Fantasma sarai tu di wasmehr

Note dell'Autore sul Capitolo
Storia scritta come 'regalo di Natale' per alcuni Amici Scrittori ^_^
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Cazzo se avevo bevuto quel giorno. Avevo gli organi interni che galleggiavano nell’alcool, ero un straccio, da sbattere in un angolo e dimenticarsene. È per questo motivo, unicamente per questo motivo che non ho mai raccontato a nessuno la storia che segue. Non verrei mai preso sul serio, perché lo sanno tutti in paese che a quei tempi ero un ubriacone impenitente. E poi io stesso fatico a capire dove sia il confine tra la realtà e l’allucinazione. Anche se al momento mi è sembrato tutto molto reale, giuro.
Giuàn mi aveva buttato fuori dal bar a mezzogiorno. Probabilmente gli avevo prosciugato le scorte di whisky per la settimana, ho un vago ricordo di essermi scolato anche la grappa che usava per correggere i caffè. Era quasi finita, che cazzo, non doveva prendersela a quel modo. Invece mi sono ritrovato abbracciato al lampione fuori dalla porta. Non ho una chiara memoria riguardo a come ci sono finito, a ogni modo ero lì a ciondolare e a pensare alla mia vita infelice e piena di casini. Quando sono ubriaco mi viene la sbornia triste. Mi deprimo, comincio a pensare a tutti i miei guai... E all’epoca erano davvero tanti, troppi. Dicono che l’alcool faccia male, ma se non ci fosse stato il miraggio di una bottiglia da svuotare l’avrei fatta finita molto presto. Dio santo, l’alcool mi ha salvato la vita, vogliamo parlarne? Da quella sera, comunque, potete pure credermi sulla parola: non ne ho più toccato nemmeno un goccio. Ho cominciato a camminare, o forse sarebbe meglio dire barcollare. Parlavo da solo, mi lamentavo e minacciavo i passanti. Non che me ne ricordi, ma qualcuno mi ha raccontato che lo facevo, quando ero ubriaco perso. Non sapevo dove andare: il lavoro non l’avevo più e mia moglie aveva cambiato la serratura dopo avermi buttato fuori di casa a calci. Sono andato al cimitero, mi sono seduto sulla tomba di mio padre. Potete immaginare un quadro più deprimente di così? Beh, avrebbe potuto mettersi a piovere, ma non accadde. Anzi, il sole picchiava piuttosto forte e il risultato è stato che questo povero idiota si è addormentato con la schiena appoggiata alla lapide del suo vecchio. Ore più tardi mi sono svegliato, con un mal di testa da bestemmiarci sopra. Intorno a me era tutto buio, arrivava giusto la luce buttata dalla falce di luna in cielo e dal lampione sulla provinciale a una cinquantina di metri di distanza. I grilli frinivano e i gufi ululavano. Mi sono alzato e il mondo ondeggiava con me. Credo di averci messo un paio di minuti a realizzare l’accaduto: il custode del cimitero non si era accorto di me e aveva chiuso tutto, lasciandomi lì. Ora, sarà anche stata una limpida nottata estiva, ma porco mondo: ero chiuso in un cimitero, da solo, c’erano pipistrelli che filavano come schegge da un sepolcro all’altro. I cipressi non avevano un’aria molto amichevole. Gli occhi dei gufi erano gialli e spiccavano in modo preoccupante nell’oscurità. Improvvisamente mi sono sentito piuttosto sveglio e lucido, la paura mi stava sparando un po’ di adrenalina nel sangue. Il cimitero non è molto esteso, in fondo si tratta di un piccolo paesino che nemmeno viene segnato sulle carte. Non mi ci è voluto molto per verificare che gli imponenti cancelli dell’ingresso fossero stati chiusi a chiave e legati con un ulteriore lucchetto. Quella zona, tra l’altro, era in ombra: la luce del lampione non la raggiungeva e la falce di luna era nascosta dagli alberi. Probabilmente un topo mi ha attraversato un piede e mi sono messo a correre, gridare e saltare come un bambino che ha visto spuntare il babau dall’armadio. Dio buono, un terrore autentico, avevo le budella attorcigliate e ho ottime ragioni di presumere che il motivo per cui più tardi mi sono ritrovato i jeans bagnati non fosse che ero caduto in uno stagno. Correndo correndo mi sono ritrovato sul lato opposto del camposanto e sono andato a sbattere contro una rete metallica, che proteggeva un muretto diroccato. Ho provato ad arrampicarmi, ma le mani non riuscivano a fare presa sulla rete e continuavo a ricadere all’indietro, nella terra umida che puzzava di ossa morte. Non sapete che odore hanno le ossa morte? Beh, nemmeno io, però in quel momento ero sicuro che l’olezzo che mi raggiungeva le narici fosse quello, la qual cosa contribuiva, naturalmente, ad aumentare il mio terrore. Mi sono messo a gridare, credo. È stato a quel punto che si sono avvicinati lentamente, da dietro la curva, i fari di un’automobile. Mi hanno illuminato in pieno e io ne ho approfittato per gesticolare e chiamare aiuto. L’auto si è fermata dall’altra parte della strada. Vedevo il fumo uscire dal tubo di scappamento, impalpabile e azzurrognolo, filtrando la luce del lampione più vicino. Nessuno è uscito dalla macchina, però, o ha abbassato il finestrino, niente. Ho gridato più forte, picchiando le mani sulla rete. Niente. Aguzzando la vista, ho sentito il cuore fermarsi un attimo: non vedevo nessuno al posto di guida! Eppure il veicolo era lì, acceso, potevo sentire il rumore regolare del motore. Terrorizzato dall’idea di un’auto fantasma che puntava i fanali dritti su di me, mi sono buttato a terra chiudendo gli occhi. Il cuore batteva così forte, che pensavo mi sarebbe uscito dal petto. Potevo immaginare di essere catturato da scheletri appena usciti dalla tomba per essere sacrificato alla macchina fantasma dall’altra parte della strada. Ho avvertito un insetto che mi camminava sulla mano e con un gesto brusco l’ho allontanato. Così facendo, mi sono reso conto di una buca nel terreno, appena alla mia destra. Non potevo avere più paura di quanta non avessi già, così mi sono voltato pian piano cominciando a tastare il terreno con le mani. Era un passaggio scavato forse da un cane, o da una lepre, non so. Andava dritto dall’altra parte della rete e io senza pensarci due volte mi ci sono buttato dentro. Ho avuto bisogno di scavare un pochino con le mani, perché era troppo stretto per me, ma alla fine ce l’ho fatta e sono riemerso all’esterno. Un sola occhiata alla strada mi è stata sufficiente: non c’era nessuno, la macchina se n’era andata. Oppure, come credo fermamente, era semplicemente svanita, tornando dal mondo dal quale era venuta.

***

Il momento più strano della mia vita? Non ho dubbi. La sera in cui Laura mi ha lasciato. E non perché Laura mi ha lasciato. Ero talmente triste che non sono neppure sicuro di quello che ho visto, ma sul momento sono rimasto sconvolto.
Stavo tornando a casa, dopo essere stato a trovare Laura. Siamo stati insieme per due anni, volevo persino sposarla... Ero andato da lei con un mazzo di fiori bianchi e mi ritrovavo a guardarli attraverso un velo di lacrime, adagiati sul sedile accanto al mio, mentre ripercorrevo la strada verso il mio paesino. C’è una curva subito prima di arrivarci, confina con il cimitero... Ecco, quella va presa lentamente, altrimenti è facile uscire di strada. Specialmente quando è buio, può capitare che una volpe o una lepre attraversino all’improvviso e non è raro che si verifichino incidenti, perché chi è al volante frena per non investire gli animali, ma il fondo stradale è sconnesso, talvolta sparso di ghiaia. È un attimo, no? L’auto sbanda e finisce fuori strada, si rovescia e tu sei una frittata. C’è il fosso, lì a fianco. Se non mi credete, andate a vedere: ci sono almeno tre foto di gente che ci è rimasta, su quella curva. E non sto a dirvi di quelli che si sono rotti l’osso del collo. Quindi io l’ho imboccata lentamente. È stato allora che l’ho visto. I coni di luce proiettati dai fanali della mia auto hanno illuminato la figura di un uomo in piedi dietro alla recinzione del cimitero. L’uomo si agitava, come se qualcuno stesse tentando di trattenerlo da dietro. Oppure da sotto, non gli vedevo i piedi, in quel punto ci sono ancora i resti del vecchio muro, che arrivano circa a un metro d’altezza. Cristo, immaginavo le mani dei morti che lo trascinavano in una fossa trattenendolo per le caviglie con le loro dita scheletriche e non riuscivo a fare niente. Ero lì, immobille, con le mani che ghermivano il volante, gli occhi spalancati e la salivazione totalmente assente. Sentivo quella creatura gridare, “Aiutatemi, fatemi uscire!”, ma la sua voce era ovattata, lontana. Probabilmente perché mi raggiungeva dall’aldilà. Tremavo e sudavo e continuavo a essere incapace di muovere un muscolo, grato per l’oscurità che probabilmente garantiva che il mio volto non fosse visibile dall’esterno. All’improvviso, gli spiriti che si contendevano quell’anima in pena devono avere avuto la meglio, perché l’essere è scomparso e il silenzio è tornato a regnare intorno a me. Il lieve rombo del motore mi rassicurava, così come il verso dei grilli e l’ululare dei gufi. Senza nemmeno rendermi conto di quello che stavo facendo, ho premuto il piede sull’acceleratore, incurante della ghiaia e della curva pericolosa. In pochi minuti ero davanti al portone di casa, ma ho proseguito fino al bar del Giuàn. Dopo una serata del genere, avevo bisogno di un bel bicchiere di whisky liscio: prima Laura, poi il fantasma... Giuàn però mi ha detto che non ne aveva più e mi ha rifilato una roba acquosa, di seconda scelta. Non sono nemmeno riuscito a ubriacarmi.




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