveva aver costituito una terribile infrazione alle regole del branco, sebbene personalmente non ci vedessi nulla di male.
“Nessuno può farti vivere il branco, Dinky, nessuno!”, proseguì sbraitando, “Speri davvero di trovare qualcosa di meglio per te là fuori?”
Indicò un punto a caso nel vuoto, verso la spiaggia, muovendo un passo verso di me.
Io ti ho donato la vita che adesso puoi vivere, IO!”, gridò ancora furioso.
Ero mortificata, avevo accettato l’invito di quel ragazzo senza riflettere.
“Non volevo ferirti, Lars, mi dispiace”, mormorai.
Il mio intervento parve sbloccare qualcosa di nuovo in lui, che esplose in un ruggito e mi colpì con la mano, facendomi cadere per terra.
Mi sollevai ripulendomi il mento dal sangue che vi stava gocciolando. Dentro di me qualcosa stava tentando di ribellarsi.
“Ti ho chiesto scusa, Lars”, feci notare con voce ferma, “Non credo che tu debba comportarti in questo modo con me.”
Per tutta risposta, lui mi colpì nuovamente. Evidentemente ragionare era al di là delle sue possibilità, in quel momento.
Mi si avvicinò a grandi passi mentre ero ancora a terra e mi spinse verso il basso quando tentai di rialzarmi.
“Tu sei mia!”, sibilò di nuovo, “Tu appartieni al branco!”
Non lo vidi mutare, ma pochi secondi dopo un coyote lasciò correndo il promontorio e io rimasi sola.

Più tardi riuscii a raggiungere la stanza che dividevo con Luna nel residence in cui stavamo trascorrendo le vacanze.
Ero seduta su uno sgabello e piangevo, intanto che lei mi medicava sommariamente nel punto in cui Lars mi aveva colpito.
“Non volevo fare niente di male, veramente!”, insistevo, “Non avevo idea che avrebbe potuto reagire in quel modo!”
Luna strinse le labbra e mi rivolse un’occhiata dura.
“Sei giovane, è vero”, concesse, “Ma l’istinto non ti dice proprio niente?”
La guardai corrugando la fronte. L’istinto?
“L’istinto del branco. Tu sei parte di noi, appartieni a Lars, non puoi scegliere e soprattutto non puoi andartene. È come se la tua mano decidesse di punto in bianco che vuole appartenere al corpo di un altro, ti sembra logico, plausibile? Glielo lasceresti fare senza discutere?”
Abbassai lo sguardo e scossi la testa.
“Io, però, non sono una cosa. Sono una persona”, obiettai debolmente.
Luna si inginocchiò davanti a me e mi asciugò con dolcezza le lacrime dalle guance.
“E sei una persona splendida”, confermò, “È per questo che il branco ha bisogno di te. Non tradirci, non abbandonarci.”
La abbracciai d’impulso. Erano stati tutti così buoni, con me. Li avevo fatto preoccupare e soffrire solo per aver agito con superficialità e leggerezza. Sentii di nuovo le lacrime salirmi agli occhi. Forse Lars non mi avrebbe più voluta con sé, non sarei riuscita a sopportarlo.
Luna si sciolse dall’abbraccio e mi ripulì di nuovo il viso.
“Vai da Lars, forza”, mi spronò quindi.
Spalancai gli occhi. Da Lars? Dopo averlo fatto infuriare in quel modo?
“Devi rappacificarti con lui, chiedergli scusa”, insistette lei.
“Sappi che normalmente chi dimentica le regole del branco viene sfidato dal capo. Che possibilità avresti, in un duello contro Lars?”
Impallidii e non risposi.
“Approfitta della sua bontà e del suo affetto per te, sii furba”, concluse aprendo la porta e facendomi segno di raggiungere la camera del ragazzo.
Lui ascoltò con espressione dura quel che avevo da dirgli, dopodiché mi si avvicinò e mi prese tra le braccia, facendomi subito dimenticare il mondo intero con i suoi baci e le sue carezze.

Solo che poi, dormendo abbracciata a lui quella notte, sognai Jonas e il suo ciondolo con la bandiera dell’Australia.

Trascorsi i giorni seguenti combattuta e tormentata. Ero riuscita a scambiare, non vista, poche parole con Jonas sulla spiaggia. Mi ero limitata a dirgli di avere un ragazzo molto geloso e che non avrei potuto incontrarlo più. Da quel momento lui si era tenuto a distanza, rispettando la mia richiesta, però spesso scorgevo il suo volto sorridente in mezzo alla folla che frequentava la spiaggia. Mi faceva l’occhiolino, mi salutava discretamente con la mano, o mi mandava un bacio in punta di dita.
Quelle attenzioni da parte sua mi facevano piacere, improvvisamente gli ultimi mesi trascorsi da lupo mannaro sfocarono nella mia memoria e tornai a ripensare con nostalgia ai tempi in cui ero una persona comune, senza selvaggi e incontenibili desideri di libertà e senza gli obblighi dovuti al branco. E sognavo spesso di lui, la notte.
D’altronde, ogni volta che mi ritrovavo con i ragazzi, con Luna e Arla e soprattutto quando ero sola insieme a Lars tendevo a scordarmi di nuovo di tutto questo. Inoltre temevo che Lars non mi avrebbe mai permesso di abbandonare il branco, se lo avessi voluto. Piuttosto che lasciarmi andare ero sicura che mi avrebbe ucciso.
Quando il portiere del residence mi consegnò una mattina una busta con dentro il ciondolo di Jonas, quindi, l’immediata sensazione di trepidazione fu rapidamente soffocata dal terrore che Lars o qualcun altro potessero scoprirlo.
Mi feci prendere dal panico, non sapevo cosa fare. Disfarmi immediatamente della medaglietta? Considerai che fosse la scelta migliore, ma mentre mi apprestavo a farlo, Arla e Lars scesero le scale dietro di me e mi chiamarono facendomi sobbalzare.
Lars si rese conto nel giro di un secondo di quello che avevo in mano e di cosa poteva significare.
Arla si voltò e si allontanò in fretta, e io non feci neppure in tempo ad aprire bocca per spiegare la situazione, che Lars mi aveva già afferrato per un polso con tanta forza da bloccarmi la circolazione e mi stava trascinando fuori dall’edificio.
Non sono sicura del modo in cui raggiungemmo il promontorio su cui avevamo avuto il nostro precedente litigio. Ricordo solo che continuavo a pensare, sono morta.

In effetti credo di non essere riuscita a dire una sola parola.
Arrivati lassù Lars cedette il passo al coyote e mi attaccò. Tentai inutilmente di proteggermi, ma non riuscii a trovare la concentrazione necessaria a mutare e presto mi ritrovai sanguinante, squarciata e disperata. L’ultima cosa che ricordo è il coyote che mi salta addosso mentre sono a terra, dopodiché scende il buio.

***

Due giorni fa ho aperto gli occhi in una camera di ospedale.
Era quasi mezzogiorno, il sole inondava il locale rimbalzando tra i vetri delle finestre e le cornici di un paio di quadri.
Mi sono guardata lentamente intorno, tastandomi con delicatezza una medicazione sulla fronte.
Ho riconosciuto due compagne del corso di matematica, delle quali non riuscivo a richiamare i nomi, che mi si sono avvicinate con un’espressione indecisa tra il sollevato e l’apprensivo.
Dietro di loro è sbucata all’improvviso una signora che ringraziava a voce alta il Padreterno perché avevo ripreso conoscenza.
Meno di un minuto più tardi un medico anziano ha varcato la soglia insieme a due donne in uniforme. Volevano sapere come stavo e cosa ricordavo.
Mi sono toccata istintivamente la fronte per una fitta improvvisa. Cosa ricordavo?
“Il coyote…”, ho mormorato con voce impastata.
L’uomo di fronte a me ha corrugato la fronte prendendomi il polso.
Dopo mezzo minuto si è seduto sul bordo del letto sospirando.
“Signorina Brown”, ha esordito facendomi quasi sobbalzare, “Lei ha avuto un incidente in mare. È caduta dalla tavola da surf e ha picchiato la testa. Questo è accaduto l’altro ieri. Non ricorda niente?”
Smarrita, ho spostato lo sguardo verso le due ragazze, che mi stavano sorridendo incoraggianti.
“Eravamo in vacanza insieme! Sei andata a sbattere contro…”
Il dottore ha fatto un gesto imperioso con la mano, bloccandola. Dopodiché ha nuovamente sospirato ed è tornato a guardarmi.
“Che giorno è oggi, signorina Brown?”
Mi sono concentrata. Aveva detto che ero rimasta incosciente per due giorni, quindi…
“Il 27 gennaio”, ho risposto con sicurezza.
Un’esclamazione soffocata da parte delle mie amiche mi ha immediatamente suggerito che non fosse la risposta giusta. Il dottore, però, ha impedito loro un’altra volta di intervenire.
“Da quanto tempo si trova in Australia?”
“Uhm, circa sette mesi.”
Il silenzio quella volta è durato a lungo, la qual cosa mi è parsa un pessimo segnale. Dopo ulteriori due sospiri, il dottore ha ripreso a parlare.
“Signorina Brown”, ha ripetuto, riuscendo a farmi rimpiangere il vecchio Dinky, “Oggi è il 29 ottobre. Lei è arrivata in Australia il 20 agosto, ovvero poco più di due mesi fa. È andata al mare per il fine settimana con le sue amiche e ha avuto un incidente mentre faceva surf.”
Nuovo sospiro.
“Non ricorda niente? O ricorda altro?”
Ho provato a scandagliare con lo sguardo ogni volto presente in camera.
“Ricordo… Altro”, ho mormorato infine.
Dopo un rapido consulto con le due donne che erano entrate insieme a lui, nonché con la signora che continuava imperterrita a recitare il rosario, il dottore è uscito salutando.
Poco dopo anche tutti gli altri lo hanno imitato e sono rimasta sola a riflettere. O almeno, è quello che ho provato a fare, ma mi mancavano gli argomenti.
Il cervello continuava a rimandarmi immagini di deserto, coyote, occhi celesti, ciondoli…
Mi sono presa la testa tra le mani gemendo.

In quel momento qualcuno ha bussato discretamente alla porta facendomi sollevare lo sguardo per vedere di chi si trattasse.
Il cuore ha perso un battito. Il ragazzo dietro al grosso mazzo di fiori era Jonas.
Mentre appoggiava impacciato il suo dono al comodino ho riconosciuto senza ombra di dubbio il ciondolo che portava al collo, raffigurante la bandiera dell’Australia.
“Perché sei qui?”, gli ho domandato con un filo di voce.
“Beh, ecco. Volevo assicurarmi che stessi bene. Voglio dire, in fondo è un po’ colpa mia, se sei finita qui.”
Sono rimasta a scrutare il suo viso per qualche secondo, poi gli ho chiesto cautamente cosa intendesse.
Lui si è portato una mano alla fronte sollevando il ciuffo di capelli e mettendo in evidenza un grosso bernoccolo.
“Ecco contro cosa hai picchiato la testa”, mi ha quindi rivelato con un sorriso imbarazzato.
Poi mi ha porto la mano.
“Mi chiamo Jonas.”
Gli ho stretto la mano sorridendo, pur senza capire cosa stese succedendo.
Forse questa volta avremo una possibilità, pensai.

***

Ieri mi hanno dimesso dall’ospedale e questa mattina sono tornata a scuola.
Sembra che in quel brevissimo periodo di coma la mia mente sia riuscita a costruire una storia incredibile, mi hanno detto che è una cosa insolita ma non poi così tanto. Nel mio stato di incoscienza ho probabilmente captato dettagli come il nome di Jonas, il suo ciondolo, il surf… creando una pittoresca realtà alternativa.

Sono curiosa di scoprire cosa mi riserverà il futuro reale.
Per il momento devo concentrarmi su questa verifica di letteratura inglese. Tra poco più di una settimana iniziano le vacanze di primavera e la scuola manderà al mio liceo in Scozia una valutazione, basata sui miei primi risultati.
Una voce roca e sussurrata al mio fianco interrompe i miei pensieri.
“Mi passi le risposte?”
Mi volto.
Accanto a me è seduta una ragazza dai lunghi capelli castani. Porta occhiali da sole e guanti neri.
Abbasso gli occhi al foglio che ha davanti e leggo il nome: Luna Lawrence.
Deglutisco, torno a guardarla e le passo il compito.




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